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Mattia Battistetti, morto sul lavoro a 23 anni e nessuna giustizia. L’intervista alla madre

18 marzo 2026|Massimo Alberti
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Avere giustizia per chi muore sul lavoro è un’impresa davvero improba: i processi sono lunghi e complessi, così come le indagini, e rende difficile dimostrare cause ed effetti. Manca una preparazione specifica nella magistratura, spesso la disparità di forze tra un’azienda e i familiari di un lavoratore diviene incolmabile. E quando la prescrizione non chiude tutto, le condanne rare e spesso lievi. L’assenza di un reato specifico di omicidio sul lavoro e di una procura nazionale dedicata, sono un ulteriore ostacolo. Il tribolato processo per la morte di Mattia Battistetti rientra in questo contesto.

Mattia Battistetti è stato travolto da un carico di materiale edile sganciatosi da una gru in un cantiere di Montebelluna, il 29 aprile 2021, a 23 anni. Un altro operaio si salvò per un pelo, rimanendo “solo” ferito. La sentenza di primo grado è arrivata oggi, dopo 5 anni, al tribunale di Treviso. Il Pubblico Ministero aveva chiesto 15 anni complessivi di carcere per i 6 imputati, ma l’impianto dell’accusa è stato smentito dalla sentenza: 3 condanne e tre assoluzioni, con una particolarità: gli assolti sono le figure apicali, i condannati lavoratori con ruoli minori.

Assolti il titolare della ditta per cui Mattia lavorava, il responsabile del cantiere, e il titolare della ditta che aveva montato la gru. Condannati invece ad un anno e mezzo tre lavoratori: il coordinatore della sicurezza in cantiere, l’RLS della ditta, e un altro lavoratore che era con Mattia sul ponteggio. Le perizie avevano ricostruito che la gru non era stata revisionata, e che era stata fissata in qualche modo. “Quel che è successo è il minimo”, dice ai nostri microfoni Monica Michielin, la madre di Mattia. Una sentenza difficilmente spiegabile per lei e per il legale della famiglia, che ora attende le motivazioni per poter ricorrere in appello.

La vicenda di Mattia Battistetti è diventata una delle tante storie simboliche della violenza che i lavoratori subiscono nei luoghi di lavoro, e della strage che vi si compie: l’anno scorso al primo maggio Monica era a parlare dal palco del primo maggio, oggi ad attendere la sentenza c’erano lavoratori e sindacalisti da tutta Italia, che hanno accolto la sentenza al grido di “vergogna” e “giustizia”.

“Non cercavamo solo giustizia, ma rispetto e dignità per chi una voce non ce l’ha più” dice ancora Monica Michielin, che ha avuto la forza di trasformare il lutto in impegno civile e sociale, fondando un’associazione nel nome di Mattia la cui storia, nella forma di un dialogo madre-figlio, è raccontata in un libro, “Una farfalla che vola oltre”. “In un anno non ci ha mai avvicinato nessuno dei titolari delle ditte. In aula ci hanno persino detto che è andata bene che sia morto solo Mattia, ma non ci fermeremo, l’ho giurato sulla sua bara” dice ancora Monica.

Ascolta l’intervista di Massimo Alberti a Monica Michielin.

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