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    una puntata dedicata a quei batteristi che si sono poi cimentati in progetti solisti o in band alternative, a partire…

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“Spegniamo la guerra, accendiamo la pace”. Il 25 gennaio la mobilitazione contro le guerre e le dittature

"spegniamo la guerra, accendiamo la pace"

Spegniamo la guerra, accendiamo la pace“. Questo è lo slogan della mobilitazione internazionale in programma per sabato 25 gennaio. In Italia sono già più di 50 gli eventi in programma da una parte all’altra del Paese, a cominciare dalla manifestazione che si terrà a Milano in piazza del Duomo a partire dalle 15.30.

Ne abbiamo parlato con Franco Uda, componente della presidenza nazionale dell’Arci e membro del collettivo che sta organizzando le manifestazione. L’intervista di Serena Tarabini a Fino alle Otto.

Cosa vi spinto in questo momento ad organizzare una manifestazione internazionale per la pace?

Le cose sono precipitate dopo l’omicidio del generale Soleimani da parte degli Stati Uniti. Quell’atto ha rischiato di farci entrare in una spirale molto pericolosa. La preoccupazione è aumentata in tutto il Mondo e questo ci ha indotto a muoverci e collegarci con la chiamata del movimento statunitense contro la guerra che ha fissato la data del 25 gennaio per la mobilitazione.
La cosa più rilevante è stata il modo in cui questa cosa è stata trattata in tutto il Mondo dai media. Se ne è parlato soltanto da un punto di vista geo-politico e di convenienza dei governi. Almeno dal 2011 la Siria sta vivendo una situazione difficilissima in cui la popolazione civile ha patito più di tutte gli accordi e i vertici e i movimenti delle grandi potenze. Noi invece vogliamo provare ad uscire da questa narrazione per rifocalizzare quello che accade veramente nella guerra: l’unica vittima è la popolazione civile.

Il movimento pacifista ha segnato con grandi eventi delle tappe fondamentali della nostra storia civile. Qual è lo stato di salute del movimento pacifista in Italia?

Questa è una domanda che negli ultimi anni ci hanno rivolto spesso. C’è un fraintendimento da questo punto di vista, perché si pensa che il termometro per stabilire qual è la temperatura di questo soggetto che chiamiamo movimento pacifista sia la capacità di scendere in piazza, ma è una misurazione assolutamente parziale. Il movimento pacifista nel nostro Paese ha proseguito la propria azione anche in un momento di oggettiva difficoltà nel convocare manifestazioni e mobilitazioni di massa. È una difficoltà percepibile che avvertono tutti, anche le grandi organizzazioni di massa.
Il movimento pacifista in questi anni non si è ritirato, ma ha studiato, si è riorganizzato e ha provato ad affrontare una fase differente della società e della vita pensando che dovesse anche provare a cogliere delle nuove sfide.
Bisogna essere onesti: la società civile non può limitare la propria azione soltanto alla mobilitazione di massa. Questo è un aspetto, uno strumento che abbiamo a disposizione e che stiamo usando in questa occasione, ma ne abbiamo anche altri. Abbiamo usato tantissimo in questi anni la dinamica dell’advocacy e delle campagne, ma anche delle proposte di legge. Queste sono forme che la società civile deve saper utilizzare e metterle insieme alla possibilità di scendere in piazza.
Da questo punto di vista in questi anni si è prodotto tanto. Proprio a Milano nel prossimo fine settimana ci sarà una cosa importantissima, che magari non farà tanto notizia: le due più grandi reti del nostro Paese, la rete della Pace e la rete del disarmo, andranno a fondersi insieme.

Qual è il messaggio che verrà lanciato con la manifestazione di sabato?

Ce ne sono diversi. Sicuramente la rifocalizzazione dell’attenzione verso le popolazioni locali e le dinamiche sociali che hanno caratterizzato e che hanno attraversato in questo periodo il Medio Oriente.
La richiesta di maggiori diritti da parte di quelle società ci fa anche riflettere sul tema stesso della democrazia, che altro non è se non uno strumento per attutire e riequilibrare una divaricazione che sta diventando sempre più ampia nel Mondo: la divaricazione tra le politiche dei governi e i bisogni dei governati.
L’altro messaggio è quello di risincronizzare le cose sul Mondo intero. Da questo punto di vista il movimento Fridays for Future ha fatto delle cose importanti: ha rimesso al centri una sincronia del Mondo intero. Non ce la caviamo più se pensiamo che il nostro Paese sta bene, non è in guerra ed è una democrazia compiuta se poi a qualche centinaio di chilometri da casa nostra ci sono i conflitti.

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Ascanio Celestini arriva al Carcano di Milano con lo spettacolo Barzellette

Ascanio Celestini

Il drammaturgo Ascanio Celestini si prepara a debuttare al Carcano di Milano con Barzellette, lo spettacolo tratto dal libro scritto dallo stesso Celestini edito da Einaudi e già portato in giro per l’Italia dallo scorso novembre.

Ne abbiamo parlato proprio con Ascanio Celestini oggi a Cult. Ecco un estratto dall’intervista di Ira Rubini.

Non penso che tra di noi ci sia qualcuno che non ha mai ascoltato una barzelletta e molto probabilmente la maggior parte delle persone ne hanno anche raccontate, magari anche mettendo le mani avanti dicendo di non saperle raccontare o di non saperlo fare bene. La barzelletta è un tipo di scrittura orale ancora diffusissima e incredibilmente viva, ma per capire qualcosa di più sulle barzellette dobbiamo immaginarle come un gioco. Tutto quello che diciamo intorno alle barzellette – “Io non so raccontarle”, “Io non le capisco” o “Mi dimentico il finale” – funziona proprio come con i giochi. Io a tennis non so giocare, alcuni sport non li capisco perché non conosco le regole. È lo stesso con le barzellette, pensiamo che siano un gioco e proviamo a darci una risposta alle domande che ci facciamo sempre sulle barzellette. Gli scacchi sono come una guerra, ma non muore nessuno. Quando da ragazzini giocavamo a guardie e ladri nessuno finiva in galera, quando giocavamo a indiani e cowboy nessuno moriva. Con le barzellette è la stessa cosa.

Nel corso della mia vita ho notato che, viaggiando molto per l’Europa, una serie di barzellette mi venivano riproposte con modalità simili, ma diverse. I carabinieri, come fai notare anche tu, in Francia diventano i belgi.

Sì, è quello che succede in tutta la scrittura orale. Mia nonna raccontava la storia del galletto e della gallina che hanno fame e vanno a piazza San Pietro e nella raccolta delle fiabe russe di Afanas’ev c’è la stessa storia, solo che i due vanno da un’altra parte. Persino dei giochi dei bambini come il linguaggio farfallino lo ritroviamo in tutto il Mondo. Idem con le barzellette. In Russia ci sono barzellette sulle guardie che girano in tre. In Italia si dice che girano in due perché uno legge e uno scrive, mentre lì il terzo è quello che controlla i due intellettuali.

Lo spettacolo, come tu lo definisci, è “uno spettacolo per tutti da fare dappertutto”.

Io cerco sempre di immaginare i miei spettacoli come possibili ovunque ed accessibili a chiunque abbia voglia di metterci un po’ di attenzione. Noi possiamo fare spettacoli ovunque e spesso abbiamo fatto spettacoli in luoghi più insoliti. Uno dei miei primi spettacoli fu nella libreria de Il Manifesto a Roma, dove tra il palchetto e il soffitto c’era una distanza di due metri e la mia scenografia era alta qualche centimetri più di due metri. Ci siamo adattati e abbiamo fatto lo spettacolo.

Questo spettacolo, possiamo dirlo, non è mai uguale sera dopo sera. C’è una storia di base, ma c’è anche molto spazio per l’improvvisazione. Giusto?

Sì, perché in generale i miei spettacoli nascono così. Anche sui volantini che stiamo stampando in questi giorni abbiamo scritto “liberamente tratto dal libro Barzellette di Ascanio Celestini”. Sembra un’assurdità visto che io ho scritto il libro, io sto in scena e lo spettacolo si chiama come il libro. C’è una storia di fondo, quella di un ferroviere che per metà della sua carriere lavorativa sta in una piccola stazione, mentre per l’altra metà gira il Mondo.

Il viaggio che tu fai nello spettacolo attraverso le barzellette ci rivela anche come una barzelletta può funzionare o non funzionare. Come dicevi all’inizio, le barzellette sono per tutti, ma non tutti sono per le barzellette.

Esatto, è come i giochi. Se vedo due persone che giocano a scacchi riesco a capire a cosa stanno giocando e riesco anche a seguire un po’ il gioco, ma se devo giocare a scacchi contro un maestro perdo dopo la terza mossa. Lo stesso vale per le storie e le barzellette: possiamo seguirle e possiamo capirle, ma non è detto che siamo in grado di raccontarle.

Barzellette di Ascanio Celestini sarà al Teatro Carcano di Milano dal 24 al 26 gennaio 2020.

Foto dal profilo Facebook di Ascanio Celestini

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“Ma lei spaccia?”. L’avvocata Cathy La Torre difende il giovane accusato da Matteo Salvini

Cathy La Torre

L’ex Ministro dell’Interno Matteo Salvini, in piena campagna elettorale in Emilia-Romagna e Calabria, due giorni fa ha fatto propaganda sulla pelle di un giovane di 17 anni, Yassin, residente del quartiere bolognese del Pilastro. Il leader della Lega, su suggerimento di una donna residente nel quartiere, ha citofonato in diretta su Facebook al 17enne chiedendogli se fosse uno spacciatore.

Il caso è montato in poche ore. Il senatore Salvini ha diffuso informazioni private di un cittadino incensurato e minorenne, dal nome al palazzo in cui vive. L’avvocata e attivista Cathy La Torre ha deciso di difendere il giovane Yassin e assisterlo nella battaglia legale che inevitabilmente verrà avviata contro l’ex Ministro dell’Interno e la donna che ha fomentato la sua disperata ricerca di consensi senza guardare in faccia nessuno, neanche la legge.

L’intervista di di Serena Tarabini a Fino alle Otto.

Da avvocato come commenta quello che è successo?

La prima cosa che mi viene da commentare è da libera cittadina. Se qualcuno citofonasse al mio portone e mi chiedesse se sono una delinquente o se sono lesbica penso che crederei di vivere in un incubo. Quello che è accaduto l’altra sera a Bologna è qualcosa che sa quasi di rastrellamento. Yassin è un ragazzo incensurato che nella vita gioca solo a calcio, ma anche se lì ci fosse stato un pluripregiudicato, nessuno avrebbe il diritto di farsi giustizia da solo o spettacolarizzare qualcosa come diffondere dati personali. Matteo Salvini l’altra sera, insieme alla suggeritrice, ha violato una serie di norme e la cosa incredibile è che la mamma, che è vero ha perso un figlio molti anni fa per overdose, alla domanda “perché pensa che questo ragazzo 17enne spacci la droga”, ha risposto “perché si veste bene”. Un ex ministro è andato a citofonare ad un ragazzo e alla sua famiglia con un drappello di giornalisti in diretta e ha pubblicato tutti quei dati personali – il nome, il cognome, l’indirizzo e anche il piano in cui abita – sulla base di un’informatrice la cui unica prova era il fatto che il giovane indossasse scarpe Adidas. Questo non solo non è uno stato di diritto, ma è uno stato di delirio. Questo significa essere carne da macello elettorale. Stavolta credo che quello che è accaduto sia stato molto polarizzante. Ho sentito i giudizi di chi di solito difende alcune cose e che stavolta ha pensato che sia stato superato un limite. Oggi è toccato a Yassin, che tra l’altro è un ragazzo italiano, figlio di quelli che si chiamano matrimoni misti e che pare che oggi in Italia stiamo diventando qualcosa di sacrilego.

Ha avuto modo di capire quali sono state le reazioni nel quartiere?

La polarizzazione di cui parlavo è nel dibattito nazionale, perché Bologna sa benissimo da che parte stare e sa benissimo che la parte da cui stare è quella in cui nessun cittadino viene disturbato a casa propria in questo modo. Il Pilastro è totalmente con quella famiglia, una famiglia per bene fatta di un papà e una madre che lavorano e si spaccano la schiena e due figli di cui uno ha dei precedenti penali e vive altrove dopo aver scontato le proprie pene, che tra l’altro nulla hanno a che vedere con lo spaccio di droga.
Il Pilastro, un particolare quartiere di Bologna che negli anni ’90 fu anche lo scenario dei fatti della Uno Bianca, ha organizzato una fiaccolata in solidarietà a Yassin.
Il giovane, lo ho detto anche a me e ad alcuni quotidiani nazionali, ha denunciato ieri che la sua vita è cambiata: “gioco a calcio e tra qualche mese diventerò padre. Non ho mai fatto nulla di male nella vita e voglio solo lavorare e ripristinare la mia reputazione”. Quando si accusa qualcuno bisogna avere le prove, rovinare la reputazione di qualcuno per sentito dire non è una cosa che fa onore a nessuno, specie a chi ricopre una carica pubblica.

Sul piano legale quali sono i passi che avete intenzione di percorrere?

Adesso stiamo discutendo di quante norme sono state violate da Matteo Salvini e dalla sua informatrice che hanno diffamato i miei assistiti. C’è stata chiaramente una diffamazione e tra l’altro il senatore Salvini continua ad andare in qualsiasi trasmissione a difendere le sue azioni. Più dice e più si inguaia. Noi non contestiamo che al Pilastro possa esserci un problema di spaccio, ma intanto il Ministro dell’Interno per 14 mesi è stato lui, non io, e il problema dello spaccio al Pilastro credo sia vecchio quanto il Pilastro stesso. E gli strumenti della giustizia non sono quelli.

Foto dal profilo Facebook di Cathy La Torre

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Emanuele Severino. Stefano Moriggi ricorda il grande filosofo scomparso

Il grande filosofo Emanuele Severino

Ci ha lasciati il grande filosofo Emanuele Severino, scomparso a Brescia all’età di 90 anni lo scorso 17 gennaio e reso noto soltanto in queste ultime ore per sua espressa volontà.

Noi di Radio Popolare vogliamo ricordare Emanuele Severino, uno dei più grandi filosofi, scrittori e intellettuali, insieme a Stefano Moriggi, a sua volta filosofo, saggista e autore. L’intervista di Ira Rubini a Cult.

Emanuele Severino è stato così grande da essere maestro anche di chi non è riuscito a conciliarsi con le apparenti contraddizioni, ma con al contempo il rigore logico e teoretico del suo pensiero. Io sono tra quelli. Ho avuto la fortuna di conoscerlo, di incontrarlo più volte e di discuterci in pubblico e in privato. In Emanuele ho sempre trovato una capacità di ascolto oserei dire sorniona, perché
indagava attentamente le tue osservazioni per tentarne e dimostrarne poi le contraddizioni alla luce del suo pensiero. E lo faceva con un rigore e con una onestà intellettuale che difficilmente ho riscontrato altrove. E anche da questo punto di vista è stato un grande maestro.

Un grande maestro che ha sempre avuto anche a cuore un’idea molto precisa di cultura e di trasmissione della cultura.

Assolutamente sì. Questa è stata una delle sue maggiori attenzioni. Anche chi non si occupa professionalmente di filosofia sa che il pensiero di Severino e i libri di Severino non sono immediatamente comprensibili, richiedono un impegno, un’attenzione e una concentrazione clamorosa. Eppure lui non ha mai ceduto alla banalizzazione e ha sempre ha tentato di portare il rigore di questo suo pensiero che viene da lontano e che pesca dalle radici della cultura greca la sua matrice culturale, per mostrare anche la scena del contemporaneo alla luce di uno sguardo così antico. Per quanto questo suo tentativo di comunicazione fosse difficile e per certi versi drammatico, non ci ha mai rinunciato e ci ha sempre interrogato mettendoci di fronte a quelle aporie che vengono così da lontano, da una Grecia aristotelica e pre-platonica, ma che lui sapeva rendere così esplosive da farle riemergere, per esempio, nell’analisi della questione della tecnica o dell’analisi di un capitalismo riletto alla luce della tecnica. O, ultimamente, dell’emergere in contesti più politici del populismo.

Anche il teatro è sempre stato molto caro ad Emanuele Severino. Ricordo la straordinaria trilogia messa in scena da Franco Parenti e Andrée Ruth Shammah sulla base delle traduzioni di Severino.

A proposito di questo ricordo una presentazione dei Sentieri Interrotti di Heidegger, ripubblicati dall’editore Bompiani, in cui Severino si confrontò con altri grandi maestri della filosofia italiana come Gianni Vattimo, Franco Volpi e Massimo Cacciari. In quell’occasione per proporre la sua lettura polemica della filosofia di Heidegger in teatro usò il teatro. Il suo modo di concepire o rileggere la questione filosofica a lui carissima, quella dell’essere parmenideo, trovava nel linguaggio nella messa in scena teatrale una metafora che il rigore della filosofia pareva non avere ai suoi occhi. E tentava di sostenere le sue tesi, a volte così impenetrabili per i più, usando il teatro come metafora per raccontare l’apparire dell’essere nella sua eternità. E questo credo che sottolinei l’importanza dell’attenzione di Severino per il teatro anche come strumento per fare tecnicamente filosofia.

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Basilicata, 2mila braccianti senza acqua potabile e cure mediche. Il rapporto di MSF

Insediamento informale in Basilicata

Medici Senza Frontiere ha presentato a Matera il rapporto “Vite a giornata. Precarietà ed esclusione nelle campagne lucane“, frutto di quattro mesi di lavoro, tra il luglio e il novembre 2019, in sette insediamenti informali in Basilicata in cui vivono circa 2mila braccianti migranti in condizioni sanitarie e abitative molto critiche.

Abbiamo intervistato l’attrice e regista di origine algerina Nadia Kibout, residente da anni in Basilicata e impegnata in prima persona nel seguire la situazione dei braccianti nelle campagne della regione. Per aver denunciato le modalità con cui è stato condotto lo sgombero di una di queste realtà ha anche ricevuto delle minacce l’estate scorsa.

Ecco un estratto dell’intervista di Serena Tarabini a Fino alle Otto.

È stato un momento un po’ difficile, io ho semplicemente voluto testimoniare il modo in cui avveniva questo sgombero, troppo aggressivo e in condizione di totale insicurezza. Noi eravamo lì a testimoniare e siamo stati scortati molto gentilmente dalla polizia fino ad una certa distanza dalla Felandina, mentre i poveri braccianti venivano costretti ad attraversare la strada con i loro materassi in testa e le bombole a gas tra le macchine e senza nessuna protezione e sicurezza. È stato davvero allucinante. È chiaro che la Felandina non poteva andare avanti così, non si poteva fare altro, ma lo sgombero andava fatto dando a queste persone un altro alloggio, non mandare via la gente e lasciarla per strada.
Dopo lo sgombero di agosto ci sono ancora braccianti che vivono sotto i ponti o nella vicina pineta di Metaponto. Sono condizioni di vita queste? Siamo in pieno inverno e queste persone stanno ancora cercando un alloggio.

Lo sgombero di agosto non ha portato a niente e ce lo conferma anche il rapporto di Medici Senza Frontiere.

Esatto. È stato soltanto un togliere il disturbo, prendere questi ragazzi e toglierli da quel luogo fatiscente senza dare alternative. Hanno proposto ai braccianti un biglietto dei viaggio verso una destinazione a loro scelta in Italia. Cosa significa? Mandarli a creare altre realtà così disumane senza nessuna sicurezza e nessun punto concreto di integrazione? Parliamo di lavoratori che hanno il permesso di soggiorno, ma è un po’ come il gatto che si morde la coda: hanno le carte in regola e hanno contratti di lavoro, ma non riescono a trovare una casa perché nessuno vuole affittare loro casa. Le case vuote ci sono nel Metapontino, si potrebbero aprire e affittare, ma nessuno vuole.
La Presidente della Croce Rossa di Matera ci ha raccontato che il vescovo gli ha chiesto di andare fisicamente a Metaponto per trovare casa a questi ragazzi, offrendosi di pagare l’affitto per un anno. Non si è trovato nessuno disposto ad affittare, neanche con l’affitto pagato per un anno.

C’è una forte diffidenza nei cittadini.

Sì, ma c’è anche un rifiuto dell’altro. È una questione di ignoranza di base che poi sfocia nel razzismo. Lo abbiamo visto in questi ultimi mesi, con un movimento salvinista che ha rovinato tutto il lavoro fatto da tutte le associazioni della zona, anche da Medici Senza Frontiere.
Siamo tornati indietro, rifiutiamo l’altro e non lo vogliamo anche soltanto perché ha la pelle di un colore diverso. C’è proprio un discorso di civiltà che dobbiamo riprendere.

Le amministrazioni locali cosa stanno facendo?

Che io sappia non ci sono interventi da parte di questa amministrazione, la stessa che ha spinto per questi sgomberi accelerando addirittura i tempi. Dopo un incidente in cui aveva perso la vita una giovane ragazza le associazioni sul territorio avevano chiesto di temporeggiare e dare il tempo di trovare delle soluzioni abitative, ma l’amministrazione ha deciso di accelerare i tempi.
Adesso ci sono realtà come il Forum Terre di Dignità che stanno cercando di mobilitare la Regione per trovare delle soluzioni concrete nell’immediato. Questi lavoratori si ammalano e viste le condizioni in cui si trovano a vivere aumenta il rischio di morte.

A proposito di gesti concreti, oggi viene inaugurata una casa di accoglienza. Puoi dirci di cosa si tratta?

Sì, viene inaugurata la casa accoglienza Betania e all’evento parteciperanno anche le istituzioni locali. La buona notizia è che finalmente avremo la possibilità di parlarci in modo diretto. La casa accoglie alcuni dei braccianti che alloggiano nella zona, è stata messa a disposizione dalla curia arcivescovile di Matera.

Foto dal rapporto di Medici Senza Frontiere

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Cesare Picco presenta Alchemy a Radio Popolare. Intervista all’artista

Cesare Picco

Con qualche giorno di anteprima rispetto all’uscita del nuovo disco, Cesare Picco è stato ospite di Radio Popolare per parlare di Alchemy, il suo ultimo lavoro in uscita il 24 gennaio 2020, e per farci ascoltare il primo brano tratto dal disco, Connected.

Ecco un estratto dell’intervista di Ira Rubini a Cesare Picco a Cult.

Il 23 gennaio, in anteprima, uscirà il video di Connected. Il 30 gennaio, invece, ci sarà un concerto in live streaming in collaborazione con Yamaha Europe per presentare l’intero album, Alchemy. Giusto?

Giustissimo. E il 24 gennaio, lunedì, uscirà ufficialmente l’album in digitale.

L’idea di Alchemy è quella di aprire un nuovo orizzonte del suono.

Si cerca sempre di andare avanti. Chi si fa prendere dalla passione dei suoni fin da piccolo, quasi sicuramente non molla mai questo percorso e questa ricerca. In questo momento mi sono ritrovato tra le mani un’idea di suono che parte sempre da quel meraviglioso re della foresta musicale, il pianoforte, uno strumento di una ricchezza e di una infinita potenzialità. Cosa fare di un suono che è ormai nel nostro DNA e trasformarlo in qualcos’altro? In maniera alchemica mi è venuta voglia di mettere mano agli elementi del pianoforte, dalle corde ai metalli che lo costituiscono e dare un’idea del Mondo esattamente come facevano gli alchimisti, manipolando gli elementi della natura.
Ho iniziato questa ricerca sovrapponendo molti strumenti – pianoforti a coda o a corda, più nuovi o più vecchi – e quello che è uscito è per me un’idea: non un pianoforte così come siamo abituati a sentirlo, ma un’insieme di più strumenti a tastiera che dialogano tra loro in tempo reale.

In questo caso hai chiamato anche alcuni artisti a collaborare per realizzare una parte del lavoro, come il violoncellista Leonardo Sapere.

Sì, il primo violoncello dei Virtuosi Italiani di Verona. Leonardo non è soltanto un esecutore di musica classica, ma è anche un amante di altra musica e dei codici dell’improvvisazione. Ha un suono meraviglioso e ho trovato che in molti pezzi il dialogo con le corde di un violoncello di quel tipo potesse dare una marcia in più a questa mia ricerca.

In passato ti sei molto collegato con la natura e questo lo ritroviamo in alcuni nuovi brani, ma in questo nuovo lavoro ritroviamo anche diverse tradizioni. E infatti c’è anche la voce dell’artista iraniana Maryam Roshanaei.

Sì, è una meravigliosa artista iraniana. Maryam mi ha concesso la meraviglia di poter utilizzare la sua voce e di poter costruirci attorno questo mondo di suoni. E in un altro pezzo, Blessing, c’è un piccolissimo utilizzo del canto di una sciamana dell’Amazzonia. Natura e spiritualità sono due sostantivi in cui mi riconosco molto, sono due mondi difficili da approcciare in maniera corretta. Spesso quando sentiamo questi vocaboli alziamo subito le orecchie e parliamo subito di new age o non new age. È una bruttissima reazione, mentre sappiamo quanto non possiamo fare a meno, soprattutto in questo momento storico, di guardarci intorno e sentire il Mondo e restare connessi.

Foto dal profilo ufficiale di Cesare Picco su Facebook

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Gaza FREEstyle, Chef Rubio: “Vogliamo mostrare un popolo ricco di vita e voglia di fare”

Chef Rubio e Meri Calvelli nella Striscia di Gaza

Nella Striscia di Gaza, in Palestina, tra dicembre e gennaio si è svolto il Gaza FREEstyle Festival, che ha coinvolto Gaza e i suoi abitanti in esibizioni, happening e attività come lo skate, il calcio, la danza, il circo, i gratti e molto altro.

Il Gaza FREEstyle Festival è anche un progetto che dura da diversi anni, portato avanti anche da collettivi italiani in collaborazione col Centro Culturale Vittorio Arrigoni per aiutare la popolazione di Gaza ad uscire dall’isolamento a cui è stata relegata.

Quest’anno tra le varie attività c’è stata anche la cucina. E questo è uno dei motivi, non l’unico, per cui Gabriele Rubini, in arte Chef Rubio, si trova a Gaza in questo momento.

L’intervista di Serena Tarabini a Fino alle Otto.

Dove ti trovi in questo momento?

In questo momento siamo ad Almina, nella zona ritenuta untouchable dai missili e dalle bombe israeliane. Quando sentite che ci sono degli scoppi, noi purtroppo e per fortuna siamo in salvo. Stamattina, se il tempo ce lo permetterà, i ragazzi che stavano continuando a costruire il cantiere per uno skate park ritorneranno a dare vita a quello che avevano in mente. Tutti cercheremo di dar loro una mano. Io con una piccola delegazione di media entreremo nel carcere in cui da già due giorni cerchiamo di incontrare i ragazzi per uno scambio culturale e cercare di umanizzare non solo un popolo, ma anche la figura del detenuto che spesso viene considerata solo un numero non solo in Occidente, ma anche in Medio Oriente.
Ogni giorno cerchiamo di dare il nostro apporto alla causa palestinese e alla resistenza e cerchiamo in qualche maniera di mostrare che il popolo tanto disumanizzato e definito dai sionisti solamente come la matrice internazionale del terrorismo è ricco di vita e di voglia di fare che gli viene tolta dall’occupazione.

Sono diversi giorni che siete lì con il festival e il progetto più in generale.

Io ho scoperto quest’anno il Gaza FREEstyle Festival ed è grazie a loro che sono riuscito ad entrare. È un movimento che vorrebbe lasciare qualcosa di pragmatico su cui gettare una base di normalità per le generazioni attuali e quelle che verranno, si spera, se non bombarderanno anche lo skate park. Da lì si sono aperte altre branche come possono essere la difesa personale o l’analisi del ruolo della donna che è ancora tenuta in una condizione di oppressione.
Il fatto di costruire uno skate park per tutti è anche un segnale di apertura che vorremmo dare ad un popolo considerato un branco di bestie e terroristi. Questa cosa è inaccettabile nel 2020. La nostra presenza in questo territorio ha l’obbligo e l’obiettivo di riportare agli occhi del pubblico internazionale che ci guarda e che si sfrega le mani quando parla del conflitto israelo-palestinese. Siamo un popolo del Mediterraneo, siamo fratelli e dovremmo ricordarcelo.

Per te è la prima volta nella Striscia di Gaza. Di cosa non ti dimenticherai mai?

Adesso è troppo presto per tracciare una visione dell’esperienza. Posso dirti che la prima volta che sono entrato in Palestina qualche anno fa la prima cosa che mi è stata data sono stati i sorrisi, un caffè e un pasto gratis. Mi ricordo un’accoglienza, un affetto e un’umanità pazzesca da parte del popolo palestinese. Qui a Gaza ho conosciuto un gruppo di ragazzi che si sono battuti, si battono e si batteranno per questa ingiustizia e per tante altre che purtroppo vivono sotto l’ombra del neoliberismo e del capitalismo di cui fra gli artefici ci sono anche i sionisti che adesso sembrano essere tanto in voga come movimento anche in Italia. Le cose belle sono la fatica che facciamo e quella che fanno i ragazzi per comunicarci, con tutte le difficoltà del caso, la loro situazione.

Come si intreccia questa esperienza col tuo percorso personale e umano?

Io quotidianamente con foto e storie cerco semplicemente di mostrare quello che vedo, nulla di più. Questo è importante visto che c’è sempre una descrizione fantomatica e fantascientifica fatta da chi vuole che questo popolo rimanga all’interno di questo carcere a cielo aperto per i più biechi obiettivi come l’esercitazione di tecniche di guerriglia. Una volta che saremo andati via, chi è fotografo, videomaker, istruttrice di difesa personale o di yoga cercheranno di unire le forze per, speriamo, un incontro in Italia delle varie comunità per raccontare a tutti con immagini, video e dibattiti la nostra esperienza, se i sionisti lo permetteranno. Se questo non fosse possibile lo faremo sui nostri canali in maniera molto carbonara e andremo avanti cercando di diffondere il verbo.

Foto dal profilo Facebook di Meri Calvelli, rappresentante di ACS in Palestina

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La storia de Il Manifesto nel libro di Massimiliano di Giorgio. Intervista all’autore

Il calciatore Paolo Sollier sfoglia una copia de Il Manifesto nel 1975

Nella vita de Il Manifesto si è ora nel mezzo di due anniversari a cifra tonda: i 50 anni. Nel 1969 uscì il primo numero della rivista, quando ancora i fondatori rappresentavano un’area eterodossa dentro al Partito Comunista. Poi diventarono un collettivo di politici e intellettuali radiati dal PCI che volevano farsi partito.

Il partito non ebbe successo, ma nel 1971 la rivista diventa il quotidiano Il Manifesto, che dopo 50 anni e molte difficoltà, soprattutto economiche, superate esiste ancora ed è un nome importante nel panorama editoriale della sinistra.

Massimiliano Di Giorgio, giornalista dell’agenzia Reuters e, prima ancora, de L’Unità ha scritto “Il giornale-partito”. Un doppio nome per la doppia natura del quotidiano, che nel sottotitolo ancora riporta la dicitura quotidiano comunista come nel primo numero 50 anni fa. Ha scritto la storia del giornale attraverso la storia dei suoi fondatori Rossana Rossanda, Luigi Pintor, Lucio Magri e poi Valentino Parlato e Luciana Castellina.

L’intervista di Anna Bredice per Cult.

È stata soprattutto una buona idea, un’idea originale perché quello del giornale doveva essere uno strumento per costruire un partito, che è una cosa piuttosto originale. Di solito è il giornale ad essere la voce del partito, non lo strumento per farlo. Nonostante l’esperienza politica del Manifesto si sia arenata subito, già nel 1972 uscirono sconfitti dalle elezioni, il giornale è rimasto.
Come scriveva il Manifesto un paio di anni fa in un editoriale, è vero che il Manifesto ha nove vite come i gatti, però è anche vero che ne ha già utilizzate diverse. È un giornale che soffre una situazione complicata complicata dal punto di vista dei conti e anche dal punto di vista del cambiamento del mondo e dei lettori, però è un giornale indipendente che rappresenta un unicum.

Come nasce questo studio sulla vita e la nascita del Manifesto?

I cinquant’anni del Manifesto sono già passati. Come rivista nasce nel 1969, due anni prima del quotidiano. Ma nasce ancora prima come questo gruppo di pressione all’interno del PCI tra figure di intellettuali, dirigenti di partito e giornalisti che erano anche legati da amicizia e spesso da relazioni personali. Questo è un aspetto che non ho indagato, ma che resta curioso nella storia del Manifesto.
Nasce come idea che si poteva cambiare il Partito Comunista Italiano e la rivista era un tentativo di proporre una linea diversa. L’esito, quello che poi porta poi diciamo porta alla nascita de Il Manifesto come entità separata, è non voluto dagli stessi fondatori, che ad un certo punto si ritrovano cacciati dal partito dopo aver provato una mediazione nel corso del 1969.

Questo lo racconti in una pagina in cui parli anche della reazione di Berlinguer, quasi rammaricato che si andò verso quella soluzione.

Berlinguer non è ancora il segretario del partito, anche se di fatto aveva in mano la gestione del PCI. L’impressione che se ne ricava leggendo le varie ricostruzione è quella che alla fine a Berlinguer dispiacesse, ma è chiaro che le relazioni tra queste persone, tra chi usciva e chi restava, erano relazioni umane profonde. Non si consumava soltanto la divisione in un partito, ma si consumavano anche dei drammi personali. Questo verrà in qualche modo superato tra il 1989 e il 1990, quando il PCI dopo la svolta della Bolognina diventa un’altra cosa: improvvisamente persone come quelle del Manifesto, che avevano contrastato un certo tipo di politica, e altri che le avevano cacciate si ritrovano insieme nella difesa del vecchio PCI.

Quando nasce il quotidiano nel 1971 c’è anche una discussione tra Rossanda e Pintor sul significato da dare al giornale comunista.

La scritta quotidiano comunista è stata oggetto di discussioni per tutta la vita del giornale. Forse adesso se lo sono dimenticato, però è stata ricorrentemente anche un motivo di polemica. Era un modo per dire noi siamo comunque sempre comunisti anche se non siamo nel PCI e all’epoca era sicuramente un’eresia. Esistevano dei gruppi comunisti di varia natura, ma il fatto di scriverlo in quel modo, soprattutto stando sotto ai riflettori, era una cosa curiosa. Ora direi che è una tradizionale sopravvivenza. Ha senso oggi la definizione “quotidiano comunista”? Non credo. Pintor la vedeva in modo diverso da Rossanda perché, nella divisione dei compiti tra i tre, lui era quello più giornalista che veniva da un lavoro di tipo giornalistico. Magri era quello più politico e organizzativo, mentre la Rossanda aveva un ruolo più politico-culturale. Pinto era quello più presente in redazione come giornalista.

Il giornale-partito. Per una storia de il manifesto di Massimiliano Di Giorgio è edito da Odradek.

RIASCOLTA L’INTERVISTA ALL’AUTORE:

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Cento anni dalla nascita di Federico Fellini. Il ricordo della nipote Francesca

Federico Fellini con la nipote Francesca

Sono passati 100 anni dalla nascita di Federico Fellini e in occasione di questo centenario sono tantissimi gli eventi, in Italia e nel Mondo, per ricordare il grande maestro della cinematografia, a cominciare dalla mostra Fellini 100 in corso a Castel Sismondo di Rimini.

Barbara Sorrentini ha intervistato a Chassis Francesca Fabbri Fellini, nipote di Federico Fellini e protagonista di questo centenario.

Cosa avete pensato per questo centenario?

Ci saranno tante voci e tanti colori che declineranno il personaggio straordinario e il genio creativo che ha cambiato per sempre la settima arte. All’interno del castello di Rimini, che diventerà il Museo Internazionale Federico Fellini, c’è un teaser di quella che sarà la mostra dedicata a zio Federico, ma sono tante le iniziative per ricordarlo, convegni in cui sarà possibile discutere, analizzare e raccontare quel personaggio così pieno di sfaccettature. Il 20 gennaio, giorno del suo compleanno, a Palazzo Reale ci saranno ospiti importanti che ci racconteranno l’uomo Federico Fellini, da Milo Manara a Vincenzo Mollica e l’avvocato Patrizi che è stato un amico di vita di zio Federico. E ci sarà una mostra importante a Palazzo Reale a settembre, mostre nel Mondo e le copie dei film restaurate dalla Cineteca Nazionale e dalla Cineteca di Bologna.
Sarà davvero un’occasione per incontrare Federico Fellini per la prima volta e per riscoprirlo nelle tante angolature delle sue pellicole.

Ai nostri ascoltatori non sarà sfuggito che ti riferisci a lui come zio Federico. Tu sei la figlia della sorella di Federico Fellini. Ci racconti qualcosa del vostro rapporto?

È stato il mio gigante buono. Il nostro primo incontro è avvenuto il giorno del mio battesimo, me l’ha raccontato mia mamma ovviamente. Lui e zia Giulietta sono stati i miei padrini di battesimo. Era il 6 giugno 1975: lui si affacciò sulla mia culla e disse “che bellina la bamboccia, è nata con la ruggine perché è stata lì 12 anni”. Io avevo i capelli tizianeschi e mi dedicò questa immagine che per me è immortale.
Dicono tutti che i ricordi iniziano a prendere forma quando abbiamo cinque anni e proprio quando avevo cinque anni io e lui abbiamo fatto una bellissima passeggiata sulla spiaggia di Rimini. Tornando da questa passeggiata abbiamo bevuto due cioccolate calde preparate da mia mamma. Era gennaio, il periodo del suo compleanno, e lui mi ha disegnato su un quadernino con dei pastelli a cera e lo ha chiamato la “Fellinette”. Partendo da quel disegno ho deciso di scrivere e dirigere un cortometraggio a tecnica mista, animazione e live action, che mette in movimento quella bimba. È davvero una favola muta tra sogno e realtà che racconterà Federico Fellini ai bambini del Mondo.

Cosa ritrovi di lui come persona nel suo cinema?

Ci ritrovo la voglia di rimanere per tutta la vita la persona che era nata il 20 gennaio del 1920 a Rimini. Federico Fellini è riuscito a trasformare il discorso della provincia e l’essere provinciale in qualcosa di universale e conosciuto in tutto il Mondo. Con Amarcord, dove racconta i ricordi della sua Rimini attraverso le quattro stagioni, ha vinto un Oscar e quelle quattro stagioni portate in tutto il Mondo sono diventate davvero quattro stagioni condivise da tutto il Mondo. Era unico, mi piace dire che fosse magico.

Cosa diresti ai ragazzi di oggi, che magari non conoscono Federico Fellini, per attirarli verso il suo cinema?

È uno di loro. È un ragazzo di oggi. L’attualità dei film di Federico Fellini è incredibile, tutte le volte che rivedono le sue pellicole mi sembrano girate ieri. Sceglietene uno, cercate di capire come ha costruito i costumi e come ha seguito tutto dalla creazione dei costumi ai personaggi, e poi cominciate un percorso: sono sicura che ve ne innamorerete.

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Libia, intesa raggiunta alla Conferenza di Berlino. E adesso?

La Conferenza di Berlino sulla crisi in Libia

La Conferenza di Berlino sulla Libia si è conclusa nella serata di domenica 19 gennaio 2020 con un documento in 55 punti. I Paesi e le organizzazioni internazionali che hanno partecipato all’evento hanno votato a favore di un embargo delle armi proposto dall’ONU e un cessate il fuoco duraturo che sarà però difficile far rispettare.

Il punto sulla situazione con l’inviata da Berlino Flavia Mosca Goretta. L’intervista di Serena Tarabini a Fino alle Otto.

Le conclusione finali sono un documento di 55 punti divisi in dei capitoli. Nei primi capitoli ci sono il cessate il fuoco e l’embargo sulle armi, due punti messi in primo piano anche nelle dichiarazioni rilasciate dopo la conferenza. Per il cessate il fuoco si fa appello ad arrivare a raddoppiare gli sforzi per arrivare ad una tregua permanente ed avere dei passi credibili verso lo smantellamento dei gruppi armati e delle milizie, ma ci si appella anche alla fine delle manovre militari in supporto diretto delle parti in conflitto.
Alla conferenza di Berlino si è preso anche l’impegno per tutti gli attori internazionali ad astenersi da interferenze nel conflitto armato o negli affari interni della Libia.
Ci sono anche misure che dovrebbero servire a creare fiducia, come lo scambio di prigionieri, e si parla anche delle sanzioni appropriate per chi violerà gli accordi di cessate il fuoco.
Tra i punti, come dicevamo, anche il pieno rispetto dell’embargo sulle armi e maggiore controllo di questo embargo, con sanzioni per chi non lo rispetterà.

A proposito di dialogo e di mediazione, al vertice erano presenti i due contendenti sul suolo libico, il generale Haftar e il primo ministro al-Sarraj, che non si sono incontrati e non hanno firmato il documento. In che modo è avvenuta la relazione tra i due?

al-Sarraj e Haftar erano qui a Berlino e come dicevi anche tu non si sono incontrati e non si sono parlati. La cancelliera tedesca Merkel ha poi spiegato che non erano parte del vertice, ma che erano informati dell’andamento dei lavori.
Tra le reazioni c’è stata anche quella della Russia, che ha riconosciuto i passi avanti fatti nonostante l’impossibilità di avviare un dialogo serio tra le due parti.
E ora si guarda a loro. Ci saranno dei passi in avanti per dare corpo a quanto convenuto tra i partecipanti a Berlino, a cominciare dal comitato 5+5 che dovrà monitorare il cessate il fuoco. Ieri anche al-Sarraj e Haftar hanno nominato i loro rappresentanti per il Comitato militare congiunto per la Libia.

Cosa dovrebbe succedere ora? Sono previsti dei nuovi incontri?

Da quello che è stato detto, adesso si guarda soprattutto a consolidare il cessate il fuoco e la tregua. La cancelliera Merkel ha spiegato che, vista la difficile situazione in Libia, la tenuta del cessate il fuoco non sarà facile. Ci dovrebbero essere a breve i primi incontri per dare corpo alle decisioni. Le conclusioni della Conferenza di Berlino saranno portate all’attenzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e sarà anche creato un comitato internazionale per continuare questo lavoro nei Paesi e le organizzazioni internazionali che hanno partecipato all’evento di Berlino.

Foto | Presidenza del Consiglio

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La storia a lieto fine del giovane lupo Arvo. Intervista al dottor Marcianò

Il giovane lupo Arvo

L’ultima puntata de Considera l’Armadillo è stata dedicata alla commovente storia a lieto fine del lupo Arvo, un giovane esemplare rinvenuto in fin di vita la notte di Capodanno nel Cosentino, investito da un’automobile e lasciato moribondo sul ciglio della strada.

Due cittadini, Giuseppe e Maria, si sono fermati per prestare soccorso, hanno avvicinato il lupo e sono rimasti in attesa dell’arrivo delle forze dell’ordine in quel punto della strada statale 107 all’altezza del bivio per San Pietro in Guarano.

Grazie al coordinamento delle forze dell’ordine e dei due soccorritori si è deciso di portare il lupo moribondo nella clinica Vetlife di Cosenza, come raccontato dal dottor Antonino Marcianò a Cecilia Di Lieto:

Queste persone, che non smetteremo mai di ringraziare, hanno avuto buon cuore e una grande dose di coraggio. Si sono fermate e hanno subito avvertito le forze dell’ordine, che sono intervenute in modo tempestivo e hanno contattato la nostra clinica.
Lì il collega di turno è riuscito a stabilizzare il giovane lupo, un maschio di 40 chilogrammi.

Il lupacchiotto è giunto in clinica con un trauma cranico ed edema cerebrale, impossibilitato a muoversi. È stato stabilizzato dal medico di turno, ma è rimasto per circa tre giorni prima in condizione di assoluta immobilità: riusciva a muovere soltanto la testa e gli arti interiori.

Fortunatamente non c’erano lesioni al midollo e grazie alle terapie si è rimesso in piedi in fretta. Durante la permanenza in clinica Arvo ha sempre mantenuto l’atteggiamento tipico degli animali selvatici. Si era reso conto di essere in una condizione di inferiorità ed ha sempre avuto un timore reverenziale nei nostri confronti. Con le giuste precauzioni ci ha lasciato fare quello che dovevamo fare, ma per i primi giorni non ci guardava neanche negli occhi. Piano piano è iniziata a nascere una sorta di fiducia reciproca, soprattutto quando ha deciso di alimentarsi.

È stato il filetto di cinghiale a risvegliare l’appetito del giovane Arvo, il cui nome è stato scelto proprio dal dottor Marcianò su consiglio del presidente del Parco Nazionale della Sila in onore del fiume e del grande lago che si trovano nel Cosentino.

I medici della struttura di Cosenza hanno sempre rispettato la natura dell’animale selvatico, dal fornirgli cibo che non fossero crocchette per cani al mantenere al minimo il contatto diretto col lupo:

Lo abbiamo sempre monitorato con le telecamere. Durante il giorno era un tipo di animale e durante la notte di trasformava. Ha distrutto tutto quello che poteva distruggere!

I miglioramenti nella salute di Arvo sono stati costanti nel corso dei pochi giorni successivi. Dopo l’arrivo di un radiocollare fornito dal Parco nazionale della Majella, per il giovane Arvo è giunto il momento di tornare in libertà:

Io sognavo ogni notte il momento in cui l’avrei rilasciato, immaginavo una corsa velocissima verso la libertà, ma così non è stato. Arvo si è allontanato molto lentamente una volta aperta la gabbia, anche a causa dell’anestesia che gli era stata fatta. Ha mosso in modo incerto i primi passi e poi è fuggito nella direzione opposta a quella che avevamo auspicato. Non è stata proprio una partenza cinematografica, ma i dati del radiocollare ci hanno rincuorato fin da subito.

Il lavoro della clinica si è concluso lì, ma gli spostamenti del giovane Arvo sono tenuti sotto controllo proprio grazie al radiocollare.

Foto dal profilo Facebook del dottor Antonino Marcianò

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Crisi in Libia. Il punto della situazione con l’analista del Maghreb Umberto Profazio

Crisi in Libia. Conte e Fayez al Serraj

A due giorni dal vertice di Berlino sulla crisi in Libia, e pochi giorni dopo il fallimento del vertice di Mosca, proviamo a fare il punto della situazione. Cosa sta succedendo in Libia in queste ore? E cosa potrebbe succedere nei prossimi giorni e nelle prossime settimane?

Ne abbiamo parlato con Umberto Profazio, analista dell’area del Maghreb per la NATO Defence College Foundation. L’intervista di Alessandro Braga a Fino alle Otto

Cosa sta accadendo in queste ore in Libia?

In queste ore la situazione si è apparentemente calmata. È stato un inizio di anno con il via libera del Parlamento turco all’invio di truppe in Libia e qualche giorno dopo c’è stata un’offensiva da parte del Libyan National Army, la coalizione di milizie basata nella Cirenaica e guidata dal generale Khalifa Haftar, che ha perso il controllo di Sirte.
Successivamente vi sono stati tentativi da parte della comunità internazionale di impedire una escalation del conflitto e un rinnovato protagonismo da parte di Russia e Turchia che hanno chiesto un cessate il fuoco.
Nell’incontro di Mosca di qualche giorno fa si sarebbe dovuto firmare un cessate il fuoco permanente, ma il protagonismo di Haftar ha impedito che questa tregua venisse firmata e ha fatto emergere il doppio livello del conflitto libico, che si gioca sia sul piano locale che su quello internazionale.

Si aspettava che a Mosca Haftar non avrebbe firmato questa tregua?

Bisogna ricordare i precedenti. Negli incontri di Parigi del 2018 si era raggiunto un punto di incontro tra le parti, ma anche in quel caso non vi sono mai state delle firme sui documenti che erano stati preparati. In un certo senso c’è questo problema: i due piani, quello locale e quello internazionale, risultano conflittuali.
Mentre la comunità internazionale cerca di mediare con delle conferenze che spesso vengono tenute al di fuori del territorio libico, poi questi accordi non vengono rispettati sul terreno proprio perché vi è una frammentazione del Paese rappresentata dalle numerose milizie. Molto spesso queste milizie non rispettano gli accordi oppure vengono considerate molto legate ai loro sponsor esterni che però non riescono ad esercitare un controllo diretto su di esse. Molto spesso gli incontri e le conferenze che vengono fatte al di fuori del territorio libico non hanno risonanza sul terreno.

A proposito di protagonismo internazionale, in questi ultimi giorni secondo lei come è cambiata la posizione della Russia e della Turchia?

Penso che la Russia abbia cercato di mantenere i contatti con tutte le principali fazioni libiche. Sappiamo che dal punto di vista militare la Russia appoggia Haftar con l’invio confermato di un gruppo di mercenari russi che combattono sul terreno insieme al Libyan National Army a Tripoli, ma allo stesso tempo la Russia continua ad avere contatti col governo di accordo nazionale del premier Fayez al-Sarraj. Questo perché in un contesto in cui l’esito della guerra non è scontato, per Mosca è importante mantenere i contatti con tutte le fazioni. E anche in questo caso si possono leggere i tentativi di avvicinamento che ci sono stati quest’estate con Saif al-Islam Gheddafi, il figlio dell’ex dittatore Mu’ammar Gheddafi.
Per quanto riguarda invece la Turchia, l’appoggio che viene dato ad al-Sarraj non è soltanto ideologico, che può essere rappresentato dalla comunanza con la Fratellanza Musulmana che sostiene il governo di al-Sarraj in Libia, ma arriva anche dalle pretese marittime che vi sono state segnalate con l’accordo di novembre, la delimitazione dei confini marittimi che per Ankara risultano molto importanti.

Tra due giorni ci sarà il vertice di Berlino. Quale soluzione potrebbe arrivare da questo vertice?

È difficile da dire. Sicuramente l’incontro di Mosca ha abbassato le aspettative. Se vi fosse qualche collegamento tra Mosca e Berlino, cosa che sembra confermata dai colloqui tra Angela Merkel e Vladimir Putin, a Mosca si sarebbe dovuto raggiungere un cessate il fuoco, mentre a Berlino si sarebbe dovuta negoziare una soluzione politica al conflitto.
Il fatto che sia fallito il vertice di Mosca fa temere che a Berlino in realtà la soluzione possa essere il raggiungimento di un cessate il fuoco permanente e duraturo, ma ho dei dubbi sul fatto che le due fazioni possano firmare il documento, proprio come è successo a Mosca.
Sarà però importante vedere la posizione internazionale dei principali sponsor delle due parti, se si vorranno impegnare sul rispetto dell’embargo alle armi e sui meccanismi di sanzione nei confronti degli eventuali violatori come possono essere la Turchia o gli Emirati Arabi Uniti, principale sponsor di Haftar.
La posizione della Turchia è quella da tenere d’occhio perchè deve mantenere un certo equilibrio in un conflitto che la terrà molto impegnata in un contesto strategico molto difficile da un punto di vista logistico, ma anche dal punto di vista dell’equilibrio regionale, perché ogni intervento turco potrebbe causare delle ripercussioni con l’eventuale intervento dell’Egitto, che è contrario a ogni allargamento dell’influenza turca nell’area, e scatenare una guerra regionale. Questo è lo scenario più negativo e da cercare di escludere il più possibile.

Quindi quello di domenica potrebbe non essere un passaggio definitivo?

Sì, infatti molti commentatori non parlano di conferenza, ma parlano di processo. Da domenica dovrebbe iniziare questo processo di avvicinamento delle parti che però non include soltanto la negoziazione tra gli sponsor internazionali delle due parti, ma include anche il tentativo di trovare un compromesso all’interno della Libia.
Il piano dell’inviato ONU Ghassan Salamé era proprio questo: cercare di risolvere i due piani, fermo restando la necessità di un cessate il fuoco che per il momento non è firmato ma sembra essere rispettato con alcune minori violazioni.

Foto | Presidenza del Consiglio dei Ministri

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Blocchi del traffico? Cinzia Perrino del Cnr: “Come chiudere la stalla quando sono scappati i buoi”

Inquinamento - Blocco del traffico

In questi giorni nelle principali città italiane sono in vigore dei blocchi o limitazioni del traffico con l’obiettivo di limitare lo smog, ormai ai massimi livelli da giorni. Servono davvero provvedimenti del genere?

Ne abbiamo parlato con Cinzia Perrino, direttrice dell’Istituto sull’inquinamento atmosferico del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr). L’intervista di Alessandro Braga a Fino alle Otto

È una misura che incide in maniera molto limitata perché le emissioni da traffico sono soltanto una delle tante sorgenti che producono polveri nell’atmosfera. Andare a diminuire una di quelle sorgenti – perché il blocco non è totale, ma è imposto soltanto per alcune ore e alcune categorie di veicoli – riduce le concentrazioni di inquinamento in maniera estremamente limitata, soprattutto nel bacino padano. In quelle zone il contributo del traffico è ancora minore perché c’è un impatto maggiore di un altro tipo di polveri, quelle che si formano in atmosfera a partire da inquinanti gassosi, quelli che provengono dalle attività agricole e di allevamento, che producono ammoniaca. Questa ammoniaca in atmosfera reagisce con altri inquinanti e forma delle polveri cosiddette secondarie, che nel nord Italia sono particolarmente elevate.

Quali potrebbero essere delle iniziative concrete?

Come iniziative emergenziali c’è ben poco da fare. Quando la situazione di instabilità atmosferica si prolunga per tanti giorni, i buoi ormai sono scappati e chiudere la stalla serve a poco. In emergenza si possono ridurre solo le sorgenti su cui si può effettivamente agire, come il blocco del traffico.

Un maggior coordinamento a livello nazionale potrebbe portare a misure più efficaci?

Assolutamente sì. Un maggiore coordinamento tra le Regioni è necessario soprattutto nell’area della pianura padana, perché ovviamente l’atmosfera non conosce limite regionali o comunali.
Il problema è che non bisognerebbe limitarsi alle misure emergenziali, bisognerebbe prendere delle misure per la vita di tutti i giorni. Cercare di limitare il numero di chilometri percorsi dagli autoveicoli, favorire il trasporto pubblico e favorire la mobilità elettrica, ma anche cercare di agire anche sulle emissioni di ammoniaca nel bacino padano. Bisognerebbe evitare o limitare al massimo i riscaldamenti a legna, perché si tratta di un’altra sorgente di polveri molto importante e a cui spesso non si bada troppo.

C’è un deficit della politica che non riesce ad intervenire in maniera strutturale?

Sì, ma è chiaro che si tratta di interventi costosi e complessi. Non sto dicendo che ci sia una ricetta facile e qualche cattivone che non vuole applicarla. Sono interventi complicati e costosi che bisogna fare, non solo perché ce lo impongono i regolamenti europei e non farlo ci esporrebbe a penali, ma soprattutto per salvaguardare la salute dei cittadini.

Cosa studiate di preciso all’Istituto sull’inquinamento atmosferico del Cnr?

Studiamo la qualità dell’aria e tutte le specie inquinanti che si trovano nell’aria, non soltanto le polveri, i meccanismi di formazione e le sorgenti di questi inquinanti. E di conseguenza quali sono le misure che si possono adottare per diminuirle, quali sono i processi che avvengono in atmosfera e tutto ciò che è legato alla qualità dell’aria.

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Cina e Stati Uniti, oggi la firma di un mini accordo commerciale

Donald Trump e Xi Jinping

Stati Uniti e Cina firmeranno oggi a Washington un mini accordo commerciale che vedrà Pechino impegnarsi ad importare prodotti statunitensi per un valore di almeno 200 miliardi di dollari nel corso dei prossimi due anni. Gli Stati Uniti, dal canto loro, cancelleranno alcuni dei dazi punitivi imposti nel corso degli ultimi due anni.

È l’inizio della fine della guerra dei dazi tra le due potenze? Ne abbiamo parlato col nostro corrispondente da Pechino, Gabriele Battaglia. L’intervista di Alessandro Braga a Fino alle Otto.

È scoppiata la pace commerciale tra Cina e Stati Uniti?

No, assolutamente no. Siamo in attesa di vedere i dettagli di questo patto che sarà firmato a Washington nella serata italiana, ma le indiscrezioni parlano di un mini accordo che riguarda soprattutto l’acquisto da parte cinese di più merci americane. Si parla di circa 200 miliardi di dollari di merci comprate dalla Cina.
La Cina è ben disposta a fare questo tipo di concessioni pur di evitare una guerra commerciale più grossa. Quello che non è disposta a trattare è il suo modello di sviluppo.
Sui temi più strutturali, come il finanziamento delle imprese di stato da parte della Cina e una serie di altri temi, non ci sarà accordo e questo sarà sicuramente materia di conflitto in futuro.
La cosa interessante è capire, come si sono chiesti a Reuters, dove la Cina metterà tutti quei prodotti acquistati dagli Stati Uniti. Se davvero comprerà tutta quella roba, soprattutto i prodotti energetici ed agricoli, davvero non sarà dove metterli. Bisogna quindi vedere se questo accordo reggerà nel tempo.

Si continua a parlare dei dazi tra Cina e Stati Uniti. Anche con questo mini accordo i vecchi dazi resteranno in vigore?

Sì, anche questo non è molto chiaro. Finora Trump si è reso disponibile a non aggiungere nuovi dazi, lasciando in vigore quelli già esistenti: 550 miliardi di valore per merci cinesi e la rappresaglia cinese su 185 miliardi di dollari per le merci statunitensi che entrano in Cina.
Essendosi basati per gli ultimi 40 anni sull’export delle merci cinesi negli Stati Uniti, e quindi con l’indebitamento degli Stati Uniti nei confronti della Cina, gli USA hanno più margine in questa battaglia perché possono tassare più merci cinesi che vanno negli Stati Uniti. Alla fine questo va ad impattare soprattutto sui consumatori statunitensi e le imprese statunitensi. Anche qui non si sa se Trump abbia veramente così tanto margine.
In Cina sono abbastanza convinti che lui stia agendo tatticamente in questa guerra commerciale per arrivare alle elezioni nel 2020 e dire al suo elettorato “Guardate cosa ho ottenuto dai cinesi facendo la voce grossa”.

Questo mini accordo potrebbe essere un primo passaggio per andarsi a relazionare in maniera diversa su altre questioni?

No, su quello siamo destinati ad attraversare un periodo che sarà contraddistinto da un conflitto non più solo commerciale, ma anche tecnologico, politico e così visa. Un conflitto che ovviamente non sarà un conflitto armato, però sicuramente la questione non finirà lì. A Pechino ne sono sicuramente convinti e lo sono anche i vari candidati democratici statunitensi alla Presidenza: nessuno vorrebbe tornare indietro rispetto alle politiche di tre anni fa. Lo stesso Bernie Sanders non ha mai parlato di togliere le tariffe.
A Pechino sono conviti che gli Stati Uniti stiano cercando di contenere la crescita economica e politica cinese perchè gli Stati Uniti vogliono essere l’unica superpotenza. E a questo non c’è soluzione.

Foto dal profilo ufficiale della Casa Bianca su Flickr

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Incendi in Australia, WWF Italia: “Impegno enorme per ricostruire gli habitat”

incendi in australia 2020

Gli incendi che stanno devastando l’Australia ormai da settimane sono tutt’altro che sotto controllo, anche se l’attenzione mediatica sul disastro provocato in termini di vite umane, animali e di habitat unici al Mondo sembra essere un po’ scemata.

Ad oggi sono ancora moltissimi gli incendi attivi nell’area orientale del Paese, da nord a Sud, e in parte dell’Australia meridionale, ma si può già parlare di una strage di animali senza precedenti, con una stima di oltre un milione di animali rimasti uccisi a causa degli incendi.

Ne abbiamo parlato con Marco Galaverni, responsabile Specie e Habitat per WWF Italia, che ci ha spiegato come all’impegno attuale per salvaguardare il più possibile habitat e animali, il grosso del lavoro inizierà una volta che le fiamme saranno state domate.

Vi proponiamo alcuni estratti dall’intervista di Cecilia Di Lieto a Considera l’Armadillo.

Cosa sta succedendo in Australia?

Siamo in una estate australiana senza precedenti, con temperature che hanno toccato i 49 gradi nella città di Sydney, e una totale assenza di piogge che va avanti ormai da settimane. In questo contesto si sono sviluppati per vari motivi, sia naturali che legati all’uomo, una serie di incendi devastanti che hanno interessato una superficie di 8 milioni di ettari, pari all’intera superficie dell’Austria per fare un confronto. I primi incendi si sono sviluppati nel nord-est e sono scesi per tutta la costa orientale e si sono infine concentrati nell’Australia meridionale con un costo in vite umane nell’ordine delle decine e oltre un miliardo di animali rimasti vittime di questo incendi.

Si sta parlando anche ci incendi dolosi in queste ore.

Sì, purtroppo alcuni incendi sarebbero stati appiccati volontariamente per riscuotere i premi di alcune assicurazioni. In un contesto già degradato c’è anche chi ha deciso di lucrare sulla situazione.
Purtroppo alcuni degli incendi e alcuni dei focolai parrebbe di origine dolosa. Per riscuotere i premi di alcune assicurazioni sulle abitazioni e quindi in un contesto già assolutamente degradato c’è anche chi lucra sulla situazione cercando di averne un ritorno economico. E un altro elemento agghiacciante è il fatto che in un report del 2009, redatto da un’agenzia per conto del governo australiano, tutto questo era stato predetto in maniera molto puntuale e scientifica. Gli scienziati avevano previsto un aumento del 65% per cento delle giornate con rischio estremamente elevato di incendio nelle zone che oggi sono in fiamme. Non è una sorpresa per chi si occupa di studi sul clima. Con l’aumento delle temperature medie e dell’energia media in atmosfera aumentano gli eventi meteorologici estremi che possono essere inondazioni da un lato del Mondo e incendi con proporzioni mai viste prima dall’altro.

Ricordiamo che il governo australiano è uno di quelli che fin qui ha fatto negazionismo rispetto alla questione del riscaldamento globale.

Sì, e non è neanche tra i governi firmatari degli impegni presi a Parigi nel 2015. Ha scelto di non impegnarsi nella battaglia contro i cambiamenti climatici e anche a livello di gestione del territorio ha fatto delle scelte che vanno nella direzione opposta a quella sperata: continuando a prelevare legname andando ad intaccare la frammentazione degli ecosistemi ed esponendoli così a maggior disturbo umano e aprendo la strada agli incendi stessi. Non possiamo più nasconderci dietro le responsabilità altrui. I cambiamenti climatici sono responsabilità di ciascun governo, di ciascuna azienda e di ciascun cittadino. Tutti possiamo fare qualcosa per contrastare e mitigare i cambiamenti climatici.

La tragedia sta toccando migliaia di persone, ma anche centinaia di migliaia di animali.

Per quella che è la storia geologica del continente e la sua collocazione geografica e climatica, l’Australia ospita ancora una fauna unica al Mondo, a cominciare dalle moltissime specie di marsupiali che negli altri continenti sono ormai molto limitate.
Questo aumenta ancora di più la preziosità del patrimonio che sta andando distrutto in queste ore. Molte di queste specie sono presenti solo in Australia e gli incendi ne stanno mettendo a repentaglio la sopravvivenza a livello globale. Se scompaiono da queste zone dell’Australia, scompariranno per sempre dell’intero pianeta e questo non lo possiamo accettare.
Il WWF si è attivato per cercare di dare supporto a quei centri di recupero della fauna che stanno soccorrendo gli animali in difficoltà, ma sta già cercando di reperire i fondi per ripristinare il prima possibile gli habitat che sono stati distrutti dagli incendi.
Alcuni di questi habitat sono naturalmente abituati alla presenza di incendi, anche se non di questa portata, e il loro ripristino potrebbe avvenire in tempi relativamente brevi. Per altri, invece, la questione sarà molto più lunga e complessa.

I koala erano già a rischio prima degli incendi.

Sì, i numeri precedenti a questa tragedia erano già molto limitati. Parliamo di alcune decine di migliaia di koala sopravvissuti in tutto il continente. E purtroppo gli incendi hanno insistito su alcune zone chiave per l’habitat dei koala. Già oggi si stima che siano oltre 8mila i koala rimasti uccisi, circa il 30% della popolazione del Nuovo Galles del Sud. Ad impattare in modo sostanziale su questi habitat non sono però soltanto gli incendi. L’attività umana in generale sta impattando in modo significativo sulla biodiversità australiana. Basti pensare anche solo all’allevamento estensivo che sta sottraendo grandi territori agli habitat naturali delle specie locali. I canguri sono abituati a vivere in ambienti aridi, ma non a condividere quei territori con decine di migliaia di capi di bestiame.
Vorrei sfruttare questa occasione tragica per instillare il seme del cambiamento anche in tutti gli ascoltatori. Oltre a far sentire la nostra voce a tutti i governi del Mondo affinché intraprendano azioni atte a minimizzare il proprio impatto in termini di emissioni e di gas dannosi, tutti noi possiamo fare la nostra parte con piccole scelte quotidiane nel nostro stile di vita.

Abbiamo visto tante immagini strazianti di singoli cittadini impegnati a soccorrere gli animali in difficoltà. Oltre al WWF ci sono molte altre associazioni e gruppi che stanno lavorando intensamente per questi animali.

Sì, per fortuna c’è una fitta rete di centri di recupero gestiti da vari organismi privati e da associazioni che stanno lavorando 24 ore al giorno per cercare di mettere le toppe e aiutare concretamente gli animali feriti e privati del loro habitat. Ma c’è davvero tanto tanto da fare, soprattutto una volta che gli incendi saranno stati domati.

Foto di Adam Dedered dalla pagina ufficiale WWF Italia su Facebook

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Nicola Biondo: il rancore del Movimento 5 Stelle ha spianato la strada a Salvini

Luigi Di Maio

Il Movimento 5 Stelle sta attraversando un periodo tutt’altro che facile tra defezioni di senatori e deputati, espulsioni e un malcontento generale che sta trovando il proprio sfogo in lettere con cui si chiedono, e in parte si pretendono, cambiamenti radicali nell’organizzazione interna del Movimento.

Ne abbiamo parlato con lo scrittore Nicola Biondo, ex capo della comunicazione del Movimento 5 Stelle alla Camera e per questo profondo conoscitore delle dinamiche interne a M5S. L’intervista di Luigi Ambrosio e Davide Facchini a Malos.

Si torna a parlare delle possibili dimissioni di Luigi Di Maio. È una fake news?

Le cose della politica sono sempre straordinariamente contorte, eppure c’è una logica. E la logica ci dice che dopo avere tanto lavorato per diventare capo politico, a me non sembra pensabile che Luigi Di Maio faccia un passo indietro. Peraltro la notizia del giorno è quella che ha dato Il Messaggero, che sostiene di aver ricevuto le confidenze di persone al vertice del Movimento circa un possibile divorzio tra la piattaforma Rousseau e il Movimento 5 Stelle. Questa sarebbe una follia totale, ma si tratta di una leggenda che ha un significato: qualcuno vuole appiccicare sulla schiena di Luigi Di Maio una sorta di bersaglio. Luigi è un target da parte di chi voleva da lui qualcosa e non l’ha ottenuta, come Gianluigi Paragone, oppure ha così tanti nemici che lo vogliono sostituire.

Tra questi nemici c’è anche Alessandro Di Battista?

No, è un gioco delle parti. Di Maio e Di Battista sono cresciuti insieme e hanno scalato insieme il Movimento, anche quando Gianroberto Casaleggio ancora vivo, e di questo ne sono stato testimone privilegiato. Sanno troppe cose l’uno dell’altro per potersi permettere di separarsi.

Davide Casaleggio che potere ha oggi?

È l’unico dominus del Movimento 5 Stelle. Beppe Grillo non ha mai contato un accidente dentro al Movimento. Grillo aveva come ghost writer Gianroberto Casaleggio, che era la mente. Grillo tecnicamente non ha mai contato niente nelle scelte del Movimento.

Che cosa voleva Paragone da Di Maio?

Voleva la Presidenza delle Commissioni d’inchiesta sulle banche. Sarebbe stato un palcoscenico meraviglioso sul quale Paragone si era già esercitato sia come conduttore televisivo sia con almeno un libro. Era l’argomento su cui voleva continuare ad esercitare il potere, anche quello molto mediatico. A me sembra che a Paragone venne detto “conquistati i voti dei tuoi colleghi per essere il candidato del Movimento 5 Stelle“. E il gruppo parlamentare non gli diede i voti necessari.

Come mai M5S continua ad insistere con Lannutti nonostante la diffusione da parte sua di contenuti antisemiti? Questo significa che si tratta di un sentimento diffuso nel Movimento?

Non lo so e non spetta a me dirlo. Credo invece che ci sia un sentimento diffuso e costante, quello del rancore, un territorio che Gianroberto Casaleggio ha arato ampiamente con i suoi post che erano e sono ancora testimonianza di un’Italia che stava cambiando. Dal blog di Beppe Grillo per anni si sono dette anche alcune cose assolutamente terrificanti. Avere fatto leva per anni sul disagio sociale e sulla crisi economica ha poi prodotto quello che vediamo adesso. Io sono convinto che Salvini sia uno spettro evocato da anni di propaganda, anche quella propaganda promossa dal blog di Beppe Grillo.

Sta dicendo che Salvini è un prodotto indiretto della propaganda del Movimento 5 Stelle?

Assolutamente sì. La cosa geniale di Gianroberto Casaleggio è stata utilizzare temi profondamente di sinistra e spostarli verso destra, come l’ambiente o la giustizia sociale. In un certo senso è riuscito a convogliare quelle richieste e a portarle in un territorio prettamente di destra.

L’uscita di Paragone e le ultime tensioni sono prefiguranti di un crollo imminente del Movimento 5 Stelle?

Io non ho paura della morte o della vita del Movimento, ma di quegli aspetti deleteri del Movimento che sono migrati verso altri partiti. Il problema è quanto questo virus ha attecchito negli altri partiti. Vi ricordo che i decreti Sicurezza firmati baldanzosamente dalla Lega e dal Movimento sono ancora lì.
Non credo ci sia il rischio che i numeri vengano meno al Senato. Nessuno vuole votare e una delle ragioni sociali di questo governo è eleggere il nuovo Presidente della Repubblica. Può piacere o non piacere, ma non ci possiamo permettere un futuro Presidente della Repubblica che non abbia ben chiaro da quale parte questo Paese debba stare, se dalla parte delle democrazie occidentali o da parte delle autarchie.

Questo è il collante che terrà insieme la maggioranza?

Questo è il collante politico che tiene insieme questa maggioranza. Quanto bisognerà ingoiare di certe decisioni politiche perché non ci possiamo permettere un Presidente della Repubblica scollato della nostra storia e la nostra tradizione? Che cosa c’è del Movimento 5 Stelle che è passato in altri partiti e altre aree del Paese? È questo il problema.

Foto dalla pagina ufficiale di Luigi Di Maio su Facebook

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Milano e la nevicata record del 1985. Il ricordo di Michelino Crosti

Milano. La nevicata del 1985

35 anni fa la città di Milano stava facendo i conti con la cosiddetta nevicata del secolo. Dal 13 gennaio 1985 e per le 72 ore successive caddero su Milano tra i 70 e i 90 centimetri di neve. La grande nevicata del 1985 non era stata prevista e Milano non era pronta ad affrontare un’emergenza di quella portata.

La città rimase bloccata per giorni e fu necessario far intervenire l’Esercito per dare supporto all’inadeguatezza dell’amministrazione comunale. In quei giorni Michelino Crosti era in giro per Milano per raccontare i disagi e i disservizi per Radio Popolare.

L’intervista di Alessandro Braga a Fino alle Otto a 35 anni da quella nevicata record.

Ricordo che quella nevicata non era stata prevista in quei termini. Arrivando verso la Radio mi sono reso conto che in strada c’era una situazione terrificante. La gente usciva di casa per andare a lavoro in auto, ma poi non riusciva a muoversi: le strade erano piene di neve, almeno 85 centimetri, e i mezzi non erano stati adeguatamente allertati e le auto che riuscivano a partire rimanevano bloccate in mezzo alla strada senza potersi più muovere. Le strade erano bloccate, i mezzi pubblici erano bloccati e anche le auto erano bloccate in mezzo alla strada. E questo vale per tutta la città.

Abbiamo immagini romantiche di quelle giornate, ma ci furono anche ingenti danni.

Sì. E un altro problema era la neve che si era accumulata sui tetti e che, con l’aumentare della temperatura, rischiava di cadere in strada. Bisognava stare attenti altrimenti si veniva travolti dai blocchi di neve che cadevano dai tetti. Mi pare che ci furono anche due o tre morti per questo motivo. I problemi si moltiplicarono e ci vollero diversi giorni per tornare alla normalità. Milano non aveva mai vissuto una roba così catastrofica prima di quel periodo lì.

Ricordo che arrivò anche l’Esercito, ma riuscì a liberare soltanto le vie principali. In quelle secondarie la neve restò fino a tarda primavera.

Sì, per un po’ utilizzarono i tombini delle fognature, ma poi capirono che non era la strategia migliore perché la neve iniziò a consolidarsi. Il problema vero fu che la città non si era preparata ad un evento di quel genere, non l’aveva previsto e non era organizzata per affrontarlo. Non fu sparso il sale e dal momento della nevicata del 1985 in poi ci furono problemi enormi per smaltire la neve. Una cosa analoga successe nel periodo della sindaca Moratti, che aveva prestato il sale a Torino e per qualche giorno ci furono dei problemi, anche se non aveva nevicato così tanto.

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Bettino Craxi, 20 anni dopo. Parlano Nando dalla Chiesa e Ugo Intini

Bettino Craxi ed Enrico Berlinguer

A 20 anni dalla morte di Bettino Craxi, complice anche l’uscita del film di Gianni Amelio, Hammamet, che racconta gli ultimi mesi dell’ex Presidente del Consiglio e segretario del Partito Socialista Italiano dal 1976 al 1993, si è riacceso il dibattito sulla carriera politica del leader socislista e sul modo in cui ha trasformato il PSI fino alla sua dissoluzione nel 1994.

Abbiamo intervistato due figure che ricordano bene Bettino Craxi e la sua storia: il sociologo Nando dalla Chiesa, fondatore del circolo Società Civile a Milano nel 1985, e il giornalista e politico Ugo Intini, deputato del PSI dal 1983 al 1994 e stretto collaboratore di Craxi.

Le interviste di Lorenza Ghidini e Roberto Maggioni a Prisma.

Nando dalla Chiesa: “Craxi imparagonabile ai personaggi politici di oggi”

Lei a Milano ha fondato il circolo Società Civile, un luogo che voleva essere uno spazio di espressione per i cittadini al riparo dai partiti, che erano diventati troppo invadenti. Non potevano iscriversi i politici, c’erano invece con voi tanti magistrati, alcuni dei quali poi protagonisti di Mani Pulite. Si può dire che la reazione all’andazzo malato della politica era cominciata anni prima dell’inchieste?

Sì, c’era quell’esigenza. Ma ricordo che tra i fondatori di Società Civile c’erano anche diversi intellettuali socialisti (Giorgio Galli, Giorgio Bocca, Guido Martinotti), dunque non c’era una connotazione di partenza e credo non che non ci sia stata neanche dopo. Per noi il problema era acquisire una libertà di opinione e discussione critica in una città in cui le parole delle persone valevano in relazione al partito che rappresentavano, dove non ci si confrontava sul merito delle affermazioni e delle cose che si dicevano. Questo per chi era abituato a fare dei ragionamenti critici era intollerabile. Era una società divisa in accampamenti, non era possibile una città che cercava di avere una dimensione di poliedricità culturale. Oggi il clima degli anni ’80 sarebbe impensabile. Società Civile non nacque “sui magistrati”, nacque sulla libertà di discussione e la questione morale. Poi siccome in quel sistema di partiti a Milano il perno era costituito dal Partito Socialista, su quello ricadevano le maggiori responsabilità di un costume generalizzato.

Come ricorda Craxi 20 anni dopo?

Craxi non è stato una figura soltanto milanese e il Partito Socialista di allora non era soltanto milanese. Noi eravamo un circolo milanese e ci siamo misurati con quella realtà. La figura di Craxi è complessissima. Non si possono dimenticare le ragioni per cui abbiamo cercato di opporci a quel sistema dei partiti, che era un sistema a dominanza socialista, e non si può dimenticare neanche la visione generale di Craxi. Il Craxi della fine degli anni ’70 era una figura profondamente diversa da quella che abbiamo visto concretamente negli anni successivi. Credo ci sia stata proprio una distanza tra le promesse iniziali della fine degli anni ’70, in cui intorno al Partito Socialista si ritrovavano molte delle migliori intelligenze del Paese, e quello che è accaduto dopo.

Intende dire che Craxi non è stato un grande riformatore come spesso viene ricordato?

Ha proposto un bisogno di riforme, ma le riforme non le abbiamo viste. Anzi, quando c’è stata la riforma elettorale ha invitato tutti ad andare al mare. Ha posto un problema vero, quello di scomporre e scombinare un sistema politico che era bloccato intorno al “bipartitismo imperfetto” di Democrazia Cristiana e Partito Comunista, ma le riforme non le abbiamo viste.

C’è chi dice che ci portiamo ancora adesso sia l’eredità del craxismo che quella dell’anti-craxismo, e in questo senso il parallelo è con un certo populismo molto diffuso oggi. 

Sì, il populismo allora c’è stato e dava anche fastidio perché impoveriva le discussioni che avevano dei fondamenti importanti. C’è ancora oggi, ma certo la figura di Craxi è imparagonabile ai personaggi del ceto politico odierno. Quella classe politica, che potevamo accusare di molte cose, aveva però una struttura nettamente superiore a quella di oggi. Stiamo parlando comunque di un uomo politico che aveva una statura che rispetto ad oggi è di un’altra dimensione.

Bettino Craxi, l’intervista a Ugo Intini

Lei ha rifondato il PSI anni dopo la morte di Craxi: quanto è stato difficile portare avanti le idee del socialismo italiano dopo Mani Pulite, e quanto c’era secondo lei di responsabilità del vostro leader?

È stato molto difficile, soprattutto in quei tempi. Ma dopo l’uscita del film di Amelio si è detto già tutto  e non vorrei ripetermi. Vorrei piuttosto cominciare, dato che siete una Radio storica di Milano, ricordando le origini politiche di Craxi in questa città. I leader politici sono la continuità di una Storia, almeno quando la politica c’è davvero. Craxi a Milano è stato il successore di Guido Mazzali alla guida del Partito Socialista. Mazzali, giornalista de l’Avanti, partigiano, amico di Pietro Nenni, dopo il fascismo si è dedicato alla pubblicità, è stato il primo pubblicitario moderno. Come leader del partito, Mazzali nel ’45 diventa assessore e chiede la delega allo Spettacolo e allo Sport. Si devono a lui la riapertura della Scala e la nascita del Piccolo Teatro con Paolo Grassi e Giorgio Strehler. Queste sono le radici di Bettino Craxi.

Il film di Gianni Amelio si apre con la scena di un dirigente che avverte Craxi: stai sottovalutando i problemi con la giustizia…anche secondo lei Craxi non seppe capire cosa stava per succedere?

Amelio ha detto più volte che non voleva fare un film di ricostruzione storica. A me non è piaciuto il pezzo iniziale sul Congresso PSI all’ex Ansaldo, perché non era quello il Partito Socialista. Era pieno di passione e di intelligenza, lì invece c’è una visione riduttiva. Certamente Craxi, come tutti i leader politici dell’epoca, aveva in testa il principio che la politica veniva prima di tutto, i finanziamenti e la legalità dei finanziamenti stessi venivano dopo e contavano poco. Era lo spirito del tempo in Italia, ma anche nel resto d’Europa. Il cancelliere tedesco Kohl dovette dimettersi per uno scandalo sui finanziamenti illeciti al suo partito.

Non si ricordano, però, altri ex Presidenti del Consiglio fuggiti dal proprio Paese per evitare la giustizia.

Lì ci sono molte discussioni. Non si può dare un giudizio su una scelta assolutamente personale. Quella sicuramente non era una giustizia “giusta”, era una giustizia violenta perché usava il carcere come strumento di tortura per estorcere delle confessioni.

Ad un certo punto il Partito Socialista di Craxi è diventato un partito personale in cui il capo era circondato da yes men che gli garantivano un potere indiscusso. Una delle colpe che più è stata addebitata a Craxi è l’aver fatto entrare un po’ tutti, con poca selezione. Lei che ne pensa?

L’argomento è molto complicato perché il degrado dei partiti cominciò già tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90. Poi i partiti sono stati distrutti, e quelli che ci sono oggi non sono più dei partiti e manifestano quel degrado moltiplicato per cento.
A quel tempo i partiti cominciavano ad affidarsi troppo allo spettacolo, oggi lo spettacolo è l’unica cosa che interessa. Questo è un fenomeno che si è manifestato in tutta Europa e in tutto il Mondo perché il sistema dei media ha portato in quella direzione.
Per quanto riguarda la selezione, io penso che il Partito Socialista avesse un’ottima classe dirigente e lo si è visto anche negli anni successivi, quando ex esponenti del Partito Socialista hanno avuto ruoli di rilievo in tutti i partiti di destra, di centro e di sinistra.
Certo va detto che mentre il Partito Comunista aveva una forte capacità di selezione dei suoi dirigenti perché aveva una disciplina di ferro, e la Democrazia Cristiana aveva il controllo dei Vescovi e della Chiesa, il Partito Socialista, che era in forte espansione, aveva meno filtri di accesso e questa è stata una sua debolezza.

La rottura col PCI. Vista da dentro e da stretto collaboratore di Bettino Craxi, quando è maturata e su quali basi?

Alla fine degli anni ’80 ci furono idee diverse nel Partito Socialista, che era un partito leaderistico ma democratico. C’erano dei compagni che erano per accelerare l’alleanza col partito ex comunista e fare rapidamente un’elezione anticipata per creare uno schieramento di sinistra. C’erano altri più prudenti ed io ero tra questi.

Per quali ragioni?

Nel Partito Comunista non vedevo ancora un rinnovamento convincente e pensavo che un’alleanza tra i socialisti e i comunisti fosse assolutamente perdente in uno schema bipolare. Alla fine gli elettori italiani non si fidavano di una sinistra in cui il Partito Comunista pesava ancora troppo. Ci fu poi la vicenda della guerra in Iraq, in cui il partito ex comunista, che era contrario, si mise in una posizione isolata dal resto del mondo occidentale e dunque in una posizione inagibile come partito di Governo. Quella guerra era giusta e fu appoggiata da tutti i socialisti europei.

Qual è stato secondo lei l’errore fondamentale di Craxi?

Credo che abbia sottovalutato il clima di rivolta contro la politica in generale. Finita la Guerra Fredda, nell’89, non ci si è resi conto che tutto il sistema dei partiti, con i loro enormi e costosi apparati, sarebbe dovuto cambiare. Invece gli apparati si sono mantenuti, pesanti e inutili. Così per cambiare il sistema politico anziché la via riformista si è presa la via rivoluzionaria. Ma è stata una rivoluzione che, non avendo un progetto, ha distrutto senza poi ricostruire. Si è distrutta la Prima Repubblica e non si è costruita la Seconda.

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Hammamet, intervista a Gianni Amelio e Pierfrancesco Favino

Hammamet Film

Hammamet, il film di Gianni Amelio dedicato agli ultimi mesi di vita di Bettino Craxi, ha diviso il pubblico e la critica nel ventennale della morte del politico. Abbiamo intervistato il regista del film e il protagonista Pierfrancesco Favino.

L’intervista di Barbara Sorrentini a Chassis.

Cosa ti ha affascinato di questa figura e come ti hanno coinvolto i vari aspetti della sua vita?

Mi hanno coinvolto non solamente riferiti alla figura di Bettino Craxi. Non a caso io non pronuncio mai il suo nome, perché in realtà il racconto tende un po’ ad essere allegorico: un uomo che ha perso il potere, un re che ha perso la corona come vivere la sconfitta. Nella figura di Craxi esiliato, recluso o clandestino ad Hammamet si legge tutta intera la parabola di uno che non perdona e non si perdona gli errori fatti, sia quelli che individua come tali, sia quelli che crede ingiustamente scambiati per errori. La fine che si avvicina, la strada che diventa più corta, la malattia che corrode il corpo e quindi l’ingiustizia sentita anche in modo ingigantito. Non parliamo certo di una persona la cui traiettoria è stata sempre limpida. Un uomo discutibile, oltre che discusso, però proprio questo è l’aspetto bello dal punto di vista drammaturgico. Io la storia di un re che regna non saprei farla, ma di un re che ha smesso di regnare e sa che la vita lo sta abbandonando è un soggetto appassionante che riguarda tutti, anche chi non è stato politico o non è stato socialista.

Molti infatti hanno sottolineato l’assenza della parte politica. È evidente che si tratta di una scelta, come ha già spiegato. Quello sarebbe stato un altro film.

C’è gente che va a vedere Biancaneve e spera di trovare Cicciolina o viceversa. Io ho fatto un film che è chiaramente un film metaforico sul potere e non credo assolutamente a chi mi dice che manca la politica. Manca la cronaca, quella che si consuma nell’arco di un giorno. Io avrei potuto prendere migliaia di giornali, prendere le prime pagine e raccontare gli aneddoti della dissoluzione del partito. Non l’ho fatto perché mi sembra un’operazione inutile. C’è tanta gente superficiale abituata alla superficialità che ama la superficialità e vuole le cose semplificate, spiattellate e spiegate. La cosa bella del cinema, però, è anche l’emozione che ti danno i silenzi, i misteri, le domande alle quali tu spettatore puoi dare una risposta.

Come hai ritrovato questa parte più intima e interiore del personaggio?

Devo essere banale per essere onesto: si scava sempre dentro noi stessi quando si racconta qualcosa. Anche se si parla di un uomo pubblico, guai se il regista non scava nel proprio mondo personale. Io ho fatto un film su Camus, “Il primo uomo“, e mi ricordo che la figlia di Camus, quando si trattò di leggere la sceneggiatura, mi disse “spero che lei abbia raccontato di sé e non di mio padre“. E questo è vero, perché ci si deve mettere in gioco e io in qualche misura mi sono messo in gioco parlando di Craxi, anche coraggiosamente perché mi sono attirato e mi attiro ancora strali da tutte le parti. Ognuno mi vuole dalla sua mano, io lo sapevo e l’avevo messo in conto.
Però era l’unico modo per essere sinceri: mettersi in quei panni ha fatto uscire fuori l’uomo e il politico insieme. Si capiscono i problemi, i dolori, le gioie e i passi falsi perchè l’autore li ha fatti propri.

Nel tuo far proprio c’è una licenza poetica, il personaggio di Fausto che richiama forse più al tuo cinema che alla storia di Craxi. Chi sarebbe?

Il discorso potrebbe essere lungo, ma lo faccio molto breve. Il presidente ha dentro un senso di colpa devastante e questo senso di colpa lo porta a essere violento contro il Mondo e la materializzazione di questo ragazzo che nasconde tante cose è come se fosse la sua coscienza che prende corpo. Io spero che il pubblico legga il film come un thriller, anche perché a modo suo è anche un thriller. E l’ultima sequenza è una rivelazione.
Nelle cose che si raccontano nell’ultima sequenza non ci sono tante cose vicine a quelle che ha fatto probabilmente o che avrebbe voluto fare o che vorrebbe fare il presidente. C’è un film che io cito nel mio film, che si vede in televisione, che ha un titolo in italiano meraviglioso dal punto di vista dell’immaginazione che porta avanti e che suscita nello spettatore, “Le catene della colpa”, un film in cui le colpe vanno di padre in figlio.

Hammamet, intervista a Francesco Favino

Hammamet

Che effetto ti ha fatto vederti completamente truccato la prima volta?

Beh il dovermi abituare all’idea di questo passaggio. L’avevo ipotizzato e pensato molto, però c’è stato un momento in cui ho chiesto di star da solo col trucco. Ho voluto fare una prova di trucco e starci insieme per un po’ nello studio dove preparo il lavoro. Avevo bisogno di capire che effetto mi faceva dentro questa cosa ed è stata una delle cose che poi mi sono portato dentro sempre di più durante il film. È una modalità diversa di approccio al lavoro.

Che lavoro e che ricerca hai fatto per ritrovare il personaggio più vicino?

Una ricerca di osservazione e mi sono posto tante domande. Mi sono chiesto il perché di tanti comportamenti e cosa significavano alcune sue abitudini. Non sto giudicando l’uomo o il politico, ma la passione politica. Io ho avuto la sensazione che fosse un uomo abitato dalla passione politica.

Girare nel luogo vero quanto ti ha dato?

Io ho incontrato solo una volta la figlia Stefania prima di iniziare il film. Ho voluto incontrare lei per farle capire che il rispetto che avevo dell’idea di dover entrare in punta di piedi negli affetti familiari che non avevano nulla a che vedere con la figura pubblica dell’uomo. Ho chiesto in qualche modo il permesso di poterlo fare, mi sembrava la cosa più giusta e corretta.
Il luogo è stato molto forte entrarci per la prima volta dopo averlo intravisto nelle interviste a Craxi. Capire la geografia della casa o vedere un luogo abitato, perché lo è ancora oggi. C’è qualcosa che il video non può darti, dagli odori alle abitudini di una famiglia. Ha i suoi spazi, ha le foto private e questo è stato emozionante. Mi aspettavo probabilmente una casa più sfarzosa di quella che ho visto.

Sia Paolo Pillitteri che Bobo Craxi hanno detto che lo hanno ritrovato in te. Questa cosa ti gratifica?

Mi gratifica enormemente anche perché i due casi specifici sono due casi che hanno vissuto non solo l’aspetto esteriore e politico, ma l’hanno conosciuto molto profondamente. Vuol dire che le ipotesi di cui parlavo prima hanno colpito nel segno.

Che utilizzo fai dei social network?

Lo uso anche per questo lavoro. Io ho fatto un diario personale perché sapevo e sentivo che sarebbe stata un’esperienza particolare. È nato come diario privato, ma molto spesso mi capita di percepire che c’è una distanza molto forte tra quello che facciamo e quello che le persone sanno di come lo facciamo. Il desiderio di condividere nasce anche dall’avere un contatto con le persone, anche se attraverso un mezzo che non lo prevede da un punto di vista fisico.

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Inquinamento e cambiamento climatico: la correlazione è sempre più forte

Acqua Alta

Le previsioni a medio termine anticipano ancora molte giornate di alta pressione e alti livelli di smog nel nord del Paese, ma a spaventarci dovrebbero essere quelle sul lungo periodo, che evidenziano sempre di più la correlazione tra inquinamento e cambiamento climatico.

Cosa succederà tra 70-100 anni? Ne abbiamo parlato con Gianmaria Sannino, climatologo del Centro Ricerche Enea. L’intervista di Alessandro Braga a Fino alle otto.

Le previsioni parlano di un’altra settimana con alta pressione e livelli di smog alti. Che cosa sta succedendo?

L’anticiclone africano ci fa sempre più spesso visita. Sappiamo benissimo che quando succede d’estate ci sono delle ondate di calore. Ora ovviamente non percepiamo quel calore, ma abbiamo un blocco delle perturbazioni che vengono dall’Atlantico e che vengono bloccate dall’anticiclone africano. Questo comporta una riduzione sistematica dei venti e delle piogge sul nostro Paese: c’è una sorta di ristagno dell’aria della Pianura Padana, Milano e Torino. Questo ristagno dell’aria non fa altro che agevolare lo smog.
Questo è ciò a cui andremo sempre più incontro se non si mette mano alla riduzione sistematica dei gas. Non è molto diverso da quello che sta succedendo in Australia in questo momento: gli incendi a cui stiamo assistendo non sono altro che figli di un periodo estremamente siccitoso. Questa ondata di calore eccezionale che ha colpito l’Australia ha creato quelle precondizioni necessarie affinché gli incendi si estendano in maniera incontrollata.
In Italia in questo momento il problema sono gli incendi, ma questa cappa di alta pressione che sta letteralmente bloccando le perturbazioni da ovest sta creando un altro tipo di problema. La correlazione tra inquinamento e cambiamento climatico sta diventando sempre più forte. Se immaginiamo che l’inquinamento che stiamo vivendo è anche in parte responsabile dell’aumento della CO2 in atmosfera come questi problemi sono estremamente correlati. Da una parte le emissioni di PM10 fanno male alla salute dei giovani, contemporaneamente la CO2 che viene inevitabilmente emessa dalle macchine o dai sistemi di riscaldamento fa male al clima e alla Terra. È la conseguenza del cambiamento climatico.

Cosa ci dobbiamo aspettare per il prossimo periodo?

Quello che noi facciamo è studiare il clima nell’area mediterranea. Siamo particolarmente interessati a come evolverà il clima in area mediterranea perché sappiamo benissimo che il clima mediterraneo è un clima particolare. Quello che abbiamo visto non è particolarmente confortante se le cose non cambiano.
Se non cambierà il modo in cui ci spostiamo, ci scaldiamo o produciamo energia, l’andamento sarà quello di un aumento della temperatura che potrà addirittura arrivare a fine secolo a 5/6 gradi in più rispetto al periodo pre-industriale. Questo comporterà anche un aumento significativo delle ondate di calore.

Cosa intendiamo per ondata di calore?

Un’ondata di calore stile 2013, la più grave ed importante che abbiamo avuto nell’area del Mediterraneo, potrebbe verificarsi sistematicamente ogni anno tra il 2080 e il 2100, con una riduzione fino all’80% delle precipitazioni. Questo è quello a cui possiamo andare incontro.
L’altra variabile particolarmente sensibile è il livello del mare, che crescerà e potrà superare addirittura 80 centimetri in più rispetto al valore attuale. Sembra poca roba, ma non lo è e Venezia lo sa benissimo.

Stiamo parlando di poche decine di anni.

Esatto. Il trend di questo cambiamento climatico non ci fa ben sperare. La concentrazione di CO2 in atmosfera non sta diminuendo, così come non si sta stabilizzando dopo l’accordo di Parigi. Al di là dei buoni propositi e degli allarmi che vengono lanciati, di concreto non sta succedendo nulla. Questo è il segno che qualcosa non sta funzionando. E poi c’è anche la temperatura media del pianeta, che continua a crescere non in maniera uniforme. In particolar modo sta crescendo in quelli che sono stati definiti hotspot climatici, zone della Terra che risentono particolarmente dell’aumento della temperatura. Tra queste, oltre ai Poli, c’è anche il Mediterraneo. Se è vero che la temperatura media della Terra ha raggiunto un grado in più rispetto al 1870, per il Mediterraneo abbiamo già raggiunto 1.4 gradi in più. Sulla nostra area il cambiamento climatico è più sensibile.

PM10 e cambiamento climatico. Perché gli inquinanti non si disperdono?

8 gennaio 2020

Come ogni gennaio, torna anche il periodo in cui respirare diventa particolarmente complicato e dannoso in Italia. A Milano la serie negativa di valori di Pm10 al di sopra della soglia del limite giornaliero consentito di 50 microgrammi per metro cubo è iniziata il 27 dicembre scorso. C’è stato un picco a Capodanno di 131 microgrammi per metro cubo a causa dei botti e poi i valori di Pm10 sono leggermente scesi a 72 e poi 52.

L’unico giorno di tregua è stato domenica 5 gennaio, coi valori di PM10 sono scesi al di sotto di 44 microgrammi per metro cubo. Da lì in poi sono tornati a salire e in questi giorni si prevede un nuovo aumento.

Ne abbiamo parlato con Simone Scapin del Centro Geofisico Prealpino di Varese. L’intervista di Lorenza Ghidini e Roberto Maggioni a Prisma.

Queste sono giornate caratterizzate dal persistere di condizioni anticicloniche sul nord Italia e su buona parte del continente europeo. Nella stagione invernale questo si associa alla formazione di cosiddetti strati di inversione termica, ovvero degli strati di aria in prossimità del suolo in cui la temperatura, diversamente da quanto avviene normalmente, tende a salire con l’aumentare della quota. Abbiamo strati di aria fredda e umida che toccano il suolo sovrastati da aria più secca e più calda negli strati superiori. Questo ha come effetto, per ragioni di termodinamica, di ridurre il rimescolamento verticale dell’aria. Se normalmente gli inquinanti tendono a disperdersi in una colonna d’aria più spessa, in queste condizioni tendono a concentrarsi in un tratto molto sottile a ridosso del suolo. È un po’ come se mettessimo un grosso coperchio in prossimità del suolo che trattiene tutte le sostanze inquinanti prodotte.

In pratica non si muove nulla e rimane tutto giù.

Esattamente. Nella Pianura Padana la situazione è aggravata dal fatto che si tratta di una zona densamente urbanizzata e l’orografia non aiuta perché abbiamo la presenza delle Alpi a nord e degli Appennini a sud che tendono a limitare gli scambi d’aria e la ventilazione. Qui la situazione è peggiore che altrove per questo motivo.

Cosa deve succedere affinché gli inquinanti possano liberarsi nell’atmosfera e uscire da questa zona?

Bisogna attendere la prossima perturbazione che porterà maggiore rimescolamento e maggiori precipitazioni, condizioni che favoriscono la dispersione degli inquinanti. Al momento però non vediamo alcuna perturbazione in arrivo. Abbiamo una perturbazione in transito a nord delle Alpi il prossimo venerdì, ma la zona padana sarà influenzata soltanto marginalmente con qualche passaggio nuvoloso.
Per il fine settimana attendiamo condizioni stabili in buona parte soleggiate su Alpi e Prealpi, mentre sulla Pianura avremo la formazione di nebbia notturna che andrà parzialmente dissolvendosi durante il giorno. Non ci saranno cambiamenti sostanziali in arrivo.

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Fabrizio De André, cosa ci spinge ancora oggi ad andarlo a trovare?

Fabrizio De André al cimitero di Staglieno

Di Fabrizio De André, cremato 21 anni fa, non rimane che di tangibile un posto nella marmorea cappella a Staglieno, il cimitero monumentale di Genova posto sulle le colline, verso il cielo azzurro che ripete infinito il primo splendore del mare.

Siamo venuti dal Belgio a Genova, attraverso una notte intera, seguendo come una cometa il bianco della luna piena. Si arriva con un volo a Bologna. Da Bologna, al mattino presto, un treno per Voghera. Poi Genova. Nel cammino annunciamo che cosa andiamo a fare, a trovare la cenere di un defunto, e tutti approvano, sorridono, si scusano: “Non sapevo che fosse oggi, a me piaceva. Aspetti, le do qualche biscotto per il viaggio”.

Che cosa ci ha lasciato Fabrizio De André, oggi? Che cosa ci spinge, davvero, ad andarlo a trovare?

È sabato e a Staglieno, una città mortuaria ma viva di gente, sembra sdrammatizzarsi col viavai: chi ramazza una cappella perché, dice, sta per arrivare un nuovo inquilino, chi va già a grandi passi verso l’autobus per rientrare a casa, chi viene per lavoro a rinfrescare qualche intonaco. All’entrata mi offrono fiori, un caffè, l’acqua freschissima del rubinetto di Genova.

Chiedo timidamente del campo 22 come se ci dovessi visitare un parente, e un uomo dal ciuffo lungo, l’occhio vivo e l’accento inconfondibile mi consiglia di passare a salutare anche Fabrizio De André, che – mi dice quasi strizzandomi l’occhio – è proprio lì a fianco a quel che cerco.

Un po’ per il freddo, un po’ per i maestosi cipressi pacifici, un po’ per i vasi di fiori, rose bianche e rosse e blu che qualcuno ha già portato all’interno, è difficile rimanere a lungo immobili nella tristezza. “È Dori” mi dice la vicina di tomba “le ha portate ieri. Di solito viene nel pomeriggio”.

Chi si avvicina al settore con passo più timido degli altri, spesso finisce proprio lì davanti: si riconosce in chi va a un anniversario un’intenzione diversa, più insicura, eccezionale rispetto ai gesti di manutenzione consueta. Chi arriva è silenzioso, ma cerca i volti degli altri e ci si sorride, ci si conosce, e proprio al cimitero ci si trova a pensare e a parlare di vita.

Il primo ad arrivare è Marcello, genovese e sessantenne, l’aspetto gioviale alla Brassens, che è arriva ogni anno sempre alla stessa ora a salutare chi ha scritto “la colonna sonora della sua vita” e che incastra due rose, una rossa e una blu come la sua sciarpa del Genoa, nella fessura della porta. Mi sorride e riparte e io penso che noi, i contemporanei di De André, che lo abbiamo conosciuto da vivo e abbiamo visto immediati i riferimenti storici delle canzoni, senza avere altro ostacolo che la fatica di decifrare i testi, siamo gli unici a conoscerlo in modo autentico, quindi gli unici ad amarlo tanto, e saremo sempre di meno.

Vengo smentita un attimo dopo da Mario, calabrese veneziano e animatore di fan club, il quale, statistiche alla mano, mi mostra che oltre la metà dei suoi Instagram follower ha meno di 24 anni. Mi spiega che le donne di Via del Campo sono tre, e che in Andrea… e io non voglio sapere, e mi accorgo che se tutti noi pellegrini condividiamo, certo, una stessa fonte di vitalità e in fondo lo stesso perno di speranza, ognuno di noi ha una sua versione privata del dialogo con l’autore, una sfumatura diversa e individualmente “autentica”, e che è bene che le cose restino in questo modo.

Intanto, qualcuno ha deposto tre sigarette, qualcuno due spighe di grano, e due signore (le grandi borse del mercato al braccio, presto le riempiranno, accennano di passaggio un saluto alla cappella come tra conoscenti su una spiaggia.

Resta un ragazzo dalla barba rossa, a lungo con gli occhi bassi. È Daniele, da Napoli, e mi sussurra gentile porta tulipani perché i papaveri non li ha trovati. È figlio di ferroviere, e ha compiuto per venire qui quello che è il suo ultimo viaggio in treno gratis, perché proprio oggi compie 21 anni. E quasi si scusa: “È un brutto giorno per il compleanno”. Ma ci guardiamo e sappiamo che invece è proprio un bel giorno per celebrare la vita. Quella stessa forza che, in brani di De Andrè anche meno noti e anche segnati inevitabilmente dal tempo, è la chiave per sciogliere dilemmi attualissimi: il coraggio di scegliere il proprio cammino individuale per esempio, e di arrivare a farlo nelle circostanze poco eroiche di ogni giorno, senza lasciarsi andare mansueti a seguire quel che troviamo come dato, o che ci viene altrimenti costruito tutto intorno – in una parola, pensare.

Voltiamo insieme le spalle alla cappella perchè ci chiama fuori il sole. Daniele ed io abbiam forse capito che visitare Staglieno, oggi, può avere un significato. Di far entrare in risonanza il ricordo diretto di una felice, se tormentata, storia individuale con quanto in noi resta educato, condizionato, formato da quell’individuo e dai suoi stessi riferimenti, e di ripartirsene certo ancora confusi e soli, ma con il fardello leggero e l’idea un po’ più chiara che son questi i principi nostri – espressi in modo mutevole, e che torneremo allor presto a percepir di nuovo – con cui possiamo restare e sorridere oggi nel mondo.

di Margherita Redaelli

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Tutto il calcio minuto per minuto compie 60 anni. Intervista a Riccardo Cucchi

Riccardo Cucchi

Tutto il calcio minuto per minuto, l’iconica trasmissione radiofonica di Rai Radio 1, compie 60 anni e per celebrare questo unico e importante traguardo abbiamo fatto quattro chiacchiere con una delle voci storiche del programma ideato da Guglielmo Moretti, Roberto Bortoluzzi e Sergio Zavoli, il giornalista ed ex cronista Riccardo Cucchi.

L’intervista di Florencia Di Stefano-Abichain e Disma Pestalozza a Due Di Due.

La grande fortuna, che sto scoprendo dopo aver smesso di lavorare, è aver fatto parte della grande famiglia di Tutto Il Calcio ed essere diventati, inconsapevolmente, parte delle famiglie degli italiani. Eravamo voci che entravano in casa la domenica o lungo le autostrade durante le gite domenicali. Questo è molto bello.

Siete stati parte della storia italiana. La trasmissione ha rappresentato un’innovazione anche da un punto di vista tecnico: avere 10 inviati sui campi tutti collegati insieme, che entrano l’uno sull’altro mantenendo una pulizia senza accavallamenti.

Questa è la ragione per la quale la trasmissione vive ancora oggi malgrado ormai si viva in un tempo di piattaforme televisive e di immagini. La formula è vincente. Io continuo a pensare che l’idea geniale sia stata quella di aver creato la prima all news della storia dell’informazione italiana. Oggi siamo pieni di all news per fortuna, ma Tutto il Calcio è stata la prima occasione nella quale qualcuno ha sperimentato finestre che si aprivano e si chiudevano su una realtà in evoluzione e nella quale la breaking news era rappresentata dal gol.

Avete anche segnato un tipo di professione molto specifica. Quando non si poteva entrare con le telecamere negli spogliatoi o non c’erano la moviola in campo o il VAR, voi dovevate davvero dipingere una partita che non si poteva vedere, ma solo ascoltare.
È un talento puro o si può imparare?

Credo che sia necessario avere un talento naturale. Bisogna avere qualcosa nel DNA, che da solo come in tutte le cose della vita non è sufficiente.
Io sono sempre stato convinto che fino all’ultimo secondo passato al microfono avrei avuto qualcosa da imparare, è un’evoluzione continua. Il grande problema di un radiocronista è quello di non essere più veloce o più lento del pallone. Dobbiamo essere SUL pallone: il numero di parole che pronunciamo deve essere misurato al percorso che il pallone fa da un punto all’altro del campo, da un piede all’altro del giocatore. In quel percorso noi non dobbiamo essere né davanti né dietro il pallone. Dobbiamo misurare la quantità di parole necessarie per dire quello che dobbiamo dire.

Per quanti anni sei stato la prima voce di Tutto il Calcio?

Dal 1994. Sono entrato in RAI nel 1979 per concorso e ho fatto tutti i passaggi di preparazione. Ci insegnavano anche a pronunciare le parole, qualunque inflessione dialettale era inaccettabile. Io ho avuto come insegnante il grande Arnoldo Foà, che mi ha insegnato ad usare il diaframma e pronunciare bene le parole. Prima di andare al microfono sono passati degli anni. La prima partita l’ho fatta nel 1982, poi piano piano sono entrato nella grande famiglia di Tutto il Calcio e nel 1994, dopo il pensionamento di Sandro Ciotti, è toccato a me.

Quali sono i primi consigli che ti hanno dato Enrico Ameri e Sandro Ciotti?

Erano un’altra generazione, loro mi hanno insegnato molto sul lavoro, ma ho dovuto rubare. Come succede ancora oggi in una bottega artigiana, quando entra l’apprendista e si trova di fronte il maestro cerca di imitare i suoi gesti ed imparare copiando. Così abbiamo fatto anche noi. Loro raramente ti insegnavano qualcosa, erano molto severi e distanti rispetto a noi. Sandro Ciotti mi disse “ricordati sempre di portare con te uno zaino immaginario pieno di parole. Più parole conterrà quello zaino, più sarai pronto ad usare quella giusta quando ti servirà per rendere bella la tua radiocronaca“.
Lui mi dava un insegnamento legato al lavoro, ma poi col tempo ho capito che mi ha dato un insegnamento di vita. Più parole conosciamo, più siamo liberi e più siamo in grado di capire la realtà.

Cosa ti piace della nuova generazione di cronisti?

C’è una bella scuola per fortuna, ma credo che ci sia molto di buono anche all’esterno della radio. Ci sono tantissimi colleghi, anche delle piattaforme televisive, che sono bravi e sanno fare il loro mestiere. È difficile per me esprimere giudizi: ogni epoca ha i suoi narratori. C’è stata l’epoca di Nicolò Carosio, che oggi non sarebbe proponibile, c’è stata quella di Ameri e di Ciotti. Credo che ogni epoca abbia i suoi narratori giusti rispetto alla percezione che si ha dello sport. Cambia il calcio, cambia il linguaggio, tutto si evolve.

Foto dalla pagina ufficiale di Riccardo Cucchi su Facebook

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Foggia Libera Foggia, il corteo per diro NO alla mafia

Foggia Libera Foggia

Oggi pomeriggio a Foggia ci sarà un corteo, ribattezzato Foggia Libera Foggia, per rispondere ad un picco di violenza criminale che si è registrato in città negli ultimi giorni. La manifestazione è indetta dall’associazione Libera Contro Le Mafie.

Ne abbiamo parlato con Sasy Spinelli, referente di Libera Foggia. L’intervista di di Serena Tarabini a Fino alle 8.

Il 4 gennaio una bomba è stata fatta esplodere sotto l’automobile di un dirigente di una Residenza Sanitaria Assistenziale (RSA) che aveva denunciato per estorsione due presunti mafiosi foggiani, ma dall’inizio dell’anno ci sono stati altri attentati: due ai danni di altrettanti esercizi commerciali di Apricena e San Giovanni Rotondo, mentre a Foggia nella notte tra il 31 dicembre e il 1° gennaio sono stati incendiati due bar. La sera del 2 gennaio, sempre alla periferia di Foggia, è stato ucciso un uomo di 53 anni, Roberto D’Angelo, mentre a bordo della sua automobile. Stiamo assistendo ad una recrudescenza di questi atti criminali?

Sicuramente c’è stato un acuirsi della violenza mafiosa in questo periodo. Per capirne il motivo dobbiamo aspettare gli inquirenti, visto che stiamo assistendo a tantissime operazioni repressive da parte delle autorità negli ultimi mesi e anni che hanno portato anche all’arresto di vari vertici della mafia foggiana. Potrebbe trattarsi di un cambio di gruppi che si affacciano sulla scena e vogliono fare il grande salto o sei segnali per far capire che i vari gruppi non sono ancora stati sconfitti.
Sicuramente ora è tempo di resistere e non cedere allo sconforto davanti a quella che è ormai definita la quarta mafia. La manifestazione di oggi ha proprio questo scopo.

Che partecipazione vi aspettate?

La cosa bella, anche facendo parte di una rete nazionale come Libera, è che la partecipazione sarà molto ampia, soprattutto dalle zone limitrofe.
Sicuramente l’attestazione di stima e vicinanza ci ha fatto molto piacere. Ci aspettiamo una partecipazione numerosa perché abbiamo avuto l’adesione di tantissimi uffici e realtà che hanno voluto testimoniare portando in piazza colori e striscioni per dire NO alla mafia, ma più in generale NO allo sconforto.

Scorrendo i quotidiani di oggi mi sono resa conto che non si sta parlando molto della manifestazione di oggi. Che spazio è stato dato dalla stampa a questo evento e a quello che sta uscendo in Puglia in questo momento?

Sicuramente è stato dato spazio alla notizia quando abbiamo convocato la manifestazione, è stata una convocazione fatta da Libera a livello nazionale e questo ha dato più risalto alla cosa.
Su questo siamo abbastanza tranquilli, ma la cosa che ci teniamo a ribadire è che anche quando non avvengono queste cose bisogna tenere un’attenzione costante. Così come abbiamo i picchi della violenza abbiamo anche i picchi dell’informazione. E questo non deve avvenire, è un territorio che va raccontato e accompagnato. Quello di Foggia è un territorio che è davvero in emergenza nazionale e sono sicuro che oggi ci saranno anche dei rappresentanti dell’esecutivo.

Che partecipazione vi aspettate da parte della politica?

Ci saranno sicuramente tutte le istituzioni locali, dai sindaci al Presidente della Regione Puglia Michele Emiliano. A livello centrale sappiamo che parteciperà anche il governo con un ministro, anche se non sappiamo ancora chi sarà. Ci saranno anche senatori e deputati.
Abbiamo voluto fortemente che non ci fossero interventi politici dal palco. A chiusura del corteo interverranno le associazioni proprio perché vogliamo evitare possibili strumentazioni visto che domenica ci saranno anche le primarie in Puglia. È però importantissimo che la politica capisca che questa è un’emergenza nazionale e che per troppo tempo la mafia foggiana è stata sottovalutata. Ora si sta facendo molto sul piano repressivo, ma è fondamentale avere un piano per questo territorio e fare degli investimenti. Il problema non è saltato la presenza della mafia, ma il fatto che si tratta di un territorio depresso economicamente e che quindi presta il fianco al proliferare della criminalità organizzata.

L’appuntamento col corteo Foggia Libera Foggia è per le 15 di oggi, venerdì 10 gennaio 2020, in viale Candelaro n.27, il luogo in cui è avvenuto l’ultimo omicidio. Da lì il corteo partirà per arrivare nei pressi di via Lanza dove si terranno gli eventi conclusivi.

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De André, Mark Harris: “Siamo diventati amici perché non lo adulavo come tutti”

Mark Harris

In occasione del 21esimo anniversario della scomparsa di Fabrizio De André, abbiamo ospitato a Jack il tastierista, arrangiatore e compositore Mark Harris, storico collaboratore di De André dalla metà degli anni ’70.

[dal minuto 18’38”]

L’intervista di Matteo Villaci e Margherita Devalle.

Com’era lavorare con Fabrizio De André?

Io ci lavoravo benissimo. Quando l’ho conosciuto non era un mito per me, io arrivavo dagli Stati Uniti e lui per me era un bravo cantante, non era un mito sacro.
Eravamo i migliori amici anche perché lui non voleva che la gente lo adulasse. Voleva avere dei rapporti normali, anche se con gli anni si era un po’ disabituato.

Quando hai iniziato a suonare con lui sapevi già che era un mito o l’hai scoperto lavorandoci insieme?

La prima volta che l’ho conosciuto mi avevano convocato dalla Dischi Ricordi, con cui avevo già fatto molti lavori. C’era un 45 giri di Fabrizio, “Una storia sbagliata“, a cui mancava il lato B. Serviva un riempitivo per questo 45 giri e Mara Maionchi, che lavorava alla Ricordi e che conoscevo molto bene, pensò di chiamarmi. Sono entrato in sala in ritardo e mi sono messo a trascrivere il brano mentre ce lo facevano ascoltare. Per me si trattava di Fabrizio De André, ma alla fine quello era Massimo Bubola. Nel frattempo un tipo burbero si aggirava per lo studio e io avevo dato per scontato che si trattasse dell’impresario.
Dopo aver completato la base tutti gli altri musicisti se ne stavano andando, sono salito in regia e ho visto che quello che per me era l’impresario si è messo a cantare. E lì ho capito, quello era Fabrizio De André!
Sono rimasto esterrefatto dal modo in cui cantava. Ha registrato due versioni di quel brano e subito dopo gli sono andato incontro per fargli i complimenti. “Ma lo sai che canti proprio bene? Hai una voce bellissima“. Lui mi guardò come se lo stessi prendendo in giro, ma in quell’espressione ho visto che ha messo insieme i punti e realizzato che io ero sincero, non lo conoscevo e che ero davvero impressionato. Ho visto i suoi occhi da bambino quando mi ha risposto “Belin, non me lo dicevano da anni!

Cos’è che oggi, a 21 anni dalla scomparsa di Fabrizio De André, manca più di lui?

Sicuramente manca qualcosa di simile come qualità. Lui faceva i dischi una volta ogni 4 o 5 anni non per pigrizia, ma perché curava in maniera maniacale tutti i dettagli. Possono piacere o non piacere, ma sono innegabilmente dischi di una portata epocale. Dischi interi concepiti in quella maniera lì non mi vengono in mente dall’Italia in questi anni.

È vero che hai lavorato al disco incompiuto di De André e che hai in garage quello che ne è venuto fuori?

Lui aveva questa visione per una sorta di suite di quattro movimenti con pochissimo cantato e pochissimo testo maschile. Mi voleva per fare qualcosa di sinfonico e jazz. Io ho realizzato un brano e mezzo di questo lavoro, ne avevamo parlato solo per telefono perché lui ormai si vergognava di farsi vedere in giro dopo le chemioterapia. Comunicavamo soltanto via telefono e così mi ha accennato alcune frasi e alcune strofe. Aveva apprezzato le melodie che avevo scritto, ma di concerto non c’è davvero nulla. Io ho fatto le basi e ho le melodie, ma non c’è altro.

Ci racconti la genesi dell’Ave Maria in sardo con cui chiuderemo la puntata?

La prima volta che ho sentito la musica sarda era durante le registrazioni di Napoli Centrale, nel 1974-1975. Ero in un ristorante di Roma e il televisore stava trasmettendo un coro di tenori sardi. James Senese mi spiegò di cosa si trattava e il giorno dopo sono andato alla Dischi Ricordi di Piazza Venezia a cercare dei dischi sardi. Trovo una trentina di dischi in una scatola e li prendo tutti. Tra quei dischi c’era anche roba di qualità e ho iniziato a farmi una cultura. Quando con Fabrizio De André abbiamo fatto “Tre Rose” di Massimo Bubola, Fabrizio mi chiese di arrangiare il suo prossimo disco, chiedendomi anche se conoscevo la musica sarda.
Quando mi chiese se conoscevo l’Ave Maria sarda, gli risposi “Quale versione?”. Lì ho capito che non sapeva molto della musica sarda!
Una volta scelta la versione, mi chiese di farne una versione alla Pink Floyd. Non ero un fanatico dei Pink Floyd, ma riuscì a concepire una versione che si avvicinasse a quella richiesta. Inizialmente voleva farla cantare ad un coro di suoi amici sardi, ma dopo diverse prove Fabrizio si è convinto che avevo ragione io, non poteva farla cantare ad altri. Quando gli ho fatto sentire la base che avevo realizzato decise di farla cantare a me, ma abbiamo fatto insieme i coretti.

Foto di Fulvio Petri dalla pagina ufficiale di Mark Harris su Facebook

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Stati Uniti-Iran, Trump non risponderà al raid iraniano

Donald Trump nel 2020

Il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump sembra aver deciso di tendere la mano all’Iran e di non condurre alcuna rappresaglia dopo i raid iraniani verso due basi militari statunitensi in Iraq. Il commento di Farid Adly sugli ultimi sviluppi in Medio Oriente.

La situazione adesso è più distesa rispetto a ieri, in quanto Trump ha deciso di non rispondere all’attacco alle due basi militari irachene nelle quali si trovano soldati americani e britannici. Non ci sono state vittime.
L’operazione iraniana è stata condotta a scopo propagandistico per non perdere la faccia dopo l’attacco statunitense che ha ucciso delle personalità importanti come il generale Qasem Soleimani. Adesso toccherà probabilmente alle milizie di Hashed al Shaabi dare una risposta, anche se vedo che molti importanti uomini politici con delle milizie alle spalle hanno lanciato messaggi di calma e rassicurazione.
Rimane il fatto che le basi militari americane in Iraq sono a rischio. La minaccia iraniana nei confronti dei Paesi del Golfo che ospitano basi militari permane, dal Qatar al Bahrein, passando per Dubai, dove ci sono basi militari americane e occidentali: è chiaro che in una futura escalation toccherà anche a loro.
Sul fronte libico, invece, c’è a parole una distensione a livello diplomatico. Putin ed Erdogan hanno concordato di fare appello alle parti per un cessate il fuoco e l’ufficio di presidenza di Fayez al-Sarraj ha già annunciato di accettare questa proposta a condizione che le truppe di al-Sarraj ritornino al punto di origine, una condizione impossibile. Sembra che ieri il generale Haftar abbia detto al premier italiano Giuseppe Conte di voler accettare questo cessate il fuoco a condizione che vengano smilitarizzate le milizie di Tripoli.

Dal punto di vista diplomatico la giornata di ieri sembra confermare il ruolo di secondo piano dell’Unione Europea rispetto al protagonismo di Russia e Turchia. Haftar era da Conte, al-Sarraj è andato a Bruxelles, ma alla fine il cessate il fuoco lo hanno stabilito e chiesto Russia e Turchia.

La politica si fa con la canna del cannone. Putin ed Ergodan sulla scena libica stanno su due fronti diversi e la loro decisione avrà molta voce in capitolo rispetto agli appelli dell’UE o del governo italiano. La questione del contendere è molto forte: l’annuncio della Banca Centrale Libica che lo scorso anno, dal gennaio al novembre 2019, l’esportazione di petrolio della Libia è arrivata ad oltre 20 miliardi di dollari. La fetta petrolifera è molto importante in queste decisioni. Il petrolio è sotto il controllo dell’esercito nazionale di Haftar, ma la gestione dei proventi del petrolio è nelle mani del governo di al-Sarraj tramite la Banca Centrale e la società petrolifera nazionale libica. Ecco perché Haftar assedia Tripoli e le milizie che sostengono Haftar non vogliono mollare. La questione è tutta lì.

Stati Uniti-Iran: “Dobbiamo preoccuparci tutti”

8 gennaio 2020

Truppe USA in Iraq
Truppe USA in Iraq

L’escalation della tensione in Medio Oriente tra Stati Uniti e Iran ha avuto un altro picco la notte scorsa, quando l’Iran ha risposto all’uccisione da parte degli Stati Uniti nel generale iraniano Qassem Soleimani a Bagdad la settimana scorsa con una pioggia di missili verso la base USA di Ayn al-Asad, in Iraq.

Cosa significano questi ultimi sviluppi e cosa dobbiamo aspettarci? Ne abbiamo parlato con Farid Adly, giornalista e direttore di ANBAMED. L’intervista di di Serena Tarabini a Fino alle 8.

Quanto ci dobbiamo preoccupare di questa ultima notizia?

Io penso che ci dobbiamo preoccupare molto tutti, non solo le diplomazie, ma anche i popoli per questa escalation tra Stati Uniti e Iran. In base alle ultime notizie sembra che questo attacco abbia avuto delle vittime americane.
Il messaggio che il Ministro degli Esteri americano aveva fatto pervenire tramite l’ambasciatore svizzero, rappresentante degli interessi americani a Teheran, al governo iraniano è che l’Iran si deve limitare a una risposta militare. Questa lettera potrebbe indurre all’attesa di una situazione di calma che gli americani assorbano la risposta militare iraniana e non rispondano aumentando ulteriormente l’escalation. Non credo però che sarà così dal momento che l’obiettivo è stato una base militare americana in Iraq.
Devo sottolineare che queste non sono basi esclusivamente americani, ma sono basi miste in cui si trovano anche soldati iracheni. Tra le vittime potrebbero quindi esserci anche dei cittadini e soldati iracheni. Credo che lo sviluppo di questa situazione possa ancora continuare in una tensione sempre più alta. Un segnale preoccupante è l’avviso da parte del Pentagono alle compagnie aeree statunitensi di limitare i voli nella zona del Medio Oriente. Dall’altra parte c’è una minaccia da parte dei Guardiani della Rivoluzione, che non sono lo stato iraniano ma una struttura che fa parte del sistema politico militare dell’Iran, che minacciano Israele e i Paesi Arabi del Golfo – hanno citato Dubai e Qatar – in caso di un’ulteriore risposta americana, ma non si esclude che colpiscano anche in Arabia Saudita.
La cosa che sembra destare preoccupazione è il fatto che in Iran ci sia stato questo disastro aereo che per il momento le autorità iraniane si sono affrettate a legare ad un guasto aereo. Alcuni giornali della zona del Golfo ritengono invece che sia stato un attentato terroristico o un colpo missilistico. E adesso vedo su Al Arabiya un banner che parla di scosse vicino a due centrali nucleari iraniane, un aspetto che preoccupa molto.

Le autorità irachene hanno rilasciato qualche commento o dichiarazione su questo attacco?

Finora il governo iracheno non ha espresso posizioni nonostante siano passate più di sei ore dalla pioggia di missili balistici su queste basi militari in territorio iracheno. Sicuramente il governo iracheno si trova tra due fuochi: da una parte l’uso del suo territorio da parte degli Stati Uniti e il rifiuto di non adeguarsi alle leggi dello Stato iracheno e dall’altra questa invasione di campo iraniana nella politica irachena e nell’incursione militare sul territorio iracheno. È una guerra tra Iran e Stati Uniti che si sta consumando su territorio iracheno.
Il governo iracheno è in una posizione difficilissima anche dal punto di vista politico, si tratta di un governo dimissionario che non ha neanche la capacità di prendere delle decisioni.
L’altra questione preoccupante è che gli Stati Uniti nei giorni scorsi avevano estratto dei missili balistici dalle loro basi verso l’Iran, ma nulla è stato fatto per intercettarli. Questa è una delle domande che si pongono molti osservatori e giornalisti dell’area.

E cosa significa il temporeggiare degli Stati Uniti? È strategico o un segnale di incertezza?

Questo temporeggiare vuol dire rendere la tensione massima nella regione. Ricordiamoci che tutta questa tensione è causata da una parte dalle risorse energetiche che ci sono nella regione, ma dall’altra parte si tratta di una regione tra le prime per importazioni di armi. Tutta l’industria americana, occidentale, russa e cinese vive sull’esportazione verso il Medio Oriente, che consuma il 58% delle esportazioni mondiali di armi. È una fonte di ricchezza per l’industria degli armamenti che andrebbe a scontrarsi con la possibilità di una stabilizzazione della regione e una possibile convivenza tra i popoli.

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“Non ci resta che ridere”, il nuovo spettacolo dei Legnanesi

I Legnanesi

I Legnanesi hanno debuttato al Teatro della Luna di Milano con “Non ci resta che ridere“. Come tutti gli altri spettacoli dei Legnanesi, anche quest’ultimo lavoro parte dalla nostra realtà, ma stavolta gli spettatori vengono portati anche in un viaggio nel tempo.

Ira Rubini ha intervistato Antonio Provasio, Enrico Dalceri e Lorenzo Cordara a Cult.

Sì, si viaggia nel tempo. È uno spettacolo meraviglioso e innovativo per i Legnanesi. Si parte comunque dal cortile e dalla tradizione lombarda, ma quest’anno la famiglia Colombo e tutti gli anziani della comunità di Legnarello vanno a fare un giro a Parigi e a visitare il Louvre. L’idea è quella di riportare La Gioconda in Italia e arriveremo addirittura ad andare a trovare Leonardo Da Vinci. Poi andremo anche nel 1918 durante la Prima Guerra Mondiale. È uno spettacolo molto divertente e attualissimo, perchè comunque i Legnanesi sono sempre molto legati al presente e all’attualità.

I numeri di questo spettacolo, che dopo la celebrazione dei 70 anni dei Legnanesi inaugura una nuova era, sono particolarmente effervescenti e c’è addirittura un can-can. Così ne ha parlato Enrico Dalceri:

Ci tengo a dire che si tratta di un can-can tutto all’italiana tra lustrini e paillettes come i Legnanesi sanno fare. E nel secondo tempo abbiamo un omaggio tutte le mamme italiane con una grande canzone storica, “Mamma son tanto felice”, mentre nel primo tempo c’è il classico balletto alla soubrette e abbiamo sfoggiato e restaurato un vecchio vestito storico di Tony Barlocco restaurato. Veramente un pezzo unico e raro, quattro metri di mantello tutto ricamato a mano.

Nel corso degli anni i Legnanesi sono cresciuti anche nella parte più legata al musical e in questo spettacolo i balletti sono stati attualizzati grazie all’aiuto di Valentina Borghi e il pubblico ha risposto con grande entusiasmo.

Dal 2019 è Lorenzo Cordara ad interpretare lo storico personaggio del Giovanni, il marito di Teresa, che porta con sé alcuni elementi tipici della tradizione dei Legnanesi con caratteristiche proprio di Cordara. Ne abbiamo parlato proprio con l’interprete:

Ormai la Teresa, la Mabilia e il Giovanni fanno parte della tradizione lombarda, sono delle vere e proprio maschere e come tali certe caratteristiche rimangono. Poi, come ho sempre detto, spetta all’attore cucirsi addosso questa maschera mettendoci un minimo di personalizzazione e facendo crescere il personaggio. È un personaggio vecchio, ma da parte mia è come se fosse un personaggio appena nato. Al pubblico sembra piacere molto.

Nel corso dello spettacolo i Legnanesi sembrano avere una battuta per tutti, ci sono dei riferimenti politici, battute contro la guerra e si affronta il concetto che viaggiare in fondo è divertente anche per chi non lo fa tutti i giorni. I Legnanesi, anche in questa occasione, continuano ad essere fuori dagli schemi. È Antonio Provasio ad illustrare al meglio questa certezza:

Noi piacciamo proprio per quello, perchè cerchiamo di evitare di parlare delle solite cose e nei soliti modi. Noi siamo una compagnia apolitica, se dobbiamo bastonare lo facciamo con chiunque, ma sempre cercando di dare positività e una morale positiva.
Quando la gente ci ferma per strada e ci ringrazia quella è la cosa più bella. La risata deve essere positiva senza però andare ad insistere su certe situazione. Io voglio che il nostro pubblico venga a teatro a rilassare la mente. Vogliamo dare positività senza essere schierati e senza volgarità.

I Legnanesi saranno in scena con Non ci resta che ridere al Teatro della Luna di Milano fino all’8 marzo 2020, poi proseguiranno fino al 15 giugno in tournée nei principali teatri d’Italia, da Reggio Emilia a Roma.

Foto dalla pagina Facebook de I Legnanesi.

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Rage Against the Machine, seconda reunion al Coachella 2020

Coachella Valley Music and Arts Festival

Con l’inizio dell’anno è stata confermata la nuova reunion dei Rage Against the Machine in occasione dell’edizione 2020 del Coachella Valley Music and Arts Festival, già teatro in una loro reunion nell’aprile 2007, sette anni dopo l’ultima esibizione dal vivo.

Ne abbiamo parlato a Jack con Damir Ivic di Soundwall. L’intervista di Matteo Villaci.

Il problema non è il Coachella di per sé, perché già la prima reunion dei Rage Against the Machine avvenne al Coachella nel 2007. Il problema è che è cambiato il Coachella. Nel mio articolo avevo solo sfiorato l’argomento, adesso posso svilupparlo.
Coachella è diventato un festival dove per ottenere un accredito puoi autodichiararti influencer e devi mandare il link dei tuoi account e dimostrare che hai un determinato numero di follower. Se ce l’hai, hai l’accreditamento da vip e tutto un pacchetto speciale. È una scelta più che legittima, ma il Coachella di qualche anno fa era tutt’altro. Era il rock che andava contro il mainstream e contro un certo tipo di classifiche e di impostazioni, contro le Celine Dion di turno. Al posto dei Rage Against the Machine ci avrei pensato un attimo prima di scegliere quella come platea per il ritorno. Capisco che ci sono legati e che l’hanno già usato, capisco anche il legame con la California, ma io ci sono rimasto male.

Al netto delle perplessità di chi si occupa di musica, riesci a darti una spiegazione di questa scelta?

È semplicissima: soldi. Non sto dicendo che loro sono avidi, ma che nel momento in cui fai partire una struttura come quella che può girare intorno ad un concerto dei Rage Against the Machine, pochi festival al Mondo possono permettersi di fare offerte di un certo tipo. E in più bisogna anche capire come sono i rapporti tra di loro. Apparentemente sono sempre stati buoni anche quando Morello andava da una parte e gli altre dall’altra. Che non sia facile vivere all’interno dei Rage Against the Machine anche un Chris Cornell avrebbe potuto testimoniarlo.
Far ripartire questa macchina è dura, c’è bisogno di un’offerta grossa. Poteva essere il Primavera Sound Festival, sarebbe potuto essere più divertente ripartire da lì. Pur con tutta l’apertura verso il pop e il mainstream, il Primavera di Barcellona ha realmente rappresentato un caposaldo di ciò che è indipendente e alternativo.

Cosa dobbiamo aspettarci da parte dei Rage su quel palco? E che tipo di pubblico dobbiamo aspettarci sotto quel palco?

Uno dei ricordi più belli e intensi della mia vita è stato vedere i Rage Against the Machine a Milano. Erano devastanti dal vivo e infatti quello che mi chiedo come sarà quell’impatto ora che vanno verso i 50 anni. Cosa sarà rimasto? Quanto rischiano di essere una cover di loro stessi? Quello che succede davanti al palco mi fa molta paura.
I prezzi dei biglietti del festival si sono moltiplicati in una maniera assurda per mille motivi. Il rischio è ci siano soltanto persone che vanno ad un festival non perché ci credono, ma perché fa figo essere al Coachella.

Foto dalla pagina ufficiale del Coachella Valley Music and Arts Festival su Facebook

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Sardine, Santori: “Non ci sarà un congresso, ma un confronto nazionale”

Le Sardine a Bologna

Dopo i risultati delle elezioni regionali in Emilia-Romagna e Calabria, il movimento delle Sardine si troverà a fare il punto della situazione e pianificare la cosiddetta Fase 3 in vista delle campagne elettorali che partiranno nei primi mesi del 2020.

Michele Migone ha intervistato uno dei fondatori delle Sardine, Mattia Santori, in vista della due giorni in programma a Bologna verso il mese di marzo, in data ancora da definire.

Non è un congresso nel senso partitico del termine, ma un proseguo naturale dell’incontro che c’è stato a Roma il 15 dicembre scorso. Lì sono venuti fuori alcuni temi, un bel dialogo e il desiderio di continuare ad approfondire. Probabilmente all’inizio di marzo partirà l’inizio della fase 3 a cominciare da un coordinamento nazionale un po’ più organizzato.

Lo fate dopo le elezioni in Emilia Romagna e in Calabria per capire come muovervi dopo i risultati e l’aria che tirerà?

Sì, il nostro è un esperimento che continua ad evolversi settimana dopo settimana e sarà interessante, dopo le elezioni in Calabria ed Emilia Romagna, confrontarsi su cosa è andato e cosa non è andato e come riuscire a fare politica senza entrare nei dibattiti elettorale. Questo è un punto fondamentale, anche perché da marzo in poi inizieranno le altre campagne elettorali e dovremo assolutamente darci una linea per evitare che in Valle D’Aosta ci sia un atteggiamento diverso o contrastante rispetto a quello della Puglia.

Vorrete date un’omogeneità al movimento?

Sì, senza prendere parti o indicare voti. Dobbiamo anche chiarirci tra di noi. Questo non è un movimento che indica voti, è un movimento trasversale che cerca di fare una campagna elettorale diverse e cerca di aiutare anche i cittadini e i politici stessi a rispondere alle esigenze della base e dei cittadini. Non è un lavoro facile, è molto difficile non invadere il campo della politica.

Pensate di appoggiare in qualche maniera i candidati progressisti oppure volete valutare Regione per Regione?

Proprio per evitare di appoggiare pubblicamente qualcuno, bisognerà trovare un modo per riuscire a difendere quei valori per i quali siamo nati. Cercare di difendere una certa dialettica e un modo di parlare di fare politica, ma anche di presentarsi e di essere trasparenti anche sui social network. Ora siamo in possesso di molti dati perché, anche senza volerlo, abbiamo fatto parte di questa campagna elettorale in Calabria ed Emilia Romagna e con questi dati possiamo capire cosa succede realmente in una campagna elettorale.

Sembra che abbiate un’ambizione molto grossa, quella di dettare l’agenda politico-culturale di questi appuntamenti.

No no, noi abbiamo 6 punti che in questo momento sono fondamentali, quattro dei quali sono direttamente collegati alla democrazia digitale. Uno è sui Decreti Sicurezza, quello è l’unico specifico e circoscritto, e poi ce ne sono due di fondo. Quelli sono i nostri temi e non credo sarà utile spaziare o esagerare con le tematiche. Già questi 6 temi sono un buon modo per difendere un certo modo di fare politica e il discorso elettorale.

Per preservare il movimento rimanete attaccati a quei 6 punti e fate in modo che tutte le Sardine d’Italia alla fine rimangano fedeli e coerenti con quello.

Sì. A Bologna presenteremo quello che è stato in Emilia-Romagna e quello che secondo noi è successo e cosa è andato bene e cosa no. Cercheremo di far capire cosa significa avere una dimensione nazionale: siamo gli unici in questo momento ad avere occhi e orecchie su tutto il panoramica nazionale. Chiusa la faccenda Emilia-Romagna avremo molto più tempo per confrontarci meglio con tutti i referenti territoriali e per arrivare alla data di questo ritrovo di due giorni con delle informazioni di più per dare dei suggerimenti.

Ci sono tante aspettative su di voi da parte di molti. Quali sono secondo te quelle giustificate?

Bella domanda! Credo che la forza di questo fenomeno è che ha fatto venire a galla tantissime energie positive che non erano state considerate e coinvolte. Questo è il patrimonio più prezioso che ci troviamo a gestire in questo momento. La fretta è la nostra nemica numero uno, ma non dobbiamo fare finta di non averte questa responsabilità. Sappiamo che c’è tanta gente che si è risvegliata e che è tornata ad impegnarsi attivamente anche organizzando manifestazioni. Questo via assolutamente valorizzato, ma in un’ottica uniforme e unitaria. Se siamo stati così potenti in queste settimane è perché abbiamo avuto una dimensione nazionale e internazionale.

RIASCOLTA L’INTERVISTA DI MICHELE MIGONE A MATTIA SANTORI:

Foto dal gruppo ufficiale delle Sardine su Facebook.

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“Della Madre” di Mario Perrotta debutta a Milano: intervista all’autore

"Della Madre" di Mario Perrotta

L’autore e interprete Mario Perrotta torna in scena a partire dal 7 gennaio 2020 al Piccolo Teatro Studio Melato di Milano con la seconda parte della trilogia della famiglia, lo spettacolo Della Madre dedicato proprio alla figura materna.

L’intervista di Ira Rubini a Cult.

Questo è un appuntamento molto atteso non solo dal pubblico, ma anche da voi.

È una tappa importante, è la prima nazionale e per la prima volta vedremo l’impatto del nostro lavoro. Il teatro si fa sempre in due: uno che parla e uno giù dal palco che guarda. Stasera scopriremo tutto. C’è molto fermento.

Vogliamo però ricordare come è nata l’ormai storica collaborazione con Massimo Recalcati.

Noi siamo amici da almeno dieci anni e ci siamo stimati fin da subito. Siamo rimasti in contatto per tutti questi anni scambiandoci mail sul Mondo e le cose che accadevano intorno a noi. Un vero rapporto di amicizia. Poi, quando due anni fa ho pensato che il nuovo progetto sarebbe stato questa trilogia dedicata alle figure della famiglia, mi è sembrato naturale rivolgermi ad uno psicanalista che tutti i giorni a che fare proprio con quelle figure. Da trent’anni tra le specializzazioni di Massimo Recalcati c’è anche l’anoressia, un fenomeno che non riguarda soltanto le ragazze, ma anche i ragazzi e addirittura i bambini e quasi sempre le cause hanno a che fare anche con i genitori.
Chi meglio di lui poteva raccontarmi i modi patologici di essere madre e padre oggi. Questa non è una messa in discussione della figura materna, lo voglio chiarire subito.
Ma lo è delle figure materne sbagliate e storte, sicuramente molto italiane perché ci sono delle prerogative tutte nostre che fanno sì che una bella parte delle nostre mamme tendano ad adottare comportamenti che possono essere compromettenti per la salute dei figli e delle famiglie.
Ho messo insieme questo materiale orale frutto delle lunghe chiacchierate con Massimo unito a quello che io vedo tutti i giorni. Fuori dalla scuola di mio figlio c’è un campionario meraviglioso di occasioni di studio delle figure genitoriali. E ne è uscito questo spettacolo in cui vado a toccare un argomento sacro per gli italiani.

Mi sembra una sfida importante questa. E forse della trilogia questa parte dedicata alla figura materna è quella che ci fa sedere un po’ più scomodi. Vicino a te c’è Paola Paola Roscioli.

Paola è la protagonista di questo spettacolo. Avevo bisogno dell’elemento femminile reale e concreto, anche se io stesso interpreto una donna. Perché in scena si vedrà agire una terna generazionale di quelle che quando sono patologiche diventano una terna micidiale, cioè nonna, mamma e figlia. E peraltro nel testo che ho scritto si chiamano esattamente così: nonna, mamma e bimba. Non hanno un nome, proprio per dire che queste triadi quando sono assolute sputano fuori qualunque altra cosa, sia altre figure che vi sono intorno sia tutto il Mondo. È un gioco al massacro tra di loro coi ruoli di vittime e carnefici che vengono continuamente rimpallati tra le tre. Sarà molto evidente in scena l’impossibilità di fuga questa relazione.
Io provo a raccontare quanto un rapporto sbagliato di visceralità mai recisa tra una nonna e una madre possa riverberarsi su chi arriva, la nuova generazione, ritrovandosi una madre che ancora non ha messo di essere figlia.

È la prima volta che interpreti una donna?

No, mi è capitato a 25 anni, avevo iniziato da un paio d’anni, e ho fatto La Commedia Degli Errori di William Shakespeare tutta al maschile. Era un progetto con due cast separati in cui la dodicesima notte era tutta al femminile. Io facevo una innamorata di Shakespeare.

Anche questo credo sia qualcosa che ti ha messo in discussione.

Sì, perché il rischio per un uomo di fare il cliché c’è sempre. Io mi sono sempre vantato di avere un animo femminile e lo si rileva molto anche nella mia scrittura. Spero sia vero, me lo dirà il pubblico da stasera in poi. La difficoltà è stata proprio quella di entrare nei pensieri al femminile, anche se il mio personaggio è la classica nonna che ti dice “in casa i pantaloni li ho portati io“. Questo un po’ mi ha aiutato e rende plausibile il fatto che ci sia io. Ho deciso di interpretarla io perché ne avevo bisogno: il mio teatro nasce dalle mie urgenze del momento e ho bisogno di trasferirlo immediatamente.

“Della Madre” di Mario Perrotta, in collaborazione drammaturgica con Massimo Recalcati, sarà in scena al Piccolo Teatro Studio Melato fino al 12 gennaio prossimo.

Foto dalla pagina Facebook di Mario Perrotta.

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I consigli a fumetti di Antonio Serra per sopravvivere alle feste 2019

LA DIVINA COMMEDIA – Omnibus

Dopo avervi suggerito una serie di libri usciti nel corso del 2019 e assolutamente da recuperare, oggi vogliamo consigliarvi alcuni tra i migliori fumetti per sopravvivere alle feste 2019.

Ecco i consigli di Antonio Serra.

LE SEMPLICI COSE

De Giovanni – Accardi
LE SEMPLICI COSE
Feltrinelli Comics
16.00 euro

JONAS FINK – Una vita sospesa

Vittorio Giardino
JONAS FINK – Una vita sospesa
Rizzoli – Lizard
29.00 euro

KOKORO

Igort
KOKORO
Oblomov
22.00 euro

LA SAGA DI FENICE NERA

Claremont – Byrne
LA SAGA DI FENICE NERA
Panini Comics
60.00 euro

UOMINI MA STRAORDINARI

Altan
UOMINI MA STRAORDINARI
Coconino Press – Fandango
25.00 euro

William Moulton Marston – Harry George Peter
WONDER WOMAN
Strisce quotidiane 1944 – 1945
Cosmo Books
42.00 euro

LA NUOVA ROTTA

Juan Díaz Canales – Rubén Pellejero
LA NUOVA ROTTA
Rizzoli – Lizard
29.00 euro

Junji Ito SHORT STORIES COLLECTION

Junji Ito
SHORT STORIES COLLECTION
Star Comics
19.90 euro

IL DIARIO DELLA MIA SCOMPARSA

Hideo Azuma
IL DIARIO DELLA MIA SCOMPARSA
J- Pop
12.90 euro

OMERO A FUMETTI

Marcello Toninelli
OMERO A FUMETTI
Shockdom
18.00 euro

DANTE – La Divina Commedia a fumetti

Marcello Toninelli
DANTE – La Divina Commedia a fumetti
Shockdom
25.00 euro

La Divina Commedia

Go Nagai
LA DIVINA COMMEDIA – Omnibus
J – Pop
29.90 euro

L’ETERNAUTA

Oesterheld – Solano Lopez
L’ETERNAUTA
001 Edizioni
26.00 euro

AA. VV.
STORIE DAL PIANETA TERRA
Otto fascicoli, 4.00 euro l’uno
INFO@CFAPAZ.ORG

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Orche in Liguria, Maddalena Jahoda: “Hanno percorso 5.200 chilometri dall’Islanda”

Orche in mare

Tra le tantissime notizie che si susseguono di giorno in giorno, forse ai meno attenti è sfuggita la presenza di un gruppo di orche davanti alle coste della Liguria e della prematura scomparsa dell’unico cucciolo che accompagnava il piccolo branco.

Da dove provengono e come sono finite alle porte di Genova? Ne abbiamo parlato con Maddalena Jahoda, ricercatrice presso l’Istituto Tethys e curatrice di una bellissima esperienza in corso all’Acquario Civico di Milano, la mostra interattiva Balene a Milano.

L’intervista di Cecilia Di Lieto a Considera l’Armadillo.

In questo periodo abbiamo una presenza molto particolare nel mar Ligure…

Sì, quella di questo gruppo di orche nel mar Ligure è una storia veramente intensa. Il gruppo si è materializzato a sorpresa nel posto dove meno avremmo pensato di trovarlo, in pieno porto di Genova molto vicino alla costa. Abbiamo potuto ricostruire che queste orche, che sono una specie che normalmente si trova nel Mediterraneo, provengono dall’Atlantico. Sono state viste al largo della Spagna e poi al largo delle Baleari e sono finite, andando a nord, proprio a Genova.
Le stiamo seguendo, ci hanno molto appassionato. Sono quattro adulti e inizialmente c’era anche un cucciolo. Purtroppo ad un certo punto abbiamo visto il cucciolo in difficoltà e poi è morto.
La cosa che ci ha stretto il cuore è che la mamma non lo lasciava andare. Per 4 o 5 giorni lo ha tenuto su con il muso come fanno tutti i delfinidi. La mamma lo ha portato in giro per tutto quel tempo tenendolo su come per farlo respirare, come se non riuscisse a farsene una ragione.
Poi, per quasi un mese, queste orche sono rimaste comunque sempre in questa zona. Ci chiediamo un po’ tutti come mai. Ieri, sempre un po’ a sorpresa, si sono spostate verso Vado Ligure e stamattina non si sono viste. Può sembrare strano detto da me che adoro i cetacei, ma spero di sentire presto che hanno preso il largo e che se ne sono andate.

Speri di non vederle più lì nel Mar Ligure.

Sì, spero di non vederle più così vicine alla costa o dentro ad un porto, perché vorrebbe dire che hanno ripreso la strada di casa. Tra l’altro dei quattro adulti che sono rimasti uno è molto magro e destra qualche preoccupazione. Può essere che stiano così vicini alla costa perché uno di loro non sta bene.

Tra i grandi cetacei l’orca è sicuramente quella considerata tra i più pericolosi, anche a causa di Hollywood che ha fomentato un certo tipo di pregiudizi. Ci puoi dire qualcosa di questo meraviglioso animale?

Ci sono diversi tipi di orca. La brutta fama è dovuta a un tipo di orche che si nutrono di altri mammiferi marini, vanno a caccia di foche, di otarie e a volte anche di delfini o di piccolo di balena. Cacciano in gruppo come i lupi e sono molto organizzate. È la loro specializzazione e all’uomo non piace. Ci sono però altri gruppi di orche che invece si cibano di pesce.

Questo gruppetto di orche arrivato nel Mediterraneo arriva da molto lontano. Come avete fatto a scoprirlo?

Per tutti i cetacei c’è la possibilità di riconoscerli individualmente anche da una foto. Loro hanno una chiazza bianca dietro l’occhio e anche dietro la pinna. Da queste chiazze, che sono come delle impronte digitali, si possono riconoscere gli individui. Tutta la comunità scientifica che si occupa di cetacei si è un po’ mobilitata per capire da dove provengano queste orche. Inizialmente avevamo pensato alla cosa più logica, e cioè che provenissero da un gruppo che vive fuori dallo stretto di Gibilterra, ma poi ci siamo accorti che nel catalogo di questi individui non c’erano.
È saltato fuori pochi giorni fa che provengono dall’Islanda. Alcuni colleghi di un’organizzazione che si chiama Orca Guardians hanno catalogato gli individui, li hanno riconosciuti e ci hanno mandato anche i nomi. Una di chiama Aquamarin, una Dropi e così via. Abbiamo quindi visto che hanno fatto la migrazione più lunga mai documentata per della orche. Hanno fatto qualcosa come 5.200 chilometri.

Mi piacerebbe sottolineare il linguaggio delle orche e dei cetacei più in generale.

I cetacei sono molto acustici, perché sott’acqua il suono viaggia molto bene e molto meglio della luce. Loro comunicano tantissimo con l’acustica, si orientano anche, e soprattutto le orche sono note perché ogni gruppo ha un suo dialetto. Con l’aiuto della Guardia Costiera e di Whale Watch Genova abbiamo anche fatto delle registrazioni e anche dall’acustica abbiamo avuto conferma della loro provenienza. I metodi acustici sono molti utili per studiare i cetacei.

L’Istituto Tethys è un gioiello della ricerca internazionale, voi siete stati tra quelli che hanno gettato le basi della ricerca sui cetacei nel Mediterraneo.

Sì, noi abbiamo cominciato tanti anni fa quando nessuno ci credeva, però per fortuna adesso ci sono dei cambiamenti, c’è molta più attenzione e tantissimi gruppi ci stanno aiutando in questo. Anche il fatto che la Guardia Costiera abbia emanato una direttiva per cui nessuno si poteva avvicinare è il segno che adesso un po’ tutti hanno messo avanti il benessere degli animali. E secondo me questa è una cosa molto importante. Se si vedranno saranno avvicinati solo per motivi di ricerca e in ogni caso si è cercato di disturbarli il meno possibile. Speriamo davvero che questa storia finisca bene.

RIASCOLTA L’INTERVISTA A MADDALENA JAHODA:

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Le lezioni di antimafia di Radio Popolare, 22-1-20: “In nome della libertà d’impresa”

Le lezioni di antimafia di Radio Popolare

La prima lezione, 8 gennaio

Radio Popolare è lieta di annunciarvi che riprendono le lezioni di antimafia nel nostro Auditorium!

Da mercoledì 8 gennaio 2020 si ricomincia con una nuova serie.

Il nuovo ciclo di incontri, il quarto, sarà un mosaico di RITRATTI di persone che si sono battute, si battono per una vita libera dalle mafie e dalla corruzione.
Il ciclo di “Lezioni di antimafia” nasce da un’idea della Scuola di Formazione “Antonino Caponnetto” e viene organizzato insieme a Radio Popolare.

Una sintesi delle lezioni verrà trasmessa a Memos il venerdì successivo l’incontro nel nostro Auditorium.

Ci vediamo allora mercoledì 8 gennaio 2020 alle 21.00 nell’Auditorium “Demetrio Stratos” di Radio Popolare.

L’ingresso è libero fino ad esaurimento dei posti disponibili.

Prima lezione: “In nome della madre” con Viviana Matrangola, figlia di Renata Fonte uccisa dalla mafia nel 1984 per aver difeso dalla speculazione edilizia l’area di Porto Selvaggio nel Salento. All’incontro, coordinato da Raffaele Liguori, parteciperà anche il professor Nando Dalla Chiesa, presidente della Scuola di Formazione “Antonino Caponnetto”.

Lezioni di antimafia 2020 - La locandina

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Consigli di libri 2019: dieci proposte per regali o autoregali

Consigli di libri 2019

Consigli di libri 2019. Con l’avvicinarsi della fine dell’anno è ormai tradizione fare bilanci e classifiche e per questo 2019 anche noi di Radio Popolare vogliamo fare qualcosa di simile. Che ne dite di alcuni consigli di libri usciti nel corso del 2019?

A farlo ci ha pensato Francesco M. Cataluccio, che ha selezionato per voi dieci proposte (ma due sono doppie!) per regali o autoregali. Ecco dieci consigli di libri per chiudere in bellezza il 2019 e avere qualche titolo da recuperare durante le feste o quando più preferite!

Vivere con gli dei

Neil MacGregor
Vivere con gli dèi. Genti e credenze
Traduzione di Francesco Francis
Adelphi, pp. 596, euro 49,00

Dall’autore de La storia del mondo in 100 oggetti (Adelphi 2015), direttore dei più importanti musei di Londra, un affascinante viaggio, riccamente illustrato, attraverso le immagini più emblematiche delle fedi e delle credenze religiose e laiche che hanno plasmato, attraverso i secoli, la vita dei popoli.

 

Le terre immaginate. Un atlante di viaggi letterari

Le terre immaginate. Un atlante di Viaggi Letterari
a cura di Huw Lewis-Jones
Taduzione di Paolo Bianchi e Laura Serra
Salani editore, pp. 258, euro 35,00

In questo libro illustratissimo, e di grande formato, scrittori e disegnatori di fama internazionale ci parlano dei loro “viaggi” passando in rassegna non solo le mappe che compaiono nei loro libri, ma anche quelle che li hanno ispirati e gli schizzi che hanno realizzato durante il processo di scrittura.

 

Clarice Lispector
Clarice Lispector (1920-1977) è stata una grande scrittrice nata in Ucraina da una famiglia di ebrei in fuga dai pogrom e naturalizzata brasiliana. “Lo sguardo di Lispector coglie l’incongruenza delle cose che sono e la volgarità dei nessi che le tengono insieme. Uno sguardo che tenta di lacerare la pellicola opaca dei gesti degli uomini per carpirne il segreto più intimo: quel segreto che sappia dare senso al tutto insensato che ci circonda e che chiamiamo vivere.” (Antonio Tabucchi).

Clarice Lispector Tutti i Racconti

a) “Tutti i racconti
Traduzione di Roberto Francavilla
Feltrinelli, pp. 573, euro 32,00

«Tutti i racconti» di Clarice Lispector restituisce al lettore l’universo personale labirintico, frantumato e profondo della scrittrice brasiliana del Novecento. Il volume riunisce ottantacinque racconti compresi fra gli esordi e i ritrovamenti postumi, coprendo un arco temporale che assicura l’accesso alla sua intera parabola poetica e formale: dalle tracce della dolorosa matrice biografica attraverso i ricordi della sua infanzia a Recife, fino alla dimensione di intellettuale riconosciuta, venerata ed eletta a vero e proprio culto.

Un soffio di vita

b) “Un soffio di vita
Traduzione di Roberto Francavilla
Adelphi, pp. 193, euro 15,00

Libro postumo, libro testamento – ma anche «intrepido e scherzoso libro di vita», debordante di «frasi sconnesse come in sogno», di «idee allo stato grezzo», formato di «resti della demolizione di un’anima» e di «estasi provvisorie» –, Un soffio di vita mette in scena due personaggi (l’Autore e la sua creazione, o creatura, Ângela) che dialogano affrontando tutti i temi sui quali la Lispector si è incessantemente interrogata: le parole, il tempo, il mondo, la storia, la preghiera, gli esseri viventi e quelli inanimati.

Graham Green
Henry Graham Greene (1904-1991) è stato uno dei più grandi scrittori inglesi del Novecento: autore di libri di viaggi, agente segreto e critico letterario. Le sue opere esplorano la morale ambivalente e le questioni politiche del mondo moderno. Greene, diceva Mario Soldati, «ha un dono per scoprire la bellezza, una bellezza davvero esistente e non immaginaria, di ciò che tutti, per convenzione, credono e chiamano brutto, storto, sgradevole».

Il console onorario

a) “Il console onorario
A cura di Domenico Scarpa
Traduzione di Alessandro Carrea
Sellerio, pp. 442, euro 12,50

Per un errore, Charley Fortnum, console onorario britannico in una lontana località dell’Argentina, è stato rapito dai ribelli paraguayani invece dell’ambasciatore americano. A questo punto i guerriglieri non possono più tirarsi indietro. E Fortnum è così poco rilevante che nemmeno i governi e gli apparati hanno voglia di fare un passo per salvarlo…

Il treno per Istanbul

b) “Il treno per Istanbul
A cura di Domenico Scarpa
Traduzione di Alessandro Carrea
Sellerio, pp. 364, euro 12,50

Un viaggio sull’Orient Express da Ostenda a Istanbul dove si intrecciano vite e destini di un gruppo di passeggeri, esistenze tragiche che corrono sui binari attraverso l’Europa tra le due guerre mondiali. Una ballerina, un medico, un uomo d’affari, una giornalista, un ladro; da uno scompartimento all’altro si intravedono i segreti che ciascuno di loro nasconde in un giallo ad altissima tensione.

 

Leningrado. Memorie di un assedio

Lidija J. Ginzburg
Leningrado. Memorie di un assedio
A cura di Francesca Gori
Guerini e Associati, pp. 187, euro 15,00

Questo libro della grande studiosa russa Lidija Ginzburg (1902-1990) offre al lettore una testimonianza sui novecento giorni dell’assedio di Leningrado durante la seconda guerra mondiale. La Leningrado in cui vive N. (alter ego maschile dell’autrice) è una città trasfigurata dalla guerra e dall’assedio, isolata, attanagliata dal gelo e dalla fame, un luogo di devastazione e di morte, dove la vita quotidiana scorre in circolo e tutte le azioni sono finalizzate alla sopravvivenza. Ma al tempo stesso il legame con Leningrado è indissolubile e la città sopravvive grazie alla resistenza dei suoi abitanti.

Quando non morivo

Mariangela Gualtieri
Quando non morivo” (poesie)
Einaudi, pp. 128, euro 12,00

Mariangela Gualtieri (1951), che nel 1983 ha fondato a Cesena, assieme a Cesare Ronconi, il Teatro della Valdoca, è una delle più grandi e intense poetesse italiane. La prima persona plurale del verbo essere: «siamo» è la voce verbale che attraversa questa nuova raccolta di poesie: una voce che parla da non si sa dove e pronuncia l’essere e l’esserci come evidenza e nello stesso tempo come mistero:

Subito si cuce questo niente da dire
ad una voce che batte. Vuole
palpitare ancora, forte, forte forte
dire sono – sono qui – e sentire che c’è
fra stella e ramo e piuma e pelo e mano
un unico danzare approfondito,
e dialogo
di particelle mai assopite, mai morte
mai finite. (…)

La società signorile di massa

Luca Ricolfi
La società signorile di massa
La nave di Teseo, pp. 268, euro 18,00

Una sorprendente e documentata analisi della società italiana. Per la prima volta nella storia d’Italia ricorrono 3 condizioni: il numero dei cittadini che non lavorano ha superato ampiamente il numero dei cittadini che lavorano; l’acceso ai consumi opulenti ha raggiunto una larga parte della popolazione; l’economia è entrata in stagnazione e la produttività è ferma da 20 anni. Tutto questo si basa su 3 nuovi fenomeni di organizzazione sociale: la ricchezza accumulata dai padri; la distruzione di scuola e università; un’infrastruttura di stampo para schiavistico. Un libro molto utile.

 

Istanti fatali. Quando i numeri hanno spiegato il mondo

Umberto Bottazzini
Istanti fatali. Quando i numeri hanno spiegato il mondo
Laterza, pp. 176, euro 18.00

Racconti affascinanti e alla portata di tutti sullo Zero, i Numeri immaginari, la Quadratura del cerchio… Tutti iniziò nel momento in cui uno sconosciuto scriba ebbe l’intuizione geniale che, con lo stesso simbolo astratto, si potesse indicare la stessa quantità di animali o di cose: una coppia di fagiani o un paio di giorni fossero entrambi, ad esempio, espressione del numero 2.

 

Le tre fughe di Hannah Arendt

Ken Krimstein
Le tre fughe di Hannah Arendt. La tirannia della verità
Traduzione di Antonella Bisogno
Guanda, pp. 240, euro 20,00

Una bellissima graphic-novel, di un noto cartoonist del “New Yorker”, che è un’ottima introduzione all’avventurosa vita e al profondo pensiero della grande filosofa tedesca (Hannah Arendt, 1906-1975).

 

 

Il Maestro e Margherita

Michail A. Bulgakov
Il Maestro e Margherita
Audiolibro letto da Paolo Pierobon
2 CD, versione integrale, durata complessiva 19 ore e 57 minuti
EMONS libri, euro 18,90

Il capolavoro di Bulgakov (1891-1940), in parte ambientato nella Mosca degli anni venti e in parte nell’antica Gerusalemme, è il sarcastico racconto della comparsa del Diavolo nella caotica e burocratica Russia sovietica. L’attore Pierobon, che ha lavorato con Luca Ronconi e Andrea Segre, recita il testo con un efficace tono a metà tra il diabolico e l’ironico.

CONSIGLI DI LIBRI 2019 per Radio Popolare
Dodici mie proposte (ma due sono doppie!) per regali o autoregali:

– Neil…

Posted by Francesco Matteo Cataluccio on Tuesday, December 17, 2019

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Approfondimenti

Serata di chiusura campagna abbonamenti “Impresa eccezionale”. Auditorium di Radio Popolare, domenica 22 dicembre dalle 18.30

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Radio Popolare è lieta di invitare ascoltatrici ed ascoltatori alla serata di chiusura della campagna abbonamenti “Impresa eccezionale”, domenica 22 dicembre con un live nel suo auditorium.

Radio Popolare ha sempre avuto un rapporto speciale con i suoi ascoltatori e anche in occasione della chiusura di questa campagna abbonamenti apre le porte dell’Auditorium per una serata di festa.

Alle 18.30 l’apertura delle porte del “Demetrio Stratos” e vi accoglieranno Marina Catucci, Luca Gattuso e Davide Facchini in tempo per far partire la diretta della serata alle 19.00.

Apriremo con il tradizionale momento istituzionale dall’Amministratrice delegata Catia Giarlanzani e Massimo Bacchetta della Reggenza Editoriale.

Nel corso della serata verrà premiato il Team vincitore dell’ Operazione Barbo Natale insieme a Casa Jannacci.

Luca, Marina e Davide condurranno la serata in stile Sunday Blues in versione staffetta con Paola Piacentini e Giorgia Battocchio che introdurranno lo spettacolo Burlexotan con gli artisti di Democomica.

Ma non c’è festa senza musica: dalle 21.30 LIVE dei DIABLO REY, con la loro cumbia italo cilena e a seguire il ritorno di Vito War in conduzione live in auditorium fino alle 23.30.

Domenica 22 dicembre dalle 18.30 in Auditorium Demetrio Stratos – via Ollearo5, Milano -.  Dalle 19.00 in diretta sulle frequenze di Radio Popolare.

 

 

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Piazza Fontana, lo storico Gotor: “Oggi la destra tace per convenienza”

I funerali delle vittime di Piazza Fontana

La destra italiana ha accuratamente evitato di intervenire pubblicamente per il 50esimo anniversario della strage di Piazza Fontana e i principali leader, da Matteo Salvini a Giorgia Meloni, non hanno trovato neanche due minuti di tempo per ricordare una delle pagine più buie della storia recente dell’Italia.

Ne abbiamo parlato con lo storico e saggista Miguel Gotor, professore di Storia moderna all’università di Torino e autore del libro “L’Italia del Novecento. Dalla sconfitta di Adua alla vittoria di Amazon” uscito pochi giorni fa.

L’intervista di Raffaele Liguori a Memos.

Perché la destra di oggi, nelle sue figure più rappresentative come Matteo Salvini o Giorgia Meloni, non ha parlato in questi giorni di Piazza Fontana?

È brutto dirlo, ma non lo fanno per convenienza e per calcolo politico. Secondo i sondaggi 3 giovani su 4 ancora oggi ritengono che la bomba di Piazza Fontana non sia stata messa dai fascisti di Ordine Nuovo, ma dalle Brigate Rosse. È come se a distanza di cinquant’anni continuasse ancora un’attività di disinformazione e di propaganda che si é depositata nella coscienza profonda del Paese. E allora Salvini o la Meloni – eppure Salvini è di Milano e Piazza Fontana è anzitutto una ferita della città di Milano – potrebbero parlare, ma non parlano perché gli va bene che si continui con questa attività di disinformazione. Bisogna occupare gli spazi, bisogna resistere e informare correttamente come proviamo a fare.

Chi è responsabile di quel vuoto di informazione rappresentato nei dati che ha citato?

C’è sicuramente una responsabilità delle cosiddette agenzie formative, ma anche delle famiglie e dei genitori che potrebbero raccontare ai loro figli cosa è accaduto di tragico nella storia del loro Paese. Ci sono anche conformismo e pigrizia, c’è una sorta di polvere che si è depositata sulla coscienza di tanti e si preferisce o il silenzio o l’adeguarsi a dei cliché. Bisogna insegnare a scuola e lì ci sono tanti insegnanti che fanno il loro dovere in maniera splendida, facendo della formazione anche su eventi come quelli di piazza Fontana. Nella scuola bisogna fare di tutto per incentivare la lettura e il dovere di informarsi, un dovere civico su cui bisogna resistere e insistere.

Vorrei tornare alla destra, quella di 20-25 anni fa a cavallo tra la prima e seconda repubblica. Lì c’è stata un’operazione di revisionismo storico e politico. Angelo Del Boca diceva che è l’uso politico della storia che è stato fatto allora. Si p voluto manipolare la concezione del fascismo nel tentativo di farlo passare un po’ come una forma autoritaria ma bonaria, completamente diverso dal totalitarismo nazista tedesco. Quel tentativo qualche seme l’ha piantato e qualche risultato l’ha anche ottenuto. Oggi invece non viene neanche fatto il tentativo di usare politicamente Piazza Fontana a proprio favore. Che spiegazione ci si può dare?

Oggi non c’è bisogno di farlo, la realtà della comunicazione attribuisce alle Brigate Rosse la strage di Piazza Fontana e a quel punto un politico furbetto e mediocre sta zitto e aspetta che la situazione passi. Per quanto riguarda l’operazione revisionistica – che ha un calcio d’inizio dal punto di vista pubblico in alcune interviste che Giuliano Ferrara fece nel 1986 sul fascismo a Renzo De Felice – fu possibile in modo continuo perché la destra a trazione berlusconiana deteneva gran parte dei mezzi di produzione di massa relativi alla comunicazione. Non solo televisioni, ma anche i giornali. E questo ha permesso loro di esercitare un’egemonia culturale che era stata già costruita nel corso degli anni ottanta. Tornando invece a quello che diceva sulla visione bonaria del fascismo, quella secondo la quale l’unico errore di Mussolini fu quello di fare un’alleanza con Hitler, è bene ricordare che questo lavorio cominciò da subito. Cominciò quando il corpo di Mussolini era ancora caldo a Piazzale Loreto. Ci furono delle figure che poi ebbero un ruolo importante nel giornalismo della seconda metà del Novecento, penso ad Indro Montanelli o a Longanesi, che fecero di tutto per trasformare questa immagine bonaria del fascismo, questo Mussolini buon uomo – fu uno titoli e lo voglio ricordare – e gli italiani che erano stati fascisti quasi per caso. Questa operazione è stata ripresa a metà degli anni ’80 e ci si è costruito un discorso pubblico che negli anni ’90, con la presenza della destra a trazione berlusconiana, ha avuto il suo spazio.

Questa rimozione è un’altra componente del depistaggio della verità che c’è stato non solo su Piazza Fontana. Negli ultimi 50 anni ci sono stati almeno due tornanti importanti, uno è la strage di Piazza Fontana e tutto quello che ha significato, e le stragi di Capaci e via D’Amelio nel 1992, su cui si costruì un enorme depistaggio.

Se si prende l’intero secolo si nota la ricorrenza di episodi stragisti sempre accompagnati da attività di inquinamento probatorio e di depistaggio da parte degli apparati dello Stato. 1921 a Milano abbiamo la strage del Diana; 1928, sempre a Milano, la strage della Fiera Campionaria. 1947, siamo ormai nella Repubblica, abbiamo la strage di Portella della Ginestra; 1969-1974 abbiamo il ciclo stravista di matrice neofascista. Nel 1978 abbiamo l’agguato di via Fani, il rapimento e la morte di Aldo Moro; nel 1992-93 ci sono le cosiddette stragi di mafia. Questa è una costante impressionante, l’uso di una violenza feroce e indiscriminata rivolta verso cittadini inermi, che avviene ogni qualvolta ci troviamo di fronte ad un cambiamento o regime politico o a untentativo di apertura in senso progressista dal punto di vista sociale e politico. La strage, il botto della violenza, prepara il compromesso politico che è sempre successivo alla strage e alla violenza feroce. E il compromesso politico serve a dare vita a una svolta di tipo moderato, che analizzi quelle voglie di cambiamento e di apertura, le cannibalizzi e le riduca fino a soffocarle. Io direi che questa è una chiave, almeno nel mio libro, per interpretare la storia del Novecento e i rapporti tra politica e violenza.
È accertato, non solo sul piano giudiziario, ma anche dal punto di vista storico, che gli apparati dello Stato come i servizi segreti, alta Polizia e anche i vertici dei Carabinieri, hanno operato un’attività di disinformazione con una serie di depistaggi che possono essere così suddivisi: depistaggi di copertura, depistaggi di provocazione e depistaggi di omissione. Questi sono i più pericolosi, perché significa che gli apparati dello Stato non hanno collaborato fra loro e di conseguenza non hanno fornito, come era loro dovere, le informazioni necessarie alla magistratura che tra il 1969 e il 1971 aveva praticamente già concluso e accertato le responsabilità neofascista sulla strage.
Qual era l’obiettivo di questi apparati dello Stato? Coprire la pista nera, la realtà neofascista, e inventare e valorizzare una pista anarchica. Questa è un’attività che è durata per tutti gli anni ’70 e per un pezzo degli anni ’80. Poi c’è un’altra attività grave che è stata compiuta, quella di favorire l’espatrio di neofascisti che erano sotto processo per piazza Fontana e che nel contempo erano informatori dei servizi. I servizi li hanno protetti fino alle estreme conseguenze, addirittura favorendone l’espatrio in Francia, in Spagna o in Grecia. Penso ad esempio a Guido Giannettini. Questa è la realtà di quanto avvenuto ed è bene che gli italiani la conoscono. E non mi sorprende che oggi Salvini e Meloni fischiettino e voltino la faccia dall’altra parte, verso la destra.

Foto dal gruppo Facebook Milano sparita e da ricordare

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Tra Macbettu e Čechov. Intervista al regista Alessandro Serra

Alessandro Serra Macbettu

Il Macbettu di Alessandro Serra è giunto in questi giorni alla sua duecentesima replica alla Triennale di Milano, dove resterà fino al 14 dicembre, mentre il regista sarà impegnato dal 18 al 21 dicembre nel portare in scena, sempre alla Triennale, il suo nuovo spettacolo, Il giardino dei ciliegi di Anton Čechov.

Abbiamo parlato con Alessandro Serra proprio di quello spettacolo-fenomeno che è il Macbettu, a partire dalla sua genesi, e ci siamo fatti dare qualche anticipazione anche sul nuovo lavoro che andrà in scena tra pochi giorni.

L’intervista di Ira Rubini a Cult.

Ormai il Macbettu è quasi patrimonio dell’umanità e non poteva che essere così. Penso che possa essere apprezzato anche dai peggiori critici britannici di scuola shakespeariana.

Lo scopriremo presto, perchè a maggio saremo a Londra con quattro repliche. Siamo pronti ad affrontare anche gli inglesi.

Ci vuole raccontare come è nata l’idea di Macbettu?

Io ho un amore particolare per Shakespeare come altri miei colleghi, non è difficile amarlo. Questo però un testo che mi ha sempre affascinato proprio da un punto di vista filosofico, perchè si è soliti pensare che sia Amleto il personaggio che pensa, in realtà quei rari momenti in cui Macbeth riflette raggiunge delle vette filosofiche altissime. Mi hanno sempre affascinato sia il testo che il personaggio e confesso che molti anni fa, con una mia compagnia, avevamo pensato di metterlo in scena, ma alla fine non sono riusciti a trovare la chiave per la scrittura di scena. Nel 2006, tornando a casa in Barbagia e con la scusa di fotografare i carnevali tradizionali. In quei quattro o cinque giorni vidi diversi di questi carnevali Mamoiada, incluso quello più carico e potente di Mamoiada, ma anche delle ricostruzioni teatrali, lo dico con molto rispetto. Fotografando, passeggiando, anche un po’ bevendo e riascoltando il suono della lingua di mio padre le imagini continuavano ad andare lì. E confesso che tornando a casa e rielaborando quelle immagini scrissi un progetto molto strutturato – con danze, musiche, suoni e colori – e per molti anni ho cercato di convincere qualcuno ad investire in questa avventura. Ci jo messo dieci anni a trovare qualcuno che potesse credere che si potesse recitare in sardo un’opera impronunciabile, come dicono gli inglesi.

Parliamo del sardo o dell’inglese?

Parliamo dell’inglese! Sapete che non si può nominare la parola Macbeth. Anche i teatranti italiani restano comunque terrorizzati, lo chiamano il dramma di stampo scozzese. E c’è un perchè. All’epoca c’era Giacomo I, che era succeduto ad Elisabetta, ad era un appassionato di stregoneria al punto che scrisse addirittura un trattato di stregoneria. Shakespeare in quest’opera gli rende omaggio in vari modi, riempiendolo di malefici e stregonerie vere e proprie.

In questa Barbagia c’è tutta la Scozia che di deve essere e vi raccomandiamo di andarlo a vedere. Una parola sul Giardino dei Ciliegi?

Non saprei cosa dire se non che è un autore che io amo profondamente ed è per me un maestro di scrittura di scena. È uno dei pochissimi autori che riesce a compiere lo straordinario attraverso l’ordinario. È un testo che io amo tantissimo ed è lontanissimo da Macbeth e da Shakespeare. Se dovessi usare un esempio musicale direi che Macbeth è una sinfonia, la Quinta di Beethoven, e Čechov può essere un quartetto d’archi. La differenza è questa, non si può paragonare il jazz alla musica sinfonica.

Foto | Triennale Milano Teatro

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Piazza Fontana, Licia Pinelli a Radio Popolare: “Questo è un anno di svolta”

Licia e Pino Pinelli

Questa mattina la vedova di Pino Pinelli, Licia Rognini, ha chiamato in diretta a Radio Popolare rompendo un silenzio che durava da dieci anni, quando venne a trovarci per un’intervista con Piero Scaramucci e Lorenza Ghidini.

Quello di quest’anno è un passaggio importante, è una svolta” ci ha detto questa mattina Licia. “Ogni parola del presidente Mattarella sarà un incentivo ad andare avanti per la democrazia“.

Ieri il sindaco Beppe Sala ha chiesto scusa e perdono alla famiglia Pinelli a nome della città di Milano. “Non mi aspettavo che il sindaco Sala chiedesse perdono alla nostra famiglia. È stato un bel gesto, che ci restituisce qualcosa. Io non mi aspetto niente da nessuno, quello che arriva arriva, come è avvenuto in questi cinquant’anni” ci ha detto Licia.

Sulla morte di Pino Pinelli, precipitato dalla finestra della stanza del commissario Luigi Calabresi al terzo giorno di interrogatorio, non c’è una verità giudiziaria. “Su come è morto mio marito la verità noi la conosciamo, noi le cose le sappiamo, poi se qualcuno ha voglia di parlare, parlerà.”

Licia ha anche ricordato il fondatore di Radio Popolare Piero Scaramucci e il lavoro di scrittura del libro Una storia quasi soltanto mia. “Piero è stato molto bravo e coraggioso. Ha avuto una pazienza infinita con me”.

L’intervista completa di Lorenza Ghidini e Roberto Maggioni all’interno della trasmissione Prisma.

Che cosa è successo ieri dopo le parole del sindaco?

Non so cosa sia successo, ma ho deciso di andare anche io oggi in consiglio comunale a sentire cosa dirà il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Ci sono molte aspettative. Credo che lei si porti ancora nel cuore le parole di Napolitano di dieci anni fa. Si aspettava la richiesta di perdono da parte di Sala?

No. Io non ero presente, erano presenti solo le figlie. È stato un bel gesto che restituisce qualcosa.

Da Mattarella cosa si aspetta?

Non mi aspetto niente mai da nessuno. Quello che arriva, arriva.

Questo è comunque un passaggio importante. Perché lo è dal suo punto di vista?

Il Paese è ad una svolta e quindi qualsiasi parola del Presidente della Repubblica è un incentivo ad andare avanti nella democrazia.

Parlare di Pino in un certo modo è come un tassello che rafforza la nostra democrazia.

Sì, certo.

Come mai ha deciso all’ultimo di incontrare Beppe Sala?

Ho deciso così, senza troppe storie. Quando deciso una cosa è così, non ho mai ripensamenti.

Ieri le sue figlie dicevano che un pezzettino manca ancora. Manca il poter dire che Pino quella sera di 50 anni fa non ha avuto un malore.

Ma certo. La verità noi la conosciamo, noi le cose le sappiamo, poi se qualcuno ha voglia di parlare, parlerà.

Prima di salutarci ci lascia un ricordo di Piero Scaramucci?

È stato veramente molto bravo e ha avuto coraggio. Nel 1981 abbiamo iniziato il libro ed ha avuto una pazienza infinita con me.

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Piazza Fontana, Beppe Sala: “Era il momento di ricordare Pinelli”

Il sindaco di Milano Beppe Sala

Per i 50 anni dalla strage di Piazza Fontana il sindaco di Milano Beppe Sala dedicherà una serie di riflessioni durante il Consiglio comunale straordinario che vedrà la partecipazione del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e che sarà proiettato su un maxi schermo all’Ottagono della Galleria Vittorio Emanuele II.

Il Comune di Milano ha organizzato una serie di eventi per l’intera settimana fino al 15 dicembre e per la prima volta ha voluto ufficialmente ricordare l’anarchico Giuseppe Pinelli e le persone ingiustamente accusate di aver piazzato quella bomba.

Abbiamo parlato con Beppe Sala a Prisma. L’intervista di Lorenza Ghidini e Roberto Maggioni.

Una riflessione sui 50 anni che sono passai dallo scoppio della bomba in Piazza Fontana.

Obiettivamente, come spesso è successo nella storia di Milano, dalla tragedia si è passi alla rinascita. Quello è stato un momento bruttissimo, ma è stato anche un momento di mobilitazione. In quei momenti Milano c’è. E poi è anche una storia di ingiustizie e di persone che hanno subìto accuse ingiuste, anche di questo dobbiamo rendercene conto, ed è pure una storia di non-giustizia, perché alla fine giustizia non è stata fatta.

A proposito di chi è stato accusato ingiustamente ricordiamo Pietro Valpreda, ma anche Giuseppe Pinelli che è morto cinquant’anni fa. Insieme alla famiglia di Pinelli lei ha piantato un albero nella zona di San Siro, non lontano da dove abitava Pinelli. È la prima volta che Milano ricorda ufficialmente Pinelli. Come è nata questa iniziativa?

Era il momento. A volte le ricorrenze particolari possono anche indurre ad un certo tipo di approfondimento e di riflessione. A me sembra giusto e, al di là dell’albero, troverò anche il modo di ricordare Pinelli anche in presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Anche per la sua presenza è normale dare per scontato che siccome è il cinquantenario della strage il Presidente venga a Milano. Niente è normale oggi, bisogna aver dentro alcune cose e per questo voglio ringraziarlo preventivamente.

Dal Comune di Milano arriva anche un messaggio che riguarda i responsabili della bomba di piazza Fontana. È stata posata una formella nella piazza che indica in Ordine Nuovo, il gruppo terroristico di estrema destra, i responsabili della collocazione della bomba. Anche questa è una prima volta.

Giustizia non è mai stata fatta. Noi vogliamo dare il nostro senso della giustizia. E oggi, seppur formalmente giustizia non è stata fatta, ambiti per fare giustizia sulla memoria ci sono. E questo era il momento perfetto per farlo.

È soddisfatto delle belle immagini e le belle parole di ieri a Milano con Liliana Segre?

Sono soddisfattissimo. Al di là delle ovvie ragioni che ci hanno portato ieri in piazza, io ho in testa una cosa particolare.
Oggi viviamo un momento in cui i cittadini si mobilitano, dalle Sardine in giù. E dall’altra parte sembra ci sia la politica. Se ci riflettete, alla fine il messaggio delle Sardine è che non vogliono politici, mentre i politici fanno fatica a trovare il popolo in piazza. Forse i sindaci hanno la capacità di garantire questa cerniera ed è proprio quello che mi rimane di ieri. I sindaci possono avere questa immagine un po’ più positiva, l’immagine di persone vicine alla gente di cui ci si possa fidare. Mi auguro che i 600 sindaci che sono venuti ieri tornino a casa e dimostrino di essere capaci di rifiutare l’odio.

Cosa dovrebbero fare i partiti di fronte alle piazze che fanno richiami alla politica?

I partiti devono mostrarsi vicini alla vita dei cittadini e ai problemi dei cittadini. Sembra banale, ma è così. Secondo voi i temi di cui si dibatte in televisione sono i temi che il cittadino sente quando esce di casa? Io ho l’impressione che oggi la politica rischi di infilarsi in piccole realtà di dibattito lontano dai problemi e dal bisogno della gente. Non credo che gli italiani pensino di poter fare a meno della politica o che abbiano un atteggiamento necessariamente negativo nei confronti della politica. Spetta a noi. Sentendomi profondamente politico penso oggi che la politica sia più in difficoltà di quanto non lo sia il Paese e deve trovare nuove formule: non possiamo imporre la nostra presenza, dobbiamo conquistarla.

Foto dal profilo FB ufficiale di Beppe Sala

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Doping, stop di 4 anni alla Russia: “Sanzione che colpisce anche gli atleti puliti”

Atletica leggere Russia

L’Agenzia mondiale anti-doping (WADA) ha deciso di escludere la Russia dalle principali competizioni sportive per i prossimi 4 anni, dalle Olimpiadi di Tokyo del 2020 ai Mondiali di Calcio del Qatar nel 2022, passando i Giochi Invernali di Pechino 2022 e tutti gli altri eventi che hanno sempre visto la partecipazione della Federazione Russa.

Il motivo è legato allo scandalo del doping emerso nel 2015, con decine di atleti in diverse discipline risultati positivi a sostanze dopanti e importanti falsificazioni dei risultati delle analisi per occultare il più possibile quello che aveva tutta l’aria di essere un vero e proprio sistema di stato ormai collaudato e che ha visto coinvolti non solo gli atleti, ma anche tecnici, dirigenti, commissari e presidenti.

Ne abbiamo parlato con Andrea Gullotta, docente di letteratura russa all’università di Glasgow. L’intervista di Matteo Serra a Barrilete Cosmico.

La reazione della Russia è stata molto dura. Putin ha definito assurda questa punizione collettiva e ha accusato la Wada di aver violato i valori dello sport. Insomma, la Russia è sul piede di guerra?

Un po’ vengono i dubbi sulla legittimità di questa scelta. È chiaro che un’infrazione ripetuta c’è stata e anche in Russia ci sono state delle reazioni critiche nei confronti del modo in cui la Russia ha affrontato la questione. Questa, però, è una sanzione che va inevitabilmente a colpire gli atleti e va inevitabilmente a sparare un po’ alla cieca e a prendere anche quelli che dopati non sono né lo sono stati.
Sicuramente la reazione della Russia è forte, ma non parlerei di piede di guerra. Rispetto al passato, quando le sanzioni fatte dall’Occidente sono state prese anche con una certa ironia, stavolta mi sembra non sia così. Chiaramente la Russia è stata colpita in quello che è uno dei campi privilegiati da quando Putin è al potere per dimostrare prestigio e forza a livello internazionale. C’è del nervosismo e questo si vede dal tono delle reazioni e dal tipo di discorsi che vengono fatti.

Agli atleti russi che riusciranno a dimostrare in tribunale di essere puliti verrà permesso di partecipare alle Olimpiadi, ma come atleti apolidi senza uno Stato. E anche in caso di vittoria sarà vietato suonare l’inno russo o sventolare bandiere. Tra le varie atlete più critiche nei confronti della decisione della Wada c’è stata la campionessa olimpica Elena Isinbaeva, che ha parlato di una sanzione estremamente crudele, ingiusta e omicida verso lo sport russo. Secondo lei gli atleti che potranno farlo decideranno di partecipare agli eventi o diserteranno le Olimpiadi?

Una parte dell’opinione pubblica, spinta da un certo tipo di partiti nazionalisti, esorta a disertare questi eventi, ma molti atleti sembrano voler partecipare comunque. Io credo che la partecipazione ci sarà. Va ricordato che questo è un primo grado, c’è un appello in atto, e va detto anche che la situazione del 2018 è un po’ paradossale. La Russia non c’era, l’inno russo non c’era, ma gli atleti che erano lì erano considerati atleti olimpici della Russia e sono tornati in patria con tutti gli onori del Cremlino.
Le domande sono tante. Cosa fare della Formula 1 o del tennis? O ancora del Mondiale di Calcio? La Fifa organizza il Mondiale di Calcio in Qatar, ma le qualificazioni sono gestite dalla UEFA, che non rientra nella sanzione.

E infatti la Russia potrà giocare agli Europei e ospitare le tre gare che sono previste a San Pietroburgo. Se la Russia dovesse qualificarsi ai Mondiali di Calcio del Qatar, dovrebbe giocare senza essere ufficialmente la Russia.

Sì, esatto. Alla fine è una sanzione formale, tutti sapranno comunque che quelli sono russi e ci saranno sicuramente dei modi per aggirare le questione. Mi sembra abbastanza ridicolo che una nazionale possa partecipare alle qualificazioni come Russia e poi no. È una cosa che va certamente chiarita.

Il sistema della Russia non è sembrato particolarmente ingegnoso. Anche il fatto di manomettere e occultare alcuni dati nei rapporti dati alla WADA è sembrato tutto sommato goffo. Come pensava di farla franca?

È una bella domanda, ma per rispondere bisognerebbe rivolgerla ai diretti interessati. La storia dello sport è piena di storie simili, è chiaro che lo sport è una grossa vetrina internazionale in cui si può fare propaganda o avanzare pretese di prestigio partendo da un livello pari. C’è anche una grossa ipocrisia di fondo di cui nessuno parla: la WADA è un organismo del Comitato Olimpico Internazionale e il CIO è lo stesso organismo che cinque anni fa ha permesso alla Russia di fare le Olimpiadi Invernali a Sochi, permettendo così a Putin di diffondere a livello mondiale la propaganda di Stato.
Lo stesso organismo che in qualche modo ha dato questo palcoscenico a Putin adesso prova a toglierlo.

Per quanto la Russia sia colpevole non si può non parlare di una scelta politica, una punizione così grossa senza precedenti.

Come già detto, la punizione va a punire tutti gli atleti, anche quelli non coinvolti dallo scandalo. È innegabile che ci sia un accanimento sorprendente quando sono ancora in atto le inchieste sul doping in Cina o il caso Fuentes in Spagna. Non mi sembra che la reazione sia stata la stessa. È vero che la Russia si è comportata in maniera poco pulita, ma ci sono sport in cui la Russia è leader da 30-40 anni e andare a provare che tutti quegli atleti sono stati dopati è assurdo e impossibile.

Secondo lei c’è la possibilità che qualche atleta possa prendere l’iniziativa per dare un segnale positivo contro il doping?

Io credo che tra gli atleti ce ne siano molti che si stanno già distinguendo per il fatto di avere posizioni critiche non soltanto nei confronti del CIO, ma anche della stessa Russia. Io credo comunque che a Tokyo e nelle altre manifestazioni la Russia ci sarà sotto mentite spoglie.

Foto della campionessa russa Anželika Sidorova dalla pagina FB della nazionale di atletica leggera della Russia.

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Emilia-Romagna, Carlo Lucarelli: “Mi impegno perché sento parole d’ordine spaventose”

Carlo Lucarelli

Si avvicinano le elezioni regionali in Emilia Romagna e Malos continua a proporre la rubrica settimanale temporanea dedicata proprio al voto, alle sue possibili conseguenze e a come è cambiata la Regione negli ultimi anni.

Ne abbiamo parlato con lo scrittore e conduttore televisivo Carlo Lucarelli. L’intervista di Luigi Ambrosio e Davide Facchini a Malos.

Sbaglio o si sta impegnando per questa campagna elettorale?

Sì sì, un pochino. La ritengo una cosa molto importante, forse più di altre volte perché altre volte si correvano meno rischi. A me piace quello che è successo fino ad ora in Emilia Romagna, non mi convince al 100%, ma si può migliorare. Qui per la prima volta arriva un certo pericolo, un pericolo per me molto grosso visto che stiamo ragionando in termini di sfasciare quello che c’è e cambiare completamente sulla base di parole d’ordine che non mi piacciono molto e che mi fanno anche un po’ paura. Per questo mi impegno molto volentieri.

L’altra sera ha anche partecipato a una manifestazione elettorale del candidato Bonaccini. C’è bisogno di lei e degli altri rappresentanti del mondo della cultura per vincere queste elezioni?

Direi di sì, magari non di me. C’è bisogno dell’impegno, ma c’è sempre stato questo bisogno. È colpa nostra non esserci dati da fare di più prima, altrimenti non saremmo arrivati a certi livelli, a sentire parole d’ordine spaventose e discorsi. Non c’è bisogno adesso, c’è sempre stato bisogno di impegnarsi e di dire la propria. soprattutto quando quello che succede riguarda casa tua, l’Emilia-Romagna. Io vivo qui ed è più che giusto che io stia qui a fare delle cose.

Lucarelli ha fatto una scelta opposta rispetto a quella di altri scrittori, ha scelto di fare un passo avanti. Lo ha fatto perché ha un po’ di speranza che le cose possano cambiare o è la rassegnazione del non voglio darla vinta?

Non è solo quello. Non voglio che vincano persone che hanno delle idee diverse da quelle che ho io, valori diversi da quelli che ho io. Se vince il centrosinistra, se vince Bonaccini è un conto, se vince la Lega è un altro. Quella è la prima cosa da fare, poi nel campo dell’Emilia-Romagna, che è quello che conosco io, bisogna lavorare e impegnarsi di più e trasformarla in quello che piace veramente a noi. Sarebbe molto più difficile, se non impossibile, farlo in un’altra Emilia-Romagna, quella della Lega.

Lei conosce così bene l’Emilia-Romagna e nel corso degli anni ne ha raccontato il lato oscuro nei suoi romanzi. Come si manifesta oggi quel lato oscuro?

Naturalmente c’è anche quello e si manifesta nell’esserci voltati dall’altra parte per un sacco di tempo e aver visto che molte cose si affermavano da noi, come la mafia. Scoprire all’improvviso di avere il radicamento mafioso in Emilia Romagna è una cosa che ha fatto paura. Pensavamo di avere gli anticorpi e poi ti accorgi che gli anticorpi bisogna farli agire fin da subito. Queste sono le cose contro le quali tutti dovremmo riuscire a combattere anche nell’Emilia-Romagna di fine gennaio.

È vero, come ha detto Bonaccini, che le Sardine hanno dato una svegliata all’Emilia-Romagna?

Certo, la svegliata l’hanno data un po’ a tutti. Fino a poco prima davamo per scontato che le piazze fossero di altri. Vai in piazza e c’è gente arrabbiata che ti dice “prima gli italiani e dopo gli stranieri”, Salvini riesce a mobilitare le piazze e gli altri no. Non era vero, ma questi lo hanno fatto vedere. Hanno dimostrato che esistono dei valori che prima erano dati per scontati, tipo antifascismo e antisovranismo.

Ci stiamo occupando da settimane di Emilia-Romagna e continua ad emergere questa divisione tra città e campagna. Ti sembra una fotografia reale?

Sì, direi di sì. È una fotografia reale nel senso che esiste questa divisione e sicuramente lo si vede anche dai risultati elettorali. Molti paesi hanno votato in un modo, la città in un altro. Però, al di là di quello, è una divisione che non dovrebbe esistere perchè l’Emilia-Romagna esista in quanto è una sorta di città-regione, una specie di rete in cui tutto è collegato.

Nella sua quotidianità, sente cambiata l’Emilia-Romagna nell’ultimo periodo?

Sì, la sento cambiata sia dall’ondata sovranista sia dall’altra parte, sento un risvegliarsi di gente che inizia ad impegnarsi di più, anche per timore che questa cosa avvenga. Io ora la vedo cambiata in meglio. Vedo più passione da parte della gente. Se iniziamo a fare le cose, le cose cambiano.

Foto dalla pagina ufficiale di Carlo Lucarelli su Facebook

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Concita De Gregorio e la guerra dei trentenni: “La politica non se ne occupa”

Concita De Gregorio

L’ultimo libro di Concita De Gregorio, In Tempo di Guerra, affronta un tema che per la politica sembra invisibile: le battaglie dei trentenni che si trovano in eredità un universo saturo e ostile lasciato così dalle generazioni precedenti.

Ne abbiamo parlato con la scrittrice e giornalista durante l’ultima edizione di Milano BookCity. L’intervista di Barbara Sorrentini.

Marco è un ragazzo di trent’anni che ti ha cercata per raccontarti la sua storia e la sua storia è al centro del tuo libro. Raccontaci chi è Marco, cosa fa, quali sono i suoi sogni.

Marco è proprio questo. È un ragazzo di trent’anni che un giorno mi scrive e mi dice: “Tutti le chiederanno cinque minuti del suo tempo. Io le chiedo una settimana del suo tempo perché la mia storia non riesco a riassumerla in cinque minuti”. Mi scrive una lettera molto bella e iniziamo a parlare, cominciamo prima dalla corrispondenza e poi ci vediamo. Nell’arco di due anni, questo è il tempo che mi è stato necessario per finire il lavoro di raccolta e di ascolto, ho cercato davvero di ricostruire la sua storia e di far confluire nella sua storia tutti quei frammenti di storie di trentenni che raccolgo quotidianamente nella rubrica delle lettere, dove moltissimi ragazzi mi scrivono per dirmi della loro battaglia.
Parlando con Marco questo è emerso con grandissima chiarezza: quella dei trentenni è una guerra di cui nessuno parla, una guerra non dichiarata e invisibile in cui ciascuno di loro è un soldato solitario. Tutti si occupano dei giovani, in maniera anche molto retorica, o degli anziani o dei cinquantenni senza lavoro, di Quota 100 e dell’evasione. Nessuno, nella politica attuale e anche nel discorso pubblico, parla mai dei trentenni.
Il trentesimo anno, ciascuno di noi lo sa, è quel primo confine in cui si tira una linea, si fa un bilancio. Alcune cose le hai già fatte, devi stabilire quali e dare una valutazione, devi decidere la direzione da prendere e se non c’è una strada davanti a te. È anche un momento molto pericoloso e molto delicato in cui ti puoi inabissare in una dimensione di chiusura e di isolamento. Oppure puoi andare a combattere altre battaglie. Andartene all’estero, farti la tua vita. Devi trovare il tuo posto.

Tu l’hai definita una generazione senza ideali, un po’ per il momento politico attuale e perchè nessuno pensa a loro. Poi c’è anche l’invasione dei social che cambia anche il tipo di rapporti e di relazioni. Ma quando noi avevamo trent’anni era diverso? Che differenze hai trovato?

Non si dice mai che una generazione è senza ideali, io non l’ho mai detto e quello che è uscito è una sintesi giornalistica. Marco è pieno di ideali. Marco è un volontario del Mondo Pulito, è uno che segue Friday For Future, è uno che vuole andare ad arruolarsi nell’esercito della Siria del Nord. È un ragazzo che cerca il suo posto nel Mondo e che lo cerca a posto dove qualcuno gli dà casa. Però nel dialogo con le generazioni dei suoi genitori e dei suoi nonni, lui mette in dubbio che questa sia la scelta giusta per lui e anche loro mettono in dubbio che questa sia la scelta giusta per noi.
Il libro nasce dalla sorprendente composizione familiare della vera e autentica famiglia di Marco, che nell’arco di tre generazioni tocca il Pantheon degli ideali del ‘900: una nonna santa in processo di beatificazione, un nonno dirigente del Partito Comunista, un’altra nonna medico. Un nonno che si occupa di lettere antiche, il bisnonno partigiano. Lui si chiede che cosa vuol dire avere 30 anni oggi? E che cosa è stato avere trent’anni per mio padre? Mio nonno? Il mio bisnonno? Quanto è diverso?
Lui è figlio di una generazione che viene dagli anni ’70, i suoi genitori hanno attraversato il movimento politico e le battaglie limitrofe alla lotta armate e poi si sono rifugiati in una vita nei boschi e sono finiti in una setta. Anche questo tema delle sette mi sembrava molto rilevante perché anche oggi le appartenenze chiuse sono quello che sostituisce un ideale grande o collettivo. O almeno succede nel nostro Paese, perché proprio in questi mesi nel resto del Mondo si cominciano a vedere di nuovo le piazze proprio di ragazzi dell’età di Marco.
Dal punto di vista dell’osservazione è una generazione interessantissima. Tu pensi che le capitane delle Open Arms o delle navi del Mediterraneo, la generazione che sta dando battaglia a Trump negli Stati Uniti, quella di Alexandria Ocasio-Cortez, la capitana della nazionale di calcio americana Megan Rapinoe hanno trent’anni, tu vedi che nel mondo i trentenni in qualche modo stanno segnando un cambiamento in questo momento. È in Italia che si fa ancora un po’ di fatica e la storia di Marco racconta quanto le generazioni precedenti abbiano consumato tutto in una cena e hanno divorato perfino gli avanzi senza lasciare nulla. È una politica a spegnimento quella che continua ad occuparsi di chi ha già qualcosa e deliberatamente e pervicacemente evita di guardare chi non ha niente né avrà niente tranne i lavoretti, le paghette e il precariato.
Però poi basta volgere lo sguardo all’indietro, ascoltare i nonni e ripercorrere la strada all’indietro in modo da ritrovare la fiducia e la speranza. L’unico posto in cui possiamo andare quando abbiamo trent’anni è avanti.

In questo libro sei molto presente anche tu.

Sì, lui mi faceva delle domande alle quali io non avevo risposte. Io poi sono una cultrice del dubbio e sono convinta che alle domande bisogna rispondere con altre domande. Non avevo risposte da dare ai suoi quesiti fondamentali, se non in qualche caso fare mea culpa per quello che riguarda la mia generazione. Anche la mia generazione è arrivata di fronte ad un pasto già mangiato. Noi siamo la generazione di Carlo d’Inghilterra, quella che non regnerà mai e continuerà a regnare in questo Paese simbolicamente. Anche passare il testimone è un compito e allora lui ha aperto la sua scatola dei desideri e dei sogni, io ho aperto il mio piccolo Pantheon. Lui mi raccontava le sue musiche e io gli raccontavo i miei autori, lui mi diceva dei suoi propositi e gli dicevo delle storie che ho raccolto nel corso della mia vita e che mi aiutano quando sono in difficoltà. Ci siamo scambiati i nostri gioielli.

Nella narrazione della politica c’è qualche nesso con Nella notte, il tuo libro precedente?

Sì. Nella Notte, la storia vera della politica attuale e del meccanismo del potere così come l’ho conosciuto sulla mia pelle, si concludeva con la lettera di una ragazza di 25 anni che diceva “Io non voglio fare né l’influencer né ritirarmi a coltivare bio nella casa dei nonni”, che sono le uniche due possibilità che si danno ad una ragazza tra i 20 e i 30 anni: o vendere se stessa e la sua immagine o ritirarsi in un Eden privato a ricreare un Mondo che però serve solo a me. Ho ripreso quel filo e ho deciso di raccontare diffusamente cos’è la battaglia di un trentenne, anche la battaglia degli affetti. Per la prima volta c’è un punto di vista maschile. Lui mi racconta della sua battaglia con le donne, le ragazze che gli mettono ansia e che non capisce. Mi spiega della famiglia e dei genitori, il difficilissimo rapporto con la generazione post-movimentista. Il difficilissimo rapporto con il Mondo fuori e con i suoi coetanei.
Certo anche per noi è stato così, ma non altrettanto. Quando Marco mette in fila i suoi trent’anni con tutti i trent’anni di altre epoche, effettivamente oggi l’orizzonte è tanto più chiuso, il cammino è tanto più incerto. E nella politica non c’è chi abbia messo sul tavolo del discorso pubblico l’interesse di chi oggi entra nella vita adulta.
Si parla sempre di Quota 100, che riguarda una porzione destinata ad essere sempre più esigua, perchè riguarda chi ha già lavorato ed ha avuto un reddito, chi prenderà la pensione. Marco si chiedeva “se la politica non si occupa di noi, perchè noi dovremo occuparci della politica?”. Questa è una di quelle domande a cui posso rispondere con una storia vera che può essere di ispirazione.

Foto dal profilo ufficiale di Concita De Gregorio su Facebook

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Max Casacci presenta Watermemories all’auditorium Demetrio Stratos il 12 dicembre

Max Casacci

Max Casacci torna a Radio Popolare per presentare il suo ultimo lavoro, “Watermemories”, un’opera sonora ispirata alla memoria dell’acqua e realizzata interamente registrando i suoni della natura.

Il 12 dicembre, dopo una masterclass all’Apple Store di Piazza del Liberty, Max Casacci sarà in diretta dall’Auditorium Demetrio Statos di via Ollearo 5 per proporre ai presenti e agli ascoltatori le sue opere sonore, a cominciare da “Ta ‘ Cenc”, primo movimento realizzato esclusivamente con il suono di rocce calcaree e che ha visto la collaborazione di Hatisuara, il duo di sound healing fondato a Bali nel 2013 dal visual artist e regista Luca Saini e Mariacristina Busso.

Il secondo movimento, “Watermemories”, è stato realizzato interamente da Max Casacci catturando suoni e rumori dell’acqua di Biella, dalle sorgenti ai torrenti passando per antichi luoghi sacri e più recenti santuari, fino ad arrivare alle pale che hanno trasformato la forza dell’acqua in energia per il lavoro.

Max Casacci, cofondatore dei Subsonica insieme a Samuel Romano e da sempre sperimentatore e creatore di suoni in studio, ha così descritto “Watermemories” in un dialogo con l’artista Michelangelo Pistoletto:

Il brano che parte con suoni di sorgente diventa, per esaltazione delle armoniche del gorgogliare dell’acqua, quasi un canto “sacro”. L’acqua e lo spirito. Poi si trasforma in un’esperienza onirica, introdotta dalla scansione regolare e ipnotica di una goccia che scendendo di intonazione diventa il flusso stesso del fiume/torrente. Portando l’ascoltatore a viaggiare in immersione. L’acqua e il subconscio. Un “mantra” ricavato anche dal dialogo sonoro tra due opere d’arte: “Una barra d’’aria” di Giuseppe Penone che affacciandosi verso il torrente Cervo ne cattura il suono e la tua “Orchestra di stracci” con il canto dei suoi bollitori che ho trasformato in immaginari strumenti a fiato, fino al crescendo finale sostenuto dalle pale dei mulini e dal rumore delle macine, tributo alla memoria delle attività umane lungo il fiume. L’acqua e l’arte.

L’appuntamento è per le 21.30 di giovedì 12 dicembre all’Auditorium Demetrio Stratos e in diretta su Radio Popolare.

Foto di Rossano Ronci

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Catena Musicale per il 50esimo di Pinelli e di Piazza Fontana il 14 dicembre

Catena Musicale Pinelli 14 dicembre 2019

In occasione del 50esimo anniversario della morte del ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli e della strage di Piazza Fontana è stata organizzata a Milano la Catena Musicale, un evento collettivo e condiviso promosso dalla famiglia Pinelli insieme al musicista Massimo Marcer, il regista Marco Pellegrino, la prima tromba del Teatro alla Scala Marco Toro, il portavoce di Memoria Antifascista Valter Boscarello e il musicista e autore teatrale Sergio Casesi.

Radio Popolare è media partner dell’evento che prevede il dispiegarsi dei cittadini insieme a musicisti, cori e gruppi musicali – con strumenti musicali, ma anche pentole e coperchi o qualsiasi altro oggetto sonoro – lungo il percorso che porta da Piazza Fontana, luogo dell’attentato del 12 dicembre 1969 che costò la vita a 17 persone, e la Questura di Milano, dove Giuseppe Pinelli fu portato poche ore dopo insieme a 84 sospettati e dove trovò la morte tre giorni dopo.

Vogliamo una Poesia lunga un chilometro e trecento metri. Vogliamo che un canto si dispieghi lungo il centro cittadino, affinché quella ferita, quella memoria, quella storia, possano ora essere finalmente di tutti. Una memoria non più di parte e a seconda delle parti. Non più divisa e divisiva. Ma memoria viva nei suoi valori non negoziabili dei diritti dell’uomo. Crediamo la Memoria Gioia. La Libertà Vita. E il Diritto una catena fra uomini liberi. La Catena Musicale è l’unica catena che rende liberi.

Una catena umana, basata unicamente sul lavoro volontario dei promotori e in assenza di partiti politici o movimenti legati economicamente alla Catena Musicale, che si dispiegherà a suon di musica e suoni per oltre un chilometro da Piazza Fontana, passando per Piazza Beccaria, Galleria del Corso e Corso Vittorio Emanuele, per poi snodarsi lungo Via San Pietro all’Orto, via Bigli, Via Manzoni e chiudersi poi in Piazza Cavour, unendo i due simbolo di questo doppio cinquantesimo.

L’appuntamento è per le 14.00 del 14 dicembre 2019 in Piazza Fontana. Lì, grazie all’aiuto dei volontari e di punti stabiliti lungo il percorso, si prenderà posizione per dare il via all’evento alle 15:

Si eseguiranno Addio Lugano, La Ballata del Pinelli, Il Galeone e Here’s for you. Si suonerà a domino. Quando partirà il primo in Piazza Fontana seguirà il secondo, e poi il terzo. E così via via tutti entreranno in catena e continueranno a suonare fino a che l’ultimo in Piazza Cavour non abbia preso parte. A questo punto si potrà concludere il brano, ancora smettendo a domino, dal primo in piazza Fontana all’ultimo in Piazza Cavour. E così si passerà al nuovo brano.
Non sarà l’esecuzione del secolo. Ma non è un concerto. Non è una rassegna. È un gesto di teatro urbano musicale. Un’onda sonora che parta e arrivi e dichiari gioia di vivere e libertà. E dimostri che chi ha a cuore il diritto e la libertà non ha paura di nulla.

Foto dalla pagina dell’evento su Facebook, da cui potete scaricare i brani, gli spartiti per aderire all’evento e tutte le istruzioni dei promotori.

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Presentazione del libro “In gamba, fratello!”. Mercoledì 18 dicembre ore 18.30

 

Due supereroi si aggirano per la città. Hanno fatto un patto: combattere le ingiustizie a cavallo delle loro sedie a rotelle. Sono i protagonisti del romanzo “In gamba, fratello!” di Alessandro Principe. Una storia che affronta problemi e tematiche delle persone con disabilità con uno sguardo insolito: quello dell’avventura, della favola, tra ironia e situazioni paradossali, in un’atmosfera quasi fumettistica.

I cattivi non sono mica solo quelli che vogliono distruggere l’universo. Quelli li lasciamo a Superman. Non ci occupiamo degli altri”.

“In gamba, fratello!” (Round Robin Editrice, 2019) verrà presentato dall’autore mercoledì 18 dicembre alle 18.30 nell’auditorium di Radio Popolare, in via Ollearo 5 a Milano.

Ingresso libero senza prenotazione fino ad esaurimento posti.

 

 

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