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Juli Briskman: “Non sono pentita. Lo rifarei”

“Quel gesto? Lo rifarei”. Juli Briskman, 50 anni, madre di due figli, non si è pentita di quel dito medio indirizzato a Donald Trump che le è costato il posto di lavoro, il licenziamento. La foto di lei in bicicletta con accanto il corteo di macchine del presidente degli Stati Uniti è diventata virale.

Sui social Juli è per molti “un’eroina” ( “she-ro”) e in tanti hanno condiviso l’immagine tramite l’hashtag #Her2020. Una donna che con il suo gesto ha rappresentato il malessere e la critica di milioni di americani contro Trump. Altri hanno lanciato una petizione perché le venga ridato un posto di lavoro. Per i suoi detrattori invece si è trattato di un atto incivile contro il presidente degli Stati Uniti e ha fatto bene la società a licenziarla.

Tutto iniziò il 28 ottobre scorso. Juli stava pedalando lungo il suo consueto percorso nel nord della Virginia, quando il Suv nero di Donald Trump, seguito dalle auto di scorta, l’ha affiancata e sorpassata. Trump stava tornando da un campo da golf. Lei, senza pensarci più di tanto, ha alzato il braccio sinistro e ha mostrato il dito medio in direzione del corteo delle auto.

juli foto 1 nell'articolo

Perché quella reazione? È la stessa Juli Briskman a spiegarlo al Washington Post: “Trump mi stava passando vicino e mi è ribollito il sangue. Stavo pensando ai dreamers che saranno cacciati via, al ritiro degli spot per iscriversi all’Obamacare, al fatto che solo un terzo di Porto Rico ha elettricità… mentre Trump è di nuovo sul campo da golf”.

Il caso sarebbe finito lì, ma un fotografo, Brendan Smialowski di Afp, scattava la foto che immortalava la contestazione a Trump e che avrebbe fatto il giro del mondo.

La Akima LLC, azienda che partecipa alle gare d’appalto del governo americano, non ha apprezzato il gesto e ha licenziato Juli, sostenendo che “quella foto vìola la politica aziendale sui social media, che vieta la pubblicazione di immagini oscene sugli account privati dei propri dipendenti”.

Ma Juli, che per correttezza si era auto-identificata in quella foto con i responsabili della società, aveva spiegato loro che nell’immagine contestata era in bicicletta comparendo di spalle, che non era al lavoro al momento del gesto e che non indossava niente che permettesse di individuarla come dipendente della Akima.

Ma nonostante queste spiegazioni la società ha ritenuto il suo gesto un “atto osceno” lesivo degli affari della società e, visti i suoi contratti col governo, l’ha licenziata. Juli aveva l’incarico di analista di marketing.

juli foto 2 nell'articolo

Juli Briskman è rimasta profondamente delusa dal comportamento dell’azienda che non ha apprezzato la sua sincerità, ma anche per un altro motivo. La donna, parlando con il Washington Post, ha fatto notare come a un suo collega uomo, segnalato all’azienda per aver pubblicato dei commenti osceni sui suoi profili social, non sia stato riservato lo stesso trattamento e abbia mantenuto il posto in azienda.

Ora Juli sta cercando un altro lavoro, e a chi le ha chiesto se è pentita per quel dito medio alzato contro Trump ha risposto: “No, non sono pentita. Lo rifarei. In un certo senso non sono mai stata meglio, sono arrabbiata per la direzione del nostro Paese. Sono inorridita. È stata per me l’occasione per dire qualcosa”.

  • Autore articolo
    Piero Bosio
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Venezia e le acque

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Braccianti sfruttati e animali maltrattati

Braccianti sottopagati e senza diritti, tra cui anche dei minori, obbligati a lavorare senza sosta in condizioni “spaventose”, senza acqua potabile, costretti a dormire all’aperto nelle piantagioni o sui camion, in condizioni igieniche pessime.

Sono alcune delle accuse contro la multinazionale tedesca Haribo contenute nel documentario “The Haribo Check” della tv pubblica tedesca ARD che ha condotto un’inchiesta in Brasile e in Germania.

Haribo, una delle marche di dolciumi più famose nel mondo, impiega settemila persone in dieci Paesi.

Pesanti le contestazioni: Haribo non solo utilizzerebbe fornitori o sub-fornitori che in Brasile sfruttano i lavoratori, ma in Germania farebbe affidamento anche su allevamenti di maiali, tenuti in condizioni atroci. In alcune fattorie del Nord – secondo il documentario di ARD – i maiali vivrebbero ammassati in spazi angusti, coperti di piaghe e delle loro stesse feci.

Il tutto per ricavare due ingredienti per le caramelle: la cera di carnauba e la gelatina. La gelatina, sostanza alla base della tipica consistenza gommosa delle caramelle, si ottiene con la lavorazione di alcune parti del maiale come la cotenna, mentre la cera di carnauba è un prodotto naturale ricavato dalle foglie di palme in Brasile, che si raccolgono quando sono ancora chiuse, poi vengono battute per sciogliere la cera, che viene lavorata e sbiancata.

La cera di carnauba viene applicata agli orsetti gommosi per renderli lucidi e impedire che si attacchino; viene raccolta dalle foglie di palme che crescono negli Stati nordorientali del Brasile, tra le aree con maggiore povertà. Haribo non è l’unica azienda che si rifornisce nel Paese sudamericano della cera di carnauba. Denunce sulle condizioni dei lavoratori sarebbero arrivate anche da Sergio Carvalho, funzionario del ministero del Lavoro brasiliano, citato nel documentario: “I lavoratori nelle aziende agricole sono trattati come oggetti, peggio degli animali, in condizioni lavorative che potrebbero essere definite di schiavitù”. Sullo scandalo documentato da ARD è intervenuta Amnesty International-Germania che ha ribadito l’urgenza che la vigilanza spetti alle imprese committenti: “Sono loro che devono controllare l’operato delle aziende partner che non compiano, o contribuiscano a compiere, violazioni dei diritti umani”.

I vertici di Haribo hanno risposto alle accuse dicendo di non essere a conoscenza di quanto è stato denunciato dalla Tv ARD, comunicando di aver avviato un’indagine e una verifica tra i loro fornitori in Brasile e in Germania e sostenendo di “non poter accettare il mancato rispetto degli standard sociali ed etici”.

haribo foto dentro articolo

Lo scandalo della cera di carnauba per le caramelle gommose ha riaperto il dibattito sulle condizioni di lavoro in Brasile, Paese in cui storicamente la piaga del lavoro-schiavo non è mai stata debellata. Il latifondo brasiliano ha sempre usufruito di manodopera non qualificata da pagare il meno possibile e da “eliminare” in caso di sindacalizzazione.

L’analisi di Alfredo Luis Somoza, giornalista e presidente di ICEI.

Lo sfruttamento e la schiavitù.

“I livelli di sfruttamento vicini a quelli dei tempi della schiavitù, che in Brasile fu abolita nel 1888,è un fenomeno tipico delle aree rurali più povere.La geografia del trabalho escravo si concentra in due zone del grande paese, al Nord, terra poverissima segnata dalla presenza del grande latifondo, e in Amazzonia, nella grande foresta da disboscare e sfruttare nella corsa all’accaparramento delle materie prime. Il governo federale, dal ritorno alla democrazia, ha tentato con diversa intensità di “liberare” i lavoratori-schiavi colpendo i responsabili”.

Le radici del problema.

“Le radici del problema, e il potere che localmente hanno i proprietari terrieri e i loro alleati politici, sono così profonde che in un paese che ha fatto grandi passi in avanti in materia di diritti, è ancora drammaticamente presente. I dati statistici disponibili sul fenomeno sono molto datati, ma non per questo meno agghiaccianti. Nel 2001,anno dell’ultima rilevazione, sono stati “liberati” 80.000 lavoratori che secondo la legge brasiliana erano ridotti praticamente alla schiavitù.I settori produttivi erano quelli del disboscamento e dell’allevamento in Amazzonia, e quello delle piantagioni di cacao, cotone, palma da olio e da cera del Nord-est”.

Il lavoro, senza diritti.

“Secondo le previsioni del Ministero del Lavoro brasiliano, per ogni lavoratore liberato esistono altri 3 che non emergono. La Commissione Pastorale della Terra, organo della Chiesa brasiliana, fa l’esempio della zona di Barreiras, all’interno dello Stato di Bahia, dove nelle piantagioni di cotone e caffè accanto a ogni bracciante in regola lavorano atri 5 in condizioni subumane: senza diritti, con stipendi da fame e totalmente sottomessi al datore di lavoro”.

Molta terra per pochi, poca terra per tanti.

“La chiave di lettura per interpretare questa situazione di arretratezza estrema è l’eterna lotta per la terra. Molta terra per pochi, poca terra per tanti.I moderni schiavi sono vitali per il latifondo e per coloro che occupano abusivamente terre amazzoniche per espandere i loro affari. Il Brasile profondo, dei sem terra, è un paese con altissimi livelli di disparità economica e soprattutto di diritti. I discendenti della Tratta negriera del periodo coloniale, sono oggi sottomessi all’economia globale che esige materie prime a basso costo senza interrogarsi sulle condizioni di vita e di lavoro di chi le ha prodotte”.

Le multinazionali e gli intermediari.

“Le grandi multinazionali, come Haribo, si trincerano di solito sugli accordi sottoscritti con gli intermediari locali che non garantiscono affatto gli standard sottoscritti da parte dei subfornitori. Come in Cina con l’elettronica, in Indonesia con l’olio di palma, in Costa d’Avorio con il cacao, anche in Brasile si ripete lo stesso schema: intermediari “puliti”, subfornitori fuori dalle regole”.

Il prezzo che paga l’ambiente.

“Questi lavoratori non sono le uniche vittime, anche l’ambiente paga un conto pesantissimo come ci ricorda ogni anno la statistica sulla riduzione delle zone forestali del Brasile. Tutto ciò avviene nella totale illegalità rispetto agli standard di produzione sostenibile che poi vengono sbandierati dal marketing delle aziende multinazionali. Un gioco di spechi che riproducono ambienti rigogliosi e lavoratori felici, nascondendo violenza e incuria. Una realtà globale che rende il mercato sempre più ricco di prodotti che costano poco, ma che si lascia dietro un deserto ambientale e sociale”.

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    Piero Bosio
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Approfondimenti

Bolzaneto. Fu tortura, Italia condannata

“Manifestanti trattenuti anche per trenta ore, senza la possibilità di contattare familiari, legali o ambasciate, marchiati sul viso, costretti a restare immobili per ore in posizioni umilianti (anche i feriti), colpiti con schiaffi, calci e pugni, obbligati anche a gridare ‘viva il duce’”.

Sono solo alcune delle testimonianze, delle denunce, raccolte dai legali sulle violenze e le torture alla caserma genovese di Bolzaneto.

Testimonianze e denunce che hanno portato la Corte Europea dei Diritti Umani a condannare l’Italia per tortura sia a Bolzaneto sia nel carcere di Asti nel 2004.

Il ricorso alla Corte

A fare ricorso a Strasburgo sono state 59 persone tutte condotte a Bolzaneto tra il 20 e il 22 luglio 2001. Alcuni di loro provenivano dalla scuola Diaz, dove avevano già subito numerose violenze che la Corte di Strasburgo ha definito come torture in una sentenza di condanna dell’Italia emessa lo scorso giugno. Tutti i ricorrenti affermano di aver subito violenze. Alcuni sono stati picchiati più volte, sono stati fatti spogliare davanti ad agenti del sesso opposto, a molte delle ragazze sono stati fatti togliere anche gli assorbenti ed è stato poi negato l’uso di salviette igieniche. Altri hanno dovuto gridare ‘viva il fascismo, viva la polizia penitenziaria’. Le celle in cui era una parte dei ricorrenti sono state spruzzate con gas urticanti.

Elena Romanazzi - bolzaneto

Nette e inequivocabili le motivazioni della condanna della Corte Europea dei Diritti Umani che ha riconosciuto ai ricorrenti il diritto a ricevere tra 10mila e 85mila euro a testa per i danni morali.

Fu Tortura e lo Stato non ha condotto un’indagine efficace

“I ricorrenti – spiega la Corte – sono stati trattati come oggetti per mano del potere pubblico, hanno vissuto durante tutta la durata della loro detenzione in un luogo ‘di non diritto’, dove le garanzie più elementari erano state sospese e lo Stato non ha condotto un’indagine efficace”.

L’accusa agli agenti

“L’insieme dei fatti emersi – aggiunge la Corte – dimostra che i membri della polizia presenti, gli agenti semplici, e per estensione, la catena di comando, hanno gravemente contravvenuto al loro dovere deontologico primario di proteggere le persone poste sotto la loro sorveglianza”.

Impunità

La Corte ha poi messo in risalto che “nessuno ha passato un solo giorno in carcere per quanto inflitto ai ricorrenti”. Questo per due motivi. Il primo, dicono i giudici, è stata l’impossibilità di identificare gli agenti coinvolti, sia perché a Bolzaneto non portavano segni distintivi sulle uniformi sia per la mancanza di cooperazione della polizia con la magistratura. Il secondo fattore invece “sono le lacune strutturali dell’ordine giuridico italiano” nel 2001.

La nuova legge sulla tortura non applicabile

Nella sentenza la Corte afferma di “aver preso nota della nuova legge sulla tortura entrata in vigore il 18 luglio di questo anno, ma che le nuove disposizioni non possono essere applicate a questo caso”.

L’avvocato Emanuele Tambuscio ha tutelato una decina di ricorrenti alla Corte di Strasburgo.

Avvocato, che riflessione fa dopo la sentenza della Corte?

“Penso che nel corso di tutti questi anni i vari governi che si sono succeduti non hanno mai voluto sanzionare da un punto di vista disciplinare i responsabili di violenze e torture. Potevano destituirli ad esempio e non lo hanno fatto”.

Perché secondo lei?

“Perché hanno fatto una scelta di campo, sciagurata, pensando di proteggere le forze dell’ordine, provocando in realtà un effetto contrario”.

Intanto l’ultimo governo ha varato la legge sulla tortura. Lei cosa pensa?

“Per dare un giudizio bisognerà vedere come verrà applicata dai giudici. Vedremo. Però è una legge che ha alcuni aspetti critici, tra cui il requisito delle violenze ‘reiterate’ che è stato sostituito con l’espressione ‘più condotte’: (In questo caso il singolo atto di violenza potrebbe non essere punito, ndr). Penso che se ci fosse stata questa legge nel 2001 non si sarebbe potuta applicare alla scuola Diaz”.

Di fronte a violenze e torture, la Corte Europea ha dato sanzioni da 10mila a 85 mila euro. Appaiono cifre modeste rispetto a quanto è accaduto.

“La decisione della Corte non esclude ulteriori risarcimenti dal giudice civile italiano. Infatti abbiamo già presentato ricorso in Italia per alcuni nostri assistiti”.

Avvocato, che tipo di violenze, minacce subirono i suoi assistiti a Bolzaneto?

“Mi ricordo una ragazza, uscita molto malconcia dalla Diaz. Arrivata a Bolzaneto, il medico della caserma le disse: ‘Dovevano fucilarvi tutti alla Diaz’. Un’altra dottoressa si rivolse ai fermati dicendo: ‘Puzzate come cani’. Poi qualcuno, durante la visita medica, è stato picchiato. A un nostro assistito hanno rotto due costole sul lettino della visita medica”.

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Vittorio Agnoletto nel 2001 era portavoce del Social Forum.

A 16 anni dai fatti, dopo varie condanne da parte dei tribunali italiani e da parte di istituzioni internazionali, alle vittime – ha detto Agnoletto – non è ancora arrivata alcuna parola di scusa a nome dello Stato da parte dei suoi massimi rappresentanti, primi tra tutti il presidente della Repubblica. Una vergogna nella vergogna”.

Agnoletto poi ricorda che la decisione della Corte Europea “era attesa e non sarà nemmeno l’ultima: sono molte ancora le cause di cittadini italiani che hanno subìto violenze a Bolzaneto e che, in assenza di un giusto processo in Italia, sono ricorsi alla Corte Europea”.

“La Corte – aggiunge Agnoletto – indica anche i risarcimenti ai quali hanno diritto le vittime: altra pagina vergognosa di questa vicenda. Lo Stato italiano infatti continua a fare resistenza nell’eseguire i risarcimenti definiti dai tribunali italiani”.

Vittorio Agnoletto davanti alla Diaz
Vittorio Agnoletto davanti alla Diaz
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    Piero Bosio
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Approfondimenti

Gli occhi di Margherita sui migranti e i conflitti

“Sono qui a Catania sull’Aquarius di Sos Méditerranée. Ho finito questa missione con Medici Senza Frontiere (MSF). Ora stiamo preparando la nave per la prossima partenza. Dopo tre settimane di viaggi nel Mediterraneo la stiamo rifornendo di cibo, di materiale sanitario, e cambiamo l’equipaggio”.

Inizia così la nostra conversazione con Margherita Colarullo, 33 anni, medico (nella foto di copertina). Attraverso i suoi occhi, le sue parole, il racconto delle sofferenze di chi è travolto dai conflitti, di chi scappa da persecuzioni o fame, di migranti salvati e curati, dopo violenze e soprusi. Ma è anche la storia di quelle persone come Margherita che, con MSF o con altre Ong, non accettano i respingimenti e gli egoismi dell’Europa, che dicono no alle guerre e che mettono una parte della loro vita, della loro esperienza e professionalità, al servizio degli altri.

Palermo. “La nave dei bambini”. La violenza contro le donne.

“L’ultima mia missione con MSF – racconta Margherita – è di queste settimane. Il 13 ottobre siamo arrivati con l’Aquarius al porto di Palermo, con 600 migranti, di cui circa un terzo bambini e minori. Abbiamo raccolto persone che sono state prigioniere in Libia, con ferite di armi da fuoco, uno è stato colpito anche da un machete. Erano malnutriti, con malattie croniche. Molte donne hanno raccontato di aver subito violenze sessuali nei campi di prigionia. Mi hanno colpito poi le condizioni di sofferenza estrema di coloro che arrivavano dalla Somalia ed Eritrea: erano in uno stato di malnutrizione agghiacciante”.

Margherita Colarullo sull'Aquarius
Margherita Colarullo sull’Aquarius

Lampedusa. La mia prima esperienza. La gabbia dei tunisini.

Era il 2011, poco dopo la laurea in medicina. Nell’isola faceva il medico di base. “Sono arrivata subito dopo le primavere arabe. Fu durissimo. Ricordo le condizioni terribili per i migranti nei centri di accoglienza. All’interno e fuori c’erano militari armati. Era una grande gabbia, con dentro una piccola gabbia dove tenevano isolati i tunisini, ritenuti più pericolosi. Molti i casi di autolesionismo pazzesco. Siccome a Lampedusa non c’era assistenza chirurgica avanzata alcuni di questi ragazzi mandavano giù delle lamette, cosi gli facevano la radiografia e li trasferivano sulla terra ferma, da cui potevano tentare di scappare”.

Margherita prosegue il suo racconto. “Dopo il 2011 a Lampedusa non mi sentivo ancora pronta per missioni in zone remote, quindi mi sono fermata in Svizzera dove ho iniziato la specializzazione in medicina interna e poi ho fatto un corso in medicina tropicale. Ho lavorato un anno al pronto soccorso. Ho fatto esperienza”.

Repubblica Centrafricana. I feriti e noi ci buttavamo a terra. Le termiti.

Margherita nel 2014 va con MSF nella Repubblica centrafricana, dove vi è una spirale di violenza senza precedenti dall’apice del conflitto nel 2014, con una delle più gravi emergenze umanitarie.

“Arrivo all’aeroporto di Bangui in piena guerra, con il colpo di Stato, l’impatto è stato duro, spari, tanti feriti. Alcune volte i feriti e noi dovevamo buttarci a terra nell’ospedale situato nel campo profughi per evitare i colpi. Spesso dovevamo interrompere le cure a chi soffriva, abbiamo dovuto anche evacuare l’ospedale. Devo dire che ho avuto molta paura, ma ho resistito e alla fine sono rimasta tre mesi”.

Margherita ricorda un episodio: “…Quello di un bambino fortemente malnutrito, a cui non riuscivamo far mangiare i cibi Msf iperproteici. Lui non voleva, chiedeva gli insetti, le termiti. E noi alla fine abbiamo acconsentito valutando che comunque hanno un valore proteico, e allora andavamo a raccogliere le termiti”.

Sud Sudan. I bambini, poco cibo e la malaria.

Margherita ritorna in Svizzera e dopo alcune settimane riparte per il Sud Sudan, dove la situazione è drammatica. Solo nel primo semestre del 2017 Medici Senza Frontiere ha fornito quasi 400mila consultazioni mediche, ha trattato oltre 200mila persone per malaria e ha assistito quasi 10mila nascite.

“In quel periodo il problema grave era la mancanza di cibo, anche noi mangiavamo riso e lenticchie. Ero in un ospedale di MSF, dove ci occupavamo soprattutto di bambini e della malaria, in una situazione in cui tutti vanno in giro armati, e la situazione può precipitare sempre da un momento all’altro”.

margherita foto articolo gruppo di persone

Congo. L’abbraccio delle prostitute.

Margherita rientra in Svizzera, dove resta per un anno. Poi la nuova missione: il Congo. “Sono stata sei mesi in Congo. Uno dei ricordi che porto con me è il lavoro che come MSF abbiamo fatto nella capitale Kinshasa. Avevamo unità mobili con cui andavano nei quartieri dalle prostitute, nei bar, per offrire loro il test per l’HIV le cure necessarie contro l’Aids. Quando ci vedevano ci correvamo incontro, la prima sera quando siamo arrivati una decina di ragazze sono venute verso di noi, ci hanno abbracciato e ringraziato”.

Iraq. La bambina che cammina per 30 km.

Margherita ritorna a casa per ripartire dopo alcuni mesi per l’Iraq, dove decenni di conflitto armato e di instabilità hanno duramente colpito un sistema sanitario che non riesce a far fronte al bisogno urgente di cure di milioni di persone intrappolate nelle violenze. Dal 2014, oltre 3 milioni di persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case.

Margherita racconta con sincerità che non se la sentiva di andare nello Yemen, perché aveva troppa paura, sapeva che erano stati bombardati gli ospedali di MSF. Allora decise di accettare la missione in Iraq.

“Ero a 10 km da Mosul, dove avevamo un ospedale per le emergenze: accoglievamo i feriti dalla linea del fronte di Mosul. Ho visto il dolore, le ferite e le sofferenze delle persone che scappavano dall’assedio. E anche tanti bimbi denutriti gravi, sotto shock, dopo sette mesi di assedio. La disperazione nei loro occhi. Ricordo una bambina di 11 anni che è arrivata spaventata con dolori ovunque dopo avere camminato per 30 km per raggiungere il nostro ospedale, e ancora un’altra che era terrorizzata ogni volta che la medicavamo. Era stata ferita da da un’esplosione e aveva i chiodi nella gamba. E poi stare insieme a lei per insegnarle a camminare…”.

***

Medici Senza Frontiere ha lanciato la campagna “Cure nel cuore dei conflitti”.

“Quando un paese è devastato dalla guerra, intere popolazioni vengono messe in ginocchio”, ha detto Loris De Filippi, presidente di MSF. “Consegnare tempestivamente le cure di cui hanno bisogno è una sfida senza pari, che affrontiamo ogni giorno nei conflitti. Come organizzazione indipendente possiamo farlo solo grazie a chi ogni giorno sceglie di sostenere la nostra azione”.

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    Piero Bosio
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Approfondimenti

Fino all’ultimo bambino

La fame, la malnutrizione uccide: la nuova campagna globale di Save the Children punta il dito su una realtà drammatica che la politica fa spesso finta di non vedere, e quando l’affronta lo fa ancora troppo debolmente: “Ogni anno, nel mondo, 3 milioni di bambini sotto i 5 anni muoiono a causa della malnutrizione, un killer silenzioso che trova terreno fertile tra le piaghe della povertà, dei conflitti e dei cambiamenti climatici. Un minore su 4 sotto i 5 anni è colpito da malnutrizione cronica, 1 su 12 da quella acuta”.

Si tratta di bambini, bambine che pesano come neonati, anche se hanno un anno di vita. Fanno in genere un pasto al giorno e senza la varietà di una dieta adeguata crescono poco e male. Lo sviluppo dei loro corpi è lento, con pesantissime conseguenze in età adulta, quando riescono a raggiungerla.

Basta con la malnutrizione: “Fino all’ultimo bambino, per salvare e dare un futuro ai bambini senza un domani” è la campagna globale.

Il dossier di Save the Children racconta un quadro in cui si sono fatti passi in avanti per combattere la malnutrizione, ma ancora troppo deboli, insufficienti in un contesto globale in cui sono aumentate le diseguaglianze, e i conflitti colpiscono in particolare i bambini, come sta accadendo in Siria o nello Yemen.

Bambini nello Yemen
Bambini nello Yemen

Povertà assoluta, esclusione, discriminazione etnica, fenomeni climatici distruttivi, conflitti e violenze spingono alla fuga, all’abbandono delle proprie case. Le stesse cause che, a otto anni dal vertice sulla sicurezza alimentare della Fao, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, continuano a privare ogni giorno migliaia e migliaia di bambini del diritto al cibo. Di fame dunque si continua a morire, in un contesto di profonda divisione tra Nord e Sud del mondo e di strapotere delle multinazionali agroalimentari.

Questo in sintesi il quadro tracciato nel rapporto di Save the Children.

Il circolo vizioso della povertà “I bambini che nascono in contesti di povertà sono i più esposti al rischio della malnutrizione e alle gravi deprivazioni di carattere sanitario ed educativo. In 103 Paesi a medio e basso reddito sono 689 milioni i minori considerati poveri: in India lo è circa la metà dei bambini, mentre ben 9 su 10 in Etiopia, Niger e Sud Sudan. In Africa subsahariana, appena meno della metà della popolazione che vive nelle zone rurali può accedere alle fonti d’acqua potabile. Tra gli elementi che incidono sulla povertà infantile anche l’accesso all’istruzione e alla formazione, dal quale ancora oggi sono tagliati fuori 263 milioni di bambini e adolescenti nel mondo”.

Conflitti

“Delle 815 milioni di persone denutrite a livello mondiale, più della metà vive in Paesi colpiti da conflitti. Si tratta, in particolare, di zone in cui i bambini hanno il doppio delle possibilità di diventare malnutriti e morire durante l’infanzia. Contesti pericolosi in cui sono costretti a sfamarsi con quel che rimane dei raccolti o ad arrangiarsi con ciò che trovano, come cibo per animali o foglie, a bere da sorgenti d’acqua contaminate, spesso senza accesso a medicinali e assistenza sanitaria. In Yemen circa 17 milioni di persone – pari al 60% della popolazione – risultano in stato di insicurezza alimentare”.

Bambini in Siria
Bambini in Siria

Cambiamenti climatici “In seguito alla grave emergenza El Niño, considerata la peggiore crisi legata al cambiamento climatico degli ultimi 35 anni, quasi 20 milioni di persone, nel Corno d’Africa, stanno soffrendo gli effetti della dura crisi alimentare, tra cui ben 7 milioni di bambini tra Etiopia, Somalia e Kenya che non hanno sufficiente accesso al cibo, in seguito alla perdita dei raccolti e del bestiame provocata dalla siccità, e a fonti d’acqua sicure, con forti ripercussioni sulla diffusione di malattie quali diarrea, colera e morbillo”.

Gli obiettivi dell’abbattimento della denutrizione e della malnutrizione restano per ora molto lontani, per questo Save the Children lancia una nuova campagna globale.

“Dal 1990 ad oggi sono stati compiuti importanti passi in avanti per ridurre il fardello della malnutrizione – sostiene Save the Children – ma nonostante ciò, il mondo è ancora ben lontano dal raggiungere gli obiettivi globali, quali la riduzione del 40% dei casi di malnutrizione cronica entro il 2025 e l’eliminazione di tutte le forme di malnutrizione entro il 2030. Noi continueremo a fare di tutto perché nessun bambino venga più lasciato indietro”.

In questo contesto anche l’Italia deve fare la sua parte, avere un ruolo più attivo, ricordandosi degli impegni presi in forma solenne due anni fa, quando si inaugurava l‘Expo, l’Esposizione Universale dedicata al tema “Nutrire il pianeta, energia per la vita”, e quando venne firmata la Carta di Milano da parte dei potenti delle terra.

Con il rapporto sulla malnutrizione infantile Save the Children lancia la campagna “Fino all’ultimo bambino”, una maratona che dal 12 ottobre al 5 novembre si propone di raccogliere fondi sufficienti per raggiungere i luoghi più lontani, invisibili. Luoghi da cui poi fuggono coloro che, alla ricerca di un futuro, salgono sui barconi, o attraversano i deserti, spesso perdendo la vita.

Chiara Damen è International Advocacy & Policy Coordinator di Save the Children Italia.

Perché la nutrizione è ancora sottofinanziata?

“L’attenzione globale nei confronti della sicurezza alimentare e della nutrizione è cresciuta molto solo dalla crisi dei prezzi agricoli del 2007/2008. Da allora, sono state portate avanti numerose iniziative principalmente in ambito di sviluppo agricolo senza dare adeguata attenzione agli aspetti della nutrizione. Save the Children ritiene che per raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, i governi debbano promuovere politiche e interventi specifici e multisettoriali che mettano al centro la nutrizione e la sicurezza alimentare, stanziando adeguati livelli di Aiuto Pubblico allo Sviluppo (APS) affinché il diritto al cibo sia garantito a tutti, con particolare attenzione ai bambini e ai gruppi più vulnerabili. Ad oggi a livello mondiale solo l’1% dell’APS viene investito in interventi di nutrizione. Non investire in nutrizione ha un costo molto alto in termini di spese sanitarie e di crescita e sviluppo delle società”.

Le diseguaglianze sono un pesantissimo ostacolo per combattere la malnutrizione, la fame. Cosa dice Save the Children?

“Ci sono alcuni bambini più vulnerabili di altri al fenomeno della malnutrizione, una combinazione letale di povertà ed esclusione infatti priva maggiormente alcuni gruppi di bambini del diritto a vivere e crescere grazie a una dieta sana e bilanciata. Questi bambini, discriminati o esclusi a causa della loro etnia, del luogo di provenienza, di una disabilità, del loro genere, del reddito familiare o perché obbligati ad abbandonare le loro case per fuggire da guerre e conflitti, non sviluppano il loro pieno potenziale a causa delle carenze nutrizionali a cui sono soggetti. Il luogo in cui un bambino vive, per esempio, determina in larga parte il suo accesso ai servizi, all’educazione e al cibo, ma anche le sue prassi culturali e sociali e, in ultima analisi, il suo livello di nutrizione. I bambini che vivono in aree rurali hanno in media 1,37 probabilità in più di essere malnutriti rispetto a quelli che abitano nelle città. Anche il reddito familiare ha un’influenza significativa sulla nutrizione dei bambini: nei Paesi e nelle regioni in via di sviluppo, i bambini nati in famiglie appartenenti al 20% più povero hanno una probabilità più che doppia di morire prima del loro quinto compleanno rispetto a quelli che provengono dal quintile più benestante della popolazione”.

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    Piero Bosio
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“Dite al governo che la nostra terra non si ruba”

Tre dei maggiori leader indigeni del Brasile hanno denunciato l’attacco concertato dai loro governi contro i diritti indigeni, definendolo “genocida”.

Davi Kopenawa Yanomami, sciamano e leader del popolo Yanomami dell’Amazzonia settentrionale, Raoni Metuktire, leader del popolo Kayapó, e Sonia Bone Guajajara, leader e attivista guajajara, hanno pubblicato una lettera aperta, in occasione della Giornata Internazionale dei Popoli Indigeni, conosciuta anche come Columbus Day, che si celebra il 12 ottobre. Un appello, una denuncia che arriva dopo diversi casi di violenze e omicidi, una forte impennata di violenza anti-indigena da parte di coloro che stanno tentando di rubare le terre dei popoli indigeni e le loro risorse. Ad agosto, una decina di indiani incontattati sarebbero stati massacrati in Amazzonia, nella valle di Javari. All’inizio di quest’anno, degli allevatori hanno attaccato un gruppo di indios Gamela, mutilando brutalmente diversi di loro con dei machete.

Lo sciamano Davi Kopenawa
Lo sciamano Davi Kopenawa

Il nostro governo – scrivono i tre leader – sta distruggendo noi, popoli indigeni, i primi abitanti del Paese. Nel nome del profitto e del potere, ci rubano la terra, incendiano le nostre foreste, inquinano i nostri fiumi e devastano le nostre comunità. I nostri parenti che vivono nel cuore della foresta, vengono attaccati e uccisi. Ma non ci lasceremo zittire. Non vogliamo che le ricchezze delle nostre terre siano rubate e vendute. Abbiamo cura delle nostre terre da tempi immemorabili. Proteggiamo la nostra foresta perché ci dà la vita.

 Noi fratelli e sorelle indigeni di più di 200 tribù diverse ci stiamo unendo in un’unica protesta. E dal cuore della foresta pluviale amazzonica, vi chiediamo aiuto. In questo momento di emergenza abbiamo bisogno di voi. Per favore dite al nostro governo che la nostra terra non deve essere rubata”.

Sonia Guajajara, attivista indigena, durante una protesta a Parigi
Sonia Guajajara, attivista indigena, durante una protesta a Parigi

La lettera è stata scritta in risposta alle crescenti preoccupazioni sugli stretti legami tra il governo Temer, salito al potere dopo l’impeachment di Dilma Rousseff lo scorso anno, e la potente e notoriamente anti-indigena lobby del settore agroindustriale.

Gli attivisti hanno descritto il comportamento dell’attuale amministrazione verso i popoli indigeni come “il peggiore nell’arco di due generazioni”.

I popoli incontattati, che non hanno rapporti con il mondo esterno, non sono arretrati o primitivi, né reliquie di un passato remoto – spiega Survival International – sono nostri contemporanei e rappresentano una parte essenziale della diversità umana. Quando i loro diritti sono rispettati, continuano a prosperare.

“Il governo del Brasile è determinato a danneggiare i diritti dei popoli indigeni in tutto il Paese”, ha dichiarato il direttore generale di Survival, Stephen Corry. “Sta deliberatamente lasciando i territori delle tribù incontattate esposti alle invasioni, perfettamente consapevole delle morti e delle sofferenze che ne deriveranno inevitabilmente. Quanto sta avvenendo in Brasile è una crisi umanitaria raccapricciante e urgente, e la comunità internazionale dovrebbe far sentire il suo sostegno ai leader indigeni e agli altri in Brasile che chiedendo la fine delle persecuzioni”.

Da tempo Survival International denuncia i legami del governo Temer con i gruppi agro-alimentari e quelli anti-indigeni.

“I grandi allevatori e agricoltori che operano nei territori indigeni hanno spesso legami forti con i politici. In alcuni casi, sono essi stessi dei politici. Sono chiamati ‘bancada ruralista’, e costituiscono una lobby di agricoltori e allevatori molto potente nel Congresso brasiliano. Questi imprenditori considerano i popoli indigeni come un ostacolo al ‘progresso’ e al ‘profitto’, e di frequente assoldano dei sicari per attaccare le comunità e tenerle fuori dalle loro terre”.

Raoni Metuktire, leader della lotta contro la diga di Belo Horizonte
Raoni Metuktire, leader della lotta contro la diga di Belo Horizonte
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    Piero Bosio
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Un premio contro Donald Trump

Emozionata, felice. Un momento straordinario ,difficile da descrivere per Beatrice Fihn, direttrice esecutiva di ICAN.

Le hanno comunicato da pochi minut che ICAN, “International Campaign to Abolish Nuclear Weapons”, ha vinto il Nobel per la Pace 2017. “E’ un premio importantissimo per coloro che lavorano dal 1945 alla lotta contro le armi nucleari – ha spiegato Beatrice Fihn– un tributo ai sopravvissuti di Hiroshima e anche alle vittime dei test nucleari che ancora purtroppo si fanno “.

Poi il monito al presidente Usa, Donald Trump in relazione alle politiche nei confronti della Corea del Nord: «Non si può minacciare di uccidere milioni di persone con la pretesa della sicurezza. Ci fa vivere -ha detto- in una situazione di insicurezza permanente. È un comportamento inaccettabile che non appoggeremo mai “

L’ICAN, organizzazione no-profit per il bando alle armi nucleari,è stata fondata nel 2007. E’ composta da 468 organizzazioni, in 101 paesi.La sede è a Ginevra. In Italia vi aderiscono Rete Disarmo e Senzatomica.

La campagna è stata sostenuta da altri premi Nobel per la Pace: Desmond Tutu, il Dalai Lama e Jody Williams (fondatrice della Campagna Internazionale per il Bando delle Mine Antiuomo). A luglio 2017 la vittoria dell’ICAN: la Conferenza dell’Onu ha approvato il “Trattato sul divieto delle armi nucleari”, il primo accordo internazionale legalmente vincolante per la completa proibizione delle armi nucleari.

Una vittoria importante,anche se la battaglia è ancora lunga come dimostrano le fortissime tensioni tra Stati Uniti e Corea del Nord, e quelle tra Stati Uniti e Iran.

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Questa, in sintesi, la motivazione del Nobel per la Pace 2017 a ICAN:

“Il Comitato per il Nobel di Oslo ha assegnato il premio all’Ican per il suo ruolo nel fare luce sulle catastrofiche conseguenze di un qualunque utilizzo di armi nucleari e per i suoi sforzi innovativi per arrivare a un trattato di proibizioni di queste armi”. Nell’ultimo anno, ha spiegato la presidente Berit Reiss-Andersen ICAN ha impresso “nuovo vigore agli sforzi per raggiungere un mondo senza armi nucleari”

Rete Disarmo fa parte di ICAN. Grande ovviamente la soddisfazione dell’associazione di cui Francesco Vignarca è il coordinatore: “ Questo Nobel certifica lo sforzo, la battaglia fatti dalla società civile internazionale e possiamo dire che l’abbiamo vinto anche noi”.

Vignarca era New York,come delegato,il 7 luglio 2016, quando l’ICAN ottenne un risultato storico: la stipula del “Trattato internazionale per l’abolizione delle armi nucleari”“

“Questa iniziativa della Campagna Internazionale per l’Abolizione delle Armi nucleari è nata nel 2012 dal rilancio sul disarmo nucleare che era in stallo- spiega Vignarca-.

Il tutto era cominciato come iniziativa umanitaria dove si affermava che le armi nucleari andavano messe al bando perché talmente distruttive, inumane, impossibili da gestire e da prevederne le conseguenze anche a livello militare. Successivamente si è poi deciso di formulare un trattato di abolizione delle armi nucleari che ci ha impegnato negli ultimi due anni, arrivato al compimento con il voto alle Nazioni Unite dello scorso luglio”. (Un trattato non sostenuto dall’Italia, ndr)

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Sono circa 15.000 le testate ancora presenti nel mondo, in leggera diminuzione numerica ma in continuo e problematico ammodernamento. Il documento del trattato garantisce una specifica assistenza agli Stati ed agli individui colpiti dall’uso di armi nucleari o dalla sperimentazione atomica, sancisce la necessità di bonifica ambientale (articolo 6) e impegna gli Stati Parte a farsi promotori del bando presso gli altri Paesi, in modo che il Trattato raggiunga l’universalità (articolo 12).

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    Piero Bosio
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Piazza della cittadinanza

Piazza Montecitorio, a Roma, diventerà il 13 ottobre “Piazza della Cittadinanza”. Sarà una grande manifestazione che vedrà protagonisti la società civile, insegnanti, genitori e alunni che torneranno a manifestare per chiedere al governo, al parlamento, l’approvazione entro la legislatura dello Ius Soli temperato, e lo Ius Culturae. Con loro ci saranno il movimento #Italianisenzacittadinanza e i promotori della campagna ‘L’Italia sono anch’io’, con laboratori creativi, flash mob, cori e palloncini tricolore. All’iniziativa ha aderito la rete degli ‘Insegnanti per la Cittadinanza’, che ha lanciato uno sciopero della fame, cominciato il 3 ottobre, e promosso iniziative di sensibilizzazione nelle scuole in tutta Italia.

“I rappresentanti di Senato e governo devono dimostrare senso di responsabilità verso i bambini e le bambine che in Italia crescono, votando immediatamente la riforma. Lo stesso premier Paolo Gentiloni ha recentemente definito quella sulla cittadinanza una riforma di civiltà, impegnandosi ad approvarla entro l’autunno”, affermano i promotori di quello che è stato battezzato ‘Cittadinanza day’. “È questo – dicono – il momento per votare una legge che sancisce il principio della cittadinanza”.

Paula Baudet Vivanco, fa parte di Italiani senza Cittadinanza:

“Noi in piazza Montecitorio ci saremo e sfidiamo parlamentari e ministri a venirci a dire in faccia che la riforma non la vogliono votare. A venire in piazza a guardare negli occhi i bambini e bambine e dire che la loro vita vale meno di quella degli altri. Perché noi su questo non siamo d’accordo, E lo continueremo a dimostrare. Noi resistiamo. Sempre”.

Ascolta qui l’intervista a Xavier Palma, uno dei fondatori di Italiani senza Cittadinanza:

XAVIER PALMA ITALIANI SENZA CITT

Sono circa un milione di persone, la maggior parte giovani di seconda generazione, nati in Italia o arrivati nei primi anni di vita, che non hanno la cittadinanza. La loro è una battaglia che si scontra con i calcoli e le beghe elettorali dei partiti, e con gli “imprenditori della paura” come disse Emma Bonino, che creano manifestazioni xenofobe, alimentando pregiudizi razzisti.

“’Siamo gli ‘Italiani e Italiane senza cittadinanza’. Abbiamo età diverse, nati nelle città italiane o all’estero, ma tutti cresciuti in Italia. La maggioranza di noi va ancora alla Scuola pubblica italiana, una parte è all’Università o lavora. Siamo tutti Italiani, con una sola particolarità: non abbiamo un documento che lo possa testimoniare. Siamo figli di una patria che non ci riconosce… Molti di noi vengono considerati stranieri nel proprio Paese, liquidati come ‘Italiani col permesso di soggiorno’”.

Eppure sono nati in Italia o sono arrivati nel nostro paese da bambini e pensano e parlano italiano, crescono, studiano e lavorano qui, condividendo la nostra cultura e le nostre regole di cittadinanza, i nostri costumi. “Non si tratta di concedere nulla, e tantomeno di regalare qualcosa. Si tratta di riconoscere per legge una realtà, vera, importante e buona”, scrive l’Avvenire.

Intanto continuano a crescere le adesioni allo sciopero della fame promosso lo scorso 3 ottobre da oltre 900 insegnanti di tante scuole italiane, su sollecitazione di due docenti: Eraldo Affinati e Franco Lorenzoni, che a Radio Popolare dice: “Siccome noi insegnanti siamo chiamati, per legge, a educare alla cittadinanza, ci sembra assurdo che ci siano dei nostri alunni che sono non-cittadini. Ci ribelliamo alla non-cittadinanza dei nostri bambini“.

È possibile che alla protesta aderisca anche la presidente della Camera, Laura Boldrini. “Ci sto pensando”, ha detto Boldrini. “È una legge importante. È passata l’idea che con quella legge la cittadinanza la prende chiunque arriva in Italia. Non è così. È una legge molto articolata ed equilibrata”.

Allo sciopero della fame hanno aderito, per ora, settanta parlamentari e, tra gli altri, il ministro Graziano Del Rio e il vice ministro degli Esteri Mario Giro. Adesione anche da Giuliano Pisapia e Campo Progressista, mentre sull’iniziativa, promossa dal senatore Luigi Manconi, resta il gelo di Matteo Renzi.

“Lo sciopero è aperto alla partecipazione di tutti i cittadini – ha spiegato Manconi – mentre arrivano adesioni da più ambienti: artisti come Alessandro Bergonzoni, Andrea Segre, Ascanio Celestini, ma anche Emanuele Macaluso e don Virginio Colmegna. Perché la mobilitazione abbia successo dovrà durare l’intero mese di ottobre, via via intensificandosi. Bisogna razionalizzare e distribuire con intelligenza le energie disponibili, seguendo le indicazioni pubblicate sul form”.

Per comunicare la propria adesione all’iniziativa, indicando il giorno o i giorni in cui ciascuno attuerà il digiuno, occorre compilare il form a questo link.

***

Queste in sintesi le parti importanti della legge sullo Ius soli temperato:

La novità principale consiste nella previsione di una nuova fattispecie di acquisizione della cittadinanza italiana per nascita (ius soli) e nell’introduzione di una nuova fattispecie della cittadinanza in seguito a un percorso scolastico (ius culturae).

In particolare, ottiene la cittadinanza per nascita chi è nato nel territorio della Repubblica da genitori stranieri, di cui almeno uno sia titolare del diritto di soggiorno permanente o in possesso del permesso di soggiorno Ue per soggiornanti di lungo periodo (ius soli).

In tal caso, la cittadinanza si acquista mediante dichiarazione di volontà espressa da un genitore o da chi esercita la responsabilità genitoriale all’ufficiale dello stato civile del Comune di residenza del minore, entro il compimento della maggiore età dell’interessato.

La seconda fattispecie di cittadinanza riguarda il minore straniero, che sia nato in Italia o vi abbia fatto ingresso entro il compimento del dodicesimo anno di età, che abbia frequentato regolarmente, per almeno cinque anni, nel territorio nazionale, uno o più cicli presso istituti appartenenti al sistema nazionale di istruzione o percorsi di istruzione e formazione professionale triennali o quadriennali idonei al conseguimento di una qualifica professionale. Nel caso in cui la frequenza riguardi il corso di istruzione primaria, è altresì necessaria la conclusione positiva di tale corso (ius culturae).

In tal caso, la cittadinanza si acquista mediante dichiarazione di volontà espressa da un genitore legalmente residente in Italia o da chi esercita la responsabilità genitoriale all’ufficiale dello stato civile del comune di residenza del minore, entro il compimento della maggiore età dell’interessato.

Oltre a queste ipotesi la proposta introduce un ulteriore caso diconcessione della cittadinanza (naturalizzazione), che ha carattere discrezionale, per lo straniero che ha fatto ingresso nel territorio nazionale prima del compimento della maggiore età, ivi legalmente residente da almeno sei anni, che ha frequentato regolarmente, ai sensi della normativa vigente, nel medesimo territorio, un ciclo scolastico, con il conseguimento del titolo conclusivo.

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    Piero Bosio
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Insieme contro la violenza a donne, neri e migranti

“La vera sfida oggi è creare un senso di collettività, per combattere le politiche razziste di Trump, le violenze contro le donne, contro gli immigrati, contro i neri. Dobbiamo sconfiggere il neoliberismo che ha infiltrato i sogni delle persone, in tutto il mondo”.

Angela Davis è determinata, combattiva, ironica, trasmette emozioni. Parla soprattutto alle nuove generazioni, cui si rivolge dicendo: “È un bene che la lotta continui e passi da una generazione all’altra”.

Davis, filosofa e femminista, è stata leader del movimento di liberazione dei neri degli anni settanta, attivista dei diritti umani, militante delle Pantere nere e del Partito comunista. Un filo rosso unisce la sua vita di battaglie, di vittorie e di sconfitte.

“Non dirò mai – spiega Davis – che ho rimpianti per quello che facemmo allora. Le promesse e gli obiettivi delle nostre lotte del passato, che non sono stati mantenuti, devono far parte delle battaglie del futuro. Continuiamo a lottare contro razzismo, il sessismo e il capitalismo”.

Angela Davis, parlando delle sue sconfitte, sostiene di non sentirsi “depressa” e aggiunge: “Non sappiamo mai davvero quale potrebbe essere il risultato delle nostre battaglie. Non abbiamo una sfera di cristallo che ci consenta di vedere il futuro, non abbiamo garanzie, ma questo non significa che non si debba lottare”.

Davis vive le battaglie di allora e quelle di oggi con la stessa passione. E questo traspare anche dalla determinazione con cui indica quello che per lei è la vera questione politica di oggi: la sfida, la lotta all’individualismo, provocato dal neoliberismo che ha “infiltrato i sogni delle persone di tutto il mondo”.

Davis spiega il suo pensiero: “L’individualismo non va confuso con l’individualità. L’individualismo distrugge l’individualità. Noi dobbiamo batterci per ricercare un senso di collettività che ci permetta insieme di mostrare solidarietà ai migranti, alle donne, agli sfruttati, alla Palestina, di lottare con e per loro. Un senso di collettività che attraversi gli oceani e anche lo spazio temporale. Questa la vera sfida”.

Davis poi parla di sé e della lotta per le donne che la vide impegnata in prima fila contro le discriminazioni, anche all’interno del suo movimento, le Pantere nere.

davis in piazza

Nel 1981 mi hanno detto che ero una femminista, io ho risposto: sono una rivoluzionaria donna nera, ma questo è un periodo in cui le donne si stanno alzando e donna non significa più quello che significava una volta. C’è un femminismo di base antirazzista che include donne transgender, per esempio, e questo è il bello dei movimenti giovanili che mi fanno sperare nel futuro, nonostante tutto”.

Davis fa una pausa e aggiunge: “Non dobbiamo pensare che la lotta di genere sia più importante della lotta di classe o di razza e per questo diventa fondamentale il ruolo della femminista intersezionale, perché le lotte sono collegate tra loro: quelle contro la violenza sulle donne, contro il razzismo, per la difesa dell’ambiente, contro l’oppressione di classe, le condizioni nelle carceri, di cui mi sono occupata tutta la vita. Certo non possiamo essere ovunque in queste lotte, ma dobbiamo riconoscerne le connessioni che ci sono. Questo è fondamentale”.

Poi Davis si sofferma sul razzismo negli Stati Uniti, attaccando Trump, facendo riferimento all’uccisione a Charlottesville dell’attivista Heather Heyer, per mano di un suprematista bianco: “Trovo inquietante la posizione di Trump. Come può un presidente non dire che bisogna andare oltre alla storia del Ku Klux Klan?”.

Il razzismo è al centro della storia degli Usa – continua Davis – e non c’è modo di concepire la storia del Nord America senza considerare il genocidio e la schiavitù inflitta ai popoli nativi. L’elezione di Obama nel 2008 è come se avesse dovuto o potuto cancellare il razzismo dal passato, ma questo non è avvenuto. L’affermarsi del suprematismo bianco è il fallimento delle politiche antecedenti, a iniziare dalla modalità di abolizione della schiavitù. Il razzismo non è mai uguale, si trasforma. Solo quando le vite dei neri saranno importanti, allora lo saranno le vite di tutti. Una donna solo perché donna non ci salverà, così come non lo farà Obama solo perché nero. Il compito che ci aspetta è quello di combattere la violenza contro donne, neri e migranti. I processi migratori stanno aumentando il fenomeno razzista ma le migrazioni sono l’effetto delle politiche coloniali e l’Europa oggi ne sta pagando il risultato”.

Angela Davis ha infine risposto ad alcune domande dal pubblico del teatro Comunale di Ferrara, tra le quali questa:“ Angela cosa faresti se avessi 20 anni?”

“È una domanda davvero difficile. Non so se è importante quale lotta si sceglie. L’importante, credo, è come ci si coinvolge, come si abbracciano le lotte. Comunque rispondo alla tua domanda: io mi sono sempre interessata di musica, comincio a pensare quanto sia rilevante che i musicisti siano parte di una lotta culturale più ampia, perché hanno un impatto sulle persone che spesso noi non riusciamo ad avere. E quindi magari avessi 20 anni mi occuperei di qualcosa di più culturale. Non so se conoscete Michael Bennett (è un famoso giocatore di football americano della squadra Seattle Seahawks, ndr). Io sono in contatto con lui e altri. Ed è entusiasmante vedere cosa sta succedendo. Chi avrebbe mai pensato che giocatori di football si mettessero contro Trump? Ecco, se avessi 20 anni,f orse farei l’organizzatrice culturale, ma non so se lo farei bene”.

***

“Angela Yvonne Davis è una testimonianza vivente delle battaglie che hanno caratterizzato la nostra epoca. Filosofa, femminista, icona del movimento di liberazione dei neri degli anni settanta, militante delle Pantere nere e del Partito comunista, è una delle più influenti intellettuali degli Stati Uniti.

Nata a Birmingham, in Alabama, nel 1944, quando le case dei neri venivano fatte saltare in aria dal Ku klux klan, ha studiato in Massachusetts, in Francia e in Germania, dove è stata allieva di Herbert Marcuse. Da sempre si batte per l’abolizione delle carceri. Nel 1970 l’Fbi la inserì con accuse false nella lista delle dieci persone più ricercate. Passò sedici mesi in prigione, mentre nel mondo partiva una campagna per la sua liberazione.

davis fbi

Professoressa emerita dell’Università della California a Santa Cruz, si occupa di marxismo, femminismo, questioni razziali e di genere.

A gennaio ha partecipato a Washington alla marcia delle donne contro Donald Trump: “Noi – i milioni di donne, persone transgender, uomini e giovani che oggi sono qui – rappresentiamo le forze di un cambiamento che non permetterà alla cultura del razzismo e dell’eteropatriarcato di risollevarsi”, ha detto nel suo discorso.” (Da Internazionale)

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    Piero Bosio
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Io, suora di frontiera, con i figli del vento

“ Sì, mi sento una suora di frontiera. E’ una mia scelta stare vicino ai “ figli del vento”, come li chiamo io quei ragazzi e ragazze che non hanno voce in questa terra meravigliosa ma difficile, dove il male è la cultura mafiosa, killer silenzioso e subdolo”

Suor Carolina Iavazzo parla con noi mentre sta tornando al suo Centro “Padre Pino Puglisi”, luogo di aggregazione giovanile a Bosco S. Ippolito, una piccola contrada del comune di Bovalino in provincia di Reggio Calabria, a pochi chilometri da San Luca, paese nel cuore della Locride.

San Luca è tristemente noto per fatti che portarono alla sanguinaria faida scoppiata nel febbraio del 1991 fra la famiglia di ‘ndrangheta dei Nirta-Strangio contrapposta all’altra cosca dei Pelle-Vottari. Una faida che porterà nel 2007 alla strage di ferragosto a Duisburg, in Germania.

“In queste zone oggi-spiega Suor Carolina- l’ndrangheta, le mafie non hanno spesso la necessità di farsi sentire direttamente,di manifestarsi, le percepisci nell’aria”

E la “missione” del Centro Padre Pino Puglisi è proprio quella di impedire che i giovani siano attratti da queste logiche mafiose, criminali, cercando di costruire un percorso di legalità, di socialità, un nuovo rapporto con le istituzioni,accompagnato da attività ludiche-sportive, di recupero scolastico. Un compito arduo, complicato in questa terra,ma che suor Carolina compie, insieme a altre due suore,con entusiasmo,con il sorriso.

“ Il sorriso che ha sempre avuto don Pino Puglisi -dice Suor Carolina che è stata al suo fianco, fino al momento in cui venne ucciso con un colpo di pistola alla nuca dalla mafia,al quartiere Brancaccio di Palermo,la sera del 15 settembre 1993.

Suor Carolina ha tratto forza, energia dagli insegnamenti di Don Pino Puglisi, trasferendosi in Calabria e fondando, nel 2005, il centro giovanile nella Locride che porta il nome del prete assassinato. Ed è di lui che vuole subito parlare,mentre iniziamo questa conversazione.

suora don pino in mezzo all'articolo

Quale è stata la forza del messaggio di Padre Puglisi ?

Bisogna scegliere la strada della legalità, bisogna parlare alle coscienze” diceva e la scuola, i giovani erano e sono il punto di partenza per combattere la mentalità mafiosa, il vero male. Diceva padre Puglisi: A questo può servire parlare di mafia, parlarne spesso, in modo capillare, a scuola: è una battaglia contro la mentalità mafiosa, che è poi qualunque ideologia disposta a svendere la dignità dell’uomo per soldi”

Lei ha fatto suo un altro insegnamento di Don Puglisi, quello sui diritti.

“Sì, diceva : “ non dobbiamo chiedere per favore quello che ci è dovuto come diritto”» ed è triste vedere che,anche nella Locride, il diritto spesso non esiste e quindi prospera quella mentalità mafiosa che dobbiamo combattere.”

Cosa intende per mentalità mafiosa?

“Quando si ricorre per ottenere qualcosa che ci spetta alla forza, ai favoritismi,ai clientelismi, quando si cerca scavalcare gli altri per ottenere un lavoro,oppure si usano le bustarelle,le intimidazioni, i ricatti. La cultura mafiosa è un killer silenzioso e subdolo”.

Lei mi diceva che è decisivo il ruolo dello Stato, delle istituzioni.Perchè?

“La presenza dello Stato sul territorio è fondamentale. La cultura mafiosa,le mafie,prosperano quando lo Stato è latitante,non crea servizi,opportunità di lavoro. In mancanza di questo le mafie ne approfittano,offrono lavoro, soldi, macchine, spingendo,in cambio,i giovani a delinquere”.

Lei chiama i giovani che segue “figli del vento” perchè?

Perché sono figli di nessuno, spesso abbandonati dai genitori, persone che non hanno voce, come quelli del Brancaccio ,a Palermo, o come qui nella Locride.Figli del vento in balia di chi li vuole adescare, coinvolgere in attività criminali o mafiose”.

Lei è stato vicino a don Puglisi fino all’ultimo, che riflessione fa?

“Padre Puglisi è stato ucciso perché non ha cercato il compromesso , ha detto no alla mafia, aveva scelto da che parte stare, quella dei valori evangelici, pur sapendo che andava incontro alla morte. Ha guardato negli occhi la mafia e fino alla fine ha detto no.E proprio per aver suggerito ai ragazzi un nuovo modello di vita, don Pino è stato ucciso.” 

Che accadde quella sera in cui padre Puglisi venne assassinato, a Palermo?

“Lo aspettavo, lo aspettavamo. Doveva venire da noi per ricevere gli auguri,era il giorno del suo compleanno. Mi aveva telefonato, dicendo: “tra poco arrivo”. Invece passa prima da casa. Li lo aspettano i killer mafiosi.Gli tolgono il borsello, lui non si scompone, li guarda , non grida, dice solo: “me lo aspettavo”.Poi ,come ammisero gli stessi mafiosi pentiti.gli sorrise”.

Lei suor Carolina è stata prima al Brancaccio,in Sicilia, poi nella Locride, nella zona di San Luca , luoghi difficili , ad alta densita mafiosa, perché?

“Perche io mi sento una suora di frontiera. Ho scelto di stare nei posti più poveri, cerco di dare voce a chi non ha voce, agli ultimi”.

Ma non ha paura dell’ndrangheta ,delle mafie, visto il suo impegno in prima fila?

“No, padre Puglisi mi ha insegnato a non avere paura,. Quando gli chiesi padre perché urla così forte contro i mafiosi, lui mi disse: più che uccidermi non possono farmi altro. Io,come suora ,in questa terra, ho scelto la mia missione, al cui interno c’è tutto, anche i rischi, e io li accetto, nel nome e per amore del Signore”

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    Piero Bosio
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Denunciato un nuovo massacro di indios

Un nuovo massacro di indigeni, delle tribù incontattate, quelle che hanno deciso di non avere rapporti con il mondo esterno, sarebbe stato commesso da alcuni cercatori d’oro in Amazzonia.

I magistrati brasiliani hanno aperto un’inchiesta dopo che il Funai – l’agenzia per gli affari indigeni del Brasile – ha denunciato l’uccisione di “più di dieci” membri della tribù. Il Funai ha confermato alcuni dettagli dell’attacco a Survival International. Si ipotizza che tra le vittime ci fossero anche donne e bambini.

La strage sarebbe stata commessa da alcuni cercatori d’oro. Due di loro sono stati arrestati. Gli omicidi sarebbero avvenuti il mese scorso nel Brasile occidentale, ma la notizia è emersa soltanto dopo che i cercatori d’oro hanno iniziato a vantarsi degli assassinii. Per Leila Silvia Burger Sotto-Maior, coordinatore Funai, questi uomini sostenevano “di aver tagliato i loro corpi e averli gettati in acqua. Dicevano che dovevano ucciderli o sarebbero stati uccisi”.

Se i fatti saranno confermati, si tratterebbe dell’ennesimo massacro di indigeni. Nel mondo sono oltre cento le tribù incontattate. Sono i popoli più vulnerabili del pianeta. Molti di essi vivono in fuga costante, per sfuggire all’invasione delle loro terre da parte di coloni, taglialegna, esploratori petroliferi e allevatori di bestiame. Oggi la maggior parte dei popoli incontattati vive in Brasile, e si stima che 80 di questi gruppi vivano in Amazzonia.

indios 1 articolo

Margherita Scazza è la responsabile comunicazione di Survival International Italia.

I magistrati stanno indagando, dopo le denunce della strage di più di dieci indios di una tribù incontattata. Ci può ricostruire i fatti, secondo le vostre informazioni?

“Le denunce riguardavano il massacro di ‘più di dieci’ membri di una tribù incontattata, commesso da alcuni cercatori d’oro, nella valle di Javari, nello stato di Amazonas, nel Brasile occidentale. Sembra che tra le vittime vi fossero anche donne e bambini. Per il momento sappiamo che due cercatori d’oro sono stati arrestati. Gli omicidi sarebbero avvenuti lungo il Fiume Jandiatuba nella foresta amazzonica”.

Che conferme ci sono di questa strage?

“Il massacro non è ancora stato confermato. Gli agenti del Funai ci hanno confermato alcuni dettagli dell’attacco. L’ufficio del pubblico ministero e la polizia federale hanno aperto un’indagine”.

Chi sarebbero, secondo voi, e per le informazioni che avete, gli assassini?

“Si sospetta che gli assassini siano dei cercatori d’oro (garimpeiros), ma aspettiamo l’esito delle indagini per averne conferma. Due cercatori d’oro sono stati arrestati e portati a Tabatinga per essere interrogati, ma non hanno confermato le morti, né sono state trovate prove del massacro”.

È vero che gli assassini, ricercatori d’oro, si sarebbero vantati di questi omicidi degli indios?

“Sì, così è stato riportato dal Funai. La denuncia è arrivata infatti dopo che alcuni garimpeiros sono stati visti nel comune di São Paulo di Olivença, nell’ovest dello stato di Amazonas, mentre parlavano dell’attacco. Gli agenti del Funai hanno condotto un’indagine preliminare e hanno ritenuto necessario presentare la denuncia”.

Se queste denunce sugli omicidi saranno confermate, quali responsabilità avrebbe il presidente Temer e il suo governo?

“Il governo Temer avrebbe un’enorme responsabilità. Considerata la popolazione spesso esigua delle tribù incontattate che vivono nell’Amazzonia, è probabile che questo episodio abbia causato l’annientamento di una percentuale significativa della tribù (si stima un quinto circa)”.

Con quali conseguenze?

“Si tratterebbe quindi di un nuovo gravissimo attacco genocida, derivante dalla mancata protezione delle tribù incontattate da parte del governo brasiliano – protezione che è garantita dalla Costituzione. Il governo di Temer ha ridotto drasticamente i finanziamenti al Funai. Ad aprile di quest’anno 5 delle 19 squadre incaricate di monitorare e proteggere i territori delle tribù incontattate sono state smantellate, altre ridimensionate. Tutto ciò ha lasciato alcuni dei popoli più vulnerabili del pianeta alle mercé di taglialegna e cercatori d’oro armati o altri accaparratori di terra”.

Che compito ha il Funai?

“Il Funai esiste per proteggere i popoli indigeni. ‘Se il presidente Temer taglierà i finanziamenti al Funai, ci ucciderà’, aveva dichiarato a Survival, nel dicembre dell’anno scorso, il leader e sciamano yanomami Davi Kopenawa”.

Quali legami ha il Governo Temer con i gruppi agro-alimentari e quelli anti-indigeni?

“I grandi allevatori e agricoltori che operano nei territori indigeni hanno spesso legami forti con i politici. In alcuni casi, sono essi stessi dei politici. Sono chiamati ‘bancada ruralista’, e costituiscono una lobby di agricoltori e allevatori molto potente nel Congresso brasiliano. Questi imprenditori considerano i popoli indigeni come un ostacolo al “progresso” e al “profitto”, e di frequente assoldano dei sicari per attaccare le comunità e tenerle fuori dalle loro terre”.

Qual è il rapporto del Governo con la lobby agro-alimentare?

“Il governo di Temer ha più volte dimostrato di voler assecondare gli interessi della potente lobby agroalimentare del paese, anche in funzione del recente voto al Congresso volto ad approvare le accuse di corruzione rivolte contro il presidente”.

Recentemente un giudice di Brasilia ha sospeso il decreto del presidente Michel Temer, che prevedeva l’abolizione della riserva naturale di Renca, nella foresta amazzonica. Che speranze ci sono ora che la decisione del Governo venga bloccata definitivamente?

“L’amministrazione Temer sta tentando di spingere leggi ed emendamenti costituzionali potenzialmente disastrosi per l’ambiente e i popoli indigeni che dipendono dai loro territori per la sopravvivenza. Questa spinta catastrofica è alimentata dai politici della ‘bancada ruralista’ presenti al Congresso che, nel nome del profitto, desiderano solo invadere e saccheggiare gli ultimo angoli di foresta rimasti intatti. In questo contesto, è probabile che assisteremo a nuovi e ulteriori tentativi di aprire la Renca e altre riserve, ed è più importante che mai che le persone di tutto il mondo si uniscano ai popoli indigeni e a tutti coloro che si stanno opponendo a queste misure”.

Survival international ha denunciato un altro possibile massacro di indios, sul quale si sta indagando, che sarebbe avvenuto nel dicembre del 2016, producendo la foto qui sotto, con la seguente didascalia:Prove dell’attacco? Queste case comunitarie degli Indiani incontattati bruciate e avvistate nel dicembre del 2016, potrebbero essere segno di un altro massacro avvenuto nella Frontiera Incontattata”.

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    Piero Bosio
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Dal boss Sandokan alla cucina della legalità

“Col nostro ristorante, nella villa confiscata a un killer dei Casalesi, combattiamo la cultura criminale della camorra”. La “Nuova Cucina Organizzata” (NCO) ha festeggiato, nel 2017, dieci anni di attività.

Aveva aperto i battenti nel 2007, a Casal di Principe. E’ la storia di un Italia che resiste, combatte per la legalità, contro la camorra, per un’economia pulita, in una terra difficile. Tutto iniziò con un nome: NCO.

“Nel nome del ristorante è contenuta una provocazione e una sfida non solo ai clan, ma soprattutto al territorio: negli anni ’80 in Campania l’acronimo NCO “Nuova Camorra Organizzata” del boss Raffaele Cutolo è stato sinonimo di una realtà che si è organizzata per distruggere e impoverire i territori. Oggi NCO sta per “Nuova Cucina Organizzata” ed è sinonimo di una realtà che si organizza per restituire diritti, dignità e reddito a partire dagli ultimi”.

Sono stati dieci anni importanti, ma anche difficili, tra ostacoli burocratici, minacce e violenze della camorra, tra cui quattro colpi di pistola contro il portone del ristorante.

Ma i ragazzi della cooperativa hanno superato tutte queste difficoltà con ostinazione e l’aiuto dello Stato. E oggi Nuova Cucina Organizzata si configura come una vera e propria attività imprenditoriale innovativa, un laboratorio che permanentemente ricerca e sviluppa modalità di trasformazione e di vendita sia di prodotti locali sia di quelli provenienti dai terreni confiscati alla criminalità organizzata, nonché di servizio di pizzeria, ristorante e catering, con il valore aggiunto dell’inserimento lavorativo di persone svantaggiate.

Nuova Cucina Organizzata è parte del comitato “don Peppe Diana”, il prete ucciso in chiesa dalla Camorra*, e di Libera, che insieme a tante associazioni, cooperative, movimenti, promuovono azioni concrete di liberazione del territorio, tra cui il “Pacco alla Camorra”. Giulio Cavalli parlò così di Nuova Cucina Organizzata: “C’era tutta la bellezza di fare antimafia attraverso il lavoro e il riscatto sociale di un ristorante portato avanti cucinando insieme affetti, legalità e imprenditoria”.

Dalla pagina facebook di Nuova Cucina Organizzata
Dalla pagina facebook di Nuova Cucina Organizzata

 

Il fondatore della Nuova Cucina Organizzata è Peppe Pagano.

Pagano, il vostro ristorante-pizzeria è nella villa confiscata al camorrista Mario Caterino, del clan dei Casalesi. Chi è Caterino?

“Caterino, detto ‘A botta è stato arrestato nel 2011 e condannato all’ergastolo per omicidio. Era il killer al soldo di Francesco Schiavone, detto Sandokan, il boss di Casal di Principe”.

Intanto sono passati dieci anni dal momento in cui avete preso possesso della villa di Caterino, trasformandola nel ristorante Nuova Cucina Organizzata. Perché avete fatto questa scelta?

“In quegli anni ci accorgemmo che per combattere la cultura camorrista, dovevamo affrontare di petto il contesto in cui vivono le persone, fare anche una forte battaglia culturale, creare attività legali. Capimmo che dovevamo contrastare una mentalità molto individualista a Casal di Principe, e in tutta la zona, frutto di anni e anni di controllo criminale della Camorra sul territorio”.

E cosi è nato il ristorante-pizzeria sociale “ Nuova Cucina Organizzata”. Perché questo nome?

“Il nome Nuova Cucina Organizzata fu dato dai giovani della cooperativa. Una scelta efficace che riprende, con ironia e sfida, la sigla NCO, acronimo della Nuova Camorra Organizzata, operante negli anni ’80 in Campania”.

In questi anni avete subito minacce, intimidazioni, ma non vi siete arresi.

“Sì, non ci siamo arresi, portiamo avanti con determinazione la nostra iniziativa, sin dal giorno dell’inaugurazione con la presidente Boldrini”.

NCO BOLDRINI

Che tipo di intimidazioni avete subito?

“Ci hanno sparato al portone del ristorante, sono venuti diverse volte a tagliare l’impianto di irrigazione, quasi ogni estate ci incendiano gli uliveti, gli alberi delle pesche”.

Pagano, avete paura?

“La preoccupazione c’è, ma c’è anche una voglia matta di riscatto del territorio e poi non siamo stati lasciati soli dallo Stato. Le forze dell’ordine sono sempre intervenute ogni volta che avevamo bisogno, sia quando i camorristi passavano continuamente davanti al ristorante,sia in altre situazioni… che le dicevo”.

Cosa teme la Camorra e perché è importante la battaglia sui beni confiscati?

“La Camorra teme molto di perdere il consenso sociale sul territorio, quindi dimostrare che nei beni confiscati ci puoi andare e fare un’attività legale, sociale, utile alle persone, per loro è uno smacco perché, in quel momento, non dettano più legge, perdono potere”.

Nella Nuova Cucina Organizzata operano, oltre i disabili, anche ragazzi che hanno percorsi alternativi al carcere?

“Sì, noi abbiamo con il Dipartimento Penitenziario un protocollo per l’inserimento di ragazzi che arrivano da queste problematiche”.

Qual è il piatto forte della Nuova Cucina Organizzata?

“Oltre la Pizza, i broccoletti, “ fior di friarielli”, un sugo pronto che abbiamo nel menù, e devo dire che è qualcosa di straordinario”.

Che messaggio vuol mandare da Casale di Principe?

“Ci farebbe enormemente piacere se si iniziasse a immaginare per i nostri territori qualcosa di innovativo per sviluppare attività di sviluppo socio-economico. come stiamo provando a fare noi. Non basterà arrestare i camorristi, dobbiamo creare molte opportunità di lavoro legale, una nuova classe dirigente, una nuova mentalità. E questo non è solo compito della politica, ma anche e soprattutto dei cittadini che devono reagire, essere attivi, reattivi, partecipare, pensare a un futuro diverso, migliore”.

***

*Don Giuseppe Diana fu ucciso dalla camorra il 19 marzo 1994 nella sua chiesa, mentre si accingeva a celebrare messa. Uno dei suoi testamenti spirituali è il documento contro la camorra “Per Amore del mio popolo”, scritto nel 1991 insieme ai sacerdoti della Forania di Casal di Principe; un messaggio di forte intensità e, purtroppo, di grande attualità. (Comitato don Peppe Diana)

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    Piero Bosio
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“Sono turbato ma vado avanti”

“Sono ancora frastornato, è stato un botto tremendo, in questo momento stiamo raccogliendo i cocci del morale. Al momento dello scoppio io, mia moglie, e uno dei miei tre figli eravamo in casa. Il botto è stato a mezzanotte e dieci”. Il sindaco di Taurianova (Rc) Fabio Scionti parla con noi dopo l’attentato di stampo mafioso: un ordigno ad alto potenziale ha distrutto l’auto della moglie.

La vettura, una Toyota Yaris, era parcheggiata in una stradina di campagna, vicina alla sua abitazione. L’auto è stata completamente sventrata e i frammenti sono stati catapultati anche a decine di metri di distanza.

Fabio Scionti, del Pd, è stato eletto sindaco nel 2015, dopo un commissariamento dovuto al terzo scioglimento del Comune per mafia. In precedenza un altro sindaco aveva subito un attentato simile. Scionti ha la delega in settori importanti come i lavori pubblici e l’urbanistica.

Chiediamo al sindaco perché ha accettato questo incarico in un contesto così difficile. “Lo faccio – dice – perché amo la mia terra, la mia città, la mia comunità”.

Scionti aveva ricevuto lettere anonime con minacce e pochi mesi fa aveva anche subito l’avvelenamento del proprio cane che teneva libero nel giardino di casa. Adesso questo ennesimo atto intimidatorio che inevitabilmente rende pesantissimo il clima che si respira in città. Già in passato altri ordigni erano stati fatti esplodere in segno di minaccia. E’ accaduto con il predecessore di Scionti, Mimmo Romeo, quando qualcuno collocò un ordigno in una casa con annessa stalla uccidendogli un cavallo.

Quest’ultimo attentato si inserisce in un contesto inquietante di centinaia di minacce e atti intimidatori agli amministratori pubblici. “Nel solo 2016 sono stati minacciati dalle mafie in 562 tra sindaci, assessori, consiglieri comunali e municipali, amministratori regionali, dipendenti della Pubblica amministrazione, funzionari pubblici e agenti della polizia municipale”. Sono dati dell’associazione Avviso Pubblico.

Sindaco come sta, come sta la sua famiglia?

“Sono cose che ti colpiscono, però in questo momento stiamo raccogliendo i cocci del morale”.

Voi eravate in casa…

“Sì, io, mia moglie e una dei miei tre figli. Gli altri due erano fuori a passeggio. Era mezzanotte e dieci. Il boato è stato molto forte”.

Ho letto che le avevano già avvelenato il cane.

“Sì, l’abbiamo trovato morente. E successo alla fine di un Consiglio comunale in cui si discuteva il bilancio di previsione”.

Come si fa a fare il sindaco in un contesto del genere?

“Io posso dire che l’amministrazione la stiamo reggendo bene, ma non tutti sono contenti di veder fare le cose per bene. Non stiamo facendo nulla di speciale, stiamo solo facendo rispettare le regole, quello che un’amministrazione deve fare”.

Far rispettare le regole in un contesto dove ci sono stati diversi scioglimenti delle giunte per infiltrazione mafiosa.

“Sì, la nostra amministrazione è arrivata dopo due scioglimenti consecutivi per mafia. Il primo invece risale al 1992”.

Mi permetta una domanda personale. Perché si è preso un impegno così gravoso, in un posto così difficile?

“Perché l’ho fatto? Perché amo la mia città, amo la mia comunità, sono cresciuto qui, ho sempre fatto associazionismo qui. E’ un atto d’amore verso la mia città, in questo momento – mi viene da dire – non ripagato. Ma l’ho fatto per questo, per vedere crescere una città. C’è l’amore dietro”.

Ha paura?

“Più che paura, mi sento turbato perché ho famiglia, ho tre figli, ho fratelli, ho la mamma. Sono preoccupato per loro perché loro sono preoccupati per me. Ma domani mattina è un altro giorno e quindi…”.

E quindi va avanti, non si arrende…

“In questo momento mi sento di fermarmi un attimo a riflettere. Non sto dicendo che domani chiudo né che continuo. Certo, c’è bisogno di impegno, questo sì. E’ una terra che ha bisogno di tanta fatica, forse un po’ di più di un comune normale”.

Potrebbe anche lasciare l’incarico?

“No, no, no, questo no”.

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    Piero Bosio
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Ischia è piena di case abusive. Creano consenso

La procura di Napoli potrebbe aprire un’inchiesta per disastro colposo in seguito al terremoto che lunedì sera ha colpito Ischia, e in particolare il comune di Casamicciola. Per ora i magistrati fanno sapere che sono in corso accertamenti preliminari – rilievi tecnici e relazioni dei vigili del fuoco – per verificare se gli edifici crollati violassero permessi edilizi e norme antisismiche.

Una prima conferma in questo senso è arrivata dal capo della Protezione civile, Angelo Borrelli, sul posto per coordinare i soccorsi: “Quello che ho potuto vedere oggi è che molte costruzioni sono realizzate con materiali scadenti che non corrispondono alla normativa vigente, per questo alcuni palazzi sono crollati o rimasti danneggiati”. Alla domanda se ci sia un legame tra abusivismo e crolli, Borrelli ha risposto: “Secondo me sì, ma non necessariamente, perché può esserci una costruzione abusiva fatta bene e una costruzione che rispetta le norme di legge fatta male, per cui poi bisogna vedere come sono realizzate”.

In passato, a Ischia, la procura di Napoli ha già condotto numerose indagini contro l’abusivismo diffuso. Aldo De Chiara è stato procuratore aggiunto fra il 2007 e il 2012, a lui venne affidato il coordinamento della sezione tutela del territorio del capoluogo campano. Per i suoi provvedimenti sulla demolizione di case abusive sull’isola subì anche minacce di morte. Lo abbiamo intervistato.

Procuratore De Chiara, secondo lei perché questa scossa ha provocato danni, crolli e due vittime?

“Allo stato attuale non sappiamo se sono crollati immobili illecitamente realizzati. Se così fosse, io non mi meraviglierei più di tanto. Nel corso della mia esperienza professionale ho detto più volte che, anche in presenza di una scossa di terremoto non particolarmente marcata, un edificio costruito non a norma di legge sarebbe potuto facilmente crollare. Perché, quando si costruisce al di fuori di ogni normativa, si tende a risparmiare anche su un uso non idoneo del cemento. Quindi vale la pena di ribadire che l’abusivismo edilizio è soprattutto un pericolo per la pubblica e privata incolumità, innanzitutto per chi vi abita”.

Le vostre indagini allora a cosa portarono oltre alla scoperta di cemento “impoverito”?

“Incontrammo anche omissioni e ritardi da parte delle pubbliche amministrazioni, non solo sull’isola di Ischia, ma in tante realtà del Mezzogiorno che sono poco determinate nel reprimere gli abusi edilizi. E’ noto che chiudere un occhio porta consensi. Al contrario, usare la mano forte non crea quel consenso di cui il politico ha bisogno. L’esempio recente di Licata, mi pare che calzi abbastanza. Quando un sindaco vuole fare il suo dovere in questo settore delicato, prima o poi viene messo alla porta”.

Lei aveva ricevuto minacce per le decisioni che aveva preso sulle demolizioni delle case abusive?

“Sì, nel periodo 2009-2010-2011, quando la nostra azione si è fatta più incisiva, sono arrivate delle minacce di morte che ovviamente non hanno fatto arretrare di un millimetro l’operato mio personale e dei miei sostituti procuratori. Siamo andati avanti comunque e abbiamo continuato ad abbattere. Con grande fatica però, perché le resistenze sono molteplici. Per esempio, nonostante in Italia l’autorità giudiziaria sia indipendente dagli altri poteri, per portare a termine delle demolizioni ha bisogno di risorse finanziarie, ma queste risorse finanziarie le può chiedere – badi bene – solo il sindaco nel cui territorio si deve demolire. E se il sindaco non è ‘sensibile’, i soldi tardano a venire e questo ritarda tutta la procedura, diffondendo quell’impunità che è un dato sotto gli occhi di tutti”.

Entro 500 metri dal mare è vietato costruire. Come stanno invece le cose?

“Purtroppo si costruisce eccome. Io adesso mi trovo in una delle zone più belle d’Italia – il Cilento – eppure anche qui si costruisce al di là della fascia e nella fascia, perché non c’è una repressione seria e quindi la gente è convinta che valga la pena violare la legge, tanto poi alla fine non si paga molto. Mi dispiace parlare in questi termini ma non ne trovo altri. Le demolizioni sono poche rispetto al numero di edifici che dovrebbero essere abbattuti e quindi la gente rischia e il più delle volte la fa franca”.

A proposito di rischi, nel 2013 a Casamicciola ci fu un episodio significativo. Ce lo ricorda?

“Un temporale intenso portò via il costone di una collinetta che travolse una casa che non avrebbe potuto essere lì, in una zona sottoposta a vincolo idrogeologico. La persona che la occupava morì. A dimostrazione di quello che dicevo prima”.

E’ vero che si costruivano case abusive anche di notte?

“E’ una costante, ancora oggi. Molti anni fa si credeva erroneamente che se si riusciva a realizzare il tetto, l’immobile non poteva essere sequestrato. Una valutazione totalmente destituita di fondamento, tanto che si possono sequestrare anche immobili già ultimati”.

Quindi, in sostanza, si continua a costruire abusivamente sperando nei condoni?

“Putroppo sì. E anzi i condoni del 1985, del ’92 e del 2003 hanno alimentato questo diffuso senso di impunità”.

Il sindaco di Casamicciola oggi dice: “I crolli non sono dovuti all’abusivismo, noi non siamo dei banditi”.

“Ne prendo atto e mi fa piacere, ma questo non esclude che il problema esista. Se poi lunedì sera nessun immobile abusivo è crollato ne prendo atto e fortunati coloro che li occupavano. Il sindaco di Casamicciola dovrebbe porsi il problema di quanti immobili abusivi sono stati realizzati nel suo territorio e assumere gli impegni che la legge gli impone”.

In sintesi, qual è il suo giudizio sul disegno di legge Falanga sull’abbatimento degli edifici abusivi?

“Al di la delle finalità che in astratto possono essere condivise, per come è scritto, se dovesse essere tradotto in legge operativa, creerà ulteriori difficoltà all’autorità giudiziaria per l’applicazione della legge penale”.

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    Piero Bosio
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“Sono la moglie, non la vedova di Montinaro”

“Non è stato facile in questi venticinque anni. Oggi i miei figli Gaetano e Giovanni sono grandi, lavorano, si sono costruiti un futuro… ma come dimenticare il periodo della scuola, le domande sul loro papà Antonio, la sua assenza, i silenzi e i pianti senza farmi vedere”.

Tina Montinaro è una donna forte, fiera di camminare a testa alta, e di aver affrontato e superato molte difficoltà e sofferenze.

Una delle prime scelte che fece fu quella di rimanere a Palermo dopo la strage di Capaci, il 23 maggio1992. In quel giorno di 25 anni fa suo marito Antonio Montinaro, caposcorta di Giovanni Falcone, venne ucciso dalla mafia insieme al magistrato, a sua moglie Francesca Morvillo e agli altri due agenti della scorta, Rocco Dicillo e Vito Schifani.

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Tina Montinaro, perché decise di rimanere a Palermo, con i suoi due figli, dopo quella terribile strage mafiosa in cui suo marito perse la vita?

“Perché in questa città ho trovato vicinanza, calore, stima dei palermitani e poi volevo che quelli, i mafiosi, mi vedessero ogni giorno. Anche senza parlare, la mia presenza a Palermo la devono sentire. E poi semmai sono i mafiosi che se ne devono andare da questa bella città, sono loro che si devono vergognare”.

Lei mi ricordava che… “ io sono la moglie e non la vedova di Antonio Montinaro…”

“Sì, io sono la moglie di Antonio. La parola vedova non mi piace, sa di disperazione, distacco, morte. E tutto questo non mi piace. Io continuo a andare in giro per l’Italia a parlare di Antonio, di quello che ha fatto per la mia famiglia, della sua onestà e senso dello Stato. E ne parlo anche con i miei figli. Preferisco essere chiamata la moglie di Antonio Montinaro che porto sempre nel mio cuore. Sono fiera di mio marito”.

Mi diceva che continua a girare per l’Italia, andando nelle scuole, partecipando agli incontri per la legalità… perché?

“Perché la strage di Capaci appartiene a tutta l’Italia, la storia di Antonio non appartiene solo a me e ai miei figli. Tutti devono sapere di mio marito e dei due agenti della scorta,Vito e Rocco, e del loro rapporto con Falcone. Io racconto queste storie”.

Cosa ci dicono le storie di suo marito Antonio, di Vito Schifani e Rocco Dicillo?

“Erano dei giovani uomini che hanno scelto di provare a cambiare le cose. Credevano fortemente nella legalità, nel lavoro di Falcone, e per lui hanno dato la vita. Le loro storie devono essere conosciute. Io le racconto, ponendo delle riflessioni a chi mi ascolta. Io porto la memoria”.

Lei si rivolge in particolare ai giovani. Perché?

“Perché senza memoria non c’è futuro. Io spiego ai giovani, attraverso la storia di mio marito e di chi ha combattuto e combatte le mafie, che non bisogna accettare l’indifferenza, il silenzio, il voltarsi dall’altra parte. I mafiosi si nutrono proprio di questo. E allora penso che soprattutto i giovani devono essere preparati, vigili, attenti, prendendo in mano la bandiera della legalità, per evitare che si ripetano quei tempi bui di allora”.

Che rapporto c’era tra suo marito Antonio e Giovanni Falcone?

“Un bellissimo rapporto di stima e rispetto. Mio marito aveva formato la sua identità antimafia con Falcone. Antonio aveva un alto senso del dovere, dello Stato. Per lui la protezione di Falcone era una missione”.

Come ricorda suo marito?

“Antonio non voleva essere un eroe, ma era sì coraggioso e consapevole dei rischi. Scortava il giudice Falcone che stimava e per il quale era pronto – come le dicevo – a dare la propria vita. Mio marito era una persona buona e i suoi figli sono orgogliosi di lui e come carattere assomigliano al loro padre. Ed io di questo sono felice”.

Tina e Antonio Montinaro nel 1990
Tina e Antonio Montinaro nel 1990

Salutiamo Tina Montinaro, parlando della sua lettera d’amore e di speranza che, a 25 anni dalla strage di Capaci, ha voluto scrivere a suo marito Antonio. Le chiediamo il perché di questa scelta.

Lei risponde sorridendo e dice: “Mi piaceva l’idea di parlare con lui, con Antonio di questi 25 anni, dei nostri figli…di come sono andate le cose…”.

Questo il testo della lettera di Tina.

Caro Antonio, marito mio, questa è una lettera per te… Beh, vuoi sapere cosa è successo in questi ultimi venticinque anni? Non è proprio semplice da spiegare e sinceramente credo ci vorrebbero 100 lettere e 1000 pagine per poterlo raccontare, ma cercherò di darti un’idea. È cambiato tanto, non c’è dubbio; dopo quella tragica data, la coscienza dei palermitani sembra essersi risvegliata. Ci volevano le due stragi per portare migliaia di persone giù in strada? Non lo so, non riesco a capirlo, ma è un dato di fatto: da quelle date si è cominciata a sviluppare una genuina coscienza antimafia che però ahimè, ti devo confessare, credo che negli ultimi anni si sia persa.

I familiari delle vittime vanno nelle scuole, parlano a ragazzi che in quegli anni non erano ancora nati, ma ti sembra giusto che la difesa della memoria tocchi a tutti noi che già così crudelmente siamo stati colpiti? Certo, oggi raramente si sente di uccisioni o regolamenti di conti mafiosi, la strategia stragista è rientrata, ma non credo di poterti rassicurare sul fatto che tutto questo sia sinonimo di una vittoria sulla mafia. A mio avviso la mafia c’è ancora ed è presente più che mai; certo, è cambiata, camaleonticamente si è adattata alle circostanze, ha compreso che il terrore non paga e si è inabissata nuovamente nei luoghi più profondi della società. Paradossalmente oggi, il rischio più grande è quello di rivivere i momenti precedenti alla strategia del terrore, quei momenti in cui tutto sembrava normale, quando invece di normale non c’era nulla.

Ecco perché oggi giro l’Italia in lungo e in largo, mi dovresti vedere, ho fatto dell’Italia civile la nuova Quarto Savona 15 – così si chiamava la tua squadra – e naturalmente, adesso sono io il caposcorta. Ecco perché voglio parlare ai giovani, è necessario che loro sappiano, che loro conoscano, per non lasciarsi sopraffare dalla stessa indifferenza che ci ha portato a quei tanto devastati tempi.

No, non è stato facile in questi venticinque anni, oggi Gaetano e Giovanni sono grandi, lavorano ed hanno la loro vita, ma come dimenticare i tempi della scuola, le domande sul loro papà e l’assenza in famiglia, i silenzi ed i pianti senza farmi vedere. No, non è stato facile, certo, ho trovato tante persone per bene sul mio cammino, gente che mi è stata e mi sta accanto e mi aiuta in questa lotta senza quartiere, però, i conti con me stessa, quelli, li ho dovuto fare da sola, senza l’aiuto di nessuno.

Vuoi sapere quale è la mia più grande paura? Forse sorriderai, ma la mia più grande paura, Antonio mio bello, è che un giorno, quando ci rivedremo, tu non mi riconosca. Sei rimasto giovane e bello, i tuoi ventinove anni sono diventati eterni, mentre i miei hanno continuato inesorabilmente a scorrere, ogni ruga sul mio viso è una sofferenza che ho vissuto sulla mia pelle e solo tu, un giorno, potrai lenire e porre fine a quell’urlo che in me, da venticinque anni, non ha mai smesso di farsi sentire”.
Ti bacio Antonio, marito mio.

Tua per sempre, Tina.

***

Grazie ad Attilio Bolzoni e al blog Mafie di Repubblica a cui Tina Montinaro aveva indirizzato questa lettera.

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    Piero Bosio
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La mamma non sarà licenziata

La lotta dei lavoratori, che avevano subito scioperato compatti contro il licenziamento, e l’eco mediatica della protesta hanno prodotto un primo importante risultato: la Reggiani Efi ha fatto una prima marcia indietro, promettendo ai sindacati di trovare una ricollocazione in azienda della lavoratrice a cui era arrivata la lettera di procedura di licenziamento, motivato sostenendo che “la sua mansione non esiste più, per questo si darà il via alla procedura di licenziamento”.

L’azienda ha incontrato martedì mattina una delegazione sindacale, con Fim, Cisl, e Fiom Cgil, comunicando che nei prossimi giorni incontrerà la ex dipendente per sottoporle due proposte: la ricollocazione in altra mansione, ma alle condizioni economiche e contrattuali preesistenti, o un incentivo economico. L’incentivo economico è già stato respinto dalla lavoratrice.

Soddisfatti i sindacati Fiom, Cgil e Fim Cisl.

Andrea Agazzi è sindacalista Fiom.

Cosa vi ha detto l’azienda questa mattina?

“Si è detta disponibile a trovare alla lavoratrice una nuova collocazione sempre all’interno degli uffici della Reggiani di Grassobbio”.

Un passo indietro dunque…?

“Direi proprio di sì, visto che nella lettera di licenziamento l’azienda diceva che non c’era spazio per un ricollocamento, quindi da questo punto di vista un passo indietro grazie dalla mobilitazione dei lavoratori e all’attenzione di molti media”.

Adesso cosa accadrà?

“Adesso vedremo nel merito la proposta dell’azienda. Il 6 giugno ci sarà la riunione con la Reggiani Efi al direzione territoriale del ministero del Lavoro”.

La reazione della lavoratrice?

“E’ evidentemente soddisfatta che si parli di ricollocarla nell’azienda. Ora anche lei aspetta l’incontro del 6 giugno, per vedere il merito della proposta della Reggiani”.

Ora i sindacati si aspettano che la Reggiani Efi mantenga la promessa: “Mi auguro che le parole della direzione di Efi Reggiani vengano confermate e che queste creino delle vere opportunità per la lavoratrice”, ha detto Emanuele Fantini, segretario regionale di Fim Cisl. “Inoltre, spero che la vicenda porti a relazioni sindacali con l’azienda su binari condivisi e meno conflittuali. La risposta di lavoratori e sindacati ha garantito che non si svendessero diritti e dignità di nessuno”.

***

Qui la notizia dello sciopero del 27 maggio:

Un donna, una mamma  e una multinazionale, la Reggiani Efi, che la licenzia a freddoMotivo: non ci servi più, non abbiano una mansione adatta a te. E’ accaduto a Grassobbio, vicino a Bergamo. Immediata e compatta la risposta di tutti i 230 dipendenti, che hanno scioperato. Per la donna, che ha 36 anni e un figlio nato l’anno scorso, è stata un colpo al cuore. Si era organizzata con la famiglia, con il marito, la nonna, per l’accudimento del figlio, in modo da poter svolgere il proprio lavoro alla Reggiani.

Il sindacalista della Fiom-Cgil Andrea Agazzi ha parlato in queste ore con la lavoratrice licenziata che per ora preferisce non rilasciare interviste, in attesa dell’evolversi del difficile confronto con l’azienda.

“Questo licenziamento la lavoratrice lo vive come una mancanza di rispetto del proprio ruolo e professionalità. Si sente delusa dopo tutto quello che ha dato alla Reggiani, in 15 anni di lavoro…E’ amareggiata e triste, ma è una donna, una mamma, determinata nel voler rimanere al lavoro e noi le abbiamo detto che la sosterremo fino in fondo”.

La lettera che annuncia la procedura di licenziamento dice: “la sua mansione non esiste più, per questo si darà il via alla procedura di licenziamento”.

La Reggiani Efi si trova a Grassobbio, poco fuori la città di Bergamo, su un’area di oltre 20mila metri quadrati, con 230 dipendenti, ed è tra le principali società leader nella produzione di macchine per la stampa e il finissaggio del settore tessile. Nel 2015 la Reggiani è stata comprata dalla Efi (Electronics For Imaging), multinazionale con sede centrale nella Silicon Valley (California). E’ un gruppo in sviluppo con 3000 dipendenti e 44 uffici nel mondo ed è leader nella stampa digitale.

Ora si annuncia battaglia su questo caso, che non è l’unico nella bergamasca. I lavoratori sono compatti. Martedì ci sarà una nuova assemblea, mentre il giorno prima, lunedì ci potrebbe essere un incontro tra i sindacalisti e l’azienda. Ma per ora non ci sono conferme.

“Non ho mai visto – spiega Emanuele Fantini della Fim-Cisl -una adesione così massiccia a uno sciopero. I dipendenti sono preoccupati dai modi e dai rapporti con loro e con noi sindacati che la proprietà ha adottato da qualche tempo e chiedono, oltre al ritiro del licenziamento della loro collega, anche il ripristino di un sistema di relazioni corrette”.

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Andrea Agazzi è il sindacalista della Fiom-Cgil che segue questa vicenda.

Voi contestate l’azienda, la quale però sostiene che il tentativo di ricollocare la lavoratrice è stato fatto.

No, non è così. La stessa lavoratrice ci ha detto che questo tentativo non

lo ha mai visto, non c’è stato nessun dialogo con lei per discutere di un altro posto di lavoro. E nemmeno con noi sindacati.

Come si è arrivati a questo licenziamento?

La lavoratrice era rientrata dalla maternità a fine agosto 2016 e allora non trovò più la sua postazione di lavoro, la sua scrivania, il telefono, il computer. Da allora recuperò progressivamente la sua mansione. Poi, in questi giorni, la doccia gelata del licenziamento.

Lei come se lo spiega il licenziamento? E’ una azienda in crisi?

No, tutt’altro. E’ un’azienda che ha raddoppiato, negli ultimi 5-6 anni, il fatturato. Credo che siano arrivati a 100 milioni di euro.

E allora?

Temo che abbiano voluto tentare una forzatura, per vedere se passava. Una sorta di prova per testare la reazione dei dipendenti, per modificare le relazioni sindacali, ipotizzo all’americana. Ma la reazione dei lavoratori è stata netta. Hanno scioperato compatti, tutti.

Non è così scontato che di questi tempi ci sia tanta solidarietà?

Vero, però credo che i lavoratori abbiano anche la sensazione che un licenziamento del genere non sia solo mirato a una persona, ma che potrebbe essere un messaggio a tutti che le relazioni sindacali stanno cambiando all’americana e che il confronto con i sindacati è secondario. Un messaggio che, se confermato, noi respingiamo.

L’amministratrice delegata dell’azienda Adele Genoni ha detto-riporta il Corriere- “che le competenze della persona, di questa lavoratrice, non erano tali da poter trovare una ricollocazione, come è stato fatto tantissime volte”

Guardi noi e la lavoratrice non abbiamo visto traccia di tentativi di ricollocazione a altre mansioni. Il sindacato non è stato nemmeno consultato. Ho il sospetto che non sia stato fatto nessun tentativo di ricollocazione.

 Cosa vuol dire all’amministratrice delegata?

Ritiri la procedura di licenziamento.

Il sindacalista della Fiom vuole aggiungere che il caso della Reggiani Efi, purtroppo non è l’unico nella bergamasca. E cita un altro caso di licenziamento di una lavoratrice della Eutron di Pradalunga. Da oltre 20 anni in azienda, la donna è stata a lungo impiegata negli uffici, poi ha svolto il lavoro di operaia, dopo avere accettato un demansionamento pur di proseguire a lavorare- denunciano i sindacati- sapendo che l’attendeva una pensione di vecchiaia dagli importi bassi.

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    Piero Bosio
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Prodi: “Occorre un centro sinistra unito”

“Senza uguaglianza la stessa crescita economica frena e le crepe nella coesione sociale fanno crescere i populismi, mettendo a rischio la stabilità democratica. La crescita o è inclusiva oppure non è”.

Il tono di Romano Prodi, mentre parla con noi, resta come al solito pacato, ma le sue parole sono pesanti e pongono una questione cruciale, ormai ineludibile per la sinistra, per i progressisti: il contrasto alle diseguaglianze. È un forte messaggio politico quello che emerge dal libro-intervista di Prodi Il piano inclinato, con il sottotitolo: “Cambiare si può e si deve” (edito da Il Mulino).

Il padre dell’Ulivo avverte i naviganti: se si insegue la destra sui programmi o se si punta ai consensi facili o se si cerca di far propri i temi agitati dai populisti, si va incontro a una sconfitta storica.

Un ragionamento quello di Prodi che si inserisce in un contesto che lo preoccupa fortemente, un piano inclinato in cui l’Italia sta scivolando all’interno di un’Europa frammentata, divisa, impaurita, incapace di affrontare insieme sfide epocali: la globalizzazione, le migrazioni, il terrorismo.

Da dove ripartire? Prodi indica dei percorsi per un futuro centro sinistra di cui auspica il ritorno (“una grande casa comune”), ricordando che per ora “mi sento uno senza casa, ma vivo in una tenda vicina al Pd”.

Percorsi che partono dalla lotta alle diseguaglianze, alle povertà, con il reddito minimo di cittadinanza per i più poveri, una politica fiscale mirata a finanziare il rafforzamento dello stato sociale e dello studio (“scuola, scuola, scuola”, scandisce tre volte Prodi). Ridare valore politico al lavoro, coinvolgendo i sindacati. “Inaccettabile” indebolire i corpi intermedi (scelta che Renzi fece da premier, oggi imitato dai Cinque Stelle). Innovazione e politiche industriali mirate sulle medie imprese.

Inequality

Professor Prodi, partiamo dalle diseguaglianze.

“Guardi, non riguardano solo l’Italia. Le disuguaglianze non sono solo un problema dell’Occidente. L’ingiustizia sociale attraversa il mondo. Le disparità sono aumentate anche in Cina e in India, negli Usa e nei Paesi europei. In Occidente siamo davanti a un’esclusione dai diritti di cittadinanza che coinvolge anche quel ceto medio che era considerato volano dello sviluppo economico e fulcro della stabilità, anche politica”.

Con quali conseguenze?

“Una piccola parte ha accresciuto il suo benessere, ma la maggioranza si è impoverita sotto gli effetti della crisi, a causa di una globalizzazione non governata, delle nuove tecnologie che bruciano posti di lavoro, senza creare nuova e stabile occupazione. Da un capitale che ha rinunciato spesso al suo ruolo di sostenere l’economia, dalle speculazioni finanziarie. Noi in questo contesto ci aggiungiamo la scarsa crescita. Ciò non è più accettabile, bisogna fermare questo ‘declino della speranza’”.

Tutelare chi è scivolato verso la povertà significa ripensare lo stato sociale.

“Sarò chiaro: oggi c’è un pensiero unico che vede il welfare come un peso, io penso al contrario che sia una risorsa”.

Lei pone la questione della redistribuzione del reddito. Facile a dirlo, ma concretamente cosa si può fare?

“Nel lungo periodo per aiutare le nuove generazioni c’è un solo strumento: scuola, scuola, scuola. Il nostro Paese ha un deficit di istruzione molto inferiore rispetto ad altri”.

E nel breve periodo?

“Bisogna ripristinare la tassa sulla casa per i redditi alti. Tutte le amministrazioni locali del mondo vivono sull’imposta sugli immobili, esentando le persone meno ricche. Non vedo perché questo non si debba fare anche in Italia”.

Accanto a questo?

“Ripristinare del tutto l’imposta di successione. Questa imposta nel secolo scorso ha dimostrato che ha temperato la diseguaglianza. Sarebbe giusto rimetterla come tassa di scopo, per sostenere i giovani nella scuola e nel lavoro”.

Lei ha espresso spesso una forte preoccupazione per la tenuta della coesione sociale, che colpisce in particolare i giovani. Cosa suggerisce?

“Lo sostengo da tempo e lo ribadisco: sarebbe utile per i giovani un periodo di servizio civile, mettendosi a disposizione delle persone e del loro territorio. Sarebbe un grandissimo valore aggiunto, un aiuto ai giovani, e alla coesione sociale”.

Intanto siamo un Paese con milioni di poveri.

“Lo so, è un dramma. Io penso che occorra un reddito minimo di cittadinanza da dare ai più poveri. Il reddito minimo di cittadinanza è un obbligo morale, ma va fatto pensando alle risorse che abbiamo. Non possiamo darlo a tutti, non abbiamo le risorse sufficienti”.

L’Italia cresce meno di altri Paesi, e il nostro sistema industriale langue… Come ripartire?

“Da produttività e innovazione. La crescita è fatta di queste cose qui, accanto alla riduzione della burocrazia. Oggi dobbiamo puntare sulla nostra eccellenza che è rimasta: le tante imprese medie. Ma serve un forte salto nell’innovazione, la costruzione di centri di ricerca qualificata su modello dei Fraunhofer tedeschi”.

Professor Prodi, per attuare tutti questi obiettivi, a partire dalla lotta alle diseguaglianze, occorre un governo di centro sinistra e una solida stabilità politica. Lei cosa pensa?

“Penso intanto che se non ci sarà una legge elettorale maggioritaria con i collegi uninominali, il nostro Paese avrà una situazione tipo la Spagna, con il ripetersi di elezioni, con la minaccia della speculazione internazionale che tornerebbe a colpire l’Italia. Oggi con il proporzionale si contraddice tutto quello che era stato detto: ‘la sera delle elezioni sapremo chi governa’. Dopo le elezioni inizierebbe l’incertezza, e questo mi fa paura”.

E l’idea dell’Ulivo è ancora attuale?

“Allora riuscimmo a mettere insieme i vari riformismi, liberalisti, socialisti, comunisti… per fare una politica comune nell’interesse del Paese. L’Ulivo nacque con una motivazione etica e politica fortissima. Poi la follia… fece finire quella esperienza. Oggi come si fa a riproporre quella situazione? Non vede le divisioni che ci sono a sinistra e non solo, le tensioni che si sono accumulate? E poi è una cosa di io cui non mi posso occupare. Ogni generazione ha i suoi compiti”.

E quindi oggi?

“Guardi, oggi ci vorrebbe qualcuno che sappia unire il Paese, sappia renderlo coeso, invece assisto con dispiacere a queste divisioni a sinistra che aumentano. E questo mi preoccupa molto perché allontana la possibilità di fare una vera politica riformista”.

E il suo rapporto con il Pd?

“Ho detto in questi giorni che ‘mi sento uno senza casa, ma vivo in una tenda vicina al Pd’. Penso che da un lato il Pd sia l’unica forza politica che mantiene la struttura di un partito. Ma queste continue divisioni, incertezze, oscillazioni – pensi solo al tema della legge elettorale – fanno sì che io mi trovi meglio in una tenda, sperando in una grande casa comune”.

Lei auspica una grande casa comune del centro sinistra?

“Certo, anche perché il Pd era nato come erede dell’Ulivo”.

Quindi lei dice che tocca al Pd rimettere in piedi questo centro sinistra?

“Esatto. E anche Pierluigi Bersani e Giuliano Pisapia devono fare la loro parte. Occorre un centro sinistra unito”.

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    Piero Bosio
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Assassinata Miriam, in lotta per i desaparecidos

Un agguato mortale, con almeno12 colpi di proiettile, di cui uno alla testa. Miriam Elizabeth Rodriguez Martinez, è stata assassinata la notte del 10 maggio nella sua casa di San Fernando,nello stato messicano di Tamaulipas. E’morta durante il disperato tentativo di portarla all’ospedale.

Un vera e propria esecuzione,una vendetta per mettere a tacere una donna coraggiosa che cercava giustizia,impegnata nella ricerca dei desaparecidos, uomini,donne,bambini scomparsi in Mexico,stimati in quasi trentamila.

Miriam era una dirigente del “Colectivo de Desaparecidos” a San Fernando, località messicana vicina al confine con gli Stati Uniti,una area in cui imperversano i narcos,i cartelli della droga come i Los Zetas,il secondo più grande del Mexico dopo quello di Sinaloa.

A San Fernando nel 2010 furono trovati i corpi di 72 migranti uccisi da uno di questi gruppi criminali che combattono tra loro per avere l’egemonia sul traffico della droga così e dei migranti.

L’impegno civile, per i diritti umani,si era rafforzato in Miriam quando nel 2012 sua figlia Karen Alejandra di cinque anni venne rapita, e poi trovata morta in una fossa.Anche suo marito fu vittima di un tentato rapimento.

Miriam Rodriguez era stata più volte minacciata dal crimine organizzato,in uno Stato,il Tamaulipas,con il maggior numero di desaparecidos.

Per questo aveva chiesto alle autorità protezione,soprattutto dopo che gli assassini di sua figlia,che lei aveva contribuito a individuare, erano riusciti a evadere dal carcere di CIUTAD Victoria. Ma a Miriam la protezione non venne concessa. Era stato lo stesso Colectivo de Desaparecidos a denunciare la mancanza di tutela,affermando che“la polizia invece di proteggerci,ci segue,ci fotografa quando manifestiamo,come durante l’ultima protesta delle madri alla ricerca dei loro familiari scomparsi “.

des messico

Anche Amnesty International ha denunciato più volte “l’allarmante l’atteggiamento e la negligenza delle autorità” e ha chiesto “un’indagine approfondita e indipendente” sull’assassinio di Miriam.

“Il Messico è diventato sempre più pericoloso per coloro che hanno il coraggio di dedicare la propria vita alla ricerca dei desaparecidos “ha detto Erika Guevara Rosas, direttore per le Americhe di Amnesty

Questo il drammatico quadro tracciato da Amnesty nel suo rapporto 2016-2017 sulle ‘Sparizioni forzate’ in Mexico.

“Sono continuati in maniera diffusa sia i casi di sparizione forzata con il coinvolgimento dello Stato sia quelli di sparizione perpetrati da attori non statali; l’impunità per questi reati è rimasta pressoché totale. Le indagini riguardanti casi di persone date per disperse si sono dimostrate ancora una volta viziate e soggette a ritardi immotivati. Le autorità non hanno generalmente avviato ricerche immediate delle vittime.

A fine anno, il governo ha riferito che le persone date per scomparse erano 29.917, di cui 22.414 uomini e 7.503 donne. Le cifre fornite dal registro nazionale dei dati sulle persone disperse o scomparse non comprendevano i casi federali antecedenti al 2014 né i casi classificati come altri reati, ad esempio la presa di ostaggi o la tratta di esseri umani.

I gravi danni arrecati ai familiari delle vittime di sparizione forzata, sia nei casi riconducibili all’azione dello stato sia nelle sparizioni per mano di attori non statali, si sono configurati come una forma di tortura e altra pena o trattamento crudele, disumano e degradante.

I dati disponibili suggerivano che la maggior parte delle vittime erano uomini; le donne costituivano la maggioranza dei parenti che cercavano di ottenere verità, giustizia e forme di riparazione. Alcuni familiari di persone scomparse alla ricerca dei loro congiunti hanno ricevuto minacce di morte.”

Collaborazione di Gianni Beretta

 

 

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    Piero Bosio
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“Grazie alle Ong, meritano rispetto”

“Sto guardando il mare da qui, da Lampedusa. È un cimitero questo mare, una mare che ha dato sempre la vita, che ha fatto incontrare popoli, culture. Vorrei invece che il mare fosse la vita per noi lampedusani, e soprattutto per i migranti. Invece non è così”.

Pietro Bartolo parla con noi mentre ha appena finito di cercare il padre di una bambina siriana, perso durante la traversata.

Bartolo lo chiamano “il medico dei migranti”. Negli ultimi 25 anni ha accolto e curato migliaia e migliaia di persone che sono fuggite da guerre, fame, dittature. Ha gioito quando è riuscito a salvare delle vite o a far nascere dei bambini; ha sofferto quando si è trovato davanti ai cadaveri. “Tanti cadaveri, troppi purtroppo”, ci dice amareggiato. Nei suo occhi resterà per sempre la strage del 3 ottobre 2013, dove 366 vite vennero spazzate. “Mai più” fu detto dalla politica e dalle istituzioni. Ma da allora a oggi si continua a morire.

Solo nelle ultime 36 ore hanno perso la vita 200 migranti, mentre a Lampedusa sono giorni di nuovi e continui arrivi. “C’è un novità che mi preoccupa – racconta Bartolo – sono tornati ad arrivare tanti siriani, con famiglie numerose, effetto di quella vergognosa chiusura della rotta balcanica, con l’accordo con la Turchia”.

Sono giorni di lavoro intenso per Bartolo e tutto il suo staff medico che con generosità affrontano continuamente situazioni difficili. Ma Bartolo non fa solo questo. Gira l’Italia, va nelle scuole, nei convegni, nelle manifestazioni pubbliche per spiegare chi sono i migranti che rischiano la vita e spesso la perdono per cercare un futuro per sé, per la propria famiglia. Racconta le loro storie, fa controinformazione contestando molte falsità che si raccontano sui migranti, spiega l’importanza della solidarietà, del ruolo salva vite delle Ong, richiama in modo severo un’Europa che ha lasciato soli Italia e Grecia, chiede corridoi umanitari come priorità. E sulla manifestazione del 20 maggio a Milano ‘Insieme senza muri dice: “È importante partecipare, bisogna essere in tanti”.

Dottor Bartolo, qual è la situazione in questi giorni a Lampedusa?

“Non è cambiato nulla, in questi giorni abbiamo avuto tanti arrivi, con un fatto preoccupante:ieri, dopo tanto tempo, abbiamo rivisto l’arrivo massiccio dei siriani, questo è preoccupante perché significa che dopo il blocco della Turchia, sono costretti ad affrontare il mare pericoloso, con il rischio di morire. Tutto ciò è avvenuto come conseguenza dell’accordo tra Europa e Turchia che gli ha chiuso, devo dire vergognosamente, quella strada, la rotta balcanica”.

In questo contesto mi diceva che le donne e gli africani sono quelle più pesantemente colpiti. Ci spiega cosa sta accadendo?

“Sì, le donne sono quelle che subiscono, soffrono di più. Questo è quello che io ho verificato sul campo. Molte donne sono trattate come degli esseri inferiori, spesso sono violentate e non solo dai trafficanti, ma da persone che sono rinchiuse con loro nelle prigioni in Libia. E poi si prendono la ‘malattia dei gommoni’, come la chiamo io”.

Di che si tratta?

“È una malattia che provoca ustioni spesso mortali che colpiscono in particolare le donne. Nei gommoni, gli uomini si mettono sui bordi, in modo da evitare il rischio che le donne e i bambini, piazzati al centro, cadano in mare. Purtroppo nel corso della traversata, una parte della benzina che i migranti mettono nei motori si riversa dentro il gommone, per poi mescolarsi con l’acqua salata proveniente dalle onde del mare. Questa miscela è micidiale per chi rimane più esposto. Molte donne perdono la vita, altre rimangono deturpate dalle ustioni. Tutto questo avviene dal 2013, dalla strage di Lampedusa, da quando i trafficanti usano i gommoni”.

Cosa pensa dell’accordo con la Libia, per fermare il flusso di migranti?

“La situazione politica in Libia è inaffidabile e poi se fermiamo i migranti sulle coste libiche, troveranno il modo di passare altrove. Quello che per me è comunque inaccettabile è abbandonarli a se stessi. I migranti vanno protetti. La via da seguire sono per esempio i corridoi umanitari, in modo da far evitare a queste persone il tratto di mare del Mediterraneo che è diventato un cimitero. Mentre per noi il mare è la vita e lo deve essere anche per i migranti”.

Quali sono i momenti più difficili che ha affrontato?

“Parto dai momenti belli, quelli che mi danno la forza di continuare, come quando facciamo nascere un bambino, una bambina, o salviamo una persona o riusciamo a far ricongiungere una coppia. Questo mi riempie il cuore, perché per il resto ho visto tanti cadaveri, un cadavere singolo, 25 cadaveri insieme, 29 cadaveri, 366 cadaveri. Ma fosse anche uno, è un vita, perché dobbiamo permettere che muoiano, dopo tutto quello che hanno già sofferto, per le guerra, le persecuzioni, la fame? E poi se sono andati via da casa loro qualche responsabilità l’abbiamo anche noi”.

Dottor Bartolo, in queste settimane ci sono state accuse, attacchi alle Ong. Lei cosa pensa?

“Io sono un medico, e so solo che queste persone delle Ong sono andate a coprire un vuoto che l’Europa ha lasciato, e io devo dire solo grazie a queste persone, che rischiano anche la vita per andare a prenderle in mare, per evitare che affoghino. Per me quelle delle Ong sono persone che salvano altre persone, i migranti, e quindi meritano tanto, tanto rispetto. Tanto onore a loro”.

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Il 20 maggio a Milano ci sarà la manifestazione “Insieme senza muri”. Lei pensa che queste iniziative servano?

“Eccome se servono! La gente si deve svegliare. E’ da un anno e mezzo che io vado in giro per tutta l’Europa a raccontare, a far sapere, a far capire. E più siamo, meglio è. Dobbiamo svegliare questi orsi dormienti, queste persone indifferenti, queste persone egoiste. Il papa l’ha detto in tutte le lingue. Se lo diciamo tutti insieme, chissà se possiamo fare qualcosa. Quindi ben vengano queste manifestazioni. Dobbiamo diventare sempre di più ed essere dalla parte giusta”.

Vuole fare un appello alla partecipazione?

“Ma certo che faccio un appello. Tutti dovremmo partecipare. Ognuno per quello che può fare, partecipazndo alle manifestazioni, andando a spiegare nelle scuole, anche incontrando altre persone, un amico, per dire: ‘Guardate che vistanno prendendo in giro, guardate che chi fa terrorismo mediatico è un criminale. E’ un criminale chi butta fango sui migranti facendoli apparire come bestie feroci, come degli appestati, come dei terroristi. Sono persone come noi ma con la sfortuna di essere dall’altra parte, di venire dall’Africa, il continente più ricco del mondo dove vive la gente più povera del mondo. Forse la responsabilità è anche nostra. E quindi abbiamo il dovere di accoglierli e dobbiamo contribuire come possiamo – anche con una manifestazione – per mettere fine a questa vergogna”.

Dottor Bartolo, lei il 20 maggio riuscirà a venire alla manifestazione di Milano?

“Spero di esserci ma capisce bene che qui a Lampedusa c’è da lavorare. In questi giorni sono arrivati veramente tanti ma tanti bambini. Ma con il cuore e con la mente sarò là. Tutto quello che si fa a favore di queste persone mi trova coinvolto fino alla morte”.

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    Piero Bosio
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Blitz di Forza Nuova alla sede dell’Oim

“Siamo fascisti, siamo contro l’immigrazione, Ong scafisti”.

Un gruppo di una trentina di militanti di Forza Nuova ha invaso e occupato la sede dell’Oim, questa mattina a Roma. Un’azione squadrista durata alcune ore. A parlare con noi è Flavio di Giacomo, portavoce dell’Oim, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, un’agenzia collegata all’Onu.

Di Giacomo era presente durante il raid fascista-xenofobo: “Questa mattina alcune decine di manifestanti di Forza Nuova – erano tra i venti e i trenta – sono riusciti a entrare nello spazio esterno della nostra sede qui a Roma, occupandola. Sono rimasti circa due o tre ore, hanno appeso uno striscione contro le Ong che effettuano operazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo, hanno acceso fumogeni, hanno urlato slogan contro l’immigrazione, autoproclamandosi fascisti”.

Che atteggiamento avevano?

“L’atteggiamento era chiaramente aggressivo ma non hanno minacciato apertamente nessuno. Ho parlato con loro ma è stato impossibile avere qualsiasi tipo di discussione sul merito perché sono completamente chiusi a qualsiasi tipo di scambio sul fenomeno migratorio. Hanno le loro idee e non le cambiano. Questo chiaramente è la prova che si tratta di posizioni che nascono da analisi confuse, superficiali, sempre basate sui luoghi comuni dell’invasione. Purtroppo questa è anche una conseguenza di un’atmosfera tesa che si è creata in questi giorni in seguito alla prolungata polemica sulle Ong”.

Quindi lei dice che questi attacchi alle Ong hanno portato anche ad azioni come quelle di Forza Nuova?

“Beh, è stata chiaramente la causa scatenante perché il loro striscione diceva ‘Ong scafisti’. E poi hanno cominciato a urlare slogan contro di noi chiamandoci ‘scafisti’. Quindi è stato un episodio direttamente legato a questa polemica, che già ci preoccupava perché dà una percezione sbagliata di quello che sta accadendo nel Mediterraneo e dimentica che salvare vite è un obbligo giuridico. Questo far sembrare una colpa salvare migranti nel Mediterraneo alla fine ha portato alcuni gruppi di estremisti a questo tipo di azioni”.

Abbiamo letto che è stato anche irriso un migrante che era lì nella vostra sede…

“Sì, è stato preso in giro un migrante che stava entrando per beneficiare dei nostri programmi. Gli hanno detto: ‘Vieni qui a mangiare, bella la vita in Italia!’ e cose di questo genere. Non sono state proprio offese, ma è stato schernito per il fatto che ‘vive in Italia sulle spalle degli italiani’”.

Avete fatto una denuncia alla polizia?

“Credo che la faremo sicuramente, perché sono entrati in luogo privato in cui non potevano entrare. Di questo se ne occuperanno i miei colleghi”.

Che riflessione generale fa su questo episodio?

“Questo episodio dimostra come ormai l’immigrazione sia diventato un argomento tossico, dal punto di vista comunicativo. Queste polemiche sulle Ong degli ultimi tempi hanno esacerbato le reazioni di molta gente che non conosce a fondo le vere problematiche e arriva a fare commenti facili e superficiali su una questione molto seria, che è quella di salvare vite in mare. Si respira una sorta di odio verso i migranti che arrivano via mare, mentre sappiamo che si tratta chiaramente di persone che fuggono da violenze, torture, abusi, persecuzioni e che si ritrovano qui in un ambiente che sta diventando sempre più ostile, anche per l’atteggiamento di alcune forze politiche e di alcuni media”.

***

Questo il comunicato ufficiale dell’Oim:

“L’Ufficio di Coordinamento per il Mediterraneo dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim) è stato oggetto di una manifestazione “vandalica” di alcuni componenti del movimento di destra Forza Nuova. L’Oim fa sapere che qualche decina di manifestanti ha occupato lo spazio esterno della sede dell’organizzazione a Roma e appeso uno striscione contro le ong che effettuano operazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo, accendendo fumogeni, urlando slogan contro l’immigrazione e arrivando a schernire un migrante che stava entrando negli uffici. Colpire in modo vandalico una organizzazione delle Nazioni Unite impegnata nel campo della migrazione non aiuterà ad affermare le posizioni di stampo xenofobo che i manifestanti si propongono di diffondere. Posizioni frutto di un’analisi confusa e superficiale, purtroppo sempre più basata su luoghi comuni che su una reale conoscenza del fenomeno. Pur non essendo un’organizzazione non governativa e non svolgendo attività di soccorso nel Mediterraneo, ribadiamo l’importanza e la necessità di salvare vite e condanniamo con fermezza le accuse rivolte a tutti coloro che si impegnano nelle operazioni di ricerca e soccorso in mare”.

***

L’Oim, agenzia parte del sistema della Nazioni Unite con 166 stati membri e con quartier generale a Ginevra, si occupa in Italia di varie attività relative al fenomeno migratorio, dall’assistenza ai punti di sbarco alla realizzazione di programmi di Migrazione e Sviluppo in Africa e al sostegno al Ritorno Volontario e Assistito per quei migranti che intendono tornare nel loro Paese di origine.

 

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    Piero Bosio
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“Ho violato la legge davanti a tanta disumanità”

“Sì, ho aiutato migranti sprovvisti di documenti, che volevano andare in Germania, a entrare illegalmente da Como in Svizzera. Non me ne pento, lo rifarei, ho agito secondo coscienza. Era impossibile non agire davanti a tanta disumanità”.

Lisa Bosia Mirra, deputata socialista svizzera, parla con noi mentre sta rientrando da una missione umanitaria a Belgrado. La deputata è stata oggetto di un decreto di accusa, con una pena pecuniaria di 8mila euro, e l’avvertimento che se dovesse aiutare ancora i migranti a passare il confine svizzero finirà in carcere. Il ministero pubblico svizzero ha scritto che Lisa Bosia Mirra è stata ritenuta colpevole, secondo le leggi federali, “di ripetuta incitazione all’entrata, alla partenza e al soggiorno illegale di migranti”.

“Sono sorpresa e amareggiata per questa sentenza – ci dice Lisa Bosia – perché non sono state accolte le attenuanti umanitarie. Inoltre è stato respinto il dossier che avevamo presentato e che spiegava cosa accadde a Como nell’estate del 2016, durante l’arrivo di centinaia di migranti. Questo mi preoccupa perché significa che c’è un clima di criminalizzazione verso chi aiuta i migranti”. La deputata socialista presenterà ricorso contro il decreto di accusa nei suoi confronti.

Lisa Bosia Mirra, 44 anni, è anche presidente dell’associazione Firdaus che in arabo significa paradiso.

Nella sua biografia scrive: “Sono sposata da 17 anni con Tarek con cui abbiamo formato una vivace famiglia multiculturale”. Dal 2002 si occupa di migranti e di asilo, in particolare sulle rotte migratorie dei Balcani.

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Lisa Bosia Mirra, lei è un deputata che ha violato le leggi, favorendo l’ingresso illegale di migranti in Svizzera. Partiamo da qui.

“Sì, l’ho fatto. Non me ne pento, e lo rifarei davanti a tutta quella disumanità che ho visto, in particolare l’anno scorso a Como, quando arrivarono centinaia di migranti”.

Non se ne pente, ma le obiettano che le leggi vanno rispettate.

“Sì è vero le leggi vanno rispettate, ma in questo caso ho risposto prima di tutto alla mia coscienza, alla difesa dei diritti. E poi le leggi che regolano la possibilità dei migranti di attraversare le frontiere sono sbagliate. L’Alto commissariato per i rifugiati (Unhcr) dice che quando un profugo è riconoscibile come tale, non possono essere applicate le normali leggi sull’immigrazione perché evidentemente sarà senza documenti. Gli Stati faticano ad assumere questa posizione, anzi si va sempre più verso una criminalizzazione dei migranti e delle persone che portano loro aiuti”.

Poi ci sono le leggi svizzere e la Costituzione del suo Paese.

“La Costituzione svizzera tutela due valori: il rispetto della legge intesa come ordine pubblico e la dignità umana. Il confronto in aula stabilirà quale di questi due valori deve avere il primato. Questa è la questione di sostanza su cui riflettere: se è vero che la legge va rispettata, la storia è piena di sentenze di principio. Ricordo ai cultori della legge che la schiavitù è stata legge, l’apartheid è stata legge, per fare un esempio. A questo servono i tribunali, a decidere quali leggi possano essere violate in caso di necessità, così come da sempre prevede anche il codice penale svizzero. Credo che a nessuna persona debba essere impedito di mettere in salvo la propria vita, di vivere con la propria famiglia, di cercare di migliorare la propria condizione di vita”.

Mi diceva che ha deciso di aiutare i migranti, anche violando la legge, davanti a quello che vide a Como, al Parco San Giovanni, nel 2016.

“Erano storie di persone torturate in Libia dai trafficanti. Storie di minori non accompagnati. Le situazioni più gravi che vidi erano quelle di un ragazzo di 15 anni, con la ferita da colpo di pistola alla schiena, con il foro di uscita nel costato. Poi un altro ragazzo a cui era stato tagliato un orecchio. E ancora una donna stuprata a lungo, uno che ci ha raccontato di essere stato tenuto a lungo alla catena, un altro con la mascella rotta. Io, davanti a tutto ciò, non potevo non intervenire, non agire”.

Como. Migranti nell'estate 2016
Como. Migranti nell’estate 2016

Lei è accusata di aver accompagnato dei rifugiati oltre il confine in nove casi, tra agosto e settembre 2016. C’è qualcosa che ricorda in particolare?

“Sì, in un uno di questi viaggi avevo in macchina quattro migranti, e quella notte ho avvertito nei loro volti la paura, il terrore, lo stesso sudore freddo che secondo me avevano gli schiavi dell’Alabama che fuggivano dai loro aguzzini. Una cosa per me indimenticabile, che mi ha colpito profondamente”.

Continuerà ad aiutare i migranti ad attraversare illegalmente il confine svizzero?

“Per ora no, perché finirei in carcere e questo non servirebbe a nessuno, non aiuterebbe la causa per cui ci battiamo. Continuerò invece ad aiutare i migranti a Como, dove prevedo nuovi arrivi, in Grecia e sulla rotta balcanica da cui sto rientrando mentre parlo con lei. Chiedo però, e spero che siamo in tanti a farlo, che si stabilisca se quello quello che ho fatto sia da considerare un crimine da punire, oppure sia un atto umanitario da non criminalizzare. Per quanto riguarda l’atto di accusa nei miei confronti andrò senz’altro sino all’ultimo grado di giudizio”.

A proposito del suo viaggio di questi giorni a Belgrado cosa ci può dire?

“La situazione è molto difficile a Belgrado, ci sono 1.500 migranti nella zona centrale della città, chiamata ‘Old Station’, un agglomerato di baracche. Qui ci sono il 50 per cento di migranti provenienti dall’Afghanistan, gli altri da Iraq, Siria e Pakistan. La situazione igienico-ambientale è pessima, molta spazzatura in giro che non viene ritirata. Niente acqua calda, niente toilettes, se non quattro sparuti bagni chimici mobili, assistenza medica di Medici senza Frontiere, cibo fornito dalle organizzazioni indipendenti. E’ un luogo dove i muri parlano della disperazione che circonda i migranti .Qui ho raccolto storie di violenze, pestaggi, torture che hanno subito. E’ questa l’Europa che abbiamo costruito?”.

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    Piero Bosio
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“Noi, venduti come schiavi”

“I migranti in Libia, in particolare nel sud, diventano sempre di più ‘merce’ da comprare, sfruttare e buttare via quando non serve più. Siamo davanti a nuove forme di schiavitù”. A parlare con noi è Giuseppe Loprete, capo missione in Niger della OIM, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, agenzia collegata all’Onu. Lo raggiungiamo al telefono a Niamey, capitale del Niger, dove risiede.

Loprete e i suoi collaboratori hanno da poco concluso una missione in Libia e lungo le rotte dei migranti,da cui ne emerge la conferma di una situazione disumana, con un elemento in più, sostiene l’Oim: “Vendere esseri umani è diventata una tendenza in crescita tra i trafficanti ”.

Un contesto questo che getta, ancora di più, pesanti ombre, interrogativi, sull’accordo tra il Governo italiano e la Libia, contro il quale erano state sollevate critiche e contestazioni da parte di Migrantes, Caritas, Amnesty International e da diverse altre organizzazioni umanitarie.

L’OIM ha raccolto decine di testimonianze di migranti che raccontano abusi e violenze che hanno subìto e di un mercato degli schiavi che si sta allargando e affligge centinaia di persone che si recano in Libia: donne e uomini che vengono venduti dai 200 ai 500 dollari. I migranti non hanno idea dell’inferno di torture ed efferatezze che li aspettano una volta passato il confine libico”, ha detto Leonard Doyle, portavoce dell’OIM.

Questi alcuni frammenti delle loro storie raccolte dall’OIM e pubblicate nel rapporto ‘I am a migrant’

La testimonianza di Samba.“Ho lasciato la Mauritania quasi un anno fa per andare in Europa.Ho passato quasi due mesi in carcere in Libia. Ci hanno picchiato, torturato,hanno sparato contro la gente. Ho perso i contatti con la mia famiglia, tutti pensavano che fossi morto. E ‘stato davvero difficileper tutti noi”.

Oim storia di Samba

 

La testimonianza di Ousmane.“Molte persone non sanno nemmeno che  sono vivo. Ho lasciato il Gambia per la Libia un anno fa, con un mio amico. Ci sono voluti tre giorni nel deserto per arrivare in Libia. Eravamo 20 persone in un pick-up. Una donna incinta che era con noi è morta. Poi sono stato in prigione in Libia, dove ho visto gente uccisa perché i  familiari non avevano i soldi per pagare la loro libertà”.

oim storia Ousmane

 

La testimonianza di Amadou.Ho lasciato il Senegal con il mio fratello minore nello scorso anno per cercare di andare in Italia. Sono arrivato in Libia, dove mio fratello è morto. Lo hanno ucciso. Aveva 16 anni. Lo hanno aggredito in pieno giorno nel centro della città, chiedendogli soldi, ma lui non ne aveva. Gli hanno sparato”

Oim storia di amadou

 

 

Giuseppe Loprete, capo missione OIM in Niger, partiamo da questo ‘mercato degli schiavi’ in Libia.

Dalle testimonianze che abbiamo raccolto, uno dei principali ‘mercati degli schiavi’ si svolge in una piazza a Sahba, a sud della Libia. Qui molti vengono portati e venduti a dei libici, supportati da ghanesi e nigeriani. In genere li scelgono in base alle condizioni di salute e professionalità, parametri per stabilire il prezzo. Spesso finiscono a lavorare in cantieri edili, o a svolgere lavori pesanti. In alcuni casi vengono poi rivenduti. Un migrante può essere ‘comprato’ per un prezzo che va dai 200 ai 500 dollari.

Come definisce tutto ciò?

Qui siamo davanti a una vera schiavitù, messa in atto in modo sistematico. Non solo detenzione, campi lavoro, sequestri, abusi sessuali, come abbiamo denunciato fino ad ora. Ma un vero e proprio mercato degli schiavi, non mi viene un altra parola, anche se uno dei migranti che abbiamo accolto qui in Niger, ci ha detto che ‘ci hanno trattato peggio degli schiavi’ ”.

E le donne?

“Ci sono  anche donne che vengono ‘comprate’ per voi avviarle alla prostituzione locale o tenute in casa come schiave del sesso. In altri casi vengono portate in Europa. Penso, per esempio, alla tratta delle nigeriane”

Le persone che vengono vendute cosa vi hanno raccontato?

“Storie di abusi sessuali, violenze, torture. Molti dopo essere stati venduti vengono fatti lavorare senza essere pagati. Altri ci hanno raccontato che lavorano di giorno e vengono pagati alla sera. Poi di notte vengono svegliati, picchiati, e gli vengono portati via i soldi. Altri ancora sono costretti a fare gli aguzzini dei loro stessi connazionali.”

Queste persone prima di essere vendute dove vengono portate in Libia?

Spesso vengono portate in case private, controllate da uomini armati, oppure in centri di detenzione, più o meno ufficiali. Quelli ufficiali sono gestiti dal Governo, ma sono luoghi con condizioni pesanti, disumane, con poco cibo e una situazione igienico-sanitaria degradante. Da questi luoghi – ci ha raccontato un migrante – molti vengono poi portati in zone come Sahba, in quella piazza che le dicevo, per essere venduti. Purtroppo sono aree dove non c’è accesso alle organizzazioni umanitarie. E quando riusciamo a arrivare, nascondono le armi e minacciano di morte i migranti, per non farli parlare con noi”

I trafficanti di essere umani chiedono poi ai migranti di telefonare ai loro familiari perché mandino dei soldi…

“Uno dei migranti che abbiamo accolto in Niger ci ha raccontato di essere stato portato in un posto, un casa privata, nel sud della Libia, con altre decine di persone. Lì uomini armati, li costringevano  a telefonare ai familiari mentre li picchiavano o torturavano, in modo che sentissero le urla e mandassero al più presto dei soldi”

E i familiari come riescono a trovare i soldi?

“I familiari per salvare i loro figli o mariti vendono spesso quel poco che hanno, a partire dai loro pezzi di terreno, per inviare, via money tranfer, i soldi richiesti. Questo spiega anche perché i migranti fanno fatica poi a ritornare al loro paese: da una parte si vergognano di non avercela fatta, dall’altra, rientrando nel loro paese, trovano una situazione economica della famiglia peggiore di quella che hanno lasciato”.

E chi non ha familiari in grado di pagare per ottenere la libertà?

“Alcune volte viene ucciso, o lasciato morire di fame, o in altri casi viene venduto”.

Lei in questo momento è insieme a gruppi di migranti in Niger che vogliono ritornare nel loro paese.Tra le loro storie mi diceva che ce ne una che l’ha colpita. Vuole raccontarla?

Sì, qui con noi c’è un migrante, tornato dalla Libia. Lo abbiamo visto zoppicare. Poi abbiamo scoperto che aveva un proiettile nel piede e non ci aveva detto nulla perché temeva che andando all’ospedale non sarebbe più tornato a casa. Ora lo abbiamo curato, ma i dottori hanno dovuto amputargli la gamba. Poi ci ha raccontato che mentre era insieme ad altri migranti su un pick up, dei banditi li hanno assaliti sparando e lui è stato colpito al piede.”

Secondo lei la soluzione sarebbero i corridoi umanitari?

Sì, questa è una delle opzioni, il problema però è che i corridoi umanitari si possono fare se si trova un accordo tra le varie tribù per lasciare transitare in sicurezza i migranti. Ma in Libia il sud è separato dal nord, a Sahba si combatte ,e sino a pochi mesi fa, anche a Gatrun. L’insicurezza non permette oggi i corridoi umanitari, almeno nel sud libico. Il sud della Libia, in questo momento, è un buco nero”.

 

alessandro foto rifatta uomo con pistola

 

 

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    Piero Bosio
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Tutti i veleni del presidente

Lallarme sul riscaldamento globale (global warming) è un “imbroglio”, le emissioni di anidride carbonica non influiscono sull’ambiente. Con queste tesi negazioniste Donald Trump ha stroncato il piano di Barack Obama a tutela dell’ambiente (Clean Power Plan) e ha sconfessato di fatto gli accordi internazionali sul clima (Cop21) siglati a dicembre del 2015 a Parigi anche dagli Stati Uniti. Gli accordi prevedevano di contenere le emissioni di gas serra e di tenere il riscaldamento globale entro i 2 gradi.

L’America – ha detto con enfasi Trump – ricomincia a essere vincente, con il petrolio e il gas”. Il piano della sua amministrazione si articola su diversi punti:

1) Cancellate o riviste le disposizioni di Obama che obbligavano l’abbattimento delle emissioni di Co2 da parte delle centrali elettriche.

2) Abolite le restrizioni sulle trivellazioni costiere.

3) Abolite le restrizioni sui permessi di sfruttare miniere nelle terre di proprietà pubblica e sulle emissioni di metano dagli oleodotti.

4) Tolte le valutazioni d’impatto ambientale che potevano rallentare e ostacolare le grandi opere infrastrutturali.

Provvedimenti questi anticipati dal via libera ai due megaoleodotti Keystone e Dakota Access, contro cui si stanno battendo ambientalisti e i nativi di Standing Rock Sioux Tribe.

Le proteste contro l'oleodotto che attraverserà le terre dei nativi
Le proteste contro l’oleodotto che attraverserà le terre dei nativi

Il piano di Trump è stato presentato alla Environmental Protection Agency (Epa), l’Agenzia di protezione ambientale, alla cui guida Trump ha messo Scott Pruitt, amico dei petrolieri e artefice, in passato, di battaglie contro i provvedimenti a tutela del clima dell’amministrazione Obama.

Trump, dopo la bruciante sconfitta (per ora) sulla sanità – non è riuscito a cancellare l’Obamacare – tenta il rilancio della sua immagine sull’ambiente, ribadendo il suo slogan “America first”, dimostrando di mantenere le promesse elettorali sia con le lobby del petrolio-carbone, togliendo loro vincoli e costi sociali, sia con i minatori a cui aveva garantito la riapertura delle miniere e nuovi posti di lavoro.

Scott Pruitt
Scott Pruitt

Ma i dubbi tra gli economisti e gli esperti che il piano Trump, con la riapertura delle miniere, porti effettivamente nuova occupazione stabile sono molti. Anche gli ambientalisti contestano le affermazioni di Trump.

L’industria del carbone è in crisi per la competizione di altri gas prodotti, la domanda di carbone si è particolarmente ridotta, l’automazione ha tagliato i posti di lavoro dei minatori.

Ne abbiamo parlato con Andrea Boraschi, responsabile Clima-Energia di Greenpeace.

Boraschi voi contestate Trump, ma lui vi risponde che sta con i minatori e darà loro lavoro e benessere.

“E’ falso quanto dice Trump. L’industria del carbone è in crisi, e si prevede che nei prossimi anni la chiusura di altre 40 grandi centrali. E nessuna di queste società ha intenzione a oggi di ritirare il piano di smantellamento di queste centrali a carbone perché Trump offre loro una prospettiva nuova, senza vincoli. L’industria del carbone è in declino a livello globale, molti investimenti si sono spostati in altre direzioni, a partire dalle rinnovabili e dall’eolico”.

Però i minatori contano su Trump e l’hanno votato. Non hanno scelto Obama.

“Trump ha usato, ha fatto leva su un disagio reale, ampio che una parte degli americani, dei lavoratori, vivono. Un disagio che andava e va affrontato. Ma la strada non è quella indicata da Trump. Se parliamo di nuova occupazione contano i numeri e la qualità. E le energie rinnovabili stanno creando posti di lavoro dodici volte superiore ad altri comparti dell’energia e il piano Obama avrebbe portato anche, in prospettiva, a una riduzione del costo delle bollette elettriche degli americani”.

Quindi che riflessione fa?

“Che la scelta di Trump è antistorica, piena di retorica populista, e non ha solide basi economiche, industriali e occupazionali. Al massimo potrà rallentare la marcia verso una produzione mondiale a basso impatto climatico-ambientale. Gli investimenti si stanno allontanando progressivamente dal carbone”.

Lei crede che Trump potrà rendere operativo facilmente lo smantellamento del piano di Obama?

“No, ci saranno ricorsi in tribunale, sino alla Corte Suprema. Alcuni Stati americani si opporranno, noi ambientalisti ci mobiliteremo ancora di più. Trump non avrà vita facile”.

Ma se il piano Trump, con lo smantellamento delle disposizioni di Obama, andrà in porto quali saranno, secondo voi, le conseguenze sull’ambiente?

“Le faccio un esempio: diremo addio alla riduzione del 25 per cento dell’inquinamento atmosferico di particolato, che vuol dire, negli Stati Uniti, tra le circa tremila-seimila morti premature in più per anno e circa 150mila attacchi di asma in più tra i minori. E poi ripeto ci sarebbe il danno economico sulle energie rinnovabili che sono il futuro, a vantaggio di poche lobby industriali di potere. In sostanza alla fine un danno per l’America e un contributo a inquinare il mondo”.

Ecco che cosa scriveva Trump nel 2012: “il concetto di surriscaldamento globale è stato creato da e per i cinesi in modo da rendere l’industria statunitense non competitiva”.

Ora le scelte di Trump impatteranno sull’accordo di Parigi sul Clima, firmato da Obama. Con quali effetti lo si vedrà, anche se gli altri Paesi – ricorda Greenpeace – hanno garantito che le decisioni di Trump, contestate dall’Europa, non “mineranno gli impegni presi sul clima”.

Il rischio però che la decisione dell’Amministrazione Trump possa essere seguita da altri Stati esiste.

Queste in sintesi le decisioni prese nell’accordo di Parigi del 2015 sul Clima-Cop21, siglato da 195 Paesi:

Riscaldamento globale. L’articolo 2 dell’accordo fissa l’obiettivo di restare “ben al di sotto dei 2 gradi rispetto ai livelli pre-industriali”, con l’impegno a “portare avanti sforzi per limitare l’aumento di temperatura a 1,5 gradi”.

Obiettivo a lungo termine sulle emissioni. L’articolo 3 prevede che i Paesi “puntino a raggiungere il picco delle emissioni di gas serra il più presto possibile”, e proseguano “rapide riduzioni dopo quel momento” per arrivare a “un equilibrio tra le emissioni da attività umane e le rimozioni di gas serra nella seconda metà di questo secolo”.

Impegni nazionali e revisione. In base all’articolo 4, tutti i Paesi “dovranno preparare, comunicare e mantenere” degli impegni definiti a livello nazionale, con revisioni regolari che “rappresentino un progresso” rispetto agli impegni precedenti.

Perdite e danni. L’articolo 8 dell’accordo è dedicato ai fondi destinati ai Paesi vulnerabili per affrontare i cambiamenti irreversibili a cui non è possibile adattarsi.

Finanziamenti. L’articolo 9 chiede ai Paesi sviluppati di “fornire risorse finanziarie per assistere” quelli in via di sviluppo.Più in dettaglio si “sollecita fortemente” questi Paesi a stabilire “una roadmap concreta per raggiungere l’obiettivo di fornire insieme 100 miliardi di dollari l’anno da qui al 2020”, con l’impegno ad aumentare “in modo significativo i fondi per l’adattamento”.

Trasparenza. L’articolo 13 stabilisce che, per “creare una fiducia reciproca” è stabilito “un sistema di trasparenza ampliato, con elementi di flessibilità che tengano conto delle diverse capacità.

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    Piero Bosio
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“Non tradite la memoria di Carolina”

Approvate la legge contro il cyberbullismo. Fatelo prima che inizi il nuovo anno scolastico perchè altrimenti perdiamo un altro anno e migliaia di ragazzi saranno senza tutele, vittime dei bulli. Non possiamo rischiare altre vite”. A parlare con noi è Paolo Picchio, il padre di Carolina, la studentessa di 15 anni vittima del bullismo in rete che si tolse la vita il 5 gennaio del 2013, lanciandosi dalla finestra della sua abitazione a Sant’Agabio, Novara.

Da allora continua la sua battaglia. Si è recato in decine di scuole per sensibilizzare studenti,insegnanti,genitori. Lo raggiungiamo mentre,con la senatrice Elena Ferrara, sta per andare in Val Sesia, in Piemonte, dove parlerà a 300 ragazzi.

Voglio dare la mia forte solidarietà– ci dice subito Picchio– al tredicenne di Napoli picchiato dai dei bulli e a suo padre che ha pubblicato la foto su Facebook, lanciando un appello a denunciare ogni atto di bullismo”.

Pochi giorni fa c’era stato un altro caso. A Vigevano dei ragazzini per mesi hanno bullizzato con atti di violenza estrema un loro coetaneo. Questo aveva spinto Paolo Picchio a fare un forte appello alle Istituzioni a muoversi, a decidere. Una richiesta contenuta in una lettera alla presidente della Camera Laura Boldrini.

Una lettera che si conclude chiedendo l’approvazione rapida della legge sul bullismo in rete: “Presidente, dobbiamo intervenire prima che il disagio divenga patologia. Mi appello a lei: noi adulti stiamo dimenticando il nostro futuro,ovvero i nostri figli. In gioco c’è molto di più di un padre che trova la forza di scriverle affinché la memoria di sua figlia non sia tradita dalle Istituzioni”. Il testo della legge,dopo essere stata approvato al Senato,è fermo alla Camera,alla 4° lettura, nelle commissioni congiunte Giustizia-Affari sociali.

La memoria di sua figlia ha dato a Paolo Picchio,in questi anni,forza e coraggio che hanno convissuto con il profondo dolore per la morte di Carolina. La nostra conversazione parte da qui.

Lei ricorda spesso il messaggio di sua figlia Carolina,scritto nella lettera in cui diceva“le parole fanno più male delle botte”

Carolina,con la sua sensibilità e dolcezza,spiegò,prima di togliersi la vita, quello che era il suo pensiero,la sua volontà. Lei voleva che nessun altro patisse ciò che lei aveva dovuto patire, subire. Scrisse “le parole fanno più male delle botte,cavolo se fanno male” in una lettera che era un atto di accusa verso coloro che l’aveva fatta profondamente soffrire. Ai bulli si rivolse così: ”a voi cosa viene in tasca,oltre a farmi soffrire?“. Una lettera che è diventata simbolo della lotta contro il bullismo.

Lei disse che sua figlia venne uccisa da 2600 like.

Sì, perché mia figlia oltre essere messa nella condizione di impotenza davanti a quello che veniva pubblicato nella rete ed essere offesa,venne trattata come ‘una cosa’. Carolina, con la sua sensibilità,si vide oggetto di quei cinque deficienti, un po più grandi di lei, che dopo averla drogata, molestata sessualmente e aver filmato ogni scena, avevano hanno messo tutto su Internet. Mia figlia all’inizio non seppe nulla,poi vide i 2600 like a quei filmati, con insulti e commenti volgari verso di lei. A quello Carolina non resistette,e si tolse la vita.

Qualcuno di quei ragazzi le ha mai chiesto scusa?

Solo uno, una volta in tribunale. Gli altri no, assolutamente. (Riguardo la vicenda giudiziaria un ragazzo all’epoca dei fatti maggiorenne ha patteggiato la pena,uno aveva meno di 14 anni quindi non era imputabile, gli altri tutti minorenni sono finiti davanti al Tribunale dei Minori con la pena dai 15 ai 27 mesi di ‘messa alla prova’, ndr).

Lei continua a girare nelle scuole, Quattro anni dopo la morte di sua figlia cosa è cambiato?

Ci sono state sul bullismo e cyberbullismo molte campagne di sensibilizzazione, di informazione verso gli studenti, gli insegnanti, i genitori,su questo fenomeno sommerso e spesso sottovalutato per i pesanti rischi che comporta per i nostri ragazzi,ma il percorso è ancora lungo.

E oggi?

Guardi,come ho scritto nella lettera alla presidente Boldrini, oggi il rischio che tutto ciò sia stato inutile se non c’è un cambiamento culturale radicale a partire dalle famiglie,nelle famiglie, che vanno sostenute. E poi ci vuole la rapida approvazione della legge contro il bullismo. Decisivo il ruolo delle Istituzioni.

Perché, secondo lei,la legge non è stata ancora approvata?

I ragazzi,i minori non votano e allora i politici se ne fregano, diciamolo chiaramente.

Intanto la presidente della Commissione Giustizia della Camera, Donatella Ferranti, ha detto che “la legge Ferrara,contro il bullismo in rete,sarà inserita all’ordine del giorno già la prossima settimana, auspicando che possa approdare in aula nei tempi più brevi”.

Bene, allora vuol dire che finalmente le mie parole stanno muovendo la situazione. Ringrazio la presidente Boldrini per il suo impegno e tempestività. Ora però approviamola questa legge. E’ assurdo perdere un altro anno,e poi lo chiedono tanti ragazzi che ho incontrato. Non deludiamoli.

 

Paolo Picchio,padre di Carolina

Paolo Picchio, padre di Carolina

 

Cosa vuol dire alle ragazze, ai ragazzi che subiscono il bullismo?

Parlate, parlate con i vostri genitori, con gli insegnanti non tenetevi dentro il problema o finirete schiacciati. Come le dicevo sono stato in tante scuole. Molte volte, al termine degli incontri, alcuni ragazze o ragazze mi prendono in disparte e raccontano cosa subiscono o hanno subito dai bulli. Mi spiegano come sono presi in giro, spesso isolati dal branco, oppure dileggiati o attaccati sui social. Soffrono e non ne parlano con nessuno. Invece bisogna reagire , rompere l’omertà contro i vigliacchi che si nascondo dietro la tastiera. Bisogna organizzarsi, parlarsi, conosco scuole dove hanno aperto lo sportello contro il cyberbullismo, hanno assunto uno psicologo.

E ai genitori?

Spiace dirlo ma spesso sono i genitori gli ultimi a credere che ci sia il fenomeno del cyberbullismo. Lo ignorano,ne vengono a conoscenza quando spesso ormai è tardi,quando il loro figlio,la loro figlia è coinvolta. I genitori non devono demandare alla scuola un compito che è innanzitutto loro. Ci sono dei genitori troppo permissivi, altri che hanno sostituito la baby sitter, con lo smartphone, una baby sitter digitale. Dobbiamo insegnare ai nostri ragazzi che il dolore, la paura, la felicità e il rispetto non sono sentimenti virtuali, una diretta streaming. La vita non è una diretta streaming o il numero dei like che si riceve, ma va vissuta pienamente con empatia e rispetto verso gli altri.

 

bullismo no bully

 

Elena Ferrara,senatrice del PD,è la promotrice del disegno di legge(ddl) per la prevenzione e il contrasto del cyberbullismo. Le abbiamo chiesto di spiegarci l’importanza di questo provvedimento e perché,come lei sostiene,va approvato al più presto per “ per dar voce e risposta alle tante Caroline”.

Elena Ferrara: “Solo attraverso la formazione alla cittadinanza digitale attiva, basata sulla cultura del rispetto e della legalità, si prevengono i rischi e si costruisce una comunità – reale e virtuale – solidale e positiva. Davanti alla dignità e alla serenità dei ragazzi anche il web deve fare un passo indietro. Aiutiamo i nostri ragazzi a non farsi più del male tra loro! È questo l’appello condiviso da tutti gli operatori del settore: dai giuristi agli operatori sanitari, dalle Forze dell’Ordine al Terzo settore, fino al mondo della scuola. Sono proprio i ragazzi che ci chiedono di essere formati e tutelati. Dopo oltre 150 incontri in tutta Italia, anche i genitori, oltre al personale scolastico, si stanno sensibilizzando rispetto a dinamiche che il gap tecnologico e generazionale rende spesso poco comprensibili. Qualcosa sta cambiando e questa legge aiuterà a dare risposte concrete, perché il disagio diventa spesso patologia e si traduce in gradi sofferenze sia per le famiglie delle vittime sia per quelle dei bulli. Siamo nella seconda metà di marzo e, se vogliamo evitare di perdere un altro anno scolastico, dobbiamo approvare la legge in tempo perché le sue disposizioni siano recepite dal prossimo settembre, ovvero con il nuovo anno scolastico. Ho appena saputo che martedì prossimo si riuniranno le Commissioni referenti a Montecitorio, Giustizia e Affari sociali. Confido che la discussione possa errore calendarizzata al più presto: un passaggio ineludibile per dar voce e risposta alle tante Caroline”.

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    Piero Bosio
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“Noi esistiamo, noi resistiamo”

“Abbiamo affrontato un ostacolo dopo l’altro, abbiamo subito offese, violenze e sconfitte, ma non è finita. Noi esistiamo, noi resistiamo, noi ci alziamo, a testa alta”. A parlare è David Archambault II, capo di Standing Rock Sioux Tribe: è lui ad aver guidato la manifestazione, con migliaia di nativi, che ha raggiunto la Casa Bianca.Una protesta contro Donald Trump che ha deciso di far proseguire la costruzione dell’ oledotto Dakota Access-Dapl.

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 In marcia verso la Casa Bianca

 

David Archambault II, consapevole di avere davanti un avversario, Trump, che non darà tregua ai nativi, ha voluto ringraziare tutti coloro che hanno partecipato alla marcia alla Casa Bianca:Permettetemi di cominciare da voi tutti ringraziando per il viaggio, per essere qui. So che molti di voi hanno fatto grandi sacrifici per recarsi sia a Standing Rock e ora a Washington DC, e lasciate che vi dica che senza ognuno di questi vostri singoli sacrifici, non avremmo fatto tutto ciò.  Continueremo la lotta, chiediamo i nostri diritti e di essere trattati con rispetto”.

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A pugno chiuso verso la Casa Bianca

 

Trump aveva autorizzato la conclusione dei lavori dell’oleodotto contro il quale resistono da mesi i nativi, sotto i colpi della repressione della polizia e delle guardie private, con oltre 200 arresti e numerose violenze. L’ultimo tratto dell’oleodotto, di alcuni chilometri, attraversa i terreni sacri per la nazione Lakota, le vaste pianure all’interno della riserva indiana di Standing Rock, quella in cui fu ucciso Toro Seduto. Ma soprattutto le tubature – che avranno una capacità massima di 550mila barili di greggio al giorno – passeranno sotto il fiume Missouri e le acque del lago Oahe, con il rischio reale di una contaminazione delle falde acquifere.

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Il corteo che ha raggiunto la Casa Bianca

 

Ora la battaglia si sposta di nuovo a Standing Rock. I nativi americani della riserva sono sostenuti da organizzazioni ambientaliste, nazionali e internazionali, che da settimane stanno premendo sulle banche (tra cui l’italiana Intesa-San Paolo ) affinché ritirino i finanziamenti a un progetto che viola i diritti, i trattati, i territori sacri dei nativi, con gravi rischi per l’ambiente.

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“Se dobbiamo morire, lo faremo difendendo i nostri diritti”

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    Piero Bosio
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“Italia condannata, sentenza storica”

“Sono felice per questa sentenza. Io e la mia collega Sara Menichetti, con cui ho presentato il ricorso alla Corte europea dei diritti umani,  siamo molto, molto contente. E siamo felici soprattutto per tutte le donne”.

Titti Carrano è l’avvocata che ha tutelato Elisaveda, la moglie di Andrei Talpis, un uomo di Remanzacco (Udine) più volte denunciato per lesioni e maltrattamenti, che cinque anni fa uccise il figlio diciannovenne e ferì gravemente la moglie, nel tentativo di ucciderla. Talpis ora è in carcere, condannato all’ergastolo.

Carrano, che è anche presidente dell’Associazione DiRe (Donne in Rete contro la violenza), risponde alle nostre domande quando ha appena saputo della sentenza che condanna lo Stato italiano per aver violato la convenzione dei diritti umani.

Avvocata Carrano, perché definisce storica questa sentenza della Corte europea?

“E’ una sentenza storica, epocale perché lo Stato italiano è stato condannato su tre punti fondamentali, violando tre articoli della Convenzione sui diritti. Il primo è l’ articolo 2: ‘la violazione al diritto alla vita’, sia per l’uccisione del figlio della signora Elisaveda sia per il tentato omicidio della signora stessa. Il secondo è l’articolo 3 che prevede la proibizione della tortura”.

In che senso tortura?

“Nel senso che le autorità italiane sono venute meno a un loro obbligo: proteggere la signora. Non lo hanno fatto pur sapendo la pericolosità della situazione in cui si trovava”.

Il terzo articolo violato dallo Stato italiano?

“E’ l’articolo 14 della Convenzione, che riguarda il ‘divieto di discriminazione’. Questo è importante perché la violenza maschile nei confronti delle donne è una violazione dei diritti umani, e questi sono delitti che trovano la loro radice culturale proprio nella discriminazione del genere femminile”.

La sua assistita, la signora Elisaveda, era prima supportata dai servizi sociali. Poi questo aiuto le è stato tolto. Cos’è successo?

“I servizi sociali non hanno ritenuto grave la situazione della signora e quindi non hanno più ritenuto di dover pagare la retta, uno sbaglio di valutazione che ha portato la signora a doversi tutelare da sola”.

Lei come si spiega che lo Stato non sia riuscito a tutelare la sua assistita?

“Il problema è il non riconoscimento di quanto sia grave e pervasivo il fenomeno della violenza maschile sulle donne. Questo significa una sottovalutazione di queste forme di violenza, della gravità dei casi e soprattutto il non applicare correttamente le leggi. E nei casi di maltrattamento, in particolare, è proprio il momento della denuncia della donna che aumenta il rischio per la sua vita, così come il momento della separazione, in seguito alla quale molte donne vengono poi uccise dal partner”.

Quindi che riflessione fa?

“E’ importante che ci sia una valutazione seria del caso, un’applicazione efficace delle leggi esistenti e poi ci deve essere il potenziamento della rete dei Centri antiviolenza per rendere effettivamente possibile l’uscita della donna dalla situazione di violenza, garantendo la sua protezione”.

Quindi più investimenti, più soldi e professionalità per i Centri antiviolenza?

“Sì, perché questi centri sono un presidio importante per le donne, perché è lì che si costruisce un percorso di libertà. Ed è li dove la violenza viene riconosciuta a differenza di altri luoghi istituzionali dove si parla ancora di conflitto. E parlare di conflitto vuol dire non riconoscere la violenza, la gravità della situazione, sottoponendo quindi le donne ai rischi di enormi conseguenze”.

Questa sentenza sarà utile ad altre donne?

“Sì, servirà a tutti e anche al nostro Paese che dovrà riflettere e rivedere quelle che sono le misure messe in atto per la prevenzione, protezione delle donne e per il sostegno ai centro antiviolenza”.

Lo Stato è stato condannato a pagare 30mila euro, una cifra molto bassa per un caso del genere. Lei cosa dice?

“Sì, non è una cifra elevata come risarcimento del danno, ma dà un segnale forte ed è simbolicamente una sentenza epocale, la prima in Italia”.

Siamo vicini allo sciopero delle donne dell’8 marzo. Perché secondo lei una donna dovrebbe aderire?

“Una donna dovrebbe partecipare a questo sciopero per dire basta alla violenza maschile sulle donne, per affermare il diritto di avere una vita libera dalla violenza. E la violenza si esplica in tante forme e attraversa tutta la vita delle donne: nel lavoro, nella famiglia, nelle discriminazioni, nella salute. Quindi le nostre vite non valgono? Allora non lavoriamo l’8marzo.  Questo è importante,questo è il messaggio importante perché riguarda tutte”.

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    Piero Bosio
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“Vogliamo giustizia per Berta Cáceres”

“Vogliamo giustizia per Berta Cáceres”. Oggi ci saranno nel mondo numerose iniziative per ricordare l’ambientalista honduregna, uccisa un anno fa, il 2 marzo del 2016. Un assassinio, diventato un caso internazionale, in cui si intrecciano potere, politica, forze armate e i potenti interessi economici delle multinazionali.

La scandalosa assenza di un’indagine efficace sui responsabili del brutale assassinio di Berta Cáceres – denuncia Amnesty International – costituisce un messaggio intimidatorio per le centinaia di persone che osano mettersi di traverso contro i potenti: se la tua azione, in favore dei diritti umani e ambientali, disturba le persone potenti sarai ucciso”.

Berta Cáceres, leader e cofondatrice del Consiglio delle organizzazioni popolari e dei popoli nativi dell’Honduras (Copinh), fu uccisa nella sua abitazione a La Esperanza, nella provincia occidentale di Intibucá. Da anni svolgeva una campagna contro la costruzione della diga di Agua Zarca, che minaccia i diritti e l’ambiente dei popoli nativi Lenca.

Il fratello di Berta ricostruì così lo spietato assassinio: “Almeno due killer sono entrati nella casa di mia sorella. Lei, sentendo i rumori, si è svegliata e ha cercato di difendersi, ma le hanno spezzato un braccio e una gamba. Poi hanno sparato otto colpi di pistola”.

Il giorno dei funerali di Berta
Il giorno dei funerali di Berta

Per quel delitto furono fermate otto persone, tra cui alcuni ex militari dell’esercito dell’Honduras e addetti della società incaricata della costruzione della centrale idroelettrica, osteggiata dal Copinh.

Ma nessuno è stato condannato e tanto meno il governo honduregno ha intenzione di andare a fondo nelle indagini. E una spiegazione la si può trovare in quello che ha rivelato, in questi giorni, The Guardian. L’autorevole quotidiano britannico ha pubblicato un’inchiesta, basata su documenti e fonti, che svela nuovi particolari sull’omicidio: “Caceres è stata uccisa da uomini dell’intelligence militare honduregna legati a squadroni della morte, uno di questi killer era stato addestrato dagli Stati Uniti”.

Il governo dell’Honduras ha sempre negato che siano coinvolti nel l’assassinio le forze armate, la polizia, servizi segreti. Resta un fatto incontrovertibile, riferisce The Guardian, citando numerosi testimoni: Berta era sotto protezione per le minacce che aveva subito. Ma il giorno della sua morte la scorta per proteggerla non c’era. La Commissione Interamericana dei Diritti Umani (Cidh) aveva stabilito per Berta Càceres l’adozione di misure cautelari precise. Doveva quindi avere protezioni speciali da parte del governo honduregno. Ma così non è stato. In sostanza, da quanto riferisce The Guardian, lo Stato honduregno ha cercato di nascondere la vera natura del delitto: le connivenze politiche tra i vertici delle grandi imprese che operano senza controllo in Honduras, l’establishment, e i militari, che emergono dall’inchiesta.

Berta Cáceres era una leader temuta dalle multinazionali e dalle banche interessate al progetto della diga.

L’ambientalista messicano Gustavo Castro Soto, direttore della Ong Otros Mundos Chiapas AC, è testimone oculare del delitto di Berta.

Gustavo Castro Soto
Gustavo Castro Soto

Castro Soto è stato intervistato due giorni fa da Altreconomia. “L’arresto degli esecutori materiali dell’assassinio non è sufficiente; continuiamo a esigere giustizia. Berta Cáceres aveva una straordinaria capacità di analisi della complessità, e sapeva leggere la condizione dei popoli indigeni in relazione al capitalismo, al debito estero, ai trattati di libero commercio, e al ruolo di strumenti e meccanismi multilaterali come l’Organizzazione mondiale del commercio”.

Berta aveva ottenuto nel 2015 il premio Goldman, uno dei più prestigiosi al mondo sui temi ambientali, per la sua collaborazione nella difesa del territorio Lenca ,dove si trova uno dei popoli più antichi del Centro America, minacciato dalla costruzione della diga del Proyecto Hidroeléctrico Agua Zarca, dell’impresa honduregna Desarrollo Energético Sociedad Anónima (DESA). Da anni il popolo Lenca denunciava la violazione del diritto all’acqua come fonte di vita e di cultura e le vessazioni e le minacce di imprese, paramilitari e governo.

Oggi, a distanza di un anno, non si conoscono ancor ai nomi dei mandanti e gli assassini non sono stati condannati.

Ogni giorno che passa senza giustizia avvicina gli ambientalisti dell’Honduras a una fine tragica. Non proteggerli significa non proteggere oltre la loro vita, le risorse naturali da cui dipende la sopravvivenza di tutti”, ha detto Amnesty International.

Dopo il brutale assassinio di Berta, altri attivisti per i diritti umani e per l’ambiente – compresi esponenti del Copinh – hanno ricevuto intimidazioni, minacce e violenze.

Sono stati 111 i militanti ambientalisti assassinati in Honduras tra il 2002 e il 2014, secondo la relazione pubblicata nel 2014 dalla ong inglese Global Witness. Molti omicidi sono avvenuti soprattutto dopo il colpo di Stato del 2009, seguito dall’impennata dei mega-progetti idroelettrici e minerari approvati.

***

Il Copinh (Consiglio Civico Organizzazioni Popolari e Indigene Honduras), di cui Berta Caceres era la leader, è stato fondato a La Esperanza nel 1993 e raccoglie 200 comunità Lenca. Ha fermato speculazioni minerarie, contribuito alla nascita di aree forestali protette, vigilato sulle violazioni dei diritti umani e promosso processi di autonomia, istituendo scuole, radio comunitarie, centri medici, antiviolenza e di formazione professionale.

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    Piero Bosio
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Kyenge: “Ius soli bloccato? Una vergogna”

Paula, Mohamed, Marwa, Youness. Sono alcuni dei nomi di quasi un milione di ragazze e ragazzi senza la cittadinanza che sono nati in Italia da genitori stranieri.

Youness, 23 anni, di origini marocchine, è nato nel nostro Paese.

Sei mesi fa parlammo con lui e ci disse: “Vorremmo che il Senato approvi subito la legge, lo Ius soli, perché stanno tenendo appesa a un filo la nostra vita. Non approvarla significa condannarci all’incertezza, all’ingiustizia”. Da allora non è cambiato nulla, lo Ius soli resta ostaggio della politica e Youness e gli altri continuano la loro battaglia con i movimenti ‘Italiani senza cittadinanza’ e ‘l’Italia sono anch’io’ che ogni martedì manifestano davanti al Parlamento.

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Siamo invisibili, dei fantasmi per lo Stato. Siamo italiani come voi, ma non abbiamo la cittadinanza perché non possediamo un documento che lo attesti”, spiegano gli ‘Italiani senza cittadinanza’.

Il testo della legge Ius soli sulla cittadinanza, approvato alla Camera a ottobre 2015, è bloccato da oltre un anno e mezzo nelle sabbie mobili del Senato, per l’opposizione dei centristi, della Lega, di Forza Italia e di Fratelli d’Italia che hanno presentato migliaia di emendamenti. Scatenata la Lega che con Salvini aveva definito lo Ius soli “una schifezza” e che oggi minaccia barricate se la legge verrà approvata.

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Cécile Kashetu Kyenge è stata ministra dell’Integrazione nel governo Letta. Oggi è parlamentare europea nel gruppo dell’Alleanza progressista di Socialisti e Democratici. Da tempo si batte per il diritto di cittadinanza, ed anche per questo è stata spesso oggetto di violenti attacchi e insulti da parte di leghisti e fascisti.
Cécile Kyenge, cosa sta succedendo sullo Ius soli?

“Questo è uno dei temi che deve unire e non dividere la politica, la società. E’ una questione di civiltà che riguarda le future generazioni. Per questo lo Ius soli è un tema che deve uscire fuori dalla strumentalizzazione della politica a caccia di voti, perché si gioca con la vita dei bambini, dei ragazzi. Non ci possono essere cittadini di serie A e di serie B. Per questo mi rivolgo anche al mio partito, il Pd”.

Il Pd deve fare di più, secondo lei?

“Il mio partito ha fatto molte cose, ma deve fare di più, ne va della sua credibilità. La credibilità si gioca anche sulla coerenza e sui valori. Questo governo ha fatto alcune buone leggi sui diritti, ma manca proprio quella dello Ius soli, una grande riforma che riguarda un milione di giovani nati in Italia, figli dell’immigrazione”.

Secondo lei il governo dovrebbe mettere la fiducia sullo Ius Soli?

“Se necessario sì, lo abbiamo fatto tante volte e non si capisce perché non dovremmo farlo su questa legge che riguarda la vita dei giovani che aspettano che gli venga riconosciuto un diritto di civiltà”.

Lei dice questo ma Matteo Salvini minaccia barricate, proteste “come i taxisti” se passasse lo Ius Soli.

“Salvini può fare tutte le barricate che vuole. Io penso che se una legge è giusta va portata avanti con tutti gli strumenti possibili e approvata. Non è un Salvini che deve spaventare una battaglia come questa. Noi dobbiamo avere il coraggio di sfidare chiunque quando siamo nel giusto, perché prima di tutto conta la vita, la dignità delle persone. E’ inaccettabile, è una vergogna che in Italia non ci sia ancora una legge sulla cittadinanza”.

Nel salutare Cécile Kyenge le chiediamo cosa ha pensato, cosa ha provato quando ha saputo delle due donne Rom che a Follonica sono state chiuse in un gabbiotto e irrise, filmate da due dipendenti della Lidl.

“Ho provato tristezza, molta tristezza, e soprattutto dolore. Non riesco a capire come si possa arrivare a queste azioni disumane. Noi oggi abbiamo bisogno di alzare lo sguardo, guardare dietro la persona, rispettando i suoi valori. Occorre una grande battaglia culturale, sconfiggendo i seminatori di paura. Provo dolore per quello che è accaduto a Follonica anche perché è una sconfitta non solo per me, ma penso per tutti”.

***

Il disegno di legge sullo Ius soli, dal latinodiritto di suolo”, è stato rinominato “ius soli temperato” in quanto non permette di diventare cittadini italiani “per nascita”,così come invece avviene, per esempio, negli Stati Uniti dove se si nasce in territorio americano si è automaticamente cittadini americani.

Questo in sintesi il testo di legge:

“I bambini figli di stranieri che nascono in Italia acquisiscono la cittadinanza se almeno uno dei due genitori “è residente legalmente in Italia, senza interruzioni, da almeno cinque anni, antecedenti alla nascita” o anche se uno dei due genitori, benché straniero, “è nato in Italia e ivi risiede legalmente, senza interruzioni, da almeno un anno”. La cittadinanza italiana verrebbe assegnata automaticamente al momento dell’iscrizione all’anagrafe. I minori nati in Italia senza questi requisiti, e quelli arrivati in Italia sotto i 12 anni – in base al testo – potranno ottenere la cittadinanza se avranno “frequentato regolarmente, per almeno cinque anni nel territorio nazionale istituti scolastici appartenenti al sistema nazionale di istruzione o percorsi di istruzione e formazione professionale idonei al conseguimento di una qualifica professionale”. I ragazzi arrivati in Italia tra i 12 e i 18 anni, infine, potranno avere la cittadinanza dopo aver risieduto legalmente in Italia per almeno sei anni e aver frequentato “un ciclo scolastico, con il conseguimento del titolo conclusivo”.

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    Piero Bosio
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Trump reprime, le banche finanziano

“O ve ne andate o scatteranno gli arresti”. Prima l’ultimatum, poi lo sgombero, con scontri e nove arresti dei nativi del campo di Standing Rock Sioux Tribe, che da sei mesi stanno bloccando il tratto di costruzione dell’oleodotto Dakota Access (DAPL). L’amministrazione Trump, come annunciato, sta portando avanti la linea dura della repressione. I nativi ora stanno preparando la marcia su Washington del 10 marzo.

Trump aveva autorizzato la conclusione dei lavori dell’oleodotto contro il quale resistono da mesi i nativi, sotto i colpi della repressione della polizia e delle guardie private, con oltre 200 arresti e numerose violenze. È stato documentato l’uso di proiettili di gomma, di elicotteri e di potenti riflettori per illuminare a giorno gli accampamenti e impedire il sonno. E poi ancora episodi di detenzione di persone in cucce per cani e maltrattamenti durante gli arresti, nonché l’uso di idranti, con temperature ben al di sotto dello zero, che hanno gelato i nativi.

La polizia poco prima dello sgombero a Standing Rock - 22 febbraio 2017
La polizia poco prima dello sgombero a Standing Rock – 22 febbraio 2017

L’ultimo tratto dell’oleodotto (alcuni chilometri) attraversa i terreni sacri per la nazione Lakota, le vaste pianure all’interno della riserva indiana di Standing Rock, quella in cui fu ucciso Toro Seduto. Ma soprattutto le tubature – che avranno una capacità massima di 550 mila barili di greggio al giorno – passeranno sotto il fiume Missouri e le acque del lago Oahe, con il rischio reale di una contaminazione delle falde acquifere.

I nativi si preparano all'arrivo della polizia - 22 febbraio 2017
I nativi si preparano all’arrivo della polizia – 22 febbraio 2017

E mentre Trump reprime le tribù raccolte a Standing Rock Sioux Tribe – “violando diritti fondamentali”, come ha denunciato Amnesty International – le banche continuano a finanziare il mega oleodotto, tra queste anche la più importante in Italia: Intesa San Paolo.

Greenpeace ha avviato una campagna per chiedere alle banche di ritirare i finanziamenti al DAPL. Andrea Andrea Boraschi è il responsabile Campagna Clima ed Energia – Greenpeace Italy: “Ora più che mai, dopo l’intervento repressivo contro Standing Rock Sioux Tribe occorre che le banche che finanziano il progetto facciano una scelta. Non possono finanziare un progetto che reprime i diritti, danneggia l’ambiente e non rispetta la minoranze. Il tempo è scaduto. La banche che sostengono il Dakota Access Pipeline deve fare ora una scelta”.

I finanziamenti delle banche al Dakota Access
I finanziamenti delle banche al Dakota Access

Intanto Greenpeace ha compiuto, il 16 febbraio, una prima clamorosa protesta: quella contro la sede della banca ING, ad Amsterdam. Venti attivisti hanno installato un tubo di grande portata, lungo venti metri, fin dentro all’ingresso della sede principale del gruppo ING per rappresentare chiaramente l’impatto dell’opera, dell’oleodotto che si vorrebbe realizzare.

Greenpeace ha anche scritto una lettera a Intesa San Paolo chiedendo se intende continuare a finanziare l’oleodotto. “Ma sino a ora – spiegano gli ambientalisti – da parte della banca italiana c’è un “silenzio assordante”.

Radio Popolare ha chiesto a Intesa San Paolo un’intervista. Ci è stato mandata invece una nota scritta che trovate in fondo a questo articolo. Nella nota si dice, tra l’altro, che “Intesa San Paolo conferma il suo impegno a seguire da vicino e con la massima attenzione i risvolti sociali e ambientali legati al finanziamento del Dakota Access Pipeline – in particolare il rispetto dei diritti umani”.

Andrea Boraschi, voi di Greenpeace chiedete a Intesa San Paolo, e alle altre banche, di fare un passo indietro, di ritirare i finanziamenti al Dakota Access. Perché?

“Perché è un progetto distruttivo. Parliamo di violazione dei diritti umani di una comunità, di gravi rischi per l’ambiente in quanto l’oleodotto attraversa un’area con risorse idriche importanti, che servono17 milioni di persone. E poi se continuiamo a costruire infrastrutture per le fonti fossili il clima non lo salveremo mai”.

Voi avete scritto a Intesa San Paolo per chiedere se intende continuare a finanziare il DAPL. Avete avuto risposte, impegni?

“No. Ci hanno detto che stanno valutando. Allora per incrementare la pressione abbiamo avviato una petizione online dal titolo ‘Trump vuole l’oleodotto. Intesa lo finanzia, tu che da parte stai?‘”. (Nella petizione si dice: “Il silenzio di Intesa è assordante. Unisciti a noi! Difendi la terra dei Sioux dal businnes senza scrupoli delle banche”, ndr).

Quindi il vostro messaggio a Intesa?

“Chi gestisce il patrimonio di milioni di risparmiatori non può derogare dall’investire in modo etico e responsabile, e finanziare questo progetto, il Dakota Access, non è né etico, né responsabile”.

Lei dice questo ma Intesa San Paolo ribadisce che agisce nel rispetto del suo codice etico e degli standard internazionali, dei diritti umani.

“Ma guardi, sono stati testimoniati, documentati dai media internazionali la pesante violazione, la repressione dei diritti umani dei nativi, episodi ripetuti di violenza. E poi quelle comunità hanno dei diritti di sovranità sui territori riconosciuti dai trattati richiamati anche davanti all’Onu”.

Intesa San Paolo sostiene che l’attenzione al territorio è parte integrante del suo operare. Cosa risponde?

“Rispondo che se una banca ha un codice etico, di tutela dei diritti e del territorio e poi questo non le impedisce di finanziare un progetto del genere, allora vuol dire che quei codici sono inefficaci, deboli.

Intesa ha annunciato un indagine su quello che sta accadendo a Standing Rock, ma dovevano farlo ben prima, ora il tempo corre e avete visto come si sta muovendo Trump, con lo sgombero. E non si fermerà, farà di tutto per garantire l’industria fossile americana”.

Intesa sostiene che comunque la sua “esposizione nel DAPL è contenuta”. Lei cosa dice?

“Il suo investimento è contenuto solo se lo confrontiamo con altri investitori. In realtà si tratta di 339 milioni di dollari, cifra sino a oggi non smentita”.

Che messaggio vuol mandare al presidente del Consiglio di Ammistrazione di Intesa San Paolo, Gian Maria Gros-Pietro?

“Intesa deve darsi un codice, uno standard etico e ambientale di utilizzo dei fondi di cui dispone, che sono in larga misura anche di tantissimi correntisti, risparmiatori italiani, molto alto. Credo sia un pessimo business per un gruppo come Intesa aver investito in un progetto così controverso. Noi faremo di tutto per informare anche i clienti della banca di come vengono usati i loro soldi. Auspichiamo quindi un ravvedimento rapido dei vertici della banca”.

***

Questo il testo che Intesa San Paolo ci ha inviato.

“Intesa Sanpaolo, nonostante la sua esposizione in questo progetto sia contenuta, conferma il suo impegno a seguire da vicino e con la massima attenzione i risvolti sociali e ambientali legati al finanziamento del Dakota Access Pipeline – in particolare il rispetto dei diritti umani – in coerenza con i principi espressi nel suo Codice Etico e con gli standard internazionali in campo sociale e ambientale a cui aderisce (innanzitutto gli Equator Principles e il Global Compact delle Nazioni Unite).Consapevole delle proteste in corso, Intesa Sanpaolo si è unita al gruppo di istituzioni finanziarie che ha commissionato a un esperto indipendente specializzato in diritti umani un’analisi delle politiche e delle procedure adottate dai promotori del progetto in materia di sicurezza, diritti umani, coinvolgimento della comunità e patrimonio culturale. A seguito di tale riesame, l’esperto fornirà, nel caso, raccomandazioni per il miglioramento delle politiche e procedure nel proseguimento del progetto. Le istituzioni finanziarie, certe dell’attenta considerazione di questo delicato caso da parte delle Autorità statunitensi e del coinvolgimento dei governi tribali da parte delle Autorità, ritengono che i promotori esamineranno e terranno in considerazione tali raccomandazioni.Per Intesa Sanpaolo l’attenzione verso il territorio non data da oggi ma è parte integrante e consuetudinaria della sua business conduct, come indicato nel Codice Etico e testimoniato dall’ampio programma di interventi a favore delle comunità in cui opera.”

***

Le foto pubblicate sono dell’Agenzia Reuters

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    Piero Bosio
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“Continuerò a battermi per aiutare i migranti”

Ora potrò continuare ad agire per alleviare le sofferenze dei migranti. Non saranno di certo le minacce di un prefetto o gli insulti di qualche politico a fermarmi. Continuerò,perché è necessario continuare”.

Sono le parole di Cédric Herrou poco dopo la sentenza del Tribunale di Nizza che lo ha condannato a pagare 3000 euro di multa, con la condizionale, per aver aiutato alcuni profughi ad attraversare il confine tra l’Italia e la Francia e non “essersi accertato del loro status irregolare “.

Al contadino francese ,che ‘semina umanità’, è stata inflitta una pena quasi simbolica, tanto che il suo avvocato ha detto: “è un verdetto giusto, la multa di 3000 euro rende evidente che Herrou ha agito per motivi esclusivamente umanitari”.

Herrou è soddisfatto della sentenza, ma avverte:

La mia vera vittoria ci sarà quando non dovrò più fare questo e occuparmi dei miei campi. Per questo chiedo che i politici si assumano le proprie responsabilità, affrontando il dramma dei migranti, in particolare dei minori che vengono respinti dalla Francia”.

Herrou è stato invece assolto dall’accusa di aver occupato insieme a una cinquantina di eritrei una struttura dismessa delle ferrovie dello stato francesi e di aver favorito il movimento e la residenza di migranti irregolari in Francia. Gli imputavano il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina per aver aiutato duecento migranti ad attraversare la frontiera e per aver dato da mangiare e da bere a 57 di loro.

La Procura di Nizza aveva chiesto per Herrou una condanna a 8 mesi con la condizionale, il sequestro del suo furgone con cui trasportava i migranti, e una restrizione dell’uso della patente.

Ora Herrou è determinato a continuare la sua azione umanitaria.

cedrci con africano

Cédric Herrou, contadino francese di 37 anni, da tempo aiuta a entrare in Francia, per motivi umanitari, i migranti sprovvisti di permesso di soggiorno. E il suo è ormai un caso politico, che ha superata i confini francesi, ne aveva parlato anche il New York Times.

Già due anni fa era stato sorpreso alla guida della suo vecchio furgone con alcuni migranti eritrei. Il caso non aveva avuto un seguito giudiziario in quanto il giudice aveva valutato che Herrou non lo aveva fatto per soldi ma come atto umanitario, dunque non l’azione di un passeur, di chi con il pagamento di denaro, fa passare clandestinamente il confine.

Herrou vive nella valle della Roja, una zona al confine tra la Francia e l’Italia, ad alcuni chilometri da Ventimiglia, dove si mantiene con la vendita dei prodotti della sua terra: uova, olio, olive, verdure. Nella valle tutti sanno cosa fa per aiutare i migranti, molti lo sostengono.

Da quando la Francia ha chiuso la via d’ingresso di Ventimiglia sempre più migranti tentano di evitare il blocco passando per le montagne o altre vie, attraverso la valle della Roja. Herrou li aiuta, li accompagna, dà loro cibo e vestiti. Per questo era stata chiesta per lui la condanna per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

“Lo so che la legge è contro di me, contro quello che sto facendo per aiutare le persone in difficoltà, ma allora cambiamo questa legge – aveva detto Herrou – Le leggi devono essere fatte perché la società vada bene e la gente possa vivere insieme in armonia”.

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Il caso di Cédric Herrou ha riportato in primo piano i cosiddetti ‘reati di solidarietà’, che nascono da una norma europea del 2002 che prevede sanzioni contro chi accompagna, aiuta i profughi nel viaggio attraverso i confini dell’Unione. Una norma che mette sullo stesso piano scafisti e operatori umanitari. I casi dei ‘delitti solidali’ si moltiplicano, da Como a Calais, spiega in un articolo su Altraeconomia Ilaria Sesana che racconta diverse storie, tra cui quella italiana di Como. Un questione, quella dei reati di solidarietà, che un buona politica dovrebbe affrontare e risolvere.

Herrou promette che continuerà la sua battaglia. Il contadino francese ha sempre sostenuto che tutto quello che sta facendo è per aiutare i migranti che fuggono da guerra, repressione, fame, e tra loro molti minori, persone che lo Stato, dopo aver chiuso la frontiera, lascia al suo destino.

“Non è che mettendo in prigione me si risolve il problema- aveva detto nel primo processo a Nizza- il problema sono le donne, gli uomini che soffrono e non hanno voce. La democrazia ci impone di uscire per le strade e guardare negli occhi le persone che ci sono accanto e aiutarle anche quando non lo conosciamo”.

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    Piero Bosio
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“No al bullismo. Io non ho più paura”

Mi chiamo Flavia, ho 18 anni e sono al quinto anno del liceo delle scienze umane”. Inizia così il racconto, la riflessione di Flavia Rizza (nella foto di copertina), che è stata in passato vittima prima del bullismo, poi del cyberbullismo. Una ragazza che ha sofferto, ma che si è ribellata e ha vinto la sua battaglia. Ed è anche diventata un’importante testimonial.

E’ lei stessa a raccontarlo in una lettera a Skuola.net, in cui ripercorre quello che ha subìto e come lo ha affrontato: “Vado in giro per l’Italia con la Polizia di Stato per raccontare la mia storia di ragazza vittima che ha parlato con qualcuno per farsi aiutare. Non vi dico che sia facile perché direi una bugia, ma se mai iniziate mai arrivate. Il mio consiglio è quello di parlare. Parlate se subite bullismo o cyberbullismo oppure parlate se assistete o siete a conoscenza di questi atti. Io oggi non ho più paura dei miei bulli e sto bene per il semplice fatto di essere unica e irripetibile proprio come ognuno di voi”.

Ma se Flavia ha vinto la sua battaglia, Carolina non ce l’aveva fatta, a conferma di quanto il bullismo sui social possa essere molto pericoloso. A 14 anni, nel gennaio del 2013, si uccise a Novara dopo essere stata vittima, per mesi, di insulti sulla rete. Prima di morire aveva scritto un biglietto con le motivazioni del suo gesto, per far sì che non accadesse più a nessuno.

Per Carolina tutto era iniziato per un ragazzo che, dopo la fine della relazione, aveva cominciato a offenderla crudelmente sui social. Un video, girato con un cellulare, da altri tre giovanissimi, in cui Carolina compariva in atteggiamenti intimi, era stato fatto circolare su whatsapp. Settimane di ingiurie, sberleffi, parole infamanti. Un peso insopportabile per la quattordicenne.

Il papà di Carolina, Paolo Picchio, pochi giorni fa a Genova, durante il convegno “Parlare di sexting a scuola. Un fenomeno da monitorare” si era rivolto ai giovani con parole chiare: “Alle vittime di cyberbullismo dico: parlatene con qualcuno, non isolatevi e recuperate la vostra autostima. Serve informazione per riconoscere il fenomeno perché le vittime sono colpite nella mente e non nel corpo e spesso famiglia e scuola non se ne accorgono”.

Il sexting (sex+texting) è la condivisione attraverso strumenti multimediali di immagini o video a contenuto sessuale, un fenomeno in crescita tra i giovani: un adolescente su quattro lo ha praticato la prima volta in un’età compresa tra gli 11 e i 12 anni.

Il quadro è allarmante. Secondo la Polizia postale almeno due ragazzi su tre sono stati coinvolti direttamente o indirettamente in episodi di cyberbullismo. I ragazzi passano molte ore sui social.

Una ricerca sullo hate speech (incitamento all’odio) in rete realizzata da Skuola.net e l’Università degli Studi di Firenze rivela che il 40 per cento dei ragazzi tra i 14 e i 18 anni, trascorre online, in media, più di 5 ore al giorno. Whatsapp si conferma il gigante degli scambi social fra gli adolescenti (80,7%), seguito da Facebook (76,8%) e Instagram (62,1%).

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Ora un primo importante passo in avanti per contrastare il cyberbullismo è stato fatto, ma non è ancora conclusivo. Il Senato ha votato, a fine gennaio, il disegno di Legge per la prevenzione e il contrasto del bullismo e del cyberbullismo. Ora però deve avere il via libera finale della Camera.

Il testo votato è stato modificato, tornando a quello originario centrato solo sui minori e quindi sulla prevenzione. Tutte le forze politiche hanno votato a favore, tranne Gal che si è astenuto perché – ha detto il senatore Giovanardi – non è stato eliminato il “riferimento alle tematiche di genere per le associazioni che partecipano al tavolo tecnico per la prevenzione del cyberbullismo”.

Il disegno di Legge varato dal Senato prevede sostanzialmente misure di prevenzione e di educazione nelle scuole sia per le vittime, sia per i ‘bulli’.

Tra le novità: la definizione del fenomeno e la possibilità, per il minore (anche senza che il genitore lo sappia) di chiedere direttamente al gestore del sito l’oscuramento o la rimozione della ‘cyber aggressione’. Nel caso in cui il gestore ignori l’allarme, la vittima, stavolta con il genitore informato, potrà rivolgersi al Garante per la Privacy che entro 48 ore dovrà intervenire.

La legge istituisce, tra l’altro, un tavolo interministeriale presso la Presidenza del Consiglio con il compito di coordinare i vari interventi e di mettere a punto un Piano integrato contro il bullismo via web. E stabilisce la ‘procedura di ammonimento’ come nella legge anti-stalking: il bullo, con età superiore ai 14 anni, sarà convocato dal Questore, insieme ai genitori.

Ogni scuola dovrà individuare tra i professori un addetto al contrasto e alla prevenzione del cyberbullismo, che potrà avvalersi della collaborazione delle forze di polizia.

BULLISMO FOTO 2 STOP BULLYNG

L’approvazione della legge al Senato avviene a pochi dalla giornata mondiale per la sicurezza in Rete, istituita dalla Commissione europea, che si tieneil 7 febbraio. Lo slogan è ‘Be the change: unite for a better internet‘ (Siate il cambiamento: uniamoci per un Internet migliore).

L’iniziativa si svolge in contemporanea in oltre 100 nazioni. In concomitanza, quest’anno, si terrà in Italia la prima giornata nazionale contro il bullismo e il cyberbullismo a scuola dal titolo “Un Nodo Blu – le scuole unite contro il bullismo”. Una giornata promossa dal ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca nell’ambito del Piano nazionale contro il bullismo.

***

Grazie a Flavia Rizza per l’utilizzo della sua lettera

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    Piero Bosio
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L’Assocazione vittime: “I condannati si dimettano”

“Lo Stato faccia in modo che Moretti e Margarita si dimettano dalle società”. Lo ha detto Marco Piagentini, il presidente dell’Associazione ‘Il mondo che vorrei’, a nome di tutti i familiari delle 32 vittime della strage di Viareggio.

Parole che arrivano all’indomani della sentenza del Tribunale di Lucca che ha condannato, tra i 33 imputati, gli ex amministratori delegati di Rete ferroviaria italiana-Rfi, Mauro Moretti a sette anni di reclusione, Mario Michele Elia a sette anni e sei mesi e il dirigente di Rfi Giulio Margarita a sei anni e mezzo.

Noi chiediamo le dimissioni di chi ancora oggi è dentro le aziende di Stato”, ha aggiunto Piagentini. “Con la sentenza di primo grado moralmente è inaccettabile per noi familiari che loro siano ancora a guidare questo Paese in società pubbliche molto importanti”.

Mauro Moretti però non sembra affatto intenzionato a dimettersi dal suo ruolo di amministratore delegato di Leonardo-Finmeccanica, un incarico che scade a maggio. Moretti tira dunque dritto e il suo avvocato Armando D’Apote, ha espresso il suo pensiero: “Scandaloso l’esito del processo e rilevo il frutto del populismo che trasuda dalla sentenza”.

moretti

I familiari delle vittime della strage hanno risposto a muso duro a queste affermazioni dell’avvocato di Moretti.

“Vergognoso e offensivo il commento dell’avvocato di Moretti che ha definito la sentenza ‘populista’”, ha tuonato in conferenza stampa Piagentini. Chiediamo – ha aggiunto – che venga tolta a Moretti l’onorificenza di Cavaliere del Lavoro”.

Poi l’amarezza: “Noi abbiamo perso comunque e sempre – ha detto Piagentini – noi abbiamo perso i nostri cari”.

Ora sulla sentenza incombe il rischio prescrizione.

Non a caso il presidente Piagentini ha voluto essere molto chiaro: “La nostra battaglia continua per la revisione dell’istituto della prescrizione. Nel caso specifico, chiediamo a tutti i condannati, nell’interesse della ricerca della verità, di rinunciare alla prescrizione”.

Il rischio della prescrizione riguarda in particolare l’incendio e le lesioni, mentre il disastro colposo e l’omicidio plurimo colposo sono reati garantiscono un orizzonte temporale processuale più ampio: il primo si prescrive in 10 anni (nel giugno del 2019), il secondo in 15 (nel giugno del 2024).

Continueremo la nostra battaglia– hanno ribadito i familiari delle vittime-il nostro dolore non va in prescrizione”.

Poi Piagentini ha concluso con una riflessione su tutti questi anni, da quel maledetto 29 giugno 2009, quando esplose il treno merci, provocando una strage con 32 morti,136 persone con lesioni gravi, 6 con lesioni gravissime.

strage viareggio

“Per 140 udienze – ha detto il presidente dell’Associazione – siamo stati in silenzio. La sentenza dice che i vertici delle Ferrovie sono stati condannati. Viareggio non è un ‘cigno nero’, una casualità. Avevano le competenze e i mezzi e la tecnologia per evitare quella strage. Per noi questo conta. Fra 90 giorni capiremo le motivazioni della sentenza. Ma andremo in Appello. Questo è certo. Si chiude una prima fase, ma la nostra battaglia continua”.

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    Piero Bosio
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Un tesoro minacciato dai petrolieri

Alla foce del Rio delle Amazzoni, dove il fiume si mescola all’oceano Atlantico, è stato individuato un nuovo tesoro naturale: una barriera corallina nascosta sui fondali, dove nessuno la credeva possibile. La luce quasi non riesce a raggiungerla, perché lo specchio d’acqua che la sovrasta è composto dalle torbide acque trasportate dal fiume. Gli scienziati escludevano che in questo contesto si potesse sviluppare un ecosistema. Invece ci sono gorgonie, alghe rosse, 73 specie di pesci, aragoste, stelle marine, rodoliti (simili a coralli) e spugne enormi.

Un ecosistema oggi messo in pericolo da alcune grandi compagnie petrolifere come Total e Bp.

Amazon ReefCorais da Amazônia

“Mi sento come qualcuno tornato da un altro pianeta”, ha detto lo scienziato Francini Filho dell’Università brasiliana di Paraiba. È stato il primo a scendere in profondità, con un sommergibile, insieme al direttore della campagna per gli oceani di Greenpeace Usa, John Hocevar.

Il 27 gennaio hanno scattato le prime immagini sottomarine della barriera corallina (che qui pubblichiamo grazie a Greenpeace). Un ecosistema unico, che si estende per 9mila e 500 chilometri quadrati, tra la Guyana francese e lo Stato brasiliano di Maranhão. Il ritrovamento della barriera è stato descritto in un articolo sulla rivista Science Advances.

Amazon ReefCorais da Amazônia

“Una barriera corallina – denuncia Greenpeace – minacciata da progetti di ricerca di idrocarburi che potrebbero partire qualora il governo brasiliano dovesse concedere le autorizzazioni per le trivellazioni, richieste da potenti multinazionali petrolifere, tra cui la francese Total e la britannica British Petroleum-Bp”. Secondo alcune stime, sotto questi mari, ci sarebbero tra i 15 e i 20 miliardi di barili di idrocarburi.

La ricerca di idrocarburi – sostiene Greenpeace – porrebbe tutta l’area sotto pericolo costante. Il punto più a nord dello Stato brasiliano di Amapà, il Cape Orange National Park, ospita il più grande ecosistema continuo di mangrovie e “non c’è tecnologia capace di ripulire un tale ecosistema da eventuali sversamenti di petrolio”.

In questa regione vivono lamantini (mammiferi acquatici), tartarughe gialle, delfini e lontre di fiume.

I rischi per l’intera area sono dunque elevati. “Dobbiamo difendere il reef (barriera corallina, ndr) e l’intera regione alla bocca del bacino del Rio delle Amazzoni dall’avidità delle multinazionali che pongono i loro profitti prima dell’ambiente”, dice Giorgia Monti, responsabile campagna mare di Greenpeace.

La cartina dell'area dove è stata scoperta la barriera corallina
La cartina dell’area dove è stata scoperta la barriera corallina

Giorgia Monti, che cosa vi ha più colpito di quello che avete visto, durante le esplorazioni sottomarine?

“Sicuramente la ricchezza di biodiversità: nonostante le forti correnti e l’acqua torbida, coralli e altri organismi dai bellissimi colori riescono a crescere e proliferare per migliaia di chilometri quadrati al largo della foce del Rio delle Amazzoni”.

Perché questo sistema corallino è importante?

“Per due motivi. Primo, perché le sue condizioni uniche potrebbero portare all’acquisizione di nuove importanti conoscenze per gli scienziati sia sulla capacità di fare fotosintesi in presenza di così poca luce sia su eventuali specie nuove. Secondo, perché è molto importante per il benessere economico della comunità dei Quilombolas, che pescano nella zona costiera amazzonica”.

Total e Bp, vorrebbero avviare esplorazioni petrolifere nell’area in vista di possibili trivellazioni. Che effetti potrebbero avere queste trivellazioni, se concesse dal governo brasiliano?

“Gravissimi, sia per l’impatto stesso delle eventuali operazioni di ricerca che in caso di possibili trivellazioni. La ricerca di idrocarburi porrebbe questa area sotto un pericolo costante: anche il minimo sversamento sarebbe una catastrofe per questo fragile ecosistema e per le coste. Il punto più a nord dello Stato brasiliano di Amapà, il Cape Orange National Park, ospita il più grande ecosistema continuo di mangrovie e non c’è tecnologia capace di ripulire un tale ecosistema da eventuali sversamenti di petrolio. Inoltre, i rischi legati ad operazioni simili in un ambiente come la bocca del bacino del Rio delle Amazzoni sono accresciuti dalle forti correnti e dai detriti che il fiume porta con sé”.

Sarà dura opporsi a Total e Bp, visto che si stima che ci siano quasi 20 miliardi di barili di idrocarburi, un business enorme, con vantaggi anche per le casse del Brasile.

“In realtà per questo tipo di economie non vi è futuro. Lo stesso presidente brasiliano Michel Temer, dopo aver ratificato l’accordo di Parigi, ha dichiarato che contrastare i cambiamenti climatici è un obbligo per tutti i governi. Se l’impegno del Brasile è davvero serio, deve impedire che si estragga fino all’ultima goccia di petrolio mettendo a rischio l’ecosistema marino e il clima. Solo investendo in rinnovabili e tutela ambientale potremo garantire un futuro alle nuove generazioni”.

Quindi qual è il vostro appello al governo brasiliano e all’opinione pubblica internazionale?

“Il governo brasiliano si è impegnato a rispettare i target internazionali e a investire in energia pulita. Deve quindi bloccare ogni progetto di sfruttamento di vecchie fonti fossili, soprattutto se in aree così sensibili. Dobbiamo difendere il reef e l’intera regione alla bocca del bacino del Rio delle Amazzoni dall’avidità delle multinazionali che pongono i loro profitti prima dell’ambiente”.

Immersione di Greenpeace alla foce del Rio delle Amazzoni
Immersione di Greenpeace alla foce del Rio delle Amazzoni
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    Piero Bosio
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La lotta dei Sioux continua, a testa alta

“Vi esortiamo a sostenerci, con ogni mezzo, contro la decisione di Donald Trump. Stiamo uniti e non cadremo. Continueremo la nostra lotta, a testa alta, per difendere l’acqua pulita, per contrastare i rischi ambientali e proteggere i territori sacri”. E’ questa la prima risposta dei Sioux-Dakota alla sfida, alla dichiarazione di “guerra” di Trump ai nativi.

Il presidente degli Stati Uniti ha firmato l’ordine esecutivo che sblocca i progetti di due grandi oleodotti. Uno è appunto il Dakota Access (Dapl), quello che se attuato violerà la riserva di Standing Rock passando per terre sacre dei Sioux, col rischio di contaminarne le acque potabili e il fiume Mississippi.

L’altro è il Keystone XL, il contestato megaoledotto del consorzio Transcanada, progettato per trasportare 800mila barili di petrolio al giorno dal Canada alle raffinerie di Texas e Louisiana, attraversando l’America.

Il Dakota Access è un oleodotto da 3,8 miliardi di dollari della Energy Transfer Partners (di cui Trump è azionista) che era stato bloccato da Obama a fine 2016, dopo mesi di proteste e dure lotte dei nativi e di decine di tribù, con migliaia di ambientalisti al loro fianco, ex militari compresi, che facevano da scudi umani. Polizia e guardie private avevano attaccato i nativi con proiettili di gomma, idranti, cani, spray urticanti. C’erano stati più di 200 arresti.

dakota oggi a cavallo

La decisione di Trump era attesa ed era stata anticipata dal suo portavoce a dicembre 2016, dopo una prima vittoria dei nativi che avevano bloccato il progetto dell’oleodotto.

Ora i Sioux sono pronti a un nuova battaglia. Così hanno risposto al presidente degli Stati Uniti:

“Trump ha annunciato un ordine esecutivo sulla Dapl; non solo viola la legge, ma viola i trattati tribali. Nulla ci dissuaderà dalla nostra lotta per l’acqua pulita. Prenderemo le opportune azioni legali, e continueremo a batterci senza sosta. Vi esortiamo a lottare e supportarci con tutti i mezzi nella nostra lotta contro il gasdotto che pone rischi ambientali gravi. Vi chiediamo inoltre di contattare i vostri rappresentanti al Congresso e far loro sapere che le persone non accettano la decisione. Stiamo uniti e non cadremo”.

dakota defende the sacred

Si prospetta dunque un braccio di ferro lungo e molto duro. A Trump le questioni ambientali non interessano, visto che ha sostenuto di non credere al surriscaldamento globale e ha affermato che oggi “l’ambientalismo è fuori controllo”. Emblematica poi la nomina di Rex Tillerson, ex amministratore delegato del colosso Exxon Mobile, a Segretario di Stato. E come se non bastasse un soddisfatto Trump ha detto “costruiremo questi nuovi oleodotti con acciaio americano”, mentre siglava l’ordine esecutivo di attuazione dei progetti dei due oleodotti davanti ai fotografi.

dakota trump firma

Ovviamente soddisfatte le compagni petrolifere. Jack Gerard, presidente dell’American Petroleum Institute: “Siamo contenti di constatare che il nuovo corso dell’amministrazione Trump riconosce l’importanza delle infrastrutture energetiche e torna a imporre la legge permettendo di terminare i lavori già iniziati”. La guerra è già cominciata.

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    Piero Bosio
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“Presidente, vorrei morire senza soffrire”

Immerso in una notte senza fine. Il 13 giugno 2014 sono diventato cieco e tetraplegico a causa di un incidente in macchina. Non ho perso subito la speranza però. In questi anni ho provato a curarmi, anche sperimentando nuove terapie. Purtroppo senza risultati. Da allora mi sento in gabbia. Non sono depresso, ma non vedo più e non mi muovo più… Vorrei poter scegliere di morire, senza soffrire”.

Sono alcune delle parole di Fabiano Antoniani, contenute nel video-appello al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

Fabiano, prima dell’incidente, era un uomo che amava la musica (per gli amici era dj Fabo), lo sport, l’avventura. Viaggiava spesso con la sua fidanzata Valeria, a cui era ed è profondamente legato. Si erano poi trasferiti in India.

Oggi Fabo, a 39 anni, non è più protagonista di serate musicali, di viaggi, non salta più sulla moto con Valeria, o fa il motocross, non si tuffa in mare, non ride e scherza con gli amici, bevendo una birra. Oggi Fabo fa fatica a parlare, è diventato cieco, non si muove più, è immobilizzato nel letto, fa molta fatica a esprimersi.

Per questo si è rivolto al capo dello Stato: “Signor Presidente della Repubblica, vorrei poter scegliere di morire, senza soffrire. Ma ho scoperto di aver bisogno di aiuto, sappiamo che non spetta a lei approvare le leggi, ma le chiediamo di intervenire affinché una decisione sia presa. Per lasciare ciascuno libero di scegliere fino alla fine”.

La proposta di legge sull’eutanasia, promossa dall’associazione Luca Coscioni, è ferma in parlamento da tre anni. Da qui l’appello di Fabiano a Mattarella, un video di due minuti, affidato alla voce della sua fidanzata Valeria.

[youtube id=”oNIjhBtUX-s”]

Fabiano spiega di non sentirsi depresso, ma ingabbiato in una condizione che potrebbe durare anni. Per questo ha chiesto aiuto all’associazione Luca Coscioni che si batte per i diritti civili dei cittadini, in ogni periodo della loro vita, e per l’eutanasia.

Fabiano Fabo Antoniani prosegue la battaglia di Piergiorgio Welby, anche se le condizioni sono diverse: Welby era stato colpito dalla distrofia muscolare da molti anni. Fabo invece è diventato cieco e tetraplegico dopo un incidente. Il caso Welby, che divise l’Italia, si concluse a fine 2006 con l’aiuto dei medici e di Marco Cappato dell’associazione Luca Coscioni. Piergiorgio venne aiutato a morire. Poi ci fu la vicenda dolorosa di Eluana Englaro. Morì nel 2009, dopo anni di coma. E oggi il caso di Fabiano ripropone la questione dell’eutanasia legale.

Ne abbiamo parlato con Mina Welby, vedova di Piergiorgio.

Lei cosa ha pensato quando è venuta a conoscenza del caso di Fabiano?

“Mi mi sono sentita fiondata indietro di dieci anni, soprattutto quando ho ascoltato Fabo pronunciare con fatica, nel video, l’ultima parola “grazie Sergio” (Mattarella, ndr). Questo mi ha commosso, mi ha ricordato Piergiorgio che aveva difficoltà a parlare, e Fabiano è in condizioni veramente terribili”.

Mina Welby, lei mi diceva che Fabiano è in condizioni di “vita non vita”.

“Lui non è moribondo, lui è in una notte tetra di morte: non vede, può solo sentire, non può parlare, non si può esprimere, non si può muovere, mettiamoci un po’ in queste condizioni di ‘vita non vita’. Vorrei chiedere solo questo”.

Fabiano ha chiesto di voler scegliere di morire, senza soffrire, con l’eutanasia.

“Sì, e anch’io faccio un appello al presidente della Repubblica di sostenere questa richiesta di Fabiano. So che molte persone sono contrarie a questa parola, eutanasia, ma c’è bisogno di un medico accanto a un malato in queste condizioni, un medico che sappia come portare avanti un cura, una terapia, e dire a un certo punto: ‘Sì, hai ragione, adesso basta ti aiuto a morire’. Ci vuole una legge che aiuti queste persone”.

Mina Welby e Beppino Englaro
Mina Welby e Beppino Englaro

L’associazione dei Radicali Luca Coscioni (la vita di Luca fu segnata dalla sclerosi laterale amiotrofica che lo ha portato alla morte nel 2006, a soli 38 anni) sta sostenendo la scelta di Fabiano per l’eutanasia legale. Filomena Gallo è la segretaria nazionale dell’associazione.

Cosa pensa della scelta di Fabiano?

“Fabiano ha voluto esprimere il suo amore per la vita, e il suo tentativo di superare lo stato in cui è precipitato, dopo l’incidente che lo ha reso cieco e tetraplegico”.

Fabiano, attraverso la fidanzata Valeria, ha fatto un video appello al capo dello Stato. Lei che riflessione fa?

“Sentire le parole di Fabiano, attraverso la fidanzata, mi fa pensare che ci sono eventi nella nostra vita che nessuno immagina e la nostra vita può cambiare e per questo il testamento biologico, la possibilità per una persona come Fabo, capace di intendere e volere, di potere ricorrere alle eutanasia se vuole, è importante perché dà la possibilità di vivere in un Paese in cui le libertà individuali siano riconosciute e tutelate”.

Che cosa chiede Fabiano?

“Chiede a Mattarella che in Italia l’eutanasia sia legale, e lo fa con noi , con l’associazione Luca Coscioni che da anni ci battiamo, da Piergiorgio Welby in poi, e abbiamo portato avanti le richieste in parlamento, sino a depositare, nel 2013, una legge di iniziativa popolare affinché ci sia una legge sull’eutanasia”.

Risponda però a chi sostiene che la vita è sacra, ed è contrario all’eutanasia.

“Rispondo che c’è libertà di scelta. Io posso decidere per me, ma non mi sognerei di imporre agli altri la mia volontà. Vorrei ricordare che siamo in un Paese laico,con libertà di scelta, che viene riconosciuta anche dalla nostra Carta costituzionale. Non vorrei che fossero i giudici a colmare un vuoto perché c’è una classe politica che non vuole assumersi le proprie responsabilità”.

A che punto è il tema dell’eutanasia in parlamento?

“Nel 2016 il parlamento ha calendarizzato l’ eutanasia per il marzo 2016, poi il testo è stato sdoppiato, trattando anche il testamento biologico. Oggi, siamo a un testo unificato che andrà al voto il 31 gennaio. E’ un passo in avanti. Noi però chiediamo che ci sia la legalizzazione dell’eutanasia, per una buona morte, senza essere obbligati ad andare all’estero. E poi la legge tutela tutti. Nessuno sarà mai obbligato a fare qualcosa che non vuole”.

Sarà molto difficile avere una legge sull’eutanasia.

“Sì, la strada è in salita, ci sono molti emendamenti per bloccare il testo in discussione. Non sarà facile avere a breve una legge, ma noi continueremo a batterci”.

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    Piero Bosio
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Messico: l’assassinio di Isidro Baldenegro

Gli hanno sparato diversi colpi di pistola, colpendolo al petto e alle gambe.

Isidro López Baldenegro, 51 anni, è stato ucciso domenica scorsa, crivellato dai proiettili, vicino alla comunità di Coloradas de la Virgen, nello stato messicano di Chihuahua. Il suo corpo è stato trovato solo mercoledì.

L’omicidio di Baldenegro è l’ultimo in una lunga serie di ecologisti uccisi in America Latina, una delle aree più letali per chi difende i diritti delle popolazioni, l’ambiente, i beni comuni. Secondo l’Ong Global Witness nel solo Messico sono stati assassinati trentatrè ambientalisti, tra il 2010 e il 2015.

“Le minacce affrontate da Baldenegro in questi anni per la sua resistenza, la sua lotta sono emblematiche, come quelle subite da innumerevoli altri che prendono posizione contro il furto delle loro terre e la distruzione dell’ambiente “, ha detto Ben Leather, attivista di Global Witness.

Baldenegro aveva ottenuto il Goldman Environmental Prize, il ‘Nobel verde’, per le sue iniziative in difesa della foresta minacciata da imprese del legname e narcotrafficanti.

L’ambientalista messicano è stato il secondo vincitore del Goldman a essere ucciso, dopo l’honduregna Berta Cáceres (nella foto), massacrata il 3 marzo 2016. Ma non sono bastati questi riconoscimenti a proteggerli, in un contesto in cui sono in gioco grandi affari, un enorme quantità di denaro.

Berta Caceres at the banks of the Gualcarque River in the Rio Blanco region of western Honduras where she, COPINH (the Council of Popular and Indigenous Organizations of Honduras) and the people of Rio Blanco have maintained a two year struggle to halt construction on the Agua Zarca Hydroelectric project, that poses grave threats to local environment, river and indigenous Lenca people from the region.

Baldenegro negli anni ’90 fondò “Fuerza ambiental”, movimento che lottava contro la deforestazione selvaggia dei territori indigeni, principale causa delle continue siccità e carestie che colpiscono la regione

Nel 2002, dopo una serie di scioperi e manifestazioni, Fuerza ambiental ottenne dal governo il divieto temporaneo del taglio degli alberi.

Le montagne della Sierra Madre occidentale sono uno degli ecosistemi più ricchi di biodiversità del mondo e comprendono quattro canyon. Sono la terra ancestrale dei Tarahumara. Queste foreste, da tempo, sono stati prese di mira dai taglialegna illegali aiutati da funzionari corrotti e proprietari terrieri, costringendo i Tarahumara in aree sempre più piccole e più isolate.

Da allora aumentò la persecuzione nei confronti di Baldenegro. Nel 2003 era perfino finito in carcere, accusato di possesso di stupefacenti e di armi da guerra, ma il tribunale aveva dovuto liberarlo, dopo una vasta campagna internazionale a suo favore, durante la quale Amnesty International lo aveva difeso e sostenuto.

Poi le minacce di morte avevano costretto Baldenegro ad abbandonare la comunità di Coloradas de la Virgen, la stessa dove era tornato, per trovare i parenti, lo scorso fine settimana. E dove, domenica, è stato ucciso.

L’uccisione di Isidro Baldenegro ci indigna e ci preoccupa. Non disponiamo dell’informazione sufficiente per stabilire chi è il colpevole di questo omicidio. Dal 2007 a oggi non esiste più una distinzione chiara fra caporali locali, tagliaboschi e narcotrafficanti”, ha detto al quotidiano Norte Digital una militante ambientalista che ha voluto restare anonima.

Baldenegro quando, nel 2005, fu insignito del premio Goldman per la difesa dell’ambiente, dedicò il prestigioso riconoscimento al padre Julio. Quest’ultimo lottò per tutta la vita per la protezione dei boschi della Sierra Tarahumara, nel nord del Messico. Per questo motivo fu assassinato a colpi di pistola, nel 1986. Trentuno anni dopo è stato ucciso suo figlio.

Susan Gelman, presidente della Fondazione Goldman Environmental, ha detto: “Isidro Baldenegro ha svolto un lavoro incessante per organizzare proteste pacifiche contro il disboscamento illegale nelle montagne della Sierra Madre. Ha aiutato a proteggere le foreste, le terre e i diritti del suo popolo. Era un leader senza paura e una fonte di ispirazione per tante persone che combattono per difendere i nostri popoli e l’ ambiente”

Resta impressionante, una lunga strage, il numero di omicidi di militanti ambientalisti, indigeni e non, nel mondo, in particolare nell’America Latina. Secondo l’ultimo rapporto di Global Witness, l’ong che documenta le violazioni contro le popolazioni indigene nel mondo. Nel solo 2015 le vittime sono aumentate del 59%: da 116 nel 2014 a 185 nel 2015.  Uomini e donne uccisi da killer delle multinazionali, di latifondisti, dei tagliatori di alberi, dei narcotrafficanti

Global Witness spiega come l’ambiente stia diventando sempre di più nel mondo un nuovo campo di battaglia per i diritti umani, in quanto la richiesta sul mercato di merci come il legno, i minerali,l’olio di palma continua a crescere e, in molti luoghi della Terra, governi, aziende e bande criminali aggrediscono il territorio e spesso le comunità di questi paesi.

Isidro Baldenegro López (left), 2005 Goldman Environmental Prize Winner, North America (Mexico), with elders of the Tarahumara community, Coloradas de la Virgen, Chihuahua, where he opposes illegal logging operations.

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    Piero Bosio
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Ricchezza e povertà: una fotografia oscena

Otto super miliardari detengono la stessa ricchezza netta (426 miliardi di dollari) di metà della popolazione più povera del mondo, vale a dire 3 miliardi e seicento milioni di persone.

Il liberismo sfrenato, il profitto a ogni costo, la potenza delle multinazionali nel condizionare la politica e i governi hanno reso sempre più pesanti le diseguaglianze, tanto da arrivare a otto uomini, censiti da Forbes, possessori della stessa ricchezza netta che ha metà della popolazione più povera nel mondo.

È questa la dura critica contenuta nel rapporto Oxfam 2017. La ricchezza netta comprende le attività reali come immobili, aziende e oggetti di valore, le attività finanziarie, tra cui depositi, titoli di Stato, azioni, al netto delle passività finanziarie ( come i mutui e altri debiti).

Questi gli otto miliardari: Bill Gates (75 miliardi di dollari), Amancio Ortega (67 miliardi di dollari), Warren Buffett (60,8 miliardi di dollari), Carlos Slim Helu (50 miliardi di dollari), Jeff Bezos (45,2 miliardi di dollari), Mark Zuckerberg (44,6 miliardi di dollari), Larry Ellison (43,6 miliardi di dollari), Michael Bloomberg (40 miliardi di dollari).

L’analisi di Oxfam evidenzia quanto la forbice tra ricchi e poveri si stia estremizzando, oltre ogni ragionevole giustificazione. I dati dicono che multinazionali e super ricchi continuano ad alimentare la disuguaglianza, facendo ricorso a pratiche di elusione fiscale, massimizzando i profitti anche a costo di comprimere verso il basso i salari e usando il loro potere per influenzare la politica.

oxfam scheda 2

“È necessario un profondo ripensamento – sostiene Oxfam – dell’attuale sistema economico che fin qui ha funzionato a beneficio di pochi fortunati e non della stragrande maggioranza della popolazione mondiale”.

Oxfam (Oxford Commitee for Famine Relief) è una confederazione che raccoglie 17 organizzazioni non governative che ha come scopo prevalente quello di trovare soluzioni per combattere la povertà e l’ingiustizia.

“È osceno che così tanta ricchezza sia nelle mani di una manciata di uomini, che gli squilibri nella distribuzione dei redditi siano tanto pronunciati in un mondo in cui 1 persona su 10 sopravvive con meno di 2 dollari al giorno”, ha detto Roberto Barbieri, direttore generale di Oxfam Italia. “La disuguaglianza stritola centinaia di milioni di persone, condannandole alla povertà; rende le nostre società insicure e instabili, compromette la democrazia”.

In tutto il mondo le persone vengono lasciate indietro. Alla logica della massimizzazione dei profitti, si contrappone una realtà di salari stagnanti e inadeguati, mentre chi è al vertice viene gratificato con bonus miliardari”, ha aggiunto Barbieri. “I servizi pubblici essenziali come sanità e istruzione subiscono tagli, ma a multinazionali e super ricchi è permesso spesso di eludere impunemente il fisco”.

Le donne sono le più colpite nell’estendersi delle diseguaglianze perché trovano prevalentemente lavoro in settori con salari più bassi e hanno sulle spalle la gran parte del lavoro domestico e di cura non retribuito. Di questo passo ci vorranno 170 anni perché una donna raggiunga gli stessi livelli retributivi di un uomo.

Le diseguaglianze in Italia.
Nel 2016 la ricchezza dell’1% più ricco degli italiani (in possesso oggi del 25% di ricchezza nazionale netta) è oltre 30 volte la ricchezza del 30% più povero dei nostri connazionali e 415 volte quella detenuta dal 20% più povero della popolazione italiana. Per quanto riguarda il reddito tra il 1988 e il 2011, il 10% più ricco della popolazione ha accumulato un incremento di reddito superiore a quello della metà più povera degli italiani.

Rabbia e scontento per una così grande disuguaglianza – sostiene Oxfam – hanno conseguenze sul piano politico: “Da più parti analisti e commentatori hanno rilevato che una delle cause della vittoria di Donald Trump in Usa, o della Brexit, sia proprio il crescente divario tra ricchi e poveri. Sette persone su dieci vivono in Paesi dove la disuguaglianza è cresciuta negli ultimi 30 anni: tra il 1988 e il 2011 il reddito medio del 10% più povero è aumentato di 65 dollari, meno di 3 dollari l’anno, mentre quello dell’1% più ricco di 11.800 dollari, vale a dire 182 volte tanto”.

oxfam scheda 1

Le grandi corporation, i super-ricchi alimentano la crisi attraverso l’elusione fiscale, la riduzione dei salari e dei prezzi pagati ai produttori, i mancati investimenti industriali, onde massimizzare i profitti degli azionisti.

In Vietnam, per esempio, Oxfam ha raccolto testimonianze di operaie dell’abbigliamento che lavorano 12 ore al giorno per 6 giorni a settimana e lottano per vivere con una paga di 1 dollaro l’ora. In questi luoghi si producono abiti per alcune delle più grandi marche della moda, i cui amministratori delegati sono tra i più pagati al mondo. L’amministratore delegato di una delle cento aziende più grandi quotate in borsa a Londra guadagna in un anno quanto diecimila lavoratori di una fabbrica tessile del Bangladesh.

I super ricchi fanno ricorso a una fitta rete di paradisi fiscali per evitare di pagare la loro giusta quota di tasse, oltre che a un esercito ben pagato di società di gestione del patrimonio per trarre il massimo profitto dagli investimenti fatti.

“Inoltre, è leggenda metropolitana che i miliardari si siano fatti tutti da sé: Oxfam ha calcolato che 1/3 della ricchezza dei miliardari è dovuta ad eredità, mentre il 43% è dovuta a relazioni clientelari”.

A chiudere il cerchio c’è l’uso di denaro e relazioni da parte dei ricchissimi per influenzare le decisioni politiche a loro favore. Il Fondo Monetario internazionale (Fmi)ha rilevato che a partire dagli anni ’80 i sistemi fiscali in tutto il mondo sono diventati meno progressivi, mentre le aliquote massime sui redditi e le imposte sulle rendite finanziarie, sui patrimoni e sulle eredità sono calate.

A questo si aggiunge il peso dell’elusione fiscale societaria, che costa ai Paesi più poveri 100 miliardi di dollari l’anno: una cifra sufficiente a mandare a scuola 124 milioni di ragazzi e salvare la vita di 6 milioni di bambini ogni anno.

oxfam scheda 3

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    Piero Bosio
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Nella morsa del gelo e del cinismo europeo

“Ci sono stati sette casi di congelamento a Belgrado nelle sole ultime 24 ore. Il congelamento fa sì che il sangue non raggiunga le estremità del corpo, addormenta i nervi e nei casi più gravi può essere trattato solo con l’amputazione perché i tessuti muoiono”.

A parlare con noi da Belgrado, capitale della Serbia, è Andrea Contenta, Esperto affari umanitari di Medici Senza Frontiere (Msf).

Il suo tono è molto preoccupato perché – sostiene – il numero di congelamenti aumenterà entro il fine settimana. Le temperature hanno raggiunto, nei giorni scorsi, i meno16 gradi e il numero di persone, migranti e rifugiati, bloccate a Belgrado è salito a duemila.

Ci sono 30 centimetri di neve e le persone non hanno vestiti, coperture per questo clima. Una situazione drammatica e insostenibile.

Queste alcune testimonianze:

“Le ultime tre notti sono state insopportabili”, racconta Asif, un 18enne afghano citato dai media a Belgrado. “Ci accalchiamo e ci stringiamo intorno a un falò per tremare di meno. Ma il tutto dura poco, non più di un paio d’ore. Il resto del tempo lo passiamo nel gelo assoluto”. “Fa molto freddo, e dai fuochi si sprigiona un’aria irrespirabile. Tossiamo in continuazione, ma non abbiamo dove altro andare”, ha detto Kaship Han, anche lui giovane afghano. “Io non voglio tornare indietro. Voglio andare in Ungheria e da lì in Italia. Ma non posso rimanere qui al gelo. E’ terribile. In tanti si ammalano e gli aiuti non arrivano”.

migranti fito numero 1

Con l’accordo tra Ue e Turchia e la chiusura della rotta balcanica, l’Unione europea – denuncia Medici Senza Frontiere – ha deciso di trasformare l’intera regione in una barriera d’accesso, nel tentativo di bloccare l’afflusso di persone in cerca di protezione, che provengono da alcune delle zone di guerra. In questo momento alle persone manca del tutto un’assistenza adeguata e questo sta mettendo le loro vite in pericolo. Siamo testimoni delle più crudeli e inumane conseguenze delle politiche europee, usate come strumento per dissuadere e perseguitare persone che stanno solo cercando sicurezza e protezione in Europa.

Andrea Contenta, avete notizie di morti per il freddo?

“Sì, almeno cinque morti tra fine anno e inizio anno. Migranti che hanno perso la vita al confine tra la Turchia e la Bulgaria e tra la Bulgaria e la Serbia”.

Cosa accade?

“Spesso attraversano montagne innevate, foreste, in mano ai trafficanti di uomini, in condizioni proibitive. La gestione che sta facendo l’Europa di queste migrazioni sta mettendo a rischio la salute di migliaia di persone”.

Veniamo a Belgrado dove lei si trova in questo momento.

A Belgrado ha iniziato a nevicare martedì 3 gennaio. In quei giorni c’erano circa 1.600 persone che dormivano all’aperto o in edifici abbandonati come capannoni industriali, bruciando tutto quello che trovavano per scaldarsi. È stato allora che abbiamo ricevuto la prima segnalazione della morte per freddo di una donna somala nel sud della Bulgaria e di due uomini iracheni al confine tra Turchia e Bulgaria”.

Cosa manca ai migranti?

“Bagni, docce, acqua, vestiti adeguati al freddo, riscaldamento, soprattutto luoghi di riscaldamento in questo momento”.

Da dove provengono i migranti?

“Sono siriani, afghani, pachistani, curdi iracheni”.

Lei mi diceva che le temperature hanno raggiunto anche i meno 16 gradi.

“Sì, lo scorso fine settimana, le temperature hanno raggiunto i meno 16 gradi e il numero di persone bloccate a Belgrado è salito a duemila. Ora qui ci sono 30 centimetri di neve e nessuna di queste persone è vestita o attrezzata per questo clima. Le autorità locali a novembre avevano cominciato a provocare e intimidire i gruppi della società civile, arrivando addirittura a ostacolare il loro vitale lavoro, come la distribuzione di vestiti caldi”.

Quindi c’è una questione politica, oltre il gelo dell’inverno.

“Il vero problema è la mancanza di volontà politica per cercare di soddisfare le esigenze immediate di queste persone vulnerabili. È un fallimento dell’Unione europea, che ha chiuso gli occhi davanti al fatto lampante che le proprie politiche mal pianificate non hanno fermato il flusso di persone, ma non hanno nemmeno predisposto alternative legali per permettere loro di viaggiare in modo sicuro”.

Quindi che riflessione fa?

“Far finta che questo percorso sia chiuso e che queste persone non esistano non è la soluzione. Qualunque cosa si pensi circa il loro diritto di raggiungere l’Europa, meritano di essere trattati come esseri umani, con dignità. E in questo momento, non lo sono”.

migranti foto numero 2

Pesa in questo contesto la scelta fatta dall’Ungheria che rifiuta di accogliere rifugiati: solo 20 persone al giorno sono ammesse come richiedenti asilo entro i suoi confini. Questo contribuisce alla drammatica situazione di accumulo di famiglie disperate al confine serbo-ungherese, intrappolate tra la guerra e le barriere anti immigrazione.

Andrea Contenta ricorda il suo arrivo in Serbia.

“Sono arrivato qui alla fine della scorsa estate. Allora la Serbia era ancora considerata un Paese di transito, con un flusso costante di persone in entrata e in uscita, nonostante la chiusura ufficiale della rotta balcanica da parte dell’Unione europea. Quasi tutti viaggiavano affidandosi a trafficanti. Alla fine dell’estate, la situazione è iniziata a cambiare. Sembrava che i Paesi lungo la rotta balcanica facessero a gara nell’inasprire progressivamente le misure deterrenti per fermare il flusso di persone.

Almeno la metà delle persone visitate nelle nostre cliniche in quel momento riportava lesioni dovute a episodi di violenza. In alcuni casi gravi, siamo stati costretti a indirizzarle in ospedale per ulteriori trattamenti. Le lesioni includevano morsi di cane, gravi contusioni e le conseguenze dell’uso di spray al pepe e dissuasori elettrici. Tutti hanno confermato che le ferite erano state provocate dalle varie polizie di frontiera (inclusa Frontex) lungo il percorso. Purtroppo nemmeno i bambini sono stati risparmiati. Ricordo una bimba di due anni alla quale era stato spruzzato il pepe in faccia!”.

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Situazione drammatica anche in Grecia. Queste le informazioni rese note da Msf:

A lesbo il tempo sta migliorando ma il campo di Moria è umido e fangoso e le persone sono al freddo. Molte tende sono distrutte dal peso della neve e della pioggia. È stata creata una nuova area per ospitare 150 persone. Msf ha donato cento letti a castello a questa struttura.

A Samo molte persone vivono ancora nelle tende in un’area fangosa. Msf ha trasferito 23 persone vulnerabili dall’hotspot al proprio riparo d’emergenza, dove ospita attualmente 84 persone (famiglie, donne incinte, neonati).

A Salonicco martedì sono caduti 15 centimetri di neve. Le strade sono bloccate e Msf ha dovuto interrompere le proprie attività di salute mentale. Abbiamo noleggiato auto 4×4 per raggiungere i 13 campi. Le condizioni sono particolarmente dure nel campo Softex dove le tubature sono gelate, non c’è elettricità e il riscaldamento è incostante. Gran parte dell’infrastruttura è danneggiata e dovrà essere sostituita appena terminata l’ondata di gelo.

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    Piero Bosio
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Processato il contadino che semina umanità

Agisco illegalmente, ma lo faccio per salvaguardare i diritti dei minori, dei migranti. È nostro dovere alzarsi in piedi quando le cose vanno male. Per questo io continuerò. La democrazia ci impone di uscire per le strade e guardare negli occhi le persone che ci sono accanto, e aiutarle anche quando non le conosciamo”.

Cédric Herrou, contadino francese di 37 anni, da tempo aiuta a entrare in Francia, per motivi umanitari,i migranti sprovvisti di permesso di soggiorno. E il suo è ormai un caso politico, che ha superata i confini francesi. In questi giorni ne ha parlato anche il New York Times, con un reportage di Pierre Terdiman.

Herrou ora rischia il carcere (il procuratore di Nizza ha chiesto 8 mesi di reclusione, 30 mila euro di multa e il sequestro della sua auto) per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Mercoledi scorso c’è stata la prima udienza al tribunale di Nizza,con alcune centinaia di persone che hanno manifestato la loro solidarietà al contadino francese. La sentenza è attesa per il 10 febbraio.

Herrou, con il suo vecchio furgone, ha aiutato i migranti a entrare illegalmente in Francia. Altre volte li ha accompagnati attraverso le montagne, come si vede in questa foto pubblicata sul New York Times.

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Non solo. Herrou aveva organizzato un campo di accoglienza in un edificio abbandonato di proprietà della Sncf (la società ferroviaria francese) dove dava loro da mangiare e assistenza. E due anni fa era stato sorpreso alla guida della suo vecchio furgone con alcuni migranti eritrei. Il caso non aveva avuto un seguito giudiziario in quanto il giudice aveva valutato che Herrou non lo aveva fatto per soldi ma come atto umanitario, dunque non l’azione di un passeur, di chi con il pagamento di denaro,fa passare clandestinamente il confine.

Tutto questo è avvenuto nella valle della Roja, una zona al confine tra la Francia e l’Italia, ad alcuni chilometri da Ventimiglia. Qui Herrou vive, mantenendosi con la vendita dei prodotti della sua terra: uova,olio,olive, verdure. Nella valle tutti lo conoscono, e sanno cosa fa per aiutare i migranti, molti lo sostengono,tanto che alla fine del 2016 circa 4 mila lettori di Nice Matin lo avevano votato come “ cittadino dell’anno”.

Da quando la Francia ha chiuso la via d’ingresso di Ventimiglia sempre più migranti tentano di evitare il blocco passando per le montagne o altre vie attraverso la valle della Roja. Herrou li aiuta, li accompagna, da loro cibo e vestiti. Per questo è stata chiesta per lui la condanna per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

“Lo so che la legge è contro di me, contro quello che sto facendo per aiutare le persone in difficoltà, ma allora cambiamo questa legge – ha detto Herrou – Le leggi devono essere fatte perché la società vada bene e perché la gente possa vivere insieme in armonia”. Herrou davanti al giudice si è assunto tutte le responsabilità di quello che ha fatto e sta facendo. Ancora in questi giorni, con l’aiuto di altri abitanti della valle,accoglie migranti di passaggio,soprattutto eritrei, in tende e roulotte collocati sul suo terreno.

“Ho preso con me alcune bambine che avevano tentato di attraversare il confine almeno dodici volte. La mia inazione e il mio silenzio mi avrebbero reso complice di tutto questo dramma, e io non voglio esserlo”, ha detto al procuratore di Nizza, Jean-Michel Priest.

Herrou ha provato a spiegare che tutto quello che sta facendo è per aiutare migranti che fuggono da guerra, repressione, fame, e tra queste molti minori, persone che lo Stato, dopo aver chiuso la frontiera, lascia al suo destino. Queste le parole di Herrou all’uscita del tribunale di Nizza, mentre gruppi di abitanti della valle della Roya ( nella foto) manifestavano in solidarietà:

“Non è che mettendo in prigione me si risolve il problema. Il problema sono le donne , gli uomini che soffrono e non hanno voce. La democrazia ci impone di uscire per le strade e guardare negli occhi le persone che ci sono accanto e aiutarle anche quando non lo conosciamo. Accanto a Liberté ed Egalité, c’è anche Fraternité”.

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Ora si attende la sentenza. Due gli scenari. Il primo: il giudice potrebbe tenere conto che tra l’accusato Herrou e i migranti non c’è stato passaggio di soldi o altre contropartite. In questo caso il verdetto potrebbe essere a favore del contadino francese. Il secondo: il tribunale potrebbe decidere di dare l’esempio comminando una pena pesante a Cédric Herrou.

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    Piero Bosio
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Licenziati, ma siamo ancora qua

Arriviamo alle 14 in viale Edison 50, a Sesto San Giovanni. Qui si trova l’Alstom, inglobata dalla potente General Eletric a fine 2015. E’ l’ora del cambio turno. Ma i tre turni (mattino, pomeriggio,notte) non sono più  quelli del lavoro e della produzione, ma dell’occupazione della fabbrica iniziata tre mesi fa, il 27 settembre, contro i licenziamenti. Gli operai, una sessantina, si danno il cambio per presidiare impianti e macchinari.

I cancelli dell’ azienda sono sbarrati. Ci sono alcune bandiere dei sindacati, Fiom Cgil e Fim Cisl, degli striscioni e una maglietta aziendale appesa da un operaio che ci porta subito al dramma che stanno vivendo questi metalmeccanici.

Maglietta esubero

249 tagli di posti di lavoro tra il 2016 e il 2017, qui a Sesto San Giovanni, questa la decisione della General Eletric. La multinazionale americana, dopo aver acquisito nel 2015 il colosso francese Alstom per 13,5 miliardi di dollari (la più grossa operazione mai fatta) aveva annunciato un piano di ristrutturazione nelle divisioni europee con la riduzione di 6500 posti di lavoro, sui 35 mila complessivi. Colpiti gli stabilimenti tedeschi, francesi, svizzeri e in Italia quello di Sesto San Giovanni. General Eletric ha motivato il piano draconiano con il calo della domanda di turbine a gas.

All’ingresso della fabbrica ci viene a prendere un operaio, delegato sindacale. Si chiama Stefano Fregola, gruista, da 15 anni all’Alstom. Ci tiene subito a dire: “Guardi non siamo affatto rassegnati dopo 90 giorni di occupazione, certo siamo stanchi, ma ancora più determinati ad andare fino in fondo, fieri della nostra lotta, di difendere il lavoro e la nostra dignità”.

Con Stefano, mentre ci avviamo ai capannoni, osserviamo il profondo cambiamento di Sesto San Giovanni: quasi tutte le fabbriche della zona sono scomparse. Nella sola Alstom nel 2001 c’erano 800 dipendenti, oggi la vogliono chiudere.

Ma quelli che sono rimasti resistono. Sono convinti che, viste la professionalità che hanno e l’alta tecnologia dei macchinari, qualche acquirente ‘di peso’ del settore energia si farà avanti per rilevare l’Alstom. La fabbrica copre un ampia zona, con tre capannoni e la palazzina impiegati, attraversata dalle rotaie su cui viaggiavano, negli anni ’80, i vagoni con le merci.

Siamo arrivati davanti al capannone 4B dove c’è uno spaventapasseri, “ma per noi è lo spaventa guardie” ci dice Francesco, che lo ha realizzato.“L’ho fatto quando l’azienda aveva mandato delle guardie interne, dei ‘buttafuori’ per controllarci, allora io ho fatto questo spaventa guardie. Una sorta di macumba”. Poi le guardie sono state ritirate.

spaventaguardie

Francesco è l’artista del gruppo. Per passare il tempo, durante l’occupazione, fa composizioni di cartapesta e ha creato anche una piccola esposizione. “Teniamo duro, resistiamo, io sono single ma per chi ha famiglia è molto più pesante la situazione, la quotidianità, l’incertezza del futuro”. Entriamo dentro il capannone 4B.

interno capannone

Quello che colpisce, oltre alla determinazione nella lotta, è come questi lavoratori siano legati al loro lavoro, alle loro professionalità, a quello che hanno imparato, ai macchinari.“ Vede quel tornio? E’ lungo 25 metri, e quelle alesatrici sono formidabili- racconta Stefano. E guardi quella gru: è la mia, quella che manovravo io, e può sollevare sino a 400 tonnellate, noi qui producevamo generatori”. Stefano è sposato e ha due figli, uno di 17 anni, l’altro di 12.

La fierezza degli operai si scontra con la dura realtà, con la potente multinazionale americana General Elettric, che – secondo  la Fiom – ha puntato sin dall’inizio a prendersi ‘il know-how’, le competenze e le conoscenza aziendali, andando a produrre altrove, in Romania.

Sarà dunque molto difficile contrastare la decisione di una potenza come la General Eletric, chiediamo a un gruppo di operai in occupazione. Risponde con un tono deciso Alessandro, da nove anni all’Alstom, prima avvolgitore, poi al controllo qualità: ”Non è impossibile battere la General Eletric, perchè loro pensano di avere a che fare con gente senza dignità, ma io non permetterò di mettermi i piedi in testa. Capisco quelli che hanno accettato la buona uscita dell’azienda per andarsene, avranno le loro ragioni, ma io e gli altri abbiamo deciso di restare e di lottare”.

Intanto un altro operaio mi fa notare l’albero di Natale che hanno fatto in una piccola stanza dove mangiano e dormono di notte. In cima all’albero, al posto della stella natalizia, c’è una chiave inglese. Un albero metalmeccanico.

albero chiave inglese

 

Incontriamo Libero. E’ l’operaio più giovane, ha 28 anni. E’ entrato nella fabbrica otto anni fa. Lavorava alle barre statoriche. Ha due figli, uno di 4 anni e una bambina nata il mese scorso. “La lettera di licenziamento per me ha significato il buio nel mio futuro e in quello della mia famiglia. Per questo non molliamo. Siamo Davide contro Golia, siamo fiduciosi che si troverà una soluzione”.

Quali sono ora le prospettive? Giriamo la domanda, al telefono, a Rosario Rappa, segretario nazionale della Fiom-Cgil, che segue la vertenza General Eletric. “Stiamo premendo sul Ministero dello Sviluppo Economico per far tornare a un nuovo tavolo di trattativa la GE, per trovare una soluzione che porti a un nuovo acquirente della fabbrica di Sesto, e non alla sua chiusura. Su questo – prosegue Rappa – abbiamo l’appoggio della sindaca di Sesto  San Giovanni Monica Chittò e di quello di Milano Beppe Sala. Inoltre abbiamo fatto un ricorso legale contro i licenziamenti”.

Saluto gli operai. Per Natale ognuno ha portato qualcosa da mangiare. Sarà un piccolo momento di tranquillità, pronti a continuare la loro lotta, a resistere, a chiedere lavoro e rispetto. “Licenziati, ma siamo ancora qua”.

striscione

Foto di Piero Bosio

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    Piero Bosio
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“Caro Poletti, le scuse non bastano”

“Caro Poletti, le scuse non bastano. Se fossi uno dei giovani del Pd chiederei anch’io, a voce alta, le dimissioni del ministro del Lavoro”.

La bordata arriva dal presidente della Toscana, Enrico Rossi, uno dei più autorevoli esponenti del Pd, che si è candidato alla segretaria del partito, in alternativa a Matteo Renzi.

Rossi è infuriato con il ministro Poletti per le sue parole sui giovani che vanno all’estero, ma anche per le affermazioni fatte da Poletti sul Jobs Act. “Dovremmo fare piani per il lavoro, un patto per dare un futuro ai propri figli. Invece li prendiamo a calci. Provo rabbia e sgomento. Questa è una generazione di giovani straordinaria, persone che vanno all’estero, lottano, si impegnano, persino alcuni di loro muoiono in circostanze terribili. Meritano rispetto questi cittadini d’Europa e del mondo”.

Presidente Rossi, lei, riferendosi alle parole del ministro Poletti, ha scritto sulla sua pagina Facebook: “Chiedo scusa a mio figlio e ai giovani a nome del Pd”. Perché?

“Perché è chiaro che quella battuta (quella del ministro, ndr)– che pare nemmeno una battuta troppo dal senno fuggita, perché c’è persino un’argomentazione dietro – è offensiva, soprattutto verso i giovani. Io ho figli giovani, ho un figlio più o meno di quell’età, i suoi coetanei vanno all’estero. La battuta di Poletti fa il paio con l’espressione “choosy”, schizzinosi, che una volta ebbe a fare la ministra Fornero. E se pensiamo a come, a questo punto, il Pd e lo stesso governo siano invisi dalla fascia di età sotto i 35 anni, una fascia che soffre la precarietà del lavoro, la disoccupazione, credo che il ministro Poletti dovrebbe riflettere bene, anche sul da farsi”.

A questo proposito un consistente numero di giovani del suo partito ha chiesto le dimissioni di Poletti. Lei pensa che il ministro dovrebbe fare un passo indietro, anche per quello che disse contro il referendum sul Jobs Act?

“Mi sembra che siamo di fronte a una valanga di critiche che riguardano Poletti, ma che poi coinvolgono anche il partito e il governo, da cui non riusciamo troppo facilmente a uscire. Anche l’altra battuta sul referendum sul Jobs Act era piuttosto pesante (Poletti ai giornalisti che gli avevano chiesto di commentare il rischio di un bis della sconfitta dello scorso 4 dicembre aveva risposto “Se si vota prima del referendum della Cgil il problema non si pone. Ed è questo lo scenario più probabile, ndr). Io penso che lì si debba andare piuttosto verso un dialogo con la Cgil. Non possiamo produrre lo scontro sociale. Viviamo tempi nei quali bisogna piuttosto pensare a un patto per lo sviluppo, per la crescita. Quanto alle considerazioni dei giovani democratici sulla richiesta di dimissioni a Poletti, dico che è una scelta che devono ponderare lo stesso ministro, il presidente del Consiglio e anche il segretario del partito”.

Insisto. Lei auspica che Poletti debba fare un passo indietro?

“Trovino loro un modo per riparare a questo danno, che è piuttosto forte. Le cose che ho provato a dire io sono due: da un lato, è necessario impegnarsi per un piano per il lavoro, per i giovani – e io penso che si possa fare questo sforzo anche chiedendo un sacrificio agli adulti benestanti, persone come me potevano pagare l’Imu, per esempio. La revisione del Jobs Act sarebbe un secondo passo”.

In che modo concretamente?

“Contenere i voucher, riportare i voucher alla situazione pre legge Fornero, quando erano specifici per determinate figure professionali particolari, e non per tutte. Il tema dei licenziamenti è un altro tema su cui bisognerebbe fare un’apertura. Questo meriterebbe la convocazione di un Consiglio dei ministri, per poi presentarsi in parlamento con una risposta vera, quando ci sarà la mozione di sfiducia al ministro Poletti presentata da altre forze politiche. Non si può dare una risposta strafottente. La ferita è aperta e sulla ferita è stato buttato del sale e adesso bisogna bonificare, per ristabilire un rapporto con pezzi di società importanti senza i quali né il Paese, né il governo, né il Pd vanno da nessuna parte. I giovani potrebbero essere il nostro futuro. Questa è una generazione straordinaria di persone che vanno all’estero, lottano, si impegnano, persino alcuni di loro muoiono in circostanze terribili. Meritano rispetto questi cittadini d’Europa e del mondo”.

Meritiamo rispetto” è proprio quello che hanno scritto i giovani del suo partito. Hanno ragione a chiedere le dimissioni di Poletti?

“Se fossi un giovane le chiederei anch’io ad alta voce, senz’altro. Invito Poletti a riflettere su questa richiesta, invito il presidente del Consiglio e il segretario del mio partito a pensare insieme a Poletti una soluzione, che può essere anche una soluzione politica. Le semplici scuse non bastano. Se ci fosse invece una risposta politica forte, come quella a cui accennavo, quella di Poletti tornerebbe a essere una battuta dal senno fuggita”.

Lei chiede una risposta politica forte dal Governo, dal Pd sul lavoro, un’attenzione alle questioni poste dalla Cgil. Però questo è assai improbabile visto che l’ex premier Renzi, e attuale segretario del suo partito, ha fatto del Jobs Act la sua bandiera e ne rivendica i risultati.

“Anch’io faccio a volte delle bandiere delle mie iniziative. Poi però con la realtà ci si confronta, si discute, si corregge, si cercano equilibri. Tutto ci impone la necessità di riaprire il dialogo sociale. Sono convinto che anche dal referendum è venuta un’indicazione di questo tipo”.

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    Piero Bosio
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“Poletti si dimetta, per rispetto ai giovani”

Ministro Poletti si dimetta, solo in questo modo può dimostrare rispetto ai giovani”. La richiesta, sotto forma di una lettera pubblica, arriva da dentro il Pd, da gruppi di giovani democratici di Lombardia, Liguria, Piemonte, Valle d’Aosta e dal responsabile nazionale Diritto e Ambiente, Michele Albiani.

Le adesioni al nostro appello stanno crescendo di ora in ora”, ci dice Davide Skenderi, segretario metropolitano di Milano dei giovani democratici, uno dei firmatari della richiesta di dimissioni del ministro del Lavoro.

Quello che lei (Poletti, ndr) ha detto è per noi come sale su una ferita aperta, brucia da impazzire”, scrivono i giovani del Pd. “Lei forse non capisce cosa significhi veder partire un fratello, una fidanzata, l’amico di una vita, o il compagno di banco delle superiori, per andare a cercare fortuna all’estero. Il tema secondo noi non è chi emigra, ma, piuttosto, per quale motivo lo fa. Quello che ci spaventa non è viaggiare, ma dover partire”. E aggiungono: “Dobbiamo partire perché qui le nostre ambizioni sono quotidianamente frustrate: da contratti precari che il Jobs Act evidentemente non poteva e non potrà eliminare; da ambienti di lavoro conservativi e refrattari al cambiamento e all’innovazione; da corsi di aggiornamento, lauree e master che non sembrano bastare mai; da datori di lavoro che ci vedono come un peso più che come un’opportunità… da mutui sognati e desiderati che non possiamo permetterci perché incompatibili con i nostri contratti di