COSTO DEL DENARO

FED, la scommessa sul futuro

giovedì 17 dicembre 2015 ore 16:44

Basterà la decisione della Federal Reserve per rilanciare l’economia americana, sostenere crescita e investimenti e di riflesso contribuire al rilancio di una economia mondiale debole, a rischio stagnazione?

Nessuno pare avere oggi una risposta certa sugli effetti della storica decisione della Fed: verrà vinta la scommessa di riportare l’economia in equilibrio, alla normalità, oppure riesploderanno tensioni, o bolle finanziarie speculative?

E’ uno scenario aperto.

In questo contesto la decisione presa dalla donna più potente dell’economia mondiale, Janet Yellen, presidente della Fed, è stata prudente per non frenare la ripresa su cui restano diverse ombre, a partire dai molti americani che vivono con lavori precari, mentre i salari sono fermi o aumentano di poco e le diseguaglianze sono in crescita.

Il rialzo del costo del denaro, il primo dopo nove anni, è stato prudente e modesto: un quarto di punto, lo 0,25 per cento, cui ne seguiranno altri nel 2016, se non ci saranno rallentamenti nell’economia. L’obiettivo è riportare progressivamente i tassi, il costo del denaro, al 3,25 per cento nel 2018.

La Fed scommette che questo primo rialzo dei tassi di riferimento non produrrà effetti negativi . “Non ci sarà un altra recessione, l’emergenza è finita “ ha detto Yellen.

Tutto era partito nel 2008 , con il crollo della banca Lehman Brothers e lo scandalo-truffa dei “ titoli tossici”, dei mutui subprime ad alto rischio. L’America e il mondo finirono in una crisi senza precedenti, che da finanziaria diventò economica. I mercati sbandarono, la fiducia crollò, le banche finirono in un vortice di pesanti difficoltà, i risparmiatori subirono notevoli perdite, molti lavoratori vennero licenziati. La Fed decise allora di portare i Fed Funds, il tasso d’interesse di riferimento, dall’1 per cento allo 0-0,25 per cento. Costo del denaro zero, quindi, e acquisto massiccio di titoli – Quantitive easing – per sostenere l’economia. Fu una mossa senza precedenti. L’inizio di una cura shock che portò squilibri e tensioni, soprattutto sui mercati emergenti, ma che al tempo stesso contribuì a salvare l’America.

La Fed con quella operazione mise in circolo una montagna di liquidità, oltre quattromila miliardi di dollari, provocando, secondo alcuni analisti, il rischio di bolle speculative. Sette anni dopo, l’economia americana è in ripresa. Il Pil cresce. La Fed stima un +2,1 per cento nel 2015 e +2,4 per cento nel 2016; la disoccupazione è calata, al 5 per cento. Ma è altrettanto vero che sono aumentati i cosiddetti “scoraggiati” che hanno rinunciato a cercare lavoro, i precari, la ricchezza si è sempre più spostata nelle mani di pochi, con un aumento delle diseguaglianze; la domanda, motore della crescita, resta debole, frenata da bassi salari e stipendi. Un quadro che conferma come la strada per la stabilità sia ancora lunga, anche per l’Europa.

Ora l’attenzione degli analisti è sugli effetti internazionali della decisione della Fed. Il rialzo dei tassi, se continuerà come ha detto Yellen, dovrebbe spingere i capitali verso gli Stati Uniti, e questo aprirebbe un problema per l’Europa, che nel frattempo però potrebbe beneficiare, con un dollaro piu forte e un euro piu debole, dei vantaggi nelle esportazioni. Tutto da verificare poi l’impatto della mossa della Fed sui paesi emergenti. La fuga di capitali dagli emergenti ha provocato pesanti svalutazioni delle valute locali esponendo le società indebitate in dollari, in particolare in Russia e Brasile, al rischio insolvenza. Situazione dunque in forte movimento, con molti punti interrogativi, in un contesto in cui la crescita globale resta lenta e disomogenea – ancora oggi la Banca centrale europea ha segnalato rischi al ribasso per l’economia.

“L’ipotesi di stagnazione secolare – come ha ricordato anche il ministro dell’Economia Giancarlo Padoan – non è un’ipotesi peregrina”.

Si tratta di un contesto in cui sino a oggi le banche (dalla Fed alla Bce) sono state supplenti della politica, assumendo un ruolo centrale che pone una problema per le democrazie. Senza il ritorno della politica, senza l’assunzione di responsabilità da parte della politica, che sappia riflettere anche sugli errori fatti, come per esempio l’accanimento delle politiche di austerità in Europa, difficilmente si andrà a una stabilità economica e al ritorno di una crescita equilibrata e che riduca le diseguaglianze.

Aggiornato giovedì 17 dicembre 2015 ore 19:23
TAG