Guerra in Medio Oriente. Come e quanto resisterà l’Iran?

È ovviamente una delle domande che tutti si fanno. Fino a quando resisterà l’Iran? Fino a quando Teheran sarà in grado di rispondere agli attacchi di Stati Uniti e Israele? E come sta funzionando la rete di comando della Repubblica Islamica in un momento così delicato e sotto una tale pressione militare?
Come abbiamo già ricordato, l’Iran si stava preparando a questo momento da lungo tempo, come minimo dalla guerra della scorso giugno, quella durata 12 giorni e dopo la quale Trump disse di aver messo fuori uso il programma nucleare iraniano. Per prepararsi a questo momento gli ayatollah hanno creato una struttura tale in grado di funzionare anche in assoluta emergenza. Una struttura statale ma soprattutto militare, con a capo i Guardiani della Rivoluzione, da sempre l’elite militare del Paese, alle dirette dipendenze della Guida Suprema e non dei vertici militari.
Come per la dimensione politica e religiosa – e in Iran le due cose stanno insieme – anche per la dimensione militare il piano di emergenza prevede un passaggio di poteri automatico, una rete di successione immediata, nel caso in cui una figura chiave venga uccisa. Da qui per esempio la nomina di un triumvirato dopo la morte della guida suprema, Ali Khamenei, sabato scorso. Ma il piano prevede anche una marcata decentralizzazione del sistema militare. In sostanza le forze armate, non solo i Guardiani della Rivoluzione, sono divise in tante unità, con molteplici centri di comando, che da un certo punto in avanti soprattutto per determinate scelte possono agire in autonomia.
Una struttura pensata anche per evitare continue comunicazioni con il rischio di essere tracciati dall’intelligence nemica.
Questa decentralizzazione, suggeriscono alcuni analisti, potrebbe anche spiegare il lancio di droni e missili sui paesi del Golfo su obiettivi non militari. In sostanza potrebbe spiegare l’apparente mancanza, è solo un’ipotesi ovviamente, di una strategia precisa. A meno che la strategia non sia quella di creare il caos nella regione.
Americani e iraniani stanno bombardando pesantemente l’Iran. La Repubblica Islamica sta lottando per la sua sopravvivenza, che sarebbe la sua vittoria. Ma finora appunto sta resistendo.
Lo stesso capo di stato maggiore americano, il Generale Caine, ha detto che la guerra sarà ancora lunga. Nonostante le dichiarazioni trionfalistiche a Washington sanno che non sarà tutto facile.
Lo stesso Trump negli ultimi giorni sembra aver abbandonato l’idea di un cambio di regime. Alcuni funzionari occidentali – citati da alcuni media internazionali – fanno notare un calo nel numero di missili lanciati da Tehran sugli altri paesi della regione.
L’Iran ne avrebbe già usati diverse centinaia e secondo analisi e ricerche militari ne avrebbe ancora alcune migliaia, al massimo 5/6 mila. I servizi israeliani dicono meno. Di sicuro la quantità di munizioni è importante. Anche perché è impensabile che russi e cinesi riescano a farglieli arrivare in queste condizioni. E anche perché Tehran ne ha mandati molti agli Hezbollah libanesi e agli Houthi dello Yemen. Diverso il discorso per i droni, visto che gli iraniani sono grandi produttori di droni militari. Ma anche qui la produzione non potrà essere infinita. Quindi vertici politici e militari che cambiano, armi che vanno centellinate, e difese militari messe progressivamente fuori uso dai bombardamenti.
E c’è poi un altro fattore, quello della tenuta interna del sistema rispetto alla società iraniana. Anche se Trump, dicevamo, non parla quasi più di cambio di regime. L’ulteriore centralità dei Guardiani della Rivoluzione vuol dire anche nessuno spazio per il dissenso, che al momento non si vede. Non sembrano esserci proteste e manifestazioni. E sappiamo dell’assenza di un’opposizione pronta a prendere il potere e il controllo del Paese.
Oggi alcuni media americani sostengono che la CIA stia valutando l’opzione di armare una possibile opposizione interna a partire dai curdi iraniani, al momento nascosti in Iraq – Tehran ha anche bombardato le loro postazioni. Lo stesso Trump avrebbe parlato con alcuni leader curdi, ma il piano militare non sembra in fase avanzata. Alcuni iraniani, lo abbiamo visto nelle manifestazioni delle scorse settimane, sono disposti a tutto. Ma l’Iran non è l’Iraq, non è la Siria, non è la Libia. Lo scenario della guerra civile non sembra finora un’opzione credibile.
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