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L’antisemitismo italiano non è mai morto e ora rialza la testa

Liliana Segre, Sergio Mattarella e Giuseppe Sala

L’antisemitismo è una matrice. Prendete il linguaggio nazifascista, sostituite “ebreo” con “mondialista” o con “immigrato”, “finanza ebraica” con “élite internazionali” e avrete il linguaggio della destra contemporanea.

Molto spesso, per denunciare i presunti pericoli dell’immigrazione, Meloni e Salvini tirano fuori la storia della “sostituzione etnica”. I leader della destra parlamentare che punta all’egemonia non hanno esitato a impossessarsi di un’espressione che alimenta le paure legate ai fenomeni migratori, sdoganando a fini elettorali un argomento pericoloso.

Perché la “sostituzione etnica” è sì una sciocchezza. Ma una sciocchezza pericolosa. Si tratta di una pura invenzione che in passato era relegata agli ambienti della destra nazifascista e che affonda le radici nel cosiddetto “piano Kalergi”, secondo cui esisterebbe un progetto orchestrato dal “grande capitale internazionale” per sostituire la “razza bianca” europea con masse di sottoproletari provenienti dall’Africa e dall’Asia, più adatte a essere manipolate e sfruttate. Ovviamente è solo fantasia complottista.

Il papà del cosiddetto “piano Kalergi”, dal punto di vista ideologico, è rappresentato dai “protocolli dei Savi di Sion”. Libretto scritto e diffuso nel mondo dai servizi segreti della Russia zarista agli inizi del ‘900, i “protocolli”, inventando un piano ordito da “élite ebraiche” per assoggettare tutti i popoli del mondo, sono una delle architravi dell’antisemitismo contemporaneo.

L’antisemitismo non è mai morto, in Europa. I fatti violenti delle ultime settimane, dall’attentato di Halle, in Germania, al tentato assalto a una sinagoga a Budapest, alla profanazione di un cimitero ebraico in Danimarca, sono la punta dell’iceberg.

In Italia ci eravamo illusi che il razzismo e l’antisemitismo fossero una parentesi chiusa con la fine del fascismo nel 1945. Gli ultimi anni ci dicono che non era così. La crescita della destra radicale, l’odio online, le discriminazioni e le violenze contro i migranti, hanno dimostrato che le idee e le pratiche razziste proliferano.
L’antisemitismo rimaneva un tabù. L’ultimo.

È stato per decenni come chiuso dentro a un armadio di sicurezza e quando veniva fuori, come quella volta nel 1979 quando ultras della squadra di pallacanestro di Varese brandirono croci cristiane e gettarono polli spennati dipinti con la bandiera di Israele contro i giocatori del Maccabi Tel Aviv, era uno scandalo che veniva attribuito a pochi ambienti marginali e ininfluenti. A poche curve degli stadi. A pochi gruppi di fanatici.
E intanto ha scavato e negli ultimi anni le forme di antisemitismo camuffate da teorie del complotto dove élite mondiali ordiscono trame contro il popolo sono diventate argomento diffuso.

E ora, con le minacce a Liliana Segre, l’ultimo diaframma cade. L’antisemitismo esce dalle tenebre e si mostra alla luce del sole. A Liliana Segre non sono state risparmiate le battute sui forni e gli insulti antiebraici.

Liliana Segre è un simbolo: viene aggredita in quanto donna. In quanto promotrice di una commissione contro l’odio. E in quanto ebrea. Non basta che Salvini ora affermi “dirsi antisemiti nel 2019 è da ricovero” quando poi la destra non si alza in Senato per applaudire Liliana Segre, quando è normale dire “sostituzione etnica”, quando gruppi e personaggi dichiaratamente fascisti vengono resi pop con operazioni mediatiche e politiche. E intanto una donna di 89 anni, unica sopravvissuta della sua famiglia al campo di sterminio di Auschwitz, è costretta alla scorta.

L’antisemitismo è una cartina tornasole. Quando non si ha più paura di usare “ebreo” come insulto, quando non si prova più vergogna a servirsi delle battute sui campi di sterminio per aggredire, vuol dire che non ci sono più limiti mentali, e chi lo fa non sente più il bisogno di camuffarsi.

  • Autore articolo
    Luigi Ambrosio
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