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L’offensiva della Monsanto in Nigeria

In Nigeria è in corso un conflitto che, oltre al valore economico enorme, si può definire anche simbolico e con ricadute pesanti sull’intero continente.

Il conflitto riguarda la Monsanto, multinazionale americana dell’agroalimentare, e una fetta consistente di società civile, un centinaio di organizzazioni di base alle quali fanno riferimento circa cinque milioni di persone.

Il colosso americano vuole introdurre in Nigeria mais e cotone transgenico, la società civile si oppone duramente tanto che si è arrivati a momenti di forte tensione con il governo federale che sembra intenzionato a concedere tutti i lasciapassare alla Monsanto. Non è un caso che la multinazionale faccia pressioni proprio adesso, in Nigeria ma anche in una buona parte dei Paesi africani. Una serie di contingenze economiche e politiche infatti sembrano favorevoli.

In primo luogo la crisi economica e il prezzo del petrolio caduto ai minimi storici. Per un Paese come la Nigeria, per esempio, è una catastrofe e la diversificazione è diventata un imperativo assoluto. In secondo luogo siccità e carestia che si abbattono su vaste porzioni del continente impongono di sviluppare un’agricoltura locale che sappia far fronte ai bisogni della popolazione senza dipendere dalle importazioni. Si tratta di fattori oggettivi che mettono in condizioni di grande debolezza molti Paesi.

La Monsanto lo sa e ha avviato la sua offensiva continentale. Gli oppositori nigeriani della multinazionale non temono tanto i danni alla salute che i semi transgenici potrebbero provocare, quanto la totale dipendenza, poi, dall’estero. Questa volta non più una dipendenza che, in momenti migliori, può essere revocata. La dipendenza dai semi diventerebbe “eterna”, una sorta di cappio al collo a meno di non diventare, a propria volta, produttore di sementi geneticamente modificate. Ma ci vogliono tecnologie e competenze che in Africa non ci sono.

La Monsanto peraltro sa molto bene che l’Africa dal punto di vista demografico sarà il continente che crescerà di più nell’intero pianeta. Ciò significa che avrà bisogno estremo di un’agricoltura intensiva, sicura, non intaccabile da batteri. E che diventerà ancora più dipendente e sottosviluppato, se i piani della Monsanto si realizzeranno.

  • Autore articolo
    Raffaele Masto
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    Come possiamo pensare di uscire da un lungo periodo di stagnazione dell’economia italiana, quando lo zero-virgola regna ancora incontrastato in alcune importanti statistiche italiane? Mi riferisco al dato pubblicato ieri dall’Istat nella “Nota sull’andamento dell’economia italiana”. A questo proposito l’Istat ci ha detto che nel terzo trimestre dell’anno scorso (tra luglio e settembre 2025) l’aumento del Pil italiano è stato dello….0,1% rispetto ai tre mesi precedenti (aprile-giugno 2025). Se guardiamo agli scambi commerciali con l’estero (import ed export) la crescita tra agosto e ottobre scorsi è stata dello 0,3% per le esportazioni e dello 0,2% per le importazioni. Nelle stesse ore in cui ieri l’Istat diffondeva i suoi dati nella nota congiunturale veniva pubblicato un altro documento – importante - di analisi della congiuntura: un report su lavoro e demografia redatto dal centro ricerche REF, autorevole centro di ricerche economiche milanese, diretto da Fedele de Novellis, ospite oggi a Pubblica.

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    “Justice for Palestine” ovvero un milione di firme in un anno per dire non vogliamo più l’accordo di Associazione con Israele, almeno finché non ci sarà il pieno rispetto dei diritti dei palestinesi. L’iniziativa è promossa da European Left Alliance, all’interno della piattaforma per le petizioni di “iniziativa dei cittadini europei” che rendono poi obbligatoria la risposta della Commissione a una richiesta che raggiunga le firme. Perché l’Europa non ha preso alcuna posizione significativa nei confronti del governo israeliano, anzi, pur essendo con 42 miliardi anno il principale partner commerciale di Tel Aviv. “Siamo sia il più grande importatore che esportatore verso Israele, abbiamo una grande leva, la politica commerciale: dovremmo condizionarla al rispetto dei diritti umani come in realtà prevederebbe proprio l’accordo di associazione”, sottolinea Giorgio Marasà Responsabile Esteri di Sinistra Italiana che aderisce.

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