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Turchia, i numeri del tentato golpe

Si è riunito il Consiglio Militare Supremo (Yas), il più importante organo militare turco, ad Ankara. Un vertice durato cinque ore, a differenza dei tre giorni canonici. Si è tenuto al palazzo Cankaya, la residenza del primo ministro, invece che presso lo Stato Maggiore turco. Tutto di questo Consiglio è stato fuori dall’ordinario: in un primo tempo doveva tenersi il 30 agosto, poi è stato anticipato a seguito del tentato golpe del 15 luglio. Il copione era già scritto da quando si è capito che il golpe sarebbe fallito: lo Yas sarebbe stato l’occasione per formalizzare l’uscita di quel che resta dei militari golpisti e per dare una veste ufficiale alle purghe.

Per quanto neghi, il sospettato numero uno del presidente Recep Tayyip Erdogan è il predicatore-magnate Fethullah Gulen, il creatore dello “Stato parallelo”. Secondo il governo in carica ad Ankara, Gulen ha piazzato i suoi uomini in tutti i gangli del potere, grazie alla sua iniziale vicinanza con l’Akp, il partito di Erdogan. Sui (pochi) media turchi rimasti aperti, il sistema di organizzazioni di Gulen è definito Fethullahist Terror Organization (FETÖ), una formula traducibile come “organizzazione del terrore fethullaista”.

Il primo generale in capo dell’esercito è rimasto Hulusi Akar, ha annunciato il governo di Ankara. Ma nel corso del vertice è stato ufficializzato per decreto l’allontanamento di altri 87 generali, 726 ufficiali e altri 256 militari. I numeri finali indicano che oltre il 42% dei 358 generali turchi sono stati sospesi e che 30 di questi sono ancora in carcere. In tutto, ha comunicato il Consiglio Militare Supremo, sono 8.651 i soldati che hanno preso parte al tentativo di golpe, ossia l’1,5% del totale delle armate turche. Le forze ribelli hanno usato 35 aeroplani (di cui 24 jet), 37 elicotteri, 74 carri armati, 246 veicoli blindai e tre navi. Il ministro dell’Interno Efkan Ala ha detto che sono 15.846 le forze dell’ordine sotto indagine per il fallito golpe, a cui si aggiungono in totale altri 10.012 soldati. La CNN turca, poco prima dell’inizio del vertice, ha dato la notizia di due alti generali che si sono dimessi per esprimere dissenso rispetto all’ondata di arresti che sta attraversando la Turchia. Si tratta di Kamil Basoglu e Ihsan Uya.

Alla stretta sulle forze armate si aggiunge quella sui media. Solo il 28 luglio, sono stati chiusi 131 media (tre agenzie di stampa, 16 canali tv, 23 radio, 45 giornali, 15 magazine e 29 case editrici. Il giorno prima erano finiti in carcere altri 47 giornalisti.

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    Lorenzo Bagnoli
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I messaggi dell’Isis ai “lupi solitari”

È una delle macabre ritualità della scia di sangue e terrore che attraversa l’Europa: l’attesa della rivendicazione dello Stato Islamico. Dopo l’attentato, ci si domanda chi l’abbia compiuto e perché. Si iniziano a monitorare le agenzie come Ameq o siti vicini allo Stato Islamico, come quello del magazine Dabiq. Fino all’uscita del comunicato. La rivendicazione, come spiega a Radio Popolare Paolo Magri, in realtà è un’appropriazione di un gesto, al fine della campagna di terrore dell’Isis. E negli ultimi casi si è anche utilizzata sempre una formula – “soldato dell’Isis”. Un campo di addestramento però esiste: è internet. È nel web che l’Isis diffonde i suoi “insegnamenti” per diventare un “terrorista-fai-da-te”. Ormai è dal 2014, quando il portavoce del sedicente califfato Abu Muhammad al-‘Adnani in un suo discorso aveva detto ai proseliti al computer “colpite con ogni mezzo che avete”. Così l’Isis ha cominciato a conquistare sempre più “lupi solitari”.

Lo spiegano gli analisti come David Thompson, un giornalista di Radio France International esperto di foreign fighters francesi. C’è anche un “battaglione” dell’Isis che si occupa della jihad in rete, di cyberattacchi, del reclutamento e della diffusione del messaggio: La UCC United Cyber Caliphate. Una divisione che conduce una guerra attraverso lo nschermo di un computer. Forse il fronte su cui l’avanzata dello Stato Islamico sembra più difficile da fermare. E dove la comunicazione di Isis fa presa.

 

I LUOGHI DI CULTO – In un tweet Thompson ricorda, ad esempio, che sul numero 5 del magazine Dar El Islam, in francese, si legge un passaggio che ricorda il modo in cui hanno agito i terroristi di Saint-Etienne-du-Rouvray.

“Prima delle vostre operazioni, dovete essere certi di ciò che vedrete e di avere dei piani di riserva per ogni piano principale che avete fatto. Visitate sempre luoghi freuentati, come quelli turistici, le grandi piazze, le sinagoghe, le chiese, i luoghi frequentati dagli apostati, con lo scopo di installare loro la paura nel cuore”.

Anche uno dei kamikaze dell’attentato del 13 novembre Bilal Hadfi aveva chiamato gli altri kamikaze a colpire i luoghi di culto.

NIZZA, L’ATTACCO IN AUTOMOBILE – A settembre 2014 il portavoce dell’Isis Adnani ha cominciato a rivolgersi ai francesi. E ha elencato una serie di modi per colpire il nemico in caso si restasse senza armi: “Spaccagli la testa con una roccia, sgozzalo con un coltello, investilo con un’automobile, gettalo da un luogo alto, avvelenalo. Non tirarti indietro. Non essere spregevole”. Quell’anno, ricorda il centro di ricerca Site, un jihadista canadese di nome Martin Rouleau ha travolto in auto due soldati in Quebec. Il messaggio è stato ribadito dal combattente Abu Salman al-Faranci un mese dopo con un video in cui inneggiava ad investire con le proprie auto gli infedeli.

ANSBACH, LA BOMBA – Anche l’attentato che non ha prodotto morti ad Ansbach è frutto dell‘ispirazione di giornali jihadisti. È lì infatti che Moahammed Delel, l’autore del tentativo di strage al festival musicale, aveva imparato sui magazine del Califfato a fabbricare ordigni artigianali. Sempre secondo gli analisti francesi, si spacciava per rifugiato siriano, ma era un affiliato dell’Isis fin da anni.

CONSAPEVOLI DI INTERNET – Secondo il report di Flashpoint, un gruppo di ricerca che si occupa di sistemi di sicurezza della rete, i gruppi di Isis riescono a rimanere nascosti nel Dark Web, quell’immenso mare dove si può navigare anonimi e nascosti da ogni dispositivo dell’intelligence in grado di tracciare il comportamento in rete degli utenti. Altrettanto consapevoli del mezzo sono gli utenti che cercano di collegarsi con lo Stato Islamico: sono capaci di mantenere livelli di sicurezza poco comuni negli utenti medi.

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    Lorenzo Bagnoli
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Via D’Amelio, 24 anni dopo

Via D’Amelio, Palermo, 19 luglio 1992. Il giudice Paolo Borsellino usciva da casa di sua madre. Lo aspettavano i sei agenti della scorta: Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi, Claudio Traina, Vincenzo Fabio Li Muli e Antonio Vullo, l’unico sopravvissuto. Saltarono in aria: una Fiat 126 era stata caricata con 90 chili di esplosivo. Ventiquattr’ore dopo, Borsellino avrebbe dovuto raccontare ai procuratori di Caltanissetta le confidenze del suo collega Giovanni Falcone, ucciso con la sua scorta e la moglie il 23 maggio.

Paolo Borsellino aveva detto giusto qualche giorno prima che dopo la strage di Capaci (il 23 maggio 1992) si sentiva “un morto che cammina”. Intorno alla sua morte ancora adesso tantissimi dubbi, a partire dalla famosa agenda rossa dove il giudice annotava tutto e che nessuno ha ritrovato sul luogo della strage.

Il commento di Enrico Deaglio, intervistato da Sara Milanese

Non ci sono praticamente indagini. Dopo 24 anni è stato scoperto un clamoroso depistaggio a cui parteciparono i servizi e la polizia con il benestare della politica. Le ragioni di questo depistaggio sono ormai archiviate. Non c’è più nessun ricercato, nessun colpevole”. Ormai è sfiduciato Enrico Deaglio, giornalista e scrittore che ha raccontato in più occasioni lo stragismo mafioso. Bisognerebbe ripartire da lì, dalle ragioni del depistaggio, per riannodare il filo della verità, mai trovato nelle macerie di via D’Amelio. “C’è da chiedersi come mai l’opinione pubblica italiana, dove metto anche la politica, sia stata acquiescente e abbia accettato tutto. Non vedo nessuno schieramento politico che chieda oggi di sapere cosa è successo il 19 luglio 1992. Non interessa più a nessuno, il ricordo è solo un’occasione di militanza”. Proprio il disinteresse è ciò che fa più male.

Ascolta l’intervista completa

Enrico Deaglio

Sono quattro i processi celebrati sulla strage di via D’Amelio

Borsellino 1: Il primo processo fu condizionato da falsi collaborazioni. Come quella di Vincenzo Scarantino e Salvatore Candura, che si autoaccusarono di aver portato l’esplosivo in via D’Amelio. Due anni dopo, è il 1995, Scarantino ritratta: “Mi sono inventato tutto”. Nel 1995 il collaboratore viene giudicato inattendibile.

Borsellino bis: Il processo ottiene la condanna all’ergastolo in Cassazione, nel 2003, di alcuni dei boss più importanti di Cosa Nostra (Salvatore Riina, Pietro Aglieri, Giuseppe Graviano) all’ergastolo.

Borsellino ter: Il nuovo processo scaturisce dalla dichiarazioni di Giovanni Brusca. Tra i nuovi imputati c’è anche Bernardo Provenzano, altro membro della Commissione provinciale, che prendeva le decisioni per Cosa Nostra. Anche per lui c’è l’ergastolo.

Borsellino quater e la Trattativa: L’ultimo processo sulla strage di via D’Amelio dovrebbe andare a sentenza dopo l’estate. Indaga sui “mandanti occulti” della strage e porta in udienza anche Silvio Berlsuconi e Marcello Dell’Utri. Non Giorgio Napolitano, presidente della Repubblica nel momento della celebrazione del processo. Altro filone del processo riguarda i servizi segreti: tra gli imputati ci sono Mario Mori e Mauro Obinu, ex del Ros, entrambi assolti.

 

Gli appuntamenti per il 2016 a Palermo e a Milano:

A Palermo il Centro Studi Paolo Borsellino e l’Associazione “Agende Rosse” organizzano una tre giorni (17-18-19 luglio) “per riflettere tutti insieme, fare memoria ed onorare il ricordo del giudice Paolo Borsellino e gli Agenti di Scorta”, scrive il Movimento Agende Rosse. Le iniziative sono organizzate in collaborazione con l’Agesci e la CGIL Sicilia

Milano quest’anno ricorda la morte di Paolo Borsellino con due eventi. Alle 16.15 appuntamento all’albero Falcone e Borsellino, per osservare un minuto di silenzio alle 16.58, ora della strage.

Alle 19 è in programma un convegno in Sala Alessi a cui partecipano, tra gli altri, i sostituti procuratori Donata Costa e Marcello Musso, il sindaco Giuseppe Sala e il presidente nazionale dell’Anpi Carlo Smuraglia.

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    Lorenzo Bagnoli
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Nizza, la rete intorno a Mohamed Bouhlel

Ci sono sempre più dubbi intorno a Mohamed Lahouaiej Bouhlel, l’attentatore di Nizza. Da una parte, l’inchiesta parla di una “rapida radicalizzazione”, avvenuta in circa 15 giorni. Dall’altra, il ministro dell’Interno Bernard Cazeneuve parlando alla radio francese RTL ha detto che i legami tra Daesh e l’uomo sono ancora tutti da stabilire. La certezza è il suo profilo psicologico: era un depresso, violento e nei giorni prima della strage ha mandato diversi messaggi persecutori alla moglie. Era però un soldato dell’Isis? La rivendicazione dello Stato Islamico è solo uno strumento per fare propaganda, visto che sul terreno Daesh perde colpi?

Nessuna risposta è scontata, soprattutto dopo che anche una prima certezza (“ha agito da solo”) sembra essere rimessa in discussione. Ci sono sei persone fermate dalla polizia francese nell’ambito dell’inchiesta, tra cui un albanese di 38 anni che avrebbe procurato all’attentatore la pistola calibro 7.65 con cui ha sparato sulla folla. Un ragazzo di 22 anni è in stato di fermo con l’accusa di aver fornito sostegno logistic9o per l’attentato. Rilasciata, invece, l’ex moglie.

Gli inquirenti hanno analizzato le immagini del telefonino e del computer di Bouhlel. Anche in questo caso, i riscontri sono contrastanti. Il messaggio più strano parla di “materiale” che gli sarebbe stato recapitato. Secondo altre versioni, la parola utilizzata sarebbe “armi”. Un selfie, lo mostra vicino al tir frigorifero, preso a noleggio, con cui ha compiuto la strage. Un’immagine condivisa con altre persone. Una squadra di 200 investigatori sta cercando di risalire a chi sono i destinatari del messaggio. Queste foto sono state scattate tra l’11 e il 14 luglio, proprio nei giorni in cui, come dimostrano le immagini delle telecamere di sicurezza su promenade des Anglais, Bouhlal ha percorso due volte la strada dell’attento, come per effettuare un sopralluogo. Nonostante le sue tendenze depressive, il fratello di Bouhlel, Jabeur, in Tunisia, racconta alla Reuters di aver parlato con lui nel pomeriggio e di averlo trovato molto allegro, in festa insieme ad alcuni amici europei. Alcune immagini inviate al fratello lo dimostrerebbero.

Intanto, il bilancio dei bambini morti nella strage è arrivato a dieci. Sono 84, ad oggi, i morti nell’attentato. Ottantacinque persone sono ancora in ospedale e si teme che il conteggio finale debba essere aggiornato: in 18 sono ancora in condizioni critiche.

Il ministro Cazeneuve ha annunciato l’impiego di 9mila militari riservisti all’interno dei confini nazionali, in supporto ai gendarmi. In particolare, sarà innalzato il livello di sicurezza nei luoghi turistici e nelle grandi manifestazioni estive.

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    Lorenzo Bagnoli
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Morto Provenzano, l’ultimo dei padrini

È morto uno dei più importanti boss di Cosa Nostra: Bernardo Provenzano si è spento a 83 anni su un letto dell’ospedale San Paolo, a Milano. Era in carcere da dieci anni, a seguito dell’arresto avvenuto l’11 aprile del 2006, in una masseria poco lontano da dove abitava, a Corleone. Per 43 anni era riuscito a fuggire.

Protagonista della stagione dello stragismo insieme a Totò Riina, è stato uno dei capimafia più sanguinario nella storia dell’organizzazione criminale. Lo chiamavano Binnu U’Trutturi, il Trattore, perché non si fermava di fronte a nulla. Il suo è uno dei profili psicologici del mafioso puro: si comportava come un automa, come un uomo senza sentimenti, capace di rispondere solo alle esigenze di Cosa Nostra. È morto a seguito di quattro anni di dura malattia che lo ha costretto agli arresti ospedalieri.

La carriera criminale – Ha mosso i primi passi da criminale con Luciano Liggio: rispondeva ai suoi ordini come facevano Salvatore Riina e i fratelli Bagarella. Quando i Corleonesi hanno cominciato la loro ascesa all’interno di Cosa Nostra, Binnu ha iniziato a mostrarsi per la sua ferocia. Nel 1969 si conquista il suo soprannome: uccide con il calcio della sua pistola il boss rivale Michele Cavataio. L’arma di questo si era inceppata, tradendola poco prima di poter sparare un colpo in fronte a Provenzano. È il 1974 quando, riferiscono i collaboratori Tommaso Buscetta e Totuccio Contorno, diventa reggente dei Corleonesi insieme a Riina. Insieme a Riina scatena la Seconda guerra di mafia, tra il 1981 e il 1982: all’epoca ai vertici di Cosa Nostra c’era una Commissione, composta da Michele Greco e dagli altri capidbastone che rappresentavano le diverse famiglie. Sotto la spinta dei Corleonesi, era cominciata la stagione degli omicidi eccellenti (tra cui Boris Giuliano, Piersanti Mattarella, il giudice Terranova). Ai Bontate non andava bene, ma la maggior parte della Commissione era contro di loro. Cominciò così la faida, che si concluse con i Corleonesi sempre più potenti.

Gli anni delle stragi e la Trattativa– Rispetto a Riina, Bernardo Provenzano era un politico. È lui l’uomo a cui risponde Vito Ciancimino, il sindaco mafioso di Palermo. Quando andava a casa Ciancimino, si presentava come ingegner Loverde, ricorda ai magistrati il figlio Massimo Ciancimino. Negli anni ’90, i rapporti tra Stato e Cosa Nostra cambiano, a seguito della conferma delle condanne del Maxiprocesso, il procedimento che ha rivelato per la prima volta l’esistenza di Cosa Nostra. La risposta di Riina è la guerra allo Stato, che raggiunge il suo apice con gli attentati di Capaci e via D’Amelio. Con il ’93, inizia una nuova stagione: quella della Trattativa Stato-mafia, in cui Provenzano ricopre un ruolo fondamentale, per tramite sempre di Vito Ciancimino. E in quest’occasione, ancora una volta, si profila come un personaggio molto distante da Riina. Mentre questi continuava a cercare lo scontro con lo Stato, Provenzano preferiva trattare. Preveriva quella che poi è diventata la “strategia della sommersione”. Cosa Nostra ha cominciato a seguire questa strategia dopo la cattura di Riina, nel luglio 1993, a cui sembra collaborò anche Bernardo Provenzano. Il caso infatti vuole che in numerose circostanze, per i successivi13 anni, nessuno lo arresta. Comunica all’esterno tramite “pizzini”, messaggi in codice portati fuori dalla masseria da messaggeri fidati. I testi erano scritti a mano e a volte erano solo un susseguirsi di codici alfanumerici. Nel 2006, però, anche “l’ultimo padrino” capitola.

Misteri in carcere– Non sono bastati i tentativi di depistaggio ad allungare la latitanza del boss dei Corleonesi. Ma nemmeno in carcere si è diradata la fitta trama di ombre e misteri che ha sempre avvolto Binnu. Il boss, tramite figli e legale, racconta delle botte ricevute in carcere e per questo si fa trasferire più volte. Negli anni, in tanti hanno detto che avrebbe voluto collaborare. Invece non è mai accaduto. Il nome di Provenzano si lega anche ad un altro documento misterioso: il Protocollo Farfalla, un fantomatico accordo tra Dap (Dipartimento amministrazione penitenziaria) e il Sisde (servizi civili interni poi divenuti Aisi) che avrebbe offerto denaro in cambio di informazioni dei boss di maggiore caratura. Ovviamente, anche Provenzano sarebbe rientrato in questa operazione.

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    Lorenzo Bagnoli
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Una linea con tecnologie “antiquate”

La procura di Trani indaga per omicidio colposo plurimo e disastro ferroviario. Questo il fascicolo d’inchiesta a carico di ignoti aperto dai magistrati dopo lo scontro di due convogli tra Andria e Corato. Non c’erano tecnologie che hanno permesso di bloccare i treni una volta che entrambi si sono immessi sull’unico binario di quella tratta. Un semaforo guasto, un errore umano: tante sono le ipotesi per la causa dell’incidente. Anche il Governo, domani riferirà in aula, in Senato. C’è un’indagine giudiziaria per accertare le responsabilità penali della tragedia, ma ci sono dei limiti strutturali che restano anche dopo che si farà luce sulle cause dell’incidente.

Il tratto ferroviario in cui è avvenuta la tragedia è delle Ferrovie Nord Barese, società che fa capo all’azienda privata Ferrotramviaria spa. La ha fondata nel 1937 il conte Ugo Pasquini, che nello stesso anno acquisto anche la Société des Chemins de Fer Economiques di Bruxelles. Come ha spiegato a Radio Popolare Anna Maria Renna, delegata della Filt-CGIL di Ferotramviaria, il traffico sulla tratta viene regolato con il cosiddetto “blocco telefonico”. In pratica, con una telefonata tra i due capistazione delle srazioni che delimitano la tratta. Un sistema obsoleto che sulle linee ferroviarie non si usa praticamente più, se non su tratte molto secondarie e con un traffico di pochi convogli. Ma è molto più frequente trovarlo sulle tratte gestite dalle “concessionarie”, come in questo caso. Sulla linea gestita da Ferrotramvia Spa però i convogli erano 196, un numero troppo elevato per essere gestito da un sistema di sicurezza come il “blocco telefonico”. Ma perché alle imprese concessionarie è consentito l’uso di questo sistema, e di non adeguarsi alle tecnologie più moderne? “E’ una questione di costi: il sistema automatizzato comporta investimenti di milioni per ogni chilometro. Certo, è più sicuro, ma le aziende quei costi spesso non li vogliono sostenere”, spiega il sindacalista pugliese dell’USB Pippo Lorusso. E qui nascono i problemi, perché nessuno può imporre ad un’azienda privata di usare un sistema invece di un altro.

La sicurezza ferroviaria non ha una legislazione di riferimento, né un unico sistema di controllo. Ci sono due possibili “controllori”: l’Ufficio speciale trasporti a impianti fissi (Ustif), legato al Ministero dei Trasporti; oppure l‘Ansf, l’Agenzia nazionale per la sicurezza delle ferrovie, organo terzo e indipendente. Il primo, istituito 30 anni fa, controlla le tratte più periferiche e gestite dai privati. L’Ansf è l’organismo di riferimento di Rete ferroviaria italiana.

Ma, come abbiamo visto, Andria-Corato non è una tratta a bassa frequenza: i passaggi sono 196 al giorno. “Servivano altre misure di sicurezza – continua ancora Renna – ma una deroga alla legislazione ha consentito all’azienda di usare ancora questo sistema”. Deroghe, risparmio sui costi della sicurezza, buchi di legislatura. Una catena che “affida al libero mercato a cui sottostanno le imprese la scelta su dove e come investire”, continua Lorusso. Ed un “raddoppio” delle agenzie che vigilano sulla sicurezza “inutile, che non serve ad altro che a moltiplicare i posti”, conclude il sindacalista dell’USB Lorusso.

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    Lorenzo Bagnoli
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Schwazer, la versione di Donati

Alex Schwazer non andrà alle Olimpiadi di Rio de Janeiro. Nonostante la grande vittoria con la quale se li era meritati, tre mesi fa. Lo ha stabilito l’8 luglio la IAAF, l’associazione internazionale di atletica leggera: una controanalisi delle urine avrebbe confermato l’esito positivo del test antidoping al testosterone del maratoneta azzurro. I risultati delle analisi, svolte il 1 gennaio 2016, sono state rese pubbliche la prima volta il 22 giugno. L’atleta azzurro è ricascato nel doping, dopo lo scandalo che lo ha visto protagonista nel 2012, quando lui stesso ha ammesso di aver fatto uso di sostanze illegali. L’atleta ha già pagato con una sospensione di tre anni e nove mesi.

Dall’inizio del 2015 lo segue un nuovo allenatore: Sandro Donati. Donati ha speso una vita nell’antidoping e fa parte di Libera, che gli dà il benestare per seguire l’atleta. A patto che Schwazer, a spese sue, si sottoponga ad un regime di controlli severissimo. Circostanza che si presenta, come racconta in molte interviste Donati. L’allenatore dell’atleta è famoso per non fare sconti a nessuno, nemmeno a Schwazer: è proprio Donati, nel 2012, a suggerire alla Wada, l’organizzazione mondiale antidoping, di sottoporlo a controlli. Ma ora non ci crede che il suo atleta sia ricaduto nel doping: “Le evidenze dicono che questo è un sabotaggio”, dice Donati ai microfoni di Radio Popolare.

Quello che contestano al marciatore altoatesino e al suo allenatore non sono le analisi: “Quelli sono dati ufficiali ampiamente attesi”. Il problema “è ciò che è accaduto prima della consegna delle urine al laboratorio di Colonia”, dove sono state effettuate le analisi. Donati profila due scenari: nel primo, qualcuno ha alterato le urine del maratoneta; nel secondo, qualcuno ha cercato di incastrare Schwazer. “Non c’è dubbio che gli resterò a fianco – ha proseguito l’allenatore -. Non ho nessunissimo motivo per pensare che sia colpevole“. Tanto che, insieme al legale di Schwazer, Donati ha già depositato da 13 giorni una denuncia contro ignoti alla procura della Repubblica di Bolzano e farà un’istanza immediata al Tribunale nazionale antidoping per esaminare nuovamente il campione.

I dubbi che sono sorti fin dall’inizio della storia sono diversi. Il primo riguarda la data del controllo: perché il primo gennaio, una delle poche date libere da allenamento per i maratoneti? Perché poi lasciar passare sei mesi prima della pubblicazione dei risultati? E ancora perché è accaduto proprio dopo l’ultima vittoria di Schwazer che gli era valsa la qualificazione a Rio? C’è un’altra circostanza che fa pensare: nessun atleta russo sarà presente alla manifestazione di Rio e proprio la Russia aveva proposto a Schwazer di gareggiare con la propria bandiera nel periodo dello stop forzato.

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    Lorenzo Bagnoli
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L’appalto di Fiera Milano nelle mani di Cosa Nostra

Altro che “Expo mafia free”. Nemmeno l’efficiente sistema di controlli costruito per evitare il contagio all’esposizione universale dello scorso anno ha potuto prevenire l’infiltrazione mafiosa nell grande evento milanese. I padiglioni di Francia, Qatar, Guinea Equatoriale e Birra Poretti, sostiene la procura antimafia, sono stati realizzati da una cooperativa che fa parte di un consorzio nelle mani di Cosa Nostra.

L’indagine parte da lontano, il 2013, e arriva fino allo scorso anno, dopo che il presidente dell’Anac Raffaele Cantone e la Prefettura di Milano si sono messi a scandagliare gli appalti della società Expo. Il problema sta proprio qui: l’appalto incriminato era senza gara pubblica. Lo ha emesso Nolostand, società controllata al 100% da Fiera Milano. E qui, nell’ente fieristico milanese (controllato per la maggioranza da una fondazione di diritto privato), sta anche il cuore del problema. La questione è che, recita l’ordinanza, “le indagini, avviate nel 2014 dai CC di Rho che segnalavano una serie di elementi relativi alla infiltrazione mafiosa in seno alla società Fiera Milano spa”. Un’accusa pesante. Il problema, quindi, consiste nelle persone che l’ente si è portato in casa. Primo tra tutti il consorzio Dominus scarl.

Dall’ordinanza:

“La società consortile DOMINUS Scarl (che ha avuto un fatturato di oltre 20 milioni di euro in tre anni) lavora quasi esclusivamente con NOLOSTAND S.p.a., società interamente controllata da FIERA MILANO S.p.a. e che si occupa dell’allestimento degli stand ubicati presso i siti espositivi dell’ente fieristico, tanto che dal 2013 all’ottobre 2015 su un totale di fatture emesse per 20.295.587 euro, i pagamenti effettuati da Nolostand risultano essere 18.061.928 euro; proprio in virtù di tale rapporto imprenditoriale e commerciale ha effettuato lavori di allestimento o smontaggio per EXPO 2015 o presso alcuni padiglioni dell’esposizione mondiale EXPO 2015, sia direttamente che attraverso alcune consorziate (ad esempio la JOB Service Soc. Cooperativa per i padiglioni Francia, Qatar, Guinea Equatoriale e Birra Poretti)”

La sede della società era proprio dentro Fiera Milano. E l’ente fieristico non si è mai preoccupato di verificare chi ci fosse dentro. Seppur non ci siano indagati tra i dipendenti di Fiera Milano, il gip Maria Cristina Mannocchi scrive che l’ente ha peccato di “gravi superficialità”.L’ente ne è consapevole: “Fiera Milano spa sta provvedendo all’istruzione diun’indagine interna diretta a verificare in tempi rapidi, e nel casosanzionare, eventuali comportamenti omissivi”. Qualcosa, nella filiera dei controlli, è certamente andata storta.

Sempre dall’ordinanza:

“Le indagini hanno appunto messo in luce un meccanismo fraudolento, attuato attraverso una serie di società gestite tramite vari prestanome, che ha consentito la commissione dei reati descritti nei capi di incolpazione anche grazie ad una serie di gravi superficialità (ma certamente anche grazie a convenienze) da parte di soggetti appartenenti ai mondo dell’imprenditoria e delle libere professioni: è chiaro infatti che un meccanismo quale quello emerso dalle indagini è stato reso possibile da amministratori di aziende di non piccole dimensioni, consulenti, notai e commercialisti che in sostanza ‘non hanno voluto vedere’ quello che accadeva intorno a loro (e per alcuni dei quali si profila peraltro un atteggiamento che va oltre la connivenza, già di per sé  gravissima, visto il ruolo professionale di costoro)”.

I pezzi grossi della società sono Giuseppe Nastasi, presidente del consorzio, il suo collaboratore Liborio Pace e l’avvocato Danilo Tipo, ex presidente della Camera penale di Caltanissetta. Secondo i magistrati della Dda di Milano, queste e altre sette persone raggiunte dall’ordinanza di custodia cautelare perché con i soldi guadagnati da Expo volevano favorire Cosa Nostra, in particolare il clan di Pietraprerzia (Enna). Il reato principale di cui sono accusati è associazione a delinquere per favorire Cosa Nostra: la torta di Expo doveva favorire l’organizzazione. Che nascondevano i loro guadagni in conti corrente in Liechtenstein, Slovenia e Slovacchia.

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    Lorenzo Bagnoli
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Tangenti a Roma, indagato Marotta

Mazzette e appalti truccati, in un intricato intreccio di mazzette per vincere gare d’appalto, evitare controlli dell’Agenzia delle Entrate e permettere agli amici di essere nominati in società importanti. L’“Operazione Labirinto” ha portato a 24 ordinanze di custodia cautelare, di cui 12 in carcere e 12 ai domiciliari: gli indagati sono oltre 50. È un’inchiesta che parte da Roma nel 2013 ma che si dirama in tutta Italia, tra Lazio, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Toscana, Marche, Umbria e Campania. A condurla sono i pm Paolo Ielo e Stefano Rocco Fava. I risultati disegnano una cupola tra imprenditori, politici e funzionari che mettevano mani su qualunque appalto.

Al centro del sistema c’è un faccendiere, Raffaele Pizza, originario di Sant’Eufemia in Aspromonte. Forte di “entrature politiche” nell’ambiente democristiano (il fratello Gianni è il detentore dei diritti sullo stemma dello scudo crociato nonché segretario della nuova DC) e di contatti con imprenditori spregiudicati, faceva da intermediario tra la domanda di appalti pilotati e l’offerta, oliando a suon di tangenti tutta la macchina. Il fratello  Gianni Pizza conosce il palazzo da vicino, visto che dal 2008 al 2011 era stato sottosegretario al Ministero dell’Istruzione per il Governo Berlusconi. E si racconta che a sceglierlo, all’epoca, sia stato Marcello Dell’Utri.

Il faccendiere Raffaele Pizza, scrivono gli inquirenti, si adoperava anche per favorire la nomina “ai vertici di enti e società pubbliche, di persone a lui vicine, così acquisendo ragioni di credito nei confronti di queste che, riconoscenti, risultavano permeabili alle sue richieste”.

La società di Pizza aveva una sede proprio accanto al Parlamento, che utilizzava per “per ricevere denaro di provenienza illecita, occultarlo e smistarlo, avvalendosi in un caso anche della collaborazione del parlamentare, che lo ha attivamente coadiuvato nelle attività di illecita intermediazione”. Tra gli assidui frequentatori della società c’è anche un’altra tra le altre figure cardine del sistema: Antonio Marotta, parlamentare in carica con Area Popolare (Ncd-Udc). Avvocato, Marotta è indagato per traffico di influenza illecita, reato per il quale non scattano restrizioni alla libertà. Secondo l’accusa avrebbe aiutato Pizza a incontrare imprenditori spregiudicati, in particolare passando da Alberto Orsini, il commercialista, altro uomo chiave del sistema. Pizza era “lo snodo tra il mondo imprenditoriale e quello degli enti pubblici svolgendo un incessante e prezzolata opera di intermediazione nell’interesse personale e di  imprenditori senza scrupoli interessati ad aggiudicarsi gare pubbliche, aggiungono gli inquirenti.

L’inchiesta – svolta dalla Guardia di Finanza romana – ha scoperto un gran numero di fatture per operazioni inesistenti, il cui scopo era solo movimentare denaro tra conti personali e società “sorelle”. Almeno 10 milioni di euro il valore delle fatture tracciate. Nel corso di Labirinto sono stati sequestrati anche 1,2 milioni di euro di beni immobili e quote societarie.

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    Lorenzo Bagnoli
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Banche che finanziano l’inquinamento globale

L’obiettivo di ridurre il surriscaldamento climatico di 2 gradi entro il 2100 è stato fissato nel corso del vertice sul clima di Parigi dello scorso dicembre. La dichiarazione finale della COP21 impegna, non in modo vincolante, solo i governi e le istituti finanziari internazionali. Ma prima dell’apertura dei lavori, associazioni, governi e istituzioni hanno discusso anche con le banche private: senza il loro apporto, la battaglia per il pianeta non si può vincere. L’assunto è semplice: “Anche con una rapida transizione globale dall’estrazione del carbone e dagli impianti elettrici a carbone, questi obiettivi climatici sono irraggiungibili senza lasciare la maggioranza di riserve di petrolio e gas nel mondo”.

Sei mesi dopo la stesura dell’agenda per il clima, sono pochi gli istituti di credito ad aver ascoltato l’appello. Secondo il rapporto Shorting the climate, scritto dalle Ong Rainforest action network e BankTarack (di cui fa parte anche la Ong italiana Re:Common, che segue i particolare le politiche sul carbone), ci sono 25 banche che continuano a sostenere progetti dannosi per il clima. Dal 2013 al 2015 hanno erogato 784 miliardi di dollari in attività come l’estrazione di petrolio nell’Artico e in altre aree definite “ultra offshore”, miniere di carbone o impianti elettrici a carbone. “Le banche stanno scommettendo sul nostro fallimento nell’affrontare il cambiamento climatico”, spiega Amanda Starbuck, tra le autrici del rapporto per la Rainforest Action Network. Questo azzardo però si potrebbe trasformare in un boomerang. Non solo per quanto sia eticamente discutibile la scelta, ma anche per i danni d’immagine connessi al disimpegno sul fronte climatico, sottolineano le Ong.

Eppure che anche le banche dovessero fare la loro parte era stato chiarito fin dal percorso pre Parigi. La R20 (Region for change, un vertice a cui partecipano mondo finanziario, regioni, industria delle rinnovabili) nel 2014, per esempio, aveva stilato un elenco di obiettivi a medio termine. A cui hanno risposto positivamente solo i gruppi di banche francesi ed australiani. BNP Paribas, Société Géneral e Crédit Agricole hanno inserito tra i criteri per scegliere la finanziabilità di un progetto anche il rispetto dell’ambiente. Nonostante questo, in alcuni casi il report le segnala ancora coinvolte in progetti poco chiari. I tagli più netti li hanno effettuati nel settore del carbone. Insieme a 38 aziende francesi, BNP è entrata in una coalizione che s’impegna a dare 45 miliardi di euro tra il 2016 e il 2020 alle energie rinnovabili.

Grafico 1
I dati principali di Shorting the climate

CHI FINANZIA IL CARBONE – Da una prospettiva europea, il dato più interessante che emerge riguarda il mondo connesso al carbone. Non solo perché c’è sul piano ambientale è impossibile ridurre le emissioni di gas serra senza aver ridotto a zero il consumo di carbone. Ma anche sul piano finanziario non ha senso. La domanda di carbone nel solo 2015 si è ridotta di una cifra tra il 2 e il 4 per cento sul piano globale, si legge nel rapporto. I segni meno più importanti, peraltro, riguardano Cina (- 3,7%) e Stati Uniti (-13%). Sempre negli Usa, i prezzi delle azioni delle compagnie minerarie che estraggono carbone hanno avuto un crollo del 92 per cento. Eppure oltre 42 miliardi di dollari provenienti delle banche sono finiti in finanziamenti per il settore dell’estrazione mineraria. Ci sono Paesi, come la Germania, dove Barclay’s prevede che entro il 2030 ci sarà ben poco da investire nel carbone.

Al di là della frontiera con la Polonia, però, “industrie pubbliche e private stanno premendo per aprire delle nuove miniere di lignite con il supporto delle più importanti banche”, si legge nel rapporto. Dal 2004 il Paese punta sul settore. Ecco i nomi di chi ha finanziato: BNP Paribas, Société Générale, ING, Citigroup, Commerzbank, UniCredit e Santander. Nonostante il grande sforzo, però le ultime due aziende che ci hanno provato – Polska Grupa Energetyczne (PGE) and Zespół Elektrowni Patnów-Adamów-Konin (ZE PAK) – hanno fallito miseramente, collezionando un buco di 680 milioni nel 2015.

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LE CENTRALI A CARBONEYann Louvel, coordinatore di BanckTrack per il settore clima ed energia, dichiara: “Molte banche hanno annunciato di voler lasciare il carbone durante l’avvicinamento a COP21 e dopo il vertice, ma molte si sono concentrate sull’estrazione di carbone. La nostra ricerca mostra concretamente quanto sia ancora lunga la strada per uscire da quest’industria e dalle energie fossili. Nessuna di queste banche può affermare di sostenere gli Accordi di Parigi se continua a finanziare questo settore”. Ci sono almeno una dozzina di banche, tra europee e americane che investono nel carbone come fonte di energia, nonostante il mercato sia in difficoltà, soprattutto a causa della materia prima a basso prezzo prodotta in Cina. Sui 154 miliardi di dollari di investimenti che vale il settore, CitiGroup ne mette 24,06.

IL CASO UNICREDIT – Unicredit è l’unico istituto italiano inserito nell’elenco dei 25 analizzati nel rapporto. Per investimenti, si colloca sempre nella parte bassa della classifica (il settore più importante è quello delle centrali elettriche a carbone, con 3,65 miliardi di dollari) . Il rapporto individua anche delle carenze di regolamentazione. La banca ha solo reso pubblici i criteri della due diligence per i progetti che riguardano il carbone, hanno inserito una regolamentazione interna per i progetti che hanno conseguenze sui diritti umani, ma non hanno nulla per le estrazione “ultra offshore”.

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    Lorenzo Bagnoli
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Si muore in mare, ma niente corridoi umanitari

Negli ultimi due anni e mezzo, dall’inizio del 2014, sarebbero morti nel Mediterraneo più di 10mila migranti. La stima è dell’Agenzia Onu per i rifugiati (Unhcr), secondo la quale negli ultimi mesi le vittime sono in continuo aumento. Dallo scorso gennaio ci sarebbero stati più di 2800 morti. Nel 2015 erano stati 3770, nel 2014 3500.

Si torna a morire soprattutto nel Canale di Sicilia, che nel 2016 torna con prepotenza la prima rotta migratoria verso l’Europa. Le cifre dell’Unhcr sono sostanzialmente confermate dall’Organizzazione mondiale delle migrazioni. Solo nei primi sei mesi dell’anno segnalano nel Mediterraneo oltre 2800 decessi di migranti in mare. Almeno mille in più rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Dopo uno degli ultimi naufragi, venerdì 4 giugno vicino a Creta, ci sono ancora 300 dispersi. A bordo di quella imbarcazione, stando ai racconti dei superstiti, c’erano molte donne e molti bambini. Da gennaio sarebbero arrivati in Europa 206mila migranti, passando quasi sempre da Grecia e Italia.

A fronte di questi numeri, le Nazioni Unite hanno lanciato il solito appello ai governi, affinché trovino misure per rendere sicuri e legali i flussi migratori. Infatti non si può imputare l’aumento del numero di chi muore nel Mediterraneo alla mancanza di missioni di salvataggio. Mai ci sono state in mare, come oggi, due missioni europee (Eunavfor Med e Triton) in contemporanea a cui si aggiungono diverse missioni umanitarie private (come Sos Mediterranée, due di Medici senza frontiere, Moas, Seawatch) e la missione di pattugliamento delle stazioni petrolifere italiane Mare Sicuro. Ma, appunto, solo i corridoi umanitari eviterebbero tante partenze dalle coste (soprattutto libiche). Ma non sembra che a Bruxelles si voglia affrontare l’argomento.

La preoccupazione, piuttosto, è quella di “esternalizzare” le frontiere, quindi, in sostanza, fare in modo che i migranti si fermino in quelli che oggi sono i Paesi di transito. Il contesto in cui si sviluppa quest’operazione a trazione Commissione europea è il cosiddetto Processo di Khartoum, un fitto lavorio diplomatico cominciato a Roma nel 2014. Da lì sono nate altre iniziative: il Summit sull’immigrazione Europa-Africa che si è tenuto a Malta nel novembre 2015 e il negoziato Europa-Turchia per fermare gli arrivi in Grecia. All’inizio a Bruxelles i funzionari della Commissione speravano che fosse sufficiente bloccare la rotta balcanica per tamponare l’emergenza. E così si è spinto perché Ankara firmasse il negoziato. Qualche effetto si è visto: da quando è entrato in vigore – a marzo – sarebbero arrivate sulle cose greche meno di 10mila persone. Lasciare la Siria, ormai, è sempre più difficile, molti non ci provano più, molti altri faticano ad appoggiarsi alla rete dei trafficanti turca.

Ma il fenomeno non è solo siriano. Già sulla rotta balcanica c’erano anche iracheni, afghani, curdi. Secondo l’Istituto Internazionale per gli Studi Strategici negli ultimi tre anni il numero dei profughi provocati dalle guerre, soprattutto in Medio Oriente e in Africa, è cresciuto del 40%. E poi ci sono i rifugiati economici, che scappano dalla miseria. Dopo aver ignorato i flussi dall’Africa lo scorso anno, in concomitanza con gli aumenti di arrivi in Grecia, ora Bruxelles è costretta a tornare ed occuparsi della sponda sud del Mediterraneo.

Le persone che in queste settimane arrivano o tentano di arrivare in Italia sono partiti infatti dall’Africa Subsahariana o dall’Africa Orientale. Per questo l’Europa ha lanciato un meccanismo economico con il quale finanziare progetti di cooperazione in cambio di uno sforzo per fermare i migranti africani. Lo strumento finanziario preposto per lo scopo è stato individuato in un primo tempo nell’Africa Trust Fund, in tutto 1,8 miliardi di euro (di cui oggi sono stati finanziati solo 82 milioni), poi rivisto al rialzo con il Migration compact, promosso in sede europea dall’Italia, che dovrebbe raggiungere, anche con il contributi di fondi privati, 60 miliardi di euro in cinque anni.

L’ultimo strumento economico per “aiutare i migranti a casa loro” si chiama Migration Partnership Framework. Lanciato oggi a Bruxelles, conta sulla collaborazione pubblico-privato. Il contributo di Bruxelles sarà al massimo di 8 miliardi per i prossimi cinque anni. Le cifre sono certamente importanti, ma al momento solo virtuali. Per altro resta ancora difficile da comprendere come dei progetti di cooperazione aperti al privato possano rendere la vita dei potenziali migranti migliore.

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    Lorenzo Bagnoli
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L’Egitto tortura. Grazie ad armi europee

Le armi con cui le forze di polizia fanno sparire attivisti e dissidenti in Egitto provengono da Paesi dell’Unione europea. Solo nel 2014, i Paesi membri dell’Ue hanno concesso 290 autorizzazioni per esportare forniture militari al Cairo. La denuncia è di Amnesty International, secondo cui nonostante la sospensione dell’export di armi nel 2013, ci sono ancora 13 Stati su 28 che vendono all’Egitto. Uccisioni illegali, sparizioni, torture: per perpetrare queste violenze si utilizzano armamenti made in Europe.

“Quasi tre anni dopo il massacro che spinse l’Unione europea a chiedere agli Stati membri di sospendere i trasferimenti di armi all’Egitto, la situazione dei diritti umani nel Paese è peggiorata”, ha dichiarato Magdalena Mughrabi, vicedirettrice ad interim del programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International. “Gli Stati membri dell’Unione europea che trasferiscono armi ed equipaggiamento di polizia alle forze egiziane, responsabili di sparizioni forzate, torture e arresti arbitrari di massa, stanno agendo in modo sconsiderato e rischiano di rendersi complici di queste gravi violazioni dei diritti umani”, ha aggiunto Mughrabi.

L’Italia è tra i Paesi più coinvolti. Il rapporto annuale dell’Unione europea evidenzia che nel 2014 Roma ha autorizzato 21 invii di attrezzature militari, per un valore totale di 33,9 milioni di euro, di cui circa la metà per armi leggere. L’anno successivo l’Italia ha spedito, scrive Amnesty, “3.661 fucili e accessori per un valore di oltre 4 milioni di euro; 66 pistole o rivoltelle del valore di 26.520 euro insieme a 965.557 euro di parti ed accessori per pistole e revolver. Nel 2016, l’Italia ha già registrato l’esportazione di 73.391 euro di esportazioni di pistole e revolver all’Egitto”.

Secondo l’Ong inglese Privacy International, l’azienda italiana Hacking team, famosa per lo scandalo delle tecnologie di spionaggio vendute non sempre in modo trasparente a Paesi con un regime dittatoriale, ha fornito ai servizi segreti egiziani sofisticate tecnologie di sorveglianza. L’azienda si è difesa sostenendo che il trasferimento era stato autorizzato dal governo italiano. E la notizia è filtrata solo nel momento in cui l’Italia ha annunciato la sospensione delle autorizzazioni per quel tipo di software.

Dopo il colpo di Stato del 3 luglio 2013, il generale Abd al-Fattah al Sisi ha imposto un giro di vite contro chi manifesta. Nell’agosto 2015 con la nuova legge antiterrorismo, secondo Amnesty, l’Egitto ha di fatto autorizzato l’uso della violenza contro gli oppositori politici. Le prime vittime del nuovo assetto legislativo egiziano si sono già viste nel gennaio del 2015, quando sono stati uccisi 27 attivisti. Insieme alle uccisioni sono aumentati anche gli arresti: 12 mila nei prima 10 mesi del 2015. Nel 2016, in occasione del quinto anniversario delle manifestazioni di piazza Tahrir, cinquemila abitazioni sono state perquisite. E migliaia di persone sono scomparse. Per molti di loro il destino è stato lo stesso del ricercatore italiano Giulio Regeni, brutalmente ucciso probabilmente da forze dell’ordine egiziane.

Amnesty International chiede che l’Unione europea imponga un embargo vincolante a tutti i Paesi membri: la vendita di armi all’Egitto deve essere vietata. Altrimenti si sarà complici di violazioni dei diritti umani. A questo Amnesty chiede di aggiungere la “presunzione di diniego”, un ulteriore strumento per fermare le esportazioni di armi. Entrambi i provvedimenti vanno mantenuti sino a quando le autorità egiziane non potranno garantire “indagini approfondite, rapide, imparziali e indipendenti”. La strada, però, è ancora lunga.

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    Lorenzo Bagnoli
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Idee a confronto tra candidati sindaco

Un’ora di dibatto su temi che hanno spaziato dall’immigrazione alla legalità, passando per i valori identitari e il piano della città. Il confronto tra candidati sindaco a Radio Popolare è stato il coronamento di mesi in cui i candidati sono passati dai nostri studi per confrontarsi con gli ascoltatori. La prima notizia è un’assenza: il candidato del centro sinistra Beppe Sala ha scelto di non partecipare. Presenti invece Gianluca Corrado del Movimento 5 Stelle; Stefano Parisi, candidato della coalizione di centrodestra; Marco Cappato dei Radicali; Basilio Rizzo, candidato della lista Milano in Comune e Luigi Santambrogio, candidato di Alternativa municipale.

“Sono stato chiaro su che cosa penso del candidato di Lealtà e Azione in Zona 8. Però chiedo a chi sta a questo tavolo di rispondermi se sente di più un problema di antisemitismo o di ritorno del fascismo”. Così Stefano Parisi risponde alla domanda sul candidato consigliere di zona in lista Lega Nord Stefano Pavesi. Un caso, perché Pavesi è un militante di un’organizzazione neofascista ed è iscritto alla Lega Nord. “La Lega non è solo questa roba qua – dice Parisi al confronto tra candidati di Radio Popolare -. Quando la Lega candida gente del genere fa un danno prima di tutto a se stessa”.

Il tema delle alleanze è tra i più caldi. Se Stefano Parisi “avrà problemi di coerenza interna” con la Lega in coalizione, per il candidato Cinque Stelle Gianluca Corrado “Beppe Sala avrà un problema analogo con le lobby e i conflitti di interesse”. E aggiunge: “Alcuni nostri attivisti hanno denunciato banchetti illegali dei sostenitori del candidato di lealtà e Azione e sono stati aggrediti”. Sul ballottaggio annuncia che il Movimento Cinque Stelle non darà alcuna indicazione di voto, nel caso in cui non ci arrivasse.

Sul conflitto di interessi nel centrosinistra il più diretto è Marco Cappato: “A meno di tre settimane dal voto, Beppe Sala è ancora un consigliere di Cassa depositi e prestiti. Penso che farebbe bene a dimettersi prima del voto”. Nessuna indicazione su chi votare al ballottaggio, nel caso in cui i Radicali non dovessero farcela: “Le nostre idee le realizzeremo lo stesso, come abbiamo sempre fatto. È il nostro stile”.

Luigi Santambrogio di Alternativa municipale ha avuto un passato nella Lega Nord. Erano gli anni Novanta, a Milano sindaco era il leghista Marco Formentini, di cui Santambrogio è stato assessore dal 1993 al 1997. “Era una Lega Nord diversissima da quella attuale, c’era un forte senso civico. Questa Lega è molto distante da quella di allora”.

“Se governeremo noi staremo attenti a non concedere spazi – replica sulla presenza di fascisti in lista Basilio Rizzo, candidato di Milano in Comune -. Spesso dietro eventi culturali, concerti o tornei sportivi ci sono frange estremiste che cercano di prendersi pezzi di città. Dobbiamo impedire che ci siano squallide manifestazioni nei nostri cimiteri”. Quale sarà l’indicazione di Basilio Rizzo nel caso in cui Milano in Comune non dovesse spuntarla per arrivare al ballottaggio? “Ora pensiamo al primo, poi parlerò ma come cittadino”.

Basilio Rizzo elenca due battaglie chiave della sua lista: la prima è “creare verde e recuperare quello che già esiste di spazi inutilizzati”. La città di Milano in Comune ha come simbolo il recupero degli alloggi sfitti e le bacheche di annunci per vendita e affitto vuoti. La seconda riguarda il ritorno del sindaco nel ruolo di “tutore numero uno della salute dei cittadini”: “Non si devono aspettare 3-4 settimane per intervenire quando i livelli di inquinamento sono diventati intollerabili”.

Se per Rizzo uno dei più grossi “motivi di orgoglio” della Giunta uscente è la gestione dell’emergenza profughi, per il candidato Stefano Parisi è invece una delle note più dolenti. “Come si fa ad essere soddisfatti – si chiede -. Gli ‘immigrati clandestini’ vivono nei parchi e nelle case occupate. Il problema non è stato governato”. Sulla questione emergenza profughi, per Parisi da tenere ben separata da quella dei migranti economici, dice di aver proposto un tavolo di confronto con la Giunta Pisapia e la Prefettura per coordinarsi in futuro, ma “Beppe Sala ha detto di no”. Anche Luigi Santambrogio di Alternativa Municipale ha proposto un tavolo di confronto in materia. “Alternativa municipale da due mesi propone un tavolo, perché rileviamo che non è stato fatto a sufficienza – spiega -. Non sono stati acquisiti fondi europei a sufficienza per strutture stabili che non diano solo da mangiare ma accompagnino gli ospiti in percorsi più complessi”.

Ultimo passaggio sulla legalità e la corruzione a Milano. Marco Cappato ha definito Giuliano Pisapia un “onesto conservatore, nel senso britannico del termine”, perché sostiene che il primo cittadino della Giunta arancione non è stato in grado di innovare. E sul tema della corruzione ha potuto solo contenere, in un Paese che ha un enorme problema di legalità.

Il candidato sindaco Cinque Stelle Gianluca Corrado insiste poi sulla presenza delle mafie. “A Milano secondo le associazioni dei commercianti, il 10 per cento degli esercenti paga il pizzo ad organizzazioni mafiose. Il problema della legalità esiste”. Aggiunge un altro dato, sugli affitti non riscossi: in tutto oltre 100 milioni. “C’è stato corruzione? Non lo so – dice – ma anche in questo caso il tema dell’assenza di legalità esiste”.

Ascolta il dibattito completo

Dibattito tra i candidati a sindaco di Milano, Radio Popolare 14 maggio 2016

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    Lorenzo Bagnoli
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Sbarchi, in Italia arrivano anche le famiglie egiziane

In 48 ore in Sicilia sono arrivati 998 migranti. Le imbarcazioni intercettate dalla Guardia Costiera sono navi mercantili. L’ultimo mezzo della Guardia Costiera ad approdare ad Augusta, la Peluso, aveva 342 passeggeri, molti bambini e alcuni di questi non accompagnati. Sono navi partite dall’Egitto, ormai il dato è certo. Era circa da gennaio 2015 che non si sentiva più parlare di questa rotta.

Frontex, l’agenzia europea per il pattugliamento delle frontiere, ha comunicato un altro dato che fa tornare le lancette allo scorso anno. Nel giugno 2015, infatti, la rotta del Mediterraneo centrale (verso l’Italia) registrava dati superiori al Mediterraneo orientale. Oggi i numeri di Frontex dicono 8370 migranti arrivati in Italia contro 2700 in Grecia. Questi ultimi rappresentano il 90 per cento in meno dello scorso anno. Gli effetti – molto probabilmente – del negoziato Ue-Turchia.  “C’è stata una drastica riduzione degli arrivi sulle isole greche”, ha commentato il direttore di Frontex Fabrice Leggeri. Gli arrivi di aprile “sono ben al di sotto al numero di persone che spesso abbiamo visto arrivare quotidianamente sull’isola di Lesbo durante i mesi di picco dell’ultimo anno”. Un dato che continua incessantemente a crescere è invece quello dei dispersi. Ormai siamo a 1375.

Giovanna Di Benedetto è portavoce di Save the children. È ad Augusta e ha visto con i suoi occhi i migranti arrivati. “Non ci sono siriani, o quantomeno non saranno molti”, dice ai nostri microfoni. “La maggior parte dei bambini arrivati sono egiziani”. Una conferma arriva da Flavio Di Giacomo, portavoce in Italia per l’Organizzazione internazionale delle migrazioni (IOM) (http://migration.iom.int/europe/) via Twitter: “Ultimissime notizie da Augusta: confermata la presenza di egiziani somali e sudanesi. Ci sarebbe solo un siriano a bordo”.

Una novità? “No – risponde Di Benedetto di Save the children -. È capitato diverse volte con i minori non accompagnati. Più rare invece le famiglie di egiziani”. Già nel 2015 nel suo dossier sui minori scomparsi della Caritas si parlava di 1.200 minori egiziani scomparsi in un anno, finiti nelle mani della criminalità organizzata. “Dalle primissime testimonianze che abbiamo raccolto – spiega Di Benedetto – i minori ci hanno detto di essere partiti da Alessandria, su barche diverse e poi di aver raggiunto una nave più grande, dove si trovavano in circa 500”. I minori hanno raccontato di essere stati torturati per evitare che chiedessero cibo, stando ai loro racconti.

Per l’esperienza di Save the children, i minori egiziani scappano in cerca di condizioni economiche migliori. Rispetto ad altri minori è più facile che diventino vittime della criminalità perché spesso sono le stesse famiglie a farli partire, contraendo un debito con le organizzazioni criminali. E spetta poi ai bambini, con il lavoro, estinguere questo debito.

Ascolta l’intervista a Giovanna Di Benedetto a cura di Alessandro Principe

Giovanna di benedetto Save the children

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Lobby senza regole

Quarant’anni, oltre 50 proposte di legge (18 di questi nell’ultimo anno), nessun risultato. Questo il triste bilancio della normativa italiana per regolamentare i rapporti tra gruppi d’interesse e decisori politici. L’effetto è un immenso vuoto legislativo, complice anche l’assenza di una legge sul conflitto interessi, che, sostanzialmente, confina il lavoro del lobbista in un territorio semiclandestino. Non ci sono regole d’ingaggio, non ci sono “carte d’identità” dei portatori d’interesse. Così chi – legittimamente – vuole porre all’attenzione dei palazzi della politica alcuni argomenti, deve necessariamente fare leva su amicizie, rapporti personali e, in qualche caso, sotterfugi poco puliti.

L’ultimo tentativo di colmare questo vuoto è una proposta di legge che ha come primo firmatario l’ex parlamentare del Movimento 5 stelle, oggi gruppo Misto, Luis Orellana. Da due anni attende di arrivare in aula. “Ora è ferma alla Commissione affari istituzionali al Senato, sono stati depositate almeno 350 proposte di emendamento. Siamo in attesa che si passi alla fase di discussione, sempre in Commissione”, spiega a Radio Popolare Federico Anghelè, coordinatore di Riparte il futuro, la campagna anticorruzione promossa da Libera. Tra i dati significativi che avrebbe questa proposta di legge, nel caso di approvazione, è l’introduzione di un Registro dei lobbisti. “I riferimenti principali sono gli stessi di altre leggi sulle lobby approvate in altri Paesi – aggiunge Anghelè -. Sarebbe uno strumento fondamentale”.

I tempi per uscire dal pantano, però, sono ancora molto lunghi. Non c’è un orizzonte preciso. E le contrarietà che rallentano sono soprattutto da parte della politica, più che da quella dei lobbisti. Per loro infatti legge potrebbe essere il viatico per uscire dalla “clandestinità” e per sfidarsi tra loro ad armi pari. Altrimenti per le lobby più grandi sarà sempre più facile.

Al momento la proposta di legge è sproporzionata contro i lobbisti, secondo gli osservatori di Riparte il futuro. Infatti le pene più significative sono contro di loro: dai 20 mila fino ai 200 mila euro, più la cancellazione dal Registro. Per i politici? Nulla. Sarebbero sanzionati tutti gli incontri “fuori programma” in cui si finisce a parlare di affari. Ma a stabilire la liceità o meno di un incontro sarebbe un Comitato di Garanzia, formato da politici, che risponde solo al segretario generale della Presidenza del Consiglio. Il rischio, quindi, è che controllato e controllore coincidano.

Rispetto ad altre legislature, comunque si è fatto un enorme passo avanti. Il 26 aprile alla Camera la Giunta per il Regolamento della Camera dei Deputati ha introdotto un Regolamento sperimentale. Positivo certamente, ma non abbastanza. Le criticità sollevate da Riparte il futuro sono le stesse della proposta di legge. Servirebbe prima di tutto un organismo garante terzo (come potrebbe essere l‘ANAC di Raffaele Cantone); servirebbe una proporzionalità delle sanzioni anche sui politici; non prevede che i lobbisti presentino le voci di spesa per le loro attività.

La strada per la trasparenza è ancora complicata.

Ascolta l’intervista a Federico Anghelè a cura di Lorenza Ghidini e Gianmarco Bachi

Federico Anghelè

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Profughi, la solidarietà diventa “obbligatoria”

Chi non vuole i migranti paghi. Il “principio di solidarietà” tra gli Stati membri dell’Unione europea – un cardine dell’Ue – sia garantito, se non nei fatti, almeno con un contributo economico. Quindi quando un Paese ha raggiunto il limite di accoglienza, se i vicini non vogliono farsi carico dei migranti che non hanno un posto dove stare, metta mano al portafoglio. Nessuna deroga (o quasi: Gran Bretagna, Danimarca e Irlanda non parteciperanno). La clausola si chiamerà “solidarietà obbligatoria”. Ed è destinata a far discutere.

È l’ultima carta che si sta giocando la Commissione europea per rivedere il sistema di asilo in Europa e per salvare un’apparenza di unità tra i Paesi membri. La si legge in una bozza di riforma del sistema di asilo. Il Regolamento di Dublino III, la legge sull’asilo oggi in vigore, è totalmente superato dalle migrazioni interne all’Unione. E serve una riforma: questo fatto ormai sta corrodendo l’Ue dall’interno. Il re è nudo: al di là del trattato di libera circolazione di Schengen, non c’è altro a tenere insieme i 28. Il vecchio regolamento prevede che sia il primo Paese di approdo di un richiedente asilo a dover gestire l’accoglienza. Ingestibile. Allora a Bruxelles nella proposta di Dublino IV si introduce la “solidarietà obbligatoria”.

L’ultima novità è che a calcolare la quota massima di migranti da accogliere sarà un computer a Malta, negli uffici della European Asylum Support Office (EASO). La valutazione sarà fatta in base ad un algoritmo che calcola popolazione, ricchezza, estensione del territorio. Il computer servirà a monitorare anche i ricollocamenti da Paesi fuori Ue e il numero di domande d’asilo pervenuto a ciascun Paese. La solidarietà scatta dal momento in cui il limite dei posti d’accoglienza previsti è superato del 150 per cento.

C’è però chi della partita non vuole fare parte. Soprattutto nella regione di Visegrad, l’area mitteleuropea guidata dall’Ungheria di Viktor Orbàn. Il quale ha sempre fatto in modo che Budapest non rientrasse in nessun programma di ricollocamento. Stesso discorso per la Slovacchia e per la Polonia. Sarebbero proprio questi i primi Stati che dovrebbero contribuire sul piano economico, anche se ancora non è stato monetizzato il valore dell’accoglienza.

La Commissione cerca di modificare il sistema d’asilo, ma al contempo prolunga la sospensione di Schengen per altri sei mesi. Chiusi i confini in Austria, Germania, Danimarca, Svezia e Norvegia. Le istituzioni di Bruxelles sono comunque in ostaggio dei governi del Nord Europa. Ma è da Sud che arrivano le pressioni. Anche qui sulla carta una soluzione esiste: la Guardia costiera europea. Il progetto di legge c’è, è in discussione. La domanda è sempre: in quanti ci staranno? In quanti rispetteranno il principio di solidarietà?

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Il dopo esposizione va a rilento

Ormai nemmeno si sa più come chiamarlo. Trecentosessantasei giorni dopo la sua apertura, che fu il primo maggio 2015, Expo cambia identità. Sono arrivati ex aequo in un concorso indetto da Regione Lombardia dieci nomi per ribatezzare l’area. Perciò da adesso chiamatela Area Futurho, Futurandia o Expolis. Oppure se vi piace il “premio simpatia” voluto dal presidente Roberto Maroni, chiamatelo Emmo?, Zigozago o Schiscetta.

È accaduto tutto davvero, il 2 maggio, in un cardo vestito a cantiere, in una fredda serata che lascia pochi entusiasmi. Era la festa dell’inizio del Fast post Expo, l’interregno tra l’esposizione universale e la fase 2, in cui ci sarà qualcos’altro. Cosa è ancora difficile da saperlo.

I dieci nomi ex aequo raccontano anche questa confusione: si percepisce futuro, tecnologia e sviluppo. Ma cosa definiscano è difficile a dirsi. I nomi sono stati scelti perché evocano e non definiscono. Fast Post Expo, l’ha battezzata Maroni. Ma Fast pare proprio un ossimoro, visto che di veloce il dopo Expo non ha proprio niente. I dati all’8 aprile dicono che su 54 Paesi che hanno partecipato all’evento, in 30 hanno concluso i lavori di smantellamento, in sette non li hanno però nemmeno cominciati (tra cui gli Stati Uniti, per i quali ancora non si è decisa la destinazione). Il 30 giugno, però, i lavori devono essere conclusi.

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L’area dove stava Eataly

La maledizione Expo sono i ritardi, sia del pre che del post. “I ritardi si recuperano”, risponde Giuseppe Sala, per la prima volta sull’area in veste di candidato sindaco. E prontissimo a sottolineare la “nostalgia” per la grande impresa. La litania che si può recuperare ha funzionato prima dell’apertura dei cancelli, funzionerà anche dopo. D’altronde prima o poi il rebus dovrà arrivare ad una soluzione. E ormai trovarla non grava più sulle sue spalle. Sala, per una volta, non è l’imputato del processo mediatico. E i conti non sono protagonisti del dibattito.

Il secondo dato del concorsone online della Regione sta appunto nel ruolo che si è ritagliato Roberto Maroni. La votazione online è stata indetta dal Pirellone e la classifica è stata letta dall’Assessore al Post Expo e alla Città Metropolitana Francesca Brienza. Il sindaco di Milano Giuliano Pisapia non era nemmeno presente all’evento, così come non c’erano nemmeno i suoi assessori. Ormai Expo è cosa della Regione.

Anche gli uomini rimasti a giocare la partita sono per lo più di provenienza regionale. In primis l’amministrazione delegato della società proprietaria dei terreni, Arexpo. Si tratta di Giuseppe Bonomi, manager pubblico stabilmente in quota Lega dal 1994. Bonomi getta acqua sul fuoco: “Non ci sono assolutamente problemi. Solo i tempi tecnici della burocrazia per l’aumento di capitale”. Quello che manca ad Arexpo per poter mettere in valore il milione di metri quadrati dove si è svolta l’Esposizione universale sono infatti i soldi. Il governo, dopo un tira e molla di un anno, farà il suo ingresso con 50 milioni di euro a fine settembre, garantisce Bonomi, con 50 milioni di euro provenienti da Cassa depositi e prestiti.

Il parcheggio, dove una volta stava il decumano
Il parcheggio, dove una volta stava il decumano

Ma cosa si farà dell’area? Preoccuparsi è lecito, visto che il grande progetto del polo universitario Human Technopole (copyright del premier Matteo Renzi, che ha pompato l’idea) per ora ha un solo partecipante certo, l’Istituto tecnologico italiano di Genova. Chi si era candidato, tempo fa, era la Statale di Milano. Il rettore Gianluca Vago, il quale si è tenuto ben lontano dall’evento del primo maggio ad Expo, si era reso disponibile. A patto che arrivassero risposte. Bonomi è sicuro che la Statale ci sarà, ma intanto il rettore Vago ha frenato, visto che Arexpo latita a dir poco: “Al momento ci sono troppe incognite sull’intera operazione e per quanto ci riguarda abbiamo anche un grosso problema di copertura economica”, diceva al Corriere della sera, rilanciando l’ipotesi di restare in Città Studi e ristrutturare il polo esistente.

Così la simbolica riaccensione dell’Albero della Vita rischia di essere solo l’ultima pecetta per coprire un buco clamoroso. Per tutto maggio, fino all’estate, l’area di Expo sarà di nuovo teatro di concerti ed eventi. Il primo è stato quello dell’orchestra dell’Accademia Teatro alla Scala con i solisti lirici. Un camoufflage per prendere tempo. Intanto Arexpo giura e spergiura di avere decine di aziende interessate all’area. Finora però nessuno ha messo un euro per starci per davvero. Che cosa sappiamo finora? un elenco di nomi: dall’Ibm all’Istituto Mario negri, fino al Besta e al Parco tecnologico padano. Poche idee e confuse.

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    Lorenzo Bagnoli
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Carrai e Toschi, identikit di due renziani

Il Consiglio dei ministri ha ratificato le nomine del comparto sicurezza. Tante conferme, qualche sorpresa. E un dato politico: Denis Verdini pesa sempre di più sulle decisioni prese dal governo.

Erano due i nomi su cui c’era più attesa. Il primo quello di Marco Carrai, candidato direttore di una nuova agenzia del Governo a capo della sicurezza informatica, la cosiddetta cyber security. Il secondo quello di Giorgio Toschi, candidato a diventare il comandante generale della Guardia di Finanza.

A Marco Carrai è andata male. O meglio, non bene come sperava lui e il suo caro amico Matteo Renzi. Il “Richelieu di Palazzo Chigi”, come viene definito Carrai, è stato testimone di nozze del premier, nonché uno dei suoi sponsor principali. Amministratore delegato di Aeroporti di Firenze, è uno degli strettissimi del Giglio Magico. E Renzi lo voleva a capo di un’agenzia speciale per la cybersecurity, comparto solitamente appannaggio dei servizi segreti. I quali ovviamente si sono fatti sentire con il capo uscente del Dis -Dipartimento informazioni per la sicurezza Giampiero Massolo (passato a Fincantieri, al suo posto l’ex capo del dipartimento di Pubblica sicurezza del Viminale Alessandro Pansa). Anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella si è opposto. Così la nomina da istituzionale diventerà solo politica. E sarà ufficializzata probabilmente la prossima settimana: Carrai sarà consigliere in materia sicurezza informatica per la Presidenza del Consiglio.

Chi è Marco Carrai

Testimone di nozze di Matteo Renzi, “Marchino” è il Gianni Letta del premier, trait d’union tra con il mondo della finanza (vedi Davide Serra) e il mondo extra Pd (ha un passato nei club di Forza Italia in Toscana). La sua Cys4 ha trovato immediatamente poche simpatie tra gli addetti ai lavori. Come ricorda Luca Rinaldi su Linkiesta, Cys4 è controllata dalla Cambridge Management Consulting, altra società di Carrai il cui cda è formato anche da Marco Bernabé e Jonathan Pacifici. Uno è figlio dell’ex ad di Telecom Franco Bernabé, il secondo è un finanziere romano che dal 1997 vive a Gerusalemme, dove lancia startup con la sua JP & Partners. Un’altra amicizia ingombrante lo lega ad Israele: quella con il faccendiere Michael Lendeen, di cui parla Il Fatto quotidiano. L’uomo sarebbe finito sotto inchiesta inchiesta negli Stati Uniti e sarebbe considerato una spia dei servizi israeliani. Lendeen, ex giornalista con un passato nell’intelligence americana, piace moltissimo al think thank italiano il Nodo di Gordio, particolarmente ascoltato dagli ambienti di destra.

La nomina di Giorgio Toschi

Giorgio Toschi invece è riuscito a prendersi il posto di comandante generale della Guardia di Finanza, prima occupato da Saverio Capolupo. Anche il suo è uno di quelli che fa discutere. Prima di tutto perché in famiglia ha un indagato: il fratello Andrea, ex presidente di quella Banca Arner dove Silvio Berlusconi aveva portato i suoi risparmi negli anni in cui aveva società offshore. Il suo nome, poi, è spesso accostato a quello di Michele Adinolfi, generale della Gdf finito in varie inchieste, tra cui quello sulla Cpl e la P4 (dove poi è stato prosciolto). Fiorentino, come sponsor principale vanta Denis Verdini, ormai stampella sempre più prsente per Renzi. La sera prima delle nomine Verdini e Renzi hanno parlato lungamente, soprattutto di Toschi. E questo è il risultato.

Le altre nomine

Franco Gabrielli: da Prefetto di Roma a Capo della Polizia.

Mario Parente: ex capo dei Ros, ora diventa il capo dell’Aisi (ex Sisde, servizi segreti civili).

Carmine Masinello: generale, è il nuovo conisgliere militare di Palazzo Chigi.

Valter Girardelli: nuovo Capo di Stato maggiore della Marina. Prende il posto dell’ammiraglio De Giorgi, in scadenza e finito nel polverone dell’inchiesta petrolio in Basilicata.

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Chi porta Salvini a Philadelphia

Niente felpe per una volta. Camicia blu, sandwich e faccia da selfie. “Panino da Geno’s Steaks, specialità di #Philadelphia, buono! #Salvini”. Scrive così in un tweet il leader della Lega Nord il giorno dopo aver incontrato a Philadelphia il candidato alla Casa Bianca Donald Trump. Alle sue spalle, c’è un uomo in abito scuro, con una cravatta azzurra fuori posto ed un’evidente spilla appuntata sulla giacca. Il suo nome è Amato Berardi. Molisano di nascita, negli Stati uniti da quando ha 12 anni, Berardi è il presidente del Nia-Pac (National Italian American Political Action Committee), la lobby degli italoamericani repubblicani. Tra i soci onorari, c’è Tony Renis, al secolo Elio Cesari, cantante in attività dal ’58 al 2008. Dichiarano solo di occuparsi di attività per diffondere la cultura italiana negli Stati Uniti, ma in realtà sono un Political Action Committee, quindi un vero e proprio comitato elettorale.

Il cugino d’America che ha invitato Matteo Salvini oltreoceano è stato parlamentare anche inItalia. Con il Pdl, dal 2008 al 2013. La sua silhouette, nell’anno dell’ingresso in Parlamento, campeggiava insieme ad altri illustri colleghi per il lancio di una Fondazione: Italiani nel Mondo.

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Protagonisti dell’iniziativa, insieme a Berardi, erano Sergio De Gregorio, Nicola Di Girolamo, Esteban Caselli e Basilio Giordano. Il primo della serie è il più famoso. Nel 2012 il Senato votò contro (anche grazie alla Lega Nord, allora ancora guidata da Umberto Bossi) gli arresti domiciliari nei suoi confronti. Era accusato di accusato di associazione per delinquere, concorso in truffa e truffa aggravata per concorso in erogazioni pubbliche, in un’inchiesta della Procura di Napoli. Altra inchiesta famosa, che al centro aveva Valter Lavitola, il faccendiere-giornalista, direttore de L’Avanti, che comprò i parlamentari che facevano parte del governo Prodi per far cadere l’esecutivo. Tra loro il nostro De Gregorio, come da sua stessa ammissione: 3 milioni di euro il prezzo per diventare transfugo e mollare l’Italia dei Valori con cui era stato eletto e finire nel centrodestra di Berlusconi. Non solo: il braccio destro di Sergio De Gregorio insieme ad aòltri collaboratori (l’ex carabiniere Nicola Paparusso, ora in Senegal) era finito agli arresti domiciliari nel 2011 per aver cercato di truccare una sentenza di Cassazione che riguardava il boss della ‘ndrangheta emiliana Rocco Femia, il boss delle slot machine che ha minacciato di morte il giornalista dell’Espresso Giovanni Tizian.

Nicola Di Girolamo, invece, ha patteggiato cinque anni di carcere, è successo nel 2010. Secondo la procura di Roma è stato eletto con i voti della ‘ndrangheta, cosca Arena. Prima era finito sotto inchiesta per aver taroccato il certificato di residenza per farsi eleggere all’estero. Il suo nome ora è comparso anche nei Panama Papers, l’inchiesta internazionale sulle società offshore legate allo studio legala Mossack Fonseca.

Esteban Caselli è un personaggio più misterioso. Classe ’42, è stato sottosegretario alla Presidenza della Repubblica con Carlos Menem, poi senatore eletto all’estero sempre con il Pdl. Nell’inchiesta su Lavitola, Berlusconi e il faccendiere, intercettati, parlano così di lui. Berlusconi: «Quello là è pericoloso… Esteban Caselli». Lavitola: «Bravo… Esteban Caselli…». B: «Pericolosissimo». L: «Lui è uno che…». B: «Alla larga…».

La galleria di protagonisti della Fondazione Italiani nel Mondo si chiude con Basilio Giordano, italoamericano come Berardi, nel 2008 il secondo uomo più ricco in Parlamento dopo Berlusconi. Editore del Cittadino Canadese, è stato accusato nel 2013 di fatture false per intascare i contributi pubblici per l’editoria.

Il rapporto tra i quattro non è stato sporadico, anzi. Nia-Pac finisce nell’inchiesta condotta dal giornalista del Sole 24 Ore Claudio Gatti sugli affari di De Gregorio. Già allora ci sono connessioni: De Gregorio sognava il Movimento Politico Italiani nel Mondo e il Nia-Pac si impegnava a finanziarlo con 5 milioni di euro all’anno, stando alle stesse dichiarazioni dell’ex senatore riportate dal giornalista. In cambio, Nia-Pac avrebbe avuto un ruolo anche nella società per la costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina.

In una delle numerose agiografie su Berardi, si legge: “Da sempre impegnato nel sociale, oltre a fondare e presiedere la NIAPAC, dal lontano 1984 è membro della NIAF, rappresentativa e influente organizzazione a difesa dell’italianità nella società americana, dove ha anche ricoperto il ruolo di co-chairman, cosi com’è stato il promotore e socio fondatore nel 1992 della locale Camera di Commercio dell’Area Metropolitana di Philadelphia, pronta ad accogliere attività e assistere imprese italiane che hanno deciso di operare in quell’area. A questo proposito, può vantare di aver facilitato la costituzione di 197 sedi di aziende Italiane negli USA. Per citarne solo alcune, l’Agusta Westland, Italcementi, Gran Caffè L’Aquila”. Insomma, attorno a Berardi non sono mai mancati i soldi. Nè gli sponsor politici: per la sua campagna elettorale aveva accanto anche Adolfo Urso, allora dirigente Pdl.

Nelle scorse primarie repubblicane, quando il Nia-Pac sosteneva il candidato (perdente) Rick Santorum, l’associazione gli versò 1,6 milioni di dollari. Da dove arrivano tutti questi soldi? A scorrere i nomi del board dell’associazione balza all’occhio soprattutto Joseph Tarantino Jr, vicepresidente dell’associazione ma numero uno dell’associazione degli immobiliaristi della Pennsylvania. In passato, risulta anche che l’associazione abbia avuto qualche guaio con la Federal Electoral Commission (Fec), che nel 2006 li multa numerose volte per aver utilizzato i soldi raccolti per campagne elettorali per feste e partite di golf. E si trattava di oltre 100 mila dollari di donazioni. Lo scorso anno ha avuto solo 3mila dollari di donazioni.

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    Lorenzo Bagnoli
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Ue-Turchia, il negoziato illegale

La Commissione europea pubblica il primo rapporto su come ha funzionato il primo mese di negoziato Unione-Turchia. Secondo il meccanismo 1:1, l’accordo prevede che la Grecia non prenda più nuovi profughi e li rispedisca tutti ad Ankara. Per ogni persona rispedita nei campi turchi, l’Europa deve farsi carico di un profugo siriano da ricollocare nell’Unione. Per ora è successo solo a 103 persone. Troppo poco contando che in Grecia ci sono ancora oltre 50 mila profughi bloccati nel Paese e oltre 7mila sono arrivati via mare l’ultimo mese.

Nonostante i risultati non proprio trionfali, il ministro dell’Interno Angelino Alfano arrivando a Lussemburgo per un summit con i colleghi europei, ha toni ottimisti: “Io credo che sia stato giusto fare questo accordo, credo che sia una buona soluzione quella di continuare a collaborare e credo che il modello dell’accordo tra Ue e Turchia, quando ce ne saranno le condizioni, potrà essere replicato anche in Libia”. Eppure ci sono ancora molti dubbi sulla legalità del negoziato. E, di conseguenza, sulla sua efficacia.

Yves Pascoaou è uno degli esperti di immigrazione più influenti d’Europa. Lavora per lo Euorpean Policy Center, un think thank che come presidente onorario Herman Van Rompuy, l’ex numero uno del Consiglio europeo. “L’accordo non funziona per due semplici motivi – spiega a Radio Popolare -. Non funziona per i migranti irregolari, perché sono rispediti indietro in base ad un accordo di riammissione su cui si sta ancora lavorando. Non funziona per chi chiede asilo perché non c’è nulla che mi faccia dire che la Turchia è un Paese terzo sicuro”. Solo i Paesi che rispettano in pieno dei criteri stabiliti dalla Commissione (tra cui, per esempio, il principio di non refoulment, in sostanza evitare di respingere i migranti in altri Paesi) possono rientrare in questa lista. E la Turchia, denunciano le ong, non ci può stare. Il paradosso, continua Pascoaou, è che “la Commissione stessa promuove dispositivi che violano le regole che ci siamo dati noi stessi”. L’accordo, quindi, non funziona anche per una questione morale ineludibile: siamo certi che un profugo in Turchia sia al sicuro?

Matteo Renzi nei giorni scorsi ha presentato un piano italiano per affrontare la questione migranti: il Migration Compact. Dagli esperti europei sono arrivati diversi apprezzamenti, se non altro per il tentativo di mettere a sistema diversi interventi: dalla cooperazione fino alla realizzazione di infrastrutture nei Paesi di provenienza. Il metodo per finanziare gli interventi è usare bond con Ue e Paesi africani per permettere loro di entrare nel mercato finanziario, con l’appoggio della Banca europea per gli investimenti e altre organizzazioni finanziarie internazionali. “L’idea interessante – commenta Pascoaou – ma non so se possa funzionare sul piano economico. In più le prime reazioni politiche mi sembrano contrarie”. In effetti, dopo Angela Merkel che ha detto al piano, anche il presidente della Commissione Jean Claude Junker in una lettera esprime apprezzamento per il tentativo, ma boccia gli Eurobond.

Per migliorare il controllo alle frontiere, l’Italia si auspica che Bruxelles acceleri sulla creazione di una Guardia costiera europea, progetto in fase di discussione all’Europarlamento da mesi. “Penso che le possibilità che uno strumento così veda la luce sono alte – spiega Pascoaou – ma accanto a questo ci dovrà essere una nuova missione di Frontex, Frontex Plus, con un mandato maggiore e solo per la sorveglianza delle frontiere e non il salvataggio”. Intanto nel Mediterraneo si continua a morire.

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Migranti, l’Austria chiude le frontiere

Al Brennero l’Austria ha cominciato ad alzare una barriera per impedire il passaggio dei migranti. L’annuncio proviene dal capo della polizia tirolese Helmut Tomac. La barriera sarà lunga 250 metri e includerà anche l’autostrada, secondo il capo della polizia tirolese.

“Non mi stupisce – spiega il segretario della Siulp bolzanina, il sindacato della polizia, Mario Deriu – nei giorni scorsi si era visto movimento”. Al valico, infatti, sono già stati smontati i guardrail per fare posto alla cancellata. A nord del confine, in un parcheggio, sarà poi allestito un centro di registrazione, secondo le prime dichiarazioni rilasciate da Helmut Tomac.

La scorsa settimana il ministro degli esteri Sebastian Kurz in visita a Bolzano aveva detto che “se l’Italia e l’Europa non bloccheranno i migranti prima che sbarchino, saremmo costretti a chiudere il confine del Brennero”. Probabilmente il sistema entrerà in funzione da maggio, quando sarà conclusa la barriera.

“Nessuno si è accorto però che il flusso dei migranti ormai è molto maggiore da Nord a Sud piuttosto che viceversa”, segnala Deriu. In media 25 al giorno, secondo il poco che riescono a tracciare i poliziotti italiani. Molto probabilmente sono anche il doppio. “Sono afghani, eritrei, etiopi. Di siriani nemmeno uno perché probabilmente la Germania riesce a inserirli”, aggiunge Deriu. Come al solito, infatti, il rubinetto da cui si aprono o chiudono i flussi lungo le frontiere è la Germania. “Noi conosciamo solo il treno come mezzo utilizzato per lasciare l’Austria, ma non sappiamo in che modo vengano convinti ad andarsene”, aggiunge. Di certo non sono segnalati alle forze di polizia italiane.

In serata il presidente austriaco Heinz Fischer a Praga ha precisato che “i provvedimenti al Brennero non prevedono un muro oppure filo spinato”. Lo precisa il presidente austriaco ribadendo il concetto del “management di confine” per avere il minor impatto possibile sul transito di persone e merci. “Servono – aggiunge Fischer – più controlli per chi vuole entrare in Europa”. Il tetto dei 35 mila profughi, che l’Austria intende accogliere quest’anno, “non sarà un taglio netto di spada, ma un valore indicativo” per evitare altre 80mila richieste d’asilo come nel 2015, spiega Fischer.

Ascolta l’intervista a Mario Deriu

Mario Deriu_segretario provinciale del sindacato di polizia Siulp

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Alla corte dello zar Putin

Anche il presidente russo Vladimir Putin ha le sue “Olgettine”. O almeno una versione russa, in cui a ricevere regalie da collaboratori del presidente non sono solo sospette amanti, ma anche donne della famiglia. Famiglia di cui il presidente non parla mai: al Cremlino nemmeno si conoscono ufficialmente i nomi delle figlie avute dal primo matrimonio con Ludjmila Putina, chiusosi nel 2014. Figurarsi se si conosce cosa è accaduto dopo la sua fine.

Ad occuparsi delle donne del presidente è un suo amico di San Pietroburgo, che paga loro lussuosi appartamenti a Mosca. Casualmente, l’uomo è anche l’imprenditore russo che più ha guadagnato dagli appalti pubblici, spesso assegnati senza gara. Il suo nome è Grigory Baevskiy, 47 anni, di professione businessman. Finora, un uomo rimasto nell’ombra.

Da qui parte un’inchiesta condotta dal centro per il giornalismo investigativo Organized crime and corruption reporting project (Occrp) insieme a Reuters e al giornale russo RBC. Un’inchiesta che ancora una volta svela i nomi dei cortigiani di Putin, vassalli che grazie alla zelante fedeltà al nuovo zar sono diventati imprenditori miliardari oppure ricche possidenti.

La prima donna dell’entourage dell’uomo più potente di Russia è Alina Kabaeva. Da anni si parla di lei come dell’amante di Putin. Secondo alcuni giornali sarebbe anche madre del suo ultimo figlio. Kabaeva, ex ginnasta e modella, è nata nel 1983. Oggi è nel board della National Media Group, tra le più grosse società radiotelevisive della Russia, controllata dall’amico Yuriy Kovalchuk. La sorella di Alina, Leysan, ha ricevuto in dono da Baeveskyiy nel 2009 un appartamento da 228 metri quadri in pieno centro a Mosca.

Baevskiy è anche l’ultimo proprietario tracciabile di una casa sulla Minskaya, a Mosca, che oggi è abitata da un splendida ragazza di 23 anni: Alisa Kharcheva. La ragazza ha un blog che si chiama Pussy for Putin dove pubblica foto erotiche dedicate al presidente. In una di queste accarezza un gattino, che dice di aver regalato a Vladimir Putin come portafortuna. “Quella casa è un regalo di Baevskiy?”, le chiede il giornalista di Occrp Ronan Anin. Kharcheva ride e dice di averla comprata.

Alisa Kharcheva, fondatrice del blog "Pussy for Putin"
Alisa Kharcheva, fondatrice del blog “Pussy for Putin”

Perché Grigory Baevskiy ha a disposizione decine di abitazioni nelle vie più esclusive di Mosca? Scavando nel suo passato, si trova qualche risposta. Agli inizi del 2000, infatti, era a capo della Direzione per le attività d’investimento (Dia), una sorta di società immobiliare di Stato. Finita quell’esperienza, si lega alla banca dei fratelli Rotenberg, due amici di vecchissima data di Putin. Uno dei due, Arkady, era compagno di judo del presidente. Nel 2016 la versione russa del magazine Forbes ha eletto Arkady Rotenberg “Il re degli appalti pubblici di Russia”, visto che ha incassato 7,4 miliardi di dollari attraverso contratti avuti con lo Stato. Nel 2004 la figlia di Rotenberg Lilya riceverà in regalo da Baevskiy un appartamento nel centro di Mosca.

Anche la Commissione europea ha messo gli occhi su Rotenberg. Nel 2014 un documento lo indica fra gli imprenditori da sanzionare perché ha contribuito al tentativo di annettere illegalmente la Crimea alla Russia. Una delle aziende di cui è azionista ha cercato di costruire un ponte per connettere direttamente la penisola alla Russia. Rotenberg, inoltre, è tra gli imprenditori che più hanno lucrato sulla torta di appalti più gustosa che ha avuto a disposizione la Russia di Putin: i giochi olimpici di Sochi. Anche qui, le somiglianze con l’epoca berlusconiana non mancano.

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    Lorenzo Bagnoli
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Il travaglio infinito del ddl concorrenza

“Un assalto alla diligenza”. Così Giuseppe Mazzei, professione lobbysta, definisce l’iter di approvazione ddl concorrenza, il testo di 878 pagine che dovrebbe regolamentare il mercato in Italia. Il disegno di legge, approdato in aprile 2015 in Parlamento, è ancora in attesa di essere approvato. “Mancano le ultime modifiche”, si dice ormai da settimane. Intanto il testo cambia continuamente, bersagliato dagli emendamenti: 1270 presentati fino ad oggi (15 accolti, 31 ritirati, 152 respinti, 9 assorbiti, 50 inammissibili), dalla funzione degli amministratori di condominio, fino all’esenzione Imu per gli istituti ecclesiastici. E il testo va approvato ogni anno: lo stillicidio, quindi, rischia di essere utile solo per 7 mesi. Paradossale.

Nonostante il continuo intervento dei parlamentari, il giudizio della Commissione europea espresso nel Rapporto sull’Italia è molto negativo, visto che ancora tutela eccessivamente categorie come notai, avvocati e dentisti. Le parole che ricorrono più spesso sono “assicurazione”, “impresa”, “sviluppo”. Al contrario, gli emendamenti puntano su “imprese”, “servizi”, “euro”.

“Quello sulla concorrenza è uno dei ddl in cui i gruppi di interesse si scatenano”, spiega Mazzei. Ex giornalista, oggi rappresenta Il Chiostro, un’associazione di lobby che vogliono uscire alla luce del sole. “Il problema di questo Paese non possiamo attribuire delle decisioni prese in Commissione parlamentare a dei gruppi di interesse. Non ci sono regole, tutto il lavoro si fa nell’ombra”, aggiunge. “Non è possibile che qualche parlamentare si svegli d’improvviso e proponga modifiche in materie delle quali non era nemmeno competente – ragiona – senza che nemmeno si conosca la paternità della modifica”.

La proposta di Mazzei è quella di rendere accessibili al pubblico accreditato le discussioni alle Commissioni parlamentari e di allegare ad ogni singolo atto un documento che dimostri la paternità della proposta. La tracciabilità degli incontri è limitata solo all’ambito ufficiale. Gli incontri “informali” sono off limit, anche quando si parla di leggi. “Ci dovrebbe essere un codice etico sia per i lobbisti che per i decisori pubblici”, continua Mazzei.

Ma come si muove un lobbista? Sceglie un parlamentare di riferimento e comincia a suggerire modifiche che tutelino la categoria che rappresenta. Di solito chi viene scelto ha un forte radicamento territoriale e un suo elettorato forte. “Alcuni parlamentari si sentono loro stessi difensori di una categoria. A parole sostengono di rappresentare interessi nazionali, quando invece sono solo portatori di interessi particolari”, sostiene Mauro Antonelli, dell’Unione Nazionale Consumatori. Il fronte delle lobby mostra tutte le debolezze dei palazzi della politica: i politici sono impreparati e mancano le regole per difendersi. “Così, ad esempio, si intente la liberalizzazione solo come una semplice privatizzazione di ogni settore. Non si capisce che invece aumentare la concorrenza significa aumentare il numero di imprese”. Secondo Unc, l’immobilismo dell’Italia nel ddl Concorrenza è il simbolo di un Paese che non riesce a togliersi di dosso le incrostrazioni di interessi privatistici che tengono in ostaggio la crescita.

I due argomenti a cui i politici a cui sono più sensibili sono finanziamenti e bacino elettorale (“i gruppi di interesse giocano sulla paura di perdere consenso”, afferma Antonelli, dell’Unc). Il primo, come ricorda Mazzei, “è ancora più importante con l’abolizione dei finanziamenti pubblici ai partiti”. Così a contare non sono solo le lobby “potenti”, facilmente riconoscibili, ma anche quelle “nascoste”, come i termotecnici, i meccanici, gli avvocati, i notai.

Come uscirne? Le authority esistenti non bastano: “Non hanno alcun potere per la tutela del consumatore”, ripete Antonelli. Allora, l’ipotesi de Il Chiostro di cui si vocifera da anni, ma che mai è stata seriamente presa in discussione, è quella di inserire un registro delle lobby accreditate. “Una delle più grosse stupidità che si dice è pensare che le lobby vogliano lavorare nell’ombra – commenta Mazzei -. Io ho tutto l’interesse di sapere come si muovono i miei avversari. Io sarei per far allegare ad ogni atto parlamentare i documenti da cui si trae ispirazione, compresi i position paper di gruppi di interesse”.

Alcuni degli ultimi emendamenti senza padre non sono solo inutili, ma pericolosi. Lo ha detto il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti: il controllo previsto dal ddl Concorrenza per le società a responsabilità limitata semplificate “azzera le maglie dei sistemi di controllo e apre un varco formidabile per l’ingresso delle organizzazioni mafiose negli appalti”. Un regalo alle mafie, dice il numero uno della Dna. La campagna di Libera Riparte il futuro ha messo sotto tiro l’attività di lobbying al Parlamento, per provare a capire dove dietro una pressione indebita si nasconde la corruzione.

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    Lorenzo Bagnoli
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Turchia, quando il giornalismo è un reato

Il giornalismo, in Turchia, è reato. Soprattutto se scopre traffici legati alla famiglia del presidente Recep Tayyip Erdogan. Il 25 marzo alla Corte di giustizia di Istanbul è in corso l’udienza a carico di due giornalisti del quotidiano di opposizione Cumhuriyet, che lo scorso maggio aveva pubblicato un’inchiesta sul coinvolgimento del governo di Ankara in un traffico di armi con i ribelli siriani. E l’udienza, dice l’Afp, si tiene a porte chiuse.

Il direttore della testata Can Dundar e il suo capo redattore ad Ankara Erdem Gul sono stati già arrestati in un primo tempo a novembre, nel corso della prima maxi retata che Erdogan ha ordinato contro i suoi oppositori politici. Il mese scorso sono stati rilasciati per ordine della Corte costituzionale, ma non possono scampare il processo.

La richiesta dei procuratori è la condanna all’ergastolo per “spionaggio”. Fuori dalla corte un centinaio di supporter chiedeva giustizia per i professionisti. “Il processo a carico di Dundar e Gul è un test per capire le condizioni in cui sta la legge in Turchia”, afferma Christophe Deloire, segretario generale di Reporter senza frontiere (RSF).

In contemporanea, si è svolto anche anche un altro processo a carico di un editorialista. Si tratta di Bulent Kenes, ex caporedattore del quotidiano turco Zaman, prima chiuso e “bonificato”, per poi riaprire con la benedizione del presidente e una linea editoriale totalmente stravolta. Il giornalista è stato condannato a 2 anni e 7 mesi di carcere per avere “insultato” via Twitter il presidente Erdogan. “I commenti sono andati oltre i limiti del diritto di critica”, sostengono i giudici. Lo stesso capo d’accusa riguarda circa altri 2 mila casi, tanto che il magazine americano Foreign Policy, molto vicino al Dipartimento di Stato americano, scrive un articolo dal titolo Nella Turchia di Erdogan sono tutti terroristi.

Il bavaglio turco fa rumore anche fuori dai confini nazionali. L’ultimo appello rivolto al primo ministro Ahmet Davutoglu è stato pubblicato da PEN International, uno dei primi centri a difesa dei diritti umani. La lettera aperta, uscita anche sul quotidiano britannico The Guardian, è firmata da più di cento scrittori e professori, tra la canadese Margaret Atwood e il premio nobel Mario Vargas Llosa.

Nella lettera si legge: “Negli ultimi mesi si è vista un’aggressiva campagna del presidente Erdogan per soffocare le critiche attraverso querele per insulti al presidente, un reato che comporta una pena detentiva fino a quattro anni. Secondo il ministro della Giustizia turco, sono stati aperti ben 1.845 casi di questo genere da quando Erdogan è entrato in carica nel 2014. Per esempio , nel mese di febbraio 2016, un’indagine è stata avviata contro Atalay Girgin per aver insultato il presidente nel suo libro Lağımpaşalı che narra la favola di un gruppo di ratti”.

L’oppressione ormai colpisce tutti coloro che producono opinioni. Il primo bersaglio sono stati gli universitari, poi gli avvocati e ora, per ultimi, i giornalisti. Nonostante questo, le voci critiche in Europa sono rimaste marginali. E si sono sentite solo in occasione della chiusura dello Zaman. Un quadro fosco, che fa scrivere al Daily Hurryiet, legato alla sinistra kemalista, Ora è tempo di parlare del deficit di democrazia in Turchia.

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    Lorenzo Bagnoli
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Bruxelles, l’intelligence europea ha fallito

L’Isis rivendica gli attentati di Bruxelles. La capitale europea è sotto attacco a due giorni dall’arresto di quello che potrebbe diventare il primo pentito tra gli affiliati alle organizzazioni di terrorismo internazionale: Salah Abdeslam. L’attacco mostra tutte le fragilità del sistema di intelligence europeo e, prima di tutto, belga.

L’aspetto più drammatico è che pare non ci siano stati significativi passi in avanti dal 13 novembre scorso, giorno degli attentati di Parigi. Pochi dopo, Felice Casson ci raccontava che “non c’ è assolutamente un coordinamento efficace. Noi come Copasir siamo tornati recentemente da un incontro internazionale con i Servizi e molti lamentavano la mancanza di un coordinamento ordinario”.

L’arresto di Salah Abdeslam pareva aver interrotto questa tradizione, almeno tra Francia e Belgio. Sembrava che i due Paesi vicini avessero finalmente cominciato a collaborare. Il procuratore generale di Parigi ringraziava il collega belga per l’indagine “ricca e fluida”, condotta con scrupolo. La luna di miele tra intelligence, commenta il quotidiano Politico.eu, è destinata però a concludersi in breve. Tutte le frontiere del Belgio sono chiuse. Il Paese è di nuovo isolato: “Dovremmo chiedere ai colleghi belgi ‘come avete permesso che tutto ciò accadesse?’”, dice al quotidiano europeo un ex magistrato antiterrorismo francese. La voglia di collaborare è già svanita.

Dal Belgio e da Bruxelles in particolare sono partiti tutti i più importanti attentati all’Europa di questi ultimi anni. Nel 2014 contro il museo ebraico della capitale belga, poi Charlie Hebdo, l’attentato sul treno Thalys Amsterdam-Parigi e, da ultimo, il 13 novembre a Parigi. Era sempre a Molenbeek, il quartiere ad alto tasso d’immigrazione, che le cellule terroristiche avevano il loro quartier generale. Almeno tre terroristi del commando che ha attaccato Parigi erano già noti al database della polizia belga.”Sapevamo che si erano radicalizzati – disse Eric Van Der Sypt, il portavoce del procuratore federale belga il giorno dopo il 13 novembre – ma non c’erano segnali di una possibile minaccia”. Eppure avevano viaggiato più volte in Siria.

Secondo uno studio condotto dallo storico Pieter Van Ostaeyen, tra i maggiori esperti in Belgio di Islam e jihadismo, ci sono oltre 500 foreign fighters belgi (uno su dieci donna) di cui intorno a 200 tra Siria e Iraq in questo momento. Il tasso di foreign fighters in Belgio è il più alto dell’Europa occidentale: 41,96 per milione di abitanti. Almeno 80 sono morti combattendo a fianco dell’Isis. Le organizzazioni più numerose sono Sharia4Belgium, la cellula guidata da Khalid Zerkani (di cui facevano parte anche i jihadisti che hanno ucciso a Parigi) e il Centre Islamique Belge, guidato da Shaykh Bassam al-Ayashi. Finora, però, nessuna legge antiterrorismo ha permesso di arrestare immediatamente i combattenti rientrati in Paese dalla Siria o dalla Libia.

belgians-syria-february-2016

In Belgio le strutture antiterrorismo, infatti, hanno dei limiti congeniti. In primo luogo, le forze a disposizione: circa 700 uomini, secondo fonti di Politico, un contingente inadeguato data la minaccia. C’è poi un problema sostanziale, insito nella gestione della macchina pubblica in Belgio. Il Paese è spaccato in microcomuni, la centralizzazione dei servizi è ancora un’utopia. Il Belgio è il Paese dei microsindaci, dei feudi elettorali valloni, fiamminghi. Ci sono tre enclave linguistiche: le due maggiori sono divise tra francofoni e fiamminghi, a cui si aggiunge la zona del sudest dove si parla tedesco. La frammentazione legislativa, si ripercuote anche sul sitema di sicurezza. Fare una rogatoria internazionale è molto complicatoi in Belgio, perché ogni zona ha le sue regole. E se c’è poca comunicazione interna, all’estero è praticamente a zero. Così, paradossalmente, il luogo più monitorato dell’Europa è stato quello dove nascondersi è stato più semplice.

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    Lorenzo Bagnoli
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Profughi a Expo, Maroni in polemica

Cinquecento profughi nei prefabbricati rimasti nel campo base di Expo. Questo era il piano che la Prefettura di Milano avrebbe voluto presentare nel giro di qualche giorno, giusto il tempo di organizzare il sistema. A gestirlo avrebbe dovuto essere la Croce Rossa. E invece il governatore della Lombardia Roberto Maroni lo ha reso pubblico in anticipo, indicando in Giuseppe Sala, l’ex ad di Expo e candidato sindaco per il centrosinistra, il responsabile del progetto. Il prefetto di Milano Alessandro Marangoni, al contrario, sostiene che sia stato stabilito durante la Conferenza Stato-.Regioni che la Lombardia dovesse prendere una quota di profughi siriani. E lo spazio in Expo ha le caratteristiche adatte per l’accoglienza.

“Il Comune di Milano non c’entra niente, è una decisione nazionale. Rientra in un piano del prefetto Alessandro Marangoni – spiega ai nostri microfoni l’Assessore alle Politiche sociali Pierfrancesco Majorino -. Se qualcuno dice no, però, serve capire allora dove li si mette. Il piano di Maroni è chiaro: scaricare tutto al Comune di Milano”. Pierfrancesco Majorino esclude che Giuseppe Sala abbia avuto un ruolo nella partita.

Ma al contrario ormai la polemica è solo politica. E il bersaglio è Sala in veste di candidato sindaco. “Credo che sia un errore. Prendo atto di questa decisione – fa sapere Roberto Maroni -, non ho alcun potere per impedirla, ma ho fatto presente la mia totale contrarietà. So di una lettera che sarebbe stata mandata alla società Expo, nella quale si dice che in merito ci sarebbe stato un accordo con l’ex commissario Giuseppe Sala. Se così fosse, sarebbe ancora più grave, perché lui non poteva decidere senza coinvolgere il Consiglio di amministrazione e, vista la delicatezza della questione, senza informare il presidente della Regione. Mi riservo comunque di fare gli approfondimenti necessari, ma soprattutto confermo la mia totale contrarietà a questo insediamento”. L’interessato, Sala, ha smentito.

“Maroni tenta di strumentalizzare Expo per la campagna elettorale di Milano. L’attacco a Sala è fuori tempo e fuori luogo visto che ormai da due mesi non ha più responsabilità sulle scelte della società, di cui Regione invece fa parte. Il Governatore ha tutti gli strumenti per informarsi e per condizionare le scelte, visto che nel consiglio di amministrazione di Expo ha nominato, il suo avvocato, persona di sua piena fiducia”, è la replica a Maroni di Alessandro Alfieri, il capogruppo del Pd lombardo.

C’è poi un altro fronte che riguarda Expo e che sta rimettendo il candidato Giuseppe Sala al centro della polemica. Dopo quattro buchi nell’acqua, infatti, il consiglio comunale ha approvato la Commissione d’inchiesta sui conti di Expo. Con 25 voti a favore. Anche in questo frangente, la polemica è di casa: per il Pd non c’era motivo per costruire una commissione proprio poco prima che Expo presentasse i conti “ufficiali”. Per tutti gli altri, invece, il problema è muoversi per fare luce sui numeri forniti da Giuseppe Sala, in quel caso in veste di amministratore delegato della società. Presidente della Commissione sarà Manfredi Palmeri, il quale vorrebbe fissare il primo incontro già in due giorni. Difficile però che sia possibile.

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Milano, per non dimenticare la mafia

Una piazza piena di gente e di colori, tante scolaresche con i fiori in mano e poi a leggere dal palco i nomi delle vittime innocenti di mafia. Piazza Beccaria, la stessa piazza che nel 2013 vide celebrare i funerali di Lea Garofalo, vittima della ‘ndrangheta a Milano. 900 nomi, accompagnati dalla brezza primaverile, fino alle orecchie dei cittadini presenti.

Prima gli interventi: il sindaco Giuliano Pisapia, sempre in prima fila contro le mafie, Don Virginio Colmegna e le voci rotte e commoventi di Francesca Ambrosoli, figlia di Giorgio ucciso nel 1979 e di Alessandra Galli, che ha ricordato il padre Guido, magistrato ucciso il 19 marzo del 1980 e oggi 36 anni fa stava celebrando il suo funerale.

L’intervento di Giuliano Pisapia sarà l’ultimo da primo cittadino di Milano: “Non potevo mancare. Non potrevo non portare il saluto mio, della città, della città metropolitana a questa piazza. Non solo per non dimenticare, ma per continuare con un impegno forte, chiaro, sensibile, coraggioso tanto che talvolta si è pagato con danni, minacce e attentati. Era importante esserci perché è un evento che rappresenta tutta l’Italia, contro le mafie e la cultura di morte che rappresentano”.

Pisapia_Giornata Libera

Gaia, del presidio di Arese, ricorda come l’impegno per il ricordo delle vittime di mafia sia un modo di fare politica. Partecipare, esserci, farsi vedere, contarsi è il primo passo per far pesare la propria voce.

Gaia_Giornata della memoria e dell’impegno Libera

I ragazzi della scuola media Rinascita danno poi la loro versione dell’importanza del ricordo. Ognuno con la sua sfumatura. Il lavoro a scuola ha portato una nuova consapevolezza nei ragazzi.

Ragazzi medie rinascita_Giornata memoria Libera

Il momento fondamentale di ogni commemorazione – ormai siamo alla 21esima – è la lettura dei 900 nomi delle vittime di mafia. Un elenco di nomi e cognomi, spesso mai sentiti. Un elenco che deve prevenire l’oblio.

Questo è il link dell’elenco sul sito di Libera, con i nomi da non dimenticare

Il giornalista freelance Lorenzo Bodrero, per la prima volta, ha provato a localizzare le vittime di mafia. E’ il primo elenco che ha cercato di spingersi oltre il nome e cognome della vittima. E che è costato mesi di ricerche, vista la scarsità di fonti. Il pezzo è stato pubblicato da La Stampa

Vittime di mafia

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    Lorenzo Bagnoli
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L’Europa non salverà mai i migranti

Dal 21 marzo, chiunque arriverà in Grecia in maniera irregolare sarà rispedito in Turchia. Da qui, l’Unione europea s’impegna a ridistribuire tra gli Stati membri un siriano ospite dei centri d’accoglienza turche ogni migrante irregolare preso in carico da Ankara. In tutto saranno poi 72 mila i siriani portati in Europa per motivi umanitari.

Il piano però fa acqua da tutte le parti come scrivono le ong. “Il doppio linguaggio con cui è stato ammantato l’accordo non ce la fa a celare l’ostinata determinazione dell’Unione europea a girare le spalle alla crisi globale dei rifugiati e a ignorare i suoi obblighi internazionali”, ha dichiarato John Dalhuisen, direttore del programma Europa e Asia centrale di Amnesty International.

“L’accordo tra Ue e Turchia sulla crisi migratoria viola il diritto internazionale e quello dell’Unione, scambiando vite umane con concessioni politiche – afferma Elisa Bacciotti, direttrice campagne di Oxfam Italia – Dopo il blocco della rotta balcanica, questo nuovo accordo con la Turchia è un ulteriore passo verso l’abisso della disumanità, peraltro mascherato, con raggelante ipocrisia, da strumento per smantellare il business dei trafficanti. Il costo del controllo dei confini europei non può continuare a essere pagato con vite umane”.

La ragion politica è chiara: evitare che ai confini dell’Europa continuino ad arrivare migranti. Perché altrimenti l’Europa non tiene, alle elezioni vinceranno le destre antieuropee e il più ambizioso progetto politico ereditato dal Novecento naufragherà. Al di là appunto della politica, c’è la questione umanitaria: migliaia di morti nel Mediterraneo, altre migliaia di persone ammassate in condizioni disumane lungo la muraglia della Fortezza.

Ma come scrive il direttore della Transnational Foundation for peace and future research, il danese Jan Olsen, “non c’è un’emergenza profughi nell’Unione europea, ma diverse altre crisi:

1- La crisi causata da anni di militarismo

2 – L’emergenza della gestione delle crisi

3- La crisi di leadership – o, con l’eccezione della Cancelliera Merkel – la totale assenza di leadership per la creazione di politiche comuni.

4- La crisi di solidarietà, umanità ed etica

Si potrebbe aggiungere 5 – l’euro-razzismo espresso come Islamofobia”.

La diagnosi di Bruxelles, invece, è questa: se Schengen è in pericolo è colpa dei disperati che cercano una vita migliore. Niente di più sbagliato. La cura per la malattia lo è altrettanto. Per questo dall’Unione europea adesso non potrà arrivare alcuna soluzione per la crisi umanitaria. L’intento è solo quello di scaricare il barile su qualcun altro.

Al contrario, le uniche risposte umanitarie sono arrivate da fuori il circuito della politica europea.

  1. Le missioni umanitarie di privati. Ha cominciato il Moas, una missione privata finanziata da due imprenditori italo-americani. Oggi c’è anche Medici senza frontiere e Sos Mediterranée. Mentre la politica è ferma, loro salvano vite umane. E i migranti continueranno a partire.
  2. Strumenti tecnologici per tracciare i migranti. L’Agenzia di pattugliamento delle frontiere Frontex ha lanciato un bando per trovare sviluppatori in grado di crearne. Esistono già soiti internet come Watch the Med che danno coordinate ai migranti per come mettersi in cotatto con persone in grado di venire a salvarli.
  3. Corridoi umanitari. Finora erano una formula vuota, un’etichetta da dare ad un miraggio. Invece Sant’Egidio e la Chiesa valdese hanno dimostrato che è possibile, salvando le prime mille persone. Sta all’Alto commissariato Onu per i rifugiati ora rendere i corridoi una pratica comune.

Almeno per mettere una pezza all’emergenza umanitaria, bisogna partire da questi tre punti. La società civile europea è anni luce più avanti dei burocratici di Bruxelles.

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    Lorenzo Bagnoli
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Se Ankara preferisce l’Azerbaijan all’Ue

Visto da Istanbul, non c’è troppo da aspettarsi dal summit in corso Europa-Turchia. Il primo ministro Ahmet Davutoğlu ha in previsione il 18 marzo, nella mattinata, un ncontro per discutere le nuove richieste di Bruxelles per la gestione del flusso dei migranti. Il tutto accade mentre i dossier sul tavolo del presidente Recep Tayyip Erdogan diventano sempre più ingestibili. A partire dalla minaccia interna.

Peraltro sembra che ad Ankara, in fondo, importi poco dell’Unione europea e della possibilità di entrarci. La strategia geopolitica porta altrove. In Azerbaijan, soprattutto, altro Paese con rapporti conflittuali con Bruxelles ma che tiene l’Europa in pugno visto il modo con cui l’Unione si è legata mani e piedi alle sue forniture di gas in futuro con un progetto come il Trans Adriatic Pipeline, il gasdotto che andrà da Baku fino al Salento e da lì al resto d’Europa. Il presidente azero Ilham Aliyev è stato anche il primo a far visita ai turchi: Erdogan avrebbe dovuto recarsi a Baku per discutere come implementare il volume di affari tra i due Paesi, che si prevede raggiungerà i 20 miliardi di dollari nel 2020, partendo dai 13 miliardi di oggi. Ovviamente pedina chiave sarà il Tanap, il tratto azero-turco del gasdotto.

Mentre l’Azerbaijan è un alleato sempre più vicino, Bruxelles sembra invece recitare la parte di un padre incapace di dare il buon esempio: mette in discussione (molto sottovoce, per altro) l’autoritarismo violento di Ankara, ma poi alza muri e barriere. Il meeting di Bruxelles finora si è meritato tanta cronaca, molto asciutta, e qualche trafiletto al vetriolo. Come quello di Barçın Yinanç sulle colonne del Daily Hurriet. Per la giornalista, l’accordo è da farsi: chi lo critica perché Ankara è autoritaria ha una doppia morale. La critica vale solo se rivolta alla Turchia e non all’Europa incapace di altro se non alzare le barriere.

Nei giorni poco successivi all”uscita della bozza di accordo, a inizio marzo, i media turchi pubblicavano la notizia della possibilità di fermare il flusso di migranti irregolari “nel giro di dieci giorni”. Questa la versione di fonti governative di alto spessore, secondo la stampa. Chi mai potrebbe essere in disaccordo con questo? La politica europea risponde con l’ottimismo di circostanza, mostrato da tutti i suoi volti più noti. Martin Schultz, il presidente del Parlamento, in primis: “Prevarrà il buon senso”, dichiara alle agenzie. La realtà però è che il sistema delle quote dei migranti con i quali ridistribuire le persone nell’Ue finora è sostanzialmente fallito. A questo si aggiunge la lentezza con il quale si stanno affrontando le precondizioni già stabilite.

La bozza di accordo emersa dalla prima tornata di discussione il 7 marzo prevedeva porte aperte per i turchi in Europa, senza richiesta di visto come accade oggi. Le paure però per l’instabilità del Paese sono ancora aumentate e quest’apertura non si è ancora concretizzata. Così come lontano dal realizzarsi è il passo indietro di Cipro per la riapertura del dossier su un possibile ingresso nell’Ue della Turchia, anche questo nell’accordo.

Anche sul lavoro da fare per la gestione dei profughi c’è qualche problema, tanto che Ankara ha dovuto giocare al rimpiattino raddoppiando le richieste all’Europa (da 3 a s6 miliardi di euro per raggiungere gli obiettivi). Può funzionare il gioco? Difficile a dirsi: fatto sta che ora la trattativa è tra chi mette in carcere qualunque oppositore e chi costruisce barriere per impedire che qualcuno raggiunga le sue coste. La peggiore Turchia di sempre, con la peggiore Europa di sempre. E a guadagnarci più di tutti in questo quadro è Aliyev, l’amico azero.

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Psicosi terrorismo a Istanbul

Il clima politico in Turchia continua inesorabilmente a peggiorare. In più si sta avvicinando l’inizio della primavera, che coincide con il Newroz, la più importante festa dei curdi. Nel 2012, l’anno prima che iniziassero i negoziati per la pace, ci furono scontri in tutto il Paese.

Dalla mattina del 17 marzo, il ministero degli Esteri tedesco ha diffuso un allarme per possibili attentati a Istanbul, in particolare nella zona di piazza Taksim, nel centro città. L’ambasciata tedesca ad Ankara è stata chiusa per rischio attentato, così come il consolato di Istanbul e la scuola tedesca. Anche il corrispondente di Der Spiegel ha lasciato il Paese dicendo che le pressioni politiche sui giornali erano diventate insostenibili. L’allarme è stato diffuso su Twitter fin dalle prime ore della mattina, ma solo in giornata è stato ripreso da organi ufficiali turchi.

Nell’arco della giornata la tensione si è fatta sempre più percepibile. Tanto che nel pomeriggio è cominciata a girare tra i giornalisti turchi la notizia (la fonte è sconosciuta) addirittura di un possibile orario degli attentati: tra le 18 e le 20. Sintomi di una psicosi ormai incontrollabile, legata soprattutto a quanto accaduto con l’attentato del 13 marzo, rivendicato proprio quattro giorni dopo dal Tak (I falconi per la liberazione del Kurdistan), organizzazione che si è staccata dal Partito comunista dei lavoratori Pkk per una visione della lotta per l’indipendenza che comprende la possibilità di commettere attentati. Già l’11 marzo infatti, l’ambasciata americana aveva diffuso una nota destinata solo ed esclusivamente ai cittadini americani in cui indicava di stare lontani da Bahçelievler, il distretto di Ankara dove poi una donna si è fatta esplodere, causando la morte di 37 persone.

Riguardo l’allarme del 17, i funzionari dell’ambasciata tedesca di Ankara hanno dichiarato al quotidiano Daily Hurriyet, progressista e contrario al governo dell’Akp di Erodgan, che la misura “è una precauzione di un giorno dovuta a un’indicazione non confermata di un possibile attacco”. In tutti i caselli autostradali all’ingresso di Istanbul si notano automobili della polizia che controllano diversi veicoli che entrano in città.

Intanto il presidente Recep Tayyip Erdogan ha deciso di allargare la definizione di terrorista durante una conferenza stampa il 14 marzo, il giorno dopo l’attento: “Non è solo chi tira il grilletto, sono anche le persone che lo rendono possibile a essere terroristi”, ha detto.

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Le conseguenze del negoziato

Tra il primo gennaio e il 9 marzo 2016 sono sbarcati in Grecia, partendo dalle coste della Turchia, oltre 137 mila richiedenti asilo. Quasi duemila al giorno. L’anno scorso il dato era dieci volte inferiore. Basta questo a far capire perché la Turchia ha gioco facile ad alzare la posta in palio per gestire il “problema” migranti. Ankara è il rubinetto che l’Europa spera di chiudere, ora che è stato unilaterlamente deciso che la rotta balcanica non esiste più. Anche se i migranti sono ancora lì.

La bozza di accordo però fa acqua da tutte le parti: non può funzionare. Mentre i migranti sono costretti a viaggi sempre più difficili e a condizioni sempre più disumane, ai confini della fortezza europea si ammassano sempre più persone. E l’onda naturalmente cercherà nuove rotte. Le ultime notizie che arrivano da Idomeni raccontano di profughi che iniziano a cercare alternative. Quale la più plausibile? L’Albania. E da lì l’Italia, come agli inizi degli anni Novanta.

“Non penso che l’Albania diventerà la principale porta d’accesso per i migranti”, spiega il 10 marzo al quotidiano online Euobserver l’ammiraglio Luigi Binelli Mantelli, capo di stato maggiore della Difesa da gennaio 2013 a febbraio 2015. “L’Albania possiede un sistema di controllo delle frontiere molto attento – prosegue l’intervista – e non soffre di immigrazione illegale”. Eppure a Tirana il clima è diverso: il primo ministro Edi Rama a inizio marzo ha detto chiaramente che “l’Albania non aprirà le frontiere ai migranti”. E infatti la polizia ha aumentato i controlli alle frontiere, secondo il sito Balkan Insight. Insomma lo schema si ripete: nonostante le avvisaglie di necessità umanitarie, i Paesi fanno finta che il flusso migratorio di chi fugge dalla guerra in Siria non li riguardi fino a che non si crea un’emergenza. E’ allora che si pretende che Bruxelles trovi soluzioni. A suon di banconote, come nel caso della Turchia, che ha chiesto 6 miliardi di euro per occuparsi dei migranti.

Tutto il sistema potrebbe essere gestito con più coerenza se ci fossero corridoi umanitari ed entrasse in vigore la politica delle quote nei diversi Paesi europei. Ma appunto la pressione migratoria ora è uno strumento politico per mettere Bruxelles alle strette, anche quando si sta fuori dall’Unione europea. Secondo il sito di affari europei Politico.eu è contro ogni logica prevedere, come si legge nella bozza di accordo tra l’Ue ed Ankara, che per ogni profugo trattenuto in Turchia ce ne sia un altro ricollocato nell’Ue a 28. Proprio perché finora questo secondo passaggio è stato impercettibile finora.

Se l’Albania ha tutto l’interesse che il braccio di ferro Ue- Turchia si risolva in qualche modo, c’è chi invece scommette contro l’accordo. Si tratta di Cipro. L’isola, dove da sempre ci sono tensioni tra il governo greco e la comunità turca, ha imposto un veto alla riapertura di cinque capitoli di negoziati per integrare la Turchia nell’Unione. E non ha intenzione di fare passi indietro in questo momento, nonostante da tempo le grandi potenze europee come Francia e Germania spingano perché questo avvenga.. Ma il superamento del niet cipriota è uno degli addentellati dell’accordo. Questa potrebbe essere la pietra tombale al dialogo che ci sarà a Bruxelles il 17 e 18 marzo tra Unione e Turchia.

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    Lorenzo Bagnoli
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Il fallimento dell’Europa

Ankara raddoppia la richiesta a Bruxelles per la gestione dei migranti. Fino ad oggi la Commissione Europea era pronta ad offrire tre miliardi di euro: uno preso dal budget dell’Ue, gli altri due dagli Stati membri. Oggi è il governo turco a stabilire il prezzo per fermare i migranti prima che varchino i confini europei: 6 miliardi di euro (entro il 2018). Troppo? Per l’Italia forse, visto che il premier Matteo Renzi aveva già discusso con il resto della Commissione perché non voleva approvare l’aiuto ad Ankara. Tutti d’accordo, invece, alle altre latitudini europee: dall’Austria al Belgio il coro è unanime. La prerogativa è esaurire la rotta balcanica. “Delocalizzare” fuori dall’Unione la gestione dei migranti è il primo passo per ottemperare a questa strategia. Data la tensione, però, è improbabile che si arrivi ad una soluzione entro sera.

La notizia del “ricatto” turco trapela dai corridoi della Commissione, dove la rappresentanza turca sta giocando su più tavoli con i diplomatici europei. Il dossier più caldo è certamente quello dei migranti, visti anche i numeri. Secondo l’Unhcr, il flusso di richiedenti attraverso i Balcani si sta riducendo con il giro di vite imposto dai Paesi alla fine della rotta. In Grecia dal primo marzo sono stati registrati 8.700 rifugiati, di cui solo 1.500 hanno raggiunto la Macedonia.

Ma questo non è l’unico file aperto per Ankara. Il presidente Ahmed Davutoglu ha detto di voler parlare anche di ingresso della Turchia in Europa. Di nuovo, la gestione dei migranti potrebbe essere il passpartout per Ankara, capace anche di far digerire ai vertici europei la mano pesante che Erdogan utilizza nella gestione del dissenso e della minoranza curda. Non solo: Ankara ha fatto sapere anche di volere una presenza più massiccia della Nato al confine con la Turchia.

Sembra che le lancette siano tornate indietro di quattro mesi, quando l’Europa trattava con i Paesi africani di partenza, al summit sull’immigrazione di La Valletta. Solo che in quel caso le trattative erano unilaterali: 1,8 miliardi di euro per i Paesi che si sarebbero impegnati nella gestione del problema, erogati attraverso l’Africa Trust Fund. Peccato che già all’epoca si fosse capito che l’obiettoivo grosso per l’Europa fosse Ankara: già all’epoca infatti si è cominciato a parlare dei soldi alla Turchia. Ma allora perché aspettare che la situazione tornasse una drammatica emergenza per rimettersi a discutere? Perché i migranti sono solo una moneta di scambio per ottenere altro. Nessuno si pone il problema di risolvere il conflitto in Siria, principale causa dell’esodo verso la Grecia. Lo testimonia come stanno andando i negoziati di pace.

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    Lorenzo Bagnoli
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Il primo giorno da uomini liberi

A diffondere le immagini è stato il Consiglio Municipale di Sabratha. Gino Pollicadro e Filippo Calcagno sono sorridenti, con il viso e la barba curati. Nulla a che vedere con le due figure sconvolte apparse in video poche ore dopo il rilascio. Ricevono una targa commemorativa da quello che probabilmente è il sindaco della città libica.

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Nella giornata di ieri, domenica 6 marzo, atterranno a Fiumicino dove ad accoglierli trovano il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni. Il loro primo dovere da uomini liberi è sedersi di fronte al pm Sergio Colaiocco, titolare dell’inchiesta, per una deposizione di sette ore. Dalle parole dei due sopravvissuti emerge una prima verità: il gruppo di carcerieri non era collegato all’Isis, non ha mai compiuto esecuzioni. I tecnici della Bonatti erano denaro sonante per loro, non infedeli da combattere.

Pollicadro e Calcagno sono sempre stati con i due colleghi Salvatore Failla e Fausto Piano. Costretti a restare al buio, in due abitazioni diverse di Sabratha. Incappucciati, faticavano a mantenere la cognizione del tempo. Sono stati picchiati più volte dai loro carcerieri e lasciati senza cibo. Il 2 marzo Pollicadro e Calcagno devono salutare i due colleghi Failla e Piano: il commando di criminali ha deciso un terzo trasferimento e divide “il bottino” forse per motivi di sicurezza. Failla e Piano sono meno fortunati dei due compagni di disavventura. Una volta capito di essere stati lasciati soli il 4 marzo, dopo non aver mangiato per 24 ore, Pollicadro e Calcagno hanno sfondato la porta della loro casa-prigione e sono usciti, per poi essere consegnati dalla popolazione locale alle milizie governative che controllano la città.

Il primo biglietto pubblicato dai due ex ostaggi con la data 5 marzo invece che 4 si spiega con il fatto che i due si erano dimenticati che il 2016 è un anno bisestile. Nulla di più. Nei sette mesi e mezzo di agonia, cominciati il 20 luglio, al rientro da una vacanza in Tunisia, capire lo scorrere del tempo era difficile, costretti com’erano a restare perennemente al buio. L’incubo comincia dopo il primo check point superato il confine libico: degli uomini armati affiancano la macchina aziendale dell’Eni che stava portando i quattro tecnici a Mellitah. Solo che in quel momento vigeva un totale divieto degli spostamenti via terra a causa dell’altissimo rischio rapimenti.

“Dovremmo capire le responsabilità, perché i quattro uomini poi rapiti sono entrati in Libia quando c’era un esplicito divieto di entrarci da parte nostra”, ha spiegato il premier Matteo Renzi ospite a su Canale 5 da Barbara d’Urso. Il primo ministro, con l’occasione, ha anche chiarito la posizione italiana in merito ad un intervento in Libia: “Oggi non è all’ordine del giorno una missione in Libia, non c’è l’ipotesi di mandare 5mila uomini” sul terreno. E chiude, ancora più esplicito: “Con cinquemila uomini a fare l’invasione della Libia l’Italia con me presidente non ci va”.

L’intervento italiano è ipotizzabile solo sotto l’egida delle Nazioni Unite, dopo aver ottenuto un’esplicita richiesta del governo libico. Scenario, quest’ultimo, che in questo momento appare molto improbabile. Le parole di Renzi si discostano da quanto aveva detto il ministro della Difesa Roberta Pinotti a fine gennaio, quando aveva delineato lo scenario di un intervento internazionale anche senza il consenso del governo libico. Renzi smentisce così anche quanto affermato dall’ambasciatore americano a Roma John Phillips. Il non-interventismo di Renzi tuttavia ha permesso l’invio di agenti di servizi segreti e truppe speciali per monitorare la situazione.

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    Lorenzo Bagnoli
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La sporca alleanza tra clan nigeriani e scafisti

Organizzazioni criminali appartenenti alla mafia nigeriana in affari con gli scafisti che operano in Libia. È l’ultima sporca alleanza sulla pelle dei migranti scoperta nel corso di diverse indagini, in particolare della Procura di Agrigento, che rileva “collegamenti non occasionali tra immigrazione clandestina e sfruttamento sessuale”. Il prodotto è una multinazionale del crimine che ha portato in Italia sempre più schiave del sesso. E che, una volta sbarcate, si inseriscono nei percorsi di accoglienza destinati a richiedenti asilo.

Tra le tante vittime di questo gruppo criminale c’è Ashahed, 17 anni, di Benin city. La sua storia è raccontata sull’ultimo numero di Scarp de’ tenis, il mensile di strada della Caritas. Il giornale ricostruisce il viaggio e le violenze subite dalla giovane, che dalla sua città d’origine è partita per Zuwara, da lì in Sicilia, per finire poi a Torino. Si è presentata a nel capoluogo piemontese al centro di una congregazione di religiose che accoglie i richiedenti asilo incinta e accompagnata da un uomo. Quest’ultimo, però, non è in realtà il suo compagno, nonostante si sia spacciato per suo marito. In gergo, il suo ruolo viene definito “trolley”: si tratta di una persona di fiducia incaricata dai clan per condurre la vittima di tratta fino a destinazione.

La storia di Ashahed dimostra come i gruppi criminali sfruttino il sistema di accoglienza. “È dall’emergenza Nord Africa, già nel 2011, che abbiamo segnalato il problema. Ora il fenomeno è esploso in tutta la sua drammaticità – racconta Palma Felina, dell’area tratta e prostituzione di Caritas Ambrosiana a Scarp de’ tenis -. Le schiave del sesso arrivano sui barconi e quando giungono in Italia hanno già imparato a memoria la storia da raccontare alle autorità per chiedere asilo. Una storia fotocopia uguale a quella delle altre, preparata da chi le traffica”.

Arrivano in Europa con l’illusione di potersi ricostruire una vita, come rifugiate politiche. “Un parente ad Amsterdam avrebbe pagato il viaggio per farmi lavorare come vcameriera in un bar”, racconta Ashahed al mensile della Caritas. E invece, lei come migliaia di compagne di sventura, sono finite a prostituirsi in strada. Poi ha deciso di raccontare la verità a chi la ospitava. E ha intravisto uno spiraglio per uscire dalla sutuazione in cui si trovava.

La storia di Ashahed, alla fine, potrebbe chiudersi con un lieto fine. La ragazza oggi vive in un appartamento protetto in provincia di Brescia. Insieme a lei, la piccola Hope. L’uomo che l’ha sfruttata e accompagnata durante il viaggio è ancora ricercato dalla polizia italiana.

“Secondo l’ultimo rapporto dell’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim) nel 2014 sono sbarcate in Italia 1.454 donne nigeriane, il triplo di quelle giunte nel 2013. Alla fine del 2015 il loro numero è salito ulteriormente fino a sfiorare le 5mila migranti. Secondo l’Oim il 70 per cento di queste donne è destinata allo sfruttamento sessuale”, ricorda Scarp. Il dato nazionale si ripercuote anche su Milano. Tra le 2.252 persone contattate nel 2015 dall’Unità di strada di cui Caritas ambrosiana fa parte, gli operatori hanno riscontrato un ricambio per le nigeriane del 54 per cento. Le nuove persone contattate sono circa la metà del totale: un dato molto alto. Anche tra le donne albanesi e romene il ricambio si aggira intorno al 50 per cento. Tutti segnali che confermano quanto la tratta delle schiave del sesso sia un mercato miliardario, in continua crescita.

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    Lorenzo Bagnoli
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Senegal, se l’islam diventa radicale

Sul crinale tra la paura di poter finire nel caos regionale e la certezza di avere una storia unica in tutta l’Africa occidentale. Il Senegal, uno dei Paesi più stabili e pacifici del continente, è sotto tiro del terrorismo islamico dell’Africa occidentale, soprattutto sia di matrice qaedista, che da cellule legate allo Stato islamico. Almeno stando a dichiarazioni ad inizio 2016 di fonti di intelligence di Stati Uniti e Francia, le due potenze occidentali più influenti a Dakar. Esclusi ricercatori finanziati da centri studio e fondazioni internazionali, nel Paese nessuno crede davvero che una delle culle dell’islam sufi, la visione più filosofica e distaccata dalla politica della religione, possa mai trasformarsi in un covo di jihadisti.

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Segnali inquietanti, però, sono innegabili: a metà febbraio quattro senegalesi sono stati arrestati in Mauritania con l’accusa di terrorismo. Pare fossero in partenza verso la Nigeria. Inquietante, però, è anche il fatto che a novembre un imam sia finito in carcere per “apologia del terrismo” e che in cella gli sia stato negato il diritto a leggere il Corano e non si sappia nemmeno quando andrà a processo, come ricorda l’ultimo rapporto di Amnesty International. In tutto si stima che da ottobre siano finite in carcere per sospetti legami terroristici una quindicina di persone.

Confini porosi, vicini infettatati dal virus del terrorismo (leggi Burkina Faso e Mali), marabout (le guide spirituali locali, ndr) che rischiano di perdere il loro predominio culturale. Queste le cause di fondo della permeabilità del Senegal al rischio terrorismo. Come sempre, però, il suo contrasto diventa giustificazione per intensificare la sorveglianza e, per le potenze straniere, per poter continuare a stare sul Paese con le forze d’intelligence.

Una scuola islamica senegalese
Una scuola islamica senegalese

Dakar è una città che cresce a vista d’occhio, che richiama investitori da ogni parte del mondo. Può il presidente di un Paese del genere lasciarsi andare a esternazioni sul pericolo terrorismo con il rischio di spingere i flussi di denaro fuori da Dakar? Se ne parla, il pericolo deve essere reale, ragiona Bakary Samba, fondatore del Timbuktu Institute, think thank di Dakar che studia il radicalismo islamico. E Macky Sall più volte ha fatto riferimento a minacce jihadiste in Senegal.

Se il dato a livello regionale non ha precedenti, la presenza di movimenti che promuovono un islam politico invece ce ne sono diversi, ricorda Bamba. “Sono finanziati dai Paesi del Golfo e dicono ai sufi, il 95 per cento dei musulmani del Paese, che credono nell’islam sbagliato”, spiega il ricercatore. Nessuno di questi gruppi si comporta come una loggia segreta, anzi. Hanno tutti siti online nei quali diffondono quali sono le loro principali attività. Il primo gruppo orbita attorno alla Fratellanza musulmana e alla sua visione di islam salafita. A questa galassia fanno riferimento Ibadou Rahmane, movimento nato intorno agli anni Ottanta. Qui è soprattutto il Qatar mettere mano al portafoglio perché il movimento continui a esistere. I sauditi sostengono invece due movimenti wahabiti: Al Falah e Istikhama, che si riconoscono nei principi di da’wa (proselitismo) e ighatha (aiuto umanitario). Due concetti che per il ricercatore sono un’arma di propaganda per accogliere nuovi adepti.

Oustaz Ousmane Guéladio Ka Ami, imam di Al Falah
Oustaz Ousmane Guéladio Ka Ami, imam di Al Falah

Le cause del successo dei movimenti dell’islam radicale in Senegal sono tre secondo il ricercatore dell’Università di Pechino Mohamadou Kane. Anche in Cina, tra i principali parten commerciali del Paese africano, si finanziano borse di studio di ricerca sull’argomento, ovviemente. “Prima causa è l’accesso libero alla propaganda jihadista su internet “, ragiona il ricercatore. “Seconda: la presenza di giovani seguaci di Ibadou Rahman in moschee salafite che si trovano quasi in ogni regione del Senegal. Terza: la povertà e l’esclusione sociale”. La situazione a livello regionale ha spinto i diversi Paesi a una maggiore collaborazione sul piano della sicurezza, continua il ricercatore. Testimonianza ne è l’arresto del terrorista mauritano Saleck Ould Cheikh in Guinea Conakry, con la complicità degli altri Paesi della regione. “Ma questi sforzi da soli non sono sufficienti”, continua il ricercatore. “Lo Stato senegalese deve coinvolgere la popolazione per la raccolta di informazioni su ciò che succede”. Il pericolo è che l’allerta diventi paranoia.

Le condizioni di marginalità in cui continuano a vivere migliaia di giovani senegalesi, spingono i più temerari tra loro a bruciare le frontiere, diretti in Libia o addirittura in Siria. Se tornassero in Senegal, potrebbero esserci un’escalation, dicono i ricercatori. “Non penso che il Senegal possa mai essere a rischio terrorismo”, commenta l’imam Ismail Ndiaye, una delle giovani voci più influenti nel Paese. A suo parere, c’è una cospirazioni per accusare l’islam di essere la causa di problemi venuti dalla colonizzazione e dallo sfruttamento dell’Africa.”Non è l’Islam la causa del terrorismo, ma il fallimento dei nostri politici”, commenta.

E la fede è solo un’etichetta che unisce gli alleati a combattere un nemico comune: “Parlerei di islamizzazione del radicalismo e non di radicalizzazione dell’Islam”, prosegue la guida religiosa. Una distinzione che si fonda sul ruolo che ha l’Islam per chi sposa la causa terroristica: è la distorta fonte ideologica, la strada per cercare il riscatto personale. “Perché l’Islam dà risposte”, dice Ndiaye. In tutte le famiglie si sente di qualche figlio che si è sempre sentito diverso, meno amato degli altri e che ha lasciato il Paese per diventare un “barbuto”, come sono definiti i radicali.

Una  dottoressa che vive da tempo a Dakar, ricostruisce gli anni immediatamente successivi agli attentati dell’11 settembre 2001. Si trovava nel Sud del Paese, in una delle regioni più difficili del Senegal, per conto di una missione della cooperazione internazionale. Doveva finanziare le nuove associazioni dell’area: “Ricordo un gruppo di liceali che si presentò con un’associazione dal nome ‘Cellula islamica di al Qaeda‘. Poi i loro scopi erano la giustizia sociale, la lotta per il riscatto dei giovani. Ma erano arrabbiati, arrabbiati soprattutto contro gli europei e gli americani. Così trovavano nella violenza dell’organizzazione terroristica che era riuscita a colpire gli americani a casa loro una causa in cui credere, un simbolo”. Ironia della sorte: la via dove si trovava era soprannominata dai giovani liceali Avenue Bin Laden, in onore del fondatore di Al Qaeda.

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    Lorenzo Bagnoli
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Un processo per il futuro della terra

Sono passati cinque anni da quando l’ex presidente del Senegal Abdoulaye Wade annunciò che in ognuna delle 321 comunità rurali del Paese c’erano mille ettari di terreno disponibili per investitori stranieri interessati a fare business in agricoltura: dalla produzione di biocarburanti fino alla coltivazione di prodotti agricoli destinati al mercato interno. Una dichiarazione che lanciò una corsa alla terra che mise in mani straniere oltre il 50 per cento della terra senegalese, ceduta attraverso licenze della durata anche di 99 anni.

Land grabbing, accaparramento di terra, lo hanno definito gli attivisti delle ong in Senegal e all’estero.

Ad oggi, di tutto questo, non restano che i cocci: qualche decina di migliaia di ettari in tutto, secondo le stime. Una vittoria per i movimenti della società civile che si sono opposti alle maxi acquisizioni di terra? Forse. O più probabilmente la naturale evoluzione di una bolla speculativa esplosa per incapacità imprenditoriale di chi si è avventurato nell’Africa profonda per cercare di trarre profitto dagli ecoincentivi promessi dall’Europa per l’energia pulita. La fine della speculazione lascia comunque intatti i problemi di sviluppo agricolo in questa zona del mondo. Il bilancio è chiaro: il biocarbirante africano non aiuta, né i locali né l’Europa, mentre sul piano agricolo ancora non si sono visti risultati e il giudizio è sospeso.

C’è solo un grande investimento terriero che oggi resta in Senegal: 20 mila ettari nella regione dello Ndiael ceduti da Wade con un decreto presidenziale all’azienda italo-senegalese Senhuile Senethanol. La maggioranza delle quote societarie del gruppo è in mano alla faentina Tampieri, mentre la minoranza appartiene a Senethanol, società a capitale misto con sede a Dakar: ormai però nemmeno le quote delle due sono chiare.

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La storia dell’investimento si è trasformata infatti in una saga politico-giudiziaria che, comunque si chiuderà, segnerà il futuro del Paese nel settore dell’agribusiness. Il 3 marzo, salvo sorprese, al Tribunale di Dakar si attende la sentenza definitiva del primo di una serie di processi che vedono i dirigenti passati e presenti sotto accusa. Uno di questi vede Tampieri alla sbarra con l’accusa di riciclaggio di denaro sporco e, appunto, aumento fittizio di capitale.

Ma il primo procedimento che andrà a sentenza dovrà chiarire se il vecchio direttore generale dell’azienda, l’agricoltore israelo-brasiliano Benjamin Dummai, grande accusatore dei Tampieri, ha rubato denaro dell’azienda oppure no. Dummai, licenziato in tronco dai Tampieri, è stato in carcere preventivo per cinque mesi, salvo poi essere scarcerato perché non esistevano più i presupposti per tenerlo in cella. Era l’aprile del 2014. Da allora pare che l’indagine non abbia raggiunto grandi risultati.

Accuse e contro accuse di quelli che una volta erano membri dello stesso consiglio d’amministrazione, si inseriscono in un quadro politico senegalese dove la terra è uno degli argomenti principali. Macky Sall, l’attuale presidente, ha vinto anche grazie alla sua retorica anti-accaparramento di terra. L’investimento nello Ndiael, sulla carta, avrebbe invece dovuto partecipare al piano per sfamare le zone semi-desertiche del Senegal.

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Per ottenere il favore dal Palazzo presidenziale, però, servono le entrature giuste. Dal 2012 al 2015 il nome da spendere era Gora Seck: imprenditore a tutto campo, dai locali della Dakar by night fino all’agricoltura e alla sicurezza, Gora possiede quote sia in Senhuile, sia in Senethanol. Da primo partner di Dummai, Gora Seck ha sposato la causa di Tampieri, schierandosi con i vertici italiani quando l’ex dg è stato messo in carcere.

Gora Seck era il garante politico per l’investimento di Senhuile e per questo averlo dalla propria parte per i Tampieri significava poter restare sul terreno. Gora vantava legami con uno dei gran ciambellani di corte di Macky: Harouna Dia, businessman della regione di Matam (Senegal centrale) divenuto ricco in Burkina Faso. Quest’amicizia ora però serve a poco: Harouna Dia è stato cacciato dal Palazzo presidenziale, dove aveva un ufficio accanto a quello del presidente pur senza avere incarichi di governo, ed è tornato a Ouagadougou. Il presidente Macky non gli crede più e ha cambiato “suggeritore” in materia di investimenti, visti i risultati ottenuti dall’entourage di Harouna. Politicamente bruciato, Gora Seck rischia di dover pagare il conto con la giustizia: tra le varie accuse nei suoi confronti, c’è l’aver orientato tutti i subappalti di Senhuile-Senethanol, ad aziende proprie o di amici. Nel caso in cui il fascicolo giudiziario nei suoi confronti dovesse andare avanti, sarebbe il primo “intermediario” a finire alla sbarra.

Al netto della guerra giudiziaria, resta un enorme punto di domanda sull’investimento agricolo. L’infrastrutturazione idrica dei campi è a buon punto. Il grosso dei costi sono già stati sostenuti. Sarà possibile abbandonare del tutto l’area, a questo punto? E questo sarà veramente un vantaggio per la popolazione? I dubbi restano, visto che la domanda di cibo nella zona è reale. La ong locale Enda Pro Nat ha cominciato a trattare con il governatore della regione per costringere il governo a ridurre la concessione. Ma affinché questo accada, ci dovrà essere un corrispettivo economico adeguato per chi tra i duellanti uscirà vincitore dalla battaglia in Tribunale. E a quel punto il governo sarà disposto a pagare?

Per le risposte si dovrà attendere ancora qualche mese.

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Giulio Regeni preso da agenti della sicurezza egiziana

Forze dell’ordine egiziane in cerca di giovani sostenitori della rivoluzione del 25 gennaio. Una reazione brusca all’intervento della polizia. Una perquisizione sommaria dal quale sono emersi i contatti con ambienti vicini a sindacati, Fratellanza musulmana e Movimento 6 Aprile. Sono i tre momenti fondamentali che spiegano la sparizione e la tortura di Giulio Regeni, il ricercatore 28 enne friulano ritrovato cadavere il 3 febbraio al ciglio dell’autostrada Il Cairo-Alessandria.

Lo rivela il New York Times, che ha parlato con tre testimoni oculari che non hanno voluto dare i loro nomi. Si tratta di tre ufficiali delle forze di sicurezza, che confermano uno dei sospetti: Giulio Regeni è finito nelle mani della polizia. Al contrario, l’8 febbraio, ministro egiziano degli Interni, Magdy Abdel Ghaffar, aveva seccamente scartato l’ipotesi che ci fosse un coinvolgimento di agenti egiziani. “Diversi testimoni – scrive il New York Times – dicono che intorno alle 7 di sera due agenti in borghese davano la caccia ad alcuni giovani nelle strade”. Ad un certo punto fermano anche Giulio Regeni. Una delle fonti dichiara al giornale statunitense: “Era stato molto scortese ed aveva agito come un duro”. Così, da semplice controllo, la polizia procede ad un fermo.

Prima però, le perquisizioni: gli agenti aprono lo zaino che aveva indosso il ricercatore. Ricostruiscono così i contatti con la Fratellanza musulmana (all’opposizione con Al Sisi), contatti con sindacalisti e con esponenti del Movimento 6 Aprile, che guidò la deposizione di Mubarak. La sua rete di amicizie lo rende una sospetta spia. “Dopo tutto – racconta uno degli agenti al New York Timeschi viene in Egitto per studiare i sindacati?”. Come se questo bastasse a renderlo uno dell’intelligence.

Le domande ancora in sospeso sono moltissime. Gli agenti nel quartiere dove abitava il ricercatore friulano stavano cercando proprio lui? Testimoni hanno raccontato ai giornalisti del Nyt che “uno dei due era già stato visto nel quartiere in diverse precedenti occasioni, e aveva fatto domande ad alcune persone su Regeni“.

C’è poi un altro frangente che fa sospettare. Durante il percorso da casa alla metropolitana, dove il ricercatore era diretto, il 28 enne avrebbe dovuto passare sotto l’obiettivo di diverse telecamere di sorveglianza. Sono tanti i negozi che ne hanno a disposizione, nella zona. Eppure, afferma il Nyt, nessuno dei propriatari dice di aver consegnato il nastro della registrazione della telecamera alla polizia. E ormai è tardi: alla fine del mese tutta la registrazione viene cancellata nuovamente. Secondo il quotidiano egiziano al Masry al Youm, inoltre, la procura di Giza non renderà noti i risultati dell’autopsia.

Al funerale di Regeni, il 12 febbraio, in seimila persone si sono recate a Fiumicello, in provincia di Udine. Tra questi, anche il pm che conduce le indagini per l’Italia, Sergio Colaiocco. Il magistrato ha chiesto di sentire la sorella di Regeni e un’amica in quanto persone informate sui fatti e ha già ricevuto dalla famiglia altro materiale che Giulio aveva inviato dall’Egitto.

Da fronte egiziano, però, resiste il muro di gomma alle accuse dirette alle forze di polizia. Il ministro degli Esteri egiziano Sameh Shoukry ha dichiarato che nei colloqui del Cairo con il governo italiano “non viene sollevata una simile illazione o accusa” circa un coinvolgimento di forze di sicurezza egiziane nella tortura a morte del giovane ricercatore friulano Giulio Regeni. “Se facessi illazioni che quell’attività criminale è in qualche modo connessa al governo italiano, sarebbe molto difficile condurre relazioni internazionali”, ha avvertito il ministro. La ong Commissione egiziana per i diritti umani ha dichiarato ai microfoni di Sky News che sono almeno 66 gli attivisti desaparecidos dall’inizio del 2016.

 

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Regeni è stato ucciso nel centro del Cairo

Giulio Regeni sarebbe stato ucciso in un appartamento al centro del Cairo. Sono le ultime notizie diffuse dal quotidiano egiziano Al Masry Al Youm Regeni era atteso per una cena di compleanno di un amico in un ristorante delle città. Doveva impiegarci 25 minuti a raggiungere il luogo dell’incontro dalla sua casa nel quartiere El Dokki. Invece non è mai arrivato.

Immediate le richieste d’aiuto degli amici, che per prima hanno avvisato l’Ambasciata italiana al Cairo. “Non hanno fornito altri dettagli. È tutto molto vago”, riporta a Radio Popolare una giornalista del quotidiano. “Non ho idea di come verrà condotta questa indagine, ma ci sarà e sarà oggettiva”, dice la reporter.

Quest’ultimo particolare emerso dall’indagine egiziana apre altri interrogativi. Infatti resta valida la ricostruzione delle torture subite da Regeni dopo il 25 gennaio, data della sua scomparsa. Dall’Egitto anche l’opinione pubblica esclude la pista di ambienti vicini al regime: “Non è ancora emerso nessun dettaglio sugli uccisori”, dicono.

Le indagini procedono con un team congiunto di investigatori, sette dei quali italiani. Il computer di Regeni si trova ora nelle mani degli inquirenti italiani. Mentre le istituzioni italiane chiedono verità e giustizia, in Egitto la polizia sta interrogando una serie di persone sospette nonché uomini con precedenti per sequestro di persona, secondo il quotidiano Egypt Daily News.

Secondo le ultime notizia riportate da Al Masry Al Youm, riportate anche da Il Fatto quotidiano, il telefono di Regeni era già intercettato. Secondo la procura di Giza, inoltre, il suo cellulare sarebbe sparito. Le informative egiziane richieste dai procuratori italiani confermano l’assenza di particolari che possano far pensare ad una rapina, eppure, come ha ribadito anche l’ambasciatore egiziano in Italia Amr Helmy in un’intervista a Radio Anch’io, Regeni “non è mai stato sotto la custodia della nostra polizia, e noi non siamo cosi “naif” da uccidere un giovane italiano e gettare il suo corpo il giorno della visita del Ministro Guidi al Cairo”.

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Primarie, ha vinto Beppe Sala

Milano ha il suo candidato sindaco per il centrosinistra. È Mister Expo, Giuseppe Sala, vincitore delle primarie milanesi con il 42 per cento delle preferenze. Seguono Francesca Balzani (con il 33 per cento), Pierfrancesco Majorino (23,1 per cento) e Antonio Iannetta (0,7 per cento). Tra sabato 6 e domenica 7 febbraio hanno votato 60.900 cittadini. Per le primarie lombarde (2012) i votanti sono stati 42 mila.

Tutto secondo copione: l’uomo del partito è stato davanti in quasi tutti in seggi (via Padova è una delle eccezioni: Balzani e Majorino prima di Sala). La battaglia è stata serrata: Beppe Sala dall’inizio diceva di non darlo vincitore prima della partita. E dal palco dà una data per il voto (da confermare): il 12 giugno. Quello il traguardo delle “secondarie”, le elezioni da vincere con il centrodestra, che potrebbe candidare Stefano Parisi, manager, ex direttore generale del Comune di Milano. Un curriculum sovrapponibile a quello di Beppe Sala.

“Le primarie più belle d’Italia”, le ha definite dal palco Pietro Bussolati, il segretario milanese del Pd. Che spegne così le polemiche sul “voto cinese”: “Mi dispiace non averli fatti partecipare abbastanza, non averli incoraggiati ancora di più. Milano è anche questo, mi spiace Salvini, Milano è anche questo”. Fin dai discorsi sul palco, si ammette che sono mancati i giovani in queste primarie, per quanto il voto sia stato consistente, anche se inferiore rispetto al 2010.

Giuseppe Sala è stato nascosto tutto il giorno. Non si è concesso ai microfoni, nemmeno dal suo quartier generale. Parla solo dal palco, con il suo discorso d’investitura, sulle note di Hero, di David Bowie: “Stasera vince prima di tutto Milano”, dice. Il programma è tutto da costruire, ammette, ma l’obiettivo è uno: “Mi impegno con voi ad una cosa molto semplice e cioè non deludere tutto questo entusiasmo e tutta questa passione”. L’obiettivo è arrivare al 12 giugno con “per ogni quartiere una promessa vera forte e credibile per il quinquennio”.

Gli sconfitti ostentano soddisfazione. Come il terzo arrivato, Pierfrancesco Majorino: “Sono molto soddisfatto del risultato e molto contento della giornata, adesso il centrosinistra deve andare avanti compatto”. “Ci siamo stretti la mano con Balzani, la stima reciproca non è mai mancata, ma avevamo proposte politiche diverse e va bene così”. Anche Francesca Balzani suona lo stesso spartito: “È stato un risultato straordinario, ringrazio chi mi ha sostenuto, ora dobbiamo essere uniti”. Una stoccata per il rivale Majorino, però, c’è: “La mia distanza da Sala si è dimostrata molto minore di quella di Majorino, questo dicono i numeri”.

All’Elfo Puccini, tempio delle primarie fin dal 2010, affiorano le polemiche dal palco. “Mi sono candidato a luglio, non so se ve l’ho detto”, sottolinea Majorino. “Ringrazio chi mi è stato vicino. I risultati ci dicono che il centrosinistra ha molta voglia di vederci unito”, dice Balzani: un messaggio che sa un po’ di rimpianto.

La spaccatura tra Balzani e Majorino è lo spettro che si aggira per la platea: il 58 per cento che non ha votato Sala accusa la frattura tra i due per la vittoria dell’ex ad di Expo. “Tafazzismo”, lo hanno definito alcuni ascoltatori via sms. “Cinque anni fa ero in questo teatro per il battesimo di un’esperienza di sinistra. Oggi c’è il funerale”, dice Alessandro Robecchi, incarnando il malumore dei delusi. Giuliano Pisapia dal palco abbraccia Sala e lancia la volata a giugno. Ma nella lunga diretta di Radio Popolare ammette: “Forse la candidatura di Balzani è partita un po’ in ritardo”.

Il risultato delle primarie è di certo quello con maggiori conseguenze. Sinistra Ecologia e Libertà, in coalizione, annuncia che il suo ruolo nella coalizione “va pensato”. Lo “stare insieme” tanto enfatizzato nei discorsi ufficiali, così, suonano pura circostanza.

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    Lorenzo Bagnoli
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Dopo la morte di Giulio Regeni

I funerali di Giulio Regeni si terranno probabilmente martedì 9 febbraio. La salma del ricercatore 28enne ucciso in Egitto è entrata il 5 in Italia. La famiglia si stringe in un silenzio doloroso che merita solo rispetto e comprensione.

Ci sarà mai una verità per Giulio? L’Egitto svolgerà un’indagine vera? A queste domande che riempiono la mente di investigatori e familiari se ne aggiungono altre ancora in sospeso. Per esempio riguardo il lavoro che stava svolgendo Giulio al Cairo, dove svolgeva sul campo un dottorato per la Cambridge University. La sua ricerca si concentrava su sindacati e movimenti operai, tra i protagonisti principali della rivoluzione di piazza Tahrir del 2011.

Giulio Regeni aveva cominciato una collaborazione con il manifesto. Le email della redazione lo confermano. La famiglia aveva chiesto tramite diffida che il giornale non pubblicasse il suo articolo, inviato non si sa quando alla redazione. Il quotidiano comunista il giorno dopo la morte del ricercatore ha invece inserito il pezzo nel giornale. “Non abbiamo contraddetto le richieste della famiglia”, ha detto ospite di L’Aria che tira, il programma di La7 di Myrta Merlino il giornalista Tommaso di Francesco.

La diffida, secondo i giornalisti, era volta a proteggere il ragazzo: nel momento in cui è stata scritta, evidentemente, ancora non era certo che il cadavere ritrovato sul ciglio dell’autostrada Il Cairo-Alessandria fosse proprio quello di Regeni. Quando la richiesta è arrivata in redazione, però, era già stata battuta la notizia che la famiglia aveva riconosciuto il cadavere, spiega Di Francesco. Il mancato rispetto della volontà della famiglia “è solo un equivoco che vogliamo chiarire il prima possibile”, prosegue Di Francesco.

La richiesta della famiglia, però, è stata disattesa e avrà conseguenze legali, per quanto è stato possibile ricostruire. I giornalisti de il manifesto non vogliono più tornare sulla vicenda: nessun commento. La famiglia ha fatto sapere di essere solo interessata alla verità sulla morte del figlio. Il resto delle polemiche non ha alcuna rilevanza in un momento così drammatico. Resta però un’accusa, rivolta via mail (citata da diversi giornali) da un amico della famiglia, Fabio Luongo, per mandato della famiglia: “Giulio non collaborava con Il Manifesto, avrebbe tanto voluto ma non lo hanno considerato…”. Ma non c’è nulla più di questo.

“Giulio non era un giornalista, era un grande ricercatore”, dice Di Francesco a La7. Aveva all’attivo alcuni pezzi con il manifesto. Anche con l’agenzia di stampa Nena News (specializzata in Medio e Vicino Oriente), altro media per cui Regeni ha scritto, dice che la collaborazione era agli inizi: “La redazione di Nena News precisa di aver avuto un solo contatto diretto con il giovane, tramite mail. Giulio ha proposto un articolo sul sindacalismo egiziano, eventi che accadono spesso alla nostra redazione che riceve proposte volontarie di articoli da parte di professori e ricercatori che vivono e lavorano in Medio Oriente – si legge in un comunicato apparso sul sito dell’agenzia -. Abbiamo accettato la sua proposta e pubblicato il suo articolo il 14 gennaio 2016. Né prima né dopo abbiamo avuto altri contatti con Giulio. Si trattava del primo articolo da lui proposto, non dietro nostra sollecitazione, ma spontaneamente e in modo volontario. Non conosciamo le fonti di Giulio in Egitto, né i contatti da lui stretti in questi mesi”.

Le ricostruzioni a caldo fatto ai nostri microfoni da Giuseppe Acconcia, giornalista de il manifesto che sta al Cairo sono state messe in discussione da ricercatori e mediorientalisti che lavorano al Cairo. Nessuna accusa precisa, né tanto meno nessuno che in questo momento si senta di poter dichiarare qualcosa ai giornali, sia per motivi di sicurezza, sia perché non ci sono altre versioni credibili.

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    Lorenzo Bagnoli
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Le armi europee uccidono in Yemen

Stop alla vendita di armi all’Arabia Saudita. Lo chiedono le associazioni aderenti all’Enaat, European Network Against Arms Trade, costellazione di realtà pacifiste di cui Rete disarmo è la rappresentante italiana. Non ci sono solo i carichi di armamenti in partenza dall’aeroporto di Elmas, a Cagliari. “Anche Gran Bretagna, Francia, Spagna, Belgio e Germania vendono ordigni a Riad”, spiega il coordinatore di Rete disarmo, Francesco Vignarca.

L’appello delle associazioni per il disarmo è stato lanciato in contemporanea al Consiglio degli Affari Esteri di Amsterdam (tenutosi il 5 e 6 febbraio). Le associazioni chiedono:

“Agli Stati Membri dell’UE di sospendere immediatamente tutti i trasferimenti di armi e qualsiasi supporto militare all’Arabia Saudita e ai suoi alleati nel conflitto in Yemen

Alla Vice-Presidente della Commissione UE ed Alto Rappresentante per la Politica Estera Federica Mogherini di promuovere nell’ambito del Consiglio degli Affari Esteri l’istituzione di un embargo su armi ed addestramento militare nei confronti dell’Arabia Saudita

Agli Stati Membri dell’UE di approntare ed applicare misure che configurino una più stringente interpretazione della Posizione Comune UE sui trasferimenti di armi, irrobustendo i controlli nazionali dei Parlamenti riguardo all’implementazione di tale Posizione Comune”

L’Arabia Saudita non può ricevere armamenti europei, stando a quanto stabilito dalla Posizione comune europea sul Trattato Internazionale sugli Armamenti (ATT). Gli Stati membri dell’Ue, infatti, negano licenze e trasferimenti di armamenti in caso di “rischio chiaro” che tale equipaggiamento “possa” essere usato per violazioni della legislazione internazionale sui diritti umani, si legge nella Posizione. E l’Arabia Saudita sta bombardando lo Yemen, al di fuori di accordi internazionali: Riad, come dichiarato dall’Onu l’1 febbraio, si sta macchiando di crimini di guerra. Che le armi italiane siano state utilizzate durante i raid, ormai è una certezza.

Le transazioni verso i sauditi, invece che azzerarsi, sono sempre più numerose. “Secondo i dati dell’Istituto svedese SIPRI il 59 per cento delle importazioni di armamento saudite provengono dall’Europa, se ci limitiamo a gli anni tra il 2009 e il 2014. Tra il 2009 e 2013 i Paesi europei hanno autorizzato trasferimenti di equipaggiamento militare e di tecnologie belliche all’Arabia Saudita per oltre 19 miliardi di euro”, si legge nel comunicato di Rete disarmo.

Stando ai principi della realpolitik, però, Riad è un alleato da tenersi buono. “L’Arabia Saudita è pronta a partecipare a qualsiasi operazione di terra contro l’autoproclamato Stato islamico in Siria”, diceva il 4 febbraio all’emittente al-Arabiya il colonnello Ahmed Assiri, consigliere del ministero della Difesa di Riad e portavoce della coalizione araba in Yemen a guida saudita. Un’offerta molto invitante per la coalizione contro lo Stato Islamico. “A noi non interessa che possa essere attiva in chiave anti-Daesh come ci ha fatto sapere il Governo rispondendo ad una nostra interrogazione – continua Vignarca -. In Yemen ci sono prove che i possibili crimini di guerra sono commessi con armamenti italiani. Tutto questo non solo è contro la logica e contro l’etica, ma anche contro la legge”.

Per questo Rete disarmo ha presentato in procura un esposto per chiedere che la magistratura verifichi che venga rispettata la legge 185/90, testo che regola le compravendite di armi. “Una legge avanzatissima per principi e trasparenza – secondo Vignarca – ma non sempre controllata nel modo adeguato”.

Ascolta l’intervista a Francesco Vignarca a cura di Omar Caniello

Francesco Vignarca Rete Disarmo 

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Renzi-Merkel in cerca dell’intesa sui migranti

Il primo ministro Matteo Renzi vola a Berlino per incontrare la cancelliera Angela Merkel. Il dossier più caldo è quello dei migranti, con le sue conseguenze. L’Europa al Nord si chiude e le ripercussioni potrebbero scaricarsi sempre sui Paesi d’ingresso. “L’eventuale chiusura dell’area Schengen è un tema dibattuto da molto tempo in Germania. Dal mondo economico c’è sempre stato un segnale molto chiaro: chiudere le frontiere è sconveniente”, spiega Fabio Ghelli, giornalista freelance in Germania e collaboratore di Die Zeit, che tanto ha lavorato sulla questione migranti.

Anche per Berlino la decisione da prendere è vincolata a quanto faranno i vicini. La stretta ai confini dell’Austria si scaricherà inevitabilmente sulla Baviera e questo potrebbe obbligare Merkel a invocare una nuova sospensione del trattato sulla libertà di circolazione delle persone. L’argomento, soprattutto da quando al Nord sono cominciati i respingimenti di massa (vedi gli ultimi provvedimenti di Olanda e Svezia), piace alle destre. In Italia è la Lega Nord a cercare di trarne profitto: “Espulsioni di massa in Europa, in Italia il governo dorme, #stopinvasione“, scrive il Governatore lombardo sul suo account Twitter. “Sono contento” che questo incontro “accada

nel giorno in cui Renzi torna per l’ennesima volta con cappello in mano a chiedere elemosina alla signora Merkel. Al nostro tavolo c’è chi vuole liberare i popoli europei”, aggiunge Matteo Salvini alla conferenza stampa conclusiva del vertice dell’estrema destra europea, a cui ha partecipato anche Marine Le Pen.

La strada europea per risolvere la questione passa da un maggiore coinvolgimento di chi sta fuori dai confini dell’Unione Europea. Per prima la Turchia, uno degli hub di passaggio principali. “Per la Germania la Turchia è un partner irrinunciabile per diminuire la pressione migratoria – continua Ghelli -. Forse per l’Italia in questo momento è in una posizione di vantaggio rispetto al 2013-14 quando era il Mediterraneo centrale la principale rotta d’ingresso. Ora ha più ampi margini di trattativa”. Resta il fatto che Roma continua ad opporsi all’aiuto di tre miliardi di euro per la costruzione e la gestione di centri di transito. L’Alto rappresentante agli affari Esteri Federica Mogherini ha assicurato Ankara che il prestito si farà. Ma probabilmente un via libera definitiva ci sarà solo dopo l’incontro Merkel – Renzi.

“Per la situazione della Germania non c’è il pericolo di respingimenti di massa – aggiunge Ghelli -. Chi non ottiene l’asilo lascia il Paese spontaneakmente”. Da Berlino, quindi, non ci saranno minacce di respingimenti in blocco.

Ascolta l’intervista completa a Fabio Ghelli

Fabio Ghelli

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La nuova destra alla corte di Putin

Nord Italia, Francia, Russia. Da qui parte la nuova destra euroscettica che ha trovato nel “no immigrati” e “no Islam”, accanto all’ormai stantio “no euro”, il nuovo grido di battaglia per squassare l’Europa. E che a Milano fa il suo summit. Titolo dell’incontro: “Più liberi più forti. Un’altra Europa è possibile”.

Il patto d’acciaio Salvini-Le Pen si poggia infatti sulla comune simpatia per Vladimir Putin. La Grande Russia ortodossa dell’arcivescovo Kyrill I è anche il nuovo riferimento della cristianità che piace alle destre, visto che Papa Francesco pecca di terzomondismo e di apertura verso i Paesi poveri.

L’alleanza si salda ufficialmente nell’eurogruppo Enf (Europe of Nations and Freedom), 36 membri. Presidente è Louis Aliot del Front National e ne fanno parte come membri del board altri due componenti di FN (Marine Le Pen e Nicholas Bay), insieme al leghista Lorenzo Fontana (a cui si deve il matrimonio politico Salvini-Le Pen), Gerolf Annemans del partito belga Vlaams Belang e Herald Vilminsky dell’austriaco Freiheitliche Partei Österreichs. Tra i big compaiono poi l’olandese Geert Wilders (quello di “dobbiamo fermare l’odiessea musulmana”) e Jane Atkinson, britannica uscita dall’Ukip perché poco di destra.

Tra gli invitati c’è anche il Granduca di Russia George Mikhailovic Romanoff, l’ultimo erede della famiglia degli zar. Romanoff è dal 26 gennaio che ha cominciato un tour per l’Italia organizzato dalle “associazioni culturali” di partnership con la Russia. Tutte nate in territori dove la Lega o governa o è in maggioranza.

Capostipite è Lombardia Russia, il cui presidente è Gianluca Savoini, portavoce di Salvini. L’associazione culturale ha come partner ufficiale La Voce della Russia, che oggi è diventata l’agenzia Sputnik. Lo scorso anno è nato il corrispettivo ligure, Liguria Russia, con Savoini vicepresidente (presidente Ubaldo Santi). È toccato poi a Piemonte Russia (vicepresidente vicario Gianmatteo Ferrari, dirigente di Lombardia Russia) e Veneto Russia (presidente Luciano Sandonà, consigliere regionale veneto).

Dell’ultimo dei Romanoff qualche giornale vicino agli organizzatori scrive: “È figlio di S.A.I. la Granduchessa Maria Vladimirovna di Russia e di S.A.R. Franz Wilhelm di Hohenzollern Principe Reale di Prussia. Tra i suoi antenati diretti figurano l’Imperatore Alessandro II di Russia, la Regina Vittoria del Regno Unito e il Kaiser Guglielmo II di Germania”, (Liguria Notizie, a firma Fabrizio Graffione, ex Il Giornale). L’articolo ricorda anche la carriera a Bruxelles di Romanoff, nonché la fondazione nel 2014 della società di consulenza per imprese Romanoff&Partners. L’ultima impresa è l’investitura a presidente “della Camera di Commercio Belga-Lussemburghese per la Russia e la Bielorussia”.

L’invito all’aristocratico russo si spiega con due “casualità”. La prima è l’inchiesta trapelata il 18 gennaio sui fondi illeciti che Putin avrebbe donato ai partiti euroscettici. Ovviamente tutti inclusi nel gruppo Enf. Salvini ha liquidato la notizia come “una cazzata” e da qualche giorno non si sa nulla degli eventuali sviluppi. Proprio quando scoppiava la polemica, però, s’è verificata la seconda casualità: il “vice presidente e assessore alla Casa, Housing sociale, Expo 2015 e Internazionalizzazione delle imprese di Regione Lombardia” Fabrizio Sala (Forza Italia) ha firmato in Siberia un protocollo d’intesa commerciale con la Regione di Novosibirsk. Promotori dell’accordo il leghista Jari Colla e il consigliere della lista Maroni Presidente Marco Tizzoni.

Nell’ultimo giorno di visita in Italia di Romanoff, a Milano ci sarà anche Giorgia Meloni, che al Palazzo delle Stelline incontrerà l’associazione “Terra Nostra, Italiani con Giorgia Meloni”. Che sia l’occasione per ridisegnare gli equilibri nazionali e internazionali della nuova destra italiana?

Ad accompagnare l’aristocratico russo sono due italiani di sangue blu e dall’appartenza nera. Il primo è il nobile milanese Mario Flippo Brambilla di Carpiano, l’altro il barone Roberto Jonghi Lavarini, entrambi promotori dell’associazione culturale internazionale Aristocrazia Europea. Jonghi Lavarini, famoso come “il barone nero”, è anche il volto più noto del progetto politico neofascista Destra per Milano. Sul sito di Aristocrazia Europea si legge poi che per il Granduca “sono in programma tutta una serie di importanti incontri culturali, istituzionali (con il presidente della regione, Roberto Maroni) ed anche d’affari, ad esempio, con i vertici lombardi di Confindustria e Confagricoltura”. Il gran finale, il 29 gennaio, “con una grande festa privata presso il magnifico palazzo del conte Alessandro Verga Ruffoni Menon a San Fermo della Battaglia, in provincia di Como”.

 

RETTIFICA in data 1 febbraio 2016

A seguito della raccomandata inviata dall’Avv. Alessandro Verga Ruffoni, legale di S.A.I. il Granduca George Romanoff e del suo portavace Mariofilippo Brambilla di Carpiano rettifichiamo che il Granduca non ha preso parte all’iniziativa di Matteo Salvini e Marine Le Pen a Milano. Il Granduca sottolinea di essersi recato a Milano solo per motivi “istituzionali, professionali e privati”.

Di seguito pubblichiamo uno stralcio della richiesta di rettifica:

“S.A.I. il Granduca di Russia George Romanoff si trovava a Milano per motivi esclusivamente istituzionali, professionali e privati che nulla hanno a che fare con la politica e,  nello specifico, il Granduca George Romanoff annunciato la sua partecipazione né ha mai incontrato con l’Onorevole Marine Le Pen e con l’On. Salvini. Né tantomeno ha preso parte alla manifestazione dell’ Eurodestra giovedi’ 28 gennaio, come erroneamente riportato sul Vostro giornale. Tanto è vero che in concomitanza con il suddetto evento, il Granduca di Russia ha presenziato al Convegno di economia ‘’Russia : il tempo delle opportunità’’   presso lo studio Legale Grimaldi e successivamente a un ricevimento privato in suo onore in provincia di Como”.

 

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    Lorenzo Bagnoli
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Quali sono i Paesi più corrotti del mondo

Nell’immaginario collettivo, l’Italia resta il Paese delle mazzette. Lo dicono tutti gli indici di percezione su cui si costruisce il rapporto di Transparency International, un indice che rappresenta la percezione della corruzione nel mondo. L’Italia è stabile al sessantunesimo posto, al pari di Senegal (indicato nel rapporto come uno dei Paesi in via di miglioramento), Sudafrica e Montenegro. Nell’Unione Europea fa peggio solo la Bulgaria.

“La percezione è importante perché rappresenta il sentiment (la reputazione). È uno strumento che misura anche la disponibilità ad investire e l’immagine all’estero del Paese”, commenta il presidente di Transparency International Italia Virginio Carnevali.

La posizione dell’Italia e la notorietà della sua frequentazione con il mondo dei tangentari ha un lato positivo. Carnevali sottolinea che ci sono Paesi ben più appestati dalla corruzione che in classifica appaiono più puliti solo perché magistratura e polizia non sono in grado di combatterla. Le mazzette, quindi, restano impunite.

L’indice della corruzione di Transparency è costruito su 12 fonti differenti, di fonti preferenziali. Misura in particolar ela percezione di opinion maker, uomini d’affari, think thank. Non quella dei cittadini. La base dei dati è costruita, ad esempio, dal World Economic Forum Executive Opinion Survey del 2015, dall’Economist Intelligence Unit Country Risk Ratings 2015 e dall’Eurobarometro. “Misurare la corruzione reale è impossibile”, aggiunge Carnevali.

CPI_2015_EUWesternEurope_EN

Nell’area di Europa e Asia Centrale, si conferma al primo posto nella lotta alla corruzione la Danimarca, che ottiene un indice di 91 su cento. Il dato più basso, invece, è il Turkmenistan, con 18.

Sul piano globale, la maglia nera è per Somalia e Corea del Nord, entrambi con indice 8. Una situazione che ovviamente è legata anche alla difficoltà di reperire informazioni che vadano oltre quelle di regime. Se Grecia, Senegal e Gran Bretagna sono segnalate come realtà in miglioramento, Australia, Brasile, Spagna e Turchia stanno invece facendo un passo indietro sul piano della lotta alla corruzione. In Europa preoccupa anche il clima che si respira in Montenegro, Macedonia e Ungheria. Tutti Paesi che erano stati inclusi tra quelli in via di miglioramento da Transparency International.

L’indice conferma l’esistenza di due Europe, quella del Nord, dove la corruzione è semi sconosciuta, e quella del Sud, dove è un cancro diffuso. Il 2015 passerà comunque alla storia per quattro grandi storie di corruzione che hanno coinvolto l’area scandinava. In Danimarca 13 impiegati del pubblico impiego sono stati arrestati per corruzione; a Bergen, la seconda città della Norvegia, il sindaco è sotto accusa per tangenti; l’azienda di telecomunicazioni svedese TeliaSonera, controllata dallo Stato e con una quota di minoranza di proprietà della Finlandia, è finita al centro di una mega inchiesta su un giro di mazzette in Uzbekistan per conquistarsi anche quella fetta di mercato; ad Helsinki la polizia antidroga è accusata di avere un proprio cartello di trafficanti. Casi clamorosi, ma che sono stati intercettatati dalla magistratura e dalle forze dell’ordine locali.

CPI_2015_G20_EN(1)

Se sul fronte del contrasto l’Italia è un Paese guida, è su quello delle leggi che è ancora indietro. Lo ricorda anche Virginio Carnevali: Transparency sta portando avanti una battaglia per portare in Parlamento una legge sulle lobby. Dove gli interessi in gioco non sono trasparenti, infatti, si nasconde più facilmente la corruzione. Per fortuna è stata introdotta l’Autorità nazionale anticorruzione, considerata una conquista positiva dal presidente Carnevali.

Ascolta l’intervista a Virgino Carnevali a cura di Alessandro Principe

carnevali transparency master

 

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    Lorenzo Bagnoli
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Sala: “Nessun debito per la società”

Giuseppe Sala si trincera dietro il dato più semplice: 14,2 milioni di euro. È il “patrimonio netto” dell’Esposizione universale, quello che porta a casa Expo spa. Con un segno più, “a differenza di Hannover, che ha perso oltre un milione di euro”, rivendica il Commissario unico. L’aula consiliare è strapiena, tanto che una parte dei giornalisti è costretta a seguire lo svolgimento della Commissione Expo nella sala stampa. La lista degli interventi dei consiglieri è tagliata di netto dai presidenti Ruggero Gabbai e Luigi Pagliuca, dato che la seduta ha superato le due ore.

La contestazione principale è la qualità dei dati: si mescolano ricavi e incassi, i dettagli si perdono in cifre aggregate, manca la voce “perdite”. Anche se il patrimonio netto è di 36 milioni inferiore rispetto a quello del 2014. “Ci dobbiamo aspettare delle sorprese in futuro?”, è l’interrogativo irrisolto nella testa dei consiglieri comunali. Interrogativo che assume un’importanza particolare, data la discesa in campo da candidato sindaco del manager. Giuseppe Sala para il colpo come può: “Non ritengo che si possano aspettare sorprese in questo bilancio. Abbiamo fatto tutte le verifiche possibili”.

I nodi irrisolti, però, sono ancora troppi. Primo, le riserve sugli appalti, in particolare rimozione delle interferenze e piastra, si attende il parere dell’Autorità nazionale Anticorruzione di Raffaele Cantone. Cmc e Maltauro, le due aziende aggiudicatarie dei due appalti, nel 2013 sono state coinvolte nell’inchiesta sulla cupola degli appalti. Eppure hanno chiesto extracosti per 75 milioni di euro. Anac dovrà decidere se accordarli o meno.

Marco Cappato, consigliere dei Radicali, ha riaperto poi una ferita mai sanata per l’Esposizione universale: le vie d’acqua sud. I comitati di quartiere sono riusciti a fermare i lavori, dopo che l’appalto è finito sotto il tiro della Procura. Dopo la notizia, il commissario e il sindaco di Milano Giuliano Pisapia avevano promesso di mettere i 30 milioni risparmiati per la messa in sicurezza del sito. In realtà, poi, Giuseppe Sala spiega che quei soldi Expo li ha usati per coprire i costi in più del Padiglione Italia. “Ma lo annuncio pubblicamente al sindaco, riparliamone”, dice Sala.

Altro punto controverso è quello dei biglietti. I ricavi dalla vendita dei 21 milioni di titoli ammonta a 373 milioni di euro, ma 20 milioni sono ancora da esigere. E non è chiaro il motivo, nonostante la richiesta di spiegazioni del consigliere Manfredi Palmeri. Per altro, non è nemmeno chiaro quanti siano i visitatori reali del sito e non i biglietti venduti. Lo stesso consigliere mette in relazione – e Sala per questo lo critica – il venduto dei biglietti con le spese per la macchina promozionale di Expo: 185 milioni di euro di spesa. Troppo, secondo Palmeri.

Il dettaglio dei biglietti dice che gli stranieri hanno acquistato 6,5 milioni di biglietti, le scuole due milioni, mentre quelli serali sono stati cinque milioni. Il prezzo medio di vendita è sceso da 22 euro a 17,4 euro.

Intanto il sindaco Giuliano Pisapia ha nominato il successore di Sala, dimissionario il 31 gennaio, alla guida di Expo. Si tratta di Alberto Alessandro Lina, milanese 1941 con un lungo curriculum da dirigente d’azienda. In passato ha guidato Finmeccanica, Impregilo, Ansaldo elettronica industriale, Technit (famiglia Rocca) e Sirti, fino a Intellegit, una start up dellUniversità di Trento finanziato con 350 mila euro dall’Unione Europea per segnalare e bloccare le frodi di falsi prodotti farmaceutici online.

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Sala indagato e archiviato dalla Procura di Milano

Giuseppe Sala è stato indagato e archiviato. Il tutto in gran segreto, durante il periodo di tregua armata tra Procura e società Expo, dichiarata per “senso di responsabilità” dal procuratore generale Edmondo Bruti Liberati su richiesta del premier Matteo Renzi. La pressione della magistratura, si diceva tra le righe, avrebbe potuto compromettere la buona riuscita dell’evento. Anche il nome di mister Expo, quindi, è finito tra i fascicoli della Procura. Anche l’uomo che pareva fuori da ogni sospetto è stato toccato dalla giustizia. E per motivi connessi alla trasparenza della sua amministrazione.

La notizia filtra da Palazzo di Giustizia il giorno dopo la pubblicazione del “preconsuntivo di bilancio”, un primo, attesissimo conto economico di entrate e uscite della società. Un documento richiesto a gran voce in nome della trasparenza, in particolare da uno dei competitor di Sala come candidato sindaco per Milano: Pierfrancesco Majorino.

Il risultato dice alla voce ricavi 736 milioni di euro, costi di gestione 721 milioni. Il che dà un ricavo netto di 14,2 milioni. Il dato però esclude dal computo i bilanci del passato, così come non tiene conto dell’assottigliarsi del bilancio, passato da 46,78 milioni ad appunto 14,2 milioni. Sala durante la sua presentazione al Teatro Strelher di Milano ha promesso una città trasparente e una salda alleanza con l’Autorità anticorruzione guidata da Raffaele Cantone. Ma la trasperanza sul dopo evento non è proprio di casa. Almeno non fino a ora.

Anche il fascicolo in Procura a carico di Giuseppe Sala è legato proprio a un deficit di trasparenza. L’episodio sotto indagine è legato all’appalto dato a Eataly, la società di Oscar Farinetti, per la gestione dei ristoranti del decumano. Affidata senza appalto e con un margine di profitto esagerato per Farinetti: Expo ha detratto a Eataly i costi delle celle frigorifere (50mila euro) e ha chiesto solo il 5 per cento di royalties sul volume d’affari, contro il canonico 12. Già l’Anac di Raffaele Cantone si era accorta della particolarità dell’appalto, chiedendo a Expo delle spiegazioni aggiuntive. Il gip Claudio Castelli il 12 gennaio ha firmato l’archiviazione perché la decisione di affidare l’appalto senza gara per ragioni tecniche e tempi contingentati, seppur opinabile, “rientra pienamente nella discrezionalità amministrativa”.

C’è un altro caso di trasparenza non pervenuta nei vertici dirigenziali di Expo. Lo ha svelato l’Espresso, in un’inchiesta dell’agosto 2015. Protagonista è Piero Galli, “direttore generale della divisione vendite, marketing e gestione dell’evento”, come si legge su sito di Expo. All’anagrafe fa “Pietro”, con una “t” volontariamente espunta per ripulire il suo casellario giudiziario, afferma il settimanale. Infatti nel 2005 Galli ha subìto una condanna definitiva per bancarotta fraudolenta di Digitalia, azienda del gruppo Cameli-Gerolimich. Secondo la Cassazione, cita l’Espresso, “Galli e un altro manager hanno svuotato le casse dell’azienda per favorire un superiore, titolare di una società collegata: Digitalia le ha venduto un ricco brevetto ‘a prezzo vile’, le ha concesso ‘finanziamenti senza interessi’ e ne ha comprato il 60 per cento ‘con sopravvalutazione del prezzo’”.

Galli è un uomo di Sala. L’ad di Expo l’ha difeso non solo perché un capo non molla un suo dipendente, ma anche per motivi personali. Basta rileggere la biografia del candidato sindaco. Come scrive lui stesso nel suo cv, Sala da gennaio 2007 a dicembre 2008 è presidente di Medhelan Management&Finance, una società di consulenza. Un quinto delle azioni della società appartengono alla Bain&Company Italia, proprio la società dove all’epoca Galli è un alto dirigente.

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    Lorenzo Bagnoli
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“A uccidere sono stati i soldati di Assad”

Il sito Deir Ezzor 24, un portale di giornalisti-attivisti che si propone di denunciare i crimini commessi sia da Isis che dal regime di Assad, smentisce le ricostruzioni dei principali media mondiali in merito al massacro di Deir Ezzor di sabato 16 gennaio. Secondo fonti locali, le esecuzioni annunciate dallo Stato Islamico via social network non ci sarebbero state e farebbero parte solo di una strategia per innalzare la tensione.

I media mondiali, che avrebbero ripreso tweet e post di account vicini al regime di Assad, sostengono gli attivisti, hanno parlato di almeno 450 civili uccisi. Al contrario a Deir Ezzor 24 risultano dodici civili uccisi durante un bombardamento condotto dalle forze di Bashar al Assad su al Bughayliya, una località nell’area a ovest di Deir Ezzor. Secondo il sito le eprsone uccise dall’Isis “erano solo forze militari di Assad e miliziani della Difesa Nazionale (Ndf)”, una brigata che appartiene sempre ai filo Assad. Il sito riporta anche la notizia di una fuga di massa da al Bughayliya, direzione Ayash, nella zona rurale intorno alla città. Al Bughayliya sarebbe nelle mani di Isis, mentre il regime controllerebbe il campo militare di Sai’qa con la Brigata 137 e il Furaq Hotel. Alcuni abitanti dell’area, pochi secondo il sito, sarebbero nelle mani dei miliziani del Califfato.

Lunedì 18 gennaio gli scontri sarebbero continuati intorno a Deir Ezzor. Il bilancio dei morti di Deir Ezzor 24 parla di 65 soldati del regime ucccisi e 22 miliziani dell’Isis. Sarebbero continuati anche i bombardamenti per mano dell’esercito di Bashar al Assad.

Fin dalle prime ore dopo la diffusione della notizia sul massacro di civili avevano cominciato a circolare notizie contrastanti. L’agenzia governativa siriana Sana aveva parlato di almeno 450 persone uccise da Daesh, poi scese a 300. L’ong Osservatorio siriano per i diritti umani (Osdh) aveva fissato la quota delle vittime a 135, aggiungendo che 400 persone erano state sequestrate tra Al Bughayliya, Maadan e Raqqa, tutte città vicino alle rive dell’Eufrate.

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    Lorenzo Bagnoli
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Fermare la vendita di armi all’Arabia Saudita

L’Italia di Renzi ha autorizzato la vendita di armi all’Arabia Saudita, denuncia Rete Disarmo. Che annuncia manifestazioni per le prossime settimane per chiedere al Governo di fermare le autorizzazioni. L’ultimo caso risale al 16 gennaio, quando dall’aeroporto di Cagliari Elmas sono partite bombe dirette in Arabia Saudita. Pronte ad essere sganciate sullo Yemen.

Il cargo, questa volta, è partito dal fondo della pista in un Boing 747, ha svelato il parlamentare del Gruppo Misto – Unidos, Mauro Pili. L’aereo appartiene alla compagnia azera Silk Way ed è atterrato alla base della Royal Saudi Air Force di Taif, non lontano dalla Mecca.

“È inammissibile che dall’Italia continuino le spedizioni di bombe aeree per l’aviazione saudita che da nove mesi sta bombardando lo Yemen senza alcun mandato internazionale causando migliaia di vittime anche tra i civili e tra i bambini e in aperta violazione del diritto internazionale umanitario”, si legge in un comunicato del 18 gennaio della Rete Disarmo.

Accuse rispedite al mittente dal Ministro della Difesa Roberta Pinotti, secondo la quale non si tratta di armi vendute dall’Italia ma di materiale in transito che ha ottenuto un’approvazione a livello internazionale. La Rete Disarmo replica che le bombe sono prodotte dalla RWM Italia, azienda tedesca del gruppo Rheinmetall con sede legale a Ghedi (Brescia) e stabilimento a Domunovas (Carbonia-Igliesias) in Sardegna.

La fabbricazione, poi, non cambia, per le associazioni, la sostanza: le armi italiane uccidono in Yemen senza che ci sia un chiaro mandato internazionale della missione a Sana’a. Violando così la legge 185 del 1990 che vieta espressamente non solo l’esportazione, ma anche il solo transito, il trasferimento intracomunitario e l’intermediazione di materiali di armamento “verso i Paesi in stato di conflitto armato, in contrasto con i principi dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, fatto salvo il rispetto degli obblighi internazionali dell’Italia o le diverse deliberazioni del Consiglio dei Ministri, da adottare previo parere delle Camere”. (art. 1.c 6a) e “verso Paesi la cui politica contrasti con i principi dell’articolo 11 della Costituzione” (art.1.c 6b).

È la quinta spedizione di questo genere partita dall’Italia, ricorda la Rete Disarmo. Proprio la consistenza dei carichi fa pensare che non si tratti di transazioni autorizzate solo da governi passati ma anche dall’esecutivo guidato dal premier Matteo Renzi. Rete Disarmo ricorda che fino a d oggi le risposte di Montecitorio e dei ministri interessati alle richieste di spiegazioni sono state insoddisfacenti. La Rete Disarmo rinnova “l’appello al Governo a sospendere queste forniture e al Parlamento a presentare interrogazioni urgenti”. E annuncia “che nelle prossime settimane inizieranno da parte delle organizzazioni della nostra Rete diverse mobilitazioni ed iniziative per ottenere applicazione rigorosa e trasparente della legge 185/90 sulle esportazioni di materiali militari”.

  • Autore articolo
    Lorenzo Bagnoli
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