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Governo: “Non basta più ciò che abbiamo fatto insieme fino ad ora”

Giuseppe Conte Bonafede governo

Conte ha due cose ben chiare: la prima è che con l’allentarsi della tensione per il coronavirus potrebbero rimettersi in moto le forze che vorrebbero un altro governo e che farebbero leva sulla crisi economica da affrontare con strumenti diversi dal Conte-bis. Perché la crisi economica potrebbe avere effetti devastanti, soprattutto sul lavoro, già a breve termine. Ed è questa la seconda cosa che Conte ha ben chiara: arriva un’ondata che non è la malattia, gli ospedali, i morti ma è la disoccupazione, le aziende che licenziano o che chiudono, i consumi che crollano.

Ecco perché ieri ha elencato un vero e proprio programma di governo, tutto incentrato sull’economia. Soldi, soldi, soldi. Dall’Europa, per gli investimenti nei settori strategici e per il rilancio della produzione. E una porta aperta a Confindustria, al netto della schermaglia verbale.

Ci sono gli italiani cui dare risposte e Conte ha persino chiesto scusa, per i sussidi che non stanno arrivando ai disoccupati, ai precari, agli autonomi. La rabbia cresce, per adesso è solo qualche pagliacciata in strada ma potrebbe non essere così in autunno. Bisogna blindare il governo e non sbagliare più. Fino a oggi il governo ha promesso molto e fatto molto meno. Serve altro. Lo dice pure Goffredo Bettini, potere forte dentro al Pd, grande sponsor del governo: “Non basta più ciò che abbiamo fatto insieme fino ad ora -ha scritto- ci vuole una strategia di ripresa”.

Più che una minaccia, la preoccupazione che il volto rassicurante di Conte, da solo, non funzioni più

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    Luigi Ambrosio
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La destra italiana e l’uso strumentale della Festa della Repubblica

festa della repubblica salvini selfie

La destra italiana non ha mai compiuto fino in fondo il percorso verso la piena accettazione dei valori della Repubblica nata dalla Resistenza: lo si è visto con chiarezza il giorno della Festa della Repubblica.

Mentre a Codogno il presidente Mattarella teneva un discorso importante in difesa delle Istituzioni, a Roma Lega e Fratelli d’Italia -per non parlare dei gruppuscoli fascisti mascherati dietro le insegne dei gilet arancioni- strumentalizzavano il 2 giugno per attaccare il Governo e lanciare slogan contro il Capo dello Stato.

Per tutta la durata della pandemia il Quirinale ha chiesto pubblicamente l’unità, e per tutta la durata della pandemia la destra italiana ha rifiutato di ascoltarlo. La foto di Salvini e Meloni che si scattano un selfie, il primo senza mascherina, mentre alle loro spalle i militanti tengono un corteo non autorizzato in via del Corso, senza rispettare la minima misura di contenimento del coronavirus, ammassati, urlanti, è l’immagine di un’area politica che rischia sempre di essere maggioritaria nei consensi e che il 2 giugno ancora una volta non ha celebrato la Festa della Repubblica nata dalla Resistenza, dall’antifascismo, dal referendum contro una monarchia che aveva appoggiato il fascismo, aveva firmato le leggi razziali, aveva sostenuto l’alleanza col nazismo e la guerra.

Accanto a Salvini e Meloni c’era Tajani, inerme, pure lui senza mascherina, simbolo di una Forza Italia ormai del tutto succube degli alleati radicali. In Italia una destra repubblicana e laica non è mai nata, e la destra italiana continua a rappresentare il problema della democrazia incompiuta nel nostro Paese.

foto | Facebook

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    Luigi Ambrosio
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Tutti i limiti di questo governo, prima e dopo il coronavirus

Giuseppe Conte Protezione Civile governo

“Tratteremo il coronavirus come se fosse il colera”, era il primo febbraio quando il ministro della Salute, Roberto Speranza pronunciò queste parole. A rileggerla oggi, con gli occhi del poi, in quella frase c’era già tutto. 

L’impegno del governo nella gestione dell’emergenza è stato totale. Quando il governo afferma che mai uno sforzo più grande fu compiuto, ha ragione. Oltre l’emergenza però, non si è riusciti ad andare.

Si è puntato tutto sulle misure fisiche, vecchia maniera, come ai tempi del colera. Gli italiani sono stati due mesi chiusi in casa e oggi possono uscire ma con le limitazioni che conosciamo. Le mascherine, le distanze, il contenimento della vita sociale. 

Secondo Conte, è un modello che tutto il mondo ha copiato. Sarà. 

Senza dubbio, l’Italia non ha copiato il modello di paesi come la Corea del Sud, dove è stata la tecnologia a dare i risultati maggiori. “La fase 2 sarà fondata su Test, Tracciamento, Trattamento” dissero i rappresentanti dei comitati scientifici che hanno consigliato il governo. La fase 2, a maggio, è iniziata senza nulla di tutto questo. 

La dichiarazione dello stato d’emergenza è del 31 gennaio. Da allora, lo Stato non è riuscito nemmeno a fornire a tutti gli italiani le mascherine promesse. Ce le siamo dovute procurare da soli. La famosa App immuni è sparita. I test sierologici sono affidati alle regioni e tutti vediamo cosa accade in Lombardia, ad esempio. Sul fronte delle cure a domicilio, della medicina del territorio, nulla è cambiato. 

Sono mancanze gravi cui si è cercato di porre rimedio con il richiamo alla responsabilità dei cittadini, a volte con il buon senso, a volte con il paternalismo, a volte con pasticci come la storia dei congiunti che si potevano andare a trovare.

A un governo nato per caso, figlio del delirio del Papeete di Salvini, composto da partiti così diversi, il cui collante è la paura del nemico, forse non si poteva chiedere di più. O forse sì. 

Si poteva chiedere, e si può continuare a chiedere, di comportarsi come ai tempi del colera, appunto. Quindi fare un salto e trovare nuovi equilibri. Non è stato così sul Mes, i soldi per la sanità che non riusciamo a farci dare per le divisioni tra Pd e  5 Stelle. Rischia di non essere così sui soldi del recovery fund che arriveranno visto che già si levano proposte bizzarre, tipo usarli per abbassare le tasse. 

La macchina burocratica non sta funzionando al meglio, in troppi i soldi non li hanno ancora visti e la rabbia cresce. Emergono nella crisi i limiti del sistema. Come sulla scuola. In altri Paesi è già ripresa. Da noi riprenderà a settembre, promette la ministra, ma ancora non ci sono le assunzioni e gli adeguamenti strutturali necessari. 

I ritardi italiani non sono stati superati con il Covid: lo sforzo finanziario fino a qui è stato importante. Soldi usati per tappare le falle. Per cercare di arginare l’impatto della crisi. Non basta e rischia di non servire. I soldi che arriveranno dovranno essere l’occasione per un grande piano strategico di rilancio. Magari quel green new deal enunciato e mai applicato. Perché il bonus bici va bene, ma è un’altra la scala di cui l’Italia ha bisogno. Su questo si misurerà il fallimento o il successo del governo Conte.

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    Luigi Ambrosio
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Regione Lombardia, ci fai paura

giulio gallera paura

Uno ascolta Gallera dire che per infettarsi si devono incontrare due positivi contemporaneamente e può provare molti sentimenti. I social ieri erano pieni di derisione, rabbia, indignazione.

C’è un altro sentimento che si può provare: la paura.

L’assessore che ha la responsabilità di gestire la pandemia nella regione più colpita al mondo fa passare il messaggio che infettarsi in questo momento sia difficile. Perché occorrerebbe incontrare due positivi contemporaneamente.

Si deve avere paura perché con una informazione così una persona che non sappia chi sia Gallera e che si fidi della figura istituzionale dell’assessore potrebbe abbassare la guardia, magari potrebbe rinunciare alle misure di sicurezza ogni volta che gli capitasse di incontrare una singola persona, tanto “ce ne vogliono due contemporaneamente”: lo ha detto Gallera.

Gallera quello che si fece spiegare da una giornalista televisiva che sì, la poteva fare la Regione la zona rossa nella bergamasca, poi tornò in tv a dire che sì, aveva ragione la giornalista, senza però trarne le logiche conclusioni, cioè le dimissioni. (E poi si è fatto smentire dal suo presidente, Fontana, il quale, tra parentesi, quando parla è capace solo di negare qualsiasi errore nella risposta all’infezione da coronavirus).

Questa volta, di fronte alle critiche, Gallera non solo non ha ammesso l’errore ma si è pure detto allibito. Lui. “Ho solo cercato di spiegare in maniera molto semplice quello che sta succedendo”. No, Gallera. Non hai spiegato niente. Hai dato una informazione pericolosa, e non te ne rendi nemmeno conto. Dovresti dimetterti, stavolta dovresti proprio farlo, insieme al tuo presidente. E a Roma dovrebbero comprendere il problema e fare qualcosa.

Contemporaneamente.

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La violenza contro Silvia Romano

Silvia Romano

Uno legge di Nico Basso, consigliere comunale di Asolo, provincia di Treviso, già della Lega e oggi indipendentista veneto, che scrive su Facebook “impiccatela” riferito a Silvia Romano, e potrebbe essere tentato di passare oltre con una alzata di spalle: “Ma chi se ne frega del consigliere venetista di Asolo, provincia di Treviso!”.

Ma gli insulti, le aggressioni verbali a Silvia Romano sono tante, sui social. Troppe. E il pericolo è considerato reale.

Le auto delle forze di Polizia tengono d’occhio casa sua a Milano. L’antiterrorismo ha aperto una inchiesta con l’ipotesi di minacce aggravate.

C’è qualcosa di già visto, in questa vicenda: la guerra di parole violente che si scatena ogni volta che una donna viene rapita in circostanze simili e poi liberata. Da “quanto ci è costato”, a “poteva aiutare le persone qui”, da “quanto ci odia” a “quanto è amica dei nostri nemici”. Pensieri che sottendono una concezione proprietaria della donna. E quando il controllo e il possesso vengono messi in discussione, si scatena la rabbia.

Questa volta poi, Silvia Romano ha compiuto un gesto che è troppo, per i tanti italiani che pensano con quegli schemi mentali: si è presentata sorridente, vestita con gli abiti del nemico, annunciando di avere abbracciato la religione del nemico.

A chi urla “Europa cristiana mai musulmana”, a chi fa politica brandendo il crocefisso si potrebbe far notare che la manipolazione della fede ai fini del potere politico è esattamente quello che fanno i gruppi della Jihad nonché lo scopo perseguito da tutti i fanatismi religiosi nel mondo.

Certo, in Italia non c’è la guerra. Non c’è la violenza in nome della religione. Non scorre il sangue. E noi ci sentiamo così sicuri dietro le nostre tastiere. Scriviamo quello che vogliamo, al limite cancelliamo. Eppure basterebbe volgere lo sguardo appena un po’ più a est di Asolo, Treviso. Giusto oltre i confini nazionali. E ricordare quanto sia costata in termini di distruzione e morte l’ultima guerra combattuta in Europa in nome della religione e dell’etno-nazionalismo. E quanto poco tempo sia passato. E quanto vicino a noi sia accaduto. E quanto uguali a noi fossero chi quella guerra l’ha combattuta e chi ne ha pagato il prezzo.

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    Luigi Ambrosio
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Navigli, le paure, le persone e i teleobiettivi

Beppe Sala Navigli

Con il teleobiettivo che hai in mano, se volessi potresti far sembrare che c’è un sacco di gente dove in realtà ce n’è poca?

Certo, con la giusta inquadratura” risponde il fotografo. Un collega che ascolta non gradisce la domanda: “ma non dire puttanate“.

Milano, Darsena, il giorno dopo le fotografie incriminate a cui il sindaco Sala ha reagito con la minaccia: “C’è da incazzarsi, se succede ancora chiudo i navigli e i bar da asporto, è un ultimatum“.

I fotografi sono tutti lì, a cercare immagini. Forse immagini che dicano quanta gente ci sia davvero in giro, o forse in realtà solo belle immagini che raccontino una giornata di sole in un fine settimana di maggio in cui le persone escono a passeggiare, dopo essere state chiuse in casa due mesi. Compare un gruppo di ragazze in pantaloncini corti e rollerblade e tutti gli obiettivi sono per loro.

I fotografi si difendono: “la colpa non è nostra” incalza quello che si era risentito per la domanda “ma dei giornali che su una foto poi ci fanno i titoli e le campagne“.

I Navigli sono militarizzati. Mezzi della Polizia, dei Carabinieri e soprattutto della Polizia Locale fanno avanti e indietro di continuo. Gli agenti guardano tutto ma non intervengono mai, tranne quando un ragazzo si avvicina ai fotografi e ad alta voce spiega che quelle foto non sono state gradite. Arrivano due poliziotti in moto, uno suona il clacson, la cosa finisce lì.

Tutti quei lampeggianti perché Sala al mattino lo aveva detto: oggi mando i vigili.
Sì, ma com’è il vostro lavoro?
È come raccogliere il brodo con un cucchiaino” dice una vigilessa appena arrivata per iniziare il turno.

Il punto è: quale sarebbe il brodo da raccogliere? Le persone in giro sono tante. In Darsena, sui Navigli, nel parchetto vicino. Adulti, giovani, genitori con i bambini piccoli, tante bici, qualche cane. La mascherina ce l’hanno tutti, tranne chi si avventa a correre sul pavé. Assembramenti non se ne vedono. Le coppie camminano vicine, gli altri tengono una distanza di sicurezza misurata a buon senso.

La sola differenza con ieri è tutta questa Polizia che ieri non c’era” afferma un commerciante.
E l’ultimatum di Sala?
Se il sindaco non vuole le persone deve chiudere” dice un uomo che afferma di vivere lì, sul Naviglio Grande. “Le persone escono perché possono” insiste.
Ma ieri c’erano più persone?”
No, ieri era uguale a oggi“.

Uguale a oggi. Anche il ragazzo del bar che vende aperitivi da asporto lo dice. Stessa gente.
Ma gli affari?
Ieri quaranta cockail da asporto, oggi fino a questo momento otto“.
In un venerdi normale quanti ne fai?
Quattrocento

Forse il cockatil non è l’unità di misura più corretta. Allo storico negozio di fumetti, però, hanno numeri simili. Dieci volte meno di una giornata normale, le vendite.

Tanti, tra coloro che potrebbero tenere aperto, sono chiusi. La libreria che il primo giorno dopo la quarantena aveva riaperto ha le saracinesche giù. I bar che fanno l’asporto non sono molti.

Nessuno si azzarda a bere seduto sui muretti, la sorveglianza è continua.
Se non sono i vigili, sono le telecamere delle tv che sono tutte lì.

Le strade che prima erano il simbolo del divertimento ora sono il simbolo della paura. Non è dichiarata, nessuno dice di avere paura, tutti dicono di essere lì per passeggiare e prendere aria. Ma c’è. C’è nel modi di guardarsi l’un l’altro, c’è negli obiettivi che scrutano alla ricerca dello scoop, c’è nel “la mascherina” che sale come un rimprovero, anonimo, quando un ciclista se la abbassa un momento. C’è nei lampeggianti blu che fanno avanti e indietro e c’è quando a un certo punto uno di quei lampeggianti è quello di un’ambulanza che si ferma a lungo davanti a un portone.

Arriva il sindaco. Si scatta una foto dove c’è solo lui assieme a un vigile. Finisce sui suoi social. “Navigli, ora meglio. Grazie” la didascalia.

Il sole scende e scalda il colore dei lucchetti degli innamorati sul ponte dedicato ad Alda Merini, la poetessa che viveva qui, in un’epoca in cui era tutto diverso.

Foto dal profilo Instagram del sindaco di Milano Beppe Sala

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    Luigi Ambrosio
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Nessuna sanatoria per i migranti

sanatoria migranti

Sulla pelle delle persone. Quelle che chiamiamo immigrati o, in modo politicamente corretto, migranti. L’ennesimo scontro politico interno alla maggioranza di governo si è giocato sulla loro pelle. Non ci sarà alcuna sanatoria, alcuna regolarizzazione. Nemmeno a tempo.

Ci sarà solo un permesso di soggiorno limitato alla durata del contratto. È come se fosse stato detto a quelle persone che non esistono come cittadini. Esistono solo come braccia per l’agricoltura. Letteralmente.

Cosa è successo: la Ministra dell’Agricoltura Bellanova, di Italia Viva, aveva chiesto una regolarizzazione per sei mesi per gli stranieri che lavorano nei campi. Preoccupata della stagione della raccolta che rischia di andare in malora. Supportata in questo dalle aziende del settore.
Il Movimento 5 Stelle, dentro cui prevale su questi temi una solida cultura di destra, ha detto subito no, inorridito alla sola idea di firmare una cosa che somigli a una sanatoria.

Dal PD si erano levate voci favorevoli a una regolarizzazione, il ministro Provenzano l’aveva chiesta anche per colf e badanti. Alla fine, il compromesso dei permessi a tempo, anche per chi fa lavori domestici.

Ma al di là degli aspetti tecnici, questa storia lancia per l’ennesima volta un messaggio terribile: gli stranieri esistono come forza lavoro. Non esistono come persone.

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    Luigi Ambrosio
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Fase 2, il compromesso del governo

Giuseppe Conte 2020 fase 2

A un certo punto, quando ha spiegato che nella “fase 2” i funerali si potranno fare ma con pochi partecipanti e invece le messe saranno ancora sospese, Conte ha detto che il confronto con i consiglieri scientifici del governo è stato duro: “Il comitato tecnico scientifico non ha nascosto la propria rigidità” ha spiegato il presidente del Consiglio.

E’ il passaggio della conferenza stampa che tradisce la modalità con cui si è arrivati a definire il nuovo decreto. Un confronto teso non solo tra il governo e gli esperti ma anche tra componenti della maggioranza. Appena terminata la conferenza stampa, non a caso, i renziani sono partiti all’attacco: “Speravamo meglio, c’è stata eccessiva timidezza”.

Alla fine, per quanto riguarda il lavoro, è venuto fuori un testo somiglia molto a un compromesso tra i fautori della linea dura che temono di dare di nuovo via libera al virus e i fautori della ripresa che pensano si stia affossando del tutto l’economia: dal 4 maggio riapriranno le filiere della manifattura e delle costruzioni. Il commercio al dettaglio ripartirà il 18 maggio. Bar, ristoranti e cura alla persona riapriranno il primo giugno.

Il terrore di Conte e dei ministri che spingono per il rigore, da Boccia a Speranza, è che i tecnici abbiano ragione, che allentare la presa adesso consentirebbe alla curva dei contagi di tornare a schizzare. Le persone ricomincerebbero ad ammalarsi e a morire, e loro verrebbero travolti politicamente. Ecco perché il governo sta mettendo a punto, dice Conte, un meccanismo che consenta di fare marcia indietro se i contagi torneranno a salire.

Ed ecco perché le maglie sono rimaste strette laddove è più facile agire, senza interessi economici da tenere in considerazione, ossia per quanto riguarda la vita privata.

Più che “fase 2”, dal 4 maggio per tutti noi scatteranno due settimane di prova in cui si potrà fare qualcosa di più ma non molto. Fare sport ma da soli, tornare nei parchi ma a distanza (e i sindaci li potranno chiudere di nuovo se non ci si comporterà bene). E si dovrà giustificare sempre il motivo per cui si è per strada. Si potrà dire che si è in giro per fare attività motoria, cosa consentita, ma si dovrà in ogni caso avere l’autocertificazione. Si potranno andare a trovare i parenti ma -in teoria- solo loro e solo all’interno della regione di residenza e mantenendo le distanze anche in casa, e anche in casa niente feste e assembramenti.

La scommessa di Conte è che gli italiani continuino ad avere pazienza e a fidarsi della sua ostentata prudenza accompagnata da una corposa dose di retorica – “se ami l’Italia mantieni le distanze”; “sarà una intensa stagione di riforme per cambiare tutte le cose che non vanno” – e del suo tono paternalistico quando quando li invita a “scacciare via” i cattivi sentimenti.

La scommessa di Conte per la “fase 2” passa attraverso l’assunzione della responsabilità di scelte che cercano di accontentare tutti rischiando in realtà di non accontentare nessuno.

In diretta da Palazzo Chigi

Gepostet von Giuseppe Conte am Sonntag, 26. April 2020

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La giornata particolare di Milano

Milano Deserta - Foto di Claudia Reali

Forse quest’anno, alla faccia del coronavirus, le persone che hanno cantato Bella Ciao a Milano sono state perfino più che gli altri anni. Se la piazza è interdetta, Milano si è riempita di persone ai balconi. Anche le altre città lo hanno fatto. Ma Milano lo ha fatto in maniera speciale. Lo ha fatto il sindaco, Sala, dal balcone del Comune da cui si vede il monumento a Manzoni. Sala alle prese con la canzone del 25 Aprile è stato al tempo stesso un esempio, e uno nella moltitudine.

E dai quartieri del centro, fino alla periferia si è capito, se mai ce ne fosse bisogno, che le migliaia di tricolori esposti alle finestre sono in larghissima parte tricolori antifascisti. Il tricolore e il rosso delle camicie dei musicisti della Scala che in videochat hanno suonato Bella Ciao, ciascuno a casa propria; il rosso dei flashmob improvvisati che gruppi di cittadini sono riusciti a organizzare, in fila ordinata di fronte a un supermercato; o il rosso della mascherina del bassista Saturnino che accompagnava il sindaco a Palazzo Marino.

Sfidando i divieti, a Milano si è visto anche qualche giro delle lapidi dei Partigiani.
Forse questo 25 Aprile diverso, questa giornata particolare di Milano, sarà ricordato come uno dei più forti dal punto di vista emotivo. Le persone unite a distanza, sui balconi.

Quei saluti, alla fine, da un lato all’altro della strada, quei “ci rivediamo presto” sono lo spirito laico di Milano. Che si prepara alla riapertura con mille incognite, con i numeri che non smettono di preoccupare. E sono stati un gesto, come Bella Ciao, profondamente politico.

Foto di Claudia Reali

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    Luigi Ambrosio
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Salvini urla per coprire il disastro della Lombardia

Zona Rossa - Giulio Gallera

Il disastro della Lombardia è il disastro del modello politico, culturale, ideologico del centrodestra e della Lega. La Lombardia ha 10 milioni di abitanti e il 12% dei morti da coronavirus del Mondo, stando ai numeri ufficiali.

Il professor Galli, dell’ospedale Sacco, ha messo qualche giorno fa la parola fine: “C’è stato un clamoroso fallimento della medicina territoriale”.

Ma è il clamoroso fallimento della narrazione delle superiori capacità e dei superiori mezzi. La Lega ha nella Lombardia il nucleo del potere e il senso stesso della sua esistenza. E il cuore di questo potere è nelle province più colpite, tra Bergamo e Brescia.

La realtà del dolore e delle file di morti questa volta dovrebbe sovrastare qualsiasi narrazione e propaganda e dovrebbe spazzare via il potere politico fino a oggi egemone.

Salvini ne è consapevole e sta correndo ai ripari. Costruendo una realtà alternativa. “Ma se avessimo aspettato lo Stato altro che strage…“. La sua macchina della propaganda online si è ravvivata, dopo un periodo di appannamento torna ad essere aggressiva.

Al tempo stesso Salvini agisce a Roma e a Milano. A Roma, chiede il dibattito in Parlamento sul Mes per cercare di mettere in difficoltà la maggioranza. A Milano, manda avanti Fontana, il presidente della Regione, trasformandolo nel capofila della voglia di riapertura, dopo settimane in cui Fontana aveva vestito i panni dello sceriffo.

Salvini fiuta. Fiuta che le persone non ne possono più di stare rinchiuse in casa e non ne possono più perché è ormai chiaro che se si rischia che la blindatura duri chissà quanto non è più solo causa del virus, ma in misura crescente è colpa di una classe dirigente inadeguata, incapace di predisporre le necessarie misure di sicurezza per tornare a vivere.

La Lega usa i suoi metodi per scaricare altrove le colpe. Ora che è il suo modello ad avere fallito, dovrebbe essere un tentativo inutile. Se non fosse che gli avversari non sembra abbiano la forza politica di approfittarne. Lo Stato mostra a sua volta molte, troppe inefficienze. La maggioranza di governo litiga su quasi tutto. In Lombardia le opposizioni sono tiepide. Salvini ringrazia.

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    Luigi Ambrosio
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Conte in una mossa neutralizza Salvini e Meloni e tiene il punto in Europa

Giuseppe Conte 10 aprile 2020

In un colpo solo, Giuseppe Conte ha colpito e affondato Salvini e Meloni e ha tenuto il punto nei confronti di Germania e Olanda sugli Eurobond.

Una mossa che ha colto un po’ di sorpresa gli alleati del PD, molto più timidi e disposti al compromesso in Europa ma non – dicono fonti informate – il Presidente della Repubblica. Mattarella non gli ha detto “vai e colpisci” ma non gli ha nemmeno chiesto di fermarsi.

Del resto, sulla linea da tenere esiste una sintonia tra Quirinale a Palazzo Chigi. Mattarella ha parlato quattro volte alla Nazione e ogni volta ha chiesto, inascoltato, concordia e unità politiche. E in un’occasione è stato esplicito sull’Europa: non possono voltarci le spalle.

Conte ha dato corpo al pensiero di tanti: Germania, Olanda e Paesi del Nord non stanno dicendo no alla condivisione dei debiti causati dalla crisi del coronavirus perché noi saremmo un paese indisciplinato, questa è solo la cornice ideologica, stanno dicendo no per pura convenienza economica e a queste condizioni, nel pieno della crisi peggiore dalla seconda guerra mondiale, è il senso stesso di Unione Europea a essere in discussione.

Il Presidente del Consiglio Conte è abile a interpretare questo pensiero diffuso, trasversale, e avere rimesso al loro posto Salvini e Meloni fa parte della sua strategia: impedire ai sovranisti di intestarsi la battaglia italiana in Europa e condurla in prima persona in nome della giustizia e non in nome dello sciovinismo nazionalista.

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    Luigi Ambrosio
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I soldi per mangiare

Conferenza stampa Conte Gualtieri

Soldi per mangiare.

La cautela e tutto il linguaggio inevitabilmente burocratico della politica non nascondono la sostanza di quanto detto ieri sera: alle persone stanno iniziando a mancare i soldi per mangiare e fare la spesa, e il Governo lo sa.

È la conferma che la situazione si sta facendo difficile soprattutto in alcune delle aree più povere del Paese. E che i tempi per un ritorno alla vita normale non saranno brevi. E che bisogna agire molto velocemente.

Prima che parlassero Conte e il Ministro dell’Economia, una fonte della maggioranza diceva a Radio Popolare “dobbiamo fare in fretta, entro i primi di aprile, perché se non arriviamo noi arrivano altri“.

C’è chi ha perso il lavoro, chi era precario, ci sono intere aree del Paese che vivono di economia sommersa. Senza tutele, le uniche reti rischiano di essere quella della criminalità.
E l’altro rischio è che l’angoscia e la paura si trasformino in rabbia e possano iniziare a farsi vedere, non più come episodi sporadici ma come qualcosa di più consistente. Perché c’è anche chi sta soffiando sul fuoco, chi aspetta di vedere cosa succede, chi sogna “rivolte nazionali” e lo scrive.

Nemmeno oggi la destra rinuncia alla polemica contro il Governo, nonostante quattro appelli all’unità da parte del Capo dello Stato in quattro settimane.
4 miliardi adesso ai Comuni, altri 6 per l’estensione del reddito di cittadinanza a breve anche se non lo si vuole chiamare così, anche per i precari e per chi non lavora regolarmente. Son dieci miliardi che si aggiungono a quelli già stanziati. E a quelli che dovranno arrivare.

L’Unione Europea dovrebbe dimostrare in questa circostanza di essere una potenza. Rischia purtroppo di essere un ostacolo. Anche questo va assolutamente evitato, perché c’è anzitutto una crisi devastante da affrontare. E perché se l’Europa fallisse si aprirebbe una grande opportunità per tutti quelli che puntano alle rivolte. Da noi e nel resto del continente.

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    Luigi Ambrosio
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Nuovo appello di Mattarella all’unità, ma la guerra politica continua anche con la pandemia

appello sergio mattarella

Per la seconda volta in meno di due settimane il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella lancia un appello agli italiani. Un appello in realtà rivolto prima di tutto alla classe politica.

Prima c’era stato il videomessaggio all’ora dei telegiornali, il 5 marzo. Una modalità drammatizzante che anticipava le misure eccezionali che sarebbero state prese da lì a pochi giorni.

Ora il comunicato del Quirinale nel giorno dell’anniversario dell’unità d’Italia. Occasione perfetta dal punto di vista retorico. Ma la questione è tutt’altro che retorica.

La classe politica ha retto 24 ore, dopo il discorso alla Nazione del 5 marzo. Il tempo di sciorinare il coro di apprezzamenti di rito e poi quello che è successo lo abbiamo visto tutti: il conflitto permanente tra la Regione Lombardia e il Governo. Il Veneto che tenta di andare per la sua strada. Le opposizioni all’attacco ogni volta che possono. Renzi che cerca di demolire Conte con la stampa estera. Berlusconi che finanzia di tasca propria il progetto di Fontana e Bertolaso per un ospedale provvisorio a Milano, su cui si innesta il conflitto con Roma.

Anche di fronte a una pandemia che mette il Paese in condizioni estreme troppi protagonisti della politica non rinunciano alla guerra, fregandosene dell’appello di Mattarella.

Da un lato il tiro sul governo per cercare di farlo cadere approfittando della crisi. Dall’altro il potere enorme che genera la sanità. Il modello privatistico della Lombardia sta rischiando di non reggere. Decenni di tagli alla spesa pubblica e spazi crescenti ai privati producono gli effetti che vediamo. La posta in gioco è troppo grande.

Foto | Quirinale

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    Luigi Ambrosio
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L’ambiguità – voluta? – su cosa si può fare e cosa non si può fare

COVID-19 - Cosa si può fare

– Cosa si può fare? Uscire a passeggiare? Il decreto non lo vieta espressamente ma noi lo sconsigliamo fortemente
– E quindi?
– E quindi devi avere l’autocertificazione e se ti ferma una pattuglia può rimandarti a casa

Dialogo con una fonte del Ministero dell’Interno molto qualificata, giovedì pomeriggio.

Il decreto e le successive modifiche e le circolari interpretative mantengono una ambiguità, anche a giorni dall’entrata in vigore, su cosa si può fare e cosa non si può fare. È un problema, perché molti italiani in perfetta buona fede interpretano quello che leggono come riescono. È un problema perché anche le forze di polizia interpretano. I denunciati sono più di 2mila, fino a questo momento. Molti avevano tenuto aperto attività che devono stare chiuse, altri camminavano per strada senza rientrare nella fattispecie dell’andare a fare la spesa, a lavorare, o per motivi di necessità.

Ed è un problema perché i politici fanno dichiarazioni che non aiutano a fare chiarezza una volta per tutte su cosa si può fare e cosa non si può fare. Il margine di ambiguità rimane e sembra proprio una scelta.

Un esponente della maggioranza spiega: “È la prima volta nella storia contemporanea che un Paese democratico dell’occidente limita così tanto le libertà individuali, avremmo dovuto obbligare espressamente le persone a stare a casa ma farlo sarebbe stato troppo difficile per una democrazia“.

E quindi, come se ne esce? L’impressione è che si stia tentando di uscirne all’italiana. Non ve lo mettiamo nero su bianco che uscire è vietato al di fuori della stretta necessità ma ve lo facciamo capire, ogni giorno e ogni ora con più decisione. Le denunce piovono. La vite gira.

Foto dalla pagina ufficiale del Dipartimento di Protezione Civile su Facebook

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    Luigi Ambrosio
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Italia chiusa. O quasi

italia chiusa giuseppe conte

Italia chiusa. O quasi. Da giovedì è tutta Italia e non solo la Lombardia che si sveglia con le saracinesche dei negozi abbassate, a parte gli esercizi considerati essenziali, e con i reparti aziendali non indispensabili alla produzione chiusi.

Una mossa radicale del governo, anche se non mancano le critiche di chi pensa che la lista delle eccezioni sia troppo lunga e avrebbe voluto un giro di vite ancora maggiore.

Una mossa radicale decisa per tre ragioni.

La prima, per evitare il balletto che abbiamo visto nel fine settimana: prima una zona rossa solo in alcune aree del Nord e poi, 24 ore dopo, l’estensione del decreto a tutto il Paese. Una scelta che aveva dato l’idea di un governo diviso, indeciso e quindi, in ultima istanza, debole. Cosa che non ci si può assolutamente permettere in questa fase. Quindi, si decida quello che si deve decidere una volta per tutte, è stato il ragionamento.

La seconda, per mettere a tacere il presidente della Lombardia Fontana e il suo partito, la Lega, che per due giorni hanno speculato politicamente sulla serrata. Non che mancassero le ragioni nel chiedere di chiudere il più possibile. Ma la Lega ha cercato di mettere Conte in difficoltà, coi proclami televisivi al posto di una richiesta formale: “Vai avanti tu che a me vien da ridere”. La risposta è stata un decreto che riguarda tutta Italia con cui Conte spera di spiazzare la Lega.

E poi c’è la terza ragione, che rimane la più importante, al di là dei limiti della politica: l’allarme dei medici e degli scienziati per il propagarsi dell’infezione. Non a caso il nuovo commissario Arcuri avrà ampi poteri in materia di produzione e distribuzione delle attrezzature sanitarie che fin qui sono state carenti. Addirittura “potrà impiantare nuovi stabilimenti”. Si deve correre, oppure il sistema sanitario non reggerà l’urto. Anche perché servirà tempo per vedere gli effetti delle restrizioni. Non meno di due settimane, ha detto Conte, ripetendo l’esortazione agli italiani a non uscire di casa se non è strettamente necessario. Appena finito il suo discorso, in diverse città si sono viste le code davanti ai tabaccai, per comprare le sigarette

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    Luigi Ambrosio
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Il nord bloccato. Come si è arrivati alla quasi zona rossa

nord bloccato - Giuseppe Conte

Una conferenza stampa alle due e mezza del mattino, con una sola giornalista rimasta a fare le domande. Il nord Italia bloccato. Giuseppe Conte scende nella sala stampa di Palazzo Chigi e per prima cosa se la prende con chi ha fatto circolare il testo del decreto: “Questa pubblicazione ha creato incertezza, insicurezza, confusione e non lo possiamo accettare” ha attaccato.

Quello che è accaduto nelle ore precedenti dice però che il problema stava nel conflitto con gli enti locali. Il decreto sarebbe dovuto entrare in vigore alla mezzanotte dell’8 marzo ma, nel frattempo, le Regioni interessate avevano protestato e chiesto chiarimenti e modifiche.

Il Presidente dell’Emilia Romagna, Stefano Bonaccini, scriveva: “Ho chiesto alcune ore per addivenire a soluzioni più coerenti e condivise”. Il Presidente della Lombardia, Attilio Fontana, parlava di testo pasticciato. Amministratori leghisti e del PD e tutto è avvenuto in pubblico e non per una fuga di notizie.

Da qui il posticipo per arrivare, dopo ore di trattative, alla conferenza stampa di Conte che dava una interpretazione nel segno del rigore ulteriore, dopo che il testo circolato era stato criticato perché ambiguo. È un “vincolo a evitare gli spostamenti in entrata e in uscita dai territori nonché all’interno dei medesimi” salvo “comprovate” esigenze di lavoro o motivi di salute o “situazioni di necessità”, chiariva Conte.

Un giro di vite interpretativo cui se ne accompagnano altri, nel testo finale firmato alle 3.22 e in vigore da oggi, rispetto alla bozza già circolata per quanto riguarda la zona quasi rossa. Due esempi: ci sono i rapporti di lavoro. Oltre allo Smart working, si raccomanda di far fare ai dipendenti ferie e congedi. Ci sono i bar e i ristoranti chiusi dalle 18 alle 6 e aperti nelle altre ore solo se si tengono le persone a distanza. Giri di vite arrivati al termine di un confronto teso con gli enti locali. La ragione primaria della firma nella notte, al di là delle polemiche sulla fuga di notizie.

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La lotta politica ai tempi del coronavirus

La lotta politica ai tempi del coronavirus

La lotta politica ai tempi del coronavirus. Il conflitto con le Marche è solo l’ultimo in ordine di tempo. E potrebbero essercene ancora.

Il governo ieri sera ha impugnato il provvedimento di chiusura delle scuole deciso dal suo presidente, Ceriscioli. E mentre lo faceva, il presidente della Sicilia Musumeci decideva a sua volta di chiudere le scuole di Palermo e attaccava Roma: “I controlli su chi arriva in Sicilia non sono adeguati“.

Questo al culmine di una giornata in cui si era consumato il conflitto tra Governo e Lombardia, con la Lega all’attacco di Conte che aveva criticato l’ospedale di Codogno da cui è partita l’epidemia.
I politici, dopo i primi giorni di apparente compattezza, sono tornati a fare i politici.

Nelle Marche si vota tra poco, il presidente uscente vorrebbe ricandidarsi, le persone chiedono misure forti contro il coronavirus. In Lombardia la sanità è una enorme fonte di potere, il modello non deve essere messo in discussione. Nel paese della campagna elettorale permanente dire come fa Musumeci, “io avrei schierato i Carabinieri“, porta consenso, calcolano i politici.

Il risultato sono la confusione e la delegittimazione del governo che del resto ieri ha cambiato rotta sulla comunicazione pubblica con raccomandazioni ad abbassare i toni perché la preoccupazione è anche la ricaduta economica del virus. Ma fino a poche ore prima Conte si diceva pronto a “misure draconiane attraverso il braccio armato della Protezione Civile” e la contraddizione stride.

Per fronteggiare la malattia, e per evitare troppi danni all’economia, serve una politica compatta e coesa, nel messaggio e nell’azione, diversamente da quello che si sta vedendo.

Foto dalla pagina Facebook del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte

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Coronavirus: Mattarella e la buona retorica

Mattarella visita la scuola D.Manin

C’è una retorica che è una buona retorica. La fotografia di questa mattina del Presidente della Repubblica.
Sergio Mattarella è in piedi. Al suo fianco una maestra elementare. Davanti a loro un gruppo di bambine e bambini. Alcuni di loro sono di origine straniera. Un bambino nero. Una bambina e un bambino dai tratti asiatici.

Oggi il Capo dello Stato è andato in visita in una scuola elementare di Roma intitolata a Daniele Manin, eroe del Risorgimento, simbolo del patriottismo, e le bambine e i bambini lo hanno accolto cantando l’inno di Mameli, nelle mani i tricolori e i brani della Costituzione scritti sui fogli da disegno. Molti di quei bambini sono di origine straniera, sopratutto cinese.

Mattarella è andato nella scuola elementare di Roma per dare un messaggio, per mettere un argine al rischio che monti il razzismo nei confronti dei cittadini di origine cinese. Quella fotografia, però, dice di più. Dice che il popolo italiano oggi ha quei volti – oggi, non domani – e che non ha alcun senso fare distinzioni rispetto alle origini geografiche o ai tratti somatici.

Quelle bambine e quei bambini salutano entusiasti. Mattarella e la maestra sorridono. L’Italia è questa. Nonostante i tentativi di resistenza dei razzisti che non si rassegnano. È retorica, sì. Una retorica utile e necessaria. Una buona retorica.

Foto | Quirinale

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Fase 2 del governo. Obiettivo PD: smorzare le divisioni

Nicola Zingaretti PD

Tutto quello che potrebbe creare tensioni, non è nel “Piano per l’Italia”. Stiamo parlando del documento che il PD sta finendo di limare prima di renderlo pubblico e che contiene le proposte del Partito Democratico per la cosiddetta ‘fase 2’ del governo.

Scorrendolo, quello che pesa di più è quello che manca. Non c’è nulla sulla giustizia, nonostante sia un tema di dibattito scottante o forse proprio per questo. Non c’è nulla sull’immigrazione: della promessa fatta da Zingaretti a novembre – lo Ius Soli – non c’è traccia. Eppure, prima delle elezioni regionali, il PD diceva: ne parleremo dopo il voto. Il voto è passato. Ma i problemi nella maggioranza restano. Per dire: non c’è traccia nemmeno di accordi con la Libia e decreti sicurezza. Non se ne parla.

E allora c’è un elenco di belle cose da fare, per la scuola, le diseguaglianze, la green economy, la burocrazia, la salute. Cose anche interessanti, tipo la parità di salario o un concorso per 10mila nuovi ricercatori o meno tasse per i redditi bassi e medi o l’assunzione di 500mila figure qualificate nella pubblica amministrazione o quella di 100mila tra medici e infermieri e le cure dentarie gratuite. Cose di cui si discute da anni e decenni, tipo il contrasto all’evasione fiscale o la digitalizzazione della pubblica amministrazione o un piano contro il dissesto idrogeologico o investimenti nelle periferie e aree interne.

Tutte cose che difficilmente gli alleati di governo potrebbero rifiutarsi di sottoscrivere (poi, tempi e modi della loro applicazione concreta sono un altro discorso). Tutto ciò che è divisivo, come si dice in gergo, è fuori dal piano. Obiettivo, 2023.

Foto dalla pagina ufficiale di Nicola Zingaretti su Facebook

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Salvini non sfonda in Emilia-Romagna, ma non basta

Stefano Bonaccini PD

Per il centrosinistra si è trattato di una vittoria che sa di resistenza. E il luogo dover fermare Salvini non avrebbe potuto essere più significativo: l’Emilia-Romagna.

Se avesse vinto in Emilia-Romagna, la Lega non avrebbe solo preso il potere in una regione. Avrebbe espugnato la terra più profondamente legata alla pratica politica e all’immaginario della sinistra che esista in Italia.

Nell’immediato, nonostante le rassicurazioni continue dei dirigenti, la tenuta della maggioranza di governo sarebbe stata a rischio. E soprattutto sarebbe stato un colpo da cui il Pd, e la sinistra, avrebbero faticato a riprendersi quantomeno a breve termine.

In Emilia-Romagna sarebbe stata insomma una vittoria strategica di Salvini per arrivare a conquistare l’Italia. Non è accaduto. Ora la dinamica potrebbe invertirsi? Il governo del tutto sereno non può stare, deve prestare attenzione alla crisi profonda del Movimento 5 Stelle e ai rischi di collasso finale del Movimento.
Salvini da parte sua è costretto a non fermarsi mai. A vincere sempre. La sua macchina della propaganda non prevede sconfitte e di questo il centrosinistra può approfittare.

Ma per farlo, deve agire.

Le sardine, con il loro contributo alla vittoria in Emilia-Romagna, una indicazione l’hanno data: valori, unità, vita reale delle persone.

L’azione deve arrivare soprattutto dal Partito Democratico. Con una agenda di governo corrispondente alle promesse degli ultimi mesi, tutte rimandate a dopo il voto. Tutti nel Pd e nel centrosinistra riconoscono la necessità di una scossa. Il problema, però, è cosa fare. Perché non per tutti, nel Pd e fuori dal Pd, la direzione è la stessa.

Foto dalla pagina Facebook di Stefano Bonaccini

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Cosa è in gioco in Emilia-Romagna

La sede della Regione Emilia-Romagna a Bologna

Immaginiamo un libro di storia che sarà scritto tra qualche anno. Il voto per le regionali del 2020 in Emilia-Romagna potrebbe essere interpretato come uno spartiacque. Non per il destino del governo Conte bis ma perché, dovesse vincere la destra salviniana, si tratterebbe della fine di uno dei più importanti motori del riformismo italiano del dopoguerra. Di una fine materiale e soprattutto di una fine simbolica. L’eclissi del modello emiliano.

Quel modello che Nanni Moretti richiama nel suo discorso a Hide Park nel film Aprile, quando tiene un comizio per denunciare il berlusconismo e indicare l’alternativa. L’alternativa è l’Emilia-Romagna:
Per noi italiani di sinistra il modello deve essere l’Emilia-Romagna! La regione in cui ci sono i migliori asili del mondo! I migliori servizi sociali! I migliori ospedali!” arringa Moretti. “Faccia leggere, faccia conoscere, faccia circolare!” dice a degli incuriositi cittadini inglesi cui consegna le sue lettere.

Da lunedì, quel modello potrebbe essere stravolto dal salvinismo.

La posta in gioco è questa, e viene prima delle sorti del governo, rispetto a cui il presidente Conte e il segretario del Pd Zingaretti, nelle ultime ore di campagna elettorale, si sono preoccupati di creare un cordone di sicurezza: “in gioco non c’è il governo” hanno affermato entrambi.

La storia che per la sinistra rappresenta l’Emilia-Romagna ha ancora un significato? Si dice che il voto in Emilia-Romagna si divida tra aree metropolitane, più favorevoli al centrosinistra, e aree rurali che voteranno in maggioranza a destra.

Il fatto che i dimenticati sperino nella destra rimane un nodo politico in tutta Europa. È stato così nei lander tedeschi dell’est dove imperversa la destra estrema della Afd. È stato così nelle ex aree industriali delle Midlands inglesi che dopo essere state per decenni un feudo del Labour Party hanno votato Brexit e Boris Johnson. E ora la storia si ripete in Emilia-Romagna. Una storia che è sempre la stessa. La marginalità. Sull’appennino, nei lander dell’est, nelle midlands, vincere per la sinistra significa tornare a offrire un orizzonte, una proiezione futura a chi vive la marginalità. Quella economica, quella sociale e quella psicologica

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    Luigi Ambrosio
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M5S: Di Maio lascia spaccando tutto

Luigi Di Maio M5S

Come devastare un movimento politico: dimettersi dalla sua guida, sapendo che non c’è un sostituto. Dimettersi lanciando accuse gravissime a chi resta, tipo “qui è pieno di traditori”, senza però fare nomi o circostanze. Dimettersi lasciando intendere che il Movimento è preda di una guerra per bande che lo condiziona e domina.

Se l’amministratore di una società quotata avesse descritto la sua azienda come Luigi Di Maio ha fatto del Movimento 5 Stelle, il titolo sarebbe crollato in borsa.

Quale credibilità resta al Movimento 5 Stelle, da oggi?

Alla guida adesso c’è il reggente Vito Crimi. Assolutamente inadatto.

A disputarsi la vera successione, chi c’è? Sarebbe necessario conoscere in maniera esplicita le dinamiche interne alla forza politica che esprime il primo gruppo parlamentare italiano e che è cardine del Governo.

Invece, il Movimento 5 Stelle fa della assoluta opacità, mascherata da trasparenza, la sua cifra.

Di Maio se ne va davvero o si prepara a tornare alla carica, a marzo, ai cosiddetti ‘Stati Generali’, magari assieme a una squadra di fedelissimi? Di Battista è nemico di Di Maio o tra i due è solo, come probabile, un gioco delle parti? Conte, su cui punta il Pd per un minimo di stabilità del governo, ha davvero delle carte da giocare? E soprattutto, chi comanda davvero nel Movimento 5 Stelle? Casaleggio che interessi esprime in questo momento? E come intende perseguirli?

Sarebbe necessario che Davide Casaleggio parlasse chiaramente, dicesse agli italiani dove vuole andare. Perché non è una questione che riguarda solo casa sua.

Il terrore dei deputati che sanno che non saranno rieletti non può continuare a essere il maggiore collante che tiene in vita il Governo e la legislatura.

Il primo partito in Parlamento, la forza di governo numericamente più importante, a questo punto ha il dovere di dire quali prospettive si dà. È una questione che riguarda tutti.

Foto dalla pagina Facebook di Luigi Di Maio

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A 20 anni dalla morte di Craxi di cosa dobbiamo discutere?

Craxi al 41º Congresso socialista di Torino del 1978.

C’è un passaggio cruciale, nel film Hammamet che racconta gli ultimi giorni di Craxi. L’ex leader socialista detta alla figlia un discorso in cui denuncia come il concetto di ‘popolo’ sia stato ormai sostituito con quello di ‘gente’.

Le sale dove si proietta il film sono piene. Il Partito Democratico discute di Craxi al suo interno in vista del congresso. A Milano il Sindaco di centrosinistra Sala invita il Consiglio Comunale a tenere un dibattito sulla sua figura. E nella Milano che fu la città del Partito Socialista, la sera in cui Claudio Martelli ha presentato il suo libro su Craxi le sedie non bastavano e le persone erano in piedi ad affollare il salone della libreria.

Perché?

La vicenda giudiziaria di Craxi è chiusa. Craxi fu condannato due volte con sentenza passata in giudicato.

Ma a 20 anni dalla sua morte, a 30 dalla caduta del muro di Berlino, a 28 da tangentopoli, ci sono questioni storiche che, indipendentemente da Craxi, non sono chiuse.

Una, la più importante, è la questione di cosa fosse la politica in quegli anni e di cosa sia diventata dopo. La politica nel dopoguerra era intesa come il principale strumento di trasformazione della società. La politica era fondamentale nella vita delle persone. Lo scontro ideologico su quale direzione dovesse assumere il cambiamento era terribile ma l’orizzonte era la trasformazione della società. Con la cosiddetta ‘seconda Repubblica’ la politica è diventata in prevalenza amministrazione. Gestione dell’esistente. In Italia più che in altri paesi.

Un’altra questione, correlata alla prima, riguarda il modo di fare politica. La forma-partito novecentesca venne smantellata. Si teorizzarono il partito personale; il leaderismo carismatico (di cui Craxi fu un iniziatore); il ‘partito leggero’. Il populismo che dilagò e che dilaga tutt’oggi ne è una diretta conseguenza.

E poi c’è una questione politica che riguarda il mondo della sinistra. Negli anni ’80 la lotta tra il Pci e il Psi fu durissima. Dopo la fine del ‘compromesso storico’ il Psi assunse centralità nella scena politica relegando il Pci ai margini. La polemica anticomunista di Craxi era radicale. Nel frattempo, il Pci cercava a fatica una alternativa a quella che Berlinguer all’inizio del decennio definì la ‘fine della spinta propulsiva della rivoluzione d’ottobre’.

La conclusione della guerra fredda e ‘mani pulite’ terremotarono il sistema. Il Psi scomparve e i suoi elettori si buttarono in gran parte a destra, con Berlusconi. Gli eredi del Pci si illusero che avrebbero potuto occupare tutto il campo lasciato libero e finirono per fare politiche neo liberali, dopo avere accusato il Psi di essersi spostato a destra nel decennio precedente.

Forse, l’interesse per quel periodo cui assistiamo oggi – le persone che affollano le sale dei cinema e delle librerie – dice che gli uni e gli altri lo fecero senza una necessaria e sufficiente elaborazione.

Forse, questo interesse dice di un rimosso che ritorna. Il rimosso non è Craxi. Il rimosso è il vuoto che è rimasto al posto del ‘900

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    Luigi Ambrosio
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Dibattito su Craxi. Sala: ricomporre la frattura a sinistra col mondo socialista

Il sindaco di Milano Beppe Sala

Milano è stata la città simbolo del Psi e alla presentazione del libro di Claudio Martelli su Craxi la sala era strapiena, decine le persone in piedi. Molto attese le parole del sindaco di Milano, Beppe Sala, soprattutto per le polemiche attorno al dibattito su Craxi e l’ipotesi di intitolazione di una via allo storico segretario del PSI.

Beppe Sala ha risposto affermando che la questione di Craxi merita un dibattito in Consiglio Comunale. E in questa intervista a Radio Popolare si spinge oltre, affermando la necessità di una elaborazione e comprensione di quegli anni per ricomporre una frattura mai sanata. E parla della sua visione del PD e della politica italiana, partendo dalle cose da fare.

Al di là del dibattito su Craxi e sulla strada eventualmente da dedicargli a Milano, a suo parere c’è ancora una frattura da ricomporre con la Prima Repubblica? É necessario farla? E in cosa consiste questa frattura?

Io sono solo sommamente interessato ai destini della sinistra. Mi sono permesso, credo in maniera molto garbata e tranquilla, quando Nicola Zingaretti la settimana scorsa ha parlato di un’ipotesi di apertura e di cambiamento della pelle e di un nuovo mondo a sinistra, di chiedergli “ma tu stai parlando del PD o stai parlando della sinistra”? E non è una domanda capziosa, perché io credo che l’unica possibilità di vedere una sinistra vincente deve essere la possibilità che, anche attraverso una rivalutazione e comprensione di certi momenti, si vada al di là di una serie di barriere che ci siamo un po’ posti noi.

Parliamo di riassorbire quel mondo che era socialista e che poi si è disperso in una diaspora?

Però non riassorbirlo per contare dal 22% al 24%. Riassorbire se riteniamo che alcune idee portanti di quel mondo abbiano senso ancora oggi. D’altro canto è una riflessione che si sta facendo nel mondo, è quello di cui stanno parlando i democratici americani.

Ma secondo lei bisogna farla questa cosa?

Io penso che si debba fare.

Parte del dibattito pre-congressuale del Partito Democratico verte sulla figura di Craxi. Non è un po’ anacronistico? Molti dicono “preoccupatevi delle cose concrete, siete al governo e state realizzando poco

Bisogna preoccuparsi dell’uno e dell’altro. Noi diciamo che il populismo salviniano è qualcosa che porterà il Paese allo schianto, al contempo i cittadini vedono in quella proposta degli elementi di chiarezza. Quali sono gli elementi di chiarezza della proposta a sinistra? Se non riusciamo neanche ad essere d’accordo su quei tre o quattro elementi fondamentali che costituiranno la nostra bandiera, come si può ritrovare il consenso? Io non sono tanto da dibattiti infiniti, mi sento una persona che cerca di dare il giusto tempo al dibattito, per poi prendere una decisione e lanciare l’azione. Oggi però noto che non si prendono decisioni neanche sugli elementi fondamentali.

Se dipendesse da lei, da dove partirebbe?

Senza enfatizzare il metodo Milano, credo che la nostra proposta basata sulla crescita e sullo sviluppo e sulla solidarietà debba trovare senso anche nell’intero Paese. Noi non parliamo abbastanza di come si fa a crescere. Purtroppo il debito pubblico non si cancellerà mai e senza la crescita non c’è alcuna possibilità di fare politiche sociali. Credo che tutto vada messo lì. Io cancellerei il reddito di cittadinanza, anche se le ragioni per averlo introdotto ci sono. Cancellerei Quota 100 e gli 80 euro e metterei quelle risorse, che sono una ventina di miliardi, in politiche di sviluppo, nelle infrastrutture e nel lavoro. De Bortoli ha parlato recentemente di ‘credito di cittadinanza’ ed è qualcosa di abbastanza affascinante. Piuttosto che darti 800 euro in attesa che troverai un lavoro, te ne do di più come credito nel momento in cui dimostri che sei già parte attiva di un processo di crescita. È chiaro che nessuno di noi ha la bacchetta magica, però purtroppo non si può che stare concentrati sull’azione, la riflessione va fatta.

Lei propone un dibattito in Consiglio Comunale a Milano sulla figura di Craxi e su quegli anni, un dibattito propedeutico a una eventuale intitolazione di una Via cittadina a Craxi. Auguri, ci vorrà l’elmetto.

Forse sì, però vivendo il Consiglio Comunale spesso gli stessi consiglieri si lamentano, e hanno in parte ragione, che il ruolo del Consiglio è svilito. Ora, perché non dare al Consiglio Comunale la possibilità di un confronto anche alto su questioni del genere?

Foto dal profilo ufficiale di Beppe Sala su Facebook

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PD, adesso devi passare dalle parole ai fatti!

Nicola Zingaretti PD

Zingaretti aveva già fatto promesse a Bologna, due mesi fa, promesse poi non mantenute.
O meglio: cose di cui non si è più saputo nulla, come lo Ius Soli. Inghiottite nella quotidiana difficile convivenza di governo e nella quotidiana paura di Salvini e delle elezioni.

Ora dall’abbazia spunta un’agenda, la parità di salario, la rivoluzione verde, l’educazione la sanità, la lotta alla burocrazia. E la promessa di Graziano Delrio, fatta in una intervista, di mettere mano ai cosiddetti decreti sicurezza.

Belle parole. Belle cose. Da fare, però. Il tempo delle bandierine agitate e non tradotte in legge, per il governo e soprattutto per il Pd, è finito. Certo non sarà facile perché il Movimento 5 Stelle e il Pd sono alleati e sono al tempo stesso concorrenti. Per non parlare di Renzi che va per la sua strada. Basti vedere come la maggioranza sta procedendo sul cuneo fiscale.

La partita che gioca Zingaretti è molto complicata ma fino a oggi al PD è mancato il coraggio.

Cambiare il nome al partito, dire che lo si vuole aprire, di per sé non significa niente. La paura e la minaccia che “altrimenti torna Salvini”, nemmeno. La sola cosa che serve, per recuperare consenso, sono le cose concrete. Molto più utili del dibattito su quanto si debba stare vicini ai 5 Stelle o di quello su Craxi, dibattito che tanto piace alla minoranza che si raduna attorno a Giorgio Gori.

Le abbazie vanno benissimo. Passarci qualche giorno può essere fonte di ispirazione. Ora però il Pd deve dimostrare di esserne uscito con il coraggio necessario per fare di tutto per imporla, la propria agenda.

Foto dalla pagina ufficiale di Nicola Zingaretti su Facebook

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Zingaretti e il nuovo partito. Sì, ma nuovo come?

Nicola Zingaretti PD

Chi si aspettava l’effetto ‘Bolognina’ è rimasto deluso. Zingaretti si è presentato sul palco della Società Umanitaria di Milano quando nelle edicole erano ancora calde le copie del giornale che riportava una intervista in cui il segretario del Partito Democratico diceva tra virgolette: “Vinciamo in Emilia-Romagna, e poi cambio tutto: sciolgo il Pd e lancio il nuovo partito…

E invece la formula con cui Zingaretti precisa le sue parole è un classico del linguaggio della politica tradizionale: “Non penso a un nuovo partito, ma a un partito nuovo“. Che tradotto significa: il Pd rimane il Pd, casomai proviamo a cambiare l’organizzazione e a fare entrare soggetti e forze che oggi sono fuori dal partito.

Per dire, a Milano Zingaretti non ha nemmeno accennato alla data del congresso, appuntamento che, nel caso di un progetto di trasformazione ambizioso, rappresenterebbe il passaggio finale. E il segretario non ha esposto idee concrete per dare forma al cambiamento evocato. Le formule alla moda in questo periodo non sono mancate: green new deal, industria 4.0, rivoluzione digitale.

Oltre però non è andato.

Anche su quali dovrebbero essere i soggetti a cui aprire il partito, maglie molto larghe. Con una operazione “alla sardina”, Zingaretti ha descritto il perimetro del ‘partito nuovo’ contrapponendolo alla cultura “delle destre”: “Noi costruiamo una proposta contro l’odio delle destre. Proteggere le persone significa dare loro una prospettiva migliore“.

Messa così, potrebbero sentirsi chiamati pezzi di mondo che stanno a sinistra del Pd, pezzi di mondo delle sardine stesse, e anche pezzi di mondo che stanno a destra del Pd, “magari pescando tra chi potrebbe cominciare a essere deluso da progetti come quello di Renzi che non stanno decollando” ragionava alla fine del discorso un senatore accorso a Milano per l’occasione.

Un Pd ‘maggioritario’ quindi, che sogna di tornare a essere ‘egemonico’ nel campo vasto del centrosinistra ma senza addentrarsi nei programmi e nelle proposte. È la sintesi dell’operazione che sta tentando il segretario del Pd. Del resto, la parola chiave l’ha pronunciata quasi subito: unità.

Zingaretti deve tenere insieme un partito dove, anche dopo la scissione di Renzi, convivono culture diverse, da chi guarda a sinistra a chi, come Gori, è più vicino al campo liberale e già dopo la sconfitta alle regionali in Umbria premeva per una resa dei conti interna. Per ora rinviata. Ma la scadenza del 26 gennaio, con le elezioni in Emilia-Romagna e in Calabria, si avvicina.

Dopo le elezioni, il progetto” annuncia Zingaretti. Dopo le elezioni, non è solo nel Pd che si dovranno vedere le carte. E’ anche nel Governo che si dovranno fare i conti. Se il Pd soffre il Movimento 5 Stelle non ride, le tensioni attorno al ruolo di Di Maio ne sono la prova.

Dal 27 gennaio le prudenze pre-elettorali non saranno più il pretesto per rinviare discussioni, confronti e anche scontri sulla linea politica da tenere a Palazzo Chigi. E difatti la cosa più concreta che ha detto Zingaretti dal palco di Milano è l’annuncio di un seminario tra tutti i dirigenti del Pd, dai ministri ai responsabili del partito, da tenersi lunedi e martedi prossimi, “per una agenda di Governo“.

Che è come dire, cerchiamo di arrivare preparati al 27.

Foto dalla pagina ufficiale di Nicola Zingaretti su Facebook

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Sul caso Paragone potrebbe cadere il governo

Il senatore Gianluigi Paragone

Perché stiamo a parlare del caso Paragone? Perché potrebbe cadere il Governo. Non domani. Ma nemmeno tra chissà quanto.

Gianluigi Paragone è l’incubo di Di Maio. Il ‘capo politico’ del Movimento 5 Stelle aveva tentato negli ultimi tempi di coinvolgerlo nelle decisioni, più che altro però per tentare di contenerlo e di controllarlo.

Paragone è l’incubo politico di Di Maio perché per idee e curriculum è la figura di collegamento tra il Movimento e la Lega. L’emblema della nostalgia di molti grillini per il governo con Salvini.

Paragone è l’incubo politico di Di Maio perché è tanto più bravo di lui a giocare la parte del “populista antisistema”, incarnando il ‘grillismo originario’. Non a caso, Alessandro Di Battista, uomo-simbolo del Movimento “dei duri e puri” si è subito schierato con l’ex direttore de La Padania (sì, per chi non lo sapesse, o se lo fosse dimenticato, Paragone fu direttore del quotidiano della Lega): “È più grillino di tanti altri”. Se si assume quel punto di vista, è difficile dargli torto.

In un video pubblicato sui social, Paragone si descrive come “un Savonarola” e definisce i dirigenti del Movimento che lo hanno espulso “il nulla” (divagazione: si tratta di una citazione che scalda i cuori di destra. “Il nulla” è l’entità malvagia contro cui lottano gli eroi de “La storia infinita”, punto di riferimento culturale della destra italiana contemporanea). E poi attacca Di Maio senza nominarlo, elencandone i tradimenti, a cominciare dal caso autostrade.

Sale sulle ferite, dito nella piaga, scegliete la metafora che vi piace di più.
Paragone (che da parte sua ha fatto di tutto per farsi espellere, votando contro le indicazioni del gruppo diverse volte aula al Senato. Altri, per molto meno, erano stati mandati via) sottolinea la grande contraddizione del Movimento 5 Stelle: essersi alleato con il Pd, il partito-sistema, il partito nato per governare, l’antitesi del Movimento, il simbolo di tutto quello che i grillini hanno sempre affermato di voler combattere.

L’alleanza con la Lega, che Paragone incarna, era molto meno contro natura. E Di Battista e tutti quelli come lui stavano molto meglio con Salvini. Del resto pure Di Maio ci stava molto bene e avrebbe voluto che il governo gialloverde non morisse e l’estate del Papeete l’ha vissuta malissimo.

Sono tanti i grillini che non sopportano l’attuale alleanza. Alcuni per idealismo. Altri perché la loro carriera politica si avvicina al capolinea, con il Movimento in caduta verticale nei sondaggi, o magari con il doppio mandato già esaurito. I Di Battista, i Paragone rappresentano quelli che potrebbero sganciare il Movimento dal governo giallorosso per riportarlo dove stava prima.

Una forza centrifuga che potrebbe portare a un collasso, e non a caso dall’altra parte si assiste al tentativo dell’ex ministro Fioramonti di costituire in fretta e furia un soggetto parlamentare che si prepari ad accogliere tutti quelli che invece l’attuale governo vorrebbero continuare a sostenerlo facendo una scommessa diversa: quella secondo cui se il governo Conte bis dovesse durare e produrre buoni risultati, il Movimento delle origini, quello populista, quello “antisistema” non avrebbe più molto da dire, e si assisterebbe alla trasformazione del Movimento in qualcosa di molto più simile a una forza politica tradizionale.

Dinamiche che impattano sui numeri al Senato, dove la maggioranza si regge su una decina di voti di margine.

Foto dalla pagina Facebook del senatore Gianluigi Paragone

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    Luigi Ambrosio
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Il discorso di Mattarella: la scossa che non arriva

Il Presidente Sergio Mattarella durante il discorso di fine anno

Non ci si attendeva certo una scossa dal discorso alla Nazione del Presidente della Repubblica, un evocare azioni politiche forti per uscire dallo stallo in cui l’Italia giace come rassegnata, con poche eccezioni. Eppure, le parole di Sergio Mattarella sono state estremamente prudenti. Forse troppo.

Parole di buon senso che, sia chiaro, avercene in questo periodo storico in cui una destra radicale, anche se relegata all’opposizione, mostra la sua aggressività e raccoglie ampi consensi tra gli italiani.

Parole di buon senso che narrano di un’Italia solidale, inclusiva, laboriosa. Dove i giovani sono protagonisti, dove si è attenti ai deboli. Dove si ha speranza per il futuro.

Parole che sarebbero valide sempre, in ogni stagione. I problemi urgenti però sono rimasti fuori dal Quirinale e dalle case degli italiani. Le grandi e crescenti diseguaglianze sociali. La crisi economica da cui l’Italia non è mai uscita a differenza di tutti gli altri Paesi occidentali. Una società bloccata, che invecchia.

Una realtà da cui i giovani continuano a fuggire andando all’estero e dove non si fanno più figli, come ha certificato ancora una volta l’Istat solo due giorni prima del discorso di fine anno.

Fatta salva l’emergenza climatica, la politica è la grande esclusa dal discorso del Capo dello Stato. Esclusi il Governo, il Parlamento, ai partiti. Eppure, nell’anno che ci lasciamo alle spalle, di cose ne sono accadute.

La segretaria di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni ha lodato le parole di Mattarella definendole “di alto profilo” e questa è una cartina di tornasole di come Mattarella si sia tenuto volutamente alla larga dal conflitto (silenzio invece della numero uno della formazione di destra sul pestaggio di un parlamentare di sinistra, Arturo Scotto, picchiato da un manipolo di fascisti in piazza San Marco, a Venezia, allo scoccare della mezzanotte. Loro urlavano slogan contro Anna Frank, lui aveva cercato di zittirli. Le botte, la fuga nel classico stile fascista).

Concordia tra tutti, speranza per il futuro, buoni sentimenti. Conflitto a zero. Forse non ci si sarebbe potuti aspettare di più da un Presidente che, nel solco della sua cultura, gioca il ruolo di chi cerca di attenuare il più possibile le mai sopite tensioni che attraversano il Paese, nemmeno dopo il fatto politico principale del 2019, la caduta repentina e inaspettata del governo egemonizzato dalla Lega, e la nascita del governo Conte bis.

Le conseguenze importanti di questo fatto politico sono rimaste fuori dal discorso di fine anno del Presidente della Repubblica. Il Conte bis tiene insieme una maggioranza che sta dando l’impressione di esistere solo per evitare le elezioni e al tempo stesso arrivare ad eleggere proprio il successore di Mattarella nel 2022 e forse la chiave per comprendere il senso del discorso di Mattarella sta qui: fino a oggi, la scossa di cui avrebbe bisogno l’Italia non l’ha data chi ha la primaria responsabilità di darla, il nuovo Governo nato ai primi di settembre, dopo l’estate del Papeete.

Eppure, per tornare ad avere quella speranza per il futuro evocata da Mattarella, le risposte ai problemi del Paese sono necessarie e urgenti. Altrimenti non solo i giovani continueranno a emigrare, non solo non si faranno più figli, non solo le diseguaglianze continueranno ad aumentare mentre l’economia resterà al palo. Ma la destra radicale che si cerca di esorcizzare continuerà ad avere successo.

Foto | Quirinale

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    Luigi Ambrosio
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“Divisivo” is the new fascismo

Pietre d'inciampo a Bratislava

A Schio, in provincia di Vicenza, la giunta comunale ha detto no alla posa di 14 pietre d’inciampo dedicate a 14 concittadini che furono deportati, e morirono, nei campi di sterminio nazisti durante la seconda guerra mondiale. La proposta era stata avanzata dal Partito Democratico.

Motivazione del rifiuto: “È una iniziativa divisiva”. La maggioranza di destra in consiglio comunale aveva obiettato che la posa delle pietre d’inciampo avrebbe portato nuovo “odio e divisioni a Schio”. Quindi niente pietre d’inciampo.

Il caso di Schio è emblematico dell’uso politico della memoria da parte di una destra che in Italia è venata di nostalgie per il fascismo e di spirito di rivalsa e di vendetta, e di disprezzo, nei confronti dell’antifascismo. Non è il solo caso. Nelle ultime ore a Roma sono state imbrattate le targhe di due vie dedicate a deportati.

Nei giorni scorsi due comuni avevano detto no alla cittadinanza onoraria a Liliana Segre: Biella e Sesto San Giovanni. Il sindaco di Biella poi, travolto dalla popolarità di Ezio Greggio, il quale aveva rifiutato il riconoscimento che gli era stato proposto in luogo di Liliana Segre, ha cambiato idea e ha deciso di conferire la cittadinanza onoraria alla donna sopravvissuta al campo di sterminio di Auschwitz, diventata oggetto di attacchi e minacce e costretta alla scorta.

A Sesto San Giovanni, che da icona della sinistra comunista si è trasformata ormai nel laboratorio politico della destra radicale italiana, invece tengono il punto.

Da Schio a Roma a Sesto San Giovanni la destra radicale manipola la memoria, e tenta una operazione in fondo banale ma che rischia di essere efficace, in assenza di risposte adeguate: la trasformazione della memoria della Resistenza, dell’antifascismo, delle deportazioni, delle vittime del nazifascismo da patrimonio comune a valore di una sola, minoritaria parte.

E la parola d’ordine, in tutti i casi, è “divisivo”. Se sei antifascista, sei “divisivo” perché il fascismo ha pari dignità con l’antifascismo, non può essere discriminato. Semplice, nella sua brutalità. Semplice e pericoloso.

Foto di Christian Michelides

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    Luigi Ambrosio
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Cosa insegna la risposta di Ezio Greggio alla provocazione leghista di Biella?

Ezio Greggio

Il sindaco leghista di Biella, Claudio Corradino, alla fine ha chiesto scusa, anche se ha voluto comunque ribadire che altri hanno voluto speculare sulla sua scellerata decisione di non dare la cittadinanza onoraria a Liliana Segre, unica superstite della sua famiglia deportata nel campo di sterminio nazista di Auschwitz, e di proporla invece a Ezio Greggio, il popolare comico e conduttore televisivo di Canale 5.

Io sono stato un cretino, lo ammetto, e chiedo scusa alla Segre e a Greggio, però su questa cosa è stata fatta una speculazione indegna da parte di tutti quanti e mi dispiace” ha detto il sindaco che ha aggiunto: “il risultato è stato negativo, ingiustamente. Una grandissima sciocchezza che è diventata una cosa nazionale. La Signora Segre non ha bisogno che arrivi il Sindaco di Biella a darle la cittadinanza, è un ‘patrimonio dell’umanità’ e le chiedo ancora scusa. L’ho invitata anche a Biella per la Giornata della Memoria e non c’è nulla contro di lei”.

Il sindaco di Biella che fino a poche ore prima diceva cose terribili tipo “la signora ha subìto quello che ha subìto 70 anni fa“. Il sindaco è stato colpito e affondato. Non da qualche esponente politico della sinistra, o da qualche intellettuale, figuriamoci, di quelli se ne sarebbe bellamente fregato.

Il sindaco è stato colpito e affondato da Ezio Greggio che ha rifiutato la proposta di cittadinanza onoraria spiegando che i valori della sua famiglia, il ricordo del padre prigioniero per tre anni in un lager nazista e il rispetto per Liliana Segre lo inducevano a dire no.

Ezio Greggio ha colpito là dove un politico o un intellettuale non avrebbero potuto proprio perché è un personaggio pop, un personaggio della tv popolare, un personaggio molto affine all’immaginario a cui fa riferimento lo stesso Salvini: quello della cosiddetta ‘gente comune’ coltivata per decenni dalle Tv di Mediaset di cui Greggio è un’icona.

Scoprire che uno dei personaggi delle televisioni berlusconiane ha un pensiero limpido e chiaro sui temi del rispetto della Memoria e dell’antifascismo ha mandato in crisi quei piccoli politici di provincia che pensavano di stare operando chissà quale provocazione.
La storia di Biella se insegna qualcosa insegna che è il pop, nel senso di popolare, che può mandare in corto circuito il pensiero salviniano.

Nelle stesse ore, Salvini faceva un passo falso: sfotteva su Instagram un calciatore del Milan, Suso, a cui la società aveva fatto gli auguri di compleanno, criticandolo per il suo scarso rendimento. Suso gli rispondeva a tono dicendogli di preoccuparsi piuttosto di come si amministra il Paese e da lì si scatenavano centinaia di tifosi in difesa del calciatore e contro il leader politico.

Ancora una volta, il mondo pop metteva in crisi l’uomo della politica pop.

E poi c’è un terzo episodio: lo sbarco di Salvini, fino a oggi dominatore dei social, su Tik Tok, il nuovo social dedicato agli adolescenti, fino a questo momento è stato piuttosto problematico. Per la prima volta, Salvini e la sua macchina della propaganda non dominano l’ecosistema digitale in cui cercano di insediarsi.

Salvini è un politico e allo stesso tempo un’icona pop. Anzi, probabilmente è prima di tutto un’icona pop e poi un politico. Fino a oggi è riuscito a convincere tutti di essere talmente forte sul terreno del rapporto diretto e immediato con le persone comuni da essere imbattibile.

Gli ultimi episodi non dicono ovviamente che sia iniziato il declino del capo leghista e dell’onda sovranista. Dicono che l’Italia non è necessariamente quella narrata da Salvini e dalla destra radicale. E che forse politici seri, capaci di entrare in sintonia con la vita delle persone, con programmi che diano risposte ai bisogni reali, forse non partirebbero sconfitti in partenza.

Pop, nel senso di popolare contrapposto a pop, nel senso di populista.

Foto dal profilo ufficiale di Ezio Greggio su Instagram

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    Luigi Ambrosio
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Zingaretti: “Torniamo a combattere”. E ora il Pd deve farlo

Nicola Zingaretti

Ora vediamo chi è più forte. Vediamo se il Partito Democratico riesce a mantenere la promessa fatta dal suo segretario alla fine della tre giorni di Bologna: “Torneremo a combattere“.

Zingaretti, a lungo accusato di essere troppo debole, chiudendo l’assemblea nazionale ha detto cose. Ha avanzato quattro proposte concrete, più una. Quattro cose più una che il Parlamento e il Governo devono fare da qui alla fine della legislatura, ha detto. Cittadinanza ai figli degli immigrati nati in Italia, ossia Ius Culturae; revisione delle leggi sulla sicurezza volute da Salvini; equo compenso per tutti i lavori; parità di salario tra donne e uomini. E in più, politiche fiscali per favorire investimenti produttivi.

Combatteremo per farlo” ha urlato dal palco. Dopo pochi minuti, Di Maio faceva dire a un portavoce che su Ius Culturae e decreti Sicurezza il Movimento 5 Stelle è ‘sconcertato’.

Combattere significa combattere. Significa tenere il punto, significa che la partita è vitale. I militanti del Pd arrivati a Bologna, e soprattutto gli elettori che hanno visto un bagliore di iniziativa da parte del Segretario, sarebbero parecchio delusi se poi non se ne facesse nulla.

Il clima, alla fine, tra le persone che si aggiravano tra gli stand dei marchi dell’industria italiana del cibo che compongono ‘Fico’, nel cui centro congressi si è tenuta la giornata finale, erano carichi per il ritrovato orgoglio. Durerà se il Partito Democratico si comporterà di conseguenza.

Anche perché l’Assemblea che doveva servire anche a chiudere definitivamente con il renzismo ha dimostrato che Renzi non c’è più fisicamente ma aleggia ancora come un fantasma. Più volte attaccato, senza essere nominato, negli interventi dal palco. Preso come metro di paragone da chi sostiene che si debba cambiare radicalmente strada e da chi invoca una sostanziale continuità con il passato. Perché uscito di scena Renzi, nel Pd permane il problema di sempre. Due culture, due visioni delle cose che si confrontano, si misurano, si scontrano se necessario.

Bastava vedere gli ospiti di domenica mattina: da un lato il presidente della Confindustria, Vincenzo Boccia, dall’altro Elly Schlein, che ha fondato una lista di sinistra che appoggia il Partito Democratico alle regionali emiliano romagnole. Entrambi hanno parlato dell’Ilva. Il primo per dire che bisogna rimettere lo scudo penale e che bisogna evitare atteggiamenti muscolari nella trattativa. La seconda per dire che a Taranto occorre una riconversione industriale in chiave ecologica.

Diversità che si riflettevano nei punti di vista dei dirigenti del partito che prendevano la parola. Giorgio Gori diceva che si deve lavorare in continuità con il jobs act e i governi Letta, Renzi e Gentiloni. Maurizio Martina invocava un “fisco equo per le multinazionali“. In mezzo gli uomini di governo, da Franceschini a Guerini, a parlare di pazienza, di fatica, di mediazione. Si riferivano esplicitamente al rapporto con il Movimento 5 Stelle. E implicitamente agli equilibri interni.

Senza Renzi il baricentro si è spostato, senza dubbio, tanto che ora il Pd torna ad esempio a parlare di ‘campo largo’ pensando alla politica delle alleanze e archiviando sia l’idea di una autosufficienza maggioritaria che l’automatismo tra carica di segretario e candidato premier. Ma l’unità invocata da molti può al massimo essere una pratica, come ha chiesto, con forza, il candidato alle regionali Bonaccini, che se la gioca rischiando.

A rischiare, in Emilia Romagna il 26 gennaio, è tutto il partito e sarebbe lo stesso governo Conte a vedersela brutta se vincesse Salvini, anche se ovviamente tutti negano. Il collante è la narrazione della ‘Italia migliore’ che il Pd vuole rappresentare. L’Italia che decide di lottare contro il sovranismo reazionario in un orizzonte culturale, lo ha detto Zingaretti e lo hanno ripetuto altri, di democrazia liberale. L’Italia antifascista. In queste terre, con Salvini che parla di ‘liberazione’ è un discorso che vale doppio e accanto a Zingaretti, in prima fila, c’è Ferruccio, partigiano, 92 anni di Marzabotto. Un’ovazione per lui.

I valori come colla se la colla delle proposte concrete tiene poco perché chi fa la miscela non è d’accordo sugli ingredienti. Non a caso, subito prima del segretario hanno fatto parlare Stefano Massini, scrittore e drammaturgo, diventato abbastanza famoso in televisione di recente.

Serve un nuovo umanesimo” ha detto. Nientemeno. “Servirebbero delle idee da trasformare in azioni” ha detto una militante dalla platea rivolgendosi alla sua vicina di posto.

Poco dopo, è salito sul palco Zingaretti e ha detto: “Dobbiamo rifondare la nostra identità e capire cosa ci è successo“.

Foto dal profilo FB di Nicola Zingaretti

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    Luigi Ambrosio
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L’antisemitismo italiano non è mai morto e ora rialza la testa

Liliana Segre, Sergio Mattarella e Giuseppe Sala

L’antisemitismo è una matrice. Prendete il linguaggio nazifascista, sostituite “ebreo” con “mondialista” o con “immigrato”, “finanza ebraica” con “élite internazionali” e avrete il linguaggio della destra contemporanea.

Molto spesso, per denunciare i presunti pericoli dell’immigrazione, Meloni e Salvini tirano fuori la storia della “sostituzione etnica”. I leader della destra parlamentare che punta all’egemonia non hanno esitato a impossessarsi di un’espressione che alimenta le paure legate ai fenomeni migratori, sdoganando a fini elettorali un argomento pericoloso.

Perché la “sostituzione etnica” è sì una sciocchezza. Ma una sciocchezza pericolosa. Si tratta di una pura invenzione che in passato era relegata agli ambienti della destra nazifascista e che affonda le radici nel cosiddetto “piano Kalergi”, secondo cui esisterebbe un progetto orchestrato dal “grande capitale internazionale” per sostituire la “razza bianca” europea con masse di sottoproletari provenienti dall’Africa e dall’Asia, più adatte a essere manipolate e sfruttate. Ovviamente è solo fantasia complottista.

Il papà del cosiddetto “piano Kalergi”, dal punto di vista ideologico, è rappresentato dai “protocolli dei Savi di Sion”. Libretto scritto e diffuso nel mondo dai servizi segreti della Russia zarista agli inizi del ‘900, i “protocolli”, inventando un piano ordito da “élite ebraiche” per assoggettare tutti i popoli del mondo, sono una delle architravi dell’antisemitismo contemporaneo.

L’antisemitismo non è mai morto, in Europa. I fatti violenti delle ultime settimane, dall’attentato di Halle, in Germania, al tentato assalto a una sinagoga a Budapest, alla profanazione di un cimitero ebraico in Danimarca, sono la punta dell’iceberg.

In Italia ci eravamo illusi che il razzismo e l’antisemitismo fossero una parentesi chiusa con la fine del fascismo nel 1945. Gli ultimi anni ci dicono che non era così. La crescita della destra radicale, l’odio online, le discriminazioni e le violenze contro i migranti, hanno dimostrato che le idee e le pratiche razziste proliferano.
L’antisemitismo rimaneva un tabù. L’ultimo.

È stato per decenni come chiuso dentro a un armadio di sicurezza e quando veniva fuori, come quella volta nel 1979 quando ultras della squadra di pallacanestro di Varese brandirono croci cristiane e gettarono polli spennati dipinti con la bandiera di Israele contro i giocatori del Maccabi Tel Aviv, era uno scandalo che veniva attribuito a pochi ambienti marginali e ininfluenti. A poche curve degli stadi. A pochi gruppi di fanatici.
E intanto ha scavato e negli ultimi anni le forme di antisemitismo camuffate da teorie del complotto dove élite mondiali ordiscono trame contro il popolo sono diventate argomento diffuso.

E ora, con le minacce a Liliana Segre, l’ultimo diaframma cade. L’antisemitismo esce dalle tenebre e si mostra alla luce del sole. A Liliana Segre non sono state risparmiate le battute sui forni e gli insulti antiebraici.

Liliana Segre è un simbolo: viene aggredita in quanto donna. In quanto promotrice di una commissione contro l’odio. E in quanto ebrea. Non basta che Salvini ora affermi “dirsi antisemiti nel 2019 è da ricovero” quando poi la destra non si alza in Senato per applaudire Liliana Segre, quando è normale dire “sostituzione etnica”, quando gruppi e personaggi dichiaratamente fascisti vengono resi pop con operazioni mediatiche e politiche. E intanto una donna di 89 anni, unica sopravvissuta della sua famiglia al campo di sterminio di Auschwitz, è costretta alla scorta.

L’antisemitismo è una cartina tornasole. Quando non si ha più paura di usare “ebreo” come insulto, quando non si prova più vergogna a servirsi delle battute sui campi di sterminio per aggredire, vuol dire che non ci sono più limiti mentali, e chi lo fa non sente più il bisogno di camuffarsi.

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    Luigi Ambrosio
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L’errore del Daspo a Milano

Daspo a Milano

La destra vuole riprendersi Milano, città che in questi anni è diventata un faro nel panorama spesso desolante della politica italiana. Vuole riprendersela per spegnere il più importante esempio di alternativa laica e progressista all’egemonia salviniana. Punterà tutto sulle paure delle persone, come al solito. E oggi festeggia perché per la prima volta, da quando Pisapia vinse le elezioni comunali nel 2011, l’unità del centrosinistra che governa Milano è intaccata. Per la prima volta dal 2011, si vede una incrinatura nella solidità del cosiddetto “modello Milano” sul tema del Daspo urbano.

(altro…)

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La grande fiction

Dopo le parole di ieri tra Salvini e Di Maio, se la politica fosse ancora quella di una volta, ci sarebbe stata una soluzione e una soltanto: crisi di governo e nuove elezioni.

Se la politica fosse ancora quella di una volta.

Questo governo è il governo dei social media manager. Lo abbiamo già detto in passato, quando scene simili si erano già manifestate. (altro…)

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La Capitana e le battaglie giuste

Sulla pelle delle persone migranti.

Ancora una volta.

Salvini gioca la sua ributtante partita del consenso politico.

Perché la verità è che con tutta probabilità sull’immigrazione e l’ostilità verso le Ong, il capo della Lega ottiene un consenso maggioritario. (altro…)

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    Luigi Ambrosio
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O vincono anche i poveri, o sarà una sconfitta

Arco della Pace, Milano, la sera in cui alla città sono state assegnate le Olimpiadi invernali del 2026. Decine di persone che corrono, si allenano, fanno ginnastica sui gradoni dell’anfiteatro. Corpi curati, abbigliamento sportivo alla moda. Una camionetta dell’esercito pattuglia senza sosta. Milano è una città che corre. Corre come mai nessuna città in Italia, in epoca moderna, ha corso. È una città entusiasta di sé, proiettata in Europa e nel mondo, pervasa da una ideologia precisa: l’ideologia della crescita, del successo, del futuro come onda da cavalcare. Nulla di nuovo rispetto al passato anzi sì, una differenza enorme esiste. In questi anni è la sinistra, la parte più consistente di essa, che ha guidato e guida il processo politico, economico, sociale. Le Olimpiadi rappresentano il coronamento di un percorso che era iniziato con Expo e che ha coinciso al tempo stesso con la definitiva trasformazione della città e con il successo delle amministrazioni di centrosinistra.Milano è a un passaggio storico. In città arriveranno fiumi di denaro, miliardi di Euro, concentrati sul settore immobiliare. Non sono solo le Olimpiadi. È il modello vincente della città bella, smart, innovativa. Un modello internazionale. Il modello Londra, come amano ripetere gli esegeti.A Londra però fanno i conti con i danni di quel modello, con il suo lato oscuro. Una città solo per i ricchi e i ricchissimi, con i poveri allontanati, espulsi. Un peso da sopportare. A Londra e in altre città europee che hanno affrontato questo processo di trasformazione prima di Milano oggi la politica si interroga su come porre rimedio al lato oscuro del successo. Milano e la sua classe dirigente politica dovranno dare risposte concrete a chi, povero o impoverito, tagliato fuori dal circuito del successo, vede nelle Olimpiadi, nei grattacieli, nella celebrazione della ‘bella Milano’ un pericolo e un mondo ostile. A partire dal principale dei problemi: quello dell’abitare. È un’occasione importante, un momento decisivo: quello dell’affermazione o del fallimento del ‘modello Milano’ teorizzato dal centrosinistra negli ultimi dieci anni. Se il centrosinistra saprà includere gli ultimi e gli esclusi, avrà vinto. Altrimenti, sarà la sconfitta di una classe dirigente

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Perché non si vota a settembre

non si vota a settembre

C’è una dichiarazione attribuita ad ambienti del M5S di oggi che suona così: “Salvini la smetta di attaccarci, noi vogliamo lavorare”. Nel mirino del capo della Lega ci sono tre ministri grillini: Costa, ambiente. Toninelli, infrastrutture e trasporti. Trenta, difesa. (altro…)

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Grillini divisi, Salvini comanda

L’atteggiamento di Salvini nei confronti del Movimento 5 stelle è talmente duro in queste ore che sembra che il capo leghista voglia umiliare i grillini.

Non solo ha imposto tutti i temi leghisti per l’agenda del Governo dopo il risultato delle elezioni.

Salvini ha mandato avanti il capogruppo al Senato della Lega a dire che Rixi deve restare al suo posto anche in caso di condanna al processo che lo vede imputato per peculato. Uno schiaffo in faccia al Movimento 5 Stelle nato e cresciuto su temi quali il rinnovamento e l’onestà.

Poi in conferenza stampa ha frenato, dopo avere squassato ancora una volta i nervi dell’alleato, affermando che su Rixi si esprimerà ufficialmente solo dopo la sentenza attesa per il 30 maggio.

Salvini continua a ripetere che vuole solo l’applicazione del programma e che non ci sono problemi né con il Presidente del Consiglio né con gli alleati.

Il punto è: quale programma.

“Il governo va avanti se si rispettano gli impegni” da detto Salvini. Allude a impegni frutto del rapporto che si era instaurato con il capo politico dei 5 Stelle Di Maio prima delle elezioni. Il decreto sicurezza bis, che è successivo al programma originario di governo, è pronto per andare in Consiglio dei Ministri.  Salvini sa benissimo che questo è un altro tema che spacca gli alleati. Dentro al Movimento 5 Stelle è in corso una partita durissima, da resa dei conti, dopo una sconfitta che non era attesa in queste dimensioni. I sostenitori di Di Battista e quelli del presidente della Camera, Fico, vogliono sostituire Di Maio alla guida del Movimento.

“Di Maio resta se applica il programma altrimenti se ne va” ha detto a Radio Popolare il deputato pentastelato Luigi Gallo.

Salvini sa che in questo contesto vince comunque. Vince se il Governo va avanti. Vince se a rompere saranno i 5 Stelle, dopo una lunga lacerazione interna. Lui invece è pronto a riallacciare il rapporto con un centrodestra di cui è egemone. Magari prima di dover alzare l’Iva o di dover rispondere alle sollecitazioni della Ue sui conti economici

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Lega trionfa, PD sopravvive, gli altri a pezzi

lega trionfa pd sopravvive

L’Italia è il Paese più a destra d’Europa. Lega e Fratelli d’Italia insieme viaggiano intorno al 40 per cento. Con tutto il rispetto per l’Ungheria o la Polonia, il peso politico dell’Italia che vira a destra è decisamente superiore. (altro…)

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Salvini, che banalità. E Zorro lo trolla

Salvini Zorro

Alla fine, il presunto Re dei social, il capo della potente macchina della comunicazione che intimidiva tutti, amato dai troll che impazzano in rete, è stato trollato. Quando Zorro è comparso sul palazzo di piazza Duomo di fronte al palco, salutando felice con la sua spada, dopo avere srotolato un grande striscione con scritto “restiamo umani”, molti passanti sotto ridevano e applaudivano. Fino a quando, a pochi istanti dall’inizio del comizio di Salvini, la Polizia ha fatto sparire lo striscione e Zorro si è ritirato. Ma ormai era fatta. I leghisti, un po’ irritati ma soprattutto ammutoliti. “Qui non ci sono razzisti o fascisti, questa è una sfida tra chi guarda al futuro e chi rimane legato a schemi del passato” ha esordito Salvini. Ma il suo discorso non ha scaldato. Rispetto ai successi di alcuni mesi fa -pensiamo a piazza del Popolo a Roma a dicembre- la giornata milanese è stata decisamente moscia. E pensare che era stata venduta come l’appuntamento cruciale per le destre radicali europee, tutte insieme per declamare la presa del continente. La piazza era tutt’altro che piena, ravvivata semmai da Zorro e dalle decine di contestatori che si sono presentati a inizio pomeriggio e sono rimasti fino alla fine a fischiare. La partecipazione dei fan leghisti è stata meno entusiasta di quanto ci si sarebbe aspettati, considerato che il partito e il suo leader sono dati in grande ascesa. Molti gruppi regionali che si muovevano come fossero in gita a Milano. Quelli della ‘Lega Basilicata’ appena davanti ai padovani col ‘Leon che magna el teron’ e che urlavano ‘Veneto Libero’. Molto verde padano, più che nel recente passato. Sul palco, i discorsi dei leader europei sono passati inosservati, a parte qualche applauso per Marine Le Pen ma soprattutto perché si è sforzata di parlare in italiano. Poche parole, solite banalità. Salvini, alla fine, è apparso stanco. Un discorso grigio e modesto. Porti chiusi, ‘fino a che ci sono io’ eccetera. Gli attacchi a Papa Bergoglio. ‘Datemi la forza’. Ecco. Forse il solo passaggio interessante è relativo alla politica italiana. Datemi la forza per fare la flat tax, ossia per imporre l’agenda ai 5 Stelle, è stato il senso del discorso. Pur ribadendo lealtà al patto di governo. Poi, tra lodi alla Madonna e appelli ai Santi da parte del leader, tutti a casa, sotto una leggera pioggia.

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Casalbruciato: “È casa nostra, restiamo”

“I miei figli mi hanno detto che gli abitanti ci hanno urlato ‘zingari, andate via’ e mi hanno chiesto se dovevamo andarcene. Ho risposto loro che no, questa è casa nostra, non ce ne dobbiamo andare”.

Omeròvic è entrato martedi nell’appartamento di Casalbruciato, borgata romana, assieme alla moglie e ai figli, scortato dalla Polizia. Militanti fascisti di Casapound e un gruppo di abitanti delle palazzine ha tentato di aggredirli fisicamente, urlando loro frasi violentissime. Urla e minacce erano contiuate per tutta la notte. Accanto alla famiglia Rom ci sono anche le associazioni antirazziste e mercoledi ha fatto loro visista la sindaca di Roma, Raggi che ha ribadito: “questa è casa vostra”. (altro…)

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Le pressioni hanno funzionato, la figuraccia rimane

Maratona di Trieste

Gli organizzatori della Trieste Running Festival fanno marcia indietro e inviteranno anche atleti africani alla gara podistica professionistica. Le pressioni erano arrivate dal mondo dello sport e della politica. Noi avevamo invitato gli sponsor e gli atleti a ritirarsi. La figuraccia internazionale rimane. Il divieto, tra le altre cose, avrebbe rappresentato una pessima pubblicità per la candidatura di Milano e Cortina alle Olimpiadi invernali (la Iaaf e il Coni, partner istituzionali della maratona, sono affiliati al Cio, il Comitato Olimpico Internazionale, che dovrà decidere a chi assegnare i giochi del 2026).

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    Luigi Ambrosio
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Partiti di sinistra, dove siete?

partiti di sinistra dove siete
People Rise Up. Il popolo insorge.

Uno slogan che campeggiava su un grande striscione in piazza Syntagma ad Atene durante le proteste contro l’austerità e i tagli imposti dall’Europa. (altro…)

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    Luigi Ambrosio
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Gli italiani a favore dello Ius Soli. E allora il Pd!

ius soli

Facciamo un viaggio indietro nel tempo.

Indietro indietro fino a un’epoca della politica italiana in cui accadevano cose che oggi sono inimmaginabili. Un’epoca lontana, un’epoca che secondo alcuni, in realtà, non è mai esistita.

L’epoca in cui il Pd era al governo.

Eh sì, ve li ricordate il governo Letta e poi il governo Renzi e poi il governo Gentiloni?

Vi ricordate come terminò la scorsa legislatura?

Mancavano pochi mesi e c’era da fare lo Ius Soli.

Ma il Pd era alleato di Alfano*. Alfano, a proposito: che fine ha fatto Alfano? Qualcuno si ricorda di Alfano?

Ok, nessuno. Torniamo a quei giorni. Mancava una cosa da fare: lo Ius Soli.

Ma Alfano diceva no.

E il Pd diceva: “senza i voti di Alfano, il Ius Soli non si può fare”.

E un sacco di italiani dicevano: “ma mettete la fiducia, Alfano dovrà votarla per forza, e al limite se non la voterà voi ci avrete provato e quando verrà il momento di votare gli elettori si ricorderanno del vostro coraggio”.

Ma il Pd  rispondeva: “noi siamo realisti mentre voi siete pazzi, gli italiani sono contrari alla cittadinanza per i figli degli immigrati nati in Italia pur con tutti i limiti della legge che abbiamo proposto che non è che dia la cittadinanza così ma uno deve studiare e dimostrare di meritarla ma insomma gli italiani sono contrari, se forziamo la pagheremo nelle urne”.

Lo Ius Soli versione moderata di cui si discuteva nella scorsa legislatura fu archiviato.

Risultato: Pd al 18 per cento. Alfano manco ricandidato. Nuovo governo con dentro Salvini, Lega lanciata verso l’egemonia.

E oggi, grazie a un sondaggio, scopriamo che agli italiani lo Ius Soli piace. Addirittura il 62,8 per cento sarebbe a favore, secondo Quorum/Youtrend.

I sondaggi valgono quello che valgono, però indicano una tendenza. Quella che la politica dovrebbe essere capace di intercettare e anzi anticipare.

Ma era un’epoca lontana. Oggi è diverso. Vero?

*Angelino Alfano, Agrigento, 31 ottobre 1970 . Già astro nascente di Forza Italia, ruppe con Berlusconi e fondò una sua lista. Fu ministro della giustizia nel governo Berlusconi IV e in seguito ministro degli Interni prima e degli Esteri poi quando fu alleato del Pd tra il 2013 e il 2018

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La vittoria delle donne

vittoria delle donne

A Verona è stata la vittoria delle donne. Quelle del movimento Non una di Meno, quelle delle altre associazioni, quelle che senza appartenere ad alcun gruppo organizzato sono andate in piazza. (altro…)

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Giorgia Meloni siamo con te!

Giorgia siamo con te
“La gente non si deve fare gli affari tuoi”
Così Giorgia Meloni, la segretaria di Fratelli d’Italia, ha risposto alla giornalista che le chiedeva conto della sua contraddizione, quella per cui sarà al congresso della famiglia tradizionale a Verona nonostante abbia fatto una figlia con un uomo con il quale non è sposata.
Una risposta ineccepibile. Siamo d’accordo con Giorgia Meloni, la gente non si deve fare gli affari tuoi.
Giorgia Meloni, se ci stai ascoltando: noi siamo con te e ti chiederemmo un favore. Quando sarai a Verona, spiegalo a quella allegra compagnia di fascisti, nazisti, cattolici tradizionalisti, religiosi integralisti, gente che vorrebbe la donna segregata in casa e ridotta a schiava domestica del maschio, fustigatori di adulteri, altri che vorrebbero la morte degli omosessuali.
Vai, Giorgia Meloni, sei tutti noi. Tu che ti sei liberamente riprodotta fuori dal matrimonio, che correttamente pensi che gli altri debbano farsi gli affari propri, urlaglielo forte, a Verona: fatevi i cazzi vostri.
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    Luigi Ambrosio
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Rami, scappa!

rami scappa
Avremmo anche voluto parlare d’altro, ma dobbiamo stare sulla vicenda della cittadinanza italiana a Rami, il ragazzo 13enne che assieme al compagno Adam ha contribuito a sventare la strage di San Donato.

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    Luigi Ambrosio
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Rami vince, Salvini perde

Rami vince, salvini perde

Alla fine, ci voleva un ragazzino di 13 anni, figlio di immigrati, per mettere in crisi la formidabile macchina della comunicazione di Salvini.

Rami è tutto quello che i leghisti odiano. Ha spiegato che la cittadinanza per tutti i figli di immigrati è un diritto e non un privilegio. Ha chiesto una legge giusta.

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Salvini contro Rami è il vecchio che sa di morire

C’è il piano politico immediato rispetto a cui non si può che rimanere costernati di fronte a un uomo adulto, di oltre 45 anni, potentissimo perché fa il ministro dell’Interno e -in pratica- il capo del governo, che se la prende con un ragazzino inerme.

Del fatto che Salvini si sia comportato da bullo nei confronti di Rami, il 13enne che ha contribuito a evitare una strage sul bus a San Donato Milanese e che ha chiesto che la cittadinanza italiana sia un diritto per tutti i figli di immigrati e non un premio speciale per lui, è stato detto e scritto. (altro…)

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Come gli altri

come gli altri, campidoglio

Questi giorni di marzo 2019, 20 e 21, incipit di Primavera, saranno ricordati come quelli della fine del Movimento 5 Stelle. Non la fine materiale, perché il partito di Casaleggio continuerà a prendere voti, magari pure tanti, e magari continuerà a vincere e governare. (altro…)

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Ora Zingaretti deve fare cose concrete

Il primo atto politico di Nicola Zingaretti come nuovo segretario del Partito Democratico è il sostegno all’alta velocità Torino-Lione.

Che il Sì e il No al treno veloce siano trasversali, non è una novità. Che gran parte del Pd e anche buona parte del mondo sindacale siano a favore, è cosa nota. (altro…)

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L’arresto dei genitori di Renzi (e il voto su Salvini)

Le prime reazioni di esponenti di governo all’arresto dei genitori di Renzi sono caute. Ma la vicenda è una occasione per il Movimento 5 Stelle (e per Salvini), per tentare di coprire mediaticamente e politicamente la gestione grillina dell’inchiesta sul ministro degli Interni, nel giorno in cui gli iscritti al Movimento hanno detto “No” al processo a Salvini con una spaccatura tra i militanti che mette i pentasellati ancora più in difficoltà di quanto già non lo fossero nei confronti della Lega, con un sostanziale diniego dei princìpi su cui il Movimento è nato che apre una ipoteca sul suo futuro politico. (altro…)

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La secessione dei ricchi

L’hanno definita la secessione dei ricchi.

Domani, sul tavolo del governo arriva un progetto di legge per l’autonomia di Lombardia, Veneto e Emilia Romagna. Non se ne sa nulla. Non si sa se sarà, come probabile, un progetto di legge costituzionale, sopratutto non si sa cosa contenga davvero. Tutto segreto. (altro…)

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Non sono solo canzonette

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La perversione del Di Maio pensiero -“dall’anno prossimo solo televoto”- e del Salvini pensiero (e ora ci si mette pure il presidente della Rai, Foa) consiste nello sfruttare l’occasione di una kermesse canora per riaffermare sotto traccia un concetto molto più ampio, che nulla ha a che fare con Sanremo, e che è il vero obiettivo della polemica costruita ad arte: la loro idea di “volontà popolare”. (altro…)

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    Luigi Ambrosio
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Politica italiana mai così in basso

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I mediocri personaggi politici che ci governano sono abituati all’idea che “tanto vale tutto, tanto si può dire tutto”. Poi vanno in altri Paesi, replicano gli stessi comportamenti che attuano in Italia, perché è la sola modalità che conoscano, e le loro azioni producono conseguenze gravi. Non era mai accaduto, nella storia della Repubblica Italiana, che un ambasciatore venisse richiamato per consultazioni. Bisogna risalire ai tempi della dittatura fascista per trovare dei precedenti. Già solo questo dovrebbe rendere l’idea del grado di umiliazione che dobbiamo subire a causa dei Di Maio, dei Salvini, dei Di Battista. (altro…)

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Arrivano i Gilet Gialli all’italiana

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Sabato, a Roma, ci sarà la manifestazione della Cgil, la prima della segreteria Landini e promette di essere un appuntamento importante per capire se una piazza di sinistra sia in grado di mobilitarsi davvero oggi in Italia. Ed ecco che arriva la notizia che in piazza ci saranno anche i gilet gialli versione italiana. (altro…)

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