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Zingaretti: “Torniamo a combattere”. E ora il Pd deve farlo

Nicola Zingaretti

Ora vediamo chi è più forte. Vediamo se il Partito Democratico riesce a mantenere la promessa fatta dal suo segretario alla fine della tre giorni di Bologna: “Torneremo a combattere“.

Zingaretti, a lungo accusato di essere troppo debole, chiudendo l’assemblea nazionale ha detto cose. Ha avanzato quattro proposte concrete, più una. Quattro cose più una che il Parlamento e il Governo devono fare da qui alla fine della legislatura, ha detto. Cittadinanza ai figli degli immigrati nati in Italia, ossia Ius Culturae; revisione delle leggi sulla sicurezza volute da Salvini; equo compenso per tutti i lavori; parità di salario tra donne e uomini. E in più, politiche fiscali per favorire investimenti produttivi.

Combatteremo per farlo” ha urlato dal palco. Dopo pochi minuti, Di Maio faceva dire a un portavoce che su Ius Culturae e decreti Sicurezza il Movimento 5 Stelle è ‘sconcertato’.

Combattere significa combattere. Significa tenere il punto, significa che la partita è vitale. I militanti del Pd arrivati a Bologna, e soprattutto gli elettori che hanno visto un bagliore di iniziativa da parte del Segretario, sarebbero parecchio delusi se poi non se ne facesse nulla.

Il clima, alla fine, tra le persone che si aggiravano tra gli stand dei marchi dell’industria italiana del cibo che compongono ‘Fico’, nel cui centro congressi si è tenuta la giornata finale, erano carichi per il ritrovato orgoglio. Durerà se il Partito Democratico si comporterà di conseguenza.

Anche perché l’Assemblea che doveva servire anche a chiudere definitivamente con il renzismo ha dimostrato che Renzi non c’è più fisicamente ma aleggia ancora come un fantasma. Più volte attaccato, senza essere nominato, negli interventi dal palco. Preso come metro di paragone da chi sostiene che si debba cambiare radicalmente strada e da chi invoca una sostanziale continuità con il passato. Perché uscito di scena Renzi, nel Pd permane il problema di sempre. Due culture, due visioni delle cose che si confrontano, si misurano, si scontrano se necessario.

Bastava vedere gli ospiti di domenica mattina: da un lato il presidente della Confindustria, Vincenzo Boccia, dall’altro Elly Schlein, che ha fondato una lista di sinistra che appoggia il Partito Democratico alle regionali emiliano romagnole. Entrambi hanno parlato dell’Ilva. Il primo per dire che bisogna rimettere lo scudo penale e che bisogna evitare atteggiamenti muscolari nella trattativa. La seconda per dire che a Taranto occorre una riconversione industriale in chiave ecologica.

Diversità che si riflettevano nei punti di vista dei dirigenti del partito che prendevano la parola. Giorgio Gori diceva che si deve lavorare in continuità con il jobs act e i governi Letta, Renzi e Gentiloni. Maurizio Martina invocava un “fisco equo per le multinazionali“. In mezzo gli uomini di governo, da Franceschini a Guerini, a parlare di pazienza, di fatica, di mediazione. Si riferivano esplicitamente al rapporto con il Movimento 5 Stelle. E implicitamente agli equilibri interni.

Senza Renzi il baricentro si è spostato, senza dubbio, tanto che ora il Pd torna ad esempio a parlare di ‘campo largo’ pensando alla politica delle alleanze e archiviando sia l’idea di una autosufficienza maggioritaria che l’automatismo tra carica di segretario e candidato premier. Ma l’unità invocata da molti può al massimo essere una pratica, come ha chiesto, con forza, il candidato alle regionali Bonaccini, che se la gioca rischiando.

A rischiare, in Emilia Romagna il 26 gennaio, è tutto il partito e sarebbe lo stesso governo Conte a vedersela brutta se vincesse Salvini, anche se ovviamente tutti negano. Il collante è la narrazione della ‘Italia migliore’ che il Pd vuole rappresentare. L’Italia che decide di lottare contro il sovranismo reazionario in un orizzonte culturale, lo ha detto Zingaretti e lo hanno ripetuto altri, di democrazia liberale. L’Italia antifascista. In queste terre, con Salvini che parla di ‘liberazione’ è un discorso che vale doppio e accanto a Zingaretti, in prima fila, c’è Ferruccio, partigiano, 92 anni di Marzabotto. Un’ovazione per lui.

I valori come colla se la colla delle proposte concrete tiene poco perché chi fa la miscela non è d’accordo sugli ingredienti. Non a caso, subito prima del segretario hanno fatto parlare Stefano Massini, scrittore e drammaturgo, diventato abbastanza famoso in televisione di recente.

Serve un nuovo umanesimo” ha detto. Nientemeno. “Servirebbero delle idee da trasformare in azioni” ha detto una militante dalla platea rivolgendosi alla sua vicina di posto.

Poco dopo, è salito sul palco Zingaretti e ha detto: “Dobbiamo rifondare la nostra identità e capire cosa ci è successo“.

Foto dal profilo FB di Nicola Zingaretti

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    Luigi Ambrosio
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Approfondimenti

L’antisemitismo italiano non è mai morto e ora rialza la testa

Liliana Segre, Sergio Mattarella e Giuseppe Sala

L’antisemitismo è una matrice. Prendete il linguaggio nazifascista, sostituite “ebreo” con “mondialista” o con “immigrato”, “finanza ebraica” con “élite internazionali” e avrete il linguaggio della destra contemporanea.

Molto spesso, per denunciare i presunti pericoli dell’immigrazione, Meloni e Salvini tirano fuori la storia della “sostituzione etnica”. I leader della destra parlamentare che punta all’egemonia non hanno esitato a impossessarsi di un’espressione che alimenta le paure legate ai fenomeni migratori, sdoganando a fini elettorali un argomento pericoloso.

Perché la “sostituzione etnica” è sì una sciocchezza. Ma una sciocchezza pericolosa. Si tratta di una pura invenzione che in passato era relegata agli ambienti della destra nazifascista e che affonda le radici nel cosiddetto “piano Kalergi”, secondo cui esisterebbe un progetto orchestrato dal “grande capitale internazionale” per sostituire la “razza bianca” europea con masse di sottoproletari provenienti dall’Africa e dall’Asia, più adatte a essere manipolate e sfruttate. Ovviamente è solo fantasia complottista.

Il papà del cosiddetto “piano Kalergi”, dal punto di vista ideologico, è rappresentato dai “protocolli dei Savi di Sion”. Libretto scritto e diffuso nel mondo dai servizi segreti della Russia zarista agli inizi del ‘900, i “protocolli”, inventando un piano ordito da “élite ebraiche” per assoggettare tutti i popoli del mondo, sono una delle architravi dell’antisemitismo contemporaneo.

L’antisemitismo non è mai morto, in Europa. I fatti violenti delle ultime settimane, dall’attentato di Halle, in Germania, al tentato assalto a una sinagoga a Budapest, alla profanazione di un cimitero ebraico in Danimarca, sono la punta dell’iceberg.

In Italia ci eravamo illusi che il razzismo e l’antisemitismo fossero una parentesi chiusa con la fine del fascismo nel 1945. Gli ultimi anni ci dicono che non era così. La crescita della destra radicale, l’odio online, le discriminazioni e le violenze contro i migranti, hanno dimostrato che le idee e le pratiche razziste proliferano.
L’antisemitismo rimaneva un tabù. L’ultimo.

È stato per decenni come chiuso dentro a un armadio di sicurezza e quando veniva fuori, come quella volta nel 1979 quando ultras della squadra di pallacanestro di Varese brandirono croci cristiane e gettarono polli spennati dipinti con la bandiera di Israele contro i giocatori del Maccabi Tel Aviv, era uno scandalo che veniva attribuito a pochi ambienti marginali e ininfluenti. A poche curve degli stadi. A pochi gruppi di fanatici.
E intanto ha scavato e negli ultimi anni le forme di antisemitismo camuffate da teorie del complotto dove élite mondiali ordiscono trame contro il popolo sono diventate argomento diffuso.

E ora, con le minacce a Liliana Segre, l’ultimo diaframma cade. L’antisemitismo esce dalle tenebre e si mostra alla luce del sole. A Liliana Segre non sono state risparmiate le battute sui forni e gli insulti antiebraici.

Liliana Segre è un simbolo: viene aggredita in quanto donna. In quanto promotrice di una commissione contro l’odio. E in quanto ebrea. Non basta che Salvini ora affermi “dirsi antisemiti nel 2019 è da ricovero” quando poi la destra non si alza in Senato per applaudire Liliana Segre, quando è normale dire “sostituzione etnica”, quando gruppi e personaggi dichiaratamente fascisti vengono resi pop con operazioni mediatiche e politiche. E intanto una donna di 89 anni, unica sopravvissuta della sua famiglia al campo di sterminio di Auschwitz, è costretta alla scorta.

L’antisemitismo è una cartina tornasole. Quando non si ha più paura di usare “ebreo” come insulto, quando non si prova più vergogna a servirsi delle battute sui campi di sterminio per aggredire, vuol dire che non ci sono più limiti mentali, e chi lo fa non sente più il bisogno di camuffarsi.

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    Luigi Ambrosio
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Approfondimenti

L’errore del Daspo a Milano

Daspo a Milano

La destra vuole riprendersi Milano, città che in questi anni è diventata un faro nel panorama spesso desolante della politica italiana. Vuole riprendersela per spegnere il più importante esempio di alternativa laica e progressista all’egemonia salviniana. Punterà tutto sulle paure delle persone, come al solito. E oggi festeggia perché per la prima volta, da quando Pisapia vinse le elezioni comunali nel 2011, l’unità del centrosinistra che governa Milano è intaccata. Per la prima volta dal 2011, si vede una incrinatura nella solidità del cosiddetto “modello Milano” sul tema del Daspo urbano.

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    Luigi Ambrosio
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La grande fiction

Dopo le parole di ieri tra Salvini e Di Maio, se la politica fosse ancora quella di una volta, ci sarebbe stata una soluzione e una soltanto: crisi di governo e nuove elezioni.

Se la politica fosse ancora quella di una volta.

Questo governo è il governo dei social media manager. Lo abbiamo già detto in passato, quando scene simili si erano già manifestate. (altro…)

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    Luigi Ambrosio
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Approfondimenti

La Capitana e le battaglie giuste

Sulla pelle delle persone migranti.

Ancora una volta.

Salvini gioca la sua ributtante partita del consenso politico.

Perché la verità è che con tutta probabilità sull’immigrazione e l’ostilità verso le Ong, il capo della Lega ottiene un consenso maggioritario. (altro…)

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    Luigi Ambrosio
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O vincono anche i poveri, o sarà una sconfitta

Arco della Pace, Milano, la sera in cui alla città sono state assegnate le Olimpiadi invernali del 2026. Decine di persone che corrono, si allenano, fanno ginnastica sui gradoni dell’anfiteatro. Corpi curati, abbigliamento sportivo alla moda. Una camionetta dell’esercito pattuglia senza sosta. Milano è una città che corre. Corre come mai nessuna città in Italia, in epoca moderna, ha corso. È una città entusiasta di sé, proiettata in Europa e nel mondo, pervasa da una ideologia precisa: l’ideologia della crescita, del successo, del futuro come onda da cavalcare. Nulla di nuovo rispetto al passato anzi sì, una differenza enorme esiste. In questi anni è la sinistra, la parte più consistente di essa, che ha guidato e guida il processo politico, economico, sociale. Le Olimpiadi rappresentano il coronamento di un percorso che era iniziato con Expo e che ha coinciso al tempo stesso con la definitiva trasformazione della città e con il successo delle amministrazioni di centrosinistra.Milano è a un passaggio storico. In città arriveranno fiumi di denaro, miliardi di Euro, concentrati sul settore immobiliare. Non sono solo le Olimpiadi. È il modello vincente della città bella, smart, innovativa. Un modello internazionale. Il modello Londra, come amano ripetere gli esegeti.A Londra però fanno i conti con i danni di quel modello, con il suo lato oscuro. Una città solo per i ricchi e i ricchissimi, con i poveri allontanati, espulsi. Un peso da sopportare. A Londra e in altre città europee che hanno affrontato questo processo di trasformazione prima di Milano oggi la politica si interroga su come porre rimedio al lato oscuro del successo. Milano e la sua classe dirigente politica dovranno dare risposte concrete a chi, povero o impoverito, tagliato fuori dal circuito del successo, vede nelle Olimpiadi, nei grattacieli, nella celebrazione della ‘bella Milano’ un pericolo e un mondo ostile. A partire dal principale dei problemi: quello dell’abitare. È un’occasione importante, un momento decisivo: quello dell’affermazione o del fallimento del ‘modello Milano’ teorizzato dal centrosinistra negli ultimi dieci anni. Se il centrosinistra saprà includere gli ultimi e gli esclusi, avrà vinto. Altrimenti, sarà la sconfitta di una classe dirigente

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    Luigi Ambrosio
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Perché non si vota a settembre

non si vota a settembre

C’è una dichiarazione attribuita ad ambienti del M5S di oggi che suona così: “Salvini la smetta di attaccarci, noi vogliamo lavorare”. Nel mirino del capo della Lega ci sono tre ministri grillini: Costa, ambiente. Toninelli, infrastrutture e trasporti. Trenta, difesa. (altro…)

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    Luigi Ambrosio
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Grillini divisi, Salvini comanda

L’atteggiamento di Salvini nei confronti del Movimento 5 stelle è talmente duro in queste ore che sembra che il capo leghista voglia umiliare i grillini.

Non solo ha imposto tutti i temi leghisti per l’agenda del Governo dopo il risultato delle elezioni.

Salvini ha mandato avanti il capogruppo al Senato della Lega a dire che Rixi deve restare al suo posto anche in caso di condanna al processo che lo vede imputato per peculato. Uno schiaffo in faccia al Movimento 5 Stelle nato e cresciuto su temi quali il rinnovamento e l’onestà.

Poi in conferenza stampa ha frenato, dopo avere squassato ancora una volta i nervi dell’alleato, affermando che su Rixi si esprimerà ufficialmente solo dopo la sentenza attesa per il 30 maggio.

Salvini continua a ripetere che vuole solo l’applicazione del programma e che non ci sono problemi né con il Presidente del Consiglio né con gli alleati.

Il punto è: quale programma.

“Il governo va avanti se si rispettano gli impegni” da detto Salvini. Allude a impegni frutto del rapporto che si era instaurato con il capo politico dei 5 Stelle Di Maio prima delle elezioni. Il decreto sicurezza bis, che è successivo al programma originario di governo, è pronto per andare in Consiglio dei Ministri.  Salvini sa benissimo che questo è un altro tema che spacca gli alleati. Dentro al Movimento 5 Stelle è in corso una partita durissima, da resa dei conti, dopo una sconfitta che non era attesa in queste dimensioni. I sostenitori di Di Battista e quelli del presidente della Camera, Fico, vogliono sostituire Di Maio alla guida del Movimento.

“Di Maio resta se applica il programma altrimenti se ne va” ha detto a Radio Popolare il deputato pentastelato Luigi Gallo.

Salvini sa che in questo contesto vince comunque. Vince se il Governo va avanti. Vince se a rompere saranno i 5 Stelle, dopo una lunga lacerazione interna. Lui invece è pronto a riallacciare il rapporto con un centrodestra di cui è egemone. Magari prima di dover alzare l’Iva o di dover rispondere alle sollecitazioni della Ue sui conti economici

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    Luigi Ambrosio
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Lega trionfa, PD sopravvive, gli altri a pezzi

lega trionfa pd sopravvive

L’Italia è il Paese più a destra d’Europa. Lega e Fratelli d’Italia insieme viaggiano intorno al 40 per cento. Con tutto il rispetto per l’Ungheria o la Polonia, il peso politico dell’Italia che vira a destra è decisamente superiore. (altro…)

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Salvini, che banalità. E Zorro lo trolla

Salvini Zorro

Alla fine, il presunto Re dei social, il capo della potente macchina della comunicazione che intimidiva tutti, amato dai troll che impazzano in rete, è stato trollato. Quando Zorro è comparso sul palazzo di piazza Duomo di fronte al palco, salutando felice con la sua spada, dopo avere srotolato un grande striscione con scritto “restiamo umani”, molti passanti sotto ridevano e applaudivano. Fino a quando, a pochi istanti dall’inizio del comizio di Salvini, la Polizia ha fatto sparire lo striscione e Zorro si è ritirato. Ma ormai era fatta. I leghisti, un po’ irritati ma soprattutto ammutoliti. “Qui non ci sono razzisti o fascisti, questa è una sfida tra chi guarda al futuro e chi rimane legato a schemi del passato” ha esordito Salvini. Ma il suo discorso non ha scaldato. Rispetto ai successi di alcuni mesi fa -pensiamo a piazza del Popolo a Roma a dicembre- la giornata milanese è stata decisamente moscia. E pensare che era stata venduta come l’appuntamento cruciale per le destre radicali europee, tutte insieme per declamare la presa del continente. La piazza era tutt’altro che piena, ravvivata semmai da Zorro e dalle decine di contestatori che si sono presentati a inizio pomeriggio e sono rimasti fino alla fine a fischiare. La partecipazione dei fan leghisti è stata meno entusiasta di quanto ci si sarebbe aspettati, considerato che il partito e il suo leader sono dati in grande ascesa. Molti gruppi regionali che si muovevano come fossero in gita a Milano. Quelli della ‘Lega Basilicata’ appena davanti ai padovani col ‘Leon che magna el teron’ e che urlavano ‘Veneto Libero’. Molto verde padano, più che nel recente passato. Sul palco, i discorsi dei leader europei sono passati inosservati, a parte qualche applauso per Marine Le Pen ma soprattutto perché si è sforzata di parlare in italiano. Poche parole, solite banalità. Salvini, alla fine, è apparso stanco. Un discorso grigio e modesto. Porti chiusi, ‘fino a che ci sono io’ eccetera. Gli attacchi a Papa Bergoglio. ‘Datemi la forza’. Ecco. Forse il solo passaggio interessante è relativo alla politica italiana. Datemi la forza per fare la flat tax, ossia per imporre l’agenda ai 5 Stelle, è stato il senso del discorso. Pur ribadendo lealtà al patto di governo. Poi, tra lodi alla Madonna e appelli ai Santi da parte del leader, tutti a casa, sotto una leggera pioggia.

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    Luigi Ambrosio
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Casalbruciato: “È casa nostra, restiamo”

“I miei figli mi hanno detto che gli abitanti ci hanno urlato ‘zingari, andate via’ e mi hanno chiesto se dovevamo andarcene. Ho risposto loro che no, questa è casa nostra, non ce ne dobbiamo andare”.

Omeròvic è entrato martedi nell’appartamento di Casalbruciato, borgata romana, assieme alla moglie e ai figli, scortato dalla Polizia. Militanti fascisti di Casapound e un gruppo di abitanti delle palazzine ha tentato di aggredirli fisicamente, urlando loro frasi violentissime. Urla e minacce erano contiuate per tutta la notte. Accanto alla famiglia Rom ci sono anche le associazioni antirazziste e mercoledi ha fatto loro visista la sindaca di Roma, Raggi che ha ribadito: “questa è casa vostra”. (altro…)

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    Luigi Ambrosio
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Le pressioni hanno funzionato, la figuraccia rimane

Maratona di Trieste

Gli organizzatori della Trieste Running Festival fanno marcia indietro e inviteranno anche atleti africani alla gara podistica professionistica. Le pressioni erano arrivate dal mondo dello sport e della politica. Noi avevamo invitato gli sponsor e gli atleti a ritirarsi. La figuraccia internazionale rimane. Il divieto, tra le altre cose, avrebbe rappresentato una pessima pubblicità per la candidatura di Milano e Cortina alle Olimpiadi invernali (la Iaaf e il Coni, partner istituzionali della maratona, sono affiliati al Cio, il Comitato Olimpico Internazionale, che dovrà decidere a chi assegnare i giochi del 2026).

(altro…)

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    Luigi Ambrosio
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Partiti di sinistra, dove siete?

partiti di sinistra dove siete
People Rise Up. Il popolo insorge.

Uno slogan che campeggiava su un grande striscione in piazza Syntagma ad Atene durante le proteste contro l’austerità e i tagli imposti dall’Europa. (altro…)

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    Luigi Ambrosio
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Gli italiani a favore dello Ius Soli. E allora il Pd!

ius soli

Facciamo un viaggio indietro nel tempo.

Indietro indietro fino a un’epoca della politica italiana in cui accadevano cose che oggi sono inimmaginabili. Un’epoca lontana, un’epoca che secondo alcuni, in realtà, non è mai esistita.

L’epoca in cui il Pd era al governo.

Eh sì, ve li ricordate il governo Letta e poi il governo Renzi e poi il governo Gentiloni?

Vi ricordate come terminò la scorsa legislatura?

Mancavano pochi mesi e c’era da fare lo Ius Soli.

Ma il Pd era alleato di Alfano*. Alfano, a proposito: che fine ha fatto Alfano? Qualcuno si ricorda di Alfano?

Ok, nessuno. Torniamo a quei giorni. Mancava una cosa da fare: lo Ius Soli.

Ma Alfano diceva no.

E il Pd diceva: “senza i voti di Alfano, il Ius Soli non si può fare”.

E un sacco di italiani dicevano: “ma mettete la fiducia, Alfano dovrà votarla per forza, e al limite se non la voterà voi ci avrete provato e quando verrà il momento di votare gli elettori si ricorderanno del vostro coraggio”.

Ma il Pd  rispondeva: “noi siamo realisti mentre voi siete pazzi, gli italiani sono contrari alla cittadinanza per i figli degli immigrati nati in Italia pur con tutti i limiti della legge che abbiamo proposto che non è che dia la cittadinanza così ma uno deve studiare e dimostrare di meritarla ma insomma gli italiani sono contrari, se forziamo la pagheremo nelle urne”.

Lo Ius Soli versione moderata di cui si discuteva nella scorsa legislatura fu archiviato.

Risultato: Pd al 18 per cento. Alfano manco ricandidato. Nuovo governo con dentro Salvini, Lega lanciata verso l’egemonia.

E oggi, grazie a un sondaggio, scopriamo che agli italiani lo Ius Soli piace. Addirittura il 62,8 per cento sarebbe a favore, secondo Quorum/Youtrend.

I sondaggi valgono quello che valgono, però indicano una tendenza. Quella che la politica dovrebbe essere capace di intercettare e anzi anticipare.

Ma era un’epoca lontana. Oggi è diverso. Vero?

*Angelino Alfano, Agrigento, 31 ottobre 1970 . Già astro nascente di Forza Italia, ruppe con Berlusconi e fondò una sua lista. Fu ministro della giustizia nel governo Berlusconi IV e in seguito ministro degli Interni prima e degli Esteri poi quando fu alleato del Pd tra il 2013 e il 2018

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    Luigi Ambrosio
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La vittoria delle donne

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A Verona è stata la vittoria delle donne. Quelle del movimento Non una di Meno, quelle delle altre associazioni, quelle che senza appartenere ad alcun gruppo organizzato sono andate in piazza. (altro…)

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    Luigi Ambrosio
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Giorgia Meloni siamo con te!

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“La gente non si deve fare gli affari tuoi”
Così Giorgia Meloni, la segretaria di Fratelli d’Italia, ha risposto alla giornalista che le chiedeva conto della sua contraddizione, quella per cui sarà al congresso della famiglia tradizionale a Verona nonostante abbia fatto una figlia con un uomo con il quale non è sposata.
Una risposta ineccepibile. Siamo d’accordo con Giorgia Meloni, la gente non si deve fare gli affari tuoi.
Giorgia Meloni, se ci stai ascoltando: noi siamo con te e ti chiederemmo un favore. Quando sarai a Verona, spiegalo a quella allegra compagnia di fascisti, nazisti, cattolici tradizionalisti, religiosi integralisti, gente che vorrebbe la donna segregata in casa e ridotta a schiava domestica del maschio, fustigatori di adulteri, altri che vorrebbero la morte degli omosessuali.
Vai, Giorgia Meloni, sei tutti noi. Tu che ti sei liberamente riprodotta fuori dal matrimonio, che correttamente pensi che gli altri debbano farsi gli affari propri, urlaglielo forte, a Verona: fatevi i cazzi vostri.
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    Luigi Ambrosio
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Rami, scappa!

rami scappa
Avremmo anche voluto parlare d’altro, ma dobbiamo stare sulla vicenda della cittadinanza italiana a Rami, il ragazzo 13enne che assieme al compagno Adam ha contribuito a sventare la strage di San Donato.

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    Luigi Ambrosio
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Rami vince, Salvini perde

Rami vince, salvini perde

Alla fine, ci voleva un ragazzino di 13 anni, figlio di immigrati, per mettere in crisi la formidabile macchina della comunicazione di Salvini.

Rami è tutto quello che i leghisti odiano. Ha spiegato che la cittadinanza per tutti i figli di immigrati è un diritto e non un privilegio. Ha chiesto una legge giusta.

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    Luigi Ambrosio
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Salvini contro Rami è il vecchio che sa di morire

C’è il piano politico immediato rispetto a cui non si può che rimanere costernati di fronte a un uomo adulto, di oltre 45 anni, potentissimo perché fa il ministro dell’Interno e -in pratica- il capo del governo, che se la prende con un ragazzino inerme.

Del fatto che Salvini si sia comportato da bullo nei confronti di Rami, il 13enne che ha contribuito a evitare una strage sul bus a San Donato Milanese e che ha chiesto che la cittadinanza italiana sia un diritto per tutti i figli di immigrati e non un premio speciale per lui, è stato detto e scritto. (altro…)

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Come gli altri

come gli altri, campidoglio

Questi giorni di marzo 2019, 20 e 21, incipit di Primavera, saranno ricordati come quelli della fine del Movimento 5 Stelle. Non la fine materiale, perché il partito di Casaleggio continuerà a prendere voti, magari pure tanti, e magari continuerà a vincere e governare. (altro…)

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    Luigi Ambrosio
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Ora Zingaretti deve fare cose concrete

Il primo atto politico di Nicola Zingaretti come nuovo segretario del Partito Democratico è il sostegno all’alta velocità Torino-Lione.

Che il Sì e il No al treno veloce siano trasversali, non è una novità. Che gran parte del Pd e anche buona parte del mondo sindacale siano a favore, è cosa nota. (altro…)

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L’arresto dei genitori di Renzi (e il voto su Salvini)

Le prime reazioni di esponenti di governo all’arresto dei genitori di Renzi sono caute. Ma la vicenda è una occasione per il Movimento 5 Stelle (e per Salvini), per tentare di coprire mediaticamente e politicamente la gestione grillina dell’inchiesta sul ministro degli Interni, nel giorno in cui gli iscritti al Movimento hanno detto “No” al processo a Salvini con una spaccatura tra i militanti che mette i pentasellati ancora più in difficoltà di quanto già non lo fossero nei confronti della Lega, con un sostanziale diniego dei princìpi su cui il Movimento è nato che apre una ipoteca sul suo futuro politico. (altro…)

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La secessione dei ricchi

L’hanno definita la secessione dei ricchi.

Domani, sul tavolo del governo arriva un progetto di legge per l’autonomia di Lombardia, Veneto e Emilia Romagna. Non se ne sa nulla. Non si sa se sarà, come probabile, un progetto di legge costituzionale, sopratutto non si sa cosa contenga davvero. Tutto segreto. (altro…)

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Non sono solo canzonette

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La perversione del Di Maio pensiero -“dall’anno prossimo solo televoto”- e del Salvini pensiero (e ora ci si mette pure il presidente della Rai, Foa) consiste nello sfruttare l’occasione di una kermesse canora per riaffermare sotto traccia un concetto molto più ampio, che nulla ha a che fare con Sanremo, e che è il vero obiettivo della polemica costruita ad arte: la loro idea di “volontà popolare”. (altro…)

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Politica italiana mai così in basso

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I mediocri personaggi politici che ci governano sono abituati all’idea che “tanto vale tutto, tanto si può dire tutto”. Poi vanno in altri Paesi, replicano gli stessi comportamenti che attuano in Italia, perché è la sola modalità che conoscano, e le loro azioni producono conseguenze gravi. Non era mai accaduto, nella storia della Repubblica Italiana, che un ambasciatore venisse richiamato per consultazioni. Bisogna risalire ai tempi della dittatura fascista per trovare dei precedenti. Già solo questo dovrebbe rendere l’idea del grado di umiliazione che dobbiamo subire a causa dei Di Maio, dei Salvini, dei Di Battista. (altro…)

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Arrivano i Gilet Gialli all’italiana

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Sabato, a Roma, ci sarà la manifestazione della Cgil, la prima della segreteria Landini e promette di essere un appuntamento importante per capire se una piazza di sinistra sia in grado di mobilitarsi davvero oggi in Italia. Ed ecco che arriva la notizia che in piazza ci saranno anche i gilet gialli versione italiana. (altro…)

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Il format

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Ve la ricordate la vicenda della Sea Watch? No, non la Sea Watch oggi. La Sea Watch a fine dicembre, quando a bordo aveva 32 persone salvate nel Mediterraneo. Anche allora, come oggi, fu tenuta per giorni -più di due settimane- lontana dai porti italiani, in attesa di fare sbarcare i migranti che aveva a bordo. Eh sì. E’ facile confondere date, nomi, circostanze. E’ facile dimenticare. Perché i casi si susseguono. E soprattutto, perché il copione è sempre lo stesso. (altro…)

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La brutale banalità di Giulia Grillo

giulia grillo ministro sanità

Potremmo anche chiuderla molto brevemente. Sarebbe sufficiente riportare le parole di Giulia Grillo, ministra della Sanità, sui 47 migranti da 12 giorni a bordo della nave Sea Watch: “La situazione è sotto controllo e comunque quando mandiamo i medici è il Paese che paga e non mi pare il caso”. (altro…)

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Sotto l’eversione, niente

Immaginiamo cosa sarebbe accaduto se in un anno a caso della prima repubblica, che ne so, il 1976, l’allora ministro dell’Interno Francesco Cossiga fosse stato messo sotto inchiesta da una Procura per il reato di sequestro di persona per aver impedito a dei passeggeri di una nave di sbarcare perché da lui non graditi sul suolo italiano. E se il Tribunale di Ministri avesse chiesto l’autorizzazione a procedere. (altro…)

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Si sta formando un pensiero più radicale?

A quello che dice Salvini sulla deportazione di migranti che vivevano nel Cara di Castelnuovo di Porto, a quello che dice Salvini sui migranti in generale, oggi non siamo interessati.

I 5 Stelle, invece, non dicono niente di loro.

A noi oggi interessa quello che accade a Castelnuovo. (altro…)

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Lino Banfi Unesco: M5S fase finale del berlusconismo

La vicenda della nomina di Lino Banfi nella commissione italiana Unesco da parte di Di Maio è la dimostrazione definitiva del fatto che il Movimento 5 Stelle dal punto di vista culturale rappresenta la fase della decadenza finale del berlusconismo.

Una fase finale farsesca. (altro…)

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Cosa dovrebbe insegnare il comizio di Salvini

C’è un passaggio fondamentale del comizio di Salvini: “guardate le immagini di Parigi: i gilet gialli qui garantiscono l’ordine pubblico (erano gialle le pettorine del servizio d’ordine-ndr) a Parigi sono in piazza. No alla violenza, ma chi semina povertà raccoglie protesta”.

Una frase che dice tutto del leader della Lega, dice tutto del suo successo. Riesce a essere il vero capo del governo, il ministro dell’Interno che approva norme contro chi manifesta, colui che dice “io sto sempre e comunque con le forze dell’ordine”, e al tempo stesso riesce a essere il leader politico che si dichiara dalla parte dei gilet gialli.

Uomo di lotta e di governo. Stratega di un movimentismo senza tregua di fronte a cui tutti, gli alleati e gli oppositori, sono costretti sempre a inseguire inutilmente.

Ogni volta che Salvini parla di lavoro, di Europa, perfino di tasse, muore politicamente un oppositore di sinistra. Muore perché Salvini gli scippa e fa propri pezzi di quello che dovrebbe essere il suo programma. Muore perché, a differenza sua, Salvini risulta credibile. “Vogliamo una Europa che non sia solo un mercato di consumatori ma che garantisca piena occupazione perché senza lavoro non c’è dignità, chi è precario perde la dignità” ripete Salvini. “Vogliamo una nuova Europa fondata su progresso, lavoro e coesione sociale, piena occupazione, crescita sostenibile”.

Quindi, Salvini è un mago? Non lo è. Semplicemente non sarebbe così forte oggi se non gli fosse stato lasciato completo campo libero da chi dovrebbe essere opposizione. Ok, conosciamo l’obiezione: “di quale opposizione stiamo parlando?” Mettiamola così: da un lato c’è il leader di fatto del governo che parla con voce chiara, univoca e semplice. Dall’altra, ci sono il Pd che corre verso il baratro dopo avere cercato in tutti i modi di arrivare fin lì, e poi ci sono una quantità difficile da calcolare di micro formazioni di sinistra che passano il tempo a farsi una guerra insensata tra di loro. Una guerra che le persone comuni non sono tenute a comprendere né soprattutto ad apprezzare.

Siamo di fronte a una crisi drammatica di credibilità dell’avversario che è alla base del successo del salvinismo. Questo sentimento trasudava dalla piazza leghista. Non è un caso se a sentire parlare di lavoro e dignità c’erano soprattutto persone comuni.

È stata una piazza popolare. Poi sì, in mezzo c’era più di un fascista -romano e non solo- tra una quantità di tricolori impensabile fino a poco tempo fa. C’erano Gianni Alemanno e i suoi ragazzi con le magliette nere con scritto “molti nemici molto onore” (Alemanno vorrebbe riprendersi Roma alleandosi con la Lega e per entrambi sarebbe un gran colpo), c’erano i rayban e gli avambracci tatuati coi lupi. Ma c’era soprattutto un fiume di popolo come nessun partito sa mobilitare oggi, figurarsi quel che resta della sinistra dopo il 4 marzo.

Se uno è di sinistra è corretto che si indigni per il Salvini che rivendica il cosiddetto decreto sicurezza e le politiche sull’immigrazione. Al tempo stesso però farebbe esercizio utile se si chiedesse perché a scandire “piena occupazione, dignità del lavoro, sostenibilità” risultando credibile c’è uno che si presenta sul palco con la felpa della Polizia.

 

Nota:

l’ufficio stampa di Gianni Alemanno ci chiede di rettificare il pezzo affermando che nessun militante del Movimento Nazionale per la Sovranità indossasse magliette con la scritta “molti nemici molto onore”, bensì solamente uno striscione con la scritta “l’Italia non è una colonia”. In un colloquio con il nostro cronista in piazza, il quale può testimoniare che almeno uno dei militanti che reggevano lo striscione indossasse una maglietta nera con la scritta “molti nemici molto onore”, l’ufficio stampa ha precisato: “non si trattava di nostri militanti”.

 

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    Luigi Ambrosio
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Perché Gattuso ha distrutto Salvini

Gennaro Gattuso

Quando l’uomo politico che fa carriera cercando di rappresentare la pancia del popolo incontra l’uomo del popolo incazzato con lui, l’uomo politico è un uomo morto.

Gennaro Gattuso, l’allenatore del Milan, fino a oggi è il solo che sia riuscito a mettere in difficoltà Salvini. Ovviamente, sarebbe insensato attribuirgli intenzioni “politiche” nel senso che si dà abitualmente alla parola. Gattuso è un’icona del calcio italiano e tale rimarrà anche in futuro. Ma con la sua risposta al leader della Lega che lo criticava per non aver effettuato cambi nel secondo tempo della partita contro la Lazio è riuscito là dove nessun politico è riuscito: sconfiggere dialetticamente Salvini.

Salvini ha costruito la fortuna politica su un singolo principio comunicativo: lui è l’uomo del popolo che lotta contro l’élite e la sconfigge. Pensa come il popolo, parla come il popolo, prova i sentimenti del popolo e agisce come agirebbe il popolo. Chiunque, dal professore universitario all’esperto economista al politico in giacca e cravatta, esce triturato dal confronto.

Poi, arriva Gennaro Gattuso. Ha un accento regionale molto marcato, ha una prosa incerta e un vocabolario limitato con cui però ti manda a stendere. Pochi concetti, rozzi, chiari, comprensibili a tutti, condivisibili da tutti. Gattuso è realmente il mondo con cui Salvini tenta di identificarsi senza esserlo veramente.

Gattuso è l’uomo del bar cui Salvini, fino a oggi, si è rivolto. L’uomo del bar che dice a Salvini: non capisci niente, fatti gli affari tuoi, pensa a lavorare che è meglio. E così in un attimo, Gattuso ha strappato la maschera dal volto di Salvini svelandone la vera natura: un rappresentante di quella élite che, per pura convenienza politica, racconta di voler combattere.

Gennaro Gattuso
Foto dalla pagina FB dell’AC Milan https://www.facebook.com/ACMilan/
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Come Salvini sta distruggendo i 5 Stelle

Matteo Salvini

La campagna di Salvini sugli inceneritori in Campania fa parte della strategia del leader della Lega per dominare sui 5 Stelle.

Ancora una volta Salvini costringe Di Maio a giocare in difesa, a rispondere, gli fa perdere la pazienza -ricordate che Di Maio ha risposto con una parolaccia a Salvini e ha minacciato la crisi di governo. E poi, Salvini continua a imporre l’agenda al governo.

I sondaggi dicono che questa strategia è vincente, la Lega continua a crescere, il Movimento 5 Stelle a declinare. Considerato che opposizioni non ce ne sono al momento, il Pd è inesistente, in teoria questo potrebbe essere il momento buono per Salvini per rompere l’alleanza – o meglio per costringere i grillini a romperla – così da andare a votare e incassare il risultato.

Come fare? Mettendo il Movimento 5 Stelle di fronte a scelte che non può prendere senza tradire gli elettori che lo hanno votato. E il terreno più propizio è quello delle battaglie sul territorio. Soprattuto adesso che nei 5 Stelle sta per rientrare il movimentista Di Battista per Salvini è importante costringere gli alleati a ingoiare le sue politiche. È già successo con il gasdotto in Puglia, dove i grillini hanno tradito i comitati ‘No Tap’ approvando il progetto.

Potrebbe accadere con l’alta velocità in Valsusa. Sta accadendo coi trattati internazionali di libero scambio che Di Maio aveva promesso di stracciare e invece sta approvando uno dietro l’altro. Gli inceneritori sono l’ultimo fronte, aperto in Campania, dove i grillini avevano raccolto tantissimi voti in nome delle battaglie contro la terra dei fuochi

Matteo Salvini
Foto dalla pagina FB di Matteo Salvini https://www.facebook.com/salviniofficial/
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    Luigi Ambrosio
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I media filo russi e la propaganda M5S

Uno si aspetta che dietro la macchina della propaganda grillina ci siano raffinatissimi sistemi hi-tech, tecnologie ultra all’avanguardia, applicazioni delle più lucide analisi filosofiche relative alla rete e al mondo digitale. Se uno pensa così, poi è normale che rimanga deluso quando scopre che, nel caso del video con l’interpretazione taroccata delle parole dell’ex presidente dell’Eurogruppo, Dijsselbloem, al posto di un guru della Silicon Valley si ritrova ad avere a che fare con… Giulietto Chiesa.

Già corrispondente de L’Unità dal Cremlino ai tempi dell’Unione Sovietica, rimasto fedele alla linea e alla causa di Mosca anche dopo decenni dal crollo del regime, Chiesa è un fervente putiniano, perfettamente inserito nel sistema dell’informazione filo russa che ha buoni rapporti con la Lega e i 5 Stelle.

Ed è amico del nuovo presidente della Rai, Marcello Foa.

Oggi Chiesa spiega candidamente, in una intervista al Corriere della Sera, di essere stato lui, tramite Pandora Tv, a realizzare la libera, e manipolatoria, interpretazione delle parole di Dijsselbloem.

Quando ho visto quel video mi son detto ‘accidenti, è roba grossa, bisogna spararla’” dichiara Chiesa al Corriere. E quando gli viene fatto notare che le frasi attribuite a Dijsselbloem fossero inventate, Chiesa si difende: “Ma no, non abbiamo messo nessuna virgoletta, è chiaro che il nostro era un commento, l’implosione dell’Italia era una metafora e noi l’abbiamo interpretata”.

In che modo, hanno interpretato?  Nell’intervista alla tv Cnbc, Dijsselbloem afferma che la situazione italiana è diversa da quella greca perché i titoli di stato italiani sono detenuti in buona misura da banche e investitori italiani e questo “ha dei pro e dei contro: uno dei contro è che se ci sono problemi e l’economia implode, questo si ripercuote sull’intera economia. Il pro è che basta che l’Italia lo capisca, che i consumatori lo capiscano, e può iniziare un percorso dall’interno”. Una analisi politica, un appello al governo e ai cittadini italiani che può piacere o non piacere, come si dice. Può essere condivisa oppure può essere anche aspramente criticata.

Ma Chiesa la traduce così:

“Dijsselbloem invita apertamente i mercati a lanciare un attacco alle finanze italiane, spiegando loro anche come devono fare e cioè orchestrando un danno ai titoli italiani e facendo così salire gli interessi sul debito italiano. Non potendo usare il metodo Grecia perché lo Stato italiano ha da anni un avanzo commerciale migliore addirittura di quello francese e il Paese non dipende da finanziamenti esteri per le sue esigenze… Dijsselbloem spiega che l’unico modo è dare ordine a Draghi e alla Bce di far salire lo spread per portare al fallimento le banche italiane già riempite di titoli di Stato”.

Un totale stravolgimento.

In effetti, a ben vedere, uno doveva aspettarselo. Sarebbe stata sufficiente una osservazione attenta di quel video: a cercare di buttarla sul ridere si potrebbe fare notare che la scelta di usare una voce fuori campo che commenta le parole pronunciate in inglese da Dijsselbloem, invece che esercitarsi nella traduzione simultanea, riprende la tradizione che fu delle vecchie televisioni dell’Europa dell’Est quando invece che doppiare i film americani facevano il riassunto. È uno scherzo, e a voler continuare si potrebbe dire che esteticamente è un richiamo a quel mondo di cui alcuni hanno ancora oggi nostalgia.

Chi se ne frega, avrà pensato Giulietto Chiesa, se l’analisi politica e economica di Dijsselbloem viene tradotta in un ordine di attacco all’Italia dato ai mercati, alla Banca Centrale Europea e al suo governatore Draghi. Tanto, molti, moltissimi ci cascheranno. E questo è l’obiettivo di ogni propaganda.

E in tanti, in centinaia di migliaia, quel video lo hanno potuto vedere, soprattutto perché è stato gentilmente ripreso dai social del Movimento 5 Stelle in maniera del tutto acritica. Anzi: con una perfetta adesione politica e ideologica.

È la post verità, bellezza.

Cari grillini, Dasvidania!

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    Luigi Ambrosio
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La risposta antifascista a Predappio

Manifestazione antifascista a Predappio

Un’automobile rallenta, spunta la testa di un ragazzo che indossa un Fez nero. “Viva il Duce!” urla. Gli altri a bordo ridono, l’auto riparte. Le persone a cui il grido era rivolto rimangono impassibili. Sono funzionari di Polizia. Gli antifascisti sono qualche decina di metri più in là, nel teatro comunale di Predappio, linee semplici, razionaliste, architettura del ventennio come quasi tutti gli edifici pubblici di questo piccolo paese accoccolato sulle colline dolci della Romagna.

Quest’anno deve essere l’ultimo in cui i fascisti manifestano qui” conclude il suo comizio Emilio Ricci, il vicepresidente dell’Anpi. Centinaia di persone, pochi i giovani ma presenze da tutto il nord e il centro Italia, lo applaudono in piedi. È la prima volta che accade, il 28 ottobre, anniversario della marcia su Roma, giorno in cui Predappio vede sfilare i neri con i loro simboli di morte e di violenza, che la manifestazione antifascista assume un carattere così importante.

Non occorre chiedere perché. Tutti lo dicono: “Questa volta è diverso, questa volta siamo preoccupati“. Lo ripetono alle troupe delle tv perché oggi anche il circo mediatico è qui, nel paese dove nacque e dove è sepolto Mussolini, il figlio del fabbro che divenne il Duce e le cui frasi ragazzine appena adolescenti arrivate a rendergli omaggio accompagnate dai genitori portano stampate su felpe nere.

Quest’anno siamo preoccupati“. La debolezza culturale e politica della sinistra, e un governo che è considerato amico dei fascisti. Un governo che è in realtà una persona, sempre la stessa, Matteo Salvini.

Salvini è un fascista” sentenzia un ragazzo arrivato da Firenze “ma del resto Nardella non è molto diverso“. I suoi compagni lo interrompono, nasce una discussione sul sindaco di Firenze: “lo sai che non è vero“, “a me lui non piace“, “ma non puoi fare questo paragone“.

Da lontano, un dirigente Anpi osserva, poi si avvicina e dice: “Vedi, quanta confusione? È un problema“. Viene da Forlì, così come due trentenni, ragazzo e ragazza: “Amo le rievocazioni storiche” dice lui. Lei è più precisa: “Non so se essere più preoccupata o più schifata per quello che sta succedendo in Italia, sono cresciuta nella libertà e non voglio perdere la libertà“. “Sì, ma prevale lo schifo o la preoccupazione?“: “Oggi lo schifo, ma in prospettiva non possiamo stare tranquilli, bisogna reagire“.

Reazione. Altra parola molto usata. E dibattuta. “Questa non è la contromanifestazione – urlano dal palco – questa è la manifestazione, la sola, la manifestazione per commemorare chi è morto per la libertà“. Giù dal palco il sentimento è un altro: “Loro sono già maggioranza” dice un uomo sulla sessantina, una vita di militanza alle spalle “bisogna prendere atto e lavorare, lo vedi sull’immigrazione, lo vedi sui diritti“.

Non sono maggioranza – fa sintesi un quarantenne che si è fatto tre ore di auto dalla Toscana per essere a Predappio – ma il pericolo vero è che si sta sfaldando la cultura democratica, non è più così sentita“. Tornerà il fascismo? “Il fascismo come fenomeno storico no, ma un regime autoritario potrebbe tornare, sì, a molti piacerebbe, molti non sarebbero contrari“.

Si fa vedere Vasco Errani, l’ex presidente dell’Emilia Romagna oggi senatore di Liberi e Uguali. È il solo politico presente. I partiti. Non ci sono, a Predappio. Sono come un fantasma che non viene nominato, una mancanza, un vuoto. Intanto gli ultimi fascisti lasciano il paese. Erano attesi in quattromila, si sono presentate alcune centinaia di persone, coi loro teschi sui cappellini neri, i loro stemmi della Decima Mas, i loro ‘me ne frego’ sulle magliette nere. Un vecchio esce tutto tronfio da uno dei negozi che vendono paccottiglia del Duce, felice di sventolare una bandierina nazista con la croce uncinata. I Carabinieri osservano da lontano attenti che non ci siano contatti. Sui social gira l’immagine di una donna che indossa una felpa inneggiante ad Auschwitz.

È il clima politico che li fa sentire sicuri di sé” si spiega un uomo mentre l’altoparlante diffonde Bella Ciao nella versione inglese “così sicuri che possono esibire certe cose, a testa alta“.

Smette di piovere, esce l’arcobaleno su Predappio, dentro al teatro ci sono i canti dei Partigiani, si prepara un breve corteo verso il circolo Arci dove cuociono le tagliatelle e il ragù.

L’anno prossimo, solo la nostra maninfestazione, mai più fascisti qui“. Dovrete spiegarlo a Salvini: “Salvini dovrà ascoltarci“.

Sulla strada stretta che porta a Forlì, tutta a curve in mezzo a una natura magnifica nel primo fine settimana di autunno, i pullman dei neri incrociano le scritte lasciate sui muri: “La Romagna è antifascista“.

Manifestazione antifascista a Predappio

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    Luigi Ambrosio
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Il partito nel partito di Renzi (e la exit strategy)

Se ne parlava da tempo, è stata presentata all’edizione della Leopolda 2018, che si propone addirittura un ‘Ritorno al Futuro’ come recita il claim che rimanda direttamente al film degli anni ’80, riferimento culturale dei quarantenni, ormai quasi cinquantenni, della generazione dell’ex segretario del Pd.

E’ la nuova organizzazione renziana dentro al Partito Democratico, i ‘comitati di azione civile’.

“I comitati avranno una base territoriale e al tempo stesso tematica” dice Ivan Scalfarotto, descrivendoli.

Chiunque può aderire, non occorre essere iscritti al Pd.

“Ciascuno di voi esca da qui e coinvolga quattro persone per formare un comitato” insiste Scalfarotto dal palco della Leopolda rivolgendosi al migliaio di partecipanti.

Qualcosa di più di una semplice corrente. Una organizzazione che potrebbe essere a disposizione nel momento in cui Renzi decidesse di creare una nuova forza politica lasciando il Pd, sopratutto se il congresso lo vincesse Zingaretti. Ma di fatto i comitati, per come sono stati presentati, somigliano già oggi a un partito nel partito. Uno strumento pensato per fare politica in piena autonomia dal resto del Pd, aprendo alla partecipazione di chi al Pd non aderirebbe mai, spostandone ancora di più gli equilibri verso il centro, guardando ad esempio a quei centristi che stanno nel centrodestra e che nel rapporto con Salvini sono in difficoltà. A partire da chi sta ancora oggi in Forza Italia.

Due piani, insomma. Il piano ‘a’ prevede di rendere ancora più forte l’area centrista e liberale del Pd. Il piano ‘b’ è la exit strategy.

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    Luigi Ambrosio
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Il reddito di cittadinanza 5S? Crea povertà, non la elimina

Luigi Di Maio

Luigi Ambrosio: cosa ne pensi del reddito di cittadinanza?

Francesca Coin: anzitutto quello che mi colpisce è la narrazione ardita con cui viene presentato. Luigi di Maio con l’espressione spiritata che lo contraddistingue in questi giorni è arrivato eroicamente a dire che stanno investendo sulla felicità e il sorriso degli italiani – complimenti. In verità la proposta del reddito di cittadinanza, per come viene presentata in questi giorni, temo finisca per creare più povertà di quella che dice di voler eliminare. Il governo ha deciso di stanziare 10 miliardi (8 miliardi secondo Salvini) per garantire un sostegno di 780 euro al mese a 6,5 milioni di persone (esclusivamente di cittadinanza italiana) in base all’Isee. 
Il problema è che il governo muove da una assunzione di fondo di che cosa sia la povertà semplicemente sbagliata. Nella loro interpretazione, la povertà non è il dramma che ha colpito tutti coloro che, loro malgrado, si sono trovati a crescere o a invecchiare in un Paese che, negli ultimi vent’anni, ha perso un terzo della propria struttura produttiva, tagliato gli investimenti – il rapporto Sivmez 2015 parlava di un “crollo epocale” degli investimenti nell’industria a Sud, tre volte in più rispetto al già calo del Centro-Nord. Non è il dramma che ha colpito tutti coloro che si sono trovati ad assistere impotenti a politiche del lavoro che, nella sostanza, si fondano ancora su sgravi alle aziende e lavoro precario o gratuito – si pensi all’Alternanza Scuola lavoro. Tutte queste politiche hanno fatto sì che in Italia sia cresciuta la fascia del lavoro povero – il numero di persone che sono povere anche se svolgono due o tre lavori, banalmente perché il loro lavoro è retribuito troppo poco. Il Governo non interviene in questo; non va a sanare questa situazione. Il Governo si preoccupa di chi diventa povero perché non ha voglia di lavorare o perché spende male i propri soldi – una tipologia di povertà che forse, nell’Italia attuale, nemmeno esiste.

Luigi Ambrosio: e come interviene?

Francesca Coin: interviene in due modi, la prima è assicurarsi che i poveri lavorino in qualunque condizione, anche se si tratta di lavorare per un call center che retribuisce 33 centesimi all’ora, come è stato denunciato lo scorso anno. La logica di fondo è che la povertà non è mai conseguenza della diseguaglianza sociale. I poveri sono poveri perché sono irresponsabili. Pensiamo solo agli scritti di Defoe, di Malthus o alla più recente “cultura della povertà” che ancora domina il dibattito mainstream. In base a queste interpretazioni, la povertà non è una questione strutturale che rimanda alle diseguaglianze sociali ma è una questione morale. I poveri sono moralmente responsabili della loro condizione, il che significa che, per porre fine al problema della povertà, il governo deve controllarli. Ti propongono di lavorare a 33 centesimi all’ora? Non puoi rifiutare perché sennò ti tolgono il sussidio. Ti propongono di lavorare per 1,50 euro all’ora? Non puoi rifiutare sennò sei uno sfaticato. E’ così che nel tentativo di eliminare una tipologia di povertà che non esiste, questa politica ne crea un’altra assai più reale, la povertà da bassi salari. Inoltre, stando alle dichiarazioni di Di Maio, per poter incassare il sussidio i richiedenti dovranno prestare 8 ore di lavoro gratuito a settimana nel proprio Comune di residenza, secondo la logica del do ut des: lo stato dà qualcosa a te e tu dai qualcosa a lui. E dunque, se la povertà è conseguenza di salari troppo bassi e diseguaglianze sociali troppo elevate, il reddito di cittadinanza proposto da Di Maio che cosa fa? Ne crea ancora di più.

Luigi Ambrosio: E il secondo intervento?

Francesca Coin: Il secondo intervento è ugualmente problematico perché si propone di impedire che i poveri spendano male i propri soldi. E’ lo stesso discorso di prima, essendo la povertà sostanzialmente una colpa individuale, i poveri è bene controllarli. È bene controllare, come ha detto Di Maio, che non spendano il proprio denaro in modo immorale bensì in beni di prima necessità. Allora potranno comprare il pane ma non le sigarette, per usare gli esempi che ha fatto. La questione del monitoraggio e della tracciabilità delle transazioni crea un ulteriore problema. Stiamo sottovalutando la questione della tracciabilità. In Cina per esempio è stato recentemente introdotto un sistema Sistema di Credito Sociale piuttosto impressionante, finalizzato a classificare la reputazione di tutti i cittadini. In poche parole, questo sistema si serve dei big data per assegnare a ciascuno un credit score, un punteggio calcolato in base alla capacità di essere puntuale con i pagamenti – pagare le bollette, le rate del mutuo, le tasse nei tempi previsti. Sulla base dei dati raccolti da piattaforme digitali come Alibaba, Alipay o Wechat, il sistema calcola la capacità di ogni cittadino di pagare i propri debiti. Su questa base, attribuisce a ciascuno un punteggio che indica se la persona è affidabile o meno – in base a quello sarà ricompensata o punita. Negli ultimi mesi, questo sistema di monitoraggio di massa è stato criticato perché, come ha scritto Channel News Asia a marzo riprendendo le statistiche ufficiali, ha portato nove milioni di persone con basso reddito a non poter compare biglietti del treno o dell’aereo, come punizione, a non poter iscrivere i propri figli nelle scuole superiori, o a non poter fare colloqui di lavoro per grandi aziende, in quanto dentro della lista nera pubblica delle persone non affidabili. Human Rights Watch l’ha definito un sistema “chilling” – che fa rabbrividire – una specie di “Grande Fratello fuori controllo”. Quando parliamo di tracciabilità, ci riferiamo in potenza a forme di controllo come questa. E anche qui, il presupposto di partenza è sempre lo stesso, che bisogna controllare come le persone spendono il proprio denaro, perché la povertà dipende dalle loro condotte dissipate – non da salari troppo bassi né dalla diseguaglianza sociale.

Luigi Ambrosio: quindi il tuo parere è sostanzialmente negativo?

Francesca Coin: interamente negativo. Perché al di là del controllo di massa sui consumi che politiche come questa impongono nelle fasce più vulnerabili della popolazione, pensiamo veramente di risolvere il problema della povertà costringendo le persone a vendersi al ribasso? Pensiamo veramente di eliminare la povertà trasformando le tutele sociali in un ricatto? O forse contribuiamo a crearla, in questo modo, la povertà? Bisognerebbe rileggere la storia del sistema assistenziale inglese nell’Ottocento, perché mi sembra che stiamo andando pericolosamente nella stessa direzione. Ma forse è troppo da chiedere, in una fase come questa, in cui la politica sembra fondarsi sempre meno sulla capacità di avere una visione sociale e sempre più sulla manipolazione emotiva di massa.

Luigi Di Maio
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L’eredità politica della tentata strage di Macerata

migranti minori

L’eredità politica della tentata strage razzista di Macerata è il definitivo sdoganamento della violenza basata sull’odio di razza in Italia.

Da quel sabato mattina, era il 3 febbraio, sono accadute due cose.

La prima: un mese dopo gli spari la Lega, il partito cui lo sparatore Luca Traini apparteneva, è esplosa nel consenso a Macerata, nelle Marche, e in tutto il Paese.

Non si può stabilire con scientifica certezza che gli spari abbiano gonfiato le urne, senza dubbio però si può affermare che gli spari non le hanno sgonfiate. Un elettore su 5 a Macerata ha messo la croce sul simbolo del partito cui lo stragista apparteneva e il cui leader, Salvini, nelle ore successive alla tentata strage affermò: “Una immigrazione incontrollata e finanziata porta allo scontro”.

La seconda: le aggressioni fisiche agli stranieri sono aumentate, avvengono alla luce del sole e in più di un’occasione chi ha usato magari carabine o fucini a pallini per prendere di mira gli immigrati ha minimizzato, ha parlato del suo gesto come se si fosse trattato di una specie di gioco.

Gli italiani, abbandonata la retorica del popolo di “brava gente”, hanno iniziato a mostrare un volto feroce. La responsabilità principale è degli imprenditori dell’odio, a cominciare da Matteo Salvini, e di coloro che lo assecondano dimostrando di essere permeabili alla sua predicazione, come gli alleati di governo pentastellati.

Ma la responsabilità è di tutti noi, gli italiani. Un Tribunale ha condannato Luca Traini a 12 anni di carcere, con il riconoscimento dell’aggravante dell’odio razziale. È una sentenza che dovrebbe parlare a tutti gli italiani. Dovrebbe farli riflettere, dovrebbe farci riflettere.

L’Italia razzista è un Paese debole, è un’Italia incapace di sostenere un’idea forte di sé. È un’Italia invecchiata che si trincera dietro al razzismo, ultima difesa mentale contro il terrore di soccombere all’incedere del mondo.

migranti minori

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Quella del sindaco di Riace è disobbedienza civile

Mimmo Lucano e Aboubakar Soumahoro

Il sindaco di Riace, Domenico Lucano, non è mai stato tipo che si nasconde.

Ha sempre svolto il suo lavoro alla luce del sole e anche le intercettazioni telefoniche che sono utilizzate come elemento di accusa nei suoi confronti lo dimostrano.

Nelle conversazioni, il sindaco spiega che una donna di nazionalità nigeriana occorre che si sposi per poter ottenere i documenti necessari per il permesso di soggiorno. Altrimenti, data la sua condizione, verrebbe espulsa. Il sindaco aggiunge che in caso di matrimonio lui si sarebbe fatto carico di produrre tutti i documenti necessari consentirle di rimanere in Italia.

Secondo il procuratore di Locri, Luigi D’Alessio, il sindaco si sarebbe più volte e in modo inequivocabile adoperato per organizzare matrimoni di comodo. Con una “spigliatezza disarmante” dice il procuratore.

Stabilirà la magistratura se i reati siano effettivamente stati commessi.

A Salvini, che ha esultato per l’arresto, ha risposto Emma Bonino ricordando l’importanza di essere garantisti, sempre. “Ancora una volta una vicenda tutta da chiarire nei suoi aspetti giudiziari è trasformata in un’arma di propaganda e gettata nel tritacarne mediatico e social da un ministro della Repubblica italiana” ha scritto Bonino.

È significativo che sia stata proprio lei a esprimersi. Emma Bonino è stata tra le principali protagoniste di battaglie che si sono basate anche disobbedienza civile.

Nel caso di Riace, la disobbedienza civile è uno strumento di azione risposta politica contro comportamenti sempre più punitivi nei confronti dei migranti da parte del Governo. Questo, al netto dell’esito della vicenda giudiziaria su cui, come ricorda Bonino, occorre essere garantisti.

L’attuale governo mette nel mirino i singoli che si battono per l’accoglienza. Oggi non solo Salvini ha gioito alla notizia dell’arresto del sindaco di Riace, ma anche il Movimento 5 Stelle ha scritto sul blog ufficiale che “Riace non era un modello” e che saremmo di fronte, con l’arresto del sindaco, nientemeno che alla “fine del business dell’immigrazione”. Parole di esultanza simili erano state spese quando era stato chiuso il centro di accoglienza per migranti di Don Biancalani a Pistoia, per irregolarità amministrative.

E la stessa condanna preventiva era stata emessa nei confronti delle Ong che aiutavano i migranti a non morire nel Mediterraneo. Era l’estate del 2017 e Di Maio le definì ‘Taxi del Mediterraneo‘.

Diverse procure siciliane hanno aperto inchieste che non hanno portato ad alcun provvedimento. Ma il colpevole era già stato trovato. Di fronte all’aggressione continua, alla ricerca reiterata del capro espiatorio, la risposta di Riace è stata lo strumento politico della disobbedienza civile.

Mimmo Lucano e Aboubakar Soumahoro
Foto dal profilo Twitter di Aboubakar Soumahoro https://twitter.com/aboubakar_soum
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Conte nel mirino della Lega

Giuseppe Conte a Salisburgo

Giuseppe Conte alla fine della cena di ieri sera al vertice europeo di Salisburgo sui migranti: “Sul tavolo c’è l’ipotesi che i Paesi che non partecipano alla redistribuzione dei migranti versino un contributo finanziario. Qualche Paese ha già dato la disponibilità”.

È mezzanotte e 54.

Giuseppe Conte questa mattina: “Il contributo finanziario è una possibilità residuale. Noi vogliamo un’ampia partecipazione alla redistribuzione dei migranti“.

Cosa è accaduto nelle poche ore tra la prima dichiarazione e la seconda? È intervenuta la Lega.

Per Salvini, le porte chiuse del resto d’Europa in cambio di soldi sarebbe una sconfitta politica. E così l’iniziativa autonoma del presidente del Consiglio italiano è stata ancora una volta tarpata dal principale azionista del governo e Conte si è esibito nel dietrofront.

Tra Conte e la Lega non è un bel periodo. Prima il decreto su Genova, scritto dal Presidente del Consiglio in maniera affrettata, per riuscire a salire sul palco di piazza De Ferraris il giorno della manifestazione 30 giorni dopo il crollo del ponte Morandi con qualcosa in mano, anche se privo di contenuto reale perché, a causa del conflitto tra Lega e Movimento 5 Stelle, il commissario straordinario alla ricostruzione non è ancora stato nominato.

La Lega vorrebbe il presidente della Regione Liguria, Toti, i 5 Stelle no. A un certo punto è spuntata l’ipotesi di nominarne due, per ora però è ancora stallo. Poi c’è la questione del cosiddetto ‘reddito di cittadinanza’: ieri Conte ha incontrato i capigruppo pentastellati di Camera e Senato e ha dichiarato che il reddito “è una promessa”.

Salvini non gradisce il fatto che Palazzo Chigi si stia mettendo la giacchetta grillina, in queste settimane cruciali tra legge di bilancio e decreti sicurezza e immigrazione in arrivo lunedi prossimo. Ma queste sono faccende interne che all’Europa non interessano. In Europa, la realtà è diversa da quella che i partiti di maggioranza cercano di narrare agli italiani.

Dal vertice sull’immigrazione a Salisburgo sono arrivati due schiaffi all’Italia. Il primo, dal premier del Lussemburgo che si conferma molto attivo contro le politiche anti immigrati del nostro governo. “Se iniziamo a parlare del prezzo di un migrante è una vergogna per tutti” ha commentato Xavier Bettel, il premier del granducato. Il secondo, sul fronte opposto, dal premier della Repubblica Ceca, Andrej Babis, “L’Italia blocca il rinnovo della missione navale Sophia che, se terminasse sarebbe un errore” ha spiegato, per poi continuare: “Bisognerebbe spiegare come risolvere il problema chiave, ovvero la Libia”.

La Repubblica Ceca fa appartiene al ‘gruppo di Visegrad’, i Paesi dell’Est Europa tanto cari a Salvini per le politiche anti immigrati. Salvini sperava di ottenere la loro collaborazione. Si è presto dovuto ricredere, nonostante gli incontri solenni con Orban.

Nel frattempo, nel pomeriggio, da Conte arrivava la frenata definitiva: “I contributi volontari in cambio dei migranti non sono la priorità“.

Giuseppe Conte a Salisburgo
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M5S e Conte difendono Casalino che minaccia epurazioni

Il portavoce del presidente del Consiglio, Rocco Casalino, minaccia epurazioni al ministero dell’Economia e il Movimento 5 Stelle lo difende con una presa di posizione che appare come una rivendicazione politica.

Il M5S è in difficoltà nel rapporto con la Lega soprattutto in questi giorni in cui si definiscono i contenuti della legge di bilancio e decide di usare le tattiche più aggressive.

In un audio pubblicato da alcuni giornali, Casalino ha promesso di far fuori i funzionari del ministero dell’Economia che a suo dire starebbero impedendo di trovare le risorse per il cosiddetto ‘reddito di cittadinanza’.

È pronta una mega vendetta – dice Casalino – se non dovessero uscire i soldi dedicheremo tutto il 2019 soltanto a far fuori questi pezzi di merda del Def”.

In risposta agli attacchi piovuti su Casalino, il Movimento 5 Stelle afferma: “Quello che è stato ripetuto per l’ennesima volta ai giornalisti De Angelis e Salvatori da Rocco Casalino, e che oggi campeggia su tutti i giornali, era la linea del Movimento 5 Stelle detta e ridetta in tutte le salse. Siamo assolutamente convinti che nei ministeri c’è chi ci rema pesantemente contro“.

Casalino nell’audio continua: “Se non dovessero uscire i soldi tutto il 2019 sarà dedicato a fare fuori una marea di gente del Mef, non ce ne frega niente, ci sarà una cosa ai coltelli. Difendono il solito sistema. Non è accettabile che non si trovino 10 miliardi del cazzo”.

Altro che vittima di uno scoop.

Del resto l’audio non è una registrazione rubata ma una nota vocale inviata da Casalino a due giornalisti dell’Huffington Post.

Le minacce e le parole violente – “pezzi di merda”, “fare fuori una marea di gente”, “sarà una cosa ai coltelli” – entrano a far parte del contesto politico in cui i 5 Stelle si stanno giocando la partita della legge di bilancio, che è cruciale per loro.

Salvini ha rinsaldato l’asse con Berlusconi in un gioco delle parti che in questi giorni viene gestito abilmente dai due protagonisti. Il comunicato congiunto con cui Berlusconi, Meloni e Salvini ribadiscono la linea del centrodestra in politica economica conferisce ancora più potere contrattuale alla Lega, che vuole soprattutto risorse per allargare la platea della flat tax. I grillini perdono sempre più consensi nei confronti della Lega nei sondaggi e hanno bisogno di mettere un po’ di soldi nelle tasche di chi li ha votati per quello, in particolare al Sud. Ma sono presi tra la Lega da una parte e il ministro dell’economia Tria dall’altra.

Tria è uno dei ministri che devono garantire le relazioni politiche con l’Unione Europea, voluto dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella in quel ruolo. L’attacco ai funzionari del ministero è indirettamente un avviso a Tria -anche se formalmente viene ‘scagionato’ da Casalino- e salendo per i colli romani un messaggio al Capo dello Stato.

Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, dopo ore di silenzio si è schierato dalla parte del suo portavoce. Per Conte a essere grave è il comportamento di chi ha diffuso gli audio mentre si è rifiutato di commentare le parole di Casalino

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Se i devastatori scrivono “W Salvini”

La cosa grave, dentro alla cosa grave della devastazione della “scuola popolare” di Milano è che gli autori oltre a spaccare, buttare per aria, disegnare svastiche e insulti osceni sulle pareti, hanno scritto, sulle suddette pareti, “Viva Salvini“. Cioè, viva il Ministro dell’Interno. Cioè, viva colui che li dovrebbe fare arrestare e contribuire a fare giustizia attraverso le indagini delle forze di polizia e poi attraverso un equo processo. Invece, Salvini è visto dai devastatori come un riferimento, al punto da inneggiare al suo nome.

Un clima di impunità, alimentato dalla propaganda continua di Salvini e dei suoi sostenitori, dai silenzi degli alleati di governo, e dalla impasse delle opposizioni.

In Italia, c’è difficoltà ad analizzare cosa sta accadendo.

In Europa, il ministro lussemburghese Asselborn spende parole più nette: “Salvini usa metodi e toni fascisti degli anni ’30”

Toni e metodi sostenuti dalla macchina della propaganda salviniana che usa i social network la cui efficacia Asselborn ha sperimentato sulla propria pelle. Al vertice dei ministri Ue di Vienna ha attaccato il Salvini che definiva “nuovi schiavi” gli immigrati. Il risultato è stato un video pubblicato dallo stesso Salvini su Facebook in cui si accreditava presso i fan del segretario leghista la versione secondo cui il ministro lussemburghese sarebbe stato “asfaltato”. Un video che ha avuto una grandissima visibilità.

È Asselborn a spiegare cosa è successo: “Il video è stato fatto a mia insaputa, i collaboratori del vice premier italiano si piazzano nelle posizioni strategiche e riprendono sistematicamente tutto quello che dice Salvini“.

La verità è che Asselborn ha deciso di non tacere di fronte alle invettive di Salvini. Il ministro dell’Interno italiano, durante la riunione di ministri europei, ha accreditato la teoria della cosiddetta “sostituzione etnica” elaborata negli ambienti della destra estrema.  “Io penso di essere pagato dai miei cittadini per aiutare i nostri giovani a tornare a fare quei figli che facevano qualche anno fa e non per espiantare il meglio dei giovani africani per arrivare a rimpiazzare gli europei che per motivi economici non fanno più figli” ha detto Salvini ai colleghi europei. “Sentiamo l’esigenza di aiutare i nostri figli a fare altri figli e non ad avere nuovi schiavi per soppiantare i figli che non facciamo” ha continuato.

“Quando Salvini ha parlato di nuovi schiavi ho pensato che la misura era colma” ha spiegato Asselborn al settimanale tedesco ‘Der Spiegel’. E’ il resto del suo ragionamento che rende chiaro il clima che si respira non solo in Italia ma in tutta Europa: “tutti guardavano per terra” ha affermato Asselborn “io ho deciso invece di rispondergli”.

Tutti guardavano per terra.

In Europa, e in Italia. Dove sulle pareti di una scuola devastata compare la scritta “viva Salvini”

 

scuola popolare 2 scuola popolare

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La risposta di Genova esempio per l’Italia

manifestazione genova

Domenica, a Genova, è successa una cosa. Erano forse un migliaio, in piazza De Ferraris, alle sei di sera, autoconvocati tramite Facebook. Una manifestazione organizzata tramite un social network per mostrare che la realtà è diversa da quella veicolata dai social network. Contraddizioni dei tempi che viviamo.

Genova non solo sui social” era scritto a pennarello sulle magliette di adulti e bambini.

A volersi lasciare affascinare dalla suggestione, quella buona per l’attacco di un pezzo retorico, mille è un numero che nella città dello scoglio di Quarto ricorda qualcosa. Molti avevano pure la maglietta rossa, comprese quelle della comunità di San Benedetto al Porto fondata da Don Gallo. Evitando l’inutile retorica, i mille di domenica scorsa a Genova un messaggio all’Italia lo hanno mandato. Il messaggio che la rabbia, il dolore, la richiesta forte di verità e giustizia, si possono coniugare con la serietà, la lucidità, la fermezza.

Di chi è la colpa del crollo del ponte?
Di tanti, a diversi livelli” la risposta più frequente e più d’uno aggiungeva “è anche colpa nostra”. Nostra che non abbiamo vigilato. Nostra che negli anni abbiamo abbandonato il fare politica.

I mille autoconvocati domenica scorsa a Genova, senza bandiere né simboli di partito, con 36 gradi alle sei di sera e il sudore che non faceva in tempo a bagnare le magliette che era già evaporato, hanno rappresentato la risposta più politica che la città abbia dato al crollo del viadotto autostradale Morandi.

Dopo giorni in cui i social network davano l’immagine di una città e di una nazione dove prevaleva la rabbia violenta, la risposta è stato un grande foglio di carta srotolato a terra per decine di metri su cui adulti e bambini scrivevano coi pennarelli, elaboravano il loro lutto. Affermavano la loro forza. “Rialzarsi” il verbo più usato. “Genova rialzati mugugnando”, sintesi di uno spirito che pervade la città, oppure “i genovesi si sono alzati e si rialzeranno sempre”, siglato H.L.V.S. che significa Hasta la Victoria Siempre, una firma che dà una chiarissima connotazione politica al messaggio.

In piazza c’erano tante cose dal punto di vista politico. Dal sindaco, un indipendente di centro destra cui vengono attribuite simpatie leghiste a tanti cittadini che si definirebbero “comuni” a una sinistra diffusa accomunata dal non trovare, oggi, un punto di riferimento politico.

I disegni e le parole dei bambini, invita a guardare una donna. Un ponte spezzato unito da cuori. Una scritta: “Non è giusto”.
Due ragazzi sui trent’anni vengono da Certosa, il quartiere devastato dal ponte. Un passato in collettivi di sinistra. “Se questa manifestazione fosse stata organizzata da un partito avresti partecipato?” “No, perché chi ha perso è stata Genova, non ci sono colori ormai qua, nessuna parte politica. Tutta la polemica creata non ha senso” e ripete “chi ha perso è stata Genova”.

Non siamo stati abbastanza Stato” dice una donna che sul rotolo di carta ha scritto una poesia di Wislawa Szymborka:
finisce con le parole ‘come mi batte forte il tuo cuore’. Qui c’è il cuore della città”.
Perché dice “non siamo stati abbastanza Stato?”
Ci siamo trovati in in tragedia che non abbiamo saputo comprendere, non siamo stati abbastanza Stato perché siamo rimasti troppo nelle polemiche dei partiti, se invece fossimo stati tutti più addentro alle cose del nostro Stato, magari, non so”.

Genova non solo sui social

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Una deriva pericolosa

Giuseppe Conte, Danilo Toninelli e Luigi Di Maio a Genova

Una delle peggiori conseguenze del modo di fare politica di questo Governo è che è diventato difficilissimo, se non impossibile, ragionare a mente fredda. Usare argomenti razionali. Valutare le migliori opzioni e confrontare le idee. Prevalgono la violenza verbale, l’aggressività, il disprezzo dell’altro, unite a un approccio ideologico ai problemi. E chi critica viene bastonato mediaticamente.

Sta accadendo la stessa cosa anche nella vicenda della concessione autostradale ad ‘Autostrade per l’Italia‘. Nel merito, mantenere in essere concessioni pubbliche che fruttano miliardi di ricavi di Euro a fronte di investimenti molto bassi, appare discutibile. Ma in un Paese normale, con una classe politica di Governo – e di opposizione – normale, il tema delle concessioni autostradali sarebbe oggetto di dibattito tra i favorevoli e i contrari, valutando le convenienze economiche dell’una e dell’altra opzione.

Da noi, no.

Un fatto gravissimo come il crollo del ponte Morandi a Genova, con le decine di morti e feriti e le centinaia di sfollati (dei quali – avete notato? – nessuno o quasi parla) diventa l’occasione per l’ennesima campagna mediatica: ritiro della concessione, anzi multa milionaria, anzi ritiro della concessione e multa milionaria, e nessun indennizzo, anche se la legge lo prevede.

Ma non solo: Di Maio e soci hanno montato una campagna di aggressione contro un gruppo industriale e, ancora più grave, contro delle persone in carne e ossa, i Benetton. È stato individuato il colpevole senza aspettare processi e sentenze della magistratura. E’ stato del tutto calpestato il principio fondamentale che gli anglosassoni chiamano “rule of law” e che da noi può essere tradotto in rispetto dello Stato di Diritto.

Il Governo non solo lo ha fatto, ma lo ha rivendicato, affermando che non avrebbe aspettato le sentenze dei tribunali per individuare il colpevole e quel colpevole ha già un nome e un cognome. Questo atteggiamento, oggi, genera consenso. Siamo sicuri, anche tra molti che stanno leggendo. C’è voglia di soluzioni semplici, rapide, definitive. Chi dice che tutto questo è pericoloso è in minoranza e si espone a sua volta agli attacchi. Ma è doveroso affermarlo: tutto questo è pericoloso.

Se il Governo afferma di non essere interessato al lavoro della magistratura non tanto per revocare una concessione – non è questo il tema – ma per emettere una sentenza di colpevolezza, nessuno è più al sicuro. Se si calpesta il principio dello Stato di Diritto, della Legge come norma di tutela universale, non è al sicuro il monopolista privato che ricava miliardi come non lo è il comune cittadino che per qualsiasi motivo potrebbe essere chiamato a difendersi da una qualsivoglia accusa. Oggi pare che molti, troppi italiani questo pericolo non lo vogliano vedere, o non lo riescano a vedere. Non appaiono interessati, in nome della speranza in una presunta rinascita del Paese. “E se qualche capro espiatorio dovrà pagare, che paghi” sembra essere l’idea di molti.

I principali responsabili, sul piano politico, sono le forze che siedono a Palazzo Chigi. Ma le opposizioni hanno a loro volta una grande responsabilità. Dal 4 marzo le opposizioni di sinistra, quale che sia la definizione di sinistra che ciascuno voglia dare, sono totalmente succubi dell’agenda politica e soprattutto comunicativa di Lega e 5 Stelle. O meglio: di Matteo Salvini e Luigi Di Maio.

L’esempio di Genova è ancora una volta lampante. Una delegazione del Partito Democratico è andata a Genova. A tre giorni dai fatti, ma tant’è. C’erano il segretario Maurizio Martina, la vicepresidente Barbara Pollastrini, il coordinatore della segretaria Matteo Mauri. Sono andati alla sede del partito, dove hanno tenuto una conferenza stampa, e in Comune dal Sindaco. Poi hanno telefonato al presidente della Regione Liguria. A Sampierdarena, sotto al ponte, tra le centinaia di abitanti delle case popolari che sono stati sfollati, non ci sono andati.

Prendersela col Pd sembra perfino facile. In realtà, è un problema che riguarda tutte le opposizioni di sinistra. Prive di idee e di iniziativa, di una visione, di una strategia. E in politica il vuoto non esiste. Chi si ritira, chi abbandona al loro destino le persone che dovrebbe rappresentare, è destinato a venire sostituito da altri.

L’assenza di una seria opposizione di sinistra rappresenta un pericolo grande quanto la condotta di questo Governo.
E chi è stato il primo e fino a oggi unico politico ad affermarlo con chiarezza? Roberto Maroni. Un leghista.

Giuseppe Conte, Danilo Toninelli e Luigi Di Maio a Genova
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Le polemiche dei politici distanti dalla realtà

In un bar di Certosa, quartiere operaio che ha ancora l’orgoglio di esserlo, nel pomeriggio in cui un ponte di cemento armato di un chilometro era caduto sopra le teste delle persone del quartiere trascinando con sé decine di automobili, camion e altri mezzi, si discuteva dell’opportunità di raccogliere fondi per aiutare le vittime e le loro famiglie.

È il caso che lo facciamo?” chiede un ragazzo con i pantaloni mimetici “non sembra che vogliamo farci vedere?

Negli stessi minuti, il ministro dell’Interno twittava per dire che “in una giornata così triste, la notizia positiva” era che i migranti a bordo della nave Aquarius erano sbarcati a Malta e non arriveranno in Italia.

Due tronconi, due nastri d’asfalto sorretti da piloni dalle architetture ardite ma fragili, separati dal vuoto e dalle macerie. La fotografia di quel che resta del viadotto Morandi, a Genova, già vanto dell’ingegneria italiana del ‘900, è una metafora.

Le persone del quartiere sono solidali, nei piccoli gesti. “Ti accompagno io“, “hai sete, vuoi bere?“, “dove li mettiamo gli sfollati?“. Sono composte. Anche le parole della postina che racconta di avere visto il ponte cadere -“prima è venuta giù un’ambulanza, sembrava un incidente, poi è caduto tutto, un rumore enorme misto a quello dei tuoni e del temporale“- non hanno nessuna retorica. Dall’altra parte, invece, i politici del governo dicono cose tipo “i colpevoli pagheranno“, “voglio i nomi di chi è stato“, “devono farci sforare i vincoli europei“, “sembrerebbe che la manutenzione era stata fatta ma non può essere così“.

I social media impazziscono ma nel quartiere operaio sotto al ponte nessuno ci fa caso. In un circolo al cui ingresso campeggia una bandiera anarchica listata a lutto, tre pensionati sono seduti a fianco di un televisore acceso su una tv all news che trasmette le immagini del ponte. Nei sottopancia, le parole della polemica. L’audio è abbassato e nessuno guarda. “Cosa mangi stasera?” chiede uno al più anziano, preoccupato che si prenda cura di sé.

Le case popolari dove vivono i lavoratori del porto, quelli dell’Ilva e delle altre fabbriche convivono con il manufatto di cemento armato da 51 anni. Glielo hanno letteralmente costruito sopra. A uno degli edifici hanno dovuto tagliare via un pezzo di tetto perché il ponte altrimenti non ci stava e un pilastro si appoggia al palazzo. Adesso però il ponte è pericolante e 450 persone non potranno rientrare in casa. Chissà per quanto. “Ci ho fatto i lavori su quel tetto -dice un muratore, la maglietta piena di strappi e di polvere- ce lo hanno costruito addosso il ponte. I politici se ne fregano -si arrabbia- e ci lasciano soli, e poi ci sono questi qua” e indica alcuni immigrati che vivono nel quartiere. “Loro cosa c’entrano, mica è colpa loro se è caduto il ponte” gli risponde un ragazzo “è vero -dice il muratore- anche loro sono dei disgraziati che devono vivere. A noi però ci lasciano soli. Erano quattro anni che lavoravano là sopra, coi martelli pneumatici, cosa stavano facendo?”.

La domanda resta lì senza risposta, è il massimo della rabbia di chi era in casa e ha avuto paura di morire. “Ho sentito come un terremoto tanto era forte lo spostamento d’aria” dice un uomo che ha uno scorpione tatuato sul collo e che descrive quella nuvola grandissima di cemento che poi si è depositata a terra.

Il viadotto Marconi negli anni ’60 fu il simbolo dello sviluppo industriale di cui oggi rimangono gli imponenti serbatoi di petrolio aggrappati alla collina appena lì a fianco. Ora le macerie, cemento sbriciolato e pezzi di autostrada, sono talmente grandi che formano come degli enormi, nuovi edifici. Al centro del fiume, i resti afflosciati dei piloni. Sembrano le immagini dei ponti fatti saltare durante la guerra. Le persone guardano, scattano foto, telefonano, fanno video. “Speriamo ci sia qualcuno ancora vivo” mentre un vigile del fuoco si cala a terra sorretto da una fune trasportando una barella su cui, da lontano, si vede il bagliore d’oro delle coperte termiche.

All’ora dei Tg della sera arriva il presidente del Consiglio, in elicottero, dopo che per tutto il giorno avevano volato quelli dei soccorsi. Non c’è già più nessuno, sono tutti a casa. Sui media la polemica impazza. ‘È colpa del tuo partito che non ha messo i soldi‘. ‘No, del tuo che diceva che il ponte non sarebbe mai caduto e non voleva la nuova strada‘.

Del quartiere popolare, con quel che resta del ponte che se ne sta lì appoggiato alle case, nessuno parla.

ponte

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L’ambizione di Salvini: governare da solo

Matteo Salvini

Il leghista Giancarlo Giorgetti è stato definito l’eminenza grigia del Carroccio perché per 20 anni si è dedicato al lavoro di relazioni, stando praticamente sempre zitto. Giorgetti corrisponde alla Lega come Letta corrispondeva a Berlusconi. Improvvisamente, da alcuni giorni, compaiono sue interviste sui giornali.

Lega e Movimento 5 Stelle affrontano il vero banco di prova dell’alleanza, la legge di Bilancio. Il momento delle scelte sulle questioni davvero rilevanti, quelle dell’economia. Potrebbe iniziare la crisi del rapporto politico che fino a oggi non ha avuto momenti di tensione. Oppure, quella che è stata definita una alleanza inedita potrebbe consolidarsi.

I presupposti ideologici ci sarebbero anche, secondo l’ex consigliere strategico di Donald Trump, Steve Bannon, che oggi si dedica alla creazione di una nuova destra radicale in tutta Europa sul modello della Alt-Right statunitense che ha contribuito a portare Trump alla Casa Bianca.

Giorgetti indica un pericolo immediato, sempre quello: un possibile attacco speculativo della finanza internazionale.

Parole alla Erdogan.

Per questo invita da giorni alla moderazione, alla stesura di una finanziaria dove i partiti di governo si accontentino di rimandare al futuro senza chiedere tutto e subito.

Il turno di elezioni regionali, in autunno, sarà l’altro banco di prova per capire cosa sarà del futuro politico italiano. In Trentino Alto Agige, Basilicata e soprattutto in Abruzzo. La Lega ha annunciato che correrà da sola, spiazzando Forza Italia. E Giorgetti ha gelidamente commentato: “Al momento il centrodestra è una categoria dello spirito”. Se le regionali autunnali andassero molto bene per la Lega, il centrodestra da categoria dello spirito si trasformerebbe in un ricordo, almeno per come lo abbiamo conosciuto.

Il calcolo strategico di Salvini è quello di portare a sé i voti di Forza Italia. È lo stesso calcolo che ha fatto e continua a fare Renzi, il quale non rinuncia all’idea di trasformare definitivamente il Pd in qualcosa di diverso, oppure, se non dovesse riuscirci, a mettersi in proprio guardando al voto moderato e liberale che non ha più, in questo momento, un punto di riferimento politico.

Ma le cose, in occidente, stanno girando in un’altra maniera e l’aggressività in stile Alt-Right di Salvini sta diventando egemone rispetto agli schemi moderati di una stagione politica che si è appena conclusa ma che appare già lontanissima.

Salvini oggi ritiene di avere, nei suoi calcoli, una duplice opzione davanti a sé. La prima consiste nel rafforzare l’alleanza col Movimento 5 Stelle. La seconda, nei sogni del leader leghista, consiste nel guadagnare una supremazia tale da proiettarlo alla guida del Paese per i prossimi anni da solo o al massimo con l’appoggio di pochi vassalli. Mettendo in un angolo anche gli attuali alleati di governo pentastellati.

Matteo Salvini

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Una manifestazione, grande, di persone

Manifestazione

Cresce la domanda di una mobilitazione. È una domanda che corre sui social in queste ore, dopo le ultime aggressioni razziste. È una domanda che è anche un urlo rivolto a chi – partiti, sindacati – fino a oggi è stato timido, impacciato, incapace di una risposta forte. Una manifestazione. Di tutti. Unitaria, si sarebbe detto un tempo, con un linguaggio che probabilmente oggi è superato.

Una manifestazione che sia anche dei partiti, delle associazioni, dei sindacati. Ma che sia soprattutto delle persone. Delle cittadine e dei cittadini italiani che sono diversi da come la propaganda incessante li vorrebbe descrivere. Le persone che sanno che il nemico non sono gli immigrati ma è la diseguaglianza, è la povertà, è il lavoro che non c’è e che se c’è è precario.

Le persone che vogliono vivere nella realtà e sono disposte a combattere una battaglia per la realtà. Contro l’inganno quotidiano, le fake news, l’aggressività crescente che circola in rete e sui social network e che è la stessa di chi ha costruito il proprio successo politico evocando lo scontro tra ‘noi’ e lo straniero che ci invade.

Gli italiani sono diventati razzisti? I casi di discriminazione e quelli di violenza fisica si susseguono, nelle ultime settimane. Ma il razzismo e la violenza sono fatti politici. Non generano dal nulla, sono il risultato dell’azione politica di chi sposta il limite sempre un po’ più in là, giorno per giorno, per testare la tenuta, la reazione della collettività alle provocazioni. Ecco perché rispondere con un post, con un articolo di giornale, con un comunicato non è sufficiente.

Basterà una manifestazione? No, se sarà solo una presenza in piazza una tantum, per sventolare ciascuno la propria bandiera, strappare qualche servizio, postare molte fotografie sui social. Ma potrà essere un fatto importante se saprà essere un punto di partenza, contro la propaganda tossica centrata sull’odio, sulle bugie, sul capro espiatorio dello straniero, sul mettere sistematicamente i poveri contro i poveri.

Se sarà il momento in cui si condenserà per la prima volta una presa di coscienza che sta maturando a fatica, in ritardo, ma che comincia a intravedersi. Non sono gli immigrati che minacciano il nostro futuro, che rubano il lavoro, che portano violenza, criminalità e degrado. La risposta alle paure dei tempi che stiamo vivendo sta in più diritti per tutti, e non meno diritti per qualcuno.

Manifestazione

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Perché Salvini sembra meno aggressivo

Josefa

Nell’intervista di ieri al Corriere della Sera, il ministro dell’Interno Matteo Salvini si è dedicato a temi quali le tasse, le nomine negli enti pubblici, l’economia. Sull’immigrazione, solo un passaggio in cui ha rivendicato i risultati ottenuti in termini numerici ma nessun tono di sfida, nemmeno l’ombra della baldanza con cui fino ad alcuni giorni fa il leader della Lega ha tenuto banco.

Cosa è cambiato? Perché Salvini è meno attivo di prima sui social, meno aggressivo?

Un’ipotesi la facciamo. A frenare l’irruenza mediatica di Salvini contro i migranti, a consigliargli un profilo più basso, potrebbero essere state le fotografie della donna e del bambino annegati nel Mediterraneo. Salvini si è dimostrato, fino a oggi, il dominatore della comunicazione politica italiana. La crescita vertiginosa della Lega è dovuta quasi del tutto alla sua abilità nell’uso dei media. Salvini conosce bene la potenza di una immagine. E ha capito che quei cadaveri che galleggiano sopra ai resti di un barcone distrutto hanno suscitato un’emozione fortissima che ha abbattuto, anche se per poco, le barriere politiche, è andata oltre gli schieramenti.

Immagini così svelano la verità: nel Mediterraneo i migranti muoiono. Ed è una verità che può fare perdere consensi. Forse non è un caso che nell’intervista al Corriere Salvini si sia preoccupato di dire “meno persone partono, meno persone rischiano di morire”.

Il ministero dell’Interno aveva tentato, all’inizio, di accreditare una tesi diversa rispetto alla ricostruzione della Ong spagnola Open Arms che accusava la Guardia Costiera libica, citando un testimone che avrebbe smentito le responsabilità libiche. Ma la smoking gun, la pistola fumante del Viminale non è mai comparsa e anzi Josefa, la donna sopravvissuta al naufragio, potrebbe essere una testimone preziosa.

A proposito di Josefa: da parte di ambienti vicini alla destra è partito un tentativo di discredito. È stato cercato di far credere che la donna camerunense avesse le unghie delle mani smaltate di rosso al momento del salvataggio, un dettaglio che avrebbe dovuto dimostrare come l’intera operazione fosse una messa in scena. Morti compresi, si può facilmente dedurre.

Smentire la bugia è stato piuttosto semplice: lo smalto è stato applicato alle mani di Josefa dalle operatrici di Open Arms durante il viaggio verso la Spagna. Intanto però, ieri sera, digitando ‘Josefa’ su Google, le prime sette pagine coi risultati della ricerca erano occupate da notizie sulla bugia dello smalto.

Di cosa accaduto quella notte in mare, non si parla più. Chi cercherà di continuare a farlo è Open Arms, la Ong spagnola che sta dimostrando di avere, nei confronti del governo italiano e del suo ministro dell’Interno, una strategia di attacco. Anche questa è una novità e Salvini è stato abituato a essere sempre lui all’attacco, costringendo gli altri a difendersi e a rincorrere. Quando si ritrova nella posizione di chi deve rispondere, non è nel suo terreno preferito.

Un esempio in questo senso è l’iniziativa delle magliette rosse che ha indotto lui e diversi media a lui vicini a rispondere tentando ancora una volta la strada del discredito: i radical chic del centro, i comunisti col Rolex. Se può avere qualche presa una invettiva che attacchi gli avversari politici con stereotipi triti e tristi, più difficile è usare il registro dell’attacco aggressivo di fronte ai morti e alle sofferenze che si materializzano sugli smartphone di tutti gli italiani attraverso le fotografie.

Volete sapere com’è morire in mare? Com’è essere naufraghi? È così” hanno detto quelle immagini. Pochi giorni fa, per citare due esempi, il ministro dell’Interno sfotteva una sentenza della Corte di Cassazione scrivendo su Twitter “andate via, andate via, andate via” dopo che i giudici avevano stabilito che dire a degli immigrati “andate via” durante una aggressione comporta l’aggravante di odio razziale. Oppure teneva bloccata per giorni una nave della Guardia Costiera italiana che aveva salvato decine di persone perché voleva a tutti i costi che i migranti scendessero dalla nave in manette.

Forse, è un’altra ipotesi, Salvini avrà pensato che qualcuno potrebbe chiedere conto a lui e al presidente del Consiglio più assente della storia della Repubblica, Giuseppe Conte, delle difficoltà internazionali: il no del governo libico alla creazione di Hot Spot sul territorio del Paese africano; il no dei Paesi dell’Europa orientale, il cosiddetto ‘blocco di Visegrad’ guidato dall’Ungheria di Orban alla solidarietà chiesta dal leader leghista che pure li considera un punto di riferimento politico; la delusione per i risultati del vertice europeo sull’immigrazione.

E ieri sera il ministro degli Esteri Moavero ha ribadito che la missione militare europea di salvataggio Sophia continua, in attesa di modifiche. Intanto, i porti italiani rimangono aperti, ha detto Moavero. Qualcuno potrebbe chiedere conto di queste cose al Governo. Se ci fosse un’opposizione determinata a fare l’opposizione con la stessa tenacia che usavano Salvini e i 5 Stelle quando erano loro l’opposizione al governo di centrosinistra.

Josefa

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Il video della festa di Radio Popolare 2018

Matilde Polizzi ha realizzato questo video durante i tre giorni della festa di Radio Popolare, lo scorso mese di giugno.

Un regalo per noi, e per voi.

Vi proponiamo anche nuove immagini della festa edizione 2018

 

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Il trappolone di Salvini a Conte

Salvini ha telefonato al presidente del Consiglio, Conte. Ha chiesto che le due navi che hanno raccolto i migranti che erano sull’ultimo barcone diretto verso l’Italia, una motovedetta della Guardia di Finanza e una nave militare di Frontex, non vengano fatte sbarcare in Italia.

Coinvolgendo direttamente il presidente del Consiglio nella partita, Salvini spera di uscire dalla trappola in cui è caduto per sua stessa mano, dopo avere sostenuto una linea dura che a Trapani è stata smentita dal Governo a seguito dell’intervento del presidente della Repubblica.

La sua tattica è quella di chiedere direttamente a Conte di impedire lo sbarco dei nuovi profughi trasportati su una nave di Frontex e su una della Guardia di Finanza. Sapendo benissimo, ad esempio, che è impossibile che la motovedetta della Finanza possa andare in un porto diverso da uno italiano.

Salvini quindi si prepara a una decisione di Conte contraria alla sua volontà. Perché lo fa? Per costruirsi un formidabile alibi: “io sono per la linea dura ma gli altri no, il Quirinale e Palazzo Chigi sono contro di me”.

Se invece Conte lo seguisse, sarebbe il suo trionfo.

Trapani, i 67 sbarcati da Nave Diciotti, possono fare molto male politicamente a Salvini e per lui è preferibile creare una crisi col suo stesso governo piuttosto che accettare il dato di realtà degli sbarchi inevitabili.

Salvini fa politica avendo in mente un unico obiettivo: la campagna elettorale permanente. Gli immigrati, gli sbarchi, sono il miglior terreno su cui si gioca la sua propaganda. Lo scopo è tenere in tensione il più possibile gli alleati del Movimento 5 Stelle, che sono fin dal primo giorno succubi del suo attivismo, per sottrarre consenso e prepararsi alle future elezioni.

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    Luigi Ambrosio
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Salvini non è il padrone della Repubblica

Lo sbarco dalla nave Diciotti

Adesso la inarrestabile macchina della propaganda minimizza e punta su nuovi obiettivi.

Salvini se la prende coi 35 Euro e dice che se ne va a Mosca a guardare la finale per ‘gufare contro la Francia’. Di Maio dice che delle esagerazioni di Salvini non gliene frega niente, basta che Mattarella abbia sbloccato la situazione. Troncare e sopire. Fare finta di nulla. Spostare il problema. Ma questa volta non funziona.

Nessun ‘tweet’ ispirato (a proposito: avete letto qualcosa del ministro Toninelli, quello competente su porti e Guardia Costiera?) nessun nuovo nemico contro cui scagliarsi, nessuna narrazione manipolatoria nasconderà la verità. Che si compone di due aspetti. Il primo: il presidente del Consiglio Conte e il Governo tutto hanno fatto una colossare figuraccia, hanno dimostrato di essere incapaci di contenere Salvini e di gestire il semplice sbarco di 67 profughi che sono diventati 67 ostaggi del ministro dell’Interno. Ostaggi i profughi e ostaggio la Nave Diciotti della Guardia Costiera italiana. Alla fine, Conte e il governo si sono fatti commissariare dal Quirinale.

Il secondo e più grave aspetto: Salvini ha tentato di sostituirsi ai magistrati e alla legge. Sono gli organi investigativi e la Procura a indagare sugli eventuali reati. Sono i giudici, nel processo, a stabilire le eventuali colpevolezze. A Salvini che, giova sempre ricordarlo, è il ministro dell’Interno, comanda quindi gli apparati di Polizia, tutto questo non interessava, mentre i 67 profughi se ne stavano in rada su una nave della Guardia Costiera, ostaggi della sua ossessione. A lui interessava una cosa e una soltanto: le manette, le manette, le manette.

Salvini voleva vedere scendere da quella nave quanti più africani possibile con i ferri ai polsi. Trofei da immortalare. Immagini a cui far fare il giro del mondo, da ritwittare, da postare su Facebook, su Instagram, cui aggiungere una didascalia: io il problema dell’immigrazione lo risolvo così. Gli è andata male e ora schiuma rabbia, Salvini, non per i mancati arresti ma per la formidabile occasione propagandistica perduta.

Il presidente della Repubblica è dovuto intervenire per fare rispettare le leggi che regolano l’ordinamento democratico. Mattarella ha incarnato la Realtà e per una volta la Realtà è prevalsa sulla propaganda.
Ma nessun segnale dice che si fermeranno. Salvini se ne frega e che Salvini se ne freghi è grave e pericoloso. Che il presidente Conte e il governo e la maggioranza lo abbiano assecondato fino a ieri sera e si preparino a ricominciare ad assecondarlo da oggi, è altrettanto grave e pericoloso.

Lo sbarco dalla nave Diciotti
Foto di InterSos, scattata su Nave Diciotti durante le operazioni di sbarco
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Salvini è il capo del vecchio

Matteo Salvini

Matteo Salvini è il principale costruttore italiano della narrazione secondo cui gli stranieri, gli immigrati sarebbero un problema. Il presidente dell’Inps, Tito Boeri, dati alla mano ha spiegato che la verità è opposta a quella che Salvini tenta di rappresentare.

Oggi Boeri ha detto che il Re è nudo. Ecco perché Salvini lo vorrebbe cacciare. Boeri ha affermato una semplice verità e facendolo ha mostrato cosa sia effettivamente Salvini: il capo del vecchio. A poco più di 40 anni, Salvini è il vecchio, il vecchissimo. Culturalmente e politicamente. Ed è un favoloso paradosso che a svelarlo sia stato l’uomo delle pensioni.

Ma la realtà in questo momento storico fatica a interessare. A chi, in particolare non interessa? La realtà non interessa a chi ha tutto da perdere e nulla da guadagnare. La realtà, in questo momento storico, non interessa a chi è vecchio. Vecchio in senso psicologico e non nel senso dell’età. Vecchio nel senso di incapace ormai di produrre cose nuove: idee, cultura, valori, oggetti, fatturato, innovazione tecnologica.
Il vecchio rimane aggrappato alle proprie cose vecchie perché non è più in grado di produrne delle nuove e il suo principale nemico è il giovane che invece ha il diritto oltre che il desiderio di produrre cose nuove: idee, cultura, e tutto il resto.

Il vecchio saggio si fa da parte e favorisce il giovane. Il vecchio incattivito ostacola il giovane. Vale per gli individui e per le organizzazioni, comprese quelle politiche. L’Italia è un Paese vecchio perché lo dice l’anagrafe ma soprattutto è vecchia perché incapace di una visione, di una idea forte di sé a 20, 30 anni e più. Manca un’ipotesi di futuro intesa come idea di apertura, innovazione, crescita. Di conseguenza l’Italia si condanna a un’idea di futuro tipica della destra, ossia chiusura, conservazione, riproposizione feticistica del mito del passato e del concetto astratto di tradizione.

La battaglia dei nazionalisti – che oggi si fanno chiamare ‘sovranisti’ – in Italia, in Europa e nel Mondo è una battaglia che si gioca in buona parte sul piano del simbolico. Boeri ha spiegato, numeri alla mano, che servono immigrati giovani per garantire le pensioni italiane. È il peggior affronto che il Paese vecchio potesse sentirsi fare. Perché punta dritto al cuore della questione. I nazionalisti, le forze politiche della chiusura, oggi raccolgono grandi consensi quasi indipendentemente dagli argomenti che usano perché quello che conta è il loro messaggio subliminale: difendere il vecchio che non ha più nulla da dire dal suo incubo più grande, l’incubo del confronto con i giovani che rappresentano il futuro.

In questa chiave, la paranoia della cosiddetta ‘sostituzione etnica’ assume un significato diverso. Non è solo la razza il tema. È il vecchio che muore. Le rivoluzioni sono sempre faccenda del nuovo contro il vecchio, e alla fine il nuovo vince. La piazza del Pride è la piazza dei giovani, la piazza di Pontida è la piazza del vecchio. Gli immigrati che arrivano sono giovani anche nella carta di identità, e sono portatori di istanze nuove. È per questo che fanno paura a tanti.

Il vecchio ha vinto numerose battaglie e altre è probabile che ne vincerà. La prima che ha vinto in Europa è stata Brexit – e non è un caso che una delle linee di frattura create nella società del Regno Unito da Brexit fu la sconfitta dei giovani, che erano in maggioranza ampia favorevoli all’Unione Europea – ma alla fine il vecchio è destinato a sparire. Questo i rappresentanti del vecchio, che siano ventenni o ottantenni, lo sanno benissimo, ecco perché esprimono tanta rabbia.

Oggi Tito Boeri non si è limitato a esporre dati sul sistema pensionistico. Oggi il presidente dell’Inps ha evocato il peggior incubo della vecchia Italia: senza gli immigrati, siete già morti.

Matteo Salvini
Foto dal profilo FB di Matteo Salvini https://www.facebook.com/salviniofficial/
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L’Italia ascolti Milano

A Milano, alla giornata dei 10mila che si sono seduti a tavola al Parco Sempione in nome del multiculturalismo, si è vista la Politica, quella con la ‘P’ maiuscola.

Milano ha indicato una strada per dare la risposta alle derive reazionarie del Governo Lega 5 Stelle che le opposizioni in Parlamento, in difficoltà a riorganizzarsi e a capire cosa fare dopo la batosta storica delle elezioni politiche del 4 marzo 2018, ancora non riescono a dare.

Il primo ad assumere su di sé un ruolo politico, alla festa che celebra la società aperta e inclusiva, è stato il Sindaco di Milano: “tiriamo fuori le idee, io il ministro dell’interno lo voglio battere con le idee” ha detto Sala indicando una strada per sconfiggere le destre. “Noi possiamo” ha concluso Sala, che è la traduzione italiana dell’obamiamo “Yes we can”.

E poi Roberto Saviano: “non restate in silenzio, riprendete a parlarvi, riprendiamo spazio”. Riprendere spazio. Milano è una città europea dove le 10mila persone della tavolata multietnica rompono i confini della sinistra oggi minoritaria e parlano a tutti. Potrebbe essere così anche in Italia? “Lavoro da Milano per preparare la nuova classe dirigente del Paese” ha affermato Sala. Per ora, è un auspicio. Le opposizioni al Governo prendano spunto, e ascoltino questa città.

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    Luigi Ambrosio
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