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Il Ministero della Cultura celebra Pino Rauti ma poi fa dietrofront quando Franceschini se ne accorge

Pino Rauti

Il ministro Franceschini, appena lo ha saputo, ha fatto cancellare la pagina sul sito del Ministero dei Beni Culturali. Nel frattempo, però, quelle parole erano circolate. Il Ministero per i Beni Culturali ha acquisito l’archivio e la biblioteca di Pino Rauti.

Pino Rauti fu un fascista dell’ala più radicale, fondatore di Ordine Nuovo, dalle cui fila emersero rappresentanti del terrorismo nero negli anni ’70. Ordine Nuovo fu coinvolto nelle stragi di Piazza Fontana a Milano e di Piazza della Loggia a Brescia.

Sul sito del Ministero, Direzione Generale Biblioteche e diritto d’autore, Rauti veniva presentato con toni celebrativi: “La BNCR ha riordinato, inventariato, catalogato e reso disponibile alla fruizione pubblica l’archivio e la biblioteca personale di Pino Rauti, uno dei personaggi chiave della Storia della Destra in Italia: organizzatore, pensatore, studioso, giornalista, deputato dal 1972 al 1992. Tanto attivo e creativo, quanto riflessivo e critico“.

Il sito del MiBACT teneva precisare che Pino Rauti fu prosciolto nei procedimenti per le stragi di Piazza Fontana, di Brescia e altre imputazioni.

Alla Biblioteca Nazionale centrale di Roma sono stati presentati l’archivio e la biblioteca personale dello Statista, inventariati e resi disponibili, dopo esser stati donati allo Stato dalle figlie – Isabella e Alessandra: Era un suo progetto, ed oggi è una realtà” scriveva il Mibact. Pino Rauti, “Tanto attivo e creativo, quanto riflessivo e critico“. Statista. Con la S maiuscola.

Franceschini viene descritto in queste ore come molto arrabbiato. Avrebbe scritto ai funzionari: “Una cosa è l’archivio, un’altra le note di esaltazione”. Una indagine interna al MiBACT dovrebbe chiarire se chi ha scritto quelle parole lo abbia fatto per apologia del fascismo o per colpevole sciatteria.

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    Luigi Ambrosio
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L’apertura della maggioranza a Forza Italia? Segui il denaro

Silvio Berlusconi Forza Italia

I soldi del Recovery Fund: 209 miliardi di euro. I soldi del Mes: 36 miliardi di euro. Bastano queste due cifre, la somma stratosferica che fa 245 miliardi di euro, per comprendere la logica della manovra di avvicinamento di Forza Italia alla maggioranza. Segui il denaro, e non le alchimie di Palazzo, per capire cosa stia accadendo. Vale questa volta più che mai.

Da un lato, il mondo che fa riferimento al centrodestra, mondo di imprese, finanza, poteri nazionali e poteri locali, non vuol certo restare tagliato fuori dalla più grande erogazione di capitali pubblici che si sia mai vista.
Dall’altro, il PD e Renzi, che non vogliono certo lasciarsi incatenare dai grillini.
Sia in aula – pensiamo ai soldi per la sanità che il Movimento 5 Stelle non vuole e allora il soccorso azzurro di Forza Italia potrebbe risolvere il problema – che nella gestione strategica del Recovery Fund.

È un fatto che si sono sentite le parole di chi si esprime ogni volta che le cose si muovono. Il Capo dello Stato ovviamente, che ha chiesto coesione nazionale. Goffredo Bettini, considerato molto influente su Zingaretti e ascoltato al Colle, il quale dopo aver perorato per mesi la causa dell’alleanza coi 5 Stelle svolta e apre a Berlusconi.

È un fatto che un piano del governo per spendere quei soldi ancora non c’è. Si stanno aspettando sviluppi politici? I grillini difendono la posizione: dialogo, però no a Berlusconi in maggioranza. In realtà non serve che Forza Italia entri in maggioranza, che ci siano rimpasti e ribaltoni. Bastano i voti al momento buono, in cambio di scelte condivise.

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    Luigi Ambrosio
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La retorica sulla guerra e l’eterno fascismo italiano nella lettera agli studenti delle Marche

lettera marche guerra

La peggiore retorica fascista su quell’immane massacro che fu la prima guerra mondiale. Si può sintetizzare così la lettera che il direttore generale dell’ufficio scolastico delle Marche ha indirizzato agli studenti della Regione il 4 novembre, anniversario della fine della guerra.

Il soldato come eroe che sceglie di morire per i propri ideali e che si contrappone al vigliacco, al pavido. Il soldato morto descritto come vero uomo perché martire delle proprie idee. Un martire cui tributare il saluto fascista, il presente. Questo, nel 2020, a 102 anni dalla fine della prima guerra mondiale, il messaggio che si sono sentiti recapitare gli studenti.

La realtà della prima guerra mondiale è radicalmente diversa dalla retorica fascista: milioni di giovani, una intera generazione europea, mandata a farsi ammazzare in maniera atroce per la sete di sangue e di potere delle monarchie, delle cancellerie, degli alti comandi militari. Per gli interessi della grande industria. Gli italiani non fecero eccezione, anzi furono tra i più feroci.

Oltre 600mila soldati massacrati dagli assalti frontali, dalle decimazioni, da una insensata logica di combattimento. Il conflitto che dilaniò l’Europa tra il 1914 e il 1918 fu l’esempio più alto della follia e del crimine di cui è permeata la guerra. Il carico di dolore, di morte, di disperazione che generò non fu mai davvero elaborato.

Dopo la prima guerra mondiale nacque il fascismo che sfruttò la rabbia e la prostrazione dei reduci, e che attinse alla retorica criminale della guerra per giustificare la sua presa del potere violenta.
In un Paese che rifiuta troppo spesso di fare i conti con il proprio passato basta un nuovo presidente di regione di quell’estrema destra che deriva dal Movimento Sociale e che non ha mai rinnegato il proprio passato; basta uno zelante funzionario di area leghista, quella Lega permeabile alla cultura della destra radicale. E la retorica fascista torna a galla.
A dirci che non è mai morta.

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    Luigi Ambrosio
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Coprifuoco in Lombardia, gli esperti: fatto così non basta

coprifuoco in Lombardia

“Sono arrabbiatissimo” ha detto alla fine, a microfono spento, un componente del Comitato Tecnico Scientifico della Regione Lombardia: “questo non è un coprifuoco, questo è un buon riposo”.

In Lombardia c’è stato uno scontro duro tra il Cts della Regione, da una parte e i politici, dall’altra. Nell’ultima riunione, medici e scienziati hanno insistito per un coprifuoco che partisse alle 21 e per chiudere i bar alle 18. I politici si sono opposti e, alla fine, hanno spuntato il coprifuoco dalle 23 alle 5 e nessuna ulteriore misura per i locali. Saranno chiusi nei fine settimana i centri commerciali medi e grandi.

L’ipotesi del Cts era tale che avrebbe di fatto consentito alle persone di uscire di casa per lavorare e andare a scuola, per fare la spesa e poco più. Eliminando la gran parte della vita sociale. Un semi-lockdown, un ritorno alla scorsa primavera.

La parola lockdown, quello vero, per la Lombardia era stata in effetti evocata nei giorni scorsi dagli esperti. Parola che i politici, fino a oggi, non vogliono sentire nominare, né in Lombardia né a livello nazionale. Non lo vuole la Regione, non lo vuole il Governo.

Significative, dopo la decisione di imporre il coprifuoco alle 23, misura che colpisce la movida notturna ma lascia ossigeno ai ristoratori e ai locali, le parole del presidente della Lombardia, Fontana: è una iniziativa “simbolicamente molto importante ma non dovrebbe avere delle conseguenze di carattere economico particolarmente gravi” affermava, cercando di minimizzare il più possibile la decisione che aveva appena preso.

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    Luigi Ambrosio
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Il nuovo Dpcm: “Tutelare la salute ma anche l’economia”

Conte Nuovo DPCM - Rimpasto di governo

La strategia non è la stessa di primavera” ha detto a un certo punto Conte durante la presentazione del nuovo DPCM. Il motivo lo ha aveva appena spiegato:

Il Paese non può permettersi un nuovo lockdown – aveva detto – la ripresa economica nel terzo trimestre è stata la migliore d’Europa, serve un compromesso – ha usato questa espressione, compromesso – con il tessuto economico“. E allora il Governo insiste sulla linea dell’azione nei confronti dei comportamenti individuali. Le strade del divertimento che i sindaci potranno chiudere, le limitazioni a bar e ristoranti e allo sport di gruppo, ma non alle palestre per ora, perché il conflitto con il Ministro dello Sport ha portato al compromesso – di nuovo – del rinvio di una settimana della decisione dando tempo ai gestori di adeguarsi alle norme.

Poche ore prima del Consiglio dei Ministri che ha stabilito il nuovo DPCM, il Comitato Tecnico Scientifico aveva definito il traporto pubblico “una importante criticità“. Soldi da spendere per i trasporti però non ce ne sono e allora la soluzione è cercare di allentare la pressione, coi doppi turni per le scuole superiori e l’incremento del lavoro da casa nella pubblica amministrazione.

Soldi non ce ne sono più nemmeno per gli aiuti a pioggia e ad esempio le Partite IVA non avranno più gli aiuti di prima. Di fatto però, a proposito di soldi, rispondendo a una domanda Conte ha archiviato il Mes: “Non è una panacea, il vantaggio è molto contenuto, prenderlo per risolvere una disputa di dibattito pubblico non ha senso“.

Rimane l’appello agli italiani a rispettare le norme di igiene e prevenzione. Le mascherine, lavarsi le mani, le distanze. “Impegnarci per tutelare la salute ma anche l’economia“. Sperando che il vaccino arrivi presto, come ha ammesso Conte.

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La strategia per dire agli italiani: state a casa

Conte - Strategia Governo

In queste ore sono tanti i film già visti che ritornano a essere proiettati. La circolare interpretativa del Viminale. La polemica sui runners. Le veline delle Prefetture sulle multe ai cittadini che non indossano la mascherina. Sembra, dal punto di vista della comunicazione politica del governo, di essere ritornati a marzo.
E non è un caso. È una strategia.

Esattamente come a marzo, accanto ai decreti del Governo arrivano le circolari interpretative del Ministero dell’Interno. Ed esattamente come a marzo le interpretazioni danno un ulteriore giro di vite ai comportamenti individuali.
Ballare è vietato e i bar, pub e ristoranti che dovessero allestire gli spazi per il ballo saranno multati, scrive il Ministero degli Interni.

La mascherina deve essere indossata anche se si fa attività motoria. Se si va in bicicletta, ad esempio. Esentati dall’obbligo della mascherina sono coloro che fanno attività sportiva vera e propria e solo in quel momento. E chi va a correre? Per ora, sono circolate interpretazioni differenti. Fino alla precisazione del Viminale. Se corri, togli la mascherina. E quando ti fermi? Quando ti fermi a logica la rimetti.

Che si stia alzando il livello di tensione lo si comprende anche dal fatto che le Prefetture tornano a sottolineare l’attività di controllo e repressione. Decine le notizie di multe per chi non indossava la mascherina, in tutta Italia, nelle ultime ore. O per chi stava fuori dal bar senza rispettare la distanza. Multa anche alla signora di 80 anni che si è attardata a rimettere la mascherina dopo avere bevuto il caffè.

Siamo a marzo. Ai margini di ambiguità, al Governo che smentisce le versioni del nuovo decreto che per ore sono circolate. Al Viminale che fa la parte del poliziotto cattivo.
Alla fine il messaggio che passa in via indiretta è: state a casa, che è meglio. Come subito prima del lockdown di primavera.

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    Luigi Ambrosio
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Salvini Zelig adesso fa il liberale. Ecco perché

Salvini Regione Lombardia Lega

Salvini adesso cita Piero Gobetti.
“Vogliamo fare la rivoluzione liberale” ha detto Salvini riprendendo il titolo dell’opera più famosa dell’intellettuale che fu ammazzato a bastonate dai fascisti. Un bel salto per uno che coi fascisti ha flirtrato per anni.

Ma adesso il vento sta cambiando. Il sovranismo è in difficoltà. E Salvini cerca il modo di ricollocarsi. Ha perfino assunto Marcello Pera come consulente. L’obiettivo è poco ideologico e molto prosaico. I referenti della Lega sono in crisi: gli imprenditori, soprattutto quelli del nord, gli amministratori locali a cominciare dal presidente del Veneto Luca Zaia, dirigenti come Giancarlo Giorgetti che è sempre stato solidamente parte dell’odiato, da parte dei sovranisti, establishment.
Sono in crisi perché stanno per arrivare i progetti e i soldi del Recovery Fund. Una valanga di denaro. E cosa fanno? Rimangono tagliati fuori? Lasciano tutta la gestione nelle mani del Pd e dintorni e del Movimento 5 Stelle?

Il dramma della destra è questo: si sono affidati a un cavallo che pensava di sbancare e prendersi tutto. Ora che la strategia è fallita, la destra rischia seriamente di non toccare palla proprio nel momento in cui sarebbe più importante esserci. Mettiamo poi che negli Stati Uniti le cose vadano male e il vento cambiasse. Cosa fai, rimani solo con Orban? E allora una pettinata, una sistemata alla barba, ascolta cosa dice Marcello Pera e inizia ad accreditarti come moderato. E vedi cosa succede. Vedi se ti credono. Vedi se casomai il governo dovesse cominciare ad avere difficoltà per qualsiasi ragione e servisse una mano.

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    Luigi Ambrosio
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Il PD adesso pensa che la Lombardia sia contendibile

Nicola Zingaretti

Il PD aveva caricato il voto in Lombardia di un significato nazionale. Negli ultimi giorni si era fatto vedere Zingaretti che aveva girato i comuni della provincia profonda della Lombardia, per decenni considerata terra di egemonia della destra.

E dopo i risultati di questo giro di amministrative, il PD dice: la Lombardia adesso è contendibile.
Il centrosinistra ha vinto nei capoluoghi di provincia, Lecco e Mantova, che erano già nelle sue mani. E si prende comuni importanti dal punto di vista simbolico e politico, da Legnano a Corsico, da Luino a Somma Lombardo e Saronno. Questo fa dire al centrosinistra: l’egemonia della destra è finita e dalla Lombardia inizia la crisi del salvinismo.

Può essere, anche a fronte della drammatica gestione della pandemia da covid da parte della Regione Lombardia. E senza dubbio Salvini è uno sconfitto di queste elezioni: un mese fa sognava di licenziare il governo sfondando in Toscana, oggi si ritrova a doversi difendere, ridimensionato e arroccato a casa sua, in Lombardia, la vecchia “heimat” della Lega di Bossi.

Le amministrative dicono che la Lombardia potrebbe essere contendibile, ma che per il centrosinistra cullarsi sui risultati sarebbe pericoloso. Gli servono coraggio, programma e candidatura forti, per una partita che non è mai stata solo locale e men che meno lo è oggi.

Foto dalla pagina Facebook di Nicola Zingaretti

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    Luigi Ambrosio
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Sala, è arrivato il momento di dire se ti ricandidi a Milano

Il sindaco di Milano Beppe Sala

Beppe Sala, cosa fai? Il sindaco di Milano ha annunciato una serie di iniziative pubbliche per elaborare idee per Milano.
Sette punti, dai quartieri della città alla transizione ambientale, dal lavoro nell’era dello smart working alla salute, alla qualità della vita. Sette punti che, di fatto, sembrano un programma per i prossimi 5 anni.

I lavori inizieranno il 12 ottobre e termineranno il 7 novembre.

Sala non ha ancora annunciato se si ricandiderà a sindaco di Milano e, più il tempo passa, più le cose si complicano. Il momento di dire alla città cosa intenda fare è arrivato. Il 7 novembre potrebbe essere la data buona.

Le elezioni comunali di Milano saranno un passaggio cruciale. Per il centrosinistra vincere ancora, per la terza volta consecutiva, significherebbe stabilire una egemonia sulla città che rappresenta il motore economico d’Italia. Un risultato che avrebbe una portata che andrebbe ovviamente ben al di là dei confini della città.
La destra, per la stessa speculare ragione, punta a riprendersi la città che per decenni è stata culla del berlusconismo. Stavolta, poi, Salvini ha un motivo in più: dopo la sconfitta alle regionali di quest’anno, se perdesse anche a Milano la prossima primavera sarebbero guai per lui.

La decisione di Sala è molto importante.

C’è chi gli suggerisce di rinviare l’annuncio pubblico il più possibile, per una questione di tattica: il ragionamento è che se Sala sta zitto fino alla fine del 2020 e poi si ricandida la destra avrebbe troppo poco tempo per trovare un avversario all’altezza. Ma lo stesso ragionamento si potrebbe ribaltare: un no di Sala che arrivasse troppo in là costringerebbe il centrosinistra a correre per costruire una candidatura alternativa con poco tempo a disposizione.

Ma questa, appunto, è tattica. Quello che occorre è la strategia. Le nuove idee per Milano. In molti hanno spiegato che le cose sono cambiate, con la pandemia. Che la Milano scintillante e rutilante della crescita esplosiva, trainata dall’immobiliare, dalla finanza, dal turismo, la città che si proiettava nel mondo con un forte processo di internazionalizzazione, sta pagando il prezzo della crisi.

Al centrosinistra serve una candidatura forte, convinta, determinata, accompagnata da un pensiero articolato sulla città. Come ripensarsi, come costruire nuovi modelli di sviluppo.
I lavori che inizieranno il 12 ottobre saranno il cantiere del centrosinistra. Manca il nome del candidato sindaco. Il 7 novembre è l’ultima occasione per dare la notizia che tanti stanno aspettando.

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Cpr di Milano, la riapertura è una sconfitta

No ai CPR - Milano

La riapertura del cpr di Milano è una sconfitta. Cpr sta per centro di permanenza per il rimpatrio. In pratica, il solito vecchio carcere per stranieri in attesa di espulsione. Un carcere dove si entra senza avere commesso reati, dove si è condannati senza processo.

Il Cpr è una vergogna e nessuno stato civile dovrebbe pensare ad affrontare così il tema delle espulsioni degli stranieri. In Italia fu la sinistra a istituirli, anche se avevano un altro nome, e la firma della legge era di due nomi importanti della sinistra, uno importantissimo: Livia Turco e Giorgio Napolitano.

Quindi, non si può dire che sia una cosa che riguarda la destra. È una cosa che riguarda tutti.
Il segretario del PD Zingaretti ha detto, dopo le elezioni regionali in cui il Movimento 5 Stelle è andato male, che al primo Consiglio dei Ministri andranno rivisti i cosiddetti “decreti sicurezza” di Salvini che, tra le altre cose, hanno portato a sei mesi il periodo di carcerazione nei centri di permanenza per il rimpatrio.

Sarebbe bello se in quel primo Consiglio dei Ministri i cpr venissero cancellati. (A proposito: il primo consiglio dei ministri è venerdi prossimo)

Foto dalla pagina Facebook “Mai più lager – NO ai CPR”

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    Luigi Ambrosio
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Riforme: la sfida tra Zingaretti e Di Maio

Nicola Zingaretti - regionali toscana

Il taglio dei parlamentari era il cavallo di battaglia del Movimento 5 Stelle. Il Partito Democratico, invece, era contrario. Poi, in cambio dell’alleanza di governo, il PD ha votato sì. La differenza di prospettiva tra gli autoproclamati vincitori, Di Maio e Zingaretti, è tutta qui.

Sulle riforme, da oggi, Zingaretti e Di Maio si giocano una partita difficilissima. Il PD deve imporne almeno qualcuna delle sue. Il 5 Stelle vorrebbe dire no a tutto. La carta del PD sta nel pessimo risultato del Movimento 5 Stelle alle regionali, che mostra come la sua consistenza reale sia del tutto inferiore rispetto a quella parlamentare.

La carta del Movimento 5 Stelle sta nella consapevolezza che nessuno, oggi, voglia andare a votare.

Zingaretti ha messo in sicurezza la sua leadership nel partito. E con essa, la legislatura. Ma dall’altra parte trova Di Maio che, vincendo il referendum, si riprende la guida del Movimento 5 Stelle e dalla ritrovata posizione di forza farà valere la sua ostilità all’agenda piddina, a cominciare dall’odiato Mes. Per non parlare dei decreti sicurezza o dello jus soli. O del superamento del bicameralismo perfetto, una riforma che molti nel Pd vorrebbero ma che sa di renzismo lontano chilometri.

C’è la legge elettorale proporzionale che per il momento mette tutti d’accordo. Assieme alle modifiche tecniche alla rappresentanza del Senato o alle norme per l’elezione del Presidente della Repubblica, necessarie dopo il taglio dei parlamentari. Un po’ pochino, se le riforme saranno solo queste, per far dire al Pd che in cambio del Sì al taglio ai parlamentari avrà ottenuto qualcosa.

A parte il governo, si intende.

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    Luigi Ambrosio
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Elezioni in Toscana: comunque vada, sarà diverso

elezioni in toscana lupi

In Toscana fa molto caldo in questi giorni. E’ settembre inoltrato ma le temperature arrivano a 32, 33, 34 gradi. Un caldo umido che non fa respirare fin dalle prime ore del mattino.
Dario Danti è insegnante, intellettuale, assessore alla cultura a Volterra. Ci è arrivato dopo avere fatto l’assessore alla cultura a Pisa. Quest’anno Danti ha candidato Volterra a capitale della cultura 2021, simbolo di una Regione che spende in cultura sei volte la Lombardia, pro capite.
Lo incontriamo a Pisa, davanti alla stazione dei treni. E’ mattina presto ma il sole è già bollente.
Mettiamoci all’ombra, cerchiamo una panchina
“Le panchine non ci sono più, qui era pieno ma il comune da quando c’è la destra le ha fatte togliere, perché dicono che ci si sedevano i barboni e i tossici”
E i pisani?
“Le persone sono contente, dicono che hanno fatto bene”
Le persone che sono contente perché il comune ha fatto sparire le panchine dove si sedevano i tossici e i barboni. Dove l’abbiamo già visto? Ma sì, l’abbiamo visto per la prima volta a Treviso, nel profondo nord leghista. Quando c’era il sindaco Gentilini, “lo sceriffo della Lega” quello della “tolleranza zero anzi sottozero”, quello che si dichiarava fascista e che voleva sparare agli immigrati anche se poi si accontentava di togliere le panchine. Sono passati 20 anni. Da lì lo hanno fatto poi in tutto il nord, e lo hanno fatto nel resto del Paese molti amministratori, di destra ma pure di sinistra.
Adesso succede a Pisa. La città della Normale e della Scuola Superiore Sant’Anna, la città che ha 90mila abitanti e 50mila studenti universitari. “E la gente è contenta”.
Pisa, con Siena, è stata la conquista più clamorosa della destra nella sua avanzata in Toscana. La città rossa, la città della grande cultura universitaria, la città della scienza con una importante sede del Cnr, la città dei turisti che arrivano da tutto il mondo a mettersi in posa davanti alla torre pendente nel gesto di sorreggerla con le mani, per farsi fare le foto tutte uguali da mandare agli amici e ai parenti in Cina, negli Stati Uniti, in Russia e in tutto il resto del pianeta.
Un cosmopolitismo di massa che il covid ha azzerato.
Pisa, Firenze, sono vuote. Belle come mai, ma in crisi. Quel modello del turismo di massa generava l’otto per cento del Prodotto Interno Lordo della Regione, ora non c’è più e alla fine del 2020 il calo complessivo del Pil regionale, si calcola, sarà dell’undici per cento. Significa 160mila posti di lavoro potenziali in meno. Un guaio che si innesta sui danni della crisi del 2008.
Negli ultimi dieci anni la povertà assoluta e il numero dei disoccupati sono raddoppiati, afferma Stefano Casini Benvenuti, direttore del dell’Istituto Regionale per la Programmazione Economica della Toscana. Ma basta la crisi economica a spiegare l’avanzata della destra che per la prima volta sogna quello che non aveva mai osato, vincere nella terra che fu la più rossa d’Italia e forse d’Europa? Solo in parte.
L’analisi è ormai nota: le due Toscane, quella ricca attorno a Firenze, e quella impoverita, della costa, delle aree interne, della Maremma. Il Partito Democratico che tiene nella Toscana ricca, la destra radicale che avanza nella Toscana impoverita. Succede a Milano, succede a Roma, è successo in Emilia Romagna e adesso succede qui.
“Vuoi vedere i leghisti? Vai al Cep”.
Il Cep è il quartiere di case popolari dove un tempo le iniziative politiche le prendeva Lotta Continua e che oggi dà il suo consenso a Salvini. Gli inviati vanno al Cep, compresa la stampa internazionale che ha mandato i suoi inviati a capire cosa stia succedendo.
Torna in mente la storia delle panchine della stazione di Pisa. Anche la storia del quartiere popolare che vota a destra l’abbiamo già vista un po’ in tutta Italia. Solo che fa impressione accada qui. La terra dove una volta l’egemonia della sinistra era inattaccabile. E oggi, invece, non è più così.
Bisogna allargare lo sguardo per osservare come quello che sembrava un modello eterno, il modello del consenso alla sinistra nell’Italia centrale, fondato sulla buona amministrazione, sui servizi pubblici, sul sostegno alle attività produttive, sulla cultura, si stia sgretolando.
Il segretario del Pd Zingaretti ha rilasciato una intervista a La Nazione, il quotidiano di Firenze, a cinque giorni dal voto. Alla domanda sull’avanzata leghista ha risposto come facevano un tempo i politici della prima repubblica: teniamo a Firenze, a Prato, a Livorno.
Tattica difensiva. Votate noi se no arrivano quelli cattivi.
In Toscana il Pd si difende dall’assedio nero, lottando dai bastioni evocati da Zingaretti. L’Umbria è già passata a destra. Le Marche stanno crollando. E pensando alle Marche non si può non pensare a Luca Traini, alla tentata strage di Macerata. Il militante della Lega con trascorsi nell’estrema destra che uscì di casa armato di pistola e iniziò a sparare a tutti i neri che incontrò. Per fortuna, aveva una pessima mira, e non uccise nessuno. A Macerata, alle politiche che si tennero da lì a poco, la Lega invece che scomparire passò dal 4 al 20 per cento. Il ministro dell’Interno del Partito Democratico Minniti, l’uomo della cultura della sicurezza, del pugno duro, degli accordi con la Libia, fu clamorosamente sconfitto a Pesaro, un altro luogo dove un tempo il rosso era il colore naturale, non c’era nemmeno bisogno di dirlo.
Adesso, la vera paura del Pd in Toscana è che l’onda travolga tutto e che le panchine di Pisa siano significative quanto la piazza dei Miracoli vuota di turisti.
Lo confessano ma a microfoni spenti.
“E’ come se ci stessero dicendo un se ne po’ più di voi”.
Perché?
“Perché si vuole cambiare”.
La crisi nasce da lontano. Dalla crisi delle partecipazioni statali nelle province della costa negli anni ’90, dalla crisi del porto di Livorno, dalla arretratezza delle infrastrutture. Ora si punta sui soldi del recovery fund, sulle parole come digitalizzazione, economia ambientale, infrastrutture -si ma quali? L’autostrada tirrenica sì o no? Il potenziamento dell’aeroporto dove, a Pisa o a Firenze?
La dinamica centro-periferia divide anche le forze politiche al loro interno. La scelta del Pd di candidare un fiorentino viene considerata un problema. All’inizio pensi alle battute sui campanili in Toscana invece no, è questo, è la visione della regione, è dove andranno le risorse, è la paura che le zone ricche continuino a rimanere le zone ricche e le zone povere continuino a rimanere le zone povere.
Perché i tuoi avversari hanno perso le elezioni comunali? chiedo a una persona che sta facendo volantinaggio per Forza Italia, nelle vie del centro di Pisa.
“Perché a un certo punto sono finite le risorse da redistribuire”.
Un dirigente sindacale, stavolta a Firenze:
“La verità è che il Pd non sta facendo campagna elettorale. Il Pd si è liquefatto, è un guscio vuoto”
Il conflitto interno al Pd contribuisce a spiegare perché la campagna elettorale del centrosinistra sembri così debole rispetto a quella della leghista Susanna Ceccardi. Scelta come candidata di bandiera, Ceccardi adesso ci crede. E’ giovane, ha 33 anni, è una politica in carriera. Eurodeputata, nel 2016, a 29 anni, divenne sindaca di Cascina. Sembrava un caso. Fu il primo grimaldello leghista per provare a prendersi tutto.
Il candidato del centrosinistra, Eugenio Giani, è gradito al gruppo dirigente renziano rimasto nel Pd anche dopo che Renzi è uscito. Altri, sempre se quel microfono lo spegni, confessano che a loro Giani non piace. Ha 62 anni, ha trascorso una vita tra consiglio comunale di Firenze e consiglio Regionale. Non viene dal Pci, viene dal Partito Socialista e se vincerà sarà comunque un’altra Storia, ci dicono nelle stanze della Regione, dove si prepara il trasloco. Storia della cultura politica che ha governato la Toscana fino a oggi. Tutti i presidenti, Enrico Rossi compreso, hanno avuto radici nel Pci.
Rossi non è in ufficio. Ci sono i suoi libri in alcuni scatoloni, pronti a essere portati via: “Luigi Longo, una vita partigiana”; “Giacomo Matteotti, l’avvento del fascismo”; “John e Robert Kennedy, il sogno della Nuova Frontiera”.
“Comunque vadano le elezioni” dicono chiudendo lo scatolone, “in Toscana sarà diverso”.

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    Luigi Ambrosio
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Grosso guaio per Salvini: arrestati tre commercialisti della Lega

Matteo Salvini - Amici Recovery Fund

L’arresto dei tre commercialisti della Lega è per Salvini un guaio peggiore della vicenda del Metropol, quella dei soldi russi e di Savoini inviato all’hotel di Mosca per trattare una partita di idrocarburi. Ed è un guaio peggiore persino del processo per sequestro di persona che inizierà a Catania il 3 ottobre per la nave piena di migranti a cui veniva vietato di attraccare sulle coste italiane. Perché lì Salvini potrà drammatizzare e spettacolarizzare, giocando la carta del martire e dell’eroe. Qui, no.

Qui, rischia di essere travolto, senza poter far finta di nulla come nella storia dei 49 milioni. Qui ci sono tre uomini chiave della gestione finanziaria leghista agli arresti. Di Rubba e Manzoni hanno come socio, nel loro studio a Bergamo, il tesoriere della Lega, Centemero e i due sono stati in passato revisori dei conti dei gruppi parlamentari della Lega. E la “Lega Salvini Premier” che, ricordiamolo, è un partito nuovo e diverso rispetto alla vecchia Lega Nord, è stata domiciliata nello studio di Scilieri.

I tre commercialisti arrestati sono dunque nel cuore del potere e dei segreti finanziari della Lega. Il segreto dei segreti dei soldi della Lega è: dove sono finiti i 49 milioni.

La macchina della propaganda leghista venderà due prodotti nei prossimi giorni: la tranquillità del capo e l’argomento della giustizia a orologeria a pochi giorni dal voto delle amministrative con Salvini che punta a espugnare la rossa Toscana per sognare di ribaltare il governo che nasceva proprio l’anno scorso, dopo la folle estate del Papeete. Si diceva, allora, che Salvini puntasse al colpo grosso, diventare Premier, perché sapeva che sarebbero arrivate le inchieste e i processi.

Un anno dopo, l’arresto dei tre commercialisti della Lega è un fatto che rischia di avere sviluppi politici devastanti per lui e il suo partito.

Foto dalla pagina Facebook di Matteo Salvini

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    Luigi Ambrosio
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Di Maio inesistente: Italia senza politica estera

Luigi Di Maio

Roma, 26 agosto. Il ministro degli esteri cinese, Wang Yi, incontra il ministro degli esteri italiano, Luigi Di Maio. In quell’occasione, Di Maio fa una dichiarazione pubblica: “A Hong Kong è importante preservare diritti e libertà fondamentali”.

Parole che sono frutto di una pressione su Di Maio da parte del Partito Democratico. Perché sul rapporto con la Cina le posizioni nella maggioranza di governo non sono univoche. Non lo sono su praticamente nulla, lo sappiamo e questo è un problema perché le divisioni contribuiscono alla mancanza di visione strategica. Mancanza che si manifesta a tutto tondo.

Pensiamo ai 200 miliardi del Recovery Fund che non si sa come spendere: è incredibile che il governo non abbia un piano e che il Presidente del Consiglio si appelli a un dialogo con le parti sociali, dopo averci venduto gli Stati Generali come il momento in cui sarebbero state prese le grandi decisioni per il futuro.

Il secondo esempio è la politica estera e le conseguenze sono ancora più drammatiche. L’Italia un tempo era protagonista politica nel Mediterraneo. Oggi, nonostante i grandi interessi economici incarnati dall’Eni, non è più cosi e nel momento in cui si manifesta uno scontro tra Paesi occidentali da un lato, Turchia e Russia dall’altro, l’iniziativa europea è in mano a Francia e Germania.

Il presidente francese Macron ha convocato i Paesi europei della sponda nord del Mediterraneo per fare fronte comune contro l’aggressività del governo turco di Erdogan. E Di Maio è il volto sorridente e abbronzato della nostra subalternità.

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    Luigi Ambrosio
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La festa dell’Unità acclama Conte: “Sei il leader”

Conte a Modena

Che succederà al Governo dopo il voto del 20 e 21 settembre (rimpasto sì? rimpasto no? Ha classicamente eluso la risposta prendendosela con la stampa), come spendere i soldi del Recovery Fund, una proposta di mediazione sul Mes. Questi i temi che ha toccato ieri sera Conte a Modena. Debutto assoluto per lui a una festa dell’Unità, e in che posto, nel cuore della tradizione.

Conte ha negato una crisi di governo in arrivo dopo il voto e ha proposto una soluzione allo stallo tra Di Maio e Zingaretti sul Mes, dicendo che si farà un progetto e se serviranno una parte di quei soldi per la sanità il Governo andrà in Parlamento a discuterne. Una proposta quindi di mediazione dove lui è il protagonista al posto dei leader di partito. Lui e il Parlamento, senza Di Maio e Zingaretti.

Sarà vero? Funzionerà? Per ora, si è visto ieri sera, funziona la formula “Lui e il popolo senza mediazioni”. Applausi ovviamente qualche giorno fa alla festa del Fatto, applausi e corsa a stringergli la mano e a farsi un selfie ieri sera a Modena. Conte ha imparato come si fa il politico contemporaneo, ha rispettato le liturgie del luogo in cui si trovava, compresa la cena al ristorante popolare, e non si è sottratto ai militanti che lo chiamavano per una foto insieme.

Le centinaia di persone presenti ieri a Modena, sfidando gli assembramenti del resto erano lì per lui. Conte visto come la sola vera garanzia che questo Governo possa durare nel tempo, nonostante le differenze che rimangono, la divisione evidente tra i militanti su un tema come il referendum ad esempio, e la grande questione dei soldi, quelli in arrivo del Recovery Fund che ancora non si sa come spendere, e quelli del fondo salva-Stati per la sanità che mezzo governo vuole e mezzo governo no.

Per fortuna che c’è lui, quasi con la L maiuscola, dicevano tutti.

Foto dalla pagina Facebook di Giuseppe Conte

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L’uso politico del Covid nelle Regioni

Attilio Fontana - Regione Lombardia - Salvini Coprifuoco

Da nord a sud, il presidente di Regione che risponde a Lega o a Fratelli d’Italia usa la sua poltrona per coprire i propri errori, per mettere in difficoltà il governo, per ribadire che deve rimanere tutto aperto e comunque è colpa degli altri, dello straniero. Lombardia, Sardegna, Sicilia.

Musumeci, il presidente siciliano, adesso dice che non capisce perché il Tar abbia accolto il ricorso contro la sua ordinanza razzista che avrebbe voluto espellere tutti i migranti dall’isola. “Non l’hanno nemmeno letta” si lamenta. Dubitiamo non l’abbiano letta. Ma in effetti bastava l’annuncio. Via gli stranieri untori. E si sorprende che il Tar lo abbia fermato.

Solinas, il presidente sardo, è in difficoltà anche perché è in arrivo una inchiesta della magistratura sul Billionaire e le altre discoteche. È stato lui a volere che le discoteche rimanessero aperte sull’isola e così la butta sulla manfrina sardista: “In Sardegna il virus non circola, ce lo hanno portato da fuori”. Un piagnisteo per dire no ai controlli agli arrivi e alle partenze con Civitavecchia, per non ostacolare il turismo del modello della Costa Smeralda.

In Lombardia, di cosa si occupa Fontana? Di riaprire San Siro e l’autodromo di Monza. “Stiamo lavorando per farlo” ha detto ieri. 16mila morti. Ma si riapra lo stadio, si riapra l’autodromo, si tornino a riempire treni e autobus. In Germania ieri gli stadi li hanno chiusi per tutto il 2020. In Germania non comanda la propaganda gentista e salviniana.

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La Libia, i morti e il PD

migranti minori

I morti e i feriti in Libia, mitragliati dalla guardia costiera, pesano sul Partito Democratico.

Un anno fa, con il governo Lega-Movimento 5 Stelle, il PD, guidato da Orfini, si opponeva, pur con divisioni interne, al rinnovo dei finanziamenti alla guardia costiera libica e alle fazioni che si spartiscono il potere e che gestiscono i flussi migratori.

Quest’anno il PD è al governo al posto della Lega e ha rinnovato i finanziamenti. In Libia nel frattempo le cose per i migranti non sono migliorate. Violenze, torture, omicidi allora come oggi.

Poi ha parlato Minniti, nei giorni scorsi. L’ex ministro dell’interno del PD che fu l’autore degli accordi con la Libia ha detto in sostanza la stessa cosa che dice Salvini su migranti e COVID e dai dirigenti del suo partito c’è stato solo silenzio. Ora, le mitragliate della guardia costiera e ancora silenzio. Quanti elettori del PD faranno invece finta di niente?

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La sconfitta dei sovranisti europei

salvini selfie sovranisti

L’accordo europeo per il Recovery Fund manda in crisi i cosiddetti sovranisti, la destra radicale che imperversa in Europa – e in alcuni casi governa i Paesi dell’Unione.

Salvini, da Roma, ha attaccato affermando che si tratterebbe di una “fregatura grossa come una casa” per l’Italia. Salvini non accetta l’idea che parte del denaro che arriverà sia in prestito e non a fondo perduto e andrà quindi restituito.
Wilders, il suo collega sovranista olandese, da Amsterdam si è arrabbiato affermando l’esatto contrario: “Abbiamo regalato soldi a quegli evasori fiscali degli italiani”. Entrambi hanno l’obiettivo di attaccare il governo del proprio Paese e di fomentare i motivi di divisione tra le opinioni pubbliche europee.
Altre scene interessanti si erano viste 24 ore prima, quando l’ultra nazionalista leader ungherese Orban se la prendeva coi cosiddetti Paesi frugali.

Le forze politiche sovraniste hanno una unica strategia comune: indebolire, quando non distruggere, le istituzioni europee. L’Unione, in questa partita sui finanziamenti per la crisi del COVID, si è giocata molto più di un semplice piano di aiuti. Si è giocata un pezzo del proprio futuro. Se le trattative fossero fallite, i sovranisti avrebbero avuto la strada spianata nei loro Paesi. In nome dei vecchi nazionalismi novecenteschi.

Questa volta invece l’Unione Europea ne esce rafforzata e i sovranisti, uniti quando si tratta di farsi foto insieme e urlare contro nemici comuni, si ritrovano distanti tra loro, isolati nei propri Paesi.

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PD, ancora soldi alla Libia per tenersi (in quel modo) i migranti

Camera dei Deputati - Legge Zan

A febbraio i delegati all’assemblea nazionale del PD avevano chiesto una revisione radicale degli accordi tra Italia e Libia. Ieri, il PD ha votato a favore del rifinanziamento dei campi, delle milizie, della cosiddetta guardia costiera libica.

Le violenze, le torture, le uccisioni sono note a tutti. Questo non ha fermato il Parlamento italiano e non ha fermato PD e Movimento 5 Stelle, a parte otto dissidenti democratici e tre grillini. E non è un problema politico, pare, per il governo, per il PD, per i 5 Stelle che il rifinanziamento sia passato coi voti della Lega visto che la maggioranza non era autonoma, con Leu e Italia Viva contrarie.

In questo anno di governo, il PD ha continuato ad accreditare una tesi: siamo al governo coi 5 Stelle, serve realismo, ci vogliono compromessi. Ma la Libia non è opera dei 5 Stelle. La Libia è opera del PD, del governo Gentiloni, di Minniti Ministro dell’Interno. Al gruppo dirigente PD non manca il coraggio di scontrarsi con gli alleati. Manca una visione diversa da quella applicata fino a oggi.

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Salvini il trasformista torna al Papeete

Salvini Regione Lombardia Lega

Salvini torna al Papeete e quest’anno, nel suo trasformismo degno dello Zelig di Woody Allen, lo fa nelle vesti del milanese medio che porta la figlia in vacanza in albergo a Milano Marittima. L’opposto dell’immagine dell’anno scorso, al culmine della sua arroganza trionfante, tra ballerine e consolle da dj. Ieri maschio all’arrembaggio, oggi buon padre di famiglia.

C’è che l’anno scorso il tentativo di prendersi tutto il potere sull’onda del successo personale gli andò male. Gli equilibri erano cambiati col voto alle europee, lui lo aveva capito e aveva tentato il colpo grosso, fallendo. E c’è senza dubbio l’effetto Covid. Del resto le discoteche sono chiuse, c’è una crisi che fa paura, fare il “pirla” in spiaggia, come si dice a Milano, sarebbe controproducente.

Salvini fiuta e si adegua. Si è messo gli occhiali. Si è accostato a Berlinguer, il simbolo dell’austerità. Un parallelo che ha generato indignazione o ilarità, ma a Salvini non interessa. Gli interessa che passino alcuni messaggi. L’uomo del Mojito è morto, c’è l’uomo serio adatto ai tempi. Funzionerà? Dipende dai suoi avversari. Salvini non è più così popolare. Gli altri, però, non riescono a prendere il suo posto.

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