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Salvini non fermerà i migranti

Matteo Salvini

La linea dura di Salvini nel Mediterraneo ha il fiato corto. Non ci sono più le Ong ma i migranti continuano a partire esattamente come prima. Nessuna diminuzione, e la stagione è favorevole.

In Libia ci sono, secondo stime, dai 500mila al milione di potenziali migranti pronti all’imbarco. Sono una sorta di capitale, denaro sonante in mano ai trafficanti che, ovviamente non ci vogliono rinunciare. Ogni imbarco, a circa mille dollari a passeggero, li trasforma in denaro per le milizie libiche che controllano questo business. Per limitarlo o fermarlo i trafficanti vogliono più denaro di quanto ne guadagnerebbero imbarcandoli. Ecco perchè il flusso non diminuirà.

Salvini sarà perennemente alle prese con una nave, un peschereccio, un gommone che chiede un porto. Potrà continuare all’infinito a negarli. L’Europa non ne prende, lui non ha la forza di chiedere all’Austria, alla Francia, alla Svizzera di aprire le frontiere del Brennero, di Ventimiglia, di Como. L’Italia continuerà ad essere – per effetto del trattato di Dublino – un imbuto e del resto lui, Salvini, è alleato con tutti i governi di destra europei che vogliono che i migranti restino in Italia.

Insomma il Ministro dell’Interno ha lanciato una sorta di boomerang che prima o poi gli ritornerà indietro.
L’unica possibilità è adottare la cosiddetta “strategia Minniti“, cioè dare ai trafficanti più soldi di quanti ne guadagnerebbero facendo partire i barconi. Una strategia dai costi umanitari enormi e poi le milizie in Libia sono fluide: oggi sono forti e domani vengono sconfitte da altre che chiederanno altri soldi. Insomma il Mediterraneo continuerà ad essere solcato da migranti.

Matteo Salvini
Foto dal profilo FB di Matteo Salvini https://www.facebook.com/salviniofficial/
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    Raffaele Masto
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Bollorè fermato per sospetta corruzione

Vincent Bollorè

Vincent Bollorè, imprenditore miliardario, azionista di Tim, Mediaset e secondo azionista di Mediobanca, è stato fermato in Francia con l’accusa di aver corrotto funzionari pubblici stranieri.

Secondo i magistrati, il gruppo del magnate bretone avrebbe avrebbe usato la sua filiale pubblicitaria Havas per sostenere i leader di Guinea Conakry e Togo e ottenere in cambio la gestione dei porti di Conakry e Lomé, scali cruciali per il traffico marittimo di tutta l’Africa Occidentale dato che porti come Lagos, in Nigeria, e Abidjan, in Costa d’Avorio sono più complicati, il primo per la corruzione e la violenza, il secondo perché dieci anni di guerra civile lo hanno reso obsoleto. Anche in questo caso è Bollore che lo sta rimodernando. Già nel 2016, la sede del gruppo Bolloré Africa Logistics era stata oggetto di una perquisizione nell’ambito dell’inchiesta aperta nel luglio 2012.

L’Africa è Bollorè e Bollorè è l’Africa. L’Africa è il «territorio» di Bollorè. In tutto il continente non si contano le concessioni, le grandi opere, i mega investimenti del gruppo che ha praticamente influenzato, con le sue enormi capacità finanziarie, la politica, l’economia. Le relazioni (economiche, commerciali, di potere) tra la Francia e l’Africa, la cosiddetta «FrançAfrique», è in qualche modo il frutto degli interventi di Bollorè in Africa.

«FrançAfrique» è il legame stretto che la vecchia Madre Patria ha mantenuto con le ex colonie africane anche dopo la fine del colonialismo. Un lascito politico che Parigi ha perseguito e applicato in Africa con il contributo di politici e imprenditori. Il principale, il capo fila è stato Bollorè.

Oggi si scopre, e del resto in molti lo sospettavano, che probabilmente quel rapporto non sempre si è giocato con regole lecite. Il caso della Guinea e del Togo è probabilmente un esempio di quelli che sono state le relazioni della FrancAfrique. In cambio del sostegno del potente gruppo francese i presidenti potevano agilmente pagarsi campagne elettorali e avere dalla loro parte Parigi. Ma dovevano concedere appalti, diritti di sfruttamento e di commercializzazione. I benefici erano chiari: i presidenti potevano rimanere al potere e la Francia otteneva commesse. Commesse che vogliono dire lavoro, occupati, flusso di capitali in patria. Ora sembra che i magistrati abbiano alzato il coperchio.

Vincent Bollorè
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    Raffaele Masto
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Nuovo governo: a Salvini prudono le mani

A Salvini prudono le mani. Sente odore di governo e, come premier, ministro dell’interno o cos’altro, dovrà dare seguito a tutte le roboanti promesse fatte in campagna elettorale: abolizione della legge Fornero, flat tax, blocco navale per i migranti, rimpatri…

Tutti temi caldi, questioni complesse alle quali Salvini, nelle promesse elettorali, ha dato risposte semplici. Infatti il populismo è proprio questo: risposte semplici a problemi complessi. Eppure ora qualcosa dovrà fare. E quasi certamente qualcosa farà sul tema immigrazione sul quale ha di fronte una parte debole, senza rappresentanza: i migranti, appunto. Può colpire, ma come?

Aveva promesso 10mila rimpatri al mese per rispedire a casa quei 600mila clandestini che, secondo lui, delinquono sul nostro territorio e abbassano i livelli di sicurezza degli autoctoni. Ma i rimpatri prevedono un costo – in termini economici, logistici e politici – difficili da affrontare: ci vogliono rastrellamenti, infiltrati, operazioni di polizia per individuarli, processo, testimoni, giudici, galere. Poi bisogna sapere di che nazionalità sono e dato che non hanno documenti si possono spacciare per provenienti da qualunque paese. Poi per rispedirli in quella nazione ci vuole il consenso di quella nazione. E poi ci vogliono biglietti aerei, accordi con le compagnie e agenti che li accompagnino… un po’ troppo.

A Salvini non resterà che bloccare gli arrivi. Già fatto!

Lo ha fatto Minniti. E lo ha fatto bene, con professionalità poliziesca. Peccato che poi, in corso d’opera, sono cambiate le bande che controllavano il territorio e alle quali l’Italia, attraverso al Sarraj aveva fatto arrivare copiosi compensi.
Salvini dovrà ricominciare da qui: ricacciare in Libia, nei lager della Libia, i migranti che sognano l’Europa. Lui è la destra, lo hanno votato. Si può anche permettere di fregarsene dei diritti umani. Insomma, qualcosa deve fare…

Europee: Salvini, voto a Pd o Fi è la stessa cosa

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    Raffaele Masto
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Zimbabwe, la democrazia può attendere

Il nuovo presidente dello Zimbabwe Emmerson Mnangagwa ha nominato i membri del suo governo: ci sono le principali fugure militari del paese, quelli di più alto livello, gli storici membri delle forze armate che si sono aggiudicati i più importanti posti di potere.

Tra questi Sibusiso Moyo, eminenza grigia dei militari è il nuovo ministro degli Esteri. L’attuale capo dell’aviazione, Perence Shiri, è stato nominato ministro dell’Agricoltura. Restano al loro posto di potere personaggi come Costantino Chiweke, che da capo dell’esercito ha guidato la rivolta contro Mugabe. Il vecchio dittatore che aveva designato alla successione la moglie Grace.

E’ lei, una donna, ambiziosa e avida, che ha spaventato a morte tutti i bellimbusti con i petti pieni di mostrine che in queste ore si apprestano a ricoprire cariche politiche dalle quali potranno continuare a fare ciò che hanno sempre fatto con Mugabe.

Tutti personaggi che in questi anni hanno fatto per lui il lavoro sporco: hanno represso, imprigionato, occultato qualunque protesta o contestazione e hanno fatto sparire chiunque avesse l’ardire di criticare.

Continueranno così. Continueranno a fare soldi controllando il traffico di diamanti, di cui il paese è ricco. Continueranno a fare affari con imprenditori pubblici e privati cinesi che ormai hanno il quasi monopolio delle materie prime del paese.

Emerson Mangawa era il vice presidente, potenziale successore nella continuità di Mugabe che ormai svolgeva il ruolo di fantoccio di un regime corrotto nelle sue pieghe più intime.

Oggi spetta a lui, il nuovo Presidente, vigilare perchè tutto continui come prima. La democrazia può aspettare e con la democrazia possono aspettare i sedici milioni di zimbabwani che hanno festeggiato per l’uscita di scena del vecchio dittatore.

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    Raffaele Masto
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Zimbabwe: al peggio non c’è mai fine

Siamo alla fine della sceneggiata del penoso balletto per il potere in Zimbabwe che dura ormai da una settimana. Robert Mugabe, a sorpresa in un discorso televisivo non si è dimesso, come tutti si attendevano. Pare lo faccia a breve, almeno così dice la Cnn e altre fonti giornalistiche. Il vecchio presidente ha ottenuto piena immunità per se stesso e per la moglie Grace.

Le dimissioni di Mugabe, o almeno il suo impeachment, o almeno un ordine del tribunale che lo accusi di usurpazione del potere e gli imponga di uscire di scena, sono essenziali per il gruppo di militari che ha voluto accelerare la successione al potere. Senza l’Unione Africana, che non può approvare un golpe, sarebbe obbligata a non riconoscere il nuovo regime. Invece la cricca di militari che ha preso il potere ha assolutamente bisogno che sul Paese calino il silenzio e la legittimità internazionale per poter continuare a fare affari su un paese ridotto alla fame, in preda ad una crisi economica disastrosa e senza sbocchi.

Al di là del modo in cui si concluderà la vicenda non si può non riconoscere che Mugabe è ormai fuori gioco, soprattutto per la sua età. Ma soprattutto è fuori gioco la moglie Grace, 52 anni, che nella sceneggiata di questi giorni è stata completamente assente e che era il vero obiettivo dei golpisti che temevano, come voleva il marito, che prendesse il potere.

I vincitori sono senza dubbio la cricca di militari che ha sostenuto Mugabe fino ad oggi e che si sono arricchiti come lui e forse ancora di più. Sono una vera e proprio banda di gangster. Il capo dell’esercito Costantino Chiweke, il vice presidente Emerson Msangawa, il capo dei veterani di guerra Mutsvangwa. Questi gli uomini che per Mugabe hanno fatto il lavoro sporco da quando il vecchio presidente è al potere.

L’attrice di questa sceneggiata è Grace Mugabe, il vero obiettivo del golpe. Lei ha conti milionari a Singapore e ha speso con grande disinvoltura denaro dello stato per propri interessi personali. A Parigi, in una sola giornata di shopping, ha fatto fuori 140mila euro. Qualche settimana fa era stata arrestata in Sudafrica con accuse di violenze verso una commessa.

Altro attore è il popolo dello Zimbabwe. In questi giorni è stato l’attore meno apparso in scena, quasi nemmeno una comparsa. Eppure le vicende di queste ore vengono pagate soprattutto dai circa 16 milioni di abitanti di questo paese.

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    Raffaele Masto
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Roma, i migranti e la coscienza sporca dell’Italia

L’Italia si è messa in pari. Si diceva che facevamo un buon lavoro in mare, con i salvataggi, ed eravamo incapaci nell’accoglienza. Con il piano Minniti, adesso, respingiamo i migranti in mare e anche sulla terra ferma.

Anzi, sulla terra ferma li picchiamo. E per ribadire che l’Italia non ha più contraddizioni, in Piazza Indipendenza, a Roma, abbiamo mostrato di cosa siamo capaci. Lo abbiamo mostrato a immigrati etiopi ed eritrei ai quali abbiamo dovuto concedere lo status di rifugiati politici, non per bontà, beninteso, ma perché nessuno ne ha più diritto di loro.

Eppure etiopi ed eritrei avrebbero più di una ragione per chiedere – loro a noi – non uno straccio di permesso per stare sul nostro territorio, ma un indennizzo storico. L‘Eritrea è una creazione italiana, è stata la nostra prima colonia e abbiamo mandato migliaia di ascari eritrei a morire in battaglia per le nostre conquiste coloniali.

In Etiopia ci siamo macchiati di una delle peggiori nefandezze belliche di tutti i tempi, un primato italiano: l’abbiamo conquistata con i gas nervini e per controllarla abbiamo compiuto a ripetizione vergognosi massacri.

Poi finito il colonialismo abbiamo mantenuto al potere, in quei paesi, dittatori impresentabili, ma che ci concedevano le loro basi, che facevano da bastione contro l’islamismo per conto nostro, che consentivano di fare lavorare le nostre grandi imprese.

Non c’è da stupirsi se migliaia di giovani hanno voluto fuggire da quei paesi. Eppure noi, che siamo una delle fonti dei loro guai, non li abbiamo accolti. Basta ricordare un naufragio simbolo, quello del 3 novembre 2013 quando 300 migranti morirono inghiottiti dal mare vicino a Lampedusa. Erano tutti eritrei. E prima e dopo in mare ne sono morti ancora tanti.

Insomma, un tempo spezzavamo le reni, oggi le braccia, come dice un poliziotto che ordina la carica in piazza Indipendenza. Le vittime sono sempre le stesse.

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    Raffaele Masto
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Libia: le minacce alle ong, il ruolo dell’Italia

Con l’uscita di scena di Medici Senza Frontiere non c’è più nessuno, nel Mediterraneo, che salva i migranti. La strategia Minniti era proprio questa.

Di fatto l’Italia si è creata il suo muro anti-migranti, un vero e proprio muro come quello dell’Ungheria di Orban, dell’Austria al Brennero e della Francia a Ventimiglia. L’Italia si è convertita dunque alle politiche di chiusura dell’Europa. Ora i salvataggi nel Mediterraneo verranno compiuti dalle nostre motovedette.

Si, le nostre ma quelle che il governo Gentiloni e il ministro Minniti hanno regalato alla Libia. Beniteso, alla Libia dell’uomo che in Libia conta meno, il premier di Tripoli Sarraj.

E i migranti “salvati” (ed è proprio il caso di mettere questa parola – “salvati” – tra virgolette) finiranno ancora nei centri di detenzione libici da dove son partiti, Come in un tragico gioco dell’Oca torneranno alla partenza, in questi centri che non si può definire in altro modo che Lager, magari a marcirvi per anni, magari dopo mesi di viaggio e di soldi spesi e guadagnati con un lavoro da schiavi.

E’ chiaro che in queste condizioni la rotta del Mediterraneo andrà in disuso e l’Italia potrà esultare per la sua lungimirante strategia.

Ma i migranti, come insegna la storia, non li ferma nessuno ed è chiaro che verranno cercate nuove rotte, più lunghe e pericolose. Ed è chiaro che ci saranno più morti.

Ecco, per chi non avesse capito queste sono le probabili conseguenze della strategia del governo italiano.

 

 

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Le regole del blocco navale in Libia

La frase chiave è del ministro Pinotti: “la missione non è un blocco navale, ma consiste nel supporto logistico e tecnico alle forze libiche”. Perchè facciano il lavoro sporco, aggiungiamo noi.

In sostanza l’operazione italiana punta limitare i flussi favorendo e supportando le forze libiche in mare. cioè facendo in modo che siano loro a fermare i barconi o i gommoni che si staccano dalle coste, che lo facciano presto, possibilmente in acque territoriali libiche. Le navi italiane, provviste di tecnologia, di sistemi di avvistamento e radar moderni segnaleranno le barche ai libici che svolgeranno, appunto, il lavoro sporco.

Le regole di ingaggio, dunque, sono quelle di Frontex, o meglio delle navi italiane che partecipano a Frontex: controllo delle frontiere marittime. Non c’è bisogno d’altro. Naturalmente le navi italiane potranno rispondere al fuoco nel caso ciò accada, e non potranno far scendere a terra militari.

Di fatto la missione rende effettivamente più difficili gli sbarchi e, in prospettiva, potrebbe anche imporre a trafficanti e migranti di individuare nuove rotte. Se quella mediterranea si fa troppo difficile la domanda potrebbe crollare e rivolgersi, per esempio, alla rotta che passa dalle Canarie, in disuso perchè più pericolosa e più lunga.

La parte più criticabile di questa missione sono i costi umanitari. Riportare i migranti in Libia significa far perdere loro mesi e mesi di viaggio, costato fior di dollari in molti casi, e significa finire in uno dei famigerati centri per migranti in Libia: ce ne sono 34, di fatto sono centri di detenzione.

Il governo, inteso come al Sarraj, ne gestisce 24, mentre i restanti sono controllati dalle amministrazioni locali, praticamente le varie milizie. ci sono però diversi campi di detenzione non ufficiali diretti, anche in questo caso, dai gruppi armati che considerano i migranti ostaggi da liberare dietro riscatto e il cui numero è ignoto.

Gli osservatori internazionali hanno accesso a solo la metà dei centri e solo a quelli riconosciuti. Sugli abusi e le violazioni compiuti in questi centri le testimonianze sono ormai tante.  

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Yemen, l’epidemia di colera peggiore al mondo

In Yemen è in corso la peggiore epidemia di colera del mondo. L’allarme è stato lanciato dall‘Unicef che parla di numeri allarmanti.

E i numeri fanno effettivamente paura. Almeno 200mila casi sospetti che aumentano ad una pazzesca media di cinquemila al giorno. In soli due mesi, il colera si è diffuso in quasi tutti i governatori del paese. I morti sono già 1300, di cui un quarto sono bambini. secondo le stime i morti dovrebbero aumentare nei prossimi giorni in modo esponenziale, come avviene, di solito nella fase di crescita di una epidemia.

A rendere questa epidemia micidiale c’è il fatto che lo Yemen è devastato da una guerra che non sembra avere soluzioni diplomatiche. Di fatto si tratta di un conflitto per procura tra i due giganti della regione: Iran e Arabia Saudita. La rottura di quest’ultimo paese con il Qatar rende la guerra ancor più difficile da fermare.

Di fatto è proprio il conflitto a fare da effetto moltiplicatore della diffusione del batterio. L’allarme lanciato dall’Unicef è stato sottoscritto anche dal Direttore generale dell’Oms Margaret Chan: “Se non verrà fermata la guerra e se non arriveranno aiuti immediati la situazione potrebbe sfuggire ad ogni controllo”.

Al momento però queste due condizioni rischiano di non essere soddisfatte: la guerra, come detto, non ha soluzioni diplomatiche e con il conflitto in corso i convogli con vaccini, medicine, aiuti alimentari e acqua potabile non possono viaggiare.

Un’intera generazione di bambini potrebbe essere condannata.

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Nasce un nuovo paese, si chiama Refugiandia

Giornata Mondiale del Rifugiato. Ormai la si celebra con una certa ritualità. I temi con cui la si ricorda sono sempre gli stessi. Quest’anno torneremo a dire che i rifugiati non sono mai stati così tanti, circa sessanta milioni in tutto il mondo, cioè un intero paese di medie proporzioni, per esempio l’Italia.

Se tutti insieme avessero una terra farebbero una nazione: certamente una nazione accogliente, perché sanno cosa vuol dire lasciare il proprio paese, le proprie case, gli affetti magari di corsa perché arriva la guerra, con poche cose, quelle che possono stare “appese” al proprio corpo, nelle tasche consunte di abiti che vanno in pezzi.

Sicuramente farebbero una nazione che “ripudia la guerra”, ma che la ripudia veramente. Si, perché sanno bene che si diventa rifugiati soprattutto a causa della guerra. Non solo: oggi le guerre moderne non uccidono in maggioranza combattenti, soldati, militari. No, uccidono civili, spesso i più indifesi, i più fragili come gli anziani, i bambini, le donne gravide. E poi sanno bene che in queste maledette guerre moderne loro sono praticamente usati, diventano un arma in più in mano a una delle parti in guerra, magari la stessa che li ha fatti fuggire. Si, perché ad avere rifugiati e profughi sulla propria terra significa ottenere aiuti umanitari, cibo, acqua, abiti che le autorità (cioè una delle parti belligeranti) devono distribuire. Risultato: i combattenti non avranno mai fame, i rifugiati quasi certamente sì.

E poi avere rifugiati sul proprio territorio dà la possibilità di usarli come un ricatto, oppure come ostaggi, magari chiedendo riscatti (concessioni politiche, territoriali o altro). Insomma, i rifugiati sono un business, producono ricchezza, in termini di denaro o in politica.

E infine i rifugiati, i loro campi organizzati o improvvisati sono immensi serbatoi di migranti potenziali. Quei migranti che fanno tanta preoccupazioni ai politici europei che progettano muri, che inventano regole, leggi e centri. Magari gli stessi che dalle guerre traggono vantaggi, o che attraverso le guerre ipotizzano equilibri a loro più favorevoli.

In mezzo i migranti, ignari, inconsapevoli, finiti negli ingranaggi infernali di una macchina spietata che oggi celebra la loro condizione.

Questo articolo è stato pubblicato originariamente sul blog Buongiorno Africa

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La catastrofe umanitaria più grave del Pianeta

Le Nazioni Unite hanno diffuso un rapporto sul Sud Sudan. Tra gli altri dati drammatici, denuncia almeno due milioni di bambini profughi e rifugiati.

In Sud Sudan è in corso una guerra civile scoppiata solo due anni dopo il referendum con il quale il Paese otteneva l’indipendenza dal Nord dopo una lunghissima guerra civile.

Oggi, visti i numeri diffusi dall’Onu, i responsabili di questo conflitto dovrebbero essere inquisiti dalla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra. Non lo sono perché in gioco ci sono ingenti risorse: i ricchi giacimenti petroliferi e l’utilizzo della preziosa acqua del fiume Nilo.

Il risultato di tutto questo è drammatico: milioni di profughi, di rifugiati e di sfollati interni, almeno diecimila morti, secondo una stima realizzata assolutamente per difetto, migliaia di bambini reclutati per la guerra, una economia praticamente azzerata, margini per un compromesso quasi nulli e dunque un conflitto che a breve non ha prospettive di essere fermato.

Quella del Sud Sudan è una crisi totale, indubbiamente la più grave catastrofe umanitaria del Pianeta.

Sono saltati almeno una ventina di accordi di cessate il fuoco segno che i due rivali – il presidente Salva Kiir, e il suo nemico ed ex vicepresidente Riek Maciar – non hanno nessuna intenzione di cedere. Per entrambi è una lotta di potere e per entrambi il potere è totale o non è, non contempla una divisione dei poteri.

Entrambi hanno trasformato questo conflitto in una guerra etnica, Salva Kiir ha armato i suoi Dinka e Riek Maciar i suoi Nuer. Dinka e Nuer sono le principali etnie del Paese e avere innescato la guerra etnica equivale all’uso di armi di distruzione di massa: le divisioni e l’odio tra Dinka e Nuer continueranno infatti a produrre violenze anche quando (se mai accadrà) la guerra terminerà.

Insomma, purtroppo, le cifre di bambini travolti dalla guerra diffuse dagli ultimi rapporti Onu rischiano di essere cifre intermedie di una catastrofe che non potrà che diventare sempre più grave.

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Accuse continue, ma dove sono le prove?

La polemica sulle Ong del mare, dopo almeno una settimana dalle ultime dichiarazioni del procuratore di Catania che l’ha aperta, continua. Con danni incalcolabili sulla immagine delle Ong, sulle loro entrate economiche, cioè le donazioni, piccole o grandi, che consentono loro di operare e, di conseguenza, con danni incalcolabili in vite umane, quelle che si perdono in mare perché non ci sono navi per soccorrere i naufraghi.

La polemica continua eppure continua a non esserci nulla di concreto. Strano Paese il nostro. Strano modo di fare politica dove si può dire tutto e il contrario di tutto impunemente, anche quando i dati concreti dicono il contrario.

Strano Paese quello in cui un magistrato si può permettere di lanciare pesanti accuse annunciando prove che non ci sono. Non ci sono a distanza di giorni dal suo annuncio al quale intanto i media, diversi media e tra i più autorevoli, hanno dato un credito, e uno spazio, degno di miglior causa.

La polemica sulle Ong fa parte del grande capitolo immigrazione e anche qui si può dire tutto, anche a fronte di dati – cifre, oggettive, divulgate da fonte inattaccabile – che imporrebbero ben altra posizione, soprattutto da parte di alcuni politici.

Per esempio si continua a parlare di invasione dell’Italia da parte dei migranti. I dati: 181mila arrivi nel 2016, un record, è vero. Ma il dato precedente era di 176mila. Su ben 60 milioni di abitanti in Italia, meno dello 0,2 per cento.

La popolazione di stranieri nel nostro Paese è di circa 5 milioni di persone. Ed è a questo livello da sempre. Nel 2016 la popolazione italiana è cresciuta di striminzite 11mila unità grazie agli stranieri. Se non ci fossero stati saremmo in decrescita.

Eppure, nonostante questi dati oggettivi, la narrazione di alcuni politici – basta sentire le prese di posizione del M5S – è che siamo invasi. E il Mediterraneo è solcato da navi di criminali che favoriscono questa invasione. Ci sono le prove, lo dice un inappuntabile magistrato.

Insomma, basta. Qualcuno deve mettere fine a tutto questo.

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    Raffaele Masto
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Perché le Ong danno fastidio a Frontex?

Dura reazione di Medici senza Frontiere alle accuse di avere contatti con i trafficanti libici. L’organizzazione medico-umanitaria si è detta indignata per quelli che ha definto i “cinici attacchi al lavoro delle Ong nel Mediterraneo. Accuse che hanno visto nelle ultime ore un crescendo di veleni e false accuse”.

L’organizzazione ha poi annunciato che “valuterà in quali sedi intervenire a tutela della propria azione, immagine e credibilità”.

Ad avanzare accuse alle Ong sono stati anche alcuni esponenti del Movimento 5 stelle, in particolare Di Maio e – oggi – anche Beppe Grillo sul suo blog, oltre al procuratore di Catania Carmelo Zuccaro.

Il magistrato di Catania accusa, ma non formula nessun capo di imputazione. Non è la prima volta che parla e, seppure non ci siano capi di imputazione, viene ripreso abbondantemente dai media. L’ultima proprio ieri con La Stampa che ha dedicato due pagine – la due e la tre – e un richiamo in prima.

Il fatto è che dietro a questa vicenda sembra esserci uno scontro tra Frontex – la missione voluta dall’Europa nel Mediterraneo, da svolgersi rigorosamente nelle acque territoriali e senza sconfinare oltre, per fermare i migranti – e la filosofia che sta dietro a Mare Nostrum, che invece aveva come compito quello di intercettare i migranti e portarli in salvo.

Oggi nel Mediterraneo si fronteggiano queste due filosofie, oltre alle navi militari da una parte e quelle delle Ong dall’altra. Queste ultime di fatto applicano una versione marittima dei cosiddetti corridoi umanitari che a volte vengono applicati anche a terra, per esempio per evacuare civili intrappolati nelle città, come è avvenuto ad Aleppo o a Damasco. E’ evidente che in questi casi è possibile che ci siano contatti tra le due parti. Tra chi tiene intrappolati i civili e chi si prepara a portarli al sicuro. Nel caso del mare, tra chi li imbarca, stipati su un barcone e chi li salva da un probabile naufragio.

La filosofia di Frontex farebbe diminuire il numero di migranti accolti, forse. Ma farebbe aumentare sicuramente il numero di morti.

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Presidenti vecchi, popolazione giovane

“Non esiste una legge che impedisca la candidatura di una salma. E comunque io non l’ho mai promulgata. Se dovessi morire saranno le mie spoglie a guidare il paese… del resto non bevo, non fumo e non vado a donne, significa che sono immortale e che lo Zimbabwe ha più che mai bisogno di me”.

Sono le stupefacenti parole di Robert Mugabe (nella foto assime alla moglie mentre mangia la torta del suo compleanno), 93 anni, presidente dello Zimbabwe al suo settimo mandato e, naturalmente, candidato alle prossime elezioni. Parole stupefacenti, ma neanche troppo. Mugabe è solo il membro più anziano di una congregazione di presidenti africani inamovibili, onnivori, circondati da entourage di familiari e fedelissimi avidi e incompetenti che alimentano, in Africa, il sistema della corruzione e del nepotismo.

Sono questi personaggi il principale ostacolo a una società civile africana (attivisti, scrittori, artisti, oppositori) che è tra le più vivaci, attente, creative, intelligenti di tutto il pianeta. Mugabe è il più vecchio dei presidenti-dinosauri africani, ma gli altri non sono da meno. Se non verranno cacciati da proteste e manifestazioni si toglieranno di mezzo da soli, per questioni biologiche anche se ovviamente i loro entourage e le loro famiglie cercheranno di resistere (la moglie di Mugabe, Grace, si starebbe preparando alla successione).

Inoltre la crescita demografica dell’Africa è dirompente. Secondo molte proiezioni sarà il continente più popoloso del pianeta. E la percentuale di giovani è altissima… Insomma il tempo gioca a favore dell’Africa e degli africani.

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    Raffaele Masto
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La siccità che uccide: milioni a rischio fame

Secondo le ultime stime la siccità, la conseguente carestia e la malnutrizione stanno mettendo a rischio in una vasta regione dell’Africa quasi due milioni di bambini. I Paesi più colpiti sono la Nigeria, la Somalia e il Sud Sudan.

Non si può non denunciare che per questa situazione drammatica le maggiori responsabilità sono dell’uomo. Le popolazioni di questi Paesi sono abituate a convivere periodicamente con la siccità e di solito hanno strategie efficaci per affrontarle e limitare i danni. La siccità invece diventa drammatica quando è associata a qualcosa provocato dagli uomini: guerre, conflitti a bassa intensità che limitano i movimenti, confini divenuti intoccabili e causa di contrasti tra i Paesi.

Nel dettaglio il Sud Sudan è un esempio lampante. La guerra – che sembra non avere soluzioni diplomatiche – è la causa principale di questa situazione: quasi 300mila bambini sono gravemente malnutriti. Le agenzie umanitarie delle Nazioni Unite stimano che  se non sarà fatto nulla per bloccare la gravità e la diffusione della crisi alimentare, il numero totale di persone colpite nel Paese ci si aspetta crescerà da 4,9 a 5,5 milioni con il culminare della stagione secca a luglio. Una vera catastrofe umanitaria.

In Somalia, la siccità sta minacciando una già fragile popolazione danneggiata da anni di conflitto. Circa la metà della popolazione di poco più di sei milioni di persone stanno affrontando una grave situazione di insicurezza alimentare e hanno bisogno di assistenza umanitaria. Si prevede che circa 185.000 bambini soffriranno di malnutrizione acuta grave, nei prossimi mesi questo dato ci si aspetta arriverà a 270.000.

Nel Nordest della Nigeria, il numero di bambini colpiti da malnutrizione acuta grave ci si aspetta che quest’anno arriverà a 450.000 negli stati colpiti dal conflitto di Adamawa, Borno e Yobi. Bambini a parte in Nigeria oltre due milioni di persone hanno bisogno di assistenza e vivono in campi profughi non organizzato perchè il territorio è a rischio attacchi di Boko Haram. Ai due milioni di nigeriani vanno sommate altre centinaia di migliaia di persone dei Paesi vicini – Camerun, Niger e Ciad – che si sono rifugiate intorno al lago Ciad.

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    Raffaele Masto
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Un altro Natale in carcere per Asia Bibi

Quello che sta per arrivare sarà l’ennesimo Natale, il settimo, in carcere per Asia Bibi, la donna cristiana che in Pakistan rischia la pena di morte per blasfemia ed è detenuta in isolamento. Per le Nazioni Unite in Pakistan c’è una delle peggiori situazioni nel mondo per la libertà di culto.

La donna, madre di cinque figli, è accusata di aver insultato il profeta Maometto durante un diverbio con alcune donne musulmane.

L’episodio risale al 2009 e nel 2010 Asia Bibi, che ha 45 anni, è stata condannata a morte in primo grado, nonostante si sia sempre dichiarata innocente e sia stato provato che le sue accusatrici avevano dei rancori nei suoi confronti.

Il 13 ottobre 2016 la Corte Suprema ha rinviato a data da destinarsi l’udienza sull’ultimo grado di appello sul caso, dopo il ritiro di uno dei tre membri della giuria, il giudice Iqbal Hamid-ur-Rehman, la cui partecipazione al processo è stata contestata perché era giudice anche nel caso di Salman Taseer, ex ministro ucciso nel 2011 dalla sua guardia del corpo perché si opponeva alla legge sulla blasfemia.

In Pakistan i cristiani rappresentano appena l’1,6% della popolazione ma sono ripetutamente bersagliati. Quest’anno nella domenica di Pasqua un attacco in un parco pubblico di Lahore ha fatto 75 morti e 340 feriti. Benedetto XVI chiese pubblicamente la liberazione di Asia Bibi nel 2010 e nell’aprile 2015 Papa Francesco al termine di un’udienza ha salutato il marito e una dei cinque figli di Asia Bibi.

La donna attende la sentenza della Corte Suprema dal luglio 2015.

Nel rapporto “As good as dead. The impact of the blasphemy laws in Pakistan” pubblicato il 20 dicembre, Amnesty denuncia come le leggi sulla blasfemia in vigore nel Paese siano spesso usate contro le minoranze religiose o in modo strumentale e rafforzino i gruppi di “vigilantes” intenzionati a minacciare o uccidere le persone accusate.

Come ha dichiarato Audrey Gaughram, direttrice del programma Temi globali di Amnesty International, “vi sono prove schiaccianti che le leggi sulla blasfemia violano i diritti umani e incoraggiano le persone ad applicarle per loro tornaconto”.

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    Raffaele Masto
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La vera storia di “The Lion Sleeps Tonight”

the lion sleeps tonight

Uno dei casi più clamorosi di non rispetto dei reali diritti d’autore riguarda una canzone nota, anzi notissima, che fin dalle prime note riporta all’Africa perché è proprio africana. La canzone è la famosissima “The Lion Sleeps Tonight”, un brano che praticamente hanno cantato tutte le grandi star della musica, magari con arrangiamenti diversi.

La storia parte nel lontano 1939, a Johannesburg, negli studi della casa discografica Gallo Records quando, per la prima volta, Solomon Linda, autore e interprete della canzone, la incide col titolo “Mbube”, leone in lingua zulù: era infatti un canto tradizionale per le battute di caccia al leone. Linda fa trascrivere su pentagramma la sua nenia e la deposita alla Società degli autori.

Per un biennio il disco ha un grande successo in Sud Africa ma poi pian piano viene dimenticato e, nel 1952, Linda cede il copyright alla casa discografica Gallo per la cifra simbolica di 10 scellini.

Linda muore in miseria nel 1963 senza sapere che il disco aveva valicato i confini africani e stava riscuotendo un successo planetario per merito di Alan Lomax, grandissimo musicologo e studioso di musica folk che l’aveva scoperto e ne aveva intuito immediatamente le potenzialità nel campo della musica etnica. E’ il gruppo folk di Pete Seeger, i Weavers, che adotta la canzone con nuovi arrangiamenti e la diffonde.

Negli anni la canzone modifica il titolo (da “Mbube” a “Wimoweh” a “The Lion Sleeps Tonight”), ed è cantata da numerosi interpreti e gruppi vocali con arrangiamenti diversi e raggiunge i primi posti nelle classifiche di vari Paesi. Qui la famosa versione dei Tokens:

Per molti anni la questione dei proventi delle vendite è poco chiara ma l’enorme successo fa sorgere la questione della proprietà intellettuale della canzone. E’ Pete Seeger che si fa promotore di una causa per plagio e sostiene che i diritti d’autore devono andare a Solomon Linda non sapendo che li aveva ceduti per una miseria alla casa discografica.

L’ondata di protesta dell’opinione pubblica induce la casa discografica a devolvere una piccola percentuale dei proventi a una associazione sudafricana per la salvaguardia e la conservazione della cultura Zulu.

Ma non finisce qui. Dopo l’uscita del film Il Re Leone (nella cui colonna sonora è inserita The Lion Sleeps Tonight), la vedova e le quattro figlie di Solomon Linda impugnano una lunga e costosa controversia legale con la Disney per ottenere un milione e mezzo di dollari che, secondo loro, spettano all’autore della canzone, ovvero al loro padre e marito.

Finalmente nel 2006 un tribunale sudafricano accoglie la richiesta e si stipula un accordo tra la Abilene Music, attuale detentrice del copyright sulla canzone, e le eredi di Solomon Linda per dividersi i proventi passati e futuri.

Ora, dopo anni, anni e anni, la famiglia di Solomon Linda, che era un mandriano analfabeta di etnia zulu, ha ottenuto una parziale giustizia.

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Raffaele Masto è anche l’autore del blog Buongiorno Africa

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    Raffaele Masto
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Dai trafficanti violenti alle barricate di Goro

Dodici donne e otto bambini. Sono loro “i profughi” contro cui hanno fatto le barricate alcuni abitanti di Goro. Donne e bambini provenienti da Costa D’Avorio, Guinea ma in maggioranza dalla Nigeria.

Sono i classici migranti dell’Africa Occidentale che ingrossano la cosiddetta rotta mediterranea. Le nigeriane di solito arrivano da Benin City, megalopoli vicina alla capitale economica Lagos, un vero e proprio serbatoio di donne nigeriane che poi i trafficanti avviano alla prostituzione ricavandoci grandi profitti. Molte vengono ingannate da un fidanzato complice dei trafficanti, molte scappano dalla miseria, da una vita che non offre nessuna chance, altre fuggono dal Delta del Niger, regione tra le più violente al mondo, con una guerra strisciante e perpetua e inquinata pesantemente dalle grandi compagnie petrolifere. Altre ancora dal Nord, dalle zone dove opera la surreale setta di Boko Haram.

Tutte in fuga. Per uscire dal loro Paese senza un visto di ingresso in nessun altro, si mettono in mano a bande di trafficanti che estorcono denaro con minacce, finti giuramenti voodoo, con il sequestro dei passaporti che poi verranno venduti ad altri trafficanti. Poi alle porte del deserto altri trafficanti, ancora più crudeli, ancora più esigenti.

Le donne sono una fonte di ricchezza: possono essere vendute sessualmente, vengono stuprate dai loro protettori. Molti dei bambini che poi arriveranno sulle nostre coste sono i figli di queste violenze. E se tutto ciò non basta molte di loro vengono tenute in ostaggio, costrette a telefonare alle famiglie piangenti, disperate, imploranti denaro per essere finalmente liberate.

Se riescono a percorrere l’ultimo tratto arrivano sulle coste del Maghreb. E solo lì noi cominciamo a sapere qualcosa: un imbarco notturno su un gommone sgonfio e sbrecciato costa 1.500 dollari e per procurarseli bisogna lavorare, vendersi ancora, magari subire le minacce della vendita del proprio figlio sul mercato delle adozioni.

Eppure dopo questa odissea qualcuna riesce a toccare le coste della mitica Europa. Un campo profughi, medici con le casacche arancioni e poi l’invio finalmente di un piccolo gruppo in un appagato villaggio del ricco delta del Po. E lì le barricate, il rifiuto della popolazione che protesta senza sapere nulla di quel viaggio infernale.

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    Raffaele Masto
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Rischio colera, la malattia dei poveri

Continua a salire il numero dei morti ad Haiti. L’ultimo bilancio ha superato abbondantemente la cifra di 900 vittime per le quali sono stati dichiarati tre giorni di lutto nazionale.  Aumenta anche il numero delle persone che hanno perso tutto ed hanno bisogno di assistenza totale. Almeno 350 mila sono raccolte in campi di fortuna dove non c’è ancora nulla di organizzato.

Questa promiscuità e la mancanza di igiene, di latrine, di acqua potabile rischia di far esplodere le epidemie, in particolare quella di colera. Ad Haiti il colera c’è da quando fu devastata dal terremoto del 2010. Da allora avrebbe fatto almeno diecimila morti.

Ora c’è il rischio che i danni provocati dall’uragano facciano registrare un nuovo picco di questa malattia che, allora come adesso, è provocata da un batterio che si annida nell’acqua inquinata. Un paradosso perché per curare il colera basterebbe dell’acqua potabile ma ad Haiti l’acqua manca anche in condizioni di normalità, figuriamoci col terremoto o con l’uragano.

I morti per il colera, che non è altro che una grave disidratazione provocata da violente scariche di diarrea o di vomito, sono, dunque, più che il prodotto di un batterio il frutto di una estrema povertà.

Per curare un malato di colera molto spesso basta solo idratarlo per via orale, cioè farlo bere acqua pulita. Ma anche questo bene essenziale, semplice, banale, ad Haiti manca.  Le grandi agenzie umanitarie hanno già lanciato l‘allarme perché è quasi certo che l’epidemia esploderà nelle disperate condizioni igieniche nelle quali la gente è costretta a vivere.

Per curare la malattia basta aggiungere ad un litro d’acqua mezzo cucchiaino di sale, sei di zucchero e mezza banana schiacciata. Un rimedio semplice, alla portata di tutti. Peccato che manchi quel maledetto litro di acqua potabile.

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    Raffaele Masto
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Addis Abeba-Gibuti, la ferrovia cinese

La linea ferroviaria Addis Abeba-Gibuti è la risposta a una necessità storica, non solo economica. Già alla fine dell’Ottocento Menelik si fece fare un progetto dall’ingegnere svizzero Ilg per collegare la sua nuova capitale con il mar Rosso scegliendo il porto di Gibuti che, ai quei tempi, era un porto francese. Nel 1917, dopo la morte di Menelik, la ferrovia fu inaugurata ma durò poco: le guerre, i conflitti delle popolazioni del bassopiano con l’Impero del Negus, i tentativi dell’Italia di conquistare l’altopiano, le condizioni climatiche, il dislivello e le difficoltà di manutenzione e di reperimento dei pezzi di ricambio la resero ben presto inutilizzabile.

La ferrovia che è stata inaugurata adesso è fatta sullo stesso percorso di quella vecchia. Allora gli investimenti furono francesi e tedeschi, oggi questa linea è soprannominata la “ferrovia cinese” perché all’80 per cento gli investimenti provengono appunto da Pechino.

La ferrovia è senza dubbio una grande opera che nasce in un momento in cui l’Etiopia è considerata una delle nazioni africane più dinamiche economicamente. Un’altra grande opera (e ce ne sono anche altre) è la Grande Diga della rinascita sul ramo azzurro del Nilo. Un’opera che dovrebbe dare elettricità a buona parte dell’Africa Orientale. Non è un caso che la ferrovia Addis Abeba-Gibuti sia totalmente elettrica e, naturalmente, modernissima.

Come tutte le grandi opere in Africa è anche debolissima. Per la manutenzione, per il know how, e sopratutto per il fatto che l’Etiopia è sì un Paese campione della crescita, ma è anche un Paese debolissimo dal punto di vista politico. Nelle ultime settimane ci sono stati centinaia di morti per la repressione della polizia contro le manifestazioni dell’etnia maggioritaria degli oromo alla quale l’eterna classe dirigente tigrina non lascia nessuno spazio politico. E’ chiaro che, presto o tardi, l’Etiopia della crescita subirà delle turbolenze anche gravi.

Le grandi opere hanno bisogno di stabilità, di consenso, di distribuzione reale della ricchezza. L’Etiopia invece è un Paese che viaggia drammaticamente a due velocità. Ad Addis Abeba la crescita si vede: centri commerciali, strade, circonvallazioni, ponti, edilizia in grande attività. Le campagne però sono ferme. La siccità e la carestia minacciano milioni di persone, il Paese non ha raggiunto l’autosufficienza alimentare. Risolvere e affrontare tutto questo è, come la ferrovia, una grande opera.

Bene la ferrovia, dunque. Ma che partano anche le altre grandi opere altrimenti anche la ferrovia risulterà inutilizzabile.

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    Raffaele Masto
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