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Salvini non fermerà i migranti

Matteo Salvini

La linea dura di Salvini nel Mediterraneo ha il fiato corto. Non ci sono più le Ong ma i migranti continuano a partire esattamente come prima. Nessuna diminuzione, e la stagione è favorevole.

In Libia ci sono, secondo stime, dai 500mila al milione di potenziali migranti pronti all’imbarco. Sono una sorta di capitale, denaro sonante in mano ai trafficanti che, ovviamente non ci vogliono rinunciare. Ogni imbarco, a circa mille dollari a passeggero, li trasforma in denaro per le milizie libiche che controllano questo business. Per limitarlo o fermarlo i trafficanti vogliono più denaro di quanto ne guadagnerebbero imbarcandoli. Ecco perchè il flusso non diminuirà.

Salvini sarà perennemente alle prese con una nave, un peschereccio, un gommone che chiede un porto. Potrà continuare all’infinito a negarli. L’Europa non ne prende, lui non ha la forza di chiedere all’Austria, alla Francia, alla Svizzera di aprire le frontiere del Brennero, di Ventimiglia, di Como. L’Italia continuerà ad essere – per effetto del trattato di Dublino – un imbuto e del resto lui, Salvini, è alleato con tutti i governi di destra europei che vogliono che i migranti restino in Italia.

Insomma il Ministro dell’Interno ha lanciato una sorta di boomerang che prima o poi gli ritornerà indietro.
L’unica possibilità è adottare la cosiddetta “strategia Minniti“, cioè dare ai trafficanti più soldi di quanti ne guadagnerebbero facendo partire i barconi. Una strategia dai costi umanitari enormi e poi le milizie in Libia sono fluide: oggi sono forti e domani vengono sconfitte da altre che chiederanno altri soldi. Insomma il Mediterraneo continuerà ad essere solcato da migranti.

Matteo Salvini
Foto dal profilo FB di Matteo Salvini https://www.facebook.com/salviniofficial/
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    Raffaele Masto
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Bollorè fermato per sospetta corruzione

Vincent Bollorè

Vincent Bollorè, imprenditore miliardario, azionista di Tim, Mediaset e secondo azionista di Mediobanca, è stato fermato in Francia con l’accusa di aver corrotto funzionari pubblici stranieri.

Secondo i magistrati, il gruppo del magnate bretone avrebbe avrebbe usato la sua filiale pubblicitaria Havas per sostenere i leader di Guinea Conakry e Togo e ottenere in cambio la gestione dei porti di Conakry e Lomé, scali cruciali per il traffico marittimo di tutta l’Africa Occidentale dato che porti come Lagos, in Nigeria, e Abidjan, in Costa d’Avorio sono più complicati, il primo per la corruzione e la violenza, il secondo perché dieci anni di guerra civile lo hanno reso obsoleto. Anche in questo caso è Bollore che lo sta rimodernando. Già nel 2016, la sede del gruppo Bolloré Africa Logistics era stata oggetto di una perquisizione nell’ambito dell’inchiesta aperta nel luglio 2012.

L’Africa è Bollorè e Bollorè è l’Africa. L’Africa è il «territorio» di Bollorè. In tutto il continente non si contano le concessioni, le grandi opere, i mega investimenti del gruppo che ha praticamente influenzato, con le sue enormi capacità finanziarie, la politica, l’economia. Le relazioni (economiche, commerciali, di potere) tra la Francia e l’Africa, la cosiddetta «FrançAfrique», è in qualche modo il frutto degli interventi di Bollorè in Africa.

«FrançAfrique» è il legame stretto che la vecchia Madre Patria ha mantenuto con le ex colonie africane anche dopo la fine del colonialismo. Un lascito politico che Parigi ha perseguito e applicato in Africa con il contributo di politici e imprenditori. Il principale, il capo fila è stato Bollorè.

Oggi si scopre, e del resto in molti lo sospettavano, che probabilmente quel rapporto non sempre si è giocato con regole lecite. Il caso della Guinea e del Togo è probabilmente un esempio di quelli che sono state le relazioni della FrancAfrique. In cambio del sostegno del potente gruppo francese i presidenti potevano agilmente pagarsi campagne elettorali e avere dalla loro parte Parigi. Ma dovevano concedere appalti, diritti di sfruttamento e di commercializzazione. I benefici erano chiari: i presidenti potevano rimanere al potere e la Francia otteneva commesse. Commesse che vogliono dire lavoro, occupati, flusso di capitali in patria. Ora sembra che i magistrati abbiano alzato il coperchio.

Vincent Bollorè
Foto da Facebook
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    Raffaele Masto
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Nuovo governo: a Salvini prudono le mani

A Salvini prudono le mani. Sente odore di governo e, come premier, ministro dell’interno o cos’altro, dovrà dare seguito a tutte le roboanti promesse fatte in campagna elettorale: abolizione della legge Fornero, flat tax, blocco navale per i migranti, rimpatri…

Tutti temi caldi, questioni complesse alle quali Salvini, nelle promesse elettorali, ha dato risposte semplici. Infatti il populismo è proprio questo: risposte semplici a problemi complessi. Eppure ora qualcosa dovrà fare. E quasi certamente qualcosa farà sul tema immigrazione sul quale ha di fronte una parte debole, senza rappresentanza: i migranti, appunto. Può colpire, ma come?

Aveva promesso 10mila rimpatri al mese per rispedire a casa quei 600mila clandestini che, secondo lui, delinquono sul nostro territorio e abbassano i livelli di sicurezza degli autoctoni. Ma i rimpatri prevedono un costo – in termini economici, logistici e politici – difficili da affrontare: ci vogliono rastrellamenti, infiltrati, operazioni di polizia per individuarli, processo, testimoni, giudici, galere. Poi bisogna sapere di che nazionalità sono e dato che non hanno documenti si possono spacciare per provenienti da qualunque paese. Poi per rispedirli in quella nazione ci vuole il consenso di quella nazione. E poi ci vogliono biglietti aerei, accordi con le compagnie e agenti che li accompagnino… un po’ troppo.

A Salvini non resterà che bloccare gli arrivi. Già fatto!

Lo ha fatto Minniti. E lo ha fatto bene, con professionalità poliziesca. Peccato che poi, in corso d’opera, sono cambiate le bande che controllavano il territorio e alle quali l’Italia, attraverso al Sarraj aveva fatto arrivare copiosi compensi.
Salvini dovrà ricominciare da qui: ricacciare in Libia, nei lager della Libia, i migranti che sognano l’Europa. Lui è la destra, lo hanno votato. Si può anche permettere di fregarsene dei diritti umani. Insomma, qualcosa deve fare…

Europee: Salvini, voto a Pd o Fi è la stessa cosa

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    Raffaele Masto
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Zimbabwe, la democrazia può attendere

Il nuovo presidente dello Zimbabwe Emmerson Mnangagwa ha nominato i membri del suo governo: ci sono le principali fugure militari del paese, quelli di più alto livello, gli storici membri delle forze armate che si sono aggiudicati i più importanti posti di potere.

Tra questi Sibusiso Moyo, eminenza grigia dei militari è il nuovo ministro degli Esteri. L’attuale capo dell’aviazione, Perence Shiri, è stato nominato ministro dell’Agricoltura. Restano al loro posto di potere personaggi come Costantino Chiweke, che da capo dell’esercito ha guidato la rivolta contro Mugabe. Il vecchio dittatore che aveva designato alla successione la moglie Grace.

E’ lei, una donna, ambiziosa e avida, che ha spaventato a morte tutti i bellimbusti con i petti pieni di mostrine che in queste ore si apprestano a ricoprire cariche politiche dalle quali potranno continuare a fare ciò che hanno sempre fatto con Mugabe.

Tutti personaggi che in questi anni hanno fatto per lui il lavoro sporco: hanno represso, imprigionato, occultato qualunque protesta o contestazione e hanno fatto sparire chiunque avesse l’ardire di criticare.

Continueranno così. Continueranno a fare soldi controllando il traffico di diamanti, di cui il paese è ricco. Continueranno a fare affari con imprenditori pubblici e privati cinesi che ormai hanno il quasi monopolio delle materie prime del paese.

Emerson Mangawa era il vice presidente, potenziale successore nella continuità di Mugabe che ormai svolgeva il ruolo di fantoccio di un regime corrotto nelle sue pieghe più intime.

Oggi spetta a lui, il nuovo Presidente, vigilare perchè tutto continui come prima. La democrazia può aspettare e con la democrazia possono aspettare i sedici milioni di zimbabwani che hanno festeggiato per l’uscita di scena del vecchio dittatore.

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    Raffaele Masto
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Zimbabwe: al peggio non c’è mai fine

Siamo alla fine della sceneggiata del penoso balletto per il potere in Zimbabwe che dura ormai da una settimana. Robert Mugabe, a sorpresa in un discorso televisivo non si è dimesso, come tutti si attendevano. Pare lo faccia a breve, almeno così dice la Cnn e altre fonti giornalistiche. Il vecchio presidente ha ottenuto piena immunità per se stesso e per la moglie Grace.

Le dimissioni di Mugabe, o almeno il suo impeachment, o almeno un ordine del tribunale che lo accusi di usurpazione del potere e gli imponga di uscire di scena, sono essenziali per il gruppo di militari che ha voluto accelerare la successione al potere. Senza l’Unione Africana, che non può approvare un golpe, sarebbe obbligata a non riconoscere il nuovo regime. Invece la cricca di militari che ha preso il potere ha assolutamente bisogno che sul Paese calino il silenzio e la legittimità internazionale per poter continuare a fare affari su un paese ridotto alla fame, in preda ad una crisi economica disastrosa e senza sbocchi.

Al di là del modo in cui si concluderà la vicenda non si può non riconoscere che Mugabe è ormai fuori gioco, soprattutto per la sua età. Ma soprattutto è fuori gioco la moglie Grace, 52 anni, che nella sceneggiata di questi giorni è stata completamente assente e che era il vero obiettivo dei golpisti che temevano, come voleva il marito, che prendesse il potere.

I vincitori sono senza dubbio la cricca di militari che ha sostenuto Mugabe fino ad oggi e che si sono arricchiti come lui e forse ancora di più. Sono una vera e proprio banda di gangster. Il capo dell’esercito Costantino Chiweke, il vice presidente Emerson Msangawa, il capo dei veterani di guerra Mutsvangwa. Questi gli uomini che per Mugabe hanno fatto il lavoro sporco da quando il vecchio presidente è al potere.

L’attrice di questa sceneggiata è Grace Mugabe, il vero obiettivo del golpe. Lei ha conti milionari a Singapore e ha speso con grande disinvoltura denaro dello stato per propri interessi personali. A Parigi, in una sola giornata di shopping, ha fatto fuori 140mila euro. Qualche settimana fa era stata arrestata in Sudafrica con accuse di violenze verso una commessa.

Altro attore è il popolo dello Zimbabwe. In questi giorni è stato l’attore meno apparso in scena, quasi nemmeno una comparsa. Eppure le vicende di queste ore vengono pagate soprattutto dai circa 16 milioni di abitanti di questo paese.

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    Raffaele Masto
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Roma, i migranti e la coscienza sporca dell’Italia

L’Italia si è messa in pari. Si diceva che facevamo un buon lavoro in mare, con i salvataggi, ed eravamo incapaci nell’accoglienza. Con il piano Minniti, adesso, respingiamo i migranti in mare e anche sulla terra ferma.

Anzi, sulla terra ferma li picchiamo. E per ribadire che l’Italia non ha più contraddizioni, in Piazza Indipendenza, a Roma, abbiamo mostrato di cosa siamo capaci. Lo abbiamo mostrato a immigrati etiopi ed eritrei ai quali abbiamo dovuto concedere lo status di rifugiati politici, non per bontà, beninteso, ma perché nessuno ne ha più diritto di loro.

Eppure etiopi ed eritrei avrebbero più di una ragione per chiedere – loro a noi – non uno straccio di permesso per stare sul nostro territorio, ma un indennizzo storico. L‘Eritrea è una creazione italiana, è stata la nostra prima colonia e abbiamo mandato migliaia di ascari eritrei a morire in battaglia per le nostre conquiste coloniali.

In Etiopia ci siamo macchiati di una delle peggiori nefandezze belliche di tutti i tempi, un primato italiano: l’abbiamo conquistata con i gas nervini e per controllarla abbiamo compiuto a ripetizione vergognosi massacri.

Poi finito il colonialismo abbiamo mantenuto al potere, in quei paesi, dittatori impresentabili, ma che ci concedevano le loro basi, che facevano da bastione contro l’islamismo per conto nostro, che consentivano di fare lavorare le nostre grandi imprese.

Non c’è da stupirsi se migliaia di giovani hanno voluto fuggire da quei paesi. Eppure noi, che siamo una delle fonti dei loro guai, non li abbiamo accolti. Basta ricordare un naufragio simbolo, quello del 3 novembre 2013 quando 300 migranti morirono inghiottiti dal mare vicino a Lampedusa. Erano tutti eritrei. E prima e dopo in mare ne sono morti ancora tanti.

Insomma, un tempo spezzavamo le reni, oggi le braccia, come dice un poliziotto che ordina la carica in piazza Indipendenza. Le vittime sono sempre le stesse.

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    Raffaele Masto
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Libia: le minacce alle ong, il ruolo dell’Italia

Con l’uscita di scena di Medici Senza Frontiere non c’è più nessuno, nel Mediterraneo, che salva i migranti. La strategia Minniti era proprio questa.

Di fatto l’Italia si è creata il suo muro anti-migranti, un vero e proprio muro come quello dell’Ungheria di Orban, dell’Austria al Brennero e della Francia a Ventimiglia. L’Italia si è convertita dunque alle politiche di chiusura dell’Europa. Ora i salvataggi nel Mediterraneo verranno compiuti dalle nostre motovedette.

Si, le nostre ma quelle che il governo Gentiloni e il ministro Minniti hanno regalato alla Libia. Beniteso, alla Libia dell’uomo che in Libia conta meno, il premier di Tripoli Sarraj.

E i migranti “salvati” (ed è proprio il caso di mettere questa parola – “salvati” – tra virgolette) finiranno ancora nei centri di detenzione libici da dove son partiti, Come in un tragico gioco dell’Oca torneranno alla partenza, in questi centri che non si può definire in altro modo che Lager, magari a marcirvi per anni, magari dopo mesi di viaggio e di soldi spesi e guadagnati con un lavoro da schiavi.

E’ chiaro che in queste condizioni la rotta del Mediterraneo andrà in disuso e l’Italia potrà esultare per la sua lungimirante strategia.

Ma i migranti, come insegna la storia, non li ferma nessuno ed è chiaro che verranno cercate nuove rotte, più lunghe e pericolose. Ed è chiaro che ci saranno più morti.

Ecco, per chi non avesse capito queste sono le probabili conseguenze della strategia del governo italiano.

 

 

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    Raffaele Masto
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Le regole del blocco navale in Libia

La frase chiave è del ministro Pinotti: “la missione non è un blocco navale, ma consiste nel supporto logistico e tecnico alle forze libiche”. Perchè facciano il lavoro sporco, aggiungiamo noi.

In sostanza l’operazione italiana punta limitare i flussi favorendo e supportando le forze libiche in mare. cioè facendo in modo che siano loro a fermare i barconi o i gommoni che si staccano dalle coste, che lo facciano presto, possibilmente in acque territoriali libiche. Le navi italiane, provviste di tecnologia, di sistemi di avvistamento e radar moderni segnaleranno le barche ai libici che svolgeranno, appunto, il lavoro sporco.

Le regole di ingaggio, dunque, sono quelle di Frontex, o meglio delle navi italiane che partecipano a Frontex: controllo delle frontiere marittime. Non c’è bisogno d’altro. Naturalmente le navi italiane potranno rispondere al fuoco nel caso ciò accada, e non potranno far scendere a terra militari.

Di fatto la missione rende effettivamente più difficili gli sbarchi e, in prospettiva, potrebbe anche imporre a trafficanti e migranti di individuare nuove rotte. Se quella mediterranea si fa troppo difficile la domanda potrebbe crollare e rivolgersi, per esempio, alla rotta che passa dalle Canarie, in disuso perchè più pericolosa e più lunga.

La parte più criticabile di questa missione sono i costi umanitari. Riportare i migranti in Libia significa far perdere loro mesi e mesi di viaggio, costato fior di dollari in molti casi, e significa finire in uno dei famigerati centri per migranti in Libia: ce ne sono 34, di fatto sono centri di detenzione.

Il governo, inteso come al Sarraj, ne gestisce 24, mentre i restanti sono controllati dalle amministrazioni locali, praticamente le varie milizie. ci sono però diversi campi di detenzione non ufficiali diretti, anche in questo caso, dai gruppi armati che considerano i migranti ostaggi da liberare dietro riscatto e il cui numero è ignoto.

Gli osservatori internazionali hanno accesso a solo la metà dei centri e solo a quelli riconosciuti. Sugli abusi e le violazioni compiuti in questi centri le testimonianze sono ormai tante.  

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    Raffaele Masto
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Yemen, l’epidemia di colera peggiore al mondo

In Yemen è in corso la peggiore epidemia di colera del mondo. L’allarme è stato lanciato dall‘Unicef che parla di numeri allarmanti.

E i numeri fanno effettivamente paura. Almeno 200mila casi sospetti che aumentano ad una pazzesca media di cinquemila al giorno. In soli due mesi, il colera si è diffuso in quasi tutti i governatori del paese. I morti sono già 1300, di cui un quarto sono bambini. secondo le stime i morti dovrebbero aumentare nei prossimi giorni in modo esponenziale, come avviene, di solito nella fase di crescita di una epidemia.

A rendere questa epidemia micidiale c’è il fatto che lo Yemen è devastato da una guerra che non sembra avere soluzioni diplomatiche. Di fatto si tratta di un conflitto per procura tra i due giganti della regione: Iran e Arabia Saudita. La rottura di quest’ultimo paese con il Qatar rende la guerra ancor più difficile da fermare.

Di fatto è proprio il conflitto a fare da effetto moltiplicatore della diffusione del batterio. L’allarme lanciato dall’Unicef è stato sottoscritto anche dal Direttore generale dell’Oms Margaret Chan: “Se non verrà fermata la guerra e se non arriveranno aiuti immediati la situazione potrebbe sfuggire ad ogni controllo”.

Al momento però queste due condizioni rischiano di non essere soddisfatte: la guerra, come detto, non ha soluzioni diplomatiche e con il conflitto in corso i convogli con vaccini, medicine, aiuti alimentari e acqua potabile non possono viaggiare.

Un’intera generazione di bambini potrebbe essere condannata.

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    Raffaele Masto
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Nasce un nuovo paese, si chiama Refugiandia

Giornata Mondiale del Rifugiato. Ormai la si celebra con una certa ritualità. I temi con cui la si ricorda sono sempre gli stessi. Quest’anno torneremo a dire che i rifugiati non sono mai stati così tanti, circa sessanta milioni in tutto il mondo, cioè un intero paese di medie proporzioni, per esempio l’Italia.

Se tutti insieme avessero una terra farebbero una nazione: certamente una nazione accogliente, perché sanno cosa vuol dire lasciare il proprio paese, le proprie case, gli affetti magari di corsa perché arriva la guerra, con poche cose, quelle che possono stare “appese” al proprio corpo, nelle tasche consunte di abiti che vanno in pezzi.

Sicuramente farebbero una nazione che “ripudia la guerra”, ma che la ripudia veramente. Si, perché sanno bene che si diventa rifugiati soprattutto a causa della guerra. Non solo: oggi le guerre moderne non uccidono in maggioranza combattenti, soldati, militari. No, uccidono civili, spesso i più indifesi, i più fragili come gli anziani, i bambini, le donne gravide. E poi sanno bene che in queste maledette guerre moderne loro sono praticamente usati, diventano un arma in più in mano a una delle parti in guerra, magari la stessa che li ha fatti fuggire. Si, perché ad avere rifugiati e profughi sulla propria terra significa ottenere aiuti umanitari, cibo, acqua, abiti che le autorità (cioè una delle parti belligeranti) devono distribuire. Risultato: i combattenti non avranno mai fame, i rifugiati quasi certamente sì.

E poi avere rifugiati sul proprio territorio dà la possibilità di usarli come un ricatto, oppure come ostaggi, magari chiedendo riscatti (concessioni politiche, territoriali o altro). Insomma, i rifugiati sono un business, producono ricchezza, in termini di denaro o in politica.

E infine i rifugiati, i loro campi organizzati o improvvisati sono immensi serbatoi di migranti potenziali. Quei migranti che fanno tanta preoccupazioni ai politici europei che progettano muri, che inventano regole, leggi e centri. Magari gli stessi che dalle guerre traggono vantaggi, o che attraverso le guerre ipotizzano equilibri a loro più favorevoli.

In mezzo i migranti, ignari, inconsapevoli, finiti negli ingranaggi infernali di una macchina spietata che oggi celebra la loro condizione.

Questo articolo è stato pubblicato originariamente sul blog Buongiorno Africa

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    Raffaele Masto
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La catastrofe umanitaria più grave del Pianeta

Le Nazioni Unite hanno diffuso un rapporto sul Sud Sudan. Tra gli altri dati drammatici, denuncia almeno due milioni di bambini profughi e rifugiati.

In Sud Sudan è in corso una guerra civile scoppiata solo due anni dopo il referendum con il quale il Paese otteneva l’indipendenza dal Nord dopo una lunghissima guerra civile.

Oggi, visti i numeri diffusi dall’Onu, i responsabili di questo conflitto dovrebbero essere inquisiti dalla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra. Non lo sono perché in gioco ci sono ingenti risorse: i ricchi giacimenti petroliferi e l’utilizzo della preziosa acqua del fiume Nilo.

Il risultato di tutto questo è drammatico: milioni di profughi, di rifugiati e di sfollati interni, almeno diecimila morti, secondo una stima realizzata assolutamente per difetto, migliaia di bambini reclutati per la guerra, una economia praticamente azzerata, margini per un compromesso quasi nulli e dunque un conflitto che a breve non ha prospettive di essere fermato.

Quella del Sud Sudan è una crisi totale, indubbiamente la più grave catastrofe umanitaria del Pianeta.

Sono saltati almeno una ventina di accordi di cessate il fuoco segno che i due rivali – il presidente Salva Kiir, e il suo nemico ed ex vicepresidente Riek Maciar – non hanno nessuna intenzione di cedere. Per entrambi è una lotta di potere e per entrambi il potere è totale o non è, non contempla una divisione dei poteri.

Entrambi hanno trasformato questo conflitto in una guerra etnica, Salva Kiir ha armato i suoi Dinka e Riek Maciar i suoi Nuer. Dinka e Nuer sono le principali etnie del Paese e avere innescato la guerra etnica equivale all’uso di armi di distruzione di massa: le divisioni e l’odio tra Dinka e Nuer continueranno infatti a produrre violenze anche quando (se mai accadrà) la guerra terminerà.

Insomma, purtroppo, le cifre di bambini travolti dalla guerra diffuse dagli ultimi rapporti Onu rischiano di essere cifre intermedie di una catastrofe che non potrà che diventare sempre più grave.

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    Raffaele Masto
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Accuse continue, ma dove sono le prove?

La polemica sulle Ong del mare, dopo almeno una settimana dalle ultime dichiarazioni del procuratore di Catania che l’ha aperta, continua. Con danni incalcolabili sulla immagine delle Ong, sulle loro entrate economiche, cioè le donazioni, piccole o grandi, che consentono loro di operare e, di conseguenza, con danni incalcolabili in vite umane, quelle che si perdono in mare perché non ci sono navi per soccorrere i naufraghi.

La polemica continua eppure continua a non esserci nulla di concreto. Strano Paese il nostro. Strano modo di fare politica dove si può dire tutto e il contrario di tutto impunemente, anche quando i dati concreti dicono il contrario.

Strano Paese quello in cui un magistrato si può permettere di lanciare pesanti accuse annunciando prove che non ci sono. Non ci sono a distanza di giorni dal suo annuncio al quale intanto i media, diversi media e tra i più autorevoli, hanno dato un credito, e uno spazio, degno di miglior causa.

La polemica sulle Ong fa parte del grande capitolo immigrazione e anche qui si può dire tutto, anche a fronte di dati – cifre, oggettive, divulgate da fonte inattaccabile – che imporrebbero ben altra posizione, soprattutto da parte di alcuni politici.

Per esempio si continua a parlare di invasione dell’Italia da parte dei migranti. I dati: 181mila arrivi nel 2016, un record, è vero. Ma il dato precedente era di 176mila. Su ben 60 milioni di abitanti in Italia, meno dello 0,2 per cento.

La popolazione di stranieri nel nostro Paese è di circa 5 milioni di persone. Ed è a questo livello da sempre. Nel 2016 la popolazione italiana è cresciuta di striminzite 11mila unità grazie agli stranieri. Se non ci fossero stati saremmo in decrescita.

Eppure, nonostante questi dati oggettivi, la narrazione di alcuni politici – basta sentire le prese di posizione del M5S – è che siamo invasi. E il Mediterraneo è solcato da navi di criminali che favoriscono questa invasione. Ci sono le prove, lo dice un inappuntabile magistrato.

Insomma, basta. Qualcuno deve mettere fine a tutto questo.

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    Raffaele Masto
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Perché le Ong danno fastidio a Frontex?

Dura reazione di Medici senza Frontiere alle accuse di avere contatti con i trafficanti libici. L’organizzazione medico-umanitaria si è detta indignata per quelli che ha definto i “cinici attacchi al lavoro delle Ong nel Mediterraneo. Accuse che hanno visto nelle ultime ore un crescendo di veleni e false accuse”.

L’organizzazione ha poi annunciato che “valuterà in quali sedi intervenire a tutela della propria azione, immagine e credibilità”.

Ad avanzare accuse alle Ong sono stati anche alcuni esponenti del Movimento 5 stelle, in particolare Di Maio e – oggi – anche Beppe Grillo sul suo blog, oltre al procuratore di Catania Carmelo Zuccaro.

Il magistrato di Catania accusa, ma non formula nessun capo di imputazione. Non è la prima volta che parla e, seppure non ci siano capi di imputazione, viene ripreso abbondantemente dai media. L’ultima proprio ieri con La Stampa che ha dedicato due pagine – la due e la tre – e un richiamo in prima.

Il fatto è che dietro a questa vicenda sembra esserci uno scontro tra Frontex – la missione voluta dall’Europa nel Mediterraneo, da svolgersi rigorosamente nelle acque territoriali e senza sconfinare oltre, per fermare i migranti – e la filosofia che sta dietro a Mare Nostrum, che invece aveva come compito quello di intercettare i migranti e portarli in salvo.

Oggi nel Mediterraneo si fronteggiano queste due filosofie, oltre alle navi militari da una parte e quelle delle Ong dall’altra. Queste ultime di fatto applicano una versione marittima dei cosiddetti corridoi umanitari che a volte vengono applicati anche a terra, per esempio per evacuare civili intrappolati nelle città, come è avvenuto ad Aleppo o a Damasco. E’ evidente che in questi casi è possibile che ci siano contatti tra le due parti. Tra chi tiene intrappolati i civili e chi si prepara a portarli al sicuro. Nel caso del mare, tra chi li imbarca, stipati su un barcone e chi li salva da un probabile naufragio.

La filosofia di Frontex farebbe diminuire il numero di migranti accolti, forse. Ma farebbe aumentare sicuramente il numero di morti.

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    Raffaele Masto
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Presidenti vecchi, popolazione giovane

“Non esiste una legge che impedisca la candidatura di una salma. E comunque io non l’ho mai promulgata. Se dovessi morire saranno le mie spoglie a guidare il paese… del resto non bevo, non fumo e non vado a donne, significa che sono immortale e che lo Zimbabwe ha più che mai bisogno di me”.

Sono le stupefacenti parole di Robert Mugabe (nella foto assime alla moglie mentre mangia la torta del suo compleanno), 93 anni, presidente dello Zimbabwe al suo settimo mandato e, naturalmente, candidato alle prossime elezioni. Parole stupefacenti, ma neanche troppo. Mugabe è solo il membro più anziano di una congregazione di presidenti africani inamovibili, onnivori, circondati da entourage di familiari e fedelissimi avidi e incompetenti che alimentano, in Africa, il sistema della corruzione e del nepotismo.

Sono questi personaggi il principale ostacolo a una società civile africana (attivisti, scrittori, artisti, oppositori) che è tra le più vivaci, attente, creative, intelligenti di tutto il pianeta. Mugabe è il più vecchio dei presidenti-dinosauri africani, ma gli altri non sono da meno. Se non verranno cacciati da proteste e manifestazioni si toglieranno di mezzo da soli, per questioni biologiche anche se ovviamente i loro entourage e le loro famiglie cercheranno di resistere (la moglie di Mugabe, Grace, si starebbe preparando alla successione).

Inoltre la crescita demografica dell’Africa è dirompente. Secondo molte proiezioni sarà il continente più popoloso del pianeta. E la percentuale di giovani è altissima… Insomma il tempo gioca a favore dell’Africa e degli africani.

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    Raffaele Masto
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La siccità che uccide: milioni a rischio fame

Secondo le ultime stime la siccità, la conseguente carestia e la malnutrizione stanno mettendo a rischio in una vasta regione dell’Africa quasi due milioni di bambini. I Paesi più colpiti sono la Nigeria, la Somalia e il Sud Sudan.

Non si può non denunciare che per questa situazione drammatica le maggiori responsabilità sono dell’uomo. Le popolazioni di questi Paesi sono abituate a convivere periodicamente con la siccità e di solito hanno strategie efficaci per affrontarle e limitare i danni. La siccità invece diventa drammatica quando è associata a qualcosa provocato dagli uomini: guerre, conflitti a bassa intensità che limitano i movimenti, confini divenuti intoccabili e causa di contrasti tra i Paesi.

Nel dettaglio il Sud Sudan è un esempio lampante. La guerra – che sembra non avere soluzioni diplomatiche – è la causa principale di questa situazione: quasi 300mila bambini sono gravemente malnutriti. Le agenzie umanitarie delle Nazioni Unite stimano che  se non sarà fatto nulla per bloccare la gravità e la diffusione della crisi alimentare, il numero totale di persone colpite nel Paese ci si aspetta crescerà da 4,9 a 5,5 milioni con il culminare della stagione secca a luglio. Una vera catastrofe umanitaria.

In Somalia, la siccità sta minacciando una già fragile popolazione danneggiata da anni di conflitto. Circa la metà della popolazione di poco più di sei milioni di persone stanno affrontando una grave situazione di insicurezza alimentare e hanno bisogno di assistenza umanitaria. Si prevede che circa 185.000 bambini soffriranno di malnutrizione acuta grave, nei prossimi mesi questo dato ci si aspetta arriverà a 270.000.

Nel Nordest della Nigeria, il numero di bambini colpiti da malnutrizione acuta grave ci si aspetta che quest’anno arriverà a 450.000 negli stati colpiti dal conflitto di Adamawa, Borno e Yobi. Bambini a parte in Nigeria oltre due milioni di persone hanno bisogno di assistenza e vivono in campi profughi non organizzato perchè il territorio è a rischio attacchi di Boko Haram. Ai due milioni di nigeriani vanno sommate altre centinaia di migliaia di persone dei Paesi vicini – Camerun, Niger e Ciad – che si sono rifugiate intorno al lago Ciad.

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    Raffaele Masto
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Un altro Natale in carcere per Asia Bibi

Quello che sta per arrivare sarà l’ennesimo Natale, il settimo, in carcere per Asia Bibi, la donna cristiana che in Pakistan rischia la pena di morte per blasfemia ed è detenuta in isolamento. Per le Nazioni Unite in Pakistan c’è una delle peggiori situazioni nel mondo per la libertà di culto.

La donna, madre di cinque figli, è accusata di aver insultato il profeta Maometto durante un diverbio con alcune donne musulmane.

L’episodio risale al 2009 e nel 2010 Asia Bibi, che ha 45 anni, è stata condannata a morte in primo grado, nonostante si sia sempre dichiarata innocente e sia stato provato che le sue accusatrici avevano dei rancori nei suoi confronti.

Il 13 ottobre 2016 la Corte Suprema ha rinviato a data da destinarsi l’udienza sull’ultimo grado di appello sul caso, dopo il ritiro di uno dei tre membri della giuria, il giudice Iqbal Hamid-ur-Rehman, la cui partecipazione al processo è stata contestata perché era giudice anche nel caso di Salman Taseer, ex ministro ucciso nel 2011 dalla sua guardia del corpo perché si opponeva alla legge sulla blasfemia.

In Pakistan i cristiani rappresentano appena l’1,6% della popolazione ma sono ripetutamente bersagliati. Quest’anno nella domenica di Pasqua un attacco in un parco pubblico di Lahore ha fatto 75 morti e 340 feriti. Benedetto XVI chiese pubblicamente la liberazione di Asia Bibi nel 2010 e nell’aprile 2015 Papa Francesco al termine di un’udienza ha salutato il marito e una dei cinque figli di Asia Bibi.

La donna attende la sentenza della Corte Suprema dal luglio 2015.

Nel rapporto “As good as dead. The impact of the blasphemy laws in Pakistan” pubblicato il 20 dicembre, Amnesty denuncia come le leggi sulla blasfemia in vigore nel Paese siano spesso usate contro le minoranze religiose o in modo strumentale e rafforzino i gruppi di “vigilantes” intenzionati a minacciare o uccidere le persone accusate.

Come ha dichiarato Audrey Gaughram, direttrice del programma Temi globali di Amnesty International, “vi sono prove schiaccianti che le leggi sulla blasfemia violano i diritti umani e incoraggiano le persone ad applicarle per loro tornaconto”.

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La vera storia di “The Lion Sleeps Tonight”

Uno dei casi più clamorosi di non rispetto dei reali diritti d’autore riguarda una canzone nota, anzi notissima, che fin dalle prime note riporta all’Africa perché è proprio africana. La canzone è la famosissima “The Lion Sleeps Tonight”. Un brano che praticamente hanno cantato tutte le grandi star della musica, magari con arrangiamenti diversi.

La storia parte nel lontano 1939, a Johannesburg negli studi della casa discografica Gallo Records quando, per la prima volta, Solomon Linda, autore e interprete della canzone, la incide col titolo “Mbube”, leone in lingua zulù: era infatti un canto tradizionale per le battute di caccia al leone. Linda fa trascrivere su pentagramma la sua nenia e la deposita alla Società degli autori.

[youtube id=”mrrQT4WkbNE”]

Per un biennio il disco ha un grande successo in Sud Africa ma poi pian piano viene dimenticato e, nel 1952, Linda cede il copyright alla casa discografica Gallo per la cifra simbolica di 10 scellini.

Linda muore in miseria nel 1963 senza sapere che il disco aveva valicato i confini africani e stava riscuotendo un successo planetario per merito di Alan Lomax, grandissimo musicologo e studioso di musica folk che l’aveva scoperto e ne aveva intuito immediatamente le potenzialità nel campo della musica etnica. E’ il gruppo folk di Pete Seeger, i Weavers, che adotta la canzone con nuovi arrangiamenti e la diffonde.

[youtube id=”77VUYPVMtWY”]

Negli anni la canzone modifica il titolo (da “Mbube” a “Wimoweh” a “The Lion Sleeps Tonight”), ed è cantata da numerosi interpreti e gruppi vocali con arrangiamenti diversi e raggiunge i primi posti nelle classifiche di vari Paesi. Qui la famosa versione dei Tokens:

[youtube id=”OQlByoPdG6c”]

Per molti anni la questione dei proventi delle vendite è poco chiara ma l’enorme successo fa sorgere la questione della proprietà intellettuale della canzone. E’ Pete Seeger che si fa promotore di una causa per plagio e sostiene che i diritti d’autore devono andare a Solomon Linda non sapendo che li aveva ceduti per una miseria alla casa discografica.

L’ondata di protesta dell’opinione pubblica induce la casa discografica a devolvere una piccola percentuale dei proventi a una associazione sudafricana per la salvaguardia e la conservazione della cultura Zulu.

Ma non finisce qui. Dopo l’uscita del film Il Re Leone (nella cui colonna sonora è inserita The Lion Sleeps Tonight), la vedova e le quattro figlie di Solomon Linda impugnano una lunga e costosa controversia legale con la Disney per ottenere un milione e mezzo di dollari che, secondo loro, spettano all’autore della canzone, ovvero al loro padre e marito.

[youtube id=”hPXrdoWyGc0″]

Finalmente nel 2006 un tribunale sudafricano accoglie la richiesta e si stipula un accordo tra la Abilene Music, attuale detentrice del copyright sulla canzone, e le eredi di Solomon Linda per dividersi i proventi passati e futuri.

Ora, dopo anni, anni e anni, la famiglia di Solomon Linda, che era un mandriano analfabeta di etnia zulu, ha ottenuto una parziale giustizia.

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Raffaele Masto è anche l’autore del blog Buongiorno Africa

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    Raffaele Masto
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Dai trafficanti violenti alle barricate di Goro

Dodici donne e otto bambini. Sono loro “i profughi” contro cui hanno fatto le barricate alcuni abitanti di Goro. Donne e bambini provenienti da Costa D’Avorio, Guinea ma in maggioranza dalla Nigeria.

Sono i classici migranti dell’Africa Occidentale che ingrossano la cosiddetta rotta mediterranea. Le nigeriane di solito arrivano da Benin City, megalopoli vicina alla capitale economica Lagos, un vero e proprio serbatoio di donne nigeriane che poi i trafficanti avviano alla prostituzione ricavandoci grandi profitti. Molte vengono ingannate da un fidanzato complice dei trafficanti, molte scappano dalla miseria, da una vita che non offre nessuna chance, altre fuggono dal Delta del Niger, regione tra le più violente al mondo, con una guerra strisciante e perpetua e inquinata pesantemente dalle grandi compagnie petrolifere. Altre ancora dal Nord, dalle zone dove opera la surreale setta di Boko Haram.

Tutte in fuga. Per uscire dal loro Paese senza un visto di ingresso in nessun altro, si mettono in mano a bande di trafficanti che estorcono denaro con minacce, finti giuramenti voodoo, con il sequestro dei passaporti che poi verranno venduti ad altri trafficanti. Poi alle porte del deserto altri trafficanti, ancora più crudeli, ancora più esigenti.

Le donne sono una fonte di ricchezza: possono essere vendute sessualmente, vengono stuprate dai loro protettori. Molti dei bambini che poi arriveranno sulle nostre coste sono i figli di queste violenze. E se tutto ciò non basta molte di loro vengono tenute in ostaggio, costrette a telefonare alle famiglie piangenti, disperate, imploranti denaro per essere finalmente liberate.

Se riescono a percorrere l’ultimo tratto arrivano sulle coste del Maghreb. E solo lì noi cominciamo a sapere qualcosa: un imbarco notturno su un gommone sgonfio e sbrecciato costa 1.500 dollari e per procurarseli bisogna lavorare, vendersi ancora, magari subire le minacce della vendita del proprio figlio sul mercato delle adozioni.

Eppure dopo questa odissea qualcuna riesce a toccare le coste della mitica Europa. Un campo profughi, medici con le casacche arancioni e poi l’invio finalmente di un piccolo gruppo in un appagato villaggio del ricco delta del Po. E lì le barricate, il rifiuto della popolazione che protesta senza sapere nulla di quel viaggio infernale.

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    Raffaele Masto
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Rischio colera, la malattia dei poveri

Continua a salire il numero dei morti ad Haiti. L’ultimo bilancio ha superato abbondantemente la cifra di 900 vittime per le quali sono stati dichiarati tre giorni di lutto nazionale.  Aumenta anche il numero delle persone che hanno perso tutto ed hanno bisogno di assistenza totale. Almeno 350 mila sono raccolte in campi di fortuna dove non c’è ancora nulla di organizzato.

Questa promiscuità e la mancanza di igiene, di latrine, di acqua potabile rischia di far esplodere le epidemie, in particolare quella di colera. Ad Haiti il colera c’è da quando fu devastata dal terremoto del 2010. Da allora avrebbe fatto almeno diecimila morti.

Ora c’è il rischio che i danni provocati dall’uragano facciano registrare un nuovo picco di questa malattia che, allora come adesso, è provocata da un batterio che si annida nell’acqua inquinata. Un paradosso perché per curare il colera basterebbe dell’acqua potabile ma ad Haiti l’acqua manca anche in condizioni di normalità, figuriamoci col terremoto o con l’uragano.

I morti per il colera, che non è altro che una grave disidratazione provocata da violente scariche di diarrea o di vomito, sono, dunque, più che il prodotto di un batterio il frutto di una estrema povertà.

Per curare un malato di colera molto spesso basta solo idratarlo per via orale, cioè farlo bere acqua pulita. Ma anche questo bene essenziale, semplice, banale, ad Haiti manca.  Le grandi agenzie umanitarie hanno già lanciato l‘allarme perché è quasi certo che l’epidemia esploderà nelle disperate condizioni igieniche nelle quali la gente è costretta a vivere.

Per curare la malattia basta aggiungere ad un litro d’acqua mezzo cucchiaino di sale, sei di zucchero e mezza banana schiacciata. Un rimedio semplice, alla portata di tutti. Peccato che manchi quel maledetto litro di acqua potabile.

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Addis Abeba-Gibuti, la ferrovia cinese

La linea ferroviaria Addis Abeba-Gibuti è la risposta a una necessità storica, non solo economica. Già alla fine dell’Ottocento Menelik si fece fare un progetto dall’ingegnere svizzero Ilg per collegare la sua nuova capitale con il mar Rosso scegliendo il porto di Gibuti che, ai quei tempi, era un porto francese. Nel 1917, dopo la morte di Menelik, la ferrovia fu inaugurata ma durò poco: le guerre, i conflitti delle popolazioni del bassopiano con l’Impero del Negus, i tentativi dell’Italia di conquistare l’altopiano, le condizioni climatiche, il dislivello e le difficoltà di manutenzione e di reperimento dei pezzi di ricambio la resero ben presto inutilizzabile.

La ferrovia che è stata inaugurata adesso è fatta sullo stesso percorso di quella vecchia. Allora gli investimenti furono francesi e tedeschi, oggi questa linea è soprannominata la “ferrovia cinese” perché all’80 per cento gli investimenti provengono appunto da Pechino.

La ferrovia è senza dubbio una grande opera che nasce in un momento in cui l’Etiopia è considerata una delle nazioni africane più dinamiche economicamente. Un’altra grande opera (e ce ne sono anche altre) è la Grande Diga della rinascita sul ramo azzurro del Nilo. Un’opera che dovrebbe dare elettricità a buona parte dell’Africa Orientale. Non è un caso che la ferrovia Addis Abeba-Gibuti sia totalmente elettrica e, naturalmente, modernissima.

Come tutte le grandi opere in Africa è anche debolissima. Per la manutenzione, per il know how, e sopratutto per il fatto che l’Etiopia è sì un Paese campione della crescita, ma è anche un Paese debolissimo dal punto di vista politico. Nelle ultime settimane ci sono stati centinaia di morti per la repressione della polizia contro le manifestazioni dell’etnia maggioritaria degli oromo alla quale l’eterna classe dirigente tigrina non lascia nessuno spazio politico. E’ chiaro che, presto o tardi, l’Etiopia della crescita subirà delle turbolenze anche gravi.

Le grandi opere hanno bisogno di stabilità, di consenso, di distribuzione reale della ricchezza. L’Etiopia invece è un Paese che viaggia drammaticamente a due velocità. Ad Addis Abeba la crescita si vede: centri commerciali, strade, circonvallazioni, ponti, edilizia in grande attività. Le campagne però sono ferme. La siccità e la carestia minacciano milioni di persone, il Paese non ha raggiunto l’autosufficienza alimentare. Risolvere e affrontare tutto questo è, come la ferrovia, una grande opera.

Bene la ferrovia, dunque. Ma che partano anche le altre grandi opere altrimenti anche la ferrovia risulterà inutilizzabile.

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    Raffaele Masto
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Mausolei distrutti, crimini di guerra

Per la prima volta la Corte Penale Internazionale ha emesso una sentenza di condanna per un crimine perpetrato contro monumenti storici, di valore simbolico e religioso, protetti dall’Unesco.

Il condannato è Ahmad Al Mahdi Al Faqi, ex capo della polizia islamica del gruppo Ansar Dine, che è stato giudicato colpevole di crimini di guerra per avere partecipato alla distruzione dei mausolei a Timbuktu nel Nord del Mali nel 2012. E’ stato condannato a nove anni di carcere. Nel corso del procedimento, il primo del genere nella storia, l’uomo si era dichiarato colpevole.

E’ stato giudicato colpevole della distruzione di nove mausolei e una moschea considerati dall’Unesco patrimonio dell’umanità.

I fatti sono avvenuti a Timbuktu, città mitica alle porte del deserto del Sahara, nell’immenso e remoto territorio a Nord del Mali. Durante l’invasione dei gruppi jihadisti provenienti dal Nord e dal Maghreb la città fu occupata e i suoi monumenti furono distrutti. Poi la popolazione ha vissuto per mesi sotto la ferrea legge della Sharia, imposta dagli integralisti che l’hanno conquistata, appunto, nella primavera del 2012.

Fondata tra l’XI e il XII secolo dai tuareg, l’antica capitale del regno dell’imperatore del Mali Kankou Moussa, deve il suo nome, secondo le leggende e le tradizioni locali, a una schiava berbera: Buctù, che visse intorno al 1100 e svolse il compito di guardiana di un pozzo, situato proprio nel luogo dove poi sarebbe sorta la città.

Della reale esistenza o meno di Timbuktu si discute in Europa fino ai primi dell’Ottocento, poi René Caillié, esploratore francese travestito da nomade arabo, riesce a entrarvi nel 1828 e la consegna, per quanto riguarda l’Europa, dal mito alla storia.

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Morti e proteste contro il presidente-dinosauro

Sarebbero già almeno una ventina i morti nelle manifestazioni anti Kabila che sono esplose nella Repubblica Democratica del Congo. Fra le vittime anche dei poliziotti, linciati dalla folla inferocita. Le proteste sono scoppiate dopo che la commissione elettorale aveva postposto la data delle elezioni che si sarebbero dovute tenere in novembre.

L’opposizione accusa, giustamente, il presidente di voler allungare indefinitamente i tempi delle elezioni presidenziali per restare al potere oltre i due mandati stabiliti dalla Costituzione. Kabila infatti afferma che le elezioni non sarebbero trasparenti se si svolgessero senza realizzare prima una larga riforma dell’amministrazione che consenta un voto regolare. Ovviamente un pretesto dato che lui è stato eletto in questa situazione.

Nelle proteste di queste ore la popolazione dice di voler fare ricorso all’articolo 64 della Costituzione che afferma la legittimità del cittadino a protestare se qualcuno prende il potere contro la legge. Ma lo stesso articolo è contradditorio perché afferma anche il diritto alla repressione verso chi protesta contro l’ordine costituito.

Ma legge a parte, ciò che sta avvenendo a Kinshasa era largamente previsto, anzi atteso. In Congo e nella regione dei Grandi Laghi, della quale l’RDC fa parte si gioca una partita importante: quattro presidenti alleati cercano di rimanere al potere a tutti i costi: Nkurunziza in Burundi, Kagame in Ruanda, Musseweni in Uganda e Kabila in Congo. Hanno l’appoggio di quasi tutta l’Africa e il silenzio complice dell’Unione Africana. Sotto questa cappa però c’è una società civile che non vuole disfarsi di questi presidenti dinosauri.

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Potenti ancora più ricchi con la guerra civile

L’élite politica e militare del Sud Sudan si è arricchita durante la guerra civile scoppiata nel dicembre del 2013 tra il presidente Salva Kiir (nella foto) e il suo ex vice Riek Machar. Lo denuncia un rapporto commissionato dall’attore George Clooney nel quale proprio Kiir, Machar e altri generali sono accusati di aver tratto profitto dalla guerra. Il documento, intitolato “I crimini di guerra non dovrebbero rendere”, è stato redatto dopo due anni di raccolta di prove e testimonianze. Nel testo si legge che “alti funzionari responsabili delle atrocità di massa in Sud Sudan sono riusciti allo stesso tempo ad accumulare fortune, nonostante gli stipendi modesti del governo”.

Sono circa due milioni e mezzo le persone che, a causa della guerra, sono state costrette ad abbandonare le proprie case, milioni quelle che necessitano di assistenza alimentare.

Le atrocità sono state commesse su base etnica, lo stupro di massa usato come arma di guerra e abusi dei diritti umani sono stati documentati anche dall’Onu.

“Questa guerra è tra fazioni rivali di una rete cleptocratica che cerca di ottenere il controllo dello Stato”, si legge nel rapporto. Si dice ancora che la moglie del presidente Kiir e almeno sette dei suoi figli sono collegati a una serie di imprese nate a conflitto scoppiato. Anche il figlio dodicenne di Kiir ha una quota del 25 per cento in una holding. Inoltre si ritiene che una società legata al cognato del presidente del Sud Sudan, il generale Gregory Vasili Dimitry, abbia fornito combustibile ai militari.

Inoltre le famiglie Vasili e Kiir detengono interessi in quasi due dozzine di aziende. “Sono stato colpito dalla vastità di settori in cui sono coinvolti questi alti funzionari”, ha detto uno dei redattori del rapporto ai giornalisti ai quali lo ha presentato.

“Stiamo parlando di tutto, dalle compagnie linee aeree alle banche, compagnie petrolifere, compagnie minerarie, casinò”, ha aggiunto. “Pare che un numero molto ristretto di persone controlli una grande fetta dell’economia del Sud Sudan. E molte di queste persone sono al potere”.

Machar è invece accusato di essere legato a un’azienda di armi ucraina attraverso un intermediario russo. Si legge sempre nel rapporto: “Quello che abbiamo trovato sul vice presidente Machar è che ha condotto negoziati per vendere la produzione petrolifera del Paese per ottenere mezzi di difesa, per aver armi per alimentare la sua ribellione. Abbiamo anche trovato prove che un suo nipote è stato coinvolto nella presa violenta e ostile di una azienda di sicurezza attiva in Sud Sudan”.

Il documento poi è corredato da foto di ville lussuose di politici e generali sud sudanesi in Kenya, Uganda, Etiopia e Australia. Kiir e Machar hanno appartamenti lussuosi nello stesso quartiere di Nairobi. Anche il capo di Stato Maggiore, il generale Paul Malong Awan, è accusato di avere interessi economici insieme a Kiir e la sua famiglia.

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Gabon nel caos, proteste dell’opposizione

La capitale del Gabon, Libreville, è nel caos, ci sarebbero almeno due morti e una ventina di feriti. Motivo: è andato in scena il solito copione africano dei presidenti che perdono le elezioni e non se ne vogliono andare.

Le cose sono andate così. Alla notizia della vittoria elettorale di Ali Bongo sono cominciate le proteste. Una folla di persone ha attaccato e incendiato un’ala del parlamento. Soldati con berretti verdi, cioè un reparto scelto che supporta la guardia presidenziale, hanno immediatamente aperto il fuoco contro la folla con granate stordenti, candelotti lacrimogeni e probabilmente anche proiettili veri.

Poco dopo la guardia presidenziale con l’ausilio di elicotteri ha attaccato il quartier generale dell’opposizione. Le due vittime sono rimaste uccise in questo attacco notturno.

In Gabon sì è votato domenica per le presidenziali e i risultati – vista l’esigua popolazione del Paese,  poco più di un milione e mezzo di abitanti – erano attesi per martedì. La commissione elettorale li ha resi noti ieri e ha assegnato la vittoria ad Ali Bongo con un vantaggio esiguo, circa l’1,5 per cento, sul rivale Jean Ping.

Chi sono questi due personaggi. Ali Bongo è figlio di Omar Bongo, l’uomo che ha governato il Paese per ben 42 anni, dal lontano 1967. Quella dei Bongo è praticamente una dinastia che si è impossessata del Paese che è ricchissimo di petrolio e ha una foresta preziosa di alberi pregiati che forniscono un legno ambito da molte imprese straniere. Il rivale di questo rampollo ereditario non è un personaggio qualunque. Si chiama Jean Ping, nero ma con lontane origini cinesi che fino a qualche anno fa era una delle teste pensanti dell’entourage presidenziale, tanto che era stato nominato segretario generale dell’Unione Africana.

Un personaggio che, nel vuoto politico e nell’esasperazione della popolazione, ha catalizzato, evidentemente in modo inaspettato per il regime, molti voti. Il ritardo nella proclamazione ufficiale della commissione elettorale è dovuto probabilmente al fatto che ci si è trovati di fronte a una vittoria di Jean Ping e si è dovuto decidere come procedere.

In quelle ore convulse la commissione elettorale ha probabilmente dovuto inventarsi un sistema per assegnare la vittoria ad Ali Bongo. Lo ha trovato sfruttando una regione, quella di Haut Ogooué, dove l’affluenza è stata del 99 per cento mentre quella nell’intero Paese ha solo sfiorato il 59 per cento. In quelle ore poi la pagina Wikipedia di Haut Ogoouè è stata cambiata almeno una decina di volte modificando il numero di abitanti che sono passati da 54mila a 250mila. Inutile dire che il voto in questa regione è stato praticamente un plebiscito per Bongo, il 95 per cento dei consensi.

La rivolta, scoppiata spontanea (anche se sotto l’ala dell’opposizione) ha fatto pensare – o sperare – a una replica di ciò che è avvenuto in Burkina Faso con l’eterno Blaise Compaoré che è stato costretto alla fuga.

In Gabon è però tutto più complicato. Bongo e il suo entourage sono protetti da una guardia presidenziale che è formata essenzialmente da contractors marocchini (il presidente, evidentemente, non si fida dei suoi militari) e questi sono già stati impiegati anche in operazioni di intelligence e repressione. Poi la popolazione esigua e il Paese che è praticamente limitato alla capitale, Libreville, rendono tutto più controllabile. Una constatazione finale però è d’obbligo. E’ ormai evidente che la società civile africana è sempre più motivata a liberarsi di dittatori ferrei che non distribuiscono ricchezza e tengono interi paesi in ostaggio dei loro entourage.

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Quasi cinque milioni a rischio fame

All’allarme di Unicef ora si aggiunge quello del Programma Alimentare Mondiale, ma non sembra che la situazione abbia allarmato l’opinione pubblica mondiale e le classi politiche dei paesi della comunità internazionale.

Eppure le cifre e le dimensioni di quello che si annuncia come una catastrofe umanitaria sono veramente impressionanti. Eccole: il numero di persone che hanno bisogno di assistenza alimentare nel nord est della Nigeria a causa delle violenze di Boko Haram è quasi raddoppiato da marzo e ha raggiunto i 4,5 milioni di persone. E non è tutto: il peggioramento dell’economia potrebbe aggiungere, a questa cifra, un altro milione di persone entro il mese prossimo. Anche queste sono vittime del terrorismo ma, come si può constatare, “pesano”, evidentemente molto meno delle vittime francesi o europee.

Solo negli ultimi giorni in Nigeria e nei paesi vicini del Ciad, del Camerun e del Niger ci sono stati attentati, attacchi e vittime. Un segnale che la violenza di Boko Haram continua a spingere sempre più persone alla fame e alla sofferenza. Secondo il Programma Alimentare Mondiale il numero di persone che vivono in un grave stato di insicurezza alimentare è quadruplicato da marzo, superando ora il milione (negli stati di Borno, di Yobe e di Adamawa). A questo livello, l’insicurezza alimentare è classificata nella fase ‘d’emergenza’: le persone hanno bisogno di assistenza alimentare per sopravvivere. Si stima che oltre 65.000 persone, che vivono nelle aree da poco liberate ma ancora inaccessibili nel Borno e nello stato di Yobe, vivano in condizioni vicine alla carestia.

Tutte i segnali dipingono una situazione estremamente grave. Con l’arrivo delle piogge e con l’intensificarsi della stagione di magra, man mano che molte aree tornano accessibili agli aiuti umanitari dopo l’offensiva dell’esercito nigeriano, il quadro completo della fame e della devastazione diventa sempre più evidente.

La situazione rimane fluida, con più persone sradicate nelle aree dove continuano i combattimenti. Nelle zone rurali, alcuni sfollati stanno, nel frattempo, tornando nelle case che avevano abbandonato, solo per trovarle inabitabili: sono dunque costretti a vivere in zone urbane e a fare completo affidamento sull’assistenza esterna. Le famiglie, colpite anche da un’inflazione galoppante, si ritrovano a chiedere l’elemosina, ad indebitarsi o a saltare i pasti per sopravvivere. Molti si riducono a consumare pasti a basso impatto nutritivo e, anche così, solo una volta al giorno.

Le cifre, come si può vedere, sono spaventose e segnalano due aspetti. Primo: Boko Haram non è affatto sconfitta. Secondo: ci sono vittime e vittime, alcune “pesano” più di altre e dipende dalla collocazione nel pianeta.

Una sorta di razzismo geografico.

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    Raffaele Masto
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Quel coraggioso gesto delle mani incrociate

“I miei parenti sono in prigione e se si mettono a parlare di diritti democratici verranno ammazzati. Per quanto mi riguarda se torno in patria, rischio la vita. E se non vengo ucciso, potrei finire in prigione. Non ho ancora deciso cosa fare, ma forse andrò direttamente in un altro Paese”.

Sono le parole del maratoneta etiope Feyisa Lilesa che a Rio, all’arrivo della gara alla quale è arrivato secondo, ha fatto il coraggioso gesto delle mani incrociate. Gesto coraggioso perché, come dice, non potrà più fare ritorno nel suo Paese e i suoi parenti e amici in prigione potrebbero pagarne le conseguenze.

Feyisa Lilesa è di etnia Oromo, che costituisce la maggioranza della popolazione in Etiopia. Al potere, da quando fu rovesciato il dittatore Menghistu, nei primi anni Novanta, ci sono i Tigrini, minoranza etnica molto potente che è ormai radicata in tutte le pieghe del potere. E per non perderlo non rinuncia a mettere in atto una durissima repressione. E’ accaduto poche settimane fa durante proteste in varie città. La polizia ha praticamente sparato sulla folla e ci sono stati un centinaio di morti.

La protesta aperta contro il regime è cominciata con le elezioni del 2005 perse dal partito al potere che però mise in atto brogli e non modificò nulla nella geografia del potere. Anche in quelle proteste ci furono decine, forse centinaia di morti e migliaia di arresti.

Da allora si è proceduto così: Tigrini inamovibili dal potere, trasformati praticamente in una oligarchia di potentissimi e il resto del Paese schiacciato. Non solo gli Oromo che, come detto, sono la maggioranza, ma anche l’altra importante etnia degli Ahmara, da tempo insofferente allo strapotere dei tigrini.

L’Etiopia vista da fuori è invece il Paese delle grandi opportunità, uno dei Paesi della grande crescita economica africana, dove gli investitori arrivano a frotte e la capitale, Addis Abeba, è una luccicante vetrina di centri commerciali, strade e nuovi edifici. Dentro però il Paese è marcio, fragile, tutt’altro che un “leone africano” dalla grandi opportunità. Il coraggioso gesto di Feyisa Lilesa lo ha svelato al mondo.

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    Raffaele Masto
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Il leader di Boko Haram è morto?

L’esercito nigeriano ha annunciato che il leader di Boko Haram, Abubakar Shekau, è stato ferito mortalmente durante un raid aereo in cui sono stati uccisi anche numerosi comandanti del gruppo.

Se la notizia verrà confermata si tratterà dell’uscita di scena del personaggio che ha praticamente costruito l’immagine efferata e spietata di Boko Haram che conosciamo. Un personaggio controverso, polemico, arrogante, cinico. In un video aveva dichiarato con un sinistro sogghigno e armato di tutto punto che: “mi piace uccidere chiunque Allah mi ordini di uccidere. Mi piace uccidere i nemici del mio Dio così come mi piace uccidere i polli o i montoni”.

L’annuncio arriva un giorno dopo la notizia, diffusa dall’aeronautica militare nigeriana, dell’uccisione di circa 300 membri di Boko Haram in una serie di raid nello stato nor-orientale del Borno.

Il 4 agosto scorso Shekau aveva annunciato di essere ancora lui il leader dell’organizzazione e non la persona nominata il giorno precedente dall’Isis di Abu Bakr al Baghdadi, cioè Abu Musab al-Barnawi, già portavoce di Boko Haram.

L’annuncio, arrivato con un messaggio audio, era di fatto la dimostrazione della rottura con lo Stato islamico al quale lo stesso Abubakar Shekau aveva aderito e fatto giuramento di fedeltà nel 2014.

Nel settembre dello stesso anno anonime “fonti della sicurezza” avevano riferito che Shekau era rimasto ucciso nel corso di violenti combattimenti con l’esercito camerunese, ma il mese successivo il leader di Boko Haram era comparso in un video affermando di essere ancora vivo.

Il fatto di essere dato per morto e poi di ricomparire all’improvviso più aggressivo e arrogante che mai è stata una caratteristica di Shekau che è stato anche soprannominato l’immortale. La versione dell’aeronautica nigeriana lo dà per “ferito mortalmente”. Non si capisce come facciano i militari ad essere così sicuri di averlo colpito.

Solo le prossime settimane potranno dare una risposta. Se fosse realmente morto certamente la sua fazione di Boko Haram si troverebbe seriamente in difficoltà nei confronti di quella legata direttamente all’Isis. Per il momento non si può far altro che attendere.

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    Raffaele Masto
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Al via il processo per la distruzione di Timbuktu

E’ iniziato il processo alla Corte penale internazionale dell’Aja per la distruzione nel 2012 dei tesori culturali di Timbuktu, la città del Mali patrimonio mondiale dell’Unesco.

Sul banco degli imputati c’è un tuareg, Ahmad Al Faqi Al Mahdi, alias Abu Tourab, catturato in Niger, consegnato nel settembre dello scorso anno alla Cpi e accusato di crimini di guerra. Ha già confessato e ha dichiarato di essersi pentito. La Corte certamente ne terrà conto.

Formalmente è accusato di essere stato alla guida di una “brigata” del gruppo Ansar Dine, legato ad al-Qaeda nel Maghreb islamico per gli attacchi, tra il 30 giugno e l’11 luglio 2012, contro edifici storici della tradizione religiosa locale. In particolare è sotto accusa per la distruzione di nove mausolei e della moschea Sidi Yahia.

Per il procuratore capo Fatou Nesouda si tratta di un processo per un “assalto spietato contro la dignità e l’identità di intere popolazioni e contro la loro storia e religione”.

Ahmad Al Faqi Al Mahdi, imputato alla Corte penale internazionale dell'Aja per la distruzione dei mausolei di Timbuktu
Ahmad Al Faqi Al Mahdi, imputato alla Corte penale internazionale dell’Aja per la distruzione dei mausolei di Timbuktu

La distruzione dei mausolei di Timbuktu venne paragonata all’abbattimento delle grandi statue di Budda da parte dei Talebani in Afghanistan, e alla distruzione di Palmira, la splendida città archeologica siriana.

Quello della distruzione della storia è una costante delle formazioni jihadiste, ma più in generale delle organizzazioni che predicano – ed esigono – una religione che in realtà non è il risultato di una forma di spiritualità, ma il tentativo di cancellare totalmente la cultura e le radici delle popolazioni e dei territori conquistati. E’ una costante storica che si ritrova in tutte le forme di conquista.

I mausolei nel Nord del Mali non hanno nulla di artistico, non sono capolavori dell’arte. Ma visti nella cultura locale e in un territorio come il deserto acquistano una forza e un valore inestimabile. L’obiettivo degli jihadisti era quello.

E per questo motivo il processo all’Aja è importante: è la prima volta che alla Corte arriva un accusato per crimini culturali.

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    Raffaele Masto
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Sud Sudan: catastrofe umanitaria

C’è Aleppo, giusto. C’è Sirte, anche in questo caso non si può dire niente. Ma c’è anche il Sud Sudan, crisi della quale si parla molto meno, e i numeri della crisi umanitaria ormai conclamata, qui sono spaventosi e enormemente superiori a quelli di Aleppo e Sirte.

Queste le cifre diffuse dall’Alto Commissariato dell’Onu per i Rifugiati. Sono circa 110mila le persone dal Sud Sudan sono fuggite quest’anno verso l’Uganda. 82mila di loro sono fuggiti nelle ultime cinque settimane dalle violenze scoppiate il mese scorso a Juba tra l’esercito del presidente Salva Kiir e i ribelli dell’ex vice presidente Riek Machar. L’agenzia Onu si è detta ”estremamente preoccupata” per la rapida escalation della crisi dei rifugiati del Sud Sudan, spiegando che i Paesi vicini e i gruppi umanitari stanno cercando di rispondere alle esigenze delle persone fuggite.

Nel 2016 sono invece altri 100mila i rifugiati che dal Sud Sudan hanno varcato il confine settentrionale per andare in Sudan soprattutto nella prima parte dell’anno e per motivi legati all’insicurezza alimentare. In tutto più di due milioni e mezzo di persone hanno abbandonato le loro case dal dicembre del 2013, quando è iniziato il conflitto tra Kiir e Machar. Tra questi, 930mila persone sono fuggite in Paesi vicini.

Quello che si vede nel Sud Sudan è la peggiore crisi per i rifugiati al mondo”, ha detto un portavoce dell’Unhcr. La maggior parte di chi è fuggito in Uganda nelle ultime settimana (il 90% sono donne e bambini) ha denunciato violenze sessuali e rapine. ”Inoltre gruppi armati stanno rapendo bambini anche di due-tre anni.

L’Uganda sta lavorando per migliorare l’accoglienza e istituire campo profughi al confine. In alcuni siti la presenza di rifugiati è cinque volte superiore a quella che potrebbero ospitare. L’Unhcr ha lamentato che è stato finanziato solo il 20 per cento del piano di risposta all’emergenza profughi dal Sud Sudan di 609 milioni di dollari, pari a 546 milioni di euro.

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Boko Haram: nuovo video delle ragazze rapite

Boko Haram ha diffuso un nuovo video che mostra le studentesse di Chibok rapite dai terroristi islamici oltre due anni fa. Si tratta dell’operazione più famosa compiuta da questa surreale setta islamica che opera nel nord-est della Nigeria a cavallo della frontiere con Ciad, Niger e Camerun, paesi nei quali ha ripetutamente colpito.

Nel video si vedono una cinquantina di ragazze riprese da lontano. In primo piano c’è un miliziano armato che chiede la liberazione di alcuni combattenti in cambio del rilascio delle ragazze che, per la verità, non sono riconoscibili e soprattutto sono solo una cinquantina mentre le studentesse rapite erano 276.

Questa è la terza volta in cui viene diffuso un video in cui sarebbero riprese immagini delle ragazze. E sempre sono state mostrate solo una parte delle ragazze sequestrate. Molto probabilmente infatti le altre sarebbero già state portate fuori dal paese, probabilmente in qualche paese del Golfo, oppure assegnate a qualche comandante guerigliero.

Quest’ultimo video poi arriva in un momento in cui non si capisce chi detenga la leadership di Boko Haram. Qualche giorno fa, infatti, Abu Bakr Al Baghdadi, il leader di Daesh in persona aveva nominato con un video un nuovo leader di Boko Haram nella persona di Abu Mussad Al Barnawi, un quarantenne conosciuto come un dirigente della formazione.

Ma pochi giorni dopo Abubakar Shekau aveva smentito quella nomina affermando di essere ancora lui il capo. Un conflitto interno dunque che rende, al momento, dubbioso il video con le ragazze di Chibok che, lo ricordiamo, avevano fatto coniare ad una serie di personalità dello spettacolo, dello sport, dela politica l’hastag #BRING BACK OUR GIRLS.

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    Raffaele Masto
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La brutale repressione in Etiopia

Decine di persone sono morte in Etiopia nelle proteste contro il governo di Addis Abeba. Amnesty International ha denunciato la morte di oltre cento civili uccisi da interventi dell’esercito e della polizia che hanno sparato sulla folla.  La notizia è stata diffusa inizialmente da testimoni oculari e da attivisti per i diritti umani, mentre il governo ha cercato di far passare sotto silenzio l’accaduto o di minimizzarlo parlando di non più di sette persone rimaste uccise.

In realtà migliaia di persone hanno protestato in varie località e anche ad Addis Abeba nel fine settimana. Ci sono state proteste e manifestazioni nella regione nord occidentale di Amhara ed in quella sud occidentale di Oromia, per denunciare gli abusi del governo e le violazioni dei diritti umani da parte di polizia ed esercito e l’emarginazione delle comunità etniche locali composte principalmente da popolazione di etnia Oromo e Amhara.

Da mesi in Etiopia ci sono forti tensioni. Gli Oromo e gli Amhara sono i principali fra gli 80 gruppi etnici in Etiopia e rappresentano insieme circa il 60 per cento dei 94 milioni di etiopi. La regione di Oromia era già stata teatro nei mesi scorsi di proteste contro i piani del governo di estendere l’area della capitale Addis Abeba, che si trova, appunto, in Oromia, nel timore che portasse a un’espropriazione di terre. In quell’occasione, secondo Human Rights Watch, erano state uccise 400 persone. Quel progetto era stato poi abbandonato, ma la rabbia della popolazione, che si sente sempre più esclusa dalle decisioni politiche ed economiche, non è scemata.

In territorio Amhara, invece, le proteste hanno a che fare con i confini federali tracciati decenni fa e che, secondo le accuse, hanno tagliato fuori parte della popolazione.

Le tensioni, come si può capire, riguardano la terra che in Etiopia è ancora la principale fonte di sostentamento per la popolazione. Ma di fatto l’Etiopia, Paese in grande crescita economica, è un paese fragile dal punto di vista politico. Non è stato in grado mai di realizzare un ricambio al potere e ha sviluppato una classe politica inamovibile appartenente all’etnia tigrina che ha dedicato attenzioni e risorse soprattutto ad Addis Abdeba e alla regione del Tigrai.

Ora, dopo un ventennio di potere tigrino, i nodi stanno venendo al pettine e il governo non sembra avere strumenti per placare le proteste se non la brutale repressione. Le vittime di questa ennesimo episodio di violenza sono solo un sintomo di un malessere molto più generale che non mancherà di tornare a disturbare i sogni di sviluppo e di crescita del Paese.

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    Raffaele Masto
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La spaccatura dentro Boko Haram

A questo punto è ufficiale. Boko Haram è spaccata in due, entrambe le anime di questa formazione jihadista sono venute alla luce in questi giorni, come del resto molti analisti asserivano da tempo.

Lo storico leader di Boko Haram, Abubakar Shekau, ha infatti annunciato di essere ancora lui il leader del gruppo, e non la persona nominata nei giorni scorsi dall’Isis, cioè Abu Musab al-Barnawi, già portavoce del gruppo terroristico islamista nigeriano.

L’annuncio è arrivato con un messaggio audio con il quale Shekau critica il successore nominato dall’Isis e afferma che il leader del sedicente Califfato, Abu Bakr al-Baghdadi, non ha mai risposto alle sue lettere nelle quali spiega che al-Barnawi è un “infedele” che predica “false credenze”.

Il messaggio di Shekau mette in evidenza le differenze con al-Barnawi, il quale si è impegnato a porre fine agli attacchi alle moschee e ai mercati frequentati dai musulmani che sono diventati un marchio dei Boko Haram.

Shekau giurò fedeltà ad al-Baghdadi nel 2015, diventando così il suo primo affiliato in Nigeria, ma il capo dell’Isis non mostrò ma il pieno gradimento di un personaggio imbarazzante e sanguinario come Abubakar Shekau che, da un anno e fino a quest’ultimo messaggio, era praticamente scomparso.

La notizia è che Shekau (soprannominato l’immortale perché è stato dato per morto innumerevoli volte) è ancora vivo, che è probabilmente ancora nella regione, che può contare, evidentemente, su un gruppo di fedelissimi.

Ora si tratta di vedere se le due anime di Boko Haram finiranno per scontrarsi. Intanto ci sono i fatti.

Nello stato di Borno e nei Paesi limistrofi intorno al Lago Ciad ci sono due milioni di persone a rischio fame. Ci sono decine di migliaia di bambini denutriti che rischiano di morire per fame e ci sono ancora alcune centinaia di sequestrati, prigionieri probabilmente nella foresta di Sambisa. Sono vittime del terrorismo anche loro e di Boko Haram in particolare. Dal punto di vista umanitario, non importa se dell’una o dell’altra fazione.

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La Nigeria rischia la catastrofe umanitaria

La Nigeria rischia una vera e propria catastrofe umanitaria a causa degli attacchi del gruppo terrorista islamico Boko Haram. E’ l’Unicef,  impegnata in una massiccia e rischiosa operazione di aiuti per gli sfollati nel nord est del paese, a lanciare allarme, nelle parole di un portavoce. Non solo: la crisi umanitaria si somma ad un dramma climatico e ambientale che riguarda il lago Ciad, un tempo importante risorsa per le popolazioni locali. Oggi crisi umanitaria e ambientale si alimentano a vicenda. A scatenarle il terrorismo di Boko Haram.

I numeri sono già da catastrofe: ci sono almeno due milioni di persone che hanno dovuto lasciare le loro case per timore degli efferati attacchi di questa setta che, sulla carta e secondo le dichiarazioni del governo, dovrebbe essere stata sconfitta. Si sono rifugiati intorno alle rive del Lago Ciad perchè c’è l’acqua, perchè lì si intersecano i confini di quattro paesi ed è più possibile una via di fuga. Ma si tratta di una regione remota, senza strade e soprattutto si parla di un lago che è ormai poco più che una pozzanghera. Venti anni fa copriva una superficie di 25 mila Km quadrati, oggi solo un decimo 2500 Km quadrati. I due milioni di profughi, ovviamente, aggravano e accelerano il processo di prosciugamento che già da solo era una catastrofe umanitaria per le popolazioni locali.

Due milioni di persone sono tante. Tante quante le Nazioni Unite ne soccorsero in Sudan, la più grande operazione umanitaria della storia dell’ Onu. Sono di più di quelle che le agenzie Onu e le Ong hanno assistito nei Balcani, in Ruanda, in Somalia. Eppure questa notizia passa sotto silenzio. Non è il primo allarme dell’ Unicef e non è il primo allarme sul fatto che Boko Haram sta letteralmente mettendo in ginocchio uno stato della Federazione nigeriana. La catastrofe umanitaria è forse l’obiettivo dei terroristi nigeriani. Due giorni fa infatti è stato attaccato un convoglio che portava aiuti in una situazione nella quale i più minacciati sono i bambini. Ce ne sono 250 mila malnutriti e l’Unicef stima che uno su cinque di loro morirà per fame.

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    Raffaele Masto
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Desmond Tutu e le nozze gay della figlia

La figlia del premio Nobel per la pace sudafricano, l’arcivescovo Desmond Tutu ha rinunciato ad officiare come sacerdote anglicano in Sudafrica dopo aver sposato una donna. Lo ha annunciato la stessa Mpho Tutu che ha spiegato di aver preferito ritirarsi prima che fossero presi provvedimenti dal vescovo che l’aveva autorizzata ad officiare come sacerdote nella sua diocesi. In Sudafrica il matrimonio fra persone dello stesso sesso è legale, ma la chiesa anglicana riconosce le nozze solo fra uomo e donna.

Ordinata sacerdote negli Stati Uniti nel 2003, la figlia del premio Nobel per la pace sudafricano si è sposata in dicembre con la pediatra olandese Marceline van Furth. Le nozze, con rito civile, sono state celebrate in Olanda. Le due donne sono entrambe divorziate e con figli. La Tutu ha scherzato sulle tante differenze fra lei e la moglie, che è bianca, atea e molto più alta di lei. “Ironicamente, venendo da un passato in cui le differenze erano strumento di divisione, è la nostra similitudine a provocare un problema visto che siamo entrambe donne”, ha commentato la figlia dell’attivista per la parità dei diritti fra bianchi e neri in Sudafrica.

In tutta questa vivenda ad uscire, ancora una volta da protagonista con una grande apertura mentale, è l’arcivescovo Tutu che ha benedetto la coppia e ha augurato felicità e prosperità.

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    Raffaele Masto
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Siria, 20 bambini uccisi dalle bombe

Stavano preparandosi per scappare da una città siriana assediata e controllata dalle milizie dello Stato Islamico. Un bombardamento, probabilmente delle forze della coalizione, li ha fermati: erano bambini, almeno una ventina ma all’interno di questa cittadina ad una ottantina di chilometri ce ne sono ancora almeno 35 mila. Lo denuncia l’Unicef.

Certo, sarebbe importante sapere chi ha bombardato, chi ha dato l’ordine e chi lo ha eseguito. Sarebbe importante anche sapere chi ha fabbricato, venduto e acquistato quegli ordigni. Ma la verità vera è che la guerra, la guerra moderna ormai usa profughi, civili, bambini come un’arma e lo fanno tutti. In guerra non ci sono convenzioni, non ci sono regole. I rifugiati sono un’arma di pressione, i migranti una variabile a favore o contro le parti in conflitto, i bambini poi sono ancora più preziosi, degli ostaggi utilissimi.

La cittadina in cui questo massacro è accaduto si chiama Manbij è controllata dagli uomini del Califfato ed è strategica. Da settimane è assediata e non si risparmiano colpi, i morti in totale sono almeno 2500, in sole sei settimane. Gli adulti stavano cercando almeno di mettere in salvo i bambini. Forse avevano ottenuto una concessione a farli fuggire, magari in cambio di denaro. Sì, perché in guerra le cose vanno così e la corruzione esiste, anzi prolifera. Era quasi fatta ma le bombe hanno infranto anche quelle speranze.

Magari da domani sarà stato tutto inutile perché la coalizione ha dato 48 ore di ultimatum alle forze dell’Isis. Probabilmente queste lasceranno la città, come hanno fatto ripetutamente in queste settimane. Quei venti bambini morti potevano essere risparmiati.

Ma è la guerra. Queste guerre moderne nelle quali muoiono più civili che combattenti e gli innocenti morti valgono più dei soldati, di chi la guerra l’ha scelta.

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Golpe in Turchia: le domande irrisolte

A qualche giorno di distanza dal fallito golpe in Turchia, è possibile fare qualche riflessione con maggiori elementi e soprattutto è possibile provare a rispondere ad alcune domande irrisolte. Innanzi tutto si può dire che l’informazione ha avuto un ruolo determinante e soprattutto che era totalmente sfasata tra ciò che veniva diffuso in Europa e America e ciò che passava in Turchia. Nel Paese di Recep Tayyip Erdogan, le TV, le radio, i giornali, anche quelli on line, non hanno mai parlato di golpe. In Europa invece fin dalle prime ore della serata di venerdì ciò che avveniva in Turchia era definito senza dubbi un golpe. Non solo: un golpe che era praticamente riuscito con Erdogan in fuga e alla ricerca di un asilo europeo che tutti – Germania in primo luogo – gli rifiutavano. Una differenza di vedute che ha portato i media europei e americani a dare Erdogan già fuori gioco mentre invece stava per ripristinare il suo potere. Anzi, per rafforzarlo perchè è innegabile che oggi il presidente turco può contare su un apparato dello stato completamente ripulito a suo favore: ora riforma costituzionale, pena di morte, politica estera saranno unicamente scelte del presidente e del suo entourage. Le analisi e le valutazioni europee erano probabilmente in quelle ore più il prodotto di una speranza, di un auspicio piuttosto che una verifica dei dati veri. Sì, perché al di là delle dichiarazioni ufficiali in Occidente tutti hanno sperato in una “svolta turca” che sbloccasse la guerra in Siria, un conflitto congelato nel quale Ankara e il suo Sultano hanno un ruolo determinante.

Secondo le prime comunicazioni che abbiamo ricevuto dalla Turchia, prima che i telefoni fossero oscurati per alcune ore, si aveva la percezione di un golpe “strano”. Innanzi tutto perchè si svolgeva in un’ora anomala. Non di notte, quando tutti i servizi di sorveglianza sono allentati e le strade deserte o quasi. Nelle primissime ore della serata i golpisti hanno dichiarato il coprifuoco con le città colme di gente (oltretutto era venerdì) e hanno fatto fatica, senza riuscirci, a mandare – con le buone o con le cattive – la gente a casa. Dei golpisti che dichiarano il coprifuoco e non riescono a farlo rispettare hanno già perso. E infatti è ciò che è avvenuto poche ore dopo.
Ma l’ora anomala del golpe fa anche pensare che i golpisti abbiano dovuto affrettare i tempi. Hanno fatto scattare l’ora “X” con anticipo probabilmente perchè evidentemente la notizia del golpe era filtrata e la polizia, fedele al regime, stava già prendendo contromisure. Il primo conflitto tra polizia e golpisti è infatti scattato già nelle prime ore della serata per il controllo dei ponti sul Bosforo.
Anche la reazione durissima di Erdogan la dice lunga. E’ andato a colpo sicuro, ha individuato nomi e situazioni nelle quali operare gli arresti come se dal fronte nemico qualcuno avesse fatto filtrare liste di personaggi eccellenti e non.
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Il contro golpe di Erdogan

I numeri fanno impressione. Innanzi tutto i morti mostrano che il Golpe contro Erdogan è stato sventato nel sangue, senza alcun riguardo, da una parte e dall’altra: in poche ore sono stati uccise 265 persone e si tratta soprattutto di giovani soldati golpisti, praticamente di truppa lanciata in una battaglia che presto è apparsa persa.
Poi ci sono poco meno di tremila militari arrestati, molti sono generali, e altrettanti giudici rimossi. Non solo: ci sono anche personalità politiche, alti funzionari dello stato, membri della Corte Costituzionale sollevati dai loro compiti e accusati, tutti, di avere legami con il religioso Fetullah Gulem, un Imam in esilio negli Stati Uniti, miliardario, con milioni di seguaci nel mondo, scrittore di opere sacre ed ex alleato di ferro di Erdogan.
Insomma il Sultano Turco sta traendo un enorme vantaggio dal fallito golpe: ha praticamente ripulito gli apparati dello stato e l’esercito da qualunque oppositore. Ha incassato l’appoggio formale dei paesi europei e degli Stati Uniti.
Anzi si è permesso di fare la voce grossa con la Casa Bianca chiedendo, senza avere fatto una richiesta di estradizione, la consegna di Fatullah Gulem. “Chi lo ospita non si può reputare nostro amico, compie un atto ostile nei nostro confronti” – ha addirittura detto il premier.
Insomma si potrebbe dire che se non lo avesse subito, Erdogan avrebbe quasi dovuto fare in proprio questo tentativo di Golpe. Si sta già pensando ad una riforma costituzionale in senso presidenzialista mentre il progetto, già avanzato da Erdogan in passato, era stato sonoramente bocciato.
Nella prima riunione del parlamento dopo il fallito golpe i deputati hanno già messo in cantiere un dibattito sul ripristino della pena di morte. Tema questo che era stato una condizione posta da Bruxelles per l’ingresso della Turchia in Europa e che Ankara si era affrettata ad abolire.
Erdogan ha anche ottenuto, durante le ore concitate del Golpe, l’appoggio di tutti i partiti interni, compreso l’HDP dei curdi. Senza Golpe non l’avrebbe mai potuto sperare.
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    Raffaele Masto
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Perché i militari volevano abbattere Erdogan

Il fallito golpe in Turchia è stato il prodotto dello storico contrasto tra l’esercito, che si fregia da sempre di essere il custode della laicità dello stato, e il regime di Erdogan che da dieci anni almeno conduce una guerra sotterranea, ma anche palese, contro i generali.

L’ha vinta il Sultano che dopo essere riuscito a lanciare un appello ai suoi fedeli (i vertici della polizia e alcuni importanti settori della società) attraverso un discorso con un telefonino che la CNN ha diffuso in onda.

Erdogan ha incassato nella serata del golpe e nelle prime ore del mattino successivo l’appoggio dell’Europa, degli Stati Uniti, addirittura della Russia con la quale la Turchia aveva duellato nei cieli della Siria e poi sul piano diplomatico.

Nessuno poteva permettersi di appoggiare un golpe, ma quasi certamente in molti hanno visto nel golpe una possibilità di scongelare la guerra in Siria e di rivedere gli equilibri regionali e i contrasti tra Arabia Saudita e Qatar da una parte e paesi come Egitto e Iran.

Niente di tutto questo. Erdogan ha ripreso in mano le redini del potere e il golpe, paradossalmente, lo ha rafforzato.

Addirittura con la vittoria sui golpisti Erdogan è riuscito a far passare in secondo piano alcuni suoi punti deboli: per esempio il sospetto sostegno allo Stato Islamico in Siria e l’acquisto di petrolio da Al Baghdadi attraverso le frontiere con la Siria.

Infine questo golpe e la vittoria di Erdogan mostrano che comunque il suo regime ha un sostegno popolare. Significative le immagini, ieri sera, della popolazione disarmata che si oppone su un ponte sul Bosforo ad una unità di golpisti con i carri armati e che, alla fine li costringono alla resa.

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    Raffaele Masto
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A Juba si rischia la catastrofe umanitaria

Le notizie che arrivano da Juba, la capitale del Sud Sudan, sono preoccupanti. Innanzi tutto perché non si intravvede la possibilità di fermare il conflitto e il rischio è che la città rimanga per settimane sotto il fuoco delle artiglierie contrapposte fino a quando, da una parte e dall’altra, non si raggiunga la consapevolezza di non poter ottenere una vittoria sull’avversario. Una situazione questa che svuoterebbe la città dei civili che già in migliaia stanno cercando di mettersi in salvo in tutte le direzioni.

Fonti umanitarie, che in questo momento sono consegnate nei compound delle varie ONG, parlano di preludio ad una catastrofe umanitaria. Nessun può far niente, si può solo assistere alla preparazione di una situazione che sarà ingestibile e che causerà molti morti.

L’Onu, l’Unione Europea, i singoli Paesi – Russia compresa – hanno fatto appelli ai due rivali, il presidente Salva Kiir e il suo vice Riek Machar, perché vengano fermati immediatamente i combattimenti. Ma una fonte diplomatica a juba ha fatto sapere che la preoccupazione maggiore è che molti luogotenenti, da una parte e dall’altra, siano ormai diventati schegge impazzite e non rispondano più alla catena di comando. In sostanza Salva Kiir e Riek Machar non avrebbero più il controllo della situazione. Se le cose stanno così diventerà impossibile fermare la distruzione totale di Juba. Soprattutto – afferma una fonte sentita in città – verrebbero vanificati tutti gli sforzi diplomatici di queste ore.

Svariate testimonianze locali affermano addirittura che ieri aerei da combattimento governativi avrebbero sorvolato a bassa quota e sparato sui quartieri controllati dai rivali. Salva Kiir – secondo dichiarazioni riportate dai portavoce Onu – non avrebbe mai impartito l’ordine.

Migliaia sono gli abitanti di Juba fuggiti dalle violenze in corso nella capitale del Sud Sudan e circa settemila sono i civili che hanno trovato riparo in due compound delle Nazioni Unite. Lo rende noto la l’Unmiss, la missione dell’Onu in Sud Sudan. “I violenti scontri a Juba hanno costretto più di settemila persone a cercare riparo nella sede dell’Onu a Jebel e nel compound di Tomping“, si legge in un comunicato. L’Onu ha anche accusato i combattenti di impedire ai civili di entrare in campi gestiti dalle Nazioni Unite usando armi pesanti, tra cui lanciarazzi contro siti protetti della missione Unmiss. Nelle ultime 24 ore 67 persone sono rimaste ferite dentro o attorno zone protette dell’Onu e otto di loro sono morte in un secondo momento.

Il segretario generale dell’Onu Ban Ki Moon ha chiesto inutilmente un cessate il fuoco e un embargo immediato sulla vendita di armi al Sud Sudan. Di fatto le prossime ore saranno decisive: o si riuscirà a fermare gli scontri, oppure la situazione sfuggirà di mano. Intanto l’Onu, L’Unione Europea, le grandi agenzie umanitarie hanno dato indicazioni ai loro membri che sono fuori dalla capitale a non farvi ritorno e a quelli che vi sono bloccati a non uscire dalle case.

L’ebook di Raffaele Masto Dal vostro inviato in Sud Sudan

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Si aggrava lo scontro in Sud Sudan

Gli scontri a Juba sono praticamente il segno che è saltato l’ultimo fragile tentativo di portare a compimento le trattative di pace e fermare la guerra in Sud Sudan.

Il cessate il fuoco del resto era già stato infranto in una serie di scontri nelle regioni più contese del paese, quelle petrolifere di Abyei, a Malakal a Bor. Il fatto che gli scontri siano arrivati fino alla capitale Juba è la dimostrazione che i due leader non sono in grado di arrivare ad un compromesso.

Qualche mese fa il capo dei ribelli Riek Machar aveva infine accettato le sollecitazioni dell’Onu per tornare a Juba. In cambio otteneva la sua vecchia carica di vice presidente e il permesso di insediarsi nella capitale con un forte contingente militare a lui fedelissimo.

Il suo rivale, il presidente Salva Kiir aveva accettato sotto le pressioni della comunità internazionale ma ben intenzionate a mantenere il suo rivale in una posizione subalterna. Ora tutto è saltato e il Sud Sudan – che proprio in questi giorni celebra l’indipendenza da Khartoum ottenuta nel 2011 con un referendum – è precipitato, anche formalmente, in un conflitto che non sembra avere soluzioni.

La guerra, scoppiata solo due anni dopo l’indipendenza, ha già prodotto centinaia di migliaia di profughi e sfollati interni, una situazione umanitaria drammatica. I combattimenti a Juba hanno fatto finora almeno trecento morti, principalmente militari, ma anche civili. Dalla capitale è cominciato un flusso di civili in fuga che andrà ad ingrossare i campi profughi che le grandi agenzie umanitarie dell’Onu fanno già fatica a gestire.Ad aggravare tutto c’è il fatto che Riek Machar e Salva Kiir – che sanno bene di non poter vincere completamente questa guerra – hanno acceso la miccia etnica. Il primo è un Nuer, il secondo un dinka, due importanti etnie del paese spesso in conflitto per la gestione dei campi e delle mandrie. La rivalità etnica adesso rischia di rendere inutile anche la politica nel tentativo di fermare il conflitto.

Infine a tenere accesa la guerra c’è il fatto che il Sud Sudan è praticamente una bolla di petrolio in mezzo all’Africa che ha bisogno di oleodotti e terminali per essere commercializzato. Ad attendere un vincitore ci sono le grandi compagnie petrolifere del mondo.

Ultima questione cruciale, quella dell’acqua. Il Sud Sudan è solcato dal grande fiume Nilo per le cui acque è scoppiato un conflitto tra Etiopia ed Egitto. Quest’ultimo paese ha sempre utilizzato quasi interamente la portata del fiume. Ora però paesi come l’Etiopia vogliono un altro accordo. La posizione del Sud Sudan in questo scontro è cruciale e l’acqua del Nilo sempre più determinante per gli equilibri regionali.

In tutto questo due leader incapaci di arrivare ad un accordo, per i quali il potere o è totale o non è.

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    Raffaele Masto
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Il Bangladesh, terreno fertile per il jihadismo

Un paese con quasi 160 milioni di abitanti con una crescita del pil, nel 2015, del 6,5%, un incremento pro capite del 5% e il 41,4% della ricchezza detenuta dal 10% più ricco della popolazione. E’ il Bangladesh, un Paese dalle notevoli potenzialità e opportunità per gli investitori stranieri cui però fanno da contrappeso forti difficoltà e rischi: la grave inaffidabilità della macchina burocratica, i crescenti problemi di sicurezza e ordine pubblico e poi la corruzione che permea tutto e crea povertà e totale assenza di prospettive per i giovani.

Un contesto che, assieme ad alcune caratteristiche geografiche e politiche, sembra essere fatto apposta per rendere il Bangladesh uno dei principali obiettivi nella strategia del jihadismo internazionale. Questo paese sembrerebbe essere il naturale sbocco per lo Stato Islamico, che ha perso una buona parte del suo territorio in Iraq e Siria.

Proprio per questo motivo molti si aspettavano un attacco in Bangladesh. C’erano tutti gli elementi, compreso il fatto che il periodo più recente è stato punteggiato da uccisioni mirate rivendicate in gran parte da Daesh. E dei venti attacchi terroristici tre sono stati rivendicati o attribuiti ad Al Qaeda, formazione rivale dello Stato Islamico di Abu Bakr Al Baghdadi. Il Bangladesh rischia di diventare anche il teatro della contrapposizione dei principali gruppi del terrorismo internazionale che, giocoforza, hanno dovuto avvicinare le loro strategie, non solo quelle geopolitiche (senza controllare territori Daesh deve tornare al terrorismo puro, cioè all’attacco “al cuore del nemico” che è la strategia originaria di Al Qaeda).

Una anticipazione di questo è il conflitto aperto in Siria tra Al Nusra e Daesh. Conflitto che in Bangladesh potrebbe diventare ancora più profondo e sanguinoso.

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    Raffaele Masto
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Boko Haram torna a colpire in Camerun

E’ di almeno dieci morti il bilancio di un attacco kamikaze in una località nell’estremo Nord del Camerun, alla frontiera con la Nigeria. Anche se nessuna organizzazione ha rivendicato l’attacco bomba, le forze di sicurezza sospettano che dietro ci sia l’organizzazione terroristica Boko Haram.

Che sia responsabile Boko Haram non è soltanto un sospetto ma quasi una certezza. Per diversi motivi: la località e le modalità dell’attacco prima di tutto.

Secondo la ricostruzione fatta dalle stesse fonti militari alla fine della giornata una donna si sarebbe fatta esplodere in una piazza molto affollata della città di Djamkana (la cui popolazione è in maggioranza musulmana), al termine del digiuno del Ramadan. Tutti i morti e buona parte dei feriti sono appartenenti al Comitato di vigilanza incaricato di combattere Boko Haram.

Il governo camerunense non ha rilasciato dichiarazioni ufficiali sull’accaduto. Da luglio dello scorso anno diverse decine di persone, per la maggior parte civili, hanno perso la vita in attacchi simili che, nelle ultime settimane, si sono addirittura intensificati. Boko Haram, infatti, ha subito brucianti sconfitte militari in Nigeria e ha sostanzialmente perso il controllo sul territorio nel quale aveva dichiarato lo “Stato Islamico”. Queste sconfitte hanno prodotto come risultato l’espandersi nei paesi confinanti di attentati e attacchi. Il Camerun e il Niger sono stati colpiti duramente è sono la dimostrazione che Boko Haram non è affatto sconfitta.

Nella regione intorno al Lago Ciad ci sono circa un milione di profughi che hanno lasciato le loro case per timori di attacchi o di battaglie. Si tratta di una emergenza umanitaria di cui i media internazionali parlano poco che rischia di aggravarsi ulteriormente perché la strategia di Boko Haram è proprio quella di destabilizzare i paesi della regione e usare profughi e rifugiati come un ricatto ai governi deboli e corrotti dei paesi della regione.

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    Raffaele Masto
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Jean-Pierre Bemba condannato a 18 anni

Jean-Pierre Bemba è stato riconosciuto colpevole di rimini di guerra e crimini contro l’umanità nel marzo scorso. Oggi è stata resa nota l’entità della pena: 18 anni. Una condanna pesante ma non il massimo di ciò che ci si aspettava.

I fatti che hanno portato alla sua condanna risalgono al periodo 2002/2003, quando Bemba era a capo del Movimento per la liberazione del Congo e nella vicina Repubblica centraficana ebbe luogo una vera e propria campagna di stupri e omicidi.

La condanna di Bemba è significativa per diversi motivi: intanto è la prima persona a essere condannata dai giudici dell’Aia per violenze sessuali durante una guerra, inoltre è il primo personaggio ad essere ritenuto direttamente responsabile dei crimini dei suoi subordinati.

Infine Bemba non fu solo un leader guerrigliero o un signore della guerra. Bemba nella attuale Repubblica Democratica del Congo è stato vice presidente e candidato alla presidenza.

Arrestato vicino a Bruxelles il 24 maggio del 2008, l’ex capo militare non si è mai dichiarato colpevole nel corso del processo che si è aperto nel novembre 2010. L’accusa aveva chiesto almeno 25 anni di galera.

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    Raffaele Masto
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Senegal, la moschea di Touba

Vi si arriva molto prima di entrare nel centro abitato vero e proprio. L’ingresso nella città santa di Touba viene annunciato da un arco in muratura che delimita la regione in cui vige l’amministrazione di questa città autonoma, con leggi proprie sia per l’amministrazione della terra, sia per il commercio, sia per l’edificazione. Non si può fumare, non si possono bere alcolici e bisogna ovviamente purificarsi.

Touba è la più grande moschea di tutta l’Africa a sud del Maghreb. Intorno a questo luogo di culto è nata una città che ormai fa due milioni di abitanti, una vera e propria metropoli che continua a crescere, come la Moschea stessa che viene continuamente ampliata e impreziosita. Le vie polverose, il traffico, le merci esposte in tutte le strade, le donne con i loro abiti colorati non fanno immaginare di essere in un luogo sacro islamico, di questi tempi poi…

Ma Touba è proprio questo: la dimostrazione che esiste un Islam tollerante, capace di convivere con credenti di altre fedi. A Touba sono ammessi i turisti, si può entrare anche se non si professa la religione musulmana, possono entrare anche le donne che si devono velare, ma possono farlo in modo un po’ raffazzonato, con veli che vengono forniti all’ingresso e che vengono portati con estrema disinvoltura. A Touba arrivano milioni di fedeli ogni anno.

Questa Moschea fu fondata da Cheikh Amadou Bamba nel 1888, sempre lui fondò nel 1912 la confraternita del murid. Un gruppo religioso legato anche alla più importante etnia del Senegal, i wolof. La confraternita è diventata negli anni un vero e proprio ganglio del potere. In Senegal i murid sono potentissimi e i capi religiosi sono spesso legati ai leader politici e questi ultimi, a loro volta, magari sono membri della confraternita. Un legame che è potenzialmente una sorta di contro circuito.

Per ora però il Senegal ha saputo restare uno stato laico, ha saputo far convivere la religione maggioritaria con altre fedi, ha saputo non relegare le donne ai margini della società. Non è poco di questi tempi in cui le religioni, e in particolare quella musulmana, rischiano di prendere una deriva sempre più integralista. A Touba questo miracolo lo si respira, lo si osserva, ce ne si stupisce. E ce ne si compiace.

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    Raffaele Masto
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Dalla savana alle foreste, l’Africa degli esploratori

È un’Africa antica quella che si trova lasciando, a Sud di Dakar, la Petite côte. Un’Africa rurale lontana dalle grandi metropoli. Un paesaggio fatto da una savana secca e da una agricoltura povera: tanti baobab ognuno con il suo territorio intorno, alcune acacie spinose, cespugli e poveri villaggi con tanti bambini, le donne con secchi o taniche sul capo. Pochissimi vecchi.
A vederla così è l’Africa che produce immigrazione, giovani che lasciano villaggi e puntano a Nord, verso il sogno europeo. Poi si arriva al fiume Saloum. Di fatto, più che un fiume, un braccio di mare che si insinua in quello che una volta era un fiume di una certa portata. Lo si attraversa con una chiatta che carica una decina di auto e un camion per volta e si riempie di passeggeri a piedi. Mezz’ora e si è dall’altra parte.
Sembra di avere attraversato un confine, sembra di essere in un’altra Africa. La savana secca, brulla, polverosa è diventata verde, i baobab, più rari, sono nascosti dalla vegetazione, c’è anche qualche albero di Calu e, naturalmente, tanti mango. Il frutto è venduto dappertutto, le donne lo distribuiscono a terra sulle loro stuoie o su bancarelle improvvisate, secchi capovolti, traballanti tavolini. I bambini si riempiono le mani e cercano di vendere ai pochi viaggiatori che attraversano queste strade.
Poi si arriva a pochi chilometri dal Gambia – piccola enclave che si insinua nel Senegal – e c’è la Casamance, se ne sente quasi l’odore: è l’Africa delle foreste, della vegetazione quasi aggressiva, dell’acqua abbondante. La cittadina a pochi chilometri dal Gambia si chiama Toubacouta ed è situata alla foce del Saloum che per arrivare qui ha fatto un tortuoso percorso. Andare sulle rive di questo corso d’acqua ci si sente come se si tornasse indietro nel tempo, quando l’Africa veniva esplorata attraverso le foci dei fiumi.
È al tramonto, il verde della vegetazione diventa brillante, l’acqua riflette i raggi di sbieco del sole. Non c’è nessuno, silenzio perfetto, se spuntasse Stanley dalle rive del fiume quasi non ci si sorprenderebbe. Ma di questi tempi è più facile che arrivi qualche cinese con il caschetto giallo o qualche arabo con le tasche interne della sua candida veste bianca cariche di dollari.
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    Raffaele Masto
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Il baobab, alle radici del Senegal

Il baobab è il vero simbolo del Senegal. Nella grande Dakar è occultato dai palazzi e dal traffico ma appena si riesce a lasciarsi alle spalle la città, questo albero diventa l’assoluto protagonista del paesaggio. È un simbolo non solo perché è onnipresente, ma perché rappresenta la sobrietà africana, la capacità di utilizzare tutto, la capacità di avere una relazione amichevole con la natura.
Il frutto del baobab è una sorta di zucchetta oblunga che viene succhiata dai bambini come una caramella, ha un sapore zuccheroso acidulo, ma con quel frutto si produce anche una bevanda color latte con un forte potere dissetante, dal frutto e dai suoi semi si ottiene una farina per condire il cous cous, le foglie invece vengono consumate come verdura e vi si ricava anche un condimento usato in molti piatti senegalesi.
Viaggiando verso l’entroterra ci si rende conto che senza il baobab questi paesaggi perderebbero qualcosa. Questo albero con un tronco abnorme e grossi rami rivolti verso il cielo sembra un gigante piantato a terra che grida al cielo.
Nei villaggi la gente non si siede intorno ad esso per godersi l’ombra, viene quasi ignorato rispetto ad altri alberi con più foglie. Il baobab e i senegalesi però sanno bene di essere complementari. Innanzitutto, in questo arido Sahel, il baobab ha una capacità miracolosa, il suo particolare legno spugnoso trattiene l’acqua, una quantità incredibile. Pare che un albero di media grandezza possa contenerne anche centomila litri.
E poi ancora il baobab è una sorta di custode della vita, ha infatti una longevità sorprendente e può arrivare anche a duemila anni. Ciò significa che questi alberi vedono passare diverse generazioni, vedono la storia, vedono gli antenati. È lui stesso un antenato…
Al tramonto non è difficile viaggiare per il Sahel africano e osservare un maestoso baobab sul cui sfondo in lontananza sfreccia un aereo di linea. Molti senegalesi levano gli occhi al cielo, vorrebbero essere su quell’aereo che porta in Europa, ma allo stesso tempo il baobab sembra ricordare loro che questa è la terra dei loro antenati.
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    Raffaele Masto
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Dakar, all’ombra della Statue de la Renaissance

Non capita spesso. Di solito si arriva nelle capitali africane di sera, o all’alba. Arrivare a Dakar a metà pomeriggio è quasi un evento. L’A330 della Brussels Airlines punta la penisola sulla quale sorge la capitale senegalese, la supera, compie un ampia virata, perde quota, torna indietro. La manovra sembra fatta apposta per mostrare l’imponente monumento al Rinascimento africano che spicca nella luce tersa del pomeriggio. Poi l’aereo punta la pista, perde ancora quota e un attimo dopo è a terra.

Dakar si offre ai nuovi arrivati mentre l’imponente monumento sembra vegliare su questa città di quasi cinque milioni di abitanti, con un traffico impossibile, come tutte le megalopoli africane. Il monumento è l’ultimo arrivato nelle attrazioni di questa città: si tratta di una statua alta 49 metri, tutta in bronzo progettata dall’architetto senegalese Pierre Gudibai Atepa e costruita da una società della Corea del Nord. Raffigura un uomo che cinge una donna alla vita e con l’altro braccio solleva un bambino.

È stata voluta dal controverso ex presidente senegalese Abdulaye Wade e inaugurata nel 2010, il 4 aprile giorno dell’indipendenza del Senegal. Come Wade anche la statua del rinascimento africano è controversa. Per alcuni è un monumento bruttissimo, inutile, che testimonia lo spreco dei presidenti africani, per altri no.

In questo arrivo anomalo, nel tardo pomeriggio a Dakar, ha però fatto la sua bella figura, illuminato dal sole al tramonto, di un colore nero luccicante, lucido come se fosse passato un domestico con un panno a renderlo presentabile. Del resto l’Africa ha il suo concetto di bellezza e di arte e di cultura. Gli abitanti di Dakar si sono già abituati a vivere all’ombra di questo imponente monumento.

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Mozambico: il tonfo del leone

Fino ad aprile scorso il Mozambico era uno di quei paesi africani che qualche mese prima erano promettenti e ora mostravano la corda. In linea con molte economie africane che erano state date, da analisti frettolosi e distratti, come dei paradisi degli investitori, come delle economie in formidabile ascesa.

Questo sino allo scorso aprile, quando sono emersi dei prestiti assunti dal governo e non dichiarati (resi noti dal Financial Times e dal Wall Street Jornal) che mostrano un paese praticamente alla bancarotta. A tutto questo va aggiunto il danno di immagine alla classe dirigente sia all’interno del paese sia, soprattutto, con i partners internazionali.

Di fatto il Mozambico aveva contratto con le banche europee prestiti per oltre un miliardo e mezzo di dollari e con il Fondo Monetario un prestito di 850 milioni di dollari. Dunque quasi due miliardi e mezzo di dollari che non sono nemmeno stati messi a bilancio: ottenuti e spariti in una specie di buco nero. Inoltre Europei e FMI non sapevano uno dell’altro mentre le regole stabiliscono che tutti i prestiti devono essere pubblici e noti, ovviamente, ad altri soggetti che elargiscono denaro.

FMI e Banca Mondiale hanno immediatamente sospeso tutti i programmi di aiuto e anche l’Europa ha interrotto tutte le relazioni economiche con il paese.Questa situazione, riportata dai media non legati alla stampa governativa (che ovviamente ha minimizzato), ha portato ad organizzare una manifestazione di protesta nella capitale per sollecitare l’apertura di un’inchiesta sull’utilizzo delle risorse economiche ricevute. La manifestazione però non si è mai svolta perché il regime ha schierato in tutte le città un sistema repressivo massiccio che ha scongiurato a chiunque di andare in piazza.

La situazione attuale del Mozambico è drammatica, con un debito pubblico passato dal 42 per cento nel 2012 al 73,4 per cento del Pil nel 2015, caratterizzata da una grave crisi di credibilità finanziaria per i prestiti non dichiarati ai partner internazionali e non inseriti nei conti pubblici, inoltre il Metical, la valuta locale, ha perso oltre il 35% del suo valore.

Se a tutto ciò si aggiunge il fatto che il Mozambico è praticamente spaccato a metà per un conflitto tra il Frelimo, il partito di regime, e la Renamo, la vecchia formazione della guerriglia che esige il governo di alcune regioni nelle quali afferma di avere vinto le elezioni, si ha un quadro completo di un paese di fatto in default: economico e politico.

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    Raffaele Masto
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I Vendicatori del Delta

Prezzo della benzina alle stelle in Nigeria mentre il paese soffre pesantemente il calo del prezzo del petrolio sui mercati internazionali. L’aumento del prezzo della benzina è la conseguenza di diversi fattori: innanzi tutto il fatto che la Nigeria raffina solo una parte del petrolio che estrae dato che non ci sono raffinerie e quelle che ci sono funzionano parzialmente o a ritmo ridotto.

Ma poi a pesare sul prezzo del carburante c’è il fatto che nel Delta del Niger, regione di produzione del greggio, sono tornati a salire i livelli di insicurezza.

Prima c’era il Mend, il Movimento per l’Emancipazione del Delta del Niger, ora c’è un nuovo gruppo, “I vendicatori del Delta”. Si chiamano così e hanno, a differenza del passato, armi evolute, micidiali e costose. L’ultimo attacco lo hanno sferrato ad un oleodotto tra i più importanti di tutto il continente africano, quello di Forcados, della compagnia anglo-olandese Shell che è rimasto bloccato per settimane. L’attacco è stato compiuto con una squadra di sommozzatori che hanno praticamente messo fuori uso l’impianto in modo scientifico.

Pare che i “Vendicatori del Delta” possano contare anche su altre micidiali armi: navi convertite in fregate militari con tanto di armamenti, artiglieria pesante, missili e altre sofisticate attrezzature.

Da dove viene questa nuova formazione militare? E perchè proprio ora che il prezzo del petrolio è ai suoi minimi storici? E, ancora, perchè proprio mentre il governo nigeriano può vantarsi di avere pesantemente limitato la capacità bellica di Boko Haram, nel nord?

Difficile rispondere a tutte queste domande. Di certo si può dire che i “Vendicatori del Delta” sono, quasi certamente, il prodotto, ancora una volta, di dinamiche politiche interne alla Nigeria.

Il capo di questa nuova formazione infatti è un uomo conosciuto, che fino a qualche mese fa, era evidentemente in Stand By e che ora ha ricevuto un “via libera”.

Si tratta di un ex capo del Mend, il cui soprannome è Tompolo, definito anche “il capo di tutti i capi” e accusato di avere intascato, in modo illecito, circa 200 milioni di dollari di fondi pubblici.

E’ ancora presto per individuare quali sono le forze che lo muovono. Tompolo però all’interno del Mend era stato l’uomo che aveva aderito al programma di amnistia del governo e, successivamente, aveva ottenuto fondi per garantire la sicurezza degli impianti petroliferi. Ora è tornato sulle barricate, più armato che mai.

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Il Papa schiaffeggia l’Europa

Il Papa ha ricevuto il premio Carlo Magno che l’Europa assegna ogni anno ad una personalità che si è distinta per il suo impegno a favore della pace e del dialogo. Bergoglio ha accolto tutti i leader europei in Vaticano e ha pronunciato il discorso di rito. Ma si è trattato di parole tutt’altro che rituali. Il Papa ha praticamente condannato l’Europa costruita dai leader che gli stavano assegnando il premio. C’erano tutti: Schltz, Tusk, Junker, Merkel, Renzi, il Re di Spagna, il governatore della Bce Draghi.

“Integrazione e solidarietà per costruire la storia”, ha detto. Esattamente il contrario di ciò che sta facendo l’Europa sulla questione migranti, la più scottante.

Alla fine i leader europei si saranno quasi pentiti di avere assegnato il premio a Bergoglio. Hanno battuto le mani e sorriso per protocollo, ma di fatto sembravano scolaretti che cercano un riparo dietro il compagno quando il professore interroga.

“L’Europa è una nonna stanca, invecchiata e non più fertile”, ha detto ancora il Papa con i leader schierati davanti a lui. “Un Europa che vuole dominare spazi più grandi, che vuole conquiste invece di generare processi di inclusione”.

Parole che devono essere risuonate con l’eco nelle orecchie dei leader che proprio in questi giorni hanno generato piani per l’espulsione, per la chiusura e la deportazione come è avvenuto, per esempio, nel campo di Idomeni.

“Sogno un Europa – ha detto ancora il Papa – in cui essere migrante non sia un delitto. Costruire Ponti e abbattere i muri. Le parole di Bergoglio, evidentemente, sono state costruite sulla realtà di questi giorni. Una realtà costruita dagli uomini che aveva di fronte e che sembravano sempre più piccoli e imbalsamati sulle loro sedie.

Il Papa non ha avuto riguardi ha continuato imperterrito, e non solo sull’immigrazione. “L’Europa deve dare ai giovani un lavoro dignitoso e ben pagato, e deve distribuire la ricchezza senza accanirsi sui più deboli”. Di certo le menti di quegli occhi sfuggenti che aveva davanti sono andati al capitolo precedente a quello dell’immigrazione, alla Grecia, per esempio.

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Le disuguaglianze che bloccano lo sviluppo

L’Angola ha chiesto di nuovo l’aiuto del Fondo monetario internazionale per salvaguardare la tenuta dei suoi conti pubblici messi a durissima prova dal crollo del prezzo del petrolio. Paese membro dell’Opec (Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio), l’Angola è il secondo produttore di questa materia prima in Africa. Come la Nigeria, primo produttore, ha subìto in maniera rilevante il colpo del calo del valore del greggio. Le finanze dello Stato sono state prosciugate per sopperire ai mancati introiti delle esportazioni e la moneta nazionale, il Kwanza angolano, ha subito una forte svalutazione.

Così come già accaduto in passato, il Paese africano si è dovuto rivolgere nuovamente all’Fmi che tra il 2009 e il 2012, con l’obiettivo di sostenerne la ricostruzione dopo quasi trent’anni di guerra civile (dal 1975 al 2002), ha già versato nelle casse del governo di Luanda 1,4 miliardi di dollari.

L’Angola però è un caso emblematico, una sorta di simbolo di ciò che accade in Africa. In primo luogo la classe politica al potere non è mai cambiata dall’indipendenza a oggi. L’entourage presidenziale e quello dei suoi generali si è arricchito in maniera spropositata. La figlia del presidente Dos Santos è la donna più ricca d’Africa. La moglie è a capo di diverse società.

Insomma il Paese è praticamente in mano a una classe di ricchissimi che sono tutti legati al clan di Dos Santos. Di conseguenza nel Paese non è mai stata nemmeno tentata una redistribuzione della ricchezza che nei primi anni di questo terzo millennio è fluita in modo abbondante dal Paese finendo tutta (o quasi tutta) nelle tasche di fratelli, cognati, nuore, cugini, mogli ecc.

Ma al di là di questo male comune in Africa, l’Angola non ha mai nemmeno tentato una diversificazione economica: c’erano il petrolio e i diamanti e la ricchezza veniva da lì. Punto e basta. Oggi che il prezzo del petrolio è ai minimi storici, il “miracolo” Angola mostra di cosa è fatto realmente. Peccato che questo Paese era citato da molti come uno degli esempi dei cosiddetti Leoni-Africani (paragrafando le Tigri-asiatiche della fine degli anni Novanta).

Per valutare se un Paese si è realmente incamminato sulla strada dello sviluppo i parametri sono altri: nascita e crescita di una industria manufatturiera interna, diversificazione delle fonti di ricchezza e distribuzione reale alla popolazione attraverso il lavoro. In breve questi provvedimenti dovrebbero portare accesso alla scuola, alla sanità, all’acqua potabile. Fuori da questa strada le classi politiche al potere stanno facendo un’altra cosa, non sviluppo.

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L’emergenza è l’Europa, non i migranti

La fonte è incontestabile. Matteo Renzi ha detto sostanzialmente che, per l’Italia, non c’è una emergenza migranti. Nei primi quattro mesi di quest’anno gli arrivi sono stati praticamente inferiori a quelli del 2014 e sostanzialmente uguali a quelli del 2015.

Se le cose stanno così non si può non chiedersi perché mai oggi c’è una emergenza migranti e non c’è stata nel 2014.

Stando ad alcuni personaggi politici l’Italia è in procinto di essere invasa. Dicono che le risorse non basteranno per tutti. Che i migranti faranno saltare la nostra già precaria economia. Insomma i dati dicono che tutto ciò non è vero. Nessuno ha contestato Renzi. Né internamente e nemmeno le grandi agenzie umanitarie internazionali come l’Alto Commissariato dell’Onu per i Rifugiati.

Non è nemmeno vero il fatto che, chiusa la rotta balcanica, siriani, afghani, iracheni, pakistani si riversano tutti in Italia.

Insomma sulla questione migranti c’è una grande ambiguità, un grande opportunismo politico. Si semina paura per raccogliere voti. E purtroppo è una operazione che riesce.

Oggi l’unica differenza rispetto al 2014 (ma si potrebbe genericamente dire rispetto agli anni precedenti) è che l’Europa sta chiudendo le sue frontiere obbligando molti migranti a rimanere in un Paese dal quale sarebbero ripartiti. Sotanzialmente l’emergenza è l’Europa. O meglio, la sta creando l’Europa con una politica miope e inefficace, cioè senza tenere conto di alcuni dati di fatto:

Le migrazioni sono inarrestabili, fanno parte della storia dell’umanità. Da che mondo è mondo la gente si sposta da luoghi senza lavoro a luoghi dove c’è lavoro. Da territori poveri a territori ricchi. È sempre accaduto.

Non saranno sufficienti leggi repressive, sbarramenti militari o di altro tipo a fermare i migranti che, peraltro, sono utilissimi alla nostra Vecchia Europa, che è un continente di anziani che non possono contare su giovani lavoratori che paghino loro le pensioni.

La questione migratoria, lasciata a se stessa, sarebbe governata dalla “mano invisibile” del mercato. Nel senso che i migranti si fermano dove c’è lavoro e rifuggono i Paesi in crisi.

Infine una constatazione storica: i Paesi che si sono chiusi alle migrazioni sono scomparsi. Quelli che invece si sono aperti, quelli che hanno avuto una politica di accoglienza sono diventati grandi potenze. Vedi gli Stati Uniti o, più indietro nel tempo, l’Impero Romano.

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    Raffaele Masto
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L’Italia e la nostalgia per Gheddafi

Il governo italiano propone all’Unione europea un piano per limitare l’arrivo di migranti nei prossimi mesi, che – sulla base degli elementi finora conosciuti – sembra analogo all’accordo Ue-Turchia, che prevede il respingimento dei migranti economici.

Gli sbarchi di queste ultime ore – già migliaia – sono solo il preludio di ciò che avverrà nel Mediterraneo con la rotta balcanica sigillata.

E molti Paesi – non solo l’Austria con la barriera al Brennero – si preparano già, preventivamente, a respingere i migranti che potrebbero ammassarsi alle sue frontiere.

L’Italia rischia quindi di avere il ruolo che nella rotta balcanica ha avuto la Grecia, cioè rischia di essere la prima sponda europea sulla quale i migranti vengono identificati e, se non aventi diritto all’asilo politico, rispediti nel Paese di partenza che, nel nostro caso, sarebbe la Libia che adesso ha un governo. Un governo fortemente voluto dall’Italia e sicuramente anche sostenuto economicamente e politicamente.

Insomma l’Italia sembrerebbe avere una sorta di nostalgia di Gheddafi: era un gran farabutto, ma era il nostro farabutto che non mancava di farci fare figuracce e di umiliarci, ma che non ha mai sgarrato sulle questioni che contano, cioè non ha mai aperto incondizionatamente i rubinetti dei migranti che in molti casi ha lasciato marcire in mano ai trafficanti, nei remoti e desertici confini meridionali del suo Paese.

Oggi poi in Libia ci sono anche l’Isis e al Qaeda che rischiano di fare del business dei migranti una lucrosa forma di finanziamento delle loro attività.

Insomma l’Italia che minimizza non sembra pronta ad avere una propria Idomeni per la quale Tsipras si è espresso affermando che l’atteggiamento macedone è una vergogna per l’Europa. Dichiarazioni cadute nel silenzio cosmico dell’Europa, e anche dell’Italia.

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    Raffaele Masto