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L’offensiva della Monsanto in Nigeria

In Nigeria è in corso un conflitto che, oltre al valore economico enorme, si può definire anche simbolico e con ricadute pesanti sull’intero continente.

Il conflitto riguarda la Monsanto, multinazionale americana dell’agroalimentare, e una fetta consistente di società civile, un centinaio di organizzazioni di base alle quali fanno riferimento circa cinque milioni di persone.

Il colosso americano vuole introdurre in Nigeria mais e cotone transgenico, la società civile si oppone duramente tanto che si è arrivati a momenti di forte tensione con il governo federale che sembra intenzionato a concedere tutti i lasciapassare alla Monsanto. Non è un caso che la multinazionale faccia pressioni proprio adesso, in Nigeria ma anche in una buona parte dei Paesi africani. Una serie di contingenze economiche e politiche infatti sembrano favorevoli.

In primo luogo la crisi economica e il prezzo del petrolio caduto ai minimi storici. Per un Paese come la Nigeria, per esempio, è una catastrofe e la diversificazione è diventata un imperativo assoluto. In secondo luogo siccità e carestia che si abbattono su vaste porzioni del continente impongono di sviluppare un’agricoltura locale che sappia far fronte ai bisogni della popolazione senza dipendere dalle importazioni. Si tratta di fattori oggettivi che mettono in condizioni di grande debolezza molti Paesi.

La Monsanto lo sa e ha avviato la sua offensiva continentale. Gli oppositori nigeriani della multinazionale non temono tanto i danni alla salute che i semi transgenici potrebbero provocare, quanto la totale dipendenza, poi, dall’estero. Questa volta non più una dipendenza che, in momenti migliori, può essere revocata. La dipendenza dai semi diventerebbe “eterna”, una sorta di cappio al collo a meno di non diventare, a propria volta, produttore di sementi geneticamente modificate. Ma ci vogliono tecnologie e competenze che in Africa non ci sono.

La Monsanto peraltro sa molto bene che l’Africa dal punto di vista demografico sarà il continente che crescerà di più nell’intero pianeta. Ciò significa che avrà bisogno estremo di un’agricoltura intensiva, sicura, non intaccabile da batteri. E che diventerà ancora più dipendente e sottosviluppato, se i piani della Monsanto si realizzeranno.

  • Autore articolo
    Raffaele Masto
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    Il sindaco di Isernia Piero Castrataro dorme dal 26 dicembre scorso in tenda, accampato davanti all’ospedale cittadino Ferdinando Veneziale. La protesta serve a chiedere risorse e iniziative alla regione Molise per rilanciare la struttura, visto che la desertificazione sanitaria avanza senza ostacoli. Secondo la pianta organica, al pronto soccorso dovrebbero esserci tredici medici. Invece ce ne sono solo quattro. In radiologia tre su dodici. L'ortopedia è al lumicino, altri reparti vanno a singhiozzo. Per mancanza di monitor funzionanti, solo cinque letti di cardiologia su dieci sono attivi. In queste condizioni, il ricorso ai gettonisti è quasi obbligatorio. Castracaro insiste e dice che finché non avrà risposte chiare non mollerà. La situazione in regione è peggiorata nel corso degli anni. La rete ospedaliera nel 2009 aveva quasi 1.800 posti letto e ora sono mille. Il peso della sanità privata invece si è moltiplicato: nel 2009 le imprese avevano il 10% dei posti letto, oggi circa il 40%. Mentre i cittadini vedevano sparire i reparti pubblici la sanità accreditata remunerata con soldi statali ha prosperato. Un piccolo (grande) esempio di come il servizio sanitario nazionale, introdotto in Italia nel 1978 dall’allora ministra della salute Tina Anselmi, si stia progressivamente sgretolando, a nord così come a sud. L'intervista di Cinzia Poli e Alessandro Braga al sindaco Piero Castrataro.

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