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Bruxelles, l’intelligence europea ha fallito

martedì 22 marzo 2016 ore 18:00

L’Isis rivendica gli attentati di Bruxelles. La capitale europea è sotto attacco a due giorni dall’arresto di quello che potrebbe diventare il primo pentito tra gli affiliati alle organizzazioni di terrorismo internazionale: Salah Abdeslam. L’attacco mostra tutte le fragilità del sistema di intelligence europeo e, prima di tutto, belga.

L’aspetto più drammatico è che pare non ci siano stati significativi passi in avanti dal 13 novembre scorso, giorno degli attentati di Parigi. Pochi dopo, Felice Casson ci raccontava che “non c’ è assolutamente un coordinamento efficace. Noi come Copasir siamo tornati recentemente da un incontro internazionale con i Servizi e molti lamentavano la mancanza di un coordinamento ordinario”.

L’arresto di Salah Abdeslam pareva aver interrotto questa tradizione, almeno tra Francia e Belgio. Sembrava che i due Paesi vicini avessero finalmente cominciato a collaborare. Il procuratore generale di Parigi ringraziava il collega belga per l’indagine “ricca e fluida”, condotta con scrupolo. La luna di miele tra intelligence, commenta il quotidiano Politico.eu, è destinata però a concludersi in breve. Tutte le frontiere del Belgio sono chiuse. Il Paese è di nuovo isolato: “Dovremmo chiedere ai colleghi belgi ‘come avete permesso che tutto ciò accadesse?’”, dice al quotidiano europeo un ex magistrato antiterrorismo francese. La voglia di collaborare è già svanita.

Dal Belgio e da Bruxelles in particolare sono partiti tutti i più importanti attentati all’Europa di questi ultimi anni. Nel 2014 contro il museo ebraico della capitale belga, poi Charlie Hebdo, l’attentato sul treno Thalys Amsterdam-Parigi e, da ultimo, il 13 novembre a Parigi. Era sempre a Molenbeek, il quartiere ad alto tasso d’immigrazione, che le cellule terroristiche avevano il loro quartier generale. Almeno tre terroristi del commando che ha attaccato Parigi erano già noti al database della polizia belga.”Sapevamo che si erano radicalizzati – disse Eric Van Der Sypt, il portavoce del procuratore federale belga il giorno dopo il 13 novembre – ma non c’erano segnali di una possibile minaccia”. Eppure avevano viaggiato più volte in Siria.

Secondo uno studio condotto dallo storico Pieter Van Ostaeyen, tra i maggiori esperti in Belgio di Islam e jihadismo, ci sono oltre 500 foreign fighters belgi (uno su dieci donna) di cui intorno a 200 tra Siria e Iraq in questo momento. Il tasso di foreign fighters in Belgio è il più alto dell’Europa occidentale: 41,96 per milione di abitanti. Almeno 80 sono morti combattendo a fianco dell’Isis. Le organizzazioni più numerose sono Sharia4Belgium, la cellula guidata da Khalid Zerkani (di cui facevano parte anche i jihadisti che hanno ucciso a Parigi) e il Centre Islamique Belge, guidato da Shaykh Bassam al-Ayashi. Finora, però, nessuna legge antiterrorismo ha permesso di arrestare immediatamente i combattenti rientrati in Paese dalla Siria o dalla Libia.

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In Belgio le strutture antiterrorismo, infatti, hanno dei limiti congeniti. In primo luogo, le forze a disposizione: circa 700 uomini, secondo fonti di Politico, un contingente inadeguato data la minaccia. C’è poi un problema sostanziale, insito nella gestione della macchina pubblica in Belgio. Il Paese è spaccato in microcomuni, la centralizzazione dei servizi è ancora un’utopia. Il Belgio è il Paese dei microsindaci, dei feudi elettorali valloni, fiamminghi. Ci sono tre enclave linguistiche: le due maggiori sono divise tra francofoni e fiamminghi, a cui si aggiunge la zona del sudest dove si parla tedesco. La frammentazione legislativa, si ripercuote anche sul sitema di sicurezza. Fare una rogatoria internazionale è molto complicatoi in Belgio, perché ogni zona ha le sue regole. E se c’è poca comunicazione interna, all’estero è praticamente a zero. Così, paradossalmente, il luogo più monitorato dell’Europa è stato quello dove nascondersi è stato più semplice.

Aggiornato venerdì 25 marzo 2016 ore 12:38
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