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La società civile del Gargano che dice no alle mafie

intervista sindaco

La mattina del 3 aprile è scoppiata una bomba che ha sventrato un bancomat in pieno centro a Foggia. Si è trattato di un tentativo di rapina, eseguito con potenza di fuoco non certo da criminalità comune (ricorderete le bombe nei negozi delle scorse settimane). L’esplosione è avvenuta in un territorio difficile, dove sempre più spesso la criminalità organizzata cerca di affermare il proprio potere. Abbiamo intervistato a Radar il sindaco di Monte Sant’Angelo, Pierpaolo D’Arienzo. (altro…)

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    Alessandro Principe
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“Le minacce della mafia non fermano”, la fermezza di Fabiola Foti

Fabiola Foti è una giornalista catanese. Ha 36 anni e dirige il sito L’Urlo. Scrive, racconta, senza reticenze di quello che la circonda. “Di cosa dovrei scrivere – si chiede – solo di mare e di dolci tipici?“. E invece Fabiola racconta anche cose che a qualcuno danno fastidio. (altro…)

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    Alessandro Principe
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“Lo Stato non ci abbandoni”

luigi_sauve

“Opero a Sibari da quasi quarant’anni. In questo territorio ho realizzato un grande villaggio di seconde case negli anni 80 e 90. Negli anni Duemila ci siamo dedicati alla costruzione e gestione di strutture ricettive per il turismo. Ne abbiamo costruite varie e ora ne gestiamo tre per un totale di 3mila posti letto facendo di questo resort la terza struttura più grande d’Italia”. (altro…)

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    Alessandro Principe
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“Abbiamo l’obbligo etico di salvare le persone”

Le Ong Open Arms, Sea Watch e Mediterranea hanno lanciato oggi una nuova missione coordinata per i salvataggi nel Mediterraneo. Abbiamo intervistato Riccardo Gatti, capo missione della nave Proactiva – Open Arms, che in queste ore si trova in mare a bordo della nave che si sta dirigendo verso la Libia.

Noi adesso stiamo ancora scendendo, perché arrivando da Barcellona i giorni di viaggio sono lunghi. Siamo a sud di Lampedusa e l’idea è continuare a scendere verso sud per poi continuare a pattugliare queste zone dove ormai sembra che non succeda più niente.

E invece?

E invece si sa che ci sono continue partenze dalla Libia e partenze dalla Tunisia e arrivi in Italia, poi anche intercettazioni da parte dell’ISIS e intercettazioni da parte di navi mercantili e attacchi da parte delle forze di sicurezza. Continua a succedere quello che noi pensiamo e che abbiamo testimoniato ormai da un anno a questa parte, soltanto che viene nascosto e viene taciuto.

In quanti siete ora sulla Open Arms?

Siamo in 19. Abbiamo due team di soccorso composti da 6 persone, un team medico di 2 persone e poi sei persone dell’equipaggio, io e il cuoco.

Tu in particolare che tipo di attività svolgi?

Io sono il capo missione, mi coordino col comandante e gestisco i volontari e le volontarie e coordino più o meno le operazioni di soccorso.

È pericoloso fare queste missioni nel momento in cui si deve andare fisicamente a salvare le persone in mare?

È pericoloso per loro. Arrivano in condizioni già molto precarie per i mesi passati in Libia poi perché viaggiano su imbarcazioni di fortuna. È pericoloso anche perché dopo Mare Nostrum non c’è stato un operativo di salvataggio in mare messo in atto dai nostri governi, che hanno risorse molto più elevate rispetto alle navi delle Ong. Noi ad esempio siamo in giro con un rimorchiatore di 50 anni. Ormai le Ong hanno raggiunto un alto livello di professionismo nel soccorso in mare, però è pericoloso per loro. Dobbiamo anche dire che io e altri compagni e compagne che sono a bordo della nave adesso siamo stati sequestrati dalla guardia costiera libica, hanno sparato in più occasioni. Perciò sì, c’è anche quel tipo di pericolosità che noi sempre denunciamo, perchè quando parliamo di guardia costiera libica si parla di queste milizie appoggiate e finanziate dall’Unione Europea attraverso l’Italia.

Il rapporto con la guardia costiera libica come è regolato in questo momento? Come vi rapportate con loro?

Le volte che abbiamo cercato di metterci in contatto con loro è stato molto difficile perché i numeri di telefono messi a disposizione dalle autorità italiane e dalle autorità competenti sono numeri di telefono a cui non rispondono o a cui rispondono in arabo. Funzionano un po’ meglio le email, che evidentemente gli scrive qualcun altro. Di rapporti ce ne sono meno di zero. All’inizio ci sono stati dei rapporti quando ancora non era stato instaurato nessun supporto formale da parte dell’Unione Europea, ma erano rapporti neutri. Non c’era nessun contatto reale, si vedevano queste imbarcazioni con scritto “coast guard” e gente armata a bordo, però le cose non andavano più in là di quello. Poi quando sono iniziati i finanziamenti da parte dell’Unione Europea e dell’Italia l’atteggiamento dei libici è diventato ostile: via radio hanno iniziato a comunicarci gli stessi messaggi che dei politici e personaggi delle autorità europee, come il direttore di Frontex, dicevano riguardo al fatto che noi siamo dei trafficanti e cose simili. Da lì sono anche iniziate azioni ostili nei nostri confronti. Quello che si cerca di vedere ai cittadini europei è questa idea che la guardia costiera libica come un’autorità competente in materia di soccorso e coordinamento in mare. La realtà è un’altra: noi non veniamo coordinati, anzi continuiamo a denunciare che si tratta di milizie di dubbia provenienza.

Se vi trovate di fronte a una barca di migranti che sta naufragando e che ha bisogno di aiuto e lì arriva anche una motovedetta della Guardia Costiera Libica, cosa succede?

Lì c’è un problema, perchè noi dobbiamo soccorrerli. Abbiamo l’obbligo etico e normativo di farlo. Dalla guardia costiera libica non sappiamo mai cosa aspettarsi perché le persone migranti hanno il terrore di tornare in Libia, ci hanno detto più di una volta che preferiscono morire o alcuni si sono buttati in acqua. L’azione dei libici, poi, sono sempre imprevedibili. Ricordate le immagini in cui ci dicevano di ridargli le persone entro tre minuti o altrimenti ci avrebbero ucciso.
C’è un problema reale perché le persone che soccorriamo hanno il terrore e quando sappiamo che ci sono delle motovedette che stanno già operando cerchiamo di mantenerci a distanza per non creare problemi o situazioni difficili da gestire proprio per il fatto che magari le persone cercano di fuggire dai libici.

Avete deciso di riprendere questa missione insieme a SeaWatch e Mediterranea. Vi muoverete in coordinamento o starete nella stessa zona?

Quello è sempre dettato dalle condizioni meteo e da quello cerchiamo di stimare possibili rotte. Cercheremo di dividerci le zone di pattugliamento, come abbiamo sempre fatto anche col coordinamento della Guardia Costiera italiana e con le Ong. Lo abbiamo sempre fatto perchè vogliamo cercare di pattugliare una zona più ampia possibile.

Foto da Facebook
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Intervista Riccardo Gatti – Open Arms

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    Alessandro Principe
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“I sovranisti sono fuori dal tempo”

Romano Prodi

La sfida delle elezioni, fra sei mesi, sarà cruciale per l’Unione. L’avanzata dei partiti sovranisti potrebbe minare dall’interno la tenuta della costruzione europea. Romano Prodi la guarda con grande preoccupazione.

L’ex presidente del consiglio e della Commissione europea non ha dubbi: o si cambia o si muore. Ma la risposta non può essere quella di chi propone il ritorno agli Stati nazionali. E non perché l’Unione europea non abbia gravi difetti e non abbia commesso errori clamorosi. Ma perché il mondo, oggi, impone di stare insieme, nonostante tutto. In questa intervista il Professore propone una strada per chi vuole cambiare l’Europa, ma non abbandonarla.

Siamo a sei mesi dalle elezioni europee, qual è secondo lei la posta in gioco per l’Unione Europea di queste elezioni?

Per l’Unione Europea la posta in gioco è quella di esistere. Pian piano l’UE si ritirata negli ultimi anni, il potere è passato dalla Commissione al Consiglio, cioè dagli Stati membri, ed è mancato l’organismo sovranazionale. L’Europa ha fatto sempre meno politica e quindi la gente ha capito che non era quello il suo riferimento e per questo dobbiamo ritornare alle elezioni politiche modo che l’Europa riprenda il ruolo che aveva quando è stata fondata.
Evidentemente in una situazione come quella di oggi significa anche riprendere un ruolo nel Mondo. Se continuiamo così noi non esistiamo più di fronte agli Stati Uniti o di fronte Cina. Saremo sempre meno rilevanti. Se queste elezioni ridanno un potere e una capacità decisionale alle istituzioni europee, possiamo tornare ad essere qualcosa nel Mondo.
Oggi abbiamo un potere economico fortissimo e un potere politico inesistente. I miei studenti, quando ho cominciato ad insegnare in Cina, mi chiedevano dei seminari sull’Europa. Dopo 6 anni, l’ultimo anno che ho fatto non me l’hanno più chiesto: non esisteva più l’Europa. Questo è il problema. Oggi, invece, c’è un enorme bisogno di mediazione e di saggezza nella tensione con gli Stati Uniti.

Chi crede nell’Europa come può rispondere ai sovranisti che oggi accusano l’Europa facendo leva sul disagio delle persone. Quale può essere un argomento forte per ribattere?

Un argomento forte è mettere in fila le cose fatte, ma capisco che non è una risposta sufficiente perché bisogna guardare al futuro. Ai sovranisti bisogna dire che di fronte al Mondo di oggi il sovranismo non ha più nessuna possibilità di esistere, a meno che non si tratti di una struttura imperiale come possono essere gli Stati Uniti o la Cina. La risposta ai sovranisiti è “organizziamoci per stare insieme”. Per questo ci vuole un rapporto politico, bisogna che ci sia il senso della partecipazione alle elezioni e che il Parlamento resti al centro del potere futuro dell’Europa, ma anche che ci siano delle facce che fanno la politica europea e non semplicemente che si giochino il prestigio del loro Paese e poi vadano in Europa quasi da turisti, come un mestiere di secondo livello. C’è stato il grande errore di mandare come candidati elezioni europee quelli che venivano trombati, come si dice nel linguaggio popolare, alle elezioni nazionali. Questa non è una risposta ai sovranisti. La risposta ai sovranisti è quella di dire che la storia ci obbliga a stare insieme altrimenti scompariamo. Noi dobbiamo stare insieme mandando al Parlamento Europeo le nostre migliori energie.

Seguendo le elezioni che ci sono stati in diversi Paesi europei, c’è un elemento piuttosto interessante: un exploit degli ecologisti. Questa avanzata del tema ecologico può diventare anche un tema forte politicamente per i democratici europei e per chi punta sull’Europa oppure è stata una situazione molto estemporanea?

Penso che quella tedesca sia stata una situazione molto particolare. Oggi il problema ecologico deve essere patrimonio di tutti. Non ha più significato dire che l’ecologia è di destra o di sinistra. Il modo con cui metterla in atto e i programmi possono divergere, ma la priorità non può che essere condivisa da tutti. I cambiamenti li vediamo, i rischi li vediamo e di fronte a questo non c’è sinistra e non c’è destra. Vediamo l’esperienza cinese: rispetto all’ecologia hanno sempre tenuto il disprezzo più assoluto, poi quando si sono accorti di che cosa significava per il loro futuro è cambiato totalmente e immediatamente registro. Oggi è una priorità e non è cambiato il regime, non è cambiato il loro modo di governare, ma è cambiata la coscienza collettiva. Oggi credo che il problema ecologico debba essere patrimonio. La priorità non può che essere condivisa.

Pensando allo stato dell’Unione Europea di oggi e a quello che è stato il suo ruolo di presidente della Commissione, c’è qualcosa che non rifarebbe o che farebbe diversamente?

Bisognerebbe rifare diversamente la battaglia per la Costituzione Europea. È stato presentata al popolo francese in modo totalmente sbagliato, è stato bocciata e quello ha segnato la marcia indietro dell’Europa. Prima si andava verso nuovi obbiettivi, condivisi o no, ma l’allargamento, l’Euro e la politica commerciale comune sempre più approfondita o la politica della condivisione degli aspetti tecnici nei vari settori. C’era davvero un progresso continuo. La bocciatura della Costituzione è stato il grande passo indietro. Se ripenso al mio passato, quello è stato il momento della sconfitta.

Secondo lei ci sono dei giovani leader europei che possono riprendere in mano efficacemente il rilancio dell’Europa?

Oggi non ci sono, ma ci possono benissimo essere. Il problema è cominciare la battaglia politica. Il leader si afferma sul campo, non è mica una medaglia che gli danno. Ci vuole una battaglia politica livello europeo, magari un socialista francese contro un democristiano tedesco o viceversa oppure un ecologista italiano che si scontrino in una battaglia democratica a Bruxelles. In quel caso i leader salterebbero fuori.

Romano Prodi
Foto dal sito ufficiale di Romano Prodi

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intervista Romano Prodi

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Manovra, cosa rischia l’Italia?

Salvini - Conte - Di Maio

La regola del debito. L’Italia si appresta a rispondere alla Commissione europea sulla manovra economica. Tutto lascia pensare che non ci saranno arretramenti e che il governo andrà allo scontro con Bruxelles. Se le previsioni sono azzeccate, l’Italia si troverà sul groppone una procedura di infrazione. Non sarà, però, una procedura per deficit eccessivo. Il punto è decisivo, anche se sulla questione si è fatta un po’ di confusione, a volte per ignoranza, altre perché faceva comodo mischiare le carte.

La procedura “classica” è quella per deficit eccessivo a cui anche l’Italia è stata sottoposta nel 2012. È stata applicata quando il Paese sfora il famoso parametro del 3% nel rapporto tra deficit e prodotto interno lordo. Ma quello che Bruxelles potrebbe aprire questa volta è un contenzioso inedito, nel senso che non è mai stato applicato. Si tratta della procedura per “deficit eccessivo in relazione alla violazione della regola del debito”. È un procedimento aggravato dalla circostanza che il debito pubblico viene considerato troppo alto. Come dire: il problema non è tanto l’oggi quanto il domani. L’Italia infatti non violerà, con la sua manovra economica il 3%.

Come è noto, il deficit per il 2019 è stimato dal governo al 2,4. Qualcuno dice che sarà più alto, ma teniamo per buono quello che dice Palazzo Chigi. Il fatto però è che noi abbiamo un debito, un fardello accumulato negli anni, fuori da ogni parametro accettabile per l’Europa. 132% del prodotto interno lordo. Con questo debito la Commissione chiede che ci siano manovre economiche che lo facciamo pian piano scendere. E questa non lo fa. Quindi potrebbe scattare la procedura per deficit in presenza di un debito eccessivo. Non sono bazzecole. Perché questa seconda procedura, ripetiamo, mai applicata in Europa, è molto più gravosa per chi la subisce.

Era stata concepita proprio in un’ottica di maggiore flessibilità: cioè, non facciamo troppo i fiscali sul deficit annuale, dato che a volta la situazione economica generale può richiedere di farne più del dovuto. Teniamo invece conto del “deficit strutturale”, cioè delle prospettive. Se uno fa troppo deficit ma imposta un lavoro che va poi a ridurre il debito negli anni successivi, la Commissione ne tiene conto. Noi però non lo stiamo facendo. Ecco perché i Commissari hanno parlato di violazione di tutte le regole, con la manovra Tria-Salvini-Di Maio.

La procedura che ora l’Italia rischia rimane in vigore fino a quando il debito non è stato “messo su una traiettoria discendente” in un periodo di tempo in cui il governo è sottoposto a vigilanza e deve dimostrare l’effettiva riduzione del rapporto debito-Pil. Questo si verifica attraverso uno sforzo di aggiustamento fiscale nel quale il paese non può beneficiare dei margini di flessibilità di cui avrebbe fatto uso in passato. La correzione del bilancio pubblico potrebbe durare anni durante i quali la politica del paese sarà sottoposta a una vigilanza europea trimestrale. Una sorta di commissariamento.

Insomma il paradosso è che il governo che vuole meno vincoli da Bruxelles infilerebbe il Paese nei vincoli più rigidi mai sperimentati. Dice Palazzo Chigi: la prossima commissione, dopo le elezioni europee di maggio, sarà più clemente. È tutto da vedere. Il candidato forte dei Popolari è Manfred Weber, sponsorizzato dalla Merkel. Un conservatore per niente tenero con un occhio attento ai sovranisti di Orban e di Kurz. Che a loro volta hanno già dimostrato di non stracciarsi le vesti per il sedicente amico Salvini.

Salvini - Conte - Di Maio
Foto | Palazzo Chigi
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“Caro Grillo, non sai quello che dici”

Beppe Grillo

Dopo le prese in giro di Beppe Grillo dalla kermesse del Movimento 5 Stelle, abbiamo deciso di dare la parola a chi la sindrome di Asperger la conosce bene. “Non capiscono niente, non hanno reazioni“, aveva sghignazzato il fondatore del Movimento, tra le risa del suo pubblico, accostandoli agli “psicopatici”. Frasi che hanno lasciato il segno in chi ha un famigliare affetto da questa sindrome.

Rossella Bucca vive a Milano, è la mamma di un ragazzo Asperger e fa parte, con altri genitori, della associazione Spazio Nautilus Onlus.

La sindrome di Asperger viene definita in maniera scientifica una neurodiversità: non è una malattia, non c’è una cura, è un modo di vedere il mondo in maniera differente e non c’è un ritardo cognitivo. Sono persone che hanno un quoziente intellettivo assolutamente nella norma e in certi casi anche estremamente superiore. Però sfatiamo anche questo: non è che tutti gli Asperger sono dei geni, diciamo che c’è una percentuale più elevata rispetto alla popolazione cosiddetta neurotipica e alla fine dei conti è semplicemente una diversità nel modo di interpretazione, che ha delle conseguenze. Ovviamente sono una minoranza. I cosiddetti Aspi – ci si chiama Aspi – hanno una estrema sincerità, non hanno barriere, hanno una capacità di vedere le cose in maniera molto razionale, ma non riescono a seguire quelle che sono le convenzioni sociali perché non le comprendono. Questo crea quindi dei grandissimi problemi a livello di relazione. Vi cito un episodio simpatico per farvi capire: mio figlio, preso dall’ansia a a scuola, si era messo a mangiare. Il professore gli dice “Gabriele, hai finito di mangiare?” e lui ha risponde “No Prof, non ha ancora”. Il professore, ovviamente, l’ha letta come chiunque di noi, quindi nota e fuori dalla classe. Lui invece non ha capito, c’è rimasto veramente male, perché lui a una domanda ha dato una risposta. È una piccola incomprensione, ma la prendo come esempio di quello che può essere invece una difficoltà enorme nel relazionarsi. E non è vera questa diceria che gli Asperger non hanno emozioni.

Grillo ad un certo punto ha detto che “hanno questa faccia ferma, immobile, non percepiscono niente e non esprimono niente.

Molti, diciamo non tutti, hanno magari meno mimica facciale. Alcuni non ce l’hanno affatto, alcuni invece ce l’hanno in maniera più forte per alcune cose. Siamo tutti differenti. Non è che se uno è Asperger è automaticamente omologato e tutti fanno così. Anche tra i neurotipici c’è chi è più timido, chi è più estroverso o c’è chi piange. Ecco, è la stessa cosa. Quello che noi cerchiamo di far capire è innanzitutto cercare di fare informazione, perché ci sono un sacco di bambini e ragazzi Asperger che non sono diagnosticati e che soffrono tantissimo per questa loro non comprensione da parte del Mondo, che tende quindi ad emarginarli o a vederli come maleducati quando in realtà magari sono sinceri. Noi cerchiamo di fare comunicazione presso i genitori, presso le scuole. Ci sono i ragazzi che non riescono più ad andare a scuola, ma non perché non abbiano la capacità, semplicemente perché il clima intorno e l’ambiente sono troppo rigidi per loro e devono essere decodificati.

Chi ha la sindrome di Asperger come può prendere queste affermazioni così violente e canzonatorie nei suoi confronti?

È molto pesante perchè si vanno ad accettare, nel senso di andare giù con un’accetta, alcuni collegamenti e riferimenti che per i ragazzi sono importanti. Già i ragazzi in genere, soprattutto nell’adolescenza, vorrebbero essere uguale a tutti, c’è molto l’omologazione. Già si è diversi in automatico e si viene comunque emarginati dal gruppo, poi sentire un personaggio pubblico che fa delle affermazioni di questo tipo, assimilando gli Asperger a psicopatici e a chi fa violenza sui bambini…

Si è indignata, si è arrabbiata, si è intristita oppure non gliene è fregato niente?

A me hanno più intristito le persone che ridevano, questi sghignazzanti alla corte del Re Sole mi hanno dato fastidio, però alla fine io cerco di vedere le cose in maniera abbastanza razionale e dico vabbè, grazie a Grillo che ne ha parlato male almeno c’è stata la possibilità, non soltanto il 2 aprile, di poter spiegare che esiste questa sindrome, che è una sindrome peraltro ha portato e porta all’umanità tutta una serie di cose positive.

È vero che Mozart era Asperger?

Chi lo sa! Diciamo che alla luce degli studi odierni si vede che tutta una serie di persone che avevano dei talenti particolari ed erano particolari, diciamo geniali in alcune cose, avevano anche una significativa compromissione di alcune capacità sociali. Non si può fare un discorso a ritroso, ma diciamo che ad oggi ci può parlare di quelli esistenti.

Tipo?

Ci sono tante persone che magari uno non potrebbe neanche dirle. Ad esempio l’attore Keanu Reeves è Asperger, si è anche parlato della Tamaro o anche di Steve Jobs, anche lui lo aveva detto ad un certo punto.
Il problema è che non siamo tutti uguali, ci sono delle neurodiversità che comportano in automatico certe reazioni. Molti Asperger, ad esempio, hanno dei problemi sensoriali, gli danno fastidio proprio fisicamente le luci dei neon o i rumori molto forti. Ci sono dei bambini Asperger che in un supermercato vengono sopraffatti dagli stimoli sensoriali e vanno in tilt. Gli Asperger sono degli ottimi amici perché hanno una relazione uno a uno molto forte e sono veramente sinceri. Il loro punto di debolezza nelle relazioni sociali in realtà è un punto di grande forza nell’amicizia. Questo volevo dirlo perchè spesso si dice che sono degli isolati, ma in realtà sanno donare un un’amicizia forte proprio perché sono sinceri e non hanno un interesse dietro, come purtroppo spesso accade con noi.

Beppe Grillo
Foto dalla pagina FB di Beppe Grillo https://www.facebook.com/beppegrillo.it/

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Beppe Grillo
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In Veneto un “caso Lodi”, ma per i libri

Veneto buono libri extracomunitari discriminati

In Veneto c’è un nuovo caso Lodi. Nella città lombarda è la mensa scolastica, nella regione a guida leghista è il buono per i libri scolastici. Ecco di cosa si tratta.

La Regione Veneto eroga ai residenti una somma di denaro per l’acquisto dei libri scolastici. Per averne diritto, oltre alla residenza, è necessario il certificato Isee che attesti un livello di reddito famigliare ritenuto congruo. Solo chi sta sotto a una certa soglia può accedere al bonus. Ogni anno la Giunta regionale approva una delibera in materia da cui scaturisce poi il bando per l’accesso ai fondi. A occuparsi materialmente dell’erogazione sono quindi i Comuni.

Quest’anno si sono trovati un sorpresa. Ai cittadini che non sono italiani, né comunitari è richiesto qualcosa più dell’Isee. Devono infatti presentare la certificazione del reddito anche del Paese di provenienza “al fine di evidenziare eventuali redditi e patrimoni immobiliari e mobiliari presenti nello Stato estero di provenienza, legalizzati dalle autorità consolari italiane e corredati di traduzione in lingua italiana autenticata dall’autorità consolare italiana”. Da questo ulteriore requisito sono esclusi i cittadini dei paesi dell’Unione europea e quelli dei Paesi che abbiano stipulato con lo Stato italiano una apposita convenzione. Dunque, se io sono un siriano o un afghano o un eritreo che risiede in Veneto per accedere al buono scuola per i miei figli devo farmi mandare la documentazione dalla Siria, dall’Afghanistan o dall’Eritrea. Altrimenti, niente sostegno regionale.

La decisione della Regione emerge solo ora perché non si trova né nella delibera della Giunta del luglio scorso, né nel relativo bando. I Comuni – che come abbiamo detto erogano il bonus – l’hanno scoperta direttamente dai format che sul sito della Regione devono essere compilati dagli utenti. In pratica, mentre si compila on line il modulo richiesta, a un certo punto compare il requisito ad hoc per i cittadini stranieri.

I Comuni si sono allarmati per questa complicatissima richiesta da pretendere, verificare, approvare. Tanto che l’Associazione dei Comuni (Anci) del Veneto dichiara di voler trovare una soluzione di buonsenso a un problema che “rischia di mettere in seria difficoltà le strutture delle amministrazioni nel controllo e nella validazione delle concessioni”.

I consiglieri regionali del Partito Democratico Francesca Zottis e Claudio Sinigaglia hanno fatto un’interrogazione alla giunta, in cui chiedono spiegazioni su una decisione che “rischia di tagliar fuori dai contributi una buona fetta di cittadini non comunitari che invece avrebbe bisogno di sostegno”.

Emersa dalle cronache amministrative regionali, la questione è ormai diventata politica. E dopo il caso Lodi, evidenzia – dietro una parvenza solo burocratica – una impostazione politica. La responsabile nazionale scuola del Pd Francesca Puglisi parla di violazione della Convenzione internazionale dei diritti dell’infanzia e della Costituzione. E, affiancando al caso Veneto quello della mensa di Lodi, chiede il ritiro di delibere “discriminatorie”.

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    Alessandro Principe
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L’80% dei bimbi malati non riceve cure palliative

medico

Gli esperti della Società Italiana di Pediatria hanno portato alla luce in queste ore un problema di cui l’opinione pubblica non era a conoscenza: in Italia ci sono tra i 12mila e i 15mila minorenni con malattie inguaribili, ma l’80% di loro non ha accesso alle cure palliative per “migliorare la qualità della vita attraverso la prevenzione e il sollievo della sofferenza“.

Nel corso dell’audizione del SIP in Commissione Affari Sociali della Camera, il prof. Andrea Pession ha sottolineato come le cure palliative nei bambini riguarderebbero il fine vita soltanto nel 5% dei casi. Nel restante 95% si tratta di bambini e minorenni con malattie come fibrosi cistica, tumori o disabilità multiple con un’aspettativa di vita non particolarmente ridotta. Eppure solo il 20% di loro ha la possibilità di ricevere le adeguate cure palliative.

Ne abbiamo parlato col prof. Luciano Orsi, medico rianimatore e vicepresidente della Rete Italiana Cure Palliative.

È davvero così alta la percentuale?

Sì, la stragrande maggioranza dei bambini affetti da queste patologie inguaribili, ma non per questo non curabili, non è protetta dalle cure palliative, perchè in particolar modo le cure palliative pediatriche non sono sufficientemente sviluppate in Italia. Ci sono aree geografiche in cui non ci sono proprio o aree geografiche in cui sono molto deboli. L’obiettivo per tutti deve essere quello di implementare e mettere in atto cure palliative per tutti i pazienti, soprattutto per i bambini, perché altrimenti muoiono molto male, muoio in ospedale e spesso in terapia intensiva con dei trattamenti intensivi eccessivi e con una pessima qualità di morte.

C’è una legge del 2010 che viene citata in questa audizione e si dice che è una legge fatta bene. È così? E se è così perchè in realtà non si riesce a essere efficaci?

La legge 38 del 2010 dà diritto a tutti i cittadini di ogni età e di ogni patologia di essere curati con le cure palliative. Il problema è che ci sono Regioni, assessorati oppure ospedali e aree territoriali ASL che non hanno ancora attivato, o non potenziano sufficientemente, queste cure palliative. Quindi laddove ci sono ci sono i servizi di cure palliative si è sotto dotati di personale e non si riesce a far fronte alle esigenze, mentre laddove non ci sono, beh non ci sono proprio.

Qui si parla di cure che consistono in sostanze che alleviano il dolore. Ma c’è anche un problema di cure palliative da somministrare ai bambini, per cui non si vogliono dare ai bambini un certo tipo di medicine come la morfina?

C’è anche un tabù culturale che è quello del trattamento del dolore, anche con la morfina o con farmaci oppiacei che invece, se gestiti correttamente, sono assolutamente sicuri sia nei bambini sia negli anziani. È proprio un problema di retaggio culturale, di tabù culturale che purtroppo non è soltanto nella popolazione, ma anche nella testa di molti sanitari, anche perchè le cure palliative di fatto non vengono insegnate all’università.

Tutto questo a chi dobbiamo dirlo affinché si possa cambiare?

Va detta a tutti. Va detta alle autorità sanitarie, alle autorità politiche, ai sanitari e ai responsabili della programmazione regionale e dei dipartimenti ospedalieri o dell’università, ma va detto anche i familiari dei bambini che devono prendere coscienza che hanno il diritto di chiedere queste cure e hanno il diritto di esigere queste cure. Non deve essere un lusso di poche aree del Paese, ma deve essere un diritto di tutti i cittadini italiani anche pediatrici.

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“Disobbedienza per rivendicare umanità”

Marco Cappato

Marco Cappato, esponente dei Radicali e dell’Associazione Luca Coscioni, è una delle figure che in Italia più si è impegnato e più si sta impegnando nella disobbedienza civile con l’obiettivo di far prevalere quei principi di libertà fondamentali previsti dalla Costituzione italiana e che leggi troppo datate non permettono di garantire.

Da qualche mese è in libreria il suo libro “Credere Disobbedire Combattere – Come liberarci dalle proibizioni per migliorare la nostra vita” e oggi, a poche ore dall’arresto del sindaco di Riace Mimmo Lucano, abbiamo fatto con lui una chiacchierata incentrata proprio sulla disobbedienza civile e sulle battaglie che sta portando avanti da tempo.

Quante volte lei è stato indagato?

Sono sotto processo per un reato che prevede una pena da un minimo di 5 a 12 anni di carcere, ho due processi in corso – uno per la morte di Dj Fabo, Fabiano Antoniani, e uno per la morte di Davide Trentin. Il 23 ottobre la Corte Costituzionale deciderà se il reato del 1930, quindi in piena epoca fascista, di aiuto al suicidio sia ancora compatibile con la Costituzione italiana e i principi di libertà fondamentali. Nel caso in cui la Corte Costituzionale decidesse che il reato è incostituzionale sì aprirà la porta al suicidio assistito in modo legale per i malati terminali, altrimenti i miei due processi riprenderanno con una pena minima da 5 anni e fino a 12 anni di carcere.

Quando lei fa quelle cose e agisce in situazioni come quelle, lei sa che vìola la legge.

Beh, quello che io ho fatto il ritorno dalla Svizzera è stato andarmi a denunciare alla stazione dei Carabinieri di via delle Forze Armate a Milano, chiedendo allo Stato di intervenire. Io non ritengo di violare la legge, ma la legge nel senso della Costituzione e dei principi costituzionali fondamentali. Sicuramente violo la lettera del codice penale fascista sull’aiuto al suicidio, quindi la mia è una sfida pubblica ed esplicita. Sarà la Corte Costituzionale a esprimersi proprio su questo, se esistono dei principi di libertà fondamentale che sono prevalenti sulla lettera della legge in materia di suicidio assistito e di eutanasia.

La disobbedienza civile è uno dei capisaldi della politica dei Radicali, che si sono anche ispirati a figure come Gandhi. È proprio un principio che sta alla base dell’azione politica di persone come Cappato. Qual è il confine tra disobbedienza civile e pura e semplice illegalità?

Un primo confine è quello dell’assunzione di responsabilità, naturalmente con una complicazione come nel caso di Lucano, il sindaco di Riace. Quello che io ho fatto, cioè una autodenuncia pubblica, ha messo nei guai solo me stesso. Anzi, ho attirato su me stesso le responsabilità di quello che era accaduto. Quando invece si parla della gestione dell’accoglienza la questione è più complessa, perché poi riguarda anche le persone alle quali questa assistenza viene fornita. Il sindaco di Riace non ha praticato un’azione di disobbedienza civile, nel senso classico della parola, per la quale ha chiesto di essere eventualmente perseguito, ma non ha nemmeno agito in modo nascosto rispetto alle sue finalità e i suoi obiettivi. Io personalmente non ho bisogno di aspettare le indagini della magistratura per dire che, per quanto mi riguarda, ha rispettato e ha fatto vivere dei principi di umanità di solidarietà che sono prevalenti rispetto alla lettera delle leggi sull’immigrazione.

Non c’è il rischio che poi qualcuno interpreti la legge un po’ come crede, secondo la sua sensibilità? Io posso dire che secondo me quella legge è sbagliata e quindi faccio disobbedienza civile. Sono gli obiettivi politici dichiarati a fare la differenza?

Sicuramente se il sindaco di Riace, o io stesso per le iniziative che ho fatto, pretendesse di avere una sorta di impunità per il fatto di agire nelle proprie convinzioni, questo sarebbe scorretto e soprattutto soggettivo. Non c’è un criterio oggettivo per distinguere il limite che tu ricordavi. Io posso fare della disobbedienza civile secondo i miei principi, poi ci sono dei farmacisti che impediscono alle donne di accedere alla pillola del giorno dopo: in questo modo più che essere un’obiezione di coscienza impongono la propria coscienza sugli altri. Non è che se uno fa un’azione di disobbedienza, allora ha ragione. Bisogna entrare nel merito ed è uno scontro politico: la disobbedienza civile è comunque un’azione che rientra nel campo della politica. Noi la stiamo facendo e praticando anche rispetto alla questione delle droghe con Rita Bernardini sulla cannabis, perchè chiediamo al Parlamento di decidere finalmente sull’eutanasia e sulle droghe, come imporrebbe la Costituzione. E su questo mi permetto di invitare gli ascoltatori al XV Congresso dell’Associazione Luca Coscioni che si terrà al Università Statale di Milano questo fine settimana.
Lo facciamo per dare forza politica a delle convinzioni che si radicano anche sulle azioni di disobbedienza civile, ma questo non significa pretendere di avere ragione, è uno scontro politico e si può non essere d’accordo. Non è la disobbedienza civile una parolina magica con la quale ognuno fa quel che vuole.

È una questione politica alla fine, una questione politica che nel caso, ad esempio, della liberalizzazione delle droghe leggere o del suicidio assistito o delle migrazioni riporta un po’ tutta la questione alle scelte politiche che si vogliono fare.

Assolutamente sì. Credo che il caso del sindaco di Riace sia un caso di confine. Sicuramente Lucano non ha mai nascosto la sua contrarietà a un certo tipo di restrizioni e di leggi, anzi ha costruito apertamente una sorta di comunità che lavora ed opera al limite della legalità e non ha operato per nascondere o occultare le proprie convinzioni. Pur non essendo un’azione con autodenuncia o con sua esplicita volontà e scelta di essere sottoposto a procedimenti giudiziari, credo che anche per lui possa essere una occasione, e quindi anche un’occasione per tutti noi, di rivendicare la prevalenza dei principi di umanità e solidarietà fondamentali.

Marco Cappato
Foto dalla pagina FB di Marco Cappato https://www.facebook.com/marcoantoniocappato/

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intervista Marco Cappato

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“Vittime della chiusura della frontiera UE”

Erano le prime ore del 3 ottobre di cinque anni fa, il 2013, quando le imbarcazioni civili e i pescherecci al largo di Lampedusa hanno visto i primi naufraghi dirigersi verso la piccola isola italiana e hanno iniziato a notare i primi corpi, le prime vittime di quella che da lì a poco si sarebbe rivelata una delle più grandi tragedie del Mediterraneo.

368 morti accertati e solo 155 superstiti riusciti a mettersi in salvo grazie anche alla collaborazione delle piccole imbarcazioni locali e della Guardia Costiera, giunta sul luogo della tragedia circa un’ora dopo il naufragio.

Oggi, a cinque anni da quella tragedia, l’isola di Lampedusa ricorda quei momenti che hanno aperto gli occhi dell’Unione Europea e del Mondo intero su quanto stava accadendo da tempo nel Mar Mediterraneo.

Ne abbiamo parlato con l’ex sindaca di Lampedusa, Giusi Nicolini.

Si fa molta fatica a rivivere quei momenti terribili in cui ci siamo resi conto che la tragedia aveva dimensioni enormi. Poi il susseguirsi dei naufragi ci ha dimostrato che quello non fu più il più grande naufragio del Mediterraneo, poi ci fu quello dell’aprile 2015.

Quel giorno è come se fosse stato il momento in cui tutti ci siamo resi conto che era possibile che centinaia di persone a negassero a 200 metri dall’Italia.

Sì, perchè il mare aveva coperto quelle morti che erano rimaste sommerse. Aveva sommerso i nomi, le facce, le età, le ragioni, le storie.
Tutto era sommerso fino a quel momento, perché la rotta dalla Libia verso l’Europa passando per Lampedusa è una delle più pericolose. È la più lunga e la più difficile perché le profondità sono enormi. Invece quel naufragio, avvenuto a pochissimi metri dalle coste di Lampedusa, ha restituito i corpi e per fortuna ha restituito anche superstiti. Vedere quei corpi messi in fila dentro le bare era la prima volta. Era la prima volta che una tragedia prendeva corpo in questo modo e assumeva sostanza. Il mondo intero si rese conto di quello che avveniva nel Mediterraneo e di quello che alcuni mesi prima Papa Francesco era venuto a denunciare proprio da Lampedusa.
L’8 luglio 2013 Francesco si rivelò un profeta, perché poi il 3 ottobre il mare ci restituì quei corpi.

Questa mattina a Lampedusa c’è stato un piccolo corteo con un po’ di associazione, un po’ di migranti e qualche studente. Hanno fatto una marcia verso la porta dell’Europa, la scultura che è diventata simbolo di Lampedusa e dei migranti in mare. Che giornata è stata oggi a Lampedusa?

Il 3 ottobre è diventato la Giornata nazionale della memoria per le vittime della chiusura della frontiera europea, io non le chiamo vittime del mare, e ogni anno il Ministero della Pubblica Istruzione aveva inserito nei piani e nei programmi educativi la commemorazione di questa giornata. Quest’anno invece no, quindi non sono stati stanziati fondi e le scuole non sono state incentivate. Lampedusa è lontana, costa raggiungere Lampedusa e quindi a differenza degli altri anni non sono arrivati gli studenti che in passato arrivavano da tutta Italia e da ogni parte d’Europa.
Questa giornata avrebbe dovuto essere così e mi auguro che un giorno tornerà ad essere il luogo dove i giovani vengono a vedere l’assurdità delle politiche europee sull’immigrazione, perché da Lampedusa si ha una prospettiva completamente diversa. Un giovane che arriva qui dalla Germania o dalla Francia si rende conto delle dimensioni minuscole di questa isola e non solo comprende l’eroismo di Lampedusa, che per decenni era stata lasciata abbandonata a se stessa, ma comprende anche le dimensioni della tragedia e incontra i superstiti, ragiona sulle soluzioni e su quello che bisognerebbe fare. Questo apre gli occhi apre e apre il cuore e in questo momento ci sarebbe tanto bisogno di questo.

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intervista Giusi Nicolini

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“Lucano, fuorilegge per scelta umanitaria”

Domenico Lucano

Questa mattina il sindaco di Riace, Domenico Lucano, è stato arrestato e posto ai domiciliari con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e fraudolento affidamento diretto del servizio di raccolta dei rifiuti.

Riace è diventata nel corso degli anni un esempio in tutto il Mondo di integrazione e convivenza pacifica, proprio grazie al lavoro del sindaco che, come raccontava qualche settimana fa proprio a Radio Popolare, era ben consapevole che tutto sarebbe cambiato dopo l’arrivo di Matteo Salvini al governo:

Siamo una comunità di 600 persone, 300 cittadini riacesi e 300 cittadini immigrati. Si vive in una condizione di normalità e di rapporti umani. Le persone sono felici perchè sono protagoniste dello spazio, del territorio, vanno a scuola, lavorano nei laboratori multietnici, lavorano in cooperative miste. […] È stato come se qualcuno avesse voluto mettere un freno, come se il messaggio politico che questa storia porta con sé – c’è un riscatto connesso alla categoria degli ultimi in un territorio limite come la Locride – doveva essere offuscato, perchè attorno al teorema dell’immigrazione devono esserci come risultato problemi di ordine pubblico.

Abbiamo intervistato Tiziana Barillà, che conosce da anni Domenico Lucano e che ha raccontato il cosiddetto “modello Riace” nel suo libro “Mimì Capatosta. Mimmo Lucano e il modello Riace“.

Che idea ti sei fatta del modello Riace e perché è diventato così simbolico?

È qualcosa di estremamente normale quello che accade Riace e probabilmente in un’epoca molto anormale come la nostra esplode come qualcosa di molto pericoloso. La cosa che colpisce di quello che è successo stamattina, che poi è una conseguenza di quanto succede negli ultimi due anni, è che si può arrivare a parlare di un attacco politico, di un arresto che mette sotto accusa un modello, e un uomo che ha praticato questo modello, proprio perché in piena contraddizione con le politiche attuali che stanno prendendo tutt’altra direzione.
Quello che a Riace ha rappresentato per quindici o vent’anni qualcosa di apprezzabile, un esempio che abbiamo esportato in tante altre parti d’Europa e del Mondo, oggi diventa il pericolo numero uno perché dimostra che è il capro espiatorio di una certa politica che oggi è fatta potere costituito. In realtà si tratta di una comunità che vive in convivenza pacifica da quasi vent’anni. Riace stessa diventa così un capro espiatorio.

L’accusa in sostanza è quella di aver scavalcato le normative per fare questa attività. E qui si parla sia della gestione dei finanziamenti e di facilitare la possibilità per i migranti di stare lì. C’è un intercettazione di Lucano che parla dei documenti che devono fare ad una donna, perchè altrimenti non può rimanere in Italia. Lui dice “io la carta d’identità gliela faccio. Io sono un fuorilegge e mi assumo io la responsabilità di disattendere queste leggi balorde. Io vado contro la legge perché non è che serve molto, le serve solo la carta identità“. Dal punto di vista politico cosa dicono quelle frasi della figura di Lucano che tu hai conosciuto e conosci bene?

Quelle frasi sono state scelte benissimo. Quelle frasi dicono che noi siamo in un momento in cui la cosiddetta legalità formale ha preso delle distanze enormi rispetto a quella che è la giustizia sociale. Quando esattamente un anno fa arrivava l’avviso di garanzia, il sindaco ha rivendicato molte delle cose che gli erano state riferite come cose da contestare. Questa è disobbedienza civile. Noi veniamo da vent’anni di eccessivo uso di uso della legalità in termini assoluti, ma la legalità è qualcosa di molto delicato perché quando tu sei davanti a una legge ingiusta – come Mimmo dice in quella intercettazione e come abbiamo detto molte volte in tanti rispetto a leggi che riguardano i flussi migratori e l’accoglienza e che riguardano anche i cittadini in toto come il Jobs Act – tu devi reagire in qualche maniera. Il sindaco di Riace ha reagito secondo giustizia sociale. Lui utilizzava tempo un’espressione che era “prima vengono le persone, poi viene la burocrazia, poi vengono le carte, poi vengono i numeri. Se mi dicono di buttare in mezzo a una strada una madre con un bambino io non lo farò mai, disobbedirò a quella legge“.

Quindi quel passaggio rappresenta proprio lui.

Sì, è assolutamente lui. Però c’è un altro passaggio, vorrei leggerne solo una riga. “Il diffuso malcostume emerso nelle indagini non si è tradotto in alcuna delle ipotesi delittuose ipotizzate”.

L’arresto è avvenuto, quindi evidentemente un via libera c’è stato. La stessa Procura, però, nel suo comunicato, aggiunge proprio il passaggio che dicevi tu. C’è un punto che a me personalmente non è abbastanza chiaro: se il Gip stesso dice – e la Procura lo riporta nel suo comunicato – che il comportamento definito come malcostume non è un reato, io non riesco a capire perchè l’arresto sia stato deliberato dal Gip su richiesta della Procura.

Mimmo in diverse occasioni non ha fatto che ripetere questo e io quello che mi sento di fare è di farmi tramite delle sue parole. La sua preoccupazione è sempre stata soltanto una: che qualcuno potesse mai pensare che tutto quello che è stato fatto in questi vent’anni è stato fatto con uno scopo diverso da quello dell’ideale della giustizia sociale e della convivenza pacifica. L’unica cosa che mi sento di sottolineare è questa.

Domenico Lucano

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intervista Tiziana Barillà

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“I tecnici del MEF sono tutti con Tria”

Giovanni Tria

Ecco cosa c’è dietro lo scontro fra la coppia Salvini-Di Maio e i famigerati “tecnici” del ministero dell’Economia. La maggioranza di governo da giorni attacca loro, gli uomini senza volto, le strutture ministeriali che guardano solo ai “numeri” e ignorano le vere esigenze del paese, nonostante “non siano stati eletti da nessuno”. Questa è la propaganda del momento, per giustificare le lentezze (decreto Genova) e le mancanze della manovra economica (reddito di cittadinanza, tasse, Iva, pensioni).

Le cose stanno un po’ diversamente. E, grazie, a una fonte riservata, Radio Popolare è in grado di raccontare un significativo retroscena.

La persona che abbiamo contattato ha accettato di parlarci a patto che non ne sia fatto il nome. Anche la voce dell’intervista andata in onda a “Radar, notizie in vista” del 26 settembre non è la sua: il colloquio è stato doppiato. Possiamo dire che si tratta di un tecnico che ha lavorato presso il ministero delle Finanze e dell’Economia per circa vent’anni, con governi e ministri di diverso colore politico. E con i funzionari parla senza difficoltà.

Il livello dello scontro – ci dice – è elevato, la tensione è alta”. In ballo c’è l’autonomia di strutture che sono sempre state concepite come autonome dalla politica. Pensiamo alla Ragioneria generale dello Stato, uno dei bersagli della maggioranza. Da essa dipende la cosiddetta “bollinatura” delle leggi e dei provvedimenti: il via libera tecnico necessario all’adozione degli stessi. L’indipendenza della Ragioneria è sempre stata vista come necessaria alla credibilità dello Stato, anche all’estero. Una Ragioneria asservita alle esigenze strettamente politiche di questa o quella maggioranza non è buona cosa. È chiaro che le pressioni questi giorni vengono vissute come un’intollerabile ingerenza.

Ma c’è di più. Secondo la nostra fonte, al Ministero dell’Economia si ritiene che il Movimento 5 Stelle non abbia un’adeguata struttura tecnica propria in grado di interloquire con Via XX Settembre. Sono figure necessarie che fanno capo, di solito, ai viceministri delegati alle Finanze e all’Economia. Sono loro a maneggiare i numeri, le tabelle, per conto della politica e a interfacciarsi con le strutture ministeriali autonome. Ma oggi queste figure non ci sono, in particolare dal lato 5 Stelle. “I funzionari non si fidano. Anche perché hanno una propria responsabilità: se mettono la firma su una cifra sbagliata la responsabilità è loro. È ovvio che non si fidino di una dichiarazione politica ma vogliono parlare con chi abbia le competenze tecniche per farlo”. La nostra fonte non ha dubbi: “Una situazione così non l’ho mai vista”.

Non è ancora finita. E qui si arriva al cuore dello scontro in atto, al vero obiettivo del fuoco a palle incatenate contro i perfidi “tecnici”.

La verità è la completa sfiducia del ministro Tria nei confronti dei suoi due vice, nominati da Lega e 5 Stelle, Massimo Garavaglia e Laura Castelli. A nessuno dei due è stata assegnata alcuna delega. Nessun compito formale è stato loro conferito da Tria. Non era mai accaduto che un ministro dell’economia non delegasse i suoi vice”.

Cosa accade è presto detto: i tecnici del ministero dell’economia parlano solo con Tria. “I due viceministri – ci spiega la fonte – non vengono in nessun modo tenuti in considerazione. Un tale livello di sfiducia non lo avevo mai visto. Del resto c’è un tema di inadeguatezza: la Castelli, in particolare, non è considerata all’altezza del ruolo, non sa nulla di conti pubblici”.

Dunque: Tria non si fida dei suoi vice di Lega e 5 stelle e non gli fa fare niente. I tecnici del ministero si adeguano e parlano solo con il ministro. Che, tra l’altro, appena nominato, ha piazzato in sordina suoi uomini di fiducia a capo dei Dipartimenti Tesoro e Finanze, a capo del suo gabinetto e a capo della Ragioneria generale. Un messaggio chiaro, per la nostra fonte: “Faccio io, e la mia interlocuzione va oltre il governo”.

Il passaggio ulteriore è servito: se Di Maio attacca “i tecnici”, in realtà attacca Tria. Ma non può farlo in modo esplicito: e quindi se la prende con i pesci piccoli. Ma il suo messaggio al ministro arriva lo stesso, eccome. E manda Tria in trincea, circondato dai suoi uomini di fiducia che non rispondono a Lega e 5 Stelle.

Giovanni Tria
Foto | Palazzo Chigi
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“Ora volley mania, poi torniamo nell’ombra”

mondiali volley 2018

La nazionale italiana di Volley è giunta alla terza fase del Campionato mondiale di pallavolo maschile 2018 che si sta svolgendo tra l’Italia e la Bulgaria. Mercoledì 26 settembre l’Italia si scontrerà con la Serbia e due giorni dopo affronterà la Polonia, campione d’Europa in carica dopo il trionfo ai mondiali del 2014.

La stagione in corso è una stagione molto felice per la pallavolo italiana e gli italiani, come accade ormai a intermittenza da anni, hanno ritrovato una grande passione verso questo sport. Ne abbiamo parlando con Andrea Zorzi, ex pallavolista e commentatore televisivo.

L’intervista di Alessandro Principe.

Polonia e Serbia sono le avversarie che da mercoledì si contenderanno l’ultima fase del mondiale a Torino. È un buon sorteggio o no?

Ne son rimaste sei e ovviamente tutte e sei sono molto forti. È inutile nasconderlo. L’altro girone con Russia, Stati Uniti e Brasile è ancora più compatto. È vero, per alcuni aspetti, che così potremmo avere un pochino di vantaggio e non rischiare di essere eliminati in questo girone a tre, ma è anche vero che quasi sicuramente ci troveremo in semifinale con una squadra molto molto forte. Ci sono pro e contro, come spesso accade.
Credo che l’Italia debba concentrarsi moltissimo sul proprio livello di gioco, lo ha fatto benissimo finora, lo ha fatto non sprecando nessuna occasione. Contro la Russia ormai i giochi erano già fatti e quel 3 a 2 è incoraggiante sotto l’aspetto tecnico, ma le squadre forti ci sono ancora. Personalmente avrei detto che un’altra grande avversaria, non che Polonia e Serbia non lo siano, è la Russia, ma anche gli Stati Uniti che adesso sembrano essere perfettamente in forma. Avrei quasi preferito avere un ostacolo così importante in questo girone a tre, anche per testarci ed essere pronti per la finale.

Ieri sera hanno giocato tutte le riserve e hanno massacrato l’Olanda. È forte tutta questa squadra.

È una buona squadra. Considera che dalla prossima fase le squadre sono veramente squadre di altissimo livello, diciamo che è rimasta fuori solo la Francia, ma questo era inevitabile perché gli spazi sono quelli. C’è un po’ di divario tra le squadre di primissimo livello e una seconda fascia: l’Olanda fa parte di questa seconda fascia, ha fatto un bellissimo Mondiale con grandi sorprese, ma non partecipava ormai da 12 anni. Grande merito, perchè il primo set ieri sera è stato abbastanza complicato. Poi i ragazzi che hanno giocato meno, quelli in panchina, hanno trovato un ottimo ritmo. È incoraggiante per l’Italia, ma non mi avventurerei a fare come te le valutazioni definitive. Sicuramente possiamo contare su una squadra compatta, con alcuni atleti in campo bravissimi e poi della riserve che possono essere utilissime.

Tu senti crescere un po’ di passione attorno alla pallavolo? Di solito è seguita da un ampio pubblico, però sta facendo dei numeri grossi in televisione. Sta crescendo qualcosa?

Tipicamente la pallavolo, per fortuna, può arrivare ad alti livelli. Lo ha fatto due anni fa durante le Olimpiadi di Rio de Janeiro arrivando in finale col Brasile e scatenando una sorta di volleymania, includendo anche il beach volley con Nicolai e Lupo che arrivarono all’argento. Noi della pallavolo, dall’interno, siamo un po’ abituati a questa attenzione parziale che va e viene. In realtà tutti noi degli sport minori in Italia siamo abituati a queste attenzioni quasi spasmodiche e a persone che diventano improvvisamente grandi amanti della pallavolo. Ci fa molto piacere, però è proprio tipico della nostra abitudine sportiva. Siamo l’unico Paese che io conosca con uno così grande grado di monoteismo sportivo in cui il calcio la fa da padrone. Molti altri Paesi, pur avendo degli sport preferiti, hanno un paio di discipline che si giocano con interesse. In Italia questo avviene tra il pallone e i motori. Penso alla Francia o all’Inghilterra, dove ci sono altri sport come il rugby che possono giocare quasi alla pari col calcio. Da noi questo non avviene. Chi è vecchio come me ha visto gente diventare super amante di Luna Rossa e di Azzurra, dello sci e poi della pallavolo o della scherma. Questa sorta di attenzione parziale è storicamente una caratteristica dell’Italia. Ripeto: a noi fa piacere, ma sappiamo anche che tra qualche mese torneremo un po’ nel nostro spazio, che non è così piccolo come si ritiene.

mondiali volley 2018
Foto dalla pagina Twitter della FederVolley https://twitter.com/Federvolley

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intervista Andrea Zorzi

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“L’UE non può condannare a morte queste persone”

Migranti a bordo dell'Aquarius

Alessandro Porro, operatore umanitario di SOS MEDITERRANEE, si trova a bordo della nave Aquarius che in queste ore sta trasportando 58 persone a bordo, salvate da morte certa nel Mar Mediterraneo.

La nave Aquarius è l’ultima nave di una ONG rimasta a fare soccorsi nel Mediterraneo, ma nelle prossime ore potrebbe esser costretta a uno stop dopo la revoca della bandiera da parte di Panama, proprio come accaduto con la bandiera di Gibilterra. L’intervista di Alessandro Principe.

Sono sull’Aquarius e sono uno dei soccorritori che fisicamente scende in acqua con i gommoni per pescare i migranti. In questo momento stiamo più o meno a nord di Tripoli, in acque internazionali. Questa notte siamo ritornati indietro verso la Libia perché eravamo stati chiamati per un possibile intervento che poi si è concluso prima del nostro arrivo.

Sapete come si è concluso l’intervento di stanotte?

La situazione della notte è stata abbastanza confusa. Ieri mattina abbiamo fatto un soccorso in presenza anche della Guardia Costiera della Libia. Finito il soccorso abbiamo ricevuto l’ordine di andarcene dalla zona di ricerca e soccorso, un ordine piuttosto perentorio, per cui ci siamo diretti a nord. Nel pomeriggio abbiamo ricevuto informazioni da Colibrì, che è l’aereo di un’associazione di piloti volontari che fa pattugliamenti nella zona del Mediterraneo. Dall’alto hanno visto che c’erano due due gommoni in mare: uno poi è stato intercettato dalla Guardia Costiera libica e uno che non è stato intercettato o soccorso. Verso le 18:00, circa un paio di ore dopo, riceviamo una comunicazione dell’MRCC di Roma che ci dice che per questa barca non ancora intercettata è la Libia ad avere la coordinazione soccorso, però ci invitano a tornare indietro – a circa 10 ore di navigazione dalla nostra posizione – per intervenire. Nel corso della notte sentiamo sul canale dell’emergenza radio che un aereo italiano ha visto questa imbarcazione e ha visto che stava prendendo acqua e stava affondando. C’erano già dei corpi in acqua. L’aereo ha lanciato delle zattere di soccorso che noi questa mattina, quando siamo finalmente arrivati nella zona di soccorso, abbiamo trovato. Verso le 4:00 del mattino siamo ritornati sulla scena, alle coordinate che ci erano state date, e abbiamo ricevuto informazioni dall’MRCC italiano che la Guardia Costiera Libica aveva terminato il soccorso. Un altro caso di cattivo coordinamento della realtà in mare, perché siamo stati prima invitati e lasciarla zona del soccorso e poi richiamati indietro senza ricevere informazioni su quello che stava succedendo. Sono situazioni particolari.

In che punto è avvenuto il fatto della seconda barca che ci ha appena raccontato?

Siamo grossomodo nella zona nord di Tripoli.

Ci può raccontare quali sono le difficoltà più importanti di quei momenti?

In questo momento una delle difficoltà più grosse che abbiamo è quella di riuscire a ottenere delle informazioni dalle autorità competenti su quelli che sono i soccorsi in atto. Non ricevendo, con l’eccezione della comunicazione che abbiamo ricevuto ieri dall’MRCC di Roma, indicazioni soccorsi noi stiamo parlando circa mezzo milione di chilometri quadrati utilizzando dei binocoli. E questo, credetemi, è un problema grosso di ottimizzazione della ricerca. In generale, quando poi siamo in acqua, ci troviamo il più delle volte a gestire imbarcazioni che non possono affrontare il mare aperto e sono quasi sempre imbarcazioni sovraffollate con una linea di galleggiamento molto bassa. Alcune volte sono danneggiate perché sono in mare da molto tempo, quindi riusciamo a raggiungerle magari dopo un giorno o due che sono in mare e ci troviamo con grossi numeri di persone che sono stanchi o nel panico. Il nostro lavoro, se non ci sono emergenze immediate, è quello di tranquillizzare e riportare una condizione di ordine e di tranquillità che ci permetta di fare il trasferimento sull’Aquarius in maniera sicura. Le difficoltà in mare sono le onde, il vento, il sovraffollamento, la stanchezza e il panico: tutte situazioni che possono portare facilmente alla morte di più persone e purtroppo ci è capitato in questi anni di subire parecchie di queste circostanze.

In queste ultime ore si sta parlando del possibile ritiro della bandiera da parte di Panama, nel quadro di quello che conosciamo.

Sono delle situazioni francamente demoralizzanti e non riesco a capire come l’Europa permetta una simile situazione. In questo momento c’è l’informazione ricevuta dalle autorità marittime panamensi che ci indicano di aver ricevuto delle pressioni italiane affinché la nostra bandiera venga rimossa. Questo non ci permetterebbe di navigare. Al momento siamo l’unica nave di ONG che sta pattugliando un’area vasta di Mediterraneo, che è una rotta estremamente mortale. Nel momento in cui noi fossimo costretti a fermarci per un periodo più o meno lungo, condanneremmo delle persone a morte. In questo momento non abbiamo 58 persone a bordo, di cui 16 sono minori o bambini. Sono persone che probabilmente non avrebbero avuto piacere di sradicarsi dalla loro vita per cercare di arrivare in Europa e noi stiamo condannando queste persone alla morte. Io non riesco a capire come si possa fare politica sulla pelle delle persone. Ho veramente difficoltà a capire questo concetto.

Migranti a bordo dell'Aquarius
Foto dalla pagina FB di SOS MEDITERRANEE Italia https://www.facebook.com/sosmeditalia/

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intervista Alessandro Porro

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“Salvini non smantelli lo SPRAR”

Matteo Salvini

Il Ministero dell’Interno si appresta a presentare il cosiddetto decreto Immigrazione, di cui si sa ancora poco. Le indiscrezioni trapelate a pochi giorni dall’annuncio ufficiale di Matteo Salvini stanno destando molta preoccupazione tra chi da anni lavora proprio con l’accoglienza grazie allo SPRAR, il Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati.

Matteo Biffoni, sindaco di Prato e referente dell’Anci, Associazione Nazionale Comuni Italiani) è convinto dell’efficacia dello SPRAR e ha toccato con mano quali sono i vantaggi di questa accoglienza diffusa gestita dai comuni e quali sono stati gli ottimi risultati ottenuti in fatto di integrazione a sicurezza.

Ora, però, il decreto di Salvini rischia di smantellare questo sistema, con conseguenze disastrose per l’Italia. L’intervista di Alessandro Principe.

Il sistema SPRAR è un sistema che viene in gran parte gestito dai comuni, anche se poi fa capo al Ministero dell’Interno, ed è un sistema che in questi mesi ha consentito una gestione oculata e diffusa sul territorio degli immigrati che fanno richiesta di asilo.
Biffoni, prima di entrare nello specifico dei timori che ci sono per questa nuova normativa, le chiedo come sta funzionando lo SPRAR?

Sta funzionando sostanzialmente bene. È una dinamica di 35.000 posti di accoglienza diffusa sul territorio e i sindaci e politici di tutti i colori capiscono che è un meccanismo che funziona. Non mi interessa la discussione se l’immigrazione è un valore o una disgrazia. Io faccio il sindaco e coi miei colleghi abbiamo bisogno di gestire il fenomeno con uno strumento efficace. Ecco, lo SPRAR.
Rispetto alla confusione e alle difficoltà che può creare un centro di accoglienza straordinario gestito dalle Prefetture, e qui poi vedremo quali sono le preoccupazioni dei sindaci, il sistema SPRAR – che è gestito ed è organizzato dai comuni – non solo permette un controllo più stretto, ma anche una formazione e un percorso di inclusione che facilita l’ingresso nella società nella maniera più ordinata possibile all persone che arrivano sul territorio e non crea tensione verso le popolazioni che accolgono. Questo è il vero vantaggio, ma deve essere fatto bene e nel modo più corretto possibile.

Ci faccia l’esempio della sua città, Prato. Come funziona?

Noi abbiamo un centinaio di persone tra ragazzi, donne e anche nuclei familiari, inseriti nel sistema SPRAR e sparsi in città in piccolissimi nuclei, spesso addirittura nuclei familiari o poco più. Nessuno si accorge di queste presenze, anche perché gestiti e accompagnati nel loro percorso di inclusione che passa attraverso la formazione linguistica e quella che un tempo si sarebbe chiamata l’educazione civica. Colgo l’occasione per rinnovare a tutti di andare a firmare per la reintroduzione dell’educazione civica nelle scuole, anche su questo percorso noi sindaci lo stiamo chiedendo da tempo. C’è anche un accompagnamento nella formazione lavorativa, si spiega come funziona la città e, lo dico in maniera anche molto brutale, come si fa la raccolta differenziata della spazzatura.

Le cose che servono per essere anche cittadini e non solo numeri di una cosiddetta emergenza.

Certo. Poi nel momento in cui ci saranno le condizioni cammineranno con le loro gambe.

Costa tanto fare questa cosa qua?.

Costa, certo. Ci vuole un insegnante di italiano che ti insegna la lingua, magari uno psicologo soprattutto in caso della tratta femminile, perché spesso hanno subito violenze. Poi ovviamente c’è l’accoglienza, le strutture in cui vanno a risiedere. È chiaro, lo fai nello stesso percorso che faresti con tutti coloro che sono in una situazione di fragilità. Così come coi servizi sociali accompagno le famiglie che hanno perso il lavoro o che hanno difficoltà a pagare il mutuo o l’affitto o non riescono a comprare i libri scolastici. Le situazioni di fragilità un sindaco le deve affrontare. Questa è una situazione di fragilità e un costo ce l’ha.

Quindi è un sistema gestito dai comuni che punta a un’integrazione parcellizzata in diversi luoghi della città senza un impatto dirompente nel tessuto cittadino con una serie di servizi che aiutano le persone a integrarsi. Perché siete preoccupati di quello che potrebbe accadere?

Posso confermare che ieri i ​due comuni simbolo del Movimento 5 Stelle, ​Roma e Torino, hanno espresso le loro forti preoccupazioni insieme a comuni di centrodestra e a comuni di centrosinistra sulle linee guida ​del sistema che sembrerebbe delinearsi col decreto legge è parecchio diverso, molto diverso. Con noi non c’è mai stato un confronto, tant’è che abbiamo scritto al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte affinché questo tema che impatta in maniera molto dirompente sui territori ci sia un dialogo coi sindaci che fino a questo momento è mancato.
L’idea è quella di ri​dare potere ai Prefetti e di rimettere al centro dell’attenzione ​i grandi centri, i CAS, i Centri di Accoglienza Straordinaria da 200, 300 o 400 persone inserite spesso in piccoli contesti urbani e che impattano in maniera violenta sui territori e che poi diventano difficili da gestire. Ovviamente quando ​tu in un quartiere o una zona della città metti un insieme di persone indifferentemente da tutto è chiaro che diventa difficile. L’idea sembrerebbe essere questa: si smonta un po’ il sistema che avevamo organizzato nel corso di questi anni. E c’è anche un fattore piuttosto preoccupante su cui bisogna che il Ministro ci dia delle risposte: ​togliere sostanzialmente la protezione umanitaria, che è un pezzo importante e lo dico al di là delle valutazioni politiche, ​significa ​che rischiamo di ritrovarci per strada ​alcune decine di migliaia di persone che, non avendo più il diritto a stare qui, o vengono rimpatriate oppure ce le ritroviamo tutte a carico dei comuni e dei servizi sociali o peggio ancora inglobati in quelle situazioni di microcriminalità che tanto fanno arrabbiare i cittadini. Su questo si corre un pericolo.

Se lei dovesse aspirare ad avere maggiore sicurezza sul territorio, perché di questo parla Salvini, la direzione che prendono queste norme non è di maggior sicurezza. Anzi, ​rischia di essere di maggiore tensione sociale.

Io direi di sì. Io chiedo al ministro Salvini, al di là delle nostre posizioni politiche, di confrontarsi con i sindaci ​di tutti i colori. Il problema è che vederla da Roma e vederla in tema di propaganda rischia di lasciare col cerino in mano ancora una volta i territori. Non staremo zitti, eh. Su questo ci faremo sentire.

Matteo Salvini
Foto dal profilo FB di Matteo Salvini https://www.facebook.com/salviniofficial/

intervista Matteo Biffoni

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La beffa dell’indirizzo web scaduto

Alberghi, ristoranti, studi legali, società di comunicazione. La mattina del 21 settembre, dal sito ufficiale della Guardia di Finanza (www.gdf.gov.it) si arrivava a una pagina, apparentemente ufficiale anch’essa, che – al posto dei contati della sala stampa, mostrava dei link ad attività commerciali varie. Un virus? Un hackeraggio?

Un elemento depone a sfavore di questa tesi. L’indirizzo che compariva nella stringa url non presentava nulla di anomalo. Era www.salastampagdf.it. Un indirizzo del tutto coerente.

Come è possibile? Cosa è accaduto?

L’ufficio stampa della Guardia di Finanza non era a conoscenza dell’anomalia. Dopo aver verificato che, effettivamente, dal sito istituzionale si finiva a quella pagina anomale, ci ha riferito di un “problema tecnico”.

Ma di quale problema si è trattato? È possibile che qualcuno abbia utilizzato quel dominio (www.salastampagdf.it) in modo fraudolento inserendovi la propria grafica e i propri link pubblicitari? Si è trattato di un disguido, appunto, “tecnico” e imprevedibile o di una circostanza evitabile?

Da una verifica ulteriore, insieme a Marco Schiaffino di Securityinfo.it abbiamo ricostruito che il dominio in questione era stato registrato il 13 maggio scorso, alle ore 16 da una società che si chiama CatchTiger B.V.

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Si tratta di una società olandese che acquista domìni “liberi”, perché non utilizzati o la cui licenza di utilizzo sia scaduta. La società si trova a Breda, nei Paesi Bassi. www.catchtiger.com. Un’attività completamente legale che consente, appunto, di acquisire indirizzi internet appetibili per poi rivenderli a chi ne abbia interesse.

Cosa è accaduto, quindi? L’ipotesi più verosimile è che il dominio di proprietà della Guardia di Finanza, www.salastampagdf.it fosse scaduto. E che quindi sia stato “rastrellato” dalla società olandese.

Non solo: il dominio in questione si trova attualmente in vendita, sui siti specializzati. Sul sito www.hexonet.net risulta in vendita a 4.150,72 euro. La società olandese, dunque, ne ha acquisito la licenza e vi ha inserito banner pubblicitari in attesa di rivenderlo.

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Di tutto questo, la Guardia di Finanza non sapeva nulla. Al punto che, fino a questa mattina, alla pagina corrispondente si accedeva direttamente dal sito istituzionale. In sostanza: da maggio scorso passando dal sito istituzionale si finiva direttamente alla pagina pubblicitaria. Senza che, a quanto pare, nessuno se ne fosse accorto.

Dopo la nostra segnalazione, il link è stato rimosso e ora tutto è a posto. Ma alla nuova pagina è stato cambiato l’indirizzo, semplicemente inserendo un punto. Ora è www.salastampa.gdf.it. Il che conferma che il dominio precedente è ormai fuori dalla disponibilità del Corpo.

Le domande restano due. La prima: perché il dominio originario è stato fatto scadere, consentendone l’acquisto a terzi? La seconda: perché, una volta accaduto, nessuno ha rimosso quel link dal sito istituzionale della Finanza, lasciando che gli utenti transitassero direttamente a una serie di annunci pubblicitari?

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    Alessandro Principe
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“Quegli spari li sogno tutte le notti”

Giuseppe Antoci

Tutti archiviati. Per i magistrati della procura di Messina. i 14 indagati per l’attentato del maggio 2016 contro Giuseppe Antoci, allora presidente del Parco dei Nebrodi.

Secondo i pm non ci sono prove sufficienti a sostenere l’accusa a processo. Ma le indagini hanno confermato che quel giorno, sulla strada che da Cesarò porta a San Fratello, ci fu un agguato mafioso. Efferato. Con l’obiettivo di togliere di mezzo l’uomo che aveva messo le mani sul business miliardario del affitto dei terreni demaniali.

Aziende mafiose che riescono a ottenere lucrosi appezzamenti dallo Stato. Il Protocollo di legalità voluto e fatto approvare da Antoci era troppo grave, per le cosche. E allora, i massi sulla strada, l’auto bloccata, i colpi di mitra. Solo l’intervento della scorta del dirigente del commissariato di Sant’Agata di Militello Daniele Manganaro, che in auto seguiva quella di Antoci, evitò il peggio.

Ora un’archiviazione che sa di beffa. Ma Antoci, forte anche della conferma dell’origine mafiosa dell’attentato, non si arrende. Anche se la sua vita, da allora, non è stata più la stessa.

È stato confermato che questo è stato uno degli attentati più efferati dopo le stragi. Nella storia di questa terra, la Sicilia, soprattutto sugli attentati di mafia, è stata sempre fatta luce tramite le ricostruzioni dei pentiti. Io spero che possa uscire presto un collaboratore di giustizia che faccia nomi e cognomi. Solo così i miei sogni, nonostante i non siano più tranquilli come prima, potranno essere alleviati dall’aver avuto giustizia. Non passa una notte in cui non ricordo quegli spari, quelle grida, i volti smarriti e impauriti del vicequestore Manganaro e degli uomini della scorta, di mia moglie e delle mie figlie quando mi hanno portato a casa dopo l’ospedale. La mia vita non sarà più la stessa di quella che era il giorno prima dell’attentato che mi ha colpito, ma non lo sarà finché non vedrò alla sbarra e condannati coloro che quella notte volevano ucciderci, pensando di fermare un’azione di illegalità e di sviluppo che in questo territorio era stata portata avanti. Hanno perso perchè quella notte lo Stato ha reagito e mi ha salvato la vita, hanno perso perchè è stata fatta una norma dello Stato italiano che ha recepito il mio protocollo, hanno perso perchè stanno sequestrando tutti i beni a tutti i capimafia, dopo anni che lucravano sui fondi europei dell’agricoltura. Hanno perso. E la parte che allevia le sofferenze e quello che purtroppo mi porterò dentro per tutta la vita è proprio questa, il fatto che hanno perso una bella partita.

Le 14 persone che erano indagate sono state prosciolte, quindi evidentemente non erano loro, secondo la magistratura, gli esecutori di quello che è capitato.

Da quello che sembra, la Magistratura dice di non aver potuto provare la loro colpevolezza. Io non lo so. Bisognerà capire nel proseguo come riaprire le indagini, ma occorre che ci sia qualcuno che faccia nomi e cognomi e dia la possibilità di identificare almeno i mandanti. Io ho bisogno di vedere questa gente indagata e condannata, perchè nonostante i successi che abbiamo ottenuto e che stiamo ottenendo nella lotta alla mafia attraverso il lavoro che abbiamo fatto, occorre che sia fatta giustizia e sia fatta luce su questo attentato e spero che avvenga presto.

Lei non ha alcun dubbio che si sia trattato di un attentato mafioso?

No, non ha dubbi la magistratura. Su questo non mi sembra che ci siano dubbi da parte di nessuno. Anzi, la ricostruzione parla proprio di un agguato mafioso per fermare il protocollo di legalità. Oggi il protocollo viene considerato dai più autorevoli esponenti della magistratura e di chi conosce i fenomeni mafiosi come uno degli atti normativi più forti nel colpire i patrimoni mafiosi dopo la Rognoni – La Torre. Loro lo avevano capito ed erano molto impauriti.

Che sentimento prova quando ripensa a quello che è successo?

La paura fa parte della vita di ognuno di noi, ce l’avevo prima di continuare con alcune decisioni che ho preso consapevolmente sapendo di essere in pericolo. Appare chiaro che questa paura va gestita, anche in questo momento. Io sono una persona che ha un regime di sicurezza tra i più elevati nel Paese, quindi da questo punto di vista lo Stato mi sta proteggendo nella maniera più adeguata, anche in virtù di tutte le operazioni di servizio dei sequestri che stanno facendo in tutta Italia per la norma che ho proposto e aiutato ad approvare.

Lei ci ha già raccontato come è cambiata la sua vita. Adesso, ripensandoci, rifarebbe tutto quello che ha fatto?
Nella vita occorre prendere due strade: o la strada di fare quello che si ritiene giusto riuscendo a farsi la barba la mattina e guardandosi allo specchio, oppure l’altra, quella di essere vigliacchi, abbassare gli occhi e poi però la mattina è un problema guardarsi allo specchio e guardare i propri figli. Io ho deciso di scegliere la prima strada, scegliendola con la mia famiglia, consapevole dei rischi che stavo portando avanti e del rischio della vita che mi avevano detto essere una delle cose possibili. Lo rifarei domattina, perchè bisogna dare un senso alla vita e un senso all’educazione che si dà ai propri figli. Nella vita a volte si educa non solo con quello che si dice e con quello che si fa, ma si educano le persone anche con quello che si è. Io spero di essere stato un buon padre.

Giuseppe Antoci
Foto dalla pagina FB di Giuseppe Antoci https://www.facebook.com/antocipeppe/
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“Tanti dubbi, siamo molto preoccupati”

Gli imprenditori del Nord Est sono molto preoccupati. Non si fidano del governo Salvini-Di Maio. Considerano una sciagura il “decreto dignità”, sono dubbiosi sulla flat tax e il reddito di cittadinanza, temono che dal braccio di ferro con Bruxelles ci sia più da perdere che da guadagnare.

Per Matteo Salvini è un problema. Se il Movimento 5 Stelle può infatti permettersi di guardare altrove, la Lega (o come si chiamerà…) no. Il Veneto di Luca Zaia è troppo importante per alzare le spalle di fronte al malcontento delle imprese locali. E gli imprenditori del Nord Est, tradizionale bacino di voti per la Lega, non si fanno certo convincere da un video su Facebook.

Alessandro Riello è presidente di Aermec, capofila del Giordano Riello International Group, che raggruppa cinque aziende con oltre 1.650 addetti. Il colosso della climatizzazione, fondato nel 1961 da Giordano Riello, padre di Alessandro, ha chiuso il 2017 con un fatturato di 210 milioni di euro. E’ stato anche presidente di Confindustria Verona.

Ecco quello che pensa del governo, delle prospettive dei prossimi mesi. E di Salvini.

“Quello che mi sento di dire è che in questo momento più che scontento, tra gli imprenditori del Veneto, me compreso, si respira un’aria di grande preoccupazione”.

In che senso?

“Da una parte c’è tutta una normativa che riguarda il lavoro e che modifica il jobs act. E’ stato molto criticato ma alla fine, se guardo la mia stessa realtà, ha portato dei risultati estremamente positivi perché il contratto a tutele crescenti ci ha consentito di stabilizzare molti posti di lavoro. Nella mia realtà si tratta circa del 10% della forza lavoro”.

Quindi il Decreto dignità lo boccia…

Non voglio dire che farà crescere la disoccupazione ma senz’altro non porterà ad una stabilizzazione dei posti di lavoro, anzi, direi che rischiamo di tornare indietro.

Quale altra preoccupazione ha?

Sono state fatte tante promesse da chi ci governa, ma non riusciamo a renderci conto se la cognizione e la capacità di fare i conti con la realtà queste persone ce l’abbiano veramente… Temiamo che si interrompa un ciclo positivo che, da due anni e mezzo, faceva registrare nel nostro paese degli sviluppi importanti di crescita.

Che aspettative ha per la manovra economica?

Vedremo, francamente non vorrei che ci fosse una grande pubblicità ma che poi alla fine non tornando i conti tutto restasse fermo. O comunque non soddisfasse le aspettative degli italiani. D’altra parte, io ritengo che questo governo nasca molto per un momento di protesta, di pancia. Mi auguro che riescano a fare qualcosa ma francamente se le attese sono tante, sono tanti anche i dubbi.

Senta Riello, chi è il vostro interlocutore del governo? Salvini, Di Maio, con chi parlate?

(pausa) Eh… questa è una bella domanda. Io direi che al momento è un dialogo tutto da costruire…

Quindi al momento il dialogo non c’è?

Francamente non è ancora partito così come dovrebbe essere.

Le piace Salvini?

Le risponderò così: la Lega non è stato mai un partito che ha raccolto il mio voto… E Salvini si lascia andare ad atteggiamenti, diciamo, estemporanei.

E Di Maio?

Bé, è arrivato da poco, non posso dare un giudizio compiuto su di lui. Ma non mai votato i 5 Stelle.

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    Alessandro Principe
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Perché due perizie così diverse?

Il prefetto di Genova Fiamma Spena riferisce di una relazione fornita dalla Commissione ministeriale, l’organismo presieduto dall’architetto Ferrazza, incaricato dal governo di indagare sulle possibili cause del crollo. Il documento completo non è pubblico ma il prefetto usa una frase precisa, traendola evidentemente da esso. E’ su di essa che ci dobbiamo basare.

Ecco le parole del prefetto. “La relazione segnala sul pilone numero 10 un EVIDENTE stato di CORROSIONE di GRADO ELEVATO”. Il pilone 10 è quello che ora sostiene il moncone est del ponte Morandi, rimasto sospeso dopo il crollo. La commissione dunque, oggi, certifica che lo stato di corrosione è elevato ed è di grado evidente. Sei mesi fa le conclusioni erano state ben diverse.

Torniamo ora al 1 febbraio di quest’anno. Riunione tecnica a cui partecipano il Ministero delle infrastrutture, i tecnici di Autostrade e il Provveditorato per le opere pubbliche. 7 tecnici, due dello stato e due dell’azienda. Tra loro lo stesso Roberto Ferrazza, oggi alla guida della commissione ministeriale. E anche l’ingegnere Antonio Brenchich, anch’egli ri-nominato come membro esperto.

La riunione del 1 febbraio scorso si chiude con un verbale, rivelato dall’Espresso. Il documento parla del pilone 9, quello crollato, ma anche del 10. Ecco cosa si legge: “E’ risultato uno stato di conservazione discreto. Tuttavia i risultati delle prove riflettometriche hanno evidenziato un lento trend di degrado dei cavi costituenti gli stralli con una riduzione dell’area dei cavi dal 10 al 20%”. Sulla base di questa diagnosi la commissione ritiene opportuno avviare una progettazione finalizzata al rinforzo degli stralli dei piloni 9 e 10. Dunque: lo stato del 9 e del 10 è DISCRETO, la corrosione ha mangiato dal 10 al 20% e quindi si consiglia di avviare la progettazione del rinforzo. La progettazione e i lavori furono in effetti avviati ma, in base alle conclusioni della commissione, nessuna misura cautelare d’urgenza venne presa. Il ponte non era ritenuto a rischio.

A questo punto, confrontando la relazione citata dal prefetto oggi e quella del 1 febbraio, salta agli occhi la diversa valutazione a 7 mesi di distanza.

È possibile che in sette mesi lo stato del pilone 10 sia passato da “discreto, con una corrosione dal 10 al 20%” a un evidente stato di corrosione di grado elevato”. No, non è possibile: secondo tutti gli esperti ci vogliono tempi molto più lunghi. E’ possibile che oggi siano stati usati metodi più precisi rispetto a quelli usati a febbraio? Ancora no, secondo gli esperti: i mezzi tecnici usati a febbraio possono essere considerati imprecisi ma non al punto da far cambiare in modo così netto la diagnosi.

E allora ci sono due domande:

1 – Perché la valutazione sui piloni 9 e 10 a febbraio appare così diversa da quella citata oggi dal prefetto di Genova sul pilone 10?

2 – E’ opportuno che a guidare la commissione che indaga sulle cause del crollo oggi sia la stessa persone che presiedeva la commissione sette mesi fa?

Nella relazione oggi in mano al prefetto, risulta inoltre – secondo l’agenzia Ansa –  che il pilone numero 10 presenta uno stato di degrado peggiore rispetto a quello che era stato riscontrato sul pilone 9, quello crollato. Tuttavia nel verbale del 1 febbraio – come abbiamo visto –  i due piloni vengono accomunati nella diagnosi di “stato discreto”.

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    Alessandro Principe
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“Tragedia annunciata, il torrente andava chiuso”

tragedia gole del Raganello

Dieci morti, tutti turisti, oltre a una guida locale. Una strage, che avrebbe potuto essere ancora più pesante se la piena che li ha travolti fosse accaduta a Ferragosto o in un fine settimana, quando nelle gole del Parco del Pollino arrivano a esserci centinaia di persone. E’ stata solo una fatalità? E’ stata colpa solo della “bomba d’acqua” precipitata a monte, violenta e improvvisa?

Radio Popolare ha intervistato una delle guide ufficiali del Parco del Pollino, Emanuele Pisarra, che parla, al contrario, di una tragedia annunciata. Secondo la guida il problema, infatti, non è stata solo la bomba d’acqua del pomeriggio, ma le piogge incessanti dei giorni e mesi precedenti e le nevicate dello scorso inverno.

Chi si avventura tra quelle gole senza esperienza e senza un minimo di informazioni sulle condizioni del torrente che le attraversa, dice Pisarra, può andare incontro a rischi altissimi. Che potrebbero essere prevenuti.

A mio avviso è stata un’imprudenza, perché visto che quasi tutti i pomeriggi sta piovendo e non era il caso di avventurarsi in un canyon così complesso come questo del Raganello con questa instabilità pomeridiana.

Sono gruppi organizzati o sono persone singole?

Entrambi. I gruppi organizzati sono tanti, però diciamo che siamo un 40-60%, cioè 40% organizzati e il 60% no. I gruppi non organizzati non si avventurano in grosse imprese, fanno un piccolo tratto, quello più semplice. E quando ci sono le prime difficoltà se uno è minimamente intelligente torna indietro, perchè non ha la muta, non ha il casco e non ha l’attrezzatura adatta. Se non è un temerario oppure uno specialista che sa in cosa incorre, la maggior parte se la svigna. Il torrente è molto vario, ma quest’anno c’è molta più acqua del solito, ha piovuto tantissimo a primavera e c’è stata molta neve in inverno. Ci sono bei tratti del canyon da fare a nuoto e ci sono dei tratti in cui bisogna arrampicarsi, serve insomma un minimo di capacità.

Non è corretto quindi dire che è stata solo una bomba d’acqua improvvisa e imprevedibile?

No no, assolutamente no. Il temporale era previsto, le previsioni meteo lo davano. Era prevista anche un’allerta meteo della regione Calabria, forse il nostro sindaco avrebbe dovuto fare un’ordinanza di divieto di accesso. Diciamo che c’erano tutti i requisiti per non avventurarsi, se uno ha un minimo di esperienza di montagna sa che queste condizioni di primo pomeriggio sono sempre micidiali.

Bisognava chiudere il torrente ai turisti?

Secondo me sì, sono di questo avviso.

C’erano degli elementi per poter immaginare che la prudenza suggerisse di chiuderlo.

Sì, io sono di questo avviso e me ne assumo tutta la responsabilità. Quest’anno c’è molta più acqua del normale nel torrente, è piovuto tantissimo in primavera e in inverno è nevicato tanto. Ci sono addirittura dei tratti della gola che si possono percorrere solo a nuoto.

È vero che c’è un accesso spropositato a quei luoghi?

Sì, è iper-conosciuta e iper-frequentata. Troppo. Il problema è quando ti infili nelle gole senza l’attrezzatura giusta e senza i requisiti giusti. Questo è il dramma. Gli incidenti accadono spesso, credo che il 70-80% dei soccorsi effettuati dal soccorso alpino negli ultimi 20 anni siano stati fatti tutti nelle gole. Io lo temevo, è la cronaca di una morte annunciata.  Ora spero che le autorità competenti prendano la cosa un po’ più seriamente visto che non è mai stato fatto un regolamento a valle, che io chiedevo da anni.

Lo dovrebbe fare l’Ente del parco d’intesa col Comune. Quella è la zona 1 del parco, quindi tocca all’ente del parco come primo attore con l’intesa e il parere del comune.

tragedia gole del Raganello
Foto | Vigili Del Fuoco
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Distrutta la targa della “partigiana Lia”

A Milano è stata distrutta la targa che ricorda Gina Galeotti Bianchi, la partigiana Lia. Una figura storica ed emblematica della Resistenza e della Liberazione. A lei, ad esempio, è dedicato lo spettacolo teatrale del regista e attore Renato Sarti, “Nome di battaglia, Lia”.

Il fatto è accaduto nel quartiere di Niguarda dove un parco pubblico è stato dedicato alla partigiana. L’intestazione del giardino è fatta con una targa di marmo, analoga a quelle con l’indicazione dei nomi delle strade. Nella tarda serata del 1 luglio è stata trovata spezzata in due, spaccata di netto, proprio al centro.

L’Associazione nazionale partigiani ha diffuso la notizia e non ha dubbi: si tratta di un atto deliberato, una provocazione di stampo neo fascista.

“Una gravissima provocazione neo fascista che si manifesta in un quartiere popolare, che ha avuto una storia antifascista molto significativa”, ha detto a Radio Popolare Roberto Cenati, presidente dell’Anpi di Milano.

“Dai riscontri che abbiamo sembra sia stato un atto deliberato e supponiamo che si inserisca nel clima che si sta verificando a Milano e in provincia di Milano.

“Mi riferisco alla “Festa del Sole” che si svolgerà ad Abbiategrasso il 6 e 7 luglio, all’inaugurazione di una nuova sede di Casa Pound in piazza Firenze a Milano. E poi il fatto che si sia colpita una donna simbolo della Resistenza, da tutti conosciuta come la partigiana Lia, ci fa sorgere una profonda inquietudine”.

Gina Galeotti Bianchi fu la prima caduta dell’insurrezione contro i nazifascisti che ci fu a Milano: la rivolta, il 24 aprile del 1945, iniziò proprio a Niguarda. La partigiana Lia era uscita con l’amica, e staffetta partigiana, Stellina Vecchio, per portare ai compagni l’ordine di insurrezione: venne uccisa da una raffica di mitra, sparata da un camion di soldati tedeschi in fuga. Era incinta di un bambino che lei era convinta sarebbe nato “in un Paese libero“, come disse all’amica Stellina Vecchio.

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    Alessandro Principe
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Salvini e Savona, barra ad est

Paolo Savona giura al Quirinale

Se l’Europa sarà a più velocità, l’Italia di Salvini e Di Maio dove si vuole collocare?
Questo è il nodo della politica europea del nuovo governo. Non l’uscita dall’Euro, ma qualcosa di comunque dirompente.

Il momento in Europa è cruciale: terminata la lunga serie di elezioni nazionali, si tratta di aprire la stagione di riforme avviata con la Dichiarazione di Roma del 25 marzo 2017. La vera novità di quel trattato è il via libera all’Europa a più velocità. Anche se le diverse forme di integrazione ci sono già, per la prima volta viene scritto che il futuro può essere questo. Germania Francia e Italia promotori. Andare avanti con l’integrazione su alcune materie per superare i blocchi della unanimità.

Salvini, in quei giorni disse: “L’Europa a due velocità è una truffa” e attaccò la Merkel. Ora che è al governo, cosa ha in mente? E cosa ha in mente Paolo Savona? Savona, secondo fonti a Bruxelles che abbiamo contattato, è il vero ispiratore della politica europea di Salvini. “Moavero non toccherà palla”, ci hanno detto. E in Europa il suo ministero è quello che conta di più. Sarà l’economista a partecipare, ogni mese, al Consiglio degli Affari generali. È lì che si prepara e determina la linea politica che viene poi suggellata dai capi di governo. Ma non solo.

Savona ha voluto per il suo ministero l’attribuzione di una sorta di portafoglio: le politiche di coesione, in pratica la programmazione e la gestione dei fondi europei. Altro che messo in un angolo. Altre fonti da noi contattate ci hanno riferito che, ai suoi collaboratori del ministero, Savona ha fatto riferimento, tra il serio e lo scherzoso, al famigerato “piano B” per l’uscita dall’Euro. Ma, in realtà, a Bruxelles sanno bene che non è quello l’obiettivo. Piuttosto, c’è in gioco un riposizionamento dell’Italia in Europa.

Dal tradizionale asse con Parigi e Berlino al neonato fronte sovranista che ha il suo nucleo nel “gruppo di Viesegrad”: Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia. Il primo effetto lo abbiamo visto sull’affossamento della riforma di Dublino sui rifugiati, in cui Salvini ha fatto asse con Orban. Il neo- sovranismo accomuna il blocco dei Paesi dell’Europa orientale, che guardano a Mosca, anche all’Austria.

Il governo “nero-blu” di Vienna è formato dal Partito Popolare, Övp, di Sebastian Kurz e dallo schieramento populista di estrema destra Fpö di Heinz-Christian Strache che detiene sei ministeri, tra cui Interni, Esteri e Difesa. Kurz è da sempre sostenitore della necessità di riavvicinarsi a Mosca, Strache è fautore di un accordo di cooperazione con Putin analogo a quello della Lega, che ha concluso un’intesa di collaborazione con Russia Unita, il partito di Putin.

Cosa accomuna tutti questi neo-sovranisti? Vogliono ridisegnare l’integrazione europea dall’interno, in chiave anti-federale. Vogliono formare un contro-potere che si contrapponga a Germania e Francia. E, se l’Europa sarà a più velocità, staccarsi dal nucleo che va avanti. Per l’Italia sarebbe un cambio strategico di prospettiva.

Paolo Savona giura al Quirinale
Foto | Quirinale
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Confusione sotto il cielo sovranista

Commissione Europea a Bruxelles

Cos’è il regolamento i Dublino? Perché lo si vuole riformare e perché il nuovo governo italiano dice no?

L’attuale regolamento è del 2013 e definisce quale paese debba prendere in carico la protezione di un richiedente asilo. Il testo, noto anche come Dublino III, ha sostituito il precedente regolamento del 2003, a sua volta erede della Convenzione di Dublino, un trattato internazionale siglato nel 1990 ed entrato in vigore nel 1997.

Si è cominciato a parlare di riforma del regolamento con l’aumento dei flussi migratori dall’Africa verso l’Europa. La normativa impone di inoltrare la richiesta di asilo nel paese di prima accoglienza: un principio che scarica il peso dei flussi sulle spalle dei paesi esposti alle rotte del Mediterraneo, come Italia e Grecia. Insomma, l’onere dell’accoglienza e della gestione delle richieste di accoglienza ricadono tutti sulle spalle dei paesi mediterranei di primo approdo.

La proposta iniziale della riforma è di due anni fa e va in questa direzione: prevede un meccanismo automatico di ripartizione a favore dei paesi più esposti. I principi di fondo sono quelli della «condivisione equa» di responsabilità (quanti richiedenti asilo vanno accolti, paese per paese) e solidarietà (l’aiuto da fornire ai paesi più esposti e le sanzioni da infliggere a chi si defila).
Secondo il testo scritto dalla Commissione di Bruxelles, la quota di richiedenti asilo accettabili da un singolo paese deve essere proporzionata a un doppio criterio (Pil e popolazione, con incidenza del 50% ciascuno). Se un paese supera del 150% la sua capacità, ogni nuova richiesta deve essere reindirizzata in automatico ad altri paesi. Se questi ultimi rifiutano, scatta una penale di 250mila euro per ogni richiedente asilo che viene respinto.

Questa riforma, quindi, dovrebbe essere favorevole all’Italia. E allora perché l’Italia non la vuole? Il motivo è semplice: rispetto a questa versione, i cui autori sono la Commissione e il Parlamento europeo, ci si mette in mezzo il Consiglio, cioè i governi nazionali. È in questa sede che il fronte dell’Est, capeggiato dall’Ungheria e Bulgaria, si è fatto avanti.

A marzo la Bulgaria, presidente di turno del consiglio Ue, ha tentato di accelerare l’adozione del regolamento proponendo un testo di compromesso che riduce la solidarietà. Un paese come l’Italia dovrebbe garantire di più servizi e ottenere, nel frattempo, meno sostegno dal resto dell’Europa. Il meccanismo di ridistribuzione scatterebbe su base volontaria solo quando un certo paese si “sovraccarica” del 160% rispetto all’anno precedente, diventando obbligatorio solo quando si arriva al 180%.

La proposta bulgara diminuisce la penale per il rifiuto di un richiedente da 250mila a 30mila euro, oltre a introdurre il principio di «responsabilità stabile»: quando un migrante entra in un certo paese, lo Stato in questione deve garantirne la presa in carico per 10 anni. I cinque paesi che si ritengono più penalizzati (Cipro, Grecia, Italia, Malta, Spagna) hanno scritto un documento dove si elencano alcune proposte per riequilibrare la proposta bulgara: chiedono di accorciare il periodo di responsabilità da 10 a due anni e chiedono che ci siano dei margini di elasticità per i periodi di picchi migratori.

Ora arriva Salvini. Cosa intenda proporre a Bruxelles nell’ambito del percorso negoziale fin qui descritto non è chiaro. Per ora si è limitato a slogan che mandano il messaggio: l’Italia vuole meno immigrati. Ma quali saranno le proposte al tavolo di Bruxelles a oggi non si sa.

Salvini parla di una “revisione dei trattati” e di “un cambiamento delle politiche europee”. E lancia l’asse inedito con l’ungherese Orban. Paradossalmente, capofila del fronte che vuole la riforma più sfavorevole all’Italia. Insomma: Salvini dovrebbe stare con Bruxelles (prima proposta di modifica, più favorevole all’Italia) e con la Germania. Invece sta con Orban e alleati (seconda proposta di modifica, peggiorativa per l’Italia).

C’è confusione sotto il cielo sovranista. E problemi, quando si passa dagli slogan agli atti concreti.

Commissione Europea a Bruxelles

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“Cerco la verità sulla morte di mio padre”

Verità e Giustizia per Aldo Bianzino

Riaprire le indagini sulla morte di Aldo Bianzino. A chiederlo è il figlio Rudra: suo padre morì nel carcere di Perugia Capanne il 14 ottobre 2007 48 ore dopo esser stato arrestato. L’elemento di novità che potrebbe portare a una svolta sono due perizie, realizzate da consulenti medici della famiglia, da cui emerge una nuova verità sulle lesioni trovate sul corpo di Bianzino.

L’uomo fu arrestato nel casale di campagna in cui viveva con la famiglia il 12 ottobre 2017, dopo una perquisizione che rivelò l’esistenza di una piccola coltivazione di marijuana. La moglie, fermata con lui, venne scarcerata il giorno dopo.

Nel corso di questi 11 anni, i processi che si sono susseguiti hanno portato alla condanna definitiva di un agente di polizia penitenziaria per omissione di soccorso e all’archiviazione del procedimento per omicidio volontario a carico di ignoti, poiché la causa della morte sarebbe stata ricondotta alla rottura di un aneurisma cerebrale.

Secondo le nuove perizie, a causare la morte di Bianzino fu effettivamente un’emorragia. Provocata però non da un aneurisma, ma da un evento traumatico. E la lesione al fegato, che finora gli esperti avevano attribuito alle manovre di rianimazione, sarebbe contemporanea all’altra, e quindi incompatibile con la versione finora acquisita.

A spiegarlo oggi in conferenza stampa i familiari di Bianzino, con i senatori Luigi Manconi e Luigi Zanda e con l’associazione “A buon diritto”.

Abbiamo intervistato Rudra Bianzino, figlio di Aldo:

Per quanto riguarda me come figlio e come cittadino italiano, credo di vivere in un Paese fondato sui diritti e sulla democrazia e trovo imprescindibile che una storia come quella di mio padre, e come quella di molti che la cronaca recente ci sta raccontando, non debba avere nessun punto oscuro o comunque motivazioni per le quali poi nutrire dubbi verso l’accaduto e verso le istituzioni stesse e tutto il sistema giudiziario. Io sto portando avanti questa richiesta sulla scorta di importanti analisi ed evidenze medico-legali che vanno a smentire la testi sulla quale si basava l’archiviazione del processo per omicidio volontario fatta nel 2009.

Ci sono delle nuove perizie che sono state eseguite sulla base della richiesta dei legali della famiglia – dei vostri legali – e queste perizie sembrerebbero avvalorare la tesi di lesioni, cioè di un’emorragia provocata non da un aneurisma, ma da un evento traumatico. È così?

Durante il dibattimento di secondo grado per il processo riferito all’omissione di soccorso e omissione di atti d’ufficio, è emerso – l’ho scoperto dai miei assistenti medico-legali – che l’aneurisma per il quale si avallava il fatto della morte naturale – la foto con tanto di cerchietto rosso dove si asseriva in didascalia che si si trattava dell’aneurisma del signor Bianzino – non era assolutamente una foto di un aneurisma né era riferibile in alcun modo ad un evento naturale. Il secondo punto è che sulla lacerazione al fegato, perchè stiamo parlando anche di una lacerazione al fegato che è stata spiegata come la conseguenza di un massaggio rianimatorio, è stata palesemente smentita l’eventualità che questa lacerazione potesse esser stata provocata da un massaggio rianimatorio. Già al tempo, in ogni caso, è emerso che la lacerazione del fegato tramite massaggio cardiaco aveva una possibilità di manifestarsi dallo 0 al 2% nella letteratura medico-scientifica.

Lei era molto giovane quando è morto suo papà, aveva se non sbaglio 14 anni.

Esattamente

Che ricordo ha di suo padre?

L’ultimo ricordo che ho di mio padre è l’abbraccio che gli ho dato immerso nelle lacrime prima che lo portassero via. Se le devo dire onestamente è come se in qualche modo la mia coscienza in qualche modo sapesse che quello era l’ultimo abbraccio che potevo dare a mio padre.

Suo padre per cosa è stato portato via?

È stato portato via perché a seguito di una perquisizione sono state rinvenute alcune piante di canapa. È stato portato via insieme a mia madre nonostante lui fin da subito si fosse assunto tutta la responsabilità del caso. Sono stato lasciato da solo con mia nonna di 91 anni in un casolare lontano da tutto nell’Appennino umbro-marchigiano.

Che speranza ha lei adesso?

La mia speranza intanto è di ottenere la verità e la giustizia. Siamo in un Paese che si vanta di essere democratico in uno stato di diritto. Io come ragazzo di 24 anni in tutta questa vicenda che sto riaprendo e sto chiedendo di riaprire con delle evidenze molto forte, mi sento come se mi sostituissi in qualche modo ad un normale svolgimento del procedimento giudiziario. Queste cose non dovevano emergere adesso su mia volontà perchè c’erano molti aspetti che non mi tornavano, a maggior ragione quando è la stessa istituzione ad essere chiamata in causa.

Verità e Giustizia per Aldo Bianzino
Foto dal profilo FB del Comitato Verità per Aldo Bianzino https://www.facebook.com/Comitato-Verità-per-Aldo-Bianzino-114503578571934/
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“Impossibile controllare la sicurezza alla Fincantieri”

Fincantieri a Monfalcone

Nel cantiere di Monfalcone della Fincantieri questa mattina è morto un lavoratore. Era giovanissimo, aveva solo 20 anni e si chiamava Matteo.

Nel 2018 si sta verificando un aumento delle morti sul lavoro, con un andamento superiore del 2017, che già è stato un anno record. A oggi, dall’inizio dell’anno, sono oltre 150 le vittime.

Abbiamo sentito al telefono Livio Menon, segretario della Fiom di Gorizia, che si trova sul posto:

I fatti adesso sono sotto indagine, quindi non mi avventurerei su questo. Il fatto concreto è che comunque, per l’ennesima volta, subiamo un incidente mortale sul lavoro. L’ultimo incidente mortale qui ai cantieri di Monfalcone è stato a febbraio 2017. Negli ultimi dieci anni sono morte 5 persone.

Questo ragazzo per chi lavorava a Fincantieri?

Lavorava per la CNI, una ditta di famiglia che sta operando in Fincantieri da 40 anni.

Quindi una situazione che, in qualche modo, rientra nelle regole e nei protocolli di sicurezza che voi potete garantire?

All’interno di Fincantieri è difficile garantire. Le Rls fanno il possibile, il problema è che purtroppo i controlli si fanno, si fanno male, e all’interno di Fincantieri,con gli appalti e i subappalti, è impossibile controllare la sicurezza. Qui è chiaro che Fincantieri stessa, ma anche la Messina Lavoro, devono fare un ulteriore passo. Io posso dire che vi operano oggi circa 10mila persone con 450-500 ditte interne, tra appalto e subappalto, e se la Messina Lavoro dovesse fare una visita all’anno delle aziende, è chiaro ed evidente che dovrà stare in Fincantieri in pianta stabile tutto l’anno.

Sulla dinamica dell’incidente che ha ucciso Matteo non possiamo sapere esattamente i dettagli, come diceva lei c’è un’indagine in corso. Ci conferma però che sarebbe stato colpito da un blocco di cemento?

Sì, è stato colpito da un blocco di cemento che è cascato sopra il lavoratore e che praticamente ha reso invano tutti i soccorsi di chi era lì.

Avete in programma qualche iniziativa adesso?

Oggi c’è lo sciopero per tutto il giorno di tutti i lavoratori e dell’appalto. Domani mattina faremo una riunione con l’RSU e verifichiamo il da farsi. È evidente che dobbiamo avvisare un confronto e anche una discussione sulla questione della sicurezza. Dobbiamo aprire una vertenza sulla sicurezza all’interno di Fincantieri, perchè così non può andare avanti.

Fincantieri a Monfalcone
Foto Google Street View
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Europa, futuro cercasi

Bandiera dell'Europa

Il 9 maggio è la festa dell’Europa. La prima domanda che viene spontanea è: cosa c’è da festeggiare? Ma tant’è: il 9 maggio si ricorda il discorso del ministro degli esteri francese Robert Schuman.

Era il 1950, l’Europa tentava di uscire dalle macerie della guerra, quelle fisiche, quelle morali e quelle politiche. Schuman, quel pomeriggio a Parigi, fece quello che viene considerato il primo discorso politico che prospetta un’Europa unita. Un punto di partenza. Schuman prospetta il superamento dell’ostilità tra Francia e Germania con la messa in comune di carbone e acciaio. Un anno dopo nacque la Ceca, il primo nucleo di quella che oggi conosciamo come Unione europea. Prima di Schuman c’erano stati il Manifesto di Ventotene le visioni di Jean Monnet. Ma fu quel 9 maggio che venne abbozzato un primo, concreto, progetto di condivisione di interessi cruciali: le materie prime.

Non sono passati nemmeno 70 anni e oggi l’Europa è una realtà consolidata e imprescindibile. Che però fatica a trovare un’idea di sé per il futuro. Ed è dilaniata da forze centrifughe.

La debolezza politica dell’asse franco-tedesco, proprio quello avviato da Schuman. Merkel è sul viale del tramonto e Macron non decolla.

I partiti antieuropei e nazionalisti crescono in diversi stati membri

A est si è formato un gruppo guidato dal naizonalista ungherese Orban che guarda più a Mosca che a Bruxelles.

La gestione dei flussi migratori è stata non solo inefficace ma anche palesemente contraria agli stessi valori e ideali a cui l’Europa dice di guardare.

Le istituzioni europee sono deboli: il parlamento rappresenta poco e la commissione è spesso sdraiata sui dictat dei governi nazionali.

Cosa accadrà nei prossimi anni non lo sappiamo: se l’Europa imploderà fiaccata dalle proprie malattie o se troverà una cura capace di rilanciarla. Di certo oggi, rispetto anche solo a 5 o 6 anni fa sappiamo che l’Unione non la possiamo dare per scontata.

Al tempo di Schuman c’erano gli ideali e l’aspirazione al futuro. Ma fu la concretezza di carbone e acciaio a dare la spinta decisiva. Oggi, forse, quella spinta ci viene dalla necessità di non restare stritolati tra i due giganti globali: Cina e Stati Uniti.

Bandiera dell'Europa

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Il Nobel per la letteratura non sarà assegnato

Premio Nobel

Il premio Nobel per la letteratura quest’anno non sarà assegnato. Non succedeva dal 1943, in piena seconda guerra mondiale. L’Accademia di Svezia lo ha annunciato oggi, dopo lo scandalo delle molestie sessuali che ha coinvolto il marito di una componente dell’Organizzazione.

Jean Claude Arnault, fotografo, intellettuale e marito della poetessa Katarina Frostenson. È lui al centro dello scandalo che ha gettato nel discredito la prestigiosa e paludata accademia del Nobel. La Frostensson è uno dei 18 componenti dell’Accademia. Il marito è da sempre considerato molto influente sugli umori della giuria. Ma fin qui si tratta di retroscena. Ma tra lo scorso anno e l’inizio di questo scoppia, sull’onda di #MeToo, lo scandalo delle molestie: Arnault è accusato da 18 donne di abusi.

L’Accademia apre un’inchiesta interna. E viene fuori dell’altro: l’organizzazione finanziava sottobanco Forum, centro culturale del fotografo. Non solo: in almeno 7 occasioni dal 1996 in poi Arnault avrebbe rivelato all’esterno informazioni sull’assegnazione del Nobel.

A fine aprile nuova rivelazione: Arnault avrebbe molestato nientemeno che la principessa Victoria di Svezia. Lo scandalo a questo punto coinvolge la casa reale e i servizi segreti. Nessuno smentisce. Nel frattempo sei membri si dimettono: per regolamento sono nominati a vita e non possono essere sostituiti solo in caso di morte.

Un cortocircuito ma accaduto, nelle mani a questo punto dello stesso Re Carlo Gustavo. A rischio c’è la sopravvivenza stessa dell’Accademia, mai così screditata.

Premio Nobel
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Tremiti: vade retro, plastica

rifiuti di plastica in spiaggia

Metti che uno cammina sulla spiaggia incontaminata e, tra la sabbia, spunta una forchetta di plastica. Metti che poi si tuffa nell’acqua cristallina e ci trova una scatola di polistirolo. Magari pensa: mi avevano detto che le isole Tremiti sono un paradiso naturale incontaminato e invece…

Per evitare tutto questo il sindaco Antonio Fentini è passato al contrattacco: dal primo maggio saranno vietate tutte le stoviglie di plastica, tanto usate dai turisti che fanno i pic-nic e spesso abbandonate al loro destino.

“Ho firmato l’ordinanza pochi giorni fa, in modo che i residenti abbiano il tempo per informarsi e recepirla“, spiega il sindaco. “Ogni esercizio potrà rifornirsi di contenitori e buste biodegradabili dove crede e iniziare a usarle“. “All’inizio saremo soft, ma poi arriveranno le multe per chi trasgredirà“, promette. Per applicarle saranno predisposti anche due vigili urbani in più.

Come in tutta Italia – prosegue il sindaco –  anche qui sono già vietate le buste nei supermercati. Già cinque anni fa chiesi all’Anci di vietare le cassette di polistirolo ma non ottenni risultati, adesso ci muoviamo da soli“.

Le Tremiti, cinque isole nel mare Adriatico, dette anche Diomedee, sono parte del Parco Nazionale del Gargano e dal 1989 una porzione del territorio costituisce la Riserva naturale marina delle Isole Tremiti.  Un luogo che ha nell’ambiente, e nel mare in particolare, la propria principale fonte di sostentamento e ricchezza.

“Noi viviamo di ambiente“, dice ancora il sindaco Fentini, “noi questo abbiamo: la pineta, il mare, non possiamo permettere che chi non ha rispetto per la natura rovini tutto“. Anche i turisti? “Purtroppo spesso la gente è maleducata, quando è fuori da casa sua, abbandona tutto in giro“.

E così dal primo maggio scatta il giro di vite, con multe fino a 500 euro. Ma sarà solo il primo passo: il prossimo sarà il divieto di usare bottiglie di plastica e contenitori di polistirolo, utilizzato soprattutto da pescatori.

Pensi, – racconta Fentini – il materiale costa così poco che se un peschereccio perde in mare una balla da cento cassette, non si ferma neanche a recuperarla. E il polistirolo se ne va in mare“.

Insomma, il sindaco anti-plastica va alla guerra. Ma nessuno si è lamentato per i divieti? “Per ora no – assicura lui – hanno capito che lo faccio per le nostre isole“.

La decisione del comune pugliese arriva dopo la ricerca pubblicata dall’Istituto di scienze marine del Cnr di Genova, dall’Università politecnica delle Marche e da Greenpeace Italia che ha evidenziato la presenza nel Mediterraneo di livelli di micro plastiche paragonabili a quelli dei vortici che si formano nel Pacifico. Nelle acque delle Tremiti sono stati rilevati 2,2 frammenti di micro plastiche per metro cubo.

rifiuti di plastica in spiaggia

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Cosa dirà Martina alla Direzione Pd

Partito Democratico

L’appuntamento è segnato in rosso sull’agenda di tutti gli addetti ai lavori: il 3 maggio si riunisce la direzione del Partito Democratico, probabilmente la più importante degli ultimi anni. C’è da decidere una cosuccia: sì o no al governo con il Movimento 5 Stelle. O meglio, per essere precisi, la decisione sarà se aprire o meno il dialogo con Di Maio. Se accogliere o meno l’offerta del leader pentastellato. Con tutti i timori, le divisioni e il travaglio del caso, anche nella base del Pd. Sì, perché il rischio è grosso: quello di andare a fare la stampella al Movimento, in una posizione di debolezza politica. Ma l’alternativa è starsene fuori, spingendo probabilmente Di Maio tra le braccia di Salvini (che non aspetta altro) e condannandosi all’irrilevanza per tutta la legislatura.

Il dilemma del segretario reggente Maurizio Martina è questo. Ma non solo. C’è anche una grossa grana legata alla figura di Matteo Renzi. Che a fare la comparsa accanto a Di Maio non ci pensa neanche. E non perde occasione per ribadirlo. E allora cosa accadrà?

In attesa anche dei risultati alle regionali del Friuli-Venezia Giulia, i dirigenti del Partito Democratico stanno affilando le armi per la Direzione.

A Radio Popolare il senatore brianzolo del Pd Roberto Rampi, molto vicino a Martina anticipa una questione cruciale. Quella del ruolo di Di Maio. Il segretario reggente, infatti, potrebbe proporre (o far proporre ai suoi) il passo indietro del leader 5 Stelle come condizione per aprire il dialogo. Di Maio mai a Palazzo Chigi, o non se ne fa niente.

Francamente mi sembra l’unica soluzione possibile“, spiega Rampi:

Dobbiamo riuscire a uscire dalla logica maggioritaria in cui eravamo entrati con le precedenti leggi elettorali. Questa logica non c’è più e quindi il presidente del consiglio deve essere inevitabilmente una figura che trova l’accordo tra forze diverse. E non può essere quindi quello di una sola parte.

Ma la questione verrà posta formalmente alla Direzione?

Io scommetterei che questa cosa uscirà nella Direzione, sicuramente una parte dei membri della Direzione porrà anche questa questione, insieme ad altre. Diranno a Martina, va bene discutiamo ma facciamolo partendo da alcuni punti fermi e credo che tra questi punti possa emergere anche quello del ruolo di Di Maio.

C’è dunque una notizia importante, nelle parole di Roberto Rampi. Il passo indietro di Di Maio viene considerato, almeno da una parte del Pd, determinante per dare il via libera al dialogo con i 5 Stelle.

Ma poi c’è pure quello di Renzi, di ruolo. L’ex segretario non vuole sentir parlare di governo con i grillini, lo ha sempre detto. Se sia disposto a ripensarci, e in cambio di che cosa, lo vedremo. Ma, stando ancora al senatore Rampi, Renzi resta decisivo. E irrinunciabile, anche per Martina.

È chiaro che senza di lui è difficile andare da qualche parte. È una figura ancora molto rappresentativa fra gli iscritti ma anche significativa dentro i gruppi parlamentari. L’ipotesi di governare con i 5 Stelle la può fare solo tutto il Pd unito. Sia perché è giusto così, sia perché senza i renziani non ci sono i numeri.

Il dialogo con Renzi, insomma, è obbligato per Maurizio Martina.

In questi giorni si stanno sentendo – racconta ancora Rampi – questo posso garantirlo, è un dialogo apertissimo“.

Partito Democratico

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Marcianise, il sindaco continua a combattere contro la camorra

Il cartello all'ingresso di Marcianise

Il sindaco di Marcianise, provincia di Caserta, Antonello Velardi, è uno delle centinaia di sindaci italiani che hanno ricevuto minacce per la propria attività. Tanto che, come molti altri, vive sotto scorta.

Il suo nome è fra quelli censiti dalla associazione Avviso Pubblico, che venerdì ha presentato il rapporto “Amministratori sotto tiro“. Il 2017 è stato un anno record per le intimidazioni ai danni di sindaci e altri amministratori pubblici.

Velardi aveva deciso di mollare tutto: non si sentiva sostenuto dalla politica locale. Poi, la reazione dei suoi concittadini gli ha fatto cambiare idea. Lo abbiamo intervistato e ci siamo fatti raccontare cosa è accaduto:

Siamo in provincia di Caserta in un’area con grosse problematicità e con una forte incidenza criminale, ma anche un’area dove ci sono potenzialità enormi. La città di Marcianise è all’interno dell’ASI, l’area di sviluppo industriale di Caserta, che è la prima del Mezzogiorno ed è la quinta in Italia. Marcianise ha un distretto produttivo, sia industriale sia commerciale, che è considerato una delle 52 aree a più alto indice di sviluppo in Italia. Questo dà il senso della dimensione degli interessi che ruotano attorno a questa città, per cui dare un permesso o negarlo equivale a incidere. Io sono intervenuto praticamente su alcune vicende specifiche, ne cito qualcuna per dare un’idea: avevamo un impianto comunale, un velodromo molto bello, abitato da 12 persone – i parenti di un vecchio custode – che avevano trasformato il velodromo in un’abitazione privata. La pista attorno che consente di andare in velocità è stata utilizzata per fare le gare con le auto. Dopo aver sgomberano il velodromo, l’abbiamo dovuto fare con la forza pubblica e non è stato semplice, abbiamo sgomberato altri edifici comunali che erano stati occupati abusivamente e abbiamo abbattuto un’abitazione costruita su un marciapiede nell’arco di 40 anni. Avevano iniziato con un piccolo banchetto per le sigarette di contrabbando e poi si sono evoluti fino a costruire quest’abitazione. Il comune di Marcianise aveva attribuito a quest’abitazione anche un numero civico e ha attribuito la residenza a chi ci viveva dentro. Cito l’ultimo caso: una villa con giardino di un importante boss della camorra locale, sequestrata dall’autorità giudiziaria e affidata al Comune, che non l’ha mai presa in consegna per anni per non fare alcuno sgarro. Noi siamo arrivati, l’abbiamo presa in consegna e l’abbiamo affidata ad un’associazione che assiste i disabili.

Com’è vivere sotto scorta?

Intanto voglio ringraziare lo Stato che si è posto il problema e ha trovato una soluzione, cioè mi ha protetto e mi sta proteggendo, su questo non c’è dubbio. Però la scorta è una patologia, è un dato patologico e non è un dato fisiologico, ed è un dato che mentre da una parte ti consegna maggiore sicurezza, dall’altra parte annulla completamente ogni tuo spazio privato e soprattutto fa dipendere la tua vita da altri. Non sei più in grado di poter fare delle cose da solo, ma queste cose le devi condividere con altri. Ecco è molto limitante, il bene più grande è quello della libertà e questo è un bene che viene barattato, lo dico tra virgolette, per la propria sicurezza.

Mi può raccontare il suo dubbio, quello di mollare o quello di restare

Mi ero dimesso perchè il quadro politico locale non andava in sintonia con me e non aveva colto la particolarità di questa situazione. Io ho alzato l’asticella e quando quel quadro politico ha capito che la città era dalla mia parte in qualche modo si è adeguato e ha preso atto di questa cosa. Io non volevo più rientrare, ero convinto che non si potesse fare ciò che volevo fare, e cioè segnare la discontinuità nel nome dell’efficienza e della trasparenza in un’area difficile del Mezzogiorno. Poi ho notato che le reazioni ci sono state e non sono state reazioni di circostanza. La città e le comunità vicine e lontane si sono riconosciute nella mia attività e mi hanno chiesto di restare. Questa richiesta è diventata sempre più incessante con il passare dei giorni e la mia convinzione granitica si è incrinata e, soprattutto, mi sono posto il problema: quella che era stata la mia decisione di candidarmi e di far leva sulla massima discontinuità con il passato, e che era questo un atto di coraggio e un atto temerario, cozzava con la mia scelta di andare via a fronte di una richiesta molto forte da parte della comunità e che quindi poteva essere un atto di viltà.

C’è una frase che qualcuno dei suoi concittadini le ha detto che le ha fatto dire “vado avanti”?

Era il periodo della settimana santa. Sono andato alla Via Crucis e ho incontrato un’anziana signora che mi ha detto: “Sindaco, dove restare! Dovete restare! Mia figlia ha saputo che ne volete andare e non sta mangiando. Oggi non ha voluto mangiare, si è depressa dopo questa cosa“. Questa che può sembrare un’esagerazione non è un’esagerazione, l’ho notata anche in altre persone. L’espressione di quella signora era l’espressione di un sentimento collettivo molto più forte, molto più ampio, che ho trovato. Questo è quello che alla fine mi ha fatto riflettere e mi ha fatto capire che non potevo tornare indietro e dovevo continuare a fare il sindaco.

Il cartello all'ingresso di Marcianise
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Si accomodi, Mr. Orban

“Congratulazioni, non vedo l’ora di continuare a lavorare con voi per le nostre sfide europee”. Manfred Weber, capo del Partito polare europeo.

“Non vedo l’ora di collaborare con il governo ungherese su molte questioni di interesse comune”. Jean Claude Junker, presidente della commissione europea.

“Mi congratulo di cuore per il suo successo”. Angela Merkel, cancelliera tedesca.

Di cosa parliamo quando parliamo di Orban. Parafarasando Raymond Carver, rendiamoci conto che non parliamo di un orco che terrorizza Bruxelles.

Macché. Viktor Orban è un leader tenuto i palmo di mano. E’ uno dei maggior enti di quel Partito popolare europeo che domina il parlamento di Strasburgo. E che a sua volta è dominato da Angela Merkel. Il partito popolare europeo, in origine famiglia democristiana conservatrice e di rango, si è negli anni trasformato in un contenitore di partiti ben più a destra. Compresi leader discussi e ingombranti, basti pensare a Silvio Berlusconi. E oggi Orban se ne sta serenamente lì, dove furono De Gasperi e Adenauer.

Il gruppo parlamentare del Ppe ha 216 eurodeputati, quelli del partito di Orban, Fidesz, sono 13. Una forza siginificativa che diventa ancor più influente unita ai partiti cugini di Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia. L’alleanza del Gruppo di Viesegrad, che si muove come un contropotere all’interno delle istituzioni europee.

Orban ne ha dette di tutti i colori contro l’Unione Europea. E altrettante ne ha fatte. La democrazia liberale è un sistema fallimentare, Russia, Turchia, Iran funzionano meglio: è una delle sue tesi preferite.

Insieme al ritorno alla sovranità nazionale: della Ue Orban  rifiuta i valori ma accetta i soldi. Con i muri e la linea dura anti-migranti si auto-proclama “difensore dell’Europa cristiana e bianca“. Con accenti antisemiti (vedi gli attacchi a Geroge Soros, indicato a simbolo della plutocrazia mondialista).

E, in Ungheria, sta cercando di piegare le istituzioni al suo volere. Ma anche in questo caso, l’Unione europea non sa reagire. Quando Orban ha fatto approvare la riforma della giustizia che sottomette i magistrati al suo governo, o la legge liberticida sulla stampa, sono arrivate proteste e minacce di sanzioni. Ma al momento tutto è fermo, anche perché il perverso sistema dell’unanimità del Consiglio (cioè, i governi stessi) non consente di farle scattare senza il via libera dello stesso paese sotto accusa e dei suoi stretti alleati.

Il leader ungherese non è un orco, insomma. E’ uno dei partner a Strasburgo del Ppe, e uno dei leader più in forma nel panorama europeo di fronte a una Merkel a fine ciclo, a un Macron zoppicante a un’Italia impantanata. E dunque, prego, si accomodi, mister Orban.

Orban

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Seguì irruzione NoTav: giornalista condannato

Si è concluso con la condanna a 4 mesi per Davide Falcioni il processo che lo vedeva imputato (con altri 19) per violazione di domicilio. Falcioni, giornalista di Fanpage.it, era nel novembre 2012 al seguito del movimento NoTav in Valsusa.

EDa cronista, seguì gli attivisti anche durante l’occupazione della ditta Geovalsusa, andò in tribunale come testimone per la difesa, ma durante la deposizione. la sua posizione cambiò: da testimone divenne indagato. Venne poi rinviato a giudizio e ora è arrivata la condanna.

Così il giornalista ai nostri microfoni:

Diciamo che non è una sorpresa, un po’ me l’aspettavo visto che la Procura di Torino e il Tribunale di Torino non sono sicuramente famosi per avere la mano leggera in queste cose, soprattutto per ciò che riguarda il movimento NoTav. Non è un sorpresa, purtroppo, questo evento grave temevo che sarebbe accaduto. La seconda cosa è che io non nulla da rimproverarmi e se potessi tornare indietro farei esattamente quello che ho fatto così come l’ho fatto.
Se la condanna è un invito ai giornalisti a non mettere il naso dentro certe storie, l’invito che faccio io invece è quello di insistere tantissimo e approfondire sempre di più.

Ci ricordi esattamente qual è l’azione o il momento che ha portato alla condanna? Cosa stava accadendo in quel momento e cosa stavi facendo tu?

Ero andato in Val Di Susa per raccontare il Movimento NoTav. Era il 2012 ed era un momento particolarmente vivace per il movimento, forse la fase più vivace in assoluto per quanto riesco a ricordare. Ero andato lì per seguire quello che stava accedendo e le azioni del movimento e quel giorno gli attivisti si recarono in uno studio di geologi a Torino, entrarono, appesero uno striscione all’interno di questo studio ed uscirono nel giro di 30-40 minuti. Questa fu l’azione e io la segui XXX perchè ovviamente ero lì per raccontare il movimento e non potevo certamente rimanere fuori.

E come avresti potuto raccontarlo secondo la Procura?

Secondo la Procura avrei dovuto telefonare alla Polizia, che tra l’altro non era presente perchè non era una manifestazione autorizzata e non c’era quindi un presidio delle forze dell’ordine. Io avrei dovuto dire alla polizia quello che era accaduto e quindi riportare le dichiarazioni ufficiali della polizia.

Quindi il giornalismo fatto con i comunicati stampa…

Esatto. Il giornalismo fatto con le veline delle Questure che diventa non solo un metodo possibile, ma addirittura l’unico metodo da seguire se non si vuole incorrere in una condanna.

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Sequestrata la nave della Pro Activa Open Arms

Accuse pesanti per la ong spagnola Pro Activa Open Arms, dopo la vicenda che l’ha vista protagonista la scorsa settimana. Associazione a delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina è il reato ipotizzato dalla Procura diretta dal procuratore Carmelo Zuccaro. Tre gli indagati: comandante, coordinatore della nave e responsabile della organizzazione.

Il motivo della grave accusa è che giovedì scorso gli attivisti della nave hanno rifiutato di consegnare alla guardia costiera libica i migranti appena salvati da un naufragio. Le motovedette libiche hanno intimato di consegnare i naufraghi sotto la minaccia delle armi, secondo il racconto che gli attivisti hanno fatto a Radio Popolare poche ore dopo il fatto. Pro Activa è rifiutata di farlo. A quel punto non ha ricevuto per 24 ore indicazione su dove dirigersi. Ha quindi continuato a navigare verso l’Italia. Poi, venerdì sera, il via libera a far sbarcare i migranti a Pozzallo.

A quanto risulta, la condotta della ong viene considerata dalla procura di Catania al di fuori degli accordi (il cosiddetto “codice di condotta”) da essa stessa sottoscritti. Il non aver consegnato i migranti ai libici ha posto Pro Activa al di fuori della collaborazione con la Guardia costiera italiana. A quel punto, solo un intervento del governo di Madrid, dato che la nave batte bandiera spagnola, avrebbe potuto far rientrare la situazione nell’ambito del rapporto tra paesi, Italia e Spagna. L’aver proseguito invece la navigazione verso l’Italia per ottenere il permesso all’attracco a Pozzallo da parte di Roma, secondo la procura di Catania, costituirebbe una violazione della legge, integrando il reato di associazione a delinquere. Sarà il giudice per le indagini preliminari, ora, a decidere sulla convalida del sequestro della nave, ora ferma nel porto di Pozzallo.

Pro Activa respinge le accuse.  “Impedire il salvataggio delle vite in pericolo in alto mare con lo scopo di riportarle con la forza in un paese non sicuro come la Libia è in contrasto con lo Statuto dei rifugiati dell’Onu”‘, ha scritto  in un tweet Oscar Camps, fondatore della ong spagnola.

Abbiamo parlato con Riccardo Gatti, attivista di Pro Activa, che ci ha rilasciato questa dichiarazione, inviataci con un messaggio vocale.

Noi ci sentiamo indagati tanto quanto i tre che lo sono, perché siamo totalmente con loro. E’ assurdo quello che sta succedendo quando è da luglio del 2016 che stiamo operando in coordinamento con la Guardia costiera italiana. Adesso, a una settimana dalle elezioni, succede questo. Non riesco a capire cosa possa essere scattato. Non so se sia stato il fatto di non aver consegnato ai libici le persone, producendo una conseguente deportazione in un paese. Oppure se tutto sia dovuto al problema amministrativo che c’è stato, con la richiesta alla Spagna per l’approdo in porto italiano. Che oggi si arrivi a questo, in questi modi, ci fa sospettare che non si voglia avere nessuno nel mar Mediterraneo, per non far sapere e vedere quel che succede, che i libici si possono permettere di minacciare chi sta facendo operazioni di salvataggio”.

Di seguito, riportiamo l’articolo di venerdì scorso in cui si ricostruisce l’accaduto e si riporta la testimonianza di quanto accaduto durante il salvataggio di 218 migranti.

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La nave della Ong spagnola Pro Activa Open Arms ha subìto una grave azione di contrasto da parte della Guardia costiera libica durante il salvataggio di migranti in mare. Con i mitra spianati gli è stato intimato di consegnare ai militari libici le persone salvate. I soccorritori non lo hanno fatto e i 218 migranti sono stati portati a bordo. Da qui è cominciata un’odissea che vede la nave della Ong bloccata nel Canale di Sicilia. Le autorità italiane non consentono l’approdo nei porti italiani, nonostante la presenza a bordo di diverse donne e bambini, alcuni dei quali necessitano di cure mediche che solo in parte possono essere fornite dal personale a bordo. Solo una donna, con un neonato, in grave pericolo di vita, è stata trasportata a terra da una motovedetta maltese. Al momento, venerdì pomeriggio, la nave di Pro Activa è ferma, in attesa di un via libera che non arriva.

A bordo abbiamo raggiunto Riccardo Gatti, portavoce di Pro Activa Open Arms.

“Le condizioni del mare stanno peggiorando e noi stiamo aspettando che ci dicano in quale porto possiamo andare. Le persone a bordo sono in condizioni di salute che al momento possiamo definire stabili. Logicamente, stiamo parlando di persone soccorse in mare, che scappano dalla Libia dove sappiamo che situazioni ci sono”.

Ci conferma che non vi è consentito l’approdo in Italia?

Sì, al momento non possiamo. Ci è stato detto che dobbiamo fare una richiesta al governo spagnolo, perché la nostra nave batte bandiera spagnola. Il governo spagnolo dovrebbe fare una richiesta ufficiale a quello italiano che a quel punto, su richiesta di Madird, ci potrebbe accogliere.

Perché questa procedura?

Non lo so. Posso supporre che il motivo sua che questa nostra operazione di salvataggio non sia stata autorizzata dalla guardia costiera italiana. E’ una cosa che ci sorprende, non era mai successo prima che ci venisse chiesto questo tipo di procedura.

Con chi avete parlato?

Con la guardia costiera italiana, con la quale siamo sempre in contatto, tramite il Centro di coordinamento a Roma. Loro si mettono in contatto con il ministero degli Interni e poi ci forniscono le direttive.

Avete un canale attivo con la Spagna?

Certo, abbiamo già contattato le autorità spagnole ma è da ieri che non ci fanno sapere nulla. Quindi non riesco a prevedere i tempi della possibile risposta. E tra l’altro è molto più lontano, il primo porto spagnolo, dobbiamo praticamente attraversare il Mediterraneo.

Cosa è successo al momento del salvataggio?

Le motovedette libiche hanno cercato di bloccare il nostro intervento di salvataggio. Sotto la minaccia delle armi hanno cercato di farsi consegnare le persone che avevamo già salvato e che stavamo soccorrendo. E’ una cosa assurda. Vorrei ricordare che queste imbarcazioni sono state date dal governo italiano e che il governo di Tripoli riceve finanziamenti da Roma.

Vi hanno puntato le armi contro?

Sì, sì, sembrava un film. Ci hanno detto di non avvicinarci con la nostra nave perché ci avrebbero sparato. Ai soccorritori che erano sulle nostre imbarcazioni di salvataggio dicevamo di consegnargli le persone perché in caso contrario avrebbero aperto il fuoco.

Che armi erano?

Kalashnikov.

Voi non le avete consegnate?

No, no. Sappiamo che poi vengono portati nei centri libici. Tra l’altro era una situazione molto concitata.

Loro cosa hanno fatto?

A un certo punto tutta la situazione si è sbloccata e ci hanno lasciato andare. A quel punto noi abbiamo continuato le operazioni di soccorso dei migranti che erano ancora sul loro barcone. Alcuni di loro alla vista dei mitra spianati si sono buttati in mare.

Siete riusciti a recuperarli tutti?

Sì.

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I conti al tempo della Brexit

La coperta si fa un po’ più corta. E ne deve tenere conto l’europarlamento mentre si appresta ad approvare il prossimo piano di investimenti. Oltre al bilancio annuale, infatti, Strasburgo approva anche un bilancio di lungo periodo. Gli eurodeputati si apprestano a votare la posizione del Parlamento europeo per il prossimo bilancio a lungo termine.

Il Parlamento è chiamato ad approvare la relazione nella quale si richiede all’Unione di continuare a sostenere la politica agricola comune, la politica comune della pesca e quella di coesione economica, sociale e territoriale.

La relazione sottolinea anche la necessità per il prossimo bilancio a lungo termine di aumentare “in modo sostanziale” le risorse destinate a ricerca ed Erasmus, e di garantire progressi nella lotta alla disoccupazione giovanile e nel supporto alle piccole e medie imprese.

Il prossimo Quadro finanziario pluriennale coprirà un periodo di almeno cinque anni a partire dal 2021. Inizierà dopo l’uscita del Regno Unito dall’Ue, la quale avrà importanti conseguenze perché avremo 14 miliardi di euro in meno sul piatto.

Il Parlamento europeo avanza anche delle proposte su come si dovrebbe in futuro finanziare il bilancio. Sempre mercoledì verrà votata una risoluzione che suggerisce una riforma delle entrate europee con un paniere di plausibili nuove ‘risorse proprie’ che comprendono un’imposta sul reddito delle società, delle eco-tasse, un’imposta sulle transazioni finanziarie a livello europeo e imposte speciali per società del settore digitale.

Il Presidente della Commissione Jean-Claude Juncker presenterà probabilmente le proposte della Commissione per il prossimo Quadro finanziario il 2 maggio 2018, con l’obiettivo di arrivare a un accordo entro 12 mesi.

Secondo i risultati di un’indagine Eurobarometro del 2017, gran parte dei cittadini europei vorrebbe un maggiore intervento dell’Unione europea nell’affrontare questioni come la disoccupazione, il cambiamento climatico, il fisco.

Sono risultati che sorprendono, in tempi di rinascita dei nazionalismi. Forse i cittadini vedono ancora, nonostante i suoi errori e le sue mancanze – spesso dovute alle decisioni dei governi nazionali – nell’Europa una speranza. O, quantomeno, una plausibile via di sviluppo.

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Minacce al sociologo anti caporalato

caporalato

Marco Omizzolo è un affermato sociologo, con una lunga serie di esperienze e pubblicazioni in Italia e all’estero. E’ ricercatore, giornalista e responsabile scientifico della cooperativa In Migrazione. Da diversi anni si occupa di migranti nel mondo del lavoro e ha più volte denunciato, anche con dettagliati dossier, il fenomeno del caporalato e dello sfruttamento degli stranieri nei campi.

Omizzolo, insomma, è uno che dà fastidio. Perché studia, ha in mano dati, nomi, conoscenze. E non sta zitto.

La notte del 9 marzo ha subìto un grave atto intimidatorio: il cofano e i vetri della sua auto sono stati sfondati e i pneumatici squarciati.

Cosa è successo?

L’ennesimo atto di intimidazione nei miei confronti. La mia auto di notte. Tagliate tutte e quattro le ruote, rotto il cofano e il parabrezza, rigato la fiancata. Non è la prima volta e desta molta preoccupazione negli inquirenti per la mia forte esposizione. Ho registrato una grande solidarietà, anche trasversalmente, alla politica, al mondo economico, al terzo settore, a colleghi docenti. Nessuno dubita che si tratti di una minaccia nei miei confronti. E’ un messaggio di solidarietà che arriva anche a questi vigliacchi e pavidi.

Non è la prima volta, vero?

Con queste modalità è la seconda volta. Capitò già due anni fa a ridosso dello sciopero organizzato da me, con la mia cooperativa, dalla Cgil e dalla comunità indiana del Lazio che ha portato in piazza circa 4mila braccianti indiani per protestare contro il caporalato e lo sfruttamento de loro lavoro nei campi. Poi ci sono stati altri episodi, con modalità diverse, ma è un sistema che si ripete da tempo.

Perché ce l’hanno con lei?

Ce l’hanno con me a ragione, se sono i criminali di questo territorio. Io mi occupo come giornalista e ricercatore di studiare e poi comunicare quello che accade nelle nostre campagne. Con fenomeni di vera e propria schiavitù di braccianti soprattutto indiani, e più in generale immigrati, alle dipendenze di caporali e padroni, trafficanti di esseri umani e mafiosi. Arrivano a sfruttarli fino a indurli in alcuni casi ad assumere sostanze dopanti per reggere i ritmi dello sfruttamento, a indurli a volte al suicidio. Vengono consumati dal punto di vista proprio della vita. E il business per gli sfruttatori è rilevantissimo.

Un territorio, quello del basso Lazio, dell’Agro Pontino, meno sotto i riflettori rispetto a situazioni come la Puglia, con lo sfruttamento nei campi di pomodori, o regioni come Calabria e Sicilia.

Vi dò alcuni dati che descrivono la dimensione di questo fenomeno. In provincia di Latina la comunità indiana conta circa 30mila persone. Sono qui da circa trent’anni e vengono impiegati per il 70% in agricoltura come braccianti in condizione di grande sfruttamento. Anziché essere pagati 9 euro l’ora per lavorare 6 ore e mezza per sei giorni, come da contratto provinciale, vengono retribuiti 3 euro l’ora, per lavorare 14 ore al giorno, sette giorni alla settimana. Con l’obbligo di abbassare la testa e fare tre passi indietro quando si rivolgono al datore di lavoro, in una situazione di sottomissione totale.

Come funziona il traffico?

C’è una sistema internazionale di tratta a scopo di sfruttamento lavorativo che vede un collegamento tra alcune aziende pontine e l’India, il Punjab, la regione dalla quale viene la maggioranza dei braccianti. Questo sistema si è sedimentato negli anni e ha generato un business enorme. Le aziende agricole solo nel pontino solo 6mila e 500.

Sono aziende regolari, ufficialmente registrate?

Assolutamente sì. Sono iscritte alla Camera di commercio, depositano i bilanci, hanno almeno un dipendente. Alcune sono anche di grandi dimensioni, tra le maggiore d’Italia che commercializzano in via diretta o attraverso il mercato ortofrutticolo di Fondi che è il quarto più grande d’Europa, il secondo d’Italia. Qui la magistratura ha accertato la presenza di tre clan: Corleonesi, Casalesi e ‘ndrangheta. Insieme collaborano e gestiscono una parte della produzione agricola di questo territorio.

Ma perché non ci sono dei controlli su questo sfruttamento dei lavoratori, visto che si tratta di aziende alla luce del sole, regolari?

All’ispettorato del lavoro ci sono solo due ispettori. E nessuna auto disponibile per i controlli nelle campagne. Il sistema dei controlli è del tutto inefficiente e inefficace. Troppo spesso abbiamo anche constatato una vicinanza eccessiva tra alcune aziende e l’Ispettorato stesso. In più, c’è una lettura non aggiornata del fenomeno da parte degli organi investigativi.

Noi ci siamo sentiti dire da parte di importanti esponenti istituzionali che siccome il caporalato era interno alla comunità indiana, poteva essere tollerato perché non coinvolge italiani.

Ma i capi delle aziende sono italiani!

Assolutamente. I padroni delle aziende sono italiani, i liberi professionisti che collaborano con loro per truffare lo Stato – perché c’è anche una forte evasione contributiva – sono italiani, avvocati commercialisti, notai, consulenti. I trafficanti indiani hanno relazioni con il mondo politico locale. Non vedere questo significa relegare il fenomeno a un affare tra bande interno a una minoranza. Purtroppo non è così.

Ci sono processi in atto?

Sì, sono partiti i primi processi in conseguenza della nuova legge contro il caporalato e dopo lo sciopero. La provincia di Latina è quella con più arresti di caporali dopo il 2017. E’ un dato positivo, ma il problema è che la lunghezza delle indagini e dei processi e la complessità degli stessi porta troppo spesso a un nulla di fatto. Noi ci siamo costituiti parte civile in alcuni di questi processi, abbiamo fatto costituire parte civile anche i lavoratori. Dopo nostre denunce sono stati arrestati alcuni datori di lavoro. C’è una importante alleanza con una parte della magistratura e delle forze dell’ordine.

La lentezza dei processi non aiuta a uscire allo scoperto chi vorrebbe denunciare…

Certo. Ci sono persone che hanno denunciato cinque anni fa e presso il tribunale di Latina ancora si deve tenere la prima udienza. E loro vengono licenziati e intimiditi, intimoriti. Questo lo raccontano alla loro comunità e diventa ancora più difficili trovare altre persone che decidono di ribellarsi e denunciare.

Non mi pare che di questa situazione si sia parlato granché in campagna elettorale…

Proprio per nulla. E non escludo che quello che è capitato a me sia dovuto anche al predominio di una parte politica che in campagna elettorale ha volutamente evitato questo tema.

Di chi parla?

Lega e Fratelli d’Italia.

 

Aggiornamento: in data 26 aprile 2018 il l’Ispettorato nazionale del lavoro ci ha inviato una richiesta di rettifica, ai sensi dell’art. 8 della legge 47/1948 così come modificato dall’art. 42 della legge 416/1981 e dell’art. 32 del D.lgs. 177/2005, che qui pubblichiamo:

L’organico degli Ispettori del lavoro in servizio attivo presso l’Ispettorato territoriale di Latina e adibito a compiti ispettivi sull’intero territorio di competenza è di n. 32 unità, di cui n. 6 Ispettori tecnici (ossia adibiti in via esclusiva alle verifiche in materia di salute e sicurezza sul lavoro), e n. 4 unità di militari del Nucleo Carabinieri Ispettorato del Lavoro. Con riferimento in particolare allo svolgimento dell’attività ispettiva, appare importante precisare che l’Ispettorato del lavoro non dispone di macchine di servizio ma ciascun Ispettore è autorizzato all’utilizzo del mezzo proprio con regolare rimborso mensile dei costi sostenuti, in base alla normativa vigente. Tali rimborsi sono puntualmente assolti dall’Ispettorato che anzi, da ultimo, ha adottato un provvedimento che dal 1° aprile del corrente anno aumenta del 40% gli importi già previsti. Relativamente, invece, a quanto sostenuto dagli organi di stampa ed emerso nell’intervista radiofonica su richiamata, in merito al numero di accessi ispettivi nella provincia di Latina, si precisa che nel corso dell’anno 2017 il dato numerico delle ispezioni si è attestato sui 1565 accessi (di cui 214 nel settore agricoltura). In tale ambito, si è registrato una percentuale di irregolarità, per violazioni in materia di orario di lavoro, di sicurezza sul lavoro, riqualificazione di rapporti di lavoro e recuperi di contributi e premi, pari a oltre il 46% nelle imprese ispezionate.

 

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In fuga da Renzi, verso Di Maio

Il boom del Movimento 5 Stelle. Il crollo del Partito Democratico. L’exploit della Lega. Raccontati dai numeri dei flussi elettorali. Per provare a capire gli spostamenti nell’elettorato, abbiamo intervistato Enzo Risso, direttore scientifico della società di ricerca e sondaggi di Trieste SWG

Chi ha votato 5 Stelle, da dove arrivano i voti che hanno portato al clamoroso incremento?

Dal punto di vista sociale sono voti che arrivano dai ceti medio bassi. Il 37% dei ceti medio bassi ha votato 5 Stelle. Un dato che sale al 45-47% al Sud. Mentre hanno preso meno voti dalla upper class, dai ceti medio alti dove hanno preso solo – si fa per dire – il 29%. Si tratta di un voto localizzato territorialmente, al Sud fanno il pieno in quasi tutti i collegi. Al Nord sono più frenati, soprattutto in Lombardia e in Veneto

Da quali partiti arrivano i “nuovi” voti al Movimento 5 Stelle?

Il partito che “dona” più voti ai 5 Stelle è il Partito Democratico. La maggior parte dei voti che si sono spostati verso i 5 Stelle vengono dal Pd. Ma i 5 Stelle drenano elettori anche da altri. Dal vecchio Centrodestra di Berlusconi, ad esempio. E inoltre riportano alle urne molti astenuti del 2013.

Quanto ha perso il Partito Democratico rispetto alle ultime elezioni?

Rispetto alle elezioni europee del 2014 la percentuale passa dal 40,8% al 19%. Solo la metà degli elettori che avevano votato Pd alle Europee ha confermato la propria scelta. Il 15% questa volta non ha votato. Il 34% ha cambiato partito.

E come ha votato?

La metà di questo 34% ha votato 5 Stelle. Il 4% ha votato per Leu. Gli altri si sono spalmati tra il Centrodestra (8,4%) e +Europa, che ha intercettato circa il 3% dei voti ex Pd.

Dunque, chi ha abbandonato Renzi, non lo ha fatto per cercare “più sinistra”, scegliendo Liberi e Uguali o Potere al popolo…

Direi proprio di no. L’elettore medio del Pd ha punito tanto Renzi, quanto Leu. Perché ha voluto punire la divisione. La separazione avvenuta lo scorso anno tra Renzi e i cosiddetti “fuoriusciti” (Bersani, D’Alema e gli altri, ndr.) è stata punita dagli elettori del Pd. E li ha puniti entrambi.

E perché ha scelto il Movimento 5 Stelle?

Lo ha fatto sicuramente per dare un messaggio di voglia di cambiamento ma soprattutto come segno di ribellione al Pd per come è stato gestito il percorso di scissione, tanto contro Renzi, quanto contro D’Alema e gli altri.

La Lega versione nazionalista e lepenista funziona. Ha avuto ragione Salvini sulla vecchia guardia leghista?

Certo. Intanto c’è da dire che la Lega come si presenta oggi non la definirei strettamente lepenista. Il messaggio “prima gli italiani” è più sottile, più raffinato, se mi consente il termine. E’ un messaggio che riesce a passare trasversale sia nell’elettorato di centrodestra sia in quello di centrosinistra. A differenza del messaggio lepenista puro, questo riesce a invadere territori che non sono i propri.

Quali territori elettorali ha invaso Salvini?

La Lega nel 2013 era al 4,1%. Ha più che quadruplicato i suoi voti. Ha recuperato un 29,5% di voti dall’astensione: e di questi, una quota erano leghisti tradizionali che negli ultimi anni si erano astenuti. Ha poi recuperato il 25,5% dal vecchio Pdl; ha recuperato un 8% dal Movimento 5 Stelle. E un 4% dal Partito Democratico.

E dal punto di vista geografico, dove ha “colonizzato”?

Da partito “padano” è diventato partito nazionale con una presenza attorno il 6-7% nelle regioni del Sud. Ma quello che colpisce di più è il 15-18% di votanti nel Centro. A Roma, nel Lazio, nelle Marche, in Emilia. Qui la Lega ha sottratto pezzi interi di collegi che erano sempre stati ritenuti blindati.

Ma la Lega può essere alleata del Movimento 5 Stelle o è troppo concorrente dal punto di vista dell’elettorato?

Io credo che sia più difficile per il Movimento 5 Stelle allearsi con la Lega di quanto non lo sia per Salvini. Questo perché la Lega ha un’identità politica forte. E in questo momento ha una logica espansiva: il tema “prima gli italiani” è colonizzatore negli elettorati ed è qualcosa che può mettere in difficoltà i 5 Stelle.

Salvini si è mangiato anche Casa Pound e Forza Nuova?

Credo che Casa Pound abbia sbagliato ad accentuare gli elementi di revanscimo fascista. Prendiamo i fatti di Macerata, che hanno monopolizzato l’attenzione in una fase cruciale della campagna elettorale. Salvini disse: “uno che uccide è un delinquente, non mi interessa se bianco o nero, di destra o di sinistra”. Una posizione condivisa dall’82% degli italiani che l’ha ritenuta di “buon senso”. Molto più che quella di Forza Nuova che voleva pagare l’avvocato del killer.

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    Alessandro Principe
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I nuovi clochard: con il lavoro, senza la casa

In Europa sono in forte aumento le persone senza casa. Barboni, clochard, homeless, chiamateli come vi pare: la sostanza non cambia. Di romantico c’è poco o niente. Per qualcuno che, forse, sceglie questa vita, c’è un esercito di poveri che una casa non se la può permettere. Aumenti a due cifre, anche in paesi mediamente ricchi, e con tradizione consolidate di welfare: Danimarca +85%; Belgio + 34%; Olanda +50%. In Italia l’aumento è tra i più bassi, “solo” del 10%. Sta emergendo una nuova tipologia di clochard: il “lavoratore senza dimora”. Persone che un lavoro ce l’hanno. Ma non gli basta.

Cristina Avonto è la presidente della  Federazione italiana organismi per le persone senza dimora, attiva dal 1985 e parte della Federazione europea che riunisce le associazioni nazionali.

“Sicuramente c’è in Europa un innalzamento nel numero delle persone senza dimora come tendenza generale. C’è però anche un problema di rilevazione statistica. In Italia ad esempio gli ultimi dati ufficiali sono quelli dell’indagine Istat che abbiamo realizzato insieme al ministero del lavoro nel 2014. Noi poi facciamo costantemente un monitoraggio attraverso le nostre associazioni. Da questo monitoraggio rileviamo un leggero aumento: circa il 10% in più negli ultimi 3 anni. Un dato tutto sommato confortante rispetto ad altri paesi europei”.

Perché in Europa aumentano i senza dimora?

“C’è stata una tendenza in molti paesi a puntare su politiche attive del lavoro molto legati a valorizzare alte competenze. Una tendenza in atto in tutta Europa verso la quale noi siamo molto critici. La Commissione europea ha indirizzato gli investimenti dei suoi fondi o su una base di pura beneficenza (beni materiali, coperte, vestiti, cibo) oppure su politiche molto distanti di alte competenze rispetto alla possibilità di reinserimento nel mondo del lavoro. Tutto quello che sta in mezzo sa questi due estremi non è stato considerato. In questo modo si lascia indietro, si marginalizza tutta una fascia di popolazione che non riesce a stare dentro queste richieste”.

Quali strumenti concreti mette a disposizione Bruxelles?

“Esistono dei fondi stanziati che poi ogni stato gestisce a proprio modo. E su questo esiste una grandissima difformità. L’attenzione nei vari paesi si è concentrata però sulle erogazioni a livello di beneficenza, che quindi non sono legate a politiche attive per favorire il reinserimento sociale”.

E in Italia?

“L’Italia da questo punto di vista ha fatto uno scelta molto positiva. Quella di legare due fondi: da una parte per le politiche attive, di sostegno attivo al reinserimento, anche in chiave abitativa; dall’altra per gli aiuti materiali immediati. Quindi, abbiamo due fondi che lavorano insieme, legando questi due fondamentali aspetti”.

L’aumento dei senza dimora è legato all’aumento delle disuguaglianze sociali?

“Sicuramente sì. C’è un grandissimo aumento. Oltre ai cronici, che restano i strada per molti anni, ci sono quelli che definirei lavoratori intermittenti. Quindi lavoratori occasionali, a bassissimo reddito, che non risultano nemmeno nelle statistiche dei disoccupati. Lavorano per pochissimi giorni all’anno e con un reddito talmente basso che non permette loro di mantenere una condizione stabile di vita”.

Chi sono i nuovo clochard?

“Ci sono sicuramente le donne, in particolare donne vittime di violenza famigliare. Sono in grandissimo aumento nella popolazione che vive per strada. E poi c’è un aumento dei giovani. Sono dati che certamente legano il fenomeno all’aumento delle disuguaglianze sociali soprattutto delle capacità reddituali, la possibilità di mantenere il proprio reddito di vita costante nel tempo e a un livello sufficiente per potere mantenere una stabilità. Quindi, lavoratori senza dimora, lavoratori che non riescono a permettersi una stabilità abitativa”.

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Una nuova terapia contro la leucemia

Manipolare geneticamente le cellule del sistema immunitario per renderle capaci di riconoscere e attaccare il tumore. Lo hanno fatto i medici dell’ospedale Bambin Gesù di Roma con un bambino di quattro anni affetto da leucemia linfoblastica acuta. E’ il primo paziente italiano curato con questo metodo innovativo. Un mese dopo l’infusione delle cellule riprogramate, il paziente sta bene ed è stato dimesso: nel midollo non sono più presenti cellule leucemiche.

Concetta Quintarelli è la responsabile del Laboratorio di Terapia Genica dei tumori dell’ospedale Bambin Gesù di Roma. 

“La terapia che è stata messa a punto al Bambin Gesù di Roma nel dipartimento di oncologia del professor Franco Locatelli riguarda la modifica genetica dei linfociti T del paziente per renderli specifici verso la leucemia dello stesso paziente, il primo che abbiamo trattato al Bambin Gesù. E’ una terapia innovativa perché è il primo studio accademico che riesce a trattare un paziente su territorio italiano”.

Si può dire che il paziente sia guarito?

“Il paziente è stato trattato ma in campo oncologico ci preme non definirla cura. Siamo a un mese dal trattamento e siamo molto fiduciosi, perché questa è la prima terapia a cui il paziente sta rispondendo. Lo stesso paziente non aveva risposto a trattamenti precedenti: per esempio, aveva subito ben due trapianti ed era ricaduto, non aveva risposto ad altri approcci chemioterapici, o a terapie immuno”.

In che cosa consiste questo nuovo tipo di approccio?

“Vengono prese delle cellule dal paziente, vengono portate in laboratorio in camere bianche e vengono geneticamente modificate, in modo da renderle specifiche per la leucemia, quindi poi rinfuse al paziente stesso. Ci troviamo quindi di fronte a una terapia mirata, paziente-specifica”.

Cosa fanno queste cellule che voi reimmettete nell’organismo del paziente?

“Queste cellule sono in grado di fare “homing”, come si dice in gergo, quindi di andare direttamente nel midollo, dove risiedono le cellule leucemiche, le riconoscono grazie alla modifica genetica che noi abbiamo fatto, e le eliminano, dopo averle riconosciute”.

Cioè, in sostanza, invece di eliminare le cellule tumorali con un trattamento di chemioterapia o altri trattamenti tradizionali, vengono istruite delle cellule del paziente allo scopo di distruggere le cellule tumorali. E’ così?

“Esatto. Si sfruttano le capacità innate e specifiche delle cellule del sistema immunitario, quelle che di solito ci difendono dalle influenze o da un’infezione qualsiasi, e le si riprogrammano per essere specifiche per il tumore, quindi per bersagliare direttamente le cellule del tumore”.

E’ una sperimentazione che voi considerate promettente per il futuro, per il trattamento di altri tipi di tumori? Che potenzialità ci sono?

“Le potenzialità sono veramente elevate. Quello che si è riuscito a ottenere nel campo delle leucemie purtroppo non è ancora stato realizzato per altri tipi di neoplasie, come per esempio i tumori solidi. Ci stanno lavorando in tanti ricercatori di tutto il mondo. E al Bambin Gesù, oltre a questa terapia specifica per le leucemie, ne abbiamo anche una per bambini affetti da neuroblastoma. E, anche in questo caso, lo studio clinico è cominciato da pochi giorni”.

Quindi diciamo che il passaggio ulteriore sarà quello di provare ad applicare questo trattamento, oltre ai tumori del sangue, a quelli che colpiscono gli organi . E’ lì il passaggio che porterà a degli sviluppi?

“Esatto. Stiamo lavorando per questo. I tumori solidi hanno una struttura diversa rispetto alle leucemie, e presentano una difficoltà maggiore”.

Lei pensa che questo sarà comunque il futuro della cura al tumore?

“Andare verso le terapie target paziente-specifiche è sicuramente quello che ci permetterà di ridurre al minimo le tossicità dei chemioterapici classici che si utilizzano oggi”.

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    Alessandro Principe
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Ascoltate questo canto

Ascoltate questo canto. Sono donne, che cantano. Sono africane e sono appena state strappate alla morte. La Ong spagnola Pro Activa Open Arms  – una delle poche rimaste nel Mediterraneo – ha fatto in tempo a tirarle su dal loro gommone. Per un pelo. Sarebbero bastati pochi minuti perché il mare le inghiottisse, come ha fatto con migliaia di altre persone.

Loro ce l’hanno fatta. E adesso sono lì, sedute, sdraiate, stremate. Ma sorridenti. E cantano. E’ una musica dolce, malinconica. Cantano benissimo, sembrano un coro. Invece sono naufraghe, appena scampate alla morte. Le parole non le capiamo ma gli operatori della Pro Activa gliele hanno chieste: è una canzone di ringraziamento a loro, i salvatori in mare, e a Dio.

Ecco la testimonianza di Riccardo Gatti, operatore della Ong, presente sul gommone durante il salvataggio.

testimonianza

Non serve altro, per raccontare questa storia. Serve solo sentire quella canzone.

canto

 

 

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    Alessandro Principe
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“Salvare il Pianeta costa. E nessuno vuol pagare”

Alberto Clò è economista, docente universitario ed è stato anche ministro dell’industria. E’ un grande esperto di energia. Per il Mulino, ha recentemente pubblicato il libro “Energia e clima, l’altra faccia della medaglia“, in cui affronta il grande tema dei cambiamenti climatici legati al consumo energetico. Con uno sguardo attento, per non farsi ingannare dagli slogan della politica, troppo spesso troppo “tifosa” e poco pragmatica. E invece, sostiene Clò, per affrontare davvero il rinnovamento energetico il pragmatismo è essenziale. Altrimenti si rischia di emozionarsi molto e fare poco.

E’ così, professor Clò, tanta emozione e poca visione?

“Certamente. Voglio premettere che io non sono affatto un negazionista. Ma ha prevalso finora la retorica delle buone intenzioni piuttosto che la severità delle azioni.  Non si sta facendo nulla. Quando ci fui la conferenza di Parigi, con l’accordo sottoscritto da tutti i paesi del Mondo, sulla tour Eiffel campeggiava la scritta: “Action Now”, agire subito. Perché la conclusione a cui perviene la comunità scientifica è che, se non si agisce con urgenza, i cambiamenti climatici assumono una dimensione in termini di surriscaldamento tale da determinare conseguenze disastrose”.

E cosa si sta facendo, professore?

Dopo Parigi non si è fatto nulla anzi i documenti dell’Onu usciti poche settimane fa dimostrano che tutti i parametri climatici sono peggiorati. Allora la domanda è: perché gli stati non agiscono? Non agiscono perché le scelte da fare sono costose. Parigi non è un pasto gratis. Fin’ora si è, a mio avviso, ingannata l’opinione pubblica, si è data una narrazione falsa.  E’ un grande inganno: aver sottoscritto Parigi, non aver agito e non aver detto come stanno le cose.

Cosa si sarebbe dovuto dire all’opinione pubblica?

Che rispettare l’obiettivo di Parigi, contenere il surriscaldamento entro 2 gradi è difficilissimo da perseguire. Vorrebbe dire raddoppiare o triplicare il prezzo dell’energia. Ma questo non lo si dice. Si preferisce fare credere, anzi, che le politiche climatiche possano essere una grande opportunità di sviluppo.

Perché, non lo sono?

E’ innegabile che sia un’occasione, ma il punto è la dimensione del problema. Questo non lo dico surrettiziamente, per negare la questione. Ma oggi le energie fossili sono l’86% dell’energia consumata: carbone, petrolio e metano. Le rinnovabili – solare ed eolico – pesano oggi per il 3%. Parigi cosa significherebbe? Ribaltare questo rapporto. Certo che le rinnovabili crescono, ma partono quasi da zero. Oggi sono rilevanti ma il rapporto è 30 a 1. E’ un rapporto simile al rapporto tra il reddito pro capite degli Stati Uniti e quello dell’Etiopia. Se io dicessi che in poco tempo riesco a portare i due redditi alla pari, tutti mi riderebbero dietro.

E allora, cosa ci vuole?

Ci vuole un tempo lungo, ci vogliono degli investimenti enormi. Chi è che le fornisce queste risorse? Chi paga? Queste risorse a cosa devono essere sottratte? Oggi il clima non è la priorità degli stati del Mondo. Bruxelles valuta le politiche economiche degli stati solo valutando se rispettano il moloch del rigore. Ma quali risorse l’Europa destina al rinnovamento energetico?  In questi giorni si stanno riunendo a Bonn. L’ennesima conferenza . Dura dodici giorni con venti trentamila delegati. Io mi chiedo: che decisioni stanno prendendo?

Quindi, professor Clò, secondo lei la partita è persa?

La questione climatica è maledettamente seria. E maledettamente complessa. Non creiamo illusioni, non diciamo che basta volerlo per riuscire a farlo in temi brevi. Non è così.  Bisogna dire all’opinione pubblica che attuare Parigi comporta un radicale cambiamento dei nostri sistemi di vita. Non è possibile che il sistema di valori che porta a minacciare la natura sia lo stesso che porta a salvarla. Non è possibile.  Non bastano comportamenti un po’ più coscienziosi: riscaldamento un po’ più basso, un po’ meno automobili. Qualche pannello fotovoltaico qua e là. Questi sono pannicelli, non risolvono niente.  Bisognerebbe avere l’onestà di dire: siete disposti a pagare l’energie due o tre volte tanto?. Ma i governi non sono disposti a pagare un costo elettorale oggi per benefici che ci saranno nel futuro.

In cosa bisognerebbe investire?

Bisogna investire in ricerca e sviluppo. Oggi questi investimenti sono prossimi allo zero! Gli stati Uniti ad esempio investono in ricerca energetica lo 0,1% del pil. Pensi che in settori come l’information technology o la farmaceutica si investe il 15, 20%. Sapendo che non ti porta domani un risultato, i tempi sono lunghi.  Poi, lavorare perché si formi una nuova cultura del consumo energetico. C’è un lavoro pedagogico da fare. Pensi alle popolazioni di montagna, che hanno una cultura della natura vera, vissuta ogni giorno, che li porta non solo a risparmiare ma a comportamenti virtuosi. Ma anche qui ci vogliono tempi lunghi. D’Altra parte la storia insegna: per passare dalla legna al carbone che segnò la rivoluzione industriale ci volle un secolo.

Spesso chi lancia allarmi climatici è accusato di catastrofismo…

Il catastrofismo peggiora le cose. Perché, se elevato oltre certi livelli, genera rassegnazione, genera indifferenza. Se non c’è niente da fare, tanto vale pensare ai problemi immediati.  E catastrofismo significa anche non dire le cose positive che sono avvenute. Se lei si ricorda, vent’anni fa c’erano due problemi che dovevano generare disastri: le piogge acide e il buco nell’ozono. Certo quello dei cambiamenti climatici è un problema molto più complesso. Ma perché non dire che la tecnologia e la cooperazione internazionale hanno saputo affrontare quei problemi?

In conclusione, qual è la sua proposta?

Ci vuole tempo, ci vogliono investimenti, ci vogliono azioni. Bisogna lavorare sull’efficienza energetica. Le rinnovabili sono ancora non competitive, richiedono sussidi. Oggi gli italiani pagano complessivamente sulle loro bollette 16 miliardi di euro in sussidi alle rinnovabili. Ancora, e qui parlo a livello mondiale: un’azione decisa contro la povertà energetica. Due miliardi di persone non dispongono di una quantità minima di energia quotidiana in grado di garantirgli la vita.  Ancora: servono piani giganteschi di riforestazione, perché le foreste sono in grado di assorbire anidride carbonica. Questo fenomeno è anche fonte di disastri ambientali, perché queste popolazioni bruciano di tutto pur di avere quel minimo di energia necessaria.

Oggi siamo in un’impasse. Altre urgenze premono rispetto a quell’ “action now” che si vedeva sulla tour Eiffel. Parigi non ha portato una fattiva collaborazione internazionale. Gli stati continuano ad agire da soli e ragionano sul breve periodo. Fare politica energetica europea significa fare insieme, spendere in ricerca insieme, perché il singolo stato da solo non può fare niente.

 

Domani, martedì 21 novembre, alle ore 18, al Teatro Franco Parenti di Milano per il ciclo “L’Italia che verrà” si parlerà proprio di questi temi:  Alberto Clò e Luigi De Paoli si confronteranno sul tema “Energia e clima, smascherare il grande inganno”. Il biglietto costa 5 euro (ridotto 3,50).

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    Alessandro Principe
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Addio idraulico polacco?

Sarà la fine dell’idraulico polacco? E’ presto per dirlo ma il passo è importante e potrebbe mettere fine, o almeno limitare, il dumping sociale.

Riavvolgiamo il nastro. E’ il 1996. La direttiva n.71 punta a favorire la circolazione dei lavoratori dei Paesi di nuovo ingresso, in sostanza il blocco dell’Est.

Il principio di base è questo: ai lavoratori distaccati dal datore di lavoro in un altro Paese europeo si applicano le norme del Paese d’origine.

Ma i diritti previsti nei Paesi ex sovietici non sono certo quelli di Francia, Germania o Italia. Un solo dato: lo scarto salari arriva in alcuni casi fino al 50%. E poi i diritti sindacali, le tutele del lavoro femminile, la sicurezza. Non c’è partita. Ecco che nasce lo spauracchio dell’idraulico polacco che viene qua e si porta via il lavoro perché conviene, costa meno e ha meno pretese. La questione diventa, negli anni della crisi, via via più pressante. E alimenta non poco l’antieuropeismo. Sollevata della sinistre, viene raccolta anche dalle destre nazionaliste. In Francia, per esempio, Marine Le Pen ne parla spesso nella sua campagna elettorale.

Per anni, però, la direttiva viene difesa come un baluardo del libero mercato. Non capendo che la conseguenza è proprio la chiusura, data dalla rabbia, dalla paura della concorrenza al ribasso.

Adesso forse l’aria sta cambiando. Ancora la Francia protagonista con il presidente Macron. Spalleggiato da Germania e Austria. Il distaccamento permette a una società di inviare in un altro Stato dell’Unione un proprio lavoratore, versando i contributi nel Paese d’origine. Questo principio è stato criticato negli ultimi anni, dopo l’allargamento ai paesi dell’Est. Poiché questi ultimi hanno costi previdenziali e salariali assai più bassi dei paesi dell’Ovest, la Francia, ma anche l’Italia, hanno accusato l’Est di dumping sociale, ossia di praticare una concorrenza sleale in alcuni settori dell’Ovest (in particolare l’edilizia e i trasporti).

La direttiva del 1996 è stata corretta per quanto riguarda la durata del distaccamento. Sarà di 12 mesi, come richiesto dalla Francia, anziché 24 mesi come proposto dalla Commissione europea. Il vecchio testo prevedeva che la società del lavoratore distaccato dovesse rispettare solo il salario minimo nel Paese di accoglienza. La riforma stabilisce che la società dovrà versare al proprio lavoratore tutti i bonus (tredicesima o premio d’anzianità) previsti dal Paese del distacco. Nel settore dei trasporti, la vecchia direttiva continuerà a essere applicata finché non entrerà in vigore una riforma di un altro testo legislativo, dedicato al trasporto su strada. Il voto ha mostrato una spaccatura. A votare contro sono state la Polonia, la Lituania, la Lettonia, l’Ungheria. Invece, la Gran Bretagna, l’Irlanda e la Croazia si sono astenute. Gli altri 21 paesi hanno votato a favore. Il testo dovrà ora passare dal Parlamento europeo.

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Storia di speranza, coraggio e morte

La Intec di Sommariva Bosco, nel cuneese, stava per chiudere. Era in declino, la proprietà non voleva più investire. Il finale sembrava ormai scritto: lo spettro del fallimento.

L’unica possibilità, aveva pensato Bernardo Saglietto, detto Dino, era che gli operai si comprassero la fabbrica. E la mandassero avanti con le loro mani, formando una cooperativa. Lui, 59 anni, alla Intec ci lavorava da 20. E non voleva mollare. Sapeva, o sperava, che quella fabbrica che fa pavimenti, avrebbe avuto un futuro, nonostante la grande crisi che ha quasi desertificato il tessuto produttivo di quella parte di Piemonte. Ne ha parlato con i colleghi, 25 in tutto. Insieme hanno costituito una cooperativa di cui Bernardo è diventato presidente. L’hanno chiamata Cooperativa italiana pavimenti, CIP: niente fronzoli.

Il primo passo è stato prendere in affitto il ramo d’azienda dalla Intec. Con un’innovazione. Un’intuizione dello stesso Bernardo. Produrre per conto terzi. I clienti si comprano i materiali, la Cip li lavora. Un modello aziendale diverso, più snello, che ha permesso alla cooperativa non solo di stare a galla ma anche di crescere: la Cip ha chiuso il 2015 con 1,2 milioni di fatturato e i conti in ordine, mentre l’anno scorso i ricavi sono cresciuti oltre gli 1,4 milioni e l’utile si è fatto più consistente.

I lavoratori si impegnano, la Regione Piemonte dà una mano, con dei finanziamenti ad hoc riservati al rilancio delle attività produttive. E anche le banche sembrano crederci e finanziano il progetto. Che, quest’anno, fa il salto di qualità: la cooperativa riesce a comprarsi la fabbrica. I lavoratori diventano i proprietari. Mesi di trattative, incertezze, tensioni.  Poi, il 2 agosto, la firma dal notaio. Bernardo Saglietto e i suoi compagni di lavoro ce l’hanno fatta. Ci va lui a firmare, il presidente della cooperativa, ci va con orgoglio: il sogno si è realizzato, con l’impegno, il coraggio, la fatica.

Due giorni dopo, il 4 agosto, lo stabilimento si prepara per la chiusura estiva.

Bernardo va in fabbrica, la sera, alla fine dell’ultimo turno di lavoro. Controlla che tutto sia a posto. I macchinari siano in ordine. Si avvicina a quello che con delle ventose sposta i pannelli da una linea di lavorazione all’altra. E’ solo, non c’è più nessuno. Il braccio meccanico lo incastra, lo trascina. La pressa lo schiaccia.  Due colleghi che, da un’altra zona dello stabilimento stavano andando a casa, si accorgono di qualcosa. Vanno lì. Chiamano subito il 118, ma non c’è niente da fare. Bernardo muore sul colpo, nella sua fabbrica.

L’8 ottobre, in occasione della 67/esima Giornata delle Vittime Incidenti sul Lavoro, la  Regione Piemonte ha ricordato con un targa Bernardo Saglietto. “Con questo piccolo gesto simbolico, intendiamo ricordare la figura di un uomo che ha dedicato la propria vita alla realizzazione di un sogno, salvando azienda e  posti di lavoro”, ha detto l’assessore al Lavoro della Regione Piemonte, Gianna Pentenero, che ha consegnato la targa alla moglie Ornella.

Ornella Catalano, la moglie di Bernardo, è vicepresidente della cooperativa, dove anche lei lavora. Con i colleghi, adesso, sta andando avanti. Dopo lo choc, con il dolore nel cuore, il lavoro deve continuare, anche per lui.

targa

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    Alessandro Principe
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“E’ dura spiegare ai bambini che sono stranieri”

Patrizia Zucchetta è maestra di scuola elementare. Come tanti colleghi ha deciso di partecipare allo sciopero della fame a sostegno dell’approvazione della legge sulla cittadinanza, lo “ius soli” nella versione temperata approvata da un ramo del parlamento e poi sacrificata sull’altare della (supposta) convenienza politica.

Patrizia insegna nella scuola Iqbal Masih di Roma, un istituto da sempre molto attento alle tematiche dell’integrazione e del multiculturalismo. E infatti la sua adesione a questa mobilitazione è figlia di un impegno quotidiano, di un lavoro educativo che certo non si ferma alla protesta.

“E’ un lavoro che cambia a seconda dell’età dei bambini, naturalmente. Io lavoro con bambini di sette anni e ogni iniziativa deve essere adeguata alla loro età. Ci siamo sentite tra colleghe e abbiamo constatato che i bambini non sapevano niente di questo argomento”.

E come hanno reagito?

Sono rimasti veramente stupefatti nel sapere che la loro compagna di banco non è cittadina italiana. Per loro è inammissibile che accada questo nel senso che tutti i giorni noi ripetiamo che siamo tutti uguali e poi improvisamente viene fuori che qualcuno è meno uguale degli altri. Per loro è stata una scoperta.

Come l’avete spiegato a dei bimbi delle elementari?

Non abbiamo lavorato tanto a livello legislativo sullo ius soli. Io nella mia classe, ad esempio, ho fatto sentire una poesia di una poetessa inglese di origine somala, Warsan Shire, che si intitola “Nessuno lascia la casa”. Abbiamo riunito tutti i bimbi e le bimbe e abbiamo proiettato delle immagini di migranti, di profughi e abbiamo letto questo testo, che è molto bello, molto evocativo. Poi ognuna di noi ha lavorato a seconda dell’età dei bambini su questa poesia.

Lei cosa ha proposto loro?

I miei piccoletti hanno fatto un gruppo e hanno tirato fuori delle parole da questa poesia che li avevano colpiti, e ispirandosi a queste hanno fatto un disegno.

Voi lavorate molto sul tema dell’integrazione?

Per noi è fondamentale. Nella scuola dove insegno io, la Iqbal Masih non ci sono moltissimi bambini stranieri, abbiamo soprattutto bambini Rom. Nel nostro Circolo abbiamo poi la scuola Pisacane doveinvece la metà degli alunni sono stranieri. Sono bambini che con la legge sullo ius soli acquisterebbero la cittadinanza.

Crede che per loro avrebbe un significato forte?

Per i miei piccoletti no. Ma più crescono, più si rendono conto del problema e capiscono di non essere considerati come i loro compagni italiani.

Perché ha aderito allo sciopero della fame?

Perché siamo convinte di dover trovare modalità di lotta che colpiscano la coscienza della gente. Pensiamo che dovremmo cambiare il modo di pensare delle persone. Far sentire che ciò che stiamo chiedendo è semplicemente qualcosa di umano. Non va oltre l’umanità.

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    Alessandro Principe
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“Mussulmana, torna nel tuo Paese”

Nadia Bouzekri ha 24 anni ed è la prima donna presidente dell’Associazione dei Giovani musulmani d’Italia. La più importante realtà giovanile del mondo islamico italiano, fondata 15 anni fa, con oltre 1.200 iscritti e 51 sezioni locali su tutto il territorio nazionale.

E’ nata a Milano, dove si è laureata, prima di studiare management a Reggio Emilia .

Mercoledì sera era all’aeroporto di Orio al Serio (Bergamo) per un volo diretto in Germania. Ecco il suo racconto su quello che le è successo. Ha deciso di renderlo pubblico con un video pubblicato su Facebook perché, dice, non ne posso più di questo razzismo quotidiano.

Ai controlli mi viene chiesto di togliermi la giacca: ma sotto ero smanicata e ho chiesto all’addetta alla sicurezza, una donna, di poterla togliere in una stanza appartata”.

E’ una prassi spesso utilizzata negli aeroporti, pur non essendo esplicitamente prevista per legge. Ci si rifà alle normative europee che impongono il rispetto della dignità della persona: concetto che viene applicato in molti casi anche con la possibilità, in particolare per le donne che lo chiedano, di potersi togliere gli indumenti necessari al controllo in una stanza a parte, per non farlo in mezzo a tutti.

Ma, racconta Nadia Bouzekri, questa volta non va così.

“A quel punto l’addetta mi ha apostrofata: “Mussulmana, tornatene nel tuo paese”. Io non avevo fatto niente, anzi avevo detto che mi sarei potuta togliere anche il velo se lo avessero ritenuto, ma non lì davanti a tutti. Lei ha continuato ad offendermi, a dirmi così impari a vestirti in questo modo. “Torna nel tuo paese, islamica”, continuava a dirmi. Ma il mio paese è Milano, anzi Sesto San Giovanni, per la precisione!

Qualcuno si accorge che l’addetta ha abusato del proprio ruolo. E interviene in difesa di Nadia.

Sono intervenuti dei suoi colleghi per cercare di calmare la situazione. Capiscono che ha sbagliato, infatti mi dicono: hai ragione, non doveva offenderti in questo modo. Ma non ho intenzione di lasciar perdere, voglio fare una denuncia perché non è possibile trattare così una persone, tanto più se sei in divisa. Non è possibile che una persone nasca, cresca, studi fino a laurearsi e sentirsi dire ancora a da qualcuno se sono o non sono italiana. E cosa c’entra la mia religione, poi?

Questo è il punto: le norme sulla sicurezza sono importanti, e chi li fa in aeroporto deve avere la discrezionalità per valutare le diverse situazioni. Ma – se il racconto di Nadia è vero, e nessuno lo ha smentito – perché una aggressione verbale di quel tipo? Perché lo stigma razzista? Perché il riferimento alla religione? Domande a cui i responsabili della sicurezza dell’aeroporto di Orio al Serio devono dare una risposta.

Il racconto su Facebook è stato immediatamente ripreso dalla consigliera comunale del Partito democratico Sumaya Abdel Qader. “Mi muoverò personalmente per approfondire l’accaduto”, ha dichiarato.

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L’ipocrisia mette tutti d’accordo

Se si va avanti a questo ritmo sui ricollocamenti si finisce nel 2101”. 11 novembre 2015

E’ scandaloso che alcuni Stati membri non mettano in atto la ricollocazione dei rifugiati”. 28 marzo 2017

Sui ricollocamenti non una parola: 13 settembre 2017.

Il presidente della Commissione Europea Jean Claude Juncker ha cambiato disco. Non più contrapposizione con i governi che non vogliono saperne di accogliere una seppur minima quota di rifugiati.

Al contrario, tono trionfalistico, abbiamo il vento in poppa, con metafora marinara non proprio felice, visti i drammatici naufragi che hanno fatto migliaia di morti. Oggi proteggiamo la frontiera del Mediterraneo in modo più efficace. I flussi di migranti si sono ridotti dell’81% ad agosto.

Grazie all’Italia, applausi degli eurodeputati.

L’ipocrisia del governo italiano è sposata in pieno dal democristiano lussemburghese.

I migranti arrivano meno perché restano bloccati nelle carceri libiche? Come ci dispiace! Sono proprio dei brutti posti. Ma faremo di tutto per migliorarli.

Questa oggi è la linea dell’Unione europea sulla più importante emergenza degli ultimi anni: politica, decisionale, di valori. Per una volta unica e condivisa. Le quote da distribuire dividevano. Il muro libico convince: ha unito i leader al vertice di Parigi. Italia, Francia, Germania, Spagna. L’avanguardia europea. Quella delle due velocità. E nessuno si è opposto, tra i governi, neanche quelli che di solito dicono no a tutto. Tutti d’accordo, questa volta. Con una impostazione di questo tipo, che calpesta i diritti umani per calcolo elettorale, di velocità ne è bastata una: l’importante è che i flussi dal Mediterraneo diminuiscano. A qualsiasi prezzo. Che tanto non paghiamo noi.

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    Alessandro Principe
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Scontro Regione-Comune sull’allerta arancione

Una bomba d’acqua, 250 ml di pioggia caduti in poche ore: a Livorno la situazione è drammatica. I torrenti sono esondati e l’acqua ha invaso le strade. Sei persone sono morte. Un’altra è ancora dispersa, mentre una settima vittima è stata causata da un incidente stradale, probabilmente favorito dalla situazione. Quattro morti appartenevano a una stessa famiglia: mamma, papà, una bambina e il nonno che si è sacrificato per salvare un secondo nipotino. Una tragedia. I danni sono molto rilevanti e il Comune ha chiesto lo stato di calamità. Ma in queste ore c’è da registrare anche uno scontro tra il sindaco di Livorno, Filippo Nogarin, del Movimento 5 Stelle, e il presidente della Regione Toscana Enrico Rossi, Mdp – Articolo 1. 

Un scontro che verte sull’allarme diramato dalla Protezione civile regionale alla vigilia dell’arrivo della perturbazione. La scala di valutazione della gravità dell’emergenza è stabilita dalla Protezione civile nazionale: gialla, arancione o rossa. E’ il dipartimento regionale a emettere l’allerta, stabilendone l’entità. La comunicazione viene data alle amministrazioni locali (Province e Comuni) che si attivano di conseguenza sulla base dei piani di intervento prestabiliti da ogni singolo Comune.

Nel caso di Livorno, l’allerta regionale è stato “arancione”. Secondo il sindaco di Livorno Nogarin, si è trattato di una sottovalutazione. Un allarme, cioè, non sufficiente a far prevedere una situazione tanto grave come quella che poi si è verificata.

Per il presidente della Regione Rossi, al contrario, è stato il Comune di Livorno a farsi trovare impreparato: l’allerta “arancione”, ha dichiarato a Radio Popolare, era più che sufficiente a fare scattare misure emergenziali.

Un’accusa che il sindaco Nogarin respinge sdegnato: e a Radio Popolare parla di speculazione politica per “impallinarlo”.

Ma cosa dice la Protezione civile? Cosa prevede il protocollo nazionale? Ecco quali sono gli effetti prevedibili in caso di “allarme arancione”:

“Si possono verificare fenomeni diffusi di:

– significativi innalzamenti dei livelli idrometrici dei corsi d’acqua maggiori con fenomeni di inondazione delle aree limitrofe e delle zone golenali, interessamento degli argini;

– fenomeni di erosione delle sponde, trasporto solido e divagazione dell’alveo;

– occlusioni, parziali o totali, delle luci dei ponti dei corsi d’acqua maggiori”.

A questo indirizzo si può legge l’intero documento ufficiale della Protezione civile:

http://www.protezionecivile.gov.it/resources/cms/documents/allegato_1_livelli_di_criticita_e_allerta_e_relativi_scenario_di_evento.pdf

 

Questo dunque il documento da considerare per poter valutare se le contromisure prese dal Comune di Livorno siano state o meno all’altezza delle prevedibili conseguenze dell’alluvione.

 

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    Alessandro Principe
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“Omertà, coperture e senso di onnipotenza”

“Il caso di Firenze non lo conosco direttamente, perché non ne sono coinvolto professionalmente, ma è una vicenda che sembra riproporre il tema che tante volte ho incontrato nella mia carriera di avvocato: quello degli abusi delle persone in divisa”.

Pesa le parole, l’avvocato Fabio Anselmo, come è abituato a fare nelle aule giudiziarie. Ma, anche se la vicenda della due studentesse statunitensi che hanno denunciato di essere state violentate da due carabinieri in servizio è ancora aperta, non si sottrae a una riflessione più ampia che questo caso, comunque, ripropone. Quello del comportamento delle forze di polizia. I due carabinieri di Firenze sono al momento indagati per violenze sessuale. I primi passi delle indagini sembrano confermare il racconto delle due ragazze. Il passaggio in auto, un’auto in servizio, la violenza sessuale dentro l’androne del palazzo in cui le studentesse vivono. Il terrore delle vittime e l’incapacità di reagire di fronte a due uomini in divisa e armati. La dichiarazione della ministra della difesa Pinotti è significativa: parlare, già ora, e da ministra, di “qualche fondatezza”, dà alla vicenda una patente di forte attendibilità.

L’avvocato Anselmo ritorna con la memoria a quel 1995, quando per la prima volta, si imbattè nell’omicidio di Federico Aldrovandi, nella sua città, Ferrara.

“Dal 25 settembre di quell’anno – racconta – mi sono imbattuto in un problema che non credevo avesse le dimensioni e la consistenza che ho dovuto constatare negli anni successivi”. Dopo il caso Aldrovandi – su cui sta scrivendo un libro – Anselmo ha seguito il processo per la morte di Stefano Cucchi, riuscendo a far emergere una verità inizialmente negata: Stefano venne ucciso a botte. E altri casi ancora, come quello di Giuseppe Uva o di Riccardo Magherini, proprio a Firenze.

“Noi – riflette Anselmo – abbiamo un grosso problema culturale. La fiducia nelle forse dell’ordine è un elemento, è un collante indispensabile da un punto di vista sociale per la loro funzione particolarmente delicata. Ma non è e non deve essere considerato di fonte divina. La fiducia anche le forze dell’ordine devono meritarsela, non può essere un atto di fede”.

Una fiducia che però, da vicende come quella delle due ragazze a Firenze, viene minata profondamente, con un senso di disagio anche in chi vorrebbe poter credere negli “uomini dello Stato”, perché ne sente l’importanza del compito. E allora come si può salvaguardare un rapporto sano di fronte a violenze e abusi, come quelli documentati ad esempio dal Consiglio d’Europa nel suo recente rapporto sulle carceri italiane? O a casi come quello di Stefano Cucchi?

“L’unica strada è che le stesse forze dell’ordine sappiano perseguire senza se e senza ma, senza sconti i colleghi che commettono quegli abusi. Cosa che purtroppo non sempre avviene. Anzi, raramente. Questo è il grande tema. Nel momento in cui appartenenti alle forze dell’ordine vengono coinvolti in situazioni di violenza o in abusi anche più gravi, scatta uno spirito di corpo che non dovrebbe esistere”.

“Dovrebbe esserci un atteggiamento completamente opposto – continua Anselmo – proprio per quello spirito di corpo che dovrebbe invece promuovere l’interesse a che i colpevoli siano puniti per salvaguardare il nome di tutto il resto della struttura. Un caso come quello di Firenze, se sarà confermato, rischia di nuocere a tutta l’Arma dei carabinieri”.

Il ragionamento dell’avvocato è chiaro: se si coprono i responsabili in nome di un malinteso senso di appartenenza – oltre a negare la giustizia alle vittime –  si getta un’ombra su tutta la struttura. Sembra ovvio, sembra buon senso. E invece?

“Nelle vicende giudiziarie che ho seguito non ho trovato questa collaborazione da parte delle forze di polizia coinvolte. Anzi. Ho trovato ostilità, ho trovato un clima omertoso. Sono rarissimi gli episodi in cui le indagini partono fin dall’inizio senza indugi e senza sconti per nessuno”.

Questo senso di “impunità” contribuisce secondo lei al ripetersi di questi fatti?

“E’ chiaro che prima o poi nell’immaginario collettivo nasce l’idea che vi possa essere una sorta di de-responsabilizzazione. O anche una sorta di delirio di onnipotenza nelle forze dell’ordine che, secondo me, sì, sta proprio alla base di questi episodi”.

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