Russia e alleati: dal mito di Suez al pragmatismo che isola l’Iran

La Russia ha costruito la sua fama di paladina del “Terzo Mondo” esattamente 70 anni fa. Nell’ottobre del 1956, Mosca intimò alla coalizione israelo-franco-britannica di ritirarsi dal Canale di Suez – appena nazionalizzato dall’Egitto – minacciando un intervento militare dell’Armata Rossa. La minaccia ebbe successo, complici le forti pressioni degli Stati Uniti sui propri alleati: fu così che Francia e Gran Bretagna subirono l’umiliazione diplomatica imposta dalle due superpotenze dell’epoca.
Tuttavia, la storia recente ci restituisce l’immagine di una Russia disposta ad abbandonare i suoi alleati più stretti nel momento del bisogno. Gli esempi si rincorrono nei decenni: l’Iraq di Saddam Hussein (1991 e 2003); la Serbia di Milosevic (1999); la Siria di Assad (2024); il Venezuela di Maduro e l’Iran degli ayatollah negli ultimi due mesi.
Nonostante anni di stretta cooperazione tra Mosca e Teheran, la reazione russa alle recenti crisi si è limitata a sterili dichiarazioni diplomatiche, priva di qualsiasi supporto politico o militare concreto.
Mosca ha mantenuto un atteggiamento distaccato sia durante le tensioni tra Iran e Israele dello scorso anno, sia in occasione degli attacchi americani agli impianti nucleari iraniani.
Eppure, l’Iran ha giocato un ruolo cruciale negli ultimi anni, fornendo alla Russia i droni Shahed necessari per il conflitto in Ucraina.
Secondo il sito Politico.com Putin intravede precise opportunità in questa instabilità. Denunciando le violazioni del diritto internazionale da parte degli Stati Uniti, il Cremlino tenta di giustificare la propria linea dura contro l’Occidente.
Inoltre, l’isolamento internazionale dell’Iran è strategicamente vantaggioso per la Russia: una Teheran emarginata permette a Mosca di controllare una fetta più ampia del mercato energetico. Per le casse dello Stato, logorate da quattro anni di guerra in Ucraina, l’impennata del prezzo del barile rappresenta una vera e propria “manna dal cielo”.
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