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Ai confini tra Sardegna e Jazz 2020: una scommessa vinta

sardegna jazz

Nel 2019 “Ai confini tra Sardegna e Jazz”, la rassegna di Sant’Anna Arresi, nel Sulcis, sud-ovest della Sardegna, si era chiusa con un bilancio in cui non mancavano le ombre e lasciando l’impressione della necessità di una seria e urgente messa a punto per questa manifestazione che, riferimento sicuro per il jazz più audace e meno convenzionale, è una mosca bianca nel panorama dei festival del jazz, non solo estivi, in Italia.

In particolare aveva lasciato l’amaro in bocca più di una spiacevole defezione che aveva privato il pubblico di alcuni dei più attesi concerti in cartellone, e dopo che qualche incidente del genere si era verificato già nel 2018; e a suscitare qualche perplessità c’era stato anche l’inserimento in programma – stridente con la storia e l’ispirazione del festival – di un personaggio come Giovanni Allevi.

All’inizio di quest’anno “Ai confini tra Sardegna e Jazz” aveva praticamente già pronto un programma ambizioso, che però – in gran parte imperniato su musicisti provenienti dall’altra sponda dell’Atlantico – l’emergenza Covid ha costretto ad accantonare: e così il 2020 non sembrava proprio l’anno più favorevole ad un rilancio del festival. Quando non hanno rinunciato o fortemente ridimensionato le loro proposte, le rassegne di jazz estive hanno in generale operato scelte prudenti, costruendo i loro programmi fondamentalmente su musicisti disponibili sul territorio nazionale.

È stato così anche in Europa: a Lisbona un festival importante come Jazz em agosto è stato sostituito sotto un’altra intestazione da concerti di musicisti portoghesi, nella capitale e in altre città; a fine agosto una rassegna di riferimento come quella austriaca di Saalfelden si è presentata con un profilo basso, mentre uno storico festival svizzero come Willisau ha semplicemente dato forfait. Del resto mentre scriviamo arriva la notizia dell’annullamento della tournée che giovedì 17 avrebbe portato Michel Portal e Roberto Negro a Padova per i concerti del Centro d’Arte: il periodo ahinoi è questo.

E invece “Ai confini tra Sardegna e Jazz”, dopo avere escluso un cartellone esclusivamente italiano, che non sarebbe stato coerente con la tradizione del festival, e avere preso in considerazione la cancellazione o lo slittamento dell’appuntamento, ha poi deciso di affrontare il rischio di un programma ex novo, allestito in corsa durante l’estate, con musicisti provenienti sia dall’Italia che da altri paesi europei: scommessa vinta, che ha portato la rassegna, arrivata alla sua 35esima edizione, non solo a far dimenticare i problemi dello scorso anno ma addirittura, con un cartellone di respiro internazionale in un frangente come quello attuale, a rappresentare una vistosa eccezione nel panorama non solo italiano, dando una dimostrazione di vitalità e di coraggio che fa ben sperare per il futuro di questo festival.

Qualcuno è mancato all’appello anche quest’anno: ma in questo caso si trattava di incerti, date le circostanze, non improbabili. Non sono arrivati i musicisti scandinavi in cartellone, allarmati dalle notizie sui contagi in Sardegna, in una Costa Smeralda che guardata dalla Svezia deve essere apparsa molto più vicina al Sulcis di quanto non sia. Un peccato non aver potuto ascoltare i previsti tre set con protagonista Mats Gustafsson, e Sofia Jernberg e Mette Rasmussen entrambe annunciate in duo con il pianista inglese Alexander Hawkins.

Ma, per supplire alle assenze, si è in tutti i sensi improvvisato, cosa che in un festival come questo ci sta benissimo e dà anche il senso di comunità che esiste fra musicisti come quelli che il festival predilige. Così Hawkins si è esibito in un suo solo, che non è poca cosa, e in duo inediti con il batterista Hamid Drake, beniamino di “Ai confini tra Sardegna e Jazz”, e con il sassofonista Jason Yarde, che era a Sant’Anna col gruppo del poeta e vocalist Anthony Joseph.

In un set con momenti di grande lirismo, Hawkins e Yarde hanno dato prova dell’affiatamento che hanno maturato suonando assieme nel gruppo del batterista sudafricano Louis Moholo; e in un passaggio particolarmente emozionante, Hawkins e Drake hanno fatto correre il pensiero ai duo piano/batteria di Cecil Taylor, un gigante (che è stato tra i grandi passati a Sant’Anna Arresi e che il festival non ha dimenticato) della cui lezione pianistica Hawkins ha meditato profondamente non solo gli aspetti più eclatanti.

Qui un momento dell’esibizione di Alexander Hawkins e Jason Jarde:

Quanto al pianoforte non capita tutti i giorni di poter ascoltare tre soli di pianisti della statura di Alexander Hawkins, Franco D’Andrea e Jacky Terrason. D’Andrea si è proposto anche con il trio con Mirko Cisilino alla tromba e Enrico Terragnoli alla chitarra elettrica e all’elettronica che aveva presentato lo scorso anno a Milano alla festa di Radio Popolare: un trio col quale D’Andrea coltiva la sua passione per il jazz tradizionale in cui trova stimoli per dare vita a situazioni molto contemporanee e spesso molto informali, in una musica mai risolta, sottilmente inquieta anche quando risulta accattivante, in cui i brani non vengono mai dati come prodotto finito, ma sono canovacci che servono come innesco per l’improvvisazione e la creazione.

Suscita sempre ammirazione vedere come un pianista come D’Andrea, della cui statura il suo solo è stato una eloquente illustrazione, con i suoi gruppi – come con questo trio – si cali però così tanto dentro la logica d’insieme, con un atteggiamento così discreto, senza mettersi in primo piano, ma stando del tutto al servizio della musica.

In trio con contrabbasso e batteria Jacky Terrason ha parecchio gigioneggiato, mentre è apparso più sobrio e concentrato ed è risultato decisamente più godibile in solo.

Qui un momento dell’esibizione del trio di Terrason:

Molto coinvolgente e piacevole lo show di Anthony Joseph, fra afrobeat, soul, funky, con testi di profilo politico, con riferimenti all’esperienza dell’immigrazione in Gran Bretagna e richiami a figure come l’intellettuale marxista e anticolonialista (come Joseph originario delle Antille) C.L.R. James e il rivoluzionario afroamericano George Jackson. Pregevole nella creazione dell’atmosfera dei brani l’utilizzo della sezione dei sax, nella quale figurava come ospite Shabaka Hutchings, e uno spettacolo in sé la potenza e il dinamismo travolgente del batterista Rod Youngs.

Shabaka è poi apparso con il trio di culto sax/tastiere/batteria The Comet Is Coming, che ha deliziato un folto pubblico di giovani. Shabaka è un sassofonista coi fiocchi, con il portato generazionale di una mentalità post-moderna che gli permette di immedesimarsi agevolmente e brillantemente in contesti molto diversi (fra questi per esempio c’è stato l’eccellente gruppo di Louis Moholo). Qui semplifica al massimo i fraseggi, dentro una musica che prende spesso e volentieri direzioni disco e techno, e che ha in realtà ben poco a che vedere col jazz (a parte qualche scampolo di improvvisazione del sassofonista), se non nella percezione di un certo pubblico giovanile alla ricerca di esperienze musicali insolite. E in questo senso si è trattato da parte del festival di una apertura e di un gioco con nuove tendenze del consumo musicale giovanile che può avere un suo perché.

Qui un momento del set di The Comet Is Coming:

Si conferma un lavoro originale e anche con una sua particolare godibilità sia sul piano della musica che delle immagini Pinocchio Parade di Giancarlo Schiaffini (trombone, elettronica, video), che qualche anno fa era stato presentato anche a Milano (all’Out Off), dove speriamo si possa rivedere.

Già apparso un paio di edizioni fa a Sant’Anna, è tornato il quartetto romano Roots Magic, che rielabora classici del blues (come Skip James, per fare solo un nome) e brani di numi dell’avanguardia soprattutto afroamericana (Julius Hemphill, Kalaparusha, Olu Dara): operazione interessante e lodevole, che avrebbe bisogno forse di un maggiore abbandono alla spontaneità.

Infine, oltre a tanta musica, è il caso di ricordare due parole che in Sardegna, e in un festival che certamente le ha molto presenti, ci è piaciuto sentire pronunciare dal palco da uno dei musicisti arrivati dall’estero. Nella prima serata del festival Alexander Hawkins presentandosi al pubblico ha pensato, in riferimento alle difficoltà del momento, di citare, in italiano, Gramsci: “ottimismo della volontà”.

  • Autore articolo
    Marcello Lorrai
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