L'Ambrosiano

La Repubblica è vita

La Festa della Repubblica del 2023 sembra messa lì per rincuorare. Non c’è da abbattersi dopo che la destra ha vinto le elezioni (a Catania anche con il “pizzo di Stato!); in Spagna spicca Vox; i popolari europei se va bene tolgono la fiamma missina dal logo ma integrano FdI; in Turchia rivince il “dittatore (parola di Draghi) Erdogan che coi miliardi di Bruxelles tiene i siriani (Assad alleato di Putin) in orrendi campi. Anzi, da Ankara soffia il vento più forte della destra: la poesia che libera e fa sperare. Ha le parole di Hazim Hikmet, che fece 13 anni di galera perché s’oppose a Kemal Ataturk, laico ma di metodi simili al successore. S’intitola: “Alla vita”. Invita a prenderla così sul serio «che a settant’anni, ad esempio, pianterai degli ulivi / non perché restino ai tuoi figli / ma perché non crederai alla morte, / pur temendola, / e la vita peserà di più sulla bilancia». La Repubblica è vita, la nostra, anche nel 2023, nonostante i miti identitari difensivo-aggressivi della destra; balbettii e gelosie delle opposizioni; le frustrazioni della maggioranza degli elettori che non vota perché non sente prospettive e bisogni rappresentati dalla politica; lo smarrimento dei giovani prima ritenuti bamboccioni ora pericolosi perché oppongono tende e verniciature inaccettabili a governi incapaci di pensare al futuro loro e del pianeta. La Repubblica è la nostra vita da quando il popolo non la nazione mandò a casa il re complice di Mussolini (di cui La Russa tiene il busto a casa), le donne cominciaron col voto la battaglia che dura ancora, s’insediò l’Assemblea che in nome della Liberazione dal nazifascismo combattuta da patrioti avrebbe generato la pianta sempreverde della Costituzione antifascista. La Repubblica è vita perché con Hikmet e altri poeti (pensiamo a Turoldo che nel 1985, temendo per la democrazia, scrisse «Torniamo ai giorni del rischio / quando tu salutavi a sera / senza esser certo mai / di rivedere l’amico al mattino») possiamo piantare ulivi sapendo che noi non li vedremo crescere, ma loro continueranno a germogliare per figli e nipoti. Nonostante le eventuali Meloni d’ogni tempo. Un Mattarella ci sarà sempre a vegliare: speriamo.

  • Marco Garzonio

    Giornalista e psicoanalista, ha seguito Martini per il Corriere della Sera, di cui è editorialista, lavoro culminato ne Il profeta (2012) e in Vedete, sono uno di voi (2017), film sul Cardinale di cui firma con Olmi soggetto e sceneggiatura. Ha scritto Le donne, Gesù, il cambiamento. Contributo della psicoanalisi alla lettura dei vangeli (2005). In Beato è chi non si arrende (2020) ha reso poeticamente la capacità dell’uomo di rialzarsi dopo ogni caduta. Ultimo libro: La città che sale. Past president del CIPA, presiede la Fondazione culturale Ambrosianeum.

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    Il sindaco di Isernia Piero Castrataro dorme dal 26 dicembre scorso in tenda, accampato davanti all’ospedale cittadino Ferdinando Veneziale. La protesta serve a chiedere risorse e iniziative alla regione Molise per rilanciare la struttura, visto che la desertificazione sanitaria avanza senza ostacoli. Secondo la pianta organica, al pronto soccorso dovrebbero esserci tredici medici. Invece ce ne sono solo quattro. In radiologia tre su dodici. L'ortopedia è al lumicino, altri reparti vanno a singhiozzo. Per mancanza di monitor funzionanti, solo cinque letti di cardiologia su dieci sono attivi. In queste condizioni, il ricorso ai gettonisti è quasi obbligatorio. Castracaro insiste e dice che finché non avrà risposte chiare non mollerà. La situazione in regione è peggiorata nel corso degli anni. La rete ospedaliera nel 2009 aveva quasi 1.800 posti letto e ora sono mille. Il peso della sanità privata invece si è moltiplicato: nel 2009 le imprese avevano il 10% dei posti letto, oggi circa il 40%. Mentre i cittadini vedevano sparire i reparti pubblici la sanità accreditata remunerata con soldi statali ha prosperato. Un piccolo (grande) esempio di come il servizio sanitario nazionale, introdotto in Italia nel 1978 dall’allora ministra della salute Tina Anselmi, si stia progressivamente sgretolando, a nord così come a sud. L'intervista di Cinzia Poli e Alessandro Braga al sindaco Piero Castrataro.

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    Sono arrivate 62 condanne nel processo sull’alleanza mafiosa lombarda Hydra. Il gup di Milano Emanuele Mancini ha condannato con rito abbreviato 62 imputati dei 78 rinviati a giudizio a pene fino a 16 anni di reclusione, quasi cinque secoli totali di carcere. 24 le condanne per 416 bis, associazione mafiosa. Accolta la tesi dei pm Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane: in Lombardia c’è stata un'alleanza tra ‘ndrangheta, mafia e camorra in nome degli affari. Le tre organizzazioni criminali, come emerso dalle indagini, avevano capito che in Lombardia senza farsi la guerra c’è spazio per tutti. Il giudice, che ha letto la sentenza nell'aula bunker del carcere di Opera, ha riconosciuto la contestazione principale della Procura diretta da Marcello Viola, ovvero l'associazione mafiosa "costituita da appartenenti alle tre diverse organizzazioni" criminali. In Lombardia le tre mafie avevano deciso di mettersi insieme, ciascuna con la propria specificità, per fare business, “autorizzate dalle case madri a spendere il brand criminale di Cosa Nostra, della Camorra o della ‘Ndrangheta” ha detto la pm Cerreti durante la requisitoria. “So che può dare fastidio a qualcuno, ma Milano è un contesto mafioso né più né meno di come può esserlo la Calabria. Fin quando non avremo consapevolezza, non faremo passi avanti”. Dell’importanza di questa inchiesta, Hydra, Roberto Maggioni ne ha parlato con Andrea Carni, ricercatore, che insieme a Nando dalla Chiesa ha scritto il libro “Mafia ed economia. Il rischio criminale in Lombardia”.

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