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La febbre è alta e il medico conosce la medicina

Sono passati ventisette anni da quando al Vertice della Terra di Rio di Janeiro per la prima volta si parlava di cambio climatico e si lanciava il termine “sostenibile” per indicare il metodo con il quale agire. Ventisette anni nei quali le emissioni di CO2 non si sono ridotte, ma cresciute. Prima era molto facile individuare i responsabili, erano i paesi occidentali nei quali si concentrava l’industria da oltre un secolo, ma la globalizzazione ha mescolato le carte. (altro…)

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    Alfredo Somoza
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Il 2018 che se ne va

Per definire il periodo natalizio non si può certo usare l’aggettivo “sereno”. Il mondo è come in apnea, in attesa di capire quale piega prenderà la situazione internazionale nei prossimi anni. Il 2018 stato un anno pieno di segnali non proprio rassicuranti: soprattutto per la messa in discussione della dimensione multilaterale nei rapporti fra gli Stati, a partire dalla situazione dall’Unione Europea per arrivare agli accordi commerciali internazionali. Più che all’affermazione del sovranismo stiamo assistendo al ritorno della politica delle cannoniere, e cioè a dinamiche tipiche dei tempi in cui le grandi potenze coloniali piegavano altri popoli a suon di cannonate. Una politica che, nel XXI secolo, forse può essere esercitata dagli Stati Uniti e, in misura molto minore, da Russia e Cina, ma non certo da quelle piccole nazioni dell’Est europeo o del Mediterraneo che si comportano come se avessero qualche chance di cavarsela da sole.

Eppure questo non è stato un anno di sole negatività. Se non altro perché il rischio bellico nucleare della Corea del Nord è stato almeno momentaneamente stoppato, grazie al dialogo con gli Stati Uniti. In Medio Oriente il conflitto siriano è calato di intensità anche grazie al risoluto intervento russo, che ha colpito duramente l’ISIS, mentre la Turchia, con una piroetta degna di menzione, è passata dalla parte dei vincitori per portare avanti la sua guerra infinita contro il popolo curdo. Intanto, all’interno dei confini nazionali, l’autocrate Erdogan è riuscito nell’impresa di reprimere il dissenso e cambiare natura allo Stato nel completo silenzio internazionale: anzi, con l’Europa che sta finanziando le sue controriforme, pagando il dazio richiesto perché la Turchia non riapra le porte della rotta migratoria balcanica.

Dalla vicenda siriana, Putin è riuscito a ottenere un reddito politico che ha subito speso sul fronte dell’Ucraina. In sostanza, la posizione centrale assunta dalla Russia sullo scacchiere euro-asiatico permette a Mosca di infischiarsi dall’embargo europeo e di continuare la politica di consolidamento e di allargamento dei confini ereditati al momento del crollo dell’URSS.

In America Latina a fare da contraltare alle affermazioni delle destre, anche estreme come in Colombia e in Brasile, c’è stata la prima vittoria di un presidente proveniente dalla sinistra in Messico, il “socio povero” degli Stati Uniti. Anche in Africa si registrano segnali contraddittori sul fronte dei conflitti in corso, come quello nelle regioni settentrionali della Nigeria e quello tra anglofoni e francofoni in Camerun. Le buone notizie sono la fine dell’antica ostilità tra Etiopia ed Eritrea e la stabilizzazione crescente dell’Africa australe. Per il Nordafrica, invece, sono ancora tempi difficili: dalla Libia, dove la ricostruzione di uno stato unitario è boicottata dai signori della guerra, all’Egitto, sotto una dittatura che ormai ha zittito qualsiasi forma di protesta.

 

La pagina più vergognosa del 2018 è stata la Cop24 in Polonia sul cambiamento climatico, o meglio il suo fallimento, perché il carbone continuerà a regnare indisturbato in tutto il mondo. Ai problemi posti dalla globalizzazione e dall’ambiente si sta rispondendo con il ritorno al passato, senza capire che è impossibile riavvolgere il filo della storia. Un fallimento che è l’emblema di un atteggiamento più generale, e di una politica urlata che ricorre a un linguaggio sempre più diretto e propone solo soluzioni semplici. Una politica che fa un uso sapiente dei social per creare, manipolare e spacciare notizie che così diventano verità e consenso.

Prima di lasciarci, Umberto Eco aveva parlato di Internet dicendo che la rete aveva reso autorevoli una legione di imbecilli, quelli che una volta parlavano solo al bar. Il punto è che ormai gli “imbecilli da tastiera” sono solo gli strumenti di chi, invece, se ne intende fin troppo della vecchia arte della manipolazione di massa. Attuata oggi con mezzi mai immaginati prima.

Il mondo del 2019 dovrà chiedersi se va bene continuare a distruggere quanto si è fatto fino a ieri senza costruire nulla di nuovo, lasciando il potere di governare il presente e indirizzare il futuro a chi manovra l’opinione pubblica da dietro le quinte del mondo digitale. La legge fiscale di Trump, la riforma pensionistica di Bolsonaro in Brasile, la flat tax italiana lasciano facilmente capire che, anche questa volta, i populisti finiranno molto presto per colpire quello stesso popolo che dicono di rappresentare. Una lezione che ormai dovremmo conoscere bene, ma che in molti abbiamo dimenticato.

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    Alfredo Somoza
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Un G20 da dimenticare

Si è chiuso a Buenos Aires il tredicesimo vertice del G20 senza concludere, come previsto, praticamente nulla. Un successo quindi per Donald Trump, che riesce a evitare condanne per i dazi che sta introducendo dall’inizio dell’anno per colpire i concorrenti dell’industria statunitense. Anche sul cambio climatico Trump fa inserire una specifica sul fatto che gli USA confermano l’uscita dall’Accordo per il clima, pur impegnandosi a fare bene da soli (!). Su migranti e profughi aria fritta. Anche la Cina canta, più modestamente vittoria, per avere strappato a Trump 3 mesi di moratoria per l’avvio dei dazi che dovrebbero colpire il loro export negli USA in attesa “di svolgere negoziati”. Negoziato, quella parola che irrita tanto l’inquilino della Casa Bianca, come si evince dal suo volto (rispetto a quello di Xi Jinping) nella cena che hanno condiviso a Buenos Aires

A Buenos Aires si sono anche misurate le distanze e le vicinanze tra i capi di Stato. Trump che ha evitato di incrociare Putin, ma ha sorriso apertamente al principe saudita Bin Salman. La signora May che per la prima volta dopo la guerra delle Falklands ha incontrato un presidente argentino. Emanuel Macron che per un disguido del protocollo viene ricevuto all’aeroporto soltanto da un impiegato aeroportuale che indossa un gillet giallo. Il presidente cinese Yi Yinping ricevuto come un imperatore. Un G20 da dimenticare perché è mancata chiaramente la volontà politica di fare passi avanti nella costruzione di rapporti multilaterali. Un ritorno al passato che non era nel copione di organismi come questo, nato per governare la globalizzazione che oggi paradossalmente viene difesa dalla Cina e messa in discussione da chi l’ha lanciata e cavalcato per anni, gli Stati Uniti d’America.

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    Alfredo Somoza
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Boca-River, una serata di follia

Una serata di follia, una pagina nera per il calcio argentino.

La genesi dei gravi incidenti che hanno impedito lo svolgimento della finale tra Boca Juniors e River Plate pare sia stato il sequestro alla vigilia della partita di 300 biglietti falsi e 10 milioni di pesos trovati dalla polizia nel domicilio di uno dei capi della tifoseria violenta del River Plate. Sono hooligans che vivono dal bagarinaggio, dalla falsificazione di ticket e dallo spaccio di droga all’interno dello stadio. Ogni tanto qualcuno finisce in galera per poco, ma quello che non si spezza mai è il legame con le società, che non possono prendere le distanze sul serio senza il rischio di morti e feriti alla prima opportunità pubblica.

Così sarebbe scattata la vendetta della tifoseria rimasta senza biglietti con la sassaiola contro il pullman che portava i calciatori del Boca e che ha provocato due feriti lievi e la guerriglia urbana fuori dallo stadio che le forze di polizia non sono riusciti a prendere il controllo della situazione se non dopo ore.

La Federazione sudamericana avrebbe voluto fare giocare la partita fino all’ultimo, ma le condizioni erano oggettivamente proibitive e sono stati i calciatori di entrambe le squadre a decidere di non giocare. Ora questa finale infinita per la coppa sudamericana tra le due squadre rivali della stessa città è stata rimandata a stasera alle 21 ora italiana anche se non è da escludersi che il Boca chieda i punti e la coppa a tavolino.

L’augurio è che finalmente si possa vedere serenamente uno spettacolo che ha pochi paragoni al mondo, al netto di temporali, violenze e mafie calcistiche.

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    Alfredo Somoza
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Honduras, un Paese fallito nel Centro America

Honduras

La carovana di profughi verso gli Stati Uniti si è formata in una città diventata simbolo della deriva violenta del Centroamerica: San Pedro Sula, seconda città dell’Honduras con mezzo milione di abitanti, non è solo la capitale industriale del Paese, ma è stata per ben 5 anni, tra il 2010 e il 2015, la città al Mondo con più morti violente fuori dagli scenari di guerra. 171 omicidi ogni 100.000 abitanti, un primato dell’orrore che supera la carneficina di Acapulco e di Caracas. Un fenomeno, quello della violenza urbana, che vede in testa nelle classifiche praticamente solo città latinoamericane.

In Honduras i motivi che spingono le persone ad emigrare non sono solo la violenza, dovuta al combinato disposto tra i cartelli del narcotraffico e le maras, le violente gang giovanili che controllano il territorio e lo spaccio della droga, ma è anche e soprattutto l’incredibile povertà. L’Honduras è diventato il Paese con i peggiori indicatori dell’intera regione latinoamericana, con il 25% della popolazione nella povertà e il 40% nella miseria.

Un quinto degli honduregni vive con meno di un dollaro al giorno, la soglia della sopravvivenza fisica secondo l’ONU. E non è solo dissesto sociale, ma anche instabilità politica: l’Honduras è stato uno dei pochissimi Paesi dell’area che ha subito un colpo di Stato recentemente e l’attuale presidente, Juan Orlando Hernandez, viene contestato perché secondo l’opposizione ha manipolato i risultati delle elezioni del 2017, alle quale si era potuto presentare solo dopo una discussa modifica della Costituzione.

Lo Stato praticamente non si fa più carico dell’educazione e della sanità per chi non può pagarsele di tasca propria, cioè per 7 honduregni su 10.

Questi dati da soli spieggerebbero la forte spinta verso l’emigrazione verso il Paese più ricco raggiungibile via terra, gli Stati Uniti. La differenza rispetto agli anni scorsi è che le restrizioni migratorie imposte da Donald Trump hanno fortemente ostacolato i flussi storici via Messico. Un’ulteriore danno per i Paesi centroamericani, perché le rimesse degli immigrati nel nord America costituiscono la prima fonte di ingresso dell’Honduras e del Salvador.

Se si aggiungeranno le annunciate sanzioni che Washington minaccia di varare tagliando gli aiuti economici a questi Paesi, la spinta alla fuga aumenterà ulteriormente.

Il dato che non viene mai commentato quando si parla dell’Honduras è che, come la Libia o la Somalia, è un Paese fallito, cioè un Paese nel quale lo Stato non controlla il territorio, non controlla l’economia, non controlla le forze dell’ordine e nel quale la maggioranza della popolazione non ha la minima possibilità di vivere degnamente. Le persone che hanno dato vita alla carovana della disperazione che vorrebbe raggiungere gli Stati Uniti sono a tutti gli effetti profughi da accogliere a da tutelare.

Honduras

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    Alfredo Somoza
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Michelle Bachelet: nuova paladina dei diritti umani

Michelle Bachelet

L’Alto commissario per i Diritti Umani dell’ONU, Veronica Michelle Bachelet, racconta con la sua vita la storia contemporanea del Cile. Figlia di Alberto, Brigadiere Generale dell’aviazione e Viceministro del governo di Salvador Allende, la vita della famiglia Bachelet fu profondamente marcata dal colpo di Stato che si consumò l’11 settembre di 45 anni fa.

Suo padre venne detenuto pochi mesi dopo e torturato dai suoi colleghi della forza aerea fino alla morte. Il suo fidanzato Jaime Lopez venne sequestrato e tuttora resta desaparecido. Lei stessa insieme a sua madre fu sequestrata dai militari nel 1975 e detenuta per 21 lunghi giorni nel terribile centro di detenzione clandestino Villa Grimaldi dove subirono ogni tipo di tortura.

Liberata grazie alle pressioni internazionali, trovò rifugio nella Germania est, dove studiò pediatria. Tornata in Cile nel 1979, il suo impegno con il partito socialista condiviso con la pratica medica in ospedali pubblici la portò prima a diventare Ministro della Difesa e poi della Sanità, e infine, per due mandati, la prima donna Presidente della Repubblica.

Michelle fa parte di quella schiera di politici sudamericani, come Pepe Mujica in Uruguay e Dilma Rousseff in Brasile, che sono riusciti non solo a sopravvivere alla tortura, ma a battere moralmente e politicamente i loro aguzzini.

Bachelet è stata nominata appena 10 giorni fa come Alto Commissario ONU, ma di sicuro sa cosa è la politica e soprattutto sa cosa vuol dire, sulla propria pelle, la violazione dei diritti umani.

Michelle Bachelet
Foto dalla pagina FB di Michelle Bachelet https://www.facebook.com/MichelleBachelet/
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    Alfredo Somoza
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Un no-global alla Casa Bianca?

Il Presidente USA Donald Trump

L’accordo preliminare della nuova intesa commerciale con il Messico è il primo atto concreto in materia di politica commerciale dell’amministrazione di Donald Trump. Ovviamente al netto dei dazi, che però da soli non costituiscono una politica.

Finora l’inquilino della Casa Bianca si era prodigato in una serie di no, buttando via anni e anni di negoziati promossi dai suoi predecessori. Il primo no è stato quello al TPP, l’accordo di libero scambio del Pacifico fortemente voluto da Barak Obama. Più importante ancora il TTIP, l’accordo di libero scambio Usa-UE, che molto probabilmente non sarebbe passato per le divisioni tra i partner europei e per la pressione della società civile, ma che alla fine è stato congelato da Donald Trump in persona.

Con l’annuncio del pre-accordo con il Messico, al quale potrebbe aggiungersi il Canada, viene archiviato il Nafta, l’accordo di libero scambio del Nord America firmato da George Bush e inaugurato da Bill Clinton il primo gennaio del 1994. Il Nafta fu il primo di una nuova tipologia di accordo commerciale. Delineate alcune protezioni su pochi settori scelti dai firmatari, per il resto venivano abolite le frontiere commerciali e produttive tra i paesi creando un nuovo grande mercato praticamente unificato. Diverso dall’UE però, senza compensazioni, senza una politica estera commerciale comune, senza fondi strutturali, senza un governo né un controllo democratico come quello esercitato dal parlamento europeo.

Per i Paesi minori, Messico e Canada, l’accordo ha portato all’aumento dei loro scambi con gli USA, ma fino al punto di dipendere quasi interamente da quel mercato. Conseguenze non calcolate al momento della firma sono state ad esempio la delocalizzazione del lavoro statunitense in Messico per via del costo della manodopera, oppure il riversamento in Messico delle eccedenze agricole sovvenzionate statunitensi che hanno distrutto il mercato agricolo messicano dei piccoli e medi produttori. Quel mondo agricolo che velocemente si è riconvertito alla coltivazione di sostanze stupefacenti e passato sotto il controllo dei cartelli del crimine. Dopo 24 anni, il Nafta è stato un affare per i grandi soggetti dell’economia dei tre paesi, dalle multinazionali ai signori della droga, ma molto di meno per i lavoratori, dagli operai di Detroit ai braccianti messicani.

Il nuovo accordo che Usa e Messico firmeranno è un passo indietro rispetto al Nafta, visto che si tratta di un semplice accordo bilaterale (trilaterale se aderirà il Canada) di scambio commerciale. Non più un’area comune, un diritto specifico per risolvere le controversie, l’obbligo di dovere spalancare il proprio mercato. Uno dei punti cardini dell’intesa è alla voce automobili, di cui il Messico è un grande esportatore negli USA.

L’accordo prevede che le auto esportate negli USA siano prodotte da operai che non guadagnano meno di 16 dollari l’ora, e che le parti utilizzate siano almeno al 90% prodotte nella regione (contro il 62% attuale). Con questa clausola, nessuno potrà più utilizzare il Messico per produrre macchine competitive in base al costo della manodopera o all’uso di parti provenienti dall’Oriente da esportare negli USA. Si suppone che clausole come questa riportino lavoro negli USA, cosa tuta da verificare.

Il Messico torna invece libero di firmare accordi commerciali con altri Paesi, cosa che il Nafta ostacolava anche se non impediva. La Cina, da quando ha vinto le elezioni Trump, fa la corte al Messico per firmare un importante accordo, ma anche l’area del Pacifico e il rapporto con il Sudamerica interessa molto a Città del Messico. Il paese che rischia di più è il Canada, in quanto parte integrante dell’economia statunitense che ora però rimette di nuovo le frontiere economiche. Per questo motivo Trudeau da tanta importanza alla firma del trattato CETA con l’Europa, anche il Canada ha bisogno di diversificare i clienti e i fornitori.

La risposta delle Borse all’annuncio del nuovo trattato è stata spumeggiante, non tanto perché l’accordo in sé sia positivo, ma perché dimostra la volontà della Casa Bianca di non portare fino in fondo sole politiche isolazionistiche. Trump ha applicato con successo la sua politica del dividere per fare pesare la potenza del suo paese. Non ha ridiscusso il Nafta insieme agli altri due partner, ma li ha affrontati uno ad uno.

Il presidente degli Stati Uniti sarà sì no-global, a modo suo ovviamente, ma capisce benissimo che il suo Paese dipende dai rapporti con il Mondo e l’economia gli sta dando ragione. I numeri della crescita e dei nuovi posti di lavoro che si continuano a creare negli Stati Uniti varranno al momento del voto molto di più delle vecchie storie a sfondo sessuale.

Il Presidente USA Donald Trump
Foto dal profilo ufficiale di Donald Trump su Facebook https://www.facebook.com/DonaldTrump/
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    Alfredo Somoza
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La radicalità paga anche in Messico

Andres Manuel Lopez Obrador

La vittoria di Andrés Manuel Lopez Obrador, AMLO, per oltre 30 punti di distanza rispetto al secondo arrivato ha dimensione storica. Non solo perché sarà il primo presidente espressione dalla sinistra messicana, ma perché è stato il catalizzatore di una vera e propria rivolta dei messicani contro lo stato delle cose che si è concretizzata nel voto al candidato “pulito”, diverso e fuori dal “giro” che ha governato il paese negli ultimi 20 anni.

In Messico non ha vinto infatti il voto ideologico, che sicuramente c’è pure stato, ma la differenza l’hanno fatta i cittadini arrabbiati e soprattutto i millenials, un terzo della popolazione messicana, che si sono riversati in massa a votare Obrador, come si era già verificato in Gran Bretagna per Corbyn o negli Stati Uniti per Sanders. Un voto disperato, di chi non vede di fronte a se un futuro che non sia fatto di lavoro precario o in fuga all’estero e che teme una violenza fuori controllo che può colpire chiunque.

Il Messico ha infatti il triste primato dei morti ammazzati, sopra diversi paesi in guerra. Sono numeri difficili da stimare, ma agghiaccianti. Negli ultimi 15 anni la lotta alla droga ha prodotto oltre 120.000 morti e circa 70.000 desaparecidos. Senza che la giustizia venga a capo di nulla, con i Cartelli più forti di prima e i rappresentanti dello Stato e della politica corrotti e collusi. Per questo la promessa di Lopez Obrador, ex popolare Sindaco di Città del Messico, di fare piazza pulita della corruzione e dei cartelli della droga ha riscosso tanto successo. Perché è credibile in quanto politico fuori dal gregge e perché la situazione non potrebbe peggiorare oltre. Ma AMLO non è un populista di nuova generazione.

Il suo bagaglio politico risale ai valori e alle idee della sinistra nazionalista latinoamericana, con forti convinzioni stataliste in un paese che ha subito pesanti riforme in chiave neoliberale promosse dal partito erede della Rivoluzione, oggi quasi scomparso. Non è detto nemmeno che rompa con gli Stati Uniti, da cui dipende l’80% del commercio estero del paese. Il Nord America geografico, USA, Canada e Messico, è una delle aree al mondo più integrate dal punto di vista produttivo e gli scossoni prodotti dalle politiche, perora solo annunciate, di Donald Trump di ridiscutere l’accordo Nafta trovano pochi spunti realistici.

Lopez Obrador ha già rilanciato su quel tema, promettendo che si farà promotore di un cambio di marcia del discutibile accordo firmato nel 1994, e cioè proporrà che si passi dal solo scambio di merci a un patto per lo sviluppo seguendo l’ispirazione di John F Kennedy che negli anni ’60 lanciò l’Alleanza per il Progresso. Il punto principale della proposta di AMLO è però concentrare risorse tra i soci del Nord per favorire lo sviluppo del Centro America, una terra scossa da conflitti sociali e preda delle gang criminali da dove provengono la maggior parte dei migranti che vorrebbero entrare negli Stati Uniti. Il Centro America è la Libia degli Stati Uniti, e a Washington lo sanno.

Amlo non passerà inavvertito, questo è sicuro. Non sarà un semplice burocrate al servizio dei poteri forti e criminali del Messico che abbassa la testa davanti a Donald Trump. E’ l’unico che potrebbe riuscire a fare tornare a ragionare gli Stati Uniti in termini di partenariato e non di chiusura. Una sfida forse maggiore rispetto a quella della lotta alla corruzione interna già annunciata come priorità. Il Messico democratico ha detto basta con il voto, e per la prima volta ha premiato la sinistra. Una responsabilità storica.

Andres Manuel Lopez Obrador
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    Alfredo Somoza
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Il Messico in movimento

Andrés Manuel López Obrador

Il Messico è stato e resta, malgrado le difficoltà, un grande Paese. È lo Stato più popoloso al mondo tra quelli di lingua castigliana, il terzo in America per PIL dopo USA e Brasile. L’ex impero azteco è stato attraversato dalla grande storia degli ultimi secoli: qui fu scritta la pagina più drammatica della Conquista spagnola e si generò la prima rivoluzione del ’900, un movimento di popolo per il diritto alla terra con condottieri dal calibro di Emiliano Zapata e Pancho Villa.

Il Messico post rivoluzionario fu una “dittatura perfetta”, per citare lo scrittore peruviano Mario Vargas Llosa. Nel senso che il partito erede di quella stagione, il PRI (Partido Revolucionario Institucional), ha governato da solo per quasi 70 anni trasformandosi, da custode dei valori della Rivoluzione, in sostenitore del liberismo, arrivando a spingere sulle privatizzazioni e a firmare l’accordo Nafta con Stati Uniti e Canada. Il tutto farcito da livelli di corruzione indescrivibili, tipici dei regimi nei quali non è previsto il ricambio della dirigenza politica.

Il monopolio del PRI si è interrotto nel 2000 con la prima vittoria in assoluto della destra del PAN, che ha trionfato di nuovo nel 2006. Quando, nel 2012, Enrique Peña Nieto del PRI si è imposto alle elezioni presidenziali, pur tra mille polemiche sulla limpidezza del risultato, tutto pareva tornare alla normalità. Invece i disastri di questi anni, attribuiti alla politica, porteranno ora, per la prima volta, alla sicura vittoria di un esponente della sinistra. La débâcle di Peña Nieto è stata il saldo tragico della sua personale “lotta alla droga”, che ha prodotto decine di migliaia di morti e di desaparecidos senza però diminuire il potere dei cartelli.

Dal 1994 in poi, infatti, il Messico è diventato la porta d’ingresso del mercato consumatore più grande al mondo, gli Stati Uniti. Una volta abbandonata la via della Florida, con la firma del Nafta il traffico si spostò sui camion e dentro i tunnel sotto il confine del Río Bravo. I cartelli della droga messicani, da corrieri dei colombiani, sono così diventati i protagonisti non solo della commercializzazione della cocaina sudamericana ma anche della produzione dell’eroina e della metanfetamina a basso costo che hanno invaso le strade statunitensi. Oggi il potere dei cartelli, oltre che con il traffico di stupefacenti, si esprime attraverso il controllo del territorio, con la complicità degli organi dello Stato.

Contro tutto questo voteranno i messicani eleggendo Andrés Manuel López Obrador, conosciuto con l’acronimo Amlo, un fuoriuscito dal PRI diventato popolarissimo sindaco di Città del Messico. Amlo è già stato sconfitto due volte, sicuramente in modo illecito la seconda, ma ora stacca di parecchi punti i suoi rivali del PAN e del PRI, entrambi associati ai fallimenti e ai lutti di questi ultimi anni. López Obrador ha 64 anni: laureato in scienze politiche e gestione dello Stato, si presenta come leader di Morena (Movimiento de Regeneración Nacional). Il suo background politico è quello della sinistra nazionalista storica dell’America Latina. Più vicino a Chávez e a Morales che a Mujica o a Lula, con forti dosi di retorica antipolitica e giustizialista.

López Obrador, però, sa che oggi è improponibile prendere a modello il Venezuela bolivariano, soprattutto quando si deve governare un Paese nel quale lo Stato ha perso il controllo di vaste fette del territorio, con forze dell’ordine al servizio dei cartelli della droga, e che dipende all’80% dagli scambi con gli Stati Uniti. Ed è proprio quella la prima grana in materia economica che il nuovo presidente dovrà affrontare, dopo le minacce (per ora verbali) di fare saltare il Nafta da parte di Donald Trump.


Il Messico resta un grande Paese, ma i messicani sono esasperati e dal nuovo presidente si aspettano che possa ridare dignità allo Stato, ma con ricette di sinistra. Il Messico dei prossimi anni, dopo un lungo periodo di discesa negli inferi, sarà un interessante laboratorio politico da seguire.

Andrés Manuel López Obrador
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    Alfredo Somoza
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Un accordo scritto sulla sabbia

Giuseppe Conte al Consiglio Europeo

Il Consiglio d’Europa di ieri ha partorito un topolino sul tema della gestione dei flussi di richiedenti asilo in Europa. Non poteva essere altrimenti, dal momento che il documento finale è passato all’unanimità, quindi è stato firmato sia dall’Italia, il Paese che chiedeva di più, sia dai paesi del gruppo di Visegrad che non volevano cedere nulla.

La chiave di lettura di questo risultato passa anzitutto dall’analisi del testo, nel quale si fa abbondante uso del condizionale (“potrebbero”, “dovrebbero”) e dalla parola magica, ripetuta 5 volte, “volontari”. In buona sostanza, si tratta di un accordo su base volontaria, quindi non vincolante, con tanti suggerimenti e praticamente nessun obbligo. Ecco i punti salienti:

Primo punto. Dublino non si tocca. La Convenzione firmata nel 1990, Governo Andreotti, poi diventato Regolamento Dublino II nel.2003 (Governo Berlusconi-Lega Nord-AN), modificata l’ultima volta nel 2013 (Governo Monti Pd-Berlusconi) che inchioda nel paese di primo approdo i richiedenti asilo. Si parla di avviare un consenso unanime per riformarlo, cosa impossibile perché i paesi orientali non lo cambierebbero mai.

Secondo punto. Si prevede la creazione di nuovi “centri controllati” nell’Unione Europea, che sarebbero in sostanza campi profughi sul suolo europeo, finanziati e gestiti dall’Unione Europea, per ospitare i migranti, esaminare le loro richieste e decidere in modo “rapido”. Sono dei nuovi hotspot che si “invita” ad aprire “su base volontaria». Come chiesto dall’Italia, si prevede, sempre su base volontaria, di poterli aprire fuori dall’UE. Al momento non ci sono candidature.

Terzo punto. Per venire incontro alla Germania, si condannano i cosiddetti secondary movements, cioè gli spostamenti dei migranti in un paese diverso da quello in cui hanno fatto richiesta di asilo. Un ricorso usato a man bassa dall’Italia che durante le emergenze 2015-2016 non identificava tutti i richiedenti asilo agevolando la loro partenza per altri paesi europei.

Quarto punto. Si aumenta di 500 milioni di euro il Fondo per lo Sviluppo dell’Africa, voluto fortemente dal governo Gentiloni, spostandoli però sul Fondo Fiduciario per l’emergenza in Africa che è il fondo tramite il quale si paga la Guardia Costiera libica, collegata a doppio filo ai signori della guerra e ai gestori dei lager per richiedenti asilo. Soldi che sicuramente non andranno in progetti di sviluppo nei paesi di partenza dei migranti.

Quinto punto. Si conferma la stretta contro le ong che operano nel Mediterraneo con un generico “devono rispettare le leggi applicabili e non interferire con le operazioni della guardia costiera libica”. In soldoni, devono consegnare i naufraghi alle unità della guardia costiera libica perché facciano ritorno ai lager dai quali sono scappati dopo torture e violenze di ogni genere.

Chi ha vinto con questo Consiglio d’Europa? Sicuramente i Paesi di Visegrad, alleati ideologici del Vicepremier Salvini, che riescono da un lato a fare sganciare la seconda tranche da 3 miliardi perché la Turchia non riapra la via dei Balcani, dall’altra lasciano i paesi del Mediterraneo, Italia in primis, a continuare a vedersela da soli. Nessuna solidarietà.

La Germania torna a casa senza danni, anzi, vengono condannati i movimenti “secondari” come voleva Merkel. La Francia può vantarsi di avere fatto il regista di un vertice di aria fritta e di tornare a casa senza nessun nuovo obbligo.

Chi perde? La Grecia, in parte la Spagna, e soprattutto l’Italia che dovrà continuare a fare da sola. Perdono anche le ong, che avranno sempre più ostacoli per salvare vite umane e l’onore dell’Europa.
Ciliegina sulla torta, la grande priorità portata da Conte al Consiglio, la fine dell’embargo alla Russia, è stata sonoramente bocciata e l’embargo rinnovato per altri 6 mesi.

Nota di colore, il Premier Conte sarà ricordato perché dopo avere vantato nel suo discorso di essere “un professore di diritto”, è stato deriso dallo svedese (“Io ero saldatore”) e dal bulgaro (“Sono pompiere”).

Giuseppe Conte al Consiglio Europeo

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    Alfredo Somoza
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È colpa della globalizzazione

Il gruppo Visegrád

In Occidente si stanno avvicendando al potere forze politiche che hanno come punto di forza un obiettivo impensabile fino a poco tempo fa: smontare la globalizzazione. Ma che cos’è oggi la globalizzazione, e soprattutto come viene percepita? Per il grande capitale è stata una manna che ha spalancato mercati prima ermeticamente chiusi, che ha permesso di trovare manodopera a basso costo altrove e soprattutto di pagare meno tasse, talvolta addirittura nulla, grazie alla cosiddetta “ottimizzazione fiscale”.

Gli imprenditori di dimensioni nazionali non hanno invece lo stesso vissuto: la concorrenza delle multinazionali ha ridotto le loro possibilità di sopravvivenza, e oggi i grandi marchi stanno occupando ogni nicchia produttiva e commerciale disponibile. Per le persone, per i privati cittadini, la situazione è ancora più complessa.

C’è chi ha migliorato le sue condizioni di vita, c’è chi invece è stato scartato, espulso dal lavoro. Questa è stata la conseguenza delle delocalizzazioni produttive, che hanno caratterizzato soprattutto la prima fase della globalizzazione. Milioni di nuovi posti di lavoro creati in Oriente, milioni di posti di lavoro in meno in Occidente. Nel frattempo l’offerta di lavoro è cambiata: l’alternativa all’impiego “di una volta” consiste spessissimo in occupazioni precarie, senza prospettive di carriera, con pochi diritti. È la situazione in cui si trovano, per esempio, centinaia di migliaia di distributori a domicilio delle merci ordinate via web. Così in Occidente è cresciuta la delusione per le promesse mancate, insieme alla paura di perdere anche ciò che resta dei diritti e del lavoro del passato.

Il programma dei cosiddetti populismi è molto semplice: dare risposte radicali ai problemi della globalizzazione, senza fare mediazioni e utilizzando un linguaggio diretto. Il nocciolo della proposta è l’idea che si possa tornare al passato, che si possa ricreare un mondo che a molti, ora, sembra idilliaco. Si pensa ad esempio che se una donna europea ricevesse sussidi dallo Stato farebbe molti figli, che dazi e barriere doganali possano rilanciare la produzione nazionale, che la forza militare sia una carta vincente.

Il bersaglio preferito dei populismi sono i cittadini privi del diritto al voto, cioè gli immigrati, senza i quali in realtà molte società sarebbero boccheggianti. Dai messicani negli Stati Uniti agli africani e mediorientali di religione musulmana in Europa, gli immigrati diventano la dimostrazione di un complotto: “sostituzione etnica” la chiamano, un grande disegno per cancellare i popoli bianchi d’Europa. Versione aggiornata dei Protocolli dei Savi di Sion, il pamphlet scritto dalla polizia zarista per giustificare i pogrom contro gli ebrei che portò dritto all’Olocausto.

I politici arrivati al potere su queste idee si stanno moltiplicando velocemente, da Trump negli Stati Uniti a Orbán in Ungheria, dall’Italia “gialloverde” all’Austria. E molti arriveranno ancora. Oggi i difensori della globalizzazione sono i Paesi che ne hanno tratto quasi solo vantaggi, dalla Cina al Vietnam, mentre le forze che l’hanno sostenuta in Occidente sono in stato confusionale. Il non avere mai voluto vedere le distorsioni che la globalizzazione produceva, il non avere mai voluto introdurre correttivi e riforme oggi si paga.

L’azione di questi governi per ora si concentra sulla distruzione del sistema multilaterale di relazioni economiche, ma presto si arriverà all’approdo naturale di ogni nazionalismo: il ritorno a scenari bellici. Questo perché, se non sei interessato a vendere i tuoi prodotti attraverso gli accordi, i mercati li apri con le cannoniere, come usava fare l’Impero britannico. Il XXI secolo, che doveva essere quello del consolidamento di una società globale, rischia dunque di essere quello del ritorno agli Stati-nazione. La democrazia è in ritirata ovunque, gli organismi internazionali sono stati messi a tacere.

Come ridare fiducia a chi ritiene di aver soltanto perso, con la globalizzazione? È questa la domanda alla quale la politica dovrà dare urgentemente risposta. Le proposte dovranno essere concrete, dirette e radicali, ma finalizzate a riformare, non a smontare l’esistente. Perché oltre la globalizzazione non c’è la possibilità di tornare a stare meglio, c’è solo quella di tornare all’era dei conflitti.

Il gruppo Visegrád
Foto dalla pagina FB di Orbán Viktor https://www.facebook.com/orbanviktor/
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    Alfredo Somoza
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La Giornata del rifugiato

UNHCR

La figura del rifugiato che oggi si ricorda in tutto il mondo è una costante nella storia dell’umanità. Già nella storia antica si parla di popoli o di persone perseguitate per la loro religione, idee, perché vittime di avvenimenti bellici. Dal punto di vista del diritto, le radici della protezione contro la persecuzione risalgono al Medioevo, ma soltanto tra l’ottocento e il novecento è stato codificato e man mano è diventato parte integrante del diritto internazionale.

Una storia che nasce in Europa, che nei secoli aveva prodotto successive ondate di profughi da guerre di religione, da regimi totalitari, da guerre e che per questo motivo si porterà avanti sullo sviluppo delle modalità di protezione. I primi rifugiati riconosciuti internazionalmente sono stati infatti le vittime della Seconda guerra mondiale e per anni ancora in questa categoria rientreranno soltanto cittadini europei. L’Italia, fino al 1989, riconosceva questo status soltanto, appunto, ad altri europei: era la cosiddetta “riserva geografica”.

I numeri globali del fenomeno hanno registrato in questi ultimi anni un costante aumento. Il fenomeno, dopo la fine del conflitto balcanico, è diventato sempre più dirompente soprattutto in Africa e in Medio Oriente. Non soltanto per quanto riguarda i rifugiati, ma anche per i paesi ospitanti. Dai circa 68 milioni di profughi registrati dall’ONU, l’85% ha trovato riparo in paesi a basso reddito.

L’aumento degli ultimi anni è un dato speculare all’aumento del caos geopolitico mondiale, all’affermazione di regimi liberticidi e all’aumento dell’intensità di conflitti vecchi e nuovi. Per questo motivo i dati ufficiali di Acnur sono una cartina di tornasole dello stato di salute del mondo e del bisogno di rinforzare gli strumenti multilaterali che possano prevenire o almeno permettere di intervenire per tempo quando si condensano le condizioni perché in un paese scatti un’emergenza umanitaria. E invece è il contrario, man mano stiamo smantellando i luoghi di mediazione e di azione collettiva con un pericoloso ritorno alla politica delle potenze e ai nazionalismi che sono state da sempre tra le principali cause dei conflitti.

Il mondo del XXI secolo doveva essere, nei sogni del secolo scorso, governato da una comunità internazionale che almeno sul tema del rifugio fosse concorde nello stabilire limiti invalicabili. Il pianto dei bambini profughi dai conflitti centroamericani nei campi di detenzione statunitensi, l’odissea dei rohingya del Myanmar massacrati ed espulsi dal loro territorio, i viaggi della speranza dall’Africa finiti in lutto ci dicono che non esiste una sensibilità su un tema che dovrebbe essere un valore non negoziabile, piegato sempre più pericolosamente alla ragion di stato.

Non esiste democrazia senza diritto di asilo, non esiste una comunità internazionale che non si prenda cura dei profughi. Se Internet ha reso il mondo interconnesso, regalandoci l’impressione di essere tutti sulla stessa barca, dobbiamo agire velocemente per tappare le falle perché quella barca fa acqua.

UNHCR
Foto dalla pagina FB dell’UNHCR https://www.facebook.com/UNHCR/

*Già rifugiato sotto mandato ACNUR

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    Alfredo Somoza
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Sinistra reaparecida

Colombia

Il primo turno delle elezioni presidenziali colombiane conferma la buona salute delle sinistre in America Latina. Questa potrebbe sembrare un’affermazione contraddittoria rispetto alla vulgata che vorrebbe il declino inarrestabile di ogni istanza progressista, a partire dal fallimento del Venezuela bolivariano.

Ed è questo l’equivoco, cioè credere che l’esperienza chavista rappresenti ancor oggi un’ipotesi di sinistra di governo in America Latina. Chávez, insieme a Correa, Morales e Lula, è stato uno dei protagonisti della conquista dei palazzi del potere, per la prima volta nella storia, da parte di personalità uscite dalle lotte sindacali, per la terra, per i diritti umani. Presidenti che intendevano porre le basi di un modello economico diverso, ma che puntavano anche a resettare le costituzioni di nazioni che ancora non riconoscevano le diversità, a partire dalla Bolivia, dove la maggioranza amerindia era invisibile. Questi uomini e queste donne hanno scommesso sull’allargamento dei diritti, non sul loro restringimento.

È stata la stagione dei matrimoni “per tutti”, dell’estensione del diritto all’aborto, dell’approvazione di norme sui diritti umani e del ripensamento del ruolo delle forze armate. Una stagione che effettivamente si è chiusa con la grande crisi economica mondiale, arrivata in America Latina con qualche anno di ritardo.

L’incapacità di governare la crisi, la corruzione e il nepotismo, la volontà di perpetuarsi al potere sono stati i fenomeni che hanno segnato la caduta del PT (il Partito dei Lavoratori) in Brasile, del kirchnerismo in Argentina, del madurismo in Venezuela. I titoli dei giornali internazionali, che si occupano poco e male di America Latina, erano concordi: “la destra torna al potere”. Questo era vero solo in parte, perché in Argentina Mauricio Macri vinceva sul candidato peronista e Sebastian Piñera in Cile tornava alla Moneda, mentre in Brasile Dilma Rousseff veniva spedita a casa da un impeachment, ma era un errore trarre conseguenze lapidarie estendendole a tutto il continente.

Ciò che stava succedendo era che all’ombra dei grandi e contraddittori personaggi degli anni 2000 stava nascendo una nuova sinistra, più moderna e ancora più pragmatica di quella di prima. Bastava fare qualche conto. In Cile, al primo turno le forze che si richiamano alla sinistra o al centrosinistra prendono insieme il 54% dei voti, e soprattutto, a sorpresa, si afferma con il 20% dei voti Beatriz Muñoz a capo di una coalizione di nuova sinistra. Lo stesso succede alle presidenziali in Colombia, dove arriva secondo, e va al ballottaggio contro il candidato della destra Iván Duque, Gustavo Petro, ex guerrigliero e sindaco di Bogotá, seguito a pochi voti da Sergio Fajardo, ex sindaco di Medellin, con una coalizione di centrosinistra. Insieme prendono quasi il 49% dei voti contro il 39% del candidato delle destre. Anche il Messico che andrà al voto il prossimo 1° luglio vede in testa a tutti i sondaggi Andrés Manuel López Obrador, un politico di sinistra in versione populista che per la prima volta potrebbe occupare la poltronissima di Città del Messico.

Il fenomeno delle nuove sinistre, rispetto a quelle degli anni ’90 e 2000, si sta dispiegando a livello continentale. E questo perché il merito delle sinistre precedenti è stato aver vinto la battaglia culturale contro la destra liberale che aveva portato alcuni Paesi al fallimento totale. Anche se il Venezuela di Maduro rischia la stessa fine, i fondamentali ereditati da quelle esperienze in materia di protezione ai più deboli, diritti civili e ruolo dello Stato oggi non vengono messi in discussione dai contendenti.

Nell’Argentina di Macri, ad esempio, il welfare peronista finora non è stato intaccato, così come in Cile Piñera non ha modificato le riforme dei socialisti, e addirittura in Venezuela gli oppositori di Maduro garantiscono che non toccheranno l’assistenza sanitaria universale. Se l’America Latina è stata sempre un laboratorio – nel bene e nel male – delle vicende politiche occidentali, ora si respira l’inizio di una nuova era. Che, contrariamente a quanto dicono molte analisi, non sarà regressiva, ma nella quale si cercherà di mantenere alti i principi di eguaglianza e di giustizia, senza però dimenticare la sostenibilità economica delle proprie scelte.

Colombia

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    Alfredo Somoza
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Il visionario di Treviri

Karl Marx

A 200 anni dalla sua nascita, nessuno può negare l’importanza che Karl Marx ha avuto nella storia del pensiero politico. A differenza dei socialisti utopisti suoi contemporanei, fin dall’inizio Marx fu un pragmatico, fortemente influenzato da Hegel e dal positivismo: si pose per primo il problema del potere e di come esso sarebbe stato raggiunto dalle classi subalterne della rivoluzione industriale, cioè dal proletariato. Una storia europea, quella di Marx, fortemente influenzata dalle correnti di pensiero razionaliste che declinavano il concetto di progresso come panacea per il superamento della miseria, ben presente anche nel cuore dei Paesi ricchi.

La povertà alla quale Marx faceva riferimento non era la miseria profonda del mondo rurale bensì la realtà urbana del lavoratore-povero che, malgrado il suo inserimento nel ciclo produttivo industriale, continuava a rimanere povero: una situazione che, ai tempi di Marx, la mano invisibile del mercato, per usare la fortunata metafora dell’economista scozzese Adam Smith, non era riuscita a cancellare.

Da qui l’intuizione geniale del giovane filosofo: di fronte all’intesa tra i capitalisti per perpetuare il loro potere, bisognava immaginare una fratellanza tra i lavoratori per strappare una fetta maggiore del valore del lavoro, o meglio, per appropriarsi dei mezzi di produzione. Al netto delle successive interpretazioni delle sue idee, che in vita Marx non vide mai concretizzarsi, l’idea-forza del suo pensiero fu il concetto della necessità dell’organizzazione degli oppressi per rovesciare l’ordine delle cose: è l’idea che sta alla base della cooperazione, del sindacato, dei partiti progressisti, il vero motore della storia popolare tra il XIX e il XX secolo.

Non a caso, in questa stagione della globalizzazione, diversa da quella studiata magistralmente da Marx solo per via degli attori in campo, una delle migliori armi del capitale è proprio quella di spezzettare il lavoro, di frammentare la rappresentanza, di rendere i lavoratori precari e non solidali tra loro. Questo perché, appunto, storicamente l’unione ha sempre fatto la forza.

Le profezie di Marx sui soggetti e sui contesti che sarebbero stati protagonisti della rivoluzione sono state più volte smentite. Non fu la classe operaia dei Paesi industrializzati a plasmare il suo pensiero in politica, ma quella dei miserrimi contadini russi e poi dei contadini cinesi. Paradossalmente erano società che lo stesso Marx aveva definito arretrate, sulla base della superiorità eurocentrica del pensiero positivista rispetto a qualsiasi cultura altra.

In realtà, pensare che Marx abbia influenzato solo i regimi sovietici o il comunismo cinese è sbagliato. Il marxismo ha influenzato anche l’azione e le idee della galassia socialista e socialdemocratica che ha modellato la storia recente europea. Le conquiste sociali, uniche al mondo, del Vecchio Continente sono tutte, in qualche modo, figlie del pensiero di Marx.

La socialdemocrazia – che propone una società organizzata nella quale i più forti sostengono i più deboli attraverso la fiscalità, e nella quale lo Stato è al centro non solo per le istanze redistributive ma anche come garante collettivo delle dinamiche del mercato – ha interpretato il pensiero di Marx in modo forse più realistico di quanto fecero i programmatori dell’economia pianificata dell’Unione Sovietica.

E questo è il punto: Marx auspicava la rivoluzione e l’instaurazione della dittatura del proletariato, oppure le considerava eventi che si sarebbero verificati, come in effetti accadde in diversi Paesi? Forse questo oggi è un dibattito sterile. Restano il pensiero, la capacità analitica e le idee del primo critico della globalizzazione, che però in essa vedeva sia grandi ingiustizie sia grandi potenzialità. Soprattutto se i soggetti deboli si fossero uniti per lottare insieme. Un pensiero formulato nell’800 che resta di incredibile attualità.

Karl Marx
Foto Wikimedia
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    Alfredo Somoza
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Il mondo in crociera

Turisti in crociera

La crociera turistica è un fenomeno relativamente moderno. Nacque infatti nei Caraibi negli anni ’70, quando i transatlantici per il trasporto passeggeri sono stati superati dall’aereo. Solo allora gli armatori hanno creato questo nuovo mercato, caratterizzato sin dagli esordi da alti livelli di redditività. Dagli anni ’70 a oggi, i crocieristi sono passati da circa 500.000 a oltre 25 milioni. È il segmento del turismo che è più cresciuto a livello globale, con un ritmo medio che sfiora il 20% all’anno.

Le navi, comunemente definite città galleggianti, sono in realtà villaggi turistici in movimento: rispetto ai resort “tradizionali” hanno il vantaggio di potersi spostare, di variare la propria offerta, destagionalizzarla inseguendo il caldo.

Il decollo definitivo del turismo da crociera è avvenuto in un preciso momento storico: dicembre 2004, il mese del terribile tsunami abbattutosi su parte dell’Asia. Le macerie lasciate dalla grande onda segnavano l’inizio del declino dei tipici beach resort, le strutture ricettive all-inclusive grazie alle quali gli europei avevano cominciato a fare turismo balneare dall’altra parte del mondo. Peraltro il modello del resort, struttura che spesso assomiglia a un’astronave aliena e luccicante atterrata in un contesto di degrado e miseria, stava cominciando a fare i conti pure con l’accusa di avere un impatto negativo sul territorio, anziché essere un’opportunità di sviluppo per il Paese ospite. E aveva già dimostrato di non essere immune alla criminalità e al terrorismo.

Il naturale sostituto dei villaggi era già pronto: la nave da crociera, che offre gli stessi comfort e in più garantisce il massimo immaginabile in termini di sicurezza: il passeggero che teme i luoghi ignoti non è nemmeno tenuto a scendere a terra durante le sue vacanze. Anche la nave da crociera è un paradiso d’abbondanza alieno. Viaggia troppo al largo dalle umane miserie dei tropici per offendere i sentimenti dei turisti.

L’aumento vertiginoso della domanda sta giocando un brutto scherzo alle compagnie armatrici. La maggiore capacità ricettiva porta all’obbligo di garantire un’occupazione dei posti letto costante durante l’anno. Per questo anche qui, come nei resort, è scattata l’ora del viaggio low cost, nel quale l’importante è il numero e non la qualità. Troppa gente imbarcata, troppo grandi le navi, troppa manodopera sottopagata e demotivata. Che trasportano viaggiatori che rischiano di travolgere le città che visitano per poche ore.

Sono migliaia i turisti scaricati nello stesso momento e nello stesso punto e che di solito si recano insieme a vedere gli stessi luoghi turistici. A Venezia, Miami, Barcellona o Atene li temono. E questo perché sono turisti che hanno i pasti e il pernottamento pagato a bordo della nave e che sul posto consumano, se va bene, qualche bibita e il gelato. Turisti che intasano le piazze, che rendono impossibile la visita ai musei, che allontanano i turisti che invece vorrebbero spendere.

Una nuova dimensione del turismo di massa che arriva via mare e contribuisce a fare diventare insostenibile il turismo. Un tema di riflessione sul quale però tutto tace, perché gli interessi dei bottegai, e delle compagnie marittime, prevalgono su quelli dei cittadini, rischiando di desertificare e di rendere invivibili città che invece di ricevere benefici dal turismo raccolgono soli i guasti che provoca quando viene lasciato a briglia sciolta.

Turisti in crociera

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    Alfredo Somoza
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Il mondo spiegato da Radio Popolare e Icei

Dialoghi.Info

Nel 2017 ICEI e Radio Popolare ricordavano i primi 40 anni di vita. La natura di ICEI, nata per animare il dibattito sulla politica estera a Milano e la forte caratterizzazione di Radio Popolare sempre attenta alle dinamiche internazionali hanno prodotto un ciclo di otto incontri per riflettere sul mondo negli ultimi 40 anni, ma immaginando anche gli scenari futuri.

Sono stati quattro decenni intensi che coincidono con la transizione dal mondo bipolare della Guerra Fredda a quello della scoperta della dimensione Nord Sud e fino all’attuale caos geopolitico multipolare. Ci siamo fatti aiutare da grandi inviati della stampa italiana e da ricercatori in politica internazionale, che hanno riletto gli ultimi decenni per aiutarci a capire il presente.

Il 2017 è stato anche un anno ricco di avvenimenti internazionali che abbiamo analizzato in pressa diretta. L’inizio dell’era Trump, la fine dei governi progressisti in America Latina, i cambi di scenario in Medio Oriente. Proprio in quel contesto geopolitico Alberto Negri e Chawki Senouci hanno delineato il cambio di alleanza che hanno visto tra i vincitori l’Iran e le sue propaggini libanesi degli Hezbollah, la sconfitta dell’Arabia Saudita in Siria e le sue difficoltà nello Yemen, il ruolo da potenza della Russia di Putin, la sconfitta e la rinascita di Erdogan che pone la Turchia di fatto fuori dalla NATO.

Dialoghi.info, testata giornalistica online di ICEI, ha dedicato un numero speciale insieme a Radio Popolare per riproporre gli interventi video e audio dei singoli incontri e le editoriali che hanno fatto il “punto” sui singoli temi. Materiale originale che ci restituisce una fotografia del mondo attuale, caratterizzato dalla frammentazione dei centri di potere, le ondate di malessere che ripercorrono l’Occidente, i limiti e le potenzialità della globalizzazione, la disperazione di chi deve fuggire da guerre o disastri naturali, le paure generalizzate su un futuro che non si riesce a decifrare. Ma anche le positività degli ultimi anni come il superamento, almeno per ora, del terrore nucleare, l’avanzata dei diritti umani e civili in tanti paesi, lo sviluppo di una coscienza planetaria sui temi ambientali, il risveglio della questione di genere.

Buona lettura, ascolto o visione.

Dialoghi.Info

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    Alfredo Somoza
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Raul scrive la fine dell’era dei Castro

cuba nel 2018

Una delle certezze più salde nelle relazioni internazionali da oltre mezzo secolo era che nella Cuba post rivoluzionaria comandavano i Castro.

Ora le cose cambieranno, anche se non del tutto, e cioè con il dimissionario Presidente Raul Castro che resterà a capo del Partito Comunista e controllerà ancora le forze armate, i due pilastri della Rivoluzione.

Cuba, una piccola isola caraibica, è stata un gigante politico per il peso che la Rivoluzione di Fidel e di Che Guevara del 1959 ebbe sull’America Latina e su tutto il mondo, ma anche per la sua vicinanza geografica al gigante statunitense.

La Cuba dei fratelli Castro è stata la zanzara fastidiosa che punzecchiò l’impero dall’interno del suo cortile di casa.

Il prezzo per questo protagonismo cubano è stato l’alleanza di ferro con l’Unione Sovietica che l’avvocato liberal-democratico Fidel Castro dovette accettare, ma alla cubana. Permettendo ad esempio che continuasse a funzionare regolarmente la Chiesa cattolica, la santeria afrocubana e la massoneria.

L’ideologia del castrismo si è più ispirata alle idee del poeta-patriota José Martì che combatté contro gli spagnoli alla fine dell’800, che al marxismo-leninismo.

Il vero collante della Rivoluzione non è mai stato infatti la dimensione ideologica, ma l’aspirazione all’indipendenza dal vicino del Nord. Le gesta di Fidel Castro misero a nudo le contraddizioni, percepite dalla grande massa dei latinoamericani, tra i grandi ideali e slanci della guerra anticoloniale dell’800 e le pesanti ingiustizie sociali e politiche nelle quali continuava a versare il continente non più assoggettati alla Spagna, ma sotto la pesante influenza degli Stati Uniti.

Non fu però il marxismo-leninismo a rendere Fidel Castro e la sua rivoluzione il primo movimento politico globale della modernità che seppe sfruttare i media e la cultura per creare consenso, ma le istanze di giustizia sociale. Come disse Fidel Castro nella dichiarazione dell’Avana del 1960: “non offriamo agli uomini soltanto libertà ma anche pane, non offriamo agli uomini solo pane, ma anche libertà… Noi non siamo né di destra né di sinistra, né di centro. Noi vogliamo andare oltre rispetto a destra e sinistra”. Quale sia poi il concetto di libertà in un paese nel quale l’informazione e la politica sono monopolio dello Stato e di un partito unico è altro discorso. Un paese nel quale il dissenso politico, e a lungo anche l’omosessualità sono stati perseguitati duramente.

I Castro sono stati implacabili nel gestire il potere impedendo l’emergere di altre figure che potessero fare ombra soprattutto a Fidel, ma anche a Raul che ha ricevuto l’investitura come presidente dal fratello nel 2006. Una transizione indolore in una situazione di tensione perché Cuba, anche grazie all’embargo e ai madornali errori politici di Washington, si è sempre considerato, a torto o a ragione, un paese in guerra.

La transizione complessa e travagliata condotta da Raul Castro aveva ottenuto con Obama, e grazie anche alla mediazione di Papa Francesco, praticamente la fine dell’embargo e il beneplacito di Washington al suo modello di stampo cinese che Fidel non amava tanto. Ma con Donald Trump alla Casa Bianca le carte si sono rimescolate ancora e tutto si è fermato.

Alcuni successi certi invece di quest’ultimo periodo della fase castrista sono stati nel 2004 la creazione dell’ALBA (Alleanza Bolivariana per le Americhe) insieme a Venezuela, Bolivia, Ecuador, Nicaragua e altri Stati dei Caraibi: un’alleanza che ha garantito a Cuba il rifornimento di greggio venezuelano a prezzo politico in cambio di assistenza militare, sanitaria e scolastica, uno scambio che nessun altro produttore avrebbe mai accettato.

Nel 2010 si è avverato invece il sogno cubano di creare una comunità dei Paesi americani alternativa all’OSA (Organizzazione degli Stati Americani) con sede a Washington, e che nel 1962 aveva espulso l’isola caraibica per la sua adesione al blocco sovietico. Altro merito di Raul è stato il consolidamento dei rapporti con la Cina, oltre al mantenimento di quelli privilegiati con la Russia. Entrambe i paesi difendono le cause cubane in ambito internazionale e sono forti investitori nell’economia dell’isola.

La Cuba che ora lascia, anche se a metà, Raul è un paese colto e istruito, con buoni medici e insegnanti, con incredibili artisti e musicisti, con una grande sete di apertura e di rinnovamento. E’ anche un paese sospeso nel vuoto, con un grande passato ma con un futuro incerto.

A Cuba stiamo assistendo a uno spettacolo raro: il passaggio di poteri da una famiglia che li deteneva da oltre mezzo secolo a una nuova generazione di politici senza strappi né drammi. Altro indicatore dell’eccezionalità cubana che però non può spiegare da sola la complessità della politica, e l’importanza, di quella piccola isola caraibica.

La Cuba della Revolución probabilmente finisce qui, il sogno dei fratelli Castro dei barbudos viene consegnato alla storia come una pagina imprescindibile del ‘900

cuba nel 2018

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    Alfredo Somoza
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Violenza urbana: record in America Latina

Rio De Janeiro

Quando si parla di violenza urbana si parla soprattutto di America Latina. Nella lista delle prime 50 città più pericolose al mondo, 43 appartengono al subcontinente americano. Se si aggiungono le 4 città degli Stati Uniti, la quota americana sale al 94%. La misurazione dell’indice di pericolosità si basa sul tasso di omicidi ogni 100.000 abitanti.

Il primato lo detiene Los Cabos, nello Stato messicano della Bassa California del Sud, dove la guerra tra i narcos costa 111,3 morti ogni 100.000 abitanti. Segue Caracas, capitale del Venezuela, con 111,2 omicidi, che detiene il primato per il numero totale di assassinati all’anno: 3387. I due Paesi con il maggior numero di città in questa classifica sono il Messico, con 5 città, e il Brasile, ben 17.

Questi numeri dovrebbero stimolare un dibattito serio sulla caratteristiche dei conflitti contemporanei. Oggi il mondo sta vivendo contemporaneamente un mix di conflitti convenzionali, come la guerra in Siria, di conflitti legati al controllo delle risorse, come quello in corso in Congo, e di conflitti dovuti al collasso sociale, come quelli latinoamericani.

Da tanti punti di vista il Messico è da considerarsi uno Stato fallito, per quanto ufficialmente ancora integro. La conseguenza dell’adesione al mercato Nafta, con gli Stati Uniti e il Canada, è stata la distruzione della piccola e media agricoltura, non in grado di reggere l’urto delle eccedenze statunitensi vendute sottocosto perché sovvenzionate con denaro pubblico. Milioni di contadini (e di ettari di suolo) hanno dovuto trovare una nuova occupazione. Oltre all’esodo di massa verso le città, centinaia di migliaia di produttori si sono riconvertiti alla coltivazione del papavero da oppio o della cannabis. Intanto crescevano il potere di fuoco e la potenza economica dei cartelli della droga.

In Brasile, dopo il successo delle politiche di lotta alla povertà dei governi di Lula, la crisi è tornata a colpire i più poveri, riproponendo lo schema classico di una delle società più polarizzate dal punto di vista sociale.

Ma non sono solo questi Paesi ad avere città praticamente fuori controllo. Le capitali centroamericane sono vittime delle gang importate dagli Stati Uniti, quelle andine e quelle delle pampas sono sempre più insicure. In America Latina, e in parte degli Stati Uniti, la fine degli investimenti sociali, che ha abbandonato al loro destino i più poveri, secondo i dettami delle politiche degli ultimi 20 anni, ha allargato le fasce del disagio. In passato quelle stesse classi partecipavano alle lotte per una maggiore giustizia sociale e spesso erano protagoniste di veri cambiamenti, ma nell’attuale era post-ideologica prevale una visione individuale alla risoluzione dei problemi, fortemente veicolata dai media. E il “si salvi chi può” ha portato alla moltiplicazione esponenziale del crimine, favorito dall’enorme quantità di manodopera disponibile.

Società come quella brasiliana, argentina o colombiana, che per decenni hanno ignorato le gigantesche contraddizioni che si andavano creando in città sempre più frammentante, con i ricchi chiusi nei quartieri privati e i poveri chiusi nella cultura dell’emarginazione, oggi pagano un prezzo altissimo. Quei condomini di lusso separati da un muro dalla miseria spiegano la realtà meglio di un trattato sociologico: ci voleva poco perché gli esclusi tentassero di scavalcare i muri e di prendersi ciò che era loro negato dal destino. Il narcotraffico poi è stato come la benzina sul fuoco, essendo l’unica attività economica moderna e globale di successo a portata di mano dei diseredati. Basta saper sparare e accettare il fatto che non si vivrà a lungo.

Il narcotraffico ha portato ai poveri non solo la droga ma anche le armi. Li ha organizzati militarmente ed eliminato ogni oppositore, arrivando a gestire il voto e a controllare i media. Per questi motivi la violenza in America Latina non è un fenomeno passeggero, ne potrà mai essere combattuta solo con le armi. Le radici della violenza si trovano nella società, cioè nei rapporti economici, nella storia, nella discriminazione etnica e sociale. E i paesi latinoamericane avrebbero urgente bisogno di guardare al proprio interno e di ricominciare da capo.

rio de janeiro

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    Alfredo Somoza
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La crisi brasiliana oltre Lula

Ora che Lula è in prigione è tempo di bilanci e di prospettiva.

Il dibattito sui limiti della magistratura quando fa supplenza della politica è sempre attuale. Ieri per l’Italia, oggi per il Brasile, il punto di partenza è sempre lo stesso: una classe politica logorata che si aggrappa al potere spartendosi il bottino e che non riesce a gestire l’economia di un paese in crisi.

Aggiungiamo il crollo della fiducia dei cittadini, le campagne mediatiche che mettono in circolo notizie false e mirate, il protagonismo del magistrato d’assalto che non solo diventa famoso ma che nei fatti decide le sorti del futuro politico del paese. In Italia Mani Pulite, politicamente parlando, partorì Berlusconi e Di Pietro, in Brasile Lava Jato per ora non ha partorito nulla, ma è in crescita nei sondaggi un ex-militare che propone la pena di morte e, se scendesse in campo, il giudice Sergio Moro sicuramente avrebbe un buon seguito. Tutto questo ovviamente al netto di fenomeni corruttivi reali che hanno macchiato ogni schieramento politico.

Troppo simile a Mani Pulite? Si e no. In Italia la seconda repubblica nata dalla maxi inchiesta è stata finora figlia della prima. Non si è registrata nessuna rottura reale né discontinuità. Le forze politiche predominanti, con eccezione del M5s, sono tutte figlie della stagione precedente. In Brasile la situazione è invece più complessa. E questo perché un grande Paese federale ha delle complicate dinamiche locali. La grande figura carismatica che si candida a presidente della federazione fa la differenza, a prescindere spesso dalle forze che lo sostengono.

Senza Lula il PT non sarebbe mai andato al potere. Quando nel 2002 l’ex sindacalista vinse la presidenza del Brasile, il PT raggiunse la percentuale più alta della sua storia, il 17,7%. Ed è in questo numero che sta il dramma brasiliano. Un paese che ha un sistema elettorale proporzionale per l’elezione dei parlamentari e maggioritario a doppio turno per quella del presidente. Non c’è quasi mai stato un presidente con maggioranza propria in parlamento. I voti per governare si sono devono conquistare, o comprare, da sempre. Questo spiega l’importanza di un partito fantasma, il PMDB, che vinse soltanto ai primi tempi del ritorno alla democrazia per poi diventare una federazione di cacichi locali che riesce ad avere sempre una consistente pattuglia in parlamento da mettere al servizio del vincitore di turno. Loro hanno governato con la destra di Fernando Enrique Cardoso e anche con la sinistra di Lula e Dilma, della quale il vicepresidente era proprio l’attuale presidente provvisorio, Michel Temer del PMDB.

Qual’è stata la più grande colpa politica del Partito dei Lavoratori? Non avere mai nemmeno provato a riformare un sistema caratterizzato dalla spartizione spesso corrotta. Anche se bisogna dare atto che fu proprio Lula a fare approvare la legge “Scheda pulita” che dichiara ineleggibili le persone con condanne definitive per corruzione, crimini politici, razzismo e narcotraffico. Ma ovviamente non è bastato, è oggi non è solo il PT, ma l’intero sistema dei partiti, soprattutto il centrodestra tradizionale, che è in crisi. Una crisi che colpisce il livello federale della politica brasiliana, cioè il governo con sede a Brasilia che ha il compito di garantire la coesione sociale ed economica di un paese grande come un continente.

Un paese formato da almeno quattro mondi diversi e lontani, il ricco centro-sud industriale, il poverissimo nordest, l’isola amazzonica e i frammenti sparsi della sterminata provincia brasiliana. Il grottesco impeachment di Dilma Roussef, le denunce quotidiane di corruzione nei confronti del presidente provvisorio Temer, il carcere di Lula, le manifestazioni a suo favore e i fuochi di artificio nei quartieri ricchi di Sao Paolo per festeggiare la sua prigione sono sintomi di un paese che è sempre meno coeso.

Alle ultime elezioni si era visto un Brasile spaccato in due dal voto, con le aree povere dove vinceva la sinistra e quelle più ricche dove prevaleva il centro destra. Lula era stato in grado di governare per entrambi, senza fratture, raccogliendo consensi ovunque. Lui è stato un grande riformista in campo sociale ed economico che ha governato per tutti, non per pochi. Oggi il Brasile che “conta” lo ha dimenticato e seppellito e vorrebbe tornare all’antico Paese per pochi, quelli di sempre. Mancano però, a destra e a sinistra, figure con altrettanto carisma come ebbe Lula in grado di tenere insieme il Paese, di fare tornare i tempi del Brasile potenza emergente. Questo diventa oggi il problema numero uno: chi è in grado di ridare fiducia ai cittadini, di affrontare con riforme profonde il nodo della corruzione, di continuare la lotta alla povertà, di uscire dalla crisi economica?

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    Alfredo Somoza
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Mancate promesse digitali

La conosciamo come “rivoluzione digitale”, ma non si tratta soltanto di una nuova frontiera tecnologica: apre anche altri orizzonti mai raggiunti prima, offrendo la straordinaria possibilità di collegare tra loro le persone in tutto il mondo. Microchip e Internet per la prima volta rendono inutili le frontiere, perché malgrado le barriere erette dai regimi la comunicazione tra le persone è sempre possibile, e senza correre troppi rischi. Per questo i giganti della Silicon Valley hanno puntato per anni sul concetto di libertà, di villaggio globale.

Questa retorica farcita di buoni sentimenti ha svelato pian piano la sua vera identità. È bastato poco tempo per passare dalla totale gratuità alla raccolta pubblicitaria. Ma dopotutto, abbiamo pensato, che problema c’è nel vedere qualche spot quando in cambio ci viene fornito un servizio gratis? Poi sono arrivate le rivelazioni sul modus operandi dei nuovi monopolisti della rete, società con base negli Stati Uniti ma residenti fiscalmente altrove, in quel mare dei Caraibi che fin dai tempi della filibusta offre ottimi nascondigli per il malloppo di chi vuole evitare di essere scoperto o tassato. Con il gioco delle tre tavolette fiscali, società multinazionali di dimensioni globali pagano sui loro profitti meno tasse, in percentuale, di quante ne versa un piccolo commerciante o un artigiano. Società contro le quali non si riesce a competere, perché le loro dimensioni sono tali da strangolare qualsiasi tentativo di concorrenza. Di fatto queste aziende, essendo state le pioniere del settore, non hanno mai avuto veri competitors.

La loro è una potenza costruita anche – anzi, fondamentalmente – con il sostegno dei consumatori. Oggi non è in crisi solo il commercio al dettaglio ma sono sofferenti anche le grandi catene di distribuzione territoriale. Sulla rete si può comprare di tutto e in qualsiasi momento, godendo anche di buoni prezzi dovuti all’economia di scala del venditore. Fin qui si è trattato di una tipica scalata alla vetta del commercio mondiale in un settore che non era regolamentato, un po’ perché del tutto nuovo e un po’ perché la politica a lungo ha venerato questi nuovi soggetti, divenuti i suggeritori di ogni consumatore al mondo.

Sulla carta resta ancora il vantaggio della libertà portata dalla rivoluzione digitale, ma questo è l’ultimo mito che sta crollando. Entrate ormai nella fase matura, le compagnie della rivoluzione che avrebbe dovuto aumentare il tasso di libertà nel mondo stanno cedendo a compromessi per non perdere nuovi e promettenti mercati. Nel 2016 Facebook ha introdotto un sistema che produce l’oscuramento di post provenienti da determinate aree geografiche. Questo per venire incontro ai bisogni della censura cinese, che non permette un uso aperto della rete. Nel febbraio 2018, il gigante Apple ha deciso di trasferire i dati degli utenti cinesi dai suoi device al cloud nazionale, cioè nel database in Cina, controllabile dal governo. In questo modo ha violato la fiducia e i termini contrattuali con i suoi utenti cinesi, i quali avevano sottoscritto un servizio che teneva i loro dati sensibili lontano dai confini nazionali.

Alcuni Paesi, tra cui quelli dell’Unione Europea, stanno correndo ai ripari soprattutto sull’aspetto fiscale, sia pure in grave ritardo. Ma la vicenda di Cambridge Analytica, e cioè la vendita della profilazione degli utenti Facebook per l’invio di pubblicità elettorale mirata, è suonata come l’ennesimo gigantesco campanello d’allarme. Si sta scoprendo ora che la rete e il mondo digitale non sono l’equivalente delle poste, come si diceva qualche anno fa. Sono sì un mezzo, ma hanno il potere di influenzare comportamenti, scelte, modi di pensare. Dietro non c’è un “grande vecchio”, bensì un gruppo di monopolisti che hanno una visione del mondo strumentale al loro business. Queste aziende si battono per evitare gli obblighi che pesano su qualsiasi altro operatore commerciale in nome della “rivoluzione” che esse stesse incarnano. Ma libertà, valori e tutto il resto della vulgata pubblicitaria sono solo la farcitura di questi nuove gigantesche macchine di fare profitti. Che, come quelli vecchie, non arretrano, ma anzi si piegano a qualsiasi tipo di regime, democratico o totalitario. Basta che girino i soldi.

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    Alfredo Somoza
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Dalla fine della Storia alle grandi migrazioni

Ultimo incontro del ciclo “Dalla Guerra Fredda alla Globalizzazione: 40 anni di politica estera raccontati da Icei e Radio Popolare”. Lunedì 4 dicembre alle 21, nell’auditorium di via Ollearo 5, l’ottavo appuntamento: “Mondo globalizzato, mondo in movimento”. Intervengono i relatori Silvia Maraone e Alfredo Somoza, modera Rosaria De Paoli.

***

Il 9 novembre del 1989 è passato alla storia come il giorno della fine della Guerra Fredda. Il crollo del Muro di Berlino sanciva per molti la definitiva sconfitta dei regimi europei che avevano adottato il socialismo di Stato. Qualcuno negli Stati Uniti profetizzava addirittura la “fine della Storia”, considerando la sconfitta dell’Unione Sovietica come l’affermazione definitiva dell’economia di mercato in tutto il mondo. La realtà si è dimostrata leggermente diversa, anche se la profezia sull’economia di mercato come modello unico si è avverata. E l’evento che davvero ha segnato l’inizio di una nuova tappa dell’umanità è stato il trionfo della globalizzazione, un fenomeno nato più o meno quattro secoli prima, ma che dopo la fine del blocco sovietico non ha più trovato impedimenti.

La ragnatela di accordi regionali e di aree di libero scambio come l’Unione Europea, il Nafta, il Mercosur, l’APEC (Asia-Pacific Economic Cooperation) e soprattutto gli accordi quadro del WTO hanno abbattuto frontiere, dazi, sovvenzioni e creato un mercato globale. Solo per le merci, però. Perché, mentre la globalizzazione creava posti di lavoro per milioni di persone nei Paesi dove le imprese occidentali delocalizzavano, si costruivano muri per ostacolare la gente in fuga dai Paesi esclusi dalla crescita economica (e da quelli scossi dai conflitti che nel frattempo si sono moltiplicati, in mancanza di una governance globale). Muri che nascevano non più per dividere due mondi ideologicamente diversi, ma per tenere separate le aree del benessere da quelle della sofferenza.

La globalizzazione ha contribuito a rimescolare le carte a livello internazionale, dando gambe e respiro a Paesi prima relegati ai margini e oggi assurti al ruolo di potenze mondiali, come Cina e India. Anche per questo oggi l’equilibrio del potere è complesso e frammentato, a differenza di quanto accadeva ai tempi della Guerra Fredda. Non esiste una potenza mondiale in grado di “tenere in ordine” il pianeta. Gli Stati Uniti, che si erano autocandidati a farlo, hanno fallito miseramente in Medio Oriente e sono in difficoltà in Asia. In questi ultimi anni abbiamo addirittura assistito a un’inversione di ruoli nel gioco dell’economia mondiale: le potenze che avevano dato il via alla globalizzazione ripiegano su loro stesse, per primi gli Stati Uniti di Trump, mentre i Paesi un tempo autarchici, come la Cina, stanno diventando alfieri della liberalizzazione degli scambi mondiali.

Nei Paesi di vecchia industrializzazione, infatti, la globalizzazione non è riuscita a onorare le promesse: le zone che hanno perso le industrie migrate all’estero difficilmente sono riuscite a trovare un nuovo profilo produttivo, e spesso si sono trasformate in deserti sociali. Il tema della diseguaglianza, che era stato dimenticato per decenni, è così tornato d’attualità. In questi anni, soprattutto per i ceti medi, si è ridotta la differenza di reddito tra Paesi occidentali e potenze emergenti. In Asia centinaia di milioni di cittadini sono usciti dalla miseria, ma in Occidente, dal 1980 a oggi, la distribuzione del reddito è divenuta meno equa.

Durante il Novecento, i rapporti tra gli Stati trovavano una sintesi tutto sommato efficace in espressioni come “centro e periferia”, “primo, secondo e terzo mondo”, “nord e sud”, che dividevano il pianeta in grandi regioni. Oggi, invece, si dovrebbero immaginare nuove definizioni trasversali, che rendano conto dei diversi livelli di integrazione o di esclusione rispetto al mercato globale (con tutte le conseguenze che ne derivano) al di là dei confini nazionali. Un’efficace “suddivisione” del mondo dovrebbe tener conto anche dei nuovi ceti sociali, garantiti e precari; e di un modello di consumo mondiale determinato non dai gusti dei consumatori ma dall’offerta delle grandi multinazionali, ormai quasi monopoliste. È un mondo insomma apolitico, nel quale i cittadini chiamati a votare (almeno dove questo accade, e cioè in sempre meno Paesi) decidono poco. Le grandi scelte passano da altri tavoli rispetto a quelli della politica tradizionale. Un mondo nel quale la stessa democrazia è un optional.

Le migrazioni umane, antiche di secoli, hanno ancora un ruolo importante. I migranti forniscono la manodopera necessaria perché la ruota continui a girare nei Paesi dove il saldo demografico è tracollato, e con i loro risparmi finanziano i Paesi più poveri. Quello del migrante moderno è però un ruolo ingrato, non riconosciuto e anzi osteggiato. Nessuno lo considera per quello che è: un elemento insostituibile dell’economia mondiale e il garante del benessere tanto della società di accoglienza quanto di quella di origine. In pratica sono loro, i migranti, gli eroi della globalizzazione, come lo furono nei secoli passati tanti europei, cinesi e, in catene, milioni di africani.

Il mondo che ci aspetta è poco prevedibile. La lunga cavalcata dell’economia di mercato liberista, che per decenni ha improntato l’azione degli organismi internazionali e regionali, sta rallentando. Le paure si traducono in voti sempre più consistenti contro il sistema, in un ritorno ai nazionalismi e alle chiusure. Si teorizza che il ritorno al controllo delle frontiere, lo sbarramento ai migranti e alle merci possano essere la chiave per risolvere crisi sociali ed economiche. Tutte cose già sentite, e che in Europa hanno portato a un paio di guerre devastanti.

Un dato è certo, quarant’anni fa il mondo era assetato di libertà e lo si sognava aperto, mentre oggi quella stessa apertura, in assenza di un governo mondiale, fa paura: dalla paura della guerra nucleare si è passati a quella della perdita del posto di lavoro. Ciò che oggi manca, a differenza del passato, è una visione, un’idea forte sul mondo che verrà. Che possa ridare protagonismo ai cittadini, rilanciare la democrazia, ridurre le diseguaglianze e soprattutto dare un nuovo equilibrio a un mondo ancora in difficoltà.

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    Alfredo Somoza
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Un testamento che conferma la storia

Questo articolo è stato pubblicato originariamente sul blog di Alfredo Somoza.

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Come quando negli Stati Uniti si aprono gli archivi di Stato perché sono passati 25 anni dai fatti, e si possono leggere documenti che chiariscono passaggi importanti del recente passato, la pubblicazione del testamento del Venerabile Licio Gelli conferma molti fatti conosciuti, ma mai verificati in modo inequivocabile. La procura di Arezzo sta lavorando per capire quanti dei 63,5 milioni del patrimonio del capo della Loggia segreta Propaganda 2 siano riconducibili ad attività illecite. Ma al di là della congruenza fiscale tra quanto detenuto e quanto dichiarato, la tipologia e la disposizione dei beni parlano chiaro.

Il patrimonio di Licio Gelli segue quello che in Sud America viene chiamato “il volo del Condor”. Non le cime delle Ande impervie, dove il più grande avvoltoio al mondo regna indisturbato, ma i paesi nei quali, negli anni ’70, si svolse la cosiddetta “Operazione Condor”. Un piano strategico-operativo ideato nel Cile di Pinochet per coordinare gli apparati repressivi delle dittature sudamericane, con lo scopo di potere perseguire gli oppositori senza limiti territoriali. Una messa in comune dell’intelligence e anche la concessione del permesso per gli apparati repressivi di un paese per potere operare all’estero.

L’operazione Condor ovviamente nasceva sotto gli auspici di Washington, nella logica della Guerra Fredda, ma fu volenterosamente portata avanti in primis dai governi militari di Cile, Argentina, Uruguay, Paraguay, Brasile e Bolivia. Paesi nei quali operavano vecchie conoscenze dell’internazionale nera. In Cile, i francesi reduci della Guerra di Algeri e i torturatori brasiliani, in Bolivia i nazisti come Klaus Barbie, il boia di Lione, o il terrorista nero Stefano Delle Chiaie, indagato per Piazza Fontana.

In Argentina invece la rete nera era gestita da un italiano, Licio Gelli, che aveva affiliato alla sua Loggia P2 il comandante della Marina, Ammiraglio Emilio Massera, e il capo del potente Primo Corpo dell’Esercito, Generale Guillermo Suarez Mason. Una rete preesistente alla Dittatura perché Gelli era stato uno dei manovratori del Peron degli ultimi anni. Una conoscenza che risaliva a molto tempo prima però, quando il giovane Gelli, dopo essere stato volontario fascista nella Guerra di Spagna, era a libro paga della CIA e collaborava con la ratline, la via dei topi, o meglio la via dei conventi. Una rete di “luoghi sicuri”, cioè di conventi, dove ustascia croati, fascisti italiani o gerarchi nazisti sostavano in attesa di scappare dall’Europa. Principale destinazione Buenos Aires, presidente dell’epoca Juan Domingo Peròn, pagamento dei lasciapassare in lingotti d’oro del tesoro nazista, gestore e uomo di fiducia, Licio Gelli. Quando verrà catturato in Svizzera ed estradato in Italia, Licio Gelli era ancora in possesso del passaporto diplomatico argentino, stampato nella fabbrica di documenti della dittatura allestita nel più grande lager del paese, la Escuela de Mecanica de la Armada, sotto la responsabilità dell’Ammiraglio Massera, tessera P2 n° 478.

Poi il mondo è cambiato, Gelli, che farà solo due mesi di galera in Italia, muore a 96 anni nel 2015 mentre molti degli scampati alla rete del condor, come l’uruguayano Mujica o la cilena Bachelet, diventeranno presidenti dei loro paesi. Ora l’apertura del testamento olografo di Lico Gelli ci riporta indietro nel tempo e sul luogo del delitto. Oltre alla famosa Villa Wanda ad Arezzo, il lascito del venerabile è composto da contanti, diamanti, lingotti d’oro e una sfilza di proprietà estere. Dove? In Paraguay 172.000 ettari di terreni agricoli, in Uruguay 12.000 ettari, in Brasile una fazenda con 2.000 ettari di ottimo terreno e in Argentina soli 30 ettari venduti nel 1987. Che siano state “mance” ottenute dei regimi, oppure investimenti per riciclare soldi sporchi, soprattutto proveniente dai traffici del suo sodale Umberto Ortolani, la vera mente della P2 che dall’Uruguay muoveva i fili finanziari dell’internazionale, oggi poco importa. Il testamento scritto a mano con grande precisione dal Venerabile Gelli conferma il ruolo che ha avuto nella guerra sporca combattuta in Sud America che si lasciò dietro decine di migliaia di morti e scomparsi. I più acuti analisti pensano che l’interesse di Gelli per le vicende sudamericane fosse dovuto non solo ai traffici economici, ma anche al grande laboratorio che offrivano le dittature nel reprimere “scientificamente” l’opposizione. Un modello che avrebbe potuto essere importato in Europa in caso di bisogno. E questo perché l’Internazionale Nera è stata la mano segreta e criminale della Guerra Fredda, che aveva come confini il mondo intero.

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    Alfredo Somoza
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La normalità cilena

Nel 1988 il Cile di Pinochet si rimetteva per la prima volta al giudizio democratico. La dittatura intendeva legittimarsi e sancire la sua continuità con un referendum popolare ma, contrariamente ai piani, il popolo respinse la proposta con il 56% dei voti. Un risultato incredibile per uno dei Paesi-simbolo della lunga notte della Guerra Fredda, che fu possibile perché, chiudendo con le vecchie divisioni, le principali forze politiche – socialisti, socialdemocratici, radicali e democristiani – avevano dato vita alla Concertación: una coalizione di centrosinistra che avrebbe vinto le prime elezioni democratiche, nel 1989, per governare ininterrottamente per vent’anni.

Nel 2010 l’imprenditore di centrodestra Sebastián Piñera riuscì a diventare presidente per un mandato. Poi si tornò alla collaudata formula del centrosinistra, questa volta allargato ai comunisti. In questi lunghi anni la Concertación ha garantito stabilità istituzionale a un Paese radicalmente cambiato dopo la dittatura di Pinochet. Senza produrre strappi ha saputo limare le asprezze di una società privatizzata, garantendo un allargamento del welfare. Ma l’ha fatto molto timidamente, e senza mai mettere in discussione i “fondamentali pinochetisti” in materia lavorativa, previdenziale, educativa.

Paradossalmente il Cile è il Paese con la fascia di povertà estrema più bassa del Sudamerica, insieme all’Uruguay, ma la sua società resta fortemente divisa in classi separate da barriere inamovibili, e segnata al suo interno da una profonda frattura storica mai risolta, la questione della minoranza indigena mapuche. Anche le alleanze internazionali non sono cambiate rispetto ai tempi del regime. Il Cile è il Paese che ha sottoscritto il maggior numero di accordi bilaterali di libero scambio di tutto il continente; è diventato membro associato del Mercosur, il mercato comune dell’America Meridionale, ma mantiene rapporti saldissimi con gli Stati Uniti, l’Unione Europea e le principali potenze asiatiche.

Ieri si è votato per il nuovo presidente della Repubblica e, per la prima volta, l’intero panorama dell’offerta politica cilena è risultato frammentato. Oltre al candidato di socialisti e comunisti, il giornalista Alejandro Gullier, si sono presentati da soli Carolina Goić, della Democrazia Cristiana, la giornalista Beatriz Sánchez, sostenuta da un fronte libertario e ambientalista, e Marco Enríquez-Ominami, ex socialista che ha fondato il Partito Progressista.

A destra, oltre all’ex presidente Piñera si è candidato José Kast, fuoriuscito dalla storica formazione pinochetista dell’UDI. I risultati sono stati spietati per il centrosinistra diviso. Sebastiàn Piñera ha ottenuto il 36,5% dei voti, vincendo il primo turno. Ciò che una volta era la Concertacion del centrosinistra, divisa in quattro diverse formazioni, ha raggiunto nell’insieme il 54%. Le spaccature nel campo della sinistra risalgono agli ultimi anni di governo della socialista Michelle Bachelet, che da un lato è stata sfiorata da diversi scandali legati alla corruzione e dall’altro non è riuscita a portare a termine alcune riforme che quattro anni aveva promesso, e che l’avevano proiettata verso la vittoria: come quella dell’università, che avrebbe dovuto porre fine all’approccio elitario introdotto dalla dittatura.

In Sud America il vento della destra torna a soffiare con rinnovata intensità soprattutto grazie alla frammentazione litigiosa della sinistra. In poche parole, la destra ha saputo trovare un leader attorno al quale provare a dare l’assalto alla Moneda, mentre il centrosinistra, che continua a essere maggioranza numerica, ma non politica, sconta il logoramento del governare, degli scandali di corruzione e del clima di litigiosità degli ultimi anni.

Al di là dei risultati, si può però concludere che, dopo 28 anni dalla transizione democratica, il Cile sta finalmente voltando pagina. Il fronte democratico, utile per tenere lontani dal governo gli eredi politici del dittatore, si è sfaldato. Come in quasi tutto il mondo, gli elettori ora stanno valutando programmi e persone: il voto utile, o il voto per il male minore, andrà definitivamente in soffitta. La destra cilena si è presentata con il suo campione convinta di vincere, e i numeri per ora la confortano; la sinistra si è presentata invece frammentata e litigiosa, con candidati che hanno opinioni contrastanti sul cammino percorso finora e sull’idea di Paese che vorrebbero.

I chiaroscuri delle elezioni di domenica sono tutti qui: da un lato finalmente la libertà di votare secondo coscienza, dall’altro la maggiore preparazione delle forze conservatrici, che hanno saputo rinnovarsi tirando fuori dal cilindro imprenditori bravi dal punto di vista mediatico, capaci di veicolare le idee di sempre in modo brillante e moderno. Inoltre queste elezioni sanciranno ulteriormente il cambiamento degli umori dei sudamericani, che dopo quanto accaduto in Paraguay, Argentina e Brasile stanno virando a destra anche in Cile. O meglio, chiariranno che sempre di più la pluralità litigiosa viene penalizzata. Una lezione che le destre di tutto il mondo hanno capito, mentre le sinistre continuano a ignorare. Sia pure con onorevoli eccezioni.

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    Alfredo Somoza
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Medio Oriente, dal nazionalismo panarabo all’Isis

Prosegue il ciclo di incontri “Dalla Guerra Fredda alla Globalizzazione: 40 anni di politica estera raccontati da Icei e Radio Popolare”. Lunedì 6 novembre alle 21, nell’auditorium di via Ollearo 5, il settimo appuntamento: “Medio Oriente, dal nazionalismo panarabo all’Isis”. Intervengono i relatori Alberto Negri e Chawki Senouci, conduce Alfredo Somoza.

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Tra le macroregioni in cui siamo soliti suddividere il mondo, il Medio Oriente è forse l’unica che viene definita in relazione ad altre aree. Terra di mezzo tra Occidente e Oriente, ma da entrambi lontana quanto basta per essere considerata un’entità a sé. Entro i suoi confini, in verità fumosi e mobili, sono nate le tre grandi religioni monoteiste mondiali: per questo qui troviamo luoghi che sono stati considerati il centro della Terra, come Gerusalemme, e altri che lo sono tuttora, come La Mecca.

Modellato dal colonialismo, e prima ancora da conflitti religiosi ed economici e dall’espansione e dissoluzione dell’Impero Ottomano, il Medio Oriente rimanda a immagini di conflitti, guerre e persecuzioni, a totalitarismi e integralismi. È infatti una terra estrema, dove si combattono guerre secolari che non si sono assopite col passare degli anni, ma anzi sono state rinfocolate, alimentate dagli appetiti di potenze straniere.

Gli accordi segreti del 1916 tra Francia e Regno Unito firmati da Sykes e Picot, il Trattato di Losanna del 1923, gli “Accordi del Quincy” del 1945 tra Franklin Delano Roosevelt e la monarchia saudita, la nascita di Israele nel 1948 sono solo alcuni degli episodi che testimoniano come la storia dei popoli mediorientali sia stata scritta da parte di potenze occidentali, con la partecipazione secondaria di esponenti locali.

Solo il panarabismo laico e socialista del partito Baath degli anni ’60-’70, e oggi il disegno territorial-fondamentalista dell’Isis, hanno elaborato e perseguito una visione autonoma della regione a prescindere dagli equilibri internazionali. Il primo ha esaurito la sua spinta progressiva nei primi anni ’80, dopo la scomparsa dei grandi condottieri, come l’egiziano Nasser, che seppero giocare sul tavolo delle alleanze della Guerra Fredda, ma uscirono sconfitti dallo scontro con Israele, baluardo insostituibile della presenza occidentale. Gli eredi di quella tradizione, Saddam Hussein, al-Assad, Mubarak, guidarono Stati “complicati”, per via delle modalità della loro nascita e degenerarono verso forme acute di autoritarismo e di corruzione.

L’altra forza transnazionale, il fondamentalismo politico, ha una storia secolare ma è rimasta nascosta a lungo. Nato in Egitto, il fondamentalismo è emerso con forza negli ultimi trent’anni durante l’invasione sovietica dell’Afghanistan. Si tratta di un’ideologia politica che rifiuta qualsiasi tipo di diversità culturale e dialettica politica: l’esatto contrario della tradizione mediorientale. Ora che la strategia dell’Isis – il primo gruppo di questa famiglia ideologica sunnita a tentare la conquista di un territorio per via militare – sta fallendo, come un fiume carsico il fondamentalismo tornerà a nascondersi, in attesa di manifestarsi in una nuova reincarnazione futura.

Mentre il panarabismo era internazionalista nella concezione classica del socialismo, il fondamentalismo è internazionale, nel senso che si propaga in ogni luogo in cui trova orecchie attente. Il primo cercava alleanze con altri popoli in lotta e condivideva il disegno geopolitico dell’URSS, il secondo si rapporta esclusivamente con i suoi seguaci ed è in guerra contro qualsiasi potenza abbia interessi in Medio Oriente. Ed è qui il dramma di una regione nella quale la democrazia è cosa rara e dove la politica si barcamena tra i servitori dell’impero di turno e il terrorismo più spietato.

Ovviamente il Medio Oriente – 17 Paesi popolati da 400 milioni di persone – è anche molto altro, molto di più sul piano delle risorse, delle potenzialità, della natura e dell’incredibile varietà culturale. Ma questo mondo giovane è azzoppato dalla storia, e dall’eredità della storia ancora non riesce a liberarsi. Tanto che appare come un vulcano di situazioni in continuo movimento. Dalla fine degli anni ’70 a oggi è stato il terreno degli ultimi scontri della Guerra Fredda, della prima rivoluzione islamica in Iran, della mediazione infinita tra Israele e Palestina, della dissoluzione di uno stato antico e importante come la Siria, della vittoria democratica del fondamentalismo islamico e di successivi colpi di Stato “riparatori”, della nascita delle reti moderne del terrorismo, da al-Qaeda all’Isis. Nessuna di queste notizie è stata positiva. O meglio, nessuna lo è stata per molto tempo. A ogni cambiamento sono seguiti conflitti e vittime. La presenza statunitense è diventata strutturale dall’Afghanistan in poi, a tutela degli interessi energetici e degli equilibri internazionali. Anche la ricchezza degli Emirati del Golfo è solo lo specchietto per le allodole di un modello sociale che rimane prevalentemente ingiusto e primitivo.

In mezzo a tante ombre ci sono anche alcune luci. Come il protagonismo della minoranza curda in Iraq e Siria, a tutela della tolleranza; la modernizzazione e democratizzazione dell’Iran; la tenuta di piccoli Stati simbolicamente importanti come Libano e Giordania; l’ormai consolidato diritto all’esistenza di Israele. Nel complesso, ancora molto poco per un’area del pianeta in continua transizione e mutazione.

Verso il Medio Oriente, l’Occidente ha accumulato un debito gigantesco: molti dei problemi ancora aperti riguardano direttamente la politica estera delle potenze negli ultimi decenni. Si tratta di un debito incolmabile dal punto di vista economico e umano, ma che si potrebbe provare a ripagare sostenendo gli sforzi per ricucire ferite, chiudere conflitti, ritrovare equilibri. Per riconoscere cioè i popoli mediorientali come protagonisti del loro futuro, e non semplici comparse della storia altrui.

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    Alfredo Somoza
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Argentina: governo debole, peronisti divisi

Domenica si vota in Argentina per le legislative di metà mandato. Sono infatti ormai passati due anni dalla vittoria del leader del centrodestra, l’imprenditore Mauricio Macri, che era riuscito a battere al secondo turno il candidato peronista Daniel Scioli. Due anni intensi e relativamente senza grandi scossoni, nel senso che il governo ha dovuto dosare spesso in misura omeopatica il suo programma liberista, in quanto non ha una maggioranza propria in Parlamento.

Le modeste riforme che Macri è riuscito a varare sono passate grazie alle abilità di gestione dell’aula degli alleati radicali e soprattutto grazie alle divisioni sempre più marcate all’interno del peronismo, che resta la forza più importante del Paese ma è diviso in tre tronconi. La grande sconfitta del 2015, Cristina Kirchner, è imbrigliata da diversi processi penali, con accuse che vanno dall’arricchimento illecito alle connivenze con potenze straniere per insabbiare inchieste giudiziarie per atti di terrorismo. Le cause sono tuttora in corso e non sono arrivate a sentenza, diversamente da quelle intentate a diversi funzionari del suo governo, accusati di episodi gravissimi di corruzione. La Kirchner si è dunque molto indebolita, non è amata da tutti, eppure resta il leader più in vista della galassia peronista.

La candidatura al senato di Cristina Kirchner per la provincia di Buenos Aires, che potrebbe garantirle l’immunità per i suoi guai con la giustizia, deve fare i conti appunto con le divisioni interne. Infatti i sondaggi rilevano un testa a testa con l’anonimo candidato macrista Esteban Bullrich, spiegabile soltanto perché una parte consistente dell’elettorato peronista si rifiuta di votare per Cristina.

Sono questi gli elementi che al momento garantiscono a Macri una navigazione nemmeno tanto complicata. Ma la divisione dei nemici non basterà a garantirgli la rielezione tra due anni. Il suo governo ha finora affrontato alcuni temi con tempistiche discutibili, ad esempio la fine improvvisa delle sovvenzioni statali all’energia e ai trasporti che ha portato a forti aumenti dei prezzi. Sul versante dei diritti umani ha mal gestito il caso di un militante della causa degli indigeni mapuche della Patagonia scomparso da fine agosto dopo uno scontro con la Gendarmeria nazionale. Tema che ha creato una forte mobilitazione nazionale e internazionale.

L’unica iniziativa di rilievo che l’amministrazione Macri è riuscita ad avviare è stato un grande piano di opere pubbliche, molto atteso in un Paese che scontava decenni di ritardi. Treni, strade, ponti, aeroporti si sono moltiplicati seguendo il modello già applicato nella città di Buenos Aires, precedentemente amministrata proprio dall’ingegnere Macri, che è il rampollo di una delle più potenti famiglie con interessi nell’edilizia. Gli investimenti in infrastrutture sono stati soprattutto a debito, un debito che è fortemente aumentato in questi due anni perché i capitali internazionali che avrebbero dovuto inondare l’Argentina post peronista non si sono visti.

Buenos Aires, dov’è iniziato il declino dei governi progressisti sudamericani, non è più da sola. Nel frattempo in Brasile è stato decapitato il governo di Dilma Rousseff con l’impeachment, e il Venezuela è precipitato in una crisi profonda. Molti sono i punti in comune tra queste esperienze e non sempre positivi, a partire dal poco controllo sul tema della corruzione.

Dalle elezioni in Argentina di domenica difficilmente uscirà un vincitore netto. Ma sicuramente Mauricio Macri potrà continuare nella sua modesta navigazione, mentre i suoi principali avversari rimangono impegnati a parare i colpi della giustizia.

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    Alfredo Somoza
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Che Guevara non è mai morto

Cinquant’anni fa a La Higuera, un paesino della Bolivia profonda, veniva ucciso Ernesto Guevara, detto il Che, come sono soprannominati gli argentini nel resto dell’America Latina. Medico, rivoluzionario, ministro, rivoluzionario ancora. 39 anni consumati di fretta in tempi in cui le scelte erano radicali, definitive, senza ritorno.

Il Che dei primi tempi non era comunista, la sua famiglia aveva origini altoborghesi e lui era cresciuto frequentando l’alta società del suo paese. È un viaggio nell’America Latina della povertà ancestrale a far crescere in lui un misto di rabbia e di voglia di agire che successivamente diventa ideologia.

A differenza delle sinistre del suo tempo, il Che non contempla l’ipotesi di sviluppare un lavoro di base, di far crescere un movimento e attendere che le contraddizioni del sistema si manifestino, così da prendere il potere. Per il Che bisogna agire subito, confondere l’imperialismo aprendo uno, cento, mille fronti di scontro diretto, armato. Costituendo avanguardie rivoluzionarie che avranno il compito di aggregare altre forze fino a conquistare una massa critica, come a Cuba, in grado di rovesciare un regime. Ma subito, senza tirare per le lunghe. Ed è proprio questa componente della sua personalità, l’urgenza nell’agire, il non accettare compromessi, che lo fa diventare un simbolo quando è ancora vivo.

Guevara era giovane e fotogenico, e incarnava in sé la volontà di cambiamento, spesso cieca, tipica della gioventù. Con la sua lotta dimostrava che le utopie erano possibili, come appunto a Cuba. Difficilmente avrebbe potuto continuare la sua vita da ministro-eroe insieme a Fidel: non era nato per governare ma per sovvertire, per rovesciare. È diventato l’icona della rivoluzione allo stato puro, senza i guasti che il tempo inevitabilmente provoca quando si esercita il potere.

Per questo la sua immagine non ci ha mai abbandonato, e nell’immaginario globale il Che è andato oltre la sua origine, la sua lotta, le sue vittorie e le sue sconfitte. Ha accompagnato minatori in lotta nel Galles, oppositori torturati dai regimi mediorientali, studenti europei nelle piazze del ’68, leader dell’indipendenza africana in lotta contro il colonialismo. Non importa quanto sia stato davvero capace come comandante, come medico, come ministro: il Che è stato, e ancora è per molti, un simbolo della possibilità di cambiare definitivamente l’ordine delle cose.

Quando si estrapolano le persone dal contesto storico, i conti difficilmente quadrano. Che Guevara è stato l’apostolo della rivoluzione o l’efferato criminale di cui parlano i fuoriusciti cubani che stavano con Batista? Né l’uno né l’altro, ovviamente. Piuttosto, è stato un uomo che, nel difficile contesto della Guerra Fredda, da una delle periferie dell’Impero è riuscito a comunicare con il mondo intero, senza retorica, con l’esempio della propria vita e arrivando fino alle ultime conseguenze. Ecco perché, giusto o sbagliato che sia, Che Guevara in realtà non è mai morto.

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    Alfredo Somoza
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L’Asia, dal Vietnam alla “fabbrica del mondo”

Prosegue il ciclo di incontri “Dalla Guerra Fredda alla Globalizzazione: 40 anni di politica estera raccontati da Icei e Radio Popolare”. Lunedì 2 ottobre alle 21, nell’auditorium di via Ollearo 5, il sesto appuntamento, dedicato all’Oriente: “L’Asia, dal Vietnam alla “fabbrica del mondo””. Intervengono i relatori Gabriele Battaglia ed Emanuele Giordana, conduce Chawki Senouci.

***

L’Asia della fine degli anni ’70 stava superando fratture e conflitti provocati dalla fine del colonialismo o dalla Guerra Fredda. Dagli strascichi della divisione dell’India ai conflitti infiniti, come quello vietnamita o afgano, le tensioni tra Paesi e le ingerenze delle potenze occidentali incentivavano l’isolazionismo politico ed economico. La nazione più grande, anche se all’epoca non la più “importante”, cioè la Cina, dopo la morte di Mao Zedong si stava avviando lentamente a un’apertura programmata dell’economia ai capitali stranieri, processo destinato a radicalizzarsi negli anni ’90. Altri mondi asiatici restavano ermeticamente chiusi: Birmania, Cambogia, Corea del Nord, Laos. Altri ancora, soprattutto i Paesi arabi, rimanevano intrappolati, alcuni con grandi ritorni economici, nel ruolo di fornitori di greggio all’Occidente. Altri ancora erano già diventati – o stavano diventando – potenze economiche industriali: Giappone, Corea del Sud, Taiwan, Singapore, Hong Kong.

L’Asia è così vasta geograficamente e così variegata culturalmente che, di fatto, risulta impossibile descriverla con uno sguardo omogeneo. Occorre “smembrarla” per capirla. Eppure qualche elemento unificante si può trovare, ed è possibile fare qualche considerazione generale: ad esempio, questo continente dispone di una grande capacità di lavoro e di una popolazione giovane. È un’area esportatrice sia di materie prime sia di manufatti, e al tempo stesso è il più grande mercato mondiale per quantità di consumatori (e presto lo sarà anche per volume di affari). È un continente “occupato” per metà da un Paese dalla storia e dalla testa europee, la Russia, e in cui convivono grandi potenze regionali – l’India, l’Arabia Saudita e l’Iran – e due potenze mondiali, Giappone e Cina.

È proprio la Cina ad aver permesso che la grande apertura dei mercati mondiali degli anni ’90 si sviluppasse in tutte le sue potenzialità, negative e positive.

Tra le varie civiltà che costruirono e a lungo mantennero viva la Via della Seta, quel ponte commerciale che anticipò di secoli la globalizzazione, solo una esiste ancora: quella cinese. Pechino è diventata il primo partner mondiale di quel capitalismo transnazionale al quale, oltre 20 anni fa, vennero lasciate le mani libere per delocalizzare il lavoro, spostare capitali, giostrare profitti nei paradisi fiscali. Ora che gli Stati Uniti di Donald Trump si ritirano dai negoziati internazionali che avrebbero dovuto creare due aree di libero commercio (il TTIP con l’UE e il TPP con i Paesi del Pacifico), la Cina diventa uno strenuo difensore della globalizzazione, del multilateralismo e delle regole del WTO: regole che sono state pensate, approvate e sviluppate dall’Occidente.

Piaccia o no, la Cina oggi è l’unica potenza al mondo che ha una chiara visione del suo futuro e che lavora per farla diventare tangibile e concreta. Lo sta facendo tessendo una ragnatela di relazioni politiche ed economiche, come ogni potenza che aspiri a diventare impero.

L’India finora ha scelto un’altra strada, proteggendo con barriere di ogni tipo il suo mercato interno e non permettendo, se non marginalmente, l’arrivo di capitali internazionali destinati a finanziare produzioni per l’export. L’India si vede come un (sub)continente a sé, autosufficiente, ma al tempo stesso si sente sempre più “stretta” tra i suoi vicini. Il peso geopolitico in aumento della Cina e della Russia, i focolai integralisti pachistani e afgani, le acque agitate dell’oceano Indiano stanno spingendo la grande democrazia asiatica a compiere i primi passi verso l’apertura, tanto che in Africa orientale e in Sudamerica si comincia a intravvedere un investimento del capitalismo indiano. Ed è una novità.

Le due potenze industrialmente “mature” dell’area, Giappone e Corea del Sud, sono sempre più “nani politici”. Il Giappone è rimasto solo dopo il fallimento del TPP e si trova letteralmente sotto il tiro del dittatore nordcoreano Kim Jong-un. La Corea del Sud è totalmente schiacciata nello scontro tra USA e Corea del Nord e non riesce ad avere voce in capitolo, pur essendo il Paese che pagherebbe il prezzo più alto in caso di scontro armato.

A questo quadro si aggiunge l’attivismo della Russia di Putin che, oltre a difendere i propri interessi strategici in Siria, Crimea e Ucraina, sta sviluppando una diplomazia degli affari a tutto campo con Iran e Cina ed esercita una rinnovata influenza sulla Turchia.

I Paesi asiatici mediorientali non riescono ancora a ritrovare un assetto territoriale e confessionale post-coloniale. La cosiddetta “maledizione” del petrolio appare un falso problema rispetto ai confini contestati, a conflitti religiosi secolari, agli abusi di regimi autoritari di ogni genere, alla sudditanza nei confronti di potenze straniere. Dal marasma mediorientale è emersa una sola potenza regionale, coesa e ricca di risorse: l’Iran. Questa affermazione non è dovuta solo alla storia millenaria della civiltà persiana, ma anche (e soprattutto) agli errori madornali in ambito di politica estera e militare compiuti dell’Occidente nell’intera area fin dai tempi della Guerra tra Iran e Iraq degli anni ’80.

L’Asia in quanto continente, abbiamo detto, è “inspiegabile”. Ma le varie Asie del XXI secolo sono protagoniste mondiali, nel bene e nel male. Alcuni spezzoni del continente sono ancora intrappolati in conflitti antichi, altri fanno parte delle aree più povere della Terra, altri emergono e alcuni sono vere potenze mondiali. La democrazia di stampo occidentale è conosciuta da oltre un miliardo di persone, per un altro miliardo vale ancora il partito unico di stampo comunista, mentre oltre mezzo miliardo di asiatici sperimentano diverse sfumature di regimi autoritari, dalla teocrazia saudita fino alla semi-democrazia iraniana.

Complessità e frammentarietà, dunque. Com’è inevitabile se si parla di un continente che raggruppa fin troppi mondi diversi, ma che dopo secoli in cui è stato relegato in una zona d’ombra si è scoperto un protagonista del futuro.

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    Alfredo Somoza
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L’Europa dalla Guerra Fredda alla Brexit

Prosegue il ciclo di incontri “Dalla Guerra Fredda alla Globalizzazione: 40 anni di politica estera raccontati da Icei e Radio Popolare”. Lunedì 4 settembre alle 21, nell’auditorium di via Ollearo 5, il quinto appuntamento dedicato al nostro continente: “L’Europa, dalla Guerra Fredda alla Brexit”. Intervengono i relatori Cristina Carpinelli e Alessandro Principe, conduce Michele Migone.

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Alla fine degli anni ’70 l’Europa è divisa in due dalla Cortina di Ferro. Entrambe le sue metà hanno sovranità limitata: sono gli equilibri partoriti dalla tragedia della Seconda Guerra Mondiale. Eppure l’Europa c’è, come progetto concreto e come soggetto politico. Grazie alle idee e all’impegno di grandi statisti come Schuman e Adenauer, e poi Mitterrand e Kohl, sono stati fatti passi da gigante verso la costruzione dell’unico spazio, dell’unica organizzazione sovranazionale al mondo che non ha solo fini economici ma anche politici e di civiltà.

Il progetto che ha portato all’attuale Unione Europea è cresciuto mettendo a confronto e in condivisione principi, visioni, diritti. E ha dato vita a un Parlamento comune, il nucleo di ogni buona democrazia. Ma le falle presenti nella costruzione europea hanno comportato negli anni una perdita di consenso: tanto che, quando si è arrivati vicini all’adozione di una Costituzione comune che avrebbe dovuto definire l’ossatura della nuova confederazione continentale, due referendum nei Paesi Bassi e in Francia hanno acceso la miccia che oggi rischia di far saltare in aria una costruzione cui si è lavorato pazientemente per decenni.

Dopo la sbornia dell’unificazione della Germania del 1989, e del ritorno nella famiglia europea dei Paesi che erano stati satelliti dell’URSS, la gestione della nascita della moneta comune, le imposizioni su bilanci e scelte nazionali, l’eccessiva burocratizzazione, la prevalenza degli interessi dei Paesi del Nord rispetto a quelli mediterranei hanno smontato molti entusiasmi. Paradossalmente, dopo l’eroica resistenza della Grecia al fallimento (malgrado il trattamento ricevuto), il colpo più duro al progetto europeo è stato inferto dal Paese che nell’UE non aveva mai creduto, che era entrato nell’Unione solo dopo avere capito che non poteva restare da solo, e che da allora aveva sempre remato contro qualsiasi ipotesi di accelerazione verso l’unificazione.

Il Regno Unito con la Brexit ha scelto di uscire dall’UE, senza peraltro valutare appieno i rischi per la propria economia: questa decisione ha dato una scossa agli altri Paesi comunitari e ha chiarito molte idee. Per esempio, ha fatto capire che l’Europa che verrà difficilmente potrà continuare a funzionare con il meccanismo dell’unanimità. E che sarà per forza “a due velocità”, tra gli Stati dell’area euro che sono “condannati” a procedere a tappe forzate verso una maggiore integrazione, e tutti gli altri, che possono rimanere agganciati all’Unione anche solo per i vantaggi che la sua area economica offre. I Paesi dell’Est probabilmente preferiranno questa seconda ipotesi, in quanto non disponibili a negoziare una sovranità duramente riconquistata dopo decenni e perché governati a maggioranza da partiti nazionalisti.

È dunque l’Europa occidentale, dov’è nato e si è sviluppato il progetto europeo, a doversi caricare della responsabilità maggiore. E questo perché l’UE, così come viene percepita nel mondo, non è solo un’area economica, ma anche un faro di democrazia in un mondo sempre più in preda al caos. Le stesse frontiere europee ormai dividono democrazia da autoritarismi, dittature, barbarie. Il paragone con l’Impero Romano è pero fuori luogo, perché nel nostro caso ciò che accade oltre il limes è in buona parte responsabilità nostra. Un’Europa che non fa politica estera, che non si occupa di Mediterraneo, che partecipa al rovesciamento violento di governi in Medio Oriente senza preoccuparsi di cosa succederà dopo è un’Europa complice del caos. L’emergenza dei richiedenti asilo diventa così una ritorsione della Storia, con radici ai tempi del colonialismo e di tutte le sue successive reincarnazioni.

Riprendere l’aspirazione di Altiero Spinelli, quella degli Stati Uniti d’Europa, terra nella quale non ci siano più né fame né dittature, né povertà né guerre, è un programma rivoluzionario ancor oggi. L’Europa, però, non può attendere ancora per molto.

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    Alfredo Somoza
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Donde está Santiago Maldonado?

Questo articolo è stato pubblicato originariamente sul blog AlfredoSomoza

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Santiago Maldonado, artigiano, 28 anni, residente a El Bolsòn (Patagonia andina), è stato visto per l’ultima volta durante l’incursione della Gendarmeria nazionale in una comunità indigena controllata dal gruppo militante indigeno mapuche RAM (Resistenza Ancestrale Mapuche). Questo gruppo era nel mirino della giustizia perché guidato da Facundo Jones Huala, attualmente agli arresti per via di una richiesta di estradizione avanzata dal Cile per atti assimilabili al terrorismo.

Secondo alcuni testimoni, Maldonado sarebbe stato prelevato dai gendarmi durante i tafferugli e poi sparito nel nulla. Le ricerche, partite però 36 ore dopo i fatti, fino ad oggi non hanno prodotto risultati. Le operazioni di polizia erano state coordinate da Pablo Noceti, capo-gabinetto della ministra degli Interni Patricia Bullrich, vicina ai Montoneros negli anni ’70 e oggi nel governo Macri. Noceti invece, è stato avvocato difensore di diversi repressori durante i processi contro i militari alla fine della dittatura. Questo caso vede infatti tanti elementi insieme, e non sempre rassicuranti: ex guerriglieri pentiti, difensori dei militari, gente che scompare, indigeni radicalizzati.

Santiago Maldonado, purtroppo, non è la prima persona che scompare da quando è tornata la democrazia in Argentina. Secondo la Procura federale, dal 1983 fino al 2015, in Argentina sono scomparse 6.040 persone, dei quali metà abbondante sono bambini e adolescenti probabilmente inghiottiti nella tratta della prostituzione. Tra questi casi ci sono anche quelli dai connotati “politici”, equiparabili alle vittime della dittatura. Il caso più tristemente famoso quello di Julio Lopez, scomparso nel settembre del 2006 (Governo di Nestor Kirchner). Lopez, ex detenuto e torturato dai militari, scompare dopo avere deposto nel processo contro il Commissario Etchecolatz, “direttore” di un centro clandestino di detenzione. Ma anche nel caso di Sergio Avalos, 18 anni, scomparso nel 2003 (Governo di Eduardo Duhalde) la polizia ha intitolato il fascicolo come “scomparsa forzata di persona”, il marchio di infamia dei militari.

Solo nel caso di Maldonado, scomparso lo scorso 31 luglio, viene fatto dal mondo politico (Cristina Kirchner in primis) un collegamento con il governo nazionale. E questo non perché ci siano, al momento, prove che lo possano dimostrare, ma perché si tratta sicuramente di una bandiera che in questi tempi di campagna elettorale rende, e soprattutto perché il corpo di polizia al momento indiziato della scomparsa dipende direttamente dal ministero degli Interni nazionale. Ministero, come detto, presieduto da una donna che ha cambiato radicalmente posizione politica e annovera tantissimi nemici, ma soprattutto perché rampollo di una famiglia che in passato ha avuto a che fare con la Patagonia e con gli indigeni mapuche in qualità di latifondista.

Se vogliamo il contesto è una novità, nel senso che la stampa e l’opinione pubblica hanno scoperto una serie di cose che ignoravano. La prima che in Patagonia vivono ancora migliaia di indigeni mapuches in comunità “ancestrali”, cioè secondo le modalità di organizzazione e la religiosità dei loro antenati. La seconda che queste comunità sono state nei decenni depauperate e derubate non solo della loro libertà, ma anche dalle terre che erano state loro concesse dallo Stato argentino alla fine del ‘800. Queste terre sono state prima incamerate dalle famiglie argentine che finanziarono la campagna militare contro gli indigeni, come appunto i Bullrich, per essere poi cedute soprattutto a capitali inglesi, ma anche italiani. Il primo proprietario terriero in Patagonia è oggi il gruppo Benetton, che ha avuto diverse cause da comunità indigene proprio sui titoli di possesso della terra.

La terza notizia è che partendo dal Cile, dove i mapuches sono oltre un milione e mezzo, anche in Argentina è sbarcato da un po di tempo un radicalismo mapuche che dalla politica spesso passa alle azioni dimostrative. In Cile sono stati diverse, ad esempio gli attentati incendiari contro beni delle compagnie che tagliano il bosco autoctono per piantumare eucalipti dai quali ricavare cellulosa. In Argentina invece, per ora siamo alle occupazioni di terre considerate sacre o appartenenti a una comunità e a qualche piccolo attentato senza vittime. Una lotta che prevede la nascita di un paese autonomo che si estenda sui due lati delle Ande e che non riconosce gli stati di Argentina e Cile.

Di questa situazione non si hanno avuto notizie, se non localmente, fino al caso Maldonado, che ha permesso al leader indigeno Facundo Jones Huala, attualmente in carcere, di avere l’opportunità della sua vita con l’intervista concessa a Jorge Lanata, il grande giornalista di inchiesta, già tra i fondatori del quotidiano Pagina 12 e attualmente in televisione nella galassia mediatica del Grupo Clarin. La tribuna offerta da Lanata vale oltre 3 milioni di persone in ascolto ed è forse la prima volta che nella televisione argentina si parla di questione indigena con questa audience.

Il punto rimane però un altro. In un Paese che ha pagato un prezzo altissimo al terrorismo di Stato negli anni ’70, il tema della scomparsa di una persona “che dà fastidio” è troppo scottante. Anche se non inciderà sull’elettorato del Presidente Macri nelle prossime elezioni legislative di ottobre, il caso Maldonado alimenta comunque una campagna, giusta, di richiesta di informazioni, alla quale il governo non può non rispondere. Tranne che si dimostri incapace di sapere cosa fanno le sue forze dell’ordine o, nel caso più strampalato e piuttosto improbabile, dove si nasconda una persona che vuole fare parlare del suo movimento.

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    Alfredo Somoza
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L’Africa, dall’apartheid alla “rinascita”

Prosegue il ciclo di incontri “Dalla Guerra Fredda alla Globalizzazione: 40 anni di politica estera raccontati da Icei e Radio Popolare”. Lunedì 3 luglio alle 21, nell’auditorium di via Ollearo 5, il quarto appuntamento dedicato al continente africano: “L’Africa, dall’Apartheid alla ‘rinascita’”. Intervengono i relatori Enrico Casale e Marco Trovato, conduce Alfredo Somoza.

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Negli anni ’80 in Africa si concludevano le ultime lotte anticoloniali, ma restava ancora aperta la ferita dell’apartheid in Sudafrica. La Guerra Fredda si era combattuta sui fronti dell’Etiopia, dell’Angola, del Mozambico, mentre nel Nord del continente si consolidavano regimi, come quello libico e quello egiziano, che già erano stati pedine importanti del grande gioco delle potenze.

Gli anni ’90 si aprono con l’indipendenza della Namibia e con la fine della segregazione in Sudafrica: un prigioniero di lunga data, Nelson Mandela, diventa il primo presidente di colore della grande nazione dell’Africa australe.

Ma il cammino verso il consolidamento degli Stati nati dalla fine del colonialismo non è facile. Alcuni popoli vengono divisi tra più Paesi, altre etnie storicamente antagoniste si ritrovano “condannate” a convivere per via dei confini tracciati a tavolino. Una situazione che, insieme alla mancanza di strutture statali, a democrazie che sono tali solo da un punto di vista formale, a legami “inquinati” con le potenze europee, determina conflitti diffusi: guerre tra Stati e vere e proprie guerre civili. Il conflitto congolese, la politica del genocidio in Ruanda e Burundi, il collasso della Somalia, la guerra dell’Eritrea che cerca l’indipendenza dall’Etiopia, le persistenti guerre civili in Mozambico e Angola.

Tra mille difficoltà interne, l’Africa perde il treno della globalizzazione degli anni ’90 restando un’area geografica marginale ed emarginata. Una dopo l’altro falliranno i diversi piani di sviluppo promossi dalle potenze mondiali che, prescindendo dalla storia del continente, attraverso gli aiuti tentano di imporre una propria visione della società e della democrazia.

Negli anni 2000 le cose cambiano, con il Nordafrica, fino ad allora l’unica area stabile del continente, risucchiato nel vortice dei conflitti mediorientali, e l’Africa equatoriale che, per la prima volta, trova un partner economico e politico interessato a scommettere su questa macroregione, non certo per altruismo. È la Cina che, con i suoi investimenti miliardari in infrastrutture, agricoltura ed energia, sta cambiando il volto di molti Paesi africani: per la prima volta non vengono valutati solo in funzione delle riserve di materie prime da predare, ma anche come potenziali mercati dove produrre e vendere. Negli ultimi 10 anni, infatti, l’Africa centromeridionale è stata l’area del pianeta che ha registrato la crescita economica più veloce. Così come rapida è stata la crescita demografica, sempre superiore alla capacità di produrre lavoro, opportunità e cibo.

L’Africa mediterranea attraversa invece la peggiore crisi che abbia mai conosciuto, con Stati collassati come la Libia, in bilico come Tunisia e Algeria, in fermento come Egitto o Marocco. La mancanza di una politica intelligente da parte dell’Europa, incapace di tendere una mano per spostare le proprie frontiere economiche sulla sponda sud del Mediterraneo, ha determinato malcontento sociale e povertà, emigrazione di massa e radicalizzazione politica e religiosa.

L’Africa del XXI secolo rimane un continente giovane, vitale e ricco di risorse. Manca però drammaticamente una classe politica e culturale in grado di guidarla al di là degli interessi di singoli Stati o di piccoli gruppi di appartenenza, capace di elaborare una visione se non di insieme, almeno regionale. Da soli, i Paesi africani − piccoli e grandi − non possono trovare un posto, un ruolo significativo nel mondo attuale. L’Organizzazione degli Stati Africani ha rappresentato un buon inizio per la costruzione di parteneriati economici e politici, ma poi è caduta nell’oblio.

Per l’Africa del futuro servono dunque leader solidi, partecipazione, inclusione, superamento delle peculiarità storiche e culturali.

Ben sapendo che l’Africa non ha più nulla da perdere, ma tutto da guadagnare.

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    Alfredo Somoza
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E’ la Colombia il Paese con più rifugiati al mondo

La Colombia ha raggiunto nel 2016 il triste primato mondiale di primo Paese al mondo per rifugiati interni, superando Iraq e Siria. Si tratta del 15 per cento della popolazione, insieme ad altri 350mila persone scappate all’estero. È un processo lungo che risale agli anni ’80 e ’90 ed è dovuto a tre eventi.

Il primo è il conflitto tra governo e guerrilla che si dovrebbe concludere con la firma degli accordi di pace nei prossimi anni.

Il secondo è stato l’irruzione del narcotraffico, cioè l’esproprio di terre con mano armata per coltivare le piante di coca.

Il terzo è il fenomeno del paramilitarismo. Certe bande paramilitari pagate dai grandi proprietari terrieri tra le pieghe del conflitto hanno cacciato le popolazioni contadine e si sono appropriati delle terre.

Questi tre eventi hanno determinato un vero e proprio esodo. Parliamo di più di sette milioni di persone, che per il 60 per cento sono andate a vivere nelle principali città del Paese – Bogotà, Medellìn, Cali e Barranquilla.

Gli abitanti delle favelas che cingono queste città sono contadini poveri, afroamericani, indigeni, che sono stati espulsi violentemente dalle loro terre e diventati massa sotto proletaria da cui il narcotraffico ha pescato per reclutare sicari durante i momenti di scontro soprattutto negli anni ’80 tra narcotrafficanti e stato.

Tra i punti di discussione negli accordi di pace c’è il ricollocamento di queste popolazioni. Sono previsti aiuti per il rimpatrio di coloro che sono andati all’estero, ma il piano più ambizioso riguarda il rientro delle popolazioni nelle zone che erano controllate dalle Forze armate rivoluzionarie.

Il problema che si pone è quello della proprietà della terra. Queste persone sono scappate abbandonando le loro terre che sono state rubate e occupate abusivamente da qualcun altro. Riappropriarsi di quelle terre diventa molto problematico perchè parliamo di poteri forti che non si sono disarmati.

Una delle cose più difficili da prevedere è che quelle terre vengano liberate. Si ipotizza quindi in Colombia di destinare nuove terre alle popolazioni che nel frattempo sono diventate urbane. Non è detto che la maggior parte di queste persone voglia tornare a vivere in zone rurali a meno che non vengano attuati dei piani che gli permettano di intraprendere delle attività economiche per continuare a vivere.

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    Alfredo Somoza
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40 anni di politica estera: l’America Latina

Sabato 10 giugno alle ore 11 nella redazione di Radio Popolare, ICEI organizza per il ciclo “40 anni di politica estera” l’incontro “L’America Latina dai generali a Lula”.  Intervengono Alfredo Somoza, Presidente Icei e Lucia Capuzzi, giornalista de L’Avvenire. Conduce Emanuele Valenti

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Alla fine degli anni ’70 l’America Latina vive la fase più buia della sua storia. Mentre il Sudamerica è quasi interamente sotto spietate dittature militari, il Centroamerica si sta avviando verso le guerre civili che nel decennio successivo macchieranno di sangue il Salvador, il Guatemala, l’Honduras. La Guerra Fredda si combatte anche in America Latina, tra gli Stati Uniti (insieme ai loro regimi vassalli) e le diverse sinistre, quelle autonome e quelle collegate a Mosca o a L’Avana. Sono gli anni dei desaparecidos, una nuova “tecnica” dei regimi per annientare gli avversari politici, del Plan Condor, che coordina il terrore su scala continentale, dell’esilio.

La democrazia tornerà timidamente e con tempi diversi, ma con un elemento comune: praticamente tutti i Paesi che usciranno dalle dittature avranno presidenti eletti che si rifaranno, almeno a parole, alle teorie neoliberiste propagandate da Ronald Reagan. A parole, perché in realtà i Fujimori, i Menem, i Bucaram, i Lacalle si ispireranno sì al credo del “più mercato e meno Stato”, ma a modo loro, cioè proponendo livelli di corruzione e di autoritarismo inediti almeno in democrazia. Intanto le sinistre, tramortite dopo la colossale sconfitta degli anni ’70, non riescono a dare segnali di vita.

Il grande cambiamento politico arriva negli anni 2000, quando la fine della Guerra Fredda consente alla democrazia, finalmente liberatasi dai vincoli di obbedienza ai dettami anticomunisti di Washington, di diventare lo strumento del cambiamento. La bistrattata e spesso disprezzata “democrazia borghese” permette una vera e propria rivoluzione pacifica, aprendo le porte a una nuova classe dirigente che trent’anni prima sarebbe stata soltanto carne da macello per i militari.

La principale fortuna dei presidenti degli anni 2000 è quella di governare all’inizio di un ciclo favorevole per le materie prime alimentari e minerarie, sostenuto dalla domanda insaziabile della Cina, diventata in pochi anni il principale partner commerciale dei Paesi sudamericani. In questa fase praticamente tutto il subcontinente è governato da forze politiche progressiste o che si considerano tali. I contesti nazionali di partenza e le situazioni politiche pregresse sono però molto diverse.

In Venezuela e in Argentina (in parte anche in Ecuador) era collassato lo Stato. Totalmente diversa la situazione del Brasile dove, dopo decenni di governi di centrodestra, nel 2003 per la prima volta arriva al potere un presidente appartenente a un partito storico della sinistra, Luiz Inácio da Silva detto Lula. Un percorso simile è quello dell’Uruguay, dove nel 2005 diventa presidente Tabaré Vázquez, esponente del Frente Amplio delle sinistre. Ancora diversa la situazione in Bolivia, dove nel 2006 l’ascesa dell’ex sindacalista dei cocaleros Evo Morales è il risultato di un nuovo protagonismo dei movimenti sociali e dei movimenti contadini e indigeni.

Fa eccezione il Cile, il Paese in assoluto più stabile della regione. Dalla transizione del 1990 fino a oggi, con la sola eccezione dei quattro anni del presidente di centrodestra Sebastián Piñera, è stato governato dalla Concertación tra democristiani e socialisti. Ultimo ma non meno importante, l’ondata progressista riesce ad arrivare anche nel Paese sudamericano più segnato dalla dittatura, il Paraguay, dove nel 2008 viene eletto presidente a sorpresa il “Vescovo dei poveri” Fernando Lugo, esponente della Teologia della Liberazione.

Anche in Centroamerica si assiste a un fenomeno simile: in Nicaragua i sandinisti tornano al potere, anche se non sono proprio gli stessi degli anni ’80, in Salvador vincono le elezioni gli ex guerriglieri del Fronte Farabundo Martí, mentre a Cuba la transizione tra Fidel e Raúl Castro avviene in modo indolore.

I punti salienti di questa stagione sono la grande sete di protagonismo dei ceti sociali relegati dalla Storia, la riconversione di alcuni movimenti armati degli anni ’60-’70, il rifiuto generalizzato delle ricette dello pseudo-neoliberismo predatorio, la voglia di sovranità nazionale. A interpretare questa fase politica sono movimenti politici diversi, con radici non sempre cristallinamente riconducibili alla sinistra, ma che insieme sanno interpretare le aspirazioni di un continente e ne danno prova rifiutando l’accordo ALCA, proposto dagli Stati Uniti per creare un unico mercato economico americano.

Oggi questo capitolo della storia contemporanea latinoamericana si sta chiudendo. Dopo la vittoria di Macri in Argentina, l’impeachment contro Dilma Rousseff in Brasile e il caos nel quale è sprofondato il Venezuela post-chavista, le destre stanno lentamente riguadagnando terreno, anche se i capisaldi lasciati dai governi precedenti in materia di equità sociale sono molto duri da scalfire. Come sono duri da scalfire i problemi antichi che si sono puntualmente ripresentati in tempi recenti: la corruzione, i tentativi di forzare le regole della democrazia per perpetuarsi al potere, il clientelismo e il populismo. E molto preoccupanti sono la diffusione e la ramificazione dei cartelli criminali della droga.

Ma simbolicamente, volendo scegliere due fotografie di questi ultimi anni, la scelta non può che cadere sull’abbraccio tra Raúl Castro e Barack Obama a siglare la fine della Guerra Fredda in America, e sulla firma degli accordi di pace in Colombia, il conflitto più antico dell’emisfero occidentale che finalmente trova una via di uscita pacifica.

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    Alfredo Somoza
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Il triste destino di un fedele servitore

Lo chiamavano cara de piña, faccia da ananas, per via delle cicatrici sul volto lasciate dal vaiolo. Manuel Antonio Noriega Moreno fece una folgorante carriera nella Guardia Nacional del Panama all’ombra di uno dei personaggi più carismatici degli anni ’70 in America Latina, il colonnello Omar Torrijos.

Torrijos, che governava di fatto la semi-colonia statunitense centroamericana, è tuttora considerato un eroe in Panama perché riuscì a strappare al presidente Jimmy Carter la restituzione della sovranità sul Canale che unisce Atlantico e Pacifico.

Alla morte di Torrijos nel 1981, in uno di quegli incidenti di aerei sospetti così frequenti nella storia dell’America latina, Noriega prese il potere e istaurò un regime basato sulla polizia segreta e la repressione, ma imprescindibile per la geopolitica della Guerra Fredda.

Il Panama diventò il centro di ogni operazione clandestina e di ogni traffico tra Nord e Sud America. Noriega era sul libro paga della CIA guidata da Bush senior, ma anche l’uomo di fiducia di Pablo Escobar e del Cartello di Medellìn.

Noriega fece passare le armi per i Contras che volevano rovesciare la rivoluzione sandinista, ma creò canali per il finanziamento di Cuba. Noriega fu il grande burattinaio dell’affaire Irangate che coinvolse l’amministrazione di Ronald Reagan per la triangolazione di armi e cocaina tra il Medio Oriente e il Centro America per finanziare la guerriglia anti-sandinista e vendere armi sottobanco all’Iran. Grazie a Noriega, il Cartello di Medellìn riuscì a creare una testa di ponte per la cocaina a Miami.

Questo gioco ad alto rischio si inceppò e alla vigilia di Natale del 1989 27.000 marines invasero il Panama per dargli la caccia e portarlo in un carcere degli Stati Uniti. L’operazione Giusta Causa provocò almeno 3.000 vittime tra i civili e il processo al colonnello si concluse con 41 anni di carcere. Ma al vecchio alleato caduto in disgrazia fu concesso un favore al quale teneva tanto. Riuscì a ottenere lo status di prigioniero di guerra e ad assistere al processo in alta uniforme. Dopotutto quell’uniforme la aveva utilizzata per difendere per un decennio gli interessi degli Stati Uniti in Centro America.

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    Alfredo Somoza
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La mossa da gesuita di papa Francesco

Non era sulla carta un incontro facile quello tra Trump e Francesco. Il Papa che era stato descritto dal presidente statunitense come “rappresentante della lobby dei messicani” è riuscito però a capovolgere, politicamente parlando, la vertenza a suo favore. Nel senso che i due doni che ha consegnato a Donald Trump, il testo dell’Enciclica pontificia Laudato Sii sull’ambiente e il testo del suo messaggio per la Giornata Mondiale della pace 2017, valgono più che qualsiasi cosa si siano detti nell’incontro riservato.

Testi che Trump non leggerà, ma che sono rimbalzati all’attenzione dei media che stanno seguendo il primo viaggio all’estero dell’inquilino della Casa Bianca. In particolare l’enciclica sull’ambiente, la prima della Chiesa cattolica, fornisce un’analisi della situazione, e propone delle soluzioni, antitetiche rispetto all’ideologia negazionista di Trump. Una su tutte il cambiamento climatico, ma anche il tema della terra, della sicurezza alimentare, della cultura dei consumi, dell’acqua bene comune, dello spreco.

Un’enciclica scritta con linguaggio semplice e che rispecchia in modo evidente il linguaggio dei movimenti per la terra, per l’ambiente, per i beni comuni. Quanto più lontano ci possa essere per chi ribadisce, come Trump, il primato senza limitazioni dell’uomo sul creato e nega che il cambio climatico sia prodotto dall’uomo.

L’altro dono, il discorso sulla pace, è anch’esso lontano anni luce da chi ha inaugurato il suo mandato sparando ondate di missili sulla Siria e sganciando la bomba convenzionale più potente mai esistita sull’Afganistan. La ricetta per la pace di Francesco è la ricerca del dialogo e del confronto, il rifiuto dell’utilizzo della religione a scopo politico, il diniego dello scontro di civiltà. Due visioni lontane e difficilmente conciliabili, cosa che ben sapeva Bergoglio, il quale non però ha resistito a fare una mossa da gesuita, ricevendo l’ospite con un sorriso e cogliendo l’occasione mediatica per ribadire cosa pensa su ambiente e pace a una platea globale.

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    Alfredo Somoza
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Ore contate per il presidente Temer

Quando il deputato Bruno Araujo del Pernambuco aveva pronunciato il 142° fatidico sì alla richiesta di impeachment della presidente Dilma Rousseff, nell’Aula della Camera di Brasilia e in alcune piazze era scoppiato il carnevale carioca, mentre altri piangevano. Le piazze pro e contro il governo dei Partito dei Lavoratori avevano riprodotto fedelmente la spaccatura della società brasiliana tra i ceti medi e medio alti e la massa di poveri e poverissimi che in Brasile continuano a essere maggioranza. Era il 16 aprile del 2016 e si apriva una frattura istituzionale e politica inedita nella storia del gigante sudamericano.

Una frattura che si era consumata lentamente prima con l’abbandono del Partito dei Lavoratori da parte dei ceti che erano cresciuti economicamente e diventati critici dei servizi da terzo mondo, della burocrazia asfissiante, della crisi economica che aveva eroso i redditi. I poveri e i poverissimi restavano invece fedeli a Dilma e al PT, perché grazie a loro hanno avuto più diritti, più assistenza, più protagonismo. Ma in realtà tutto questo c’entra poco o nulla con l’impeachment di Dilma Rousseff che ha aperto le porte alla crisi istituzionale e aggravato quella economica. Il variegato fronte di oppositori storici delle destre insieme agli ex alleati del PT aveva votato per mandare a casa un governo democraticamente eletto attraverso lo strumento dell’impeachment per la seconda volta dal ritorno alla democrazia negli anni ’80.

Un sistema istituzionale, quello brasiliano, che prevede un presidente senza maggioranza propria alle Camere, e quindi obbligato a distribuire cariche e prebende a partiti e partitini per riuscire a governare. Un’arma a doppio taglio però, perché basta che si inceppi il meccanismo ben oliato della vendita di favori perché un presidente possa essere licenziato. È questo il vulnus alla democrazia che il partito dei Lavoratori va denunciando da mesi, ma va presso atto che negli ultimi 14 anni di governo, prima con Lula e poi con la Rousseff, nessuna ipotesi di riforma è stata avanzata per garantire una governabilità non ricattabile.

Con l’impeachment si è spezzato il consociativismo tra sinistra e centristi che seppe costruire Lula ai primi anni 2000 per garantire la stabilità dei suoi governi. Un equilibrio che già al momento dell’elezione di Dilma Rousseff cominciava a scricchiolare per rompersi definitivamente dopo appena due anni. Dilma, una “tecnica” diventata successore del presidente più popolare di tutti i tempi, non ha mai considerato seriamente il necessario e continuo lavorio di mediazione tra partiti e partitini per tenere in vita un governo, lavoro nel quale l’ex sindacalista Lula da Silva era abilissimo.

Il governo che si è insediato dopo la cacciata della Rousseff è stato un ritorno al passato, con ministri maschi, ricchi e bianchi come nelle peggiori tradizioni. Ma soprattutto, il governo presieduto da Michel Temer raggruppa il pezzo più corrotto della politica brasiliana annidato nel suo partito, il PMDB. Un partito molto complesso nato al centro dello spettro politico e che ebbe il suo momento di gloria con il ritorno alla democrazia in Brasile eleggendo i primi due presidenti dopo i militari. Dopo avere sofferto scissioni di diverso tipo, è diventato il partito grimaldello per ottenere la maggioranza parlamentare che nessun presidente brasiliano riesce a conquistare da solo. Faranno parte del Governo di Enrique Cardoso, di centrodestra, e dei governi di Lula e Rousseff di centrosinistra. Non importa con chi, il PMDB fornisce i numeri in Parlamento dietro lauto compenso ovviamente. Compenso proveniente dalla rete capillare di corruzione nella gestione delle aziende pubbliche e dalle tangenti pagate dagli imprenditori per agevolare i loro interessi. In questo momento il PMDB è stato decapitato dall’inchiesta Lava Jato che ha portato in galera il presidente della Camera Eduardo Cunha e soprattutto ha colpito il presidente in carica Michel Temer, accusato di avere comprato il silenzio di Cunha attraverso un giro di tangenti.

Temer, classe 1940, tre volte presidente della Camera, massone, Presidente del PMDB e inquisito nelle tre principali inchieste per corruzione pubblica, dalla costruzione degli stadi per i mondiali fino appunto a Lava Jato, la madre di tutte le inchieste per corruzione con le tangenti pagate dai principali imprenditori a politici di quasi tutti i partiti. Temer ha tentato nel fine settimana di neutralizzare la richiesta di impeachment presentata dall’Ordine degli Avvocati, ma la cena alla Residenza Presidenziale con amici politici e sostenitori dei poteri forti è andata deserta. L’uomo dello establishment utilizzato come una clava contro il governo del PT di Lula è stato già mollato. Il suo futuro è incerto.

A questo punto la situazione si fa veramente complicata perché la Costituzione prevede che se dovesse saltare il presidente provvisorio in carica sia il Parlamento a designarne uno nuovo fino a fine mandato (2018), eleggendo tra i parlamentari o addirittura tra i cittadini. Se un Parlamento pieno zeppo di inquisiti si arrogherà la facoltà di eleggersi un presidente da solo, la reazione delle piazze sarà scontata e non pacifica. Lo scenario più probabile quindi è un ricorso a elezioni anticipate. Elezioni sulle quali stanno già girando i primi sondaggi che, al momento, vedono in testa quello che è stato il presidente più amato dai brasiliani, Ignacio da Silva, detto Lula. Un pasticcio brasiliano che dovrebbe avere una sola via di uscita, la riscrittura integrale delle regole istituzionali e di trasparenza rispetto al denaro pubblico. Il punto è che questa riforma dovrebbe farla una classe politica totalmente screditata e integrata nel “sistema” corruttivo.

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    Alfredo Somoza
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Gli Stati Uniti da Reagan a Trump

Lunedì 15 maggio alle ore 21 presso l’Audiotorium di Radio Popolare, ICEI organizza per il ciclo “40 anni di politica estera”, l’incontro “Gli Stati Uniti da Reagan a Trump” con Roberto Festa e Davide Borsani. Conduce Michele Migone, l’ingresso è libero

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Gli Stati Uniti di 40 anni fa, dopo il test nel Cile di Pinochet, si preparavano a implementare la rivoluzione liberista di cui Ronald Reagan si sarebbe fatto portabandiera. Un mix di riforme finalizzato a deregolamentare buona parte dell’economia, aprendo ulteriormente il mercato alla libera concorrenza, precarizzando il lavoro, privatizzando in larga misura il welfare e con lo Stato che si ritirava parzialmente dalla gestione dell’economia. Una nuova visione del capitalismo disegnata nell’Università di Chicago dall’equipe di Milton Friedman. Gli anni ’80 furono anche quelli dello scontro virtuale, a colpi di investimenti in tecnologia militare, tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Il decennio della paura del conflitto nucleare e delle guerre a bassa intensità, dall’Afghanistan al Nicaragua.

In apertura degli anni ’90 gli Stati Uniti erano ormai i vincitori della Guerra Fredda, ma le politiche precedentemente attuate in America Latina, Africa, Medio Oriente e Asia, tese ad arginare il comunismo senza porsi il problema del rispetto della democrazia e dei diritti umani, avevano loro alienato le simpatie di buona parte del pianeta. Nell’euforia di quegli anni, fu comunque sempre Washington a capeggiare una svolta profonda nei rapporti commerciali mondiali. La globalizzazione, che apriva i mercati e spostava lavoro e ricchezze in giro per il mondo, e che nessuno osava criticare, non solo fu voluta ma anche guidata dalle aziende multinazionali statunitensi, che divennero in breve tempo i primi marchi veramente globali. Ma quel decennio si chiuse tragicamente con gli attentati dell’11 settembre 2001, e con l’inizio di un nuovo conflitto, la Guerra al Terrore, dai contorni fumosi e con nemici spesso virtuali, comunque non localizzabili.

L’insegnamento che gli Stati Uniti avevano appreso dopo la guerra in Vietnam – cioè non impegnarsi mai più in conflitti militari che non potessero essere risolti in breve tempo e senza perdite rilevanti in termini di vite umane – fu dimenticato. Washington diede il via a due interventi ancora in corso, quello in Iraq e quello in Afghanistan. Il Medio Oriente è diventato così il fulcro degli interessi geopolitici statunitensi, ma in totale assenza di una strategia globale a lungo termine, che tuttora manca.

Gli eccessi degli anni del reaganismo e del clintonismo presentano il conto alla fine degli anni 2000, con la crisi dei mutui subprime che fa scoppiare la bolla della speculazione agevolata dalle deregolamentazioni del periodo precedente. È il primo presidente afroamericano della storia, Barack Obama, a farsi carico di un Paese compromesso su diversi fronti militari e con l’economia in panne. Le sue promesse elettorali relative alla fine dei conflitti che vedono impegnati gli Stati Uniti e alla chiusura del campo di detenzione di Guantanamo, illegale secondo il diritto internazionale, vengono presto dimenticate, ma le sue riforme e gli investimenti pubblici fanno ripartire l’economia.

Nel frattempo il mondo è cambiato. Nonostante la crescita del PIL, il “nuovo” lavoro non è adatto a ricreare occupazione nelle aree di vecchia industrializzazione svuotate dalle delocalizzazioni degli anni ’90. E nella società statunitense si allarga sempre di più il divario tra nuovi ricchi e vecchi poveri, tra le aree economicamente dinamiche, agganciate alla globalizzazione, e le aree che la stessa globalizzazione ha reso depresse, impoverite, prive di prospettive. Contraddizioni che portano, nel 2016, alla clamorosa elezione di un outsider alla guida degli Stati Uniti: Donald Trump, che è riuscito nell’impresa di racimolare il voto conservatore e ultraconservatore, insieme al voto di protesta di larghi ceti popolari chi in passato votavano democratico. La sua è una campagna elettorale vinta “a braccio”, senza l’appoggio di strutture partitiche ma “parlando chiaro”, secondo i canoni tradizionali del populismo. La rivale Hillary Clinton rappresentava invece quel mondo aperto, globalizzato, pericolosamente vicino ai grandi poteri economici e finanziari quotidianamente preso di mira dai comizi e dai tweet di Trump.

Ora gli Stati Uniti stanno ribadendo ancora una volta la loro centralità geopolitica. Ma lo stanno facendo in modo diverso rispetto al passato, rivoluzionando – per ora solo virtualmente – il sistema di relazioni economiche internazionali che loro stessi hanno costruito negli ultimi 25 anni e dal quale hanno ottenuto grandissimi vantaggi. La globalizzazione non va più bene, gli accordi multilaterali nemmeno e i migranti, sui quali si è costituita la nazione, sono ridotti soltanto a concorrenti sul mercato del lavoro interno.

Alla forza militare, che rimane impareggiabile, gli Stati Uniti aggiungono un peso economico globale, condizioni che ne fanno oggi l’unica vera potenza planetaria. Si tratta di un patrimonio troppo importante per essere dissipato da un improvvisato tribuno del popolo che, se non tutelerà gli interessi storici degli Stati Uniti e non darà segnali concreti al suo elettorato, al quale ha promesso tutto e il contrario di tutto, è destinato ad avere una carriera politica molto breve.

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    Alfredo Somoza
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Alluvione amplificata da miseria e narcotraffico

Nella provincia del Putumayo, di cui Mocoa è il capoluogo, si concentrano quasi tutti i problemi della Colombia. Una regione isolata, con altissimi indici di povertà e di analfabetismo, abituata alla violenza perché terra di coltivazione della foglia della coca necessaria per la fabbricazione di cocaina cloridrato, la regina ormai indiscussa del narcotraffico internazionale.

Una regione quindi contesa dalla guerriglia, dalle forze paramilitari e dall’esercito, con i contadini a pagare sempre il conto più alto. Anche perché la deforestazione selvaggia per aumentare la superficie coltivata a coca e la miseria che spinge i più poveri a costruire case di fortuna in qualsiasi posto, sono gli elementi che spiegano perché sia stata così devastante l’alluvione di pietre e fango che ha cancellato quartieri interi della città.

Una marea che ha travolto case costruite in zone di deflusso delle acque, canali ostruiti da rifiuti e vegetazione, mancanza di un qualsiasi piano per l’emergenza, rapidità e intensità del fenomeno meteorologico.

Il dissesto idrogeologico è di proporzioni gigantesche in Colombia, al punto di non fare quasi più notizia. La zona andina del paese sudamericano è fortemente interessata dalla deforestazione e dall’erosione e da quando il cambio climatico ha prodotto l’aumento dell’intensità delle precipitazioni le alluvioni mortali si susseguono ogni stagione invernale. Questo perché la stabilità climatica del Sud America è fortemente compromessa da due fenomeni contrapposti, ma entrambi devastanti, El Niño e La Niña. Si tratta, nel primo caso, di un riscaldamento anomalo delle acque del Pacifico attorno a Natale, nel secondo, di un raffreddamento anomalo. Quando si manifesta il Niño, la pioggia diventa torrenziale e concentrata in pochi istanti. Quando si verifica la Niña, si hanno lunghi periodi di siccità. Fenomeni che non sono collegabili al cambiamento climatico prodotto dall’uomo, la scienza non ha potuto trovare finora il nesso, ma che ne amplificano gli effetti.

La Colombia, da questo punto di vista, è uno dei paesi più a rischio in Sud America per via della sua superficie montuosa quasi interamente coltivata. Dal caffè di altissima qualità fino alla coca, le Ande colombiane offrono la possibilità di sviluppare un’agricoltura ricca e per questo man mano sono state disboscate per fare luogo alle piantagioni.

Le conseguenze sono altissimi livelli di erosione che si può affrontare solo a lungo termine e con grandi investimenti, ma che non sono affatto la priorità per ora in un paese che sta faticosamente chiudendo 50 anni di conflitto armato.

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    Alfredo Somoza
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Adios Comandante

Con la scomparsa di Fidel Castro si chiude definitivamente la Guerra Fredda. E questo perché il Comandante della rivoluzione cubana era l’unico autorevole protagonista in vita di uno scontro ideologico, economico e politico che aveva visto il mondo diviso in due blocchi contrapposti per mezzo secolo.

Cuba, una piccola isola caraibica, è stata un gigante politico per il peso che la Rivoluzione di Fidel e di Che Guevara del 1959 ebbe sull’America Latina e su tutto il mondo, ma anche per la sua vicinanza geografica al gigante statunitense. Fidel è stato infatti l’uomo più bersagliato dalla CIA che tentò in tutti i modi di eliminarlo fisicamente e la sua Cuba è stata la zanzara fastidiosa che punzecchiò l’impero dall’interno del suo cortile di casa. Il prezzo per questo protagonismo cubano è stato l’alleanza di ferro con l’Unione Sovietica che l’avvocato liberal-democratico Fidel dovette accettare, ma sempre alla cubana. Permettendo ad esempio che continuasse a funzionare regolarmente la Chiesa cattolica, la santeria afrocubana e la massoneria. L’ideologia di Fidel si è più ispirata alle idee del poeta-patriota José Martì che combatté contro gli spagnoli alla fine dell’800, che al marxismo-leninismo. Il vero collante della Rivoluzione non è mai stato infatti la dimensione ideologica, ma l’aspirazione all’indipendenza dal vicino del Nord.

Fidel è stato implacabile nel gestire il potere impedendo l’emergere di altre figure che potessero fare ombra al suo ruolo di guida. Nella sua Cuba, il dissenso e la libertà di stampa sono state represse non tanto in nome dell’ortodossia politica, ma perché Cuba, anche grazie all’embargo e ai madornali errori politici di Washington, si è sempre considerato un paese in guerra. La transizione  complessa e travagliata è ormai in corso da tempo. Il fratello minore Raul ha ottenuto praticamente la fine dell’embargo e il beneplacito di Washington al suo modello di stampo cinese che Fidel non amava tanto.

La Cuba che lascia il Comandante è un paese colto e istruito, con buoni medici e insegnanti, con incredibili artisti e musicisti, con una grande sete di apertura e di rinnovamento. La Cuba della Revolución probabilmente finisce qui, il sogno di Fidel e dei suoi barbudos viene consegnato alla storia come una pagina imprescindibile del ‘900.

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    Alfredo Somoza
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Trump presidente: colpa della globalizzazione?

In questi giorni il mondo è rimasto senza fiato. La domanda che da anni i cittadini statunitensi ponevano alla politica senza ottenere risposte si è trasformata in milioni di voti a favore di chi, senza peli sulla lingua, ha promesso di ribaltare il tavolo a favore degli impoveriti, degli emarginati dal benessere, dei dimenticati della globalizzazione. Come poco prima quei milioni di cittadini britannici che avevano votato a favore della Brexit, come gli europei che a milioni hanno firmato contro gli accordi di libero scambio commerciale o che vorrebbero il ritorno alle frontiere chiuse per impedire l’immigrazione. Insomma, è diventata all’improvviso dirompente la richiesta esplicita di rassicurazione da parte dei più deboli davanti alle difficoltà del mondo globalizzato, alle paure e ai rischi concreti che questa trasformazione ha comportato, all’innegabile fatto che i principali vincitori di questa fase sono stati i grandi gruppi transnazionali, la finanza offshore, i miliardari.

L’apertura dei mercati dopo la fine della Guerra Fredda ha avuto la positiva conseguenza di mettere in moto economie arcaiche e chiuse, come quella cinese o indiana, offrendo loro l’opportunità di strappare dalla miseria milioni e milioni di persone. A conti fatti, la povertà nel mondo non è aumentata ma diminuita. Il punto è che le medie sono, appunto, soltanto medie: e a un calo della povertà consistente nell’Estremo Oriente corrisponde un calo del benessere in Occidente, legato soprattutto alla migrazione del lavoro. Ed è questo il problema: mentre nel resto del mondo si sviluppavano nuovi apparati industriali che offrivano impiego più qualificato e meglio retribuito rispetto a quello agricolo, in Europa e in Nordamerica si abbassavano la qualità e la quantità del lavoro. Dalla crisi del 2008 a oggi la crescita economica si è arrestata, non si sono create nuove opportunità di lavoro, gli investimenti internazionali sono al palo, e chi ha perso il lavoro in Occidente non lo ha più ritrovato.

A questo quadro già di per sé preoccupante si aggiungono l’invecchiamento inarrestabile delle nostre società e le crisi politiche e ambientali che hanno generato flussi migratori da Sud verso Nord. La percezione che si aveva dell’immigrazione in Europa o negli USA, come fonte di forza lavoro necessaria per trainare le locomotive produttive, ora è totalmente mutata: gli immigrati sono visti come nuova concorrenza per accedere al welfare, all’abitazione, al lavoro superstite. Sono questi gli ingredienti della grande paura che taglia trasversalmente le società moderne. Paura di non farcela, di tornare a essere poveri come i nonni, di finire sommersi da flussi di migranti disperati.

La grande paura è figlia anche, e soprattutto, della mancanza di governo della globalizzazione e dell’eterna conflittualità tra gli Stati. Per molti, il mondo che doveva essere più sicuro dopo la fine della minaccia nucleare è diventato in realtà più pericoloso. Non solo per i cittadini di quei Paesi che in questi anni si sono dissolti in seguito a conflitti terribili, ma per chiunque dipenda da un impiego, da una pensione, da una piccola attività commerciale o artigianale.

Da qui l’urgenza di rimettere mano all’architettura internazionale, aggiornando strumenti oggi fuori uso, come le Nazioni Unite, per regolare e prevenire le guerre e le violazioni dei diritti. Ma anche di discutere la missione e gli obiettivi di organismi come il WTO, che servono a poco se si limitano a regolare gli scambi economici dimenticandosi l’impatto che questi ultimi hanno sui popoli.

Governare la globalizzazione – o meglio, governare la complessità – è la prima e principale sfida per una politica diventata progressivamente meno credibile, sempre più sospettata di fare gli interessi di pochi, in cui vanno scomparendo le differenze tra i vari schieramenti. È un film già visto, ogni volta che la politica ha rinunciato alla sua capacità di governo e di cambiamento, lasciando il posto agli arruffapopoli, si sono sempre verificate tragedie. Siamo ancora in tempo per impedire la prossima?

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    Alfredo Somoza
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Un Nobel che pesa come un macigno

Da anni il massimo riconoscimento mondiale agli sforzi di pace non entrava così nel vivo di una vertenza politica ancora in corso. Il riconoscimento rilasciato al presidente colombiano Juan Manuel Santos, dopo la sua sconfitta nel referendum confermativo degli accordi di pace con le FARC di domenica scorsa, è ancor prima che un premio una scommessa. Una scommessa sulla conclusione comunque del percorso durato quattro anni nel quale si è impegnato uno dei due soci del Primo Nobel, la Norvegia, oltre che Cuba, Venezuela, Cile e gli stessi Stati Uniti. Un percorso che si è interrotto con il referendum perso dal governo per soli 65.000 voti e che ha lasciato la Colombia in uno Stato di incertezza sul da farsi perché non era previsto un Piano B.

Proprio l’altro ieri si erano incontrati il presidente, e ora Nobel, Santos e l’ex presidente Alvaro Uribe, indiscusso vincitore del referendum in quanto unico politico schierato contro gli accordi. Uribe ha sempre dichiarato di non essere contro gli accordi di pace (lui in realtà ha sempre creduto in una definizione militare del conflitto), ma contro “questi” accordi. Cioè contro la leggerezza con la quale, secondo l’ex presidente conservatore, sarebbero stati trattati i massimi leader della guerriglia che avrebbero anzi avuto, la possibilità di diventare parlamentari. Su questi punti ora è in corso una trattativa che non può prescindere ovviamente dal parere delle FARC che si preannuncia negativo sull’irrigidimento della giustizia nei loro confronti. Parallelamente, diversi costituzionalisti stanno studiando le vie alternative che possano percorrersi perché il governo proceda comunque sulla scia degli accordi ignorando il responso negativo del referendum, che era stato imposto dalla Corte Costituzionale. Sono vie molto strette dal punto di vista giuridico e democratico, ma d’altra parte le conseguenze dell’incertezza sulla situazione stanno già pesando sull’economia del paese e, anche se sarebbe la peggiore conclusione, potrebbe addirittura riaprirsi il conflitto armato.

Il Nobel a Santos viene ora gettato in faccia da Stoccolma alle parti in causa in Colombia. Un premio che in qualche modo rappresenta il sentimento della comunità internazionale che in modo massiccio ha sostenuto gli sforzi per porre fine all’ultimo conflitto convenzionale in terre americane. Il Nobel vuol dire che non c’è spazio per tornare a fare parlare le armi e che il sostegno al Presidente Santos è rimasto immutato.

Alvaro Uribe e gli ultras del No, che si sono battuti non per un accordo di pace ma per una resa incondizionata e unilaterale delle FARC, prendano nota: una volta tanto, la comunità internazionale ha scommesso sulla pace in un paese e non intende cambiare idea. Una perla rara nel contesto del grande caos che avvolge altre zone del pianeta, ma forse per questo ancora più preziosa.

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    Alfredo Somoza
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La pace dovrà ancora attendere in Colombia

Sono stati alla fine 61.000 i voti che hanno demolito l’illusione di una nuova Colombia in pace. Gli accordi così faticosamente raggiunti dopo 4 anni di lavoro all’Avana tra il governo e la guerriglia delle FARC sono saltati in aria, sconfitti nel plebiscito di ieri nel paese sudamericano nel quale hanno votato solo il 37,5% degli aventi diritto. Un risultato così clamoroso che addirittura non era previsto un piano B negli accordi. Come superare l’eventuale no nel plebiscito che la Corte Costituzionale aveva imposto al Presidente Juan Manuel Santos per confermare gli accordi non è scritto da nessuna parte. Ancora più grave della vittoria del No, è che il 65% degli elettori colombiani non ha partecipato al voto, come se la posta in gioco fosse marginale. Ancora una volta si è verificata la distanza tra il sentimento dell’opinione pubblica internazionale e la realtà interna a un paese che ha subito un lungo conflitto.

Questo risultato non nasce dal nulla però. Sono due i fattori da considerare. Il primo la bassa popolarità della guerriglia. Se è vero che i membri delle FARC, e i civili nelle zone del conflitto, hanno subito violenze di ogni genere in questi decenni ad opera dell’esercito e dei gruppi paramilitari foraggiati dai latifondisti, è anche vero che le FARC hanno utilizzato l’arma del sequestro, fortemente impopolare, come fonte di finanziamento e sono state anche conniventi con il narcotraffico fino a confondersi in alcune regioni e a giustificare il titolo loro appiccicato di “narco-guerriglia”. Altra causa importante della sconfitta è stato il lavoro incessante del falco della situazione, l’ex Presidente Alvaro Uribe , leader dell’ala dura della politica colombiana che rifiuta il dialogo con la guerriglia. Uribe, figlio di una vittima dell’ELN, l’altra guerriglia colombiana, ha motivato l’opinione pubblica perchè rifiutasse un accordo che prevedeva una formula alla sudafricana: chi avrebbe confessato le proprie azioni violente sarebbe stato amnistiato.

Sarebbe riduttivo però dire che i colombiani hanno scelto per la continuazione del conflitto. In realtà hanno però di fatto impedito che si concludesse perché queste erano le condizioni concordate e trovarne delle altre sarà molto difficile. Sarà difficile che la guerriglia accetti di cancellare il lavoro degli ultimi 4 anni, oltre al danno diplomatico dello stato colombiano con i paesi che si erano esposti nella mediazione, in primis USA, Venezuela e Cuba.

Ieri in Colombia poteva chiudersi definitivamente il capitolo della Guerra Fredda nel continente americano, ma così non è stato. L’incubo del conflitto armato, che stamattina doveva fare parte del passato, è ancora lì. Le prime dichiarazioni del governo e della guerriglia sono state di serenità e cautela, ma non sarà facile riprendere il dialogo dopo questa sberla.

La pace può ancora attendere in Colombia.

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    Alfredo Somoza
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La Colombia al voto sugli accordi di pace

Dopo la firma dell’accordo di pace tra governo colombiano e Farc, ora si attende il responso delle urne nel referendum organizzato dal governo per vincolare gli accordi. Com’è probabile, nel voto di oggi il Sì vincerà anche se di misura perché i colombiani, al netto della loro simpatia o meno per le Farc, hanno capito che chiudere mezzo secolo di conflitto armato, in un momento nel quale l’economia del Paese gode di ottima salute, è imprescindibile per ritrovare quella stabilità che fin dall’800 la Colombia non ha mai conosciuto. Dopo la distensione tra Stati Uniti e Cuba, la firma della pace in Colombia chiude definitivamente l’era della Guerra Fredda nel continente americano. Un’epoca durata cinquant’anni.

La storia delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia inizia il 14 giugno del 1967 con l’attacco a un distaccamento dell’esercito nazionale nella regione del Tolima. In testa ai ribelli il mitico Tirofijo, ovvero Pedro Antonio Marin, deceduto nel 2008, che aveva organizzato gruppi di contadini che avevano subito l’esproprio delle loro terre da parte di latifondisti sostenuti dal governo. Le Farc, vincolate al Partito Comunista della Colombia e indirettamente all’Unione Sovietica, diventeranno protagonisti della Guerra Fredda in versione latinoamericana al pari di altri movimenti simili nati negli anni ‘60 e ’70 in tutto il continente. Raggiungeranno i ventimila effettivi negli anni ’80, per ridursi a circa settemila negli ultimi tempi, ma ciò che farà la differenza per quanto riguarda la loro capacità di agire e soprattutto di finanziarsi sarà la connivenza interessata con i narcotrafficanti, a partire degli anni ’80, nei territori di insediamento. Il “pizzo” pagato da coltivatori e narcos alle Farc negli ultimi anni si aggira, secondo fonti ufficiali, attorno ai 20 milioni di dollari, ai quali si aggiungono i ricavi milionari provenienti dai sequestri.

Il declino militare delle Farc inizia durante il governo di Alvaro Uribe che per la prima volta impegnò lo stato in una guerra frontale contro la guerriglia, supportato neanche tanto segretamente dai gruppi paramilitari al soldo dei proprietari terrieri. E’ con il governo di Juan Manuel Santos che diventa concreta l’ipotesi di un processo di pace che possa permettere al più antico movimento guerrigliero latinoamericano di trasformarsi in forza politica tradizionale. Un processo già avvenuto in circostanze diverse in Salvador, Guatemala, Nicaragua e Uruguay. La trattativa di pace, sostenuta dall’asse Venezuela-Cuba-Stati Uniti, è stata favorevole ai guerriglieri, perché insieme alle garanzie per il loro futuro, sono stati sanciti punti importantissimi che riguardano la riforma agraria, le caratteristiche della lotta al narcotraffico, il risarcimento delle vittime delle violenza. L’attuale Comandante delle Farc, Rodrigo Londoño Echeverri alias Timochenko, si è dimostrato abile negoziatore e politico pragmatico riuscendo a tenere insieme la sua organizzazione e a permettere al governo di isolare gli oppositori all’accordo cappeggiati dall’ex presidente Uribe.

Il patrimonio politico delle Farc è costituito dalle loro ramificazioni nei movimento sociali colombiani, dai contadini senza terra alle vittime della violenza. La sfida elettorale porrà il movimento di fronte alla verifica delle urne, ed è prevedibile che le Farc possano avere una buona affermazione nelle aree rurali insieme a un basso consenso nelle città.

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    Alfredo Somoza
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La fine annunciata del TTIP

I primi sono stati Manuel Valls e François Hollande lo scorso giugno con l’annuncio che, allo stato attuale dell’arte, la Francia non avrebbe firmato il TTIP perché questo non tutela l’agricoltura e la cultura nazionale. Poi è arrivato il voto per la Brexit nel Paese che è stato sempre il più grande sponsor europeo all’accordo con gli USA, la Gran Bretagna.

Ma il vero de profundis è stato ora intonato dal leader socialdemocratico e vice di Angela Merkel, Sigmar Gabriel, che ha detto senza giri di parole che la trattativa USA-UE è su un binario morto, anche se sicuramente rimarrà “in vita” a livello formale: un trucco per non riconoscere il fallimento inventato dal WTO che mantiene artificialmente in vita il Doha round su agricoltura e servizi dall’ormai lontano 2003.

Dall’altra parte dell’Atlantico, comunque, il TTIP forse è ancora meno voluto. Sicuramente da Donald Trump e Bernie Sanders, anche se ultimamente è calato l’interesse di portarlo avanti da parte di Hillary Clinton.

Ma perché questo negoziato – che sarebbe stato il più importante nella storia del commercio internazionale – viene ora insabbiato? La prima e scontata riposta è che, trattandosi di un’intesa tra due colossi, nessuno dei due è riuscito a prevalere sull’altro nel negoziato in corso. In buona sostanza, quando gli USA o l’UE negoziano trattati internazionali, lo fanno da una posizione di forza e sempre con un saldo attivo per loro. Con il TTIP, gli USA stanno per la prima volta negoziando un accordo con un gruppo di Paesi economicamente, tecnologicamente e demograficamente alla pari, e in alcuni settori addirittura più forti. Per l’Europa, si tratta della prima volta in cui si mettono seriamente in discussione 40 anni di regolamentazione del mercato interno e la stessa logica della coesione comunitaria così faticosamente costruita.

Nel caso del TTIP, entrambi i colossi hanno a un certo punto scoperto che non stavano firmando un accordo con il Messico o con il Camerun, ma qualcosa che poteva mettere in discussione protezionismi, rendite di posizione, monopoli commerciali costruiti in entrambe le sponde dell’Atlantico in decenni.

Anche l’opinione pubblica ha avuto la sua parte. Verso il TTIP si è registrata in questi anni una contrarietà crescente, rispecchiata nell’andamento dei sondaggi sulla popolarità dell’accordo rilevati dall’autorevole fondazione tedesca Bertelsmann: i favorevoli sono crollati dal 53% al 15% negli USA e dal 55% al 17% in Germania. Un clamoroso cambiamento nell’opinione pubblica dovuto al capillare lavoro di informazione e controinformazione dei cittadini promosso da migliaia di associazioni sia in Europa sia negli Stati Uniti.

Per l’Europa, e soprattutto per l’Italia, uno dei punti dolenti è il capitolo agricolo con due paletti invalicabili per sottoscrivere l’accordo: il riconoscimento dei marchi di tutela europei sull’agroalimentare e il divieto agli OGM. Due temi che negli USA non vengono nemmeno presi in considerazione. Altro argomento scottante, l’opposizione di Washington all’apertura del mercato interno degli appalti alle imprese europee.

Ma il nodo centrale della questione è legato al cambiamento della stagione politica mondiale. Di fronte alla crisi economica che non si è chiusa, ai Paesi Brics che arrancano, all’aumento della conflittualità globale, siamo all’inizio di un’era neo-protezionistica. Un neo-protezionismo che si legge chiaramente nello slogan America First di Donald Trump, ma anche nel Buy American di Barack Obama, e che in Europa si ripresenta puntualmente a partire dalla Francia: il bastione della difesa della peculiarità culturale e agricola europea a suon di miliardi di sovvenzioni e di barriere doganali tenute alte.

I due blocchi centrali dell’Occidente, che storicamente hanno fatto della retorica liberoscambista un’arma contro il protezionismo degli altri, dalla Cina al Brasile, hanno oggi paura di deregolamentare i propri mercati interni. Questo stallo permette di misurare la distanza tra il dire e il fare in politica economica: il “mercato senza rete” che gli Stati dell’Occidente auspicano per i Paesi che una volta erano del Terzo mondo, a casa loro può ancora aspettare.

E questo, soprattutto per i cittadini europei, è un bene.

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    Alfredo Somoza
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“Caro Valls, non degradare la République”

La sana e antica tradizione laica dello Stato francese vacilla nelle mani degli attuali detentori della sua “sacralità”. Il principio dell’uguaglianza senza discriminazioni davanti allo Stato nacque a tutela della diversità, non a suo discapito. È molto semplice, tu puoi essere ebreo, nero, musulmano o cristiano, ma anzitutto sei cittadino della Repubblica, né più né meno degli altri e ovviamente a parità di diritti.

È in questa logica, anche se forzata un po’, che nessun simbolo religioso è ammesso a scuola, intesa come fucina dell’appartenenza a una comunità collettiva “superiore” rispetto a quella particolare. Non era mai successo invece che si tentasse di regolamentare l’abbigliamento in ambito privato, per quanto pubblico, come su una spiaggia. E qui le cose cambiano, non si tratta più di una prescrizione generale come verso i simboli religiosi (di tutte le religioni) a scuola, ma si punta solo a un tipo di costume e solo a un genere: il corpo delle donne al mare.

Il neo-misoginismo repubblicano francese andrebbe a vietare il burkini, tra l’altro creato in Australia per permettere alle musulmane osservanti di andare in spiaggia, in nome della lotta alla sopraffazione della donna islamica, ma tacendo per esempio sull’abbigliamento delle donne ortodosso-ebree piuttosto che delle testimoni di Jehovah.

Aggiungiamo che ai maschi al mare non viene vietata la kippah ebraica o il turbante sikh. Di cosa si tratta allora? Della riproposizione aggiornata e infiocchettata della legge del taglione. E cioè, io Stato francese che non riesco a “integrare” come vorrei qualche milione di cittadini fermandomi ovviamente sugli aspetti esterni, mica su quelli strutturali che condannano questi milioni di cittadini a una vita segnata dalla discriminazione, ti colpisco sull’immaginario. Decido io come devono vestire al mare le tue donne e chi se ne importa se a questo punto rimarranno a casa. Emarginate ma “liberate”.

Una pazzia, che degrada la democrazia occidentale al livello dei regimi mediorientali. Dopo decenni di lotte per affermare il diritto al nudismo al mare (e la Francia ne è capofila) e la libertà di abbigliamento delle donne in generale, ecco il primo ministro francese che detta legge sull’abbigliamento “consono” da tenere.

Caro Valls, non bisognerebbe mai ricordare a un primo ministro europeo che la differenza tra i regimi dai quali fuggono tante persone e la democrazia è che da loro si può andare al mare solo coperti dalla testa ai piedi e in spiaggia separate per maschi e femmine, da noi si può andare a prendere il sole come meglio ci pare. Se lo ricordi.

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Liberismo a targhe alterne a Pechino

Il grande tema che ormai da tempo la Commissione Europea sta dibattendo verte su una domanda apparentemente retorica: la Cina è o non è un’economia di mercato? In queste settimane la Commissione dovrà formulare una proposta in tal merito al Consiglio e al Parlamento Europeo. Dalla risposta che non solo l’Europa, ma anche gli Stati Uniti e tutti gli altri membri del WTO sono chiamati a dare a questa domanda dipenderà molto del futuro dell’occupazione e dell’economia globale.

Nel 2001, quando la Cina fu ammessa nell’Organizzazione Mondiale del Commercio, si stabilì un termine di 15 anni entro il quale accettare a pieno titolo il Paese nel club delle economie di mercato. In pratica, questa riserva ha permesso di mantenere alte alcune barriere protettive nei confronti dell’export cinese a tutela della produzione industriale del resto del mondo. Non mancavano certo i motivi per dubitare delle caratteristiche del mercato cinese. Un mercato con una rigorosa programmazione centralizzata, controllato da uno Stato marcatamente interventista in termini di costo del lavoro, investimenti, costo dell’energia, difesa del mercato interno.

I sospetti, più che confermati, del frequente ricorso cinese alla pratica illegale del dumping, cioè della vendita sottocosto di determinati prodotti grazie a forti sovvenzioni per scardinare i mercati concorrenti, hanno permesso di intervenire a difesa – per esempio – del residuo settore industriale siderurgico e tessile degli Stati occidentali. La seconda conseguenza per Pechino sono stati i dazi che hanno penalizzato le sue merci in uscita, aumentati per compensare i bassi costi di produzione locale confrontati a quelli di un paniere di paesi esteri.

In questi 15 anni la Cina ha saputo aspettare pazientemente, accumulando una gigantesca capacità produttiva, definita tecnicamente overcapacity. E ora freme per riversare la sua produzione sul resto del mondo. I numeri calcolati da recenti studi hanno mandato nel panico l’Unione Europea, e in particolare l’Italia. Secondo l’Economic Policy Institute, infatti, la fine delle barriere protettive nei confronti della Cina porterebbe a una perdita annua tra 1 e 2 punti percentuali del PIL europeo, a circa 2 milioni di disoccupati e a un deficit con il commercio tra Europa e Cina di 185 miliardi di dollari USA all’anno. Una batosta che si concentrerebbe soprattutto su Germania e Italia, Paesi dai quali scomparirebbe ciò che resta dei comparti siderurgico e tessile.

Il punto, dunque, sarebbe stabilire fino a che punto la Cina non rispetti ancora gli standard delle economie di mercato per quanto riguarda libera concorrenza e ruolo dello Stato. Ma non si può fare a meno di notare che i Paesi europei, liberisti a parole, nella pratica continuano a sfruttare fino all’osso ciò che resta del vecchio protezionismo.

Un’altra riflessione riguarda invece il nodo irrisolto dei rapporti tra l’UE e la Cina. I problemi dell’apparato produttivo europeo determinati dall’emergere della potenza asiatica hanno radici ormai antiche, ma restano sempre attuali. La diplomazia commerciale europea ha ignorato l’argomento rimandandolo a tempi mai precisati, preferendo nel frattempo impegnarsi nel negoziato con gli Stati Uniti per la creazione del TTIP, il Partenariato trans-atlantico per il commercio e gli investimenti. Un’operazione discutibile e dagli impatti economici molto, molto più modesti rispetto alla posta in gioco con la Cina. Tra l’altro dopo la Brexit e con l’avvicinarsi della fine del mandato di Barack Obama alla Casa Bianca, il TTIP è stato praticamente messo in freezer.

Non vi è dubbio, quindi, che per l’Europa sarebbe un’assoluta priorità negoziare con Pechino per ripianare le differenze, giocando anche su un rapporto di forze più favorevole rispetto a quello che si può mettere sul piatto nelle trattative con gli Stati Uniti. Ma così non sarà, la Commissione ha partorito una “terza posizione” (tra quella aperturista e quella conservatrice dello status quo attuale). In buona sostanza non si pronuncerebbe sulla Cina in particolare, ma abolirebbe l’elenco dei 15 paesi considerati “non a economia di mercato” tra i quali la Cina. Questa “sanatoria” dovrebbe essere accompagnata da un irrigidimento delle misure anti dumping e di difesa commerciale. Tradotto, non ci importa più se la Cina è o meno un’economia di mercato, ma a prescindere ci teniamo le nostre barriere commerciali a tutela del lavoro e della produzione europea. Infatti in questo modo l’impatto negativo per l’Europa sarebbe facilmente assorbibile. Una posizione adeguata ai tempi che corrono, con il ripiegamento su se stessi dei maggiori player dell’economia globale e l’avanzata di leader politici che in nome della tutela del lavoro e dell’economia nazionale stanno mettendo in discussione gli equilibri politici degli ultimi 30 anni. Per la Commissione sarebbe una soluzione ancora sostanzialmente perdente: si continua a non considerare la proverbiale capacità cinese di sapere aspettare e di adeguarsi alle regole degli altri.

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    Alfredo Somoza
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L’Uruguay vince contro “big tobacco”

 

Il Presidente dell’Uruguay ha annunciato ufficialmente una piccola-grande notizia che potrebbe cambiare il corso delle relazioni commerciali internazionali. Nel 2010 la multinazionale del tabacco Phillip Morris aveva citato in causa l’Uruguay perché la politica di prevenzione del tabagismo troppo restrittiva del paese sudamericano “danneggiava i suoi interessi”. Il Presidente a Montevideo all’epoca era il più importante oncologo uruguayano, Tabaré Vazquez, oggi di nuovo presidente dopo l’intervallo di Pepe Mujica durante il quale è stata liberalizzata la cannabis. Il tribunale competente era il CIADI (il modello ispiratore per TPP e TTIP) presso la Banca Mondiale. Un meccanismo di ricomposizione delle controversie al quale aderiscono volontariamente gli Stati. Davanti a questo tribunale si possono presentare le imprese multinazionali che ritengono di essere state danneggiate da un determinato governo. In sostanza, una giustizia commerciale parallela ai canali degli ordinamenti giuridici nazionali davanti al quale gli stati e i privati hanno lo stesso peso.

A distanza di 10 anni la causa è stata rigettata dal Ciadi creando un precedente per altre cause simili in corso (ad esempio Australia), sempre intentate dal gigante a stelle e strisce. Con questa sentenza si riafferma per la prima volta a questo livello la prevalenza dell’interesse pubblico, in questo caso della salute pubblica, rispetto agli interessi commerciali. Un’inaspettata inversione di rotta rispetto alla tendenza dilagante, a partire dagli anni ’90, a ridimensionare sempre di più le prerogative del pubblico rispetto agli interessi dei privati. Un risultato che conferma che sul tema della salute è stato toccato il limite rispetto alla libertà d’impresa. Un limite niente affatto scontato ai tempi del mercato basato sulla retorica del “libero è sempre e comunque bello”.

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Brexit, il ricatto che non ha pagato

Il risultato del voto referendario che ha sancito, almeno teoricamente, l’uscita del Regno Unito dall’UE era già scritto dal lontano 1984, da quando cioè Margaret Thatcher aveva ottenuto, minacciando l’uscita di Londra dalla Comunità, il cosiddetto rebate, ossia il rimborso di una parte di quanto versato dalla Gran Bretagna a carico dei partner. Ben 38,5 miliardi di euro dal 2007 a oggi. Ed è stata sempre questa logica ricattatoria a guidare il peggiore politico nella storia britannica, David Cameron, a inventarsi un referendum non obbligato, a indirlo e poi ad andare a Bruxelles per negoziare altri privilegi con la rivoltella puntata alla tempia dei partner.

I privilegi ottenuti – che sarebbero entrati in vigore se il voto fosse stato diverso – avevano dello scandaloso. Si sarebbe sancito un ulteriore distinguo tra i membri dell’Unione sul piano della libera circolazione e del godimento del welfare, sulla politica migratoria, sui fondi da trasferire. Ma il punto più controverso riguardava lo stop del processo di accelerazione verso la costruzione di uno spazio politico sovranazionale al quale trasferire man mano più competenze. Con questo bottino, il premier Cameron era tornato a casa convinto di poter influenzare il suo elettorato. Ma questa volta il ricatto non ha pagato, e dopo la sbornia secessionista il Regno Unito si sveglia più povero, più isolato e corre il serio rischio di perdere la propria unità nazionale.

Pochi osservatori hanno segnalato che le conseguenze di questo voto potrebbero cambiare gli equilibri del dopoguerra, e che i rapporti atlantici potrebbero complicarsi per via della perdita dell’interlocutore europeo di fiducia di Washington, auto-esclusosi dalle stanze che contano a Bruxelles. Così come si può ormai dire senza paura di essere sconfessati che il TTIP, l’Accordo di libero scambio USA-UE, voluto fortemente da Washington e da Londra, verrà messo nel freezer.

Tra le due Europe, la prima storicamente rivendicata da Londra che considera l’Unione semplicemente come un’area di libero scambio con qualche vincolo in più, e la seconda, quella franco-tedesca che punta alla costruzione progressiva di un super-Stato guidato dai Paesi, potrebbe ora prevalere quest’ultima. Ma non è detto che finisca così. Con l’introduzione dell’euro si era già segnato uno spartiacque accettando che nove Stati su ventotto non adottassero la moneta unica, e quindi che si creassero due diverse “zone” dentro la stessa Unione.

L’Europa si trova ora davanti al bivio: deve scegliere se rilanciarsi o perire velocemente. Al momento, le probabilità che si verifichi l’uno o l’altro dei diversi scenari ipotizzabili sono alla pari. Un’Europa che si arrende ancora una volta, e che dà tempo al Regno Unito per tenere un altro referendum, questa volta dall’esito positivo, premiandolo con i privilegi già concordati. Un’Europa che si sfalda velocemente perché altri Paesi attivano la procedura per l’uscita. Un’Europa che decide di procedere a tappe forzate verso l’unificazione oppure che sancisce un’Unione a due velocità, con un nucleo centrale più unificato e una seconda cerchia di associati. Tutti scenari possibili in un continente che da tempo naviga a vista.

Oggi più che mai ci vorrebbe una classe politica europeista, come quella degli anni ’50-’70 del secolo scorso. Ci troviamo invece a fare i conti con il piccolo cabotaggio di leader senza progetto e con le arringhe nichilistiche degli arruffapopoli. Un mix di incompetenza e mala volontà che non produce nulla di buono. L’unico dato certo è in questo mondo sempre più alla deriva verso populismi e autoritarismi, il progetto dell’Europa federale, democratica e solidale di Altiero Spinelli andrebbe perseguito ancora con tenacia, per convenienza e per principio.

Alfredo Somoza è direttore di Dialoghi.info

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L’Europa in bilico

Mai il processo costituente di un’unione dei Paesi europei è stato a rischio di concludersi traumaticamente come in queste settimane.

Le cause dell’odierna incertezza sono tutte interne alla stessa