referendum leghisti

Salvini vince e va in crisi

martedì 24 ottobre 2017 ore 12:59

Uno stridìo di unghie sui vetri sovrasta in queste ore il rumore di fondo della politica italiana.

E’ Matteo Salvini che cerca di tenere assieme quello che assieme non può stare. Il leghismo e l’Italia. La “sua” Lega lepenista e l’anima profonda del partito che non ha mai abbandonato il sogno di separare il Nord dal resto del Paese.

Il vecchio Umberto contro il giovane Matteo. Non c’è dubbio che il risultato dei referendum sull’autonomia di domenica in Lombardia e in Veneto sia una affermazione del primo sul secondo, una rivincita del fondatore del Carroccio che subì un licenziamento cui seguirono l’epurazione di tutto il gruppo dirigente e la trasformazione progressiva della Lega in partito nazionalista, finanche nei colori: basta verde, con Salvini Pontida si è tinta di blu, colore che fa tanto Front National e che va di moda tra le destre radicali europee.

In realtà, la vittoria ha messo in difficoltà Salvini, soprattutto per le dimensioni che ha assunto in Veneto e per lo strappo di Luca Zaia il quale ha subito chiesto lo statuto speciale per la sua regione.

Questa mattina il segretario leghista si è cimentato nell’esercizio dell’equibrista: “c’è una sola Lega che dà speranza a 60 milioni di italiani. Ci stanno chiamando per fare referendum anche al Sud, basta centralismo pur nell’ottica dell’unità nazionale”. Quando Salvini dice “c’è una sola Lega” sta cercando di stoppare Zaia e i leghisti veneti, che sono rimasti quelli del “leon che magna el teron”, altro che unità nazionale, e che adesso si sentono maggioranza a casa loro.

Lo ha supportato il presidente della regione Lombardia: Maroni ha attaccato il collega di Venezia per il suo radicalismo. Anche i leghisti lombardi, però, rimangono gli stessi che si infiammavano ai comizi di Bossi quando il Senatur urlava “basta tasse, basta Roma”. Salvini vorrebbe tenersi i soldi delle tasse e restare a Roma. I primi a ribellarsi potrebbero essere i militanti e gli elettori che ora vedono in Zaia una alternativa, un ritorno al passato che non hanno mai smesso di sognare.

Aggiornato lunedì 30 ottobre 2017 ore 16:04
TAG