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Juli Briskman: “Non sono pentita. Lo rifarei”

“Quel gesto? Lo rifarei”. Juli Briskman, 50 anni, madre di due figli, non si è pentita di quel dito medio indirizzato a Donald Trump che le è costato il posto di lavoro, il licenziamento. La foto di lei in bicicletta con accanto il corteo di macchine del presidente degli Stati Uniti è diventata virale.

Sui social Juli è per molti “un’eroina” ( “she-ro”) e in tanti hanno condiviso l’immagine tramite l’hashtag #Her2020. Una donna che con il suo gesto ha rappresentato il malessere e la critica di milioni di americani contro Trump. Altri hanno lanciato una petizione perché le venga ridato un posto di lavoro. Per i suoi detrattori invece si è trattato di un atto incivile contro il presidente degli Stati Uniti e ha fatto bene la società a licenziarla.

Tutto iniziò il 28 ottobre scorso. Juli stava pedalando lungo il suo consueto percorso nel nord della Virginia, quando il Suv nero di Donald Trump, seguito dalle auto di scorta, l’ha affiancata e sorpassata. Trump stava tornando da un campo da golf. Lei, senza pensarci più di tanto, ha alzato il braccio sinistro e ha mostrato il dito medio in direzione del corteo delle auto.

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Perché quella reazione? È la stessa Juli Briskman a spiegarlo al Washington Post: “Trump mi stava passando vicino e mi è ribollito il sangue. Stavo pensando ai dreamers che saranno cacciati via, al ritiro degli spot per iscriversi all’Obamacare, al fatto che solo un terzo di Porto Rico ha elettricità… mentre Trump è di nuovo sul campo da golf”.

Il caso sarebbe finito lì, ma un fotografo, Brendan Smialowski di Afp, scattava la foto che immortalava la contestazione a Trump e che avrebbe fatto il giro del mondo.

La Akima LLC, azienda che partecipa alle gare d’appalto del governo americano, non ha apprezzato il gesto e ha licenziato Juli, sostenendo che “quella foto vìola la politica aziendale sui social media, che vieta la pubblicazione di immagini oscene sugli account privati dei propri dipendenti”.

Ma Juli, che per correttezza si era auto-identificata in quella foto con i responsabili della società, aveva spiegato loro che nell’immagine contestata era in bicicletta comparendo di spalle, che non era al lavoro al momento del gesto e che non indossava niente che permettesse di individuarla come dipendente della Akima.

Ma nonostante queste spiegazioni la società ha ritenuto il suo gesto un “atto osceno” lesivo degli affari della società e, visti i suoi contratti col governo, l’ha licenziata. Juli aveva l’incarico di analista di marketing.

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Juli Briskman è rimasta profondamente delusa dal comportamento dell’azienda che non ha apprezzato la sua sincerità, ma anche per un altro motivo. La donna, parlando con il Washington Post, ha fatto notare come a un suo collega uomo, segnalato all’azienda per aver pubblicato dei commenti osceni sui suoi profili social, non sia stato riservato lo stesso trattamento e abbia mantenuto il posto in azienda.

Ora Juli sta cercando un altro lavoro, e a chi le ha chiesto se è pentita per quel dito medio alzato contro Trump ha risposto: “No, non sono pentita. Lo rifarei. In un certo senso non sono mai stata meglio, sono arrabbiata per la direzione del nostro Paese. Sono inorridita. È stata per me l’occasione per dire qualcosa”.

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    Piero Bosio
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Braccianti sfruttati e animali maltrattati

Braccianti sottopagati e senza diritti, tra cui anche dei minori, obbligati a lavorare senza sosta in condizioni “spaventose”, senza acqua potabile, costretti a dormire all’aperto nelle piantagioni o sui camion, in condizioni igieniche pessime.

Sono alcune delle accuse contro la multinazionale tedesca Haribo contenute nel documentario “The Haribo Check” della tv pubblica tedesca ARD che ha condotto un’inchiesta in Brasile e in Germania.

Haribo, una delle marche di dolciumi più famose nel mondo, impiega settemila persone in dieci Paesi.

Pesanti le contestazioni: Haribo non solo utilizzerebbe fornitori o sub-fornitori che in Brasile sfruttano i lavoratori, ma in Germania farebbe affidamento anche su allevamenti di maiali, tenuti in condizioni atroci. In alcune fattorie del Nord – secondo il documentario di ARD – i maiali vivrebbero ammassati in spazi angusti, coperti di piaghe e delle loro stesse feci.

Il tutto per ricavare due ingredienti per le caramelle: la cera di carnauba e la gelatina. La gelatina, sostanza alla base della tipica consistenza gommosa delle caramelle, si ottiene con la lavorazione di alcune parti del maiale come la cotenna, mentre la cera di carnauba è un prodotto naturale ricavato dalle foglie di palme in Brasile, che si raccolgono quando sono ancora chiuse, poi vengono battute per sciogliere la cera, che viene lavorata e sbiancata.

La cera di carnauba viene applicata agli orsetti gommosi per renderli lucidi e impedire che si attacchino; viene raccolta dalle foglie di palme che crescono negli Stati nordorientali del Brasile, tra le aree con maggiore povertà. Haribo non è l’unica azienda che si rifornisce nel Paese sudamericano della cera di carnauba. Denunce sulle condizioni dei lavoratori sarebbero arrivate anche da Sergio Carvalho, funzionario del ministero del Lavoro brasiliano, citato nel documentario: “I lavoratori nelle aziende agricole sono trattati come oggetti, peggio degli animali, in condizioni lavorative che potrebbero essere definite di schiavitù”. Sullo scandalo documentato da ARD è intervenuta Amnesty International-Germania che ha ribadito l’urgenza che la vigilanza spetti alle imprese committenti: “Sono loro che devono controllare l’operato delle aziende partner che non compiano, o contribuiscano a compiere, violazioni dei diritti umani”.

I vertici di Haribo hanno risposto alle accuse dicendo di non essere a conoscenza di quanto è stato denunciato dalla Tv ARD, comunicando di aver avviato un’indagine e una verifica tra i loro fornitori in Brasile e in Germania e sostenendo di “non poter accettare il mancato rispetto degli standard sociali ed etici”.

haribo foto dentro articolo

Lo scandalo della cera di carnauba per le caramelle gommose ha riaperto il dibattito sulle condizioni di lavoro in Brasile, Paese in cui storicamente la piaga del lavoro-schiavo non è mai stata debellata. Il latifondo brasiliano ha sempre usufruito di manodopera non qualificata da pagare il meno possibile e da “eliminare” in caso di sindacalizzazione.

L’analisi di Alfredo Luis Somoza, giornalista e presidente di ICEI.

Lo sfruttamento e la schiavitù.

“I livelli di sfruttamento vicini a quelli dei tempi della schiavitù, che in Brasile fu abolita nel 1888,è un fenomeno tipico delle aree rurali più povere.La geografia del trabalho escravo si concentra in due zone del grande paese, al Nord, terra poverissima segnata dalla presenza del grande latifondo, e in Amazzonia, nella grande foresta da disboscare e sfruttare nella corsa all’accaparramento delle materie prime. Il governo federale, dal ritorno alla democrazia, ha tentato con diversa intensità di “liberare” i lavoratori-schiavi colpendo i responsabili”.

Le radici del problema.

“Le radici del problema, e il potere che localmente hanno i proprietari terrieri e i loro alleati politici, sono così profonde che in un paese che ha fatto grandi passi in avanti in materia di diritti, è ancora drammaticamente presente. I dati statistici disponibili sul fenomeno sono molto datati, ma non per questo meno agghiaccianti. Nel 2001,anno dell’ultima rilevazione, sono stati “liberati” 80.000 lavoratori che secondo la legge brasiliana erano ridotti praticamente alla schiavitù.I settori produttivi erano quelli del disboscamento e dell’allevamento in Amazzonia, e quello delle piantagioni di cacao, cotone, palma da olio e da cera del Nord-est”.

Il lavoro, senza diritti.

“Secondo le previsioni del Ministero del Lavoro brasiliano, per ogni lavoratore liberato esistono altri 3 che non emergono. La Commissione Pastorale della Terra, organo della Chiesa brasiliana, fa l’esempio della zona di Barreiras, all’interno dello Stato di Bahia, dove nelle piantagioni di cotone e caffè accanto a ogni bracciante in regola lavorano atri 5 in condizioni subumane: senza diritti, con stipendi da fame e totalmente sottomessi al datore di lavoro”.

Molta terra per pochi, poca terra per tanti.

“La chiave di lettura per interpretare questa situazione di arretratezza estrema è l’eterna lotta per la terra. Molta terra per pochi, poca terra per tanti.I moderni schiavi sono vitali per il latifondo e per coloro che occupano abusivamente terre amazzoniche per espandere i loro affari. Il Brasile profondo, dei sem terra, è un paese con altissimi livelli di disparità economica e soprattutto di diritti. I discendenti della Tratta negriera del periodo coloniale, sono oggi sottomessi all’economia globale che esige materie prime a basso costo senza interrogarsi sulle condizioni di vita e di lavoro di chi le ha prodotte”.

Le multinazionali e gli intermediari.

“Le grandi multinazionali, come Haribo, si trincerano di solito sugli accordi sottoscritti con gli intermediari locali che non garantiscono affatto gli standard sottoscritti da parte dei subfornitori. Come in Cina con l’elettronica, in Indonesia con l’olio di palma, in Costa d’Avorio con il cacao, anche in Brasile si ripete lo stesso schema: intermediari “puliti”, subfornitori fuori dalle regole”.

Il prezzo che paga l’ambiente.

“Questi lavoratori non sono le uniche vittime, anche l’ambiente paga un conto pesantissimo come ci ricorda ogni anno la statistica sulla riduzione delle zone forestali del Brasile. Tutto ciò avviene nella totale illegalità rispetto agli standard di produzione sostenibile che poi vengono sbandierati dal marketing delle aziende multinazionali. Un gioco di spechi che riproducono ambienti rigogliosi e lavoratori felici, nascondendo violenza e incuria. Una realtà globale che rende il mercato sempre più ricco di prodotti che costano poco, ma che si lascia dietro un deserto ambientale e sociale”.

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    Piero Bosio
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Bolzaneto. Fu tortura, Italia condannata

“Manifestanti trattenuti anche per trenta ore, senza la possibilità di contattare familiari, legali o ambasciate, marchiati sul viso, costretti a restare immobili per ore in posizioni umilianti (anche i feriti), colpiti con schiaffi, calci e pugni, obbligati anche a gridare ‘viva il duce’”.

Sono solo alcune delle testimonianze, delle denunce, raccolte dai legali sulle violenze e le torture alla caserma genovese di Bolzaneto.

Testimonianze e denunce che hanno portato la Corte Europea dei Diritti Umani a condannare l’Italia per tortura sia a Bolzaneto sia nel carcere di Asti nel 2004.

Il ricorso alla Corte

A fare ricorso a Strasburgo sono state 59 persone tutte condotte a Bolzaneto tra il 20 e il 22 luglio 2001. Alcuni di loro provenivano dalla scuola Diaz, dove avevano già subito numerose violenze che la Corte di Strasburgo ha definito come torture in una sentenza di condanna dell’Italia emessa lo scorso giugno. Tutti i ricorrenti affermano di aver subito violenze. Alcuni sono stati picchiati più volte, sono stati fatti spogliare davanti ad agenti del sesso opposto, a molte delle ragazze sono stati fatti togliere anche gli assorbenti ed è stato poi negato l’uso di salviette igieniche. Altri hanno dovuto gridare ‘viva il fascismo, viva la polizia penitenziaria’. Le celle in cui era una parte dei ricorrenti sono state spruzzate con gas urticanti.

Elena Romanazzi - bolzaneto

Nette e inequivocabili le motivazioni della condanna della Corte Europea dei Diritti Umani che ha riconosciuto ai ricorrenti il diritto a ricevere tra 10mila e 85mila euro a testa per i danni morali.

Fu Tortura e lo Stato non ha condotto un’indagine efficace

“I ricorrenti – spiega la Corte – sono stati trattati come oggetti per mano del potere pubblico, hanno vissuto durante tutta la durata della loro detenzione in un luogo ‘di non diritto’, dove le garanzie più elementari erano state sospese e lo Stato non ha condotto un’indagine efficace”.

L’accusa agli agenti

“L’insieme dei fatti emersi – aggiunge la Corte – dimostra che i membri della polizia presenti, gli agenti semplici, e per estensione, la catena di comando, hanno gravemente contravvenuto al loro dovere deontologico primario di proteggere le persone poste sotto la loro sorveglianza”.

Impunità

La Corte ha poi messo in risalto che “nessuno ha passato un solo giorno in carcere per quanto inflitto ai ricorrenti”. Questo per due motivi. Il primo, dicono i giudici, è stata l’impossibilità di identificare gli agenti coinvolti, sia perché a Bolzaneto non portavano segni distintivi sulle uniformi sia per la mancanza di cooperazione della polizia con la magistratura. Il secondo fattore invece “sono le lacune strutturali dell’ordine giuridico italiano” nel 2001.

La nuova legge sulla tortura non applicabile

Nella sentenza la Corte afferma di “aver preso nota della nuova legge sulla tortura entrata in vigore il 18 luglio di questo anno, ma che le nuove disposizioni non possono essere applicate a questo caso”.

L’avvocato Emanuele Tambuscio ha tutelato una decina di ricorrenti alla Corte di Strasburgo.

Avvocato, che riflessione fa dopo la sentenza della Corte?

“Penso che nel corso di tutti questi anni i vari governi che si sono succeduti non hanno mai voluto sanzionare da un punto di vista disciplinare i responsabili di violenze e torture. Potevano destituirli ad esempio e non lo hanno fatto”.

Perché secondo lei?

“Perché hanno fatto una scelta di campo, sciagurata, pensando di proteggere le forze dell’ordine, provocando in realtà un effetto contrario”.

Intanto l’ultimo governo ha varato la legge sulla tortura. Lei cosa pensa?

“Per dare un giudizio bisognerà vedere come verrà applicata dai giudici. Vedremo. Però è una legge che ha alcuni aspetti critici, tra cui il requisito delle violenze ‘reiterate’ che è stato sostituito con l’espressione ‘più condotte’: (In questo caso il singolo atto di violenza potrebbe non essere punito, ndr). Penso che se ci fosse stata questa legge nel 2001 non si sarebbe potuta applicare alla scuola Diaz”.

Di fronte a violenze e torture, la Corte Europea ha dato sanzioni da 10mila a 85 mila euro. Appaiono cifre modeste rispetto a quanto è accaduto.

“La decisione della Corte non esclude ulteriori risarcimenti dal giudice civile italiano. Infatti abbiamo già presentato ricorso in Italia per alcuni nostri assistiti”.

Avvocato, che tipo di violenze, minacce subirono i suoi assistiti a Bolzaneto?

“Mi ricordo una ragazza, uscita molto malconcia dalla Diaz. Arrivata a Bolzaneto, il medico della caserma le disse: ‘Dovevano fucilarvi tutti alla Diaz’. Un’altra dottoressa si rivolse ai fermati dicendo: ‘Puzzate come cani’. Poi qualcuno, durante la visita medica, è stato picchiato. A un nostro assistito hanno rotto due costole sul lettino della visita medica”.

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Vittorio Agnoletto nel 2001 era portavoce del Social Forum.

A 16 anni dai fatti, dopo varie condanne da parte dei tribunali italiani e da parte di istituzioni internazionali, alle vittime – ha detto Agnoletto – non è ancora arrivata alcuna parola di scusa a nome dello Stato da parte dei suoi massimi rappresentanti, primi tra tutti il presidente della Repubblica. Una vergogna nella vergogna”.

Agnoletto poi ricorda che la decisione della Corte Europea “era attesa e non sarà nemmeno l’ultima: sono molte ancora le cause di cittadini italiani che hanno subìto violenze a Bolzaneto e che, in assenza di un giusto processo in Italia, sono ricorsi alla Corte Europea”.

“La Corte – aggiunge Agnoletto – indica anche i risarcimenti ai quali hanno diritto le vittime: altra pagina vergognosa di questa vicenda. Lo Stato italiano infatti continua a fare resistenza nell’eseguire i risarcimenti definiti dai tribunali italiani”.

Vittorio Agnoletto davanti alla Diaz
Vittorio Agnoletto davanti alla Diaz
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    Piero Bosio
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Gli occhi di Margherita sui migranti e i conflitti

“Sono qui a Catania sull’Aquarius di Sos Méditerranée. Ho finito questa missione con Medici Senza Frontiere (MSF). Ora stiamo preparando la nave per la prossima partenza. Dopo tre settimane di viaggi nel Mediterraneo la stiamo rifornendo di cibo, di materiale sanitario, e cambiamo l’equipaggio”.

Inizia così la nostra conversazione con Margherita Colarullo, 33 anni, medico (nella foto di copertina). Attraverso i suoi occhi, le sue parole, il racconto delle sofferenze di chi è travolto dai conflitti, di chi scappa da persecuzioni o fame, di migranti salvati e curati, dopo violenze e soprusi. Ma è anche la storia di quelle persone come Margherita che, con MSF o con altre Ong, non accettano i respingimenti e gli egoismi dell’Europa, che dicono no alle guerre e che mettono una parte della loro vita, della loro esperienza e professionalità, al servizio degli altri.

Palermo. “La nave dei bambini”. La violenza contro le donne.

“L’ultima mia missione con MSF – racconta Margherita – è di queste settimane. Il 13 ottobre siamo arrivati con l’Aquarius al porto di Palermo, con 600 migranti, di cui circa un terzo bambini e minori. Abbiamo raccolto persone che sono state prigioniere in Libia, con ferite di armi da fuoco, uno è stato colpito anche da un machete. Erano malnutriti, con malattie croniche. Molte donne hanno raccontato di aver subito violenze sessuali nei campi di prigionia. Mi hanno colpito poi le condizioni di sofferenza estrema di coloro che arrivavano dalla Somalia ed Eritrea: erano in uno stato di malnutrizione agghiacciante”.

Margherita Colarullo sull'Aquarius
Margherita Colarullo sull’Aquarius

Lampedusa. La mia prima esperienza. La gabbia dei tunisini.

Era il 2011, poco dopo la laurea in medicina. Nell’isola faceva il medico di base. “Sono arrivata subito dopo le primavere arabe. Fu durissimo. Ricordo le condizioni terribili per i migranti nei centri di accoglienza. All’interno e fuori c’erano militari armati. Era una grande gabbia, con dentro una piccola gabbia dove tenevano isolati i tunisini, ritenuti più pericolosi. Molti i casi di autolesionismo pazzesco. Siccome a Lampedusa non c’era assistenza chirurgica avanzata alcuni di questi ragazzi mandavano giù delle lamette, cosi gli facevano la radiografia e li trasferivano sulla terra ferma, da cui potevano tentare di scappare”.

Margherita prosegue il suo racconto. “Dopo il 2011 a Lampedusa non mi sentivo ancora pronta per missioni in zone remote, quindi mi sono fermata in Svizzera dove ho iniziato la specializzazione in medicina interna e poi ho fatto un corso in medicina tropicale. Ho lavorato un anno al pronto soccorso. Ho fatto esperienza”.

Repubblica Centrafricana. I feriti e noi ci buttavamo a terra. Le termiti.

Margherita nel 2014 va con MSF nella Repubblica centrafricana, dove vi è una spirale di violenza senza precedenti dall’apice del conflitto nel 2014, con una delle più gravi emergenze umanitarie.

“Arrivo all’aeroporto di Bangui in piena guerra, con il colpo di Stato, l’impatto è stato duro, spari, tanti feriti. Alcune volte i feriti e noi dovevamo buttarci a terra nell’ospedale situato nel campo profughi per evitare i colpi. Spesso dovevamo interrompere le cure a chi soffriva, abbiamo dovuto anche evacuare l’ospedale. Devo dire che ho avuto molta paura, ma ho resistito e alla fine sono rimasta tre mesi”.

Margherita ricorda un episodio: “…Quello di un bambino fortemente malnutrito, a cui non riuscivamo far mangiare i cibi Msf iperproteici. Lui non voleva, chiedeva gli insetti, le termiti. E noi alla fine abbiamo acconsentito valutando che comunque hanno un valore proteico, e allora andavamo a raccogliere le termiti”.

Sud Sudan. I bambini, poco cibo e la malaria.

Margherita ritorna in Svizzera e dopo alcune settimane riparte per il Sud Sudan, dove la situazione è drammatica. Solo nel primo semestre del 2017 Medici Senza Frontiere ha fornito quasi 400mila consultazioni mediche, ha trattato oltre 200mila persone per malaria e ha assistito quasi 10mila nascite.

“In quel periodo il problema grave era la mancanza di cibo, anche noi mangiavamo riso e lenticchie. Ero in un ospedale di MSF, dove ci occupavamo soprattutto di bambini e della malaria, in una situazione in cui tutti vanno in giro armati, e la situazione può precipitare sempre da un momento all’altro”.

margherita foto articolo gruppo di persone

Congo. L’abbraccio delle prostitute.

Margherita rientra in Svizzera, dove resta per un anno. Poi la nuova missione: il Congo. “Sono stata sei mesi in Congo. Uno dei ricordi che porto con me è il lavoro che come MSF abbiamo fatto nella capitale Kinshasa. Avevamo unità mobili con cui andavano nei quartieri dalle prostitute, nei bar, per offrire loro il test per l’HIV le cure necessarie contro l’Aids. Quando ci vedevano ci correvamo incontro, la prima sera quando siamo arrivati una decina di ragazze sono venute verso di noi, ci hanno abbracciato e ringraziato”.

Iraq. La bambina che cammina per 30 km.

Margherita ritorna a casa per ripartire dopo alcuni mesi per l’Iraq, dove decenni di conflitto armato e di instabilità hanno duramente colpito un sistema sanitario che non riesce a far fronte al bisogno urgente di cure di milioni di persone intrappolate nelle violenze. Dal 2014, oltre 3 milioni di persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case.

Margherita racconta con sincerità che non se la sentiva di andare nello Yemen, perché aveva troppa paura, sapeva che erano stati bombardati gli ospedali di MSF. Allora decise di accettare la missione in Iraq.

“Ero a 10 km da Mosul, dove avevamo un ospedale per le emergenze: accoglievamo i feriti dalla linea del fronte di Mosul. Ho visto il dolore, le ferite e le sofferenze delle persone che scappavano dall’assedio. E anche tanti bimbi denutriti gravi, sotto shock, dopo sette mesi di assedio. La disperazione nei loro occhi. Ricordo una bambina di 11 anni che è arrivata spaventata con dolori ovunque dopo avere camminato per 30 km per raggiungere il nostro ospedale, e ancora un’altra che era terrorizzata ogni volta che la medicavamo. Era stata ferita da da un’esplosione e aveva i chiodi nella gamba. E poi stare insieme a lei per insegnarle a camminare…”.

***

Medici Senza Frontiere ha lanciato la campagna “Cure nel cuore dei conflitti”.

“Quando un paese è devastato dalla guerra, intere popolazioni vengono messe in ginocchio”, ha detto Loris De Filippi, presidente di MSF. “Consegnare tempestivamente le cure di cui hanno bisogno è una sfida senza pari, che affrontiamo ogni giorno nei conflitti. Come organizzazione indipendente possiamo farlo solo grazie a chi ogni giorno sceglie di sostenere la nostra azione”.

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    Piero Bosio
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Fino all’ultimo bambino

La fame, la malnutrizione uccide: la nuova campagna globale di Save the Children punta il dito su una realtà drammatica che la politica fa spesso finta di non vedere, e quando l’affronta lo fa ancora troppo debolmente: “Ogni anno, nel mondo, 3 milioni di bambini sotto i 5 anni muoiono a causa della malnutrizione, un killer silenzioso che trova terreno fertile tra le piaghe della povertà, dei conflitti e dei cambiamenti climatici. Un minore su 4 sotto i 5 anni è colpito da malnutrizione cronica, 1 su 12 da quella acuta”.

Si tratta di bambini, bambine che pesano come neonati, anche se hanno un anno di vita. Fanno in genere un pasto al giorno e senza la varietà di una dieta adeguata crescono poco e male. Lo sviluppo dei loro corpi è lento, con pesantissime conseguenze in età adulta, quando riescono a raggiungerla.

Basta con la malnutrizione: “Fino all’ultimo bambino, per salvare e dare un futuro ai bambini senza un domani” è la campagna globale.

Il dossier di Save the Children racconta un quadro in cui si sono fatti passi in avanti per combattere la malnutrizione, ma ancora troppo deboli, insufficienti in un contesto globale in cui sono aumentate le diseguaglianze, e i conflitti colpiscono in particolare i bambini, come sta accadendo in Siria o nello Yemen.

Bambini nello Yemen
Bambini nello Yemen

Povertà assoluta, esclusione, discriminazione etnica, fenomeni climatici distruttivi, conflitti e violenze spingono alla fuga, all’abbandono delle proprie case. Le stesse cause che, a otto anni dal vertice sulla sicurezza alimentare della Fao, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, continuano a privare ogni giorno migliaia e migliaia di bambini del diritto al cibo. Di fame dunque si continua a morire, in un contesto di profonda divisione tra Nord e Sud del mondo e di strapotere delle multinazionali agroalimentari.

Questo in sintesi il quadro tracciato nel rapporto di Save the Children.

Il circolo vizioso della povertà “I bambini che nascono in contesti di povertà sono i più esposti al rischio della malnutrizione e alle gravi deprivazioni di carattere sanitario ed educativo. In 103 Paesi a medio e basso reddito sono 689 milioni i minori considerati poveri: in India lo è circa la metà dei bambini, mentre ben 9 su 10 in Etiopia, Niger e Sud Sudan. In Africa subsahariana, appena meno della metà della popolazione che vive nelle zone rurali può accedere alle fonti d’acqua potabile. Tra gli elementi che incidono sulla povertà infantile anche l’accesso all’istruzione e alla formazione, dal quale ancora oggi sono tagliati fuori 263 milioni di bambini e adolescenti nel mondo”.

Conflitti

“Delle 815 milioni di persone denutrite a livello mondiale, più della metà vive in Paesi colpiti da conflitti. Si tratta, in particolare, di zone in cui i bambini hanno il doppio delle possibilità di diventare malnutriti e morire durante l’infanzia. Contesti pericolosi in cui sono costretti a sfamarsi con quel che rimane dei raccolti o ad arrangiarsi con ciò che trovano, come cibo per animali o foglie, a bere da sorgenti d’acqua contaminate, spesso senza accesso a medicinali e assistenza sanitaria. In Yemen circa 17 milioni di persone – pari al 60% della popolazione – risultano in stato di insicurezza alimentare”.

Bambini in Siria
Bambini in Siria

Cambiamenti climatici “In seguito alla grave emergenza El Niño, considerata la peggiore crisi legata al cambiamento climatico degli ultimi 35 anni, quasi 20 milioni di persone, nel Corno d’Africa, stanno soffrendo gli effetti della dura crisi alimentare, tra cui ben 7 milioni di bambini tra Etiopia, Somalia e Kenya che non hanno sufficiente accesso al cibo, in seguito alla perdita dei raccolti e del bestiame provocata dalla siccità, e a fonti d’acqua sicure, con forti ripercussioni sulla diffusione di malattie quali diarrea, colera e morbillo”.

Gli obiettivi dell’abbattimento della denutrizione e della malnutrizione restano per ora molto lontani, per questo Save the Children lancia una nuova campagna globale.

“Dal 1990 ad oggi sono stati compiuti importanti passi in avanti per ridurre il fardello della malnutrizione – sostiene Save the Children – ma nonostante ciò, il mondo è ancora ben lontano dal raggiungere gli obiettivi globali, quali la riduzione del 40% dei casi di malnutrizione cronica entro il 2025 e l’eliminazione di tutte le forme di malnutrizione entro il 2030. Noi continueremo a fare di tutto perché nessun bambino venga più lasciato indietro”.

In questo contesto anche l’Italia deve fare la sua parte, avere un ruolo più attivo, ricordandosi degli impegni presi in forma solenne due anni fa, quando si inaugurava l‘Expo, l’Esposizione Universale dedicata al tema “Nutrire il pianeta, energia per la vita”, e quando venne firmata la Carta di Milano da parte dei potenti delle terra.

Con il rapporto sulla malnutrizione infantile Save the Children lancia la campagna “Fino all’ultimo bambino”, una maratona che dal 12 ottobre al 5 novembre si propone di raccogliere fondi sufficienti per raggiungere i luoghi più lontani, invisibili. Luoghi da cui poi fuggono coloro che, alla ricerca di un futuro, salgono sui barconi, o attraversano i deserti, spesso perdendo la vita.

Chiara Damen è International Advocacy & Policy Coordinator di Save the Children Italia.

Perché la nutrizione è ancora sottofinanziata?

“L’attenzione globale nei confronti della sicurezza alimentare e della nutrizione è cresciuta molto solo dalla crisi dei prezzi agricoli del 2007/2008. Da allora, sono state portate avanti numerose iniziative principalmente in ambito di sviluppo agricolo senza dare adeguata attenzione agli aspetti della nutrizione. Save the Children ritiene che per raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, i governi debbano promuovere politiche e interventi specifici e multisettoriali che mettano al centro la nutrizione e la sicurezza alimentare, stanziando adeguati livelli di Aiuto Pubblico allo Sviluppo (APS) affinché il diritto al cibo sia garantito a tutti, con particolare attenzione ai bambini e ai gruppi più vulnerabili. Ad oggi a livello mondiale solo l’1% dell’APS viene investito in interventi di nutrizione. Non investire in nutrizione ha un costo molto alto in termini di spese sanitarie e di crescita e sviluppo delle società”.

Le diseguaglianze sono un pesantissimo ostacolo per combattere la malnutrizione, la fame. Cosa dice Save the Children?

“Ci sono alcuni bambini più vulnerabili di altri al fenomeno della malnutrizione, una combinazione letale di povertà ed esclusione infatti priva maggiormente alcuni gruppi di bambini del diritto a vivere e crescere grazie a una dieta sana e bilanciata. Questi bambini, discriminati o esclusi a causa della loro etnia, del luogo di provenienza, di una disabilità, del loro genere, del reddito familiare o perché obbligati ad abbandonare le loro case per fuggire da guerre e conflitti, non sviluppano il loro pieno potenziale a causa delle carenze nutrizionali a cui sono soggetti. Il luogo in cui un bambino vive, per esempio, determina in larga parte il suo accesso ai servizi, all’educazione e al cibo, ma anche le sue prassi culturali e sociali e, in ultima analisi, il suo livello di nutrizione. I bambini che vivono in aree rurali hanno in media 1,37 probabilità in più di essere malnutriti rispetto a quelli che abitano nelle città. Anche il reddito familiare ha un’influenza significativa sulla nutrizione dei bambini: nei Paesi e nelle regioni in via di sviluppo, i bambini nati in famiglie appartenenti al 20% più povero hanno una probabilità più che doppia di morire prima del loro quinto compleanno rispetto a quelli che provengono dal quintile più benestante della popolazione”.

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    Piero Bosio
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“Dite al governo che la nostra terra non si ruba”

Tre dei maggiori leader indigeni del Brasile hanno denunciato l’attacco concertato dai loro governi contro i diritti indigeni, definendolo “genocida”.

Davi Kopenawa Yanomami, sciamano e leader del popolo Yanomami dell’Amazzonia settentrionale, Raoni Metuktire, leader del popolo Kayapó, e Sonia Bone Guajajara, leader e attivista guajajara, hanno pubblicato una lettera aperta, in occasione della Giornata Internazionale dei Popoli Indigeni, conosciuta anche come Columbus Day, che si celebra il 12 ottobre. Un appello, una denuncia che arriva dopo diversi casi di violenze e omicidi, una forte impennata di violenza anti-indigena da parte di coloro che stanno tentando di rubare le terre dei popoli indigeni e le loro risorse. Ad agosto, una decina di indiani incontattati sarebbero stati massacrati in Amazzonia, nella valle di Javari. All’inizio di quest’anno, degli allevatori hanno attaccato un gruppo di indios Gamela, mutilando brutalmente diversi di loro con dei machete.

Lo sciamano Davi Kopenawa
Lo sciamano Davi Kopenawa

Il nostro governo – scrivono i tre leader – sta distruggendo noi, popoli indigeni, i primi abitanti del Paese. Nel nome del profitto e del potere, ci rubano la terra, incendiano le nostre foreste, inquinano i nostri fiumi e devastano le nostre comunità. I nostri parenti che vivono nel cuore della foresta, vengono attaccati e uccisi. Ma non ci lasceremo zittire. Non vogliamo che le ricchezze delle nostre terre siano rubate e vendute. Abbiamo cura delle nostre terre da tempi immemorabili. Proteggiamo la nostra foresta perché ci dà la vita.

 Noi fratelli e sorelle indigeni di più di 200 tribù diverse ci stiamo unendo in un’unica protesta. E dal cuore della foresta pluviale amazzonica, vi chiediamo aiuto. In questo momento di emergenza abbiamo bisogno di voi. Per favore dite al nostro governo che la nostra terra non deve essere rubata”.

Sonia Guajajara, attivista indigena, durante una protesta a Parigi
Sonia Guajajara, attivista indigena, durante una protesta a Parigi

La lettera è stata scritta in risposta alle crescenti preoccupazioni sugli stretti legami tra il governo Temer, salito al potere dopo l’impeachment di Dilma Rousseff lo scorso anno, e la potente e notoriamente anti-indigena lobby del settore agroindustriale.

Gli attivisti hanno descritto il comportamento dell’attuale amministrazione verso i popoli indigeni come “il peggiore nell’arco di due generazioni”.

I popoli incontattati, che non hanno rapporti con il mondo esterno, non sono arretrati o primitivi, né reliquie di un passato remoto – spiega Survival International – sono nostri contemporanei e rappresentano una parte essenziale della diversità umana. Quando i loro diritti sono rispettati, continuano a prosperare.

“Il governo del Brasile è determinato a danneggiare i diritti dei popoli indigeni in tutto il Paese”, ha dichiarato il direttore generale di Survival, Stephen Corry. “Sta deliberatamente lasciando i territori delle tribù incontattate esposti alle invasioni, perfettamente consapevole delle morti e delle sofferenze che ne deriveranno inevitabilmente. Quanto sta avvenendo in Brasile è una crisi umanitaria raccapricciante e urgente, e la comunità internazionale dovrebbe far sentire il suo sostegno ai leader indigeni e agli altri in Brasile che chiedendo la fine delle persecuzioni”.

Da tempo Survival International denuncia i legami del governo Temer con i gruppi agro-alimentari e quelli anti-indigeni.

“I grandi allevatori e agricoltori che operano nei territori indigeni hanno spesso legami forti con i politici. In alcuni casi, sono essi stessi dei politici. Sono chiamati ‘bancada ruralista’, e costituiscono una lobby di agricoltori e allevatori molto potente nel Congresso brasiliano. Questi imprenditori considerano i popoli indigeni come un ostacolo al ‘progresso’ e al ‘profitto’, e di frequente assoldano dei sicari per attaccare le comunità e tenerle fuori dalle loro terre”.

Raoni Metuktire, leader della lotta contro la diga di Belo Horizonte
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    Piero Bosio
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Un premio contro Donald Trump

Emozionata, felice. Un momento straordinario ,difficile da descrivere per Beatrice Fihn, direttrice esecutiva di ICAN.

Le hanno comunicato da pochi minut che ICAN, “International Campaign to Abolish Nuclear Weapons”, ha vinto il Nobel per la Pace 2017. “E’ un premio importantissimo per coloro che lavorano dal 1945 alla lotta contro le armi nucleari – ha spiegato Beatrice Fihn– un tributo ai sopravvissuti di Hiroshima e anche alle vittime dei test nucleari che ancora purtroppo si fanno “.

Poi il monito al presidente Usa, Donald Trump in relazione alle politiche nei confronti della Corea del Nord: «Non si può minacciare di uccidere milioni di persone con la pretesa della sicurezza. Ci fa vivere -ha detto- in una situazione di insicurezza permanente. È un comportamento inaccettabile che non appoggeremo mai “

L’ICAN, organizzazione no-profit per il bando alle armi nucleari,è stata fondata nel 2007. E’ composta da 468 organizzazioni, in 101 paesi.La sede è a Ginevra. In Italia vi aderiscono Rete Disarmo e Senzatomica.

La campagna è stata sostenuta da altri premi Nobel per la Pace: Desmond Tutu, il Dalai Lama e Jody Williams (fondatrice della Campagna Internazionale per il Bando delle Mine Antiuomo). A luglio 2017 la vittoria dell’ICAN: la Conferenza dell’Onu ha approvato il “Trattato sul divieto delle armi nucleari”, il primo accordo internazionale legalmente vincolante per la completa proibizione delle armi nucleari.

Una vittoria importante,anche se la battaglia è ancora lunga come dimostrano le fortissime tensioni tra Stati Uniti e Corea del Nord, e quelle tra Stati Uniti e Iran.

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Questa, in sintesi, la motivazione del Nobel per la Pace 2017 a ICAN:

“Il Comitato per il Nobel di Oslo ha assegnato il premio all’Ican per il suo ruolo nel fare luce sulle catastrofiche conseguenze di un qualunque utilizzo di armi nucleari e per i suoi sforzi innovativi per arrivare a un trattato di proibizioni di queste armi”. Nell’ultimo anno, ha spiegato la presidente Berit Reiss-Andersen ICAN ha impresso “nuovo vigore agli sforzi per raggiungere un mondo senza armi nucleari”

Rete Disarmo fa parte di ICAN. Grande ovviamente la soddisfazione dell’associazione di cui Francesco Vignarca è il coordinatore: “ Questo Nobel certifica lo sforzo, la battaglia fatti dalla società civile internazionale e possiamo dire che l’abbiamo vinto anche noi”.

Vignarca era New York,come delegato,il 7 luglio 2016, quando l’ICAN ottenne un risultato storico: la stipula del “Trattato internazionale per l’abolizione delle armi nucleari”“

“Questa iniziativa della Campagna Internazionale per l’Abolizione delle Armi nucleari è nata nel 2012 dal rilancio sul disarmo nucleare che era in stallo- spiega Vignarca-.

Il tutto era cominciato come iniziativa umanitaria dove si affermava che le armi nucleari andavano messe al bando perché talmente distruttive, inumane, impossibili da gestire e da prevederne le conseguenze anche a livello militare. Successivamente si è poi deciso di formulare un trattato di abolizione delle armi nucleari che ci ha impegnato negli ultimi due anni, arrivato al compimento con il voto alle Nazioni Unite dello scorso luglio”. (Un trattato non sostenuto dall’Italia, ndr)

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Sono circa 15.000 le testate ancora presenti nel mondo, in leggera diminuzione numerica ma in continuo e problematico ammodernamento. Il documento del trattato garantisce una specifica assistenza agli Stati ed agli individui colpiti dall’uso di armi nucleari o dalla sperimentazione atomica, sancisce la necessità di bonifica ambientale (articolo 6) e impegna gli Stati Parte a farsi promotori del bando presso gli altri Paesi, in modo che il Trattato raggiunga l’universalità (articolo 12).

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    Piero Bosio
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Piazza della cittadinanza

Piazza Montecitorio, a Roma, diventerà il 13 ottobre “Piazza della Cittadinanza”. Sarà una grande manifestazione che vedrà protagonisti la società civile, insegnanti, genitori e alunni che torneranno a manifestare per chiedere al governo, al parlamento, l’approvazione entro la legislatura dello Ius Soli temperato, e lo Ius Culturae. Con loro ci saranno il movimento #Italianisenzacittadinanza e i promotori della campagna ‘L’Italia sono anch’io’, con laboratori creativi, flash mob, cori e palloncini tricolore. All’iniziativa ha aderito la rete degli ‘Insegnanti per la Cittadinanza’, che ha lanciato uno sciopero della fame, cominciato il 3 ottobre, e promosso iniziative di sensibilizzazione nelle scuole in tutta Italia.

“I rappresentanti di Senato e governo devono dimostrare senso di responsabilità verso i bambini e le bambine che in Italia crescono, votando immediatamente la riforma. Lo stesso premier Paolo Gentiloni ha recentemente definito quella sulla cittadinanza una riforma di civiltà, impegnandosi ad approvarla entro l’autunno”, affermano i promotori di quello che è stato battezzato ‘Cittadinanza day’. “È questo – dicono – il momento per votare una legge che sancisce il principio della cittadinanza”.

Paula Baudet Vivanco, fa parte di Italiani senza Cittadinanza:

“Noi in piazza Montecitorio ci saremo e sfidiamo parlamentari e ministri a venirci a dire in faccia che la riforma non la vogliono votare. A venire in piazza a guardare negli occhi i bambini e bambine e dire che la loro vita vale meno di quella degli altri. Perché noi su questo non siamo d’accordo, E lo continueremo a dimostrare. Noi resistiamo. Sempre”.

Ascolta qui l’intervista a Xavier Palma, uno dei fondatori di Italiani senza Cittadinanza:

XAVIER PALMA ITALIANI SENZA CITT

Sono circa un milione di persone, la maggior parte giovani di seconda generazione, nati in Italia o arrivati nei primi anni di vita, che non hanno la cittadinanza. La loro è una battaglia che si scontra con i calcoli e le beghe elettorali dei partiti, e con gli “imprenditori della paura” come disse Emma Bonino, che creano manifestazioni xenofobe, alimentando pregiudizi razzisti.

“’Siamo gli ‘Italiani e Italiane senza cittadinanza’. Abbiamo età diverse, nati nelle città italiane o all’estero, ma tutti cresciuti in Italia. La maggioranza di noi va ancora alla Scuola pubblica italiana, una parte è all’Università o lavora. Siamo tutti Italiani, con una sola particolarità: non abbiamo un documento che lo possa testimoniare. Siamo figli di una patria che non ci riconosce… Molti di noi vengono considerati stranieri nel proprio Paese, liquidati come ‘Italiani col permesso di soggiorno’”.

Eppure sono nati in Italia o sono arrivati nel nostro paese da bambini e pensano e parlano italiano, crescono, studiano e lavorano qui, condividendo la nostra cultura e le nostre regole di cittadinanza, i nostri costumi. “Non si tratta di concedere nulla, e tantomeno di regalare qualcosa. Si tratta di riconoscere per legge una realtà, vera, importante e buona”, scrive l’Avvenire.

Intanto continuano a crescere le adesioni allo sciopero della fame promosso lo scorso 3 ottobre da oltre 900 insegnanti di tante scuole italiane, su sollecitazione di due docenti: Eraldo Affinati e Franco Lorenzoni, che a Radio Popolare dice: “Siccome noi insegnanti siamo chiamati, per legge, a educare alla cittadinanza, ci sembra assurdo che ci siano dei nostri alunni che sono non-cittadini. Ci ribelliamo alla non-cittadinanza dei nostri bambini“.

È possibile che alla protesta aderisca anche la presidente della Camera, Laura Boldrini. “Ci sto pensando”, ha detto Boldrini. “È una legge importante. È passata l’idea che con quella legge la cittadinanza la prende chiunque arriva in Italia. Non è così. È una legge molto articolata ed equilibrata”.

Allo sciopero della fame hanno aderito, per ora, settanta parlamentari e, tra gli altri, il ministro Graziano Del Rio e il vice ministro degli Esteri Mario Giro. Adesione anche da Giuliano Pisapia e Campo Progressista, mentre sull’iniziativa, promossa dal senatore Luigi Manconi, resta il gelo di Matteo Renzi.

“Lo sciopero è aperto alla partecipazione di tutti i cittadini – ha spiegato Manconi – mentre arrivano adesioni da più ambienti: artisti come Alessandro Bergonzoni, Andrea Segre, Ascanio Celestini, ma anche Emanuele Macaluso e don Virginio Colmegna. Perché la mobilitazione abbia successo dovrà durare l’intero mese di ottobre, via via intensificandosi. Bisogna razionalizzare e distribuire con intelligenza le energie disponibili, seguendo le indicazioni pubblicate sul form”.

Per comunicare la propria adesione all’iniziativa, indicando il giorno o i giorni in cui ciascuno attuerà il digiuno, occorre compilare il form a questo link.

***

Queste in sintesi le parti importanti della legge sullo Ius soli temperato:

La novità principale consiste nella previsione di una nuova fattispecie di acquisizione della cittadinanza italiana per nascita (ius soli) e nell’introduzione di una nuova fattispecie della cittadinanza in seguito a un percorso scolastico (ius culturae).

In particolare, ottiene la cittadinanza per nascita chi è nato nel territorio della Repubblica da genitori stranieri, di cui almeno uno sia titolare del diritto di soggiorno permanente o in possesso del permesso di soggiorno Ue per soggiornanti di lungo periodo (ius soli).

In tal caso, la cittadinanza si acquista mediante dichiarazione di volontà espressa da un genitore o da chi esercita la responsabilità genitoriale all’ufficiale dello stato civile del Comune di residenza del minore, entro il compimento della maggiore età dell’interessato.

La seconda fattispecie di cittadinanza riguarda il minore straniero, che sia nato in Italia o vi abbia fatto ingresso entro il compimento del dodicesimo anno di età, che abbia frequentato regolarmente, per almeno cinque anni, nel territorio nazionale, uno o più cicli presso istituti appartenenti al sistema nazionale di istruzione o percorsi di istruzione e formazione professionale triennali o quadriennali idonei al conseguimento di una qualifica professionale. Nel caso in cui la frequenza riguardi il corso di istruzione primaria, è altresì necessaria la conclusione positiva di tale corso (ius culturae).

In tal caso, la cittadinanza si acquista mediante dichiarazione di volontà espressa da un genitore legalmente residente in Italia o da chi esercita la responsabilità genitoriale all’ufficiale dello stato civile del comune di residenza del minore, entro il compimento della maggiore età dell’interessato.

Oltre a queste ipotesi la proposta introduce un ulteriore caso diconcessione della cittadinanza (naturalizzazione), che ha carattere discrezionale, per lo straniero che ha fatto ingresso nel territorio nazionale prima del compimento della maggiore età, ivi legalmente residente da almeno sei anni, che ha frequentato regolarmente, ai sensi della normativa vigente, nel medesimo territorio, un ciclo scolastico, con il conseguimento del titolo conclusivo.

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    Piero Bosio
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Insieme contro la violenza a donne, neri e migranti

“La vera sfida oggi è creare un senso di collettività, per combattere le politiche razziste di Trump, le violenze contro le donne, contro gli immigrati, contro i neri. Dobbiamo sconfiggere il neoliberismo che ha infiltrato i sogni delle persone, in tutto il mondo”.

Angela Davis è determinata, combattiva, ironica, trasmette emozioni. Parla soprattutto alle nuove generazioni, cui si rivolge dicendo: “È un bene che la lotta continui e passi da una generazione all’altra”.

Davis, filosofa e femminista, è stata leader del movimento di liberazione dei neri degli anni settanta, attivista dei diritti umani, militante delle Pantere nere e del Partito comunista. Un filo rosso unisce la sua vita di battaglie, di vittorie e di sconfitte.

“Non dirò mai – spiega Davis – che ho rimpianti per quello che facemmo allora. Le promesse e gli obiettivi delle nostre lotte del passato, che non sono stati mantenuti, devono far parte delle battaglie del futuro. Continuiamo a lottare contro razzismo, il sessismo e il capitalismo”.

Angela Davis, parlando delle sue sconfitte, sostiene di non sentirsi “depressa” e aggiunge: “Non sappiamo mai davvero quale potrebbe essere il risultato delle nostre battaglie. Non abbiamo una sfera di cristallo che ci consenta di vedere il futuro, non abbiamo garanzie, ma questo non significa che non si debba lottare”.

Davis vive le battaglie di allora e quelle di oggi con la stessa passione. E questo traspare anche dalla determinazione con cui indica quello che per lei è la vera questione politica di oggi: la sfida, la lotta all’individualismo, provocato dal neoliberismo che ha “infiltrato i sogni delle persone di tutto il mondo”.

Davis spiega il suo pensiero: “L’individualismo non va confuso con l’individualità. L’individualismo distrugge l’individualità. Noi dobbiamo batterci per ricercare un senso di collettività che ci permetta insieme di mostrare solidarietà ai migranti, alle donne, agli sfruttati, alla Palestina, di lottare con e per loro. Un senso di collettività che attraversi gli oceani e anche lo spazio temporale. Questa la vera sfida”.

Davis poi parla di sé e della lotta per le donne che la vide impegnata in prima fila contro le discriminazioni, anche all’interno del suo movimento, le Pantere nere.

davis in piazza

Nel 1981 mi hanno detto che ero una femminista, io ho risposto: sono una rivoluzionaria donna nera, ma questo è un periodo in cui le donne si stanno alzando e donna non significa più quello che significava una volta. C’è un femminismo di base antirazzista che include donne transgender, per esempio, e questo è il bello dei movimenti giovanili che mi fanno sperare nel futuro, nonostante tutto”.

Davis fa una pausa e aggiunge: “Non dobbiamo pensare che la lotta di genere sia più importante della lotta di classe o di razza e per questo diventa fondamentale il ruolo della femminista intersezionale, perché le lotte sono collegate tra loro: quelle contro la violenza sulle donne, contro il razzismo, per la difesa dell’ambiente, contro l’oppressione di classe, le condizioni nelle carceri, di cui mi sono occupata tutta la vita. Certo non possiamo essere ovunque in queste lotte, ma dobbiamo riconoscerne le connessioni che ci sono. Questo è fondamentale”.

Poi Davis si sofferma sul razzismo negli Stati Uniti, attaccando Trump, facendo riferimento all’uccisione a Charlottesville dell’attivista Heather Heyer, per mano di un suprematista bianco: “Trovo inquietante la posizione di Trump. Come può un presidente non dire che bisogna andare oltre alla storia del Ku Klux Klan?”.

Il razzismo è al centro della storia degli Usa – continua Davis – e non c’è modo di concepire la storia del Nord America senza considerare il genocidio e la schiavitù inflitta ai popoli nativi. L’elezione di Obama nel 2008 è come se avesse dovuto o potuto cancellare il razzismo dal passato, ma questo non è avvenuto. L’affermarsi del suprematismo bianco è il fallimento delle politiche antecedenti, a iniziare dalla modalità di abolizione della schiavitù. Il razzismo non è mai uguale, si trasforma. Solo quando le vite dei neri saranno importanti, allora lo saranno le vite di tutti. Una donna solo perché donna non ci salverà, così come non lo farà Obama solo perché nero. Il compito che ci aspetta è quello di combattere la violenza contro donne, neri e migranti. I processi migratori stanno aumentando il fenomeno razzista ma le migrazioni sono l’effetto delle politiche coloniali e l’Europa oggi ne sta pagando il risultato”.

Angela Davis ha infine risposto ad alcune domande dal pubblico del teatro Comunale di Ferrara, tra le quali questa:“ Angela cosa faresti se avessi 20 anni?”

“È una domanda davvero difficile. Non so se è importante quale lotta si sceglie. L’importante, credo, è come ci si coinvolge, come si abbracciano le lotte. Comunque rispondo alla tua domanda: io mi sono sempre interessata di musica, comincio a pensare quanto sia rilevante che i musicisti siano parte di una lotta culturale più ampia, perché hanno un impatto sulle persone che spesso noi non riusciamo ad avere. E quindi magari avessi 20 anni mi occuperei di qualcosa di più culturale. Non so se conoscete Michael Bennett (è un famoso giocatore di football americano della squadra Seattle Seahawks, ndr). Io sono in contatto con lui e altri. Ed è entusiasmante vedere cosa sta succedendo. Chi avrebbe mai pensato che giocatori di football si mettessero contro Trump? Ecco, se avessi 20 anni,f orse farei l’organizzatrice culturale, ma non so se lo farei bene”.

***

“Angela Yvonne Davis è una testimonianza vivente delle battaglie che hanno caratterizzato la nostra epoca. Filosofa, femminista, icona del movimento di liberazione dei neri degli anni settanta, militante delle Pantere nere e del Partito comunista, è una delle più influenti intellettuali degli Stati Uniti.

Nata a Birmingham, in Alabama, nel 1944, quando le case dei neri venivano fatte saltare in aria dal Ku klux klan, ha studiato in Massachusetts, in Francia e in Germania, dove è stata allieva di Herbert Marcuse. Da sempre si batte per l’abolizione delle carceri. Nel 1970 l’Fbi la inserì con accuse false nella lista delle dieci persone più ricercate. Passò sedici mesi in prigione, mentre nel mondo partiva una campagna per la sua liberazione.

davis fbi

Professoressa emerita dell’Università della California a Santa Cruz, si occupa di marxismo, femminismo, questioni razziali e di genere.

A gennaio ha partecipato a Washington alla marcia delle donne contro Donald Trump: “Noi – i milioni di donne, persone transgender, uomini e giovani che oggi sono qui – rappresentiamo le forze di un cambiamento che non permetterà alla cultura del razzismo e dell’eteropatriarcato di risollevarsi”, ha detto nel suo discorso.” (Da Internazionale)

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    Piero Bosio
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Io, suora di frontiera, con i figli del vento

“ Sì, mi sento una suora di frontiera. E’ una mia scelta stare vicino ai “ figli del vento”, come li chiamo io quei ragazzi e ragazze che non hanno voce in questa terra meravigliosa ma difficile, dove il male è la cultura mafiosa, killer silenzioso e subdolo”

Suor Carolina Iavazzo parla con noi mentre sta tornando al suo Centro “Padre Pino Puglisi”, luogo di aggregazione giovanile a Bosco S. Ippolito, una piccola contrada del comune di Bovalino in provincia di Reggio Calabria, a pochi chilometri da San Luca, paese nel cuore della Locride.

San Luca è tristemente noto per fatti che portarono alla sanguinaria faida scoppiata nel febbraio del 1991 fra la famiglia di ‘ndrangheta dei Nirta-Strangio contrapposta all’altra cosca dei Pelle-Vottari. Una faida che porterà nel 2007 alla strage di ferragosto a Duisburg, in Germania.

“In queste zone oggi-spiega Suor Carolina- l’ndrangheta, le mafie non hanno spesso la necessità di farsi sentire direttamente,di manifestarsi, le percepisci nell’aria”

E la “missione” del Centro Padre Pino Puglisi è proprio quella di impedire che i giovani siano attratti da queste logiche mafiose, criminali, cercando di costruire un percorso di legalità, di socialità, un nuovo rapporto con le istituzioni,accompagnato da attività ludiche-sportive, di recupero scolastico. Un compito arduo, complicato in questa terra,ma che suor Carolina compie, insieme a altre due suore,con entusiasmo,con il sorriso.

“ Il sorriso che ha sempre avuto don Pino Puglisi -dice Suor Carolina che è stata al suo fianco, fino al momento in cui venne ucciso con un colpo di pistola alla nuca dalla mafia,al quartiere Brancaccio di Palermo,la sera del 15 settembre 1993.

Suor Carolina ha tratto forza, energia dagli insegnamenti di Don Pino Puglisi, trasferendosi in Calabria e fondando, nel 2005, il centro giovanile nella Locride che porta il nome del prete assassinato. Ed è di lui che vuole subito parlare,mentre iniziamo questa conversazione.

suora don pino in mezzo all'articolo

Quale è stata la forza del messaggio di Padre Puglisi ?

Bisogna scegliere la strada della legalità, bisogna parlare alle coscienze” diceva e la scuola, i giovani erano e sono il punto di partenza per combattere la mentalità mafiosa, il vero male. Diceva padre Puglisi: A questo può servire parlare di mafia, parlarne spesso, in modo capillare, a scuola: è una battaglia contro la mentalità mafiosa, che è poi qualunque ideologia disposta a svendere la dignità dell’uomo per soldi”

Lei ha fatto suo un altro insegnamento di Don Puglisi, quello sui diritti.

“Sì, diceva : “ non dobbiamo chiedere per favore quello che ci è dovuto come diritto”» ed è triste vedere che,anche nella Locride, il diritto spesso non esiste e quindi prospera quella mentalità mafiosa che dobbiamo combattere.”

Cosa intende per mentalità mafiosa?

“Quando si ricorre per ottenere qualcosa che ci spetta alla forza, ai favoritismi,ai clientelismi, quando si cerca scavalcare gli altri per ottenere un lavoro,oppure si usano le bustarelle,le intimidazioni, i ricatti. La cultura mafiosa è un killer silenzioso e subdolo”.

Lei mi diceva che è decisivo il ruolo dello Stato, delle istituzioni.Perchè?

“La presenza dello Stato sul territorio è fondamentale. La cultura mafiosa,le mafie,prosperano quando lo Stato è latitante,non crea servizi,opportunità di lavoro. In mancanza di questo le mafie ne approfittano,offrono lavoro, soldi, macchine, spingendo,in cambio,i giovani a delinquere”.

Lei chiama i giovani che segue “figli del vento” perchè?

Perché sono figli di nessuno, spesso abbandonati dai genitori, persone che non hanno voce, come quelli del Brancaccio ,a Palermo, o come qui nella Locride.Figli del vento in balia di chi li vuole adescare, coinvolgere in attività criminali o mafiose”.

Lei è stato vicino a don Puglisi fino all’ultimo, che riflessione fa?

“Padre Puglisi è stato ucciso perché non ha cercato il compromesso , ha detto no alla mafia, aveva scelto da che parte stare, quella dei valori evangelici, pur sapendo che andava incontro alla morte. Ha guardato negli occhi la mafia e fino alla fine ha detto no.E proprio per aver suggerito ai ragazzi un nuovo modello di vita, don Pino è stato ucciso.” 

Che accadde quella sera in cui padre Puglisi venne assassinato, a Palermo?

“Lo aspettavo, lo aspettavamo. Doveva venire da noi per ricevere gli auguri,era il giorno del suo compleanno. Mi aveva telefonato, dicendo: “tra poco arrivo”. Invece passa prima da casa. Li lo aspettano i killer mafiosi.Gli tolgono il borsello, lui non si scompone, li guarda , non grida, dice solo: “me lo aspettavo”.Poi ,come ammisero gli stessi mafiosi pentiti.gli sorrise”.

Lei suor Carolina è stata prima al Brancaccio,in Sicilia, poi nella Locride, nella zona di San Luca , luoghi difficili , ad alta densita mafiosa, perché?

“Perche io mi sento una suora di frontiera. Ho scelto di stare nei posti più poveri, cerco di dare voce a chi non ha voce, agli ultimi”.

Ma non ha paura dell’ndrangheta ,delle mafie, visto il suo impegno in prima fila?

“No, padre Puglisi mi ha insegnato a non avere paura,. Quando gli chiesi padre perché urla così forte contro i mafiosi, lui mi disse: più che uccidermi non possono farmi altro. Io,come suora ,in questa terra, ho scelto la mia missione, al cui interno c’è tutto, anche i rischi, e io li accetto, nel nome e per amore del Signore”

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    Piero Bosio
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Denunciato un nuovo massacro di indios

Un nuovo massacro di indigeni, delle tribù incontattate, quelle che hanno deciso di non avere rapporti con il mondo esterno, sarebbe stato commesso da alcuni cercatori d’oro in Amazzonia.

I magistrati brasiliani hanno aperto un’inchiesta dopo che il Funai – l’agenzia per gli affari indigeni del Brasile – ha denunciato l’uccisione di “più di dieci” membri della tribù. Il Funai ha confermato alcuni dettagli dell’attacco a Survival International. Si ipotizza che tra le vittime ci fossero anche donne e bambini.

La strage sarebbe stata commessa da alcuni cercatori d’oro. Due di loro sono stati arrestati. Gli omicidi sarebbero avvenuti il mese scorso nel Brasile occidentale, ma la notizia è emersa soltanto dopo che i cercatori d’oro hanno iniziato a vantarsi degli assassinii. Per Leila Silvia Burger Sotto-Maior, coordinatore Funai, questi uomini sostenevano “di aver tagliato i loro corpi e averli gettati in acqua. Dicevano che dovevano ucciderli o sarebbero stati uccisi”.

Se i fatti saranno confermati, si tratterebbe dell’ennesimo massacro di indigeni. Nel mondo sono oltre cento le tribù incontattate. Sono i popoli più vulnerabili del pianeta. Molti di essi vivono in fuga costante, per sfuggire all’invasione delle loro terre da parte di coloni, taglialegna, esploratori petroliferi e allevatori di bestiame. Oggi la maggior parte dei popoli incontattati vive in Brasile, e si stima che 80 di questi gruppi vivano in Amazzonia.

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Margherita Scazza è la responsabile comunicazione di Survival International Italia.

I magistrati stanno indagando, dopo le denunce della strage di più di dieci indios di una tribù incontattata. Ci può ricostruire i fatti, secondo le vostre informazioni?

“Le denunce riguardavano il massacro di ‘più di dieci’ membri di una tribù incontattata, commesso da alcuni cercatori d’oro, nella valle di Javari, nello stato di Amazonas, nel Brasile occidentale. Sembra che tra le vittime vi fossero anche donne e bambini. Per il momento sappiamo che due cercatori d’oro sono stati arrestati. Gli omicidi sarebbero avvenuti lungo il Fiume Jandiatuba nella foresta amazzonica”.

Che conferme ci sono di questa strage?

“Il massacro non è ancora stato confermato. Gli agenti del Funai ci hanno confermato alcuni dettagli dell’attacco. L’ufficio del pubblico ministero e la polizia federale hanno aperto un’indagine”.

Chi sarebbero, secondo voi, e per le informazioni che avete, gli assassini?

“Si sospetta che gli assassini siano dei cercatori d’oro (garimpeiros), ma aspettiamo l’esito delle indagini per averne conferma. Due cercatori d’oro sono stati arrestati e portati a Tabatinga per essere interrogati, ma non hanno confermato le morti, né sono state trovate prove del massacro”.

È vero che gli assassini, ricercatori d’oro, si sarebbero vantati di questi omicidi degli indios?

“Sì, così è stato riportato dal Funai. La denuncia è arrivata infatti dopo che alcuni garimpeiros sono stati visti nel comune di São Paulo di Olivença, nell’ovest dello stato di Amazonas, mentre parlavano dell’attacco. Gli agenti del Funai hanno condotto un’indagine preliminare e hanno ritenuto necessario presentare la denuncia”.

Se queste denunce sugli omicidi saranno confermate, quali responsabilità avrebbe il presidente Temer e il suo governo?

“Il governo Temer avrebbe un’enorme responsabilità. Considerata la popolazione spesso esigua delle tribù incontattate che vivono nell’Amazzonia, è probabile che questo episodio abbia causato l’annientamento di una percentuale significativa della tribù (si stima un quinto circa)”.

Con quali conseguenze?

“Si tratterebbe quindi di un nuovo gravissimo attacco genocida, derivante dalla mancata protezione delle tribù incontattate da parte del governo brasiliano – protezione che è garantita dalla Costituzione. Il governo di Temer ha ridotto drasticamente i finanziamenti al Funai. Ad aprile di quest’anno 5 delle 19 squadre incaricate di monitorare e proteggere i territori delle tribù incontattate sono state smantellate, altre ridimensionate. Tutto ciò ha lasciato alcuni dei popoli più vulnerabili del pianeta alle mercé di taglialegna e cercatori d’oro armati o altri accaparratori di terra”.

Che compito ha il Funai?

“Il Funai esiste per proteggere i popoli indigeni. ‘Se il presidente Temer taglierà i finanziamenti al Funai, ci ucciderà’, aveva dichiarato a Survival, nel dicembre dell’anno scorso, il leader e sciamano yanomami Davi Kopenawa”.

Quali legami ha il Governo Temer con i gruppi agro-alimentari e quelli anti-indigeni?

“I grandi allevatori e agricoltori che operano nei territori indigeni hanno spesso legami forti con i politici. In alcuni casi, sono essi stessi dei politici. Sono chiamati ‘bancada ruralista’, e costituiscono una lobby di agricoltori e allevatori molto potente nel Congresso brasiliano. Questi imprenditori considerano i popoli indigeni come un ostacolo al “progresso” e al “profitto”, e di frequente assoldano dei sicari per attaccare le comunità e tenerle fuori dalle loro terre”.

Qual è il rapporto del Governo con la lobby agro-alimentare?

“Il governo di Temer ha più volte dimostrato di voler assecondare gli interessi della potente lobby agroalimentare del paese, anche in funzione del recente voto al Congresso volto ad approvare le accuse di corruzione rivolte contro il presidente”.

Recentemente un giudice di Brasilia ha sospeso il decreto del presidente Michel Temer, che prevedeva l’abolizione della riserva naturale di Renca, nella foresta amazzonica. Che speranze ci sono ora che la decisione del Governo venga bloccata definitivamente?

“L’amministrazione Temer sta tentando di spingere leggi ed emendamenti costituzionali potenzialmente disastrosi per l’ambiente e i popoli indigeni che dipendono dai loro territori per la sopravvivenza. Questa spinta catastrofica è alimentata dai politici della ‘bancada ruralista’ presenti al Congresso che, nel nome del profitto, desiderano solo invadere e saccheggiare gli ultimo angoli di foresta rimasti intatti. In questo contesto, è probabile che assisteremo a nuovi e ulteriori tentativi di aprire la Renca e altre riserve, ed è più importante che mai che le persone di tutto il mondo si uniscano ai popoli indigeni e a tutti coloro che si stanno opponendo a queste misure”.

Survival international ha denunciato un altro possibile massacro di indios, sul quale si sta indagando, che sarebbe avvenuto nel dicembre del 2016, producendo la foto qui sotto, con la seguente didascalia:Prove dell’attacco? Queste case comunitarie degli Indiani incontattati bruciate e avvistate nel dicembre del 2016, potrebbero essere segno di un altro massacro avvenuto nella Frontiera Incontattata”.

indios capanne bruciate

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    Piero Bosio
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Dal boss Sandokan alla cucina della legalità

“Col nostro ristorante, nella villa confiscata a un killer dei Casalesi, combattiamo la cultura criminale della camorra”. La “Nuova Cucina Organizzata” (NCO) ha festeggiato, nel 2017, dieci anni di attività.

Aveva aperto i battenti nel 2007, a Casal di Principe. E’ la storia di un Italia che resiste, combatte per la legalità, contro la camorra, per un’economia pulita, in una terra difficile. Tutto iniziò con un nome: NCO.

“Nel nome del ristorante è contenuta una provocazione e una sfida non solo ai clan, ma soprattutto al territorio: negli anni ’80 in Campania l’acronimo NCO “Nuova Camorra Organizzata” del boss Raffaele Cutolo è stato sinonimo di una realtà che si è organizzata per distruggere e impoverire i territori. Oggi NCO sta per “Nuova Cucina Organizzata” ed è sinonimo di una realtà che si organizza per restituire diritti, dignità e reddito a partire dagli ultimi”.

Sono stati dieci anni importanti, ma anche difficili, tra ostacoli burocratici, minacce e violenze della camorra, tra cui quattro colpi di pistola contro il portone del ristorante.

Ma i ragazzi della cooperativa hanno superato tutte queste difficoltà con ostinazione e l’aiuto dello Stato. E oggi Nuova Cucina Organizzata si configura come una vera e propria attività imprenditoriale innovativa, un laboratorio che permanentemente ricerca e sviluppa modalità di trasformazione e di vendita sia di prodotti locali sia di quelli provenienti dai terreni confiscati alla criminalità organizzata, nonché di servizio di pizzeria, ristorante e catering, con il valore aggiunto dell’inserimento lavorativo di persone svantaggiate.

Nuova Cucina Organizzata è parte del comitato “don Peppe Diana”, il prete ucciso in chiesa dalla Camorra*, e di Libera, che insieme a tante associazioni, cooperative, movimenti, promuovono azioni concrete di liberazione del territorio, tra cui il “Pacco alla Camorra”. Giulio Cavalli parlò così di Nuova Cucina Organizzata: “C’era tutta la bellezza di fare antimafia attraverso il lavoro e il riscatto sociale di un ristorante portato avanti cucinando insieme affetti, legalità e imprenditoria”.

Dalla pagina facebook di Nuova Cucina Organizzata
Dalla pagina facebook di Nuova Cucina Organizzata

 

Il fondatore della Nuova Cucina Organizzata è Peppe Pagano.

Pagano, il vostro ristorante-pizzeria è nella villa confiscata al camorrista Mario Caterino, del clan dei Casalesi. Chi è Caterino?

“Caterino, detto ‘A botta è stato arrestato nel 2011 e condannato all’ergastolo per omicidio. Era il killer al soldo di Francesco Schiavone, detto Sandokan, il boss di Casal di Principe”.

Intanto sono passati dieci anni dal momento in cui avete preso possesso della villa di Caterino, trasformandola nel ristorante Nuova Cucina Organizzata. Perché avete fatto questa scelta?

“In quegli anni ci accorgemmo che per combattere la cultura camorrista, dovevamo affrontare di petto il contesto in cui vivono le persone, fare anche una forte battaglia culturale, creare attività legali. Capimmo che dovevamo contrastare una mentalità molto individualista a Casal di Principe, e in tutta la zona, frutto di anni e anni di controllo criminale della Camorra sul territorio”.

E cosi è nato il ristorante-pizzeria sociale “ Nuova Cucina Organizzata”. Perché questo nome?

“Il nome Nuova Cucina Organizzata fu dato dai giovani della cooperativa. Una scelta efficace che riprende, con ironia e sfida, la sigla NCO, acronimo della Nuova Camorra Organizzata, operante negli anni ’80 in Campania”.

In questi anni avete subito minacce, intimidazioni, ma non vi siete arresi.

“Sì, non ci siamo arresi, portiamo avanti con determinazione la nostra iniziativa, sin dal giorno dell’inaugurazione con la presidente Boldrini”.

NCO BOLDRINI

Che tipo di intimidazioni avete subito?

“Ci hanno sparato al portone del ristorante, sono venuti diverse volte a tagliare l’impianto di irrigazione, quasi ogni estate ci incendiano gli uliveti, gli alberi delle pesche”.

Pagano, avete paura?

“La preoccupazione c’è, ma c’è anche una voglia matta di riscatto del territorio e poi non siamo stati lasciati soli dallo Stato. Le forze dell’ordine sono sempre intervenute ogni volta che avevamo bisogno, sia quando i camorristi passavano continuamente davanti al ristorante,sia in altre situazioni… che le dicevo”.

Cosa teme la Camorra e perché è importante la battaglia sui beni confiscati?

“La Camorra teme molto di perdere il consenso sociale sul territorio, quindi dimostrare che nei beni confiscati ci puoi andare e fare un’attività legale, sociale, utile alle persone, per loro è uno smacco perché, in quel momento, non dettano più legge, perdono potere”.

Nella Nuova Cucina Organizzata operano, oltre i disabili, anche ragazzi che hanno percorsi alternativi al carcere?

“Sì, noi abbiamo con il Dipartimento Penitenziario un protocollo per l’inserimento di ragazzi che arrivano da queste problematiche”.

Qual è il piatto forte della Nuova Cucina Organizzata?

“Oltre la Pizza, i broccoletti, “ fior di friarielli”, un sugo pronto che abbiamo nel menù, e devo dire che è qualcosa di straordinario”.

Che messaggio vuol mandare da Casale di Principe?

“Ci farebbe enormemente piacere se si iniziasse a immaginare per i nostri territori qualcosa di innovativo per sviluppare attività di sviluppo socio-economico. come stiamo provando a fare noi. Non basterà arrestare i camorristi, dobbiamo creare molte opportunità di lavoro legale, una nuova classe dirigente, una nuova mentalità. E questo non è solo compito della politica, ma anche e soprattutto dei cittadini che devono reagire, essere attivi, reattivi, partecipare, pensare a un futuro diverso, migliore”.

***

*Don Giuseppe Diana fu ucciso dalla camorra il 19 marzo 1994 nella sua chiesa, mentre si accingeva a celebrare messa. Uno dei suoi testamenti spirituali è il documento contro la camorra “Per Amore del mio popolo”, scritto nel 1991 insieme ai sacerdoti della Forania di Casal di Principe; un messaggio di forte intensità e, purtroppo, di grande attualità. (Comitato don Peppe Diana)

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    Piero Bosio
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“Sono turbato ma vado avanti”

“Sono ancora frastornato, è stato un botto tremendo, in questo momento stiamo raccogliendo i cocci del morale. Al momento dello scoppio io, mia moglie, e uno dei miei tre figli eravamo in casa. Il botto è stato a mezzanotte e dieci”. Il sindaco di Taurianova (Rc) Fabio Scionti parla con noi dopo l’attentato di stampo mafioso: un ordigno ad alto potenziale ha distrutto l’auto della moglie.

La vettura, una Toyota Yaris, era parcheggiata in una stradina di campagna, vicina alla sua abitazione. L’auto è stata completamente sventrata e i frammenti sono stati catapultati anche a decine di metri di distanza.

Fabio Scionti, del Pd, è stato eletto sindaco nel 2015, dopo un commissariamento dovuto al terzo scioglimento del Comune per mafia. In precedenza un altro sindaco aveva subito un attentato simile. Scionti ha la delega in settori importanti come i lavori pubblici e l’urbanistica.

Chiediamo al sindaco perché ha accettato questo incarico in un contesto così difficile. “Lo faccio – dice – perché amo la mia terra, la mia città, la mia comunità”.

Scionti aveva ricevuto lettere anonime con minacce e pochi mesi fa aveva anche subito l’avvelenamento del proprio cane che teneva libero nel giardino di casa. Adesso questo ennesimo atto intimidatorio che inevitabilmente rende pesantissimo il clima che si respira in città. Già in passato altri ordigni erano stati fatti esplodere in segno di minaccia. E’ accaduto con il predecessore di Scionti, Mimmo Romeo, quando qualcuno collocò un ordigno in una casa con annessa stalla uccidendogli un cavallo.

Quest’ultimo attentato si inserisce in un contesto inquietante di centinaia di minacce e atti intimidatori agli amministratori pubblici. “Nel solo 2016 sono stati minacciati dalle mafie in 562 tra sindaci, assessori, consiglieri comunali e municipali, amministratori regionali, dipendenti della Pubblica amministrazione, funzionari pubblici e agenti della polizia municipale”. Sono dati dell’associazione Avviso Pubblico.

Sindaco come sta, come sta la sua famiglia?

“Sono cose che ti colpiscono, però in questo momento stiamo raccogliendo i cocci del morale”.

Voi eravate in casa…

“Sì, io, mia moglie e una dei miei tre figli. Gli altri due erano fuori a passeggio. Era mezzanotte e dieci. Il boato è stato molto forte”.

Ho letto che le avevano già avvelenato il cane.

“Sì, l’abbiamo trovato morente. E successo alla fine di un Consiglio comunale in cui si discuteva il bilancio di previsione”.

Come si fa a fare il sindaco in un contesto del genere?

“Io posso dire che l’amministrazione la stiamo reggendo bene, ma non tutti sono contenti di veder fare le cose per bene. Non stiamo facendo nulla di speciale, stiamo solo facendo rispettare le regole, quello che un’amministrazione deve fare”.

Far rispettare le regole in un contesto dove ci sono stati diversi scioglimenti delle giunte per infiltrazione mafiosa.

“Sì, la nostra amministrazione è arrivata dopo due scioglimenti consecutivi per mafia. Il primo invece risale al 1992”.

Mi permetta una domanda personale. Perché si è preso un impegno così gravoso, in un posto così difficile?

“Perché l’ho fatto? Perché amo la mia città, amo la mia comunità, sono cresciuto qui, ho sempre fatto associazionismo qui. E’ un atto d’amore verso la mia città, in questo momento – mi viene da dire – non ripagato. Ma l’ho fatto per questo, per vedere crescere una città. C’è l’amore dietro”.

Ha paura?

“Più che paura, mi sento turbato perché ho famiglia, ho tre figli, ho fratelli, ho la mamma. Sono preoccupato per loro perché loro sono preoccupati per me. Ma domani mattina è un altro giorno e quindi…”.

E quindi va avanti, non si arrende…

“In questo momento mi sento di fermarmi un attimo a riflettere. Non sto dicendo che domani chiudo né che continuo. Certo, c’è bisogno di impegno, questo sì. E’ una terra che ha bisogno di tanta fatica, forse un po’ di più di un comune normale”.

Potrebbe anche lasciare l’incarico?

“No, no, no, questo no”.

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    Piero Bosio
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Ischia è piena di case abusive. Creano consenso

La procura di Napoli potrebbe aprire un’inchiesta per disastro colposo in seguito al terremoto che lunedì sera ha colpito Ischia, e in particolare il comune di Casamicciola. Per ora i magistrati fanno sapere che sono in corso accertamenti preliminari – rilievi tecnici e relazioni dei vigili del fuoco – per verificare se gli edifici crollati violassero permessi edilizi e norme antisismiche.

Una prima conferma in questo senso è arrivata dal capo della Protezione civile, Angelo Borrelli, sul posto per coordinare i soccorsi: “Quello che ho potuto vedere oggi è che molte costruzioni sono realizzate con materiali scadenti che non corrispondono alla normativa vigente, per questo alcuni palazzi sono crollati o rimasti danneggiati”. Alla domanda se ci sia un legame tra abusivismo e crolli, Borrelli ha risposto: “Secondo me sì, ma non necessariamente, perché può esserci una costruzione abusiva fatta bene e una costruzione che rispetta le norme di legge fatta male, per cui poi bisogna vedere come sono realizzate”.

In passato, a Ischia, la procura di Napoli ha già condotto numerose indagini contro l’abusivismo diffuso. Aldo De Chiara è stato procuratore aggiunto fra il 2007 e il 2012, a lui venne affidato il coordinamento della sezione tutela del territorio del capoluogo campano. Per i suoi provvedimenti sulla demolizione di case abusive sull’isola subì anche minacce di morte. Lo abbiamo intervistato.

Procuratore De Chiara, secondo lei perché questa scossa ha provocato danni, crolli e due vittime?

“Allo stato attuale non sappiamo se sono crollati immobili illecitamente realizzati. Se così fosse, io non mi meraviglierei più di tanto. Nel corso della mia esperienza professionale ho detto più volte che, anche in presenza di una scossa di terremoto non particolarmente marcata, un edificio costruito non a norma di legge sarebbe potuto facilmente crollare. Perché, quando si costruisce al di fuori di ogni normativa, si tende a risparmiare anche su un uso non idoneo del cemento. Quindi vale la pena di ribadire che l’abusivismo edilizio è soprattutto un pericolo per la pubblica e privata incolumità, innanzitutto per chi vi abita”.

Le vostre indagini allora a cosa portarono oltre alla scoperta di cemento “impoverito”?

“Incontrammo anche omissioni e ritardi da parte delle pubbliche amministrazioni, non solo sull’isola di Ischia, ma in tante realtà del Mezzogiorno che sono poco determinate nel reprimere gli abusi edilizi. E’ noto che chiudere un occhio porta consensi. Al contrario, usare la mano forte non crea quel consenso di cui il politico ha bisogno. L’esempio recente di Licata, mi pare che calzi abbastanza. Quando un sindaco vuole fare il suo dovere in questo settore delicato, prima o poi viene messo alla porta”.

Lei aveva ricevuto minacce per le decisioni che aveva preso sulle demolizioni delle case abusive?

“Sì, nel periodo 2009-2010-2011, quando la nostra azione si è fatta più incisiva, sono arrivate delle minacce di morte che ovviamente non hanno fatto arretrare di un millimetro l’operato mio personale e dei miei sostituti procuratori. Siamo andati avanti comunque e abbiamo continuato ad abbattere. Con grande fatica però, perché le resistenze sono molteplici. Per esempio, nonostante in Italia l’autorità giudiziaria sia indipendente dagli altri poteri, per portare a termine delle demolizioni ha bisogno di risorse finanziarie, ma queste risorse finanziarie le può chiedere – badi bene – solo il sindaco nel cui territorio si deve demolire. E se il sindaco non è ‘sensibile’, i soldi tardano a venire e questo ritarda tutta la procedura, diffondendo quell’impunità che è un dato sotto gli occhi di tutti”.

Entro 500 metri dal mare è vietato costruire. Come stanno invece le cose?

“Purtroppo si costruisce eccome. Io adesso mi trovo in una delle zone più belle d’Italia – il Cilento – eppure anche qui si costruisce al di là della fascia e nella fascia, perché non c’è una repressione seria e quindi la gente è convinta che valga la pena violare la legge, tanto poi alla fine non si paga molto. Mi dispiace parlare in questi termini ma non ne trovo altri. Le demolizioni sono poche rispetto al numero di edifici che dovrebbero essere abbattuti e quindi la gente rischia e il più delle volte la fa franca”.

A proposito di rischi, nel 2013 a Casamicciola ci fu un episodio significativo. Ce lo ricorda?

“Un temporale intenso portò via il costone di una collinetta che travolse una casa che non avrebbe potuto essere lì, in una zona sottoposta a vincolo idrogeologico. La persona che la occupava morì. A dimostrazione di quello che dicevo prima”.

E’ vero che si costruivano case abusive anche di notte?

“E’ una costante, ancora oggi. Molti anni fa si credeva erroneamente che se si riusciva a realizzare il tetto, l’immobile non poteva essere sequestrato. Una valutazione totalmente destituita di fondamento, tanto che si possono sequestrare anche immobili già ultimati”.

Quindi, in sostanza, si continua a costruire abusivamente sperando nei condoni?

“Putroppo sì. E anzi i condoni del 1985, del ’92 e del 2003 hanno alimentato questo diffuso senso di impunità”.

Il sindaco di Casamicciola oggi dice: “I crolli non sono dovuti all’abusivismo, noi non siamo dei banditi”.

“Ne prendo atto e mi fa piacere, ma questo non esclude che il problema esista. Se poi lunedì sera nessun immobile abusivo è crollato ne prendo atto e fortunati coloro che li occupavano. Il sindaco di Casamicciola dovrebbe porsi il problema di quanti immobili abusivi sono stati realizzati nel suo territorio e assumere gli impegni che la legge gli impone”.

In sintesi, qual è il suo giudizio sul disegno di legge Falanga sull’abbatimento degli edifici abusivi?

“Al di la delle finalità che in astratto possono essere condivise, per come è scritto, se dovesse essere tradotto in legge operativa, creerà ulteriori difficoltà all’autorità giudiziaria per l’applicazione della legge penale”.

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    Piero Bosio
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“Sono la moglie, non la vedova di Montinaro”

“Non è stato facile in questi venticinque anni. Oggi i miei figli Gaetano e Giovanni sono grandi, lavorano, si sono costruiti un futuro… ma come dimenticare il periodo della scuola, le domande sul loro papà Antonio, la sua assenza, i silenzi e i pianti senza farmi vedere”.

Tina Montinaro è una donna forte, fiera di camminare a testa alta, e di aver affrontato e superato molte difficoltà e sofferenze.

Una delle prime scelte che fece fu quella di rimanere a Palermo dopo la strage di Capaci, il 23 maggio1992. In quel giorno di 25 anni fa suo marito Antonio Montinaro, caposcorta di Giovanni Falcone, venne ucciso dalla mafia insieme al magistrato, a sua moglie Francesca Morvillo e agli altri due agenti della scorta, Rocco Dicillo e Vito Schifani.

montinaro foto falcone e sua scorta nell'articolo

Tina Montinaro, perché decise di rimanere a Palermo, con i suoi due figli, dopo quella terribile strage mafiosa in cui suo marito perse la vita?

“Perché in questa città ho trovato vicinanza, calore, stima dei palermitani e poi volevo che quelli, i mafiosi, mi vedessero ogni giorno. Anche senza parlare, la mia presenza a Palermo la devono sentire. E poi semmai sono i mafiosi che se ne devono andare da questa bella città, sono loro che si devono vergognare”.

Lei mi ricordava che… “ io sono la moglie e non la vedova di Antonio Montinaro…”

“Sì, io sono la moglie di Antonio. La parola vedova non mi piace, sa di disperazione, distacco, morte. E tutto questo non mi piace. Io continuo a andare in giro per l’Italia a parlare di Antonio, di quello che ha fatto per la mia famiglia, della sua onestà e senso dello Stato. E ne parlo anche con i miei figli. Preferisco essere chiamata la moglie di Antonio Montinaro che porto sempre nel mio cuore. Sono fiera di mio marito”.

Mi diceva che continua a girare per l’Italia, andando nelle scuole, partecipando agli incontri per la legalità… perché?

“Perché la strage di Capaci appartiene a tutta l’Italia, la storia di Antonio non appartiene solo a me e ai miei figli. Tutti devono sapere di mio marito e dei due agenti della scorta,Vito e Rocco, e del loro rapporto con Falcone. Io racconto queste storie”.

Cosa ci dicono le storie di suo marito Antonio, di Vito Schifani e Rocco Dicillo?

“Erano dei giovani uomini che hanno scelto di provare a cambiare le cose. Credevano fortemente nella legalità, nel lavoro di Falcone, e per lui hanno dato la vita. Le loro storie devono essere conosciute. Io le racconto, ponendo delle riflessioni a chi mi ascolta. Io porto la memoria”.

Lei si rivolge in particolare ai giovani. Perché?

“Perché senza memoria non c’è futuro. Io spiego ai giovani, attraverso la storia di mio marito e di chi ha combattuto e combatte le mafie, che non bisogna accettare l’indifferenza, il silenzio, il voltarsi dall’altra parte. I mafiosi si nutrono proprio di questo. E allora penso che soprattutto i giovani devono essere preparati, vigili, attenti, prendendo in mano la bandiera della legalità, per evitare che si ripetano quei tempi bui di allora”.

Che rapporto c’era tra suo marito Antonio e Giovanni Falcone?

“Un bellissimo rapporto di stima e rispetto. Mio marito aveva formato la sua identità antimafia con Falcone. Antonio aveva un alto senso del dovere, dello Stato. Per lui la protezione di Falcone era una missione”.

Come ricorda suo marito?

“Antonio non voleva essere un eroe, ma era sì coraggioso e consapevole dei rischi. Scortava il giudice Falcone che stimava e per il quale era pronto – come le dicevo – a dare la propria vita. Mio marito era una persona buona e i suoi figli sono orgogliosi di lui e come carattere assomigliano al loro padre. Ed io di questo sono felice”.

Tina e Antonio Montinaro nel 1990
Tina e Antonio Montinaro nel 1990

Salutiamo Tina Montinaro, parlando della sua lettera d’amore e di speranza che, a 25 anni dalla strage di Capaci, ha voluto scrivere a suo marito Antonio. Le chiediamo il perché di questa scelta.

Lei risponde sorridendo e dice: “Mi piaceva l’idea di parlare con lui, con Antonio di questi 25 anni, dei nostri figli…di come sono andate le cose…”.

Questo il testo della lettera di Tina.

Caro Antonio, marito mio, questa è una lettera per te… Beh, vuoi sapere cosa è successo in questi ultimi venticinque anni? Non è proprio semplice da spiegare e sinceramente credo ci vorrebbero 100 lettere e 1000 pagine per poterlo raccontare, ma cercherò di darti un’idea. È cambiato tanto, non c’è dubbio; dopo quella tragica data, la coscienza dei palermitani sembra essersi risvegliata. Ci volevano le due stragi per portare migliaia di persone giù in strada? Non lo so, non riesco a capirlo, ma è un dato di fatto: da quelle date si è cominciata a sviluppare una genuina coscienza antimafia che però ahimè, ti devo confessare, credo che negli ultimi anni si sia persa.

I familiari delle vittime vanno nelle scuole, parlano a ragazzi che in quegli anni non erano ancora nati, ma ti sembra giusto che la difesa della memoria tocchi a tutti noi che già così crudelmente siamo stati colpiti? Certo, oggi raramente si sente di uccisioni o regolamenti di conti mafiosi, la strategia stragista è rientrata, ma non credo di poterti rassicurare sul fatto che tutto questo sia sinonimo di una vittoria sulla mafia. A mio avviso la mafia c’è ancora ed è presente più che mai; certo, è cambiata, camaleonticamente si è adattata alle circostanze, ha compreso che il terrore non paga e si è inabissata nuovamente nei luoghi più profondi della società. Paradossalmente oggi, il rischio più grande è quello di rivivere i momenti precedenti alla strategia del terrore, quei momenti in cui tutto sembrava normale, quando invece di normale non c’era nulla.

Ecco perché oggi giro l’Italia in lungo e in largo, mi dovresti vedere, ho fatto dell’Italia civile la nuova Quarto Savona 15 – così si chiamava la tua squadra – e naturalmente, adesso sono io il caposcorta. Ecco perché voglio parlare ai giovani, è necessario che loro sappiano, che loro conoscano, per non lasciarsi sopraffare dalla stessa indifferenza che ci ha portato a quei tanto devastati tempi.

No, non è stato facile in questi venticinque anni, oggi Gaetano e Giovanni sono grandi, lavorano ed hanno la loro vita, ma come dimenticare i tempi della scuola, le domande sul loro papà e l’assenza in famiglia, i silenzi ed i pianti senza farmi vedere. No, non è stato facile, certo, ho trovato tante persone per bene sul mio cammino, gente che mi è stata e mi sta accanto e mi aiuta in questa lotta senza quartiere, però, i conti con me stessa, quelli, li ho dovuto fare da sola, senza l’aiuto di nessuno.

Vuoi sapere quale è la mia più grande paura? Forse sorriderai, ma la mia più grande paura, Antonio mio bello, è che un giorno, quando ci rivedremo, tu non mi riconosca. Sei rimasto giovane e bello, i tuoi ventinove anni sono diventati eterni, mentre i miei hanno continuato inesorabilmente a scorrere, ogni ruga sul mio viso è una sofferenza che ho vissuto sulla mia pelle e solo tu, un giorno, potrai lenire e porre fine a quell’urlo che in me, da venticinque anni, non ha mai smesso di farsi sentire”.
Ti bacio Antonio, marito mio.

Tua per sempre, Tina.

***

Grazie ad Attilio Bolzoni e al blog Mafie di Repubblica a cui Tina Montinaro aveva indirizzato questa lettera.

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    Piero Bosio
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La mamma non sarà licenziata

La lotta dei lavoratori, che avevano subito scioperato compatti contro il licenziamento, e l’eco mediatica della protesta hanno prodotto un primo importante risultato: la Reggiani Efi ha fatto una prima marcia indietro, promettendo ai sindacati di trovare una ricollocazione in azienda della lavoratrice a cui era arrivata la lettera di procedura di licenziamento, motivato sostenendo che “la sua mansione non esiste più, per questo si darà il via alla procedura di licenziamento”.

L’azienda ha incontrato martedì mattina una delegazione sindacale, con Fim, Cisl, e Fiom Cgil, comunicando che nei prossimi giorni incontrerà la ex dipendente per sottoporle due proposte: la ricollocazione in altra mansione, ma alle condizioni economiche e contrattuali preesistenti, o un incentivo economico. L’incentivo economico è già stato respinto dalla lavoratrice.

Soddisfatti i sindacati Fiom, Cgil e Fim Cisl.

Andrea Agazzi è sindacalista Fiom.

Cosa vi ha detto l’azienda questa mattina?

“Si è detta disponibile a trovare alla lavoratrice una nuova collocazione sempre all’interno degli uffici della Reggiani di Grassobbio”.

Un passo indietro dunque…?

“Direi proprio di sì, visto che nella lettera di licenziamento l’azienda diceva che non c’era spazio per un ricollocamento, quindi da questo punto di vista un passo indietro grazie dalla mobilitazione dei lavoratori e all’attenzione di molti media”.

Adesso cosa accadrà?

“Adesso vedremo nel merito la proposta dell’azienda. Il 6 giugno ci sarà la riunione con la Reggiani Efi al direzione territoriale del ministero del Lavoro”.

La reazione della lavoratrice?

“E’ evidentemente soddisfatta che si parli di ricollocarla nell’azienda. Ora anche lei aspetta l’incontro del 6 giugno, per vedere il merito della proposta della Reggiani”.

Ora i sindacati si aspettano che la Reggiani Efi mantenga la promessa: “Mi auguro che le parole della direzione di Efi Reggiani vengano confermate e che queste creino delle vere opportunità per la lavoratrice”, ha detto Emanuele Fantini, segretario regionale di Fim Cisl. “Inoltre, spero che la vicenda porti a relazioni sindacali con l’azienda su binari condivisi e meno conflittuali. La risposta di lavoratori e sindacati ha garantito che non si svendessero diritti e dignità di nessuno”.

***

Qui la notizia dello sciopero del 27 maggio:

Un donna, una mamma  e una multinazionale, la Reggiani Efi, che la licenzia a freddoMotivo: non ci servi più, non abbiano una mansione adatta a te. E’ accaduto a Grassobbio, vicino a Bergamo. Immediata e compatta la risposta di tutti i 230 dipendenti, che hanno scioperato. Per la donna, che ha 36 anni e un figlio nato l’anno scorso, è stata un colpo al cuore. Si era organizzata con la famiglia, con il marito, la nonna, per l’accudimento del figlio, in modo da poter svolgere il proprio lavoro alla Reggiani.

Il sindacalista della Fiom-Cgil Andrea Agazzi ha parlato in queste ore con la lavoratrice licenziata che per ora preferisce non rilasciare interviste, in attesa dell’evolversi del difficile confronto con l’azienda.

“Questo licenziamento la lavoratrice lo vive come una mancanza di rispetto del proprio ruolo e professionalità. Si sente delusa dopo tutto quello che ha dato alla Reggiani, in 15 anni di lavoro…E’ amareggiata e triste, ma è una donna, una mamma, determinata nel voler rimanere al lavoro e noi le abbiamo detto che la sosterremo fino in fondo”.

La lettera che annuncia la procedura di licenziamento dice: “la sua mansione non esiste più, per questo si darà il via alla procedura di licenziamento”.

La Reggiani Efi si trova a Grassobbio, poco fuori la città di Bergamo, su un’area di oltre 20mila metri quadrati, con 230 dipendenti, ed è tra le principali società leader nella produzione di macchine per la stampa e il finissaggio del settore tessile. Nel 2015 la Reggiani è stata comprata dalla Efi (Electronics For Imaging), multinazionale con sede centrale nella Silicon Valley (California). E’ un gruppo in sviluppo con 3000 dipendenti e 44 uffici nel mondo ed è leader nella stampa digitale.

Ora si annuncia battaglia su questo caso, che non è l’unico nella bergamasca. I lavoratori sono compatti. Martedì ci sarà una nuova assemblea, mentre il giorno prima, lunedì ci potrebbe essere un incontro tra i sindacalisti e l’azienda. Ma per ora non ci sono conferme.

“Non ho mai visto – spiega Emanuele Fantini della Fim-Cisl -una adesione così massiccia a uno sciopero. I dipendenti sono preoccupati dai modi e dai rapporti con loro e con noi sindacati che la proprietà ha adottato da qualche tempo e chiedono, oltre al ritiro del licenziamento della loro collega, anche il ripristino di un sistema di relazioni corrette”.

reggiani foto nell'articolo

Andrea Agazzi è il sindacalista della Fiom-Cgil che segue questa vicenda.

Voi contestate l’azienda, la quale però sostiene che il tentativo di ricollocare la lavoratrice è stato fatto.

No, non è così. La stessa lavoratrice ci ha detto che questo tentativo non

lo ha mai visto, non c’è stato nessun dialogo con lei per discutere di un altro posto di lavoro. E nemmeno con noi sindacati.

Come si è arrivati a questo licenziamento?

La lavoratrice era rientrata dalla maternità a fine agosto 2016 e allora non trovò più la sua postazione di lavoro, la sua scrivania, il telefono, il computer. Da allora recuperò progressivamente la sua mansione. Poi, in questi giorni, la doccia gelata del licenziamento.

Lei come se lo spiega il licenziamento? E’ una azienda in crisi?

No, tutt’altro. E’ un’azienda che ha raddoppiato, negli ultimi 5-6 anni, il fatturato. Credo che siano arrivati a 100 milioni di euro.

E allora?

Temo che abbiano voluto tentare una forzatura, per vedere se passava. Una sorta di prova per testare la reazione dei dipendenti, per modificare le relazioni sindacali, ipotizzo all’americana. Ma la reazione dei lavoratori è stata netta. Hanno scioperato compatti, tutti.

Non è così scontato che di questi tempi ci sia tanta solidarietà?

Vero, però credo che i lavoratori abbiano anche la sensazione che un licenziamento del genere non sia solo mirato a una persona, ma che potrebbe essere un messaggio a tutti che le relazioni sindacali stanno cambiando all’americana e che il confronto con i sindacati è secondario. Un messaggio che, se confermato, noi respingiamo.

L’amministratrice delegata dell’azienda Adele Genoni ha detto-riporta il Corriere- “che le competenze della persona, di questa lavoratrice, non erano tali da poter trovare una ricollocazione, come è stato fatto tantissime volte”

Guardi noi e la lavoratrice non abbiamo visto traccia di tentativi di ricollocazione a altre mansioni. Il sindacato non è stato nemmeno consultato. Ho il sospetto che non sia stato fatto nessun tentativo di ricollocazione.

 Cosa vuol dire all’amministratrice delegata?

Ritiri la procedura di licenziamento.

Il sindacalista della Fiom vuole aggiungere che il caso della Reggiani Efi, purtroppo non è l’unico nella bergamasca. E cita un altro caso di licenziamento di una lavoratrice della Eutron di Pradalunga. Da oltre 20 anni in azienda, la donna è stata a lungo impiegata negli uffici, poi ha svolto il lavoro di operaia, dopo avere accettato un demansionamento pur di proseguire a lavorare- denunciano i sindacati- sapendo che l’attendeva una pensione di vecchiaia dagli importi bassi.

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    Piero Bosio
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Prodi: “Occorre un centro sinistra unito”

“Senza uguaglianza la stessa crescita economica frena e le crepe nella coesione sociale fanno crescere i populismi, mettendo a rischio la stabilità democratica. La crescita o è inclusiva oppure non è”.

Il tono di Romano Prodi, mentre parla con noi, resta come al solito pacato, ma le sue parole sono pesanti e pongono una questione cruciale, ormai ineludibile per la sinistra, per i progressisti: il contrasto alle diseguaglianze. È un forte messaggio politico quello che emerge dal libro-intervista di Prodi Il piano inclinato, con il sottotitolo: “Cambiare si può e si deve” (edito da Il Mulino).

Il padre dell’Ulivo avverte i naviganti: se si insegue la destra sui programmi o se si punta ai consensi facili o se si cerca di far propri i temi agitati dai populisti, si va incontro a una sconfitta storica.

Un ragionamento quello di Prodi che si inserisce in un contesto che lo preoccupa fortemente, un piano inclinato in cui l’Italia sta scivolando all’interno di un’Europa frammentata, divisa, impaurita, incapace di affrontare insieme sfide epocali: la globalizzazione, le migrazioni, il terrorismo.

Da dove ripartire? Prodi indica dei percorsi per un futuro centro sinistra di cui auspica il ritorno (“una grande casa comune”), ricordando che per ora “mi sento uno senza casa, ma vivo in una tenda vicina al Pd”.

Percorsi che partono dalla lotta alle diseguaglianze, alle povertà, con il reddito minimo di cittadinanza per i più poveri, una politica fiscale mirata a finanziare il rafforzamento dello stato sociale e dello studio (“scuola, scuola, scuola”, scandisce tre volte Prodi). Ridare valore politico al lavoro, coinvolgendo i sindacati. “Inaccettabile” indebolire i corpi intermedi (scelta che Renzi fece da premier, oggi imitato dai Cinque Stelle). Innovazione e politiche industriali mirate sulle medie imprese.

Inequality

Professor Prodi, partiamo dalle diseguaglianze.

“Guardi, non riguardano solo l’Italia. Le disuguaglianze non sono solo un problema dell’Occidente. L’ingiustizia sociale attraversa il mondo. Le disparità sono aumentate anche in Cina e in India, negli Usa e nei Paesi europei. In Occidente siamo davanti a un’esclusione dai diritti di cittadinanza che coinvolge anche quel ceto medio che era considerato volano dello sviluppo economico e fulcro della stabilità, anche politica”.

Con quali conseguenze?

“Una piccola parte ha accresciuto il suo benessere, ma la maggioranza si è impoverita sotto gli effetti della crisi, a causa di una globalizzazione non governata, delle nuove tecnologie che bruciano posti di lavoro, senza creare nuova e stabile occupazione. Da un capitale che ha rinunciato spesso al suo ruolo di sostenere l’economia, dalle speculazioni finanziarie. Noi in questo contesto ci aggiungiamo la scarsa crescita. Ciò non è più accettabile, bisogna fermare questo ‘declino della speranza’”.

Tutelare chi è scivolato verso la povertà significa ripensare lo stato sociale.

“Sarò chiaro: oggi c’è un pensiero unico che vede il welfare come un peso, io penso al contrario che sia una risorsa”.

Lei pone la questione della redistribuzione del reddito. Facile a dirlo, ma concretamente cosa si può fare?

“Nel lungo periodo per aiutare le nuove generazioni c’è un solo strumento: scuola, scuola, scuola. Il nostro Paese ha un deficit di istruzione molto inferiore rispetto ad altri”.

E nel breve periodo?

“Bisogna ripristinare la tassa sulla casa per i redditi alti. Tutte le amministrazioni locali del mondo vivono sull’imposta sugli immobili, esentando le persone meno ricche. Non vedo perché questo non si debba fare anche in Italia”.

Accanto a questo?

“Ripristinare del tutto l’imposta di successione. Questa imposta nel secolo scorso ha dimostrato che ha temperato la diseguaglianza. Sarebbe giusto rimetterla come tassa di scopo, per sostenere i giovani nella scuola e nel lavoro”.

Lei ha espresso spesso una forte preoccupazione per la tenuta della coesione sociale, che colpisce in particolare i giovani. Cosa suggerisce?

“Lo sostengo da tempo e lo ribadisco: sarebbe utile per i giovani un periodo di servizio civile, mettendosi a disposizione delle persone e del loro territorio. Sarebbe un grandissimo valore aggiunto, un aiuto ai giovani, e alla coesione sociale”.

Intanto siamo un Paese con milioni di poveri.

“Lo so, è un dramma. Io penso che occorra un reddito minimo di cittadinanza da dare ai più poveri. Il reddito minimo di cittadinanza è un obbligo morale, ma va fatto pensando alle risorse che abbiamo. Non possiamo darlo a tutti, non abbiamo le risorse sufficienti”.

L’Italia cresce meno di altri Paesi, e il nostro sistema industriale langue… Come ripartire?

“Da produttività e innovazione. La crescita è fatta di queste cose qui, accanto alla riduzione della burocrazia. Oggi dobbiamo puntare sulla nostra eccellenza che è rimasta: le tante imprese medie. Ma serve un forte salto nell’innovazione, la costruzione di centri di ricerca qualificata su modello dei Fraunhofer tedeschi”.

Professor Prodi, per attuare tutti questi obiettivi, a partire dalla lotta alle diseguaglianze, occorre un governo di centro sinistra e una solida stabilità politica. Lei cosa pensa?

“Penso intanto che se non ci sarà una legge elettorale maggioritaria con i collegi uninominali, il nostro Paese avrà una situazione tipo la Spagna, con il ripetersi di elezioni, con la minaccia della speculazione internazionale che tornerebbe a colpire l’Italia. Oggi con il proporzionale si contraddice tutto quello che era stato detto: ‘la sera delle elezioni sapremo chi governa’. Dopo le elezioni inizierebbe l’incertezza, e questo mi fa paura”.

E l’idea dell’Ulivo è ancora attuale?

“Allora riuscimmo a mettere insieme i vari riformismi, liberalisti, socialisti, comunisti… per fare una politica comune nell’interesse del Paese. L’Ulivo nacque con una motivazione etica e politica fortissima. Poi la follia… fece finire quella esperienza. Oggi come si fa a riproporre quella situazione? Non vede le divisioni che ci sono a sinistra e non solo, le tensioni che si sono accumulate? E poi è una cosa di io cui non mi posso occupare. Ogni generazione ha i suoi compiti”.

E quindi oggi?

“Guardi, oggi ci vorrebbe qualcuno che sappia unire il Paese, sappia renderlo coeso, invece assisto con dispiacere a queste divisioni a sinistra che aumentano. E questo mi preoccupa molto perché allontana la possibilità di fare una vera politica riformista”.

E il suo rapporto con il Pd?

“Ho detto in questi giorni che ‘mi sento uno senza casa, ma vivo in una tenda vicina al Pd’. Penso che da un lato il Pd sia l’unica forza politica che mantiene la struttura di un partito. Ma queste continue divisioni, incertezze, oscillazioni – pensi solo al tema della legge elettorale – fanno sì che io mi trovi meglio in una tenda, sperando in una grande casa comune”.

Lei auspica una grande casa comune del centro sinistra?

“Certo, anche perché il Pd era nato come erede dell’Ulivo”.

Quindi lei dice che tocca al Pd rimettere in piedi questo centro sinistra?

“Esatto. E anche Pierluigi Bersani e Giuliano Pisapia devono fare la loro parte. Occorre un centro sinistra unito”.

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    Piero Bosio
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Assassinata Miriam, in lotta per i desaparecidos

Un agguato mortale, con almeno12 colpi di proiettile, di cui uno alla testa. Miriam Elizabeth Rodriguez Martinez, è stata assassinata la notte del 10 maggio nella sua casa di San Fernando,nello stato messicano di Tamaulipas. E’morta durante il disperato tentativo di portarla all’ospedale.

Un vera e propria esecuzione,una vendetta per mettere a tacere una donna coraggiosa che cercava giustizia,impegnata nella ricerca dei desaparecidos, uomini,donne,bambini scomparsi in Mexico,stimati in quasi trentamila.

Miriam era una dirigente del “Colectivo de Desaparecidos” a San Fernando, località messicana vicina al confine con gli Stati Uniti,una area in cui imperversano i narcos,i cartelli della droga come i Los Zetas,il secondo più grande del Mexico dopo quello di Sinaloa.

A San Fernando nel 2010 furono trovati i corpi di 72 migranti uccisi da uno di questi gruppi criminali che combattono tra loro per avere l’egemonia sul traffico della droga così e dei migranti.

L’impegno civile, per i diritti umani,si era rafforzato in Miriam quando nel 2012 sua figlia Karen Alejandra di cinque anni venne rapita, e poi trovata morta in una fossa.Anche suo marito fu vittima di un tentato rapimento.

Miriam Rodriguez era stata più volte minacciata dal crimine organizzato,in uno Stato,il Tamaulipas,con il maggior numero di desaparecidos.

Per questo aveva chiesto alle autorità protezione,soprattutto dopo che gli assassini di sua figlia,che lei aveva contribuito a individuare, erano riusciti a evadere dal carcere di CIUTAD Victoria. Ma a Miriam la protezione non venne concessa. Era stato lo stesso Colectivo de Desaparecidos a denunciare la mancanza di tutela,affermando che“la polizia invece di proteggerci,ci segue,ci fotografa quando manifestiamo,come durante l’ultima protesta delle madri alla ricerca dei loro familiari scomparsi “.

des messico

Anche Amnesty International ha denunciato più volte “l’allarmante l’atteggiamento e la negligenza delle autorità” e ha chiesto “un’indagine approfondita e indipendente” sull’assassinio di Miriam.

“Il Messico è diventato sempre più pericoloso per coloro che hanno il coraggio di dedicare la propria vita alla ricerca dei desaparecidos “ha detto Erika Guevara Rosas, direttore per le Americhe di Amnesty

Questo il drammatico quadro tracciato da Amnesty nel suo rapporto 2016-2017 sulle ‘Sparizioni forzate’ in Mexico.

“Sono continuati in maniera diffusa sia i casi di sparizione forzata con il coinvolgimento dello Stato sia quelli di sparizione perpetrati da attori non statali; l’impunità per questi reati è rimasta pressoché totale. Le indagini riguardanti casi di persone date per disperse si sono dimostrate ancora una volta viziate e soggette a ritardi immotivati. Le autorità non hanno generalmente avviato ricerche immediate delle vittime.

A fine anno, il governo ha riferito che le persone date per scomparse erano 29.917, di cui 22.414 uomini e 7.503 donne. Le cifre fornite dal registro nazionale dei dati sulle persone disperse o scomparse non comprendevano i casi federali antecedenti al 2014 né i casi classificati come altri reati, ad esempio la presa di ostaggi o la tratta di esseri umani.

I gravi danni arrecati ai familiari delle vittime di sparizione forzata, sia nei casi riconducibili all’azione dello stato sia nelle sparizioni per mano di attori non statali, si sono configurati come una forma di tortura e altra pena o trattamento crudele, disumano e degradante.

I dati disponibili suggerivano che la maggior parte delle vittime erano uomini; le donne costituivano la maggioranza dei parenti che cercavano di ottenere verità, giustizia e forme di riparazione. Alcuni familiari di persone scomparse alla ricerca dei loro congiunti hanno ricevuto minacce di morte.”

Collaborazione di Gianni Beretta

 

 

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    Piero Bosio
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“Grazie alle Ong, meritano rispetto”

“Sto guardando il mare da qui, da Lampedusa. È un cimitero questo mare, una mare che ha dato sempre la vita, che ha fatto incontrare popoli, culture. Vorrei invece che il mare fosse la vita per noi lampedusani, e soprattutto per i migranti. Invece non è così”.

Pietro Bartolo parla con noi mentre ha appena finito di cercare il padre di una bambina siriana, perso durante la traversata.

Bartolo lo chiamano “il medico dei migranti”. Negli ultimi 25 anni ha accolto e curato migliaia e migliaia di persone che sono fuggite da guerre, fame, dittature. Ha gioito quando è riuscito a salvare delle vite o a far nascere dei bambini; ha sofferto quando si è trovato davanti ai cadaveri. “Tanti cadaveri, troppi purtroppo”, ci dice amareggiato. Nei suo occhi resterà per sempre la strage del 3 ottobre 2013, dove 366 vite vennero spazzate. “Mai più” fu detto dalla politica e dalle istituzioni. Ma da allora a oggi si continua a morire.

Solo nelle ultime 36 ore hanno perso la vita 200 migranti, mentre a Lampedusa sono giorni di nuovi e continui arrivi. “C’è un novità che mi preoccupa – racconta Bartolo – sono tornati ad arrivare tanti siriani, con famiglie numerose, effetto di quella vergognosa chiusura della rotta balcanica, con l’accordo con la Turchia”.

Sono giorni di lavoro intenso per Bartolo e tutto il suo staff medico che con generosità affrontano continuamente situazioni difficili. Ma Bartolo non fa solo questo. Gira l’Italia, va nelle scuole, nei convegni, nelle manifestazioni pubbliche per spiegare chi sono i migranti che rischiano la vita e spesso la perdono per cercare un futuro per sé, per la propria famiglia. Racconta le loro storie, fa controinformazione contestando molte falsità che si raccontano sui migranti, spiega l’importanza della solidarietà, del ruolo salva vite delle Ong, richiama in modo severo un’Europa che ha lasciato soli Italia e Grecia, chiede corridoi umanitari come priorità. E sulla manifestazione del 20 maggio a Milano ‘Insieme senza muri dice: “È importante partecipare, bisogna essere in tanti”.

Dottor Bartolo, qual è la situazione in questi giorni a Lampedusa?

“Non è cambiato nulla, in questi giorni abbiamo avuto tanti arrivi, con un fatto preoccupante:ieri, dopo tanto tempo, abbiamo rivisto l’arrivo massiccio dei siriani, questo è preoccupante perché significa che dopo il blocco della Turchia, sono costretti ad affrontare il mare pericoloso, con il rischio di morire. Tutto ciò è avvenuto come conseguenza dell’accordo tra Europa e Turchia che gli ha chiuso, devo dire vergognosamente, quella strada, la rotta balcanica”.

In questo contesto mi diceva che le donne e gli africani sono quelle più pesantemente colpiti. Ci spiega cosa sta accadendo?

“Sì, le donne sono quelle che subiscono, soffrono di più. Questo è quello che io ho verificato sul campo. Molte donne sono trattate come degli esseri inferiori, spesso sono violentate e non solo dai trafficanti, ma da persone che sono rinchiuse con loro nelle prigioni in Libia. E poi si prendono la ‘malattia dei gommoni’, come la chiamo io”.

Di che si tratta?

“È una malattia che provoca ustioni spesso mortali che colpiscono in particolare le donne. Nei gommoni, gli uomini si mettono sui bordi, in modo da evitare il rischio che le donne e i bambini, piazzati al centro, cadano in mare. Purtroppo nel corso della traversata, una parte della benzina che i migranti mettono nei motori si riversa dentro il gommone, per poi mescolarsi con l’acqua salata proveniente dalle onde del mare. Questa miscela è micidiale per chi rimane più esposto. Molte donne perdono la vita, altre rimangono deturpate dalle ustioni. Tutto questo avviene dal 2013, dalla strage di Lampedusa, da quando i trafficanti usano i gommoni”.

Cosa pensa dell’accordo con la Libia, per fermare il flusso di migranti?

“La situazione politica in Libia è inaffidabile e poi se fermiamo i migranti sulle coste libiche, troveranno il modo di passare altrove. Quello che per me è comunque inaccettabile è abbandonarli a se stessi. I migranti vanno protetti. La via da seguire sono per esempio i corridoi umanitari, in modo da far evitare a queste persone il tratto di mare del Mediterraneo che è diventato un cimitero. Mentre per noi il mare è la vita e lo deve essere anche per i migranti”.

Quali sono i momenti più difficili che ha affrontato?

“Parto dai momenti belli, quelli che mi danno la forza di continuare, come quando facciamo nascere un bambino, una bambina, o salviamo una persona o riusciamo a far ricongiungere una coppia. Questo mi riempie il cuore, perché per il resto ho visto tanti cadaveri, un cadavere singolo, 25 cadaveri insieme, 29 cadaveri, 366 cadaveri. Ma fosse anche uno, è un vita, perché dobbiamo permettere che muoiano, dopo tutto quello che hanno già sofferto, per le guerra, le persecuzioni, la fame? E poi se sono andati via da casa loro qualche responsabilità l’abbiamo anche noi”.

Dottor Bartolo, in queste settimane ci sono state accuse, attacchi alle Ong. Lei cosa pensa?

“Io sono un medico, e so solo che queste persone delle Ong sono andate a coprire un vuoto che l’Europa ha lasciato, e io devo dire solo grazie a queste persone, che rischiano anche la vita per andare a prenderle in mare, per evitare che affoghino. Per me quelle delle Ong sono persone che salvano altre persone, i migranti, e quindi meritano tanto, tanto rispetto. Tanto onore a loro”.

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Il 20 maggio a Milano ci sarà la manifestazione “Insieme senza muri”. Lei pensa che queste iniziative servano?

“Eccome se servono! La gente si deve svegliare. E’ da un anno e mezzo che io vado in giro per tutta l’Europa a raccontare, a far sapere, a far capire. E più siamo, meglio è. Dobbiamo svegliare questi orsi dormienti, queste persone indifferenti, queste persone egoiste. Il papa l’ha detto in tutte le lingue. Se lo diciamo tutti insieme, chissà se possiamo fare qualcosa. Quindi ben vengano queste manifestazioni. Dobbiamo diventare sempre di più ed essere dalla parte giusta”.

Vuole fare un appello alla partecipazione?

“Ma certo che faccio un appello. Tutti dovremmo partecipare. Ognuno per quello che può fare, partecipazndo alle manifestazioni, andando a spiegare nelle scuole, anche incontrando altre persone, un amico, per dire: ‘Guardate che vistanno prendendo in giro, guardate che chi fa terrorismo mediatico è un criminale. E’ un criminale chi butta fango sui migranti facendoli apparire come bestie feroci, come degli appestati, come dei terroristi. Sono persone come noi ma con la sfortuna di essere dall’altra parte, di venire dall’Africa, il continente più ricco del mondo dove vive la gente più povera del mondo. Forse la responsabilità è anche nostra. E quindi abbiamo il dovere di accoglierli e dobbiamo contribuire come possiamo – anche con una manifestazione – per mettere fine a questa vergogna”.

Dottor Bartolo, lei il 20 maggio riuscirà a venire alla manifestazione di Milano?

“Spero di esserci ma capisce bene che qui a Lampedusa c’è da lavorare. In questi giorni sono arrivati veramente tanti ma tanti bambini. Ma con il cuore e con la mente sarò là. Tutto quello che si fa a favore di queste persone mi trova coinvolto fino alla morte”.

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    Piero Bosio
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Blitz di Forza Nuova alla sede dell’Oim

“Siamo fascisti, siamo contro l’immigrazione, Ong scafisti”.

Un gruppo di una trentina di militanti di Forza Nuova ha invaso e occupato la sede dell’Oim, questa mattina a Roma. Un’azione squadrista durata alcune ore. A parlare con noi è Flavio di Giacomo, portavoce dell’Oim, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, un’agenzia collegata all’Onu.

Di Giacomo era presente durante il raid fascista-xenofobo: “Questa mattina alcune decine di manifestanti di Forza Nuova – erano tra i venti e i trenta – sono riusciti a entrare nello spazio esterno della nostra sede qui a Roma, occupandola. Sono rimasti circa due o tre ore, hanno appeso uno striscione contro le Ong che effettuano operazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo, hanno acceso fumogeni, hanno urlato slogan contro l’immigrazione, autoproclamandosi fascisti”.

Che atteggiamento avevano?

“L’atteggiamento era chiaramente aggressivo ma non hanno minacciato apertamente nessuno. Ho parlato con loro ma è stato impossibile avere qualsiasi tipo di discussione sul merito perché sono completamente chiusi a qualsiasi tipo di scambio sul fenomeno migratorio. Hanno le loro idee e non le cambiano. Questo chiaramente è la prova che si tratta di posizioni che nascono da analisi confuse, superficiali, sempre basate sui luoghi comuni dell’invasione. Purtroppo questa è anche una conseguenza di un’atmosfera tesa che si è creata in questi giorni in seguito alla prolungata polemica sulle Ong”.

Quindi lei dice che questi attacchi alle Ong hanno portato anche ad azioni come quelle di Forza Nuova?

“Beh, è stata chiaramente la causa scatenante perché il loro striscione diceva ‘Ong scafisti’. E poi hanno cominciato a urlare slogan contro di noi chiamandoci ‘scafisti’. Quindi è stato un episodio direttamente legato a questa polemica, che già ci preoccupava perché dà una percezione sbagliata di quello che sta accadendo nel Mediterraneo e dimentica che salvare vite è un obbligo giuridico. Questo far sembrare una colpa salvare migranti nel Mediterraneo alla fine ha portato alcuni gruppi di estremisti a questo tipo di azioni”.

Abbiamo letto che è stato anche irriso un migrante che era lì nella vostra sede…

“Sì, è stato preso in giro un migrante che stava entrando per beneficiare dei nostri programmi. Gli hanno detto: ‘Vieni qui a mangiare, bella la vita in Italia!’ e cose di questo genere. Non sono state proprio offese, ma è stato schernito per il fatto che ‘vive in Italia sulle spalle degli italiani’”.

Avete fatto una denuncia alla polizia?

“Credo che la faremo sicuramente, perché sono entrati in luogo privato in cui non potevano entrare. Di questo se ne occuperanno i miei colleghi”.

Che riflessione generale fa su questo episodio?

“Questo episodio dimostra come ormai l’immigrazione sia diventato un argomento tossico, dal punto di vista comunicativo. Queste polemiche sulle Ong degli ultimi tempi hanno esacerbato le reazioni di molta gente che non conosce a fondo le vere problematiche e arriva a fare commenti facili e superficiali su una questione molto seria, che è quella di salvare vite in mare. Si respira una sorta di odio verso i migranti che arrivano via mare, mentre sappiamo che si tratta chiaramente di persone che fuggono da violenze, torture, abusi, persecuzioni e che si ritrovano qui in un ambiente che sta diventando sempre più ostile, anche per l’atteggiamento di alcune forze politiche e di alcuni media”.

***

Questo il comunicato ufficiale dell’Oim:

“L’Ufficio di Coordinamento per il Mediterraneo dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim) è stato oggetto di una manifestazione “vandalica” di alcuni componenti del movimento di destra Forza Nuova. L’Oim fa sapere che qualche decina di manifestanti ha occupato lo spazio esterno della sede dell’organizzazione a Roma e appeso uno striscione contro le ong che effettuano operazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo, accendendo fumogeni, urlando slogan contro l’immigrazione e arrivando a schernire un migrante che stava entrando negli uffici. Colpire in modo vandalico una organizzazione delle Nazioni Unite impegnata nel campo della migrazione non aiuterà ad affermare le posizioni di stampo xenofobo che i manifestanti si propongono di diffondere. Posizioni frutto di un’analisi confusa e superficiale, purtroppo sempre più basata su luoghi comuni che su una reale conoscenza del fenomeno. Pur non essendo un’organizzazione non governativa e non svolgendo attività di soccorso nel Mediterraneo, ribadiamo l’importanza e la necessità di salvare vite e condanniamo con fermezza le accuse rivolte a tutti coloro che si impegnano nelle operazioni di ricerca e soccorso in mare”.

***

L’Oim, agenzia parte del sistema della Nazioni Unite con 166 stati membri e con quartier generale a Ginevra, si occupa in Italia di varie attività relative al fenomeno migratorio, dall’assistenza ai punti di sbarco alla realizzazione di programmi di Migrazione e Sviluppo in Africa e al sostegno al Ritorno Volontario e Assistito per quei migranti che intendono tornare nel loro Paese di origine.

 

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    Piero Bosio
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