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Il commiato di Fidel Castro

Elegante doppiopetto scuro, camicia bianca con polsini e sobria cravatta: era per esempio la mise impeccabilmente esibita da Fidel Castro per incontrare nel ’98 papa Wojtyla. A parte le tenute militari a cui siamo stati abituati ad associare la sua immagine, non c’è da dubitare che il guardaroba del Comandante possa offrire ancora oggi qualcosa di diverso dalle camicie a scacchi e dalle giacche di una tuta da ginnastica con cui Fidel è apparso negli ultimi anni nella rare occasioni in cui si è fatto fotografare. Eppure è proprio con due indumenti di questo genere, senza pretese, che combinati assieme hanno qualcosa di ancora più dimesso, che Fidel ha scelto di presentarsi alla sessione di chiusura del settimo Congresso del Partito Comunista di Cuba, che si è svolto al Palacio de Convenciones all’Avana.

L’intervento di Fidel al Congresso ha avuto il sapore del commiato, da parte di un uomo che mette realisticamente in conto di non esserci più al prossimo: alle soglie dei novant’anni (li festeggerà il 13 agosto), in un breve (soprattutto rispetto ai suoi proverbiali standard di una volta) discorso Fidel ha evocato la prospettiva della propria morte ma dicendosi certo che le idee del comunismo cubano gli sopravviveranno. Data l’importanza di un contesto come il congresso del Partito, dato il tenore e l’irritualità delle sue parole, un abbigliamento più formale – pur avendo ormai smesso i suoi vestiti militari – avrebbe potuto essere più consono. E allora bisogna prendere sul serio i simboli: con un aspetto che non è esattamente quello di un condottiero, Fidel ha voluto rimarcare che il momento in cui bisogna passare la mano arriva per tutti: il suo look ha plasticamente comunicato quello che solo apparentemente è contraddetto dalla conferma di suo fratello Raul come segretario del partito, e cioè che una generazione sta uscendo di scena e che come ultima responsabilità deve farsi carico di questa passaggio.

Raul Castro era stato eletto segretario del Partito nel congresso precedente del 2011, succedendo al fratello maggiore. Adesso viene rieletto per un secondo e ultimo mandato, fino al 2021: con un Castro che, pur riservandosi di scrivere per il Granma, e certamente essendo ancora consultato, si propone come un uomo che si è ritirato, e con un altro Castro che pone delle scadenze definite al proprio esercizio del potere, sono gli stessi uomini-simbolo della Rivoluzione a far entrare nella routine di Cuba che un massimo di due mandati di cinque anni è la nuova regola – una novità decisa nel congresso precedente – per le cariche politiche, governative e istituzionali.

Sulla base delle proposte formulate da Raul nella sua relazione, il congresso ha deciso di fissare a sessant’anni il limite di età per entrare nel Comitato centrale e a settanta per ricoprire incarichi di direzione nel partito. “Questo, sommato al limite di due periodi consecutivi (di cinque anni, ndr) per occupare responsabilità politiche – ha prospettato Raul Castro – garantirà dalla base il ringiovanimento sistematico in tutto il sistema degli incarichi del Partito”. Confermando che nel 2018 concluderà il suo secondo mandato come presidente, Raul Castro ha lasciato spazio anche all’ironia e all’autoironia, ricordando nella sua relazione che nell’ultima fase della vicenda dell’Unione Sovietica, “in un breve periodo di tempo morirono tre segretari del Comitato Centrale”.

Se la riconferma di Raul Castro alla segreteria del Partito può deludere chi sperava in una accelerazione della sostituzione ai vertici della generazione storica, bisogna vedere però l’altra faccia della medaglia. Il potere rimane saldamente nelle mani di chi ha avviato un processo di riforme significativo e dà mostra di preoccuparsi fattivamente del rinnovamento della dirigenza cubana. La rielezione di Raul alla segreteria può anche essere letta come un indice dell’esistenza all’interno del Partito, della nomenklatura e dell’apparato, di diverse scuole di pensiero (espressione, oltre che di differenze ideologiche o di approccio ai problemi, in molti casi anche di interessi e convenienze sul piano personale e materiale), allusioni alle quali si possono trovare nella relazione di Raul al congresso: lo scarto tra la fine nel 2018 del mandato come presidente e nel 2021 di quello come segretario del Partito, può da questo punto di vista consentire a Raul Castro, in una uscita di scena graduale, di avere il tempo di pilotare il delicato avvicendamento ai vertici e la selezione del personale politico all’interno del Partito e al contempo (le due cose sono strettamente legate) di implementare il complesso processo di “aggiornamento” economico-sociale.

Fautore delle riforme, ma anche emblema dei valori della Rivoluzione, restando alla guida del partito per altri tre anni dopo la fine del mandato presidenziale, Raul può essere una garanzia che anche con un nuovo presidente, espressione di una nuova generazione, da un lato il processo di riforme vada avanti, ma dall’altro non snaturi Cuba in direzione di un capitalismo selvaggio alla cinese. È significativo che nella relazione al Congresso Raul Castro faccia fin dalla parte introduttiva subito riferimento al peso di una “mentalità vecchia” e della nostalgia per “momenti meno complessi, quando esisteva l’Unione Sovietica” come freno alle riforme, anzi come “l’ostacolo fondamentale”, e che d’altro canto segnali “all’altro estremo” la presenza di aspirazioni alla restaurazione del capitalismo come soluzione ai problemi di Cuba, e assicuri che a Cuba non si useranno “terapie di choc (…) a detrimento della classi più umili”.

Tutta una prima metà della relazione è dedicata, in maniera piuttosto concreta e realistica, con poco spazio alla retorica, allo stato delle riforme, ai problemi economici e sociali e ad indirizzi da adottare per risolverli; frequente il richiamo ad inerzie, deficienze di iniziativa e impreparazione di quadri e dirigenti.

Nell’insieme si ribadisce la prospettiva di una maggiore flessibilità e dinamizzazione dell’economia, con un ampio ruolo per il lavoro indipendente e l’iniziativa privata, ma mantenendo la funzione di panificazione dello Stato, il controllo sui mezzi fondamentali di produzione e i cardini del welfare cubano. E si conferma così il perseguimento di una difficile – per via dello stato dell’economia cubana, per incrostazioni storiche della sua esperienza e per le condizioni generale dell’economia e internazionali – ma originale e da seguire con interesse, “via cubana”: né immobilismo né Cina, insomma.

Fra i problemi significativa la segnalazione del permanere del razzismo e la sollecitazione ad un lavoro sistematico per la promozione nella società e negli incarichi di direzione di neri e mulatti; nessun cenno invece ai diritti LGBT (di cui è paladina la figlia di Raul, Mariela Castro).

Importante, accanto alla scelta di definire limiti di età e di mandati, il nuovo richiamo alla necessità di superare “l’interferenza del Partito nelle funzioni e decisioni che spettano allo Stato, al Governo e alle istituzioni amministrative”. Assenti invece concrete indicazioni di nuovi meccanismi democratici che incrementino la partecipazione popolare e di contrappesi dal basso al partito unico, una questione piuttosto sentita nella società cubana non tanto in termini di multipartitismo, ma appunto di maggiore protagonismo popolare.

  • Autore articolo
    Marcello Lorrai
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