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Che cosa è successo oggi? – Domenica 29 novembre 2020

ex ilva taranto

Il racconto della giornata di domenica 29 novembre 2020 attraverso le notizie principali del giornale radio delle 19.30, dai dati dell’epidemia in Italia alla riapertura dei negozi nelle regioni che sono passate dal rosso all’arancione. Uno studio pubblicato in questi giorni delinea il grave calo dei redditi italiani, specialmente nel caso dei lavoratori dipendenti. Cade nel vuoto la proposta parlamentare di una patrimoniale da inserire nella legge di stabilità; riparte il tavolo sull’ulva con le incognite di sempre. Attacco di Boko Haram in una zona rurale della Nigeria, le vittime sono più di cento. Infine, i grafici del contagio nelle elaborazioni di Luca Gattuso.

I dati dell’epidemia diffusi oggi

Oggi in Italia sono stati accertati 20.648 casi di coronavirus, con una percentuale di positivi sui tamponi comunicati dell’11,7%, identica a quella di ieri. Ancora tante le morti legate al covid, 541, un numero che però è più basso di quelli dei giorni scorsi. Nove in meno i pazienti in terapia intensiva, che ora sono 3753. Quattrocentoventi in meno quelli nei reparti ordinari, scesi a 32.879. La Lombardia è la regione con più nuovi contagi individuati, circa 3200, seguita dal Veneto con 2617 e da Campania e Piemonte, poco sopra i 2mila ciascuna.

In calo i redditi in Italia, in particolare quello dei lavoratori dipendenti

(di Massimo Alberti)

Uno studio pubblicato su LaVoce.info, elaborato da due economisti dell’Ocse, evidenzia come nella pandemia il maggior calo dei redditi riguardi proprio i lavoratori dipendenti ed i precari, e non i piccoli imprenditori ed il lavoro autonomo, almeno in una sua ampia parte. “In controtendenza rispetto alla narrazione dominante”, sottolineano gli autori. Il problema? I sussidi troppo bassi e l’evasione fiscale. Il lavoro di Andrea Garnero e Andrea Salvatori, economisti OCSE, non proprio un’istituzione statalista e socialista, parte da un dato: durante la pandemia i redditi italiani sono scesi più che in altri paesi, nonostante le ingenti risorse mobilitate. Con un calo del pil del 12,8%, simile ad altri paesi, il reddito disponibile è sceso del 7,2% rispetto ad esempio all’1,1 della Germania e al 2,3 della Francia. In questo quadro, a rimetterci sono stati soprattutto i dipendenti, che hanno avuto compensazioni minori rispetto agli autonomi, in controtendenza alla narrativa dominante, sottolineano gli autori. Non è un problema di soldi stanziati, dice lo studio. Il primo problema è la cassa integrazione che garantisce una bassa protezione del reddito. Un dipendente italiano a zero ore riceve una parte di salario assai più bassa che in Germania e Francia. Che è legato al secondo punto: anche i sussidi di disoccupazione sono inferiori rispetto ad altri paesi Ocse, e raggiungono a fatica i tantissimi precari per lo più giovani. Al contrario, e in controtendenza rispetto alla narrativa preponderante scrivono gli autori, le misure adottate per il lavoro autonomo sembrano aver funzionato, almeno rispetto ai redditi dichiarati: lo stato infatti non può compensare un reddito che non conosce. Qui andrebbe aggiunta un’ulteriore riflessione che lo studio non fa, perché non tutto il mondo del lavoro autonomo è uguale, o è evasore. Se un lavoratore autonomo dichiara 800 e lo stato ne integra 600,  ovviamente lo studio rileva una compensazione adeguata. Chi li guadagna davvero però parte da un reddito già molto basso, dall’altra invece c’è evade il fisco con false dichiarazioni: ed in questo caso, chi è causa del suo mal pianga se stesso. 

C’è chi è arrivato addirittura a proporre una tassa di solidarietà sui lavoratori dipendenti per aiutare i piccoli imprenditori. La realtà dei numeri racconta una storia diversa. E il denaro da redistribuire, in un paese dove, dati Ocse, il 20% più ricco detiene il 70% della ricchezza, andrebbe forse cercato altrove.

Riaprono i negozi nelle regioni passate dal rosso all’arancione

Oggi è stata la prima giornata in zona arancione per Lombardia, Piemonte e Calabria. Le tre regioni sono passate alla fascia a rischio intermedio che prevede la riapertura dei negozi, la possibilità di spostarsi senza autocertificazione nel proprio comune e -da domani- il ritorno a scuola delle seconde e delle terze medie, anche se il Piemonte a deciso di mantenere la didattica a distanza.

Come era prevedibile le città si sono riempite di persone. A Milano è tornato lo shopping anche nelle vie classiche degli acquisti come corso Buenos Aires, corso Vittorio Emanuele, via Torino. Quel centro di Milano rimasto svuotato da aprile, oggi è tornato a popolarsi.

“Ne approfittiamo per stare un po’ all’aperto e fare qualche acquisto” hanno detto le persone intervistate. Sentiamone qualcuna al microfono di Luigi Ambrosio:

In Italia una tassa patrimoniale resta un tabù

Puntuale come ogni manovra economica, anche questa volta è arrivata la proposta di istituire una tassa patrimoniale. E puntualmente anche questa volta è stata subito affossata dalla stessa maggioranza.

A presentarla erano stati alcuni deputati di Leu e del Pd, ma all’interno degli stessi partiti la proposta di una patrimoniale secca non gode di grande consenso.

Radicalmente contrari Movimento 5 Stelle e Italia Viva.

“Ok liberare gli italiani delle piccole tasse e dai cavilli della burocrazia, ma nessuna patrimoniale” ha detto Luigi Di Maio. “Sarebbe folle in un momento di crisi come questo, il Movimento è sempre stato contrario e continuerà ad esserlo”.

Per Italia Viva “la patrimoniale non serve”.

Nel Pd pochi i favorevoli. “L’emendamento è il frutto di una iniziativa libera ma individuale di alcuni deputati del Pd che però non impegna il gruppo” hanno spiegato all’Ansa fonti del Pd alla Camera.

Dentro Leu spunta una seconda ipotesi, più leggera. Un contributo di solidarietà per il solo 2021 sotto forma di tassa per i super ricchi.

Il primo firmatario è il capogruppo di Liberi e Uguali alla Camera Federico Fornaro:

 

Riprende la trattativa sull’Ilva di Taranto

(di Massimo Alberti)

Il 30 novembre scadono i termini per un nuovo accordo tra Arcelor Mittal e lo stato sull’Ilva di Taranto. A Mezzogiorno di lunedì il ministro dello sviluppo Patuanelli incontrerà i sindacati, poi dovrebbe essere annunciata la nuova firma, con l’ingresso della società del Tesoro Invitalia nell’ex Ilva. Ma non in maggioranza, e posticipando il controllo dello stato.  Forti i dubbi dei sindacati, e degli enti locali che non sono mai stati consultati.

C’eravamo lasciati a marzo, con un accordo che evitava lo scontro in tribunale, e che rimandava di 8 mesi i problemi legati al futuro dell’Ilva. Nel mezzo, una pandemia, col ricorso continuo alla cassa integrazione da parte di Arcelor Mittal per oltre il 50% degli 8000 dipendenti attivi a Taranto. Di fatto i necessari a tenere acceso un impianto rimasto da allora praticamente fermo e improduttivo, con tutti i problemi strutturali che ne sono seguiti: incidenti, cedimenti, che non hanno provocato particolari conseguenze solo perchè lo stabilimento di fatto era semivuoto. Oltre alle continue emissioni nocive fotografate praticamente ogni settimana. La firma delle prossime ore quindi è un passaggio obbligato per evitare l’abbandono d’ufficio di Arcelor Mittal, con le conseguenti penali, e per prendere tempo, visto che nuovi partner industriali non sono stati trovati, e neppure cercati dicono i sindacati. Anche perché nessuno vuole accollarsi uno stabilimento fatiscente senza rifarlo praticamente da capo, con gli ingenti costi che comporta e con la grana delle complicate bonifiche su un’area gravemente e strutturalmente inquinata. Dunque, domani, cosa si firma? L’immissione di capitali da parte dello stato, tramite la controllata del tesoro Invitalia, guidata dall’onnipresente Arcuri, in società con Arcelor Mittal. Che però manterrà il controllo. Visto che l’ingresso, al contrario di quanto promesso in passato dal governo, sarà al 50%. E solo in un secondo momento forse con l’acquisizione della maggioranza, ma non prima del 2022 quando guarda caso scade l’affitto degli impianti da parte di Arcelor Mittal. Per i sindacati dunque in mancanza di alternativa lo stato dà i soldi ad Arcelor per continuare a gestire Ilva, l’abbandono posticipato, sperando che con i soldi del Recovery Fund si possa finalmente mantenere la costosissima promessa di bonifica, rinnovamento e acciaio verde, cui visto lo stato degli impianti oggi non crede più nessuno. Così come tra i cassintegrati, nessuno pensa che tornerà al lavoro. E se i sindacati denunciano di aver saputo dell’accordo dai giornali, lo stesso contestano gli enti locali. Mai consultati, dice il sindaco di Taranto, per una decisione che riguarda anche la salute ed il destino della città.

Strage fondamentalista in Nigeria, sale il numero delle vittime

(di Andrea Monti)

In Nigeria nelle ultime ore è salito il numero di morti nel massacro di cui si era avuta notizia ieri. Secondo l’Onu sono almeno 110 i civili uccisi nel villaggio di Koshobe, nel nordest del paese. In un primo momento erano stati recuperati i corpi di 43 persone, che oggi sono state seppellite. L’attacco ha preso di mira un gruppo di contadini che erano nei campi. Secondo un parlamentare la loro morte sarebbe legata al fatto che avevano disarmato e bloccato un militante di Boko haram. L’organizzazione jihadista è responsabile da anni di violenze in quella zona e in questo caso potrebbe anche aver rapito diverse donne, secondo un dirigente delle Nazioni unite nel paese. Agricoltori e pescatori locali sono aggrediti spesso dai terroristi con l’accusa di fare da informatori per l’esercito e per le milizie filogovernative.

L’andamento dell’epidemia di COVID-19 in Italia

 

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Approfondimenti

Che cosa è successo oggi? – Sabato 28 novembre 2020

carceri COVID

Il racconto della giornata di sabato 28 novembre 2020 attraverso le notizie principali del giornale radio delle 19.30, dai dati dell’epidemia in Italia alle 5 Regioni che da domani cambieranno colore e l’emendamento di LeU e PD alla manovra che punta ad introdurre un’imposta progressiva sui grandi patrimoni superiori al mezzo milione di euro. Un nubifragio ha travolto oggi il paese di Bitti, in provincia di Nuoro, e il primo bilancio è di 3 morti e un disperso. Allo sciopero della fame di Rita Bernardini contro l’affollamento delle carceri italiane si sono uniti in queste ore anche Sandro Veronesi, Roberto Saviano e Luigi Manconi. In Francia oggi migliaia di persone hanno manifestato contro la legge sulla cosiddetta “sicurezza globale” voluta dal presidente Macron e dalla sua maggioranza. Papa Francesco ha nominato oggi 13 nuovi cardinali. In Etiopia, dopo tre settimane di combattimenti, l’esercito governativo ha sferrato un’offensiva contro la capitale dello stato regionale del Tigrai. In Iran l’omicidio dello scienziato nucleare iraniano Mohsen Fakhrizadeh è il colpo di coda dell’amministrazione Trump. Infine, i grafici del contagio nelle elaborazioni di Luca Gattuso.

I dati dell’epidemia diffusi oggi

Anche oggi migliorano i dati dell’epidemia da COVID in Italia. Nelle ultime 24 ore i nuovi positivi sono stati 26.323, pari all’11,7% dei tamponi eseguiti. Le vittime sono state 686.
Diminuiscono i pazienti in terapia intensiva, meno 20 rispetto a ieri, e anche i ricoveri nei reparti ordinari, che sono 385 in meno. L’Istituto Superiore di Sanità e il Consiglio Superiore di Sanità invitano però a non abbassare la guardia: stamattina in una conferenza stampa congiunta hanno chiarito che vanno evitati comportamenti che potrebbero far risalire rapidamente la curva dei contagi. Così il professor Silvio Brusaferro:

 

Da domani 5 regioni cambieranno colore

Da domani 5 regioni cambieranno colore: Lombardia, Piemonte e Calabria passeranno da rosse ad arancioni, Liguria e Sicilia da arancioni a gialle. Il Presidente del Piemonte Cirio, nonostante il passaggio in zona arancione, ha deciso di tenere ancora a casa gli studenti di seconda e terza media, attirandosi le critiche di studenti e docenti. Cirio ha promesso che i giorni di scuola verranno poi recuperati. Polemica del presidente della Val d’Aosta Lavevaz contro il Governo. In una lettera al ministro Speranza il presidente valdostano chiede di uscire dalla zona rossa, dove la sua regione sarebbe rimasta per un “evidente errore di calcolo”, e minaccia azioni legali se la sua richiesta di spostare la Val d’Aosta in zona arancione non sarà accolta.

Nubifragio nel Nuorese: 3 morti e un disperso

(di Monia Melis)

Tre morti e un disperso nel Nuorese, a Bitti, dove un nubifragio ha travolto il paese di nemmeno tre mila abitanti. Sono stati uccisi dall’acqua e dal fango che ha toccato punte di quattro metri: un uomo si trovava a bordo del suo fuoristrada, una coppia di anziani nella loro casa, diventata una trappola. La devastazione è ovunque: auto trascinate via, detriti, alberi e massi arrivati anche al livello dei balconi. Per quasi un giorno Bitti è rimasta isolata: saltate linee telefoniche e corrente elettrica, strade difficilmente percorribili per via di frane e crolli. Il sindaco, Giuseppe Ciccolini, ha usato un ponte radio dei carabinieri con la Protezione civile regionale che ha inviato una colonna mobile. Al lavoro 250 tra vigili del fuoco, volontari e personale del Corpo forestale: usano i mezzi rimozione terra e scavano trincee.
Un territorio storicamente a rischio: già evacuate per precauzione le case vicino a un canale tombato. Lì, sette anni fa, per l’alluvione Cleopatra, precipitò un’ambulanza. “L’acqua è stata quattro volte più abbondante” – ha detto il sindaco. Allora le vittime in tutta la Sardegna furono diciannove, migliaia gli sfollati soprattutto in Gallura. Ora è il Nuorese l’area più colpita, ma danni e disagi si registrano pure nell’Oristanese e nel sud. L’allerta massima era stata data in anticipo da venerdì, poi estesa.

Fisco, la proposta di patrimoniale da parte di LeU e PD

(di Raffaele Liguori)

Un’imposta progressiva sui grandi patrimoni superiori al mezzo milione di euro. È quanto prevede un emendamento alla manovra presentato da un gruppo di deputati, primi firmatari Nicola Fratoianni (di Leu) e Matteo Orfini (del Pd).
L’emendamento prevede la cancellazione dell’Imu e dell’imposta di bollo sui conti correnti bancari e sui conti di deposito titoli. Al loro posto viene introdotta un’imposta progressiva “sui grandi patrimoni la cui base imponibile è costituita da una ricchezza netta superiore a 500.000 euro”. Sono previste aliquote progressive, che partono dallo 0,2% “per una base imponibile – dice l’emendamento – di valore compreso tra 500 mila e 1 milione di euro” per arrivare poi al 2% oltre i 50 milioni di euro. L’aliquota – sempre secondo l’emendamento Fratoianni-Orfini – sale al 3% per patrimoni superiori al miliardo di euro.
Massimo Baldini è economista dell’università di Modena: quanto può incassare lo stato da questo intervento sul fisco?

 

Saviano e Veronesi si uniscono allo sciopero della fame di Rita Bernardini contro l’affollamento delle carceri

Un sciopero della fame per protestare contro l’affollamento delle carceri italiane, reso ancora più pesante dagli effetti della pandemia da COVID-19. Lo sta facendo da circa un mese l’esponente radicale Rita Bernardini. E da oggi, e per 48 ore, si aggiungono alla protesta gli scrittori Sandro Veronesi e Roberto Saviano insieme al sociologo Luigi Manconi. Qual è la situazione nelle carceri? Patrizio Gonnella, presidente dell’associazione Antigone:

 

Francia, migliaia in corteo contro la legge sulla “sicurezza globale”

(di Francesco Giorgini)

Migliaia di persone in tutta la Francia hanno manifestato oggi contro la legge sulla cosiddetta “sicurezza globale” voluta dal presidente Macron e dalla sua maggioranza. Un testo che impedisce di fotografare i poliziotti in azione e – di fatto – limita la libertà di stampa.

Police flouté justice aveuglé” tradotto: “polizia opaca giustizia accecata” recitava uno dei tanti striscioni artigianali disseminati lungo l’imponente corteo que ha attraversato il nord di Parigi tra la piazza de la Republique e la piazza de la Bastille per manifestare contro le violenze della polizia e contro il progetto di legge che vieta la diffusione di immagini di poliziotti in esercizio. Ma non solo Parigi. Da Marsiglia a Lille, da Strasburgo a Nantes, migliaia di persone hanno manifestato in tutta la Francia rispondendo al’appello della gauche in senso largo. Dalle associazioni di difesa dei diritti passando per i sindacati, le ong, i collettivi studenteschi, fino ai partiti e alle organizzazioni di tutta la sinistra. Ma c’erano anche l’ordine degli avvocati, le redazioni di tanti giornali, radio o siti d’informazione; o ancora le associazioni e i collettivi di quartiere delle banlieues popolari e meticce in cui le violenze poliziesche sono materia quotidiana. Una mobilitazione massiccia, malgrado il deterrente covid, risultato dell’indignazione senza precedenti suscitata dalla pubblicazione delle immagini del pestaggio del produttore musicale Michel Zecler da parte di tre poliziotti sabato scorso. Immagini vergognose per la Republique secondo Macron. Ma immagini che pubblicate aiutano a fare giustizia e di cui la nuova legge macronista vorrebbe limitare o vietare la diffusione. “c’era una volta il paese dei lumi e dei diritti..” recitava un altro cartello sventolato dalle decine di migliaia di manifestanti parigini mentre un altro poco distante sembrava rispondergli : “la democrazia muore nell’oscurità e nel silenzio della censura”.

Papa Francesco nomina 13 nuovi cardinali

Oggi pomeriggio nella basilica di San Pietro in Vaticano si è tenuto il Concistoro, con la nomina da parte di Papa Francesco di 13 nuovi cardinali. Nell’omelia durante la cerimonia Francesco ha ammonito contro i tanti generi di corruzione che possono farsi strada nella vita sacerdotale. Sono dunque ora 101 i cardinali scelti da questo Pontefice. Tra loro 73 avranno diritto di voto per scegliere il successore di Bergoglio, perché hanno meno di 80 anni. Questo potrebbe significare che l’attuale Papa sta preparando la sua successione proprio tramite le nomine dei cardinali elettori. Sentiamo in proposito l’opinione dello storico Miguel Gotor:

 

Etiopia, offensiva dell’esercito governativo sulla capitale del Tigrai

In Etiopia dopo tre settimane di combattimenti l’esercito governativo ha sferrato un’offensiva contro la capitale dello stato regionale del Tigrai, Mekelè, e i primi soldati sarebbero già entrati in città. Lo ha comunicato attraverso la tv di Stato il premier Abiy Ahmad Ali. Per tutta la mattinata di oggi pesanti bombardamenti avevano colpito Mekelè, il governo del Tigrai ha fatto appello alla comunità internazionale perché condanni questa offensiva. Più di tre settimane di conflitto hanno causato migliaia di morti, tra cui molti civili, e decine di migliaia di rifugiati, secondo le stime della ong International Crisis Group. C’è inoltre il rischio che il conflitto si allarghi a tutto il Corno d’Africa perché stanotte alcuni razzi lanciati dal Tigrai hanno colpito il vicino territorio eritreo.

Iran, ucciso lo scienziato nucleare Mohsen Fakhrizadeh

(di Farian Sabahi)

L’omicidio dello scienziato nucleare iraniano Mohsen Fakhrizadeh è il colpo di coda dell’amministrazione Trump che, in questi 4 anni, ha inferto duri colpi alla leadership di Teheran. A gennaio un drone americano aveva ucciso il generale dei pasdaran Soleimani mentre si trovata all’aeroporto di Baghdad. E ieri è stata la volta dello scienziato nucleare, il cui omicidio da parte del Mossad non può che essere stato avallato da Washington. In questi 4 anni, l’amministrazione Trump ha inferto duri colpi anche all’economia della Repubblica islamica.
La strategia di massima pressione Trump ha fatto scendere le esportazioni europee verso l’Iran, passate dai 10,6 miliardi del 2017 ai 4,4 del 2019. Anche le importazioni europee dall’Iran sono crollate, da 10,1 miliardi a 700 milioni a causa dell’embargo petrolifero imposto nel 2018.
Dando prova di resilienza, l’Iran ha reagito e cambiato profilo economico: l’industria non petrolifera ha subito una rapida accelerazione, soprattutto nel settore privato. In questi 4 anni, il rial ha perso oltre l’80% del suo valore. La forte svalutazione della moneta locale ha azzerato il potere d’acquisto delle famiglie ma, forse unica nota positiva, ha dato grande impulso alle esportazioni, rendendo i prodotti della Repubblica Islamica estremamente competitivi nei mercati internazionali. Un aspetto, questo, da non sottovalutare nel momento in cui Joe Biden si avvicina alla Casa Bianca e l’Europa tenta un riavvicinamento con Teheran.

L’andamento dell’epidemia di COVID-19 in Italia

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Che cosa è successo oggi? – Venerdì 27 novembre 2020

ordinanza regione Lombardia

Il racconto della giornata di venerdì 27 novembre 2020 attraverso le notizie principali del giornale radio delle 19.30, dai dati dell’epidemia in Italia alle nuove misure decise oggi dal Governo anche dopo le pressioni da parte delle Regioni governate dalla destra, mentre sembra sempre più probabile che le scuole riapriranno il 9 gennaio. L’Europa ha pronto un piano B contro il veto di Ungheria e Polonia al Recovery Fund, mentre in Francia il video del pestaggio di un produttore musicale indifeso da parte di tre poliziotti sta indignando la politica e l’opinione pubblica. Infine, i grafici del contagio nelle elaborazioni di Luca Gattuso.

I dati dell’epidemia diffusi oggi

Oggi sono 28mila in Italia i nuovi casi di coronavirus censiti dal bollettino quotidiano, con una percentuale di positività del 12,7%. Cala il numero delle persone attualmente positive, resta invece molto alto il dato sui decessi, 827. Oggi è venerdì ed è stato pubblicato anche il monitoraggio settimanale dell’Istituto superiore di sanità. Nel complesso la situazione sta migliorando: l’Rt, l’indice di riproduzione della malattia è calato all’1,08%. È in calo anche l’incidenza di nuovi casi per 100mila abitanti. Permangono però quasi ovunque criticità negli ospedali. Risultato: 10 regioni sono ancora classificate a rischio alto mentre tra quelle a rischio moderato ben sette hanno una concreta possibilità di vedere peggiorare lo scenario nel prossimo mese.

Le nuove misure decise oggi dal governo

(di Anna Bredice)

Non si è ancora in una situazione di uniformità di tutte le regioni nella stessa fascia di rischio, diminuiscono quelle in zona rossa, Calabria, Lombardia e Piemonte che passano di un livello in quella arancione, ma restano in zona rossa la Campania, l’Abruzzo, la Provincia autonoma di Bolzano, la Valle d’Aosta e la Toscana, anche se quest’ultima ha deciso di fare un’ulteriore ordinanza per agevolare le attività in alcune zone. Si sente l’avvicinarsi del periodo natalizio dal punto di vista delle attività commerciali e quindi le pressioni per aprire, ma per la cabina di regia che ha deciso le nuove restrizioni vale innanzitutto ciò che accade negli ospedali e nelle terapie intensive. L’indice Rt è sceso ovunque, ma al 24 novembre con gli ultimi dati disponibili, 17 regioni avevano superato almeno una soglia critica in area medica o terapia intensiva, e se la trasmissione del virus si mantiene uguale ci sarà una probabilità del 50% che queste soglie di criticità possano rimanere ancora per tutto dicembre. Questa è la cautela che il ministro Speranza vorrebbe che fosse l’unico criterio per guidare le scelte soprattutto del prossimo Dpcm, le cui misure si stanno decidendo in questi giorni, oggi c’è stato un altro incontro dei capi delegazione della maggioranza, con Boccia e Conte, l’idea è di mantenere il coprifuoco anche nei giorni delle feste natalizie alle 22 e il divieto di spostarsi tra regioni, anche gialle per i non residenti, la chiusura delle frontiere, con il tampone obbligatorio per chi torna a Natale, e la riapertura dei licei il 7 gennaio. Liguria e Sicilia passano in zona gialla, e quelle che restano in fascia rossa lo saranno almeno fino al 3 dicembre e poi si vedrà.

Le pressioni di chi pensava al business hanno funzionato

(di Luigi Ambrosio)

La pressione che è arrivata dalle Regioni governate dalla destra, leghista o meno che sia, per le riaperture è stata fortissima e aveva una sola motivazione: gli affari.
Alla fine, il governo ha ceduto. Tutte le regioni che vedono allentate le misure anti covid sono governate dalla destra. La spinta l’hanno data Salvini e le regioni del Nord
Salvini è intervenuto in prima persona a poche ore dalla decisione del governo parlando della Lombardia: “La zona rossa deve diventare arancione con le riaperture previste”.
Il concetto di allentamento delle misure che hanno in mente Salvini e i fautori delle riaperture è esclusivamente legato all’economia. Negozi e centri commerciali. Il business del Natale. In Veneto, che giallo era e giallo rimane, Zaia ha annunciato che riaprono i centri commerciali nel fine settimana. Per il resto, da parte dei protagonisti, non una parola sulla scuola. Non una parola sullo sport. Niente di niente sulla cultura. Cercatele, non le troverete. Anzi, troverete dichiarazioni in senso contrario.
Aprire le scuole prima di Natale è una scelta improvvisa” dice il presidente della Regione Piemonte, Cirio. Il presidente del Veneto, Zaia, usa lo stesso aggettivo. Riaprirle le scuola “sarebbe un errore e una scelta improvvisa”.
Le pressioni sono arrivate anche dal mondo economico. E poi c’è la partita politica. Giovedì le opposizioni guidate da Berlusconi hanno votato lo scostamento di bilancio. In futuro, ci saranno da gestire i soldi europei con un Conte indebolito a Palazzo Chigi. Medici e Istituto Superiore di Sanità avevano chiesto prudenza. L’Iss aveva messo in particolare Calabria e Lombardia nella lista delle regioni a rischio. Il governo non li ha ascoltati.

Le scuole riapriranno a gennaio

(di Michele Migone)

Le scuole superiori riapriranno il 9 gennaio. L’informale indicazione arriva al termine della riunione tra il Governo e le Regioni. L’idea della ministra Azzolina di ripartire il 9 dicembre finisce in soffitta. Non c’erano le condizioni per attuarla: tracciamento e presidi sanitari, personale docente, trasporto pubblico. I sindaci delle città metropolitane lo hanno detto l’altro giorno alla titolare della Pubblica Istruzione. I governatori sono andati oltre affermando che per loro le priorità sono il commercio e il turismo e non la scuola che può aspettare. La ministra Azzolina sapeva molto bene che non c ‘erano le condizioni per riaprire, ma le polemiche sulle piste da sci in funzione e le classi chiuse hanno sollecitato il suo intervento dopo settimane di silenzio. Ha convocato i sindaci per parlare dei trasporti pubblici con l’ intenzione di sottolineare quello come il vero problema della mancata riapertura, ma il risultato è stato poi aprire un fronte di polemica nel governo. La ministra dei trasporti De Micheli in una intervista ha così replicato, dicendo che se le scuole non fanno orari differenziati é per la mancanza di docenti non per la carenza di autobus. E poi ha aggiunto una sorta di provocazione, fare lezione anche alla domenica, che ha scatenato la rivolta dei sindacati e la risposta piccata del ministro Bonafede, capo delegazione dei 5 Stelle al Governo. Insomma tanta confusione, tanta tattica, tanto scaricabarile. Resta il fatto che ora si dovrà vedere se i ragazzi delle superiori rientreranno in aula veramente a gennaio. Vedremo quali saranno i dati dell ‘epidemia dopo gli acquisti e le feste. E se ancora una volta saranno loro i sacrificati sull’ altare dell’economia.

Recovery Fund, un piano B contro il veto di Ungheria e Polonia

(di Alessandro Principe)

Orban ribadisce il veto al Recovery Fund e rincara la dose. “Il nostro no è d’acciaio, non cederemo mai al ricatto dell’Europa”, ha detto il premier ungherese. La situazione è bloccata. Anche la Polonia ha confermato il veto. A Bruxelles si sta pensando a una possibile via d’uscita.

Esiste un piano B? Ed è realistico? Queste sono le domande che si stanno facendo le diplomazie europee. Il No di Ungheria Polonia è dovuto alla richiesta dell’Europa di rispettare i principi dello stato di diritto. Libertà di stampa, autonomia dei giudici, diritti dei migranti e rispetto delle quote assegnate a livello europeo per l’accoglienza. Orban ha rincarato la dose: “Non ci lasciamo comprare, è una questione di sovranità nazionale. Soros e l’Europa vogliono imporci gli immigrati”. Il partito di Orban è da tempo sotto accusa in Europa. Ma, dopo una sospensione, è stato riammesso nel Ppe, lo stesso partito di Angela Merkel. Proprio la cancelliera starebbe facendo di tutto per non sbattere la porta in faccia all’Ungheria, alleato strategico della Germania e suo partner commerciale. Orban è sempre stato in buoni rapporti con la Cancelliera. Si tratterebbe di dare una sorta di garanzia politica: il rispetto dello stato di diritto non verrebbe mai contestato a Budapest e Varsavia. Sarebbe di fatto solo sulla carta. L’altra strada è lo scontro finale. Il piano B. “È nei trattati” ha ricordato oggi la Commissione. Sono le cooperazioni rafforzate. Si va avanti con chi ci sta. In questo caso in 25, senza Ungheria e Polonia. La procedura però è complicata e soprattutto dirompente dal punto di vista politico. Il tempo stringe, il 10 dicembre il vertice decisivo. I soldi del Recovery Fund servono in fretta ai paesi colpiti dalla pandemia. Compresi Ungheria e Polonia, i cui cittadini, ostaggi del veto sovranista, potrebbero restare tagliati fuori.

La Francia reagisce alle violenze di polizia

(di Luisa Nannipieri)

Il pestaggio di un produttore musicale indifeso da parte di tre poliziotti, che hanno poi falsificato il verbale per giustificare le violenze, ha profondamente sconvolto l’opinione pubblica francese. Persino Emmanuel Macron ha fatto sapere di essere rimasto particolarmente scioccato dalle immagini della telecamera di videosorveglianza che hanno ripreso l’intervento della polizia, sabato scorso a Parigi. Anche se non ha parlato pubblicamente, il presidente della Repubblica ha formalmente chiesto al ministro dell’Interno, Gerald Darmanin, di emanare delle sanzioni contro gli autori delle violenze e il ministro ha promesso in diretta tv che chiederà la revoca degli agenti, se le indagini confermeranno i fatti. Per un funzionario, la revoca implica che non possa più ricoprire alcun ruolo nella pubblica
amministrazione. [CONTINUA A LEGGERE]

L’andamento dell’epidemia di COVID-19 in Italia

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Approfondimenti

“Daria Nicolodi era più di un’icona horror”: Steve Della Casa ricorda l’attrice scomparsa a 70 anni

Daria Nicolodi

Il critico cinematografico Steve Della Casa riflette a Radio Popolare sulla figura di Daria Nicolodi, l’attrice scomparsa ieri all’età di 70 anni.

L’intervista di Barbara Sorrentini a Fino Alle Otto.

Come ricordare questa attrice molto particolare, che ha legato la sua carriera a Dario Argento, ma era tanto altro?

Daria Nicolodi era tante altre cose. Ha incominciato con Carmelo Bene, ha lavorato a teatro con lui e con Paolo Poli a inizio anni ‘70. Appare in un film di Elio Petri, “La proprietà non è più un furto”. Ha ottime credenziali quando conosce Dario, che vuole darle una parte da commedia per Profondo rosso, che commedia non è ma come tutti i film di Dario ogni tanto c’è qualche personaggio che alleggerisce la tensione con dei momenti divertenti. In Profondo Rosso sono dedicati a questa giornalista che accompagna David Hemmings per l’indagine che lo porterà a scoprire chi è l’assassino. Lei è una tutta scombinata, ha una 500 targata Firenze che l’accompagna per tutto il film, ma non l’aiuta tanto perché ogni tanto le portiere non funzionano e deve uscire dal tettuccio. È una che combina parecchi casini, ma è vicina a lui. Diventa famosa grazie a questo, sposa Dario Argento e nasce Asia subito dopo l’uscita di “Profondo Rosso”. Poi rimane legata ad Argento per tanti dei suoi film negli anni ‘70 e ‘80, però bisogna andare anche su altre diversioni: per esempio lavora con Scola e fa soprattutto un musical con Gigi Proietti, che però non ha un particolare successo perché fortemente criticato in quanto racconta la Roma papalina in termini molto negativi. Poi si separa da Dario, però continua ad essere coinvolta come icona horror. Lei un po’ lo fa, un po’ si scoccia, ma rimane comunque per sempre legata alla giornalista di Profondo Rosso che tanto abbiamo amato quando eravamo ragazzi.

I Goblin li aveva presentati lei a Dario Argento.

Daria Nicolodi è stata il tramite, perché l’idea venne a Carlo Bixio, noto editore musicale, di mettere insieme quel gruppo e di proporlo a Dario Argento. Tra l’altro Claudio Simonetti, fondatore del gruppo, era il figlio di quell’Enrico Simonetti che aveva spopolato in tv qualche anno prima. Forte anche di questa credenziale, la Nicolodi andò da Dario a proporglieli.

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Che cosa è successo oggi? – Giovedì 26 novembre 2020

Roberto Speranza - ordinanze regionali

Il racconto della giornata di giovedì 26 novembre 2020 attraverso le notizie principali del giornale radio delle 19.30, dai dati dell’epidemia in Italia ai sindaci che puntano ad una Italia tutta in zona gialla per il periodo natalizio, mentre oggi Salvini e Meloni, per evitare la frattura nel centrodestra, hanno seguito Berlusconi e votato per lo scostamento di bilancio. Dall’UE fonti dell’Eurogruppo fanno sapere che l’accordo politico sulla riforma del MES è già chiuso e il rapporto dell’ONU sulla gender equality rivela che la pandemia rischia di cancellare gli sforzi fatti negli ultimi 25 anni per combattere le disuguaglianze di genere. Tre femminicidi in 24 ore in Italia. A Buenos Aires migliaia di cittadini hanno dato l’ultimo saluto a Diego Armando Maradona.

I dati dell’epidemia diffusi oggi

Oggi in Italia sono state comunicate 822 morti legate al coronavirus. I nuovi casi accertati di contagio sono 29mila e il totale nel nostro Paese da inizio pandemia ha superato il milione e mezzo. Nelle ultime 24 ore la percentuale di positivi rispetto ai tamponi è del 12,5%, in aumento rispetto all’11 circa di ieri. Le persone ricoverate nei reparti ordinari sono 34.038, 275 meno di ieri. Quelle in terapia intensiva sono 3.846, con un calo di 2, ed è la prima diminuzione da quando è cominciata la seconda ondata.

I sindaci puntano ad una zona gialla in tutta Italia

(di Anna Bredice)

Puntiamo ad una Italia tutta in zona gialla“. Questo è il proposito che i sindaci si sono ripromessi per Natale, il regalo che vorrebbero fare alle loro città e che hanno presentato oggi al governo che li ha incontrati in videoconferenza insieme alle regioni. La speranza quindi è che a Natale tutte le regioni abbiano il livello attualmente più basso di restrizioni previste, oltre a questo non sembra che si possa andare nel nuovo Dpcm che il governo deve avere pronto entro il 2 dicembre, quando il ministro Speranza andrà in Parlamento a presentarlo. Comuni e regioni sembrano voler tirare un freno adesso per arrivare a quell’obiettivo a Natale ma, anche se siamo ancora ad una fase interlocutoria, le riunioni infatti continueranno nei prossimi giorni, si intravede una scelta di impronta più severa rispetto ad un’ipotesi di grandi aperture. Ad esempio le regioni alpine hanno chiesto di chiudere le frontiere con i paesi confinanti per non consentire agli italiani di raggiungere le piste da sci in Austria o in Svizzera, per non subire troppo la concorrenza economica, e questo confermerebbe, il ministro Boccia lo ha fatto capire poco fa, che non c’è nessuna intenzione di aprire gli impianti a Natale. Così come le scuole, le regioni hanno chiesto di posticipare il ritorno in classe a dopo le feste, il timore è non avere ancora pronto, dopo mesi che se ne parla, un sistema di trasporto adeguato. Rimane la pressione per l’apertura di negozi e ristoranti che dovrebbero essere consentiti se tutte le regioni saranno in fascia gialla, si intravede, anche se ancora non ci sono conferme, una linea di grande prudenza per non fare ora passi falsi che si pagherebbero dopo le feste e da questo deriveranno le decisioni sugli spostamenti degli italiani tra le regioni, entro quali limiti consentiti, e le regole per incontrarsi durante le feste.

Il centrodestra vota per lo scostamento di bilancio

(di Michele Migone)

Per evitare la spaccatura del centrodestra Salvini e Meloni hanno votato per lo scostamento di bilancio. Sono stati costretti a seguire Berlusconi. Non é unità nazionale, ma solo un gioco tattico. Salvini era nero, la Meloni ha simulato il disappunto. Il leader di Forza Italia è tornato a dare le carte nella sua coalizione e fa il Padre Nobile In Parlamento, ma tutti sanno che il suo interesse primario risiede nelle norme a difesa delle sue aziende. Anche Giuseppe Conte è contento che l’opposizione non si sia divisa. Se Berlusconi si avvicinasse troppo la sua maggioranza potrebbe andare in fibrillazione. E lui rischierebbe il posto a Palazzo Chigi. Il voto sulla riforma del Mes dirà molte cose sul suo futuro. Il premier ora è più debole. Da marzo molte cose sono cambiate. Gli errori di Gestione della seconda ondata hanno intaccato il suo consenso. La sua politica del Rinvio ha stancato il PD e Italia Viva. Da giorni si parla di un rimpasto a gennaio. Lui teme sia una trappola per cambiare la guida del governo. Per questo ha portato avanti una strategia di arroccamento a Palazzo Chigi che passa soprattutto attraverso la gestione dei miliardi del Recovery Fund, quando arriveranno. Non c’è ancora un piano italiano, non c’è un progetto organico nazionale, ma Conte ha già un piano per sé: quei soldi li gestirà lui, attraverso organismi e commissari straordinari che controllerà. Sara lui ad aprire e chiudere i rubinetti. Pensa cosi di risultare inattaccabile, ma in realtà queste sue mosse hanno solo provocato ulteriore malumore tra gli alleati di governo. E non solo tra di loro. Da alcuni giorni, i media degli imprenditori sono tornati ad attaccare Conte, come facevano alcuni mesi fa, quando puntavano su di un governo Draghi. Attorno a Palazzo Chigi si muovono quindi ora molte forze che Conte potrebbe non essere in grado di controllare.

UE, chiuso l’accordo politico sulla riforma del Mes

(di Alessandro Principe)

L’accordo politico è già chiuso, ci aspettiamo che tutti rispettino l’impegno preso a dicembre scorso”, hanno fatto sapere fonti dell’Eurogruppo. Ma lo scontro sulla riforma del Mes si intreccia con la scelta se attingere o meno ai fondi previsti per la sanità. Sono due questioni distinte ma vengono accostate politicamente.
La riforma del Mes è un negoziato che va avanti da anni, ben prima dello scoppio della pandemia.
Lo strumento esiste dal 2010. Il via libera arrivò dal governo Berlusconi, con la Lega e Fratelli d’Italia. Venne poi ratificato dal Governo Monti, con il voto favorevole anche del centrodestra. Dal 2017 si discute della sua riforma. Che in Italia vede l’opposizione di Salvini e Meloni, nel frattempo diventati sovranisti e contrari al Mes. Ma il problema per Conte è il Movimento 5 Stelle, da sempre critico se non ostile al Fondo. Il timore è che il Mes riformato possa costringere, in futuro, gli Stati a ristrutturare il proprio debito, imponendo una camicia di forza sui conti pubblici.
L’altra questione è quella dei soldi dedicati alla sanità per fronteggiare la pandemia: il Mes ha a disposizione 240 miliardi, di cui 37 spettanti all’Italia. Ancora ieri il ministro Speranza ha detto che i fondi del Mes servono per riformare la sanità italiana. Conte ha ribadito il suo no. Il Pd spinge per il sì. I 5 Stelle non ne vogliono sentir parlare. “Finché saremo in maggioranza non sarà usato”.
Insomma: nei prossimi giorni assisteremo a uno scontro – Mes sì, Mes no – che mescola le due questioni: riforma e fondi per la sanità. E divide la maggioranza.

Tre femminicidi in meno di 24 ore in Italia

È accusato di omicidio pluriaggravato l’uomo che la notte scorsa, in provincia di Pordenone, ha ucciso la compagna colpendola con 8 coltellate al volto e al collo, e poi si è presentato in questura con le mani ancora sporche di sangue. Si chiama Giuseppe Forciniti e per lui è stata chiesta la convalida dell’arresto in carcere.
L’uomo ha ammesso di aver colpito la donna, ma afferma di averlo fatto durante una colluttazione; un racconto che non convince gli inquirenti. Nei prossimi giorni, in modalità protetta, sarà sentito anche il maggiore dei due figli della coppia, che ha 8 anni. Disposta anche una perizia sull’omicida.
Con quello di Pordenone salgono a 3 i femminicidi in meno di 24 ore in Italia: sempre ieri una donna è stata uccisa dal marito con una coltellata al cuore in provincia di Padova, mentre in casa erano presenti i 3 figli. A Stalettì, in provincia di Catanzaro, il corpo di una terza donna è stato invece ritrovato sugli scogli. È stata uccisa dall’uomo con cui aveva una relazione, che ora si trova in carcere.

Disuguaglianze di genere, la pandemia rischia di cancellare gli sforzi degli ultimi 25 anni

(di Sara Milanese)

La pandemia potrebbe cancellare gli sforzi fatti negli ultimi 25 anni per combattere le disuguaglianze di genere. Lo affermano i dati raccolti dall’agenzia dell’Onu che si occupa di gender equality. Che la pandemia e il lockdown stiano riportando le donne a farsi carico da sole del lavoro domestico e della cura famigliare lo dicono da mesi i movimenti femminili in tutto il mondo; ora questa tendenza viene certificata anche dalle Nazioni Unite, precisamente dall’UN Women, l’ente dell’ONU per l’uguaglianza di genere.
Prima della pandemia, in base alle stime, sulle donne pesava il 75% dei 16 bilioni di ore di lavoro non retribuito realizzate ogni giorno. In altre parole, per ogni ora di lavoro domestico non retribuito da parte di un uomo, una donna ne faceva 3. Ora questa differenza si sta velocemente acutizzando: è come minimo raddoppiata in tutti i 38 paesi oggetto della ricerca condotta da UN Women.
In tutto il mondo molte donne stanno perdendo l’impiego; e l’agenzia avverte che questo avrà un pesante impatto sulla loro indipendenza economica e sulla loro emancipazione.
La riduzione della propria autonomia da un lato, e l’aumento di lavoro tra le mure domestiche dall’altro mettono fin d’ora la salute mentale delle donne molto più a rischio di quella degli uomini.
Le ricercatrici avvertono infine che per tutti questi fattori ci potranno essere anche conseguenza a livello culturale: secondo la vice direttrice di UN Women Anita Bahtia, “l’onere dell’assistenza porta con sé il rischio reale di tornare agli stereotipi di genere degli anni 50”.

A Buenos Aires l’ultimo saluto a Diego Armando Maradona

A Buenos Aires una folla enorme e commossa di persone ha dato l’ultimo saluto a Diego Armando Maradona. A pochi minuti dalla chiusura della camera ardente, allestita nel palazzo presidenziale, c’erano ancora in fila migliaia di argentini. La polizia ha dovuto tagliare la coda. Ci sono stati attimi di tensione, quando gli agenti hanno provato a disperdere la folla. I funerali dovrebbero tenersi questa sera, in forma privata, come chiesto dalla famiglia.
In queste ore tutto il mondo sta omaggiando Maradona. A Napoli la commozione più grande. Di fronte a Castel Nuovo è stato appeso uno striscione: “Rappresenti la città che mai ti dimenticherà”. Migliaia di persone hanno visitato il piccolo altare dedicato a lui nei Quartieri Spagnoli o hanno lasciato fiori di fronte allo stadio San Paolo. Il primo atto concreto della devozione di Napoli al campione argentino lo ha annunciato il sindaco Luigi De Magistris. Proprio il San Paolo verrà intitolato a lui. Si chiamerà Stadio “Diego Armando Maradona”. [LEGGI L’INTERVISTA A LUIGI DE MAGISTRIS]

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“Maradona ha rappresentato tutto quello che un bambino sognava”: il ricordo di Serse Cosmi

diego armando maradona 3

Serse Cosmi, ex allenatore di squadre come Udinese, Perugia e Brescia, racconta a Radio Popolare cos’ha significato per lui la figura di Diego Armando Maradona, scomparso ieri all’età di 60 anni per un arresto cardiaco.

L’intervista di Mattia Guastafierro a Ora di punta.

Cosa ha significato Maradona per il calcio? Non era solo un calciatore, era un simbolo sportivo, culturale, forse anche storico potremmo dire.

Eravamo quasi coetanei, io ho due anni in più rispetto a quelli che aveva Diego. Quando vivi certe emozioni, secondo quelle che sono le tue passioni, e vengono a mancare poi quei personaggi che ti hanno fatto amare in maniera assoluta viverle, è brutto, anche per sé stessi perché senti che se ne va qualcosa. Maradona ha rappresentato tutto quello che un bambino sognava di poter vedere quando andava allo stadio. Ha rappresentato tantissimo la passione per quello che è lo sport più seguito e più amato d’Italia. Chi l’ha visto solo attraverso le immagini ha raccolto un’immagine di lui credo raccontata posteriormente. Chi ha vissuto Maradona nel suo periodo ha capito invece che essere amanti del calcio era qualcosa di straordinario, non perché non c’è oggi un altro Maradona (e forse non ci sarà mai), ma perché fai molta più fatica ad identificartici. Il suo muoversi, proporsi, l’essere un condottiero mai più s’è visto nel calcio.

Da allenatore e calciatore, la caratteristica unica di Maradona era il suo rapporto con la gente e la capacità di muovere gli animi delle persone, qualcosa che non abbiamo più visto in nessun altro sportivo, forse.

Prima sentivo per televisione una considerazione con cui concordo in pieno: negli ultimi due secoli l’unico personaggio sportivo vicino a lui, riuscito ad essere un’icona oltre alle cose straordinarie che riusciva a fare nel proprio sport, è stato Cassius Clay. Sono stati due uomini che hanno combattuto in campo contro gli avversari, ma i loro più grandi avversari sono stati paradossalmente per loro altre cose: per Maradona le sue dipendenze, per Cassius Clay la sua malattia dopo la fine dell’attività. Però sono stati dei combattenti, si sono schierati quando potevano tranquillamente non farlo perché toccati da un dono divino, e potevano utilizzarlo anche a livello d’immagine. Invece sono stati straordinariamente contro, vicini agli ultimi, vicini alle persone. Oggi è un qualcosa di anacronistico combattere il potere del calcio come fece Maradona. La farsa dei mondiali del ‘94, quando lo supplicarono di andarci e poi lo uccisero con quell’anti-doping, rimane sotto gli occhi di tutti. Maradona ha avuto questa grandissima personalità nell’opporsi, e chi sta nel calcio sa quant’è difficile opporsi e quanto paghi questa tua opposizione. Maradona è stato un grande non solo in campo, ha combattuto da solo delle battaglie che hanno creato delle discussioni e hanno aperto gli occhi, anche se lui inevitabilmente poi è stato tritato da questa sua maniera di vivere.

Foto di S. Plaine

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“La volta che colpì dieci traverse su dieci”, Mario Beretta ricorda Maradona

maradona

Mario Beretta, dirigente sportivo ed ex allenatore di squadre come Chievo, Parma e Torino, commenta a Radio Popolare la scomparsa di Diego Armando Maradona, a causa di un arresto cardiaco pochi giorni dopo aver compiuto 60 anni.

L’intervista di Davide Facchini e Luca Gattuso.

Come hai reagito alla notizia della morte di Diego Armando?

Ero in una riunione ed è venuto a dirmelo mio figlio. Francamente sono un po’ sbalordito, anche perché si sapeva di quell’aneurisma che ha avuto, ma si pensava che potesse magari superare anche questa, e invece purtroppo non ce l’ha fatta. Aldilà degli aspetti “pallonari”, al di là degli eccessi che ha avuto, chiaro che dispiace. Era un grandissimo giocatore, è una perdita per tutti, indubbiamente.

Hai frequentato il calcio di alto livello. Hai incrociato persone che hanno vissuto, giocato o allenato con Maradona?

Francamente non ho mai chiesto, ma fondamentalmente perché non volevo mettere in difficoltà la persona che magari non ha voglia di parlarne. Mi ricordo solo di essere andato a vedere una sua rifinitura a Monzello, io allenavo il settore giovanile. Lui non si allenava molto, ma probabilmente non gli serviva neanche, e si mise a metà campo a palleggiare, cominciò a calciare e avrà preso dieci traverse su dieci, che era l’obiettivo, e poi se ne andò. Questo è il mio ricordo diretto: non gli serviva molto ma quando aveva la palla tra i piedi gli era sufficiente quel quarto d’ora.

Quel tipo di calcio non muore oggi, perché non c’è più. Però è crepuscolare questo momento, quello di Maradona era un altro calcio.

Sicuramente, però d’altronde il calcio adesso è cambiato, ci sono altri calciatori. Certo, rivedere certi gol di Maradona è veramente una favola. Dal punto di vista prettamente tecnico non so se adesso se ne vedano ancora così.

Maradona era il migliore perché giocava un calcio dove la tecnica era molto più importante rispetto al fisico. Adesso avrebbe sofferto molto di più.

Anche se devo dire che lui fisicamente era forte. Era piccolino ma aveva una forza nelle gambe che era devastante. C’è anche da dire che probabilmente per come si marca adesso c’è un po’ più di libertà, ma se ben ricordate, anche nei mondiali che vincemmo, qualcuno dei nostri gli aveva fatto un trattamento non molto gentile, vuol dire che aveva delle qualità fisiche non indifferenti. Se si fosse allenato con continuità avrebbe fatto probabilmente anche di più.

Nel mondo di calcio Maradona, con la sua voglia di combattere la FIFA, è stato l’ultimo rivoluzionario nel calcio?

Magari ci sono anche modi sbagliati nel farlo, ma sicuramente era un personaggio che andava anche contro a certe situazioni. Sicuramente era un personaggio in certi frangenti scomodo.

Foto | Wikimedia

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Che cosa è successo oggi? – Mercoledì 25 novembre 2020

maradona

Il racconto della giornata di mercoledì 25 novembre 2020 attraverso le notizie principali del giornale radio delle 19.30, dai dati dell’epidemia in Italia alla prematura e improvvisa scomparsa di Diego Armando Maradona. L’UE chiede prudenza nelle riaperture in vista del Natale e invita i Paesi membri a farsi trovare pronti per l’avvio delle campagne di vaccinazione. Il governo punta su Agostino Miozzo come nuovo commissario alla Sanità per la Calabria, mentre i sindaci delle città metropolitane chiedono che la riapertura delle scuole venga disposta solo se sarà fatto tutto in sicurezza. La giornata mondiale per l’eliminazione della violenza contro le donne con manifestazioni anche nella Francia in lockdown e il rapporto di Legambiente sui cambiamenti climatici in Italia. Infine, i grafici del contagio nelle elaborazioni di Luca Gattuso.

I dati dell’epidemia diffusi oggi

I dati di oggi sul coronavirus in Italia confermano un po’ tutte le tendenze degli ultimi giorni. I nuovi casi da ieri sono quasi 26mila, emersi da un campione di tamponi ampio: il tasso di positività scende all’11%, una percentuale che ci riporta a un mese fa. Un altro elemento positivo è la diminuzione per il secondo giorno consecutivo del numero complessivo dei ricoverati. La curva dei decessi però rimane molto alta, sono 722 i morti da ieri. In vista della scadenza dell’attuale regime di restrizioni il governo lavora, sulla base di questi numeri, al nuovo DPCM che dovrà regolare obblighi e divieti per il mese di dicembre, festività incluse. Poco fa è iniziato un vertice di maggioranza dedicato a questo, i nodi ancora da sciogliere sono quello dello spostamento tra regioni, quello delle cene e i coprifuoco. Altro grande tema di dibattito nella maggioranza è la scuola. La ministra Azzolina, sostenuta da Conte, vorrebbe riaprirle prima di Natale e oggi ha incontrato i sindaci delle città metropolitane. A favore della riapertura anche esponenti del cts. Il punto però non sono le scuole in sé, bensì tutto quello che gli ruota intorno, a cominciare dai trasporti.

L’UE chiede prudenza nelle riaperture per Natale

A chiedere prudenza nelle riaperture è stata oggi dall’Europa la presidente della Commissione Ursula Von der Leyen: “Non possiamo ripetere gli errori dell’estate, ha detto, rischiamo una terza ondata dopo Natale“. La presidente ha parlato anche di vaccini. La commissione ha infatti sottoscritto oggi un contratto per la fornitura di vaccini con l’azienda farmaceutica americana Moderna, è il sesto accordo di questo tipo che viene concluso. Ma dopo l’approvvigionamento c’è la somministrazione. L’organizzazione della campagna vaccinale sta in capo ai singoli paesi: Von der Leyen ha chiesto agli stati di organizzarsi per tempo, tradendo una certa preoccupazione.

L’Italia si prepara alla campagna di vaccinazione anti-COVID

(di Alessandro Principe)

Si parla di milioni di siringhe, di catena del freddo, di organizzare centri di vaccinazione e qualificare personale per farlo. Tutto questo va preparato“. Parole chiare, quasi ovvie. Che tradiscono una certa preoccupazione da parte della presidente della Commissione. La riuscita del piano vaccinale a livello europeo è essenziale per sconfiggere la diffusione del virus. Se il modello di riferimento è quello della Germania, il timore a Bruxelles è che alcuni paesi non riescano a mettere in campo lo sforzo organizzativo necessario.
L’incaricato della gestione, il commissario Arcuri, ha detto in Parlamento che ci sarà un punto di somministrazione ogni 20-30mila cittadini. Il ministro Speranza ha affermato che l’acquisto dei vaccini Covid, per la prima volta, sarà effettuato e gestito in modo centralizzato, dallo Stato, e non dalle regioni. L’acquisto. Ma poi c’è tutta la logistica che per forza di cose, visto che si appoggerà sugli ospedali e altre strutture sanitarie, dipende dalle regioni. È a loro che Arcuri ha scritto, infatti, per individuare le strutture coinvolte. Solo la metà delle regioni – 10 – ha risposto entro la data richiesta, venerdì scorso. Poi se ne sono aggiunte altre 3. La scadenza è stata spostata a ieri. Vedremo se tutte le risposte arriveranno. Speranza ha annunciato che il 2 dicembre presenterà il piano vaccini in Parlamento. “La preoccupazione c’è”, ci dice un eurodeputato dopo aver ascoltato Von Der Leyen. “Secondo voi a Bruxelles non hanno visto il pasticcio della Calabria?”

Calabria, il governo vorrebbe puntare su Agostino Miozzo

Per risolvere il pasticcio calabrese, il governo si starebbe orientando su Agostino Miozzo, coordinatore del Comitato Tecnico Scientifico, come nuovo commissario alla sanità. Il suo nome ha iniziato a circolare ieri sera, dopo che veti incrociati tra partiti di maggioranza avevano reso impossibile procedere a una nomina tra i due nomi inizialmente proposti: il dirigente dell’Asl Roma 6 Narciso Mostarda e il prefetto Luigi Varratta. Miozzo sarebbe già stato interpellato, una sua risposta è attesa a ora, così come la formalizzazione della proposta da parte del governo.

I sindaci delle città metropolitane chiedono di attendere per riaprire le scuole

(di Michele Migone)

I sindaci delle città metropolitane hanno detto alla ministra Azzolina che le scuole superiori si potranno riaprire solo quando ci saranno le condizioni per farlo. E sono il Governo, e in parte le Regioni, a doverle attuare.
È un: “Per adesso no, grazie” quello detto alla titolare della Pubblica Istruzione, che nei giorni scorsi aveva fatto trapelare la sua volontà di riaprire gli istituti il 9 dicembre dopo averle chiuse all’inizio di novembre. Nel franco confronto, come l’ha definito De Magistris, i sindaci hanno ricordato alla ministra che in queste settimane dal varo dell’ultimo Dpcm, il quadro generale non è sostanzialmente mutato e poi hanno elencato tutte le condizioni indispensabili per il ritorno in aula: orari di entrata e uscita davvero differenziati, incremento del trasporto pubblico, soprattutto extraurbano, protocolli sanitari univoci per tracciamento, quarantena e test rapidi. In pratica, i sindaci hanno fatto l’elenco di tutto ciò che avrebbe dovuto essere realizzato già a settembre e che non è stato ancora fatto.
Convocati dalla ministra come i possibili protagonisti della grande riapertura, come responsabili di un trasporto locale urbano che avrebbe dovuto adeguarsi alle necessità dell’ Era Covid, ma che non è riuscito a farlo, i primi cittadini hanno ributtato la palla nel campo dell’esecutivo anche per evitare di rimanere con il cerino in mano. Alla fine dell’incontro la stessa ministra si è resa conto che tornare a scuola tra 15 giorni per tutti sarà ben difficile e ha parlato di una riapertura graduale. Vedremo quali saranno i tempi. Nel governo ci sono idee diverse. Si ascolteranno gli scienziati. Il virologo Massimo Galli dice che riaprire ora le scuole sarebbe un boomerang.

La giornata mondiale per l’eliminazione della violenza contro le donne

(di Claudia Zanella)

Oggi è il 25 novembre, la giornata mondiale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Ma la violenza non si ferma: proprio oggi due femminicidi, uno in Calabria l’altro in Veneto. Entrambe le donne sono state uccide a coltellate dai propri compagni. Intanto la polizia ha presentato i dati a un anno dall’entrata in vigore del “Codice Rosso”.
Dei quattro delitti di nuova introduzione, quello che ha registrato più trasgressioni è la violazione del provvedimento di allontanamento dalla casa familiare o del divieto di avvicinamento.
Ma sono tanti i dati interessanti. Come quello che riguarda il revenge porn, cioè la diffusione di immagini sessualmente esplicite senza il consenso del protagonista. L’81 per cento delle vittime di questo reato sono donne, di cui 9 su 10 sono italiane.
Stalking, maltrattamenti in famiglia, violenze sessuali, i cosiddetti reati spia, cioè gli indicatori della violenza di genere, tra gennaio e settembre 2020, sono in calo rispetto al 2019.
Non bisogna però dimenticare che questo è un anno particolare, è quello del coronavirus. E durante un lockdown è difficile denunciare.
Ma, in realtà, questo non significa che la violenza domestica si sia fermata. Tanto che le chiamate al numero verde “antiviolenza e stalking”, secondo i dati Istat, è aumentato del 120 per cento.
Passiamo alla questione femminicidi. I primi nove mesi del 2020 segnano un nuovo aumento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. E, se l’anno scorso le principali vittime erano le donne tra i 31 e i 44 anni, nell’anno della pandemia c’è una novità. Sono le donne over 65 in testa alla classifica. Da sole rappresentano il 30 per cento del totale delle vittime.

È morto Diego Armando Maradona

(di Alfredo Somoza)

Una vita per il calcio quella di Diego Armando Maradona, che riuscì a superare i traumi della povertà della sua infanzia e i limiti di un corpo per nulla sportivo entrando nel Pantheon dei grandissimi del calcio mondiale e diventando forse il migliore giocatore di tutti i tempi.
Un carattere non facile, amicizie sbagliate e la droga non impedirono che la sua carriera si svolgesse con successo fino a vincere quasi tutto: una Coppa del Mondo giovanile, i Mondiali del Messico del ‘86 e poi gli scudetti storici con il Napoli e con il suo Boca Juniors. [CONTINUA A LEGGERE]

In Italia quasi mille fenomeni meteorologici estremi negli ultimi 10 anni

(di Sara Milanese)

Pandemia e lockdown non hanno fermato i cambiamenti climatici, e gli effetti sono evidenti nei principali centri urbani in tutto il Mondo.
l’osservatorio città clima di Legambiente rileva questa tendenza anche in Italia, dove negli ultimi 10 anni si sono registrati 946 fenomeni meteorologici estremi, in costante crescita.
Si tratta di eventi in costante crescita, come emerge dal rapporto 2020 presentato oggi, dal titolo eloquente: il clima è già cambiato, il rapporto si concentra sulle conseguenze nelle città e nei centri urbani
Dal 2010 ad oggi solo in Italia si sono registrati oltre 400 episodi di allagamenti causati da piogge particolarmente intense; 80 giorni di fermo per metropolitane e treni urbani, e altrettanti di blackout elettrico. 35 le frane; 90 esondazioni fluviali in città.
Secondo l’osservatorio sono 251 le morti causate da questi eventi, 42 riferiti al solo 2019, in aumento rispetto all’anno precedente; 50mila invece le persone evacuate in seguito a frane e alluvioni. Roma, Bari, Agrigento e Milano le città più colpite.
Nelle conclusioni del rapporto, Legambiente propone al governo 10 obiettivi per una proposta di legge per la salvaguardia del territorio italiano e chiede che il Recovery Plan diventi occasione per affrontare di petto i rischi del dissesto idrogeologico.

Francia, manifestazioni contro la violenza sulle donne

(di Luisa Nannipieri)

Nemmeno il lockdown ha impedito a qualche centinaio di manifestanti di ritrovarsi sulla place de la République, a Parigi, questo 25 novembre. Per ricordare che la lotta contro le violenze sessiste e sessuali non si ferma, nemmeno in piena pandemia, anzi. La manifestazione non aveva niente a che vedere con quella dell’anno scorso, quando centomila persone avevano sfilato per le strade della capitale mentre il governo prometteva delle misure concrete per lottare contro la violenza sulle donne dopo una concertazione interministeriale sula questione. Ma la consapevolezza della gravità della situazione da parte dell’opinione pubblica non ha fatto che aumentare, nell’ultimo anno, e le richieste delle associazioni che si battono contro le violenze di genere rimangono le stesse: più mezzi per le misure proposte dal governo, più educazione e più prevenzione, sia nella società che tra le forze dell’ordine e tra chi ha il compito di accompagnare le vittime.
Secondo i dati dell’Osservatorio nazionale della violenza sulle donne, nel 2019 le vittime di femminicidio sono state 146, 25 in più rispetto all’anno precedente. In media, si stima che più di 220mila donne siano vittime di volenze fisiche e/o sessuali da parte dei loro congiunti o ex congiunti ogni anno. Un sondaggio del Ministero delle pari opportunità rileva che quasi una francese su due ha subito violenze sessiste o sessuali negli spazi pubblici. Mentre non ci sono dati precisi sulle violenze psicologiche subite all’interno o all’esterno del contesto familiare.
Un altro dato particolarmente allarmante à l’aumento delle segnalazioni e delle denunce dall’inizio della pandemia. Durante il primo confinamento le associazioni hanno registrato un incremento del 30% delle domande d’aiuto, un numero ripreso dal rapporto dell’ONU sulle violenze sulle donne in Europa durante la crisi sanitaria. E con il secondo lockdown le segnalazioni hanno ripreso a salire: più 15% secondo i dati raccolti fino al 30 ottobre.
In primavera il governo francese aveva risposto immediatamente al grido di allarme delle associazioni, creando dei punti di ascolto per le donne nei supermercati e nelle farmacie, stabilendo che una vittima che sta scappando dal suo molestatore non aveva bisogno di un’attestazione per spostarsi, aumentando i tempi per poter ricorrere all’interruzione volontaria di gravidanza da 7 a 9 settimane e inserendo la risposta alle violenze sulle donne tra le priorità delle forze dell’ordine. Alcune misure sono state riprese quest’autunno ma le priorità degli agenti sono cambiate e le associazioni concordano nel dire che il governo sta facendo ancora troppo poco e troppo lentamente.
Un anno dopo aver annunciato 46 proposte per lottare contro le violenze di genere, ne sono state realizzate solo il 37%. Quelle meno costose, si rammaricano le militanti, che hanno dovuto mettere la pressione al governo per vedere infine arrivare, a settembre, i mille braccialetti elettronici anti-stalker promessi un anno fa. E che constatano il divario tra le misure annunciate e il budget stanziato per realizzarle.

Cosa cambierà per il clima con l’elezione di Joe Biden?

Il presidente eletto degli Stati Uniti Joe Biden si insedierà alla Casa Bianca il prossimo 20 gennaio, ma in questi giorni è già stata presentata parte della sua squadra e il team per la transizione dall’amministrazione uscente è quella entrante è già all’opera. Quali saranno le conseguenze dell’elezione di Biden per il clima? Ne abbiamo parlato col giornalista ambientale e geografo Emanuele Bompan. [LEGGI L’INTERVISTA]

L’andamento dell’epidemia di COVID-19 in Italia

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L’Alligatore debutta su RaiDue: intervista al regista Daniele Vicari

L’Alligatore

Daniele Vicari, regista e supervisore artistico de “L’Alligatore”, l’adattamento in quattro episodi dei romanzi di Massimo Carlotto che debutta questa sera su RaiDue – ma è già disponibile su RaiPlay – racconta a Radio Popolare le sfide affrontate nel trasporre un mondo così suggestivo come quello dei libri dello scrittore veneto in quelli che sono quattro veri e propri film per la TV.

L’intervista di Barbara Sorrentini a Chassis.

I romanzi di Massimo Carlotto diventano film. Tu hai diretto alcuni di questi episodi, ma sei rimasto supervisore su tutto. Che cosa ti ha ispirato questo personaggio della scrittura di Carlotto, che collabora alla sceneggiatura?

Io non ho mai amato il racconto della criminalità, devo dire. Quando ho fatto il film “Prima che la notte” su Beppe Fava, per esempio, ho tolto di mezzo la rappresentazione del mondo criminale, perché l’ho sempre vissuta con grande fastidio e disagio. Nei romanzi di Carlotto, invece, grazie a una sua grande ironia, a un gioco di generi continuo, al fatto che anche i personaggi più piccoli abbiano delle grandissime contraddizioni, riesco a starci come lettore e anche a divertimi, a godermeli. L’Alligatore è un personaggio incredibile perché vive di queste contraddizioni estreme: è un cantante che non canta più, è un detective che cerca la giustizia, ma non crede nella legge. È un personaggio talmente pieno di spunti e di sfaccettature che permette di allontanarsi da certi schemi narrativi che sono tipici delle serie crime. Mi sono buttato a pesce in questo mondo pieno di spunti ed è venuta fuori una cosa abbastanza singolare.

L’Alligatore, Marco Buratti, è interpretato da Matteo Martari. Come lo avete scelto?

Per me l’unica legge esatta che c’è nel cinema è il provino. Abbiamo fatto dei provini ad alcuni tra gli attori più importanti italiani, e l’incontro con Matteo è stato particolarmente intenso e interessante, anche perché Matteo è di Verona e viveva di una grandissima rimozione, quella della sua appartenenza. Non utilizzava più il dialetto da moltissimi anni, l’aveva quasi estirpato avendo studiato dizione ed essendo entrato nel mondo della recitazione. Aveva fatto un salto e spento dentro sé stesso questa sua appartenenza. Nel provino c’è stato un incontro meraviglioso perché l’ho un po’ provocato, e lui ha tirato fuori questa cosa straordinaria che appartiene anche ai romanzi di Carlotto, ovvero la sensazione netta, quando si parla con un veneto che viene da quelle zone, che siano nati nell’acqua. L’ho visto proprio lì davanti a me l’Alligatore, ed è stata una bellissima scoperta.

Sono quattro film, visibili già su RaiPlay e dal 25 novembre anche su RaiDue. Hai già avuto riscontri su questa nuova modalità di distribuzione?

I riscontri li abbiamo avuti immediatamente. Ho scoperto sui social che ci sono persone che hanno incominciato a vederlo a mezzanotte e un minuto, un minuto dopo che l’abbiamo messo online. L’Alligatore ha un grandissimo seguito come personaggio letterario, e fino ad oggi nessuno aveva avuto la possibilità di lavorarci, non era mai stato trasposto cinematograficamente. Domenico Procacci ha avuto i diritti di tutti i romanzi, per cui siamo riusciti a fare un progetto complesso e compiuto. Anticipare su RaiPlay le opere che poi andranno sui canali generalisti è una novità interessante che ho accolto con grande favore. RaiPlay, da un anno a questa parte, sta facendo una bellissima politica, per esempio con una pazzesca rivisitazione delle opere di Truffaut. Loro hanno un pubblico particolare di appassionati di cinema. Poi su Rai2 ci sarà la messa in onda canonica: da mercoledì 25, per quattro mercoledì, si potrà vedere “L’Alligatore” ogni sera per 100 minuti.

Le immagini dei film da un lato rimandano a un noir classico, dall’altro mostrano la tua impronta. E poi c’è l’aspetto musicale, presente anche nei romanzi. Come avete messo insieme tutte queste cose fondamentali per la riuscita di un film?

In questa cosa si è sostanziata quella che è definita supervisione artistica. Leggendo i romanzi di Carlotto ho immediatamente capito una cosa: Carlotto attraversa tutti i generi, dal western all’hard-boiled più spinto. Non è un’impresa semplice, ma è una sfida bellissima per un regista cercare una chiave di lettura, che è passata proprio attraverso il blues. Ascoltando sia i grandi pezzi che vengono citati nel romanzo, sia altri territori blues, ho visto con chiarezza che noi dovevamo ambientare questo racconto nella nostra Louisiana, e la nostra Louisiana è la Laguna, che parte dalle valli e arriva fino a Portogruaro. Un territorio enorme e meraviglioso, quasi inesplorato dal punto di vista cinematografico, perché un territorio anche difficile, non è semplicissimo lavorarci. La Laguna è il luogo naturale dove l’Alligatore è cresciuto, è dove il blues della nostra tradizione viene fuori dall’acqua, come l’llligatore, che vive a pelo d’acqua, tra il cielo e acqua. Questo tipo di vita duplice si rispecchia nei romanzi, e da lì nasce la chiave lettura anche visiva di tutto il racconto. I colori che hanno influenzato la scelta dei costumi, quel bellissimo marrone, il verde, il rosso. Tutte queste caratteristiche sono entrate nel racconto attraverso il blues, e quindi anche l’andamento del racconto è stato fortemente influenzato dalla musica blues.

Vai un po’ da Dick Tracy al cinema asiatico. Sono due impronte molto forti.

Hai ragione, per questo ti dico che il racconto della criminalità in Carlotto è del tutto secondario. È chiaro che l’ambiente è quello, ma l’Alligatore per esempio è uno che si rifiuta di usare le armi. È molto difficile da raccontare perché apparentemente non porta avanti l’azione, che nel romanzo è molto psicologica. Quello che siamo riusciti a fare è una sorta di hard-boiled psicologico, un mix di generi e di tensioni.

Sono quattro film, anche nella durata. Quando li avete girati e come?

Questa non è una serie standardizzata. Noi abbiamo a fare con quattro racconti verticali, perché si concludono tutti. Ogni serata prende come base narrativa un libro per cui c’è un inizio, uno svolgimento e una fine. Allo stesso tempo, però, ci sono tutta una serie di fili che rimangono aperti nei quattro film, fili orizzontali che poi portano comunque avanti una storia più grande di quella che si vede in campo, puntata per puntata. Questo metodo di racconto è molto interessante, perché rende estremamente ricca e variegata la rappresentazione e la storia dei singoli personaggi. Questa è una chance incredibile. Quando abbiamo deciso che avrei fatto lo showrunner dell’opera, la cosa che era chiara a tutti è che non sarebbe stata un’opera standardizzata, o standardizzabile. Ho dovuto cominciare a realizzare il primo racconto, quasi per intero, in modo tale che il secondo regista, ovvero Emanuele Scaringi, potesse entrare in questa atmosfera senza perdersi dei pezzi. Normalmente nelle serie televisive standard si definisce appunto un certo tipo di standard. Qui lo standard è l’atmosfera. Il secondo regista aveva il compito molto difficile di andare in scia, che non è facilissimo da costruire, ma è abbastanza determinato nel tempo. Abbiamo girato tra Roma e il Veneto. A Roma abbiamo trovato degli angoli del Tevere molto belli e inediti, che in qualche modo si sposano perfettamente con il Piave, con la zona del Padovano, e ci permettono di raccontare quella Louisiana dell’Alligatore che avevamo in mente, una Louisiana che non esiste perché è un mondo interiore di questo personaggio straordinario.

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Mama Chat lancia la campagna #UnaSuTre contro la violenza sulle donne

Mama Chat - UnaSuTre

Margherita Fioruzzi, fondatrice di Mama Chat, commenta a Radio Popolare il lancio della campagna social #UnaSuTre in occasione della Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne e spiega il lavoro che viene fatto ormai da anni dall’associazione per dare supporto e aiuto alle donne vittima di violenza.

L’intervista di Barbara Sorrentini a Fino Alle Otto.

Oggi, in occasione della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne, voi di Mama Chat lanciate un’ulteriore iniziativa di aiuto e di supporto attraverso una campagna social, #UnaSuTre. Di che cosa si tratta?

Abbiamo scelto di scendere in campo oggi non con un semplice hashtag, ma con un appello proprio verso le donne e gli uomini di questo Paese. Una su tre non è un semplice dato o una statistica, ma uno spaccato importante e triste del nostro Paese: ogni giorno in Italia ci sono 250 donne che subiscono violenze, fisiche o psicologiche, da parte dei loro partner, ex o membri della loro famiglia. Mama Chat offre da tre anni ascolto anonimo e gratuito, tramite la chat del nostro sito web, a donne che sono vittime di violenza o che hanno difficoltà psicologiche. In tre anni abbiamo aiutato e ascoltato più di 7.000 persone. Non è sufficiente scendere in campo con un hashtag, ma il nostro obiettivo di oggi è quello di parlarne, perché non si può più far finta di niente e soprattutto perché la violenza non è sempre visibile. Non sono solo pugni, schiaffi, non sono solo litigate: spesso c’è una forma di violenza psicologica e ci sono dei segnali a cui stare molto attenti. Noi invitiamo tutti i ragazzi e le ragazze che pensano di essere in una relazione tossica a parlarne, a non chiudersi e a non pensare di essere soli, perché Mama Chat esiste. Ci sono anche tante altre associazioni sul territorio, ci sono persone di fianco a te che ti possono aiutare.

Ci sono casi o storie emblematici che vuoi riportarci?

La cosa particolare dei rapporti di violenza è che si assomigliano tutti moltissimo, soprattutto nel loro diventare un rapporto di violenza. Sono segnali di gelosia, che all’inizio sembrano normali, ma poi diventano eccessivi: il non poter più uscire con le proprie amiche, il ricevere degli insulti tutti i giorni o comunque sentirsi controllate. Quando la persona che sta con te decide come ti devi vestire, quando devi uscire, con chi parlare, questi non sono segnali d’amore: è un rapporto che non ti lascia più libera, e quando tu perdi la tua libertà significa che c’è un dominio. Moltissime donne di tutte le età che ci scrivono e raccontano che il rapporto violento (che eventualmente, ma non sempre, sfocia in violenze anche fisiche) è iniziato così, con un rapporto idilliaco all’inizio che poi purtroppo è sfociato nell’eccessivo dominio.

Sul vostro sito, Mama Chat, c’è anche un supporto psicologico. Vi si rivolgono molte?

Sì, moltissime, soprattutto nell’ultimo periodo con il COVID. Con il fatto del non poter più uscire di casa e chiedere aiuto, lo sportello online ha avuto un boom di richieste. Le nostre non sono semplici volontarie, sono tutte psicologhe professioniste e informate. Ci occupiamo di tantissimi temi, dai disturbi alimentari agli attacchi di ansia: è un supporto psicologico a 360 gradi. Noi non offriamo solo ascolto, ma ti indirizziamo anche al centro o allo sportello che ti può prendere in carico nella tua città. Questo è molto importante perché facciamo tanta rete sul territorio e perché siamo consapevoli che solo scrivere in chat aiuta, ma non è sufficiente.

Avete avuto dei riscontri su come sono andate a finire certe situazioni di donne che si sono rivolte a Mama Chat?

Essendo la chat anonima, non scriviamo alla persona per chiedere come si è trovata e com’è andata. La cosa positiva è che spesso tornano per ringraziarci o per raccontarci di com’è stata l’esperienza nel centro.

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USA, cosa cambierà per il clima con l’elezione di Joe Biden?

Joe Biden Clima

Il presidente eletto degli Stati Uniti Joe Biden si insedierà alla Casa Bianca il prossimo 20 gennaio, ma in questi giorni è già stata presentata parte della sua squadra e il team per la transizione dall’amministrazione uscente è quella entrante è già all’opera. Quali saranno le conseguenze dell’elezione di Biden per il clima? Ne abbiamo parlato col giornalista ambientale e geografo Emanuele Bompan.

L’intervista di Lorenza Ghidini e Alessandro Braga a Prisma.

Joe Biden ha annunciato i nomi della sua squadra. Partiamo dalla decisione di John Kerry come inviato speciale per il clima. Una buona notizia, giusto?

Sicuramente una buona notizia, anche perché John Kerry ha dimostrato di essere un abilissimo negoziatore all’interno di quello che è stato il lavoro che ha portato all’Accordo di Parigi. C’era lui nel 2015 come Segretario di Stato. È un tema che lo interessa anche personalmente, lo abbiamo visto nel 2016 quando ha firmato, con la nipotina in braccio, l’accordo di Parigi per gli Stati Uniti. È una persona che si è speso personalmente su questo tema negli ultimi anni. Ha grande conoscenza del tema e dei meccanismi della diplomazia, sicuramente non fa parte del campo negazionista dei tanti uomini messi in campo da Donald Trump.

John Kerry siederà anche nel Consiglio di Sicurezza Nazionale. Che significato avrà questo fatto?

È un messaggio molto importante. Significa che il clima avrà una priorità centrale nell’esecutivo di Biden. Questo era già stato ventilato da settimane dal team di Joe Biden. Il clima entrerà a pieno titolo nella diplomazia e anche nel tema della difesa. Sappiamo che l’esercito americano da anni fa studi e preparativi per adattarsi ai cambiamenti climatici. Sicuramente sarà un’arma del soft power di Joe Biden e lo vediamo anche dal fatto che c’è il posizionamento di una serie di figure nel Dipartimento di Stato che dovranno occuparsi dei tantissimi dossier su clima e sull’ambiente legati anche all’estero. Vedremo il clima all’interno di quella che è la macchina dell’esecutivo e la macchina diplomatica americana.

Oltre ai ministri ci sono delle figure che Joe Biden ha scelto per preparare la transizione dall’amministrazione uscente a quella entrante. Per quanto riguarda i temi ambientali nella squadra scelta da Biden c’è un nome un po’ controverso: il deputato del Congresso per la Louisiana, Cedric Richmond, che risulta avere legami importanti con l’industria del carbone. Ma potrebbe esserci anche Ernest Moniz, già Segretario di Stato per l’energia durante il secondo mandato di Obama, definito da molti un vero e proprio lobbista del carbone e convinto che l’industria del fossile debba diventare parte della soluzione. Cosa ci fanno figure come queste nella squadra di Joe Biden per la transizione?

È inevitabile che una grande potenza economica come gli Stati Uniti non passi da un giorno all’altro da un mondo completamente fondato sul carbone ad un mondo completamente fondato sulle energie rinnovabili. Biden ha un apparato molto centrista ed ha sempre saputo lavorare per cercare compromessi. Sta mettendo a punto una squadra che non sia eccessivamente spostata a sinistra col rischio di inimicarsi un Congresso che potrebbe rimanere in mano ai Repubblicani. È normale avere figure di questo tipo per accelerare la transizione. Toccherà a questi due personaggi dimostrare che possono aiutare il Mondo del carbone, del petrolio e del gas per una transizione intelligente per garantire soprattutto i posti di lavoro.

Durante il periodo di Trump l’Unione Europea si è trovata un po’ da sola ad affrontare il tema del clima e del dell’ambientalismo a livello più generale. Adesso forse ci sarà la possibilità di lavorare insieme agli Stati Uniti.

Sì, sicuramente. C’è anche l’obiettivo politico che è quello di fare in modo che la Cina non diventi campione delle tecnologie rinnovabili. Riaprire i ponti con l’Europa garantirebbe maggiore integrazione sulla ricerca congiunta, sugli scambi industriali e commerciali e aiuterebbe sia l’Europa che gli Stati Uniti ad avere maggior peso anche nella diplomazia.

Rientrare nell’accordo di Parigi per gli Stati Uniti sarà facile, ma non sarà facile rimediare ai danni fatti dall’amministrazione Trump. Quanto riuscirà a fare Biden per il clima?

Se parliamo di clima, molto poco. Gli Stati Uniti saranno presenti ai prossimi negoziati intermedi e colloqui formali. Sappiamo che già il giorno dell’insediamento di Joe Biden verrà mandata la lettera per rientrare nell’accordo di Parigi. Sui danni domestici fatti dalle iniziative di Trump, per fortuna il fatto che molte decisione siano state prese da Trump per ordine esecutivo e che gli attivisti e gli ambientalisti hanno portato le questioni in Tribunale facendo in modo che non diventassero di fatto esecutive. Non sarà così difficile tornare indietro, ma richiederà un Congresso democratico e la capacità del team di Joe Biden di procedere con ordini esecutivi scritti bene e col supporto del mondo dell’industria e del mondo ambientalista.

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Che cosa è successo oggi? – Martedì 24 novembre 2020

ritorno a scuola

Il racconto della giornata di martedì 24 novembre 2020 attraverso le notizie principali del giornale radio delle 19.30, dai dati dell’epidemia in Italia al governo che punta a riaprire presto le scuole cercando di recuperare in pochi giorni il ritardo accumulato in questi nove mesi, mentre sulla questione degli impianti sciistici spera in una decisione a livello europeo. L’economia e la società del Mezzogiorno nel rapporto Svimez diffuso oggi e l’identificazione delle prime 300 strutture in cui potranno essere somministrati i vaccini anti-COVID. L’imbarazzo del ministro Franceschini sul caso di Pino Rauti. In Iran la condanna a morte del medico e ricercatore iraniano-svedese Ahmadreza Djalali potrebbe essere eseguita a breve. Infine, i grafici del contagio nelle elaborazioni di Luca Gattuso.

I dati dell’epidemia diffusi oggi

Oggi in Italia sono state comunicate 853 morti legate al coronavirus. Il dato comprende 16 decessi avvenuti nell’arco degli ultimi 5 giorni, ma è comunque uno dei più alti di sempre per il nostro Paese. I nuovi casi accertati di COVID sono circa 23mila e la percentuale di positivi rispetto ai tamponi è intorno al 12%, in calo rispetto ai giorni scorsi. I pazienti in terapia intensiva sono 3.816, 6 in più di ieri, mentre per la prima volta dall’inizio della seconda ondata diminuiscono le persone ricoverate nei reparti ordinari: ora sono 34.577, 120 in meno di ieri. “Credo che ci sarà ancora un numero di morti di questa grandezza per 10-14 giorni, poi dovremmo vedere un calo”, ha detto oggi Franco Locatelli, Presidente del Consiglio Superiore di Sanità.

Scuola e trasporti, il governo prova a recuperare il ritardo accumulato

(di Michele Migone)

Giuseppe Conte ha spiegato che sta lavorando per riaprire presto le scuole. La ministra Azzolina convoca un summit con la collega dei trasporti De Micheli e i sindaci delle aree metropolitane. Il tema è l’affollamento sui mezzi pubblici, uno dei motivi per cui gli studenti delle superiori da alcune settimane fanno didattica a distanza. Il governo cerca di recuperare in pochi giorni il ritardo accumulato in questi nove mesi, complici Regioni, Comuni e Aziende locali dei trasporti. L’impresa sembra molto, molto difficile. A meno che non si torni a una capienza superiore al 50% sui mezzi, ma con i quotidiani dati dell’epidemia sarebbe un azzardo. Arrivati impreparati a settembre, nel periodo successivo, poco è stato fatto per risolvere il problema. L’utilizzo dei pullman turistici riconvertiti al collegamento extraurbano non è stato certo risolutivo nei rari casi in cui si è fatto. Sono ora soprattutto i Comuni a doversi inventare un’altra organizzazione del sistema dei trasporti, modificando i turni del personale e dei mezzi. Basterà? Anche questo, alla fine, potrebbe però risultare insufficiente o inutile se non vengono modificati e differenziati gli orari. Non solo della scuola, ma della città.
Al termine della prima ondata, insieme allo smart working, sembrava essere uno dei pilastri sociali della nuova Era del Covid, ma poi è caduto nell’oblio. Gli orari sono rimasti quelli di sempre. Ma nella scuola non è stato possibile cambiarli soprattutto per la mancanza di un numero adeguato di insegnanti per coprire turni pomeridiani. Il ministero avrebbe dovuto pensarci; non l’ha fatto. Dopo aver contribuito a ingarbugliarla, Conte e Azzolina promettono ora di sciogliere la matassa scuola. Ma sanno bene che non sarà facile.

COVID e sci, il governo spera in una decisione a livello europeo

È stata rinnovata la fascia rossa per la provincia autonoma di Bolzano, mentre restano arancioni Liguria, Basilicata e Umbria. Il Veneto invece prepara nuove restrizioni su assembramenti e presenze nei negozi. Con i numeri ancora molto elevati soprattutto per i morti, la discussione politica continua però a focalizzarsi sulle località sciistiche, e sul Natale. Le proteste delle regioni montane e degli albergatori sono già partite, il governo cerca di districarsi chiedendo che sia l’Unione Europea a prendere una decisione, per evitare che chi non può andare a sciare in un paese, vada in un altro: è stato anche tema di dibattito nel colloquio tra Conte e la presidente della commissione europea Von Der Leyen. L’Austria ha già puntato i piedi chiedendo eventuali ristori all’unione. Oggi è arrivato il no dell’istituto superiore di sanità che considera incompatibile con i numeri la riapertura degli impianti Per quanto riguarda le festività natalizie, ed in particolare gli spostamenti e le riunioni familiari, anche oggi l’ISS ha raccomandato forti limitazioni. Sentiamo la sottosegretaria alla sanità Sandra Zampa:


 

L’economia e la società del Mezzogiorno nel rapporto Svimez

(di Anna Bredice)

La crisi economica dovuta alla pandemia non è stata una livella, che ha reso tutti più poveri nello stesso modo, ha invece accelerato il processo di ingiustizia sociale che ha colpito in particolare le regioni del Sud, soprattutto nella componente femminile e giovanile.
Il rapporto Svimez sulla società ed economia al Sud, presentato oggi, fotografa una situazione di crisi diffusa in tutto il Paese: in ogni mese di lockdown si sono persi 48 miliardi in termini di Pil, oltre 37 miliardi al Nord e 10 al Sud. Le due regioni più colpite da questo punto di vista si trovano una al Nord e una al Sud, sono Veneto e Basilicata, ma le due zone d’ Italia affronteranno la crescita ipotizzata nel 2021 in due completamente diversi, migliore al Nord dove si prevede una crescita del 4,5% e peggiore nelle regioni del Sud, all’1,2%
Differenze che risentono delle condizioni di crisi economica e sociale che colpiscono soprattutto i settori già svantaggiati. È qui che il lockdown ha incrociato un mercato del lavoro stagnante da più di un anno dove si attende una perdita di circa 280 mila posti di lavoro. Sono 1.800 mila i giovani non occupati né in formazione, sono soprattutto donne, i due terzi di chi ha perso il lavoro aveva un contratto a termine, il resto sono lavoratori autonomi, colpisce ancora di più la perdita di lavoro nel settore femminile: l’emergenza sanitaria ha cancellato in tre mesi l’80% dei posti di lavoro femminili creati dal 2008 al 2019. Nel sostegno economico alle famiglie è stato importante il reddito di cittadinanza e quello di emergenza, tre milioni le persone che lo hanno ricevuto, i due terzi al Sud, ma l’impatto di questo sostegno su nuovi posti di lavoro, come era previsto inizialmente attraverso la figura dei navigator, è stato pressoché inesistente.
La pandemia ha aggravato la situazione sanitaria nelle regioni del Sud, una situazione che lo Svimez definisce dal punto di vista dell’assistenza socio sanitaria “una unica zona rossa”, già note le conseguenze sulla didattica a distanza su molte famiglie svantaggiate in termini di continuità di lezioni e uso di computer, un dato positivo e nuovo per il Sud è stato il cosiddetto south working, 45 mila persone dipendenti di grandi ditte del Nord sono tornate al sud a lavorare in smart working, se si comprendono anche le imprese piccole e medie si raggiungono le 100 mila persone.

Vaccino contro il COVID-19, identificate 300 strutture per la somministrazione

(di Massimo Alberti)

Il commissario all’emergenza COVID Arcuri avrebbe ricevuto dalle Regioni un primo elenco delle strutture che somministreranno le prime dosi di vaccino contro il COVID-19. Secondo quando riferisce l’Ansa, i punti indicati finora sono circa 300, tra ospedali e RSA che si avvarranno di unità mobile. Un numero che testimonia una situazione di grave ritardo: ieri alla camera Arcuri aveva parlato di una struttura ogni 20mila abitanti, cioè 3.000 strutture idonee alla conservazione che richiede una catena del freddo a -75 gradi, ed alla successiva somministrazione della doppia dose. Quelle comunicate finora sarebbero dunque un decimo, e per arrivarci c’è stato bisogno di prolungare a ieri la scadenza inizialmente prevista per venerdì scorso, quando avevano risposto solo metà delle Regioni.
In questi punti saranno distribuite da fine gennaio le prime 3,4 milioni di dosi del vaccino della Pfizer destinata ad 1,7 milioni di persone delle fasce più a rischio: probabilmente anziani e personale sanitario, ma la decisione sarà presa dal Ministero della Salute. Solo dopo questa prima fase si passerà alla vaccinazione di massa, la cui modalità però è ancora tutta da costruire, e che sarà ancora più complessa perché i vaccini saranno diversi, con modalità di trasporto, conservazione e somministrazione diversi. Intanto è stato avviato il bando per l’acquisto di oltre 100 milioni di siringhe.

Milano riorganizza i trasporti per la riapertura delle scuole

Marco Granelli, Assessore a Mobilità e Lavori pubblici per il Comune di Milano, descrive a Radio Popolare i piani previsti per garantire la mobilità agli studenti alla prossima riapertura delle scuole, ancora senza una data ufficiale. [LEGGI L’INTERVISTA]

Il Ministero della Cultura celebra Pino Rauti ma poi fa dietrofront quando Franceschini se ne accorge

(di Luigi Ambrosio)

Il ministro Franceschini, appena lo ha saputo, ha fatto cancellare la pagina sul sito del Ministero dei Beni Culturali. Nel frattempo, però, quelle parole erano circolate. Il Ministero per i Beni Culturali ha acquisito l’archivio e la biblioteca di Pino Rauti.
Pino Rauti fu un fascista dell’ala più radicale, fondatore di Ordine Nuovo, dalle cui fila emersero rappresentanti del terrorismo nero negli anni ’70. Ordine Nuovo fu coinvolto nelle stragi di Piazza Fontana a Milano e di Piazza della Loggia a Brescia. [CONTINUA A LEGGERE]

Violenza di genere: il Progetto Scarpette Rosse

(di Claudio Jampaglia)

Il 25 novembre è la giornata mondiale contro la violenza di genere, moltiplicata dalla pandemia, con le donne costrette a vivere con i loro aguzzini. Tante le iniziative di denuncia e sensibilizzazione e tra queste c’è anche il progetto delle scarpette rosse: una via crucis in più quartieri di Milano.
Un lunga fila di scarpe da donna rosse, diventate in questi anni – insieme alle panchine rosse – il simbolo della lotta alla violenza di genere, appese alle grate dei cavalcavia, ai lampioni, in parchi e sui muri dei quartieri Ortica, Rubattino e Palmanova a Milano.
Una via crucis in sei tappe e 76 storie di donne ammazzate dall’inizio della pandemia divise per le armi usate da mariti fidanzati, spesso ex: coltelli martelli calci e pugni sacchetti di plastica, fuoco. E alla fine del percorso, una settima tappa di speranza quella di chi ha avuto la forza di denunciare e sottrarsi e ha trovato ascolto a aiuto. [CONTINUA A LEGGERE]

Iran, Ahmadreza Djalali spostato nel braccio della morte

Iran. Ahmadreza Djalali è stato spostato nel braccio della morte e la sua condanna potrebbe essere eseguita a breve. Il medico e ricercatore iraniano-svedese ha chiamato la moglie a Stoccolma per dirle che quella avrebbe potuto essere la loro ultima chiamata. Djalali è detenuto con l’accusa di spionaggio in Iran dal 2016: fu arrestato mentre si trovata nel paese per partecipare a una serie di seminari nelle università di Teheran e Shiraz.
Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International:


 

L’andamento dell’epidemia di COVID-19 in Italia

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Milano riorganizza i trasporti per la riapertura delle scuole: parla l’assessore Granelli

milano trasporto scuole

Marco Granelli, Assessore a Mobilità e Lavori pubblici per il Comune di Milano, descrive a Radio Popolare i piani previsti per garantire la mobilità agli studenti alla prossima riapertura delle scuole, ancora senza una data ufficiale.

L’intervista di Lorenza Ghidini e Roberto Maggioni a Prisma.

Quando si parla di scuola si parla inevitabilmente di riorganizzazione dei mezzi pubblici. Vorremmo capire da lei, Assessore, che tipo di ragionamenti si fanno con ATM per arrivare riorganizzati al momento della riapertura delle scuole.

Noi stiamo lavorando con ATM come agenzia del trasporto pubblico di bacino (lo ricordo perché il sistema è abbastanza omogeneo su Milano città e sulla la città metropolitana di Monza e Brianza) e poi abbiamo un tavolo di informazioni con tutti i dirigenti scolastici di tutte le scuole superiori, coordinato da Città Metropolitana. Indipendentemente dalla data di riapertura delle scuole, stiamo lavorando perché vorremmo riuscire a fare in modo che al momento della riapertura (che sia totale o parziale) ci siano le possibilità concrete di portare tutti in sicurezza a scuola. Questo ha due livelli: in città, avendo una frequenza maggiore di mezzi, lo schema è quello di pensare a potenziamenti mirati. Abbiamo sperimentato, in queste settimane, su dei bus di noleggiatori con conducente, cioè bus turistici. L’abbiamo fatto su alcune linee come quella tra Milano e Limbiate, quella su Corsico e anche in alcuni servizi secondari legati per esempio ai cimiteri. In questo modo abbiamo messo corse in più per poter fare potenziamenti mirati, anche in futuro, su quelle linee che hanno maggiore impatto scolastico. Il tema è avere uno schema di organizzazione in città, in modo da avere sia mezzi sia personale dedicato a poter fare potenziamenti mirati di alcune corse. In città stiamo facendo un ragionamento legato al capire, linea per linea e con l’indicazione delle scuole, il carico in modo da poter mettere a disposizione, su quella linea e su quell’orario, dei mezzi aggiuntivi, facendo in modo da avere informazioni precise sul numero di studenti. Tutto questo deve legarsi però anche a una stabilizzazione degli orari. Dobbiamo lavorare affinché, soprattutto nel contesto cittadino, ci sia una diversificazione degli orari, sia di scuola sia di lavoro, in modo che ci siano meno sovrapposizione. Ingressi scaglionati nelle scuole e lo spostamento l’ingresso del lavoro a una fascia un po’ più verso la tarda mattinata, almeno di un’ora.

Ne state parlando direttamente con le scuole? C’è un luogo di confronto? Per le scuole non è semplicissimo rimodulare gli orari.

Nella prima fase ci sono stati molti problemi e variazioni continue legate agli insegnanti, e poi è intervenuto il decreto. L’impostazione è riuscire, attraverso un database costruito da Città Metropolitana, ad avere le informazioni specifiche. Nel primo periodo avevamo avuto orari molto ballerini, legati chiaramente al tema degli insegnanti. Adesso noi stiamo chiedendo che ci siano orari differenziati ma stabili, in modo che, soprattutto per l’extra urbano, si possano raddoppiare le corse. Oltre gli incontri c’è anche un sistema di comunicazione ordinaria, in modo che ci siano le informazioni. Vorremmo ulteriormente ingegnerizzare questo canale, in modo che sia una piattaforma più efficace.

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Che cosa è successo oggi? – Lunedì 23 novembre 2020

neve impiato sciistico

Il racconto della giornata di lunedì 23 novembre 2020 attraverso le notizie principali del giornale radio delle 19.30, dai dati dell’epidemia in Italia alle pressioni sul governo per la riapertura degli impianti sciistici e la replica del Ministro Boccia che lascia poco spazio a possibile aperture. La priorità del governo resta la scuola, con 4 milioni di ragazzi e ragazze che oggi sono costretti alla didattica a distanza. La corsa al vaccino per il COVID-19 continua, mentre il Ministero della Salute invi gli ispettori in Sicilia per verificare l’effettiva disponibilità dei posti letto di terapia intensiva dichiarati. Infine, i grafici del contagio nelle elaborazioni di Luca Gattuso.

I dati dell’epidemia diffusi oggi

L’Italia ha superato – con i dati di oggi – i 50mila morti per COVID. Nelle ultime 24 ore sono morte 630 persone. I nuovi casi accertati sono 22.930, 5.400 meno di ieri. Ma di lunedì il numero dei contagi è il più basso di tutta la settimana, perché si riferisce alle analisi della domenica, quando le quantità dei tamponi processati sono inferiori a quelle infrasettimanali. Infatti, il rapporto fra tamponi e positivi resta stabile attorno al 15%. Per la prima volta dall’inizio della seconda ondata, oggi ci sono meno persone attualmente positive: 9mila in meno.
Tornano a calare i ricoveri in terapia intensiva: secondo il bollettino del Ministero della Salute sono 9 i nuovi ingressi nelle ultime 24 ore mentre ieri erano 43, per un totale arrivato a 3.810. Sale invece l’incremento dei pazienti ricoverati nei reparti ordinari. È ancora la Lombardia a far segnare il maggior incremento, con 5.289 casi in un giorno.
Fra Governo e regioni si è aperto un nuovo fronte: quello dell’apertura della stagione sciistica. La pressione è fortissima perché a Natale aprano gli impianti. Le Regioni alpine hanno approvato delle linee guida con le misure che dovrebbero consentire l’avvio della stagione sciistica in sicurezza. Ma l’accento è posto sul danno economico che il rinvio della stagione provocherebbe. “Sarebbe un danno irreversibile all’economia della montagna”, ha detto il vicepresidente della Conferenza delle Regioni Giovanni Toti. Dalla Lombardia parlano di “scelta folle e incomprensibile”. Analoghi toni e appelli arrivano dai diversi operatori economici coinvolti: albergatori, gestori degli impianti, maestri di sci. L’altra questione, in vista del prossimo Dpcm, è quella degli spostamenti tra una regione e l’altra nel periodo festivo. Il ministro Speranza ha avvertito: “Saranno possibili solo se tutte le regioni passeranno in zona gialla”.

Le pressioni per la riapertura degli impianti sciistici

(di Alessandro Principe)

La pressione perché aprano gli impianti sciistici fin da Natale è fortissima. Dalle Regioni, alle comunità montane, dagli albergatori ai maestri di sci, persino ai campioni sportivi. Tutti a ripetere: “Sarebbe un danno irreversibile all’economia della montagna”. La Regione Lombardia, la più colpita dal COVID, con oltre 20mila morti e il sistema sanitario allo stremo, arriva a dire che tenerli chiusi “sarebbe folle, scriteriato, incomprensibile”. Eppure di incomprensibile sulle piste di sci fin’ora abbiamo visto le folle assiepate in coda e ammassate nelle funivie. Era fine ottobre, giusto un mese fa. Le foto di Cervinia e altre località fecero scalpore. Ma sembrano dimenticate.
È stato un delirio”, dice a Radio Popolare Lorenza Pratali, presidente della Società italiana di medicina di montagna, nonché cardiologa e ricercatrice del Cnr. E amante dello sci.
Aprire tutto a Natale – continua – sarebbe incoerente con tutti i sacrifici fatti fin’ora”. “Andare a sciare – spiega – non significa scendere da soli in mezzo alla pista. Significa fare la coda per gli skipass e gli impianti; significa trovarsi gomito a gomito con altre persone su una funivia o un’ovovia; significa entrare nei negozi di noleggio di sci e scarponi; significa fermarsi al rifugio”.
La dottoressa Pratali non crede alla soluzione degli ingressi contingentati: “E come si fa? Si fa salire una o due persone per volta? O solo congiunti? E come si controlla?”. Le piste di sci a Natale rischiano di essere quello che ad agosto sono state le discoteche. L’anticamera di una nuova ondata del virus. “Con l’aggravante – riflette Pratali – che il freddo favorisce la diffusione perché le goccioline non subiscono l’essicamento veloce che avviene con il caldo”.
Sto arrivando allo studio medico – ci dice alla fine dell’intervista chi ci ha concesso dalla sua auto. E conclude: “Posso dirle una cosa? Io come medico cardiologo lo vedo ogni giorno quanto è grave la situazione per i pazienti non covid, che sul territorio non riusciamo più a seguire”.

Boccia: “Molti italiani non ci saranno più il prossimo Natale”

(di Anna Bredice)

Molti italiani non ci saranno più il prossimo Natale“. Che una parte del governo vedesse come surreale il dibattito su cenoni, capodanni e sci era chiaro e oggi il ministro Boccia, che ha a che fare tutti i giorni con le richieste di aperture delle regioni, ha detto questa frase, così definitiva, che dovrebbe nelle sue intenzioni fermare qualsiasi dibattito su shopping, cenoni e vacanze in montagna. Sono 50mila i morti per COVID che mancheranno nelle case di molti italiani e per Boccia “con 600, 700 morti al giorno parlare di cenone è fuori luogo“, lo dico con molta chiarezza ha aggiunto, stoppando anche il dibattito sull’apertura degli impianti sciistici, “oggi non ci sono le condizioni, valuteremo nel prossimo dpcm“, ha detto. Oggi nella riunione tra le regioni, quelle alpine innanzitutto, hanno chiesto di riaprire al 50% gli impianti di sci, ci sarebbero le condizioni di sicurezza garantiscono e si darebbe lavoro ai circa 15mila maestri e alle quasi 400 scuole di sci. Ma per ora il governo dice no, anche perché se si considera questa una priorità, per altri ce n’è una maggiore che è il ritorno a scuola degli studenti. È in questo clima che si apre la settimana che porta a venerdì 27, quando molte Regioni arancioni e rosse sperano di poter passare nella fascia gialla, quella con maggiori libertà. Ma se questo accadrà, il passaggio non dovrebbe avvenire immediatamente in automatico, non nel giro di due giorni perlomeno, ma solo il 3 dicembre, quando scadrà l’attuale Dpcm, e andrà in vigore uno nuovo che dovrà prevedere una serie di aperture in vista di Natale. Ma l’atteggiamento di una parte del governo, Boccia e Speranza tra questi è di molta cautela. In ogni caso, l’obiettivo che nel governo si guarda con ottimismo è che venerdì possano scendere i contagi in tutte le regioni e iniziare una nuova fase, nella quale però ancora nemmeno si sa se verranno garantite ad esempio gli spostamenti tra una regione e l’altra.

Gli investimenti non fatti per la scuola

(di Michele Migone)

Un’intera generazione di studenti delle superiori rischia di veder compromesso l’anno scolastico a causa dell’inefficienza della nostra classe politica. Attualmente sono quasi 4 milioni i ragazzi costretti a fare didattica a distanza. L’auspicio è di farli tornare in classe a metà gennaio, ma sarà piuttosto difficile che avvenga. Dipenderà dall’andamento dell’epidemia e da alcune condizioni basilari che difficilmente verranno soddisfatte in un mese e mezzo.
Sono condizioni che avrebbero dovuto essere realizzate già a settembre ma che non lo sono state, nonostante i mesi di tempo per farlo. Presidi sanitari, orari differenziati di entrata e uscita, aumento del personale docente, sviluppo del trasporto pubblico urbano.
Non c’erano in settembre e non ci sono tuttora. Prendiamo i mezzi pubblici. Anche nelle ultime settimane c’è stato un rimpallo di responsabilità. Il governo ha stanziato circa 300 milioni, ma é in ritardo con i decreti necessari, le Regioni hanno fatto poco o nulla per ampliare il trasporto extraurbano, le aziende municipali dei trasporti si stanno muovendo ora con le prime commesse per i nuovi mezzi. In gennaio, la situazione non sarà tanto diversa.
Dovevano esserci gli orari differenziati, ma a parte in qualche città, non è stato possibile organizzarli. La colpa è stata data ai presidi, ma per molti non c’erano le condizioni per farlo.
A contribuire a questo fallimento è stata anche la mancanza dei docenti necessari per organizzare la scuola in modo diverso. Così come non hanno funzionato i Presidi sanitari. In realtà, il sistema di tracciamento è di fatto collassato nelle maggior parte delle regioni italiane e anche la scuola ne ha pagato le conseguenze con quarantene prolungate e tamponi in ritardo.
A parole, la scuola è una priorità, nella realtà dei fatti c’è un’intera generazione che rischia di non rientrare in classe per più di un anno, dallo scorso marzo, a parte qualche breve parentesi.

La corsa verso il vaccino

Dopo Pfizer e Moderna nei giorni scorsi, oggi è stata la multinazionale britannica farmaceutica AstraZeneca a diffondere i dati sul suo candidato vaccino. Nella sperimentazione condotta su 20mila volontari il preparato è risultato efficace nel 70% dei casi, una percentuale che arriva al 90% tra i volontari che hanno seguito lo schema di somministrazione rivelatosi più valido: mezza dose subito, e poi una dose intera a distanza di un mese. Questa sarebbe dunque la posologia con cui il vaccino verrebbe messo in commercio se le autorità sanitarie ne validassero i risultati. Risultati che comunque non sono ancora stati pubblicati su riviste scientifiche: “il dossier è in fase di preparazione”, dice l’azienda. L’Oms ha definito incoraggiante l’annuncio, apprezzando in particolare il basso costo del vaccino e la sua facilità di conservazione.

Gli ispettori del Ministero arrivano in Sicilia

Oggi in Sicilia sono arrivati, come annunciato dallo stesso Speranza ieri, gli ispettori del ministero della salute. Obiettivo: verificare l’effettiva disponibilità dei posti letto di terapia intensiva dichiarati. Nei giorni scorsi era infatti circolato un audio in cui un dirigente della regione sembrava sollecitare i manager della sanità a gonfiare il numero dei letti per renderne meno evidente la saturazione. Gli ispettori hanno visitato un ospedale di Catania e poi si sono diretti nel messinese. Mario Barresi è il giornalista de La Sicilia che ha pubblicato per primo l’audio.


 

Palermo, la sentenza che farà giurisprudenza sui diritti dei riders

Il tribunale di Palermo ha emesso una sentenza che potrebbe fare giurisprudenza sui diritti dei riders. Il giudice ha ordinato all’azienda di food delivery Glovo di assumere un ciclofattorino come dipendente a tempo pieno e indeterminato. La società ha anche l’obbligo di pagarlo con uno stipendio orario, quindi non a cottimo, e applicare il contratto collettivo del Terziario. È la prima volta che un tribunale in Italia impone a una piattaforma di risconoscere la subordinazione. Il lavoratore aveva fatto causa dopo che Glovo lo aveva disconnesso perché era diventato un sindacalista.

L’andamento dell’epidemia di COVID-19 in Italia

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Torino Film Festival, intervista al direttore artistico Stefano Francia di Celle

Torino Film Festival 2020

Stefano Francia Di Celle, nuovo direttore artistico del Torino Film Festival, commenta a Radio Popolare le novità dell’edizione di quest’anno, attualmente in corso. L’intervista di Barbara Sorrentini a Chassis.

Tu collabori da una vita con il Torino Film Festival e adesso ne hai preso le redini. Com’è stato partire in una situazione così complicata?

Per fortuna conosco bene il festival e la comunità che si occupa e ama il cinema a Torino. La partenza è stata super brillante grazie all’entusiasmo che io ho maturato per la scelta del Museo del Cinema di affidarmi questo prestigioso incarico, e anche per il contesto intorno a me che ai primi dell’anno era desideroso di realizzare progetti nuovi, che abbiamo anche subito messo in cantiere. Poi però è arrivata la pandemia e quindi ci sono stati dei momenti molto difficili in cui bisognava fare scelte strategiche. Sono contento che nonostante la tragedia in corso che affligge potentemente anche il settore dell’industria cinematografica siamo riusciti ad adattarci proteggendo i contenuti più importanti del Festival, che sono i film, gli autori, la possibilità per gli spettatori di mettersi in contatto, in via informale, con i registi. Questo clima di comunità allargata che si crea tutti gli anni in presenza sono certo che viene riprodotto, in maniera virtuale, in questa edizione online. Ovviamente abbiamo fatto molte cose in più per il digitale, non solo creando delle sale virtuali che non danneggino il futuro dei film che presentiamo in anteprima italiana o mondiale, ma anche altri servizi che permettono, attraverso altre modalità di comunicazione online, di aver un rapporto diretto con i creatori di queste opere, con le tante storie che si possono raccontare. Ci sono innanzitutto le storie dei film, un modo per i giovani di tutto il mondo di raccontare le loro storie attraverso i personaggi, ma anche la loro singola storia di cineasti, spesso impegnati in un cambiamento della società; il nostro cinema ha questo aspetto delle iniziative che possono migliorare i problemi della società contemporanea. Ci sarà anche una diretta dalla Mole Antonelliana (luogo altamente simbolico per la città e per noi perché sede del Museo del Cinema) a partire dal 20 fino al 28 novembre, ultimo giorno del Festival durante il quale concluderemo con la cerimonia di premiazione. Abbiamo un elemento nuovo in cui poter inserire quei progetti in cantiere che realizziamo comunque, nonostante il problema del COVID. Tra tutti il progetto delle Masterclass, che per la prima volta viene fatto al Torino Film Festival. Ci sono dialoghi con maestri del cinema contemporaneo. Questo è possibile grazie a una collaborazione con queste realtà cinematografiche mondiali e con due istituzioni importanti torinesi, ovvero l’Università di Torino e il Politecnico di Torino. Sono 20 studenti che si stanno formando sui temi delle Masterclass dalla fine della primavera e saranno i rappresentanti della città di Torino, in qualche modo. Molti hanno nel loro percorso di studi il cinema, sia dal punto di vista della storia della critica, ma anche dell’ingegneria del cinema, come per gli studenti del Politecnico. Loro rappresenteranno la comunità torinese e italiana che dialoga con questi maestri.

Rispetto agli anni scorsi che cosa hai cambiato al Torino Film Festival?

Una sezione che mi rappresenta molto è “Back to Life”, dedicata al restauro. È un argomento che ho avuto modo di conoscere in maniera approfondita perché ho curato Venezia Classici con il direttore Alberto Barbera per molti anni, e quell’esperienza l’ho voluta traslare in una realtà torinese, non per fare un doppione sul lavoro eccellente che fa Venezia sui classici del cinema, ma creando un settore editoriale preciso che è la riscoperta di film dimenticati o che hanno avuto vicende distributive particolarmente complesse. Quest’anno, e anche i prossimi, andremo sempre di più alla ricerca di quei film che hanno quasi bisogno di una nuova nascita, che all’epoca della loro realizzazione hanno avuto problemi vari. La collaborazione è sempre con le cineteche più importanti del Mondo e in Italia ce ne sono parecchie attive su questo fronte. Sicuramente è una sezione che mi rappresenta molto. Anche la sezione “Le Stanze di Rol”, che ho affidato al bravissimo Pier Maria Bocchi, è una sezione in cui mi riconosco molto. Rol è un personaggio estremamente importante per la cultura e la storia di Torino, amiamo definirlo esploratore di mondi paralleli. Attraverso la sua figura, che è stata importante riferimento per tanti artisti, tra tutti Fellini, si può esplorare il cinema di genere, allargando la sezione a tutto il fantastico. È una sezione che sono molto curioso di capire che tipo di pubblico troverà. Ci sono dei film d’intrattenimento alto ma con potenzialità commerciali forti e anche i primi due episodi di una serie televisiva spagnola. Un’altra sezione che ho affidato subito a una persona per cui nutro grande fiducia è la sezione dei “Cortometraggi internazionali”, che da qualche anno non era più al Festival. Ho voluto riportarla in piena luce, e contestualmente ad essa si sta realizzando un progetto educazionale molto complesso, che va dalla scuola elementare fino all’università. Questa possibilità del cortometraggio di essere adatto al mondo dell’educazione è una potenzialità molto forte che stiamo sviluppando. Abbiamo un progetto con la Fondazione per la Scuola della Compagnia di San Paolo, qui a Torino, che abbiamo dedicato ai ragazzi delle scuole medie, collegati attraverso una rete tecnologica di altissimo livello in un progetto di connessioni. Anche in questo periodo così problematico, durante il Torino Film Festival, due registi internazionali di cortometraggi mostreranno i loro lavori a tante scuole del territorio torinese metropolitano grazie a questa rete digitale che collega le scuole tra loro, e tutti i ragazzi di queste scuole oltre a visionare i film potranno dialogare con i registi. Il festival quest’anno è riuscito grazie ai miei straordinari collaboratori e tutti gli elementi che si sono occupati dell’organizzazione. Credo che il Festival sia come una pianta: un organismo molto complesso che può funzionare solo se tutti gli elementi sono in armonia tra di loro e vengono curati con grande pazienza. I nostri contenuti non sono in grado di imporsi immediatamente nello scenario della comunicazione attuale, e quindi hanno bisogno di questa cura. Credo che la nostra missione come Festival sia proprio quella di dare possibilità ai film che rischiano di essere poco notati in un mondo globalizzato, e che invece noi valorizziamo in un modo complesso, che è il frutto di un lavoro di un anno.

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Zen Circus, esce “L’ultima casa accogliente”. Intervista al batterista Karim Qqru

Zen Circus

In occasione dell’uscita del nuovo album degli Zen Circus, intitolato “L’ultima casa accogliente”, il batterista della band Karim Qqru ha commentato a Radio Popolare com’è stato registrare e rilasciare il nuovo LP in un periodo così difficile come quello della pandemia.

L’intervista di Matteo Villaci a Jack.

Il disco esce in un periodo difficile. Come nasce “L’ultima casa accogliente”?

Abbiamo avuto l’opportunità di posticipare l’uscita del disco, ma abbiamo detto di no perché in questo momento la musica prende un peso sempre più reale rispetto a quello che è il bene di conforto. Al di là del discorso economico, a un certo punto la questione è semplice: a noi avrebbe fatto male moralmente posticipare questo album, innanzitutto perché non c’è una certezza del risolversi repentino della situazione, e poi perché ci tenevamo troppo. Il modo in cui è stato creato, pensato, registrato e lavorato era così assurdo che a questo punto farlo uscire in questo periodo è la ciliegina sulla torta, il coronamento della peculiarità totale di come questo disco è stato fatto. La scrittura dell’album è pre-COVID, solamente “Come Se Provassi Amore” è stata scritta dopo il COVID. Avevamo questi brani sui quali stavamo già lavorando e a febbraio ci siamo chiusi due settimane, suonando nove ore al giorno nel nostro studio a Livorno, dove abbiamo fatto un lavoro bello tosto. Poi è arrivato il COVID e ci siamo chiusi a casa però con queste pre-produzioni che eran già qualcosa di più avanzato. A quel punto il disco si è registrato a distanza perché ce lo potevamo permettere dal punto di vista dell’interplay, si era già suonato tanto. Abitando a Forlì non potevo cambiare regione e quindi ho registrato la batteria a Bologna, questo a maggio. A noi questo dico fa stare bene e fa del bene sapere che ora sia fuori e possa essere ascoltato.

Hai ricevuto musica, in un periodo così difficile, che ti ha fatto bene?

Io dico sempre una cosa, che poi è un’esasperazione di un concetto, ma te lo porto come esempio: se rimanessi cieco probabilmente non mi ammazzerei, se invece rischiassi la sordità probabilmente mi tirerei giù dal quarto piano. Credo ci sia un legame coi nostri sensi e che sia personale, ognuno ha il suo, un qualcosa che secondo me parte da qualcosa di ancestrale. La musica, a me e alla band, ha salvato la vita; sembra un po’ cringe come cosa, un po’ imbarazzante perché è la classica frase da documentario strappalacrime sulla band, però non saprei come descrivertela in altro modo. Nel lockdown mi sono andato a riprendere cose che non ascoltavo da tantissimo, ogni settimana rispolveravo dischi tra la mia collezione di vinili. Ho cercato però di stare il più lontano possibile dal web, perché mi sono reso conto che le prime settimane mi stava intossicando.

All’interno del disco, cosa troviamo a livello di percorso degli Zen Circus, di lavoro, anche di ispirazioni?

La cosa particolare del nostro modo di lavorare è che per noi non c’è dietro l’idea del concept alla base, però c’è sempre un fil rouge in tematiche che si ripresentano all’interno delle canzoni, motivo per il quale molto spesso abbiamo registrato molte più canzoni per questo disco, ma ne abbiamo tenute solo nove, perché sentivamo una coesione, oltre che dal punto di vista musicale, dal punto di vista tematico. Noi sentivamo il corpo, il rapporto con esso che è un tema sempre attuale, dai tempi di Parmenide, però lo è davvero anche in questo periodo. Il tema del corpo, della caducità del fisico e della trasparenza è un qualcosa che quando è arrivato il COVID è stato assurdo perché avevamo già scelto il titolo del disco prima, e ci erano venuti dei dubbi ma poi abbiamo deciso di tenerlo, perché questo è stato un periodo in cui molti ragazzi hanno visto la privazione della loro vita precedente e per la prima volta hanno avuto un rapporto con la morte. La cosa che abbiamo notato è che c’è stata un’esacerbazione dell’affermare la propria esistenza attraverso il proprio fisico e i social, c’è stato un momento enorme durante la pandemia quando le persone cercavano di affermare in qualche modo la propria vita con pezzi del proprio corpo. È un dato vero: sono aumentati i selfie di persone nude, anche in generale. Il corpo rimaneva un tema così centrale che poi in un modo o nell’altro è andato a contagiare tutti i brani del disco. Nel rapporto con il proprio corpo, dal punto di vista emotivo, c’è il concetto di malattia, tumore, ma anche le cose belle: fare amore con la persona che abbiamo accanto, sentirsi compatibili con il proprio corpo. Il tema è questo ed è qualcosa che è venuto in modo molto naturale.

Oggi come stanno gli Zen Circus?

Felici. È una cosa che fa quasi paura, ma abbiamo più voglia di suonare ora con vent’anni alle spalle che dieci anni fa. C’è tanta coesione e la felicità per questo disco, ma aldilà di questo ci guardiamo indietro e siamo sempre i tre soliti scappati di casa che si sono montati la testa. Proviamo tanta gioia nello stare insieme, e se ci pensi non è così scontata come cosa.

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Patrick Zaky, Noury (Amnesty): “L’Italia sta facendo poco, molto poco”

Patrick Zaky

Patrick Zaky dovrà restare in carcere al Cairo almeno altri 45 giorni. Lo ha deciso nei giorni scorsi un tribunale del Cairo in quella che è stata la sesta udienza in nove mesi in cui si è deciso di prolungare la detenzione preventiva del giovane ricercatore arrestato lo scorso febbraio dopo aver fatto rientro in Egitto dall’Italia. Cosa sta facendo il nostro Paese per Patrick? Poco, molto poco secondo Riccardo Noury, il portavoce di Amnesty International Italia intervenuto questa mattina a Prisma.

L’intervista di Lorenza Ghidini e Claudio Jampaglia.

Nel corso della sesta udienza il giovane Patrick ha dichiarato “voi che siete il mio Paese dovreste essere orgogliosi di me“.

È una frase meravigliosa che testimonia la bellezza e la purezza di questo ragazzo che, insieme al suo avvocato, ha provato a convincere i giudici egiziani che il suo Paese dovrebbe essere orgoglioso di avere un’eccellenza all’estero che tiene alto il nome del Paese e della sua cultura. Però evidentemente alle autorità egiziane questo non interessa e quindi questa bella frase rimane agli atti e sarà ricordata per molto tempo, sperando che poi torni ad essere realtà a Bologna. Le autorità egiziane di queste eccellenze non sanno che farsene se non metterle in galera.

Sono più di 9 mesi che Patrick Zaky si trova nelle galere egiziane. Ci ricordi come è finito nel mirino delle autorità egiziane?

Le autorità egiziane hanno considerato il periodo in cui Patrick Zaky era ancora in Egitto e faceva ricerca per la sua organizzazione, l’Iniziativa Egiziana per i Diritti della Persona (EIPR), e non è un caso che tre dirigenti di questa ONG siano finiti in carcere negli ultimi giorni. Il 2019 che secondo le autorità egiziane Patrick Zaky avrebbe trascorso a cospirare e a tramare per cercare di sovvertire il regime, lui lo ha passato studiando come un matto per passare la selezione all’Università di Bologna e una volta che è arrivato a Bologna, nell’autunno dello scorso anno, ha fatto quattro mesi intensi di studio, ha passato degli esami ed è poi tornato in Egitto per passare qualche giorno a Mansura con la sua famiglia. E lì è stato raggiunto da questo mandato di cattura con l’accusa di sovversione, diffusione di notizie false, minacce alla sicurezza dello Stato. Ed è lì che è iniziato questo calvario. Era la notte tra il 7 e l’8 febbraio.

Sei le udienze in cui è stata confermata la carcerazione preventiva di Patrick Zaky. Sono 114mila i detenuti politici in Egitto secondo Amnesty e questa mattina succederà qualcosa che riguarda le persone che stanno mettendo in luce questi casi.

Sì, è stata presa di mira una delle più importanti organizzazioni per i diritti umani, l’Iniziativa Egiziana per i Diritti della Persona (EIPR). Fondata nel 2002, ha resistito a Mubarak, al governo militare dopo Mubarak e al governo della Fratellanza Musulmana. Ha restituito finché ha potuto anche ad Al-Sisi, ma tre di loro – Mohamed Basheer, Karim Ennarah e Gasser Abdel Razek – sono in queste ore davanti ad un giudice per la prima udienza e devono rispondere delle stesse accuse contestate a Zaky e a tanti altri. Noi ieri sera abbiamo sollecitato con la massima urgenza l’Ambasciatore d’Italia a Il Cairo Giampaolo Cantini ad essere presente all’udienza di questa mattina perché la persecuzione nei confronti dell’ONG ha origine il 3 novembre, quando alcuni ambasciatori dei Paesi dell’Unione Europea insieme al Canada e al rappresentante della Commissione UE al Cairo hanno incontrato proprio i dirigenti di questa associazione per farsi raccontare come vanno le cose dal punto di vista dei diritti umani. Questa è una rappresaglia pura e semplice perché questi nostri amici e colleghi hanno parlato e hanno raccontato a dei diplomatici come vanno le cose.

L’Italia cosa sta facendo per Patrick Zaky?

Lo dico educatamente: poco, molto poco. È scomparso dall’agenda, ogni tanto ci torna quando qualche parlamentare si pronuncia sulla vicenda, però non c’è nulla di concreto. È come se l’Italia avesse accettato l’idea che si tratta di un eventuale caso di mala-giustizia egiziana nei confronti di un cittadino egiziano e che, dunque, si lascia fare alla magistratura egiziana non tenendo conto che Patrick ha anche una storia italiana. Al di là degli atti simbolici di cittadinanza che gli hanno concesso cento comuni, Patrick Zaky ha vissuto in Italia, ci ha studiato e ha respirato la sua aria.
Non si può relegare alla sovranità altrui il destino di Patrick. È un concetto molto ottocentesco. Ci devono essere una solidarietà e un dovere di ingerenza umanitaria globale sui prigionieri di coscienza che trascende i confini.

Foto dalla pagina Facebook Patrick Libero

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Senza dimora a Milano, il lavoro dell’associazione Ronda Carità e Solidarietà

senza dimora

Magda Baietta è presidente e fondatrice di Ronda Carità e Solidarietà, un’associazione di volontariato che nasce nel 1998 con l’obiettivo di sostenere le persone senza dimora in situazioni di povertà o di emarginazione estrema presenti sul territorio cittadino. Oggi ha commentato a Radio Popolare come si muove l’organizzazione e quali sono le difficoltà nell’aiutare i senza dimora a vivere una vita più dignitosa.

L’intervista di Barbara Sorrentini a Fino Alle Otto.

Quattro sere a settimana i volontari di Ronda Carità e Solidarietà girano la città con un’unità di strada per portare assistenza, cibo e vestiario di emergenza a chi vive per strada. Adesso inizia il freddo quindi inizia anche la vostra attività: come sta cominciando?

Noi lavoriamo tutto l’anno in realtà, non solo durante il periodo invernale. Ci fermiamo solo nel mese di agosto. Siamo del parere che, purtroppo, queste persone non siano in giro solo d’inverno ma anche durante il resto dell’anno. Molti hanno veramente bisogno, non sono neanche in grado di riuscire a recuperare qualcosa per mangiare o tenersi vestiti in modo dignitoso. Abbiamo preso la decisione di fare questo servizio continuo.

Quanti sono i volontari e le unità che si spostano per la città di Milano? Come vi organizzate?

Noi siamo coordinati dal Comune di Milano (anche se ci sono voluti vent’anni a farlo) in modo che tutte le unità mobili abbiano una zona della città da tenere monitorata e che noi sappiamo dove dormono. Con il nostro camper si va proprio sulla persona, si va a capire la situazione e si cerca di agganciarla. Il nostro lavoro non è tanto portargli un bicchiere di tè caldo, un panino o una coperta (nonostante sia comunque importante) ma quanto la relazione, cercare di parlare con loro, capire la loro situazione e poi iniziare un percorso con loro d’uscita dalla grave emarginazione. Per uscita dalla grave emarginazione noi intendiamo cominciare a ridargli un’identità, perché molte di queste persone non hanno un documento, sono praticamente degli invisibili, non hanno una residenza, non hanno una carta d’identità, tanto per intenderci. Noi cominciamo proprio con questo primo passo, dandogli anche una residenza. Sono delle residenze fittizie, ma che comunque danno loro il diritto di avere un medico, di potere andare a votare e di essere riconosciuti come cittadini. Poi si cerca, sempre con la relazione, un rapporto di fiducia e si prova a trovargli un posto per dormire, sempre in collaborazione col Comune di Milano, e in base alle loro capacità e problematiche. Lo scegliere la strada è un po’ un mito: la strada non si sceglie, ti capita. La strada ti coinvolge, non la scegli con razionalità. Quando senti un senza dimora che ti dice di aver scelto di vivere per strada, non è così, non è una scelta razionale, non è vera. Purtroppo dietro c’è anche un meccanismo di autodifesa, nel dire di esserci capitato e nel cercare di non piangersi addosso, rivendicandone quindi la scelta.

La questione che alcuni senza dimora non vogliano farsi portare nei centri d’accoglienza è vera?

Alcune persone rifiutano i dormitori per il semplice fatto che nei dormitori ci siano delle regole molto strette, specialmente in questo periodo per il COVID. Adesso facciamo molta fatica a convincerli ad andare, perché le regole sono sempre più strette. La strada è un po’ come una malattia cronica: più sei per strada, più la strada ti coinvolge, ti entra dentro. Per cui non hai più regole, non sei più obbligato ad accettare determinate condizioni. Io dico sempre che l’essere umano ha uno spirito d’adattamento talmente forte che in poco tempo ti abitui a vivere in questo modo. Sembrerebbe una cosa assurda da parte nostra che non viviamo questa situazione, ma per loro diventa così. Dobbiamo dar loro la speranza e la fiducia che possano riuscire a riprendere in mano la propria vita, nonostante magari la dipendenza. Chi di noi non ha mai sbagliato? La differenza è che noi abbiamo avuto altre possibilità, e magari loro no. Ci siamo resi conto che c’è molta gente per strada che ha delle alte competenze, hanno anche un’istruzione e delle capacità residue importanti da rimettere in gioco.

Quante persone senza dimora riescono poi riescono a lasciare la strada e a tornare a una vita più normale?

Se ci lavori bene, riesci ad entrare in relazione e riesci a conquistare la loro fiducia i risultati ci sono, arrivano. Sono lenti, perché ci vuole tempo, ma riesci. Sono 22 anni che siamo sul territorio e ho avuto delle grossissime soddisfazioni. Persone che all’inizio appena incontrate non ci credevi e invece poi hanno ripreso in mano la loro vita. Dipende anche dall’età: i giovani riesci a reinserirli, anche nel mondo, e ho avuto anche 50enni che stanno lavorando e riescono a pagarsi il proprio posto letto in condivisione con altri. Altre persone invece sono malate, o hanno un’invalidità abbastanza forte.

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Che cosa è successo oggi? – Domenica 22 novembre 2020

Terapie Intensive Campania

Il racconto della giornata di domenica 22 novembre 2020 attraverso le notizie principali del giornale radio delle 19.30, dai dati dell’epidemia in Italia alla corsa per le riaperture, nonostante l’epidemia galoppi ancora. Il caso della Sicilia pone l’interrogativo su quanto le Regioni siano trasparenti nel fornire i propri dati. In Egitto Patrick Zaki resta in carcere e finiscono a processo anche suoi tre compagni della ONG Eipr. Infine, i grafici del contagio nelle elaborazioni di Luca Gattuso.

I dati dell’epidemia diffusi oggi

Sono 28.337 i nuovi casi di coronavirus individuati in Italia nelle ultime 24ore, oltre 6mila meno di ieri. Dato il numero di tamponi molto più basso, la percentuale fra tamponi e positivi rimane stabile al 15%. In calo l’incremento delle vittime, 562 in un giorno mentre ieri erano state 692.

Salgono invece nettamente le terapie intensive: 43 più di ieri. L’aumento nella giornata di sabato era stato di 10 ricoveri. Il totale delle persone in terapia intensiva arriva a 3800. 

Questi i dati. Poi ci sono le decisioni che riguardano le riaperture delle prossime settimane e in vista del periodo festivo. Oggi ha parlato il coordinatore del comitato scientifico Agostino Miozzo. Invito alla cautela e tre punti in particolare. 

Il primo: i negozi. No agli assembramenti a Natale o rischiamo una terza ondata di Covid. Così Miozzo a mette in guardia sui rischi del prossimo preiodo delle feste con la possibile riapertura dei negozi. “Per evitare l’assembramento da shopping – dice Miozzo – ci vorrà un monitoraggio rigoroso e sanzioni rigorose. Se non sarà così salta tutto e a gennaio siamo con la terza ondata”. 

Secondo punto: la scuola: “È un elemento fondamentale della crescita e del processo formativo dei nostri ragazzi” – afferma Miozzo –  e, dunque, la riapertura degli istituti “deve essere una priorità”.

Terza questione: la possibilità di spostarsi da una regione all’altra. 

“Dobbiamo valutare l’andamento della curva epidemica nelle prossime due settimane. Solo in base a quella si potrà decidere”.

Le regioni vogliono riaprire il prima possibile

(di Michele Migone)

Alla base delle scelte fatte dalle regioni c’è la  fretta di riaprire per evitare che ci sia una prolungata perdita sul fronte economico. 

In realtà, anche il governo condivide l’idea che si debba salvaguardare il commercio e i consumi.

L’opzione a cui si sta lavorando è di avere una finestra di una decina di giorni in cui riattivare i consumi in vista delle feste. 

Per quanto riguarda il commercio, il  governo sta pensando a una apertura generalizzata dei negozi a partire dal 4 dicembre con orari più lunghi, ameno fino alle 22 per permettere un afflusso scaglionato dei clienti. 

Questo provvedimento dovrebbe essere valido in tutte le regioni, a parte, forse quelle in Zona Rossa, ma non è ancora chiaro come sarà effettivamente regolata questa apertura.

Per periodo di Natale e Capodanno, si pensa a una forte limitazione negli spostamenti da regione a regione, ma non a un divieto assoluto. Le scuole dovrebbero rimanere chiuse in tutte le regioni almeno fino al 7 gennaio.

In realtà, tra Zone Rosse e situazione locali nelle regioni arancioni e gialle, attualmente sono almeno tre milioni gli studenti, nella stragrande maggioranza delle scuole superiori, che sono costretti a fare didattica a distanza.  Visto la situazione dell’epidemia, per loro non è assicurato il ritorno a scuola neppure a gennaio.

Il Presidente dell’Associazione nazionale Presidi Antonello Giannelli è pessimista. Non è stato fatto ancora nulla sul fronte sanitario e del trasporto pubblico per permettere il ritorno a scuola.  Sentiamo la sua denuncia ai nostri microfoni.

 

La Sicilia ha “barato” per non finire in zona rossa?

Per evitare la Zona Arancione la Regione Sicilia avrebbe alterato il numero dei posti in terapia intensiva. Il sospetto è sorto dopo la pubblicazione dell’audio in cui un dirigente regionale sembra fare pressioni sui manager degli ospedali dell’Isola.

Il Ministero della Salute ha inviato gli ispettori per accertamenti. Il caso solleva ancora di più dubbi sulla gestione dei dati da parte delle Regioni nella settimana che precede la data del 27 novembre, giorno in cui il governo dovrebbe decidere quali Regioni rimangono in Zona Rossa e quali invece vengono promosse. 

Secondo il segretario del sindacato degli Anestesisti Italiani, Alessandro Vergallo quello della Sicilia non sarebbe un caso isolato: c’è una sorta di corsa da parte delle Regioni a dichiarare un maggiore numero di posti letto in terapia intensiva per poter superare la prova dei 21 criteri chiesti dal governo ma molti di questi posti sono soltanto sulla carta.

Sentiamo la sua denuncia ai nostri microfoni. 

 

In Egitto a processo i colleghi di ONG di Patrick Zaki

Domani al Cairo si terrà la prima udienza per i tre dirigenti della Ong Eipr arrestati nei giorni scorsi. È la stessa organizzazione per i diritti umani per cui collaborava Patrick Zaki. I tre sono accusati di adesione a un gruppo terrorista e diffusione di notizie false. Accuse analoghe a quelle mosse contro Zaki, a cui ieri è stata rinnovata per altre 45 giorni la custodia cautelare in carcere. 

Lo studente dell’università di Bologna è in carcere da più di nove mesi. “Un accanimento”, denuncia Amnesty International che chiede al governo italiano di fare di più.

Riccardo Noury, portavoce di Amnesty:

L’andamento dell’epidemia di COVID-19 in Italia

 

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Approfondimenti

Che cosa è successo oggi? – Sabato 21 novembre 2020

coronavirus medico spallanzani roma

Il racconto della giornata di sabato 21 novembre 2020 attraverso le notizie principali del giornale radio delle 19.30, dai dati dell’epidemia in Italia all’appello dell’Anaoo Assomed a non abbassare la guardia. In arrivo il decreto “ristori-ter” per sostenere l’economia. A Pompei notevole ritrovamento archeologico. L’Arabia Saudita prova a rifarsi una credibilità agli occhi del mondo nel G20 virtuale. Attesa per la possibile scarcerazione di Zaki in Egitto . Infine, i grafici del contagio nelle elaborazioni di Luca Gattuso.

I dati dell’epidemia diffusi oggi

(di Alesandro Principe)

34.767 i nuovi casi accertati. 237.225 i tamponi effettuati: il rapporto scende, rispetto a venerdì, e si assesta al 14,6%, un dato che si è consolidato nell’ultima settimana.
Le vittime sono ancora tante, 692.
E’ sempre la Lombardia a far registrare l’incremento più alto, con 8.853 casi nelle ultime 24 ore, circa 400 meno di ieri. Seguono il Veneto, la Campania, il Piemonte.

Nelle ultime 24 ore sono 10 le persone entrate nei reparti di rianimazione, che portano il totale a 3.758. Un aumento che però rallenta. Superata invece la soglia dei 34mila ricoverati nei reparti ordinari: sono 34.063, con un incremento rispetto a ieri di 106 pazienti.
I dati sulla tenuta degli ospedali sono cruciali per le decisioni sulle zone di rischio.

L’accuratezza e attendibilità dei bollettini forniti dalla regioni sono stati fin da subito oggetto di discussione. Il retroscena che emerge dalla Sicilia è un caso.
“Non sento cazzi perché oggi faranno le valutazioni e in funzione dei posti letto in terapia intensiva decideranno in quale fascia la Sicilia risiede”. L’audio Whatsapp è del 4 novembre, il giorno nel quale la Sicilia diventerà arancione. L’autore è il direttore generale del dipartimento Salute Mario La Rocca che lo inserisce nella chat di lavoro dei funzionari che si occupano di inserire i dati ufficiali.
L’audio viene pubblicato dal quotidiano la Sicilia.
Interviene con una nota ufficiale il ministro degli Affari regionali Francesco Boccia annunciando “accertamenti immediati”. Il ministero della Salute dispone l’invio di personale tecnico e carabinieri del Nas in Sicilia.

I dirigenti sanitari invitano a non abbassare la guardia

Un nuovo invito a non abbassare la guardia è arrivato oggi dall’Anaao Assomed. Il sindacato dei dirigenti sanitari ha descritto un quadro di emergenza dei posti letto nei reparti ospedalieri internistici (quelli di pneumologia, medicina interna e malattie infettive). Dal confronto tra quelli disponibili nel 2018 e quelli attivati nel 2020 i posti letto di molte regioni sono saturi. Il Piemonte al 191 per cento, la Val d’Aosta al 229 per cento, la Lombardia al 129 per cento. Sono 19 in totale le regioni o province autonome in allarme. La soglia critica di saturazione individuata dal governo per questi reparti è del 40 per cento.

Carlo Palermo è il segretario nazionale dell’Anaao Assomed.

 

La notte per l’economia italiana è ancora fonda

La situazione economica in Italia è pesante. Oggi da diversi fronti arrivano conferme e fotografie di un paese allo stremo.

Lo fa la Confindustria, nel suo rapporto mensile.
Il quarto trimestre dell’anno vedrà un netto calo dell’economia. La ripresa del terzo trimestre, con l’arrivo della seconda ondata del Covid e le conseguenti misure restrittive, si è fermata. “Peggiorano i servizi”, ma anche l’industria. La domanda interna e “fragile” e “con la seconda ondata di pandemia è previsto un nuovo stop a fine 2020″ per gli scambi del commercio mondiale. Male anche le previsioni sull’occupazione”.

Rivolto alle imprese e partite iva è il decreto “Ristori ter” approvato la notte scorsa: 2 miliardi di euro, si baserà soprattutto su sospensioni fiscali. Le misure del Ristori-ter si allargano a tutta Italia e riguarderanno le aziende con ricavi fino a 50 milioni di euro, penalizzate da perdite pari ad almeno il 33 per cento.

Poi c’è la povertà delle famiglie che avanza. Oggi si svolgono iniziative in diverse piazze italiane, organizzate da “La società della cura”, una campagna nata durante il lockdown, coinvolgendo gruppi, movimenti, associazioni, reti sociali e del mutualismo. Marco Bersani è tra i promotori, con Attac Italia. Lo ha intervistato Anna Bredice:


In un momento in cui il sostegno finanziario di famiglie e imprese ha un’importanza vitale, le disparità economiche già così ampie a livello territoriale continuano a rimanere marcate. Lo conferma la Fabi, uno dei principali sindacati del settore bancario. Che sottolinea come ci sia, soprattutto al Sud, un forte rischio usura.

Lando Sileoni, segretario generale del Fabi:

A Pompei un ritrovamento archeologico epocale


Gli scavi di Pompei hanno riportato alla luce i calchi di due uomini in fuga dall’eruzione del Vesuvio che nel 79 dopo Cristo seppellì l’antica città. Il ritrovamento è avvenuto in località Civita Giuliana, a nord ovest di Pompei, nell’area della grande villa suburbana dove pochi anni fa erano stati scoperti i resti di tre cavalli bardati.

Pier Giovanni Guzzo, accademico dei Lincei, e in passato Primo dirigente alla Soprintendenza archeologica di Pompei.

 

Il G20 virtuale è  presieduto dall’Arabia Saudita

(di Emanuele Valenti)

A Riad progettavano di usare la presidenza di turno del G20 per rilanciare il piano di riforme e aperture economiche voluto alcuni anni fa dal principe ereditario Mohammed Bin Salman.
La pandemia ha frenato tutto.
I sauditi hanno però continuato a lavorare su un altro fronte, quello della riabilitazione della propria immagine all’estero dopo quello che è successo negli ultimi anni: il caso Khashoggi, la guerra in Yemen e la detenzione di diverse attiviste in prima linea nella campagna per il diritto alle donne.

Prima questione. A settembre fa la giustizia saudita ha chiuso il processo per l’uccisione di Jamal Khashoggi, sparito due anni fa dopo essere entrato nel consolato saudita di Istanbul, in Turchia. La sentenza è molto lontana da quanto denunciato da più parti: azione pensata e organizzata dai vertici dello stato.

Seconda questione. Proprio questa settimana il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha ricordato il disastroso impatto sulla popolazione civile della guerra in Yemen, dove il regno saudita è attore di primo piano. Pochi giorni fa l’ong Oxfam ha pubblicato uno studio dal quale risulta che la vendita di armi all’Arabia Saudita da parte degli altri paesi del G20 varrebbe tre volte gli aiuti umanitari allo Yemen. Tutti hanno le loro responsabilità.

L’ultima questione. In questi giorni, intervistati dai media internazionali, diversi ministri del governo saudita hanno detto che lavoreranno, anche durante il vertice del G20, per dare più potere alle donne.
Le attiviste che negli anni scorsi si erano spese di più nella campagna per i diritti delle donne, a partire Loujain al-Hathloul, sono in carcere. Loujain è in sciopero della fame.

Attesa per una nuova udienza sulla scarcerazione di Patrick Zaki

Si saprà domani l’esito dell’udienza sulla scarcerazione di Patrick Zaki. Lo ha detto la legale dello studente egiziano dell’università di Bologna che oggi ha partecipato alla seduta. “Ho parlato con lui dieci minuti. Sta bene ed è in buona salute”, ha confermato l’avvocato. Zaki è detenuto al Cairo dallo scorso febbraio con l’accusa di propaganda sovversiva. Da quel giorno l’università e la città di Bologna non hanno mai smesso di chiedere la sua liberazione. 

Matteo Lepore, assessore alla cultura di Bologna<.

 

L’andamento dell’epidemia di COVID-19 in Italia

 

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