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Le ultime sulla guerra in Ucraina, il primo colloquio tra Meloni e Salvini, l’uragano Ian e le altre notizie della giornata

Il racconto della giornata di mercoledì 28 settembre 2022 con le notizie principali del giornale radio delle 19.30.  Sembra imminente l’annessione dei territori conquistati da Mosca, dove si sono tenuti i cosiddetti referendum con una presunta maggioranza bulgara. Il livello dello scontro tra Cremlino e occidente si è così alzato ancora di più. Europa e Stati Uniti si preparano a nuove sanzioni e l’ambasciata americana a Mosca ha chiesto ai suoi cittadini di lasciare subito il Paese, soprattutto per il rischio di essere arruolati. Oggi il governo di Putin ha respinto l’accusa di sabotaggio dei due gasdotti Nord Stream 1 e 2. Alla Camera il primo faccia a faccia tra Giorgia Meloni e Matteo Salvini. “C’è grande collaborazione” dicono i due in una nota, ma la leader di Fratelli d’Italia sembra invece puntare a tenerlo fuori dai ruoli chiave del nuovo governo. L’uragano Ian, dopo Cuba, sta per abbattersi sulla Florida ed è classificato come categoria 5, la più alta.

Il punto sulla guerra in Ucraina

(di Emanuele Valenti)

L’annessione dei territori occupati dalla Russia in Ucraina sembra imminente. Anche oggi – dopo l’annuncio dei risultati dei cosiddetti referendum, con una presunta maggioranza bulgara – diversi segnali suggeriscono un’operazione lampo, nel giro di pochi giorni. Il ministero degli esteri russo ha detto che le aspirazioni delle quattro regioni sono molto chiare e che Mosca agirà subito di conseguenza. Dmitry Medvedev, numero due del consiglio per la sicurezza nazionale e uomo fidato di Putin, ha già dato il benvenuto ai nuovi territori con un messaggio su Telegram: “bentornati a casa”.
Putin dovrebbe dare il via libera politico all’operazione venerdì prossimo. Nella Piazza Rossa è già stato montato uno schermo gigante. La formalizzazione potrebbe invece arrivare all’inizio della prossima settimana. Il presidente della Duma, il parlamento, ha convocato una sessione straordinaria per lunedì 3 ottobre. I leader delle 4 regioni – Donetsk, Luhansk, Kherson e Zaporizhia – hanno chiesto formalmente di essere annessi. Il percorso, lo abbiamo già detto, è simile a quello seguito dalla Crimea nel 2014. Ma il contesto, interno ucraino e internazionale, è completamente diverso. Innanzitutto in Ucraina c’è una guerra aperta. Nel sud e nell’est si continua a combattere intensamente, soprattutto nelle zone di Donetsk e Kherson. Il portavoce del Cremlino, Peskov, ha confermato che l’obiettivo è conquistare tutta la regione di Donetsk, quindi tutto il Donbass. Cosa chiara fin dall’inizio della guerra. Quello potrebbe segnare la fine del conflitto.
Ma il contesto è diverso anche per le ripetute minacce di Putin, nei giorni scorsi, sul possibile utilizzo di armi nucleari. Minacce che indicano certo le sue difficoltà, ma che allo stesso tempo aprono un grosso punto interrogativo sui possibili scenari futuri. Ecco perché Europa e Stati Uniti si preparano a nuove sanzioni. Sul fronte europeo l’annuncio lo ha fatto la presidente della commissione UE, Von Der Leyen, spiegando che l’obiettivo è isolare ulteriormente l’economia russa – anche se non mancano le differenze e anche se a Bruxelles molti pensano che le misure non siano abbastanza radicali.  A Washington intanto stanno mettendo a punto anche un nuovo invio di armi a Kyiv. La crisi sta entrando rapidamente in una nuova fase. L’ambasciata americana a Mosca ha chiesto ai suoi cittadini di lasciare subito il paese, sottolineando soprattutto il rischio di arruolamento per chi ha la doppia cittadinanza. Il governo russo ha bloccato l’emissione dei passaporti per chi ha ricevuto o riceverà la chiamata dell’esercito.  Anche alcuni paesi dell’est europeo hanno invitato i loro connazionali a uscire subito dal territorio russo.
Da non sottovalutare – per inquadrare questo passaggio della crisi ucraina – le ultime dichiarazioni di Erdogan. Non è l’unico capo di stato di un paese importante ad aver preso le distanze dall’imminente annessione dei territori occupati dai russi, ma è il leader politico che nei mesi scorsi è riuscito a far dialogare Mosca e Kyiv, almeno su alcune questioni come lo sblocco dei porti sul Mar Nero e lo scambio di prigionieri. Erdogan – che la scorsa settimana parlava ancora di un possibile processo di pace – ha detto esplicitamente che lo spazio per la diplomazia sta quasi per sparire. Probabilmente ha ragione.

Quali sono le conseguenze per l’Europa ai danni al gasdotto Nord Stream?

Le tensioni crescenti tra occidente e Russia passano anche per i due gasdotti danneggiati nel Mar Baltico. Oggi la Russia ha nuovamente respinto le accuse occidentali di sabotaggio e ha chiesto al presidente Biden di chiarire se ci siano gli Stati Uniti dietro gli incidenti avvenuti al gasdotto Nord Stream. La portavoce del ministero degli esteri di Mosca sul suo canale telegram ha postato il video di una conferenza stampa tenuta dal presidente americano il 7 febbraio scorso, prima dell’inizio dell’invasione russa, in cui Biden afferma “Se Mosca invaderà l’Ucriana non ci sarà più un Nord Stream 2 . Vi metteremo fine”.
La Casa Bianca ha immediatamente replicato alle accuse del Cremlino affermando che si tratta di “un’insinuazione ridicola”. Sempre oggi il ministero degli esteri di Mosca ha reso noto che la Russia intende chiedere una riunione del Consiglio di Sicurezza Onu sui danni subiti dal gasdotto Nord Stream. Danni che secondo la Germania potrebbero essere irreparabili. Con quali conseguenze per l’Europa ? Lo abbiamo chiesto a Francesco Sassi Ricercatore di geopolitica dell’energia al Rie di Bologna.

I No di Meloni a Salvini

(di Luigi Ambrosio)

Salvini è andato via molto velocemente.L’incontro con Giorgia Meloni è durato pochissimo, un’oretta.Salvini è andato via nascosto dai vetri oscurati della sua automobile.Lei è rimasta in ufficio.Poco dopo, un comunicato congiunto di Lega e Fratelli d’Italia recitava: “tutto bene. Non abbiamo parlato di nomi e non ci sono stati veti”.Ma è tattica.Lui ha chiesto per sé il ministero degli Interni e il ruolo di vicepremier.Lei ha resistito.Meloni non vuole Salvini al Viminale. In realtà non lo vuole in alcun ruolo di potere reale. E al Viminale non ce lo vuole nemmeno Mattarella. Figuriamoci, con un processo in corso per omissione d’atti d’ufficio e sequestro di persona per il caso Open Arms, fatti risalenti proprio a quando era ministro dell’Interno nel Governo col Movimento 5 Stelle.Meloni non vorrebbe nemmeno avere dei vicepremier. Teme che si trasformerebbero in controllori politici.Salvini non si arrende. Insiste sul vicepremier e insiste sul ministero dell’Interno. Il piano B di Salvini è un altro leghista al Viminale, Nicola Molteni. Ma il piano A di Meloni è un tecnico, il prefetto Piantedosi. La Lega, per Meloni, non deve avere ruoli chiave nel Governo. A Salvini sarebbe stato offerto addirittura il ministero dell’Agricoltura. Uno schiaffo.Le distanze sono grandi. E infatti la telefonata a Berlusconi durante l’incontro di oggi non c’è stata. Avrebbe suggellato una pace e un accordo. Ma la pace e l’accordo non ci sono.

I due messaggi politici nella nota di aggiornamento al Def

(di Anna Bredice)

Il livello del Pil aumenterà di poco nel 2023 rispetto alle aspettative e diminuirà la crescita tendenziale, sarà dello 0,6%, rispetto all’oltre due per cento previsto ad aprile. Sono i dati contenuti nella nota di aggiornamento al Def, che si accompagnano a due messaggi politici da recapitare al prossimo governo. Queste stime che sono prudenzialmente in lievissima crescita, pur in un contesto molto negativo, non tengono conto della politica economica che sarà realizzata con la prossima legge di bilancio. Della serie: vi consegno queste stime, ma se pensate di inserire la flat tax o altre misure promesse in campagna elettorale il deficit salirà di molto e dovrete vedervela voi. L’altro messaggio contenuto nel comunicato di Palazzo Chigi ha a che fare con il Pnrr, senza nominarlo si legge che i prossimi mesi saranno complessi a causa dei prezzi dell’energia e dei rischi geopolitici, ma “l’Italia, c’è scritto, ha a disposizione delle risorse che potranno dar luogo ad una crescita elevata per uscire dalla stagnazione economica”. Tra l’altro, la nota di aggiornamento prevede anche a fine anno un miglioramento nei dati dell’inflazione. Quindi, si chiede al prossimo governo di destra di non modificare il Pnrr per non mettere a rischio l’arrivo dei soldi. E per essere ancora più convincente proprio oggi il Commissario europeo Gentiloni ha ricordato che i patti si rispettano, “potremo discutere di punti limitati e specifici, dice Gentiloni, ma non deve essere una riapertura totale dei piani o un rinvio degli impegni”. Parole molto chiare per ricordare che il Pnrr e le riforme promesse devono essere realizzate. Giorgia Meloni non commenta, non ha detto nulla in questi giorni, se non ribadire l’appoggio a Zelensky. Da Palazzo Chigi è arrivata una nota per smentire un patto tra Meloni e Draghi con quest’ultimo che si porrebbe come garante in Europa del governo di destra, una smentita che non è così netta, perché Draghi parla di “transizione ordinata”, e altro non è che riuscire a tracciare una linea e sperare che Meloni la segua.

Referendum in Donbass, ecco gli osservatori italiani

(di Mattia Guastafierro)

Lui ha smentito, ma il suo resta il nome che fa più rumore, soprattutto ora che Giorgia Meloni si accinge a governare. Secondo Repubblica, c’è anche Maurizio Marrone, assessore piemontese in quota Fratelli d’Italia, tra gli osservatori italiani dei cosiddetti referendum. Classe 82, sposato con una donna del Donbass, la vicinanza di Maurizio Marrone alle rivendicazioni filorusse è nota da anni. Fin dall’inizio della guerra nel Donbass nel 2014, l’assessore ha sostenuto i separatisti, tanto da proporre in Consiglio regionale una mozione contro le sanzioni per l’annessione russa della Crimea. Nel suo CV anche l’apertura di una associazione in difesa della repubblica di Donetsk. Della sua presenza tra gli osservatori ne aveva parlato la tv ucraina 24.tv. A Repubblica lui ha negato di essere nel Donbass, inviando la posizione via Whatsapp che ne dimostrava la presenza a Torino. Al di là, però, della smentita, le sue simpatie rappresentano, se non un imbarazzo, almeno una grana in più per Giorgia Meloni che in campagna elettorale si è premurata di rassicurare più volte sul posizionamento atlantista di Fratelli d’Italia.
Confermata è invece la presenza di altri osservatori italiani. Tra questi c’era Gianfranco Vestuto, direttore del portale filorusso su Twitter Russia News. 62 anni, napoletano, Vestuto è stato in passato candidato della Lega Nord di Bossi, prima di fondare la Lega Sud Ausonia.
Altri nomi confermati sono quelli di Eliseo Bertolasi, della giornalista Graziarosa Villani e del coordinatore degli osservatori italiani, Vito Grittani, più noto come “ambasciatore italiano dell’autoproclamata Repubblica caucasica di Abkhazia”, riconosciuta solo da cinque Paesi al mondo.

L’uragano Ian va verso la Florida

L’uragano Ian sta diventando via via ancora più potente: adesso è classificato di categoria 4, ma la sua forza sta aumentando avvicinandosi a categoria 5, quella più alta. Nella nostra serata si abbatterà sulle coste della Florida con venti fino a 250km orari. Nel mirino città come Naples (21 mila abitanti) e St. Petersburg (264 mila), sulla costa del Golfo del Messico, con ‘landfall’ (il punto di impatto) nella contea di Charlotte, mentre per ora l’area di Tampa sembra risparmiata da una collisione frontale diretta. Oltre 2,5 milioni di persone sono sotto l’ordine di evacuazione obbligatorio, anche se non c’è alcuna legge che può costringere gli abitanti ad andarsene. Il governatore della Florida Ron De Santis nel suo ultimo messaggio ha chiesto ai cittadini che non hanno lasciato lo stato di non farlo, perché ormai sarebbe troppo pericoloso e di mettersi per quanto possibile ai ripari. L’uragano Ian ha già colpito Cuba, facendo vittime e feriti e lasciando l’isola completamente senza elettricità.

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    “Justice for Palestine” ovvero un milione di firme in un anno per dire non vogliamo più l’accordo di Associazione con Israele, almeno finché non ci sarà il pieno rispetto dei diritti dei palestinesi. L’iniziativa è promossa da European Left Alliance, all’interno della piattaforma per le petizioni di “iniziativa dei cittadini europei” che rendono poi obbligatoria la risposta della Commissione a una richiesta che raggiunga le firme. Perché l’Europa non ha preso alcuna posizione significativa nei confronti del governo israeliano, anzi, pur essendo con 42 miliardi anno il principale partner commerciale di Tel Aviv. “Siamo sia il più grande importatore che esportatore verso Israele, abbiamo una grande leva, la politica commerciale: dovremmo condizionarla al rispetto dei diritti umani come in realtà prevederebbe proprio l’accordo di associazione”, sottolinea Giorgio Marasà Responsabile Esteri di Sinistra Italiana che aderisce.

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