Programmi

Approfondimenti

Addio a Martinho Lutero, amico e collaboratore di Radio Popolare

martinho lutero

Martinho Lutero, era musicista, compositore, direttore di coro a lungo impegnato a Milano dove era stato discepolo di Luigi Nono e aveva creato l’associazione culturale Canto Sospeso, oltre a diventare Direttore del Coro Città di Milano.

Martinho era arrivato a Radio Popolare nel 1986, entrando a fare parte della redazione di Los Aretes que le faltan a la Luna. Il suo contributo sulla cultura e la musica latinoamericana avevano fatto fare un salto di qualità a quella che era l’unica rubrica di informazione sull’America latina in Italia.

Martinho ha poi continuato a collaborare con la radio nel contesto della campagna “500 anni dalla Conquista dell’America” della Lega per i Diritti dei Popoli, producendo programmi tematici come Bongo, che spiegava il passaggio della musica africana in America. Anche perché Martinho era vissuto nel Mozambico appena liberatosi dal colonialismo, rilevando e catalogando la musica tradizionale delle diverse etnie della giovane repubblica africana. Sempre in Mozambico, aveva creato il coro della Scuola Nazionale di Musica. A lui si deve poi l’arrivo in Italia delle messe cantate latinoamericane, come quella Criolla o quella dei Quilombos che sono state interpretate anche in importanti cattedrali.

Martinho Lutero Galati de Oliveira, brasiliano di nascita e figlio di una discendente di garibaldini, era cittadino del mondo. America, Africa ed Europa per lui erano legate da una cultura comune che si era forgiata tra le violenze della conquista e della tratta negriera dando vita a nuove forme espressive. Il mondo di Martinho era interconnesso dalla musica e dalla cultura che la crea.

  • Autore articolo
    Alfredo Somoza
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

La febbre è alta e il medico conosce la medicina

Sono passati ventisette anni da quando al Vertice della Terra di Rio di Janeiro per la prima volta si parlava di cambio climatico e si lanciava il termine “sostenibile” per indicare il metodo con il quale agire. Ventisette anni nei quali le emissioni di CO2 non si sono ridotte, ma cresciute. Prima era molto facile individuare i responsabili, erano i paesi occidentali nei quali si concentrava l’industria da oltre un secolo, ma la globalizzazione ha mescolato le carte. (altro…)

  • Autore articolo
    Alfredo Somoza
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Il 2018 che se ne va

Per definire il periodo natalizio non si può certo usare l’aggettivo “sereno”. Il mondo è come in apnea, in attesa di capire quale piega prenderà la situazione internazionale nei prossimi anni. Il 2018 stato un anno pieno di segnali non proprio rassicuranti: soprattutto per la messa in discussione della dimensione multilaterale nei rapporti fra gli Stati, a partire dalla situazione dall’Unione Europea per arrivare agli accordi commerciali internazionali. Più che all’affermazione del sovranismo stiamo assistendo al ritorno della politica delle cannoniere, e cioè a dinamiche tipiche dei tempi in cui le grandi potenze coloniali piegavano altri popoli a suon di cannonate. Una politica che, nel XXI secolo, forse può essere esercitata dagli Stati Uniti e, in misura molto minore, da Russia e Cina, ma non certo da quelle piccole nazioni dell’Est europeo o del Mediterraneo che si comportano come se avessero qualche chance di cavarsela da sole.

Eppure questo non è stato un anno di sole negatività. Se non altro perché il rischio bellico nucleare della Corea del Nord è stato almeno momentaneamente stoppato, grazie al dialogo con gli Stati Uniti. In Medio Oriente il conflitto siriano è calato di intensità anche grazie al risoluto intervento russo, che ha colpito duramente l’ISIS, mentre la Turchia, con una piroetta degna di menzione, è passata dalla parte dei vincitori per portare avanti la sua guerra infinita contro il popolo curdo. Intanto, all’interno dei confini nazionali, l’autocrate Erdogan è riuscito nell’impresa di reprimere il dissenso e cambiare natura allo Stato nel completo silenzio internazionale: anzi, con l’Europa che sta finanziando le sue controriforme, pagando il dazio richiesto perché la Turchia non riapra le porte della rotta migratoria balcanica.

Dalla vicenda siriana, Putin è riuscito a ottenere un reddito politico che ha subito speso sul fronte dell’Ucraina. In sostanza, la posizione centrale assunta dalla Russia sullo scacchiere euro-asiatico permette a Mosca di infischiarsi dall’embargo europeo e di continuare la politica di consolidamento e di allargamento dei confini ereditati al momento del crollo dell’URSS.

In America Latina a fare da contraltare alle affermazioni delle destre, anche estreme come in Colombia e in Brasile, c’è stata la prima vittoria di un presidente proveniente dalla sinistra in Messico, il “socio povero” degli Stati Uniti. Anche in Africa si registrano segnali contraddittori sul fronte dei conflitti in corso, come quello nelle regioni settentrionali della Nigeria e quello tra anglofoni e francofoni in Camerun. Le buone notizie sono la fine dell’antica ostilità tra Etiopia ed Eritrea e la stabilizzazione crescente dell’Africa australe. Per il Nordafrica, invece, sono ancora tempi difficili: dalla Libia, dove la ricostruzione di uno stato unitario è boicottata dai signori della guerra, all’Egitto, sotto una dittatura che ormai ha zittito qualsiasi forma di protesta.

 

La pagina più vergognosa del 2018 è stata la Cop24 in Polonia sul cambiamento climatico, o meglio il suo fallimento, perché il carbone continuerà a regnare indisturbato in tutto il mondo. Ai problemi posti dalla globalizzazione e dall’ambiente si sta rispondendo con il ritorno al passato, senza capire che è impossibile riavvolgere il filo della storia. Un fallimento che è l’emblema di un atteggiamento più generale, e di una politica urlata che ricorre a un linguaggio sempre più diretto e propone solo soluzioni semplici. Una politica che fa un uso sapiente dei social per creare, manipolare e spacciare notizie che così diventano verità e consenso.

Prima di lasciarci, Umberto Eco aveva parlato di Internet dicendo che la rete aveva reso autorevoli una legione di imbecilli, quelli che una volta parlavano solo al bar. Il punto è che ormai gli “imbecilli da tastiera” sono solo gli strumenti di chi, invece, se ne intende fin troppo della vecchia arte della manipolazione di massa. Attuata oggi con mezzi mai immaginati prima.

Il mondo del 2019 dovrà chiedersi se va bene continuare a distruggere quanto si è fatto fino a ieri senza costruire nulla di nuovo, lasciando il potere di governare il presente e indirizzare il futuro a chi manovra l’opinione pubblica da dietro le quinte del mondo digitale. La legge fiscale di Trump, la riforma pensionistica di Bolsonaro in Brasile, la flat tax italiana lasciano facilmente capire che, anche questa volta, i populisti finiranno molto presto per colpire quello stesso popolo che dicono di rappresentare. Una lezione che ormai dovremmo conoscere bene, ma che in molti abbiamo dimenticato.

  • Autore articolo
    Alfredo Somoza
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Un G20 da dimenticare

Si è chiuso a Buenos Aires il tredicesimo vertice del G20 senza concludere, come previsto, praticamente nulla. Un successo quindi per Donald Trump, che riesce a evitare condanne per i dazi che sta introducendo dall’inizio dell’anno per colpire i concorrenti dell’industria statunitense. Anche sul cambio climatico Trump fa inserire una specifica sul fatto che gli USA confermano l’uscita dall’Accordo per il clima, pur impegnandosi a fare bene da soli (!). Su migranti e profughi aria fritta. Anche la Cina canta, più modestamente vittoria, per avere strappato a Trump 3 mesi di moratoria per l’avvio dei dazi che dovrebbero colpire il loro export negli USA in attesa “di svolgere negoziati”. Negoziato, quella parola che irrita tanto l’inquilino della Casa Bianca, come si evince dal suo volto (rispetto a quello di Xi Jinping) nella cena che hanno condiviso a Buenos Aires

A Buenos Aires si sono anche misurate le distanze e le vicinanze tra i capi di Stato. Trump che ha evitato di incrociare Putin, ma ha sorriso apertamente al principe saudita Bin Salman. La signora May che per la prima volta dopo la guerra delle Falklands ha incontrato un presidente argentino. Emanuel Macron che per un disguido del protocollo viene ricevuto all’aeroporto soltanto da un impiegato aeroportuale che indossa un gillet giallo. Il presidente cinese Yi Yinping ricevuto come un imperatore. Un G20 da dimenticare perché è mancata chiaramente la volontà politica di fare passi avanti nella costruzione di rapporti multilaterali. Un ritorno al passato che non era nel copione di organismi come questo, nato per governare la globalizzazione che oggi paradossalmente viene difesa dalla Cina e messa in discussione da chi l’ha lanciata e cavalcato per anni, gli Stati Uniti d’America.

  • Autore articolo
    Alfredo Somoza
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Boca-River, una serata di follia

Una serata di follia, una pagina nera per il calcio argentino.

La genesi dei gravi incidenti che hanno impedito lo svolgimento della finale tra Boca Juniors e River Plate pare sia stato il sequestro alla vigilia della partita di 300 biglietti falsi e 10 milioni di pesos trovati dalla polizia nel domicilio di uno dei capi della tifoseria violenta del River Plate. Sono hooligans che vivono dal bagarinaggio, dalla falsificazione di ticket e dallo spaccio di droga all’interno dello stadio. Ogni tanto qualcuno finisce in galera per poco, ma quello che non si spezza mai è il legame con le società, che non possono prendere le distanze sul serio senza il rischio di morti e feriti alla prima opportunità pubblica.

Così sarebbe scattata la vendetta della tifoseria rimasta senza biglietti con la sassaiola contro il pullman che portava i calciatori del Boca e che ha provocato due feriti lievi e la guerriglia urbana fuori dallo stadio che le forze di polizia non sono riusciti a prendere il controllo della situazione se non dopo ore.

La Federazione sudamericana avrebbe voluto fare giocare la partita fino all’ultimo, ma le condizioni erano oggettivamente proibitive e sono stati i calciatori di entrambe le squadre a decidere di non giocare. Ora questa finale infinita per la coppa sudamericana tra le due squadre rivali della stessa città è stata rimandata a stasera alle 21 ora italiana anche se non è da escludersi che il Boca chieda i punti e la coppa a tavolino.

L’augurio è che finalmente si possa vedere serenamente uno spettacolo che ha pochi paragoni al mondo, al netto di temporali, violenze e mafie calcistiche.

  • Autore articolo
    Alfredo Somoza
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Honduras, un Paese fallito nel Centro America

Honduras

La carovana di profughi verso gli Stati Uniti si è formata in una città diventata simbolo della deriva violenta del Centroamerica: San Pedro Sula, seconda città dell’Honduras con mezzo milione di abitanti, non è solo la capitale industriale del Paese, ma è stata per ben 5 anni, tra il 2010 e il 2015, la città al Mondo con più morti violente fuori dagli scenari di guerra. 171 omicidi ogni 100.000 abitanti, un primato dell’orrore che supera la carneficina di Acapulco e di Caracas. Un fenomeno, quello della violenza urbana, che vede in testa nelle classifiche praticamente solo città latinoamericane.

In Honduras i motivi che spingono le persone ad emigrare non sono solo la violenza, dovuta al combinato disposto tra i cartelli del narcotraffico e le maras, le violente gang giovanili che controllano il territorio e lo spaccio della droga, ma è anche e soprattutto l’incredibile povertà. L’Honduras è diventato il Paese con i peggiori indicatori dell’intera regione latinoamericana, con il 25% della popolazione nella povertà e il 40% nella miseria.

Un quinto degli honduregni vive con meno di un dollaro al giorno, la soglia della sopravvivenza fisica secondo l’ONU. E non è solo dissesto sociale, ma anche instabilità politica: l’Honduras è stato uno dei pochissimi Paesi dell’area che ha subito un colpo di Stato recentemente e l’attuale presidente, Juan Orlando Hernandez, viene contestato perché secondo l’opposizione ha manipolato i risultati delle elezioni del 2017, alle quale si era potuto presentare solo dopo una discussa modifica della Costituzione.

Lo Stato praticamente non si fa più carico dell’educazione e della sanità per chi non può pagarsele di tasca propria, cioè per 7 honduregni su 10.

Questi dati da soli spieggerebbero la forte spinta verso l’emigrazione verso il Paese più ricco raggiungibile via terra, gli Stati Uniti. La differenza rispetto agli anni scorsi è che le restrizioni migratorie imposte da Donald Trump hanno fortemente ostacolato i flussi storici via Messico. Un’ulteriore danno per i Paesi centroamericani, perché le rimesse degli immigrati nel nord America costituiscono la prima fonte di ingresso dell’Honduras e del Salvador.

Se si aggiungeranno le annunciate sanzioni che Washington minaccia di varare tagliando gli aiuti economici a questi Paesi, la spinta alla fuga aumenterà ulteriormente.

Il dato che non viene mai commentato quando si parla dell’Honduras è che, come la Libia o la Somalia, è un Paese fallito, cioè un Paese nel quale lo Stato non controlla il territorio, non controlla l’economia, non controlla le forze dell’ordine e nel quale la maggioranza della popolazione non ha la minima possibilità di vivere degnamente. Le persone che hanno dato vita alla carovana della disperazione che vorrebbe raggiungere gli Stati Uniti sono a tutti gli effetti profughi da accogliere a da tutelare.

Honduras

  • Autore articolo
    Alfredo Somoza
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Michelle Bachelet: nuova paladina dei diritti umani

Michelle Bachelet

L’Alto commissario per i Diritti Umani dell’ONU, Veronica Michelle Bachelet, racconta con la sua vita la storia contemporanea del Cile. Figlia di Alberto, Brigadiere Generale dell’aviazione e Viceministro del governo di Salvador Allende, la vita della famiglia Bachelet fu profondamente marcata dal colpo di Stato che si consumò l’11 settembre di 45 anni fa.

Suo padre venne detenuto pochi mesi dopo e torturato dai suoi colleghi della forza aerea fino alla morte. Il suo fidanzato Jaime Lopez venne sequestrato e tuttora resta desaparecido. Lei stessa insieme a sua madre fu sequestrata dai militari nel 1975 e detenuta per 21 lunghi giorni nel terribile centro di detenzione clandestino Villa Grimaldi dove subirono ogni tipo di tortura.

Liberata grazie alle pressioni internazionali, trovò rifugio nella Germania est, dove studiò pediatria. Tornata in Cile nel 1979, il suo impegno con il partito socialista condiviso con la pratica medica in ospedali pubblici la portò prima a diventare Ministro della Difesa e poi della Sanità, e infine, per due mandati, la prima donna Presidente della Repubblica.

Michelle fa parte di quella schiera di politici sudamericani, come Pepe Mujica in Uruguay e Dilma Rousseff in Brasile, che sono riusciti non solo a sopravvivere alla tortura, ma a battere moralmente e politicamente i loro aguzzini.

Bachelet è stata nominata appena 10 giorni fa come Alto Commissario ONU, ma di sicuro sa cosa è la politica e soprattutto sa cosa vuol dire, sulla propria pelle, la violazione dei diritti umani.

Michelle Bachelet
Foto dalla pagina FB di Michelle Bachelet https://www.facebook.com/MichelleBachelet/
  • Autore articolo
    Alfredo Somoza
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Un no-global alla Casa Bianca?

Il Presidente USA Donald Trump

L’accordo preliminare della nuova intesa commerciale con il Messico è il primo atto concreto in materia di politica commerciale dell’amministrazione di Donald Trump. Ovviamente al netto dei dazi, che però da soli non costituiscono una politica.

Finora l’inquilino della Casa Bianca si era prodigato in una serie di no, buttando via anni e anni di negoziati promossi dai suoi predecessori. Il primo no è stato quello al TPP, l’accordo di libero scambio del Pacifico fortemente voluto da Barak Obama. Più importante ancora il TTIP, l’accordo di libero scambio Usa-UE, che molto probabilmente non sarebbe passato per le divisioni tra i partner europei e per la pressione della società civile, ma che alla fine è stato congelato da Donald Trump in persona.

Con l’annuncio del pre-accordo con il Messico, al quale potrebbe aggiungersi il Canada, viene archiviato il Nafta, l’accordo di libero scambio del Nord America firmato da George Bush e inaugurato da Bill Clinton il primo gennaio del 1994. Il Nafta fu il primo di una nuova tipologia di accordo commerciale. Delineate alcune protezioni su pochi settori scelti dai firmatari, per il resto venivano abolite le frontiere commerciali e produttive tra i paesi creando un nuovo grande mercato praticamente unificato. Diverso dall’UE però, senza compensazioni, senza una politica estera commerciale comune, senza fondi strutturali, senza un governo né un controllo democratico come quello esercitato dal parlamento europeo.

Per i Paesi minori, Messico e Canada, l’accordo ha portato all’aumento dei loro scambi con gli USA, ma fino al punto di dipendere quasi interamente da quel mercato. Conseguenze non calcolate al momento della firma sono state ad esempio la delocalizzazione del lavoro statunitense in Messico per via del costo della manodopera, oppure il riversamento in Messico delle eccedenze agricole sovvenzionate statunitensi che hanno distrutto il mercato agricolo messicano dei piccoli e medi produttori. Quel mondo agricolo che velocemente si è riconvertito alla coltivazione di sostanze stupefacenti e passato sotto il controllo dei cartelli del crimine. Dopo 24 anni, il Nafta è stato un affare per i grandi soggetti dell’economia dei tre paesi, dalle multinazionali ai signori della droga, ma molto di meno per i lavoratori, dagli operai di Detroit ai braccianti messicani.

Il nuovo accordo che Usa e Messico firmeranno è un passo indietro rispetto al Nafta, visto che si tratta di un semplice accordo bilaterale (trilaterale se aderirà il Canada) di scambio commerciale. Non più un’area comune, un diritto specifico per risolvere le controversie, l’obbligo di dovere spalancare il proprio mercato. Uno dei punti cardini dell’intesa è alla voce automobili, di cui il Messico è un grande esportatore negli USA.

L’accordo prevede che le auto esportate negli USA siano prodotte da operai che non guadagnano meno di 16 dollari l’ora, e che le parti utilizzate siano almeno al 90% prodotte nella regione (contro il 62% attuale). Con questa clausola, nessuno potrà più utilizzare il Messico per produrre macchine competitive in base al costo della manodopera o all’uso di parti provenienti dall’Oriente da esportare negli USA. Si suppone che clausole come questa riportino lavoro negli USA, cosa tuta da verificare.

Il Messico torna invece libero di firmare accordi commerciali con altri Paesi, cosa che il Nafta ostacolava anche se non impediva. La Cina, da quando ha vinto le elezioni Trump, fa la corte al Messico per firmare un importante accordo, ma anche l’area del Pacifico e il rapporto con il Sudamerica interessa molto a Città del Messico. Il paese che rischia di più è il Canada, in quanto parte integrante dell’economia statunitense che ora però rimette di nuovo le frontiere economiche. Per questo motivo Trudeau da tanta importanza alla firma del trattato CETA con l’Europa, anche il Canada ha bisogno di diversificare i clienti e i fornitori.

La risposta delle Borse all’annuncio del nuovo trattato è stata spumeggiante, non tanto perché l’accordo in sé sia positivo, ma perché dimostra la volontà della Casa Bianca di non portare fino in fondo sole politiche isolazionistiche. Trump ha applicato con successo la sua politica del dividere per fare pesare la potenza del suo paese. Non ha ridiscusso il Nafta insieme agli altri due partner, ma li ha affrontati uno ad uno.

Il presidente degli Stati Uniti sarà sì no-global, a modo suo ovviamente, ma capisce benissimo che il suo Paese dipende dai rapporti con il Mondo e l’economia gli sta dando ragione. I numeri della crescita e dei nuovi posti di lavoro che si continuano a creare negli Stati Uniti varranno al momento del voto molto di più delle vecchie storie a sfondo sessuale.

Il Presidente USA Donald Trump
Foto dal profilo ufficiale di Donald Trump su Facebook https://www.facebook.com/DonaldTrump/
  • Autore articolo
    Alfredo Somoza
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

La radicalità paga anche in Messico

Andres Manuel Lopez Obrador

La vittoria di Andrés Manuel Lopez Obrador, AMLO, per oltre 30 punti di distanza rispetto al secondo arrivato ha dimensione storica. Non solo perché sarà il primo presidente espressione dalla sinistra messicana, ma perché è stato il catalizzatore di una vera e propria rivolta dei messicani contro lo stato delle cose che si è concretizzata nel voto al candidato “pulito”, diverso e fuori dal “giro” che ha governato il paese negli ultimi 20 anni.

In Messico non ha vinto infatti il voto ideologico, che sicuramente c’è pure stato, ma la differenza l’hanno fatta i cittadini arrabbiati e soprattutto i millenials, un terzo della popolazione messicana, che si sono riversati in massa a votare Obrador, come si era già verificato in Gran Bretagna per Corbyn o negli Stati Uniti per Sanders. Un voto disperato, di chi non vede di fronte a se un futuro che non sia fatto di lavoro precario o in fuga all’estero e che teme una violenza fuori controllo che può colpire chiunque.

Il Messico ha infatti il triste primato dei morti ammazzati, sopra diversi paesi in guerra. Sono numeri difficili da stimare, ma agghiaccianti. Negli ultimi 15 anni la lotta alla droga ha prodotto oltre 120.000 morti e circa 70.000 desaparecidos. Senza che la giustizia venga a capo di nulla, con i Cartelli più forti di prima e i rappresentanti dello Stato e della politica corrotti e collusi. Per questo la promessa di Lopez Obrador, ex popolare Sindaco di Città del Messico, di fare piazza pulita della corruzione e dei cartelli della droga ha riscosso tanto successo. Perché è credibile in quanto politico fuori dal gregge e perché la situazione non potrebbe peggiorare oltre. Ma AMLO non è un populista di nuova generazione.

Il suo bagaglio politico risale ai valori e alle idee della sinistra nazionalista latinoamericana, con forti convinzioni stataliste in un paese che ha subito pesanti riforme in chiave neoliberale promosse dal partito erede della Rivoluzione, oggi quasi scomparso. Non è detto nemmeno che rompa con gli Stati Uniti, da cui dipende l’80% del commercio estero del paese. Il Nord America geografico, USA, Canada e Messico, è una delle aree al mondo più integrate dal punto di vista produttivo e gli scossoni prodotti dalle politiche, perora solo annunciate, di Donald Trump di ridiscutere l’accordo Nafta trovano pochi spunti realistici.

Lopez Obrador ha già rilanciato su quel tema, promettendo che si farà promotore di un cambio di marcia del discutibile accordo firmato nel 1994, e cioè proporrà che si passi dal solo scambio di merci a un patto per lo sviluppo seguendo l’ispirazione di John F Kennedy che negli anni ’60 lanciò l’Alleanza per il Progresso. Il punto principale della proposta di AMLO è però concentrare risorse tra i soci del Nord per favorire lo sviluppo del Centro America, una terra scossa da conflitti sociali e preda delle gang criminali da dove provengono la maggior parte dei migranti che vorrebbero entrare negli Stati Uniti. Il Centro America è la Libia degli Stati Uniti, e a Washington lo sanno.

Amlo non passerà inavvertito, questo è sicuro. Non sarà un semplice burocrate al servizio dei poteri forti e criminali del Messico che abbassa la testa davanti a Donald Trump. E’ l’unico che potrebbe riuscire a fare tornare a ragionare gli Stati Uniti in termini di partenariato e non di chiusura. Una sfida forse maggiore rispetto a quella della lotta alla corruzione interna già annunciata come priorità. Il Messico democratico ha detto basta con il voto, e per la prima volta ha premiato la sinistra. Una responsabilità storica.

Andres Manuel Lopez Obrador
Foto dalla pagina FB di Andrés Manuel López Obrador https://www.facebook.com/lopezobrador.org.mx/
  • Autore articolo
    Alfredo Somoza
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Il Messico in movimento

Andrés Manuel López Obrador

Il Messico è stato e resta, malgrado le difficoltà, un grande Paese. È lo Stato più popoloso al mondo tra quelli di lingua castigliana, il terzo in America per PIL dopo USA e Brasile. L’ex impero azteco è stato attraversato dalla grande storia degli ultimi secoli: qui fu scritta la pagina più drammatica della Conquista spagnola e si generò la prima rivoluzione del ’900, un movimento di popolo per il diritto alla terra con condottieri dal calibro di Emiliano Zapata e Pancho Villa.

Il Messico post rivoluzionario fu una “dittatura perfetta”, per citare lo scrittore peruviano Mario Vargas Llosa. Nel senso che il partito erede di quella stagione, il PRI (Partido Revolucionario Institucional), ha governato da solo per quasi 70 anni trasformandosi, da custode dei valori della Rivoluzione, in sostenitore del liberismo, arrivando a spingere sulle privatizzazioni e a firmare l’accordo Nafta con Stati Uniti e Canada. Il tutto farcito da livelli di corruzione indescrivibili, tipici dei regimi nei quali non è previsto il ricambio della dirigenza politica.

Il monopolio del PRI si è interrotto nel 2000 con la prima vittoria in assoluto della destra del PAN, che ha trionfato di nuovo nel 2006. Quando, nel 2012, Enrique Peña Nieto del PRI si è imposto alle elezioni presidenziali, pur tra mille polemiche sulla limpidezza del risultato, tutto pareva tornare alla normalità. Invece i disastri di questi anni, attribuiti alla politica, porteranno ora, per la prima volta, alla sicura vittoria di un esponente della sinistra. La débâcle di Peña Nieto è stata il saldo tragico della sua personale “lotta alla droga”, che ha prodotto decine di migliaia di morti e di desaparecidos senza però diminuire il potere dei cartelli.

Dal 1994 in poi, infatti, il Messico è diventato la porta d’ingresso del mercato consumatore più grande al mondo, gli Stati Uniti. Una volta abbandonata la via della Florida, con la firma del Nafta il traffico si spostò sui camion e dentro i tunnel sotto il confine del Río Bravo. I cartelli della droga messicani, da corrieri dei colombiani, sono così diventati i protagonisti non solo della commercializzazione della cocaina sudamericana ma anche della produzione dell’eroina e della metanfetamina a basso costo che hanno invaso le strade statunitensi. Oggi il potere dei cartelli, oltre che con il traffico di stupefacenti, si esprime attraverso il controllo del territorio, con la complicità degli organi dello Stato.

Contro tutto questo voteranno i messicani eleggendo Andrés Manuel López Obrador, conosciuto con l’acronimo Amlo, un fuoriuscito dal PRI diventato popolarissimo sindaco di Città del Messico. Amlo è già stato sconfitto due volte, sicuramente in modo illecito la seconda, ma ora stacca di parecchi punti i suoi rivali del PAN e del PRI, entrambi associati ai fallimenti e ai lutti di questi ultimi anni. López Obrador ha 64 anni: laureato in scienze politiche e gestione dello Stato, si presenta come leader di Morena (Movimiento de Regeneración Nacional). Il suo background politico è quello della sinistra nazionalista storica dell’America Latina. Più vicino a Chávez e a Morales che a Mujica o a Lula, con forti dosi di retorica antipolitica e giustizialista.

López Obrador, però, sa che oggi è improponibile prendere a modello il Venezuela bolivariano, soprattutto quando si deve governare un Paese nel quale lo Stato ha perso il controllo di vaste fette del territorio, con forze dell’ordine al servizio dei cartelli della droga, e che dipende all’80% dagli scambi con gli Stati Uniti. Ed è proprio quella la prima grana in materia economica che il nuovo presidente dovrà affrontare, dopo le minacce (per ora verbali) di fare saltare il Nafta da parte di Donald Trump.


Il Messico resta un grande Paese, ma i messicani sono esasperati e dal nuovo presidente si aspettano che possa ridare dignità allo Stato, ma con ricette di sinistra. Il Messico dei prossimi anni, dopo un lungo periodo di discesa negli inferi, sarà un interessante laboratorio politico da seguire.

Andrés Manuel López Obrador
Foto dalla pagina FB di Andrés Manuel López Obrador https://www.facebook.com/lopezobrador.org.mx/
  • Autore articolo
    Alfredo Somoza
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Un accordo scritto sulla sabbia

Giuseppe Conte al Consiglio Europeo

Il Consiglio d’Europa di ieri ha partorito un topolino sul tema della gestione dei flussi di richiedenti asilo in Europa. Non poteva essere altrimenti, dal momento che il documento finale è passato all’unanimità, quindi è stato firmato sia dall’Italia, il Paese che chiedeva di più, sia dai paesi del gruppo di Visegrad che non volevano cedere nulla.

La chiave di lettura di questo risultato passa anzitutto dall’analisi del testo, nel quale si fa abbondante uso del condizionale (“potrebbero”, “dovrebbero”) e dalla parola magica, ripetuta 5 volte, “volontari”. In buona sostanza, si tratta di un accordo su base volontaria, quindi non vincolante, con tanti suggerimenti e praticamente nessun obbligo. Ecco i punti salienti:

Primo punto. Dublino non si tocca. La Convenzione firmata nel 1990, Governo Andreotti, poi diventato Regolamento Dublino II nel.2003 (Governo Berlusconi-Lega Nord-AN), modificata l’ultima volta nel 2013 (Governo Monti Pd-Berlusconi) che inchioda nel paese di primo approdo i richiedenti asilo. Si parla di avviare un consenso unanime per riformarlo, cosa impossibile perché i paesi orientali non lo cambierebbero mai.

Secondo punto. Si prevede la creazione di nuovi “centri controllati” nell’Unione Europea, che sarebbero in sostanza campi profughi sul suolo europeo, finanziati e gestiti dall’Unione Europea, per ospitare i migranti, esaminare le loro richieste e decidere in modo “rapido”. Sono dei nuovi hotspot che si “invita” ad aprire “su base volontaria». Come chiesto dall’Italia, si prevede, sempre su base volontaria, di poterli aprire fuori dall’UE. Al momento non ci sono candidature.

Terzo punto. Per venire incontro alla Germania, si condannano i cosiddetti secondary movements, cioè gli spostamenti dei migranti in un paese diverso da quello in cui hanno fatto richiesta di asilo. Un ricorso usato a man bassa dall’Italia che durante le emergenze 2015-2016 non identificava tutti i richiedenti asilo agevolando la loro partenza per altri paesi europei.

Quarto punto. Si aumenta di 500 milioni di euro il Fondo per lo Sviluppo dell’Africa, voluto fortemente dal governo Gentiloni, spostandoli però sul Fondo Fiduciario per l’emergenza in Africa che è il fondo tramite il quale si paga la Guardia Costiera libica, collegata a doppio filo ai signori della guerra e ai gestori dei lager per richiedenti asilo. Soldi che sicuramente non andranno in progetti di sviluppo nei paesi di partenza dei migranti.

Quinto punto. Si conferma la stretta contro le ong che operano nel Mediterraneo con un generico “devono rispettare le leggi applicabili e non interferire con le operazioni della guardia costiera libica”. In soldoni, devono consegnare i naufraghi alle unità della guardia costiera libica perché facciano ritorno ai lager dai quali sono scappati dopo torture e violenze di ogni genere.

Chi ha vinto con questo Consiglio d’Europa? Sicuramente i Paesi di Visegrad, alleati ideologici del Vicepremier Salvini, che riescono da un lato a fare sganciare la seconda tranche da 3 miliardi perché la Turchia non riapra la via dei Balcani, dall’altra lasciano i paesi del Mediterraneo, Italia in primis, a continuare a vedersela da soli. Nessuna solidarietà.

La Germania torna a casa senza danni, anzi, vengono condannati i movimenti “secondari” come voleva Merkel. La Francia può vantarsi di avere fatto il regista di un vertice di aria fritta e di tornare a casa senza nessun nuovo obbligo.

Chi perde? La Grecia, in parte la Spagna, e soprattutto l’Italia che dovrà continuare a fare da sola. Perdono anche le ong, che avranno sempre più ostacoli per salvare vite umane e l’onore dell’Europa.
Ciliegina sulla torta, la grande priorità portata da Conte al Consiglio, la fine dell’embargo alla Russia, è stata sonoramente bocciata e l’embargo rinnovato per altri 6 mesi.

Nota di colore, il Premier Conte sarà ricordato perché dopo avere vantato nel suo discorso di essere “un professore di diritto”, è stato deriso dallo svedese (“Io ero saldatore”) e dal bulgaro (“Sono pompiere”).

Giuseppe Conte al Consiglio Europeo

  • Autore articolo
    Alfredo Somoza
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

È colpa della globalizzazione

Il gruppo Visegrád

In Occidente si stanno avvicendando al potere forze politiche che hanno come punto di forza un obiettivo impensabile fino a poco tempo fa: smontare la globalizzazione. Ma che cos’è oggi la globalizzazione, e soprattutto come viene percepita? Per il grande capitale è stata una manna che ha spalancato mercati prima ermeticamente chiusi, che ha permesso di trovare manodopera a basso costo altrove e soprattutto di pagare meno tasse, talvolta addirittura nulla, grazie alla cosiddetta “ottimizzazione fiscale”.

Gli imprenditori di dimensioni nazionali non hanno invece lo stesso vissuto: la concorrenza delle multinazionali ha ridotto le loro possibilità di sopravvivenza, e oggi i grandi marchi stanno occupando ogni nicchia produttiva e commerciale disponibile. Per le persone, per i privati cittadini, la situazione è ancora più complessa.

C’è chi ha migliorato le sue condizioni di vita, c’è chi invece è stato scartato, espulso dal lavoro. Questa è stata la conseguenza delle delocalizzazioni produttive, che hanno caratterizzato soprattutto la prima fase della globalizzazione. Milioni di nuovi posti di lavoro creati in Oriente, milioni di posti di lavoro in meno in Occidente. Nel frattempo l’offerta di lavoro è cambiata: l’alternativa all’impiego “di una volta” consiste spessissimo in occupazioni precarie, senza prospettive di carriera, con pochi diritti. È la situazione in cui si trovano, per esempio, centinaia di migliaia di distributori a domicilio delle merci ordinate via web. Così in Occidente è cresciuta la delusione per le promesse mancate, insieme alla paura di perdere anche ciò che resta dei diritti e del lavoro del passato.

Il programma dei cosiddetti populismi è molto semplice: dare risposte radicali ai problemi della globalizzazione, senza fare mediazioni e utilizzando un linguaggio diretto. Il nocciolo della proposta è l’idea che si possa tornare al passato, che si possa ricreare un mondo che a molti, ora, sembra idilliaco. Si pensa ad esempio che se una donna europea ricevesse sussidi dallo Stato farebbe molti figli, che dazi e barriere doganali possano rilanciare la produzione nazionale, che la forza militare sia una carta vincente.

Il bersaglio preferito dei populismi sono i cittadini privi del diritto al voto, cioè gli immigrati, senza i quali in realtà molte società sarebbero boccheggianti. Dai messicani negli Stati Uniti agli africani e mediorientali di religione musulmana in Europa, gli immigrati diventano la dimostrazione di un complotto: “sostituzione etnica” la chiamano, un grande disegno per cancellare i popoli bianchi d’Europa. Versione aggiornata dei Protocolli dei Savi di Sion, il pamphlet scritto dalla polizia zarista per giustificare i pogrom contro gli ebrei che portò dritto all’Olocausto.

I politici arrivati al potere su queste idee si stanno moltiplicando velocemente, da Trump negli Stati Uniti a Orbán in Ungheria, dall’Italia “gialloverde” all’Austria. E molti arriveranno ancora. Oggi i difensori della globalizzazione sono i Paesi che ne hanno tratto quasi solo vantaggi, dalla Cina al Vietnam, mentre le forze che l’hanno sostenuta in Occidente sono in stato confusionale. Il non avere mai voluto vedere le distorsioni che la globalizzazione produceva, il non avere mai voluto introdurre correttivi e riforme oggi si paga.

L’azione di questi governi per ora si concentra sulla distruzione del sistema multilaterale di relazioni economiche, ma presto si arriverà all’approdo naturale di ogni nazionalismo: il ritorno a scenari bellici. Questo perché, se non sei interessato a vendere i tuoi prodotti attraverso gli accordi, i mercati li apri con le cannoniere, come usava fare l’Impero britannico. Il XXI secolo, che doveva essere quello del consolidamento di una società globale, rischia dunque di essere quello del ritorno agli Stati-nazione. La democrazia è in ritirata ovunque, gli organismi internazionali sono stati messi a tacere.

Come ridare fiducia a chi ritiene di aver soltanto perso, con la globalizzazione? È questa la domanda alla quale la politica dovrà dare urgentemente risposta. Le proposte dovranno essere concrete, dirette e radicali, ma finalizzate a riformare, non a smontare l’esistente. Perché oltre la globalizzazione non c’è la possibilità di tornare a stare meglio, c’è solo quella di tornare all’era dei conflitti.

Il gruppo Visegrád
Foto dalla pagina FB di Orbán Viktor https://www.facebook.com/orbanviktor/
  • Autore articolo
    Alfredo Somoza
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

La Giornata del rifugiato

UNHCR

La figura del rifugiato che oggi si ricorda in tutto il mondo è una costante nella storia dell’umanità. Già nella storia antica si parla di popoli o di persone perseguitate per la loro religione, idee, perché vittime di avvenimenti bellici. Dal punto di vista del diritto, le radici della protezione contro la persecuzione risalgono al Medioevo, ma soltanto tra l’ottocento e il novecento è stato codificato e man mano è diventato parte integrante del diritto internazionale.

Una storia che nasce in Europa, che nei secoli aveva prodotto successive ondate di profughi da guerre di religione, da regimi totalitari, da guerre e che per questo motivo si porterà avanti sullo sviluppo delle modalità di protezione. I primi rifugiati riconosciuti internazionalmente sono stati infatti le vittime della Seconda guerra mondiale e per anni ancora in questa categoria rientreranno soltanto cittadini europei. L’Italia, fino al 1989, riconosceva questo status soltanto, appunto, ad altri europei: era la cosiddetta “riserva geografica”.

I numeri globali del fenomeno hanno registrato in questi ultimi anni un costante aumento. Il fenomeno, dopo la fine del conflitto balcanico, è diventato sempre più dirompente soprattutto in Africa e in Medio Oriente. Non soltanto per quanto riguarda i rifugiati, ma anche per i paesi ospitanti. Dai circa 68 milioni di profughi registrati dall’ONU, l’85% ha trovato riparo in paesi a basso reddito.

L’aumento degli ultimi anni è un dato speculare all’aumento del caos geopolitico mondiale, all’affermazione di regimi liberticidi e all’aumento dell’intensità di conflitti vecchi e nuovi. Per questo motivo i dati ufficiali di Acnur sono una cartina di tornasole dello stato di salute del mondo e del bisogno di rinforzare gli strumenti multilaterali che possano prevenire o almeno permettere di intervenire per tempo quando si condensano le condizioni perché in un paese scatti un’emergenza umanitaria. E invece è il contrario, man mano stiamo smantellando i luoghi di mediazione e di azione collettiva con un pericoloso ritorno alla politica delle potenze e ai nazionalismi che sono state da sempre tra le principali cause dei conflitti.

Il mondo del XXI secolo doveva essere, nei sogni del secolo scorso, governato da una comunità internazionale che almeno sul tema del rifugio fosse concorde nello stabilire limiti invalicabili. Il pianto dei bambini profughi dai conflitti centroamericani nei campi di detenzione statunitensi, l’odissea dei rohingya del Myanmar massacrati ed espulsi dal loro territorio, i viaggi della speranza dall’Africa finiti in lutto ci dicono che non esiste una sensibilità su un tema che dovrebbe essere un valore non negoziabile, piegato sempre più pericolosamente alla ragion di stato.

Non esiste democrazia senza diritto di asilo, non esiste una comunità internazionale che non si prenda cura dei profughi. Se Internet ha reso il mondo interconnesso, regalandoci l’impressione di essere tutti sulla stessa barca, dobbiamo agire velocemente per tappare le falle perché quella barca fa acqua.

UNHCR
Foto dalla pagina FB dell’UNHCR https://www.facebook.com/UNHCR/

*Già rifugiato sotto mandato ACNUR

  • Autore articolo
    Alfredo Somoza
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Sinistra reaparecida

Colombia

Il primo turno delle elezioni presidenziali colombiane conferma la buona salute delle sinistre in America Latina. Questa potrebbe sembrare un’affermazione contraddittoria rispetto alla vulgata che vorrebbe il declino inarrestabile di ogni istanza progressista, a partire dal fallimento del Venezuela bolivariano.

Ed è questo l’equivoco, cioè credere che l’esperienza chavista rappresenti ancor oggi un’ipotesi di sinistra di governo in America Latina. Chávez, insieme a Correa, Morales e Lula, è stato uno dei protagonisti della conquista dei palazzi del potere, per la prima volta nella storia, da parte di personalità uscite dalle lotte sindacali, per la terra, per i diritti umani. Presidenti che intendevano porre le basi di un modello economico diverso, ma che puntavano anche a resettare le costituzioni di nazioni che ancora non riconoscevano le diversità, a partire dalla Bolivia, dove la maggioranza amerindia era invisibile. Questi uomini e queste donne hanno scommesso sull’allargamento dei diritti, non sul loro restringimento.

È stata la stagione dei matrimoni “per tutti”, dell’estensione del diritto all’aborto, dell’approvazione di norme sui diritti umani e del ripensamento del ruolo delle forze armate. Una stagione che effettivamente si è chiusa con la grande crisi economica mondiale, arrivata in America Latina con qualche anno di ritardo.

L’incapacità di governare la crisi, la corruzione e il nepotismo, la volontà di perpetuarsi al potere sono stati i fenomeni che hanno segnato la caduta del PT (il Partito dei Lavoratori) in Brasile, del kirchnerismo in Argentina, del madurismo in Venezuela. I titoli dei giornali internazionali, che si occupano poco e male di America Latina, erano concordi: “la destra torna al potere”. Questo era vero solo in parte, perché in Argentina Mauricio Macri vinceva sul candidato peronista e Sebastian Piñera in Cile tornava alla Moneda, mentre in Brasile Dilma Rousseff veniva spedita a casa da un impeachment, ma era un errore trarre conseguenze lapidarie estendendole a tutto il continente.

Ciò che stava succedendo era che all’ombra dei grandi e contraddittori personaggi degli anni 2000 stava nascendo una nuova sinistra, più moderna e ancora più pragmatica di quella di prima. Bastava fare qualche conto. In Cile, al primo turno le forze che si richiamano alla sinistra o al centrosinistra prendono insieme il 54% dei voti, e soprattutto, a sorpresa, si afferma con il 20% dei voti Beatriz Muñoz a capo di una coalizione di nuova sinistra. Lo stesso succede alle presidenziali in Colombia, dove arriva secondo, e va al ballottaggio contro il candidato della destra Iván Duque, Gustavo Petro, ex guerrigliero e sindaco di Bogotá, seguito a pochi voti da Sergio Fajardo, ex sindaco di Medellin, con una coalizione di centrosinistra. Insieme prendono quasi il 49% dei voti contro il 39% del candidato delle destre. Anche il Messico che andrà al voto il prossimo 1° luglio vede in testa a tutti i sondaggi Andrés Manuel López Obrador, un politico di sinistra in versione populista che per la prima volta potrebbe occupare la poltronissima di Città del Messico.

Il fenomeno delle nuove sinistre, rispetto a quelle degli anni ’90 e 2000, si sta dispiegando a livello continentale. E questo perché il merito delle sinistre precedenti è stato aver vinto la battaglia culturale contro la destra liberale che aveva portato alcuni Paesi al fallimento totale. Anche se il Venezuela di Maduro rischia la stessa fine, i fondamentali ereditati da quelle esperienze in materia di protezione ai più deboli, diritti civili e ruolo dello Stato oggi non vengono messi in discussione dai contendenti.

Nell’Argentina di Macri, ad esempio, il welfare peronista finora non è stato intaccato, così come in Cile Piñera non ha modificato le riforme dei socialisti, e addirittura in Venezuela gli oppositori di Maduro garantiscono che non toccheranno l’assistenza sanitaria universale. Se l’America Latina è stata sempre un laboratorio – nel bene e nel male – delle vicende politiche occidentali, ora si respira l’inizio di una nuova era. Che, contrariamente a quanto dicono molte analisi, non sarà regressiva, ma nella quale si cercherà di mantenere alti i principi di eguaglianza e di giustizia, senza però dimenticare la sostenibilità economica delle proprie scelte.

Colombia

  • Autore articolo
    Alfredo Somoza
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Il visionario di Treviri

Karl Marx

A 200 anni dalla sua nascita, nessuno può negare l’importanza che Karl Marx ha avuto nella storia del pensiero politico. A differenza dei socialisti utopisti suoi contemporanei, fin dall’inizio Marx fu un pragmatico, fortemente influenzato da Hegel e dal positivismo: si pose per primo il problema del potere e di come esso sarebbe stato raggiunto dalle classi subalterne della rivoluzione industriale, cioè dal proletariato. Una storia europea, quella di Marx, fortemente influenzata dalle correnti di pensiero razionaliste che declinavano il concetto di progresso come panacea per il superamento della miseria, ben presente anche nel cuore dei Paesi ricchi.

La povertà alla quale Marx faceva riferimento non era la miseria profonda del mondo rurale bensì la realtà urbana del lavoratore-povero che, malgrado il suo inserimento nel ciclo produttivo industriale, continuava a rimanere povero: una situazione che, ai tempi di Marx, la mano invisibile del mercato, per usare la fortunata metafora dell’economista scozzese Adam Smith, non era riuscita a cancellare.

Da qui l’intuizione geniale del giovane filosofo: di fronte all’intesa tra i capitalisti per perpetuare il loro potere, bisognava immaginare una fratellanza tra i lavoratori per strappare una fetta maggiore del valore del lavoro, o meglio, per appropriarsi dei mezzi di produzione. Al netto delle successive interpretazioni delle sue idee, che in vita Marx non vide mai concretizzarsi, l’idea-forza del suo pensiero fu il concetto della necessità dell’organizzazione degli oppressi per rovesciare l’ordine delle cose: è l’idea che sta alla base della cooperazione, del sindacato, dei partiti progressisti, il vero motore della storia popolare tra il XIX e il XX secolo.

Non a caso, in questa stagione della globalizzazione, diversa da quella studiata magistralmente da Marx solo per via degli attori in campo, una delle migliori armi del capitale è proprio quella di spezzettare il lavoro, di frammentare la rappresentanza, di rendere i lavoratori precari e non solidali tra loro. Questo perché, appunto, storicamente l’unione ha sempre fatto la forza.

Le profezie di Marx sui soggetti e sui contesti che sarebbero stati protagonisti della rivoluzione sono state più volte smentite. Non fu la classe operaia dei Paesi industrializzati a plasmare il suo pensiero in politica, ma quella dei miserrimi contadini russi e poi dei contadini cinesi. Paradossalmente erano società che lo stesso Marx aveva definito arretrate, sulla base della superiorità eurocentrica del pensiero positivista rispetto a qualsiasi cultura altra.

In realtà, pensare che Marx abbia influenzato solo i regimi sovietici o il comunismo cinese è sbagliato. Il marxismo ha influenzato anche l’azione e le idee della galassia socialista e socialdemocratica che ha modellato la storia recente europea. Le conquiste sociali, uniche al mondo, del Vecchio Continente sono tutte, in qualche modo, figlie del pensiero di Marx.

La socialdemocrazia – che propone una società organizzata nella quale i più forti sostengono i più deboli attraverso la fiscalità, e nella quale lo Stato è al centro non solo per le istanze redistributive ma anche come garante collettivo delle dinamiche del mercato – ha interpretato il pensiero di Marx in modo forse più realistico di quanto fecero i programmatori dell’economia pianificata dell’Unione Sovietica.

E questo è il punto: Marx auspicava la rivoluzione e l’instaurazione della dittatura del proletariato, oppure le considerava eventi che si sarebbero verificati, come in effetti accadde in diversi Paesi? Forse questo oggi è un dibattito sterile. Restano il pensiero, la capacità analitica e le idee del primo critico della globalizzazione, che però in essa vedeva sia grandi ingiustizie sia grandi potenzialità. Soprattutto se i soggetti deboli si fossero uniti per lottare insieme. Un pensiero formulato nell’800 che resta di incredibile attualità.

Karl Marx
Foto Wikimedia
  • Autore articolo
    Alfredo Somoza
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Il mondo in crociera

Turisti in crociera

La crociera turistica è un fenomeno relativamente moderno. Nacque infatti nei Caraibi negli anni ’70, quando i transatlantici per il trasporto passeggeri sono stati superati dall’aereo. Solo allora gli armatori hanno creato questo nuovo mercato, caratterizzato sin dagli esordi da alti livelli di redditività. Dagli anni ’70 a oggi, i crocieristi sono passati da circa 500.000 a oltre 25 milioni. È il segmento del turismo che è più cresciuto a livello globale, con un ritmo medio che sfiora il 20% all’anno.

Le navi, comunemente definite città galleggianti, sono in realtà villaggi turistici in movimento: rispetto ai resort “tradizionali” hanno il vantaggio di potersi spostare, di variare la propria offerta, destagionalizzarla inseguendo il caldo.

Il decollo definitivo del turismo da crociera è avvenuto in un preciso momento storico: dicembre 2004, il mese del terribile tsunami abbattutosi su parte dell’Asia. Le macerie lasciate dalla grande onda segnavano l’inizio del declino dei tipici beach resort, le strutture ricettive all-inclusive grazie alle quali gli europei avevano cominciato a fare turismo balneare dall’altra parte del mondo. Peraltro il modello del resort, struttura che spesso assomiglia a un’astronave aliena e luccicante atterrata in un contesto di degrado e miseria, stava cominciando a fare i conti pure con l’accusa di avere un impatto negativo sul territorio, anziché essere un’opportunità di sviluppo per il Paese ospite. E aveva già dimostrato di non essere immune alla criminalità e al terrorismo.

Il naturale sostituto dei villaggi era già pronto: la nave da crociera, che offre gli stessi comfort e in più garantisce il massimo immaginabile in termini di sicurezza: il passeggero che teme i luoghi ignoti non è nemmeno tenuto a scendere a terra durante le sue vacanze. Anche la nave da crociera è un paradiso d’abbondanza alieno. Viaggia troppo al largo dalle umane miserie dei tropici per offendere i sentimenti dei turisti.

L’aumento vertiginoso della domanda sta giocando un brutto scherzo alle compagnie armatrici. La maggiore capacità ricettiva porta all’obbligo di garantire un’occupazione dei posti letto costante durante l’anno. Per questo anche qui, come nei resort, è scattata l’ora del viaggio low cost, nel quale l’importante è il numero e non la qualità. Troppa gente imbarcata, troppo grandi le navi, troppa manodopera sottopagata e demotivata. Che trasportano viaggiatori che rischiano di travolgere le città che visitano per poche ore.

Sono migliaia i turisti scaricati nello stesso momento e nello stesso punto e che di solito si recano insieme a vedere gli stessi luoghi turistici. A Venezia, Miami, Barcellona o Atene li temono. E questo perché sono turisti che hanno i pasti e il pernottamento pagato a bordo della nave e che sul posto consumano, se va bene, qualche bibita e il gelato. Turisti che intasano le piazze, che rendono impossibile la visita ai musei, che allontanano i turisti che invece vorrebbero spendere.

Una nuova dimensione del turismo di massa che arriva via mare e contribuisce a fare diventare insostenibile il turismo. Un tema di riflessione sul quale però tutto tace, perché gli interessi dei bottegai, e delle compagnie marittime, prevalgono su quelli dei cittadini, rischiando di desertificare e di rendere invivibili città che invece di ricevere benefici dal turismo raccolgono soli i guasti che provoca quando viene lasciato a briglia sciolta.

Turisti in crociera

  • Autore articolo
    Alfredo Somoza
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Il mondo spiegato da Radio Popolare e Icei

Dialoghi.Info

Nel 2017 ICEI e Radio Popolare ricordavano i primi 40 anni di vita. La natura di ICEI, nata per animare il dibattito sulla politica estera a Milano e la forte caratterizzazione di Radio Popolare sempre attenta alle dinamiche internazionali hanno prodotto un ciclo di otto incontri per riflettere sul mondo negli ultimi 40 anni, ma immaginando anche gli scenari futuri.

Sono stati quattro decenni intensi che coincidono con la transizione dal mondo bipolare della Guerra Fredda a quello della scoperta della dimensione Nord Sud e fino all’attuale caos geopolitico multipolare. Ci siamo fatti aiutare da grandi inviati della stampa italiana e da ricercatori in politica internazionale, che hanno riletto gli ultimi decenni per aiutarci a capire il presente.

Il 2017 è stato anche un anno ricco di avvenimenti internazionali che abbiamo analizzato in pressa diretta. L’inizio dell’era Trump, la fine dei governi progressisti in America Latina, i cambi di scenario in Medio Oriente. Proprio in quel contesto geopolitico Alberto Negri e Chawki Senouci hanno delineato il cambio di alleanza che hanno visto tra i vincitori l’Iran e le sue propaggini libanesi degli Hezbollah, la sconfitta dell’Arabia Saudita in Siria e le sue difficoltà nello Yemen, il ruolo da potenza della Russia di Putin, la sconfitta e la rinascita di Erdogan che pone la Turchia di fatto fuori dalla NATO.

Dialoghi.info, testata giornalistica online di ICEI, ha dedicato un numero speciale insieme a Radio Popolare per riproporre gli interventi video e audio dei singoli incontri e le editoriali che hanno fatto il “punto” sui singoli temi. Materiale originale che ci restituisce una fotografia del mondo attuale, caratterizzato dalla frammentazione dei centri di potere, le ondate di malessere che ripercorrono l’Occidente, i limiti e le potenzialità della globalizzazione, la disperazione di chi deve fuggire da guerre o disastri naturali, le paure generalizzate su un futuro che non si riesce a decifrare. Ma anche le positività degli ultimi anni come il superamento, almeno per ora, del terrore nucleare, l’avanzata dei diritti umani e civili in tanti paesi, lo sviluppo di una coscienza planetaria sui temi ambientali, il risveglio della questione di genere.

Buona lettura, ascolto o visione.

Dialoghi.Info

  • Autore articolo
    Alfredo Somoza
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Raul scrive la fine dell’era dei Castro

cuba nel 2018

Una delle certezze più salde nelle relazioni internazionali da oltre mezzo secolo era che nella Cuba post rivoluzionaria comandavano i Castro.

Ora le cose cambieranno, anche se non del tutto, e cioè con il dimissionario Presidente Raul Castro che resterà a capo del Partito Comunista e controllerà ancora le forze armate, i due pilastri della Rivoluzione.

Cuba, una piccola isola caraibica, è stata un gigante politico per il peso che la Rivoluzione di Fidel e di Che Guevara del 1959 ebbe sull’America Latina e su tutto il mondo, ma anche per la sua vicinanza geografica al gigante statunitense.

La Cuba dei fratelli Castro è stata la zanzara fastidiosa che punzecchiò l’impero dall’interno del suo cortile di casa.

Il prezzo per questo protagonismo cubano è stato l’alleanza di ferro con l’Unione Sovietica che l’avvocato liberal-democratico Fidel Castro dovette accettare, ma alla cubana. Permettendo ad esempio che continuasse a funzionare regolarmente la Chiesa cattolica, la santeria afrocubana e la massoneria.

L’ideologia del castrismo si è più ispirata alle idee del poeta-patriota José Martì che combatté contro gli spagnoli alla fine dell’800, che al marxismo-leninismo.

Il vero collante della Rivoluzione non è mai stato infatti la dimensione ideologica, ma l’aspirazione all’indipendenza dal vicino del Nord. Le gesta di Fidel Castro misero a nudo le contraddizioni, percepite dalla grande massa dei latinoamericani, tra i grandi ideali e slanci della guerra anticoloniale dell’800 e le pesanti ingiustizie sociali e politiche nelle quali continuava a versare il continente non più assoggettati alla Spagna, ma sotto la pesante influenza degli Stati Uniti.

Non fu però il marxismo-leninismo a rendere Fidel Castro e la sua rivoluzione il primo movimento politico globale della modernità che seppe sfruttare i media e la cultura per creare consenso, ma le istanze di giustizia sociale. Come disse Fidel Castro nella dichiarazione dell’Avana del 1960: “non offriamo agli uomini soltanto libertà ma anche pane, non offriamo agli uomini solo pane, ma anche libertà… Noi non siamo né di destra né di sinistra, né di centro. Noi vogliamo andare oltre rispetto a destra e sinistra”. Quale sia poi il concetto di libertà in un paese nel quale l’informazione e la politica sono monopolio dello Stato e di un partito unico è altro discorso. Un paese nel quale il dissenso politico, e a lungo anche l’omosessualità sono stati perseguitati duramente.

I Castro sono stati implacabili nel gestire il potere impedendo l’emergere di altre figure che potessero fare ombra soprattutto a Fidel, ma anche a Raul che ha ricevuto l’investitura come presidente dal fratello nel 2006. Una transizione indolore in una situazione di tensione perché Cuba, anche grazie all’embargo e ai madornali errori politici di Washington, si è sempre considerato, a torto o a ragione, un paese in guerra.

La transizione complessa e travagliata condotta da Raul Castro aveva ottenuto con Obama, e grazie anche alla mediazione di Papa Francesco, praticamente la fine dell’embargo e il beneplacito di Washington al suo modello di stampo cinese che Fidel non amava tanto. Ma con Donald Trump alla Casa Bianca le carte si sono rimescolate ancora e tutto si è fermato.

Alcuni successi certi invece di quest’ultimo periodo della fase castrista sono stati nel 2004 la creazione dell’ALBA (Alleanza Bolivariana per le Americhe) insieme a Venezuela, Bolivia, Ecuador, Nicaragua e altri Stati dei Caraibi: un’alleanza che ha garantito a Cuba il rifornimento di greggio venezuelano a prezzo politico in cambio di assistenza militare, sanitaria e scolastica, uno scambio che nessun altro produttore avrebbe mai accettato.

Nel 2010 si è avverato invece il sogno cubano di creare una comunità dei Paesi americani alternativa all’OSA (Organizzazione degli Stati Americani) con sede a Washington, e che nel 1962 aveva espulso l’isola caraibica per la sua adesione al blocco sovietico. Altro merito di Raul è stato il consolidamento dei rapporti con la Cina, oltre al mantenimento di quelli privilegiati con la Russia. Entrambe i paesi difendono le cause cubane in ambito internazionale e sono forti investitori nell’economia dell’isola.

La Cuba che ora lascia, anche se a metà, Raul è un paese colto e istruito, con buoni medici e insegnanti, con incredibili artisti e musicisti, con una grande sete di apertura e di rinnovamento. E’ anche un paese sospeso nel vuoto, con un grande passato ma con un futuro incerto.

A Cuba stiamo assistendo a uno spettacolo raro: il passaggio di poteri da una famiglia che li deteneva da oltre mezzo secolo a una nuova generazione di politici senza strappi né drammi. Altro indicatore dell’eccezionalità cubana che però non può spiegare da sola la complessità della politica, e l’importanza, di quella piccola isola caraibica.

La Cuba della Revolución probabilmente finisce qui, il sogno dei fratelli Castro dei barbudos viene consegnato alla storia come una pagina imprescindibile del ‘900

cuba nel 2018

  • Autore articolo
    Alfredo Somoza
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Violenza urbana: record in America Latina

Rio De Janeiro

Quando si parla di violenza urbana si parla soprattutto di America Latina. Nella lista delle prime 50 città più pericolose al mondo, 43 appartengono al subcontinente americano. Se si aggiungono le 4 città degli Stati Uniti, la quota americana sale al 94%. La misurazione dell’indice di pericolosità si basa sul tasso di omicidi ogni 100.000 abitanti.

Il primato lo detiene Los Cabos, nello Stato messicano della Bassa California del Sud, dove la guerra tra i narcos costa 111,3 morti ogni 100.000 abitanti. Segue Caracas, capitale del Venezuela, con 111,2 omicidi, che detiene il primato per il numero totale di assassinati all’anno: 3387. I due Paesi con il maggior numero di città in questa classifica sono il Messico, con 5 città, e il Brasile, ben 17.

Questi numeri dovrebbero stimolare un dibattito serio sulla caratteristiche dei conflitti contemporanei. Oggi il mondo sta vivendo contemporaneamente un mix di conflitti convenzionali, come la guerra in Siria, di conflitti legati al controllo delle risorse, come quello in corso in Congo, e di conflitti dovuti al collasso sociale, come quelli latinoamericani.

Da tanti punti di vista il Messico è da considerarsi uno Stato fallito, per quanto ufficialmente ancora integro. La conseguenza dell’adesione al mercato Nafta, con gli Stati Uniti e il Canada, è stata la distruzione della piccola e media agricoltura, non in grado di reggere l’urto delle eccedenze statunitensi vendute sottocosto perché sovvenzionate con denaro pubblico. Milioni di contadini (e di ettari di suolo) hanno dovuto trovare una nuova occupazione. Oltre all’esodo di massa verso le città, centinaia di migliaia di produttori si sono riconvertiti alla coltivazione del papavero da oppio o della cannabis. Intanto crescevano il potere di fuoco e la potenza economica dei cartelli della droga.

In Brasile, dopo il successo delle politiche di lotta alla povertà dei governi di Lula, la crisi è tornata a colpire i più poveri, riproponendo lo schema classico di una delle società più polarizzate dal punto di vista sociale.

Ma non sono solo questi Paesi ad avere città praticamente fuori controllo. Le capitali centroamericane sono vittime delle gang importate dagli Stati Uniti, quelle andine e quelle delle pampas sono sempre più insicure. In America Latina, e in parte degli Stati Uniti, la fine degli investimenti sociali, che ha abbandonato al loro destino i più poveri, secondo i dettami delle politiche degli ultimi 20 anni, ha allargato le fasce del disagio. In passato quelle stesse classi partecipavano alle lotte per una maggiore giustizia sociale e spesso erano protagoniste di veri cambiamenti, ma nell’attuale era post-ideologica prevale una visione individuale alla risoluzione dei problemi, fortemente veicolata dai media. E il “si salvi chi può” ha portato alla moltiplicazione esponenziale del crimine, favorito dall’enorme quantità di manodopera disponibile.

Società come quella brasiliana, argentina o colombiana, che per decenni hanno ignorato le gigantesche contraddizioni che si andavano creando in città sempre più frammentante, con i ricchi chiusi nei quartieri privati e i poveri chiusi nella cultura dell’emarginazione, oggi pagano un prezzo altissimo. Quei condomini di lusso separati da un muro dalla miseria spiegano la realtà meglio di un trattato sociologico: ci voleva poco perché gli esclusi tentassero di scavalcare i muri e di prendersi ciò che era loro negato dal destino. Il narcotraffico poi è stato come la benzina sul fuoco, essendo l’unica attività economica moderna e globale di successo a portata di mano dei diseredati. Basta saper sparare e accettare il fatto che non si vivrà a lungo.

Il narcotraffico ha portato ai poveri non solo la droga ma anche le armi. Li ha organizzati militarmente ed eliminato ogni oppositore, arrivando a gestire il voto e a controllare i media. Per questi motivi la violenza in America Latina non è un fenomeno passeggero, ne potrà mai essere combattuta solo con le armi. Le radici della violenza si trovano nella società, cioè nei rapporti economici, nella storia, nella discriminazione etnica e sociale. E i paesi latinoamericane avrebbero urgente bisogno di guardare al proprio interno e di ricominciare da capo.

rio de janeiro

  • Autore articolo
    Alfredo Somoza
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

La crisi brasiliana oltre Lula

Ora che Lula è in prigione è tempo di bilanci e di prospettiva.

Il dibattito sui limiti della magistratura quando fa supplenza della politica è sempre attuale. Ieri per l’Italia, oggi per il Brasile, il punto di partenza è sempre lo stesso: una classe politica logorata che si aggrappa al potere spartendosi il bottino e che non riesce a gestire l’economia di un paese in crisi.

Aggiungiamo il crollo della fiducia dei cittadini, le campagne mediatiche che mettono in circolo notizie false e mirate, il protagonismo del magistrato d’assalto che non solo diventa famoso ma che nei fatti decide le sorti del futuro politico del paese. In Italia Mani Pulite, politicamente parlando, partorì Berlusconi e Di Pietro, in Brasile Lava Jato per ora non ha partorito nulla, ma è in crescita nei sondaggi un ex-militare che propone la pena di morte e, se scendesse in campo, il giudice Sergio Moro sicuramente avrebbe un buon seguito. Tutto questo ovviamente al netto di fenomeni corruttivi reali che hanno macchiato ogni schieramento politico.

Troppo simile a Mani Pulite? Si e no. In Italia la seconda repubblica nata dalla maxi inchiesta è stata finora figlia della prima. Non si è registrata nessuna rottura reale né discontinuità. Le forze politiche predominanti, con eccezione del M5s, sono tutte figlie della stagione precedente. In Brasile la situazione è invece più complessa. E questo perché un grande Paese federale ha delle complicate dinamiche locali. La grande figura carismatica che si candida a presidente della federazione fa la differenza, a prescindere spesso dalle forze che lo sostengono.

Senza Lula il PT non sarebbe mai andato al potere. Quando nel 2002 l’ex sindacalista vinse la presidenza del Brasile, il PT raggiunse la percentuale più alta della sua storia, il 17,7%. Ed è in questo numero che sta il dramma brasiliano. Un paese che ha un sistema elettorale proporzionale per l’elezione dei parlamentari e maggioritario a doppio turno per quella del presidente. Non c’è quasi mai stato un presidente con maggioranza propria in parlamento. I voti per governare si sono devono conquistare, o comprare, da sempre. Questo spiega l’importanza di un partito fantasma, il PMDB, che vinse soltanto ai primi tempi del ritorno alla democrazia per poi diventare una federazione di cacichi locali che riesce ad avere sempre una consistente pattuglia in parlamento da mettere al servizio del vincitore di turno. Loro hanno governato con la destra di Fernando Enrique Cardoso e anche con la sinistra di Lula e Dilma, della quale il vicepresidente era proprio l’attuale presidente provvisorio, Michel Temer del PMDB.

Qual’è stata la più grande colpa politica del Partito dei Lavoratori? Non avere mai nemmeno provato a riformare un sistema caratterizzato dalla spartizione spesso corrotta. Anche se bisogna dare atto che fu proprio Lula a fare approvare la legge “Scheda pulita” che dichiara ineleggibili le persone con condanne definitive per corruzione, crimini politici, razzismo e narcotraffico. Ma ovviamente non è bastato, è oggi non è solo il PT, ma l’intero sistema dei partiti, soprattutto il centrodestra tradizionale, che è in crisi. Una crisi che colpisce il livello federale della politica brasiliana, cioè il governo con sede a Brasilia che ha il compito di garantire la coesione sociale ed economica di un paese grande come un continente.

Un paese formato da almeno quattro mondi diversi e lontani, il ricco centro-sud industriale, il poverissimo nordest, l’isola amazzonica e i frammenti sparsi della sterminata provincia brasiliana. Il grottesco impeachment di Dilma Roussef, le denunce quotidiane di corruzione nei confronti del presidente provvisorio Temer, il carcere di Lula, le manifestazioni a suo favore e i fuochi di artificio nei quartieri ricchi di Sao Paolo per festeggiare la sua prigione sono sintomi di un paese che è sempre meno coeso.

Alle ultime elezioni si era visto un Brasile spaccato in due dal voto, con le aree povere dove vinceva la sinistra e quelle più ricche dove prevaleva il centro destra. Lula era stato in grado di governare per entrambi, senza fratture, raccogliendo consensi ovunque. Lui è stato un grande riformista in campo sociale ed economico che ha governato per tutti, non per pochi. Oggi il Brasile che “conta” lo ha dimenticato e seppellito e vorrebbe tornare all’antico Paese per pochi, quelli di sempre. Mancano però, a destra e a sinistra, figure con altrettanto carisma come ebbe Lula in grado di tenere insieme il Paese, di fare tornare i tempi del Brasile potenza emergente. Questo diventa oggi il problema numero uno: chi è in grado di ridare fiducia ai cittadini, di affrontare con riforme profonde il nodo della corruzione, di continuare la lotta alla povertà, di uscire dalla crisi economica?

  • Autore articolo
    Alfredo Somoza
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Adesso in diretta

Ultimo giornale Radio

Ultima Rassegna stampa

  • PlayStop

    Rassegna stampa di lun 23/11/20

    La rassegna stampa di Radio Popolare

    Rassegna Stampa - 23/11/2020

Ultimo Metroregione

  • PlayStop

    Metroregione di lun 23/11/20 delle 19:49

    Metroregione di lun 23/11/20 delle 19:49

    Rassegna Stampa - 23/11/2020

Ultimi Podcasts

  • PlayStop

    Esteri di lun 23/11/20

    1-Stati Uniti: tutti gli uomini di Joe Biden per la restaurazione della politica estera americana...( Roberto Festa) ..2-Il triste primato…

    Esteri - 23/11/2020

  • PlayStop

    Gli speciali di Radio Popolare di lun 23/11/20

    Gli speciali di Radio Popolare di lun 23/11/20

    Gli speciali - 23/11/2020

  • PlayStop

    La pillola va giu di lun 23/11/20

    La pillola va giu di lun 23/11/20

    La Pillola va giù - 23/11/2020

  • PlayStop

    Considera l'armadillo lun 23/11/20

    Considera l'armadillo lun 23/11/20

    Considera l’armadillo - 23/11/2020

  • PlayStop

    Gimme Shelter di lun 23/11/20

    Puntata 14 - Città rumorose e le emozioni della materialità del mattone 1. Bob Geldolf “The Great Song Of Indifference”..2.…

    Gimme Shelter - 23/11/2020

  • PlayStop

    Jack di lun 23/11/20

    Erica Mou a cura di Monica Paes

    Jack - 23/11/2020

  • PlayStop

    Record Store di lun 23/11/20

    Record Store di lun 23/11/20

    Record Store - 23/11/2020

  • PlayStop

    Senti un po' di lun 23/11/20

    Senti un po' di lun 23/11/20

    Senti un po’ - 23/11/2020

  • PlayStop

    DOC di lun 23/11/20

    DOC 17 - AMERICAN MURDER - Un fatto di cronaca che nel 2018 sconvolse il Colorado raccontato esclusivamente attraverso filmati…

    DOC – Tratti da una storia vera - 23/11/2020

  • PlayStop

    Slide Pistons di sab 21/11/20

    Slide Pistons Jam Session, Slide Pistons, Jam Session, Radio Popolare, Luciano Macchia, Raffaele Kohler, Feyzi

    Slide Pistons – Jam Session - 23/11/2020

  • PlayStop

    Francesco Castelnuovo, 7 chiavi per Ennio Morricone

    FRANCESCO CASTELNUOVO - 7 CHIAVI PER ENNIO MORRICONE - presentato da BARBARA SORRENTINI

    Note dell’autore - 23/11/2020

  • PlayStop

    Cult di lun 23/11/20

    ira rubini, cult, beniamino catena, vera de verdad, torino film festival 2020, barbara sorrentini, tiziana ricci, giovanna calvenzi, letizia battaglia,…

    Cult - 23/11/2020

  • PlayStop

    Sui Generis di lun 23/11/20

    Parliamo con Valeria Palumbo, autrice di "Piuttosto m'affogherei. Storia vertiginosa delle zittelle", di cui è appena uscita una nuova edizione;…

    Sui Generis - 23/11/2020

  • PlayStop

    Prisma di lun 23/11/20

    Prima parte: Patrick Zaki resta in carcere. Il commento alla vicenda dello studente egiziano di Riccardo Noury portavoce Amnesty Italia.…

    Prisma - 23/11/2020

  • PlayStop

    Rassegna stampa internazionale di lun 23/11/20

    Rassegna stampa internazionale di lun 23/11/20

    Rassegna stampa internazionale - 23/11/2020

  • PlayStop

    Di Lunedi di lun 23/11/20

    Di Lunedi di lun 23/11/20

    DiLunedì - 23/11/2020

  • PlayStop

    Fino alle otto di lun 23/11/20

    Fino alle otto di lun 23/11/20

    Fino alle otto - 23/11/2020

Adesso in diretta