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Italia in isolamento: la situazione a Robecchetto con Induno

zone rossa bergamo brescia

Com’è la situazione a Robecchetto con Induno in queste settimane di emergenza e di isolamento? Il sindaco Giorgio Braga, racconta a Radio Popolare come il comune di Robecchetto con Induno, 4.800 abitanti a nord-ovest di Milano, sta gestendo questo periodo tra la non sempre facile comunicazione coi cittadini e il coordinamento delle attività sul territorio e, negli ultimi giorni, la distribuzione delle mascherine a tutti i cittadini.

L’intervista di Serena Tarabini a Fino Alle Otto.

Cosa ha significato per un comune di poche migliaia di abitanti come Robecchetto con Induno, abituato a una vita tranquilla, essere travolti da un’emergenza di portata mondiale?

Consideri che se lei viene dalle nostre parti non vedrà in giro nessuno, la gente esce solo per fare la spesa e per prendere il pane. Per il resto il paese è deserto, i locali di aggregazione come i bar sono tutti completamente chiusi con anche le persone preoccupatissime. In un paese come il mio abbiamo in totale 15 casi di positività e purtroppo 5 persone sono decedute.

Come hanno reagito i cittadini di Robecchetto con Induno a questa situazione nuova e difficile?

Un una situazione del genere per me la comunicazione con i miei cittadini non è così facile. Prima c’era un contatto diretto, giornaliero, il recarsi in comune, incontrare le persone che, se avevano bisogno, mi fermavano per strada. Ora questo ovviamente non c’è più e la comunicazione è passata sui social. Io li uso tutti i giorni tramite il sito del comune per dare informazioni e tenere aggiornati i miei cittadini, oppure attraverso il telefono.

Avete dovuto affrontare delle problematiche in particolare?

Guardi, sicuramente quelle legate alla questione degli assembramenti: per questo motivo ho dovuto chiudere i cimiteri, ho dovuto chiudere ad esempio la piazzola della raccolta differenziata.

In che modo seguite le persone costrette alla quarantena?

Le sentiamo telefonicamente ogni giorno. Ci aggiorniamo sulle loro condizioni e verifichiamo se hanno bisogno di qualche cosa, dalla spesa ai farmaci a tutto quello di cui può avere bisogno una persona per la vita quotidiana. Poi c’è un’iniziativa in particolare che abbiamo portato avanti noi e che si è conclusa domenica: abbiamo acquistato due mascherine lavabili per ogni nucleo familiare e le abbiamo distribuite tramite volontari in tutto il paese. Quelle della Regione ci sono arrivate ieri in un numero non sufficiente per soddisfare il bisogno di tutte le famiglie, quindi stiamo compensando con le nostre.

Dal punto di vista della solidarietà ha avuto modo di riscontrare un’attivazione da parte dei suoi cittadini?

Sì assolutamente, per esempio nella distribuzione delle mascherine che le dicevo prima. In generale quando abbiamo bisogno di un volontario c’è una risposta straordinaria da parte delle persone, riusciamo a gestire tutte le problematiche, ovviamente anche grazie al lavoro di Protezione Civile e polizia locale.

In un comune piccolo come Robecchetto con Induno le ripercussioni della chiusura delle attività come saranno?

Saranno sicuramente importanti. Sulle piccole attività commerciali che non rientrano in quelle di prima necessità come alimentari e tabaccherie avranno un impatto economico notevole, non sarà facile riprendersi, anche perché magari proprio prima dell’emergenza qualcuno aveva fatto un investimento e si ritrova sull’orlo. In settimana cominceremo a distribuire i primi buoni spesa, quelli legati ai 400 milioni stanziati dal Governo. Calcoli che a un comune come il mio sono arrivati circa 25 mila euro. Non sono moltissimi e il problema è capire se sono una una tantum o se verranno rinnovati. Comunque questo primo aiuto è da gestire. La scelta che abbiamo fatto è stata quella di dare dei buoni che possono essere utilizzati nelle attività nel paese, ma anche una smart card da 100 euro per altre spese.

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Approfondimenti

Che cosa è successo oggi? – Lunedì 6 aprile 2020

Lucia Azzolina

Il racconto della giornata di lunedì 6 aprile 2020, attraverso le notizie principali del giornale radio delle 19.30, dall’analisi dei dati dell’epidemia di Vittorio Agnoletto e il commento di Luca Richeldi del comitato tecnico scientifico al decreto sulla liquidità ormai in dirittura d’arrivo, mentre il via libera al decreto scuola è già arrivato. In Lombardia proseguono le polemiche sull’obbligo di indossare le mascherine ed è in atto uno scontro tra governo e Regione sulla mancata istituzione di una zona rossa in provincia di Bergamo.
Il Ministero della Salute si prepara a fare le verifiche del caso sulle numerose morti al Trivulzio di Milano, mentre in Spagna si pensa già a come far ripartire l’economia. Infine i grafici del contagio nelle elaborazioni di Luca Gattuso.

L’analisi di Vittorio Agnoletto sui dati dell’epidemia diffusi oggi

Tremilaseicento nuovi casi accertati e 636 vittime. Come ogni giorno la protezione civile ha diffuso i dati in suo possesso sulla diffusione del Coronavirus in Italia. Se la diminuzione dei nuovi positivi, oggi 3600 ieri 4300, è imputabile alla diminuzione del numero dei tamponi effettuati, c’è un dato che è stato sottolineato nella conferenza stampa come molto positivo: la diminuzione della pressione sulle terapie intensive e in generale sugli ospedali. “In una settimana i nuovi ricoveri quotidiani sono calati di oltre il 90%“, ha detto Luca Richeldi, del comitato tecnico scientifico.
Il dato sul numero delle vittime, che rispetto a ieri è cresciuto, in una settimana è però calato di circa il 20%. I dati della Lombardia ricalcano abbastanza fedelmente quelli nazionali e sono stati definiti confortanti dall’assessore al Welfare Gallera: da ieri si registrano in regione mille casi in più e trecento vittime. Ma anche in Lombardia cala il numero dei ricoverati e crescono poco gli accessi alle terapie intensive. Milano è la provincia col maggior numero di casi, ma oggi la crescita è stata meno marcata: 308nuovi casi rispetto ai 411 di ieri.
La tendenza dunque si conferma e, ha detto Luca Richeldi del comitato tecnico scientifico, conforta.

A fronte di questi numeri, che sono il frutto di un mese di rigide misure di restrizione dei contatti e che fotografano una crescita solo lievemente rallentata rispetto alla scorsa settimana, come dovrebbe essere fatta questa “fase due”? Possiamo permetterci un allentamento? La valutazione della situazione ad oggi con Vittorio Agnoletto:

 

Decreto sulla liquidità. Ci siamo quasi

(di Anna Bredice)

Dopo ore di rinvio, la prima riunione era cominciata questa mattina, il Consiglio dei Ministri sta per approvare il decreto sulla liquidità delle aziende che dovrebbe mobilitare risorse per 750 miliardi di euro, oltre 400 in più rispetto a quelle previste nel decreto Cura Italia. Il decreto si occupa delle aziende concedendo prestiti, ma anche disponendo la sospensione delle tasse e contributi ad aprile e maggio. Tutte le aziende e le Partite IVA che hanno perso fatturato a marzo, almeno il 33 per cento per quelle fino a 50 milioni e il 50 per centro per le altre, non verseranno tasse e contributi ad aprile e a maggio. Per gli acconti in autoliquidazione non scatteranno sanzioni a chi versa almeno l’80 per cento del dovuto basandosi sulla previsione di incassi del 2020. Per quanto riguarda la liquidità per le aziende, e cioè i prestiti con la garanzia dello Stato, se ne è discusso per tutto il pomeriggio e le bozze, probabilmente quella definitiva, prevede che le banche potranno erogare prestiti fino a 25 mila euro senza attendere l’ok del fondo di garanzia, che sarà del 100 per cento. Per le altre la garanzia che lo Stato metterà sui prestiti sarà del 90 per cento e tra i partiti della maggioranza si è discusso se innalzarla alla totalità o meno. La garanzia è l’assicurazione che lo Stato mette sul prestito concesso, se entro sei anni l’azienda non sarà in grado di restituire l’importo ricevuto allora interverrà lo Stato a coprire i costi: il 90 a carico dello Stato, il 10 sulle spalle delle aziende per quanto riguarda quelle grandi, per le altre ci saranno dei fidi privati.

Via libera al decreto scuola. Ecco cosa cambierà

(di Andrea Monti)

Nessuna bocciatura tra chi frequenta classi diverse dalla terza media e dalla quinta superiore. I voti ci saranno e verranno assegnati sulla base di tutto l’anno, compresa la parte in cui c’è stata solo didattica a distanza. Le insufficienze dovrebbero essere “recuperate” a settembre.
Più complicato lo scenario per la terza media e per la maturità: tutti gli studenti saranno ammessi agli esami, ma con percorsi diversi a seconda che si riesca a rientrare in classe oppure no. La data-limite fissata dal ministero è il 18 maggio. Se arriverà un ok al ritorno a scuola prima di allora, l’esame di terza media si farà, ma con una o più prove in meno rispetto alle quattro previste normalmente. Quelle delle maturità rimarranno tre, ma il secondo scritto sarà preparato dalle singole commissioni, invece che a livello nazionale. Se invece non si rientrerà in classe prima di settembre, l’esame di terza media sarà sostituito da una tesina. La maturità consisterà solo nell’orale, che potrebbe essere fatto a distanza.

La farsa delle mascherine in Lombardia

(di Luigi Ambrosio)

Nemmeno nel peggior incubo burocratico avrebbe mai potuto materializzarsi quello che è successo in Lombardia con le mascherine.
La Regione obbliga i cittadini a indossarle sempre. Ma le mascherine non ci sono. La Regione lo sa, che le mascherine non ci sono anche perché è tra coloro che dovrebbe prodigarsi a distribuirle. Ma obbliga lo stesso i cittadini a indossarle. Ma le mascherine non ci sono. Quindi la Regione dice “mettetevi qualcosa sulla faccia, una sciarpa, un foulard”. Così.
La Regione Lombardia promette che entro la settimana arriveranno 3 milioni di mascherine.
Gli abitanti della Lombardia sono 10 milioni. Le mascherine sono usa e getta.
La metafora di Caporetto è già stata usata in più occasioni, in questa pandemia e poi si era detto niente metafore belliche. Peccato, perché rende bene l’idea.
L’dea della disfatta di Fontana, il presidente che per primo indossò una mascherina in televisione: l’idea della disfatta di Gallera, l’assessore che con totale mancanza di pudore ha approfittato della sua sovraesposizione mediatica per candidarsi a sindaco di Milano.
Una disfatta che, non è una consolazione, si somma all’incapacità degli altri. A 46 giorni dall’inizio della pandemia, oggi l’Ordine dei Medici ha ricevuto 600mila mascherine dalla Protezione Civile. Basteranno per pochi giorni. Ora quantomeno sono a norma. La scorsa settimana, il carico era stato rimandato indietro perché le mascherine non erano nemmeno a norma.

Scontro Governo-Regione sulla mancata zona rossa a Bergamo

(di Massimo Alberti)

Sulla mancata istituzione della zona rossa nelle province di Bergamo e Brescia si è acceso lo scontro tra governo e regione Lombardia. “Era lo stato a dover decidere”, aveva detto questa mattina l’assessore alla sanità della Lombardia Giulio Gallera. Nel pomeriggio è arrivata la risposta di Conte: “Se la Lombardia avesse voluto, avrebbe potuto istituirla” ha scritto il presidente del consiglio a The Post Internazionale. Poco fa l’ulteriore replica del leghista di Bergamo Calderoli, che accusa Conte di fare scaricabarile sulla Regione. Ma dove stanno le responsabilità e chi poteva decidere?
A Fondi, in provincia di Latina, la zona rossa – vera,area circondata da polizia e militari, tutte le imprese non essenziali chiuse – è stata istituita il 19 di marzo sulla base di un’ordinanza regionale concordata col prefetto. Come ci si è arrivati? Passaggio uno: La regione ha mandato i numeri dei contagi al comitato tecnico scientifico. Passaggio 2: il comitato ha dato indicazione di istituirla. 3: la regione ha predisposto l’ordinanza concordando col prefetto – quindi il governo – la disponibilità delle forze dell’ordine per farla rispettare. In Lombardia, per le zone rosse di Nembro, Alzano e Orzinuovi ci si è fermati ai primi due passaggi. Ma poi succede qualcosa. Il comitato tecnico scientifico indica la necessità di chiudere i comuni di Bergamo e Brescia il 3 marzo: solo allora e con grave ritardo, dice il cts, arrivano i dati dalla regione. L’esercito è già sul campo, ma – scrive il Corriere Della Sera – il presidente del consiglio Conte chiede ulteriori approfondimenti. Il 5 marzo il comitato ribadisce che quelle aree vanno chiuse. Ma il governo decide di non farlo, imponendo invece in tutta Italia misure restrittive più morbide rispetto al lodigiano. E aggiunge in calce al decreto: le regioni hanno facoltà di prendere misure più restrittive. Che la Lombardia non prenderà mai. E per le quali serviva l’aiuto almeno dei prefetti, cioè del governo. Insomma, al contrario di quanto avvenuto per l’esempio di Fondi, governo e regione non collaborano. Ma da subito si rimpallano quello che è un evidente problema politico: chiudere un’area ad alta densità industriale, cosa di cui nessuno evidentemente voleva prendersi le responsabilità nonostante le indicazioni sanitarie, In provincia di Bergamo sono stimati circa 5000 morti e 300mila contagiati.

Anziani morti al Trivulzio: si muove il Ministero della Sanità

(di Letizia Mosca)

Il Trivulzio, ovvero la Baggina, il polo per anziani più conosciuto a Milano, ma anche altre case di riposo. Il Procuratore aggiunto, Tiziana Siciliano, ha spiegato che “l’intero sesto dipartimento della procura milanese, competente per la salute pubblica, sta lavorando ai fascicoli aperti dopo le tante segnalazioni“. I reati contestati: diffusione colposa di epidemie e omicidio colposo”. 70 le morti sospette. Si stanno verificando posizioni documentali e le tante segnalazioni e denunce dei parenti degli anziani morti,dei sindacati, delle associazioni: ritardi, negligenze, bugie.
Il ministro della Sanità, Roberto Speranza,ha deciso di inviare gli ispettori al Trivulzio, quello degli Affari regionali, Francesco Boccia, chiede alle Regioni di comunicare tempestivamente alla Protezione civile, quali sono le Rsa in condizioni critiche.
Una strage silenziosa di anziani che va vanti da almeno un mese nelle Rsa di Milano e della Lombardia. Salme portate via a decine. Morti senza nessun tampone, quindi fuori dal conteggio della Protezione Civile. “Morivano e a noi, nonostante l’evidenza dei sintomi, dicevano che si trattava solo di polmoniti stagionali“, ha raccontato un delegato sindacale.
Il presidente della regione Fontana, si difende sulla delibera, con cui, l’8 marzo ,la Lombardi ha chiesto alle case di riposo di accogliere, proprio tra le persone più fragili, pazienti Covid-19 dimessi dagli ospedali e in quarantena. “Non è che venissero messi a fianco degli assistiti delle Rsa – ha chiarito Fontana – esistevano dei reparti vuoti“.
L’assessore parla di “travisamento della realtà sulle mascherine necessarie non fornite e sui morti“, dichiarando che, sì, al Trivulzio “qualcuno si è infettato ed è morto di Covid, ma sono 18 e non 70. Una media bassa, rispetto ad altre strutture“, dice lui. Ma dalla Baggina, gli operatori affermano ancora che solo nella prima settimana di aprile hanno contano 5 morti al giorno.

COVID-19 in Spagna. Come ripartirà l’economia?

(di Emanuele Valenti)

Nelle ultime ore alcuni ministri del governo Sanchez lo hanno detto più volte: nel pieno rispetto della sicurezza sanitaria dobbiamo iniziare a studiare come far ripartire l’economia.
Il dilemma, lo sappiamo, è quello di tutti i governi del mondo. Come bloccare la diffusione del coronavirus senza congelare completamente la produzione? La risposta non c’è, sappiamo anche questo.
I ministri spagnoli iniziano a parlare di ripartenza perché stando ai numeri ufficiali il paese sembra aver raggiunto il picco dei contagi e dei decessi. Il numero delle vittime, oggi, è il più basso da oltre dieci giorni. Come in Italia i dati continuano quindi a crescere, ma lo fanno a un ritmo sempre più ridotto.
Le restrizioni rimarranno invariate fino a fine aprile. I dati rimangono infatti gravissimi. In proporzione alla sua popolazione la Spagna è infatti di gran lunga il paese maggiormente colpito dalla pandemia da coronavirus. Per numero di morti – 265 per ogni milione di abitanti – e per numero di contagiati – 2786 per un milione di abitanti. Un impatto più forte anche rispetto agli Stati Uniti, che in queste ore dovrebbero entrare nella loro settimana più difficile.
Le aree più colpite sono quelle più ricche, Madrid e poco più sotto la Catalogna.
Tra il personale medico ci sono quasi 20mila casi, il 10% è grave e ha dovuto ricorrere al ricovero. I media spagnoli, giustamente, iniziano a indagare sui danni provocati dalla privatizzazione del settore sanitario.
Il governo – che su questa crisi si è mosso come molti altri in ritardo – sta valutando di aumentare in maniera importante il numero dei test, in modo da andare a individuare i possibili asintomatici.
Le compagnie nazionali stanno producendo circa 240mila kit alla settimana, e dovrebbero allargare la produzione, perché una buona parte del materiale viene ancora importata dall’estero.
Il pensiero alla situazione economica è comprensibile.
Negli ultimi anni la Spagna era riuscita a uscire dalla profonda crisi seguita al crack del 2008. Stava addirittura facendo meglio di altri paesi della zona euro. Ora però sarà costretta a fare i conti con le sue solite fragilità: un alto debito pubblico e una ridotta diversificazione del sistema economico.
In queste ora anche a Madrid, come a Roma, guardano con molta attenzione a quello che decideranno a Bruxelles, Berlino e Amsterdam. Domani ci sarà una riunione importante a livello comunitario.
Oggi Angela Merkel ha detto che questa è la crisi più grave dell’Unione Europea dalla sua nascita. A Madrid sperano che la valutazione della cancelliera tedesca si traduca in misure eccezionali…in sostanza un paracadute che non pesi al 100% sul futuro debito pubblico spagnolo.

L’andamento dell’epidemia di COVID-19 in Italia

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Quanta Europa serve per superare la crisi del coronavirus?

Ursula von der Leyen commissione europea

Il potere della Commissione europea durante un’emergenza sanitaria è limitato, perché i Paesi membri non hanno dato alla politica comune europea competenza in campo sanitario. La Commissione europea ha il ruolo di coordinatore, ha inviato rappresentanti dell’Agenzia europea per la gestione delle malattie infettive a Roma già il 23 febbraio. Ogni giorno dal 17 marzo riunisce i 27 ministri della Salute in teleconferenza, con la Commissaria europea alla Salute Stella Kyriakidou. Le riunioni sono spesso allargate ai ministri dell’Interno, per discutere di problemi legati alla sicurezza, alla libera circolazione e alle restrizioni della socialità. La Commissione europea manda linee guida e raccomandazioni su come fare i test o sull’efficacia dell’isolamento.

Ha anche sbloccato i Paesi che avevano impedito la libera circolazione e le esportazioni di mascherine e altri materiali sanitari. Sono state create delle corsie preferenziali alle frontiere per il passaggio di medicine, cibo e beni di prima necessità per evitare code di tir alle dogane. Infine la Commissione sta finanziando progetti di ricerca scientifica per futuri vaccini, nuove terapie e test diagnostici.

Secondo Massimo Gaudina, rappresentante della Commissione europea a Milano, “si potrebbe fare decisamente di più se ci fosse una competenza europea unica sulla sanità”.

Sono stati lanciati bandi specifici aperti a tutti laboratori e scienziati europei. Sono anche già stati chiusi e sono stati attribuiti 17 progetti, di cui uno a coordinamento italiano, che stanno lavorando su terapie, vaccini profilattici e vaccini terapeutici e test. Poi c’è un’azienda specifica, la CureVac: la Commissione europea l’ha sostenuta con 80 milioni per lavorare a un vaccino, che andrebbe in primo luogo a beneficio degli europei.

Esistono partenariati larghi tra pubblico e privato. Uno di questi progetti è proprio un partenariato tra l’impresa farmaceutica Dompè e il consorzio interuniversitario Cineca di Bologna.

La Presidente della Commissione Ursula von der Leyen e il commissario italiano Paolo Gentiloni sono stati chiari sulla massima flessibilità possibile per l’Italia e gli altri paesi in difficoltà. Non ci sarà la normale strettissima osservanza dei parametri. “Ma cosa succederà dopo è presto per dirlo” spiega ancora Gaudina. “Alcuni Stati membri non hanno capito subito che una politica europea coordinata dà più risultati di 27 politiche diverse. Ma è la stessa cosa che è successa in Italia con le regioni. Ora in larga parte si va nella stessa direzione”.

Invece di lanciare 27 bandi per mascherine e ventilatori, è più efficace un bando unico europeo, gestito dalla Commissione. Sono manovre fatte di fretta, con scadenze a 7 giorni, per partire al massimo in un mese. Un bando per dei respiratori aperto il 18 marzo si è chiuso il 26 marzo e ad aprile si firmeranno i contratti per la produzione. Un’altra iniziativa che è partita è la creazione di una riserva europea di materiale medico. Sono bandi aperti secondo le consuete regole dell’Unione, quindi destinati in primo luogo a imprese europee per il beneficio prima di tutto dei cittadini europei.

E i fondi di coesione, invece? Quale potrebbe essere il loro ruolo? La Commissione europea ha aperto i fondi a spese per cui di solito non sono usati. Hanno una funzione a lungo termine, mentre ora, con un provvedimento votato il 20 marzo, verranno usati per iniettare liquidità alle imprese, per comprare materiale sanitario. Si tratterebbe di qualche miliardo di euro, ma la quantità precisa è difficile da stabilire perché sono i singoli stati a gestire ed eventualmente dirottare i fondi di coesione. Nicola De Michelis, direttore della Commissione europea per l’implementazione dei fondi in Italia, spiega che stanno anche valutando se convertire il Fondo Sociale Europeo, che di solito si occupa di inclusione e lotta alla povertà, al sostegno per il reddito.

La deroga al patto di stabilità può diventare un elemento su cui l’Europa costruirà, a emergenza finita, nuovi patti, una nuova forma che tenga conto di elementi ignorati prima? Lo spiega Massimo Gaudina: la Commissione europea è la guardiana dei trattati, non si occupa della riforma dei trattati o dell’assetto istituzionale. Dovrebbero essere i Paesi membri a farlo, a dire alla Commissione europea come organizzare il futuro sul piano delle competenze, delle regole, degli aiuti di stato. “Io personalmente lo auspico” confida Gaudina “Perché ci sono sfide che superano le frontiere, quindi anche le soluzioni devono superare frontiere”.

“Alla fine di tutto” conclude De Michelis “Bisognerà ricostruire un’Europa che oggi è provata”.

Martina Pagani

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Italia in isolamento: la situazione a Desio

Comune Di Desio

Com’è la situazione a Desio in queste settimane di emergenza e di isolamento? Il sindaco Roberto Corti, racconta a Radio Popolare come il comune di Desio, 42mila abitanti a nord di Milano, sta affrontando questo periodo tra la comunicazione coi cittadini e il coordinamento delle attività sul territorio, ma anche come ci si sta organizzando dopo la nuova direttiva della Regione sull’obbligo delle mascherine all’aperto.

L’intervista di Serena Tarabini a Fino Alle Otto.

Come va Sindaco?

Credo che vada come tutti, magari non come in Lombardia in generale, ma nella media dei comuni della Brianza.

Qual è stato l’impatto dell’emergenza sul comune di Desio?

Siamo attorno a una decina di decessi, oggi avrò l’aggiornamento da parte della Protezione Civile. Per quanto riguarda i contagi il numero è di 110. Un aspetto positivo è il numero delle persone dimesse, se non sbaglio sono 25, guarite o prive di sintomi e quindi ancora in quarantena, ma a casa loro. I ricoverati sono più di un’ottantina.

Riscontrate anche voi un generale calo?

Noi, credo come tutti, abbiamo registrato un picco pazzesco una decina di giorni fa quando i ricoveri erano dell’ordine di 15-18 al giorno per 4-5 giorni. Adesso è un po’ di giorni che siamo a tra 1 e 4 a seconda delle giornate. I numeri si sono abbassati, ma questo non vuole dire che dobbiamo abbassare la guardia. Come ci dicono tutti gli esperti ci vorrà ancora un po’ di tempo, bisogna armarsi di pazienza ed andare avanti con questa vita diversa.

Come sta reagendo la città di Desio?

Posso dire che le persone si stanno comportando nel modo giusto, stiamo facendo parecchi controlli ma abbiamo dato poche sanzioni. Certo con l’arrivo delle belle giornate sarà più difficile resistere al desiderio di uscire, ma staremo a vedere. Per quanto riguarda le mie impressioni di Sindaco, ma anche di cittadino che come tutti, ad esempio, si mette in coda a far la spesa, devo dire che mi sembra che le persone, ovviamente nel rispetto delle distanze, si parlino di più, anche fra sconosciuti, ci si racconta; ecco speriamo che questa situazione ci lasci di positivo una voglia di socialità più tradizionale, non solo quella virtuale dei social media a cui siamo particolarmente costretti in questa fase. Ecco quando gli scienziati ci diranno che il momento è arrivato, speriamo succeda questo. Alcune scene viste in questi giorni mi hanno fatto ritornare a quando ero bambino, come le persone che si parlano dai balconi, come succedeva una volta. Mi auguro che si riscopra quel modo di relazionarsi di un tempo che era forse più genuino.

Anche lei a Desio, come altri sindaci, sta ricorrendo ai social network per tenere informati i suoi cittadini?

Sì ovviamente anche noi, però accanto a metodi di comunicazione più tradizionali come il pulmino con il megafono, perché si è vero che siamo tutti connessi, ma c’è anche una parte della popolazione che connessa non è, come quella anziana, quindi noi giriamo quotidianamente con il pulmino e il megafono anche solo per dare i numeri di telefono a cui ci si può rivolgere per avere informazioni o aiuto. Quindi potenziamento della comunicazione ordinaria con le opportunità offerte dagli avanzamenti tecnologici, ma anche metodi tradizionali. Di nuovo mi viene in mente quando ero bambino, all’emergenza diossina che abbiamo passato e girava il pulmino con il megafono per dare informazioni ed istruzioni.

Una nuova ordinanza della Regione Lombardia impone l’uso delle mascherine o comunque l’obbligo di coprirsi il viso. A Desio come siete messi da questo punto di vista, le mascherine si trovano?

Per quanto riguarda strutture importanti come le RSA, o personale fondamentale come i corpi volontari, qualche settimana fa era veramente difficile. Nelle farmacie a volte compaiono ancora i cartelli che dicono che sono esaurite. Noi abbiamo avuto la fortuna di ricevere delle donazioni di mascherine chirurgiche e poi c’è stata questa bella iniziativa della Protezione Civile provinciale, che ha messo in piedi una produzione “home made” di mascherine fatte di tessuto-non tessuto che svolgono la loro funzione protettiva e che sono state distribuite nelle varie strutture. Ne stanno producendo 5-6 mila al giorno in una struttura messa a disposizione da una cooperativa sociale. C’è da dire che adesso con questo obbligo ci si pone il problema di trovarle per tutti, non è facile trovare in un colpo solo migliaia e migliaia di mascherine. Dovrebbe essere in arrivo proprio oggi un carico. A questo proposito do un’informazione di servizio, perché in Lombardia girava la voce che le mascherine sono arrivate, sono in mano ai comuni che le distribuiranno: ecco questo non è vero, almeno per quanto riguarda noi le mascherine arriveranno oggi pomeriggio, e bisogna poi organizzare la distribuzione, fare in modo che arrivino a tutti ma senza creare assembramenti, e per questo ci vuole un attimo di tempo, per evitare che ci sia la corsa alla mascherina. Intanto coprirsi il volto anche con un foulard va più che bene.

Come è cambiata la sua attività amministrativa in seguito all’emergenza?

Guardi, come comune di Desio abbiamo fatto in tre settimane quello che avevamo previsto di realizzare in un anno, ovvero la transizione verso lo smart working. Dei 180 dipendenti ne abbiamo una ottantina che non sono in servizio o lavorano da casa, ad esempio i lavoratori della scuola materna. I restanti 100 dipendenti sono a rotazione, comunque non ci sono più di 10-15 dipendenti in sede. Il modo di lavorare è cambiato moltissimo. I dirigenti hanno il compito di seguire le attività emergenziale sia quelle ordinarie, ovviamente ci sono sono dei settori che sono più sotto pressione di altri come quello relativo ai servizi sanitari. Mi raccomando se mi posso permettere, voi come radio continuate a trasmettere i messaggio che bisogna rimanere a casa!

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Che cosa è successo oggi? – Domenica 5 aprile 2020

Attilio Fontana Lombardia

Il racconto della giornata di domenica 5 aprile 2020, attraverso le notizie principali del giornale radio delle 19.30, dal commento del virologo Fabrizio Pregliasco sull’epidemia da coronavirus COVID-19 in Italia agli errori della Lega in questa prima fase di emergenza, col leader Matteo Salvini incapace di dettare l’agenda. Polemiche in Lombardia dopo l’ordinanza di Attilio Fontana che introduce l’obbligo di indossare le mascherine all’esterno in tutta la Regione, mentre la Toscana si prepara a fare altrettanto ma con criterio e garantendo accesso gratuito alle mascherine a tutti i cittadini. Gli aggiornamenti sulla situazione in Spagna e il discorso della Regina Elisabetta ai cittadini inglesi. Infine i grafici del contagio nelle elaborazioni di Luca Gattuso.

COVID-19, il virologo Fabrizio Pregliasco commenta i dati dell’epidemia diffusi oggi

Partiamo dai numeri di oggi forniti come sempre dalla Protezione Civile, che sono numeri incoraggianti. Tanto da far dire al professor Brusaferro dell’Istituto Superiore di Sanità che “la curva è in discesa” e che “se questi dati si confermeranno dovremo cominciare a pensare alla fase 2”.
I nuovi contagiati sono 4.316, circa 500 meno di ieri. I morti sono 525, è il numero più basso da quasi due settimane a questa parte. Il numero dei letti occupati nelle terapie intensive è sceso di 17 unità, e i ricoverati in totale sono meno 61.

Commentiamo questi dati con il virologo Fabrizio Pregliasco:

Anche in Lombardia i dati di oggi vengono considerati confortanti, così ha detto l’assessore alla salute Gallera. Con 8.107 tamponi fatti, i positivi al virus sono 1.337. I morti sono 249, quasi 100 meno del giorno prima, in terapia intensiva i posti letto occupati sono 9 in meno. Il numero dei nuovi ricoverati si è quasi fermato. Di tutte le province lombarde, i meno buoni sono quelli di Milano: 411 nuovi positivi di cui 171 in città.

Oggi il presidente del Consiglio Conte ha rilasciato un’intervista alla rete americana NBC spiegando l’approccio italiano all’emergenza Coronavirus. Ha detto tra l’altro che la strada intrapresa è quella giusta ma non si può dire quando finirà il lockdown.
Ieri c’è stato il record di contravvenzioni per spostamenti non autorizzati: sono state multate più di 9.000 persone. I controlli verranno rafforzati soprattutto il prossimo fine settimana in vista della Pasqua.

Gli errori della Lega in questa fase di emergenza

(di Michele Migone)

Seppur sia ancora prima nei sondaggi, la Lega ha subito un’erosione del consenso e il suo leader Matteo Salvini non appare in grande forma. In fondo, potrebbe avere gioco facile nell’attaccare Conte, ma non riesce ad essere efficace. Quando spara, lo fa a salve. Da due settimane a questa parte, Salvini si è fatto notare solo per aver chiesto lo stop alle tasse, per aver pregato in TV con Barbara D’Urso e per aver chiesto la riapertura delle chiese per la Pasqua, una scelta che provocherebbe più contagi.
C’è però una cosa per cui Salvini non avrebbe voluto essere notato e che invece è venuta allo scoperto. L’emendamento al decreto Cura Italia con cui la Lega vorrebbe creare uno scudo penale per i dirigenti di Asl, ospedali e case di riposo che stanno gestendo la crisi. In realtà, Salvini ha promesso di ritirarlo, ed è anche vero che anche i partiti di governo non sarebbero del tutto contrari, ma per i leghisti questa soluzione avrebbe un significato particolare. Dopo gli anni di CL, oggi la sanità lombarda è per lo più nelle mani della Lega, che ha nominato la maggior parte dei dirigenti. Si vuole salvare loro, ma soprattutto si vuole salvare Attilio Fontana. La sua disastrosa gestione dell’epidemia è sotto gli occhi di tutti ed è ormai apertamente contestato.
L’opposizione in Regione vorrebbe una commissione d’inchiesta su tutti gli errori fatti: le mancate zone rosse, le stragi nelle case di riposo, il rifiuto di fare tamponi, gli ospedali trasformati in lazzaretti. Matteo Salvini sa bene quali sono le responsabilità dei suoi uomini. Per questo appare confuso, incapace di dettare l’agenda, sviare l’attenzione. Non riesce neppure a nascondere il Disastro Lombardia. Il virus richiede capacità di governo, non slogan.

Polemiche sull’obbligo di indossare le mascherine in Lombardia

Oggi è stato il primo giorno in Lombardia con l’obbligo di uscire con le mascherine, o sciarpe o foulard a coprire naso e bocca. Un obbligo deciso dal presidente della Regione Attilio Fontana che ha firmato un’ordinanza valida a partire da oggi fino al 13 aprile. Una decisione che ha suscitato polemiche, sia per la possibilità di usare mezzi non adeguati, come le sciarpe appunto, ma soprattutto per la difficoltà di reperimento delle mascherine. Carmela Rozza è consigliera regionale lombarda del Partito democratico…

Intanto dopo la Lombardia, anche la Toscana metterà l’obbligo di uscita con mascherina. Lo ha annunciato il presidente della Regione Enrico Rossi, specificando però che la sua ordinanza avrà valore nei comuni toscani a partire dalla data in cui verrà comunicato dal singolo comune di aver consegnato le mascherine ai propri cittadini, date gratuitamente dalla Regione alle amministrazioni comunali. Al momento la Regione Toscana ha circa 10 milioni di mascherine, quasi tre a abitante, e ne sono state ordinate altrettante che verranno consegnate nei prossimi giorni.

Migliora la situazione in Spagna e si pensa già alla fase 2

(di Giulio Maria Piantadosi)

La Spagna inizia a vedere la luce in fondo al tunnel. Per la prima volta in una settimana è sceso il numero dei morti sotto gli 800 in cinque giorni: 647 morti in 24 ore. Calano anche i ricoveri e i malati in terapia intensiva.
Il premier Pedro Sánchez ha già annunciato la terza proroga della quarantena fino al 26 aprile, ma ha aggiunto che ce ne vorranno altre.
Mercoledì ci sarà il voto in Parlamento e solo i populisti di Vox voteranno contro. Intanto a Madrid si lavora già a un piano per il dopo emergenza. Il governo studia la maniera di isolare i contagiati asintomatici in hotel o impianti sportive dopo una campagna di test di massa per individuare i portatori dal virus.
L’uso delle mascherine sarà obbligatorio, ma solo quando la Spagna avrà la capacità di produrne a sufficienza per tutti, ha precisato il ministro della sanità Salvador Illa.

UK, il discorso della Regine Elisabetta ai cittadini

(di Lorenza Ghidini)

Questa sera la regina Elisabetta parlerà ai cittadini britannici con un messaggio alla tv. Un evento che ha avuto pochissimi precedenti nei suoi lunghi anni di regno, come la Guerra in Iraq o la morte di Diana.
La Regina parlerà intorno alle 21.00 ora italiana, ma i media britannici hanno diffuso alcune anticipazioni, perché si tratta di un messaggio registrato: Elisabetta evocherà lo spirito della Seconda Guerra mondiale e l’eroica resistenza della Gran Bretagna al Nazismo.
Spero – dirà ancora Elisabetta II – che negli anni a venire tutti possano essere orgogliosi di come hanno risposto a questa sfida”, in modo che “coloro che verranno dopo di noi diranno che i britannici di questa generazione erano forti come tutti gli altri“.

L’andamento dell’epidemia di COVID-19 in Italia

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Approfondimenti

COVID-19. “È sbagliato e fuorviante parlare di guerra”, dice il chirurgo Paolo Setti Carraro

coronavirus covid19

È sbagliato e fuorviante associare la pandemia di COVID-19 che stiamo vivendo a situazioni di guerra. Ne è convinto Paolo Setti Carraro, medico chirurgo che ha lavorato per tanti anni in un ospedale milanese e nel 2009 ha deciso di lasciare quel suo lavoro sicuro a Milano per trasferirsi in giro per il Mondo: dalla Sierra Leone allo Yemen, da Haiti all’Iraq. E poi Sud Sudan e Afghanistan.

Setti Carraro ha operato con Medici Senza Frontiere e con Emergency. In Sierra Leone, nel 2014, si è trovato di fronte al virus Ebola. Il suo racconto a Memos con Raffaele Liguori inizia dall’ultima delle sue esperienze, nella Striscia di Gaza, dove si trovava fino a pochi giorni fa.

Com’è la situazione a Gaza in questo momento?

Gaza è un po’ come l’Italia e l’Europa in questo momento. Le attività chirurgiche e mediche elettive sono tutte sospese. Gli sforzi della popolazione, del Ministero della Sanità e di tutte le strutture sanitarie sono concentrate nella lotta contro il COVID-19. A Gaza per il momento ci sono stati due casi di cittadini palestinesi rientrati attraverso il Valico di Rafah, al confine con l’Egitto, e venuti a contatto con un certo numero di guardie di frontiera. Sette di queste sono poi risultate positive. Tutti i positivi sono stati isolati in una struttura dedicata e in questo momento il focolaio sembra sotto controllo. Diverso, invece, quello che è accaduto nella West Bank, la Cisgiordania occupata, dove i casi sono ormai 130.

In una zona come la Striscia di Gaza è possibile mettere in atto la politica del distanziamento sociale?

Il distanziamento sociale è difficile da realizzare, ma è l’unica attività preventiva che funziona. Il 50% circa della popolazione di Gaza è ormai confinata a casa e possiamo dire che queste misure di stanziamento sociale sono ben accette perché c’è coscienza che questo sia il sistema migliore per contenere la diffusione del virus. La Striscia di Gaza è l’area del Mondo più densamente popolata: ci sono due milioni di persone in una striscia lunga 40 chilometri e larga dai 10 ai 12 chilometri. La densità abitativa è di 5mila persone per chilometro quadrato, quindi una situazione ad altissimo rischio di esplosione. A questo si aggiunge il fatto che le strutture sanitarie di Gaza, dopo 13 anni di embargo israeliano, non hanno le capacità tecniche e le competenze per poter affrontare, come nel resto del Mondo, l’eventuale esplosione di una pandemia.

Quella di Gaza è la sua ultimissima esperienza. Nel 2014 si trovava in Sierra Leone ai tempi del virus Ebola. Cosa ha significato per lei e per il suo lavoro trovarsi in quella circostanza?

L’origine di quell’epidemia di Ebola avvenne in Guinea alla vigilia di Natale del 2013. Da lì l’epidemia si è diffusa nel resto della Guinea, in Liberia e nella parte orientale della Sierra Leone con il picco dei contagio verso aprile 2014. Tra quell’aprile e i mesi di settembre ed ottobre 2014 lo sviluppo di queste misure precauzionali e di distanziamento sociale, ma anche l’identificazione e l’isolamento dei contatti e la costruzione di strutture di isolamento e di trattamento dei pazienti sembravamo aver messo un freno all’epidemia. Tra l’ottobre e il novembre del 2014, visto il calo dei contagi, le maglie si sono un po’ allentate e la gente ha iniziato a spostarsi dalle province orientali verso la capitale e c’è stata la seconda ondata di contagi che ha investito Freetown e lì Emergency ha risposto con l’apertura di centri medici e di isolamento intorno alla Capitale. Il secondo picco è stato contenuto, ma l’epidemia è stata dichiarata finita nel gennaio-febbraio del 2016, più di due anni dopo.

La letalità di Ebola è superiore rispetto a quella del coronavirus COVID-19. Il contagio, invece, è più debole o più forte?

Il contagio di Ebola è estremamente elevato. È un virus che si trasmette con tutte le secrezioni umane – saliva, lacrime, sputo, urine, sperma, feci e sudore – e le vie di contagio sono più ampie di quelle del coronavirus COVID-19, ma questo non viene escreto nelle urine ed è presente nel 25%/30% dei campioni delle feci. Il COVID-19 si trasmette attraverso le mucose e soprattutto per via aerea. La capacità di contagio del COVID-19 è sicuramente inferiore rispetto ad Ebola, ma la capacità di infettare è estremamente elevata.

Dal racconto che stiamo sentendo si capisce che lei ha vissuto in situazioni molto difficili e complicate, dove si doveva intervenire in alcuni casi anche durante condizioni di guerra armata. Lei avrà sentito paragonare l’attuale pandemia di COVID-19 ad una guerra. È esagerato questo paragone?

Io credo che la definizione di questa epidemia di COVID-19 come una guerra sia fuorviante. È fuorviante e serve soltanto a creare ulteriore timore e a creare una situazione psicologica di rinuncia e di delega. Se si accetta l’idea di creare una psicologia di guerra è molto facile per le persone terrorizzate accettare una logica di delega di poteri non ai competenti, ma a figure in grado di concentrare su di sé le scelte.
Io credo che sia pericoloso insistere nel definire questa pandemia di COVID-19 una situazione di guerra. È una situazione di epidemia molto grave, che ci trova impreparati e ci porta ad affrontare l’epidemia più sul versante curativo che non sul versante di prevenzione e di assunzione di responsabilità e di comportamenti idonei a limitare il contatto.
Ebola è stata sconfitta in Sierra Leone tracciando i contatti, isolando le persone, mantenendo le distanze e cambiando le pratiche funerarie. È drammatico e la popolazione italiana sta vivendo in questo momento cosa significa non poter accompagnare i propri cari nell’ultimo viaggio.
In Africa c’era l’abitudine di lavare i cadaveri e aspergere tutta la famiglia allargata durante il funerale con l’acqua usata per lavare i cadaveri.
È giusto uscire da una logica di guerra ed entrare in una logica dolorosa di un’epidemia che richiede comportamenti, responsabilità e solidarietà: io mi astengo dall’uscire perché so che in questo modo proteggo me stesse, i miei cari e i miei concittadini.

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Approfondimenti

Che cosa è successo oggi? – Venerdì 3 aprile 2020

Comune di Buccinasco

Il racconto della giornata di venerdì 3 aprile 2020, attraverso le notizie principali del giornale radio delle 19.30, dai chiarimenti sulla diffusione del coronavirus COVID-19 nell’aria dopo l’allarme diffuso oggi da alcune testate italiane alle precisazioni della Ministra del Lavoro sul cosiddetto “reddito di emergenza” che dovrebbe dare un sostegno alle persone escluse dagli altri provvedimenti. Gli aggiornamenti sulla situazione in Lombardia e l’aumento delle sanzioni e dei controlli a Roma, mentre in Spagna la crescita dei casi positivi resta in aumento. In chiusura, i dati della diffusione del coronavirus in Italia.

Coronavirus nell’aria? Non è cambiato niente, facciamo chiarezza

(di Alessandro Principe)

Il virus non ci rincorre per la strada. Ma, semmai, si ripropone la necessità di tutelare gli operatori sanitari con adeguati mezzi di protezione. Dopo i titoloni di alcuni importanti quotidiani on-line e cartacei sulla possibilità del coronavirus COVID-19 di viaggiare nell’aria, abbiamo voluto fare chiarezza. Ecco come stanno davvero le cose.

Reddito di emergenza. Nuovi dettagli dalla Ministra Catalfo

(di Massimo Alberti)

La ministra del lavoro Catalfo ha aggiunto qualche dettaglio sul cosiddetto “reddito di emergenza”, il provvedimento del governo che dovrebbe dare un sostegno alle persone escluse dagli altri provvedimenti. A sollecitare un provvedimento universalistico era stato il ministro per il sud Provenzano. Tuttavia la norma annunciata sembra ancora parziale.
Catalfo ha parlato di uno stanziamento di circa 3 miliardi di euro, che sarà compreso nel decreto di aprile, per una platea di circa 3 milioni di persone ancora da valutare. Precari, lavoratori in nero, stagionali, a chiamata: gli “esclusi” da ogni forma di sostegno è un magma estremamente frammentato, prodotto dalle politiche sul lavoro degli ultimi anni.
La corsa al sito dell’INPS è stata il dito. La Luna sono i tanti, troppi, ad aver bisogno di quei 600 euro per sopravvivere, con o senza titolo. È stato l’ennesimo caso in cui questa crisi ha evidenziato i disastri sociali compiuti in questi anni: stavolta la precarizzazione estrema del mercato del lavoro.
Gli esclusi da ogni bonus sono i figli di queste politiche: un mosaico di frammenti che in questi giorni hanno raccontato le loro storie a Radio Popolare.
Badanti, colf, camerieri costretti al nero come Ele, 31 anni. “Ora non posso richiedere nulla”, scrive. Poi c’è il lavoro povero: come Michela, partita iva nell’editoria, pochi soldi -spariti col covid – e un reddito di cittadinanza di 69 euro, che la esclude da altri bonus. Ancora: lavoratori a chiamata. Con le aziende ferme la chiamata non arriva e quindi il reddito. Tirocinanti: ho fatto tirocinio 8 anni in tribunale e da quel che ho capito non percepiró nulla,scrive Andrea. Gli stessi Ateco che le imprese usano per rientrare nelle aziende essenziali, fregano invece i lavoratori.
Come la storia di Veronica e dei suoi colleghi: stagionali in un’azienda della filiera turistica, ma che non ha Ateco del turismo. Quindi niente indennità. O Massimo, architetto a Partita IVA con remunerazione troppo bassa per avere il bonus. E ancora: lavoratori del settore sportivo dilettantistico, prestatori d’opera, dello spettacolo a termine. I 3 milioni di persone indicati da Catalfo – ma sono realisticamente molto di più – sono figli della giungla di contratti creata in questi anni dalle leggi sul lavoro. Rimasti senza tutele prima, ed anche ora se non si interverrà.

La Regione Lombardia supera gli 8.000 morti da COVID-19

(di Claudio Jampaglia)

Si è fermata la crescita del contagio in Lombardia, dice soddisfatta la Regione. O meglio, si è stabilizzata da qualche giorno attorno ai 1.500 nuovi casi di positività. La tendenza è chiara per Brescia e Bergamo, le province più colpite, ormai sotto la media e scalzate in assoluto proprio questa settimana da Milano, il caso sotto stretta osservazione, che cresce più di tutti.
Dai numeri forniti a Radio Popolare dall’Agenzia di Tutela della Salute per la sola città i morti da COVID-19 sarebbero 414 al primo aprile, per una letalità del 11%. Il condizionale è usato anche dall’ATS perché non tutti i morti da COVID-19 possono essere registrati come tali in mancanza di verifiche puntuali. Un aiuto ce lo fornisce l’anagrafe del Comune che registra una differenza di 900 morti a marzo dall’anno scorso, oltre il 40% in più.
I morti sono una delle poche indicazioni sulla diffusione del contagio e sulla capacità di controllo delle autorità sanitarie. Il caso di riferimento internazionale è ancora la regione di Hubei in Cina con l’1% della popolazione risultata positiva e circa il 3% di mortalità nei malati. E secondo i dati ufficiali di ATS, Milano sarebbe esattamente in quella scia, con i suoi potenziali 14mila contagiati.
Se ponderiamo il dato con i decessi dell’anagrafe arriviamo al doppio: il 2% della popolazione positiva. Alcune stime, come quella della Doxa o di altri studi di ricerca, offrono proiezioni molto più preoccupanti. L’ultimo studio pubblicato in Gran Bretagna e citato oggi anche dalla Regione, stima il contagio al 10% della popolazione italiana. I dati ufficiali sono ancora lontani. La speranza è questa, spetta all’intervento e alla trasparenza delle istituzione trasformarlo in certezza, insieme al comportamento responsabile di tutti noi.

Roma, aumentano le persone in giro. E aumentano le multe

(di Anna Bredice)
Negli ultimi giorni anche a Roma si sono viste improvvisamente più persone in circolazione e sono aumentate anche le multe. Tra i luoghi più esposti agli assembramenti e quindi al contagio del virus ci sono i mercati all’aperto, e a Roma sta accadendo che in alcuni quartieri c’è il rischio di persone troppo vicine: sono quelli più popolati, alla periferia della città, che hanno magari un solo mercato e troppa gente che lo frequenta.
Il decreto sui divieti permette l’apertura di banchi alimentari nei mercati solamente se il commerciante segue disposizioni precise, a sue spese, e cioè una recinzione, la distanza minima, e poi l’obbligo di guanti e mascherine, con un accesso al mercato contingentato.
Laddove ci sono molti mercati nei municipi funziona, in altri casi il rischio esiste. Gli ambulanti e i piccoli commercianti in una città come Roma stanno rischiando molto in termini di guadagni futuri. La Regione ha pensato a un sistema di aiuti per gli ambulanti, e poi c’è la solidarietà dei singoli municipi con iniziative che nascono dal basso. Prima ancora dei buoni spesa, ci sono associazioni che hanno contattato centinaia di famiglie per portare viveri e cibo a domicilio, ci sono negozi chiusi che chiedono ad esempio di comprare un buono acquisto on line che spenderanno quando riapriranno, altri ancora, soprattutto librerie, hanno attivato l’acquisto on line e fanno arrivare i libri a casa.
Ma l’urgenza è l’aiuto da parte del Comune e della Regione di soldi per pagare l’affitto e la sospensione, attesa entro il 16 aprile, delle nuove tasse, sapendo che il rischio concreto in una città come Roma è che uno negozio su tre non riaprirà più dopo questa chiusura forzata.

COVID-19. Gli aggiornamenti sulla Spagna

(di Giulio Maria Piantadosi)

Se il numero dei casi riportati si mantiene su queste cifre domani, o al massimo nei prossimi giorni, la Spagna avrà superato l’Italia come secondo Paese al mondo. La proroga dello stato d’allarme fino al 26 aprile è data per scontata. Stavolta però, Sánchez potrebbe non contare con i voti dell’opposizione, che critica le misure anticrisi prese dal governo e sopratutto la serrata delle attività economiche.
Le autorità spagnole ammettono che i morti potrebbero essere molti di più di quelli conteggiati: mancano dati certi soprattutto sui i decessi nelle case di riposo. L’Esercito è sempre più presente nella gestione della crisi. Anche il governatore indipendentista della Catalogna, Quim Torra, ha chiesto l’intervento delle forze armate per gestire i lavori di decontaminazione.
La situazione più complicata è sempre quella di Madrid. Nel palazzo dello sport di Majadahonda, nella periferia nord della capitale, è stato aperto un terzo deposito per le bare delle vittime. I servizi funerari sono al limite. I parenti di alcuni pazienti morti per COVID-19 hanno denunciato il caos in cui avvengono le cremazioni temendo che la confusione abbia portato allo scambio de corpi.

L’andamento dell’epidemia di COVID-19 in Italia

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Stefano Bollani presenta Piano Variations on Jesus Christ Superstar

Stefano Bollani

Stefano Bollani è tornato con un lavoro ambizioso e particolare: Piano Variations on Jesus Christ Superstar, una rivisitazione inedita e strumentale per pianoforte dell’iconica opera rock composta da Andrew Lloyd Webber con testi di Tim Rice cinquant’anni fa.

L’intervista di Ira Rubini a Stefano Bollani a Cult.

Jesus Christ Superstar ha sempre significato moltissimo per noi. E forse, a 50 anni di distanza, in questo momento ha un significato ancora più importante?

Jesus Christ Superstar è il racconto di un mito favoloso transreligiosa che riguarda tutti noi perché parla di noi stessi. Io in quella storia, che arriva principalmente dai vangeli apocrifi, vedo questo Gesù come una rappresentazione del mistero e un mistero è anche quello che stiamo affrontando noi in questo momento. Vedo Giuda che tradisce questo mistero, vedo Pilato ed Erode che schiacciano questo mistero per paura. Vedo gli apostoli che cercano di capirci qualcosa e ci mettono molta testa. E vedo Maria Maddalena che invece abbraccia e ama questa creatura senza neanche sapere perché. Capisce che è qualcosa di diverso da un amore terreno.
In questo momento penso che dovremmo essere tutti Maria Maddalena: dovremmo riuscire ad accogliere il mistero e non aver paura del futuro.

Questo Jesus Christ Superstar non è una trascrizione. Si tratta dell’approccio di Stefano Bollani con il corpus di Jesus Christ Superstar.

Sì, l’approccio è quello usuale per me. Forse per la prima volta, però, mi sono trovato in una struttura predefinita e anche un elemento narrativo importante. Ho tenuto la stessa scaletta, ma l’ho eseguito in studio tutto in colpo, andando poi a risistemare alcune canzoni che non mi avevano convinto.
L’effetto è quello del one-shot perché volevo mantenere un’attenzione narrativa e divertirmi a divagare e mettere l’accento su un accordo o un ritmo ed usarlo poi per andare da un’altra parte. Jesus Christ Superstar è farcito di informazioni che vengono dal jazz, dal rock, dall’opera e da Stravinskij.
Io, come un minatore, non ho fatto altro che andare a cercare e portare allo scoperto alcune pepite che mi piacevano.

So che hai usato un pianoforte particolare per questo lavoro.

Sì, un pianoforte accordato con il La a 432 hertz invece che a 440 o 442 come si usa nel Mondo. Una volta si usava il 432, a me piace molto perché il suono è più caldo e in questa mia scelta mi confortano anche scienziati ed esponenti della comunità spirituale. È un numero molto presente in natura, si ritrova nella formazione dell’universo in cui viviamo.

Tu sei sempre stato anche un grande divulgatore della musica e secondo me questo album potrebbe essere uno strumento per i giovani per scoprire un modo di essere.

Sì, e anche per scoprire una rock opera originale. Tocca dei temi profondi. Andrew Lloyd Webber e Tim Rice sono stati tra i più coraggiosi ad inventarsi un concept album così ambizioso pensato come un’unica narrazione. C’è un’ambizione che fa bene scoprire anche oggi.

Questo è un lavoro che, in qualche modo, sancisce la dichiarazione d’amore tra te e la tua generazione e e quest’opera rock.

Proprio per questo motivo volevo che rimanesse intimo. Piano solo, c’è solo una canzone cantata come se Giuda la sussurrasse all’orecchio di Gesù all’ultima cena. Nel coro sono accompagnato da mia figlia, mia sorella e mia moglie, che si è occupata anche dei disegni e della grafica del disco.

Ci suggerisci una tecnica di resistenza culturale per questo momento particolare e difficile?

Io ho provato una tecnica: dipingersi il Mondo come vorremmo che fosse. È il modo migliore affinché questo accada. Lamentarsi per quello che non va, come lamentarsi delle privazioni che stiamo subendo perché siamo costretti a casa, si può fare per 5 minuti, ma non serve a niente. La tecnica di resistenza è vedere l’opportunità clamorosa che abbiamo davanti. Tutti là fuori stanno facendo nel loro meglio, non dobbiamo farlo in casa. Usiamo questo tempo per capire qual è il nostro meglio. Io, come musicista, posso studiare e applicarmi di più. Chiunque può lavorare sul proprio essere spirituale.

Foto di Valentina Cenni dalla pagina Facebook di Stefano Bollani

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Italia in isolamento: la situazione a Cornaredo

Comune di Cornaredo

Com’è la situazione a Cornaredo in queste settimane di emergenza e di isolamento? Il sindaco Yuri Santagostino, racconta a Radio Popolare come il comune di Cornaredo, 20mila abitanti a nord-ovest di Milano, sta gestendo la comunicazione coi cittadini e il supporto alle persone in difficoltà grazie a una grande risposta dei volontari, anche giovanissimi. Attivo ormai da settimane una sorta di palinsesto sulla pagina Facebook del comune di Cornaredo per stimolare i cittadini a casa e intrattenerli.

L’intervista di Serena Tarabini a Fino Alle Otto.

Com’è la situazione coronavirus a Cornaredo?

La situazione purtroppo è mediamente come quella di tutti gli altri comuni della Città metropolitana di Milano. I contagiati sono 50, un numero doppio di persone in quarantena, purtroppo abbiamo avuto anche 4 decessi.

In questi giorni è arrivata anche una buona notizia…

Sì, una delle prime persone contagiate, un operatore sanitario, ci ha detto di aver fatto il secondo tampone che ha avuto un risultato ancora negativo, quindi è definitivamente guarito.

Quali iniziative avete predisposto per questa emergenza?

Abbiamo avuto la fortuna che fin dall’inizio dell’emergenza moltissimi giovani si sono messi a disposizione per qualunque tipo di iniziativa, e noi li abbiamo dirottati verso il supporto delle persone con fragilità, in particolare e persone anziane sole a cui abbiamo chiesto di rimanere a casa. Questi giovani volontari si sono organizzati anche con i centri di distribuzione per portare a domicilio spesa e farmaci. Poi c’è tutta la rete di supporto creata con la polizia locale e i volontari della protezione civile che invece gestisce la parte più complicata, quella delle persone che sono contagiate o in quarantena.
Due giorni fa poi abbiamo lanciato una raccolta fondi per supportare le fragilità presenti e future provocate da questa crisi. Inoltre oggi usciremo con le linee guida per i beneficiari degli ormai famosi buoni spesa, con le modalità per fare le richieste e l’erogazione che avverrà a metà della prossima settimana.

Come valuta la reazione della sua città di fronte all’emergenza e anche di fronte ai richiami alla responsabilità?

Devo dire che la maggior parte delle persone rispetta le regole che sono state date, che sono dure ma ci tutelano, poi qualcuno che invece non le rispetta c’è sempre e quindi in questo senso sono utili i controlli effettuati dalle forze di polizia e carabinieri. In generale vedo un paese ferito e preoccupato.
C’è il dolore per le persone care che se ne sono andate e la paura del futuro: vedo una paura sopratutto per il proprio lavoro, la sicurezza della famiglia. Vedo però anche una città, fortunatamente per chi l’amministra, che sta reagendo; da una parte c’è un grande male che ora possiamo anche vedere perché ci sono le foto del virus diffuse ieri, e dall’altra c’è un grande bene che si è mosso in direzione “ostinata e contraria”. Penso ai tanti giovani, le tante associazioni che si sono attivate.
Un’altra iniziativa che abbiamo messo in campo è una sorta di palinsesto social sulla pagina Facebook del Comune, su cui ogni giorno ci sono varie iniziative che vengono lanciate con dei video, c’è una psicologa che racconta come affrontare la crisi, c’è un’associazione culturale che legge delle poesie, persone che leggono storie per i bambini, quindi c’è chi sta reagendo con grande determinazione e generosità.

Ieri la Caritas ha lanciato l’allarme, la richiesta di aiuti è aumentata del 50% in tutto il Paese: lei ha l’impressione che questo riguardi anche un comune come Cornaredo, appartenente al nord produttivo e industrializzato?

Temo di sì, lo vedremo anche adesso, quando usciremo con questo avviso pubblico. In parte credo ci sia uno stato di bisogno, in parte una preoccupazione per quello che potrà accadere non fra due settimane ma fra due mesi. Chiaro che se fossimo tutti sicuri che ad esempio il 1 maggio le fabbriche e le attività riaprissero, tutti ci sentiremmo più tranquilli. Invece c’è questa incertezza che secondo me incide anche su quella percentuale citata prima. L’incertezza spinge ad essere prudenti e cercare di farsi aiutare.

Ci sono delle attività in particolare che caratterizzano Cornaredo e che sono in sofferenza a causa di questo fermo delle attività produttive?

C’è tutto il settore commerciale: non tanto le grandi aziende, che in parte in realtà continuano il loro lavoro, io sono molto preoccupato per tutto il commecio di vicinato, che rischi di entrare in un grande sofferenza. Era già in difficoltà di suo a causa della vicinanza con Milano e la concorrenza dei grandi centri commerciali, io temo che questa emergenza aggravi ancora di più la loro situazione.

Foto dalla pagina Facebook del Comune di Cornaredo

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Approfondimenti

Che cosa è successo oggi? – Giovedì 2 aprile 2020

Il sindaco di Milano Beppe Sala

Il racconto della giornata di giovedì 2 aprile 2020, attraverso le notizie principali del giornale radio delle 19.30, dall’analisi dei dati dell’epidemia di Vittorio Agnoletto e la sintesi del capo della Protezione Civile Angelo Borrelli. Il Comune di Milano ha diffuso oggi i dati dei decessi legati al coronavirus, ma ci sono ancora alcune domande che necessitano di una risposta. L’Associazione Nazionale Genitori Soggetti Autistici chiede chiarimenti al Ministero dell’Istruzione e al governo, mentre negli Stati Uniti si stima che questa prima fase dell’epidemia abbia già creato oltre 10 milioni di nuovi disoccupati. In chiusura, i dati della diffusione del coronavirus in Italia.

L’analisi di Vittorio Agnoletto sui dati dell’epidemia diffusi oggi

La diffusione del coronavirus in Italia si conferma stabile. Il quadro è stato dato, come sempre, dalla Protezione Civile. Le persone attualmente positive sono 83.049. Sono 2.447 più di ieri. L’aumento ieri era stato di 2.937. Dunque c’è ancora una frenata nella crescita dei positivi, nonostante siano stati fatti 39.800 tamponi, 5mila più di ieri.
Le persone decedute sono 760 più di ieri. Ieri l’aumento era stato di 727. Sono però molti di più i guariti: 1.431 più di ieri. Ieri l’aumento era stato di 1.118.

L’andamento nazionale è molto simile a quello della Regione Lombardia, dove il vicepresidente regionale Sala ha definito il trend “Stabile” durante la quotidiana conferenza stampa.
La sintesi nelle parole del capo della Protezione Civile Borrelli:

La valutazione della situazione ad oggi con Vittorio Agnoletto:

 

Il numero dei morti a Milano

(di Massimo Alberti)

Il comune di Milano per la prima volta ha diffuso il numero dei decessi anagrafici nel mese di marzo 2020 in raffronto allo stesso mese degli ultimi due anni. Negli ultimi 10 giorni, l’incremento dei morti è stato di circa il 230%. In assenza di dati ufficiali sui morti da Covid 19 in città, resta quindi l’unico dato per stimare quante siano le vittime del virus nel capoluogo Lombardo
940 persone morte in più della media di marzo degli ultimi due anni. Il 77% in più.
Il dato, sottolinea l’assessora ai servizi civici Roberta Cocco, non è ancora definitivo. Se il numero è inferiore a Brescia e Bergamo, dove i decessi sono raddoppiati e quadruplicati, preoccupano due elementi. Il primo: i morti in eccesso fino al 21 marzo erano stati 203. 4 morti su 5 dunque sono concentrate negli ultimi 10 giorni del mese, da quando Milano ha raggiunto il picco dei Contagi.
L’altro dato preoccupante è dove sono morte le persone: nelle RSA e nelle case private, dove si concentra il maggior numero di morti non registrati per covid19, e di persone non adeguatamente assistite. E anche negli ospedali sottolineano dal Sacco a Radio Popolare, ormai molte vittime non vengono testate.
Da giorni Radio Popolare chiedeva conto di questi numeri al comune, la risposta era stata che non era ritenuto opportuno diffonderli. Il sindaco aveva anche chiesto di non dare più i dati dei contagi quotidiani. Ora, dopo il ministero della salute, dopo l’Istat, dopo la fondazione Cattaneo, è arrivato un dato anche dagli uffici comunali. Quel che ancora manca è un numero delle vittime accertate per il virus, mai diffuso al contrario ddegli altri comuni Lombardi.
Resta una domanda: i numeri di oggi riguardano i residenti di Milano città. Quanti residenti in provincia hanno contratto il virus nei quotidiani spostamenti lavorativi verso il capoluogo, prima che la città iniziasse a fermarsi? Intanto il tempio crematorio di Lambrate, che aveva sospeso le cremazioni dei non residenti, ha del tutto chiuso. Troppi corpi. Potranno essere solo sepolti o tumulati.

Scuola online e autismo. Le richieste dell’A.N.G.S.A

(di Anna Bredice)

Dal tramonto fino a sera il palazzo del Ministero dell’Istruzione sarà illuminato di blu. È il colore scelto per la Giornata della consapevolezza sull’autismo, che cade proprio oggi, in un momento difficile per le circa 600 mila persone che hanno disturbi dello spettro autistico. E proprio la scuola rappresenta una ulteriore debolezza in questo momento segnato da tante restrizioni, per questi studenti che spesso trovano nelle aule scolastiche l’unico momento di socialità. La didattica a distanza non li aiuta e rischia di isolarli ulteriormente, in molti casi sono interrotte le terapia domiciliari e poi c’è la necessità per i bambini nello spettro autistico di uscire di casa.
Per questo molti genitori vorrebbero che si facesse chiarezza su quest’aspetto, sulla cosiddetta camminata permessa di un genitore e figlio, senza distinzione tra Regione e Regione.
Sentiamo Stefania Stellino, presidente dell’associazione A.N.G.S.A, associazione genitori soggetti autistici, del Lazio: “Io ho due figli autistici, con uno non ho problemi perché se sta a casa sta benissimo e non chiede di uscire, l’altro ha più problemi, ha più punti di riferimento e solo una volta siamo stati “costretti” a fargli fare un piccolo giro, avevano riaperto una pizzeria che vendeva anche il pane e siamo andati lì. A tre settimane di blocco non tutte le scuole sono partite con la didattica a distanza e dove sono partiti ai ragazzi con disabilità non è garantita la didattica, nonostante alcuni siano in grado di farlo e seguire le lezioni“.

COVID-19 negli USA: quasi 10 milioni di nuovi disoccupati

(di Roberto Festa)

È senza precedenti il numero di persone che, nel giro di un paio di settimane, causa coronavirus, hanno perso il lavoro negli Stati Uniti. La settimana scorsa oltre sei milioni e seicentomila americani hanno fatto richiesta di disoccupazione. Se a questi si aggiungono i 3 milioni e trecentomila della settimana precedente, arriviamo a quasi 10 milioni di nuovi disoccupati. Per dare un’idea delle dimensioni del fenomeno, il numero di nuovi disoccupati più alto era stato di 695 mila in una settimana nel 1982. Qui siamo a sei milioni e seicentomila.
Le categorie più colpite sono il commercio, i ristoranti, gli hotel e industria del tempo libero, ma anche l’industria petrolifera, quella metalmeccanica, le compagnie aeree. Secondo le prime analisi degli economisti, la percentuale di disoccupazione sarebbe così balzata – nel dato mensile – al 17 per cento della forza lavoro complessiva. A questo punto, si fa ancora più urgente la richiesta che da più parti viene per una nuova manovra di sostegno economico da parte del Congresso. Si pensa a un piano potente di investimenti nelle infrastrutture, dalle strade ai ponti all’allargamento della banda larga, in cui coinvolgere milioni di lavoratori non appena l’emergenza sarà conclusa. Si valutano nuovi aiuti alle imprese, altri sussidi per chi resta senza lavoro, in uno dei più disastrosi frangenti della storia degli Stati Uniti.

L’andamento dell’epidemia di COVID-19 in Italia

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Il coronavirus ci sta togliendo la morte come rito collettivo

emergenza coronavirus

Abbiamo provato a guardare questa situazione di emergenza da un punto di vista antropologico, inteso come un periodo storico in cui è un’intera collettività a soffrire e il rapporto con la morte è ormai quotidiano e molto vicino e molto spaventoso. Il coronavirus COVID-19 e la necessità di stare chiusi in casa e di isolare i pazienti ci sta togliendo il rito collettivo della morte.

Ecco un’estratto dell’intervista di Florencia Di Stefano-Abichain a Marta Villa, antropologa dell’Università di Trento e dell’Università della Svizzera Italiana.

Qual è la lettura dal punto di vista antropologico di un periodo come questo?

L’antropologia si occupa di un sapere collettivo e noi indaghiamo su quello che gli uomini fanno insieme, lasciando l’introspezione personale ad altre discipline, come la psicologia che può darci molte interpretazioni di come si possa elaborare il lutto personale. L’elaborazione collettiva del lutto, però, aiuta anche l’elaborazione individuale del lutto. Siamo esseri umani proprio perché a un certo punto della nostra storia molto lontana abbiamo iniziato a concepire qualcosa che va al di là della vita che a un certo punto finisce. Questo ci differenzia da altri tipi di esseri viventi che sono sul pianeta e che non hanno questo tipo di sensibilità.
Allargando un po’ il discorso e rendendolo meno lugubre, questo momento storico postmoderno ha relegato la morte molto lontano, quindi quando arriva come adesso in modo molto brutale si verifica una situazione estremamente anomala per la nostra società.
Abbiamo una società in cui siamo più legati al presente e facciamo fatica a ricordare il passato e anche un po’ il futuro. La morte è inserita nelle nostre società in una dimensione molto quotidiana e molto vitale. È parte del disegno della nostra partecipazione al Pianeta.
Questa consapevolezza nasce da molto lontano. Ad un certo punto i nostri antenati, e qui andiamo nell’archeologia, hanno pensato ad una sepoltura. Quando un gruppo umano ha deciso che un defunto del loro clan avesse bisogno di un posto in cui riposare per l’eternità ha fatto un salto culturale. Un rito è qualcosa che noi facciamo per una motivazione culturale. Tutte le popolazioni della Terra fanno un rito funebre ai loro defunti, pur con le varie differenze: la costante è l’accompagnare il nostro caro a passare da un’altra parte.
Tutti noi siamo uniti in questa forma di pietà nei confronti di un altro essere umano che viene a mancare.

La situazione di emergenza che stiamo vivendo non ci costringe soltanto a rimanere in casa, ma ci impedisce anche di dire addio ai nostri cari che muoiono. La nostra paura si può concentrare sul fatto che abbiamo molta paura di morire da soli?

Qui possiamo anche appellarci alla letteratura che ha trattato questo argomento in modo ampio. La morte ci trova soli e in effetti il momento del morire, così come quello della nascita, è uno di quelli che ci vede come individui. Nasciamo da soli e moriamo da soli. Fino all’altro ieri, però, potevamo morire o passare i momenti precedenti alla morte insieme ad altre persone.
Purtroppo il coronavirus, per questa sua particolarità di malattia respiratoria che prevede un isolamento totale, ci pone di fronte a questo problema non soltanto per chi se ne sta andando, ma anche per chi resta. Una parte dello strazio è certamente legata al fatto che non si può salutare la persona che se ne sta andando. Abbiamo visto che lo stanno facendo i medici e gli infermieri, persone che sono quasi sconosciute alle persone che muoiono. Questa situazione ci mette in evidenza la necessità dell’uomo di farlo e in questo caso sono gli operatori sanitari a mettersi a disposizione anche per questo tipo di necessità.

Foto dalla pagina Facebook dell’Esercito Italiano

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Italia in isolamento: la situazione a San Donato Milanese

comune San Donato Milanese

Com’è la situazione a San Donato Milanese in queste settimane di emergenza e di isolamento? Il sindaco Andrea Checchi, molto attivo su Facebook, racconta a Radio Popolare come il comune di San Donato Milanese, 32mila abitanti a sud di Milano, sta gestendo la comunicazione coi cittadini in coordinamento con gli altri sindaci della zona.

L’intervista di Serena Tarabini a Fino Alle Otto.

Come è cambiato il suo lavoro di sindaco di San Donato Milanese alle prese con questa lunga fase di emergenza?

Ricordo bene domenica 23 febbraio, è stato il giorno in cui le prime disposizioni del Governo sono state messe in atto con un gran lavoro fra la giunta e la parte tecnica del comune, e poi dopo, come hanno fatto tutte le amministrazioni, con l’attivazione della famosa COC, che è uno strumento in cui mettiamo attorno a un tavolo i tecnici del comune, protezione civile, croce rossa, medici di medicina generale, e i volontari. Noi a San Donato Milanese su 32 mila abitanti abbiamo avuto 83 casi di cui 11 deceduti, poi ci sono molte situazioni di contatti che sono in quarantena e seguiti dai servizi messi in piedi appositamente.

Fra i decessi che avete registrato ci sono persone che erano ospitate nella RSA di Mediglia dove un altissimo numero di persone sono decedute dopo aver contratto il coronavirus?

No, noi non abbiamo avuto dei decessi nell’ambito di quella RSA, ma come sindaci della zona sud-est, essendo molto preoccupati per questo focolaio, abbiamo chiesto ragguaglio sia alla direzione che all’ATS: ci è stato risposto che tutto si è svolto secondo i protocolli emessi dalla Regione. Sono in contatto con il Sindaco di Mediglia, in questo momento la situazione è contenuta e sotto controllo.

San Donato Milanese non è un comune così piccolo. Avete avuto difficoltà nella gestione delle misure restrittive e che effetto stanno avendo i continui aggiornamenti e chiarimenti da parte del Governo?

Per prima cosa devo dire che lo spirito dei sindaci, che hanno trovato un agire comune, è stato molto importante; il fatto di continuare a confrontarsi sia con i comuni limitrofi che con quelli dell’hinterland milanese, ha permesso di agire in maniera coordinata, cosi che le scelte di un comune venissero applicate anche da quello limitrofo, magari con piccole correzioni. Divieti come le chiusure dei parchi o l’attivazione di sevizi hanno trovato un agire comune e coordinato da parte dei sindaci. Questo tergiversare da parte del Governo centrale non aiuta, ad esempio uscire alle 21 con una lettera del Prefetto che poi viene smentita la mattina dopo dal Viminale crea grandissime difficoltà nella gestione, io ho dovuto fare immediatamente una comunicazione sulla pagina FB del sindaco che chiariva che per San Donato Milanese non cambiava nulla, perché rischiavamo di vanificare gli sforzi fatti prima. È necessario che le indicazioni siano univoche e chiare, ieri secondo me è stato fatto uno scivolone, poi è difficile rimettere la barra dritta. Io personalmente sono stato subissato da messaggi con domande e richieste di chiarimenti.

Come comune di San Donato Milanese avete messo in campo delle iniziative in particolare?

Si diverse, e mi fa piacere raccontarle. La prima è in tema di mutuo soccorso, un’iniziativa che ha unito alcuni comuni e che noi abbiamo diretto soprattutto verso la fase del post-emergenza, cioè abbiamo raccolto dei fondi che utilizzeremo soprattutto per aiutare le piccole e medie imprese e i negozi di vicinato a cui vogliamo dare particolare attenzione.
Per quanto riguarda i più piccoli abbiamo attivato uno sportello pedagogico a disposizione delle famiglie e in questi giorni partirà anche uno sportello psicologico rivolto al mondo degli adulti proprio per affrontare questa fase prolungata di assenza di contatti diretti. Una cosa interessante è l’iniziativa presa dalle associazioni sportive della città, che attraverso la rete informatica continuano ad far allenare ad hoc i loro ragazzi, con cui così oltretutto continuano a mantenere i contatti. Gli allenatori mi raccontano che questi appuntamenti sono molto seguiti ed apprezzati.

Foto dalla pagina Facebook del sindaco di San Donato Milanese Andrea Checchi

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Che cosa è successo oggi? – Mercoledì 1 aprile 2020

Il racconto della giornata di mercoledì 1 aprile 2020, attraverso le notizie principali del giornale radio delle 19.30, dall’analisi dei dati dell’epidemia di Vittorio Agnoletto al caos col sito dell’INPS nel giorno del via libera all’invio delle domande per il bonus di 600 euro. Nonostante gli appelli e le richieste, i dati sui decessi legati al COVID-19 a Milano non vengono rilasciati. Radio Popolare è in attesa di una risposta dal sindaco Beppe Sala. La Spagna ha superato i 100mila contagi e in Iran, dove secondo i dati ufficiali ci sono almeno 47mila persone positive al COVID-19, scarseggiano i farmaci salvavita. In chiusura, i dati della diffusione del coronavirus in Italia.

L’analisi di Vittorio Agnoletto sui dati dell’epidemia diffusi oggi

I dati di oggi sul contagio in Italia sono in linea con l’ultima settimana. Sono stati 4782 i nuovi casi. Circa 80.500 le persone attualmente positive al coronavirus.
Ancora alto il numero delle morti correlate: 727 nelle ultime 24 ore. Oltre 13mila le vittime accertate finora dalla protezione civile.
“Numeri buoni, ma le misure restano. Dobbiamo ancora restare a casa”, ha spiegato il capo del dipartimento Borrelli. Ieri l’Istituto superiore di sanità ha detto che potrebbe essere stato raggiunto il plateu.
Anche in Lombardia la curva è stabile. Oggi 1565 nuovi casi di contagi, in aumento rispetto a ieri. Ma il dato è segnato da un maggiore numero di tamponi effettuati: ne sono stati processati circa 7mila, il doppio di ieri.

L’analisi di Vittorio Agnoletto

 

INPS, caos e confusione per il bonus da 600 euro

(di Alessandro Principe)

339mila domande in un giorno. Tante sono state le richieste di lavoratori autonomi per ottenere il bonus di 600 euro. E il sito dell’Inps si è bloccato. Il presidente Tridico ha parlato anche di un attacco informatico che avrebbe complicato le cose. Ma sta di fatto che l’annuncio poi smentito di un ordine cronologico per soddisfare le richieste è stato un incredibile errore. L’informativa era stata pubblicata sullo stesso sito ufficiale: un click day, chi prima arriva prima prende i soldi. Poi la smentita. Confusione, e poi l’ingorgo.
Ora dovrebbero essere dati dei criteri per scaglionare gli accessi, fermo restando il diritto di accedere al bonus. Staremo a vedere.
1 milione e 400mila i lavoratori coinvolti dalla cassa integrazione sempre in base alle richieste arrivate finora all’Inps. I primi pagamenti dovrebbero arrivare il 15 aprile. Ma è molto difficile che i tempi siano davvero questi. Come hanno denunciato i consulenti del lavoro il decreto cura Italia non ha previsto procedure semplificate: quindi finalità emergenziale ma mezzi ordinari. “Lì c’è il collo di bottiglia che rallenta tutto”, afferma Pasquale Staropoli della Fondazione consulenti del Lavoro.
L’accordo tra governo, sindacati e banche dovrebbe rispondere a questo: le banche dovrebbero anticipare il dovuto in attesa di avere poi il rimborso dall’Inps.
Intanto la Regione Emilia Romagna ha fatto da sé e annunciato un proprio accordo con le banche Emiliane dal contenuto analogo ma più ampio. E bisogna capire come si coordineranno i due piani, quello Statale e quello regionale.
Poi c’è la cassa in deroga, quella per le aziende che non hanno accesso alla cassa ordinaria. “Ancora più complicato: le regole qui sono regionali”, fa notare ancora Pasquale Staropoli.
Ci sono 20 diverse regolamentazioni, con diversi tempi e requisiti. E, aggiungiamo, diversi livelli di efficienza. Il decreto cura Italia non dice se per accedere alla cassa in deroga serve l’accordo regionale e quello aziendale. Inutile dire, come segnalano i consulenti del lavoro, che ogni regione sta interpretando la norma a modo suo.
Detto che uno speciale ammortizzatore di emergenza, con regole uniche, sarebbe stato forse più adeguato (come gli stessi consulenti del lavoro avevano proposto), sembra tornare anche qui il meccanismo poco virtuoso già visto per le ordinanze. Governo da una parte, regioni dall’altra. Norma nazionale e norma regionale. Regola nazionale e interpretazione regionale. Un meccanismo che in tempi normali crea problemi, in tempi straordinari rischia di fare disastri.

Il mistero sui dati delle morti per coronavirus a Milano

(di Letizia Mosca)

Le persone morte con il coronavirus o per il coronavirus a Milano non sono neanche un numero. Dall’inizio dell’emergenza il dato non è mai stato reso pubblico. La Protezione Civile dà i morti solo accorpati per provincia. Al sindaco Beppe Sala va bene così e non fornisce i dati in suo possesso. Radio Popolare li sta chiedendo da una settimana. A Palazzo Marino rispondono addiruttura che non li hanno e che il sinadaco non è interesato a chiederli nè a diffonderli. Dicono perfino che non sarebbe responsabile dare bollettini sui decessi in questo momento.
Oggi ci è stata promessa una dichiarazione del sindaco, forse nei prossimi giorni. Un numero che si può fare è quello che arriva dal Ministero della Salute, fermo per ora al 18 marzo, quando il contagio era molto più basso di adesso: in tre settimane sono morte 289 persone in più rispetto a quelle attese. Ora c’è anche la scena impressionante delle bare allineate sui banchi della Cappella di Niguarda. Alcuni corpi anche senza bara, nei sacchi di gomma, perchè anche un ospedale molto grande come il Niguarda non ha più posto negli obitori.
A Milano di solito muoiono 40-50 persone al giorno, In questa ultima settimana invece sono state il triplo“, ha dichiarato presidente dell’associazione nazionale imprese funebri al sito estremeconseguenze.it. Ma il numero dei morti, che esiste, e che con tutti i distinguo del caso potrebbe dare l’idea dell’impatto del virus sulla città, viene ancora tenuto nascosto.

COVID-19, la Spagna supera i 100mila contagi

(di Giulio Maria Piantadosi)

Anche la Spagna supera i 100 mila casi di contagi per coronavirus. Da sabato sono morte più di 4 mila persona, 800 al giorno. Ma ci sono anche buone notizie: negli ospedali di Madrid si è registrato un calo dell’affluenza di malati. Se fino a domenica ne arrivavano più’ di 300 al giorno, ora sono meno di 200. “I dati dicono che l’isolamento funziona”, ha detto il ministro della sanità Salvador Illa.
L’emergenza ora si è spostata nelle province più isolate, con meno risorse e posti letto come Segovia o Teruel, che hanno chiesto urgente aiuto al governo di Madrid. In Catalogna ha provocato molte polemiche un documento della regione, che raccomandava non ricoverare in terapia intensiva in pazienti con pu’ di 70 anni e con patologie previe. Dagli ospedali di Barcellona pero’ hanno smentiscono e negano che la direttiva sia seguita alla lettera perché ogni caso viene analizzato singolarmente.
Il governo socialista di Pedro Sánchez ha varato una batteria di misure sociali: blocco degli sfratti, moratoria degli affitti e delle tasse per le partite Iva . Allo studio c’è anche un reddito minimo di inclusione per quelle famiglie che non dispongo di nessun tipo di ingresso.

Iran, 47mila positivi e scarsità di farmaci salvavita

(di Farian Sabahi)

L’Iran è uno dei Paesi maggiormente colpiti dal COVID-19: il bilancio di oggi pomeriggio è di oltre tremila morti, 47.593 casi positivi e 15.473 guariti. Le restrizioni agli spostamenti non sono severe come in Italia, ma almeno fino all’8 aprile gli iraniani non potranno spostarsi da una
città all’altra. Consapevoli dei rischi per la salute, molti restano a casa. Un problema importante, per l’Iran, è la mancanza di medicinali: non sono formalmente sotto sanzioni americane ma le pressioni di Washington sono state tali che le case farmaceutiche occidentali non fanno più affari
con Teheran. Per questo motivo, in Iran mancano farmaci salvavita, anche quelli per combattere il cancro.
Ora, dopo tanta esitazione, è stata effettuata la prima operazione per consegnare materiale sanitario all’Iran, materiale del valore di 500 mila euro. Non si tratterà di una vera e propria vendita ma di un baratto usando un meccanismo speciale, tutto europeo, chiamato Instex. Una manciata di Paesi europei ha deciso di utilizzare per la prima volta questo meccanismo – concepito oltre un anno fa da Germania, Francia e Regno Unito – per aiutare l’UE a salvare l’accordo nucleare con Teheran, quello che il presidente statunitense Donald Trump aveva mandato a monte ritirandosi unilateralmente nel 2018. Se gli europei hanno osato tanto, è perché sono consapevoli che in questo momento la Casa Bianca ha ben altre gatte da pelare.

L’andamento dell’epidemia di COVID-19 in Italia

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Il virus e i rischi di pandemia mafiosa

Tribunale di Milano

C’è il rischio di una pandemia mafiosa? Negli ultimi giorni i magistrati antimafia Nicola Gratteri e Nino Di Matteo si sono detti preoccupati. I capitali delle mafie – sostengono le due toghe – possono dare l’assalto alle aziende in crisi per la pandemia che hanno bisogno di liquidità.

Le mani delle mafie sull’emergenza coronavirus COVID-19. Esiste un rischio concreto che i capitali criminali finiscano per colonizzare le imprese in crisi. A Memos ne abbiamo parlato con Alessandra Dolci, magistrata a capo della Direzione Distrettuale Antimafia di Milano, e Nando dalla Chiesa, presidente della Scuole di Formazione “Antonino Caponnetto” e direttore dell’Osservatorio sulla Criminalità Organizzata (Cross) dell’Università Statale di Milano.

Alessandra Dolci è preoccupata anche lei da questa possibile pandemia mafiosa?

Sicuramente dobbiamo pensare con la giusta preoccupazione al futuro che ci aspetta. Le direttrici di espansione delle organizzazioni mafiose sono la possibilità di ricorrere al finanziamento al sistema parallelo bancario mafioso. Un’altra fonte di preoccupazione è il prevedibile inserimento delle organizzazioni mafiose in quelle che saranno verosimilmente le misure economiche che verranno adottate. Immagino, ad esempio, una sorta di new deal rooseveltiano: un maggiore investimento nel settore pubblico e nelle infrastrutture con l’inserimento delle organizzazioni mafiose negli appalti e nei subappalti. E poi, indubbiamente, la considerazione finale: nelle condizioni di grave disagio economico e sociale le mafie riescono a acquisire consenso con l’imposizione delle loro regole con le loro “offerte di lavoro”. La crescita del consenso è certamente l’elemento che maggiormente mi allarma.

Lei che ne pensa, professor Dalla Chiesa?

Sono d’accordo intanto col richiamo di Rosy Bindi. Noi continuiamo a vivere in un’Europa sempre più penetrata dalle organizzazioni mafiose, e in particolare dalla ‘ndrangheta, e sempre più inconsapevole e probabilmente dirottata su altre questioni, anche da quello che sta succedendo in queste settimane.
L’Europa è continuamente portata a non vedere i pericoli strutturali che ormai agiscono dentro i sistemi socioeconomici. Quello che sta accadendo distrarrà ancora una volta i governi dell’Europa da questo tema. Non voglio dire che in questo momento non sia più importante e urgente, ma succede sempre così. La presenza della criminalità organizzata in piani straordinari di lavori pubblici è da temere. Per questo bisognerà che vengano concepiti questi lavori prevedendo delle figure specifiche molto attrezzate, non il funzionario in pensione o il Prefetto in pensione, ma molto attrezzate per contrastare la presenza l’infiltrazione di organizzazioni di tipo mafioso.
Questo è un rischio vero che viene soprattutto alimentato dal fatto che saranno opere urgenti e spese urgenti. E nell’urgenza le organizzazioni mafiose si infilano sempre se non ci sono otto occhi a guardare. Il secondo rischio è la carenza di liquidità e purtroppo si rischia che una pandemia ne chiami un’altra, si rischia che il contrasto della prima pandemia offra nuove opportunità all’altra e che contemporaneamente l’effetto della prima devastazione di certe zone sociali del Paese offra delle nuove possibilità di inserimento. Bisogna essere molto tempestivi nell’allestire una strategia di contenimento e di contrasto e bisogna sapere quali sono le strade da battere. Ovviamente non è che si danno sostegni economici alle famiglie in difficoltà per contrastare la mafia, lo si fa perché ne hanno diritto e ce n’è bisogno. Bisogna però anche sapere che se non si danno, non soltanto si colpisce un bisogno essenziale delle famiglie, ma si dà spazio a coloro che ne approfitteranno.

Un altro rischio connesso alle mafie. L’ex pm Di Matteo ha detto qualche giorno fa: “Le mafie potrebbero anche soffiare sul fuoco del malcontento per alimentare odio nei confronti delle istituzioni”. Dal suo osservatorio c’è qualche segnale in proposito, dottoressa Dolci?

Ad oggi non ho di questi segnali. Ho preso atto, invece, dei segnali che arrivano dalle Regioni di insediamento storico delle mafie, dove indubbiamente rispetto al Nord c’è una maggiore economia sommersa e quindi il lavoro nero e i mancati introiti comporteranno una situazione di grave disagio sociale se lo Stato non interverrà prontamente. Qui al Nord la situazione è un po’ diversa, ma bisogna vedere quale potrà essere la prospettazione futura del nostro sistema imprenditoriale. Se la crisi economica si dimostrerà gravissima e si andrà incontro al fallimento e alla messa in liquidazione di una parte del sistema imprenditoriale del nord, questo certamente anche qui alimenterà l’economia sommersa e il lavoro nero e, da qui, l’inserimento delle organizzazioni criminali e la creazione di fenomeni di disagio e di contrasto sociale.

Foto di Paolobon140 – Opera propria

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Rosy Bindi: “L’Europa non sopravviverà se non è solidale”

Parlamento Europeo

Dalla sanità pubblica tradita dalla politica, ai pericoli per la democrazia sempre in agguato dietro le emergenze; dall’Europa dei nazionalismi (come Orban e la deriva anti-democratica, ma anche Merkel e gli “euro-egoismi”), alla minaccia globale delle mafie, pronte ad aggredire con i loro capitali criminali le imprese in crisi. Sono alcuni dei temi della conversazione a Memos con Rosy Bindi, già presidente della Commissione Parlamentare Antimafia nella scorsa legislatura, Ministra della Sanità nei governi Prodi e D’Alema alla fine degli anni ’90, Eurodeputata tra il 1989 e il 1994.

Bindi è stata anche Ministra per le politiche della famiglia con il secondo governo Prodi (2006-2008), Presidente del partito democratico tra il 2009 e il 2013 e Parlamentare in Italia dal 1994 al 2018.

L’intervista di Raffaele Liguori a Memos.

Perché per anni si sono tagliati i fondi alla sanità pubblica come se fosse normale mettere le mani su quelle risorse? Come se quelle risorse fossero in eccesso?

Forse non ci siamo mai fino in fondo convinti quanto sia grande un principio molto semplice: la salute è un diritto fondamentale della persona e un interesse della comunità. E come tale va tutelato non in base alle disponibilità economiche di ciascuno, ma in base al grande valore della salute che non è solo assenza di malattia, ma è benessere delle persone.
Io credo fino in fondo a questo principio. Un principio che significa che ciascuno partecipa ai costi della sanità secondo le proprie disponibilità e ne usufruisce secondo i propri bisogni. Ritengo che non si sia mai davvero creduto a questo principio. Affermarlo ci ha trovati sempre d’accordo, ma le conseguenze dell’affermazione di questo principio, a partire dalla politica e da certi politici, non sono mai state comprese fino in fondo.

Bisogna dire che questa “disattenzione” ben identificata a destra è stata registrata negli ultimi anni anche a sinistra.

Nella riforma del 1999 io ho avuto resistenze dentro la maggioranza che sosteneva il governo del quale facevo parte. Se non avessi avuto dalla mia il presidente Prodi prima e il presidente D’Alema dopo, la riforma non si sarebbe fatta per alcune resistenze culturali e politiche presenti anche nel centro-sinistra che considerava anche il confronto con il modello lombardo, allora guidato dal presidente Formigoni, una sorta di diatriba politica nella quale non si faceva fatica a cogliere qual era la questione politica centrale che ruotava intorno al sistema sanitario.
C’è una differenza tra le regioni governate dal centrosinistra e quelle governate dal centrodestra, però su alcune debolezze che sono emerse in questi giorni la differenza non è poi così evidente.
Su questo spartiacque, culturale prima che politico, credo che si debba aprire un dibattito molto profondo, subito dopo questa vicenda. Adesso i presupposti per capire di che cosa stiamo parlando ci sono tutti.
In questi anni si è de-finanziato il sistema sanitario in Italia. Non solo, non lo si è nemmeno governato. E non si è governato per due motivi. Il primo: sicuramente 21 sistemi sanitari regionali non fanno un sistema sanitario nazionale.
Credo che in questi anni sia mancato un governo nazionale e sia mancato un tavolo nel quale regioni e ministero della sanità non discutessero soltanto di bilanci e di rientro dal debito, ma discutessero anche della qualità e dell’appropriatezza dei servizi sanitari, oltre che della programmazione sanitaria nazionale e regionale. Si dovevano mettere a confronto le scelte fatte dai vari sistemi regionali. Bisognava avere il coraggio sia di giudicare le scelte positive e negative che di esportare quelle positive in altre parti del nostro territorio e proibire invece quelle sbagliate.
Questo è sicuramente uno degli elementi della impreparazione che esisteva anche prima e che stiamo vedendo ora.

Questa erosione della sanità pubblica era soltanto il frutto di un disconoscimento della salute come diritto oppure sulla sanità pubblica e sulle sue risorse si sono indirizzati interessi fortissimi?

Sì, oltre che il de-finanziamento c’è stato anche un uso non sempre appropriato delle risorse. In questi giorni, ad esempio, emerge con chiarezza la sottostima del fabbisogno del personale sanitario. Sono anni che alcuni di noi puntualmente ad ogni finanziaria presentano emendamenti per adeguare l’organico sanitario e che sono stati bocciati puntualmente. Il problema vero non sono le lauree in medicina, sono le specializzazioni. In Italia se non sei specializzato non puoi esercitare. E tutto questo è stato aspramente sottovalutato. Non solo. In questi giorni si sta vedendo la carenza dei posti letto e di determinate tecnologie rispetto ad altre. Sulla diminuzione dei posti letto siamo in linea con l’Europa perché questa era la sanità del futuro. Il problema è che non si è mai sviluppata la sanità del territorio o l’assistenza domiciliare. A tutto questo si è accompagnato un acquisto esorbitante di alcune tecnologie rispetto ad altre e non si è finanziata sufficientemente la ricerca. Oggi ci si accorge anche di un altro fatto: nessuno può essere pronto da un giorno all’altro alla sfida di una pandemia, però un piano di emergenza che sia in grado di scattare immediatamente senza incertezze e senza la lungaggine delle discussioni deve essere pronto. Questo non potrà più accadere.
Oggi stiamo facendo delle scelte legate all’emergenza. Nessuno pensi di lasciare aperti i capannoni che si stanno allestendo in questo momento. Sarebbe una follia far diventare strutturali le soluzioni improvvisate di questi giorni.
Un sistema sanitario pubblico deve avere un piano predisposto per quando si presentano sfide come queste. Non si possono vedere le differenze tra la Lombardia e la Sicilia. Se c’è un elemento di programmazione nazionale è sicuramente la sfida di fronte a emergenze come quella che stiamo vivendo.

L’Europa ce la può fare e resistere alla crisi sanitaria, sociale ed economica del coronavirus nonostante egoismi e nazionalismi?

Mi lasci dire una cosa che penso da troppo tempo. Non è pensabile che la FCA (Fiat-Chrysler, ndr) paghi le tasse in Olanda. Non è ammissibile un paradiso fiscale in Europa. In questi giorni stanno emergendo anche altri elementi. Io lo vedo anche con l’occhio dell’ultimo incarico che ho avuto e che mi ha arricchito moltissimo, quello della Commissione Antimafia. Noi abbiamo all’interno dell’Unione Europea paradisi fiscali e paesi off-shore come Malta. In questi momenti i nodi vengono tutti al pettine e dovremo affrontare anche questi. Nulla dovrà tornare come prima. È evidente che la lotta alle mafie o è europea o mondiale o altrimenti abbiamo una pandemia che preesiste a quella del COVID-19. Le mafie in questo momento aumenteranno il loro consenso se non interveniamo. Aumenteranno nel Mezzogiorno e nelle periferie delle grandi città di ogni parte del nostro paese e di ogni parte d’Europa.
Con pochissimi euro si compreranno il consenso per far fronte alle povertà e ai bisogni vitali delle persone e continueranno a comprarsi l’economia legale perché la carenza di liquidità che avremo – e la necessità di liquidità che ci sarà – troverà sicuramente un finanziatore del denaro illecito delle mafie. E questo è un fatto europeo in questo momento.

Sono compatibili con la democrazia le misure di emergenza decise per combattere la pandemia di coronavirus COVID-19? In Ungheria il premier Orban sta sfruttando l’emergenza sanitaria per espropriare il parlamento di Budapest. Chi controlla in Europa le tentazioni autoritarie?

Orban ha approfittato della pandemia per attuare la sua idea di democrazia, che non è democrazia. E credo che l’Europa non dovrebbe solo far di conto in questi giorni, anzi dovrebbe un po’ distrarsi dalle compatibilità di bilancio e dovrebbe invece sanzionare chi sta mettendo a rischio o addirittura sta sospendendo la democrazia. Io ho fatto anche la parlamentare europea, ho cominciato nel 1989 quando crollava il Muro di Berlino. Tra i requisiti per far parte dell’Unione Europea c’è la democrazia che risponde a determinati princìpi. In questo momento l’Ungheria è fuori da quel presupposto. È chiaro che non si può fare come Orban, ma è chiaro che ci sono alcune libertà che di fronte a un bene superiore – e in una fase emergenziale – possono essere in qualche modo limitate. Io, anche per mie necessità fisiche, facevo fino a 10 chilometri al giorno e adesso non li posso fare. Sono disponibile a sacrificare questa mia libertà ed è giusto che mi venga chiesto di sacrificarla. Se mi si chiede di non uscire di casa e di andare a fare la spesa una volta a settimana, è giusto che me lo si chieda. Se per comperare le mascherine o per acquistare dei respiratori o per costruire degli ospedali si devono sospendere le regole degli appalti, va bene in questa fase emergenziale.
Nessuno si metta in testa, però, che questa possa diventare la regola. Il modo con il quale la pubblica amministrazione sta agendo in questo periodo non è trasferibile nell’ordinarietà, perché questo vorrebbe dire che noi non abbiamo più un’amministrazione che dà le garanzie e le tutele ai cittadini.
In questi giorni si vede anche la differenza tra chi ha interiorizzato i principi del costituzionalismo della seconda metà del Novecento e chi invece sta usando la pandemia per sospendere la democrazia. Sento dire che nulla tornerà come prima. Ecco, alcune cose, invece, devono tornare come prima.

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Italia in isolamento: la situazione a Rosate

Comune di Rosate

Com’è la situazione a Rosate in queste settimane di emergenza e di isolamento? Il sindaco Daniele Del Ben racconta a Radio Popolare come il comune di Rosate, 6mila abitanti a sud-ovest di Milano, sta gestendo la comunicazione coi cittadini grazie a dei video quotidiani in cui informa la popolazione e risponde alle richieste che gli giungono nel corso della giornata.

L’intervista di Serena Tarabini a Fino Alle Otto.

Com’è la situazione nel comune di Rosate?

Rosate è un comune di soli 6 mila abitanti, al momento la situazione è di 11 persone positive al test ed altrettante in quarantena, che sono i parenti stretti dei positivi; solo un decesso, per il resto tutti i giorni sento i positivi al telefono, le persone in quarantena, parenti di persone che sono in ospedale, tutti quanti stabili a parte di un paio che sono più gravi.

Sentite di avere la situazione sotto controllo o c’è qualche problema su cui vi sentite in difficoltà?

Assolutamente no, almeno per i casi che conosciamo, la situazione è sotto controllo, sta facendo un buon lavoro la polizia locale che quotidianamente suona il campanello alle persone che vanno tenute sotto controllo, ovvero i positivi ed i loro parenti stretti, poi abbiamo una chat con i medici di medicina generale con la quale mi tengono aggiornato su possibili casi positivi, anche se non confermati dal tampone.

Quali attività straordinarie avete messo in campo per affrontare l’emergenza?

Credo che siamo stati fra i primi comuni che hanno fatto partire un serie di iniziative che sono in piedi ormai da un mese: un servizio a domicilio del quale si occupano principalmente i negozi di generi alimentari di Rosate con il supporto dei volontari della Protezione Civile per la distribuzione, poi abbiamo attivato la consegna dei farmaci a casa ancora prima che uscissero le disposizioni dal governo in merito. Abbiamo intensificato la consegna dei pasti agli anziani, abbiamo una linea amica per cui ci sono dei volontari che chiamano quotidianamente le persone più anziane, quelle sole in particolare ma non solo, per sapere se hanno bisogno di qualche cosa o anche per dare una parola di conforto.
In questi ultimi giorni è partito quello che abbiamo chiamato un progetto di solidarietà comunale,: chi vuole può lasciare dei generi alimentari presso negozi e supermercati, questi vengono ritirati dai volontari e consegnati alle persone in difficoltà, che sono in elenco dei servizi sociali e poi abbiamo attivato un conto corrente che utilizzeremo per generi alimentari o per sostegno economico per il pagamento per esempio di utenze e affitti, sempre per le persone in difficoltà. Devo dire che la risposta è stata commovente per entrambe le iniziative.

Qual è la sua opinione sulla nuova circolare del Viminale che consente l’uscita dei bambini con i genitori?

Io cerco di sensibilizzare il più possibile le persone. Tutti i pomeriggi faccio una diretta su Facebook con la quale aggiorno i miei concittadini su tutto, dalle cose più complesse come l’aggiornamento sui dati alle più semplici come la banca aperta, potete ritirare la pensione etc.
Stasera dirò che non sono molto d’accordo con questa iniziativa, ma non lo sono nemmeno con Gallera, non ho apprezzato il suo modo di reagire, però in effetti noi facciamo molta fatica già ora a controllare il territorio, soprattutto gli anziani che sono abituati a fare le loro uscite. Io avrei aspettato ancora qualche settimane prima di allargare le maglie, personalmente continuerò a dire di rispettare le ulteriori ordinanze leggermente più restrittive emesse dal comune di Rosate ormai già un paio di settimane fa. Nessuno ha piacere a limitare le libertà personali, ma io penso che un piccolo sforzo vada ancora fatto, non possiamo rischiare di vanificare quanto fatto fino ad adesso perché bisogna portare i bambini fuori a giocare, rimangano a giocare a casa ancora per un po’, poi vediamo. Comunque la cosa più importante è la comunicazione, io continuerò a fare queste dirette quotidiane utilizzando i social, perché ho visto che sono molto seguite e funzionano.

Foto dal profilo Facebook del sindaco di Rosate Daniele Del Ben

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Che cosa è successo oggi? – Martedì 31 marzo 2020

protezione civile - chiudere Lombardia

Il racconto della giornata di martedì 31 marzo 2020, attraverso le notizie principali del giornale radio delle 19.30, dall’analisi dei dati dell’epidemia di Vittorio Agnoletto all’intervista a Davide Manca sulla situazione in Lombardia. Giovedì arriverà la proroga delle misure restrittive, mentre la associazioni datoriali chiedono a gran voce la riapertura delle imprese non essenziali. Viktor Orban, intanto, con la scusa del coronavirus è riuscito ad ottenere pieni poteri in Ungheria. In chiusura, i dati della diffusione del coronavirus in Italia.

L’analisi di Vittorio Agnoletto sui dati dell’epidemia diffusi oggi

Da ieri a oggi si contano circa 4mila nuovi casi accertati, un dato in linea con quello di ieri ma in netto calo rispetto a una settimana fa. Il numero delle persone decedute rimane molto alto, sono state 837 in un giorno: l’aumento percentuale è stato più marcato in Veneto e Piemonte che in Emilia Romagna e Lombardia, le regioni ad oggi più colpite dall’epidemia. Nella quotidiana conferenza stampa della protezione civile è stato sottolineato il dato sui ricoveri e sulle terapie intensive: si assiste a una diminuzione dell’incremento del numero dei pazienti ospedalizzati ogni giorno, ha spiegato un membro del comitato tecnico scientifico. Anche in Lombardia i dati di oggi seguono l’andamento nazionale. Stamattina in un punto sullo stato dell’epidemia di coronavirus in Italia l’Istituto superiore di sanità ha detto che l?Italia ha raggiunto il picco, un picco che si configura però come una specie di linea orizzontale. Per farla calare, ha spiegato Silvio Brusaferro, bisogna continuare con le misure di contenimento.

L’analisi di Vittorio Agnoletto

COVID-19 in Lombardia: l’intervista a Davide Manca

I dati della Lombardia sembrano positivi oggi, con in particolare una riduzione delle persone in terapia intensiva. Sei in meno rispetto a ieri. È la prima volta che succede.
Ma non si deve pensare che l’emergenza alle ultime battute. I tempi saranno ancora lunghi.
Davide Manca, del Politecnico di Milano ci spiega perché in questa intervista con Luigi Ambrosio e Florencia Di Stefano Abichain durante la trasmissione Tempi Diversi

 

Giovedì la proroga delle misure restrittive

(di Anna Bredice)

Dovrebbe tenersi giovedì il Consiglio dei ministri che prorogherà tutte le misure di blocco delle attività e dei divieti di uscita. Si va verso un rinvio di tutto, ad eccezione di qualche piccola modifica, come quella degli spostamenti consentiti sempre vicino casa di un genitore e di un bambino: la circolare del Viminale parla di “camminata genitore e figlio minore“, ma non corsa o altre attività all’aperto.
Restano quindi chiusi parchi, giochi, si dà solo la possibilità di far uscire all’aperto i bambini ma per una passeggiata intorno a casa, così come viene permesso di accompagnare anziani e disabili, sempre nelle vicinanze di casa. Da parte del Ministero della Salute c’è l’intenzione quindi di prorogare le misure più importanti, senza tener conto per ora delle sirene sempre più forti che arrivano da Confindustria e da Matteo Renzi, il quale propone che coloro che hanno gli anticorpi e sono immuni dal virus possono uscire, circolare e di conseguenza tornare al lavoro, ma per ora a palazzo Chigi non ascoltano questa richiesta.
Si va quindi verso una proroga fino a dopo Pasqua, intorno al 18, per scongiurare le gite fuori porta del periodo festivo. E poi, solo dopo, dati dell’Istituto di sanità alla mano, si valuterà se gradualmente cambiare qualcosa, ma tutti i luoghi dove sono possibili assembramenti, bar, cinema, discoteche e teatri, dovrebbero essere gli ultimi ad aprire, così come si valuta con attenzione i vari ponti di aprile, il 25 aprile e quello del primo maggio, c’è il timore che diventino, se si apre uno spiraglio di uscita, occasioni per mettersi in viaggio e annullare ciò che si è fatto fino ad allora.

Le associazioni datoriali chiedono la riapertura delle imprese

(di Massimo Alberti)

Da Federacciai a Confindustria, la tregua è durata poco: è bastato qualche dato di rallentamento dei contagi, conseguente però ad un numero minore di tamponi nel cuore del contagio in Lombardia, che le associazioni datoriali sono tornate alla carica per chiedere a breve la riapertura di tutte le imprese, nonostante le raccomandazioni delle autorità sanitarie, e le notizie dai territori poco confortanti. Ma quante aziende non essenziali hanno realmente chiuso, ad una settimana dal secondo decreto del governo?
Poche, continuano a dire i numeri.
Partiamo dagli spostamenti: gli statistici dell’Univesità di Bergamo hanno calcolato un calo del 7%, tra la settimana precedente e quella successiva al decreto. Non che il secondo decreto abbia molto cambiato le cose: la cgil Lombardia stima che su 1 milione 6000mila circa lavoratori potenzialmente attivi il secondo decreto ne ha tolti 30mila, cioè lo 0,018%.
dopo il nuovo elenco di aziende consentite, Il fenomeno che si è scatenato è duplice: da un lato la corsa a cambiare il codice Ateco per “rientrare” nelle attività permesse, dall’altro l’autocertificazione che consente di produrre fino a quando un controllo della prefettura non sancisce il contrario. Rassegna Sindacale, il periodico della cgil, fa un elenco impressionante di chi ci sta provando, 12000 in Veneto, 10000 in Emilia Romagna, 2500 in Friuli. In Lombardia, nelle due province dove la situazione è più drammatica, 1800 a Bergamo e quasi 3000 a Brescia. contando proprio sul fatto che in una situazione come l’attuale, le prefetture difficilmente riusciranno a controllare.

Ungheria, Orban si è fatto proclamare dittatore

(di Michele Migone)

In Ungheria, Viktor Orban si è fatto proclamare dittatore. Con la scusa del coronavirus ha ora i pieni poteri. L’Europa ha reagito quasi con distrazione. Impegnata nella crisi, non l’ha inserita nelle priorità. Un altro passo falso che, insieme alla mancanza di solidarietà, rischia di fare morire il progetto. Matteo Salvini ha applaudito Orban. Da tempo è il suo modello.
I sondaggi ci dicono che in Italia, dopo un mese di epidemia, la Lega ha perso qualche punto, ma anche che quei consensi se li è presi la Meloni. La Destra è ancora lì, sopra il 40%. Per combattere il coronavirus, il governo Conte ha sospeso libertà individuali, l’Esercito è nelle strade, il Parlamento, di fatto, non funziona. Si tratta, appunto di una situazione temporanea, simile a quella di altri paesi europei, ma i sovranisti la vedono ora come la loro grande occasione per fare passare nella società l’idea che l’autoritarismo sia la soluzione permanente.
Viene invocato il modello cinese per combattere l’epidemia, basato sulla coercizione e non sulla responsabilità civile del cittadino. La democrazia, già scalfita, rischia di essere erosa sempre di più. L’epocale sfida del coronavirus mette in pericolo le strutture della nostra convivenza, ma allo stesso tempo potrebbero essere un’occasione di progresso. La lezione dovrebbe indurre a sostenere nuove classi dirigenti con politiche sociali e ambientali radicalmente diverse; la globalità della crisi dovrebbe convincere ad abbandonare i nazionalismi e puntare organismi di governo internazionale sempre più integrati. La sfida è Greta vs Trump. In Italia, i sondaggi politici ci dicono che apparentemente è tutto come prima della crisi. Come sarà dopo?

L’andamento dell’epidemia di COVID-19 in Italia

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Maurizio Braucci: “Si fanno i paragoni con la guerra, ma la guerra è un’altra cosa”

stampa coronavirus

Lo scrittore e sceneggiatore Maurizio Braucci, intervistato da Ira Rubini, commenta ai microfoni di Radio Popolare questo “tempo sospeso” che stiamo vivendo durante l’epidemia di coronavirus COVID-19 in Italia e nel resto del Mondo.

Mi sono dato l’obiettivo, nel mio piccolo, di cercare di incoraggiare le persone come so fare, raccontando storie e cercando di capire cosa si nasconde nelle psicologie, nelle dinamiche e nelle trame. In tanti dicono che quello che stiamo vivendo sembra un brutto film di fantascienza e spesso, nella letteratura come nel cinema, è proprio l’arte che anticipa i tempi.
Io credo che una persona che racconta storie, vedendo queste cose può cercare, nel suo piccolo, di ragionare insieme agli altri non soltanto sulle cose assolute e inevitabili come l’isolamento, la cautela, la protezione di se stessi e degli altri, ma anche sulle cause e sulle dinamiche che stiamo vivendo. E io provo a farlo coi social network.

Tra le cose che scrivi mi colpisce molto il tuo soffermarti sui dettagli. Quali sono i dettagli che ti colpiscono di più di questa situazione?

Io sto stimando molto i divulgatori scientifici, persone che hanno una conoscenza scientifica e sono anche in grado di comunicare. Molti scienziati, per quanto geniali, non sempre sanno comunicare. Mi colpisce molto questo aspetto, il cercare di interpretare le cose e ragionare con le persone anche contro l’angoscia. C’è bisogno di salute, ma vogliamo anche capire quanto durerà questa cosa, come andrà l’economia, cosa stanno facendo i poveri. Da questo punto di vista avere un’idea di quello che sta accadendo ci aiuta. A questo segue anche l’attenzione più ideologica, pensare che c’è un governo che ha preso dei provvedimenti diversi da quelli cinesi e diversi da quelli coreani. E trovo molto interessanti i momenti di comunicazione della Protezione Civile e l’Istituto Superiore di Sanità, sono persone che hanno una grande responsabilità sulle spalle.
Io vivendo in un quartiere popolare di Napoli vedo nelle persone più semplici e legate alla tradizioni una sorta di istinto, in una circostanza come questa, che non è altro che il reiterare delle cose che la memoria collettiva si porta dentro e che rivela di aver affrontato tante e tante volte cose come queste. Noi, ultime generazioni, forse stiamo ricordando che cosa siamo e non solo che la natura non va distrutta, ma anche che da millenni siamo impegnati in questa lotta alla sopravvivenza. E questo è un ritorno a questa memoria.

Tu sei un punto di riferimento per tanti ragazzi e hai dato vita, insieme ad altre persone, anche a progetti come Arrevuoto. Stai mantenendo i contatti con quei giovani?

In questo momento no, siamo più in contatto noi operatori. I ragazzi vivono di più la dimensione della scuola a distanza in questo momento.
Ora il teatro, l’amarcord per eccellenza, è sospeso e chissà come ritornerà e come cambierà. Se fanno sempre i paragoni con la guerra, ma la guerra è un’altra cosa. Nella guerra si sta uno contro l’altro, adesso invece dobbiamo stare uniti e anche il teatro, quando riprenderà, ci darà questa possibilità di restare.

Maurizio Braucci, ci dai un suggerimento di resistenza culturale?

Vi suggerisco un libro, “La grande cecità: Il cambiamento climatico e l’impensabile” di Amitav Ghosh, un saggio bellissimo che si chiude con l’enciclica papale di qualche anno fa.

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Coronavirus, come si spiegano le differenze della diffusione tra Italia e Cina?

epidemia coronavirus

Gli ultimi dati ufficiali che arrivano dalla Cina sull’epidemia di coronavirus COVID-19 sembrano confermare un graduale ritorno alla quasi normalità con soli 48 nuovi casi di positività, tutti importati, nelle ultime 24 ore, mentre in Italia ad oggi la situazione è ben diversa, dal più alto livello di mortalità ai nuovi positivi che, seppur in calo, vengono registrati giorno dopo giorno.

Come si riescono a spiegare le differenze tra l’Italia e la Cina nella propagazione del coronavirus COVID-19? Lo abbiamo chiesto al dottor Giuseppe Imbalzano, direttore sanitario di ASL della Lombardia per 17 anni. L’intervista di Alessandro Braga.

È possibile fare un confronto tra l’Italia e la Cina nella propagazione dell’epidemia di coroanvirus?

Non so se ricordate quando dopo i primi casi confermati in Cina hanno iniziato subito a costruire degli ospedali dedicato ai positivi. Questo credo sia uno degli elementi di differenza tra le due modalità con cui è stato affrontato il problema. Loro hanno concentrato tutti i malati che avevano nella zona di Wuhan e li hanno tenuti separati evitando che l’infezione continuasse ad andare in giro.
La Cina, lo dico in modo semplice, ha rinchiuso tutti i malati in ambienti con stanze fatte apposta per i malati infettivi, quello che non è successo in Italia. In Italia sono stati portati dei malati gravi in ambienti in cui hanno avuto un impatto significativo in termini di ulteriori infezioni perché non era possibile gestire i pazienti in modo regolato ed impedire il contagio degli stessi e di altri pazienti.

Come si spiega il caso della Bergamasca e di questa esplosione di contagi?

Sono stati coinvolti tutti gli ospedali ed ha influiti il fatto che siano stati trasportati malati infetti in ambienti senza la capacità di imporre delle limitazioni e delle situazioni di isolamento. Qui abbiamo situazioni in cui il paziente ha una grave patologia respiratoria e viene inserito in un ambiente dove la sicurezza per il malato, gli altri malati e gli operatori sanitari non è il massimo: il malato magari riesce a sopravvivere perché ha l’assistenza adeguata, ma altre persone vengono infettate. E abbiamo il dato di migliaia di operatori sanitari colpiti dal COVID-19 che a loro volta hanno infettato altre persone, dai pazienti ai familiari. La diffusione è stata legata proprio alla distribuzione dei pazienti a livello regionale, cosa che non è stata fatta in Cina. La Cina ha chiuso tutta la gente in casa e limitato i contatti e i contagi. Poi è ovvio che non metterei le mani sul fuoco sui numeri della Cina.

Anche sui numeri italiani che vengono snocciolati dalla Protezione Civile ogni giorno si continua a dire che si tratta di cifre sottostimate. Cosa ne pensa?

Io non sono convinto che siano molto sottostimati. Al numero dei decessi, lo vedremo alla fine, potrebbe aggiungersi qualcuno che è morto in casa in alcuni paesi. Non si tratterà di diecimila in più, ma di qualche decina o al massimo centinaia.
Per quanto riguarda le infezioni, non credo che siano così tanto sottostimati. Se noi avessimo altri 50mila casi, avremmo altri 50mila infetti prima o poi con contagio e con patologie gravi. In più sono meno di 40 giorni che ci troviamo in questa situazione ed è difficile non avere situazioni in cui i casi non siano evidenti. Mi spiego meglio: ogni caso dovrebbe avere circa 2 infetti, ma noi siamo chiusi in casa ormai da più di due settimane e affinché ci sia un’ulteriore infezione è necessario che ci siano contatti e contagi. Ci sono realtà in cui i contagi sono cresciuti rapidamente, come Milano, Bergamo e Brescia, ma in altre realtà ci sono 30-40 casi in un giorno. Quanti sono nascosti e quanti, tra questi nascosti, hanno prodotto ulteriori infezioni? Al di là della chiarezza di chi dice che ne sono tanti di più, dovrebbero anche dimostrarlo. I tamponi ci dicono che l’11% è positivo, ma c’è anche quell’89% di negativi che sono stati in condizioni di venir contagiati. Se avessimo il 100% di tamponi positivi allora le direi che dovremmo continuare a cercare. Così non è stato. Abbiamo avuto un massimo di 40% di tamponi positivi in una giornata, ma nelle altre giornate sono stati sempre più bassi. In Cina hanno fatto tamponi anche sulla popolazione lontana da Wuhan e hanno avuto percentuali bassissime, anche sotto all’1%.

Le ultime notizie dalla Cina ci dicono che nelle ultime ore ci sono stati solo 48 nuovi casi di coronavirus, tutti importati, e lì si sta pian piano tornando ad una situazione di quasi normalità. Secondo lei quanto ci vorrà in Italia?

Se andiamo avanti così, nel giro di 30-40 giorni dovremmo essere tranquilli. Il problema è che è possibile che resti qualche caso attivo, ma il grosso verrà ridimensionato perché la maggior parte dei malati diminuirà e in queste settimane non c’è stato contatto. È per questo che non credo a chi stima che i malati siano così tanti di più dei dati ufficiali. Fanno queste stime perché il numero dei morti è più alto rispetto alla Cina: se lì il tasso di mortalità è del 2%, deve essere così anche in Italia. Ma non è vero. La differenza è che lì hanno avuto pazienti relativamente giovani e sono intervenuti in una situazione in cui non c’è stata questa diffusione in ambienti ospedalieri e non sono stati colpiti malati che avevano patologie preesistenti. La questione è collegata con questa condizione di età e alla frequenza dei malati che sono stati colpiti ad un’età più avanzata.

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Italia in isolamento: la situazione a Cesano Boscone

Comune di Cesano Boscone

Com’è la situazione a Cesano Boscone in queste settimane di emergenza e di isolamento? Il sindaco Sandro Negri racconta a Radio Popolare come il comune di Cesano Boscone, 24.000 abitanti a sud-ovest di Milano, sta gestendo la comunicazione coi cittadini e fornendo assistenza capillare ai più bisognosi su tutti il territorio grazie ad una fitta rete di volontari, ma anche dei problemi legati alla grande RSA in cui si sono registrati molti contagi.

L’intervista di Serena Tarabini a Fino Alle Otto.

Qual è stato l’impatto dell’epidemia di coronavirus sul Comune di Cesano Boscone?

Diversamente da altre zone, devo dire che l’epidemia si è diffusa abbastanza lentamente: al momento abbiamo 56 contagiati, circa 150 persone in isolamento obbligatorio e, purtroppo, 8 deceduti.

Come hanno reagito i suoi cittadini alle misure restrittive?

Abbiamo avuto qualche difficoltà, ma complessivamente la città è sotto controllo, anzi devo dire danno più fastidio quelli che si mettono a fare i controllori, che si lamentano delle auto, delle file, delle persone per strada, ma tendenzialmente non c’è in giro nessuno; il crescendo delle restrizioni è stato sostanzialmente recepito dalle persone. Quello che comincia a pesare sono i tanti giorni di chiusura, soprattutto per chi ha bambini piccoli ed aggiungo per chi ha in casa persone con problemi psichici; fortunatamente ho scoperto che esiste una circolare della Regione Lombardia che non era stata comunicata a noi sindaci che permette a chi ha disagi psichici importanti, di uscire per prendere una boccata d’aria.

Cesano Boscone ha una densità abitati molto elevata, con due quartieri di case popolari molto grandi. Questo ha necessitato una attenzione particolare?

Assolutamente sì, innanzitutto perché sappiamo che l’alta densità è un fattore che favorisce la diffusione dell’epidemia. Io non amo fare ordinanze, ma sono stato uno dei primi a chiudere i parchi perché nel fine settimana in piena epidemia avevamo assembramenti nel parco di oltre mille persone. Questo problema si acuisce in prossimità dei due quartieri popolari, dove vivono moltissime persone. In particolare in uno di questi, il Tessera, vivono moltissime persone anziane, spesso sole, e questo ha rappresentato un aggravio per la gestione, della condizione di isolamento e della solitudine, persone anziane già con relazioni sociali limitate che si sono ritrovate anche chiuse in casa, è una situazione pesante.

Avete attivato qualche iniziativa in particolare?

Ovviamente c’è tutto l’aspetto del controllo e della gestione dei nuclei che sono in isolamento: la spesa, i farmaci, i rifiuti. Addirittura anche i cani sono dei problemi nuovi che hanno richiesto uno sforzo organizzativo e di personale importante. Oramai le nostre assistenti sociali lavorano 7 giorni su 7, poi ci sono la Protezione Civile, la Polizia locale e abbiamo anche un nutrito gruppo di volontari. Tra di loro ci sono psichiatri e psicologi che rispondono al telefono, ma anche i ragazzi della pastorale giovanile che hanno attivato un numero verde contro la solitudine e chiamano gli anziani. C’è una grande risposta, per molti versi sorprendente, da parte della comunità locale.

A proposito di anziani, a Cesano Boscone c’è una grande RSA dove si sono registrati un certo numero di contagi, anche se non è una struttura di vostra competenza. Come vi siete relazioni con questo fatto?

Sì, si tratta di due strutture gemelle. La Fondazione Istituto Sacra Famiglia, un’istituzione di carità storico che ospita sopratutto disabili, e poi la casa di cura Ambrosiana, una realtà più ospedaliera. Il contagio è stato registrato la settimana scorsa e ovviamente per strutture simili suscita preoccupazioni maggiori per una possibile evoluzione. Effettivamente il tema pone una questione, perché nonostante siano strutture che insistono sui territori, i sindaci non vengono aggiornati rispetto ai numeri e a quello che sta succedendo dentro. La settimana scorsa ho dovuto scrivere io alle due direzioni, ma anche all’ATS e alla Prefettura per essere informato sia rispetto agli ospiti che sono stati contagiati, ma anche per avere una panoramica complessiva dei tamponi. E poi, cosa non secondaria, anche per sapere chi sono gli operatori che entrano dalla struttura. Stiamo parlando di una realtà in cui tra ospiti e dipendenti sono presenti più di mille persone e quindi è una realtà che va monitorata e sulla quale serve un coordinamento fra tutte le autorità di controllo. Sono stati presi accorgimenti e, fortunatamente, sono strutture con disponibilità di spazio e si sono potuti fare degli isolamenti. Il personale rimane lì, non si sposta da reparto a reparto; anche per loro però si è verificato il problema della carenza di dispositivi di protezione.

Foto dalla pagina Facebook del Comune di Cesano Boscone

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Amici e colleghi ricordano Raffaele Masto

 

Riceviamo e pubblichiamo

Domenica 29 Marzo 2020

Alla Redazione di RADIO POPOLARE

Ieri sera ho appreso da RP della morte di Raffaele Masto. Non nascondo il profondissimo dolore che ho provato. Da quando seguo RP, era una delle “voci” che apprezzavo maggiormente perché era capace di farmi vivere l’Africa attraverso i suoi servizi. 

Sono un prete, ma la mia vocazione vera era già da bambino quella sì al sacerdozio, ma come medico. Ero poco più che bambino che mi scorrevano tra le mani decine e decine di foto scattate da una persona cara che lavorava in quello che era allora il Congo Belga. Era l’epoca, che ieri veniva ricordata, di Lumumba, della trasformazione del Congo da colonia a repubblica indipendente.

Quel sogno non ho potuto perseguirlo per motivi di salute, ma il “mal d’ Africa” lo vivo ancora oggi.

Raffaele mi faceva vivere in Africa ogni volta che mi regalava quella voce che scriveva dentro di me non dei fatti asettici, senza incidenza nella vita personale, ma la vita dell’Africa, del suo infinito fascino, del suo infinito mistero e delle inevitabili contraddizioni che sono lì dove è l’uomo. 

Mi sento più povero. Siamo tutti più poveri, ma la sua voce resta

La radio sta trasmettendo una sua “cartolina”, ma dico la verità, mi fa male ascoltarla. Sta parlando dell’Angola con la solita suggestione. Preferisco ascoltare la sua “voce” dentro di me, quella che non si spegnerà mai. Quella che scaturisce dalle sue pagine scritte.

Si dice che solo l’amore resta. Sì, è vero, ma la “voce” “dice” l’amore.

Vi chiedo scusa. Ormai sono anziano e un logorroico che tace più o meno 23 ore al giorno, anche quando non c’è la quarantena. Il telefono non squilla, tantomeno il campanello di casa. Mi resta RP e ogni vostra “voce” oltre la “voce” di Dio e della sua Parola.

Non so se Raffaele Masto fosse religioso o no. Io gli ho offerto quel che potevo: ho celebrato la Messa privatamente per lui. Un segno di riconoscenza a chi tanto ha scavato dentro la mia vita con la sua “voce”.

Un abbraccio a ciascuno di voi.

Don Piero – Genova


 

Quando la vita si accanisce, l’uomo si spezza. Era una delle tue massime. Non la pronunciavi quasi mai per intero, ci mettevi i puntini di sospensione. La abbiamo anche avuta appiccicata sul muro vicino alle nostre due scrivanie per un po’.

Ci hai provato a non spezzarti, ma caspita, quanto si è accanita la vita?

Potrei scrivere un romanzo su di te, Raffa.

La felicità, su quale treno della notte passerà, un’altra delle tue citazioni preferite. Questa ce la canticchiavi a mezza voce. Mi è venuta in mente il giorno del tuo matrimonio. Eri felice, si capiva, anche se con quell’aria sempre un po’ incredula, come dire: “Ma siete sicuri? Sta capitando proprio a me?”.

Era una delle cose che mi piacevano tanto di te, quell’aria. Che poi era un modo di affrontare la vita. Ti capitavano le cose più strabilianti, ma le raccontavi sempre così, un po’ sottotraccia, infarcendole di particolari divertentissimi. Anche delle situazioni più rischiose – quando raccontavi dei tuoi viaggi – trovavi i particolari comici. 

Ho avuto la fortuna di sentirli raccontare da te i tuoi viaggi, nel mezzo metro che separava le nostre due scrivanie faccia a faccia. E infatti, quando poi mi chiedevi se mi era piaciuto uno dei tuoi libri, ti dicevo che a dire il vero era più bello vederti e sentirti raccontare. 

In effetti eri sempre in giro a raccontare. Ogni tanto mi dicevi: “Caspita Silviéta, ho preso due appuntamenti la stessa sera”. Una volta ti avevano pure invitato a una conferenza in cui si parlava delle patate. Sostenevi fosse un errore, di non aver mai detto sì a una conferenza sulle patate. Ma non ci ho mai creduto. Alla fine poi mi sa che non ci sei andato.

Mi facevi ridere Raffa. Trovo sia una cosa bellissima saper fare ridere le persone. Ridevamo talmente tanto insieme, che poi ci scappava da ridere anche in onda. Molto spesso, così spesso che poi avevamo persino un po’ paura ad entrare soli nello studio a leggere un gr.

Potrei continuare per pagine e pagine, ma poi ci taglia la pubblicità. Ciao Raffuz

Silvia Giacomini


 

Una perdita insopportabile, quella di Raffaele. Un evento che mi provoca incredulità, rabbia e sconfinata nostalgia. Lo conoscevo da una vita Raffa, un uomo dolcissimo e forte. Un uomo umile, come sanno esserlo solo coloro che cercano, sempre pronti a farsi sorprendere e pronti a incespicare, se questo inciampo permette di avanzare. Il suo sguardo sull’Africa portava addosso il sudore e la polvere dei luoghi che raccontava, senza mai dare nulla per scontato. Perché nella narrazione di Raffaelle non si sono mai visti i facili stereotipi che purtroppo continuano ad avvolgere il continente nero. La sua è stata una voce rigorosa ed empatica, attenta e competente. La competenza inquieta di chi fa questo lavoro non rinunciando un istante di metterlo al servizio di un mondo più giusto, di una liberazione integrale dei popoli. Raffaele era una persona di curiosità infinita, disponibile sempre, aperta, generosa. Con lui e Chawki ho condiviso, negli anni ’90, progetti radiofonici entusiasmanti, quando entrambi mi sollecitavano a mandare  reportage dalla Cambogia, dall’Armenia, dall’Albania, negli anni in cui lavoravo per la televisione giapponese. E da allora, ho sempre considerato entrambi compagni di strada. Non c’era neppure bisogno di sentirsi, per saperlo. Le nostre conversazioni erano fatte di complicità. Per me Raffaele era un collega “vecchio stile”, lo prendevo in giro per questo, con stima infinita. Non c’era nulla di accademico in lui. Non ci posso e non ci voglio credere. Sento già un vuoto immenso. Una solitudine incolmabile. I suoi incoraggiamenti. La stima reciproca. La amicizia che viene da lontano. Non è possibile che te ne vai così, Raffa, nel giro di poche ore. E lasci questo buco. Non è possibile.

Nicoletta Dentico

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Che cosa è successo oggi? – Lunedì 30 marzo 2020

vertice governo coronavirus

Il racconto della giornata di lunedì 30 marzo 2020, attraverso le notizie principali del giornale radio delle 19.30, dall’analisi dei dati dell’epidemia di Vittorio Agnoletto all’ormai imminente proroga delle misure restrittive in Italia. La situazione in Europa e nel Mondo e lo studio che attesta tutti gli errori fatti in Italia nella prime fase dell’epidemia. L’ennesimo slittamento dell’apertura dell’ospedale alla Fiera di Milano e, in chiusura, i dati della diffusione del coronavirus in Italia.

L’analisi di Vittorio Agnoletto sui dati dell’epidemia diffusi oggi

Il dato delle ultime 24 ore registra 75528 positivi al coronavirus, 4050 nuovi positivi I guariti sono 1590, il più alto dall’inizio dell’epidemia, per un totale di 14620.
I morti sono ancora tantissimi, 812 in più nelle ultime 24 ore.
Sono i dati resi noti come tutti i giorni dalla protezione civile. La crescita dei positivi è bassa. Se però si guarda ai dati della Lombardia, la regione più colpita, emerge come nonostante le affermazioni della scorsa settimana da parte dei vertici della regione, il numero dei tamponi effettuati non solo non è aumentato ma addirittura è calato.
In Lombardia si registrano 1154 nuovi contagi per un totale di 41007 e 458 morti nelle ultime 24 ore per un totale di 6818. I tamponi sono stati 3659, in calo costante dagli 81467del 27 marzo. Vittorio Agnoletto ai nostri microfoni denuncia: dati condizionati dalla spinta a riaprire le fabbriche.

L’analisi di Vittorio Agnoletto

 

Nel fine settimana lo scontro tra Regione Lombardia e governo è stato durissimo.
“Le regioni da sole non ce la fanno” ha attaccato Roma. “Governo di incapaci” ha risposto Milano. In Lombardia è una Caporetto della sanità, denunicano oggi i medici. Di chi è la colpa?

L’analisi di Vittorio Agnoletto:

 

Verso la proroga delle misure

(di Anna Bredice)

Fra tre giorni scadrà il decreto che ha vietato le uscite, ha chiuso le scuole e tutte le altre attività. Scade il 3 aprile e in settimana verrà prorogato, al momento non si sa esattamente quando, ma ciò che è altamente probabile è che ci sarà il semplice rinvio di tutte le misure di blocco, uno slittamento in avanti, sicuramente fino a Pasqua, il 12 aprile, poi si vedrà. Nessuno lo dice con certezza, ma molti ritengono che sarà così, anche dopo i dati di minori contagi che arrivano dalla Protezione civile. “Certamente ci sarà un prolungamento, ha detto il presidente del Consiglio superiore di Sanità, ma la durata spetta al decisore politico”. Franco Locatelli però ritiene che proprio per i risultati confortanti che iniziano ad arrivare non si può cedere ora. Il ministro D’Incà è più duro ancora, “riaprire ora tutto sarebbe un insulto alle vittime”. c’è infatti una pressione che arriva soprattutto dalle fabbriche, dal lavoro. Se sulla scuola ormai è certo che ci sarà una proroga, le attività produttive invece spingono. Così come pian piano sta arrivando da molti la richiesta di far uscire i bambini a turno per farli giocare, sia nei cortili condominiali che al parco giochi. Ma su questo, come su altro, c’è ancora molta cautela e da Palazzo Chigi con il condizionale d’obbligo per ora dicono “dopo Pasqua si vedrà”.

Lo studio che attesta tutti gli errori fatti in Italia

(di Michele Migone)

Sottovalutazione, misure prese non in modo organico, un sistema sanitario senza coordinamento e sfortuna. Tutti gli errori della gestione in Italia dell’emergenza corona virus sono stati elencati dalla prestigiosa rivista Harvard Business Review. Si parte dall’ inizio. Dal non aver capito che un piccolo focolaio sarebbe stato solo l’inizio dell’epidemia. Le autorità hanno cercato conferme alle loro ipotesi più che muoversi sulla base della realtà. Non c’è stata elaborazione del dato di fatto.
L’articolo poi cita la campagna Milano non si ferma, le foto degli aperitivi per tranquillizzare la popolazione. Il primo errore. Il secondo è stato quello di chiudere gradualmente e non subito le attività. Il lockdown avrebbe dovuto essere fatto subito e in modo drastico.
Terzo errore: il mancato coordinamento delle autorità sulla gestione. Roma contro le regioni, le regioni che vanno ognuna per la sua strada. L’articolo dell’Harvard Business Review cita la Lombardia e il Veneto, il diverso approccio soprattutto sulla questione dei tamponi. Un quadro lucido di ciò che è successo in Italia nell’ultimo mese. Una fotografia perfetta di un sistema Paese che in realtà non esiste, una macchina con più guidatori e un riflesso burocratico che impedisce di prendere la giusta strada nel giusto tempo.

L’Europa non si sta dimostrando all’altezza della sfida

(di Alessandro Principe)

L’Europa non si sta dimostrando all’altezza della sfida. Gli eurobond non si faranno, a quanto pare. La Germania, l’Olanda e i Paesi del Nord non vogliono un debito condiviso con gli altri. Nemmeno la pandemia sembra modificare questa convinzione radicata. Anche se in Germania si stanno aprendo delle crepe: c’è un appello dei Verdi che potrebbe essere sostenuto anche dalla Spd. Ma il portavoce della cancelliera Merkel, Stefen Seibert, lo ha ribadito: lo strumento da usare è il Mes, cioè il Fondo salva stati.
Se questa è la strada, la battaglia del governo italiano deve spostarsi sulle condizioni di accesso: non possono essere quelle ordinarie, condizioni durissime, pensate dopo la crisi della Grecia. Si dovrà trovare il modo di fare scendere in campo il Mes con regole straordinarie, create per la situazione di emergenza. Prima fra tutte: non l’esame del sangue a un singolo paese, ma un intervento globale per tutta l’Unione.
La BCE sta acquistando titoli degli stati a spron battuto, siamo già oltre i 15 miliardi di euro. Ma il limite dell’operazione è evidente: il debito resta accollato ai singoli stati che se lo troveranno sul groppone, anche se il Patto di stabilità è stato sospeso.
In queste ore si sta ragionando su un’altra opzione: che gli eurobond vengano emessi solo da un gruppo di paesi: il fronte comune di chi ci sta, a partire da Italia e Spagna. I trattati lo consentono, come cooperazione rafforzata. Ma la procedura per autorizzarla è lunga e macchinosa. Inoltre, i titoli emessi sarebbero certamente più deboli rispetto a quelli di un piano di rilancio comune. Per non parlare delle conseguenze politiche di uno strappo così clamoroso.
C’è un’ultima strada, che forse, per come si stanno mettendo le cose, meriterebbe di essere tentata: aumentare il bilancio dell’Unione, creando un fondo speciale per l’emergenza coronavirus. Soldi stanziati solo a questo fine. Nell’Europaramento, che sul bilancio ha un ruolo centrale, una maggioranza ci sarebbe. Anche in questo caso, però, ci vuole il via libera dei governi. Che sono sempre stati avari quando si è trattato di incrementare le risorse dell’Unione.
Lo vedremo presto se l’Europa saprà essere all’altezza. L’alternativa è ognuno per sé. Alternativa miope e pericolosa. Miope perché la recessione sarà pesante e riguarderà tutti. Pericolosa perché sarebbe la resa ai sovranismi che avrebbero argomenti formidabili di fronte a cittadini impauriti e impoveriti.

COVID-19. Cosa sta succedendo nel Mondo?

(di Emanuele Valenti)

A livello globale i decessi legati al COVID-19 sono più di 35mila. Oggi c’è stato un nuovo incremento nella crescita dei contagi anche in paesi, come Giappone e Iran, che si trovano in contesti completamente diversi tra loro.
Nelle ultime ore sono entrate in vigore nuove misure restrittive in Russia, in Nigeria e in Austria. Negli Stati Uniti, secondo un funzionario della Casa Bianca, le vittime potrebbero essere tranquillamente tra le 100 e le 200mila.
In Europa, dopo l’Italia, il paese più in difficoltà è sempre la Spagna. A Madrid e Barcellona non ci sono più posti nei reparti di terapia intensiva. I casi, 85mila, hanno superato quelli della Cina. Il governo Sanchez sostiene però che la curva stia rallentando. In Gran Bretagna l’ordine dei medici ha denunciato che un operatore sanitario su quattro sarebbe malato.
La necessità di introdurre misure restrittive ha dato maggiori poteri ai governi. In Ungheria si sta verificando un caso limite. Il parlamento ha votato oggi poteri eccezionali all’esecutivo di Viktor Orban. Il primo ministro potrà governare con decreto, sospendere leggi in vigore, chiudere il parlamento, annullare le elezioni. Il tutto senza limiti di tempo. In Ungheria, secondo i dati ufficiali, ci sono 447 contagi e 15 decessi.
L’opposizione ha parlato di “dittatura” e di “colpo di stato”.

Slitta ancora l’apertura dell’ospedale alla Fiera di Milano

(di Fabio Fimiani)

Continua in Lombardia la costruzione di nuove terapie intensive per curare i casi più gravi di coronavirus. La capacità è passata in un mese da circa settecento posti a millequattrocento.
Per l’ospedale COVID alla fiera di Milano è stato il giorno della benedizione della diocesi, anche se ci vorrà almeno una settimana perché inizi a entrare in funzione, con i primi cinquanta pazienti, sui duecento-duecentocinquanta che dovrebbe avere a fine costruzione. Inizialmente sarebbero dovuti essere cinque-seicento.
Il lavoro incessante di realizzazione di terapie intensive è affiancato a quello di comunicazione della giunta regionale, che ha deciso di accentrare su di sé tutta l’informazione, senza avvalersi di tecnici.
Per la realizzazione dell’ospedale della fiera è stato chiamato l’ex direttore della protezione nazionale Guido Bertolaso, anche lui ammalatosi di COVID-19. Il finanziamento è avvenuto grazie a industriali vicini al centrodestra e al modello di sanità impostato negli ultimi venticinque anni, tutto incentrato sugli ospedali con pochi servizi territoriali e di prevenzione. Fattori che hanno probabilmente contribuito alla diffusione della pandemia.
L’ospedale della Fiera di Milano è diventato per la Regione un simbolo. Nel palinsesto della comunicazione istituzionale farcito di metafore belliche e sportive è la grande impresa. L’ennesima sovraesposizione poco in sintonia con il dolore che ha pervaso la Lombardia.

L’andamento dell’epidemia di COVID-19 in Italia

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Che cos’è la politica di coesione europea?

politica di coesione europea

La politica di coesione della Commissione Europea: che cos’è, quali sono i suoi obiettivi, quali le risorse messe a disposizione e quali i criteri in base a cui si distribuiscono le risorse?

Lo scopo della politica di coesione è ridurre le disuguaglianze e le differenze sociali, tra i 28 Paesi membri ma anche all’interno dei singoli Paesi. Funziona per settennati: attualmente siamo nel 2014-2020. E’ stata pensata, tra gli altri, dal nostro commissario Antonio Giolitti e da Jacques Delors, e copre un terzo del bilancio europeo: nel settennato 2014-2020 sono stati stanziati 351,8 miliardi di euro complessivi.

La politica di coesione non ha avuto una vita semplice. Lo racconta Fabrizio Barca, che è stato Ministro per la Coesione Territoriale durante il governo Monti: “Gli stati membri durante la fase del neoliberismo hanno usato male i fondi, per compensare i ritardi in modi inutili. I soldi stanziati per la formazione hanno finito per finanziare i formatori. Quelli destinati alle imprese hanno inutilmente prolungato la vita a imprese malate. Per capire lo spreco dei fondi per le infrastrutture basta guardare lo stato delle grandi opere in Italia.”

Nel periodo tra il 2005 e il 2008 l’allora commissaria polacca Danuta Hübner lanciò una grande battaglia per avere più partecipazione della cittadinanza e un ruolo dei territori più forte. Una battaglia in parte vittoriosa e in parte no.
In Italia questa battaglia ha avuto risultati importati in alcune zone, soprattutto quelle del Sud. Un altro suo grande merito è quello di aver stimolato, grazie anche all’impegno proprio di Fabrizio Barca, la nascita della Strategia nazionale per le aree interne. Si tratta di un programma del Governo che usa le risorse dei fondi di coesione e quelle della legge di bilancio per spingere la rinascita non solo delle aree industrializzate e urbane ma anche di quelle rurali, che rappresentano i due terzi del nostro Paese. Un progetto di successo, rilanciato dall’attuale Ministro per la Coesione Giuseppe Provenzano e che nella prossima programmazione europea sarà focus per tutti i Paesi membri.

Come funziona nel dettaglio il rapporto tra la Commissione Europea e i singoli Paesi?

In Italia sono le Regioni a interloquire con la Commissione e distribuire le risorse. Ce lo spiega Nicola De Michelis, direttore della Commissione Europea per l’implementazione dei fondi in Italia: “Le risorse sono trasferite alle Regioni, e poi parte un negoziato con la Commissione che dura anche a lungo. In questo negoziato la Commissione inserisce le sue priorità”. La politica di coesione dell’attuale Commissione, quella guidata da Ursula Von Der Leyen, ha tra i grandi temi la sostenibilità e la transizione industriale, quindi l’innovazione e la ricerca.

Spiega ancora De Michelis che “la politica di coesione va messa in prospettiva: si tratta di 330 miliardi in sette anni, distribuiti in base alla ricchezza relativa dei Paesi”. Per funzionare bene deve coordinarsi con le politiche ordinarie dei singoli paesi, non sostituirsi a loro perché altrimenti si otterrebbero risultati modesti. Non sono risorse infinite, quindi devono concentrarsi su poche grandi tematiche e non frammentarsi in mille rivoli.
Il momento chiave è quello del negoziato iniziale, perché quando i programmi sono fissati è difficile modificarli. La Commissione sta con il fiato sul collo alle autorità che gestiscono le risorse, per controllare che le promesse vengano mantenute. La Commissione trattiene infatti a Bruxelles un 6% di risorse, a cui gli Stati hanno accesso solo se a metà del settennato sono sulla buona strada per il mantenimento degli impegni: una sorta di incentivo a fare bene e accelerare.

Come funziona la politica di coesione in Italia?

Il problema italiano è che le risorse della politica di coesione rimpiazzano la spesa ordinaria. L’impatto è quindi limitato, perché si vogliono fare troppe cose. Le nostre istituzioni dedicate alla gestione delle risorse non sempre sono forti, quindi i programmi e i progetti devono essere semplici.

Uno degli strumenti che i cittadini hanno a disposizione per tenere contro e traccia dei progetti finanziati dalla politica di coesione è Opencoesione. Si tratta di una piattaforma con un sito raccoglitore. E’ nato nel 2012, quindi raccoglie i progetti dei due settennati 2007-2013 e 2014-2020. “Al momento contiene oltre un milione e quattrocentomila progetti” spiega Simona De Luca, che è responsabile di Opencoesione fin dalla sua creazione “per 140 miliardi di euro complessivi. La sua fonte è il Sistema nazionale di monitoraggio, alimentato dalle amministrazioni che beneficiano dei progetti”. I dati sono aggiornati ogni due mesi, e ogni progetto è catalogato in base ad alcune variabili e diviso in temi, tra cui l’ambiente, l’innovazione o la cultura. “Si tratta di un’iniziativa di trasparenza, i dati sono tutti scaricabili” racconta ancora De Luca “vuole promuovere anche la partecipazione”. Proprio a questo scopo è nato il progetto A scuola di Opencoesione, destinato alle scuole superiori: gli studenti durante l’anno scolastico fanno monitoraggio civico di progetto trovato sul sito, e lo arricchiscono con l’incontro con i responsabili del progetto e i soggetti interessati. Per esempio gli studenti di un liceo di Locri hanno verificato la riqualificazione di un bene confiscato alla mafia diventato ostello della gioventù, e hanno sollecitato l’amministrazione a indire bandi per la gestione. Quest’anno parte la sperimentazione di A scuola di Opencoesione in Croazia, Bulgaria, Portogallo, Grecia e Spagna.

Martina Pagani

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La denuncia: soldi a usura dalla camorra a chi non ce la fa più per il coronavirus

carabinieri ercolano

Il sindaco di Ercolano, Ciro Buonajuto, denuncia a Radio Popolare: la camorra sta approfittando della crisi economica provocata dal coronavirus per imporre prestiti a usura. “Se non arriveranno immediatamente gli aiuti del governo tra poco non si riuscirà nemmeno più a fare la spesa“.

L’intervista di Mattia Guastafierro a Malos.

Come valuta le ultime misure del governo a sostegno delle persone più fragili o chi non riesce a fare la spesa?

La situazione nel mio comune è molto delicata. Ercolano è una città particolare, con un disagio molto diffuso e una disoccupazione giovanile tra il 50% e il 60%. A questa crisi sanitaria noi stiamo aggiungendo una crisi sociale prima ancora che economica. Noi sappiamo che se non arriveranno immediatamente gli aiuti promessi dal governo, tutti coloro che non hanno una tutela – chi faceva un lavoro saltuario, chi lavorava in nero – non riusciranno neanche più a fare la spesa. Ben vengano queste misure del governo, anche se sono misure tampone che non possono garantire un futuro a tanta gente che vive in uno stato di disagio.

Le sono arrivate delle richieste d’aiuto da parte dei suoi concittadini?

Centinaia e centinaia al giorno. Mi è arrivato un messaggio di una donna che mi ha fatto stringere il cuore e non mi ha fatto dormire: stava vendendo un anello per poter riuscire a fare la spesa. In questo momento la paura è quella di non riuscire a pagare il canone di locazione, non riuscire a pagare le utenze e, triste ma vero, anche non riuscire più a fare la spesa.

C’è il rischio di infiltrazione della camorra in una situazione come questa provocata dall’epidemia di coronavirus?

Sì, soprattutto nel centro storico abbiamo situazioni di enorme disagio. Abbiamo aree in cui si vive in 5 o in 6 in case di 20 metri quadrati. Noi non possiamo lasciare indietro queste persone. Io faccio il sindaco e ho il dovere di guardare negli occhi i miei cittadini e tendere la mano. Non posso sottovalutare il disagio che si vive in questo momento nella mia città.

Ha già qualche segnalazione di movimenti della criminalità organizzata per approfittare di questa situazione di emergenza?

Assolutamente sì. Si sta diffondendo un fenomeno terribile, quello dell’usura. Noi abbiamo combattuto la criminalità grazie al coraggio dei commercianti e delle forze dell’ordine. Abbiamo lasciato fuori dalla porta l’usura e la camorra e adesso non possiamo permettere a questa crisi provocato dal coronavirus di riaprire la porta alla camorra. La mia città guarda al futuro investendo in turismo, cultura e legalità.
Il fenomeno della micro-usura che in queste ore si sta iniziando a diffondere – l’usura di coloro che danno un prestito per consentire di fare la spesa al supermercato – deve essere cacciata via grazie al sussidio del governo e al lavoro della polizia.

Come verranno ripartiti nel comune di Ercolano i fondi che ha messo a disposizione il governo?

I soldi promessi dal governo verranno ripartiti secondo le indicazioni date dal governo, attraverso i servizi sociali e favorendo coloro che non percepiscono sussidio.

Sappiamo anche con che modalità e a quanto corrisponderanno questi aiuti?

Questo non glielo posso dire. Sappiamo qual è l’importo complessivo destinato ad Ercolano, ma non conosco ancora la platea perché il governo ha invitato i servizi sociali ad individuare una nuova platea. A tutti coloro che sono già censiti vanno aggiunti chi ha perso il lavoro in seguito a questa crisi e chi ha dovuto chiudere la propria attività. Non conosco i numeri della nuova platea, ma immagino che questi aiuti siano soltanto degli aiuti tampone. Il Sud ha bisogno di altro: un programma strutturato di crescita che passa attraverso investimenti seri nelle infrastrutture tecnologiche e nel turismo. Noi dobbiamo tornare a favorire tutti quei B&B che erano stati aperti con grande sacrificio e che adesso sono stati tagliati fuori da questi benefici.

Lei ha capito se le persone che percepiscono il reddito di cittadinanza sono escluse da questi buoni spesa?

Io immagino che siano escluse, ma voglio aggiungere che spesso chi percepisce il reddito di cittadinanza vive in povertà. Noi non possiamo lasciare indietro nessuno e credo che un sindaco debba stare accanto a tutti coloro che hanno difficoltà. Mi rendo conto che le risorse sono poche, ma ci arrangeremo con quello che avremo a disposizione.

RIASCOLTA L’INTERVISTA AL SINDACO DI ERCOLANO CIRO BUONAJUTO

Foto dalla pagina Facebook del sindaco di Ercolano Ciro Buonajuto

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Coronavirus e perdita dell’olfatto: c’è una correlazione?

coronavirus olfatto

C’è ancora molto che non sappiamo del coronavirus COVID-19. La pandemia è in corso e in una situazione di emergenza come quella che si sta vivendo in tutto il Mondo manca il temp per analizzare e fare studi più approfonditi su possibili effetti collaterali per chi è guarito dall’infezione, come la perdita totale o parziale dell’olfatto o del gusto che viene denunciata da alcune persone.

Anche lo scrittore candidato al Premio Strega Jonathan Bazzi ha raccontato, dopo esser scampato al COVID-19, di aver perso totalmente il senso dell’olfatto e in parte del gusto. Esiste una correlazione? Si tratta di una perdita temporanea o permanente? Ne abbiamo parlato con la dottoressa Anna D’Errico, neuroscienziata specializzata nella fisiologia dell’olfatto e ricercatrice al Max Planck Institute for Biophysics di Francoforte.

L’intervista di Florencia Di Stefano-Abichain a Tempi Diversi.

Cosa sappiamo ad oggi del collegamento tra COVID-19 e olfatto?

Ad oggi non sappiamo ancora molto, anche perchè la malattia è ancora in corso. Quello che si è visto è che numerosi medici stanno raccogliendo sempre più casi clinici di persone che, dopo esser guariti dal COVID-19, manifestano disturbi all’olfatto o al gusto.
Per ora c’è una correlazione tra questi due fenomeni, ma è ancora un po’ presto per dire quale sia il meccanismo esatto. Ci sono delle ipotesi.
In un certo senso non sorprende il fatto che ci siano dei problemi a carico dell’olfatto perché si tratta di una malattia delle vie respiratorie che coinvolge anche le vie respiratorie alte. Come tutti i virus influenzali, non sorprende che ci possano essere dei problemi a livello dell’olfatto, poiché la funzione olfattiva dipende principalmente dalla regione dei recettori per l’olfatto che sono nel naso. È plausibile, quindi, che questi possano essere in qualche modo intaccati.

Non sappiamo ancora se si tratta di un fenomeno passeggero o se si tratti di un calo o una perdita permanente, giusto?

È difficile da dire per ora, non credo stiano facendo molti studi su questo aspetto. La situazione è abbastanza concitata al momento ed è difficile fare test molto precisi su pazienti che hanno problemi all’olfatto e al gusto.
C’è da dire che tendenzialmente sono sintomi che dovrebbero col tempo rientrare, ci sono già testimonianze di persone che hanno avuto questi problemi e hanno recuperato. Non bisogna però disperare, perchè il recupero può essere molto lento. Se a distanza di due settimane o un mese non si è ancora recuperato l’olfatto o il gusto non c’è da disperarsi. È normale, i tempi di recupero dell’olfatto sono molto lenti.

Quanto l’anosmia può essere una problematica nella vita di tutti i giorni?

È una cosa che viene molto sottovalutata e la stima secondo la quale tra l’1% e il 5% delle persone abbia problemi di anosmia è al ribasso, anche perché spesso le persone che ne soffrono non pensano neanche di rivolgersi ad un medico. A volte, però, può dare anche molti problemi. Ovviamente ognuno ha le proprie risorse e reagisce in modo diverso, ma si è vista una forte correlazione, ad esempio, tra la perdita di olfatto e lo sviluppo di disagi psicologi o depressione perché non potendo sentire gli odori o gli odori del proprio corpo o del proprio partner si crea una sorta di scollamento col proprio senso di identità, ma anche perché si ha paura di puzzare o si teme di non sentire la puzza di bruciato in cucina o le fughe di gas.

Esistono dei modi o esercizi per facilitare il ripristino dell’olfatto?

In alcuni casi si è visto che un training olfattivo può aiutare, ma non è risolutivo e i benefici si vedono a distanza dei mesi o forse anni nei casi più gravi. Una stimolazione quotidiana può aiutare: basta prendere alcuni odori che si trovano in casa, come candele o spezie, e allenarsi ad annusarli, riconoscerli e associare l’odore alla loro identità. Facendo questo quotidianamente alcuni ricercatori hanno affermato che a distanza di tempo può esserci qualche miglioramento. E questo aiuta anche la persona dal punto di vista psicologico a sviluppare maggiore consapevolezza.

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Italia in isolamento: la situazione a Bussero

Protezione Civile

Com’è la situazione a Bussero in queste settimane di emergenza e di isolamento? Il sindaco Curzio Rusnati racconta a Radio Popolare come il comune di Bussero, 8.400 abitanti ad est di Milano, sta gestendo la comunicazione coi cittadini e fornendo assistenza capillare ai più bisognosi su tutti il territorio grazie ad una fitta rete di volontari, anche giovanissimi.

L’intervista di Serena Tarabini a Fino Alle Otto.

Che giornata l’attende oggi a Bussero?

Le mie giornate da un po’ di tempo a questa parte cominciano alle 5 del mattino. La situazione è abbastanza sotto controllo, comunque mai come in situazioni del genere si vede come un sindaco solo sia un sindaco perso. Ho la grande fortuna di avere una squadra di persone che mi accompagnano nel decidere e nel fare, inoltre la mia comunità si è allenata per anni nel prendersi cura di sé stessa e in questo momento sta giocando bene questa partita.
Le cose per una realtà medio-piccola come la nostra sono un pò più semplici. Come molte altre amministrazioni abbiamo istituito due numeri, uno per le emergenze e uno per le informazioni. Forniamo servizi di pronto spesa, pronto farmaco, pronto pasti per le persone più in difficoltà; ogni giorno si aggiungono delle necessità, dopo il primo impatto ora emergono tutte quelle fragilità che di solito sono gestite nell’ordinario. In particolar modo quelle delle persone anziane sole, ma anche i disabili che regolarmente andavano nei centri ed ora rimangono in famiglia, magari accuditi da persone anziane che hanno difficoltà a gestirli cosi tanto tempo: pensiamo ai casi psichiatrici che possono rappresentare un’emergenza nell’emergenza. Qualche giorno fa c’era una persona che si voleva buttare dal balcone di casa. Vi rendete conto come alcune situazioni siano difficili da gestire. Ma per fortuna noi abbiamo una grande forza e una risposta sociale, tra volontari, funzionari, amministratori pubblici. Tenete conto che riusciamo ad avere un rapporto tra assistito e assistenza praticamente di uno a uno.

Qualche giorno fa nelle pagine locali del Giorno si segnalava in particolare l’iniziativa di solidarietà messa in campo dai giovani di Bussero, ce ne vuole parlare?

Questo esempio fa vedere come si raccolgono risultati dove si fa una scommessa. È quello che abbiamo fatto noi con i giovani, che abbiamo sempre ritenuto l’energia vitale del comune di Bussero e che hanno risposto immediatamente e spontaneamente nel momento del bisogno prendendo in mano la situazione. Pensate che il responsabile della centrale operativa del comune di Bussero è un consigliere comunale di soli 26 anni. Lavorano sopratutto nei servizi per gli anziani, raccolgono dati, trasmettono ricette, portano la spesa, mantengono i contatti, costruiscono tutto il meccanismo che ci consente di sviluppare i nostri servizi con costanza, quotidianamente e senza lasciare indietro nessuno.

Senza l’intenzione di voler soffiare sul fuoco delle polemiche in corso, lei dal punto di vista concreto di amministratore locale come valuta gli aiuti che il Governo ha annunciato per i Comuni?

Io credo che tali questioni vadano gestite giorno per giorno. Sicuramente si tratta di un inizio, non può essere certo la soluzione dell’emergenza. Ma io non credo che questo sia il momento delle polemiche. Ognuno deve fare il suo mestiere, io faccio il sindaco e devo tenere l’equilibrio, costruire comunità, fare atti e azioni, e voglio incarnare assieme a molti altri lo spirito collettivo di cui c’è bisogno. Sicuramente non è il tempo delle polemiche e nemmeno, questo lo voglio sottolineare, degli sceriffi e dei cabarettisti, ma delle parole chiare e responsabili. Questo è quello che i cittadini ci chiedono e quello che riconoscono.

Di che cosa ha più bisogno in questo momento la sua comunità?

L’unica criticità vera a cui facciamo fatica a dare risposta è quella relativa ai dispositivi medici di protezione, a cominciare da quelli per i medici e operatori che su questa questione sono stati lasciati da soli. Io la prima cosa che ho fatto ancora prima della centrale operativa è stata quella di fare una sorta di comitato di salute pubblica informale con i nostri medici di base, i pediatri e farmacisti che erano quelli che avevano la percezione diretta sul territorio di quello che succedeva. Oltre a segnalare la difficoltà di leggere i dati in una fase iniziale, hanno riscontrato proprio questa carenza. Forse oggi arrivano nelle mie farmacie ed in qualche negozio altre mascherine, ma ecco siamo qui a centellinare dispositivi che servono per operare in sicurezza non solo a medici ed operatori della sanità, ma anche i volontari, che devono essere protetti a loro volta. Per il resto le realtà come la nostra, forti, e anche relativamente ricche, se la cavano.

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Che cosa è successo oggi? – Domenica 29 marzo 2020

vertice governo coronavirus

Il racconto della giornata di domenica 29 marzo 2020, attraverso le notizie principali del giornale radio delle 19.30, dall’analisi dei dati dell’epidemia di Vittorio Agnoletto all’ammissione del governo sul prolungamento delle attività di contenimento rigido, fino alle polemiche tra governo e regioni del nord e all’andamento dell’epidemia negli Stati Uniti. In chiusura, i dati della diffusione del coronavirus in Italia.

L’analisi di Vittorio Agnoletto sui dati dell’epidemia diffusi oggi

Sono 73.880 i positivi al coronavirus in Italia, con un incremento rispetto a ieri di 3.815.
I ricoverati sono 27386.
I malati in terapia intensiva sono 3906, 50 in più.
I guariti dall’inizio dell’epidemia sono 13030, 646 nelle ultime 24 ore.
I morti nelle ultime 24 ore sono stati 756. Nelle precedenti 24 ore erano stati 889 e il giorno prima 919. Di
questi, 416 in Lombardia dove i contagi sono aumentati di 1592 persone e i ricoveri di 461.

L’analisi di Vittorio Agnoletto:

Alla conferenza stampa della protezione civile oggi il rappresentato del comitato tecnico scientifico ha ammesso che il sistema si è trovato impreparato di fronte al coronavirus ma ha aggiunto che questo era inevitabile. 

“Eravamo impreparati, non è colpa di nessuno ed è inutile recriminare” ha detto Luca Richeldi del Comitato Tecnico Scientifico.

Il commento di Vittorio Agnoletto:

Il 3 aprile non cambierà niente

(intervista di Luigi Ambrosio)

Il 3 aprile le misure di contenimento non saranno abrogate.

La proroga è scontata, dopo le indiscrezioni lo dicono anche rappresentanti del governo, oggi.

“Siamo ancora nel pieno dell’epidemia. Sarebbe un grave errore abbassare la guardia proprio ora” ha detto il ministro della salute, Speranza.

Noi abbiamo raggiunto Sandra Zampa, sottosegretaria agli esteri:

“per il momento temo di dovere buttare un secchio di acqua gelida sulle aspettative di riapertura il 3 aprile. Tutto ci lascia sperare che abbiamo imboccato la strada giusta ma tutto ci conferma che dovremo andare oltre il 3 aprile per un piano che ci faccia riprendere la nostra vita. Magari non la stessa vita di prima, ma una vita un po’ più libera di quella di oggi”.

“Al centro sud – continua Sandra Zampa – sembra che mitigazione e contenimento abbiano prodotto già qualche buon risultato ma è davvero troppo presto per immaginare di voltare pagina e passare alla fase due di questa grandissima emergenza epidemiologica”.

Avete già pensato ai passaggi del ritorno alla normalità?

“Ci sono degli studi, occorrerà costruire un piano molto ben fatto ma mentre gli esperti lavorano su questo noi abbiamo ancora un unico impegno cui tener fede, che è quello di restare in casa.

 

Lo scaricabarile tra governo e regioni del nord

(di Michele Migone)

Il governo e le regioni del nord governate dalla Destra litigano sulla gestione dell’epidemia. Rimbalzano accuse tra Roma, Milano e Genova. Sembra più il tentativo di scaricare gli uni sugli altri i ritardi e gli errori  che tutti in realtà hanno fatto in questo mese. Ha aperto il fuoco il ministro Boccia: “Le regioni da sole sarebbero crollate” – ha detto.

Una frase che ha suscitato la dura reazione dei leghisti  Fontana e Zaia. Boccia rivendica il ruolo dell’esecutivo nella distribuzione di mascherine, ventilatori e nella costruzione di nuove terapie intensive, i leghisti lo negano, accusando il governo di avere fatto poco o nulla.  Il fatto è che ad un mese dallo scoppio della crisi, ci sono ancora decine e decine di medici e infermieri che non hanno gli strumenti necessari, sia che li abbia promessi la protezione civile, sia che lo abbia fatto il governo della  Lombardia. Ci sono numerose testimonianze che lo dimostrano. I governatori del Sud hanno alzato la voce contro il governo per  la scarsità e la pessima qualità del materiale inviato. I medici di base della Lombardia e della Liguria hanno protestato contro Fontana e Toti, chiedendo più sicurezza, quando hanno visto il kit che è stato consegnato loro per le visite ai pazienti affetti da corona virus.

Di fronte alla realtà dei fatti, il litigio tra governo e regioni si dimostra l’ennesimo scaricabarile tutto politico. Forse ha colto il punto il sindaco di Milano Sala quando dice che dopo questa crisi dovrà essere rivisto il sistema sanitario perché quello a 20 regioni ha fallito, a partire da quello lombardo che ha privilegiato le grandi strutture ospedaliere a discapito della prevenzione sul territorio. 

 

Covid-19: la situazione negli USA

(di Davide Mamone)

“Finiremo il materiale sanitario e saremo a corto di personale entro il 5 aprile”. Così il sindaco di New York Bill de Blasio lancia l’allarme mentre l’emergenza coronavirus cresce ora dopo ora. In città sono più di 30,000 i casi confermati di COVID e sono quasi settecento le vittime. Il New York Times ha riportato che la quantità di telefonate al numero d’emergenza 911 è più elevato persino di quello dell’undici settembre, durante gli attacchi alle Torri Gemelle.

 E in diversi ospedali si inizia già a decidere chi curare con i ventilatori e chi no, mentre iniziano a scarseggiare mascherine e guanti, anche nelle strutture private. Il governatore dello Stato Andrew Cuomo sta continuando a chiedere all’amministrazione Trump di far produrre nuovi ventilatori alle compagnie private, ma le trattative sono confuse e non è ancora chiaro se, quando e quanti ventilatori arriveranno nelle strutture ospedaliere.

 Intanto, la battaglia politica si accende. Trump ieri ha dichiarato di avere intenzine di mettere in quarantena New York, New Jersey e parte del Connecticut, ma Cuomo ha definito l’idea illegale e insensata. E il CDC, l’agenzia federale della sanità, ha intimato di non viaggiare da e verso New York, imponendo un travel advice.

 In tutti gli Stati Uniti però iniziano ad arrivare notizie di vittime di coronavirus. Ieri un neonato dell’Illinois trovato positivo a covid ha perso la vita, così come un consulente di trentatrè anni del governatore dello Stato della Louisiana, dove si prevede il nuovo picco. Mentre le vittime negli USA, ora, sono già più di 2,200.

L’andamento dell’epidemia di COVID-19 in Italia

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Che cosa è successo oggi? Sabato 28 marzo 2020

italia chiusa giuseppe conte

I decessi da coronavirus in Italia superano i diecimila, mentre arrivano segnali di tensione dalle regioni meridionali, dove ci sono famiglie che dopo tre settimane di blocco non hanno i soldi per fare la spesa. Giuseppe Conte, in conferenza stampa prova a dare una risposta a queste richieste di aiuto, parlando di ingenti stanziamenti per i comuni. Il Copasir evidenzia tentativi di destabilizzazione provenienti dall’estero attraverso l’uso scientifico di fake news. Il consueto e prezioso racconto dell’andamento epidemico nei grafici di Luca Gattuso.

Infine, una triste notizia: oggi ci ha lasciati il nostro Raffaele Masto, per tutti noi “Raffa”.

L’analisi di Vittorio Agnoletto sui dati dell’epidemia diffusi oggi

Con 889 nuove morti, il numero delle vittime correlate al coronavirus in Italia ha superato la soglia psicologica di 10mila. 

È questo il dato più evidente che emerge oggi dal bollettino della protezione civile che testimonia, però, una leggera flessione. Sia il numero di morti, sia quello di nuovi positivi è stato inferiore rispetto a ieri.

È tornato in conferenza stampa, dopo alcuni giorni di assenza il capo della protezione civile Borrelli. Ha illustrato i dati di oggi che dicono: 3651 casi di positività in più, circa 800 in meno rispetto a ieri. Il totale delle persone attualmente positive è di 70065. Numeri incoraggianti, invece, per quanto riguarda i guariti: i pazienti dimessi sono stati 1434, il triplo rispetto a ieri.

 

Il discorso di Conte (e la polveriera sud)

(di Luigi Ambrosio)

L’attesa era per il prolungamento delle misure di contenimento. Invece, nel suo discorso questa sera Conte ha detto poco, se non che difficilmente le scuole riapriranno il 3 aprile, ed era scontato, e che sulla riapertura delle attività produttive non essenziali si dovranno discutere modi e tempi. Questa sera Conte ha parlato di un’altra emergenza, che è diventata la più importante. Le conseguenze economiche del blocco sugli italiani. Per molti, il problema sta diventando urgente, come fare la spesa ad esempio. 

Conte ha annunciato uno stanziamento di 4,3 miliardi di Euro per i Comuni. 

400 milioni di Euro saranno erogati per buoni spesa e per la distribuzione del cibo. Una misura eccezionale, che dà l’idea della gravità del momento.

“Tanti soffrono ma lo Stato c’è” ha detto Conte. “Daremo una risposta veloce a chi ha bisogno” ha aggiunto promettendo ad esempio i pagamenti della cassa integrazione entro la metà di aprile.

Del resto, qualche segnale di insofferenza, tentativi di fare la spesa senza pagare, proteste isolate, soprattutto al Sud, ci sono state. Nessuna azione coordinata, per ora l’allarme per azioni e rivolte guidate politicamente al sud rimane una ipotesi. Ma non è detto che le cose non possano evolvere in peggio. Milioni di persone che vivono del sommerso, del nero, oggi sono senza alcuna tutela e rischiano di potersi rivolgere solo alle reti della criminalità organizzata. Le aree economiche più fragili del Paese rischiano il collasso – sono in grave crisi quelle più forti, del resto, figuriamoci le altre. Ci sono politici e gruppi di potere senza scrupoli pronti ad approfittarne. Episodi come quello del Generale dei Carabinieri a riposo che evoca un colpo di Stato sono di per sé poca cosa. Stigmatizzato da tutti, la questione si è chiusa lì. Ma un sottobosco di pagine e profili social dai richiami nazionalisti e populisti che alimentano il malcontento in maniera pericolosa sono la punta di un iceberg. Paranoia, complotto, la classica dinamica del popolo contro l’élite finanziaria. Nulla di organizzato, per ora. Ma la quarantena sarà lunga, c’è chi invita esplicitamente Salvini, per dire, ad aizzare le paure delle persone e c’è chi, sotterraneamente lo sta già facendo. 

Anche per questo è urgente intervenire in maniera massiccia con un piano di aiuti economici per le persone in difficoltà, ed è urgente farlo subito.

Quello di oggi è un primo passo. L’ostacolo più grande oggi è nell’Unione Europea. I Paesi dell’Europa del Nord e dell’Est si oppongono a condividere l’onere dei debiti che andranno fatti. 

“Qui c’e’ un appuntamento con la storia e tutti devono essere all’altezza” ha detto stasera Conte.

 

Il Sud rischia di esplodere

(di Mattia Guastafierro)

Dalla crisi sanitaria al rischio di tensioni sociali. Dal sud arrivano in questi giorni tanti segnali di disagio. È il malcontento di quel mondo sommerso rimasto fuori dagli aiuti del governo. Lavoratori in nero che con la chiusura delle attività hanno perso il proprio reddito. Operai in disoccupazione per cui è terminato anche il sussidio. E’ una situazione che vive Termini Imerese, il paese nel palermitano, devastato dalla crisi Fiat e Bluetech. All’ex sindaco Francesco Giunta stano arrivando messaggi disperati.

“Tantissimi ex operai, centinaia di famiglie che erano collegati all’indotto Fiat stanno letteralmente esplodendo. Poi ci sono gli invisibili da cui mi arrivano richieste di spesa, latte, olio. Stiamo vivendo una terza guerra mondiale”, dice Giunta.

Su Facebook intanto nascono gruppi che inneggiano alla rivolta. “Per farci sentire dobbiamo razziare i supermercati”. “Chi è pronto alla guerra il 3 aprile lo scriva qui”, si legge su gruppi che contano già migliaia di sostenitori. Qualche giorno fa in un punto vendita di Palermo alcune persone e si sono presentate alle casse, rifiutandosi di pagare. In Campania segnalazioni di furti alle persone fuori dai supermercati con la spesa in mano. Una situazione esplosiva di cui è consapevole il ministro per il Sud Provenzano che ipotizza l’estensione del reddito di cittadinanza. E che è ben presente anche ai servizi segreti. Resta da capire se la criminalità organizzata si stia già approfittando della situazione. “La mafia ha cambiato strategia da qualche anno. Non è più violenta, è subdola. Io credo che la criminalità organizzata che non ha scrupoli utilizzerà il malcontento come cavallo di Troia”, conclude Giunta.

 

Il Copasir lancia l’allarme sulle ingerenze straniere a colpi di fake news

L’Intervista a Enrico Borghi (Pd) componente del Copasir, il comitato di sicurezza della Repubblica

(di Luigi Ambrosio)

“L’evidenza ci dice che è in corso una campagna infodemica nei confronti di una serie di Paesi dell’Unione Europea, fra cui l’Italia e la Spagna, finalizzata a diffondere false informazioni attraverso soprattutto l’utilizzo della rete e tendenti ad aumentare il grado di preoccupazione o di rancore nella popolazione. 

Stiamo parlando  di una serie di dinamiche già descritte nel 2017 in un documento pubblico  realizzato dall’ European Union External Action. L’apposito servizio dell’Ue ha descritto quali sono le attività di disinformazione infodemica diffuse e propagate con l’utilizzo della rete e una serie di strumenti connessi: dai cosiddetti troll, a una serie di centrali che, in maniera ossessiva e meccanica, rilanciano una serie di false informazioni  da siti di dubbia appartenenza o evidenza non certa. 

Si tratta di informazioni che non si fondano su un dato di oggettiva realtà.

Ci sono diverse false informazioni che in questi giorni si stanno diffondendo e che purtroppo trovano anche una serie di riscontri da parte di soggetti istituzionali che credo dovrebbero fare attenzione prima di dare la loro validazione, e verificare l’effettiva realtà delle informazioni.”

 

L’andamento dell’epidemia di COVID-19 in Italia

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Lampadino e Caramella, su Rai Yo Yo il primo cartone animato inclusivo

Lampadino e Caramella

Lampadino e Caramella nel Magiregno degli Zampa” è il primo cartone animato al mondo accessibile a tutti i bambini grazie all’uso di una voce narrante, sottotitoli, interpreti della lingua dei segni (LIS), una grafica ed uno stile di animazione studiati per le diverse disabilità sensoriali. Dopo un lavoro durato anni, Lampadino e Caramella debutterà su Rai Yo Yo a partire dal 29 marzo 2020.

Ne abbiamo parlato con Raffaele Bortone, regista e fondatore della casa di produzione Animamundi. L’intervista di Barbara Sorrentini a Cult.

L’idea è arrivata da una piccola casa editrice di Rieti, Puntidivista. Benedetta Bellucci e Simona Silveri hanno pensato, dal momento che realizzavano prodotti editoriali specifici per bambini con difficoltà di apprendimento e anche prodotti in braille, di capire se questi accorgimenti per i libri potevano essere trasportati nell’audiovisivo. Ci hanno contattato e ci hanno chiesto se fosse possibile immaginare un prodotto audiovisivo per i bambini con difficoltà sensoriali.
Questo ci ha stimolato e ci siamo resi conto che i cartoni di oggi non sono per tutti i bambini. Immaginate un bimbo sordo che non può godere di un cartone animato classico perché non ne capisce il contenuto, o un bambino cieco che può ascoltare i dialoghi ma non contestualizza dove le scene si svolgono. Ci siamo messi a tavolino per cercare di capire come affrontare la sfida e alla fine abbiamo tirato fuori una metodologia di lavoro e andiamo creato degli assist per fare in modo che il cartone animato fosse fruibile davvero da tutti i bambini, non soltanto dai cosiddetti normodotati.

Avete avuto dei riscontri positivi dal pubblico di riferimento?

Sì, il progetto parte da un po’ più lontano. Oggi parliamo dell’imminente messa in onda su Rai Yo Yo, ma il cartone parte da una sperimentazione. Abbiamo dovuto sperimentare questa metodologia e fare in modo che diventasse una sorta di processo di lavoro finalizzato a dare i risultati che speravamo. Siamo stati selezionati qualche anno fa in una piattaforma di crowdfunding per progetti con finalità sociali e da lì abbiamo potuto sperimentare in un test quello che avevamo in mente. Abbiamo portato quel test nelle scuole e al Giffoni Film Festival con una presentazione per 750 bambini. Abbiamo avuto una serie di riscontri che ci hanno fatto capire che stavamo andando nella direzione giusta.

È un progetto che pensate di portare anche nei film?

Il progetto nasce specificatamente per rendere fruibile a tutti la più importante forma di intrattenimento per i bambini in un’età in cui iniziano ad interfacciarsi con l’audiovisivo. Sicuramente il cartone animato è il prodotto più in linea in questo senso. Lo abbiamo specificatamente sviluppato per i cartoni perché ci sono tutta una serie di accorgimenti che hanno a che fare con le forme e i colori dei personaggi e la composizione della scena. Tutti elementi che possono essere controllati nella realizzazione di un cartone animato. È un lavoro estremamente complesso.

Lampadino e Caramella nel Magiregno degli Zampa” andrà in onda tutti i giorni dal 29 marzo 2020 su Rai Yo Yo con due puntate al giorno da 6 minuti, ma l’intera serie è già disponibile on demand su RaiPlay.

Foto dalla pagina Facebook di Lampadino e Caramella

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Che cosa è successo oggi? – Venerdì 27 marzo 2020

appello sergio mattarella

Il racconto della giornata di venerdì 27 marzo 2020, attraverso le notizie principali del giornale radio delle 19.30, dall’analisi dei dati dell’epidemia di Vittorio Agnoletto al discorso di Sergio Mattarella alla Nazione. Il punto sulla fornitura di mascherine in Italia e sulla didattica online. La situazione a Genova e in Liguria e la benedizione ‘Urbi et Orbi’ di Papa Francesco. I grafici di Luca Gattuso sull’andamento dell’epidemia di COVID-19 in Italia.

L’analisi di Vittorio Agnoletto sui dati dell’epidemia diffusi oggi


Le ultime 24 ore hanno fatto registrare in Italia il numero più alto di morti correlate al coronavirus: sono state 919 (969 meno 50 che ieri non erano state conteggiate). Oltre 200 decessi in più rispetto a ieri.
I morti in totale superano così quota 9100. Quanto ai nuovi positivi, sono 4401. La crescita è stata del 7,4% rispetto a ieri. Il numero totale di casi rilevati dall’inizio della crisi è di oltre 86400, un numero superiore a quello della Cina.
Quanto alla Lombardia, i morti sono stati 541, 154 in più di ieri. I nuovi casi sono stati il 6,9% in più di ieri. Da qualche giorno cresce il numero di tamponi.
Preoccupa il dato dei pazienti in terapia intensiva: sono 1292. Il limite è raggiunto ed è stato necessario trasferire 75 pazienti in altre regioni.
Il presidente lombardo Fontana ha detto: “La curva si sta stabilizzando, si sta consolidando, io penso che stia per iniziare la discesa“. È già possibile individuare una tendenza?

 

Mattarella parla ancora alla Nazione. E alla Germania

(di Luigi Ambrosio)

Lo aveva fatto all’inizio della pandemia, era il 5 marzo, per preparare gli italiani alle misure, dure, di contenimento del virus. E lo ha fatto di nuovo questa sera.
Sergio Mattarella ha tenuto un discorso alla Nazione. E stavolta ha fatto capire che il tempo dei sacrifici, della quarantena, dello stare a casa e delle saracinesche abbassate continuerà dopo il 3 aprile, data fissata nel primo decreto del presidente del consiglio.
Anche quest’oggi vi è un numero dolorosamente elevato di nuovi morti. Però quel fenomeno fa pensare che le misure di comportamento adottate stanno producendo effetti positivi e, quindi, rafforza la necessità di continuare a osservarle scrupolosamente finché sarà necessario“.
Mattarella richiama, di nuovo, le forze politiche all’unità, ed è l’ennesimo schiaffo a Salvini e alla sua propaganda permanente contro il governo. Soprattutto, sul piano politico, per la seconda volta Mattarella si rivolge anche agli altri Paesi europei.
Nell’Unione Europea la Banca Centrale e la Commissione, nei giorni scorsi, hanno assunto importanti e positive decisioni finanziarie ed economiche, sostenute dal Parlamento Europeo. Non lo ha ancora fatto il Consiglio dei capi dei governi nazionali. Ci si attende che questo avvenga concretamente nei prossimi giorni“.
Più chiaro di così è difficile. Mattarella non li nomina, ma nel mirino ci sono la Germania e i paesi del nord Europa, che sono si oppongono ai coronabond che consentirebbero di condividere il peso del debito per far fronte ai danni del virus sull’economia. Peso che sarà enorme.

L’Europa deve svegliarsi

(di Michele Migone)

La Storia è stata spesso citata nei discorsi dei leader europei in questi giorni. Lo ha fatto Angela Merkel nel suo messaggio alla Nazione per l’ora più buia della Germania da 80 anni a questa parte, l’ha richiamata come metro di giudizio delle scelte politiche di Bruxelles Ursula Von Dêr Layden, l’ha evocata Giuseppe Conte in Parlamento come giudice ex post delle azioni intraprese dal suo governo in questa crisi.
Mario Draghi non l’ha mai citata, ma l’ex capo della BCE è stato una delle poche figure a livello europeo in grado di dire ciò che i leader devono dire quando la Storia li mette alla prova: indicare una direzione di marcia. Il suo intervento sul Financial Times è stato molto chiaro: bisogna fare debito per salvare il lavoro. Bisogna farlo e bisogna farlo ora perché se aspettiamo, poi sarà troppo tardi e milioni di persone subiranno gli effetti della recessione economica portata dalla crisi coronavirus.
È il Draghi del “Whatever It takes“, del “Qualsiasi mezzo “per salvare l’Euro. Una capacità di cogliere il momento e la sua urgenza che purtroppo manca, anche in questo frangente, alla stragrande maggioranza dei leader europei. Si sono presi due settimane di tempo per decidere quali strumenti dovranno essere usati. Al di là della bontà delle proposte fatte, ci saranno Paesi come l’talia che rischiano di uscire a pezzi da questa crisi se non verranno prese decisioni straordinarie, come quelle indicate da Mario Draghi Ma a Bruxelles, come spesso in passato i contrasti vengono diluiti nei rinvii, nell’estenuante ricerca di mediazioni tra interessi e necessità nazionali contrastanti. Un approccio che ha già indebolito il senso dell’Unione presso molti dei suoi cittadini. La storia rischia di rimanere una figura retorica nei discorsi e non la direzione di marcia di una comunità.

Il punto sulla fornitura di mascherine in Italia

(di Andrea Monti)

Sono passate due settimane da quando il Capo della Protezione Civile Borrelli fissò in 90 milioni al mese il numero di mascherine necessarie in Italia, aggiungendo che fino a quel momento ne erano state consegnate “più di 5 milioni”. Cinque giorni fa il commissario Arcuri assicurava che entro il 24 marzo tutte le Regioni le avrebbero avute per operatori sanitari e malati, e che dalla settimana successiva – la prossima – sarebbe iniziata la distribuzione tra i cittadini nel loro complesso.
Gli allarmi da medici che denunciano la mancanza di mascherine, però, non hanno smesso di arrivare. Tre giorni fa il Ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha annunciato la firma di un contratto per l’importazione di cento milioni di pezzi. Poche ore dopo il suo collega per i rapporti col parlamento D’Incà ha sostenuto che alle regioni ne fossero arrivati circa 25 milioni.
Oggi Arcuri ha detto che negli ultimi tre giorni ne sono stati distribuiti quasi 10 milioni. Numeri difficili da verificare. Più facile notare che stavolta il commissario non ha indicato una data entro cui le regioni avranno ciò di cui hanno bisogno: innanzitutto ha detto che gli acquisti nazionali sono complementari a quelli delle regioni, e poi che quelle che non riusciranno a comprare tutto il necessario riceveranno le attrezzature da Roma “il più presto possibile”.
Da capire anche quante mascherine saranno prodotte direttamente in Italia. Oggi Arcuri ha detto che da lunedì un consorzio di aziende ne fabbricherà un milione e mezzo a settimana. Non è chiaro se sia lo stesso gruppo di imprese di cui aveva parlato tre giorni fa, annunciando un volume di pezzi molto maggiore: “Arriveranno a 50 milioni al mese”, aveva detto il commissario.

Scuola e didattica a distanza. A che punto siamo?

(di Anna Bredice)

Una commissione d’esame per la maturità fatta dai professori interni e la certezza che l’anno scolastico non si prolungherà a luglio. Sul fronte della scuola, oltre all’evidenza che il termine del 3 aprile verrà prorogato, si procede a passi graduali e quindi ancora nessuno si lancia nel dire che gli 8 milioni di studenti per questo anno non torneranno a scuola, ma si capisce che il rischio è reale quando la ministra dell’Istruzione Azzolina ipotizza che a settembre l’anno potrebbe cominciare prima, agli inizi del mese.
Finita la terza settimana di didattica a distanza si può fare un bilancio delle luci e delle ombre. Va sostanzialmente meglio: se la scorsa settimana solo il 60% aveva iniziato, ora siamo a due studenti su tre attivi sulle piattaforma per la didattica. Ma le percentuali poco dicono dei tanti che continuano a rimanere esclusi dall’insegnamento on line.
Una ricerca di Skuola.net fatta su 25mila alunni delle superiori evidenzia che il 27% non ha tanti dispositivi a sufficienza in casa per far lavorare i genitori e contemporaneamente i figli con i compiti, molti hanno problemi di rete, e poi ci sono tanti studenti che a disposizione hanno solo un cellulare che si ricarica con la scheda.
È il caso di un un istituto professionale alberghiero a Modena, ma ce ne sono molti altri in tutta italia, “in classe, racconta l’insegnante Giorgia Gallina, abbiamo studenti che hanno famiglie in difficoltà oppure minorenni che arrivano dalle comunità, che hanno solamente il telefono da ricaricare, è impossibile con molti di loro fare lezioni a distanza, eppure sono ragazzi che ce la mettono tutta, e saprebbero come usare i computer per la didattica, cercano l’insegnante al telefono anche solo per un saluto, perché a loro manca la condivisione“.
Per quanto riguarda le valutazioni, è migliorato il sistema di interrogazione a distanza e cominciano ad arrivare i primi voti, ma è ancora difficile capire come saranno i criteri per le promozioni, le bocciature potrebbero essere scongiurate decidendo di far recuperare tutti i debiti l’anno prossimo.

La situazione a Genova e in Liguria

(di Alessandra Fava)

Dall’unità operativa di igiene dell’ospedale dell’ospedale di San Martino di Genova dicono che da sabato scorso i contagi sono in calo anche se oggi si contano altri 51 morti per un totale di oltre 300 deceduti.
Solo il San Martino gestisce 275 ricoverati gravi e oggi ha ricevuto una fornitura di 20 mila litri di ossigeno con una cisterna. Intanto si sono ammalati 110 tra medici e infermieri dopo che sono stati fatti oltre mille tamponi a chi lavora nei reparti di terapia intensiva nei tre ospedali cittadini impegnati nella lotta alla pandemia: San
Martino, Galliera e Villa scassi.
Per il resto i liguri sono tappati in casa da prima delle disposizioni. Per le strade c’è pochissima gente. Ai supermercati e negozi ormai si fa la coda con mascherina e guanti. La distanza sociale è una regola acquisita. Anche le botteghe dei vicoli hanno tracciato strisce rosse o servono alla porta.
Sia nelle imprese private che nel pubblico molti lavorano in smartworking. Il comune di Genova ha mandato a casa circa 2500 su 4.800 lavoratori.
In settimana una commissione e il consiglio comunale si sono tenuti sulle piattaforme internet. Cosi le conferenze stampa in Regione col governatore Giovanni Toti e il sindaco Marco Bucci avvengono in una sala vuota. Al momento c’è un focolaio di COVID-19 nel cantiere per il ponte Morandi in Valpolcevera. Un operaio di una ditta di appalti è risultato positivo e sono stati isolati altri 50 colleghi. La maggior parte di loro era
ospitato in un albergo cittadino. I sindacati chiedono il blocco del cantiere ma il commissario Bucci vuole terminare l’opera per l’estate e la società incaricata dice che misurano la febbre a tutti gli operai ogni giorno.
L’altra preoccupazione sono le navi da crociera: a Genova sono arrivate 2 navi MSC. Una ha a bordo 1100 membri dell’equipaggio da controllare.
Infine una curiosità: vista la carenza di mascherine, nel comune di Ceriana nel savonese un gruppo di volontarie ha creato mille mascherine di auto-protezione con garza e cotone. Le stanno regalando a chi ne ha bisogno.

Papa Francesco e la benedizione ‘Urbi et Orbi’

(di Alfredo Somoza)

Papa Francesco davanti a una piazza San Pietro spettrale e sotto la pioggia ha riconquistato per la Chiesa una centralità che in questi giorni era sfumata. Con una sapiente regia televisiva, Francesco ha voluto essere vicino soprattutto alle famiglie colpite dal lutto in questi giorni terribili, ma anche a chi sta rappresentando la collettività in prima linea: lavoratori della sanità, delle forze dell’ordine, volontari, impiegati dei settori commerciali e industriali. Ma Francesco non poteva farsi sfuggire l’occasione per recapitare altri messaggi, più politici, che si possono riassumere con il passaggio della sua preghiera nella quale implora Dio di salvarci dagli inganni, dalla cattiva informazione e dalla manipolazione delle coscienze. Questo perché è cosciente di come in questi momenti di disorientamento, i veleni e le fake news, mai innocenti, possano aprire profondi solchi nelle nostre coscienze.
L’appello di Francesco è anzitutto di consolazione e di misericordia, ma anche di avvertimento a noi tutti sui pericoli impliciti in questa crisi senza precedenti. Chi attraverso la fede, chi attraverso la ragione, ha ammonito, è importante essere solidali e vigili. Insieme possiamo uscirne, da soli rischiamo di diventare burattini in mano agli imprenditori della paura.

L’andamento dell’epidemia di COVID-19 in Italia

 

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Mario Draghi, il keynesiano riluttante

Mario Draghi

Mario Draghi, il debito pubblico e la “guerra” contro la pandemia COVID-19. L’ex presidente della BCE, in un articolo sul Financial Times del 25 marzo 2020, ha esposto la sua dottrina contro la crisi economica da coronavirus: gli stati – sostiene – devono intervenire subito e senza limiti. Per Draghi la risposta alla crisi “deve comportare un significativo aumento del debito pubblico”. È il crollo di un dogma.

Gli Stati – ha aggiunto l’ex capo della Bce – lo hanno sempre fatto di fronte alle emergenze nazionali. Le guerre sono state finanziate da aumenti del debito pubblico”. Per commentare le parole di Mario Draghi, Memos ha ospitato due economisti: Marta Fana, ricercatrice che si occupa di mercato del lavoro; e Giovanni Dosi della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa.

Un interrogativo su tutti, a proposito del Draghi-pensiero: perchè le guerre si possono finanziare con debito pubblico, mentre lo stato sociale no? Dosi e Fana spiegano le ragioni di Draghi, del suo intervento pubblico, ed evidenziano le omissioni nel discorso dell’ex presidente della BCE.

Perché oggi per Mario Draghi è possibile finanziare con debito pubblico provvedimenti di contenimento di quella che sarà probabilmente una recessione dura in futuro?

Giovanni Dosi. Perché c’è il riconoscimento della condizione di totale eccezionalità. Il fatto che si possa usare il debito pubblico anche in condizioni normali è una questione diversa. Io non l’ho mai chiesto a Draghi e non posso rispondere per lui, ma credo che in cuor suo abbia sempre pensato che le politiche fiscali vadano usate anche in tempi normali. Oggi però c’è il riconoscimento dei tempi assolutamente eccezionali e le guerre sono cose troppo serie per essere lasciate al mercato. È sempre stato così, persino i liberisti più accaniti e feroci hanno dovuto accettare, durante le guerre, che il debito pubblico venisse innalzato.

Perché una guerra può essere finanziata in debito e non si può finanziare in debito il sistema del welfare state?

Giovanni Dosi. Questo è un bel paradosso. Io penso che anche il welfare state e le misure normali e universali di protezione debbano essere finanziate in debito. Questo però non è parte della visione dominante della politica europea. A me sembra già tanto che una figura autorevole come Draghi abbia riconosciuto che il capitalismo da solo non è auto-regolatore, specialmente in casi come le guerre. La mia opinione è che bisognerebbe finanziare anche welfare state in debito se necessario.

Draghi nell’articolo dice che in questo contesto è necessario che lo Stato predisponga un bilancio pubblico per proteggere i cittadini e l’economia dagli shock di cui il settore privato non è responsabile. Cosa significa questo riferimento alla irresponsabilità del settore privato?

Giovanni Dosi. Secondo me faceva riferimento al fatto che tipicamente nell’ideologia standard se uno perde sono fatti suoi. Questo è uno shock generalizzato, è come se fosse caduta una bomba atomica sul sistema produttivo. Se i privati non riescono a pagare i debiti e non riescono a servire i clienti non è colpa loro.

Draghi sostiene che ci voglia un intervento massiccio dello Stato, finanziato anche con debito pubblico, senza preoccuparsi. Bisogna farlo in fretta, prima che tutto il sistema si blocchi. Dosi ci ricorda che forse bisogna andare anche oltre questo tipo di intervento e cominciare a dire che cosa bisogna fare e che cosa bisogna produrre.

Marta Fana. Il professor Dosi aggiunge un pezzo che Draghi non è riuscito a dire: lo Stato non è soltanto un meccanismo che regola i grandi fallimenti di mercato, ma dev’essere un soggetto attivo. Draghi ammette due cose. Da un lato ammette che il debito è una variabile politica da usare non soltanto in tempo di guerra. Dall’altro lato ammette l’incapacità del mercato di aggiustarsi da solo quando esistono questi shock.
Quello che manca nelle parole di Drago è quello che avviene dopo, cioè cosa fa lo Stato. Come ha detto il professor Dosi, noi ci siamo ritrovati un’economia che non è in grado neanche di far fronte produttivamente alle proprie necessità più urgenti come le mascherine o i ventilatori. Draghi continua però a mantenere la centralità dell’impresa nella capacità di ricostruire subito dopo l’emergenza. Per l’emergenza c’è lo Stato, che salva le imprese e queste saranno poi il soggetto centrale attraverso il quale potrà ripartire l’economia. Il discorso di Draghi appare un po’ particolare quando continua a dire che serve liquidità su tutti i fronti per le imprese, senza però entrare nel merito: dobbiamo garantire la liquidità per le spese correnti e questa perdita di reddito attuale o se dobbiamo andare a garantire anche i profitti. La domanda che farei a Draghi è: dobbiamo salvare la struttura produttiva italiana così com’è o dobbiamo trasformarla in qualcosa di più solido?

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COVID-19 in Mozambico: 7 casi confermati e solo 2mila tamponi disponibili

AVSI in Mozambico

La pandemia di coronavirus COVID-19 ha raggiunto anche l’Africa ormai da qualche settimana, dall’Egitto all’Algeria, dal Cameroon al Mozambico. I dati forniti dall’Africa Centres for Disease Control and Prevention (CDC) rivelano 3.234 casi di COVID-19 confermati in 46 Paesi, 83 decessi e almeno 254 guariti. La Regione più colpita resta il Nordafrica con 1.249 casi e 60 decessi, seguita dall’Africa australe con 972 e un morto.

In Mozambico, nell’Africa orientale al confine con Sudafrica, Zimbabwe, Malawi e Tanzania, sono stati confermati 7 casi di persone positive al COVID-19 e da questa settimana sono stati imposti la chiusura di tutte le scuole per almeno 30 giorni e il divieto di assembramenti per più di 50 persone.

I cittadini sono molto preoccupati, come confermato a Radio Popolare da Martina Zavagli, responsabile progetti AVSI in Mozambico. L’intervista di Chawki Senouci.

Qui in Mozambico il primo caso è stato confermato domenica. Prima di questo caso, venerdì scorso il Presidente ha fatto un discorso alla Nazione ribadendo una serie di misure che sono state prese. Le persone già dalla settimana scorsa iniziavano ad essere molto impaurite perché in Sudafrica, che è il Paese confinante, ci sono moltissimi casi e in Mozambico ci sono soltanto 2mila tamponi.
Le persone hanno paura, soprattutto perchè vanno a lavorare con mezzi pubblici stipati e con una possibilità di contagio molto alta.

Sono state adottate delle misure restrittive?

Questa settimana tutte le scuole di qualsiasi livello, sia pubbliche che private, sono state chiuse per un mese e sono stati vietati assembramenti di più di 50 persone. È difficilissimo rimanere a casa e sono in molti a ritenere che misure restrittive come quelle in vigore in Italia sarebbero molto difficili da implementare in Mozambico. Tante persone hanno bisogno di lavorare e anche adesso, con 5 casi confermati e quello che sta accadendo nei Paesi confinanti, ci sono già conseguenze come l’aumento dei prezzi dei beni di prima necessità. Questo porterà ancora più problemi alle persone che hanno già difficoltà ad arrivare alla fine del mese.

Una delle raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità è lavarsi le mani. In Africa in molti Paesi c’è però un problema molto grosso con l’acqua. Com’è la situazione in Mozambico?

Qui stiamo lavorando tantissimo sulla prevenzione. Già da settimana si fanno campagne per cercare di spingere i cittadini a lavarsi il più possibile le mani o usare dei gel disinfettanti. Ovviamente in Paesi in cui l’acqua scarseggia questa è una ulteriore sfida. Stiamo facendo tantissimi sforzi per far risaltare questa prevenzione fondamentale in questo momento.

Foto | Fondazione AVSI

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Milano, Bergamo, Brescia e i numeri sottostimati del coronavirus

ospedale san raffaele - terapie intensive

Quanti sono i morti a Milano città? È un numero che non viene mai dato. I decessi con coronavirus, diffusi ogni giorno, sono sempre accorpati per provincia e a scorporati territorialmente. L’ATS, ai microfoni di Radio Popolare, sostiene di non essere attrezzata per fornire questo dato specifico sulla città di Milano. I contagi invece sì, vengono diffusi anche per singolo comune. Questa è la scelta di ATS, Protezione Civile e Regione Lombardia.

Diversi sindaci però la domanda se la pongono e forniscono autonomamente i dati in loro possesso ai propri cittadini e alla stampa, ragionando anche su limiti, affidabilità dei numeri ufficiali, i tamponi che non vengono fatti pre e post mortem.

I dubbi dei sindaci di Bergamo e Brescia

Dopo aver iniziato a denunciare che i dati “ufficiali” diffusi dalle Ats, dalla Regione Lombardia e dalla Protezione Civile fossero sottostimati, molti sindaci di piccoli comuni della bergamasca hanno iniziato a fare il raffronto della media delle morti anagrafiche nel mese di marzo nel decennio precedente, con quelli di quest’anno.
La differenza costituirebbe il numero di morti reali da Covid 19.

Un metodo che il quotidiano locale, L’Eco di Bergamo, sta provando a rendere sistemico per avere una stima reale dei morti in provincia.

Il primo a rompere il silenzio nei grandi comuni è stato il sindaco di Bergamo Giorgio Gori con un Tweet:

A Bergamo, dall’1 al 24 marzo, i decessi dei residenti sono stati 446: 348 più della media degli ultimi anni (98). I decessi ufficialmente dovuti a #Covid19 nel periodo sono 136. Ce ne sono 212 in più“, scrive il sindaco di Bergamo, secondo cui dunque, nella sua città, ci sarebbero 212 morti da Covid non ufficialmente registrati perché mai nessuno li ha testati, che porterebbero il totale al triplo dei dati uffficiali. “Con una mortalità all’1,5-2%, i contagiati in città sarebbero tra 17 e 23mila“, rispetto ai circa 7000 ufficiali, conclude Gori.

È un problema che si stanno ponendo anche a Brescia, dove i morti ufficiali sono 166 ma da giorni il sindaco Del Bono, come i medici di base, sottolineano che il dato di vittime e quindi dei contagi è di molto sottostimato, anche se sotto i livelli di Bergamo.

Così anche il Giornale di Brescia, che analizzando i numeri dei comuni più colpiti della Bassa Bresciana, Manerbio e Orzinuovi, ha osservato che il dato dei decessi reali è 4 volte superiore a quello degli scorsi anni.
Un’operazione di trasparenza per informare e rendere più consapevoli i cittadini, e dare anche alle autorità preposte la reale dimensione del contagio. Un’operazione di trasparenza per informare e rendere più consapevoli i cittadini, e dare anche alle autorità preposte la reale dimensione del contagio.

Coronavirus a Milano. L’impianto per le cremazioni è saturo

Il sindaco di Milano Giuseppe Sala, invece, no. Dei numeri della propria città non parla proprio. A Palazzo Marino sostengono di non avere questo numero e che Sala non sarebbe interessato né a chiederlo, né che venga reso pubblico. “Non serve in questo momento, non aggiungerebbe niente all’emergenza coronavirus“, dicono a Milano. Non lo chiedono neanche i giornalisti.

Eppure di motivi validi per saperlo ce ne sono almeno due. Il primo: la vasta Città Metropolitana di Milano conta 131 comuni, sapere se i morti con coronavirus sono concentrati di più al confine con la provincia di Bergamo, di Cremona, di Pavia o dentro Milano, direbbe parecchio, in questo momento.

Il secondo motivo: chi decide cosa quali notizie i cittadini possono avere e quali no.
Alle richieste di informazioni su Twitter, dal comune di Milano è arrivata questa risposta: “I dati sul contagio vengono diffusi ogni giorno dalla Regione Lombardia e dalla Protezione Civile”. Ma al comune di Milano si chiede il numero dei decessi, dato che come abbiamo visto stanno diffondendo tanti altri comuni.

Intanto l’impianto per le cremazioni di Lambrate è saturo. Il Comune di Milano ha bloccato le cremazioni per coloro che sono morti in città ma non sono residenti perché a causa dell’emergenza coronavirus i tempi di attesa dei feretri per le cremazioni ora arrivano anche a dieci giorni dal decesso, “in considerazione dei tempi di stazionamento dei cadaveri presso le camere mortuarie ospedaliere“, si legge nella disposizione.

di Letizia Mosca e Massimo Alberti

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Italia in isolamento: la situazione a Sedriano

Comune di Sedriano

Com’è la situazione a Sedriano in queste settimane di emergenza e di isolamento? Il sindaco Angelo Cipriani racconta a Radio Popolare come il comune di Sedriano, 12.200 abitanti ad ovest di Milano, sta gestendo la comunicazione coi cittadini grazie a dei video serali in cui informa la popolazione e risponde alle richieste che gli giungono via mail nel corso della giornata.

L’intervista di Serena Tarabini a Fino Alle Otto.

Com’è la situazione nel comune di Sedriano?

A Sedriano siamo a 30 persone positive, un dato che ci arriva dalla piattaforma ATS.

Avete tutto sotto controllo dal punto di vista della gestione di questi casi?

Queste persone sono attualmente in quarantena e vengono monitorate giornalmente dalla polizia locale, dei carabinieri e dai servizi sociali. Vengono contattate ogni giorno per verificare che effettivamente siano in casa o tramite telefono o andando direttamente a citofonare. Fin ad oggi non abbiamo avuto segnalazioni di qualcuno che non ha rispettato queste restrizioni.

I positivi sono tutti a casa?

No, una parte è a casa, un’altra è ricoverata. Ieri abbiamo avuto anche un decesso, Don Luigi, il parroco di Sedriano. Purtroppo aveva delle malattie pregresse importanti.

Si sta tenendo in contatto coi suoi cittadini?

Sì, è fondamentale fornire costantemente informazioni e aggiornamenti. Col susseguirsi dei decreti le persone sono in difficoltà nel capire cosa possono fare e non fare. Il metodo che ho adottato è stato quello di fare dei video serali da inoltre ai cittadini in cui fornisco tutti gli aggiornamenti, faccio delle raccomandazioni e rispondo alle domande che mi arrivano ogni giorno via mail da parte dei cittadini.

Quali sono le problematiche più frequenti che si trova a dover gestire a Sedriano?

Certamente stare dietro a tutte le direttive che arrivano e cercare di interpretarle insieme a tutti i funzionari per fornire risposte chiare ai cittadini. Stiamo anche dando un aiuto a tutte le persone che si trovano in difficoltà per fare la spesa o reperire i medicinali grazie al personale dei servizi sociali e un gruppo di volontari.

Foto dalla pagina Facebook del sindaco di Sedriano Angelo Cipriani

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Che cosa è successo oggi? – Giovedì 26 marzo 2020

Accettazione COVID

Il racconto della giornata di giovedì 26 marzo 2020, attraverso le notizie principali del giornale radio delle 19,30, dalle enormi difficoltà del governo spagnolo di gestire l’emergenza alla situazione nel Lazio e la completa riorganizzazione del sistema sanitario regionale. L’informativa di Giuseppe Conte al Senato anticipa una maggiore collaborazione del governo con le opposizioni per i prossimi decreti. I grafici di Luca Gattuso sull’andamento dell’epidemia di COVID-19 in Italia.

Le difficoltà del governo spagnolo nella gestione dell’emergenza

(di Giulio Maria Piantadosi)

Il governo spagnolo sembra essere incapace di gestire l’emergenza. L’acquisto centralizzato di guanti e mascherine non funziona. I 640.000 test rapidi fatti arrivare in Cina sono risultati difettosi e Madrid ha dovuto rispedirli indietro.
La vicenda ha dato molto fastidio a Pechino, che ha accusato la Spagna di comprare il materiale a un laboratorio non certificato. Intanto negli ospedali la situazione continua ad essere disperata. Molti pazienti sono ancora ricoverati in sale d’aspetto in attesa di essere derivati all’ospedale da campo aperto alla Fiera di Madrid.
Re Felipe VI ha visitato i capannoni, dove sono stati aggiunti altri 250 posti letto, ma la crisi è nelle unità di terapia intensiva. Adesso preoccupa anche la Catalogna. I casi stanno aumentando esponenzialmente e si registrano già quasi 12.000 casi. A Madrid le autorità locali parlano di oltre 50 mila casi non diagnosticati soli nella capitale.
Ieri il Parlamento ha rinnovato fino all’11 aprile lo stato di allarme. Tanto l’opposizione di destra, come gli indipendentisti chiedono a Sánchez la chiusura totale del paese. Ma il governo, con già 1 milione e mezzo di lavoratori in cassa integrazione, si oppone per evitare di danneggiare ancora di più l’economia de Paese. Anche le previsioni della Banca di Spagna sono fosche e annunciano che le famiglie si avviano verso una crisi inedita in decenni.

Spagna, come si è arrivati alla situazione attuale?

(di Emanuele Valenti)

Pochi giorni fa il presidente del governo spagnolo, Pedro Sanchez, disse che il peggio doveva ancora arrivare. Aveva ragione. Nel giro di poco i numeri si sono avvicinati, e continuano a farlo, a quelli dell’Italia. L’accelerazione è stata ancora più breve, e se si considerano decessi e contagi sulla base della popolazione totale, la Spagna è quasi la regione più in difficoltà di tutto il mondo. In proporzione le vittime sono tre volte quelle dell’Iran, e ben 40 volte quelle della Cina, da dove era partito il coronavirus.
Oggi le autorità sanitarie hanno detto che i numeri sono aumentati leggermente meno rispetto a ieri. Questa è l’unica buona notizia della giornata. I particolari di un acquisto dalla Cina di test per verificare l’infezione da coronavirus stanno confermando, proprio in queste ore, la confusione nella gestione della pandemia e l’incapacità del sistema sanitario di fronte a un’emergenza come questa. Considerazione che ovviamente riguarda anche altri paesi.
Ma per quale motivo la Spagna si trova in questa situazione? L’Italia, il paese al centro della diffusione del virus in Europa, è relativamente lontana. E in ogni caso i due paesi non condividono un confine terrestre. Più vicino all’Italia ci sono Francia, Svizzera, Austria, Slovenia. Che hanno numeri molto molto più bassi.
Che cosa può essere successo? Ci possiamo limitare ad alcune considerazioni. Sappiamo della famosa partita di Champions League a San Siro, a Milano, tra Atalanta e Valencia il 19 febbraio.
Tra fine febbraio e i primi di marzo le grandi città spagnole, a partire da Madrid, facevano ancora una vita completamente normale, quindi come da tradizione con molta gente per le strade e nei locali, soprattutto la sera.
L’8 marzo, una settimana prima del lockdown, c’erano ancora manifestazioni, conferenze, incontri, eventi sportivi. Pochi giorni dopo 3mila tifosi dell’Atletico Madrid andarono fino a Liverpool per un’altra partita di Champions League.
E quando sono arrivate le prime restrizioni la loro applicazione è stata lenta, macchinosa e non coordinata. Quando Madrid ha chiuso scuole e università la gente ha avuto la possibilità di andare ancora in giro, di tornare a casa, addirittura di andare al mare o in montagna.
Lo stesso errore – anche adesso va ricordato – si è ripetuto anche in altri paesi.
Il sistema sanitario spagnolo, seppur con più finanziamenti pubblici rispetto ad altre regioni europee, ha solo un terzo dei posti letto pro-capite rispetto a paesi come Germania o Austria. Anche se la situazione è migliore rispetto a Stati Uniti o Gran Bretagna.
La crisi economica del 2008 ha lasciato un segno profondo. Secondo alcuni economisti quando sarà arrivato il momento Madrid avrà bisogno di circa 200 miliardi di euro dall’Europa. Il peggio – diceva Pedro Sanchez – deve ancora venire…

La Regione Lazio riorganizza il sistema sanitario regionale

(di Maria D’Amico)

195 nuovi casi di positività, 11 decessi“. Questi i dati di oggi. Nel Lazio complessivamente i colpiti da Coronavirus sono 1.835 dei quali 844 si trovano a domicilio, 850 negli ospedali e 113 in terapia intensiva. Il bollettino medico che ogni pomeriggio diffonde l’Assessore alla sanità lascia tutti – operatori sanitari, medici, cittadini – con il fiato sospeso sopratutto per il numero di nuovi contagi.
Oggi i centri di diffusione sono stati individuati nelle case di riposo per anziani e negli istituti religiosi che rappresentano un terzo dei nuovi contagiati.
Nel sistema sanitario regionale completamente riorganizzato, sono stati individuati centri hub e spoke dedicati al Coronavirus e realizzati 2.000 posti letto di degenza ordinaria e 450 posti di terapia intensiva. Tutti i grandi ospedali hanno chiuso ambulatori e day-hospital per realizzare reparti COVID e concentrare li il personale medico e sanitario.
Misure eccezionali per non abbassare la guardia, mentre fuori c’è una città deserta con i romani chiusi in casa impauriti dal virus ma anche dai tanti controlli di polizia. Tanta in strada per sconsigliare con verbali e multe, jogging, passeggiatine e tutte le altre attività non autorizzate.

L’informativa di Giuseppe Conte al Senato

(di Anna Bredice)

La costruzione del decreto economico di aprile vedrà un altro percorso rispetto al precedente, il primo a discuterne sarà il Parlamento già domattina con una sorta di cabina di regia tra maggioranza e opposizione: una linea in controtendenza rispetto al precedente decreto che era stato elaborato solo da Palazzo Chigi. Ora si prova ad aprire la strada del dialogo e della condivisione con l’opposizione. Giuseppe Conte ci prova, spinto dal Partito democratico, dai Cinque stelle che sono però più dubbiosi, con un convitato di pietra che si chiama Mario Draghi. “Come ha detto Draghi” è stata la frase più citata questa mattina durante le comunicazioni di Conte da tutti i gruppi parlamentari, principalmente da quelli dell’opposizione, che provano in questo modo a tenere sulla graticola il presidente del Consiglio, ma è anche il Pd ora a chiedere a Conte, attraverso il Ministro dell’Economia Gualtieri, di avere più coraggio, “ci vogliono risposte tempestive” dice una nota dopo la riunione della segreteria a cui ha partecipato a distanza anche Zingaretti, “tempi certi di sblocco della liquidità e sostengo dei redditi“.
Un messaggio chiaro per dire che non basta solo la sospensione dei pagamenti dei mutui o dei contributi, “nessuno deve perdere il lavoro e nessuna impresa deve chiudere“, dicono. “È stato apprezzato, aggiunge il Pd, l’intervento di Draghi per una spinta agli investimenti pubblici come leva”. Un provvedimento quindi che non può pensare solo all’immediato, la scommessa è il riavvio dell’economia quando si ricomincerà a produrre dopo il coronavirus, è chiaro che i 25 miliardi che Conte ha annunciato per aprile, 50 in tutto tra i due decreti, non bastano per affrontare tutto questo e Draghi in qualche modo ha indicato la via da seguire. Da ora in poi è probabile che Conte cambierà modo di agire, coinvolgendo anche le opposizioni, tenendo conto però che il rischio per lui è l’indebolimento politico, soprattutto quando questa crisi finirà.

L’analisi di Vittorio Agnoletto sui dati dell’epidemia diffusi oggi

I numeri dell’epidemia in Italia. Dopo alcuni giorni in cui il rallentamento della curva dei contagi era stato più marcato, oggi si registra un cospicuo aumento di nuovi casi. Il numero delle persone attualmente positive in Italia è di 62mila, quasi 4442 in più rispetto a ieri (nei giorni scorsi questo numero oscillava tra 3500 e quattromila). Aumentano anche le vittime correlate: sono 712 in un giorno, ieri erano stati 683. Complessivamente le persone contagiate dall’inizio dell’epidemia in Italia (inclusi dunque i guariti e le vittime) sono oltre 80mila, un numero ormai quasi pari a quello cinese. Ma in Cina le vittime sono state meno della metà (poco più di 3mila, mentre in Italia sono già oltre 8mila).
I dati sono stati presentati nella quotidiana conferenza stampa della protezione civile. La cosa importante, ha però spiegato il vice capo della protezione civile Agostino Miozzo, è il rallentamento della velocità della curva, che anche i dati di oggi confermerebbero.

 

L’andamento dell’epidemia di COVID-19 in Italia

Foto dalla pagina Facebook della Regione Lazio

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Gli attori di ERT Fondazione leggono “Le tigri di Mompracem” in streaming

ERT Fondazione

La Regione Emilia-Romagna, in collaborazione con ERT – Emilia Romagna Teatro Fondazione, presenta la lettura a puntate quotidiane di un grande classico della letteratura italiana: “Le tigri di Mompracem” di Emilio Salgari. La lettura quotidiana è affidata agli attori della compagnia permanente di Emilia Romagna Teatro.

Ne abbiamo parlato con Claudio Longhi, direttore di ERT – Emilia Romagna Teatro Fondazione. L’intervista di Ira Rubini a Cult.

L’idea è quella di far sognare un po’, anche pensando al modo in cui bizzarro in cui Emilio Salgari ha scritto per tutta la vita portandoci ai quattro angoli del globo senza di fatto muoversi da casa e dal suo studio.
Gli attori non possono stare insieme, vale il rigoroso “Restiamo a casa”. Il progetto è stato sviluppato insieme alla Regione Emilia-Romagna pensando alla possibilità di creare delle dirette streaming in cui gli attori, ciascuno da casa propria, leggono uno o due capitoli del romanzo a seconda della lunghezza per riuscire a rimanere nella mezz’ora quotidiana.

Come siete arrivati a scegliere proprio Emilio Salgari?

Le ragioni sono state tante. Questa stagione di Emilia Romagna Teatro Fondazione aveva un titolo, Bye Bye 900, ed era legata a una riflessione sull’eredità che ci ha trasmesso il secolo scorso. La prima edizione in volume de “Le tigri di Mompracem” fu pubblicata nel 1900 e questo era già un primo collegamento. Poi c’era anche uno strano e del tutto casuale collegamento con la nostra contemporaneità: un autore che vive a casa e da casa sognava il Mondo. Questo mi sembrava particolarmente interessante per riflettere su quanto sta accadendo nel Mondo. Mai come ora abbiamo la percezione del nostro essere nel villaggio globale. E poi è anche un testo di straordinaria ricchezza. Normalmente siamo abituati a pensare Salgari come una sorta di autore minore, ma di fatto è un autore che ci consegna un’immagine straordinaria dell’Italia in una fase nevralgica della sua storia. È il correlato oggettivo italiano della letteratura coloniale che ci consegna un ritratto della nostra nazione in quel momento. Credo che Salgari sia un autore godibilissimo e che offre tanti spunti di riflessione che in un momento come questo è bene frequentare.

La lettura in 20 puntate de “Le tigri di Mompracem” sarà trasmessa quotidianamente alle 18.30 a partire da giovedì 26 marzo 2020 attraverso i seguenti canali:

Lepida TV (canale 118 del digitale terrestre)
Canale YouTube LepidaTV
Portale Emilia-Romagna Creativa
Pagina Facebook Cultura Emilia-Romagna
Canale 5118 di Sky nell’ambito del cartellone #laculturanonsiferma

Foto dalla pagina Facebook di ERT – Emilia Romagna Teatro Fondazione

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Italia in isolamento: la situazione a Gessate

Comune di Gessate

Com’è la situazione a Gessate in queste settimane di emergenza e di isolamento? La prima cittadina Lucia Mantegazza racconta a Radio Popolare come il comune di Gessate, 8.700 abitanti alle porte di Milano, sta gestendo la comunicazione coi cittadini offrendo numerosi servizi per affrontare l’emergenza senza lasciare indietro nessuno.

L’intervista di Serena Tarabini a Fino Alle Otto.

Com’è la situazione nel comune di Gessate?

Ad oggi siamo a 15 casi e tre decessi. È di ieri sera una bellissima notizia, siete i primi con cui la condivido: uno dei casi è ufficialmente guarito, me lo hanno scritto ieri sera su Whatsapp e sono molto felice perché ho condiviso con tutti i casi positivi tutto il percorso. Sento quotidianamente le persone positive o i loro familiari, hanno tutti il mio numero personale e sanno che possono chiamarmi in qualsiasi momento.

La persona guarita si trovava in ospedale?

Non avervi sintomi gravi, è un operatore sanitario non ricoverato in ospedale. È stato uno dei primi casi e il recupero è stato molto lungo.

Voi state tenendo la situazione sotto controllo in maniera capillare.

Sì, abbiamo messo in campo diverse azioni, non soltanto per le persone in isolamento, ma anche per la fascia più fragile dei cittadini come gli anziani, i malati cronici e le persone con disabilità. Abbiamo messo a disposizione dei cittadini due numeri: un numero per le informazioni, attivo 24 ore su 24, e il numero dei servizi sociali per l’attivazione dei servizi che come Comune di Gessate offriamo a domicilio. Possiamo tenere attivo questo servizio grazie ai volontari della Protezione Civile e ai cittadini che si sono offerti volontari senza che neanche li andassimo a cercare. Grazie a loro riusciamo a garantire alle persone la consegna dei beni di prima necessità.
Un’altra attività che abbiamo proposto ha coinvolto i commercianti e le attività sul territorio. Già da prima dell’entrata in vigore del Dpcm dell’8 marzo abbiamo cercato di fare una rete con tutti i commercianti di Gessate e lanciato il progetto della spesa a domicilio, ufficialmente attivo dal 9 marzo. Parallelamente promuoviamo anche lo sportello psicologico di ATS, che ha messo a disposizione un supporto psicologico per i cittadini che hanno difficoltà in questo periodo. La gente ha paura, tutti hanno paura, non soltanto i positivi. Psicologicamente inizia a pesare anche a me, si sentono davvero tante storie difficili, ma c’è anche tanta speranza. Il tema psicologico non deve essere preso alla leggera, ma deve essere affrontato fortemente.
Un’altra iniziativa che abbiamo lanciato ad inizio di marzo, quando abbiamo visto che le misure restrittive si prolungavano, è stato chiedere a tutte le associazioni e alle cooperative che lavorano sul territorio di mettere in campo delle azioni per non far sentire soli i cittadini. Abbiamo creato una sezione sul sito del Comune, Gessate Resta A Casa, in cui raccogliamo i link e le iniziative proposte per aiutare a superare l’isolamento.

Lei era tra gli oltre 80 sindaci della Città Metropolitana di Milano che si sono rivolti alla Regione Lombardia chiedendo un cambio di strategia. Come è nata questa iniziativa e quali soluzione proponete?

Sì, abbiamo inviato ieri una lettera al Regione per chiedere un cambio di strategia. Fortunatamente sui comuni abbiamo una rete di medici e pediatri e grazie a questo riusciamo ad avere dei dati reali prima che ci vengano notificati. Si evince che le quarantene sono sottostimate e lo stesso vale per i dati ufficiali sia sui casi che sui decessi. Con questa lettera abbiamo chiesto di sottoporre ai tamponi tutti i casi sintomatici riconducibili al COVID-19 che non sono ricoverati in ospedale, così come i familiari e le persone con cui sono entrati in contatto. La situazione è sottostimata e probabilmente ci sono più persone positive al COVID-19 di quanto dicano i dati ufficiali.

Foto dalla pagina Facebook del Comune di Gessate

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Che cosa è successo oggi? – Mercoledì 25 marzo 2020

Attilio Fontana - Regione Lombardia

Il racconto della giornata di mercoledì 25 marzo 2020, attraverso le notizie principali del giornale radio delle 19,30, dagli errori della Regione Lombardia nella prima fase dell’epidemia di coronavirus COVID-19 allo slittamento delle scadenze dei documenti personali. L’informativa del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte alla Camera dei Deputati, l’analisi di Vittorio Agnoletto sui dati diffusi oggi dalla Protezione Civile e i grafici di Luca Gattuso sull’andamento dell’epidemia di COVID-19 in Italia.

COVID-19, gli errori del governo della Lombardia

(di Michele Migone)

Gli errori di strategia del governo della Lombardia per combattere il coronavirus sono stati molti. Il primo: non sono stati fatti i tamponi a tappeto per scoprire gli asintomatici, il vero veicolo del virus. I tamponi non sono stati fatti neppure a chi malato, da casa, si rivolgeva al medico di base, o alle persone a lui vicine. La scelta è stata quella di farli solo a chi arrivava in ospedale, con chiari sintomi e in molti casi già grave. Così da una parte si è permesso al virus di diffondersi e dall’altra sono stati messi sotto stress gli ospedali, strutture che nel pubblico avevano già subito tanti tagli.
Senza una diga di controllo a monte, la crisi è stato di fatto ospedalizzata. Ora iniziano a mancare i posti in terapia intensiva. Diversi pazienti sono stati portati fuori dalla Regione. Lo tsunami ha colpito soprattutto nelle zone dei focolai. Tredici medici del Papa Giovanni XXIII di Bergamo hanno firmato una lettera in cui spiegano di lavorare al limite del collasso, costretti a lasciare morire gli anziani. “Gli ospedali possono essere i principali veicoli di trasmissione del virus” – hanno scritto i tredici. Il virus gira per le corsie. Così è spiegata l’alta percentuale di mortalità. La situazione di Bergamo è la più grave. Molto deriva dai focolai di Alzano Lombardo e Nembro. Fontana dice di aver chiesto dai primi di marzo al governo di creare una zona rossa, ma di non aver avuto risposte da Giuseppe Conte. Altre fonti parlano dell’intervento di imprenditori e dei sindaci della Val Seriana, per lo più leghisti, affinché non se ne facesse nulla in nome dell’economia locale. Difficile capire chi abbia ragione. Di fatto, Fontana un’ordinanza per chiudere tutto in quella zona non l’ha mai firmata.

Slittano le scadenze dei documenti personali

(di Andrea Monti)

I provvedimenti approvati in queste settimane dal governo, in particolare il cosiddetto decreto “Cura Italia”, influiscono anche sulle scadenze di una serie di documenti personali. Il Ministero dei Trasporti ha diffuso due circolari che precisano quali sono le proroghe.
Un primo intervento riguarda carte d’identità e patenti: quelle scadute o in scadenza nei prossimi mesi saranno valide fino al 31 agosto. I permessi provvisori di guida rilasciati a chi deve sottoporsi a un accertamento sanitario davanti a commissioni locali saranno utilizzabili fino al 30 giugno. Stessa data limite per i fogli rosa in scadenza tra 1° febbraio e 30 aprile e per gli esami di teoria per la patente, che potranno essere fatti dopo i normali 6 mesi dalla presentazione della domanda. Proroga anche per le revisioni: chi doveva farle entro il 31 luglio avrà tempo fino al 31 ottobre. Le assicurazioni auto e moto in scadenza tra 21 febbraio e 30 aprile resteranno utilizzabili per 30 giorni dopo il termine, invece dei canonici 15. In tre regioni – Lombardia, Piemonte ed Emilia Romagna – è stato rinviato al 30 giugno il termine per i bolli in scadenza tra 8 marzo e 31 maggio.
Infine le multe: su quelle consegnate dal 17 marzo al 31 maggio si può avere uno sconto del 30% se vengono pagate entro 30 giorni, contro i normali 5.

Verso una stretta per i furbetti delle autocertificazioni

(di Massimo Alberti)

Sono stati persi altri giorni preziosi, ma il nuovo accordo tra governo e sindacati fa passi avanti rispetto al decreto di domenica riscritto da confindustria. Ci sarà un nuovo decreto del Ministero dello Sviluppo economico che in sostanza cambia l’allegato: nella bozza della nuova lista -sempre che di nuovo non venga cambiata – c’è una decisa sforbiciata ai codici autorizzati soprattutto nel settore chimico e metalmeccanico.
Stretta anche sui call center che non potranno fare marketing. Non cambia il corpo del decreto, dove si consente la produzione alle aziende ritenute strategiche e alle aziende che dovrebbero garantire le filiere essenziali, che lascia comunque molti margini alle imprese.
Il Ministero della Difesa scriverà una lettera alle industrie dell’aerospaziale e d’armi, invitandole a valutare la chiusura di parte delle produzioni, e la valutazione di impresa strategica non sarà più affidata solo al Prefetto ma anche alla consultazione sindacale.
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