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Turchia, i numeri del tentato golpe

Si è riunito il Consiglio Militare Supremo (Yas), il più importante organo militare turco, ad Ankara. Un vertice durato cinque ore, a differenza dei tre giorni canonici. Si è tenuto al palazzo Cankaya, la residenza del primo ministro, invece che presso lo Stato Maggiore turco. Tutto di questo Consiglio è stato fuori dall’ordinario: in un primo tempo doveva tenersi il 30 agosto, poi è stato anticipato a seguito del tentato golpe del 15 luglio. Il copione era già scritto da quando si è capito che il golpe sarebbe fallito: lo Yas sarebbe stato l’occasione per formalizzare l’uscita di quel che resta dei militari golpisti e per dare una veste ufficiale alle purghe.

Per quanto neghi, il sospettato numero uno del presidente Recep Tayyip Erdogan è il predicatore-magnate Fethullah Gulen, il creatore dello “Stato parallelo”. Secondo il governo in carica ad Ankara, Gulen ha piazzato i suoi uomini in tutti i gangli del potere, grazie alla sua iniziale vicinanza con l’Akp, il partito di Erdogan. Sui (pochi) media turchi rimasti aperti, il sistema di organizzazioni di Gulen è definito Fethullahist Terror Organization (FETÖ), una formula traducibile come “organizzazione del terrore fethullaista”.

Il primo generale in capo dell’esercito è rimasto Hulusi Akar, ha annunciato il governo di Ankara. Ma nel corso del vertice è stato ufficializzato per decreto l’allontanamento di altri 87 generali, 726 ufficiali e altri 256 militari. I numeri finali indicano che oltre il 42% dei 358 generali turchi sono stati sospesi e che 30 di questi sono ancora in carcere. In tutto, ha comunicato il Consiglio Militare Supremo, sono 8.651 i soldati che hanno preso parte al tentativo di golpe, ossia l’1,5% del totale delle armate turche. Le forze ribelli hanno usato 35 aeroplani (di cui 24 jet), 37 elicotteri, 74 carri armati, 246 veicoli blindai e tre navi. Il ministro dell’Interno Efkan Ala ha detto che sono 15.846 le forze dell’ordine sotto indagine per il fallito golpe, a cui si aggiungono in totale altri 10.012 soldati. La CNN turca, poco prima dell’inizio del vertice, ha dato la notizia di due alti generali che si sono dimessi per esprimere dissenso rispetto all’ondata di arresti che sta attraversando la Turchia. Si tratta di Kamil Basoglu e Ihsan Uya.

Alla stretta sulle forze armate si aggiunge quella sui media. Solo il 28 luglio, sono stati chiusi 131 media (tre agenzie di stampa, 16 canali tv, 23 radio, 45 giornali, 15 magazine e 29 case editrici. Il giorno prima erano finiti in carcere altri 47 giornalisti.

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    Lorenzo Bagnoli
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I messaggi dell’Isis ai “lupi solitari”

È una delle macabre ritualità della scia di sangue e terrore che attraversa l’Europa: l’attesa della rivendicazione dello Stato Islamico. Dopo l’attentato, ci si domanda chi l’abbia compiuto e perché. Si iniziano a monitorare le agenzie come Ameq o siti vicini allo Stato Islamico, come quello del magazine Dabiq. Fino all’uscita del comunicato. La rivendicazione, come spiega a Radio Popolare Paolo Magri, in realtà è un’appropriazione di un gesto, al fine della campagna di terrore dell’Isis. E negli ultimi casi si è anche utilizzata sempre una formula – “soldato dell’Isis”. Un campo di addestramento però esiste: è internet. È nel web che l’Isis diffonde i suoi “insegnamenti” per diventare un “terrorista-fai-da-te”. Ormai è dal 2014, quando il portavoce del sedicente califfato Abu Muhammad al-‘Adnani in un suo discorso aveva detto ai proseliti al computer “colpite con ogni mezzo che avete”. Così l’Isis ha cominciato a conquistare sempre più “lupi solitari”.

Lo spiegano gli analisti come David Thompson, un giornalista di Radio France International esperto di foreign fighters francesi. C’è anche un “battaglione” dell’Isis che si occupa della jihad in rete, di cyberattacchi, del reclutamento e della diffusione del messaggio: La UCC United Cyber Caliphate. Una divisione che conduce una guerra attraverso lo nschermo di un computer. Forse il fronte su cui l’avanzata dello Stato Islamico sembra più difficile da fermare. E dove la comunicazione di Isis fa presa.

 

I LUOGHI DI CULTO – In un tweet Thompson ricorda, ad esempio, che sul numero 5 del magazine Dar El Islam, in francese, si legge un passaggio che ricorda il modo in cui hanno agito i terroristi di Saint-Etienne-du-Rouvray.

“Prima delle vostre operazioni, dovete essere certi di ciò che vedrete e di avere dei piani di riserva per ogni piano principale che avete fatto. Visitate sempre luoghi freuentati, come quelli turistici, le grandi piazze, le sinagoghe, le chiese, i luoghi frequentati dagli apostati, con lo scopo di installare loro la paura nel cuore”.

Anche uno dei kamikaze dell’attentato del 13 novembre Bilal Hadfi aveva chiamato gli altri kamikaze a colpire i luoghi di culto.

NIZZA, L’ATTACCO IN AUTOMOBILE – A settembre 2014 il portavoce dell’Isis Adnani ha cominciato a rivolgersi ai francesi. E ha elencato una serie di modi per colpire il nemico in caso si restasse senza armi: “Spaccagli la testa con una roccia, sgozzalo con un coltello, investilo con un’automobile, gettalo da un luogo alto, avvelenalo. Non tirarti indietro. Non essere spregevole”. Quell’anno, ricorda il centro di ricerca Site, un jihadista canadese di nome Martin Rouleau ha travolto in auto due soldati in Quebec. Il messaggio è stato ribadito dal combattente Abu Salman al-Faranci un mese dopo con un video in cui inneggiava ad investire con le proprie auto gli infedeli.

ANSBACH, LA BOMBA – Anche l’attentato che non ha prodotto morti ad Ansbach è frutto dell‘ispirazione di giornali jihadisti. È lì infatti che Moahammed Delel, l’autore del tentativo di strage al festival musicale, aveva imparato sui magazine del Califfato a fabbricare ordigni artigianali. Sempre secondo gli analisti francesi, si spacciava per rifugiato siriano, ma era un affiliato dell’Isis fin da anni.

CONSAPEVOLI DI INTERNET – Secondo il report di Flashpoint, un gruppo di ricerca che si occupa di sistemi di sicurezza della rete, i gruppi di Isis riescono a rimanere nascosti nel Dark Web, quell’immenso mare dove si può navigare anonimi e nascosti da ogni dispositivo dell’intelligence in grado di tracciare il comportamento in rete degli utenti. Altrettanto consapevoli del mezzo sono gli utenti che cercano di collegarsi con lo Stato Islamico: sono capaci di mantenere livelli di sicurezza poco comuni negli utenti medi.

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    Lorenzo Bagnoli
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Via D’Amelio, 24 anni dopo

Via D’Amelio, Palermo, 19 luglio 1992. Il giudice Paolo Borsellino usciva da casa di sua madre. Lo aspettavano i sei agenti della scorta: Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi, Claudio Traina, Vincenzo Fabio Li Muli e Antonio Vullo, l’unico sopravvissuto. Saltarono in aria: una Fiat 126 era stata caricata con 90 chili di esplosivo. Ventiquattr’ore dopo, Borsellino avrebbe dovuto raccontare ai procuratori di Caltanissetta le confidenze del suo collega Giovanni Falcone, ucciso con la sua scorta e la moglie il 23 maggio.

Paolo Borsellino aveva detto giusto qualche giorno prima che dopo la strage di Capaci (il 23 maggio 1992) si sentiva “un morto che cammina”. Intorno alla sua morte ancora adesso tantissimi dubbi, a partire dalla famosa agenda rossa dove il giudice annotava tutto e che nessuno ha ritrovato sul luogo della strage.

Il commento di Enrico Deaglio, intervistato da Sara Milanese

Non ci sono praticamente indagini. Dopo 24 anni è stato scoperto un clamoroso depistaggio a cui parteciparono i servizi e la polizia con il benestare della politica. Le ragioni di questo depistaggio sono ormai archiviate. Non c’è più nessun ricercato, nessun colpevole”. Ormai è sfiduciato Enrico Deaglio, giornalista e scrittore che ha raccontato in più occasioni lo stragismo mafioso. Bisognerebbe ripartire da lì, dalle ragioni del depistaggio, per riannodare il filo della verità, mai trovato nelle macerie di via D’Amelio. “C’è da chiedersi come mai l’opinione pubblica italiana, dove metto anche la politica, sia stata acquiescente e abbia accettato tutto. Non vedo nessuno schieramento politico che chieda oggi di sapere cosa è successo il 19 luglio 1992. Non interessa più a nessuno, il ricordo è solo un’occasione di militanza”. Proprio il disinteresse è ciò che fa più male.

Ascolta l’intervista completa

Enrico Deaglio

Sono quattro i processi celebrati sulla strage di via D’Amelio

Borsellino 1: Il primo processo fu condizionato da falsi collaborazioni. Come quella di Vincenzo Scarantino e Salvatore Candura, che si autoaccusarono di aver portato l’esplosivo in via D’Amelio. Due anni dopo, è il 1995, Scarantino ritratta: “Mi sono inventato tutto”. Nel 1995 il collaboratore viene giudicato inattendibile.

Borsellino bis: Il processo ottiene la condanna all’ergastolo in Cassazione, nel 2003, di alcuni dei boss più importanti di Cosa Nostra (Salvatore Riina, Pietro Aglieri, Giuseppe Graviano) all’ergastolo.

Borsellino ter: Il nuovo processo scaturisce dalla dichiarazioni di Giovanni Brusca. Tra i nuovi imputati c’è anche Bernardo Provenzano, altro membro della Commissione provinciale, che prendeva le decisioni per Cosa Nostra. Anche per lui c’è l’ergastolo.

Borsellino quater e la Trattativa: L’ultimo processo sulla strage di via D’Amelio dovrebbe andare a sentenza dopo l’estate. Indaga sui “mandanti occulti” della strage e porta in udienza anche Silvio Berlsuconi e Marcello Dell’Utri. Non Giorgio Napolitano, presidente della Repubblica nel momento della celebrazione del processo. Altro filone del processo riguarda i servizi segreti: tra gli imputati ci sono Mario Mori e Mauro Obinu, ex del Ros, entrambi assolti.

 

Gli appuntamenti per il 2016 a Palermo e a Milano:

A Palermo il Centro Studi Paolo Borsellino e l’Associazione “Agende Rosse” organizzano una tre giorni (17-18-19 luglio) “per riflettere tutti insieme, fare memoria ed onorare il ricordo del giudice Paolo Borsellino e gli Agenti di Scorta”, scrive il Movimento Agende Rosse. Le iniziative sono organizzate in collaborazione con l’Agesci e la CGIL Sicilia

Milano quest’anno ricorda la morte di Paolo Borsellino con due eventi. Alle 16.15 appuntamento all’albero Falcone e Borsellino, per osservare un minuto di silenzio alle 16.58, ora della strage.

Alle 19 è in programma un convegno in Sala Alessi a cui partecipano, tra gli altri, i sostituti procuratori Donata Costa e Marcello Musso, il sindaco Giuseppe Sala e il presidente nazionale dell’Anpi Carlo Smuraglia.

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    Lorenzo Bagnoli
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Nizza, la rete intorno a Mohamed Bouhlel

Ci sono sempre più dubbi intorno a Mohamed Lahouaiej Bouhlel, l’attentatore di Nizza. Da una parte, l’inchiesta parla di una “rapida radicalizzazione”, avvenuta in circa 15 giorni. Dall’altra, il ministro dell’Interno Bernard Cazeneuve parlando alla radio francese RTL ha detto che i legami tra Daesh e l’uomo sono ancora tutti da stabilire. La certezza è il suo profilo psicologico: era un depresso, violento e nei giorni prima della strage ha mandato diversi messaggi persecutori alla moglie. Era però un soldato dell’Isis? La rivendicazione dello Stato Islamico è solo uno strumento per fare propaganda, visto che sul terreno Daesh perde colpi?

Nessuna risposta è scontata, soprattutto dopo che anche una prima certezza (“ha agito da solo”) sembra essere rimessa in discussione. Ci sono sei persone fermate dalla polizia francese nell’ambito dell’inchiesta, tra cui un albanese di 38 anni che avrebbe procurato all’attentatore la pistola calibro 7.65 con cui ha sparato sulla folla. Un ragazzo di 22 anni è in stato di fermo con l’accusa di aver fornito sostegno logistic9o per l’attentato. Rilasciata, invece, l’ex moglie.

Gli inquirenti hanno analizzato le immagini del telefonino e del computer di Bouhlel. Anche in questo caso, i riscontri sono contrastanti. Il messaggio più strano parla di “materiale” che gli sarebbe stato recapitato. Secondo altre versioni, la parola utilizzata sarebbe “armi”. Un selfie, lo mostra vicino al tir frigorifero, preso a noleggio, con cui ha compiuto la strage. Un’immagine condivisa con altre persone. Una squadra di 200 investigatori sta cercando di risalire a chi sono i destinatari del messaggio. Queste foto sono state scattate tra l’11 e il 14 luglio, proprio nei giorni in cui, come dimostrano le immagini delle telecamere di sicurezza su promenade des Anglais, Bouhlal ha percorso due volte la strada dell’attento, come per effettuare un sopralluogo. Nonostante le sue tendenze depressive, il fratello di Bouhlel, Jabeur, in Tunisia, racconta alla Reuters di aver parlato con lui nel pomeriggio e di averlo trovato molto allegro, in festa insieme ad alcuni amici europei. Alcune immagini inviate al fratello lo dimostrerebbero.

Intanto, il bilancio dei bambini morti nella strage è arrivato a dieci. Sono 84, ad oggi, i morti nell’attentato. Ottantacinque persone sono ancora in ospedale e si teme che il conteggio finale debba essere aggiornato: in 18 sono ancora in condizioni critiche.

Il ministro Cazeneuve ha annunciato l’impiego di 9mila militari riservisti all’interno dei confini nazionali, in supporto ai gendarmi. In particolare, sarà innalzato il livello di sicurezza nei luoghi turistici e nelle grandi manifestazioni estive.

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    Lorenzo Bagnoli
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Morto Provenzano, l’ultimo dei padrini

È morto uno dei più importanti boss di Cosa Nostra: Bernardo Provenzano si è spento a 83 anni su un letto dell’ospedale San Paolo, a Milano. Era in carcere da dieci anni, a seguito dell’arresto avvenuto l’11 aprile del 2006, in una masseria poco lontano da dove abitava, a Corleone. Per 43 anni era riuscito a fuggire.

Protagonista della stagione dello stragismo insieme a Totò Riina, è stato uno dei capimafia più sanguinario nella storia dell’organizzazione criminale. Lo chiamavano Binnu U’Trutturi, il Trattore, perché non si fermava di fronte a nulla. Il suo è uno dei profili psicologici del mafioso puro: si comportava come un automa, come un uomo senza sentimenti, capace di rispondere solo alle esigenze di Cosa Nostra. È morto a seguito di quattro anni di dura malattia che lo ha costretto agli arresti ospedalieri.

La carriera criminale – Ha mosso i primi passi da criminale con Luciano Liggio: rispondeva ai suoi ordini come facevano Salvatore Riina e i fratelli Bagarella. Quando i Corleonesi hanno cominciato la loro ascesa all’interno di Cosa Nostra, Binnu ha iniziato a mostrarsi per la sua ferocia. Nel 1969 si conquista il suo soprannome: uccide con il calcio della sua pistola il boss rivale Michele Cavataio. L’arma di questo si era inceppata, tradendola poco prima di poter sparare un colpo in fronte a Provenzano. È il 1974 quando, riferiscono i collaboratori Tommaso Buscetta e Totuccio Contorno, diventa reggente dei Corleonesi insieme a Riina. Insieme a Riina scatena la Seconda guerra di mafia, tra il 1981 e il 1982: all’epoca ai vertici di Cosa Nostra c’era una Commissione, composta da Michele Greco e dagli altri capidbastone che rappresentavano le diverse famiglie. Sotto la spinta dei Corleonesi, era cominciata la stagione degli omicidi eccellenti (tra cui Boris Giuliano, Piersanti Mattarella, il giudice Terranova). Ai Bontate non andava bene, ma la maggior parte della Commissione era contro di loro. Cominciò così la faida, che si concluse con i Corleonesi sempre più potenti.

Gli anni delle stragi e la Trattativa– Rispetto a Riina, Bernardo Provenzano era un politico. È lui l’uomo a cui risponde Vito Ciancimino, il sindaco mafioso di Palermo. Quando andava a casa Ciancimino, si presentava come ingegner Loverde, ricorda ai magistrati il figlio Massimo Ciancimino. Negli anni ’90, i rapporti tra Stato e Cosa Nostra cambiano, a seguito della conferma delle condanne del Maxiprocesso, il procedimento che ha rivelato per la prima volta l’esistenza di Cosa Nostra. La risposta di Riina è la guerra allo Stato, che raggiunge il suo apice con gli attentati di Capaci e via D’Amelio. Con il ’93, inizia una nuova stagione: quella della Trattativa Stato-mafia, in cui Provenzano ricopre un ruolo fondamentale, per tramite sempre di Vito Ciancimino. E in quest’occasione, ancora una volta, si profila come un personaggio molto distante da Riina. Mentre questi continuava a cercare lo scontro con lo Stato, Provenzano preferiva trattare. Preveriva quella che poi è diventata la “strategia della sommersione”. Cosa Nostra ha cominciato a seguire questa strategia dopo la cattura di Riina, nel luglio 1993, a cui sembra collaborò anche Bernardo Provenzano. Il caso infatti vuole che in numerose circostanze, per i successivi13 anni, nessuno lo arresta. Comunica all’esterno tramite “pizzini”, messaggi in codice portati fuori dalla masseria da messaggeri fidati. I testi erano scritti a mano e a volte erano solo un susseguirsi di codici alfanumerici. Nel 2006, però, anche “l’ultimo padrino” capitola.

Misteri in carcere– Non sono bastati i tentativi di depistaggio ad allungare la latitanza del boss dei Corleonesi. Ma nemmeno in carcere si è diradata la fitta trama di ombre e misteri che ha sempre avvolto Binnu. Il boss, tramite figli e legale, racconta delle botte ricevute in carcere e per questo si fa trasferire più volte. Negli anni, in tanti hanno detto che avrebbe voluto collaborare. Invece non è mai accaduto. Il nome di Provenzano si lega anche ad un altro documento misterioso: il Protocollo Farfalla, un fantomatico accordo tra Dap (Dipartimento amministrazione penitenziaria) e il Sisde (servizi civili interni poi divenuti Aisi) che avrebbe offerto denaro in cambio di informazioni dei boss di maggiore caratura. Ovviamente, anche Provenzano sarebbe rientrato in questa operazione.

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    Lorenzo Bagnoli
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Una linea con tecnologie “antiquate”

La procura di Trani indaga per omicidio colposo plurimo e disastro ferroviario. Questo il fascicolo d’inchiesta a carico di ignoti aperto dai magistrati dopo lo scontro di due convogli tra Andria e Corato. Non c’erano tecnologie che hanno permesso di bloccare i treni una volta che entrambi si sono immessi sull’unico binario di quella tratta. Un semaforo guasto, un errore umano: tante sono le ipotesi per la causa dell’incidente. Anche il Governo, domani riferirà in aula, in Senato. C’è un’indagine giudiziaria per accertare le responsabilità penali della tragedia, ma ci sono dei limiti strutturali che restano anche dopo che si farà luce sulle cause dell’incidente.

Il tratto ferroviario in cui è avvenuta la tragedia è delle Ferrovie Nord Barese, società che fa capo all’azienda privata Ferrotramviaria spa. La ha fondata nel 1937 il conte Ugo Pasquini, che nello stesso anno acquisto anche la Société des Chemins de Fer Economiques di Bruxelles. Come ha spiegato a Radio Popolare Anna Maria Renna, delegata della Filt-CGIL di Ferotramviaria, il traffico sulla tratta viene regolato con il cosiddetto “blocco telefonico”. In pratica, con una telefonata tra i due capistazione delle srazioni che delimitano la tratta. Un sistema obsoleto che sulle linee ferroviarie non si usa praticamente più, se non su tratte molto secondarie e con un traffico di pochi convogli. Ma è molto più frequente trovarlo sulle tratte gestite dalle “concessionarie”, come in questo caso. Sulla linea gestita da Ferrotramvia Spa però i convogli erano 196, un numero troppo elevato per essere gestito da un sistema di sicurezza come il “blocco telefonico”. Ma perché alle imprese concessionarie è consentito l’uso di questo sistema, e di non adeguarsi alle tecnologie più moderne? “E’ una questione di costi: il sistema automatizzato comporta investimenti di milioni per ogni chilometro. Certo, è più sicuro, ma le aziende quei costi spesso non li vogliono sostenere”, spiega il sindacalista pugliese dell’USB Pippo Lorusso. E qui nascono i problemi, perché nessuno può imporre ad un’azienda privata di usare un sistema invece di un altro.

La sicurezza ferroviaria non ha una legislazione di riferimento, né un unico sistema di controllo. Ci sono due possibili “controllori”: l’Ufficio speciale trasporti a impianti fissi (Ustif), legato al Ministero dei Trasporti; oppure l‘Ansf, l’Agenzia nazionale per la sicurezza delle ferrovie, organo terzo e indipendente. Il primo, istituito 30 anni fa, controlla le tratte più periferiche e gestite dai privati. L’Ansf è l’organismo di riferimento di Rete ferroviaria italiana.

Ma, come abbiamo visto, Andria-Corato non è una tratta a bassa frequenza: i passaggi sono 196 al giorno. “Servivano altre misure di sicurezza – continua ancora Renna – ma una deroga alla legislazione ha consentito all’azienda di usare ancora questo sistema”. Deroghe, risparmio sui costi della sicurezza, buchi di legislatura. Una catena che “affida al libero mercato a cui sottostanno le imprese la scelta su dove e come investire”, continua Lorusso. Ed un “raddoppio” delle agenzie che vigilano sulla sicurezza “inutile, che non serve ad altro che a moltiplicare i posti”, conclude il sindacalista dell’USB Lorusso.

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    Lorenzo Bagnoli
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Schwazer, la versione di Donati

Alex Schwazer non andrà alle Olimpiadi di Rio de Janeiro. Nonostante la grande vittoria con la quale se li era meritati, tre mesi fa. Lo ha stabilito l’8 luglio la IAAF, l’associazione internazionale di atletica leggera: una controanalisi delle urine avrebbe confermato l’esito positivo del test antidoping al testosterone del maratoneta azzurro. I risultati delle analisi, svolte il 1 gennaio 2016, sono state rese pubbliche la prima volta il 22 giugno. L’atleta azzurro è ricascato nel doping, dopo lo scandalo che lo ha visto protagonista nel 2012, quando lui stesso ha ammesso di aver fatto uso di sostanze illegali. L’atleta ha già pagato con una sospensione di tre anni e nove mesi.

Dall’inizio del 2015 lo segue un nuovo allenatore: Sandro Donati. Donati ha speso una vita nell’antidoping e fa parte di Libera, che gli dà il benestare per seguire l’atleta. A patto che Schwazer, a spese sue, si sottoponga ad un regime di controlli severissimo. Circostanza che si presenta, come racconta in molte interviste Donati. L’allenatore dell’atleta è famoso per non fare sconti a nessuno, nemmeno a Schwazer: è proprio Donati, nel 2012, a suggerire alla Wada, l’organizzazione mondiale antidoping, di sottoporlo a controlli. Ma ora non ci crede che il suo atleta sia ricaduto nel doping: “Le evidenze dicono che questo è un sabotaggio”, dice Donati ai microfoni di Radio Popolare.

Quello che contestano al marciatore altoatesino e al suo allenatore non sono le analisi: “Quelli sono dati ufficiali ampiamente attesi”. Il problema “è ciò che è accaduto prima della consegna delle urine al laboratorio di Colonia”, dove sono state effettuate le analisi. Donati profila due scenari: nel primo, qualcuno ha alterato le urine del maratoneta; nel secondo, qualcuno ha cercato di incastrare Schwazer. “Non c’è dubbio che gli resterò a fianco – ha proseguito l’allenatore -. Non ho nessunissimo motivo per pensare che sia colpevole“. Tanto che, insieme al legale di Schwazer, Donati ha già depositato da 13 giorni una denuncia contro ignoti alla procura della Repubblica di Bolzano e farà un’istanza immediata al Tribunale nazionale antidoping per esaminare nuovamente il campione.

I dubbi che sono sorti fin dall’inizio della storia sono diversi. Il primo riguarda la data del controllo: perché il primo gennaio, una delle poche date libere da allenamento per i maratoneti? Perché poi lasciar passare sei mesi prima della pubblicazione dei risultati? E ancora perché è accaduto proprio dopo l’ultima vittoria di Schwazer che gli era valsa la qualificazione a Rio? C’è un’altra circostanza che fa pensare: nessun atleta russo sarà presente alla manifestazione di Rio e proprio la Russia aveva proposto a Schwazer di gareggiare con la propria bandiera nel periodo dello stop forzato.

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L’appalto di Fiera Milano nelle mani di Cosa Nostra

Altro che “Expo mafia free”. Nemmeno l’efficiente sistema di controlli costruito per evitare il contagio all’esposizione universale dello scorso anno ha potuto prevenire l’infiltrazione mafiosa nell grande evento milanese. I padiglioni di Francia, Qatar, Guinea Equatoriale e Birra Poretti, sostiene la procura antimafia, sono stati realizzati da una cooperativa che fa parte di un consorzio nelle mani di Cosa Nostra.

L’indagine parte da lontano, il 2013, e arriva fino allo scorso anno, dopo che il presidente dell’Anac Raffaele Cantone e la Prefettura di Milano si sono messi a scandagliare gli appalti della società Expo. Il problema sta proprio qui: l’appalto incriminato era senza gara pubblica. Lo ha emesso Nolostand, società controllata al 100% da Fiera Milano. E qui, nell’ente fieristico milanese (controllato per la maggioranza da una fondazione di diritto privato), sta anche il cuore del problema. La questione è che, recita l’ordinanza, “le indagini, avviate nel 2014 dai CC di Rho che segnalavano una serie di elementi relativi alla infiltrazione mafiosa in seno alla società Fiera Milano spa”. Un’accusa pesante. Il problema, quindi, consiste nelle persone che l’ente si è portato in casa. Primo tra tutti il consorzio Dominus scarl.

Dall’ordinanza:

“La società consortile DOMINUS Scarl (che ha avuto un fatturato di oltre 20 milioni di euro in tre anni) lavora quasi esclusivamente con NOLOSTAND S.p.a., società interamente controllata da FIERA MILANO S.p.a. e che si occupa dell’allestimento degli stand ubicati presso i siti espositivi dell’ente fieristico, tanto che dal 2013 all’ottobre 2015 su un totale di fatture emesse per 20.295.587 euro, i pagamenti effettuati da Nolostand risultano essere 18.061.928 euro; proprio in virtù di tale rapporto imprenditoriale e commerciale ha effettuato lavori di allestimento o smontaggio per EXPO 2015 o presso alcuni padiglioni dell’esposizione mondiale EXPO 2015, sia direttamente che attraverso alcune consorziate (ad esempio la JOB Service Soc. Cooperativa per i padiglioni Francia, Qatar, Guinea Equatoriale e Birra Poretti)”

La sede della società era proprio dentro Fiera Milano. E l’ente fieristico non si è mai preoccupato di verificare chi ci fosse dentro. Seppur non ci siano indagati tra i dipendenti di Fiera Milano, il gip Maria Cristina Mannocchi scrive che l’ente ha peccato di “gravi superficialità”.L’ente ne è consapevole: “Fiera Milano spa sta provvedendo all’istruzione diun’indagine interna diretta a verificare in tempi rapidi, e nel casosanzionare, eventuali comportamenti omissivi”. Qualcosa, nella filiera dei controlli, è certamente andata storta.

Sempre dall’ordinanza:

“Le indagini hanno appunto messo in luce un meccanismo fraudolento, attuato attraverso una serie di società gestite tramite vari prestanome, che ha consentito la commissione dei reati descritti nei capi di incolpazione anche grazie ad una serie di gravi superficialità (ma certamente anche grazie a convenienze) da parte di soggetti appartenenti ai mondo dell’imprenditoria e delle libere professioni: è chiaro infatti che un meccanismo quale quello emerso dalle indagini è stato reso possibile da amministratori di aziende di non piccole dimensioni, consulenti, notai e commercialisti che in sostanza ‘non hanno voluto vedere’ quello che accadeva intorno a loro (e per alcuni dei quali si profila peraltro un atteggiamento che va oltre la connivenza, già di per sé  gravissima, visto il ruolo professionale di costoro)”.

I pezzi grossi della società sono Giuseppe Nastasi, presidente del consorzio, il suo collaboratore Liborio Pace e l’avvocato Danilo Tipo, ex presidente della Camera penale di Caltanissetta. Secondo i magistrati della Dda di Milano, queste e altre sette persone raggiunte dall’ordinanza di custodia cautelare perché con i soldi guadagnati da Expo volevano favorire Cosa Nostra, in particolare il clan di Pietraprerzia (Enna). Il reato principale di cui sono accusati è associazione a delinquere per favorire Cosa Nostra: la torta di Expo doveva favorire l’organizzazione. Che nascondevano i loro guadagni in conti corrente in Liechtenstein, Slovenia e Slovacchia.

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    Lorenzo Bagnoli
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Tangenti a Roma, indagato Marotta

Mazzette e appalti truccati, in un intricato intreccio di mazzette per vincere gare d’appalto, evitare controlli dell’Agenzia delle Entrate e permettere agli amici di essere nominati in società importanti. L’“Operazione Labirinto” ha portato a 24 ordinanze di custodia cautelare, di cui 12 in carcere e 12 ai domiciliari: gli indagati sono oltre 50. È un’inchiesta che parte da Roma nel 2013 ma che si dirama in tutta Italia, tra Lazio, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Toscana, Marche, Umbria e Campania. A condurla sono i pm Paolo Ielo e Stefano Rocco Fava. I risultati disegnano una cupola tra imprenditori, politici e funzionari che mettevano mani su qualunque appalto.

Al centro del sistema c’è un faccendiere, Raffaele Pizza, originario di Sant’Eufemia in Aspromonte. Forte di “entrature politiche” nell’ambiente democristiano (il fratello Gianni è il detentore dei diritti sullo stemma dello scudo crociato nonché segretario della nuova DC) e di contatti con imprenditori spregiudicati, faceva da intermediario tra la domanda di appalti pilotati e l’offerta, oliando a suon di tangenti tutta la macchina. Il fratello  Gianni Pizza conosce il palazzo da vicino, visto che dal 2008 al 2011 era stato sottosegretario al Ministero dell’Istruzione per il Governo Berlusconi. E si racconta che a sceglierlo, all’epoca, sia stato Marcello Dell’Utri.

Il faccendiere Raffaele Pizza, scrivono gli inquirenti, si adoperava anche per favorire la nomina “ai vertici di enti e società pubbliche, di persone a lui vicine, così acquisendo ragioni di credito nei confronti di queste che, riconoscenti, risultavano permeabili alle sue richieste”.

La società di Pizza aveva una sede proprio accanto al Parlamento, che utilizzava per “per ricevere denaro di provenienza illecita, occultarlo e smistarlo, avvalendosi in un caso anche della collaborazione del parlamentare, che lo ha attivamente coadiuvato nelle attività di illecita intermediazione”. Tra gli assidui frequentatori della società c’è anche un’altra tra le altre figure cardine del sistema: Antonio Marotta, parlamentare in carica con Area Popolare (Ncd-Udc). Avvocato, Marotta è indagato per traffico di influenza illecita, reato per il quale non scattano restrizioni alla libertà. Secondo l’accusa avrebbe aiutato Pizza a incontrare imprenditori spregiudicati, in particolare passando da Alberto Orsini, il commercialista, altro uomo chiave del sistema. Pizza era “lo snodo tra il mondo imprenditoriale e quello degli enti pubblici svolgendo un incessante e prezzolata opera di intermediazione nell’interesse personale e di  imprenditori senza scrupoli interessati ad aggiudicarsi gare pubbliche, aggiungono gli inquirenti.

L’inchiesta – svolta dalla Guardia di Finanza romana – ha scoperto un gran numero di fatture per operazioni inesistenti, il cui scopo era solo movimentare denaro tra conti personali e società “sorelle”. Almeno 10 milioni di euro il valore delle fatture tracciate. Nel corso di Labirinto sono stati sequestrati anche 1,2 milioni di euro di beni immobili e quote societarie.

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    Lorenzo Bagnoli
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Banche che finanziano l’inquinamento globale

L’obiettivo di ridurre il surriscaldamento climatico di 2 gradi entro il 2100 è stato fissato nel corso del vertice sul clima di Parigi dello scorso dicembre. La dichiarazione finale della COP21 impegna, non in modo vincolante, solo i governi e le istituti finanziari internazionali. Ma prima dell’apertura dei lavori, associazioni, governi e istituzioni hanno discusso anche con le banche private: senza il loro apporto, la battaglia per il pianeta non si può vincere. L’assunto è semplice: “Anche con una rapida transizione globale dall’estrazione del carbone e dagli impianti elettrici a carbone, questi obiettivi climatici sono irraggiungibili senza lasciare la maggioranza di riserve di petrolio e gas nel mondo”.

Sei mesi dopo la stesura dell’agenda per il clima, sono pochi gli istituti di credito ad aver ascoltato l’appello. Secondo il rapporto Shorting the climate, scritto dalle Ong Rainforest action network e BankTarack (di cui fa parte anche la Ong italiana Re:Common, che segue i particolare le politiche sul carbone), ci sono 25 banche che continuano a sostenere progetti dannosi per il clima. Dal 2013 al 2015 hanno erogato 784 miliardi di dollari in attività come l’estrazione di petrolio nell’Artico e in altre aree definite “ultra offshore”, miniere di carbone o impianti elettrici a carbone. “Le banche stanno scommettendo sul nostro fallimento nell’affrontare il cambiamento climatico”, spiega Amanda Starbuck, tra le autrici del rapporto per la Rainforest Action Network. Questo azzardo però si potrebbe trasformare in un boomerang. Non solo per quanto sia eticamente discutibile la scelta, ma anche per i danni d’immagine connessi al disimpegno sul fronte climatico, sottolineano le Ong.

Eppure che anche le banche dovessero fare la loro parte era stato chiarito fin dal percorso pre Parigi. La R20 (Region for change, un vertice a cui partecipano mondo finanziario, regioni, industria delle rinnovabili) nel 2014, per esempio, aveva stilato un elenco di obiettivi a medio termine. A cui hanno risposto positivamente solo i gruppi di banche francesi ed australiani. BNP Paribas, Société Géneral e Crédit Agricole hanno inserito tra i criteri per scegliere la finanziabilità di un progetto anche il rispetto dell’ambiente. Nonostante questo, in alcuni casi il report le segnala ancora coinvolte in progetti poco chiari. I tagli più netti li hanno effettuati nel settore del carbone. Insieme a 38 aziende francesi, BNP è entrata in una coalizione che s’impegna a dare 45 miliardi di euro tra il 2016 e il 2020 alle energie rinnovabili.

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I dati principali di Shorting the climate

CHI FINANZIA IL CARBONE – Da una prospettiva europea, il dato più interessante che emerge riguarda il mondo connesso al carbone. Non solo perché c’è sul piano ambientale è impossibile ridurre le emissioni di gas serra senza aver ridotto a zero il consumo di carbone. Ma anche sul piano finanziario non ha senso. La domanda di carbone nel solo 2015 si è ridotta di una cifra tra il 2 e il 4 per cento sul piano globale, si legge nel rapporto. I segni meno più importanti, peraltro, riguardano Cina (- 3,7%) e Stati Uniti (-13%). Sempre negli Usa, i prezzi delle azioni delle compagnie minerarie che estraggono carbone hanno avuto un crollo del 92 per cento. Eppure oltre 42 miliardi di dollari provenienti delle banche sono finiti in finanziamenti per il settore dell’estrazione mineraria. Ci sono Paesi, come la Germania, dove Barclay’s prevede che entro il 2030 ci sarà ben poco da investire nel carbone.

Al di là della frontiera con la Polonia, però, “industrie pubbliche e private stanno premendo per aprire delle nuove miniere di lignite con il supporto delle più importanti banche”, si legge nel rapporto. Dal 2004 il Paese punta sul settore. Ecco i nomi di chi ha finanziato: BNP Paribas, Société Générale, ING, Citigroup, Commerzbank, UniCredit e Santander. Nonostante il grande sforzo, però le ultime due aziende che ci hanno provato – Polska Grupa Energetyczne (PGE) and Zespół Elektrowni Patnów-Adamów-Konin (ZE PAK) – hanno fallito miseramente, collezionando un buco di 680 milioni nel 2015.

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LE CENTRALI A CARBONEYann Louvel, coordinatore di BanckTrack per il settore clima ed energia, dichiara: “Molte banche hanno annunciato di voler lasciare il carbone durante l’avvicinamento a COP21 e dopo il vertice, ma molte si sono concentrate sull’estrazione di carbone. La nostra ricerca mostra concretamente quanto sia ancora lunga la strada per uscire da quest’industria e dalle energie fossili. Nessuna di queste banche può affermare di sostenere gli Accordi di Parigi se continua a finanziare questo settore”. Ci sono almeno una dozzina di banche, tra europee e americane che investono nel carbone come fonte di energia, nonostante il mercato sia in difficoltà, soprattutto a causa della materia prima a basso prezzo prodotta in Cina. Sui 154 miliardi di dollari di investimenti che vale il settore, CitiGroup ne mette 24,06.

IL CASO UNICREDIT – Unicredit è l’unico istituto italiano inserito nell’elenco dei 25 analizzati nel rapporto. Per investimenti, si colloca sempre nella parte bassa della classifica (il settore più importante è quello delle centrali elettriche a carbone, con 3,65 miliardi di dollari) . Il rapporto individua anche delle carenze di regolamentazione. La banca ha solo reso pubblici i criteri della due diligence per i progetti che riguardano il carbone, hanno inserito una regolamentazione interna per i progetti che hanno conseguenze sui diritti umani, ma non hanno nulla per le estrazione “ultra offshore”.

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    Lorenzo Bagnoli
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Si muore in mare, ma niente corridoi umanitari

Negli ultimi due anni e mezzo, dall’inizio del 2014, sarebbero morti nel Mediterraneo più di 10mila migranti. La stima è dell’Agenzia Onu per i rifugiati (Unhcr), secondo la quale negli ultimi mesi le vittime sono in continuo aumento. Dallo scorso gennaio ci sarebbero stati più di 2800 morti. Nel 2015 erano stati 3770, nel 2014 3500.

Si torna a morire soprattutto nel Canale di Sicilia, che nel 2016 torna con prepotenza la prima rotta migratoria verso l’Europa. Le cifre dell’Unhcr sono sostanzialmente confermate dall’Organizzazione mondiale delle migrazioni. Solo nei primi sei mesi dell’anno segnalano nel Mediterraneo oltre 2800 decessi di migranti in mare. Almeno mille in più rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Dopo uno degli ultimi naufragi, venerdì 4 giugno vicino a Creta, ci sono ancora 300 dispersi. A bordo di quella imbarcazione, stando ai racconti dei superstiti, c’erano molte donne e molti bambini. Da gennaio sarebbero arrivati in Europa 206mila migranti, passando quasi sempre da Grecia e Italia.

A fronte di questi numeri, le Nazioni Unite hanno lanciato il solito appello ai governi, affinché trovino misure per rendere sicuri e legali i flussi migratori. Infatti non si può imputare l’aumento del numero di chi muore nel Mediterraneo alla mancanza di missioni di salvataggio. Mai ci sono state in mare, come oggi, due missioni europee (Eunavfor Med e Triton) in contemporanea a cui si aggiungono diverse missioni umanitarie private (come Sos Mediterranée, due di Medici senza frontiere, Moas, Seawatch) e la missione di pattugliamento delle stazioni petrolifere italiane Mare Sicuro. Ma, appunto, solo i corridoi umanitari eviterebbero tante partenze dalle coste (soprattutto libiche). Ma non sembra che a Bruxelles si voglia affrontare l’argomento.

La preoccupazione, piuttosto, è quella di “esternalizzare” le frontiere, quindi, in sostanza, fare in modo che i migranti si fermino in quelli che oggi sono i Paesi di transito. Il contesto in cui si sviluppa quest’operazione a trazione Commissione europea è il cosiddetto Processo di Khartoum, un fitto lavorio diplomatico cominciato a Roma nel 2014. Da lì sono nate altre iniziative: il Summit sull’immigrazione Europa-Africa che si è tenuto a Malta nel novembre 2015 e il negoziato Europa-Turchia per fermare gli arrivi in Grecia. All’inizio a Bruxelles i funzionari della Commissione speravano che fosse sufficiente bloccare la rotta balcanica per tamponare l’emergenza. E così si è spinto perché Ankara firmasse il negoziato. Qualche effetto si è visto: da quando è entrato in vigore – a marzo – sarebbero arrivate sulle cose greche meno di 10mila persone. Lasciare la Siria, ormai, è sempre più difficile, molti non ci provano più, molti altri faticano ad appoggiarsi alla rete dei trafficanti turca.

Ma il fenomeno non è solo siriano. Già sulla rotta balcanica c’erano anche iracheni, afghani, curdi. Secondo l’Istituto Internazionale per gli Studi Strategici negli ultimi tre anni il numero dei profughi provocati dalle guerre, soprattutto in Medio Oriente e in Africa, è cresciuto del 40%. E poi ci sono i rifugiati economici, che scappano dalla miseria. Dopo aver ignorato i flussi dall’Africa lo scorso anno, in concomitanza con gli aumenti di arrivi in Grecia, ora Bruxelles è costretta a tornare ed occuparsi della sponda sud del Mediterraneo.

Le persone che in queste settimane arrivano o tentano di arrivare in Italia sono partiti infatti dall’Africa Subsahariana o dall’Africa Orientale. Per questo l’Europa ha lanciato un meccanismo economico con il quale finanziare progetti di cooperazione in cambio di uno sforzo per fermare i migranti africani. Lo strumento finanziario preposto per lo scopo è stato individuato in un primo tempo nell’Africa Trust Fund, in tutto 1,8 miliardi di euro (di cui oggi sono stati finanziati solo 82 milioni), poi rivisto al rialzo con il Migration compact, promosso in sede europea dall’Italia, che dovrebbe raggiungere, anche con il contributi di fondi privati, 60 miliardi di euro in cinque anni.

L’ultimo strumento economico per “aiutare i migranti a casa loro” si chiama Migration Partnership Framework. Lanciato oggi a Bruxelles, conta sulla collaborazione pubblico-privato. Il contributo di Bruxelles sarà al massimo di 8 miliardi per i prossimi cinque anni. Le cifre sono certamente importanti, ma al momento solo virtuali. Per altro resta ancora difficile da comprendere come dei progetti di cooperazione aperti al privato possano rendere la vita dei potenziali migranti migliore.

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    Lorenzo Bagnoli
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L’Egitto tortura. Grazie ad armi europee

Le armi con cui le forze di polizia fanno sparire attivisti e dissidenti in Egitto provengono da Paesi dell’Unione europea. Solo nel 2014, i Paesi membri dell’Ue hanno concesso 290 autorizzazioni per esportare forniture militari al Cairo. La denuncia è di Amnesty International, secondo cui nonostante la sospensione dell’export di armi nel 2013, ci sono ancora 13 Stati su 28 che vendono all’Egitto. Uccisioni illegali, sparizioni, torture: per perpetrare queste violenze si utilizzano armamenti made in Europe.

“Quasi tre anni dopo il massacro che spinse l’Unione europea a chiedere agli Stati membri di sospendere i trasferimenti di armi all’Egitto, la situazione dei diritti umani nel Paese è peggiorata”, ha dichiarato Magdalena Mughrabi, vicedirettrice ad interim del programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International. “Gli Stati membri dell’Unione europea che trasferiscono armi ed equipaggiamento di polizia alle forze egiziane, responsabili di sparizioni forzate, torture e arresti arbitrari di massa, stanno agendo in modo sconsiderato e rischiano di rendersi complici di queste gravi violazioni dei diritti umani”, ha aggiunto Mughrabi.

L’Italia è tra i Paesi più coinvolti. Il rapporto annuale dell’Unione europea evidenzia che nel 2014 Roma ha autorizzato 21 invii di attrezzature militari, per un valore totale di 33,9 milioni di euro, di cui circa la metà per armi leggere. L’anno successivo l’Italia ha spedito, scrive Amnesty, “3.661 fucili e accessori per un valore di oltre 4 milioni di euro; 66 pistole o rivoltelle del valore di 26.520 euro insieme a 965.557 euro di parti ed accessori per pistole e revolver. Nel 2016, l’Italia ha già registrato l’esportazione di 73.391 euro di esportazioni di pistole e revolver all’Egitto”.

Secondo l’Ong inglese Privacy International, l’azienda italiana Hacking team, famosa per lo scandalo delle tecnologie di spionaggio vendute non sempre in modo trasparente a Paesi con un regime dittatoriale, ha fornito ai servizi segreti egiziani sofisticate tecnologie di sorveglianza. L’azienda si è difesa sostenendo che il trasferimento era stato autorizzato dal governo italiano. E la notizia è filtrata solo nel momento in cui l’Italia ha annunciato la sospensione delle autorizzazioni per quel tipo di software.

Dopo il colpo di Stato del 3 luglio 2013, il generale Abd al-Fattah al Sisi ha imposto un giro di vite contro chi manifesta. Nell’agosto 2015 con la nuova legge antiterrorismo, secondo Amnesty, l’Egitto ha di fatto autorizzato l’uso della violenza contro gli oppositori politici. Le prime vittime del nuovo assetto legislativo egiziano si sono già viste nel gennaio del 2015, quando sono stati uccisi 27 attivisti. Insieme alle uccisioni sono aumentati anche gli arresti: 12 mila nei prima 10 mesi del 2015. Nel 2016, in occasione del quinto anniversario delle manifestazioni di piazza Tahrir, cinquemila abitazioni sono state perquisite. E migliaia di persone sono scomparse. Per molti di loro il destino è stato lo stesso del ricercatore italiano Giulio Regeni, brutalmente ucciso probabilmente da forze dell’ordine egiziane.

Amnesty International chiede che l’Unione europea imponga un embargo vincolante a tutti i Paesi membri: la vendita di armi all’Egitto deve essere vietata. Altrimenti si sarà complici di violazioni dei diritti umani. A questo Amnesty chiede di aggiungere la “presunzione di diniego”, un ulteriore strumento per fermare le esportazioni di armi. Entrambi i provvedimenti vanno mantenuti sino a quando le autorità egiziane non potranno garantire “indagini approfondite, rapide, imparziali e indipendenti”. La strada, però, è ancora lunga.

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    Lorenzo Bagnoli
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Idee a confronto tra candidati sindaco

Un’ora di dibatto su temi che hanno spaziato dall’immigrazione alla legalità, passando per i valori identitari e il piano della città. Il confronto tra candidati sindaco a Radio Popolare è stato il coronamento di mesi in cui i candidati sono passati dai nostri studi per confrontarsi con gli ascoltatori. La prima notizia è un’assenza: il candidato del centro sinistra Beppe Sala ha scelto di non partecipare. Presenti invece Gianluca Corrado del Movimento 5 Stelle; Stefano Parisi, candidato della coalizione di centrodestra; Marco Cappato dei Radicali; Basilio Rizzo, candidato della lista Milano in Comune e Luigi Santambrogio, candidato di Alternativa municipale.

“Sono stato chiaro su che cosa penso del candidato di Lealtà e Azione in Zona 8. Però chiedo a chi sta a questo tavolo di rispondermi se sente di più un problema di antisemitismo o di ritorno del fascismo”. Così Stefano Parisi risponde alla domanda sul candidato consigliere di zona in lista Lega Nord Stefano Pavesi. Un caso, perché Pavesi è un militante di un’organizzazione neofascista ed è iscritto alla Lega Nord. “La Lega non è solo questa roba qua – dice Parisi al confronto tra candidati di Radio Popolare -. Quando la Lega candida gente del genere fa un danno prima di tutto a se stessa”.

Il tema delle alleanze è tra i più caldi. Se Stefano Parisi “avrà problemi di coerenza interna” con la Lega in coalizione, per il candidato Cinque Stelle Gianluca Corrado “Beppe Sala avrà un problema analogo con le lobby e i conflitti di interesse”. E aggiunge: “Alcuni nostri attivisti hanno denunciato banchetti illegali dei sostenitori del candidato di lealtà e Azione e sono stati aggrediti”. Sul ballottaggio annuncia che il Movimento Cinque Stelle non darà alcuna indicazione di voto, nel caso in cui non ci arrivasse.

Sul conflitto di interessi nel centrosinistra il più diretto è Marco Cappato: “A meno di tre settimane dal voto, Beppe Sala è ancora un consigliere di Cassa depositi e prestiti. Penso che farebbe bene a dimettersi prima del voto”. Nessuna indicazione su chi votare al ballottaggio, nel caso in cui i Radicali non dovessero farcela: “Le nostre idee le realizzeremo lo stesso, come abbiamo sempre fatto. È il nostro stile”.

Luigi Santambrogio di Alternativa municipale ha avuto un passato nella Lega Nord. Erano gli anni Novanta, a Milano sindaco era il leghista Marco Formentini, di cui Santambrogio è stato assessore dal 1993 al 1997. “Era una Lega Nord diversissima da quella attuale, c’era un forte senso civico. Questa Lega è molto distante da quella di allora”.

“Se governeremo noi staremo attenti a non concedere spazi – replica sulla presenza di fascisti in lista Basilio Rizzo, candidato di Milano in Comune -. Spesso dietro eventi culturali, concerti o tornei sportivi ci sono frange estremiste che cercano di prendersi pezzi di città. Dobbiamo impedire che ci siano squallide manifestazioni nei nostri cimiteri”. Quale sarà l’indicazione di Basilio Rizzo nel caso in cui Milano in Comune non dovesse spuntarla per arrivare al ballottaggio? “Ora pensiamo al primo, poi parlerò ma come cittadino”.

Basilio Rizzo elenca due battaglie chiave della sua lista: la prima è “creare verde e recuperare quello che già esiste di spazi inutilizzati”. La città di Milano in Comune ha come simbolo il recupero degli alloggi sfitti e le bacheche di annunci per vendita e affitto vuoti. La seconda riguarda il ritorno del sindaco nel ruolo di “tutore numero uno della salute dei cittadini”: “Non si devono aspettare 3-4 settimane per intervenire quando i livelli di inquinamento sono diventati intollerabili”.

Se per Rizzo uno dei più grossi “motivi di orgoglio” della Giunta uscente è la gestione dell’emergenza profughi, per il candidato Stefano Parisi è invece una delle note più dolenti. “Come si fa ad essere soddisfatti – si chiede -. Gli ‘immigrati clandestini’ vivono nei parchi e nelle case occupate. Il problema non è stato governato”. Sulla questione emergenza profughi, per Parisi da tenere ben separata da quella dei migranti economici, dice di aver proposto un tavolo di confronto con la Giunta Pisapia e la Prefettura per coordinarsi in futuro, ma “Beppe Sala ha detto di no”. Anche Luigi Santambrogio di Alternativa Municipale ha proposto un tavolo di confronto in materia. “Alternativa municipale da due mesi propone un tavolo, perché rileviamo che non è stato fatto a sufficienza – spiega -. Non sono stati acquisiti fondi europei a sufficienza per strutture stabili che non diano solo da mangiare ma accompagnino gli ospiti in percorsi più complessi”.

Ultimo passaggio sulla legalità e la corruzione a Milano. Marco Cappato ha definito Giuliano Pisapia un “onesto conservatore, nel senso britannico del termine”, perché sostiene che il primo cittadino della Giunta arancione non è stato in grado di innovare. E sul tema della corruzione ha potuto solo contenere, in un Paese che ha un enorme problema di legalità.

Il candidato sindaco Cinque Stelle Gianluca Corrado insiste poi sulla presenza delle mafie. “A Milano secondo le associazioni dei commercianti, il 10 per cento degli esercenti paga il pizzo ad organizzazioni mafiose. Il problema della legalità esiste”. Aggiunge un altro dato, sugli affitti non riscossi: in tutto oltre 100 milioni. “C’è stato corruzione? Non lo so – dice – ma anche in questo caso il tema dell’assenza di legalità esiste”.

Ascolta il dibattito completo

Dibattito tra i candidati a sindaco di Milano, Radio Popolare 14 maggio 2016

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Sbarchi, in Italia arrivano anche le famiglie egiziane

In 48 ore in Sicilia sono arrivati 998 migranti. Le imbarcazioni intercettate dalla Guardia Costiera sono navi mercantili. L’ultimo mezzo della Guardia Costiera ad approdare ad Augusta, la Peluso, aveva 342 passeggeri, molti bambini e alcuni di questi non accompagnati. Sono navi partite dall’Egitto, ormai il dato è certo. Era circa da gennaio 2015 che non si sentiva più parlare di questa rotta.

Frontex, l’agenzia europea per il pattugliamento delle frontiere, ha comunicato un altro dato che fa tornare le lancette allo scorso anno. Nel giugno 2015, infatti, la rotta del Mediterraneo centrale (verso l’Italia) registrava dati superiori al Mediterraneo orientale. Oggi i numeri di Frontex dicono 8370 migranti arrivati in Italia contro 2700 in Grecia. Questi ultimi rappresentano il 90 per cento in meno dello scorso anno. Gli effetti – molto probabilmente – del negoziato Ue-Turchia.  “C’è stata una drastica riduzione degli arrivi sulle isole greche”, ha commentato il direttore di Frontex Fabrice Leggeri. Gli arrivi di aprile “sono ben al di sotto al numero di persone che spesso abbiamo visto arrivare quotidianamente sull’isola di Lesbo durante i mesi di picco dell’ultimo anno”. Un dato che continua incessantemente a crescere è invece quello dei dispersi. Ormai siamo a 1375.

Giovanna Di Benedetto è portavoce di Save the children. È ad Augusta e ha visto con i suoi occhi i migranti arrivati. “Non ci sono siriani, o quantomeno non saranno molti”, dice ai nostri microfoni. “La maggior parte dei bambini arrivati sono egiziani”. Una conferma arriva da Flavio Di Giacomo, portavoce in Italia per l’Organizzazione internazionale delle migrazioni (IOM) (http://migration.iom.int/europe/) via Twitter: “Ultimissime notizie da Augusta: confermata la presenza di egiziani somali e sudanesi. Ci sarebbe solo un siriano a bordo”.

Una novità? “No – risponde Di Benedetto di Save the children -. È capitato diverse volte con i minori non accompagnati. Più rare invece le famiglie di egiziani”. Già nel 2015 nel suo dossier sui minori scomparsi della Caritas si parlava di 1.200 minori egiziani scomparsi in un anno, finiti nelle mani della criminalità organizzata. “Dalle primissime testimonianze che abbiamo raccolto – spiega Di Benedetto – i minori ci hanno detto di essere partiti da Alessandria, su barche diverse e poi di aver raggiunto una nave più grande, dove si trovavano in circa 500”. I minori hanno raccontato di essere stati torturati per evitare che chiedessero cibo, stando ai loro racconti.

Per l’esperienza di Save the children, i minori egiziani scappano in cerca di condizioni economiche migliori. Rispetto ad altri minori è più facile che diventino vittime della criminalità perché spesso sono le stesse famiglie a farli partire, contraendo un debito con le organizzazioni criminali. E spetta poi ai bambini, con il lavoro, estinguere questo debito.

Ascolta l’intervista a Giovanna Di Benedetto a cura di Alessandro Principe

Giovanna di benedetto Save the children

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Lobby senza regole

Quarant’anni, oltre 50 proposte di legge (18 di questi nell’ultimo anno), nessun risultato. Questo il triste bilancio della normativa italiana per regolamentare i rapporti tra gruppi d’interesse e decisori politici. L’effetto è un immenso vuoto legislativo, complice anche l’assenza di una legge sul conflitto interessi, che, sostanzialmente, confina il lavoro del lobbista in un territorio semiclandestino. Non ci sono regole d’ingaggio, non ci sono “carte d’identità” dei portatori d’interesse. Così chi – legittimamente – vuole porre all’attenzione dei palazzi della politica alcuni argomenti, deve necessariamente fare leva su amicizie, rapporti personali e, in qualche caso, sotterfugi poco puliti.

L’ultimo tentativo di colmare questo vuoto è una proposta di legge che ha come primo firmatario l’ex parlamentare del Movimento 5 stelle, oggi gruppo Misto, Luis Orellana. Da due anni attende di arrivare in aula. “Ora è ferma alla Commissione affari istituzionali al Senato, sono stati depositate almeno 350 proposte di emendamento. Siamo in attesa che si passi alla fase di discussione, sempre in Commissione”, spiega a Radio Popolare Federico Anghelè, coordinatore di Riparte il futuro, la campagna anticorruzione promossa da Libera. Tra i dati significativi che avrebbe questa proposta di legge, nel caso di approvazione, è l’introduzione di un Registro dei lobbisti. “I riferimenti principali sono gli stessi di altre leggi sulle lobby approvate in altri Paesi – aggiunge Anghelè -. Sarebbe uno strumento fondamentale”.

I tempi per uscire dal pantano, però, sono ancora molto lunghi. Non c’è un orizzonte preciso. E le contrarietà che rallentano sono soprattutto da parte della politica, più che da quella dei lobbisti. Per loro infatti legge potrebbe essere il viatico per uscire dalla “clandestinità” e per sfidarsi tra loro ad armi pari. Altrimenti per le lobby più grandi sarà sempre più facile.

Al momento la proposta di legge è sproporzionata contro i lobbisti, secondo gli osservatori di Riparte il futuro. Infatti le pene più significative sono contro di loro: dai 20 mila fino ai 200 mila euro, più la cancellazione dal Registro. Per i politici? Nulla. Sarebbero sanzionati tutti gli incontri “fuori programma” in cui si finisce a parlare di affari. Ma a stabilire la liceità o meno di un incontro sarebbe un Comitato di Garanzia, formato da politici, che risponde solo al segretario generale della Presidenza del Consiglio. Il rischio, quindi, è che controllato e controllore coincidano.

Rispetto ad altre legislature, comunque si è fatto un enorme passo avanti. Il 26 aprile alla Camera la Giunta per il Regolamento della Camera dei Deputati ha introdotto un Regolamento sperimentale. Positivo certamente, ma non abbastanza. Le criticità sollevate da Riparte il futuro sono le stesse della proposta di legge. Servirebbe prima di tutto un organismo garante terzo (come potrebbe essere l‘ANAC di Raffaele Cantone); servirebbe una proporzionalità delle sanzioni anche sui politici; non prevede che i lobbisti presentino le voci di spesa per le loro attività.

La strada per la trasparenza è ancora complicata.

Ascolta l’intervista a Federico Anghelè a cura di Lorenza Ghidini e Gianmarco Bachi

Federico Anghelè

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Profughi, la solidarietà diventa “obbligatoria”

Chi non vuole i migranti paghi. Il “principio di solidarietà” tra gli Stati membri dell’Unione europea – un cardine dell’Ue – sia garantito, se non nei fatti, almeno con un contributo economico. Quindi quando un Paese ha raggiunto il limite di accoglienza, se i vicini non vogliono farsi carico dei migranti che non hanno un posto dove stare, metta mano al portafoglio. Nessuna deroga (o quasi: Gran Bretagna, Danimarca e Irlanda non parteciperanno). La clausola si chiamerà “solidarietà obbligatoria”. Ed è destinata a far discutere.

È l’ultima carta che si sta giocando la Commissione europea per rivedere il sistema di asilo in Europa e per salvare un’apparenza di unità tra i Paesi membri. La si legge in una bozza di riforma del sistema di asilo. Il Regolamento di Dublino III, la legge sull’asilo oggi in vigore, è totalmente superato dalle migrazioni interne all’Unione. E serve una riforma: questo fatto ormai sta corrodendo l’Ue dall’interno. Il re è nudo: al di là del trattato di libera circolazione di Schengen, non c’è altro a tenere insieme i 28. Il vecchio regolamento prevede che sia il primo Paese di approdo di un richiedente asilo a dover gestire l’accoglienza. Ingestibile. Allora a Bruxelles nella proposta di Dublino IV si introduce la “solidarietà obbligatoria”.

L’ultima novità è che a calcolare la quota massima di migranti da accogliere sarà un computer a Malta, negli uffici della European Asylum Support Office (EASO). La valutazione sarà fatta in base ad un algoritmo che calcola popolazione, ricchezza, estensione del territorio. Il computer servirà a monitorare anche i ricollocamenti da Paesi fuori Ue e il numero di domande d’asilo pervenuto a ciascun Paese. La solidarietà scatta dal momento in cui il limite dei posti d’accoglienza previsti è superato del 150 per cento.

C’è però chi della partita non vuole fare parte. Soprattutto nella regione di Visegrad, l’area mitteleuropea guidata dall’Ungheria di Viktor Orbàn. Il quale ha sempre fatto in modo che Budapest non rientrasse in nessun programma di ricollocamento. Stesso discorso per la Slovacchia e per la Polonia. Sarebbero proprio questi i primi Stati che dovrebbero contribuire sul piano economico, anche se ancora non è stato monetizzato il valore dell’accoglienza.

La Commissione cerca di modificare il sistema d’asilo, ma al contempo prolunga la sospensione di Schengen per altri sei mesi. Chiusi i confini in Austria, Germania, Danimarca, Svezia e Norvegia. Le istituzioni di Bruxelles sono comunque in ostaggio dei governi del Nord Europa. Ma è da Sud che arrivano le pressioni. Anche qui sulla carta una soluzione esiste: la Guardia costiera europea. Il progetto di legge c’è, è in discussione. La domanda è sempre: in quanti ci staranno? In quanti rispetteranno il principio di solidarietà?

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Il dopo esposizione va a rilento

Ormai nemmeno si sa più come chiamarlo. Trecentosessantasei giorni dopo la sua apertura, che fu il primo maggio 2015, Expo cambia identità. Sono arrivati ex aequo in un concorso indetto da Regione Lombardia dieci nomi per ribatezzare l’area. Perciò da adesso chiamatela Area Futurho, Futurandia o Expolis. Oppure se vi piace il “premio simpatia” voluto dal presidente Roberto Maroni, chiamatelo Emmo?, Zigozago o Schiscetta.

È accaduto tutto davvero, il 2 maggio, in un cardo vestito a cantiere, in una fredda serata che lascia pochi entusiasmi. Era la festa dell’inizio del Fast post Expo, l’interregno tra l’esposizione universale e la fase 2, in cui ci sarà qualcos’altro. Cosa è ancora difficile da saperlo.

I dieci nomi ex aequo raccontano anche questa confusione: si percepisce futuro, tecnologia e sviluppo. Ma cosa definiscano è difficile a dirsi. I nomi sono stati scelti perché evocano e non definiscono. Fast Post Expo, l’ha battezzata Maroni. Ma Fast pare proprio un ossimoro, visto che di veloce il dopo Expo non ha proprio niente. I dati all’8 aprile dicono che su 54 Paesi che hanno partecipato all’evento, in 30 hanno concluso i lavori di smantellamento, in sette non li hanno però nemmeno cominciati (tra cui gli Stati Uniti, per i quali ancora non si è decisa la destinazione). Il 30 giugno, però, i lavori devono essere conclusi.

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L’area dove stava Eataly

La maledizione Expo sono i ritardi, sia del pre che del post. “I ritardi si recuperano”, risponde Giuseppe Sala, per la prima volta sull’area in veste di candidato sindaco. E prontissimo a sottolineare la “nostalgia” per la grande impresa. La litania che si può recuperare ha funzionato prima dell’apertura dei cancelli, funzionerà anche dopo. D’altronde prima o poi il rebus dovrà arrivare ad una soluzione. E ormai trovarla non grava più sulle sue spalle. Sala, per una volta, non è l’imputato del processo mediatico. E i conti non sono protagonisti del dibattito.

Il secondo dato del concorsone online della Regione sta appunto nel ruolo che si è ritagliato Roberto Maroni. La votazione online è stata indetta dal Pirellone e la classifica è stata letta dall’Assessore al Post Expo e alla Città Metropolitana Francesca Brienza. Il sindaco di Milano Giuliano Pisapia non era nemmeno presente all’evento, così come non c’erano nemmeno i suoi assessori. Ormai Expo è cosa della Regione.

Anche gli uomini rimasti a giocare la partita sono per lo più di provenienza regionale. In primis l’amministrazione delegato della società proprietaria dei terreni, Arexpo. Si tratta di Giuseppe Bonomi, manager pubblico stabilmente in quota Lega dal 1994. Bonomi getta acqua sul fuoco: “Non ci sono assolutamente problemi. Solo i tempi tecnici della burocrazia per l’aumento di capitale”. Quello che manca ad Arexpo per poter mettere in valore il milione di metri quadrati dove si è svolta l’Esposizione universale sono infatti i soldi. Il governo, dopo un tira e molla di un anno, farà il suo ingresso con 50 milioni di euro a fine settembre, garantisce Bonomi, con 50 milioni di euro provenienti da Cassa depositi e prestiti.

Il parcheggio, dove una volta stava il decumano
Il parcheggio, dove una volta stava il decumano

Ma cosa si farà dell’area? Preoccuparsi è lecito, visto che il grande progetto del polo universitario Human Technopole (copyright del premier Matteo Renzi, che ha pompato l’idea) per ora ha un solo partecipante certo, l’Istituto tecnologico italiano di Genova. Chi si era candidato, tempo fa, era la Statale di Milano. Il rettore Gianluca Vago, il quale si è tenuto ben lontano dall’evento del primo maggio ad Expo, si era reso disponibile. A patto che arrivassero risposte. Bonomi è sicuro che la Statale ci sarà, ma intanto il rettore Vago ha frenato, visto che Arexpo latita a dir poco: “Al momento ci sono troppe incognite sull’intera operazione e per quanto ci riguarda abbiamo anche un grosso problema di copertura economica”, diceva al Corriere della sera, rilanciando l’ipotesi di restare in Città Studi e ristrutturare il polo esistente.

Così la simbolica riaccensione dell’Albero della Vita rischia di essere solo l’ultima pecetta per coprire un buco clamoroso. Per tutto maggio, fino all’estate, l’area di Expo sarà di nuovo teatro di concerti ed eventi. Il primo è stato quello dell’orchestra dell’Accademia Teatro alla Scala con i solisti lirici. Un camoufflage per prendere tempo. Intanto Arexpo giura e spergiura di avere decine di aziende interessate all’area. Finora però nessuno ha messo un euro per starci per davvero. Che cosa sappiamo finora? un elenco di nomi: dall’Ibm all’Istituto Mario negri, fino al Besta e al Parco tecnologico padano. Poche idee e confuse.

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    Lorenzo Bagnoli
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Approfondimenti

Carrai e Toschi, identikit di due renziani

Il Consiglio dei ministri ha ratificato le nomine del comparto sicurezza. Tante conferme, qualche sorpresa. E un dato politico: Denis Verdini pesa sempre di più sulle decisioni prese dal governo.

Erano due i nomi su cui c’era più attesa. Il primo quello di Marco Carrai, candidato direttore di una nuova agenzia del Governo a capo della sicurezza informatica, la cosiddetta cyber security. Il secondo quello di Giorgio Toschi, candidato a diventare il comandante generale della Guardia di Finanza.

A Marco Carrai è andata male. O meglio, non bene come sperava lui e il suo caro amico Matteo Renzi. Il “Richelieu di Palazzo Chigi”, come viene definito Carrai, è stato testimone di nozze del premier, nonché uno dei suoi sponsor principali. Amministratore delegato di Aeroporti di Firenze, è uno degli strettissimi del Giglio Magico. E Renzi lo voleva a capo di un’agenzia speciale per la cybersecurity, comparto solitamente appannaggio dei servizi segreti. I quali ovviamente si sono fatti sentire con il capo uscente del Dis -Dipartimento informazioni per la sicurezza Giampiero Massolo (passato a Fincantieri, al suo posto l’ex capo del dipartimento di Pubblica sicurezza del Viminale Alessandro Pansa). Anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella si è opposto. Così la nomina da istituzionale diventerà solo politica. E sarà ufficializzata probabilmente la prossima settimana: Carrai sarà consigliere in materia sicurezza informatica per la Presidenza del Consiglio.

Chi è Marco Carrai

Testimone di nozze di Matteo Renzi, “Marchino” è il Gianni Letta del premier, trait d’union tra con il mondo della finanza (vedi Davide Serra) e il mondo extra Pd (ha un passato nei club di Forza Italia in Toscana). La sua Cys4 ha trovato immediatamente poche simpatie tra gli addetti ai lavori. Come ricorda Luca Rinaldi su Linkiesta, Cys4 è controllata dalla Cambridge Management Consulting, altra società di Carrai il cui cda è formato anche da Marco Bernabé e Jonathan Pacifici. Uno è figlio dell’ex ad di Telecom Franco Bernabé, il secondo è un finanziere romano che dal 1997 vive a Gerusalemme, dove lancia startup con la sua JP & Partners. Un’altra amicizia ingombrante lo lega ad Israele: quella con il faccendiere Michael Lendeen, di cui parla Il Fatto quotidiano. L’uomo sarebbe finito sotto inchiesta inchiesta negli Stati Uniti e sarebbe considerato una spia dei servizi israeliani. Lendeen, ex giornalista con un passato nell’intelligence americana, piace moltissimo al think thank italiano il Nodo di Gordio, particolarmente ascoltato dagli ambienti di destra.

La nomina di Giorgio Toschi

Giorgio Toschi invece è riuscito a prendersi il posto di comandante generale della Guardia di Finanza, prima occupato da Saverio Capolupo. Anche il suo è uno di quelli che fa discutere. Prima di tutto perché in famiglia ha un indagato: il fratello Andrea, ex presidente di quella Banca Arner dove Silvio Berlusconi aveva portato i suoi risparmi negli anni in cui aveva società offshore. Il suo nome, poi, è spesso accostato a quello di Michele Adinolfi, generale della Gdf finito in varie inchieste, tra cui quello sulla Cpl e la P4 (dove poi è stato prosciolto). Fiorentino, come sponsor principale vanta Denis Verdini, ormai stampella sempre più prsente per Renzi. La sera prima delle nomine Verdini e Renzi hanno parlato lungamente, soprattutto di Toschi. E questo è il risultato.

Le altre nomine

Franco Gabrielli: da Prefetto di Roma a Capo della Polizia.

Mario Parente: ex capo dei Ros, ora diventa il capo dell’Aisi (ex Sisde, servizi segreti civili).

Carmine Masinello: generale, è il nuovo conisgliere militare di Palazzo Chigi.

Valter Girardelli: nuovo Capo di Stato maggiore della Marina. Prende il posto dell’ammiraglio De Giorgi, in scadenza e finito nel polverone dell’inchiesta petrolio in Basilicata.

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    Lorenzo Bagnoli
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Approfondimenti

Chi porta Salvini a Philadelphia

Niente felpe per una volta. Camicia blu, sandwich e faccia da selfie. “Panino da Geno’s Steaks, specialità di #Philadelphia, buono! #Salvini”. Scrive così in un tweet il leader della Lega Nord il giorno dopo aver incontrato a Philadelphia il candidato alla Casa Bianca Donald Trump. Alle sue spalle, c’è un uomo in abito scuro, con una cravatta azzurra fuori posto ed un’evidente spilla appuntata sulla giacca. Il suo nome è Amato Berardi. Molisano di nascita, negli Stati uniti da quando ha 12 anni, Berardi è il presidente del Nia-Pac (National Italian American Political Action Committee), la lobby degli italoamericani repubblicani. Tra i soci onorari, c’è Tony Renis, al secolo Elio Cesari, cantante in attività dal ’58 al 2008. Dichiarano solo di occuparsi di attività per diffondere la cultura italiana negli Stati Uniti, ma in realtà sono un Political Action Committee, quindi un vero e proprio comitato elettorale.

Il cugino d’America che ha invitato Matteo Salvini oltreoceano è stato parlamentare anche inItalia. Con il Pdl, dal 2008 al 2013. La sua silhouette, nell’anno dell’ingresso in Parlamento, campeggiava insieme ad altri illustri colleghi per il lancio di una Fondazione: Italiani nel Mondo.

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Protagonisti dell’iniziativa, insieme a Berardi, erano Sergio De Gregorio, Nicola Di Girolamo, Esteban Caselli e Basilio Giordano. Il primo della serie è il più famoso. Nel 2012 il Senato votò contro (anche grazie alla Lega Nord, allora ancora guidata da Umberto Bossi) gli arresti domiciliari nei suoi confronti. Era accusato di accusato di associazione per delinquere, concorso in truffa e truffa aggravata per concorso in erogazioni pubbliche, in un’inchiesta della Procura di Napoli. Altra inchiesta famosa, che al centro aveva Valter Lavitola, il faccendiere-giornalista, direttore de L’Avanti, che comprò i parlamentari che facevano parte del governo Prodi per far cadere l’esecutivo. Tra loro il nostro De Gregorio, come da sua stessa ammissione: 3 milioni di euro il prezzo per diventare transfugo e mollare l’Italia dei Valori con cui era stato eletto e finire nel centrodestra di Berlusconi. Non solo: il braccio destro di Sergio De Gregorio insieme ad aòltri collaboratori (l’ex carabiniere Nicola Paparusso, ora in Senegal) era finito agli arresti domiciliari nel 2011 per aver cercato di truccare una sentenza di Cassazione che riguardava il boss della ‘ndrangheta emiliana Rocco Femia, il boss delle slot machine che ha minacciato di morte il giornalista dell’Espresso Giovanni Tizian.

Nicola Di Girolamo, invece, ha patteggiato cinque anni di carcere, è successo nel 2010. Secondo la procura di Roma è stato eletto con i voti della ‘ndrangheta, cosca Arena. Prima era finito sotto inchiesta per aver taroccato il certificato di residenza per farsi eleggere all’estero. Il suo nome ora è comparso anche nei Panama Papers, l’inchiesta internazionale sulle società offshore legate allo studio legala Mossack Fonseca.

Esteban Caselli è un personaggio più misterioso. Classe ’42, è stato sottosegretario alla Presidenza della Repubblica con Carlos Menem, poi senatore eletto all’estero sempre con il Pdl. Nell’inchiesta su Lavitola, Berlusconi e il faccendiere, intercettati, parlano così di lui. Berlusconi: «Quello là è pericoloso… Esteban Caselli». Lavitola: «Bravo… Esteban Caselli…». B: «Pericolosissimo». L: «Lui è uno che…». B: «Alla larga…».

La galleria di protagonisti della Fondazione Italiani nel Mondo si chiude con Basilio Giordano, italoamericano come Berardi, nel 2008 il secondo uomo più ricco in Parlamento dopo Berlusconi. Editore del Cittadino Canadese, è stato accusato nel 2013 di fatture false per intascare i contributi pubblici per l’editoria.

Il rapporto tra i quattro non è stato sporadico, anzi. Nia-Pac finisce nell’inchiesta condotta dal giornalista del Sole 24 Ore Claudio Gatti sugli affari di De Gregorio. Già allora ci sono connessioni: De Gregorio sognava il Movimento Politico Italiani nel Mondo e il Nia-Pac si impegnava a finanziarlo con 5 milioni di euro all’anno, stando alle stesse dichiarazioni dell’ex senatore riportate dal giornalista. In cambio, Nia-Pac avrebbe avuto un ruolo anche nella società per la costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina.

In una delle numerose agiografie su Berardi, si legge: “Da sempre impegnato nel sociale, oltre a fondare e presiedere la NIAPAC, dal lontano 1984 è membro della NIAF, rappresentativa e influente organizzazione a difesa dell’italianità nella società americana, dove ha anche ricoperto il ruolo di co-chairman, cosi com’è stato il promotore e socio fondatore nel 1992 della locale Camera di Commercio dell’Area Metropolitana di Philadelphia, pronta ad accogliere attività e assistere imprese italiane che hanno deciso di operare in quell’area. A questo proposito, può vantare di aver facilitato la costituzione di 197 sedi di aziende Italiane negli USA. Per citarne solo alcune, l’Agusta Westland, Italcementi, Gran Caffè L’Aquila”. Insomma, attorno a Berardi non sono mai mancati i soldi. Nè gli sponsor politici: per la sua campagna elettorale aveva accanto anche Adolfo Urso, allora dirigente Pdl.

Nelle scorse primarie repubblicane, quando il Nia-Pac sosteneva il candidato (perdente) Rick Santorum, l’associazione gli versò 1,6 milioni di dollari. Da dove arrivano tutti questi soldi? A scorrere i nomi del board dell’associazione balza all’occhio soprattutto Joseph Tarantino Jr, vicepresidente dell’associazione ma numero uno dell’associazione degli immobiliaristi della Pennsylvania. In passato, risulta anche che l’associazione abbia avuto qualche guaio con la Federal Electoral Commission (Fec), che nel 2006 li multa numerose volte per aver utilizzato i soldi raccolti per campagne elettorali per feste e partite di golf. E si trattava di oltre 100 mila dollari di donazioni. Lo scorso anno ha avuto solo 3mila dollari di donazioni.

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    Lorenzo Bagnoli
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Ue-Turchia, il negoziato illegale

La Commissione europea pubblica il primo rapporto su come ha funzionato il primo mese di negoziato Unione-Turchia. Secondo il meccanismo 1:1, l’accordo prevede che la Grecia non prenda più nuovi profughi e li rispedisca tutti ad Ankara. Per ogni persona rispedita nei campi turchi, l’Europa deve farsi carico di un profugo siriano da ricollocare nell’Unione. Per ora è successo solo a 103 persone. Troppo poco contando che in Grecia ci sono ancora oltre 50 mila profughi bloccati nel Paese e oltre 7mila sono arrivati via mare l’ultimo mese.

Nonostante i risultati non proprio trionfali, il ministro dell’Interno Angelino Alfano arrivando a Lussemburgo per un summit con i colleghi europei, ha toni ottimisti: “Io credo che sia stato giusto fare questo accordo, credo che sia una buona soluzione quella di continuare a collaborare e credo che il modello dell’accordo tra Ue e Turchia, quando ce ne saranno le condizioni, potrà essere replicato anche in Libia”. Eppure ci sono ancora molti dubbi sulla legalità del negoziato. E, di conseguenza, sulla sua efficacia.

Yves Pascoaou è uno degli esperti di immigrazione più influenti d’Europa. Lavora per lo Euorpean Policy Center, un think thank che come presidente onorario Herman Van Rompuy, l’ex numero uno del Consiglio europeo. “L’accordo non funziona per due semplici motivi – spiega a Radio Popolare -. Non funziona per i migranti irregolari, perché sono rispediti indietro in base ad un accordo di riammissione su cui si sta ancora lavorando. Non funziona per chi chiede asilo perché non c’è nulla che mi faccia dire che la Turchia è un Paese terzo sicuro”. Solo i Paesi che rispettano in pieno dei criteri stabiliti dalla Commissione (tra cui, per esempio, il principio di non refoulment, in sostanza evitare di respingere i migranti in altri Paesi) possono rientrare in questa lista. E la Turchia, denunciano le ong, non ci può stare. Il paradosso, continua Pascoaou, è che “la Commissione stessa promuove dispositivi che violano le regole che ci siamo dati noi stessi”. L’accordo, quindi, non funziona anche per una questione morale ineludibile: siamo certi che un profugo in Turchia sia al sicuro?

Matteo Renzi nei giorni scorsi ha presentato un piano italiano per affrontare la questione migranti: il Migration Compact. Dagli esperti europei sono arrivati diversi apprezzamenti, se non altro per il tentativo di mettere a sistema diversi interventi: dalla cooperazione fino alla realizzazione di infrastrutture nei Paesi di provenienza. Il metodo per finanziare gli interventi è usare bond con Ue e Paesi africani per permettere loro di entrare nel mercato finanziario, con l’appoggio della Banca europea per gli investimenti e altre organizzazioni finanziarie internazionali. “L’idea interessante – commenta Pascoaou – ma non so se possa funzionare sul piano economico. In più le prime reazioni politiche mi sembrano contrarie”. In effetti, dopo Angela Merkel che ha detto al piano, anche il presidente della Commissione Jean Claude Junker in una lettera esprime apprezzamento per il tentativo, ma boccia gli Eurobond.

Per migliorare il controllo alle frontiere, l’Italia si auspica che Bruxelles acceleri sulla creazione di una Guardia costiera europea, progetto in fase di discussione all’Europarlamento da mesi. “Penso che le possibilità che uno strumento così veda la luce sono alte – spiega Pascoaou – ma accanto a questo ci dovrà essere una nuova missione di Frontex, Frontex Plus, con un mandato maggiore e solo per la sorveglianza delle frontiere e non il salvataggio”. Intanto nel Mediterraneo si continua a morire.

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    Lorenzo Bagnoli
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