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Gli amici di Salvini bloccano il Recovery Fund

Matteo Salvini - Amici Recovery Fund

Orban a Salvini, 27 maggio 2020: “Caro amico, congratulazioni, l’Ungheria è con te”. No al processo per Open Arms, battaglia vinta dal leader leghista.
2 maggio 2019: il capitano in viaggio in Ungheria: baci, abbracci e selfie sovranisti.
28 agosto 2018. Orban a Milano. Salvini: “È il mio eroe”.

Giorgia Meloni. 2 ottobre 2020. «Grazie di cuore al primo ministro dell’Ungheria Viktor Orban per la bellissima lettera che mi ha inviato. Lavoriamo insieme per l’Europa”.

Ecco. L’Europa per cui lavora adesso Orban, con i suoi alleati sovranisti polacchi, è l’Europa che si blocca e non riesce a dare il via libera ai soldi del Recovery Fund.

Non è la prima volta che i Paesi che Salvini e Meloni ritengono amici ci fanno lo sgambetto. Quando si tratta di bloccare investimenti a Paesi che considerano inaffidabili, non si sono mai tirati indietro, come insegna un altro alleato, l’austriaco Kurz. Ma tant’è. Salvini e Meloni hanno costruito parte del loro messaggio politico sull’appartenenza all’internazionale sovranista. La lotta ai migranti è stato il collante da dare in pasto alle opinioni pubbliche.

Ora l’Europa chiede a Ungheria e Polonia di accettare la clausola del rispetto dello Stato di diritto per avere i fondi del Recovery. E loro mettono il veto. Tutto bloccato dagli amici di Salvini e Meloni. Anche i loro elettori – che possono fare spallucce su rispetto di diritti, minoranze e migranti – forse si accorgeranno che, tra un complimento e l’altro, Orban sta dicendo no a 200 miliardi all’Italia per sanità, scuola, imprese, lavoro.

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    Alessandro Principe
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Nuovo DPCM, a chi spetteranno i risarcimenti a fondo perduto?

Roberto Gualtieri - Risarcimenti COVID

Il primo problema è decidere a chi spetteranno i risarcimenti a fondo perduto. Se è scontato che tra i beneficiari ci saranno bar e ristoranti, costretti alla chiusura anticipata, lo è meno per le categorie dell’indotto: ad esempio tutto il settore dell’agroalimentare che della stretta alla ristorazione risentirà. O alle agenzie viaggi e i tour operator, anch’essi colpiti indirettamente.

La verità è che la crisi è talmente ampia che quasi non esiste settore che non ne sia coinvolto. Le richieste di risarcimenti sono tante, da categorie ed enti locali che se ne fanno portavoce. C’è poi il capitolo della cassa integrazione, che dovrebbe essere allungata di altre 18 settimane. E il reddito di emergenza. La ministra Catalfo ha detto che potrebbe essere prorogato di una mensilità.

C’è da chiedersi se un mese in più sia sufficiente o se invece, non sia il caso di riaprire i termini per nuove richieste, come sostiene Fabrizio Barca del Forum Disuguaglianze. “Stiamo ancora lavorando, non è detto che il decreto arrivi domani”, hanno detto a Radio Popolare fonti del governo, a testimonianza della delicatezza del momento. Conte non può non dare risposte economiche che facciano in qualche modo digerire le nuove chiusure.

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    Alessandro Principe
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Nobel per la medicina 2020, il professor Abrignani ci “presenta” i vincitori

Nobel medicina 2020

Il Nobel per la Medicina 2020 è stato assegnato a Harvey J. Alter, Michael Houghton e Charles M. Rice. Sono i virologi che per primi hanno saputo individuare un virus responsabile di una malattia fino a poco tempo fa incurabile, contribuendo così a salvare molte vite.

La loro scoperta, rileva la Fondazione Nobel, “ha rivelato la causa di molti casi di epatite, la cui origine non era ancora stata scoperta, aprendo la via alla possibilità di fare diagnosi attraverso l’analisi del sangue e mettere a punto farmaci che hanno salvato milioni di vite“.

Abbiamo intervistato Sergio Abrignani, docente di Patologia Generale all’Università Statale di Milano, che per anni ha collaborato con Houghton nelle sue ricerche. “È un premio meritatissimo – ci ha detto – ed è anche un messaggio per la situazione di oggi con la pandemia da Covid: la scienza, la buona scienza ce la può fare”.

L’Intervista di Alessandro Principe per Esteri.

Chi sono i tre vincitori del Nobel?

Inizio da Michael Houghton, che di tutti e tre è quello che ha fatto la scoperta più importante perché ha scoperto il virus dell’epatite C. Prima della scoperta del virus, che è stata fatta tra il 1988 e il 1989, soltanto negli Usa ogni giorno 120 americani erano affetti da epatite post-trasfusionale – che allora si chiamava epatite non A non B, perché ancora non si conosceva la C. Ora, moltiplichiamo 120 casi per 365 giorni dell’anno. Questo solo negli Usa. Poi c’è il Giappone, l’Europa, il Mondo. Milioni e milioni di persone che, grazie a quest’uomo, si sono risparmiati l’epatite da trasfusione negli ultimi 30 anni. Appena scoperto il virus, Houghton ha messo a punto un test diagnostico che è stato subito distribuito a tutte le banche del sangue che hanno iniziato a usare il test per eliminare le sacche di sangue affette da epatite. Questo solo per dare il senso dell’importanza della scoperta che lo ha portato a vincere il Nobel per la medicina.

Professore, lei ha lavorato con Houghton. Ci racconti un po’ della vostra collaborazione.

Lui ha scoperto l’epatite C tra l’88 e l’89 e io iniziai a lavorare in Svizzera sull’epatite C nel 1990. Lo chiamai e gli chiesi qualche reagente, perché lavoravo sulla risposta immunitaria al virus. Iniziammo così a collaborare ed è stato un sodalizio durato per 15 anni. Io poi sono andato a lavorare nella stessa azienda dove lui lavorava la Kairon corp.
Nel 1998 mi trasferii a San Francisco, scoprii il recettore del virus dell’epatite C e lo feci grazie ai reagenti che lui mi aveva consigliato, infatti, lui è co-autore di quella ricerca. Abbiamo fatto una ventina di lavori insieme e siamo diventati molto amici. Per questo per me oggi è una giornata speciale.

Lo ha sentito?

Sì, ci siamo sentiti per messaggio ed era molto contento. Non capita tutti i giorni di vincere un Nobel per la medicina.

Gli altri?

Harvey Alter è un trasfusionista che a fine anni ’70 scoprì che c’era un’epatite da trasfusione che non era né il virus dell’epatite A né quello della B. Lui lavorò con degli scimpanzé con i sieri dei pazienti infettati. Fu il primo a capire che esisteva un virus diverso da quelli noti. Il problema era che non si riusciva ad identificare nelle sacche di sangue qual era questo virus e la gente per questo continuava ad ammalarsi. Fra il 1975 e il 1990 l’Occidente si è riempito di gente che ha sviluppato l’epatite C.

E Charles Rice?

Lo conosco, anche se non bene come Houghton. Lui è stato quello che ha messo a punto i saggi per i test necessari nei farmaci anti-virali che oggi hanno, di fatto, risolto il problema dell’epatite C. Oggi abbiamo, infatti, dei farmaci che curano il 95/98% delle infezioni.
Quindi Alter perché ha scoperto l’esistenza di una forma di epatite sconosciuta. Houghton perché ha scoperto il virus che trasmetteva questa forma di epatite. E Rice, perché ha messo a punto, coi suoi saggi molecolari, farmaci che hanno risolto il problema nella maggior parte dei casi.

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    Alessandro Principe
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Scuola, al via le prime riaperture. Intervista alla preside Stefania Pigorini

scuola

Questa mattina partiamo con l’indirizzo tecnico e con il liceo scientifico informatico quadriennale. Si tratta di circa il 20% degli studenti, quindi attorno ai 200 studenti. È per noi anche un modo per monitorare se le procedure che abbiamo messo in atto a scuola sono efficaci nel gestire i grandi numeri e soprattutto gli accessi.

Così racconta a Radio Popolare Stefania Pigorini, preside dell’Istituto superiore Omodeo di Mortara, Pavia. Si tratta di una delle scuole che ripartono già lunedì 7 settembre, seppur parzialmente. Un test importante non solo per l’istituto ma anche per una valutazione più generale di quello che accadrà da lunedì 14, giorno della ripartenza generale della scuola.

Il mio istituto si considera fortunato. Noi abbiamo due sedi poco distanti l’una dall’altra che hanno una capienza equivalente, metà studenti da una parte, metà dall’altra. Riusciamo a garantire gli accessi da tre vie diverse per ciascuna delle sedi. Quindi, il primo grosso elemento di criticità che è differenziare gli accessi per evitare gli assembramenti, almeno sulla carta è stato superato.

Una volta arrivati nelle aule, quale situazione trovano i suoi studenti?

I banchi sono distanziati secondo quanto previsto: viene rispettato il metro di distanza tra le rime boccali. Quindi gli studenti potranno togliere la mascherina quando sono seduti al proprio banco.

I banchi sono nuovi o avete semplicemente distanziato quelli vecchi?

Stiamo aspettando un centinaio di banchi nuovi perché sono stati anche recuperati alcuni spazi che venivano utilizzati per altre finalità per poter contenere le classi più numerose.

Tutte le lezioni saranno in presenza?

Sì, grazie a quello che le ho detto riusciamo a garantire la presenza di tutti a scuola, senza necessità di dover alternare gruppi che fanno lezione a case e gruppi che fanno lezione in presenza, almeno al momento. Se le procedure organizzate saranno efficaci, dovremmo essere in grado di garantire tutto il monte ore in presenza. Salvo poi possibili situazioni di emergenza, naturalmente.

Ecco, veniamo proprio al caso in cui si manifesti in questa situazione. Uno o più studenti in una classe hanno la febbre. Cosa succede?

Noi abbiamo indicazione di monitorare giornalmente le assenze e segnalare qualunque aumento repentino delle assenza all’interno di una classe.

A chi?

All’Ats, l’azienda regionale sanitaria. Le indicazioni che abbiamo sono di instaurare un dialogo continuo con l’azienda sanitaria. Saranno i medici a indicarci cosa fare. Non c’è una regola che dica, ad esempio, “10 ammalati si chiude la classe o si chiude la scuola”.

E quindi?

Le indicazioni sono che di volta in volta, di caso in caso, sulla base delle informazioni che l’Azienda sanitaria ha, di concerto con l’istituto si decide il da farsi.

Ci conferma dunque che una regola generale non c’è, e che la decisione di tenere aperto o chiudere dipenderà dalle valutazioni fatte di volta in volta?

Esatto, si è così.

Chi è il medico di riferimento della singola scuola?

Tutte le scuole hanno un medico competente che però è il medico del lavoro, che si è sempre occupato delle condizioni di lavoro del personale. Non ci è stato assegnato un medico che valuti la situazione anche degli studenti. Quindi, per il personale resta il medico del lavoro, per gli studenti al momento sarà la stessa azienda sanitaria a dover monitorare e valutare le situazioni.

E il cosiddetto referente COVID?

Lo abbiamo nominato internamente, è la persona che insieme agli applicati di segreteria, monitora e segnala le situazioni di assenze numerose e improvvise. Inoltre è la persona che, in caso di malessere con sintomatologia Covid mette in atto le procedure previste.

Cioè?

Lo studente, o il componente del personale, viene collocato in isolamento in un’aula apposita, che ogni istituto deve avere, in attesa che arrivino i genitori a prenderlo o il dipendente si in grado di tornare a casa autonomamente.

Qual è oggi il suo stato d’animo, è preoccupata?

Certo, non si può dire che sia un inizio di anno scolastico normale, un po’ di preoccupazione c’è. Sono convinta però che abbiamo tutti voglia, anche i ragazzi, di ritornare a scuola. Pensi che abbiamo anche un gruppo di ragazzi che ha realizzato un video per formare i propri compagni e aiutarli a imparare le procedure. Sono fiduciosa. Certo, è necessario che ognuno, nel suo piccolo, faccia il proprio dovere, si comporti correttamente. E non solo a scuola, ma anche fuori, perché è importante per la tutela della salute di tutti. Lo ripeto, io sono fiduciosa.

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    Alessandro Principe
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Molte scuole italiane a settembre rischiano di non riaprire

scuole

La questione della riapertura delle scuole sta diventando urgente. I sindacati hanno lanciato un allarme: così si rischia di non riaprire. Anche i prèsidi sono preoccupati, per non parlare dei docenti e delle famiglie. La ministra Azzolina ha risposto ai sindacati dicendo: basta dubbi, la scuola ripartirà regolarmente. E, in un’intervista, ha lamentato il fatto di essere attaccata, tra l’altro, perché giovane e donna. 

Ne abbiamo parlato con Maddalena Gissi, segretaria generale della Cisl Scuola. Che ribadisce la gravità della situazione e accusa la ministra di perdere tempo. E sul presunto attacco sessista dice: come donna, mi sento offesa.

Avete detto che temete per la ripartenza della scuola il 14 settembre, ma la ministra Azzolina dice che le scuole riapriranno. Perché avete lanciato questo allarme così grave?

I nostri timori sono fondati e sono sostenuti da dati rerali, numeri e dalle tante richieste che ci arrivano dai dirigenti scolastici e dal personale delle scuole.

Qual è il problema, quindi?

Abbiamo innanzitutto un problema storico della scuola italiana, che è quello della carenza di personale. Pensi che nelle regioni del Nord mancheranno tra il 50 e il 60% dei docenti in cattedra dal primo settembre. Poi bisognerà aspettare se ci sono evntuali nomine nei ruoli ma sappiamo che non ci sono candidati in graduatoria e quindi bisognerà aspettare i supplenti. E questo appartiene alla storia, purtroppo, della nostra scuola.

Ma ora c’è il Covid…

Esatto, Covid significa, per le scuole, distanziamento. Riorganizzazione delle classi con i rapporti che vengono indicati dal comitato scientifico e le autorità sanitarie: nelle classi, probabilmente, non tutti gli alunni potranno essere accolti. Ad esempio nella scuola dell’infanzia e nella primaria non è stato ancora definito qual è il numero definito del gruppo di alunni, si aspetta che lo faccia la ministra per le Pari opportunità Bonetti che è competente per l’età da 0 a 6 anni. 

Altre questioni aperte nella scuola dell’infanzia?

Ad esempio, non sappiamo ancora quale sarà il numero di bambini ammessi in queste “bolle”, dove i bambini dovrebbero rimanere come gruppi, diciamo, “omogenei”, sempre fissi con lo stesso docente.  Ma se i numeri e i rapporti stabiliti sono sottodimensionati ci vuole più organico.

Questo problema c’è anche per gli altri ordini?

Sì, la stessa cosa vale per la primaria, per le medie e per le superiori.

E per le classi che attualmente contano 25 o più alunni?

Vanno divise. Bene. Ma dove vanno? Non ci sono abbastanza aule. E poi se una classe viene divisa, laddove c’era un insegnante ce ne vogliono due. E non solo: devono anche essere abilitati per la materia corrispondente. E anche di questo il governo ancora non vuol parlare.

Di cos’altro?

Non sappiamo come verrà gestito l’ingresso nelle scuole, non si sa come fare con l’igienizzazione dei locali, visto che non c’è abbastanza personale Ata, non sappiamo come verranno gestiti i trasporti sui mezzi scolastici a disposizione degli enti locali…

Mi scusi, ma non lo sappiamo perché non lo hanno detto a voi o perché non si sa proprio?

Perché non lo hanno detto.

Quindi, magari, il ministero lo sa…

Secondo me non lo sa nemmeno il ministero. Oppure lo sa, sa che ci sono grandi numeri da affrontare, e sta facendo un’azione presumibile di perdita di tempo – o perlomeno di gestione dei tempi lunghi –  in maniera tale da arrivare il primo di settembre e dire: questo è quel che c’è, se non si può fare così facciamo didattica a distanza.

Mi scusi, ma sta dicendo che la ministra Azzolina prende tempo apposta per arrivare a settembre e mettere tutti davanti al fatto compiuto?

Probabilmente l’assenza da parte del governo di interventi certi di risorse sulla scuola porta la ministra a non voler scoprire davvero qual è il problema, perché se non ci sono le risorse la ministra Azzolina non può operare. Pensi che avevano fatto riferimento persino al Recovery Fund ma qui andremmo alla primavere prossima, se pure ci saranno…

Quindi il rischio qual è, a settembre?

Se in una scuola i dirigenti non hanno avuto le aule per organizzare le classi secondo il distanziamento diranno: noi non apriamo in presenza, noi apriamo con la didattica a distanza. E questa sarà la soluzione che qualcuno adotterà. Varrà lasciato alla responsabilità della singola scuola e della sua autonomia.

E questo cosa comporterà?

Significherà assegnare al dirigente scolastico anche questa responsabilità. Credo siano in campo il piano A e il piano B. Se ci sono tutte le aule, le risorse, le strutture, gli spazi per le aule aggiuntive si dividono le classi. Ma questo significa aggiungere risorse e probabilmente questo alla ministra non va a genio. 

Perché?

Perché qui non parliamo del miliardo che è stato messo, quando arriverà, nello “scostamento di bilancio”. Ma saranno cifre ben più importanti. Lei immagini nelle scuole dell’infanzia, ad esempio: il rapporto stabilito è uno a sette. Ora per 28 alunni ci sono due maestre, è chiaro che ce ne vogliono quattro. 

E il piano B?

Il piano B è dire: ogni scuola fa quel che può. C’è chi farà i turni, ad esempio: ma questo vuol dire dimezzare la didattica: invece che fare 6 ore di una materia, se ne fanno 3 per turno. Invece che 8 del tempo pieno se ne fanno 4. E questo vuol dire meno didattica, meno attività formativa, meno opportunità. E questo ricadrà soprattutto sui ragazzi più in difficoltà, con meno possibilità, in ambienti e contesti famigliari che non li possono seguire. Amplieremo i divari.

Quindi ormai la frittata è fatta o ci sono ancora i tempi per provvedere?

Si può fare ma bisogna volerlo fare. Guardi, ci vorrebbe quella forza trasversale che elimini anche le barriere tra partiti e posizioni politiche, dovrebbero essere “statisti”, trovare il modo di lanciare un “patto per la scuola”

La ministra Azzolina sostiene che è stata attaccata anche perché donna. Lei da donna cosa ne pensa?

Guardi, io mi sento offesa dal fatto che la ministra si appelli al genere per giustificare questa situazione e chi la critica. No, qui la questione è che il governo dovrebbe guardare a settembre come a una vera sfida per il futuro. Ripeto, ci vuole un patto per la scuola sostenuto da tutti, devono spogliarsi delle casacche politiche. Questo abbiamo detto alla ministra, ma lei ha ricondotto tutto al dire: mi attaccano perché sono donna.

E’ adeguata come ministra?

Penso che il problema sia anche quello che sta intorno a lei, compresi i diktat che riceve dal suo partito, storicamnete abituati a fare più populismo che azioni reali. 

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    Alessandro Principe
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Silvia Romano è libera!

silvia romano libera

Silvia Romano è libera. La notizia è stata data dal presidente del consiglio Conte: “Ringrazio le donne e gli uomini dei servizi di intelligence. Silvia, ti aspettiamo in Italia!”.

“Sono stata forte, ho resistito, sto bene e non vedo l’ora di tornare in Italia!” queste le sue prime parole.

La giovane cooperante milanese, che durante la prigionia ha compiuto 24 anni, era stata rapita quasi un anno e mezzo fa, nel novembre del 2018.

Si trovava a Chakama, una località nel sud-est del Kenya, un centinaio di chilometri da Malindi. Era lì per lavorare a un progetto educativo per i bambini con l’organizzazione non governativa Africa Milele.

Un gruppo di miliziani armati di mitra aveva dato assalto al villaggio e si era portato via Silvia. Per mesi non si è saputo più niente. Poi le indagini, le missioni dei servizi segreti italiani. Gli arresti di tre persone ritenute parte del gruppo di sequestratori. Ma della cooperante non erano arrivate notizie. Secondo quanto ricostruito dalla procura di Roma e dal Ros dei carabinieri, sarebbe stata tenuta prigioniera in Somalia da uomini vicini al gruppo jihadista Al-Shabab.

Come sia avvenuta la liberazione, con quale dinamica non si sa ancora. Alcune fonti di intelligence parlano di un blitz scattato la notte tra venerdì 8 e sabato 9. Sarebbe stata condotta da agenti dei servizi italiani in collaborazione con quelli somali e turchi.

Il rientro in Italia è previsto per domani, domenica. 

“Lasciatemi respirare, devo reggere l’urto. Finché non sento la voce di mia figlia per me non è vero al 100%” , ha detto all’Ansa il papà di Silvia Romano, Renzo. 

Nei lunghi mesi del sequestro la mobilitazione è stata grande: diversi Comuni italiani hanno esposto striscioni e cartelli, ci sono state tante iniziative per non dimenticare Silvia e chiedere che si facesse di tutto per riportarla a casa.

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    Alessandro Principe
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Coronavirus ed Eurogruppo: cosa prevede la proposta di accordo?

EuroGruppo

Commenti entusiasti, commenti stroncanti. Numeri e sigle, 500 miliardi, MES, BEI. Non è semplice orientarsi. L’accordo raggiunto con tanta fatica dall’Eurogruppo è buono o no? Si è finalmente vista la solidarietà europea? C’è una decisione all’altezza della gravità della situazione? Vediamo.

Anzitutto bisogna dire che si tratta di una base di accordo, non ancora di un accordo vero e proprio. Si parla infatti di “proposta” dell’Eurogruppo. La parola definitiva spetta ai Capi di Stato e di Governo.

La spaccatura, maturata nei giorni scorsi, è stata sui cosiddetti “coronabond”, la “versione virus” dei mai attuati “eurobond”. Vale a dire: titoli pubblici europei per raccogliere soldi sul mercato, come avviene con i titoli di stato nazionali. Gli eurobond sarebbero emessi tutti insieme, e quindi da tutti garantiti: avrebbero cioè una notevole appetibilità sui mercati. Ma Germania e Olanda guidano il fronte del No: non vogliono mettere in comune debiti con Paesi che considerano inaffidabili, come l’Italia e la Spagna.

Nell’intesa dunque gli Eurobond non ci sono. Era la principale battaglia del governo italiano, almeno stando alle dichiarazioni ufficiali del presidente Conte e del ministro Gualtieri.

Il Mes, il Fondo salva stati. In Italia e non solo spaventa perché nella sua versione originale dice che se vuoi avere soldi in prestito devi sottoporti a riforme lacrime e sangue, controllate dalla troika. Impossibile, in tempo di pandemia. Quindi l’ipotesi era: Mes, ma senza condizioni. Finanziamenti per sostenere l’economia senza troika. Era la battaglia di seconda linea anche del governo italiano. Il piano B.

Nell’intesa però il Mes fatto così non c’è. O meglio c’è ma solo per le spese sanitarie: somma prevista 200 miliardi di euro di possibile intervento, ripartiti per quota tra gli stati. Ci sono poi altre due cose: il Sure, fondo per la cassa integrazione creato dalla Commissione Europea. E i prestiti agevolati alle imprese da parte dalla Bei, Banca europea degli investimenti. Rispettivamente 100 e 200 miliardi. Con una grossa ipoteca sul Sure: deve essere ratificato da tutti i 27 parlamenti nazionali.

Siamo a 500 miliardi. Per tutta l’Unione Europea. E con i limiti che abbiamo visto.
La novità è il Recovery Plan. Il piano per la ripartenza, in teoria. Nei fatti un piano per emettere titoli di debito, proposto dalla Francia ed entrato nell’intesa. 500 miliardi. Dove prendere i soldi? La soluzione sarebbe di prenderli direttamente dal bilancio dell’Unione, che viene approvato ogni anno tra mille difficoltà e resistenze nazionali. Sorte incerta e tempi lunghi. Servirebbe quindi una soluzione-ponte per intervenire subito. E si riparla del Mes.

Questo è quello che c’è al momento. La trattativa non è finita. La valutazione a questo punto è che siamo lontani da un piano economico capace di affrontare una recessione drammatica. Certo, meglio di niente. Ma se doveva essere un piano Marshall, non ci siamo.

Foto | Council of the European Union

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    Alessandro Principe
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Quando revocare il lockdown in Italia? La stima del Boston Consulting Group

Esercito Italiano COVID19

Quando revocare il lockdown in Italia? Ci sono centri di studio in tutto il mondo che stanno analizzando l’andamento della pandemia di coronavirus COVID-19 in base a modelli matematici e statistici. Lo scopo è capire quando è possibile stimare il picco della diffusione e di conseguenza con quali tempi è ipotizzabile allentare le misure restrittive. Uno dei questi centri è il Boston Consulting Group, multinazionale statunitense delle consulenze strategiche che ha tra i suoi clienti big dell’economia, della finanza, della politica.

Il 25 marzo il Boston Consulting Group ha pubblicato il suo primo studio dettagliato sul coronavirus. Scopo dichiarato: pianificare le decisioni in base ai dati disponibili. In primo luogo: momento del lockdown e fine dello stesso. È la scelta in discussione proprio ora in Italia e non solo. Quando revocare le chiusure?

Lo studio analizza 20 Paesi del Mondo. Un modello che fa da caso pilota: naturalmente parliamo di Wuhan, l’origine del contagio globale. L’unico visibile al completo: inizio-sviluppo-fine.

20 gennaio: conferma della trasmissione del virus uomo-uomo.
23 gennaio: Wuhan viene chiusa.

La curva dei contagi sale, fino al picco, raggiunto il 13 febbraio. Poi si assesta e quindi comincia a scendere.

Il 7 marzo è il giorno in cui viene dichiarato il contagio zero. Il virus smette di propagarsi a Wuhan: non ci sono nuovi casi dichiarati. A questo punto lo studio – che è datato 25 marzo – ipotizza due date di fine lockdown: una più rapida e una più lenta, più prudenziale.

La prima data è lo stesso 25 marzo. La seconda è stimata l’8 aprile. La realtà conferma la previsione: l’8 aprile le autorità cinesi dichiarano ufficialmente concluso il lockdown: le restrizioni agli spostamenti vengono revocate. Sono passate 11 settimane dalla chiusura.

Con lo stesso schema, lo studio del Boston Consulting Group stima gli scenari per altri 20 Paesi. Avverte che ci sono variabili indipendenti: come le scelte politiche, il rispetto delle restrizioni, lo stesso virus, ancora in buona parte sconosciuto. Dunque a bocce ferme.

Subito si notano i Paesi che, come l’Italia, stanno raggiungendo il picco e quelli che sono ancora in fase ascendente. Tra i primi, oltre a noi, ci sono la Spagna, il Belgio, il Messico. Tra i secondi spiccano Gran Bretagna e soprattutto Stati Uniti, dove si prevede il picco ai primi di maggio.

Per l’Italia lo studio stima il raggiungimento del picco la terza settimana di aprile. I dati degli ultimi giorni e le valutazioni dell’Istituto Superiore di Sanità confermano la previsione, pur essendo più ottimistici.

Ed ecco la stima della fine del lockdown in Italia una volta che, raggiunto il picco la curva epidemica comincia a scendere: la fine del lockdown viene ipotizzata tra la seconda settimana di giugno e la prima di luglio. Considerando l’inizio delle restrizioni a livello nazionale il 10 di marzo, si tratta di 16-18 settimane.

Perché 5 settimane più che a Wuhan? Perché lo studio considera un fattore politico tra quelli che influenzano la durata del lockdown. “Ability to manage epidemic“: capacità di gestire la situazione. Per l’Italia la valutazione è media. Per la Cina è buona. Inoltre le restrizioni imposte dalla Cina sono state molto più drastiche. Dunque da noi ci vuole più tempo, dice l’analisi. Ma anche a voler restare sulle 11 settimane cinesi – questo lo aggiungiamo noi – si arriverebbe al 26 maggio prima di poter dichiarare finite il lockdown in Italia.

Foto dalla pagina Facebook dell’Esercito Italiano

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Coronavirus nell’aria? Non è cambiato niente, facciamo chiarezza.

coronavirus nell'aria

“Il virus è nell’aria”: titolavano così oggi alcuni importanti quotidiani on-line e cartacei. Notizia clamorosa e terribile. Il coronavirus, dunque, viaggia nell’aria e ci può raggiungere anche a distanza. E subito accanto: “L’Oms si prepara a rivedere le linee guida”. Per fortuna le cose stanno in un altro modo. E non fanno che confermare ciò che già sapevamo. Vediamo.

Sui giornali e siti italiani si citano 3 cose: due contributi scientifici e una dichiarazione di David Heymann, responsabile del panel su Covid-19 dell’Oms.

Il primo articolo è stato pubblicato il 17 marzo sul New England Journal of Medicine. È uno studio sperimentale per il quale è stato utilizzato un nebulizzatore speciale in laboratorio, una macchina ad alta potenza che non riflette le condizioni umane di tosse o starnuto. Lo scopo dell’esperimento è appunto individuare la presenza dei virus non solo nelle goccioline, ma anche nell’aerosol, cioè nuvole che possono trasportare le gocce più piccole. Si arriva alla conclusione che in ambienti chiusi, dove si utilizzano macchinari che favoriscono la formazione di aerosol (quindi ospedali) e dove c’è un’alta concentrazione di persone, il coronavirus nell’aria potrebbe viaggiare fino a 8 metri. Il riferimento è al rischio di contagio in ambiente ospedaliero.

Secondo articolo: compare sul Journal of American Medical Association, in data 26 marzo, firmato da Lydia Bourouiba del Massachussetts Institute of Technology. L’articolo non è specifico su Covid-19, ma sui modi di trasmissione dei virus in base a studi riferiti principalmente alla Sars.
Il virus contenuto in una nube gassosa può viaggiare fino a 8 metri di distanza nell’aria. La circolazione potrebbe essere favorita da sistemi di areazione, come l’aria condizionata. Quindi, conclude l’articolo, potrebbe essere necessario agli operatori sanitari a contatto con malati Covid-19 tenere una maggiore distanza dal paziente e comunque essere sempre protetti in ambiente ospedaliero.

Veniamo all’Oms che secondo i giornali e i siti “si prepara a rivedere la linee guida”. Cosa dice David Heymann dell’Oms alla Bbc? “Stiamo studiando le ultime indicazioni scientifiche e siamo pronti a rivedere le linee guida se sarà necessario”. Il contesto sulla Bbc era riferito all’uso delle mascherine. Al momento resta valida l’ultima raccomandazione dell’Oms, del 29 marzo, sul tema della trasmissione del virus per via aerea. “In un’analisi di 75.465 casi in Cina – scrive l’Oms – la trasmissione aerea non è stata segnalata. Può essere possibile in contesti e circostanze specifiche in cui vengono eseguite procedure e trattamenti di supporto che generano aerosol (intubazione, broncoscopia, ventilazione manuale, ecc.). Sono necessari ulteriori studi per determinare se è possibile rilevare il coronavirus nell’aria in stanze di pazienti dove non sono stati effettuati trattamenti che generano aerosol”.

Ancora una volta si parla di ospedali. Così come nei due articoli scientifici che si allargano al massimo a situazioni di ambienti chiusi, con molte persone e sistemi di areazione interna. Dunque il virus non ci rincorre per la strada. Ma, semmai, se le analisi ulteriori confermeranno la direzione ipotizzata, si ripropone la necessità di tutelare gli operatori sanitari con adeguati mezzi di protezione e linee guida più stringenti.

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    Alessandro Principe
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“Improbabili pagamenti CIG per il 15 aprile” secondo i consulenti del lavoro

consulenti del lavoro bonus

Pasquale Staropoli, della Fondazione Consulenti del Lavoro, vi aspettavate quello che è successo al sito dell’Inps?

Non era inaspettata la difficoltà del sito dell’Inps a sostenere una tale mole di richieste. Non era mai
accaduto che arrivassero tante domande di ammortizzatori sociali contemporaneamente. Dunque, al netto
dell’attacco informatico denunciato dal presidente Tridico, c’è da rilevare l’inadeguatezza di strumenti
che non erano pronti per fronte a questa situazione.

Cosa si sarebbe dovuto fare secondo i consulenti del lavoro?

Io non ho competenze informatiche ma sicuramente sarebbe stata necessaria una suddivisione, come
quella annunciata ora, dividendo gli accessi di professionisti abilitati e quelli dei normali cittadini che
accedono per ottenere il bonus per i lavoratori autonomi. Era in qualche modo necessario prevedere delle
soluzioni per affrontare una molte di accessi assolutamente straordinaria.

E’ verosimile che i primi pagamenti della cassa integrazione arrivino il 15 aprile, come promesso dal
governo?

Il 15 aprile sembra difficile riuscire ad arrivare ai pagamenti. Senza voler addebitare una responsabilità ad
alcuno dei soggetti in campo, però ci sono dei passaggi burocratici che purtroppo sono stati mantenuti
anche dalla disciplina emergenziale e che rendono poco fondata la presunzione di arrivare al 15 aprile ad
erogare i primi pagamenti delle indennità di cassa integrazione e degli altri ammortizzatori.

Servirà l’accordo con l’Abi, associazione delle banche?

E’ tutto da verificare, con tutti i se e i ma del caso, ma questo strumento dell’anticipo da parte delle
banche potrebbe andare nella direzione giusta. E cioè quella che i consulenti del lavoro hanno sempre
chiesto: prevedere strumenti eccezionali coerenti con la situazione di drammatica eccezionalità che stiamo
vivendo.

Qual è il problema?

Il decreto “Cura Italia” ha l’intenzione dichiarata di prevedere delle procedure semplificate per la cassa
integrazione. Ma alla fine, finisce in un imbuto di procedure previste dagli istituti che rimangono quelli
ordinari. Quindi, finalità di emergenza ma mezzi ordinari: il collo di bottiglia è lì.
Noi avevamo proposto, e lo avevamo fatto anche tecnicamente, con un emendamento al decreto legge, un
ammortizzatore unico e uno snellimento assoluto delle procedure. Per esempio, in questa situazione mal si
comprende quale sia la funzione della consultazione sindacale per un datore di lavoro che è costretto a
chiudere l’azienda per decreto del governo.

E’ vero che per la cassa integrazione in deroga la situazione è ancora più complicata?

Sì, e lo stiamo verificando sul campo. C’è un problema di regolamentazioni diverse e un problema di
coordinamento tra queste regolamentazioni regionali. Ne abbiamo 20 diverse e con significativi
scostamenti rispetto alla legge nazionale. Un quadro molto disomogeneo, con requisiti e tempi diversi.
Alcune regioni, poi non hanno ancora attuato le nuove misure, altre non hanno formalizzato gli accordi
territoriali, altre ancora non hanno approntato le strumentazioni tecniche. C’è un grosso problema di
disomogeneità.

Come per le ordinanze regionali e i provvedimenti sanitari, anche sul lavoro c’è un problema di scarso coordinamento tra Stato e Regioni?

E’ un problema non recente che ci trasciniamo dalla riforma dell’articolo 117 della Costituzione, con
quella assegnazione di autonomia alle Regioni, che può avere anche delle ricadute positive ma che in
questa situazione crea problemi. Ad esempio non c’è uno strumento che consenta allo Stato in
determinate situazioni, come quella che stiamo vivendo, di avocare a sé determinate funzioni. Siamo
costretti a combattere con venti regolamentazioni di cassa integrazione diverse, disposizioni sanitarie
diverse e interpretazioni altrettanto diverse. Alla ripresa bisognerà ripensare questo aspetto perché non
basta ripartire, è necessario anche ragionare sul come ripartire.

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    Alessandro Principe
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La società civile del Gargano che dice no alle mafie

intervista sindaco

La mattina del 3 aprile è scoppiata una bomba che ha sventrato un bancomat in pieno centro a Foggia. Si è trattato di un tentativo di rapina, eseguito con potenza di fuoco non certo da criminalità comune (ricorderete le bombe nei negozi delle scorse settimane). L’esplosione è avvenuta in un territorio difficile, dove sempre più spesso la criminalità organizzata cerca di affermare il proprio potere. Abbiamo intervistato a Radar il sindaco di Monte Sant’Angelo, Pierpaolo D’Arienzo. (altro…)

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    Alessandro Principe
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“Le minacce della mafia non fermano”, la fermezza di Fabiola Foti

Fabiola Foti è una giornalista catanese. Ha 36 anni e dirige il sito L’Urlo. Scrive, racconta, senza reticenze di quello che la circonda. “Di cosa dovrei scrivere – si chiede – solo di mare e di dolci tipici?“. E invece Fabiola racconta anche cose che a qualcuno danno fastidio. (altro…)

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    Alessandro Principe
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“Lo Stato non ci abbandoni”

luigi_sauve

“Opero a Sibari da quasi quarant’anni. In questo territorio ho realizzato un grande villaggio di seconde case negli anni 80 e 90. Negli anni Duemila ci siamo dedicati alla costruzione e gestione di strutture ricettive per il turismo. Ne abbiamo costruite varie e ora ne gestiamo tre per un totale di 3mila posti letto facendo di questo resort la terza struttura più grande d’Italia”. (altro…)

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    Alessandro Principe
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“Abbiamo l’obbligo etico di salvare le persone”

Le Ong Open Arms, Sea Watch e Mediterranea hanno lanciato oggi una nuova missione coordinata per i salvataggi nel Mediterraneo. Abbiamo intervistato Riccardo Gatti, capo missione della nave Proactiva – Open Arms, che in queste ore si trova in mare a bordo della nave che si sta dirigendo verso la Libia.

Noi adesso stiamo ancora scendendo, perché arrivando da Barcellona i giorni di viaggio sono lunghi. Siamo a sud di Lampedusa e l’idea è continuare a scendere verso sud per poi continuare a pattugliare queste zone dove ormai sembra che non succeda più niente.

E invece?

E invece si sa che ci sono continue partenze dalla Libia e partenze dalla Tunisia e arrivi in Italia, poi anche intercettazioni da parte dell’ISIS e intercettazioni da parte di navi mercantili e attacchi da parte delle forze di sicurezza. Continua a succedere quello che noi pensiamo e che abbiamo testimoniato ormai da un anno a questa parte, soltanto che viene nascosto e viene taciuto.

In quanti siete ora sulla Open Arms?

Siamo in 19. Abbiamo due team di soccorso composti da 6 persone, un team medico di 2 persone e poi sei persone dell’equipaggio, io e il cuoco.

Tu in particolare che tipo di attività svolgi?

Io sono il capo missione, mi coordino col comandante e gestisco i volontari e le volontarie e coordino più o meno le operazioni di soccorso.

È pericoloso fare queste missioni nel momento in cui si deve andare fisicamente a salvare le persone in mare?

È pericoloso per loro. Arrivano in condizioni già molto precarie per i mesi passati in Libia poi perché viaggiano su imbarcazioni di fortuna. È pericoloso anche perché dopo Mare Nostrum non c’è stato un operativo di salvataggio in mare messo in atto dai nostri governi, che hanno risorse molto più elevate rispetto alle navi delle Ong. Noi ad esempio siamo in giro con un rimorchiatore di 50 anni. Ormai le Ong hanno raggiunto un alto livello di professionismo nel soccorso in mare, però è pericoloso per loro. Dobbiamo anche dire che io e altri compagni e compagne che sono a bordo della nave adesso siamo stati sequestrati dalla guardia costiera libica, hanno sparato in più occasioni. Perciò sì, c’è anche quel tipo di pericolosità che noi sempre denunciamo, perchè quando parliamo di guardia costiera libica si parla di queste milizie appoggiate e finanziate dall’Unione Europea attraverso l’Italia.

Il rapporto con la guardia costiera libica come è regolato in questo momento? Come vi rapportate con loro?

Le volte che abbiamo cercato di metterci in contatto con loro è stato molto difficile perché i numeri di telefono messi a disposizione dalle autorità italiane e dalle autorità competenti sono numeri di telefono a cui non rispondono o a cui rispondono in arabo. Funzionano un po’ meglio le email, che evidentemente gli scrive qualcun altro. Di rapporti ce ne sono meno di zero. All’inizio ci sono stati dei rapporti quando ancora non era stato instaurato nessun supporto formale da parte dell’Unione Europea, ma erano rapporti neutri. Non c’era nessun contatto reale, si vedevano queste imbarcazioni con scritto “coast guard” e gente armata a bordo, però le cose non andavano più in là di quello. Poi quando sono iniziati i finanziamenti da parte dell’Unione Europea e dell’Italia l’atteggiamento dei libici è diventato ostile: via radio hanno iniziato a comunicarci gli stessi messaggi che dei politici e personaggi delle autorità europee, come il direttore di Frontex, dicevano riguardo al fatto che noi siamo dei trafficanti e cose simili. Da lì sono anche iniziate azioni ostili nei nostri confronti. Quello che si cerca di vedere ai cittadini europei è questa idea che la guardia costiera libica come un’autorità competente in materia di soccorso e coordinamento in mare. La realtà è un’altra: noi non veniamo coordinati, anzi continuiamo a denunciare che si tratta di milizie di dubbia provenienza.

Se vi trovate di fronte a una barca di migranti che sta naufragando e che ha bisogno di aiuto e lì arriva anche una motovedetta della Guardia Costiera Libica, cosa succede?

Lì c’è un problema, perchè noi dobbiamo soccorrerli. Abbiamo l’obbligo etico e normativo di farlo. Dalla guardia costiera libica non sappiamo mai cosa aspettarsi perché le persone migranti hanno il terrore di tornare in Libia, ci hanno detto più di una volta che preferiscono morire o alcuni si sono buttati in acqua. L’azione dei libici, poi, sono sempre imprevedibili. Ricordate le immagini in cui ci dicevano di ridargli le persone entro tre minuti o altrimenti ci avrebbero ucciso.
C’è un problema reale perché le persone che soccorriamo hanno il terrore e quando sappiamo che ci sono delle motovedette che stanno già operando cerchiamo di mantenerci a distanza per non creare problemi o situazioni difficili da gestire proprio per il fatto che magari le persone cercano di fuggire dai libici.

Avete deciso di riprendere questa missione insieme a SeaWatch e Mediterranea. Vi muoverete in coordinamento o starete nella stessa zona?

Quello è sempre dettato dalle condizioni meteo e da quello cerchiamo di stimare possibili rotte. Cercheremo di dividerci le zone di pattugliamento, come abbiamo sempre fatto anche col coordinamento della Guardia Costiera italiana e con le Ong. Lo abbiamo sempre fatto perchè vogliamo cercare di pattugliare una zona più ampia possibile.

Foto da Facebook
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Intervista Riccardo Gatti – Open Arms

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    Alessandro Principe
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“I sovranisti sono fuori dal tempo”

Romano Prodi

La sfida delle elezioni, fra sei mesi, sarà cruciale per l’Unione. L’avanzata dei partiti sovranisti potrebbe minare dall’interno la tenuta della costruzione europea. Romano Prodi la guarda con grande preoccupazione.

L’ex presidente del consiglio e della Commissione europea non ha dubbi: o si cambia o si muore. Ma la risposta non può essere quella di chi propone il ritorno agli Stati nazionali. E non perché l’Unione europea non abbia gravi difetti e non abbia commesso errori clamorosi. Ma perché il mondo, oggi, impone di stare insieme, nonostante tutto. In questa intervista il Professore propone una strada per chi vuole cambiare l’Europa, ma non abbandonarla.

Siamo a sei mesi dalle elezioni europee, qual è secondo lei la posta in gioco per l’Unione Europea di queste elezioni?

Per l’Unione Europea la posta in gioco è quella di esistere. Pian piano l’UE si ritirata negli ultimi anni, il potere è passato dalla Commissione al Consiglio, cioè dagli Stati membri, ed è mancato l’organismo sovranazionale. L’Europa ha fatto sempre meno politica e quindi la gente ha capito che non era quello il suo riferimento e per questo dobbiamo ritornare alle elezioni politiche modo che l’Europa riprenda il ruolo che aveva quando è stata fondata.
Evidentemente in una situazione come quella di oggi significa anche riprendere un ruolo nel Mondo. Se continuiamo così noi non esistiamo più di fronte agli Stati Uniti o di fronte Cina. Saremo sempre meno rilevanti. Se queste elezioni ridanno un potere e una capacità decisionale alle istituzioni europee, possiamo tornare ad essere qualcosa nel Mondo.
Oggi abbiamo un potere economico fortissimo e un potere politico inesistente. I miei studenti, quando ho cominciato ad insegnare in Cina, mi chiedevano dei seminari sull’Europa. Dopo 6 anni, l’ultimo anno che ho fatto non me l’hanno più chiesto: non esisteva più l’Europa. Questo è il problema. Oggi, invece, c’è un enorme bisogno di mediazione e di saggezza nella tensione con gli Stati Uniti.

Chi crede nell’Europa come può rispondere ai sovranisti che oggi accusano l’Europa facendo leva sul disagio delle persone. Quale può essere un argomento forte per ribattere?

Un argomento forte è mettere in fila le cose fatte, ma capisco che non è una risposta sufficiente perché bisogna guardare al futuro. Ai sovranisti bisogna dire che di fronte al Mondo di oggi il sovranismo non ha più nessuna possibilità di esistere, a meno che non si tratti di una struttura imperiale come possono essere gli Stati Uniti o la Cina. La risposta ai sovranisiti è “organizziamoci per stare insieme”. Per questo ci vuole un rapporto politico, bisogna che ci sia il senso della partecipazione alle elezioni e che il Parlamento resti al centro del potere futuro dell’Europa, ma anche che ci siano delle facce che fanno la politica europea e non semplicemente che si giochino il prestigio del loro Paese e poi vadano in Europa quasi da turisti, come un mestiere di secondo livello. C’è stato il grande errore di mandare come candidati elezioni europee quelli che venivano trombati, come si dice nel linguaggio popolare, alle elezioni nazionali. Questa non è una risposta ai sovranisti. La risposta ai sovranisti è quella di dire che la storia ci obbliga a stare insieme altrimenti scompariamo. Noi dobbiamo stare insieme mandando al Parlamento Europeo le nostre migliori energie.

Seguendo le elezioni che ci sono stati in diversi Paesi europei, c’è un elemento piuttosto interessante: un exploit degli ecologisti. Questa avanzata del tema ecologico può diventare anche un tema forte politicamente per i democratici europei e per chi punta sull’Europa oppure è stata una situazione molto estemporanea?

Penso che quella tedesca sia stata una situazione molto particolare. Oggi il problema ecologico deve essere patrimonio di tutti. Non ha più significato dire che l’ecologia è di destra o di sinistra. Il modo con cui metterla in atto e i programmi possono divergere, ma la priorità non può che essere condivisa da tutti. I cambiamenti li vediamo, i rischi li vediamo e di fronte a questo non c’è sinistra e non c’è destra. Vediamo l’esperienza cinese: rispetto all’ecologia hanno sempre tenuto il disprezzo più assoluto, poi quando si sono accorti di che cosa significava per il loro futuro è cambiato totalmente e immediatamente registro. Oggi è una priorità e non è cambiato il regime, non è cambiato il loro modo di governare, ma è cambiata la coscienza collettiva. Oggi credo che il problema ecologico debba essere patrimonio. La priorità non può che essere condivisa.

Pensando allo stato dell’Unione Europea di oggi e a quello che è stato il suo ruolo di presidente della Commissione, c’è qualcosa che non rifarebbe o che farebbe diversamente?

Bisognerebbe rifare diversamente la battaglia per la Costituzione Europea. È stato presentata al popolo francese in modo totalmente sbagliato, è stato bocciata e quello ha segnato la marcia indietro dell’Europa. Prima si andava verso nuovi obbiettivi, condivisi o no, ma l’allargamento, l’Euro e la politica commerciale comune sempre più approfondita o la politica della condivisione degli aspetti tecnici nei vari settori. C’era davvero un progresso continuo. La bocciatura della Costituzione è stato il grande passo indietro. Se ripenso al mio passato, quello è stato il momento della sconfitta.

Secondo lei ci sono dei giovani leader europei che possono riprendere in mano efficacemente il rilancio dell’Europa?

Oggi non ci sono, ma ci possono benissimo essere. Il problema è cominciare la battaglia politica. Il leader si afferma sul campo, non è mica una medaglia che gli danno. Ci vuole una battaglia politica livello europeo, magari un socialista francese contro un democristiano tedesco o viceversa oppure un ecologista italiano che si scontrino in una battaglia democratica a Bruxelles. In quel caso i leader salterebbero fuori.

Romano Prodi
Foto dal sito ufficiale di Romano Prodi

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intervista Romano Prodi

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    Alessandro Principe
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Manovra, cosa rischia l’Italia?

Salvini - Conte - Di Maio

La regola del debito. L’Italia si appresta a rispondere alla Commissione europea sulla manovra economica. Tutto lascia pensare che non ci saranno arretramenti e che il governo andrà allo scontro con Bruxelles. Se le previsioni sono azzeccate, l’Italia si troverà sul groppone una procedura di infrazione. Non sarà, però, una procedura per deficit eccessivo. Il punto è decisivo, anche se sulla questione si è fatta un po’ di confusione, a volte per ignoranza, altre perché faceva comodo mischiare le carte.

La procedura “classica” è quella per deficit eccessivo a cui anche l’Italia è stata sottoposta nel 2012. È stata applicata quando il Paese sfora il famoso parametro del 3% nel rapporto tra deficit e prodotto interno lordo. Ma quello che Bruxelles potrebbe aprire questa volta è un contenzioso inedito, nel senso che non è mai stato applicato. Si tratta della procedura per “deficit eccessivo in relazione alla violazione della regola del debito”. È un procedimento aggravato dalla circostanza che il debito pubblico viene considerato troppo alto. Come dire: il problema non è tanto l’oggi quanto il domani. L’Italia infatti non violerà, con la sua manovra economica il 3%.

Come è noto, il deficit per il 2019 è stimato dal governo al 2,4. Qualcuno dice che sarà più alto, ma teniamo per buono quello che dice Palazzo Chigi. Il fatto però è che noi abbiamo un debito, un fardello accumulato negli anni, fuori da ogni parametro accettabile per l’Europa. 132% del prodotto interno lordo. Con questo debito la Commissione chiede che ci siano manovre economiche che lo facciamo pian piano scendere. E questa non lo fa. Quindi potrebbe scattare la procedura per deficit in presenza di un debito eccessivo. Non sono bazzecole. Perché questa seconda procedura, ripetiamo, mai applicata in Europa, è molto più gravosa per chi la subisce.

Era stata concepita proprio in un’ottica di maggiore flessibilità: cioè, non facciamo troppo i fiscali sul deficit annuale, dato che a volta la situazione economica generale può richiedere di farne più del dovuto. Teniamo invece conto del “deficit strutturale”, cioè delle prospettive. Se uno fa troppo deficit ma imposta un lavoro che va poi a ridurre il debito negli anni successivi, la Commissione ne tiene conto. Noi però non lo stiamo facendo. Ecco perché i Commissari hanno parlato di violazione di tutte le regole, con la manovra Tria-Salvini-Di Maio.

La procedura che ora l’Italia rischia rimane in vigore fino a quando il debito non è stato “messo su una traiettoria discendente” in un periodo di tempo in cui il governo è sottoposto a vigilanza e deve dimostrare l’effettiva riduzione del rapporto debito-Pil. Questo si verifica attraverso uno sforzo di aggiustamento fiscale nel quale il paese non può beneficiare dei margini di flessibilità di cui avrebbe fatto uso in passato. La correzione del bilancio pubblico potrebbe durare anni durante i quali la politica del paese sarà sottoposta a una vigilanza europea trimestrale. Una sorta di commissariamento.

Insomma il paradosso è che il governo che vuole meno vincoli da Bruxelles infilerebbe il Paese nei vincoli più rigidi mai sperimentati. Dice Palazzo Chigi: la prossima commissione, dopo le elezioni europee di maggio, sarà più clemente. È tutto da vedere. Il candidato forte dei Popolari è Manfred Weber, sponsorizzato dalla Merkel. Un conservatore per niente tenero con un occhio attento ai sovranisti di Orban e di Kurz. Che a loro volta hanno già dimostrato di non stracciarsi le vesti per il sedicente amico Salvini.

Salvini - Conte - Di Maio
Foto | Palazzo Chigi
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    Alessandro Principe
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“Caro Grillo, non sai quello che dici”

Beppe Grillo

Dopo le prese in giro di Beppe Grillo dalla kermesse del Movimento 5 Stelle, abbiamo deciso di dare la parola a chi la sindrome di Asperger la conosce bene. “Non capiscono niente, non hanno reazioni“, aveva sghignazzato il fondatore del Movimento, tra le risa del suo pubblico, accostandoli agli “psicopatici”. Frasi che hanno lasciato il segno in chi ha un famigliare affetto da questa sindrome.

Rossella Bucca vive a Milano, è la mamma di un ragazzo Asperger e fa parte, con altri genitori, della associazione Spazio Nautilus Onlus.

La sindrome di Asperger viene definita in maniera scientifica una neurodiversità: non è una malattia, non c’è una cura, è un modo di vedere il mondo in maniera differente e non c’è un ritardo cognitivo. Sono persone che hanno un quoziente intellettivo assolutamente nella norma e in certi casi anche estremamente superiore. Però sfatiamo anche questo: non è che tutti gli Asperger sono dei geni, diciamo che c’è una percentuale più elevata rispetto alla popolazione cosiddetta neurotipica e alla fine dei conti è semplicemente una diversità nel modo di interpretazione, che ha delle conseguenze. Ovviamente sono una minoranza. I cosiddetti Aspi – ci si chiama Aspi – hanno una estrema sincerità, non hanno barriere, hanno una capacità di vedere le cose in maniera molto razionale, ma non riescono a seguire quelle che sono le convenzioni sociali perché non le comprendono. Questo crea quindi dei grandissimi problemi a livello di relazione. Vi cito un episodio simpatico per farvi capire: mio figlio, preso dall’ansia a a scuola, si era messo a mangiare. Il professore gli dice “Gabriele, hai finito di mangiare?” e lui ha risponde “No Prof, non ha ancora”. Il professore, ovviamente, l’ha letta come chiunque di noi, quindi nota e fuori dalla classe. Lui invece non ha capito, c’è rimasto veramente male, perché lui a una domanda ha dato una risposta. È una piccola incomprensione, ma la prendo come esempio di quello che può essere invece una difficoltà enorme nel relazionarsi. E non è vera questa diceria che gli Asperger non hanno emozioni.

Grillo ad un certo punto ha detto che “hanno questa faccia ferma, immobile, non percepiscono niente e non esprimono niente.

Molti, diciamo non tutti, hanno magari meno mimica facciale. Alcuni non ce l’hanno affatto, alcuni invece ce l’hanno in maniera più forte per alcune cose. Siamo tutti differenti. Non è che se uno è Asperger è automaticamente omologato e tutti fanno così. Anche tra i neurotipici c’è chi è più timido, chi è più estroverso o c’è chi piange. Ecco, è la stessa cosa. Quello che noi cerchiamo di far capire è innanzitutto cercare di fare informazione, perché ci sono un sacco di bambini e ragazzi Asperger che non sono diagnosticati e che soffrono tantissimo per questa loro non comprensione da parte del Mondo, che tende quindi ad emarginarli o a vederli come maleducati quando in realtà magari sono sinceri. Noi cerchiamo di fare comunicazione presso i genitori, presso le scuole. Ci sono i ragazzi che non riescono più ad andare a scuola, ma non perché non abbiano la capacità, semplicemente perché il clima intorno e l’ambiente sono troppo rigidi per loro e devono essere decodificati.

Chi ha la sindrome di Asperger come può prendere queste affermazioni così violente e canzonatorie nei suoi confronti?

È molto pesante perchè si vanno ad accettare, nel senso di andare giù con un’accetta, alcuni collegamenti e riferimenti che per i ragazzi sono importanti. Già i ragazzi in genere, soprattutto nell’adolescenza, vorrebbero essere uguale a tutti, c’è molto l’omologazione. Già si è diversi in automatico e si viene comunque emarginati dal gruppo, poi sentire un personaggio pubblico che fa delle affermazioni di questo tipo, assimilando gli Asperger a psicopatici e a chi fa violenza sui bambini…

Si è indignata, si è arrabbiata, si è intristita oppure non gliene è fregato niente?

A me hanno più intristito le persone che ridevano, questi sghignazzanti alla corte del Re Sole mi hanno dato fastidio, però alla fine io cerco di vedere le cose in maniera abbastanza razionale e dico vabbè, grazie a Grillo che ne ha parlato male almeno c’è stata la possibilità, non soltanto il 2 aprile, di poter spiegare che esiste questa sindrome, che è una sindrome peraltro ha portato e porta all’umanità tutta una serie di cose positive.

È vero che Mozart era Asperger?

Chi lo sa! Diciamo che alla luce degli studi odierni si vede che tutta una serie di persone che avevano dei talenti particolari ed erano particolari, diciamo geniali in alcune cose, avevano anche una significativa compromissione di alcune capacità sociali. Non si può fare un discorso a ritroso, ma diciamo che ad oggi ci può parlare di quelli esistenti.

Tipo?

Ci sono tante persone che magari uno non potrebbe neanche dirle. Ad esempio l’attore Keanu Reeves è Asperger, si è anche parlato della Tamaro o anche di Steve Jobs, anche lui lo aveva detto ad un certo punto.
Il problema è che non siamo tutti uguali, ci sono delle neurodiversità che comportano in automatico certe reazioni. Molti Asperger, ad esempio, hanno dei problemi sensoriali, gli danno fastidio proprio fisicamente le luci dei neon o i rumori molto forti. Ci sono dei bambini Asperger che in un supermercato vengono sopraffatti dagli stimoli sensoriali e vanno in tilt. Gli Asperger sono degli ottimi amici perché hanno una relazione uno a uno molto forte e sono veramente sinceri. Il loro punto di debolezza nelle relazioni sociali in realtà è un punto di grande forza nell’amicizia. Questo volevo dirlo perchè spesso si dice che sono degli isolati, ma in realtà sanno donare un un’amicizia forte proprio perché sono sinceri e non hanno un interesse dietro, come purtroppo spesso accade con noi.

Beppe Grillo
Foto dalla pagina FB di Beppe Grillo https://www.facebook.com/beppegrillo.it/

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Beppe Grillo
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In Veneto un “caso Lodi”, ma per i libri

Veneto buono libri extracomunitari discriminati

In Veneto c’è un nuovo caso Lodi. Nella città lombarda è la mensa scolastica, nella regione a guida leghista è il buono per i libri scolastici. Ecco di cosa si tratta.

La Regione Veneto eroga ai residenti una somma di denaro per l’acquisto dei libri scolastici. Per averne diritto, oltre alla residenza, è necessario il certificato Isee che attesti un livello di reddito famigliare ritenuto congruo. Solo chi sta sotto a una certa soglia può accedere al bonus. Ogni anno la Giunta regionale approva una delibera in materia da cui scaturisce poi il bando per l’accesso ai fondi. A occuparsi materialmente dell’erogazione sono quindi i Comuni.

Quest’anno si sono trovati un sorpresa. Ai cittadini che non sono italiani, né comunitari è richiesto qualcosa più dell’Isee. Devono infatti presentare la certificazione del reddito anche del Paese di provenienza “al fine di evidenziare eventuali redditi e patrimoni immobiliari e mobiliari presenti nello Stato estero di provenienza, legalizzati dalle autorità consolari italiane e corredati di traduzione in lingua italiana autenticata dall’autorità consolare italiana”. Da questo ulteriore requisito sono esclusi i cittadini dei paesi dell’Unione europea e quelli dei Paesi che abbiano stipulato con lo Stato italiano una apposita convenzione. Dunque, se io sono un siriano o un afghano o un eritreo che risiede in Veneto per accedere al buono scuola per i miei figli devo farmi mandare la documentazione dalla Siria, dall’Afghanistan o dall’Eritrea. Altrimenti, niente sostegno regionale.

La decisione della Regione emerge solo ora perché non si trova né nella delibera della Giunta del luglio scorso, né nel relativo bando. I Comuni – che come abbiamo detto erogano il bonus – l’hanno scoperta direttamente dai format che sul sito della Regione devono essere compilati dagli utenti. In pratica, mentre si compila on line il modulo richiesta, a un certo punto compare il requisito ad hoc per i cittadini stranieri.

I Comuni si sono allarmati per questa complicatissima richiesta da pretendere, verificare, approvare. Tanto che l’Associazione dei Comuni (Anci) del Veneto dichiara di voler trovare una soluzione di buonsenso a un problema che “rischia di mettere in seria difficoltà le strutture delle amministrazioni nel controllo e nella validazione delle concessioni”.

I consiglieri regionali del Partito Democratico Francesca Zottis e Claudio Sinigaglia hanno fatto un’interrogazione alla giunta, in cui chiedono spiegazioni su una decisione che “rischia di tagliar fuori dai contributi una buona fetta di cittadini non comunitari che invece avrebbe bisogno di sostegno”.

Emersa dalle cronache amministrative regionali, la questione è ormai diventata politica. E dopo il caso Lodi, evidenzia – dietro una parvenza solo burocratica – una impostazione politica. La responsabile nazionale scuola del Pd Francesca Puglisi parla di violazione della Convenzione internazionale dei diritti dell’infanzia e della Costituzione. E, affiancando al caso Veneto quello della mensa di Lodi, chiede il ritiro di delibere “discriminatorie”.

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    Alessandro Principe
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L’80% dei bimbi malati non riceve cure palliative

medico

Gli esperti della Società Italiana di Pediatria hanno portato alla luce in queste ore un problema di cui l’opinione pubblica non era a conoscenza: in Italia ci sono tra i 12mila e i 15mila minorenni con malattie inguaribili, ma l’80% di loro non ha accesso alle cure palliative per “migliorare la qualità della vita attraverso la prevenzione e il sollievo della sofferenza“.

Nel corso dell’audizione del SIP in Commissione Affari Sociali della Camera, il prof. Andrea Pession ha sottolineato come le cure palliative nei bambini riguarderebbero il fine vita soltanto nel 5% dei casi. Nel restante 95% si tratta di bambini e minorenni con malattie come fibrosi cistica, tumori o disabilità multiple con un’aspettativa di vita non particolarmente ridotta. Eppure solo il 20% di loro ha la possibilità di ricevere le adeguate cure palliative.

Ne abbiamo parlato col prof. Luciano Orsi, medico rianimatore e vicepresidente della Rete Italiana Cure Palliative.

È davvero così alta la percentuale?

Sì, la stragrande maggioranza dei bambini affetti da queste patologie inguaribili, ma non per questo non curabili, non è protetta dalle cure palliative, perchè in particolar modo le cure palliative pediatriche non sono sufficientemente sviluppate in Italia. Ci sono aree geografiche in cui non ci sono proprio o aree geografiche in cui sono molto deboli. L’obiettivo per tutti deve essere quello di implementare e mettere in atto cure palliative per tutti i pazienti, soprattutto per i bambini, perché altrimenti muoiono molto male, muoio in ospedale e spesso in terapia intensiva con dei trattamenti intensivi eccessivi e con una pessima qualità di morte.

C’è una legge del 2010 che viene citata in questa audizione e si dice che è una legge fatta bene. È così? E se è così perchè in realtà non si riesce a essere efficaci?

La legge 38 del 2010 dà diritto a tutti i cittadini di ogni età e di ogni patologia di essere curati con le cure palliative. Il problema è che ci sono Regioni, assessorati oppure ospedali e aree territoriali ASL che non hanno ancora attivato, o non potenziano sufficientemente, queste cure palliative. Quindi laddove ci sono ci sono i servizi di cure palliative si è sotto dotati di personale e non si riesce a far fronte alle esigenze, mentre laddove non ci sono, beh non ci sono proprio.

Qui si parla di cure che consistono in sostanze che alleviano il dolore. Ma c’è anche un problema di cure palliative da somministrare ai bambini, per cui non si vogliono dare ai bambini un certo tipo di medicine come la morfina?

C’è anche un tabù culturale che è quello del trattamento del dolore, anche con la morfina o con farmaci oppiacei che invece, se gestiti correttamente, sono assolutamente sicuri sia nei bambini sia negli anziani. È proprio un problema di retaggio culturale, di tabù culturale che purtroppo non è soltanto nella popolazione, ma anche nella testa di molti sanitari, anche perchè le cure palliative di fatto non vengono insegnate all’università.

Tutto questo a chi dobbiamo dirlo affinché si possa cambiare?

Va detta a tutti. Va detta alle autorità sanitarie, alle autorità politiche, ai sanitari e ai responsabili della programmazione regionale e dei dipartimenti ospedalieri o dell’università, ma va detto anche i familiari dei bambini che devono prendere coscienza che hanno il diritto di chiedere queste cure e hanno il diritto di esigere queste cure. Non deve essere un lusso di poche aree del Paese, ma deve essere un diritto di tutti i cittadini italiani anche pediatrici.

medico

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“Disobbedienza per rivendicare umanità”

Marco Cappato

Marco Cappato, esponente dei Radicali e dell’Associazione Luca Coscioni, è una delle figure che in Italia più si è impegnato e più si sta impegnando nella disobbedienza civile con l’obiettivo di far prevalere quei principi di libertà fondamentali previsti dalla Costituzione italiana e che leggi troppo datate non permettono di garantire.

Da qualche mese è in libreria il suo libro “Credere Disobbedire Combattere – Come liberarci dalle proibizioni per migliorare la nostra vita” e oggi, a poche ore dall’arresto del sindaco di Riace Mimmo Lucano, abbiamo fatto con lui una chiacchierata incentrata proprio sulla disobbedienza civile e sulle battaglie che sta portando avanti da tempo.

Quante volte lei è stato indagato?

Sono sotto processo per un reato che prevede una pena da un minimo di 5 a 12 anni di carcere, ho due processi in corso – uno per la morte di Dj Fabo, Fabiano Antoniani, e uno per la morte di Davide Trentin. Il 23 ottobre la Corte Costituzionale deciderà se il reato del 1930, quindi in piena epoca fascista, di aiuto al suicidio sia ancora compatibile con la Costituzione italiana e i principi di libertà fondamentali. Nel caso in cui la Corte Costituzionale decidesse che il reato è incostituzionale sì aprirà la porta al suicidio assistito in modo legale per i malati terminali, altrimenti i miei due processi riprenderanno con una pena minima da 5 anni e fino a 12 anni di carcere.

Quando lei fa quelle cose e agisce in situazioni come quelle, lei sa che vìola la legge.

Beh, quello che io ho fatto il ritorno dalla Svizzera è stato andarmi a denunciare alla stazione dei Carabinieri di via delle Forze Armate a Milano, chiedendo allo Stato di intervenire. Io non ritengo di violare la legge, ma la legge nel senso della Costituzione e dei principi costituzionali fondamentali. Sicuramente violo la lettera del codice penale fascista sull’aiuto al suicidio, quindi la mia è una sfida pubblica ed esplicita. Sarà la Corte Costituzionale a esprimersi proprio su questo, se esistono dei principi di libertà fondamentale che sono prevalenti sulla lettera della legge in materia di suicidio assistito e di eutanasia.

La disobbedienza civile è uno dei capisaldi della politica dei Radicali, che si sono anche ispirati a figure come Gandhi. È proprio un principio che sta alla base dell’azione politica di persone come Cappato. Qual è il confine tra disobbedienza civile e pura e semplice illegalità?

Un primo confine è quello dell’assunzione di responsabilità, naturalmente con una complicazione come nel caso di Lucano, il sindaco di Riace. Quello che io ho fatto, cioè una autodenuncia pubblica, ha messo nei guai solo me stesso. Anzi, ho attirato su me stesso le responsabilità di quello che era accaduto. Quando invece si parla della gestione dell’accoglienza la questione è più complessa, perché poi riguarda anche le persone alle quali questa assistenza viene fornita. Il sindaco di Riace non ha praticato un’azione di disobbedienza civile, nel senso classico della parola, per la quale ha chiesto di essere eventualmente perseguito, ma non ha nemmeno agito in modo nascosto rispetto alle sue finalità e i suoi obiettivi. Io personalmente non ho bisogno di aspettare le indagini della magistratura per dire che, per quanto mi riguarda, ha rispettato e ha fatto vivere dei principi di umanità di solidarietà che sono prevalenti rispetto alla lettera delle leggi sull’immigrazione.

Non c’è il rischio che poi qualcuno interpreti la legge un po’ come crede, secondo la sua sensibilità? Io posso dire che secondo me quella legge è sbagliata e quindi faccio disobbedienza civile. Sono gli obiettivi politici dichiarati a fare la differenza?

Sicuramente se il sindaco di Riace, o io stesso per le iniziative che ho fatto, pretendesse di avere una sorta di impunità per il fatto di agire nelle proprie convinzioni, questo sarebbe scorretto e soprattutto soggettivo. Non c’è un criterio oggettivo per distinguere il limite che tu ricordavi. Io posso fare della disobbedienza civile secondo i miei principi, poi ci sono dei farmacisti che impediscono alle donne di accedere alla pillola del giorno dopo: in questo modo più che essere un’obiezione di coscienza impongono la propria coscienza sugli altri. Non è che se uno fa un’azione di disobbedienza, allora ha ragione. Bisogna entrare nel merito ed è uno scontro politico: la disobbedienza civile è comunque un’azione che rientra nel campo della politica. Noi la stiamo facendo e praticando anche rispetto alla questione delle droghe con Rita Bernardini sulla cannabis, perchè chiediamo al Parlamento di decidere finalmente sull’eutanasia e sulle droghe, come imporrebbe la Costituzione. E su questo mi permetto di invitare gli ascoltatori al XV Congresso dell’Associazione Luca Coscioni che si terrà al Università Statale di Milano questo fine settimana.
Lo facciamo per dare forza politica a delle convinzioni che si radicano anche sulle azioni di disobbedienza civile, ma questo non significa pretendere di avere ragione, è uno scontro politico e si può non essere d’accordo. Non è la disobbedienza civile una parolina magica con la quale ognuno fa quel che vuole.

È una questione politica alla fine, una questione politica che nel caso, ad esempio, della liberalizzazione delle droghe leggere o del suicidio assistito o delle migrazioni riporta un po’ tutta la questione alle scelte politiche che si vogliono fare.

Assolutamente sì. Credo che il caso del sindaco di Riace sia un caso di confine. Sicuramente Lucano non ha mai nascosto la sua contrarietà a un certo tipo di restrizioni e di leggi, anzi ha costruito apertamente una sorta di comunità che lavora ed opera al limite della legalità e non ha operato per nascondere o occultare le proprie convinzioni. Pur non essendo un’azione con autodenuncia o con sua esplicita volontà e scelta di essere sottoposto a procedimenti giudiziari, credo che anche per lui possa essere una occasione, e quindi anche un’occasione per tutti noi, di rivendicare la prevalenza dei principi di umanità e solidarietà fondamentali.

Marco Cappato
Foto dalla pagina FB di Marco Cappato https://www.facebook.com/marcoantoniocappato/

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intervista Marco Cappato

  • Autore articolo
    Alessandro Principe
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