Approfondimenti

Che cosa è successo oggi? – Mercoledì 17 giugno 2020

Il racconto della giornata di mercoledì 17 giugno 2020 attraverso le notizie principali del giornale radio delle 19.30, dai dati dell’epidemia diffusi oggi alla tensione governo-Confindustria agli Stati Generali. La Corte dei conti europei definisce l’alta velocità Torino Lione “non sostenibile”; partiti oggi gli esami di maturità più anomali di sempre; negli Usa parte la discussione sulla riforma delle forze di polizia dopo le proteste senza precedenti seguite alla morte di George Floyd. Infine, i grafici del contagio nelle elaborazioni di Luca Gattuso.

I dati dell’epidemia diffusi oggi

I dati del coronavirus in Italia comunicati dalla protezione civile. Tornano a salire I contagi  329  mentre ieri erano 210 . 77mila e 700 I tamponi effettuati, ieri erano stati poco meno di 47mila. 

Il 73,6% dei nuovi casi è in Lombardia con 242 nuovi positivi . La provincia con l’incremento maggiore è Bergamo con 69 nuovi casi, seguita dalla provincia di Milano con 61. Dopo la Lombardia è il Piemonte la regione dove sono cresciuti di più I positivi con 41  nuovi casi, è il dato più alto della settimana. 43 le vittime nelle ultime 24 ore. Zero casi si sono registrati in 5 regioni e una provincia: Puglia, Umbria, Calabria, Valle D’Aosta, Basilicata e Bolzano.  Nessun decesso in 12 regioni. In tutta Italia  prosegue il calo dei ricoveri e delle terapie intensive.

Stati Generali: le pressioni di Confindustria

(di Michele Migone)

Come previsto, per Conte è stato l’incontro più difficile degli Stati Generali. Gli industriali non amano il presidente del Consiglio, vedono come fumo negli occhi le scelte di politica assistenziale dell’esecutivo, ritengono parte dei membri del governo non in grado di affrontare la crisi economica, ma soprattutto pensano che Conte e i 5 stelle e qualche ministro PD siano ostili alla cultura dell’impresa e in particolare delle imprese del nord. Nonostante le bordate della vigilia, Conte si è mostrato dialogante con gli imprenditori. Ha cercato di recuperare terreno, ha cercato il loro consenso, ma Carlo Bonomi si è presentato con un fuoco di fila di richieste, rivendicazioni e critiche che ha fatto capire al presidente del consiglio quanto sarà difficile mitigare l’aggressività degli industriali, che hanno deciso di sparare bordate così forti non tanto per partito preso ma quanto perché con tanta pressione intendono raggiungere un obiettivo molto concreto: far sentire il proprio peso nell’agenda economica del governo e indirizzare a proprio favore la distribuzione dei miliardi europei. Insomma, hanno messo la pistola sul tavolo per trattare meglio con un governo che non sentono amico. 

Il braccio di ferro Conte-Bonomi

(Di Anna Bredice)

“Non c’è nessun pregiudizio ideologico nei confronti delle imprese”. Nel corso dell’incontro a Villa Pamphili Conte ha voluto chiarire questo aspetto e la frase sulla mancanza di pregiudizi contenuta nel suo discorso a Confindustria è stata la prima ad essere recapitata ai giornalisti che attendevano notizie. Un modo per far capire che da parte del governo non si vogliono creare ostacoli, ma l’intesa non sembra ancora a portata di mano. Dopo il vertice, il presidente di Confindustria Bonomi con un messaggio su twitter ha usato ancora toni poco dialoganti, ha preteso i 3,5 miliardi di accise pagate dalla aziende che lo Stato deve restituire e chiesto che i tempi per la restituzione dei crediti Iva siano minori. Conte nella breve conferenza stampa dopo il vertice, alla domanda sulle accise ha detto che il governo ci sta lavorando ma lui sta cercando di “volare alto”, preparando un piano di rilancio di tutta l’economia. Un botta e risposta che nasconde ancora un braccio di ferro tra governo e Confindustria, che vorrebbe molto di più e non perdona tutte le misure giudicate dagli industriali assistenziali. Conte ha presentato un piano di rilancio, che comprende investimenti nelle infrastrutture, a cui però il governo sta ancora lavorando, “E’ stato apprezzato, dice Conte, e abbiamo chiesto di farci avere idee e suggerimenti e settimana prossima chiudiamo”. Ma da parte di Confindustria si vuole ancora di più e si rimprovera al governo anche l’assenza dei soldi per pagare la cassa integrazione.

Dalla Corte dei conti europea una bocciatura per il TAV

(di Massimo Alberti)

La Corte dei conti europea ha letteralmente stroncato il progetto di alta velocità Torino Lione.  Costi lievitati, ritardi, stime sbagliate sui flussi commerciali e sui benefici ambientali: il rapporto sulle grandi opere dell’organismo indipendente che revisiona i bilanci dell’unione non salva praticamente nulla della Tav. Innanzitutto i costi: dai 5,2 miliardi iniziali salita a 9,6. Quasi il doppio rispetto sia alla cifra iniziale, sia all’incremento medio delle altre opere esaminate. E’ questo l’unico punto contestato nel merito da Telt, la società costruttrice, secondo cui il costo definitivo certificato è di poco superiore agli 8 miliardi, e quindi l’incremento sarebbe in linea con altri aumenti di costo. Ma c’è ben altro nel rapporto, a partire dai tempi: la corte dice senza mezzi termini che l’opera non sarà mai pronta per il 2030. Il calo delle previsioni di traffico sull’asse est-ovest, prosegue la corte, non rendo l’opera sostenibile: il valore attuale netto dell’investimento vale tra i -6,1 miliardi di euro e i -6,9 miliardi di euro. Per la corte “i costi per la società sarebbero molto più alti dei benefici derivanti dalla costruzione”. E così per i presunti benefici ambientali: “vi è un forte rischio che gli effetti positivi siano sovrastimati” scrive la corte, che entra poi nel dettaglio delle emissioni di co2. A seconda delle stime di traffico, ci vorrebbero tra i 25 ed i 50 anni “solo per compensare le emissioni necessarie alla realizzazione dell’opera”, cui sarebbero da aggiungere poi le emissioni destinate a raffreddare con un sistema di condizionamento un tunnel di 65 km che raggiunge temperature interne oltre i 50 gradi. Quello della corte è un parere tecnico e non vincolante, la decisione se continuare con l’opera, di fronte a queste informazioni, spetta poi alla politica.

L’esame di maturità nell’anno del coronavirus

(di Filippo Robbioni)

“Prima di iniziare avevo un’angoscia assurda ma adesso mi sento molto più libera. Alla fine l’esame non è stato così difficile come pensavo”. Queste le prime parole di una studentessa di Scienze umane dell’Istituto Statale Virgilio di Milano poco dopo aver sostenuto l’esame di maturità. Questa mattina di fronte al liceo di piazza Ascoli le espressioni degli studenti erano tese e preoccupate. Freneticamente impegnati a ripassare le ultime nozioni a pochi minuti dall’esame. Li aspettava un esame di maturità completamente diverso rispetto al passato sia per lo svolgimento della prova, solo orale, sia per le misure di sicurezza. Tutti coloro che entrano nelle scuole devono indossare la mascherina, mostrare un’autodichiarazione che attesti il proprio stato di salute usare il gel igienizzante. Dopodiché si raggiunge un’aula appositamente preparata per garantire la distanza di sicurezza, di almeno 2 metri, tra studente ed esaminatori. Per quest’anno sei interni e un commissario esterno. Qui inizia un colloquio con i professori di circa 60 minuti. Finito l’esame lo studente deve uscire immediatamente per far entrare quello successivo. Ma se al colloquio può esserci soltanto un accompagnatore diversamente dagli anni passati, fuori dal portone le cose non sono cambiate: genitori, compagni e amici sono pronti ad abbracciare gli studenti.

I repubblicani presentano la loro proposta di riforma della polizia Usa

(di Roberto Festa)

Il progetto di riforma delle forze di polizia dei repubblicani è stato illustrato da Tim Scott, l’unico senatore repubblicano afro-americano. Prevede, la riforma, incentivi ai Dipartimenti di Polizia che cancellano il chokehold, la stretta al collo di un sospettato da parte dell’agente. E ancora, restrizioni all’uso della forza e al “No Knock Warrant”, la possibilità per i poliziotti di irrompere senza preavviso nell’abitazione di un ricercato. Sempre nel programma dei repubblicani altri incentivi affinché gli agenti in servizio indossino le telecamere, e la trasformazione del linciaggio in un reato federale. Il piano è già stato definito “molto debole” dai democratici, che domani sveleranno, alla Camera, la loro riforma. I democratici chiederanno la messa al bando, completa, del chokehold, e soprattutto la riformulazione della immunità qualificata, la misura che impedisce che gli agenti di polizia vengano denunciati per eventuali abusi. Sui due progetti di riforma si gioca una battaglia politica. I democratici devono dimostrare di aver ascoltato le richieste di chi ha protestato dopo la morte di George Floyd. I repubblicani non possono dare l’impressione di restare immobili di fronte agli abusi contro gli afro-americani. È probabile però che nessuno dei due progetti attualmente al Congresso soddisfi davvero le richieste dei manifestanti, che chiedono anzitutto il definanziamento della polizia, che né democratici né repubblicani sono disposti a concedere.

L’andamento dell’epidemia di COVID-19 in Italia

 

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