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M5S: Di Maio lascia spaccando tutto

Luigi Di Maio M5S

Come devastare un movimento politico: dimettersi dalla sua guida, sapendo che non c’è un sostituto. Dimettersi lanciando accuse gravissime a chi resta, tipo “qui è pieno di traditori”, senza però fare nomi o circostanze. Dimettersi lasciando intendere che il Movimento è preda di una guerra per bande che lo condiziona e domina.

Se l’amministratore di una società quotata avesse descritto la sua azienda come Luigi Di Maio ha fatto del Movimento 5 Stelle, il titolo sarebbe crollato in borsa.

Quale credibilità resta al Movimento 5 Stelle, da oggi?

Alla guida adesso c’è il reggente Vito Crimi. Assolutamente inadatto.

A disputarsi la vera successione, chi c’è? Sarebbe necessario conoscere in maniera esplicita le dinamiche interne alla forza politica che esprime il primo gruppo parlamentare italiano e che è cardine del Governo.

Invece, il Movimento 5 Stelle fa della assoluta opacità, mascherata da trasparenza, la sua cifra.

Di Maio se ne va davvero o si prepara a tornare alla carica, a marzo, ai cosiddetti ‘Stati Generali’, magari assieme a una squadra di fedelissimi? Di Battista è nemico di Di Maio o tra i due è solo, come probabile, un gioco delle parti? Conte, su cui punta il Pd per un minimo di stabilità del governo, ha davvero delle carte da giocare? E soprattutto, chi comanda davvero nel Movimento 5 Stelle? Casaleggio che interessi esprime in questo momento? E come intende perseguirli?

Sarebbe necessario che Davide Casaleggio parlasse chiaramente, dicesse agli italiani dove vuole andare. Perché non è una questione che riguarda solo casa sua.

Il terrore dei deputati che sanno che non saranno rieletti non può continuare a essere il maggiore collante che tiene in vita il Governo e la legislatura.

Il primo partito in Parlamento, la forza di governo numericamente più importante, a questo punto ha il dovere di dire quali prospettive si dà. È una questione che riguarda tutti.

Foto dalla pagina Facebook di Luigi Di Maio

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    Luigi Ambrosio
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A 20 anni dalla morte di Craxi di cosa dobbiamo discutere?

Craxi al 41º Congresso socialista di Torino del 1978.

C’è un passaggio cruciale, nel film Hammamet che racconta gli ultimi giorni di Craxi. L’ex leader socialista detta alla figlia un discorso in cui denuncia come il concetto di ‘popolo’ sia stato ormai sostituito con quello di ‘gente’.

Le sale dove si proietta il film sono piene. Il Partito Democratico discute di Craxi al suo interno in vista del congresso. A Milano il Sindaco di centrosinistra Sala invita il Consiglio Comunale a tenere un dibattito sulla sua figura. E nella Milano che fu la città del Partito Socialista, la sera in cui Claudio Martelli ha presentato il suo libro su Craxi le sedie non bastavano e le persone erano in piedi ad affollare il salone della libreria.

Perché?

La vicenda giudiziaria di Craxi è chiusa. Craxi fu condannato due volte con sentenza passata in giudicato.

Ma a 20 anni dalla sua morte, a 30 dalla caduta del muro di Berlino, a 28 da tangentopoli, ci sono questioni storiche che, indipendentemente da Craxi, non sono chiuse.

Una, la più importante, è la questione di cosa fosse la politica in quegli anni e di cosa sia diventata dopo. La politica nel dopoguerra era intesa come il principale strumento di trasformazione della società. La politica era fondamentale nella vita delle persone. Lo scontro ideologico su quale direzione dovesse assumere il cambiamento era terribile ma l’orizzonte era la trasformazione della società. Con la cosiddetta ‘seconda Repubblica’ la politica è diventata in prevalenza amministrazione. Gestione dell’esistente. In Italia più che in altri paesi.

Un’altra questione, correlata alla prima, riguarda il modo di fare politica. La forma-partito novecentesca venne smantellata. Si teorizzarono il partito personale; il leaderismo carismatico (di cui Craxi fu un iniziatore); il ‘partito leggero’. Il populismo che dilagò e che dilaga tutt’oggi ne è una diretta conseguenza.

E poi c’è una questione politica che riguarda il mondo della sinistra. Negli anni ’80 la lotta tra il Pci e il Psi fu durissima. Dopo la fine del ‘compromesso storico’ il Psi assunse centralità nella scena politica relegando il Pci ai margini. La polemica anticomunista di Craxi era radicale. Nel frattempo, il Pci cercava a fatica una alternativa a quella che Berlinguer all’inizio del decennio definì la ‘fine della spinta propulsiva della rivoluzione d’ottobre’.

La conclusione della guerra fredda e ‘mani pulite’ terremotarono il sistema. Il Psi scomparve e i suoi elettori si buttarono in gran parte a destra, con Berlusconi. Gli eredi del Pci si illusero che avrebbero potuto occupare tutto il campo lasciato libero e finirono per fare politiche neo liberali, dopo avere accusato il Psi di essersi spostato a destra nel decennio precedente.

Forse, l’interesse per quel periodo cui assistiamo oggi – le persone che affollano le sale dei cinema e delle librerie – dice che gli uni e gli altri lo fecero senza una necessaria e sufficiente elaborazione.

Forse, questo interesse dice di un rimosso che ritorna. Il rimosso non è Craxi. Il rimosso è il vuoto che è rimasto al posto del ‘900

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    Luigi Ambrosio
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Dibattito su Craxi. Sala: ricomporre la frattura a sinistra col mondo socialista

Il sindaco di Milano Beppe Sala

Milano è stata la città simbolo del Psi e alla presentazione del libro di Claudio Martelli su Craxi la sala era strapiena, decine le persone in piedi. Molto attese le parole del sindaco di Milano, Beppe Sala, soprattutto per le polemiche attorno al dibattito su Craxi e l’ipotesi di intitolazione di una via allo storico segretario del PSI.

Beppe Sala ha risposto affermando che la questione di Craxi merita un dibattito in Consiglio Comunale. E in questa intervista a Radio Popolare si spinge oltre, affermando la necessità di una elaborazione e comprensione di quegli anni per ricomporre una frattura mai sanata. E parla della sua visione del PD e della politica italiana, partendo dalle cose da fare.

Al di là del dibattito su Craxi e sulla strada eventualmente da dedicargli a Milano, a suo parere c’è ancora una frattura da ricomporre con la Prima Repubblica? É necessario farla? E in cosa consiste questa frattura?

Io sono solo sommamente interessato ai destini della sinistra. Mi sono permesso, credo in maniera molto garbata e tranquilla, quando Nicola Zingaretti la settimana scorsa ha parlato di un’ipotesi di apertura e di cambiamento della pelle e di un nuovo mondo a sinistra, di chiedergli “ma tu stai parlando del PD o stai parlando della sinistra”? E non è una domanda capziosa, perché io credo che l’unica possibilità di vedere una sinistra vincente deve essere la possibilità che, anche attraverso una rivalutazione e comprensione di certi momenti, si vada al di là di una serie di barriere che ci siamo un po’ posti noi.

Parliamo di riassorbire quel mondo che era socialista e che poi si è disperso in una diaspora?

Però non riassorbirlo per contare dal 22% al 24%. Riassorbire se riteniamo che alcune idee portanti di quel mondo abbiano senso ancora oggi. D’altro canto è una riflessione che si sta facendo nel mondo, è quello di cui stanno parlando i democratici americani.

Ma secondo lei bisogna farla questa cosa?

Io penso che si debba fare.

Parte del dibattito pre-congressuale del Partito Democratico verte sulla figura di Craxi. Non è un po’ anacronistico? Molti dicono “preoccupatevi delle cose concrete, siete al governo e state realizzando poco

Bisogna preoccuparsi dell’uno e dell’altro. Noi diciamo che il populismo salviniano è qualcosa che porterà il Paese allo schianto, al contempo i cittadini vedono in quella proposta degli elementi di chiarezza. Quali sono gli elementi di chiarezza della proposta a sinistra? Se non riusciamo neanche ad essere d’accordo su quei tre o quattro elementi fondamentali che costituiranno la nostra bandiera, come si può ritrovare il consenso? Io non sono tanto da dibattiti infiniti, mi sento una persona che cerca di dare il giusto tempo al dibattito, per poi prendere una decisione e lanciare l’azione. Oggi però noto che non si prendono decisioni neanche sugli elementi fondamentali.

Se dipendesse da lei, da dove partirebbe?

Senza enfatizzare il metodo Milano, credo che la nostra proposta basata sulla crescita e sullo sviluppo e sulla solidarietà debba trovare senso anche nell’intero Paese. Noi non parliamo abbastanza di come si fa a crescere. Purtroppo il debito pubblico non si cancellerà mai e senza la crescita non c’è alcuna possibilità di fare politiche sociali. Credo che tutto vada messo lì. Io cancellerei il reddito di cittadinanza, anche se le ragioni per averlo introdotto ci sono. Cancellerei Quota 100 e gli 80 euro e metterei quelle risorse, che sono una ventina di miliardi, in politiche di sviluppo, nelle infrastrutture e nel lavoro. De Bortoli ha parlato recentemente di ‘credito di cittadinanza’ ed è qualcosa di abbastanza affascinante. Piuttosto che darti 800 euro in attesa che troverai un lavoro, te ne do di più come credito nel momento in cui dimostri che sei già parte attiva di un processo di crescita. È chiaro che nessuno di noi ha la bacchetta magica, però purtroppo non si può che stare concentrati sull’azione, la riflessione va fatta.

Lei propone un dibattito in Consiglio Comunale a Milano sulla figura di Craxi e su quegli anni, un dibattito propedeutico a una eventuale intitolazione di una Via cittadina a Craxi. Auguri, ci vorrà l’elmetto.

Forse sì, però vivendo il Consiglio Comunale spesso gli stessi consiglieri si lamentano, e hanno in parte ragione, che il ruolo del Consiglio è svilito. Ora, perché non dare al Consiglio Comunale la possibilità di un confronto anche alto su questioni del genere?

Foto dal profilo ufficiale di Beppe Sala su Facebook

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    Luigi Ambrosio
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PD, adesso devi passare dalle parole ai fatti!

Nicola Zingaretti PD

Zingaretti aveva già fatto promesse a Bologna, due mesi fa, promesse poi non mantenute.
O meglio: cose di cui non si è più saputo nulla, come lo Ius Soli. Inghiottite nella quotidiana difficile convivenza di governo e nella quotidiana paura di Salvini e delle elezioni.

Ora dall’abbazia spunta un’agenda, la parità di salario, la rivoluzione verde, l’educazione la sanità, la lotta alla burocrazia. E la promessa di Graziano Delrio, fatta in una intervista, di mettere mano ai cosiddetti decreti sicurezza.

Belle parole. Belle cose. Da fare, però. Il tempo delle bandierine agitate e non tradotte in legge, per il governo e soprattutto per il Pd, è finito. Certo non sarà facile perché il Movimento 5 Stelle e il Pd sono alleati e sono al tempo stesso concorrenti. Per non parlare di Renzi che va per la sua strada. Basti vedere come la maggioranza sta procedendo sul cuneo fiscale.

La partita che gioca Zingaretti è molto complicata ma fino a oggi al PD è mancato il coraggio.

Cambiare il nome al partito, dire che lo si vuole aprire, di per sé non significa niente. La paura e la minaccia che “altrimenti torna Salvini”, nemmeno. La sola cosa che serve, per recuperare consenso, sono le cose concrete. Molto più utili del dibattito su quanto si debba stare vicini ai 5 Stelle o di quello su Craxi, dibattito che tanto piace alla minoranza che si raduna attorno a Giorgio Gori.

Le abbazie vanno benissimo. Passarci qualche giorno può essere fonte di ispirazione. Ora però il Pd deve dimostrare di esserne uscito con il coraggio necessario per fare di tutto per imporla, la propria agenda.

Foto dalla pagina ufficiale di Nicola Zingaretti su Facebook

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    Luigi Ambrosio
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Zingaretti e il nuovo partito. Sì, ma nuovo come?

Nicola Zingaretti PD

Chi si aspettava l’effetto ‘Bolognina’ è rimasto deluso. Zingaretti si è presentato sul palco della Società Umanitaria di Milano quando nelle edicole erano ancora calde le copie del giornale che riportava una intervista in cui il segretario del Partito Democratico diceva tra virgolette: “Vinciamo in Emilia-Romagna, e poi cambio tutto: sciolgo il Pd e lancio il nuovo partito…

E invece la formula con cui Zingaretti precisa le sue parole è un classico del linguaggio della politica tradizionale: “Non penso a un nuovo partito, ma a un partito nuovo“. Che tradotto significa: il Pd rimane il Pd, casomai proviamo a cambiare l’organizzazione e a fare entrare soggetti e forze che oggi sono fuori dal partito.

Per dire, a Milano Zingaretti non ha nemmeno accennato alla data del congresso, appuntamento che, nel caso di un progetto di trasformazione ambizioso, rappresenterebbe il passaggio finale. E il segretario non ha esposto idee concrete per dare forma al cambiamento evocato. Le formule alla moda in questo periodo non sono mancate: green new deal, industria 4.0, rivoluzione digitale.

Oltre però non è andato.

Anche su quali dovrebbero essere i soggetti a cui aprire il partito, maglie molto larghe. Con una operazione “alla sardina”, Zingaretti ha descritto il perimetro del ‘partito nuovo’ contrapponendolo alla cultura “delle destre”: “Noi costruiamo una proposta contro l’odio delle destre. Proteggere le persone significa dare loro una prospettiva migliore“.

Messa così, potrebbero sentirsi chiamati pezzi di mondo che stanno a sinistra del Pd, pezzi di mondo delle sardine stesse, e anche pezzi di mondo che stanno a destra del Pd, “magari pescando tra chi potrebbe cominciare a essere deluso da progetti come quello di Renzi che non stanno decollando” ragionava alla fine del discorso un senatore accorso a Milano per l’occasione.

Un Pd ‘maggioritario’ quindi, che sogna di tornare a essere ‘egemonico’ nel campo vasto del centrosinistra ma senza addentrarsi nei programmi e nelle proposte. È la sintesi dell’operazione che sta tentando il segretario del Pd. Del resto, la parola chiave l’ha pronunciata quasi subito: unità.

Zingaretti deve tenere insieme un partito dove, anche dopo la scissione di Renzi, convivono culture diverse, da chi guarda a sinistra a chi, come Gori, è più vicino al campo liberale e già dopo la sconfitta alle regionali in Umbria premeva per una resa dei conti interna. Per ora rinviata. Ma la scadenza del 26 gennaio, con le elezioni in Emilia-Romagna e in Calabria, si avvicina.

Dopo le elezioni, il progetto” annuncia Zingaretti. Dopo le elezioni, non è solo nel Pd che si dovranno vedere le carte. E’ anche nel Governo che si dovranno fare i conti. Se il Pd soffre il Movimento 5 Stelle non ride, le tensioni attorno al ruolo di Di Maio ne sono la prova.

Dal 27 gennaio le prudenze pre-elettorali non saranno più il pretesto per rinviare discussioni, confronti e anche scontri sulla linea politica da tenere a Palazzo Chigi. E difatti la cosa più concreta che ha detto Zingaretti dal palco di Milano è l’annuncio di un seminario tra tutti i dirigenti del Pd, dai ministri ai responsabili del partito, da tenersi lunedi e martedi prossimi, “per una agenda di Governo“.

Che è come dire, cerchiamo di arrivare preparati al 27.

Foto dalla pagina ufficiale di Nicola Zingaretti su Facebook

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    Luigi Ambrosio
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Sul caso Paragone potrebbe cadere il governo

Il senatore Gianluigi Paragone

Perché stiamo a parlare del caso Paragone? Perché potrebbe cadere il Governo. Non domani. Ma nemmeno tra chissà quanto.

Gianluigi Paragone è l’incubo di Di Maio. Il ‘capo politico’ del Movimento 5 Stelle aveva tentato negli ultimi tempi di coinvolgerlo nelle decisioni, più che altro però per tentare di contenerlo e di controllarlo.

Paragone è l’incubo politico di Di Maio perché per idee e curriculum è la figura di collegamento tra il Movimento e la Lega. L’emblema della nostalgia di molti grillini per il governo con Salvini.

Paragone è l’incubo politico di Di Maio perché è tanto più bravo di lui a giocare la parte del “populista antisistema”, incarnando il ‘grillismo originario’. Non a caso, Alessandro Di Battista, uomo-simbolo del Movimento “dei duri e puri” si è subito schierato con l’ex direttore de La Padania (sì, per chi non lo sapesse, o se lo fosse dimenticato, Paragone fu direttore del quotidiano della Lega): “È più grillino di tanti altri”. Se si assume quel punto di vista, è difficile dargli torto.

In un video pubblicato sui social, Paragone si descrive come “un Savonarola” e definisce i dirigenti del Movimento che lo hanno espulso “il nulla” (divagazione: si tratta di una citazione che scalda i cuori di destra. “Il nulla” è l’entità malvagia contro cui lottano gli eroi de “La storia infinita”, punto di riferimento culturale della destra italiana contemporanea). E poi attacca Di Maio senza nominarlo, elencandone i tradimenti, a cominciare dal caso autostrade.

Sale sulle ferite, dito nella piaga, scegliete la metafora che vi piace di più.
Paragone (che da parte sua ha fatto di tutto per farsi espellere, votando contro le indicazioni del gruppo diverse volte aula al Senato. Altri, per molto meno, erano stati mandati via) sottolinea la grande contraddizione del Movimento 5 Stelle: essersi alleato con il Pd, il partito-sistema, il partito nato per governare, l’antitesi del Movimento, il simbolo di tutto quello che i grillini hanno sempre affermato di voler combattere.

L’alleanza con la Lega, che Paragone incarna, era molto meno contro natura. E Di Battista e tutti quelli come lui stavano molto meglio con Salvini. Del resto pure Di Maio ci stava molto bene e avrebbe voluto che il governo gialloverde non morisse e l’estate del Papeete l’ha vissuta malissimo.

Sono tanti i grillini che non sopportano l’attuale alleanza. Alcuni per idealismo. Altri perché la loro carriera politica si avvicina al capolinea, con il Movimento in caduta verticale nei sondaggi, o magari con il doppio mandato già esaurito. I Di Battista, i Paragone rappresentano quelli che potrebbero sganciare il Movimento dal governo giallorosso per riportarlo dove stava prima.

Una forza centrifuga che potrebbe portare a un collasso, e non a caso dall’altra parte si assiste al tentativo dell’ex ministro Fioramonti di costituire in fretta e furia un soggetto parlamentare che si prepari ad accogliere tutti quelli che invece l’attuale governo vorrebbero continuare a sostenerlo facendo una scommessa diversa: quella secondo cui se il governo Conte bis dovesse durare e produrre buoni risultati, il Movimento delle origini, quello populista, quello “antisistema” non avrebbe più molto da dire, e si assisterebbe alla trasformazione del Movimento in qualcosa di molto più simile a una forza politica tradizionale.

Dinamiche che impattano sui numeri al Senato, dove la maggioranza si regge su una decina di voti di margine.

Foto dalla pagina Facebook del senatore Gianluigi Paragone

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    Luigi Ambrosio
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Il discorso di Mattarella: la scossa che non arriva

Il Presidente Sergio Mattarella durante il discorso di fine anno

Non ci si attendeva certo una scossa dal discorso alla Nazione del Presidente della Repubblica, un evocare azioni politiche forti per uscire dallo stallo in cui l’Italia giace come rassegnata, con poche eccezioni. Eppure, le parole di Sergio Mattarella sono state estremamente prudenti. Forse troppo.

Parole di buon senso che, sia chiaro, avercene in questo periodo storico in cui una destra radicale, anche se relegata all’opposizione, mostra la sua aggressività e raccoglie ampi consensi tra gli italiani.

Parole di buon senso che narrano di un’Italia solidale, inclusiva, laboriosa. Dove i giovani sono protagonisti, dove si è attenti ai deboli. Dove si ha speranza per il futuro.

Parole che sarebbero valide sempre, in ogni stagione. I problemi urgenti però sono rimasti fuori dal Quirinale e dalle case degli italiani. Le grandi e crescenti diseguaglianze sociali. La crisi economica da cui l’Italia non è mai uscita a differenza di tutti gli altri Paesi occidentali. Una società bloccata, che invecchia.

Una realtà da cui i giovani continuano a fuggire andando all’estero e dove non si fanno più figli, come ha certificato ancora una volta l’Istat solo due giorni prima del discorso di fine anno.

Fatta salva l’emergenza climatica, la politica è la grande esclusa dal discorso del Capo dello Stato. Esclusi il Governo, il Parlamento, ai partiti. Eppure, nell’anno che ci lasciamo alle spalle, di cose ne sono accadute.

La segretaria di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni ha lodato le parole di Mattarella definendole “di alto profilo” e questa è una cartina di tornasole di come Mattarella si sia tenuto volutamente alla larga dal conflitto (silenzio invece della numero uno della formazione di destra sul pestaggio di un parlamentare di sinistra, Arturo Scotto, picchiato da un manipolo di fascisti in piazza San Marco, a Venezia, allo scoccare della mezzanotte. Loro urlavano slogan contro Anna Frank, lui aveva cercato di zittirli. Le botte, la fuga nel classico stile fascista).

Concordia tra tutti, speranza per il futuro, buoni sentimenti. Conflitto a zero. Forse non ci si sarebbe potuti aspettare di più da un Presidente che, nel solco della sua cultura, gioca il ruolo di chi cerca di attenuare il più possibile le mai sopite tensioni che attraversano il Paese, nemmeno dopo il fatto politico principale del 2019, la caduta repentina e inaspettata del governo egemonizzato dalla Lega, e la nascita del governo Conte bis.

Le conseguenze importanti di questo fatto politico sono rimaste fuori dal discorso di fine anno del Presidente della Repubblica. Il Conte bis tiene insieme una maggioranza che sta dando l’impressione di esistere solo per evitare le elezioni e al tempo stesso arrivare ad eleggere proprio il successore di Mattarella nel 2022 e forse la chiave per comprendere il senso del discorso di Mattarella sta qui: fino a oggi, la scossa di cui avrebbe bisogno l’Italia non l’ha data chi ha la primaria responsabilità di darla, il nuovo Governo nato ai primi di settembre, dopo l’estate del Papeete.

Eppure, per tornare ad avere quella speranza per il futuro evocata da Mattarella, le risposte ai problemi del Paese sono necessarie e urgenti. Altrimenti non solo i giovani continueranno a emigrare, non solo non si faranno più figli, non solo le diseguaglianze continueranno ad aumentare mentre l’economia resterà al palo. Ma la destra radicale che si cerca di esorcizzare continuerà ad avere successo.

Foto | Quirinale

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    Luigi Ambrosio
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“Divisivo” is the new fascismo

Pietre d'inciampo a Bratislava

A Schio, in provincia di Vicenza, la giunta comunale ha detto no alla posa di 14 pietre d’inciampo dedicate a 14 concittadini che furono deportati, e morirono, nei campi di sterminio nazisti durante la seconda guerra mondiale. La proposta era stata avanzata dal Partito Democratico.

Motivazione del rifiuto: “È una iniziativa divisiva”. La maggioranza di destra in consiglio comunale aveva obiettato che la posa delle pietre d’inciampo avrebbe portato nuovo “odio e divisioni a Schio”. Quindi niente pietre d’inciampo.

Il caso di Schio è emblematico dell’uso politico della memoria da parte di una destra che in Italia è venata di nostalgie per il fascismo e di spirito di rivalsa e di vendetta, e di disprezzo, nei confronti dell’antifascismo. Non è il solo caso. Nelle ultime ore a Roma sono state imbrattate le targhe di due vie dedicate a deportati.

Nei giorni scorsi due comuni avevano detto no alla cittadinanza onoraria a Liliana Segre: Biella e Sesto San Giovanni. Il sindaco di Biella poi, travolto dalla popolarità di Ezio Greggio, il quale aveva rifiutato il riconoscimento che gli era stato proposto in luogo di Liliana Segre, ha cambiato idea e ha deciso di conferire la cittadinanza onoraria alla donna sopravvissuta al campo di sterminio di Auschwitz, diventata oggetto di attacchi e minacce e costretta alla scorta.

A Sesto San Giovanni, che da icona della sinistra comunista si è trasformata ormai nel laboratorio politico della destra radicale italiana, invece tengono il punto.

Da Schio a Roma a Sesto San Giovanni la destra radicale manipola la memoria, e tenta una operazione in fondo banale ma che rischia di essere efficace, in assenza di risposte adeguate: la trasformazione della memoria della Resistenza, dell’antifascismo, delle deportazioni, delle vittime del nazifascismo da patrimonio comune a valore di una sola, minoritaria parte.

E la parola d’ordine, in tutti i casi, è “divisivo”. Se sei antifascista, sei “divisivo” perché il fascismo ha pari dignità con l’antifascismo, non può essere discriminato. Semplice, nella sua brutalità. Semplice e pericoloso.

Foto di Christian Michelides

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Cosa insegna la risposta di Ezio Greggio alla provocazione leghista di Biella?

Ezio Greggio

Il sindaco leghista di Biella, Claudio Corradino, alla fine ha chiesto scusa, anche se ha voluto comunque ribadire che altri hanno voluto speculare sulla sua scellerata decisione di non dare la cittadinanza onoraria a Liliana Segre, unica superstite della sua famiglia deportata nel campo di sterminio nazista di Auschwitz, e di proporla invece a Ezio Greggio, il popolare comico e conduttore televisivo di Canale 5.

Io sono stato un cretino, lo ammetto, e chiedo scusa alla Segre e a Greggio, però su questa cosa è stata fatta una speculazione indegna da parte di tutti quanti e mi dispiace” ha detto il sindaco che ha aggiunto: “il risultato è stato negativo, ingiustamente. Una grandissima sciocchezza che è diventata una cosa nazionale. La Signora Segre non ha bisogno che arrivi il Sindaco di Biella a darle la cittadinanza, è un ‘patrimonio dell’umanità’ e le chiedo ancora scusa. L’ho invitata anche a Biella per la Giornata della Memoria e non c’è nulla contro di lei”.

Il sindaco di Biella che fino a poche ore prima diceva cose terribili tipo “la signora ha subìto quello che ha subìto 70 anni fa“. Il sindaco è stato colpito e affondato. Non da qualche esponente politico della sinistra, o da qualche intellettuale, figuriamoci, di quelli se ne sarebbe bellamente fregato.

Il sindaco è stato colpito e affondato da Ezio Greggio che ha rifiutato la proposta di cittadinanza onoraria spiegando che i valori della sua famiglia, il ricordo del padre prigioniero per tre anni in un lager nazista e il rispetto per Liliana Segre lo inducevano a dire no.

Ezio Greggio ha colpito là dove un politico o un intellettuale non avrebbero potuto proprio perché è un personaggio pop, un personaggio della tv popolare, un personaggio molto affine all’immaginario a cui fa riferimento lo stesso Salvini: quello della cosiddetta ‘gente comune’ coltivata per decenni dalle Tv di Mediaset di cui Greggio è un’icona.

Scoprire che uno dei personaggi delle televisioni berlusconiane ha un pensiero limpido e chiaro sui temi del rispetto della Memoria e dell’antifascismo ha mandato in crisi quei piccoli politici di provincia che pensavano di stare operando chissà quale provocazione.
La storia di Biella se insegna qualcosa insegna che è il pop, nel senso di popolare, che può mandare in corto circuito il pensiero salviniano.

Nelle stesse ore, Salvini faceva un passo falso: sfotteva su Instagram un calciatore del Milan, Suso, a cui la società aveva fatto gli auguri di compleanno, criticandolo per il suo scarso rendimento. Suso gli rispondeva a tono dicendogli di preoccuparsi piuttosto di come si amministra il Paese e da lì si scatenavano centinaia di tifosi in difesa del calciatore e contro il leader politico.

Ancora una volta, il mondo pop metteva in crisi l’uomo della politica pop.

E poi c’è un terzo episodio: lo sbarco di Salvini, fino a oggi dominatore dei social, su Tik Tok, il nuovo social dedicato agli adolescenti, fino a questo momento è stato piuttosto problematico. Per la prima volta, Salvini e la sua macchina della propaganda non dominano l’ecosistema digitale in cui cercano di insediarsi.

Salvini è un politico e allo stesso tempo un’icona pop. Anzi, probabilmente è prima di tutto un’icona pop e poi un politico. Fino a oggi è riuscito a convincere tutti di essere talmente forte sul terreno del rapporto diretto e immediato con le persone comuni da essere imbattibile.

Gli ultimi episodi non dicono ovviamente che sia iniziato il declino del capo leghista e dell’onda sovranista. Dicono che l’Italia non è necessariamente quella narrata da Salvini e dalla destra radicale. E che forse politici seri, capaci di entrare in sintonia con la vita delle persone, con programmi che diano risposte ai bisogni reali, forse non partirebbero sconfitti in partenza.

Pop, nel senso di popolare contrapposto a pop, nel senso di populista.

Foto dal profilo ufficiale di Ezio Greggio su Instagram

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    Luigi Ambrosio
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Zingaretti: “Torniamo a combattere”. E ora il Pd deve farlo

Nicola Zingaretti

Ora vediamo chi è più forte. Vediamo se il Partito Democratico riesce a mantenere la promessa fatta dal suo segretario alla fine della tre giorni di Bologna: “Torneremo a combattere“.

Zingaretti, a lungo accusato di essere troppo debole, chiudendo l’assemblea nazionale ha detto cose. Ha avanzato quattro proposte concrete, più una. Quattro cose più una che il Parlamento e il Governo devono fare da qui alla fine della legislatura, ha detto. Cittadinanza ai figli degli immigrati nati in Italia, ossia Ius Culturae; revisione delle leggi sulla sicurezza volute da Salvini; equo compenso per tutti i lavori; parità di salario tra donne e uomini. E in più, politiche fiscali per favorire investimenti produttivi.

Combatteremo per farlo” ha urlato dal palco. Dopo pochi minuti, Di Maio faceva dire a un portavoce che su Ius Culturae e decreti Sicurezza il Movimento 5 Stelle è ‘sconcertato’.

Combattere significa combattere. Significa tenere il punto, significa che la partita è vitale. I militanti del Pd arrivati a Bologna, e soprattutto gli elettori che hanno visto un bagliore di iniziativa da parte del Segretario, sarebbero parecchio delusi se poi non se ne facesse nulla.

Il clima, alla fine, tra le persone che si aggiravano tra gli stand dei marchi dell’industria italiana del cibo che compongono ‘Fico’, nel cui centro congressi si è tenuta la giornata finale, erano carichi per il ritrovato orgoglio. Durerà se il Partito Democratico si comporterà di conseguenza.

Anche perché l’Assemblea che doveva servire anche a chiudere definitivamente con il renzismo ha dimostrato che Renzi non c’è più fisicamente ma aleggia ancora come un fantasma. Più volte attaccato, senza essere nominato, negli interventi dal palco. Preso come metro di paragone da chi sostiene che si debba cambiare radicalmente strada e da chi invoca una sostanziale continuità con il passato. Perché uscito di scena Renzi, nel Pd permane il problema di sempre. Due culture, due visioni delle cose che si confrontano, si misurano, si scontrano se necessario.

Bastava vedere gli ospiti di domenica mattina: da un lato il presidente della Confindustria, Vincenzo Boccia, dall’altro Elly Schlein, che ha fondato una lista di sinistra che appoggia il Partito Democratico alle regionali emiliano romagnole. Entrambi hanno parlato dell’Ilva. Il primo per dire che bisogna rimettere lo scudo penale e che bisogna evitare atteggiamenti muscolari nella trattativa. La seconda per dire che a Taranto occorre una riconversione industriale in chiave ecologica.

Diversità che si riflettevano nei punti di vista dei dirigenti del partito che prendevano la parola. Giorgio Gori diceva che si deve lavorare in continuità con il jobs act e i governi Letta, Renzi e Gentiloni. Maurizio Martina invocava un “fisco equo per le multinazionali“. In mezzo gli uomini di governo, da Franceschini a Guerini, a parlare di pazienza, di fatica, di mediazione. Si riferivano esplicitamente al rapporto con il Movimento 5 Stelle. E implicitamente agli equilibri interni.

Senza Renzi il baricentro si è spostato, senza dubbio, tanto che ora il Pd torna ad esempio a parlare di ‘campo largo’ pensando alla politica delle alleanze e archiviando sia l’idea di una autosufficienza maggioritaria che l’automatismo tra carica di segretario e candidato premier. Ma l’unità invocata da molti può al massimo essere una pratica, come ha chiesto, con forza, il candidato alle regionali Bonaccini, che se la gioca rischiando.

A rischiare, in Emilia Romagna il 26 gennaio, è tutto il partito e sarebbe lo stesso governo Conte a vedersela brutta se vincesse Salvini, anche se ovviamente tutti negano. Il collante è la narrazione della ‘Italia migliore’ che il Pd vuole rappresentare. L’Italia che decide di lottare contro il sovranismo reazionario in un orizzonte culturale, lo ha detto Zingaretti e lo hanno ripetuto altri, di democrazia liberale. L’Italia antifascista. In queste terre, con Salvini che parla di ‘liberazione’ è un discorso che vale doppio e accanto a Zingaretti, in prima fila, c’è Ferruccio, partigiano, 92 anni di Marzabotto. Un’ovazione per lui.

I valori come colla se la colla delle proposte concrete tiene poco perché chi fa la miscela non è d’accordo sugli ingredienti. Non a caso, subito prima del segretario hanno fatto parlare Stefano Massini, scrittore e drammaturgo, diventato abbastanza famoso in televisione di recente.

Serve un nuovo umanesimo” ha detto. Nientemeno. “Servirebbero delle idee da trasformare in azioni” ha detto una militante dalla platea rivolgendosi alla sua vicina di posto.

Poco dopo, è salito sul palco Zingaretti e ha detto: “Dobbiamo rifondare la nostra identità e capire cosa ci è successo“.

Foto dal profilo FB di Nicola Zingaretti

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L’antisemitismo italiano non è mai morto e ora rialza la testa

Liliana Segre, Sergio Mattarella e Giuseppe Sala

L’antisemitismo è una matrice. Prendete il linguaggio nazifascista, sostituite “ebreo” con “mondialista” o con “immigrato”, “finanza ebraica” con “élite internazionali” e avrete il linguaggio della destra contemporanea.

Molto spesso, per denunciare i presunti pericoli dell’immigrazione, Meloni e Salvini tirano fuori la storia della “sostituzione etnica”. I leader della destra parlamentare che punta all’egemonia non hanno esitato a impossessarsi di un’espressione che alimenta le paure legate ai fenomeni migratori, sdoganando a fini elettorali un argomento pericoloso.

Perché la “sostituzione etnica” è sì una sciocchezza. Ma una sciocchezza pericolosa. Si tratta di una pura invenzione che in passato era relegata agli ambienti della destra nazifascista e che affonda le radici nel cosiddetto “piano Kalergi”, secondo cui esisterebbe un progetto orchestrato dal “grande capitale internazionale” per sostituire la “razza bianca” europea con masse di sottoproletari provenienti dall’Africa e dall’Asia, più adatte a essere manipolate e sfruttate. Ovviamente è solo fantasia complottista.

Il papà del cosiddetto “piano Kalergi”, dal punto di vista ideologico, è rappresentato dai “protocolli dei Savi di Sion”. Libretto scritto e diffuso nel mondo dai servizi segreti della Russia zarista agli inizi del ‘900, i “protocolli”, inventando un piano ordito da “élite ebraiche” per assoggettare tutti i popoli del mondo, sono una delle architravi dell’antisemitismo contemporaneo.

L’antisemitismo non è mai morto, in Europa. I fatti violenti delle ultime settimane, dall’attentato di Halle, in Germania, al tentato assalto a una sinagoga a Budapest, alla profanazione di un cimitero ebraico in Danimarca, sono la punta dell’iceberg.

In Italia ci eravamo illusi che il razzismo e l’antisemitismo fossero una parentesi chiusa con la fine del fascismo nel 1945. Gli ultimi anni ci dicono che non era così. La crescita della destra radicale, l’odio online, le discriminazioni e le violenze contro i migranti, hanno dimostrato che le idee e le pratiche razziste proliferano.
L’antisemitismo rimaneva un tabù. L’ultimo.

È stato per decenni come chiuso dentro a un armadio di sicurezza e quando veniva fuori, come quella volta nel 1979 quando ultras della squadra di pallacanestro di Varese brandirono croci cristiane e gettarono polli spennati dipinti con la bandiera di Israele contro i giocatori del Maccabi Tel Aviv, era uno scandalo che veniva attribuito a pochi ambienti marginali e ininfluenti. A poche curve degli stadi. A pochi gruppi di fanatici.
E intanto ha scavato e negli ultimi anni le forme di antisemitismo camuffate da teorie del complotto dove élite mondiali ordiscono trame contro il popolo sono diventate argomento diffuso.

E ora, con le minacce a Liliana Segre, l’ultimo diaframma cade. L’antisemitismo esce dalle tenebre e si mostra alla luce del sole. A Liliana Segre non sono state risparmiate le battute sui forni e gli insulti antiebraici.

Liliana Segre è un simbolo: viene aggredita in quanto donna. In quanto promotrice di una commissione contro l’odio. E in quanto ebrea. Non basta che Salvini ora affermi “dirsi antisemiti nel 2019 è da ricovero” quando poi la destra non si alza in Senato per applaudire Liliana Segre, quando è normale dire “sostituzione etnica”, quando gruppi e personaggi dichiaratamente fascisti vengono resi pop con operazioni mediatiche e politiche. E intanto una donna di 89 anni, unica sopravvissuta della sua famiglia al campo di sterminio di Auschwitz, è costretta alla scorta.

L’antisemitismo è una cartina tornasole. Quando non si ha più paura di usare “ebreo” come insulto, quando non si prova più vergogna a servirsi delle battute sui campi di sterminio per aggredire, vuol dire che non ci sono più limiti mentali, e chi lo fa non sente più il bisogno di camuffarsi.

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    Luigi Ambrosio
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L’errore del Daspo a Milano

Daspo a Milano

La destra vuole riprendersi Milano, città che in questi anni è diventata un faro nel panorama spesso desolante della politica italiana. Vuole riprendersela per spegnere il più importante esempio di alternativa laica e progressista all’egemonia salviniana. Punterà tutto sulle paure delle persone, come al solito. E oggi festeggia perché per la prima volta, da quando Pisapia vinse le elezioni comunali nel 2011, l’unità del centrosinistra che governa Milano è intaccata. Per la prima volta dal 2011, si vede una incrinatura nella solidità del cosiddetto “modello Milano” sul tema del Daspo urbano.

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La grande fiction

Dopo le parole di ieri tra Salvini e Di Maio, se la politica fosse ancora quella di una volta, ci sarebbe stata una soluzione e una soltanto: crisi di governo e nuove elezioni.

Se la politica fosse ancora quella di una volta.

Questo governo è il governo dei social media manager. Lo abbiamo già detto in passato, quando scene simili si erano già manifestate. (altro…)

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La Capitana e le battaglie giuste

Sulla pelle delle persone migranti.

Ancora una volta.

Salvini gioca la sua ributtante partita del consenso politico.

Perché la verità è che con tutta probabilità sull’immigrazione e l’ostilità verso le Ong, il capo della Lega ottiene un consenso maggioritario. (altro…)

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    Luigi Ambrosio
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O vincono anche i poveri, o sarà una sconfitta

Arco della Pace, Milano, la sera in cui alla città sono state assegnate le Olimpiadi invernali del 2026. Decine di persone che corrono, si allenano, fanno ginnastica sui gradoni dell’anfiteatro. Corpi curati, abbigliamento sportivo alla moda. Una camionetta dell’esercito pattuglia senza sosta. Milano è una città che corre. Corre come mai nessuna città in Italia, in epoca moderna, ha corso. È una città entusiasta di sé, proiettata in Europa e nel mondo, pervasa da una ideologia precisa: l’ideologia della crescita, del successo, del futuro come onda da cavalcare. Nulla di nuovo rispetto al passato anzi sì, una differenza enorme esiste. In questi anni è la sinistra, la parte più consistente di essa, che ha guidato e guida il processo politico, economico, sociale. Le Olimpiadi rappresentano il coronamento di un percorso che era iniziato con Expo e che ha coinciso al tempo stesso con la definitiva trasformazione della città e con il successo delle amministrazioni di centrosinistra.Milano è a un passaggio storico. In città arriveranno fiumi di denaro, miliardi di Euro, concentrati sul settore immobiliare. Non sono solo le Olimpiadi. È il modello vincente della città bella, smart, innovativa. Un modello internazionale. Il modello Londra, come amano ripetere gli esegeti.A Londra però fanno i conti con i danni di quel modello, con il suo lato oscuro. Una città solo per i ricchi e i ricchissimi, con i poveri allontanati, espulsi. Un peso da sopportare. A Londra e in altre città europee che hanno affrontato questo processo di trasformazione prima di Milano oggi la politica si interroga su come porre rimedio al lato oscuro del successo. Milano e la sua classe dirigente politica dovranno dare risposte concrete a chi, povero o impoverito, tagliato fuori dal circuito del successo, vede nelle Olimpiadi, nei grattacieli, nella celebrazione della ‘bella Milano’ un pericolo e un mondo ostile. A partire dal principale dei problemi: quello dell’abitare. È un’occasione importante, un momento decisivo: quello dell’affermazione o del fallimento del ‘modello Milano’ teorizzato dal centrosinistra negli ultimi dieci anni. Se il centrosinistra saprà includere gli ultimi e gli esclusi, avrà vinto. Altrimenti, sarà la sconfitta di una classe dirigente

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Perché non si vota a settembre

non si vota a settembre

C’è una dichiarazione attribuita ad ambienti del M5S di oggi che suona così: “Salvini la smetta di attaccarci, noi vogliamo lavorare”. Nel mirino del capo della Lega ci sono tre ministri grillini: Costa, ambiente. Toninelli, infrastrutture e trasporti. Trenta, difesa. (altro…)

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Grillini divisi, Salvini comanda

L’atteggiamento di Salvini nei confronti del Movimento 5 stelle è talmente duro in queste ore che sembra che il capo leghista voglia umiliare i grillini.

Non solo ha imposto tutti i temi leghisti per l’agenda del Governo dopo il risultato delle elezioni.

Salvini ha mandato avanti il capogruppo al Senato della Lega a dire che Rixi deve restare al suo posto anche in caso di condanna al processo che lo vede imputato per peculato. Uno schiaffo in faccia al Movimento 5 Stelle nato e cresciuto su temi quali il rinnovamento e l’onestà.

Poi in conferenza stampa ha frenato, dopo avere squassato ancora una volta i nervi dell’alleato, affermando che su Rixi si esprimerà ufficialmente solo dopo la sentenza attesa per il 30 maggio.

Salvini continua a ripetere che vuole solo l’applicazione del programma e che non ci sono problemi né con il Presidente del Consiglio né con gli alleati.

Il punto è: quale programma.

“Il governo va avanti se si rispettano gli impegni” da detto Salvini. Allude a impegni frutto del rapporto che si era instaurato con il capo politico dei 5 Stelle Di Maio prima delle elezioni. Il decreto sicurezza bis, che è successivo al programma originario di governo, è pronto per andare in Consiglio dei Ministri.  Salvini sa benissimo che questo è un altro tema che spacca gli alleati. Dentro al Movimento 5 Stelle è in corso una partita durissima, da resa dei conti, dopo una sconfitta che non era attesa in queste dimensioni. I sostenitori di Di Battista e quelli del presidente della Camera, Fico, vogliono sostituire Di Maio alla guida del Movimento.

“Di Maio resta se applica il programma altrimenti se ne va” ha detto a Radio Popolare il deputato pentastelato Luigi Gallo.

Salvini sa che in questo contesto vince comunque. Vince se il Governo va avanti. Vince se a rompere saranno i 5 Stelle, dopo una lunga lacerazione interna. Lui invece è pronto a riallacciare il rapporto con un centrodestra di cui è egemone. Magari prima di dover alzare l’Iva o di dover rispondere alle sollecitazioni della Ue sui conti economici

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Lega trionfa, PD sopravvive, gli altri a pezzi

lega trionfa pd sopravvive

L’Italia è il Paese più a destra d’Europa. Lega e Fratelli d’Italia insieme viaggiano intorno al 40 per cento. Con tutto il rispetto per l’Ungheria o la Polonia, il peso politico dell’Italia che vira a destra è decisamente superiore. (altro…)

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Salvini, che banalità. E Zorro lo trolla

Salvini Zorro

Alla fine, il presunto Re dei social, il capo della potente macchina della comunicazione che intimidiva tutti, amato dai troll che impazzano in rete, è stato trollato. Quando Zorro è comparso sul palazzo di piazza Duomo di fronte al palco, salutando felice con la sua spada, dopo avere srotolato un grande striscione con scritto “restiamo umani”, molti passanti sotto ridevano e applaudivano. Fino a quando, a pochi istanti dall’inizio del comizio di Salvini, la Polizia ha fatto sparire lo striscione e Zorro si è ritirato. Ma ormai era fatta. I leghisti, un po’ irritati ma soprattutto ammutoliti. “Qui non ci sono razzisti o fascisti, questa è una sfida tra chi guarda al futuro e chi rimane legato a schemi del passato” ha esordito Salvini. Ma il suo discorso non ha scaldato. Rispetto ai successi di alcuni mesi fa -pensiamo a piazza del Popolo a Roma a dicembre- la giornata milanese è stata decisamente moscia. E pensare che era stata venduta come l’appuntamento cruciale per le destre radicali europee, tutte insieme per declamare la presa del continente. La piazza era tutt’altro che piena, ravvivata semmai da Zorro e dalle decine di contestatori che si sono presentati a inizio pomeriggio e sono rimasti fino alla fine a fischiare. La partecipazione dei fan leghisti è stata meno entusiasta di quanto ci si sarebbe aspettati, considerato che il partito e il suo leader sono dati in grande ascesa. Molti gruppi regionali che si muovevano come fossero in gita a Milano. Quelli della ‘Lega Basilicata’ appena davanti ai padovani col ‘Leon che magna el teron’ e che urlavano ‘Veneto Libero’. Molto verde padano, più che nel recente passato. Sul palco, i discorsi dei leader europei sono passati inosservati, a parte qualche applauso per Marine Le Pen ma soprattutto perché si è sforzata di parlare in italiano. Poche parole, solite banalità. Salvini, alla fine, è apparso stanco. Un discorso grigio e modesto. Porti chiusi, ‘fino a che ci sono io’ eccetera. Gli attacchi a Papa Bergoglio. ‘Datemi la forza’. Ecco. Forse il solo passaggio interessante è relativo alla politica italiana. Datemi la forza per fare la flat tax, ossia per imporre l’agenda ai 5 Stelle, è stato il senso del discorso. Pur ribadendo lealtà al patto di governo. Poi, tra lodi alla Madonna e appelli ai Santi da parte del leader, tutti a casa, sotto una leggera pioggia.

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Casalbruciato: “È casa nostra, restiamo”

“I miei figli mi hanno detto che gli abitanti ci hanno urlato ‘zingari, andate via’ e mi hanno chiesto se dovevamo andarcene. Ho risposto loro che no, questa è casa nostra, non ce ne dobbiamo andare”.

Omeròvic è entrato martedi nell’appartamento di Casalbruciato, borgata romana, assieme alla moglie e ai figli, scortato dalla Polizia. Militanti fascisti di Casapound e un gruppo di abitanti delle palazzine ha tentato di aggredirli fisicamente, urlando loro frasi violentissime. Urla e minacce erano contiuate per tutta la notte. Accanto alla famiglia Rom ci sono anche le associazioni antirazziste e mercoledi ha fatto loro visista la sindaca di Roma, Raggi che ha ribadito: “questa è casa vostra”. (altro…)

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Le pressioni hanno funzionato, la figuraccia rimane

Maratona di Trieste

Gli organizzatori della Trieste Running Festival fanno marcia indietro e inviteranno anche atleti africani alla gara podistica professionistica. Le pressioni erano arrivate dal mondo dello sport e della politica. Noi avevamo invitato gli sponsor e gli atleti a ritirarsi. La figuraccia internazionale rimane. Il divieto, tra le altre cose, avrebbe rappresentato una pessima pubblicità per la candidatura di Milano e Cortina alle Olimpiadi invernali (la Iaaf e il Coni, partner istituzionali della maratona, sono affiliati al Cio, il Comitato Olimpico Internazionale, che dovrà decidere a chi assegnare i giochi del 2026).

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Partiti di sinistra, dove siete?

partiti di sinistra dove siete
People Rise Up. Il popolo insorge.

Uno slogan che campeggiava su un grande striscione in piazza Syntagma ad Atene durante le proteste contro l’austerità e i tagli imposti dall’Europa. (altro…)

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    Luigi Ambrosio
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Gli italiani a favore dello Ius Soli. E allora il Pd!

ius soli

Facciamo un viaggio indietro nel tempo.

Indietro indietro fino a un’epoca della politica italiana in cui accadevano cose che oggi sono inimmaginabili. Un’epoca lontana, un’epoca che secondo alcuni, in realtà, non è mai esistita.

L’epoca in cui il Pd era al governo.

Eh sì, ve li ricordate il governo Letta e poi il governo Renzi e poi il governo Gentiloni?

Vi ricordate come terminò la scorsa legislatura?

Mancavano pochi mesi e c’era da fare lo Ius Soli.

Ma il Pd era alleato di Alfano*. Alfano, a proposito: che fine ha fatto Alfano? Qualcuno si ricorda di Alfano?

Ok, nessuno. Torniamo a quei giorni. Mancava una cosa da fare: lo Ius Soli.

Ma Alfano diceva no.

E il Pd diceva: “senza i voti di Alfano, il Ius Soli non si può fare”.

E un sacco di italiani dicevano: “ma mettete la fiducia, Alfano dovrà votarla per forza, e al limite se non la voterà voi ci avrete provato e quando verrà il momento di votare gli elettori si ricorderanno del vostro coraggio”.

Ma il Pd  rispondeva: “noi siamo realisti mentre voi siete pazzi, gli italiani sono contrari alla cittadinanza per i figli degli immigrati nati in Italia pur con tutti i limiti della legge che abbiamo proposto che non è che dia la cittadinanza così ma uno deve studiare e dimostrare di meritarla ma insomma gli italiani sono contrari, se forziamo la pagheremo nelle urne”.

Lo Ius Soli versione moderata di cui si discuteva nella scorsa legislatura fu archiviato.

Risultato: Pd al 18 per cento. Alfano manco ricandidato. Nuovo governo con dentro Salvini, Lega lanciata verso l’egemonia.

E oggi, grazie a un sondaggio, scopriamo che agli italiani lo Ius Soli piace. Addirittura il 62,8 per cento sarebbe a favore, secondo Quorum/Youtrend.

I sondaggi valgono quello che valgono, però indicano una tendenza. Quella che la politica dovrebbe essere capace di intercettare e anzi anticipare.

Ma era un’epoca lontana. Oggi è diverso. Vero?

*Angelino Alfano, Agrigento, 31 ottobre 1970 . Già astro nascente di Forza Italia, ruppe con Berlusconi e fondò una sua lista. Fu ministro della giustizia nel governo Berlusconi IV e in seguito ministro degli Interni prima e degli Esteri poi quando fu alleato del Pd tra il 2013 e il 2018

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    Luigi Ambrosio
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La vittoria delle donne

vittoria delle donne

A Verona è stata la vittoria delle donne. Quelle del movimento Non una di Meno, quelle delle altre associazioni, quelle che senza appartenere ad alcun gruppo organizzato sono andate in piazza. (altro…)

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    Luigi Ambrosio
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Giorgia Meloni siamo con te!

Giorgia siamo con te
“La gente non si deve fare gli affari tuoi”
Così Giorgia Meloni, la segretaria di Fratelli d’Italia, ha risposto alla giornalista che le chiedeva conto della sua contraddizione, quella per cui sarà al congresso della famiglia tradizionale a Verona nonostante abbia fatto una figlia con un uomo con il quale non è sposata.
Una risposta ineccepibile. Siamo d’accordo con Giorgia Meloni, la gente non si deve fare gli affari tuoi.
Giorgia Meloni, se ci stai ascoltando: noi siamo con te e ti chiederemmo un favore. Quando sarai a Verona, spiegalo a quella allegra compagnia di fascisti, nazisti, cattolici tradizionalisti, religiosi integralisti, gente che vorrebbe la donna segregata in casa e ridotta a schiava domestica del maschio, fustigatori di adulteri, altri che vorrebbero la morte degli omosessuali.
Vai, Giorgia Meloni, sei tutti noi. Tu che ti sei liberamente riprodotta fuori dal matrimonio, che correttamente pensi che gli altri debbano farsi gli affari propri, urlaglielo forte, a Verona: fatevi i cazzi vostri.
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Rami, scappa!

rami scappa
Avremmo anche voluto parlare d’altro, ma dobbiamo stare sulla vicenda della cittadinanza italiana a Rami, il ragazzo 13enne che assieme al compagno Adam ha contribuito a sventare la strage di San Donato.

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Rami vince, Salvini perde

Rami vince, salvini perde

Alla fine, ci voleva un ragazzino di 13 anni, figlio di immigrati, per mettere in crisi la formidabile macchina della comunicazione di Salvini.

Rami è tutto quello che i leghisti odiano. Ha spiegato che la cittadinanza per tutti i figli di immigrati è un diritto e non un privilegio. Ha chiesto una legge giusta.

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    Luigi Ambrosio
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Salvini contro Rami è il vecchio che sa di morire

C’è il piano politico immediato rispetto a cui non si può che rimanere costernati di fronte a un uomo adulto, di oltre 45 anni, potentissimo perché fa il ministro dell’Interno e -in pratica- il capo del governo, che se la prende con un ragazzino inerme.

Del fatto che Salvini si sia comportato da bullo nei confronti di Rami, il 13enne che ha contribuito a evitare una strage sul bus a San Donato Milanese e che ha chiesto che la cittadinanza italiana sia un diritto per tutti i figli di immigrati e non un premio speciale per lui, è stato detto e scritto. (altro…)

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    Luigi Ambrosio
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Come gli altri

come gli altri, campidoglio

Questi giorni di marzo 2019, 20 e 21, incipit di Primavera, saranno ricordati come quelli della fine del Movimento 5 Stelle. Non la fine materiale, perché il partito di Casaleggio continuerà a prendere voti, magari pure tanti, e magari continuerà a vincere e governare. (altro…)

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    Luigi Ambrosio
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Ora Zingaretti deve fare cose concrete

Il primo atto politico di Nicola Zingaretti come nuovo segretario del Partito Democratico è il sostegno all’alta velocità Torino-Lione.

Che il Sì e il No al treno veloce siano trasversali, non è una novità. Che gran parte del Pd e anche buona parte del mondo sindacale siano a favore, è cosa nota. (altro…)

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L’arresto dei genitori di Renzi (e il voto su Salvini)

Le prime reazioni di esponenti di governo all’arresto dei genitori di Renzi sono caute. Ma la vicenda è una occasione per il Movimento 5 Stelle (e per Salvini), per tentare di coprire mediaticamente e politicamente la gestione grillina dell’inchiesta sul ministro degli Interni, nel giorno in cui gli iscritti al Movimento hanno detto “No” al processo a Salvini con una spaccatura tra i militanti che mette i pentasellati ancora più in difficoltà di quanto già non lo fossero nei confronti della Lega, con un sostanziale diniego dei princìpi su cui il Movimento è nato che apre una ipoteca sul suo futuro politico. (altro…)

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La secessione dei ricchi

L’hanno definita la secessione dei ricchi.

Domani, sul tavolo del governo arriva un progetto di legge per l’autonomia di Lombardia, Veneto e Emilia Romagna. Non se ne sa nulla. Non si sa se sarà, come probabile, un progetto di legge costituzionale, sopratutto non si sa cosa contenga davvero. Tutto segreto. (altro…)

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    Luigi Ambrosio
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Non sono solo canzonette

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La perversione del Di Maio pensiero -“dall’anno prossimo solo televoto”- e del Salvini pensiero (e ora ci si mette pure il presidente della Rai, Foa) consiste nello sfruttare l’occasione di una kermesse canora per riaffermare sotto traccia un concetto molto più ampio, che nulla ha a che fare con Sanremo, e che è il vero obiettivo della polemica costruita ad arte: la loro idea di “volontà popolare”. (altro…)

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Politica italiana mai così in basso

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I mediocri personaggi politici che ci governano sono abituati all’idea che “tanto vale tutto, tanto si può dire tutto”. Poi vanno in altri Paesi, replicano gli stessi comportamenti che attuano in Italia, perché è la sola modalità che conoscano, e le loro azioni producono conseguenze gravi. Non era mai accaduto, nella storia della Repubblica Italiana, che un ambasciatore venisse richiamato per consultazioni. Bisogna risalire ai tempi della dittatura fascista per trovare dei precedenti. Già solo questo dovrebbe rendere l’idea del grado di umiliazione che dobbiamo subire a causa dei Di Maio, dei Salvini, dei Di Battista. (altro…)

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Arrivano i Gilet Gialli all’italiana

gilet_giallo

Sabato, a Roma, ci sarà la manifestazione della Cgil, la prima della segreteria Landini e promette di essere un appuntamento importante per capire se una piazza di sinistra sia in grado di mobilitarsi davvero oggi in Italia. Ed ecco che arriva la notizia che in piazza ci saranno anche i gilet gialli versione italiana. (altro…)

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Il format

sea watch

Ve la ricordate la vicenda della Sea Watch? No, non la Sea Watch oggi. La Sea Watch a fine dicembre, quando a bordo aveva 32 persone salvate nel Mediterraneo. Anche allora, come oggi, fu tenuta per giorni -più di due settimane- lontana dai porti italiani, in attesa di fare sbarcare i migranti che aveva a bordo. Eh sì. E’ facile confondere date, nomi, circostanze. E’ facile dimenticare. Perché i casi si susseguono. E soprattutto, perché il copione è sempre lo stesso. (altro…)

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La brutale banalità di Giulia Grillo

giulia grillo ministro sanità

Potremmo anche chiuderla molto brevemente. Sarebbe sufficiente riportare le parole di Giulia Grillo, ministra della Sanità, sui 47 migranti da 12 giorni a bordo della nave Sea Watch: “La situazione è sotto controllo e comunque quando mandiamo i medici è il Paese che paga e non mi pare il caso”. (altro…)

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Sotto l’eversione, niente

Immaginiamo cosa sarebbe accaduto se in un anno a caso della prima repubblica, che ne so, il 1976, l’allora ministro dell’Interno Francesco Cossiga fosse stato messo sotto inchiesta da una Procura per il reato di sequestro di persona per aver impedito a dei passeggeri di una nave di sbarcare perché da lui non graditi sul suolo italiano. E se il Tribunale di Ministri avesse chiesto l’autorizzazione a procedere. (altro…)

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Si sta formando un pensiero più radicale?

A quello che dice Salvini sulla deportazione di migranti che vivevano nel Cara di Castelnuovo di Porto, a quello che dice Salvini sui migranti in generale, oggi non siamo interessati.

I 5 Stelle, invece, non dicono niente di loro.

A noi oggi interessa quello che accade a Castelnuovo. (altro…)

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Lino Banfi Unesco: M5S fase finale del berlusconismo

La vicenda della nomina di Lino Banfi nella commissione italiana Unesco da parte di Di Maio è la dimostrazione definitiva del fatto che il Movimento 5 Stelle dal punto di vista culturale rappresenta la fase della decadenza finale del berlusconismo.

Una fase finale farsesca. (altro…)

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    Luigi Ambrosio
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Cosa dovrebbe insegnare il comizio di Salvini

C’è un passaggio fondamentale del comizio di Salvini: “guardate le immagini di Parigi: i gilet gialli qui garantiscono l’ordine pubblico (erano gialle le pettorine del servizio d’ordine-ndr) a Parigi sono in piazza. No alla violenza, ma chi semina povertà raccoglie protesta”.

Una frase che dice tutto del leader della Lega, dice tutto del suo successo. Riesce a essere il vero capo del governo, il ministro dell’Interno che approva norme contro chi manifesta, colui che dice “io sto sempre e comunque con le forze dell’ordine”, e al tempo stesso riesce a essere il leader politico che si dichiara dalla parte dei gilet gialli.

Uomo di lotta e di governo. Stratega di un movimentismo senza tregua di fronte a cui tutti, gli alleati e gli oppositori, sono costretti sempre a inseguire inutilmente.

Ogni volta che Salvini parla di lavoro, di Europa, perfino di tasse, muore politicamente un oppositore di sinistra. Muore perché Salvini gli scippa e fa propri pezzi di quello che dovrebbe essere il suo programma. Muore perché, a differenza sua, Salvini risulta credibile. “Vogliamo una Europa che non sia solo un mercato di consumatori ma che garantisca piena occupazione perché senza lavoro non c’è dignità, chi è precario perde la dignità” ripete Salvini. “Vogliamo una nuova Europa fondata su progresso, lavoro e coesione sociale, piena occupazione, crescita sostenibile”.

Quindi, Salvini è un mago? Non lo è. Semplicemente non sarebbe così forte oggi se non gli fosse stato lasciato completo campo libero da chi dovrebbe essere opposizione. Ok, conosciamo l’obiezione: “di quale opposizione stiamo parlando?” Mettiamola così: da un lato c’è il leader di fatto del governo che parla con voce chiara, univoca e semplice. Dall’altra, ci sono il Pd che corre verso il baratro dopo avere cercato in tutti i modi di arrivare fin lì, e poi ci sono una quantità difficile da calcolare di micro formazioni di sinistra che passano il tempo a farsi una guerra insensata tra di loro. Una guerra che le persone comuni non sono tenute a comprendere né soprattutto ad apprezzare.

Siamo di fronte a una crisi drammatica di credibilità dell’avversario che è alla base del successo del salvinismo. Questo sentimento trasudava dalla piazza leghista. Non è un caso se a sentire parlare di lavoro e dignità c’erano soprattutto persone comuni.

È stata una piazza popolare. Poi sì, in mezzo c’era più di un fascista -romano e non solo- tra una quantità di tricolori impensabile fino a poco tempo fa. C’erano Gianni Alemanno e i suoi ragazzi con le magliette nere con scritto “molti nemici molto onore” (Alemanno vorrebbe riprendersi Roma alleandosi con la Lega e per entrambi sarebbe un gran colpo), c’erano i rayban e gli avambracci tatuati coi lupi. Ma c’era soprattutto un fiume di popolo come nessun partito sa mobilitare oggi, figurarsi quel che resta della sinistra dopo il 4 marzo.

Se uno è di sinistra è corretto che si indigni per il Salvini che rivendica il cosiddetto decreto sicurezza e le politiche sull’immigrazione. Al tempo stesso però farebbe esercizio utile se si chiedesse perché a scandire “piena occupazione, dignità del lavoro, sostenibilità” risultando credibile c’è uno che si presenta sul palco con la felpa della Polizia.

 

Nota:

l’ufficio stampa di Gianni Alemanno ci chiede di rettificare il pezzo affermando che nessun militante del Movimento Nazionale per la Sovranità indossasse magliette con la scritta “molti nemici molto onore”, bensì solamente uno striscione con la scritta “l’Italia non è una colonia”. In un colloquio con il nostro cronista in piazza, il quale può testimoniare che almeno uno dei militanti che reggevano lo striscione indossasse una maglietta nera con la scritta “molti nemici molto onore”, l’ufficio stampa ha precisato: “non si trattava di nostri militanti”.

 

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    Luigi Ambrosio
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Perché Gattuso ha distrutto Salvini

Gennaro Gattuso

Quando l’uomo politico che fa carriera cercando di rappresentare la pancia del popolo incontra l’uomo del popolo incazzato con lui, l’uomo politico è un uomo morto.

Gennaro Gattuso, l’allenatore del Milan, fino a oggi è il solo che sia riuscito a mettere in difficoltà Salvini. Ovviamente, sarebbe insensato attribuirgli intenzioni “politiche” nel senso che si dà abitualmente alla parola. Gattuso è un’icona del calcio italiano e tale rimarrà anche in futuro. Ma con la sua risposta al leader della Lega che lo criticava per non aver effettuato cambi nel secondo tempo della partita contro la Lazio è riuscito là dove nessun politico è riuscito: sconfiggere dialetticamente Salvini.

Salvini ha costruito la fortuna politica su un singolo principio comunicativo: lui è l’uomo del popolo che lotta contro l’élite e la sconfigge. Pensa come il popolo, parla come il popolo, prova i sentimenti del popolo e agisce come agirebbe il popolo. Chiunque, dal professore universitario all’esperto economista al politico in giacca e cravatta, esce triturato dal confronto.

Poi, arriva Gennaro Gattuso. Ha un accento regionale molto marcato, ha una prosa incerta e un vocabolario limitato con cui però ti manda a stendere. Pochi concetti, rozzi, chiari, comprensibili a tutti, condivisibili da tutti. Gattuso è realmente il mondo con cui Salvini tenta di identificarsi senza esserlo veramente.

Gattuso è l’uomo del bar cui Salvini, fino a oggi, si è rivolto. L’uomo del bar che dice a Salvini: non capisci niente, fatti gli affari tuoi, pensa a lavorare che è meglio. E così in un attimo, Gattuso ha strappato la maschera dal volto di Salvini svelandone la vera natura: un rappresentante di quella élite che, per pura convenienza politica, racconta di voler combattere.

Gennaro Gattuso
Foto dalla pagina FB dell’AC Milan https://www.facebook.com/ACMilan/
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    Luigi Ambrosio
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Come Salvini sta distruggendo i 5 Stelle

Matteo Salvini

La campagna di Salvini sugli inceneritori in Campania fa parte della strategia del leader della Lega per dominare sui 5 Stelle.

Ancora una volta Salvini costringe Di Maio a giocare in difesa, a rispondere, gli fa perdere la pazienza -ricordate che Di Maio ha risposto con una parolaccia a Salvini e ha minacciato la crisi di governo. E poi, Salvini continua a imporre l’agenda al governo.

I sondaggi dicono che questa strategia è vincente, la Lega continua a crescere, il Movimento 5 Stelle a declinare. Considerato che opposizioni non ce ne sono al momento, il Pd è inesistente, in teoria questo potrebbe essere il momento buono per Salvini per rompere l’alleanza – o meglio per costringere i grillini a romperla – così da andare a votare e incassare il risultato.

Come fare? Mettendo il Movimento 5 Stelle di fronte a scelte che non può prendere senza tradire gli elettori che lo hanno votato. E il terreno più propizio è quello delle battaglie sul territorio. Soprattuto adesso che nei 5 Stelle sta per rientrare il movimentista Di Battista per Salvini è importante costringere gli alleati a ingoiare le sue politiche. È già successo con il gasdotto in Puglia, dove i grillini hanno tradito i comitati ‘No Tap’ approvando il progetto.

Potrebbe accadere con l’alta velocità in Valsusa. Sta accadendo coi trattati internazionali di libero scambio che Di Maio aveva promesso di stracciare e invece sta approvando uno dietro l’altro. Gli inceneritori sono l’ultimo fronte, aperto in Campania, dove i grillini avevano raccolto tantissimi voti in nome delle battaglie contro la terra dei fuochi

Matteo Salvini
Foto dalla pagina FB di Matteo Salvini https://www.facebook.com/salviniofficial/
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    Luigi Ambrosio
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I media filo russi e la propaganda M5S

Uno si aspetta che dietro la macchina della propaganda grillina ci siano raffinatissimi sistemi hi-tech, tecnologie ultra all’avanguardia, applicazioni delle più lucide analisi filosofiche relative alla rete e al mondo digitale. Se uno pensa così, poi è normale che rimanga deluso quando scopre che, nel caso del video con l’interpretazione taroccata delle parole dell’ex presidente dell’Eurogruppo, Dijsselbloem, al posto di un guru della Silicon Valley si ritrova ad avere a che fare con… Giulietto Chiesa.

Già corrispondente de L’Unità dal Cremlino ai tempi dell’Unione Sovietica, rimasto fedele alla linea e alla causa di Mosca anche dopo decenni dal crollo del regime, Chiesa è un fervente putiniano, perfettamente inserito nel sistema dell’informazione filo russa che ha buoni rapporti con la Lega e i 5 Stelle.

Ed è amico del nuovo presidente della Rai, Marcello Foa.

Oggi Chiesa spiega candidamente, in una intervista al Corriere della Sera, di essere stato lui, tramite Pandora Tv, a realizzare la libera, e manipolatoria, interpretazione delle parole di Dijsselbloem.

Quando ho visto quel video mi son detto ‘accidenti, è roba grossa, bisogna spararla’” dichiara Chiesa al Corriere. E quando gli viene fatto notare che le frasi attribuite a Dijsselbloem fossero inventate, Chiesa si difende: “Ma no, non abbiamo messo nessuna virgoletta, è chiaro che il nostro era un commento, l’implosione dell’Italia era una metafora e noi l’abbiamo interpretata”.

In che modo, hanno interpretato?  Nell’intervista alla tv Cnbc, Dijsselbloem afferma che la situazione italiana è diversa da quella greca perché i titoli di stato italiani sono detenuti in buona misura da banche e investitori italiani e questo “ha dei pro e dei contro: uno dei contro è che se ci sono problemi e l’economia implode, questo si ripercuote sull’intera economia. Il pro è che basta che l’Italia lo capisca, che i consumatori lo capiscano, e può iniziare un percorso dall’interno”. Una analisi politica, un appello al governo e ai cittadini italiani che può piacere o non piacere, come si dice. Può essere condivisa oppure può essere anche aspramente criticata.

Ma Chiesa la traduce così:

“Dijsselbloem invita apertamente i mercati a lanciare un attacco alle finanze italiane, spiegando loro anche come devono fare e cioè orchestrando un danno ai titoli italiani e facendo così salire gli interessi sul debito italiano. Non potendo usare il metodo Grecia perché lo Stato italiano ha da anni un avanzo commerciale migliore addirittura di quello francese e il Paese non dipende da finanziamenti esteri per le sue esigenze… Dijsselbloem spiega che l’unico modo è dare ordine a Draghi e alla Bce di far salire lo spread per portare al fallimento le banche italiane già riempite di titoli di Stato”.

Un totale stravolgimento.

In effetti, a ben vedere, uno doveva aspettarselo. Sarebbe stata sufficiente una osservazione attenta di quel video: a cercare di buttarla sul ridere si potrebbe fare notare che la scelta di usare una voce fuori campo che commenta le parole pronunciate in inglese da Dijsselbloem, invece che esercitarsi nella traduzione simultanea, riprende la tradizione che fu delle vecchie televisioni dell’Europa dell’Est quando invece che doppiare i film americani facevano il riassunto. È uno scherzo, e a voler continuare si potrebbe dire che esteticamente è un richiamo a quel mondo di cui alcuni hanno ancora oggi nostalgia.

Chi se ne frega, avrà pensato Giulietto Chiesa, se l’analisi politica e economica di Dijsselbloem viene tradotta in un ordine di attacco all’Italia dato ai mercati, alla Banca Centrale Europea e al suo governatore Draghi. Tanto, molti, moltissimi ci cascheranno. E questo è l’obiettivo di ogni propaganda.

E in tanti, in centinaia di migliaia, quel video lo hanno potuto vedere, soprattutto perché è stato gentilmente ripreso dai social del Movimento 5 Stelle in maniera del tutto acritica. Anzi: con una perfetta adesione politica e ideologica.

È la post verità, bellezza.

Cari grillini, Dasvidania!

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    Luigi Ambrosio
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La risposta antifascista a Predappio

Manifestazione antifascista a Predappio

Un’automobile rallenta, spunta la testa di un ragazzo che indossa un Fez nero. “Viva il Duce!” urla. Gli altri a bordo ridono, l’auto riparte. Le persone a cui il grido era rivolto rimangono impassibili. Sono funzionari di Polizia. Gli antifascisti sono qualche decina di metri più in là, nel teatro comunale di Predappio, linee semplici, razionaliste, architettura del ventennio come quasi tutti gli edifici pubblici di questo piccolo paese accoccolato sulle colline dolci della Romagna.

Quest’anno deve essere l’ultimo in cui i fascisti manifestano qui” conclude il suo comizio Emilio Ricci, il vicepresidente dell’Anpi. Centinaia di persone, pochi i giovani ma presenze da tutto il nord e il centro Italia, lo applaudono in piedi. È la prima volta che accade, il 28 ottobre, anniversario della marcia su Roma, giorno in cui Predappio vede sfilare i neri con i loro simboli di morte e di violenza, che la manifestazione antifascista assume un carattere così importante.

Non occorre chiedere perché. Tutti lo dicono: “Questa volta è diverso, questa volta siamo preoccupati“. Lo ripetono alle troupe delle tv perché oggi anche il circo mediatico è qui, nel paese dove nacque e dove è sepolto Mussolini, il figlio del fabbro che divenne il Duce e le cui frasi ragazzine appena adolescenti arrivate a rendergli omaggio accompagnate dai genitori portano stampate su felpe nere.

Quest’anno siamo preoccupati“. La debolezza culturale e politica della sinistra, e un governo che è considerato amico dei fascisti. Un governo che è in realtà una persona, sempre la stessa, Matteo Salvini.

Salvini è un fascista” sentenzia un ragazzo arrivato da Firenze “ma del resto Nardella non è molto diverso“. I suoi compagni lo interrompono, nasce una discussione sul sindaco di Firenze: “lo sai che non è vero“, “a me lui non piace“, “ma non puoi fare questo paragone“.

Da lontano, un dirigente Anpi osserva, poi si avvicina e dice: “Vedi, quanta confusione? È un problema“. Viene da Forlì, così come due trentenni, ragazzo e ragazza: “Amo le rievocazioni storiche” dice lui. Lei è più precisa: “Non so se essere più preoccupata o più schifata per quello che sta succedendo in Italia, sono cresciuta nella libertà e non voglio perdere la libertà“. “Sì, ma prevale lo schifo o la preoccupazione?“: “Oggi lo schifo, ma in prospettiva non possiamo stare tranquilli, bisogna reagire“.

Reazione. Altra parola molto usata. E dibattuta. “Questa non è la contromanifestazione – urlano dal palco – questa è la manifestazione, la sola, la manifestazione per commemorare chi è morto per la libertà“. Giù dal palco il sentimento è un altro: “Loro sono già maggioranza” dice un uomo sulla sessantina, una vita di militanza alle spalle “bisogna prendere atto e lavorare, lo vedi sull’immigrazione, lo vedi sui diritti“.

Non sono maggioranza – fa sintesi un quarantenne che si è fatto tre ore di auto dalla Toscana per essere a Predappio – ma il pericolo vero è che si sta sfaldando la cultura democratica, non è più così sentita“. Tornerà il fascismo? “Il fascismo come fenomeno storico no, ma un regime autoritario potrebbe tornare, sì, a molti piacerebbe, molti non sarebbero contrari“.

Si fa vedere Vasco Errani, l’ex presidente dell’Emilia Romagna oggi senatore di Liberi e Uguali. È il solo politico presente. I partiti. Non ci sono, a Predappio. Sono come un fantasma che non viene nominato, una mancanza, un vuoto. Intanto gli ultimi fascisti lasciano il paese. Erano attesi in quattromila, si sono presentate alcune centinaia di persone, coi loro teschi sui cappellini neri, i loro stemmi della Decima Mas, i loro ‘me ne frego’ sulle magliette nere. Un vecchio esce tutto tronfio da uno dei negozi che vendono paccottiglia del Duce, felice di sventolare una bandierina nazista con la croce uncinata. I Carabinieri osservano da lontano attenti che non ci siano contatti. Sui social gira l’immagine di una donna che indossa una felpa inneggiante ad Auschwitz.

È il clima politico che li fa sentire sicuri di sé” si spiega un uomo mentre l’altoparlante diffonde Bella Ciao nella versione inglese “così sicuri che possono esibire certe cose, a testa alta“.

Smette di piovere, esce l’arcobaleno su Predappio, dentro al teatro ci sono i canti dei Partigiani, si prepara un breve corteo verso il circolo Arci dove cuociono le tagliatelle e il ragù.

L’anno prossimo, solo la nostra maninfestazione, mai più fascisti qui“. Dovrete spiegarlo a Salvini: “Salvini dovrà ascoltarci“.

Sulla strada stretta che porta a Forlì, tutta a curve in mezzo a una natura magnifica nel primo fine settimana di autunno, i pullman dei neri incrociano le scritte lasciate sui muri: “La Romagna è antifascista“.

Manifestazione antifascista a Predappio

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    Luigi Ambrosio
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Il partito nel partito di Renzi (e la exit strategy)

Se ne parlava da tempo, è stata presentata all’edizione della Leopolda 2018, che si propone addirittura un ‘Ritorno al Futuro’ come recita il claim che rimanda direttamente al film degli anni ’80, riferimento culturale dei quarantenni, ormai quasi cinquantenni, della generazione dell’ex segretario del Pd.

E’ la nuova organizzazione renziana dentro al Partito Democratico, i ‘comitati di azione civile’.

“I comitati avranno una base territoriale e al tempo stesso tematica” dice Ivan Scalfarotto, descrivendoli.

Chiunque può aderire, non occorre essere iscritti al Pd.

“Ciascuno di voi esca da qui e coinvolga quattro persone per formare un comitato” insiste Scalfarotto dal palco della Leopolda rivolgendosi al migliaio di partecipanti.

Qualcosa di più di una semplice corrente. Una organizzazione che potrebbe essere a disposizione nel momento in cui Renzi decidesse di creare una nuova forza politica lasciando il Pd, sopratutto se il congresso lo vincesse Zingaretti. Ma di fatto i comitati, per come sono stati presentati, somigliano già oggi a un partito nel partito. Uno strumento pensato per fare politica in piena autonomia dal resto del Pd, aprendo alla partecipazione di chi al Pd non aderirebbe mai, spostandone ancora di più gli equilibri verso il centro, guardando ad esempio a quei centristi che stanno nel centrodestra e che nel rapporto con Salvini sono in difficoltà. A partire da chi sta ancora oggi in Forza Italia.

Due piani, insomma. Il piano ‘a’ prevede di rendere ancora più forte l’area centrista e liberale del Pd. Il piano ‘b’ è la exit strategy.

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Il reddito di cittadinanza 5S? Crea povertà, non la elimina

Luigi Di Maio

Luigi Ambrosio: cosa ne pensi del reddito di cittadinanza?

Francesca Coin: anzitutto quello che mi colpisce è la narrazione ardita con cui viene presentato. Luigi di Maio con l’espressione spiritata che lo contraddistingue in questi giorni è arrivato eroicamente a dire che stanno investendo sulla felicità e il sorriso degli italiani – complimenti. In verità la proposta del reddito di cittadinanza, per come viene presentata in questi giorni, temo finisca per creare più povertà di quella che dice di voler eliminare. Il governo ha deciso di stanziare 10 miliardi (8 miliardi secondo Salvini) per garantire un sostegno di 780 euro al mese a 6,5 milioni di persone (esclusivamente di cittadinanza italiana) in base all’Isee. 
Il problema è che il governo muove da una assunzione di fondo di che cosa sia la povertà semplicemente sbagliata. Nella loro interpretazione, la povertà non è il dramma che ha colpito tutti coloro che, loro malgrado, si sono trovati a crescere o a invecchiare in un Paese che, negli ultimi vent’anni, ha perso un terzo della propria struttura produttiva, tagliato gli investimenti – il rapporto Sivmez 2015 parlava di un “crollo epocale” degli investimenti nell’industria a Sud, tre volte in più rispetto al già calo del Centro-Nord. Non è il dramma che ha colpito tutti coloro che si sono trovati ad assistere impotenti a politiche del lavoro che, nella sostanza, si fondano ancora su sgravi alle aziende e lavoro precario o gratuito – si pensi all’Alternanza Scuola lavoro. Tutte queste politiche hanno fatto sì che in Italia sia cresciuta la fascia del lavoro povero – il numero di persone che sono povere anche se svolgono due o tre lavori, banalmente perché il loro lavoro è retribuito troppo poco. Il Governo non interviene in questo; non va a sanare questa situazione. Il Governo si preoccupa di chi diventa povero perché non ha voglia di lavorare o perché spende male i propri soldi – una tipologia di povertà che forse, nell’Italia attuale, nemmeno esiste.

Luigi Ambrosio: e come interviene?

Francesca Coin: interviene in due modi, la prima è assicurarsi che i poveri lavorino in qualunque condizione, anche se si tratta di lavorare per un call center che retribuisce 33 centesimi all’ora, come è stato denunciato lo scorso anno. La logica di fondo è che la povertà non è mai conseguenza della diseguaglianza sociale. I poveri sono poveri perché sono irresponsabili. Pensiamo solo agli scritti di Defoe, di Malthus o alla più recente “cultura della povertà” che ancora domina il dibattito mainstream. In base a queste interpretazioni, la povertà non è una questione strutturale che rimanda alle diseguaglianze sociali ma è una questione morale. I poveri sono moralmente responsabili della loro condizione, il che significa che, per porre fine al problema della povertà, il governo deve controllarli. Ti propongono di lavorare a 33 centesimi all’ora? Non puoi rifiutare perché sennò ti tolgono il sussidio. Ti propongono di lavorare per 1,50 euro all’ora? Non puoi rifiutare sennò sei uno sfaticato. E’ così che nel tentativo di eliminare una tipologia di povertà che non esiste, questa politica ne crea un’altra assai più reale, la povertà da bassi salari. Inoltre, stando alle dichiarazioni di Di Maio, per poter incassare il sussidio i richiedenti dovranno prestare 8 ore di lavoro gratuito a settimana nel proprio Comune di residenza, secondo la logica del do ut des: lo stato dà qualcosa a te e tu dai qualcosa a lui. E dunque, se la povertà è conseguenza di salari troppo bassi e diseguaglianze sociali troppo elevate, il reddito di cittadinanza proposto da Di Maio che cosa fa? Ne crea ancora di più.

Luigi Ambrosio: E il secondo intervento?

Francesca Coin: Il secondo intervento è ugualmente problematico perché si propone di impedire che i poveri spendano male i propri soldi. E’ lo stesso discorso di prima, essendo la povertà sostanzialmente una colpa individuale, i poveri è bene controllarli. È bene controllare, come ha detto Di Maio, che non spendano il proprio denaro in modo immorale bensì in beni di prima necessità. Allora potranno comprare il pane ma non le sigarette, per usare gli esempi che ha fatto. La questione del monitoraggio e della tracciabilità delle transazioni crea un ulteriore problema. Stiamo sottovalutando la questione della tracciabilità. In Cina per esempio è stato recentemente introdotto un sistema Sistema di Credito Sociale piuttosto impressionante, finalizzato a classificare la reputazione di tutti i cittadini. In poche parole, questo sistema si serve dei big data per assegnare a ciascuno un credit score, un punteggio calcolato in base alla capacità di essere puntuale con i pagamenti – pagare le bollette, le rate del mutuo, le tasse nei tempi previsti. Sulla base dei dati raccolti da piattaforme digitali come Alibaba, Alipay o Wechat, il sistema calcola la capacità di ogni cittadino di pagare i propri debiti. Su questa base, attribuisce a ciascuno un punteggio che indica se la persona è affidabile o meno – in base a quello sarà ricompensata o punita. Negli ultimi mesi, questo sistema di monitoraggio di massa è stato criticato perché, come ha scritto Channel News Asia a marzo riprendendo le statistiche ufficiali, ha portato nove milioni di persone con basso reddito a non poter compare biglietti del treno o dell’aereo, come punizione, a non poter iscrivere i propri figli nelle scuole superiori, o a non poter fare colloqui di lavoro per grandi aziende, in quanto dentro della lista nera pubblica delle persone non affidabili. Human Rights Watch l’ha definito un sistema “chilling” – che fa rabbrividire – una specie di “Grande Fratello fuori controllo”. Quando parliamo di tracciabilità, ci riferiamo in potenza a forme di controllo come questa. E anche qui, il presupposto di partenza è sempre lo stesso, che bisogna controllare come le persone spendono il proprio denaro, perché la povertà dipende dalle loro condotte dissipate – non da salari troppo bassi né dalla diseguaglianza sociale.

Luigi Ambrosio: quindi il tuo parere è sostanzialmente negativo?

Francesca Coin: interamente negativo. Perché al di là del controllo di massa sui consumi che politiche come questa impongono nelle fasce più vulnerabili della popolazione, pensiamo veramente di risolvere il problema della povertà costringendo le persone a vendersi al ribasso? Pensiamo veramente di eliminare la povertà trasformando le tutele sociali in un ricatto? O forse contribuiamo a crearla, in questo modo, la povertà? Bisognerebbe rileggere la storia del sistema assistenziale inglese nell’Ottocento, perché mi sembra che stiamo andando pericolosamente nella stessa direzione. Ma forse è troppo da chiedere, in una fase come questa, in cui la politica sembra fondarsi sempre meno sulla capacità di avere una visione sociale e sempre più sulla manipolazione emotiva di massa.

Luigi Di Maio
Foto | Palazzo Chigi
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L’eredità politica della tentata strage di Macerata

migranti minori

L’eredità politica della tentata strage razzista di Macerata è il definitivo sdoganamento della violenza basata sull’odio di razza in Italia.

Da quel sabato mattina, era il 3 febbraio, sono accadute due cose.

La prima: un mese dopo gli spari la Lega, il partito cui lo sparatore Luca Traini apparteneva, è esplosa nel consenso a Macerata, nelle Marche, e in tutto il Paese.

Non si può stabilire con scientifica certezza che gli spari abbiano gonfiato le urne, senza dubbio però si può affermare che gli spari non le hanno sgonfiate. Un elettore su 5 a Macerata ha messo la croce sul simbolo del partito cui lo stragista apparteneva e il cui leader, Salvini, nelle ore successive alla tentata strage affermò: “Una immigrazione incontrollata e finanziata porta allo scontro”.

La seconda: le aggressioni fisiche agli stranieri sono aumentate, avvengono alla luce del sole e in più di un’occasione chi ha usato magari carabine o fucini a pallini per prendere di mira gli immigrati ha minimizzato, ha parlato del suo gesto come se si fosse trattato di una specie di gioco.

Gli italiani, abbandonata la retorica del popolo di “brava gente”, hanno iniziato a mostrare un volto feroce. La responsabilità principale è degli imprenditori dell’odio, a cominciare da Matteo Salvini, e di coloro che lo assecondano dimostrando di essere permeabili alla sua predicazione, come gli alleati di governo pentastellati.

Ma la responsabilità è di tutti noi, gli italiani. Un Tribunale ha condannato Luca Traini a 12 anni di carcere, con il riconoscimento dell’aggravante dell’odio razziale. È una sentenza che dovrebbe parlare a tutti gli italiani. Dovrebbe farli riflettere, dovrebbe farci riflettere.

L’Italia razzista è un Paese debole, è un’Italia incapace di sostenere un’idea forte di sé. È un’Italia invecchiata che si trincera dietro al razzismo, ultima difesa mentale contro il terrore di soccombere all’incedere del mondo.

migranti minori

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Quella del sindaco di Riace è disobbedienza civile

Mimmo Lucano e Aboubakar Soumahoro

Il sindaco di Riace, Domenico Lucano, non è mai stato tipo che si nasconde.

Ha sempre svolto il suo lavoro alla luce del sole e anche le intercettazioni telefoniche che sono utilizzate come elemento di accusa nei suoi confronti lo dimostrano.

Nelle conversazioni, il sindaco spiega che una donna di nazionalità nigeriana occorre che si sposi per poter ottenere i documenti necessari per il permesso di soggiorno. Altrimenti, data la sua condizione, verrebbe espulsa. Il sindaco aggiunge che in caso di matrimonio lui si sarebbe fatto carico di produrre tutti i documenti necessari consentirle di rimanere in Italia.

Secondo il procuratore di Locri, Luigi D’Alessio, il sindaco si sarebbe più volte e in modo inequivocabile adoperato per organizzare matrimoni di comodo. Con una “spigliatezza disarmante” dice il procuratore.

Stabilirà la magistratura se i reati siano effettivamente stati commessi.

A Salvini, che ha esultato per l’arresto, ha risposto Emma Bonino ricordando l’importanza di essere garantisti, sempre. “Ancora una volta una vicenda tutta da chiarire nei suoi aspetti giudiziari è trasformata in un’arma di propaganda e gettata nel tritacarne mediatico e social da un ministro della Repubblica italiana” ha scritto Bonino.

È significativo che sia stata proprio lei a esprimersi. Emma Bonino è stata tra le principali protagoniste di battaglie che si sono basate anche disobbedienza civile.

Nel caso di Riace, la disobbedienza civile è uno strumento di azione risposta politica contro comportamenti sempre più punitivi nei confronti dei migranti da parte del Governo. Questo, al netto dell’esito della vicenda giudiziaria su cui, come ricorda Bonino, occorre essere garantisti.

L’attuale governo mette nel mirino i singoli che si battono per l’accoglienza. Oggi non solo Salvini ha gioito alla notizia dell’arresto del sindaco di Riace, ma anche il Movimento 5 Stelle ha scritto sul blog ufficiale che “Riace non era un modello” e che saremmo di fronte, con l’arresto del sindaco, nientemeno che alla “fine del business dell’immigrazione”. Parole di esultanza simili erano state spese quando era stato chiuso il centro di accoglienza per migranti di Don Biancalani a Pistoia, per irregolarità amministrative.

E la stessa condanna preventiva era stata emessa nei confronti delle Ong che aiutavano i migranti a non morire nel Mediterraneo. Era l’estate del 2017 e Di Maio le definì ‘Taxi del Mediterraneo‘.

Diverse procure siciliane hanno aperto inchieste che non hanno portato ad alcun provvedimento. Ma il colpevole era già stato trovato. Di fronte all’aggressione continua, alla ricerca reiterata del capro espiatorio, la risposta di Riace è stata lo strumento politico della disobbedienza civile.

Mimmo Lucano e Aboubakar Soumahoro
Foto dal profilo Twitter di Aboubakar Soumahoro https://twitter.com/aboubakar_soum
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Conte nel mirino della Lega

Giuseppe Conte a Salisburgo

Giuseppe Conte alla fine della cena di ieri sera al vertice europeo di Salisburgo sui migranti: “Sul tavolo c’è l’ipotesi che i Paesi che non partecipano alla redistribuzione dei migranti versino un contributo finanziario. Qualche Paese ha già dato la disponibilità”.

È mezzanotte e 54.

Giuseppe Conte questa mattina: “Il contributo finanziario è una possibilità residuale. Noi vogliamo un’ampia partecipazione alla redistribuzione dei migranti“.

Cosa è accaduto nelle poche ore tra la prima dichiarazione e la seconda? È intervenuta la Lega.

Per Salvini, le porte chiuse del resto d’Europa in cambio di soldi sarebbe una sconfitta politica. E così l’iniziativa autonoma del presidente del Consiglio italiano è stata ancora una volta tarpata dal principale azionista del governo e Conte si è esibito nel dietrofront.

Tra Conte e la Lega non è un bel periodo. Prima il decreto su Genova, scritto dal Presidente del Consiglio in maniera affrettata, per riuscire a salire sul palco di piazza De Ferraris il giorno della manifestazione 30 giorni dopo il crollo del ponte Morandi con qualcosa in mano, anche se privo di contenuto reale perché, a causa del conflitto tra Lega e Movimento 5 Stelle, il commissario straordinario alla ricostruzione non è ancora stato nominato.

La Lega vorrebbe il presidente della Regione Liguria, Toti, i 5 Stelle no. A un certo punto è spuntata l’ipotesi di nominarne due, per ora però è ancora stallo. Poi c’è la questione del cosiddetto ‘reddito di cittadinanza’: ieri Conte ha incontrato i capigruppo pentastellati di Camera e Senato e ha dichiarato che il reddito “è una promessa”.

Salvini non gradisce il fatto che Palazzo Chigi si stia mettendo la giacchetta grillina, in queste settimane cruciali tra legge di bilancio e decreti sicurezza e immigrazione in arrivo lunedi prossimo. Ma queste sono faccende interne che all’Europa non interessano. In Europa, la realtà è diversa da quella che i partiti di maggioranza cercano di narrare agli italiani.

Dal vertice sull’immigrazione a Salisburgo sono arrivati due schiaffi all’Italia. Il primo, dal premier del Lussemburgo che si conferma molto attivo contro le politiche anti immigrati del nostro governo. “Se iniziamo a parlare del prezzo di un migrante è una vergogna per tutti” ha commentato Xavier Bettel, il premier del granducato. Il secondo, sul fronte opposto, dal premier della Repubblica Ceca, Andrej Babis, “L’Italia blocca il rinnovo della missione navale Sophia che, se terminasse sarebbe un errore” ha spiegato, per poi continuare: “Bisognerebbe spiegare come risolvere il problema chiave, ovvero la Libia”.

La Repubblica Ceca fa appartiene al ‘gruppo di Visegrad’, i Paesi dell’Est Europa tanto cari a Salvini per le politiche anti immigrati. Salvini sperava di ottenere la loro collaborazione. Si è presto dovuto ricredere, nonostante gli incontri solenni con Orban.

Nel frattempo, nel pomeriggio, da Conte arrivava la frenata definitiva: “I contributi volontari in cambio dei migranti non sono la priorità“.

Giuseppe Conte a Salisburgo
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M5S e Conte difendono Casalino che minaccia epurazioni

Il portavoce del presidente del Consiglio, Rocco Casalino, minaccia epurazioni al ministero dell’Economia e il Movimento 5 Stelle lo difende con una presa di posizione che appare come una rivendicazione politica.

Il M5S è in difficoltà nel rapporto con la Lega soprattutto in questi giorni in cui si definiscono i contenuti della legge di bilancio e decide di usare le tattiche più aggressive.

In un audio pubblicato da alcuni giornali, Casalino ha promesso di far fuori i funzionari del ministero dell’Economia che a suo dire starebbero impedendo di trovare le risorse per il cosiddetto ‘reddito di cittadinanza’.

È pronta una mega vendetta – dice Casalino – se non dovessero uscire i soldi dedicheremo tutto il 2019 soltanto a far fuori questi pezzi di merda del Def”.

In risposta agli attacchi piovuti su Casalino, il Movimento 5 Stelle afferma: “Quello che è stato ripetuto per l’ennesima volta ai giornalisti De Angelis e Salvatori da Rocco Casalino, e che oggi campeggia su tutti i giornali, era la linea del Movimento 5 Stelle detta e ridetta in tutte le salse. Siamo assolutamente convinti che nei ministeri c’è chi ci rema pesantemente contro“.

Casalino nell’audio continua: “Se non dovessero uscire i soldi tutto il 2019 sarà dedicato a fare fuori una marea di gente del Mef, non ce ne frega niente, ci sarà una cosa ai coltelli. Difendono il solito sistema. Non è accettabile che non si trovino 10 miliardi del cazzo”.

Altro che vittima di uno scoop.

Del resto l’audio non è una registrazione rubata ma una nota vocale inviata da Casalino a due giornalisti dell’Huffington Post.

Le minacce e le parole violente – “pezzi di merda”, “fare fuori una marea di gente”, “sarà una cosa ai coltelli” – entrano a far parte del contesto politico in cui i 5 Stelle si stanno giocando la partita della legge di bilancio, che è cruciale per loro.

Salvini ha rinsaldato l’asse con Berlusconi in un gioco delle parti che in questi giorni viene gestito abilmente dai due protagonisti. Il comunicato congiunto con cui Berlusconi, Meloni e Salvini ribadiscono la linea del centrodestra in politica economica conferisce ancora più potere contrattuale alla Lega, che vuole soprattutto risorse per allargare la platea della flat tax. I grillini perdono sempre più consensi nei confronti della Lega nei sondaggi e hanno bisogno di mettere un po’ di soldi nelle tasche di chi li ha votati per quello, in particolare al Sud. Ma sono presi tra la Lega da una parte e il ministro dell’economia Tria dall’altra.

Tria è uno dei ministri che devono garantire le relazioni politiche con l’Unione Europea, voluto dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella in quel ruolo. L’attacco ai funzionari del ministero è indirettamente un avviso a Tria -anche se formalmente viene ‘scagionato’ da Casalino- e salendo per i colli romani un messaggio al Capo dello Stato.

Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, dopo ore di silenzio si è schierato dalla parte del suo portavoce. Per Conte a essere grave è il comportamento di chi ha diffuso gli audio mentre si è rifiutato di commentare le parole di Casalino

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Se i devastatori scrivono “W Salvini”

La cosa grave, dentro alla cosa grave della devastazione della “scuola popolare” di Milano è che gli autori oltre a spaccare, buttare per aria, disegnare svastiche e insulti osceni sulle pareti, hanno scritto, sulle suddette pareti, “Viva Salvini“. Cioè, viva il Ministro dell’Interno. Cioè, viva colui che li dovrebbe fare arrestare e contribuire a fare giustizia attraverso le indagini delle forze di polizia e poi attraverso un equo processo. Invece, Salvini è visto dai devastatori come un riferimento, al punto da inneggiare al suo nome.

Un clima di impunità, alimentato dalla propaganda continua di Salvini e dei suoi sostenitori, dai silenzi degli alleati di governo, e dalla impasse delle opposizioni.

In Italia, c’è difficoltà ad analizzare cosa sta accadendo.

In Europa, il ministro lussemburghese Asselborn spende parole più nette: “Salvini usa metodi e toni fascisti degli anni ’30”

Toni e metodi sostenuti dalla macchina della propaganda salviniana che usa i social network la cui efficacia Asselborn ha sperimentato sulla propria pelle. Al vertice dei ministri Ue di Vienna ha attaccato il Salvini che definiva “nuovi schiavi” gli immigrati. Il risultato è stato un video pubblicato dallo stesso Salvini su Facebook in cui si accreditava presso i fan del segretario leghista la versione secondo cui il ministro lussemburghese sarebbe stato “asfaltato”. Un video che ha avuto una grandissima visibilità.

È Asselborn a spiegare cosa è successo: “Il video è stato fatto a mia insaputa, i collaboratori del vice premier italiano si piazzano nelle posizioni strategiche e riprendono sistematicamente tutto quello che dice Salvini“.

La verità è che Asselborn ha deciso di non tacere di fronte alle invettive di Salvini. Il ministro dell’Interno italiano, durante la riunione di ministri europei, ha accreditato la teoria della cosiddetta “sostituzione etnica” elaborata negli ambienti della destra estrema.  “Io penso di essere pagato dai miei cittadini per aiutare i nostri giovani a tornare a fare quei figli che facevano qualche anno fa e non per espiantare il meglio dei giovani africani per arrivare a rimpiazzare gli europei che per motivi economici non fanno più figli” ha detto Salvini ai colleghi europei. “Sentiamo l’esigenza di aiutare i nostri figli a fare altri figli e non ad avere nuovi schiavi per soppiantare i figli che non facciamo” ha continuato.

“Quando Salvini ha parlato di nuovi schiavi ho pensato che la misura era colma” ha spiegato Asselborn al settimanale tedesco ‘Der Spiegel’. E’ il resto del suo ragionamento che rende chiaro il clima che si respira non solo in Italia ma in tutta Europa: “tutti guardavano per terra” ha affermato Asselborn “io ho deciso invece di rispondergli”.

Tutti guardavano per terra.

In Europa, e in Italia. Dove sulle pareti di una scuola devastata compare la scritta “viva Salvini”

 

scuola popolare 2 scuola popolare

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