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Quali sono i test per il COVID-19 disponibili?

Test COVID disponibili

Quali sono i test per il coronavirus COVID-19 attualmente disponibili in Italia? Ne abbiamo parlato con la dottoressa Giulia Marchetti, professore associato di Malattie Infettive dell’Università degli Studi di Milano presso ASST Santi Paolo e Carlo.

LEGENDA:

  • Tampone standard: l’analisi viene eseguita tramite PCR;
  • Tampone rapido: tamponi antigenici, il materiale prelevato è lo stesso del tampone classico, cambia il modo di analizzarlo;
  • Test sierologico: è il test eseguito sul siero e serve per verificare l’eventuale presenza della risposta immunitaria al SARS-CoV-2

In Italia, come nel resto del Mondo occidentale, le principali tipologie di test disponibili per il coronavirus COVID-19 sono due. Hanno significati diversi e si applicano in contesti clinici diversi.

1. Test virali (o test diretti)

Sono i test che permettono di diagnosticare la presenza del virus.

a) Tampone Standard:

Sono due le tipologie più utilizzate al momento: naso-faringeo o oro-faringeo.
I tamponi misurano, tramite delle metodiche di biologia molecolare (PCR), la presenza o l’assenza del virus e sono anche in grado di misurare anche la quantità di virus (carica virale).
Questi test, eseguiti tramite un tampone poco invasivo e che può essere effettuato pressoché ovunque, sono performanti e rapidi. Danno una risposta nell’arco di poche ore.

Le tempistiche per una risposta
Entro le 24 ore al massimo per l’analisi di laboratorio, ma la rapidità del risultato è condizionata da una serie di fattori esterni: il tipo di struttura o ospedale, il luogo in cui ci si trova, il carico di tamponi da analizzare.
Le tempistiche della risposta non dipendono dal materiale biologico prelevato, ma dal tipo di analisi. Se l’analisi si basa sulla biologia molecolare (si va a misurare se c’è l’acido nucleico, l’RNA del virus) il tempo tecnico non cambia a seconda del materiale biologico, che deve essere messo in una macchina che impiega diverse ore per analizzare e restituire un risultato.

Quando si deve fare il test virale?
Le indicazioni internazionali e nazionali dicono che il paziente sintomatico con un quadro clinico compatibile con l’infezione da COVID-19 (tosse secca, febbre, possibile alterazione del gusto dell’olfatto o prime difficoltà respiratorie) è il candidato per fare il tampone standard.
Se la probabilità che questa persona sia positiva è alta, perché manifesta i sintomi o perché ha avuto dei contatti diretti con persone positive, potrebbe essere sufficiente eseguire un solo tampone. Se, invece, di fronte ad una persona con dei sintomi compatibili e un’alta probabilità di infezione il primo tampone è negativo, se ne ripete almeno un altro a distanza di 24 ore perché così si aumenta la probabilità di identificare il virus se questo è presente.

La sensibilità del tampone
La sensibilità, in termini medici scientifici, indica la capacità che ha un test di essere positivo quando effettivamente la malattia e il virus sono presenti. La sensibilità deve essere il più vicina possibile al 100%.
Il tampone naso-faringeo o oro-faringeo non ha una sensibilità del 100%. Può avere delle falle e restituire un risultato falsamente negativo. Gli studi attualmente esistenti dimostrano che la sensibilità di questi tamponi si aggira tra il 60 e il 90%.
La sensibilità dello stesso test sale molto quando il materiale che si preleva deriva direttamente dal polmone: il cosiddetto lavaggio broncoalveolare (BAL), una procedura invasiva che si fa con un fibroscopio quando il paziente è ricoverato e in presenza di polmonite, certamente non compatibile con lo screening della popolazione.

Caratteristiche: alta sensibilità (60-90%), permette di verificare l’infezione in corso, tempi di risposta (entro le 24 ore), non adatto allo screening di massa

b) Tampone rapido (o test antigenico)

Oltre ai test basati su metodiche di biologia molecolare, esistono i cosiddetti test antigenici, o test rapidi, che sono eseguiti sempre utilizzando tamponi naso-faringei o oro-faringei, ma che vanno a cercare direttamente delle proteine (antigeni) del virus. Per questo motivo sono tecnicamente e metodologicamente più rapidi – possono dare il risultato nell’arco di pochi minuti – ma hanno una sensibilità inferiore rispetto al test di biologia molecolare.

Non basta la saliva?
Oggi si sta lavorando anche alla possibilità di test diretti su materiali più semplici, come il tampone salivare, meno fastidioso per l’utente di un tampone naso-faringeo o oro-faringeo, ma con una sensibilità inferiore. Per questo motivo, pur in presenza di protocolli nazionali e internazionali, non vengono ancora utilizzati su larga scala.

 

2. Test immunologici (o test indiretti)

Sono i test misurano la risposta immunitaria dell’organismo ad un virus, in questo caso la risposta immunitaria presente o assente al SARS-CoV-2.

Cosa misurano i test sierologici?
I test sierologici (o test indiretti) misurano la presenza o meno di anticorpi contro il virus nel sangue. È sufficiente un prelievo di sangue, anche al dito e con una sola goccia di sangue, per misurare gli anticorpi. Questi test, chiamati sierologici perchè si fanno sul siero, non permettono da soli di capire se uno ha l’infezione acuta in atto nel momento in cui vengono effettuati. Ci danno, però, delle indicazioni di massima ed è sulla base dei risultati che si decide se la persona deve essere anche sottoposta o meno al tampone.
Se una persona fa il test sierologico e risulta positiva, ma è del tutto asintomatica, vuol dire che ha sviluppato degli anticorpi e che in qualche momento è venuta in contatto col virus. Non abbiamo modo, però, di capire se è venuta in contatto ieri o un mese fa. Se è positivo, quindi, si fa un tampone per verificare se in quel momento ha l’infezione o no.
I test sierologici che abbiamo in tutto il mondo sono diversi, vengono prodotti da ditte diverse e possono dare risultati discordanti. Siamo ancora in una fase di studio, ma sicuramente sono dei test molto utili per le indagini di massa.

Perché sono meno affidabili del tampone?
La dinamica e il comportamento degli anticorpi di questa malattia sono ancora in fase di studio.
I test immunologici danno il risultato di due tipi di anticorpi: le immunoglobuline di classe M e le immunoglobuline di classe G. Tutte le malattie infettive, in genere, hanno nella prima fase della risposta immunitaria – dopo circa due settimane – una produzione di anticorpi di classe M, che poi scompaiono nel tempo. A distanza di più tempo, invece, compaiono gli anticorpi di classe G che, almeno in teoria, rimangono per tutta la vita. Questo è un assunto generale, ma non tutte le infezioni si comportano allo stesso modo in termini di andamento di IgM e IgG.
Ad oggi sul COVID non si ha la certezza di come si comportano queste immunoglobuline: secondo alcuni studi le IgM sembrerebbero essere un po’ meno attendibili e alcuni soggetti non le producono anche se hanno la malattia, mentre le IgG sembrano essere più attendibili.
Studi autorevoli hanno dimostrato che tutti i pazienti producono gli anticorpi, anche quelli con delle malattie modeste, e che questi anticorpi sembrerebbero avere un potere neutralizzante, ma la certezza su questo ancora non c’è.

Perché si preferiscono i test sierologici di massa?
Se propongo un “test di massa” in un gruppo di persone legate all’accesso a una scuola oppure ai compagni di classe di una persona positiva e con sintomi, ma anche sul luogo di lavoro o un contesto simile in cui la probabilità di contagio è più bassa perché sto effettuando i test su persona asintomatiche, posso permettermi di usare un test rapido, e quindi un po’ meno sensibile. Se, invece, devo diagnosticare una persona che ha i sintomi perché poi la devo isolare e curare, devo avere una diagnostica più sicura.
Chi convive con la persona malata è considerato un contatto stretto, e quindi in quel caso andrà a fare il test con la biologica molecolare, mentre per i compagni di classe o i colleghi di lavoro, che hanno avuto un contatto meno stretto con la persona infetta e sintomatica, si può assumere un atteggiamento diagnostico un po’ diverso sufficiente a permettere di identificare un possibile focolaio.

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