Milano, ancora sfruttamento nei grandi marchi della moda: “Imprenditori indifferenti” accusa la Procura

Nuova inchiesta della procura di Milano sullo sfruttamento nella moda. Coinvolti i marchi Aspesi e Paul&Shark. Le ditte titolari, la Dama e la Alberto Aspesi, per cui è stato chiesto il controllo giudiziario urgente, sono accusate di sfruttamento del lavoro, per essersi servite di opifici cinesi nel milanese, dove per pochi centinaia di euro si lavorava tutti i giorni, fino a 14 ore.
I due amministratori indagati, Francesco Umile Chiappetta e Andrea Dini, cognato del presidente della regione Lombardia Attilio Fontana, sono oggetto di accuse molto pesanti ed è contestato loro il dolo: pur a fronte di audit e visite nelle aziende cinesi cui appaltavano il confezionamento dei capi, si legge nelle carte, i due imprenditori verificavano la qualità del prodotto ma erano ciechi e indifferenti alle condizioni di sfruttamento. Gli imprenditori cinesi delle ditte in appalto reclutavano i connazionali in stato di necessità e spesso senza documenti, 46 gli operai coinvolti che vivevano dentro le fabbriche dove mancavano le minime condizioni di sicurezza e igiene. C’era anche un cartello, scritto in cinese: “Orario di lavoro 8-22”. Agli inquirenti gli operai hanno ripetuto una formula cui erano stati evidentemente istruiti, che lavoravano solo 4 o 5 ore, che una parte dei soldi arrivava in contanti. Ma non tutti: qualcuno ha ammesso quali erano le reali condizioni e orari di lavoro. Il resto lo ha fatto l’ispezione delle aziende, a GArbagnate Milanese. Sotto accusa è tutta la filiera: l’ordinanza parla di cultura di impresa che ha favorito gli illeciti, di prassi radicata e collaudata per aumentare i profitti, di esternalizzazioni usate come strategia, di codici etici usati come cosmetica, di normalizzazione dello sfruttamento. Le carte sono corredate dalle foto dei locali fatiscenti dove gli operai erano costretti a vivere ed a mangiare, un vero pugno nello stomaco. Non è la prima indagine del Pm Storari che riguarda la filiera dei grandi marchi della moda. Una lista lunga: Martini, Armani, Valentino, Dior, Tod’s, oltre alla richiesta di documenti a Missoni, Adidas, Yves Saint Laurent, Givenchy, Ferragamo, Versace, Gucci, Pinko, Prada, Dolce&Gabbana. A evidenziare una sistemica opacità delle filiere. Il governo ha cercato di introdurre una sorta di scudo penale, accusando la procura di mettere in cattiva luce uno dei settori di punta del made in Italy. Per ora non è passato. E anche in altri luoghi, come Prato, nel distretto tessile il sindacato punta a responsabilizzare la testa della filiera, che non può non sapere, o ignorare, in quali condizioni vengano prodotti accessori e capi poi rivenduti a centinaia se non migliaia di euro.
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