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Una notte con gli “indignati” francesi

Sono arrivata in Place de la République verso le 6 di sera, martedì. Non sapevo bene cosa aspettarmi, perché dopo gli attentati la piazza è diventata più un mausoleo che un luogo di lotta e di festa, come invece era sempre stato. Il memoriale, in effetti, è sempre lì, ma tutto intorno alla statua della Repubblica listata a lutto ci sono capannelli di persone che discutono, sedute per terra. Ci sono gazebo e gente che suona qui e là ma, soprattutto, c’è tanta gente seduta davanti a qualcuno che sta parlando al microfono. A volte, la folla agita le mani in segno di approvazione o disaccordo e un oratore lascia il posto a un altro: un sans papier, una donna, un ragazzo… Ma perché così tante persone sono venute qui, stasera? Lo chiedo a Sébastien:

“Siamo qui perché c’è un movimento interessante, cittadino, che non sembra controllato politicamente e faccio parte di quelli che pensano ci sia bisogno di un cambiamento. Il primo cambiamento sarà riappropriarsi della politica e penso che questo sia un buon modo di farlo: dibattere, fare delle assemblee cittadine, prendere decisioni che non possono essere ‘prese in ostaggio’ da un’élite. Quello che mi aspetto, e che è stato chiesto, è che ci sia una convergenza di lotte”.

Mentre la manifestazione organizzata dagli studenti martedì ha riunito circa tremila persone, meno della metà di quelle scese in strada la settimana scorsa, Place de la République è ogni sera più piena. In questi giorni sono venute a occupare la piazza le associazioni più disparate e si può partecipare ad atelier di ogni tipo: di pittura, teatro, informatica, musica… L’altro giorno sono passati persino degli agricoltori. Gente giovane e più matura, diversa ma simile, con molto in comune.

“Il punto comune – spiega Carole – è che questa piazza riunisce la gente che è indignata, che per la maggior parte immagino non abbia votato o abbia votato per un governo di sinistra e, beh siamo radicalmente delusi. Solo che siamo tutti coscienti che manifestare non basta più e quindi ci siamo detti ‘rimaniamo in piedi e continuiamo, dopo la manifestazione’ ed ecco, da allora questo è uno spazio di lavoro, con delle commissioni che cercano di strutturare un movimento per smuovere concretamente le linee… Reinterrogarsi sulla Costituzione, sul nostro rapporto con il lavoro, sul modo in cui la democrazia si costruisce, eccetera”.

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Piano piano, il movimento si struttura. Durante il weekend si sono formati i gruppi di lavoro e le famose commissioni, che si riuniscono durante la giornata e a cui si possono mandare proposte online, perché siano poi votate in assemblea. Ma, di fatto, si va ancora molto a braccio. Lo conferma Simon: “ È un movimento aperto, sono arrivato e sono andato al punto accoglienza, ho chiesto cosa potessi fare e mi han detto: ‘Quello che vuoi ma fallo’. Tutti possono prendersi delle responsabilità e partecipare alla vita del movimento. Le persone arrivano e ci fanno delle domande. Vogliono informazioni sulle attività del movimento o chiedono che cos’è il movimento e allora bisogna spiegargli come è nato, chi siamo, chi non siamo… Oppure sono interessati a una commissione e a un campo preciso e quindi li riorientiamo verso la commissione perché possano partecipare”.

In tanti si avvicinano per curiosare e finiscono per rimboccarsi le maniche, come Laure, che lavora alla mensa improvvisata a prezzo libero. “Sono venuta ieri per dare un’occhiata. Ho assistito all’assemblea ma me ne sono andata presto, verso le 20. Oggi sono tornata e ho deciso di dare una mano in mensa, mi sono iscritta ed eccomi qui”.

Poi ci sono i ragazzi della logistica, che con gazebo e banchetti fanno un lavoro da far invidia a Penelope: “In pratica ogni giorno la polizia smonta e noi rimontiamo il giorno dopo. Da venerdì mattina montiamo e smontiamo, montiamo e smontiamo. Vedremo fino a quando durerà. Ci organizziamo un po’ alla volta. Per ora abbiamo previsto delle assemblee ogni giorno alle 18. Discutiamo della nostra azione, del perché siamo qui, su che piano ci mettiamo, cosa vogliamo… È da un mese che la tensione sale, che ci sono delle manifestazioni e la gente non vuole semplicemente manifestare da un punto A a un punto B… Penso di non essere il solo a essere contento di vedere questo movimento espandersi”.

Indignez-vous!”, indignatevi, come scriveva l’intellettuale franco-tedesco Stéphane Hessel cinque anni fa, ma per fare cosa? Imitare gli spagnoli di Podemos? Costruire un’alternativa a sinistra quando François Hollande esclude persino le primarie per le presidenziali? Per ora, a République nessuno lo sa, si discute e si fanno proposte, rioccupando lo spazio pubblico. Per capire che cosa diventerà questo movimento, se non si sgonfierà, bisognerà aspettare qualche altra notte in piedi.

Ascolta qui l’audio reportage di Luisa Nannipieri da Place de la République

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    Luisa Nannipieri
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    «Milano è un contesto mafioso, né più né meno di come può esserlo la Calabria». Sono le parole della procuratrice aggiunta di Milano, Alessandra Cerreti, pronunciate durante la requisitoria al processo Hydra. Ieri c'è stata la prima sentenza per una settantina di imputati che hanno scelto il rito abbreviato. Tra i condannati (Mariano Rosi, Filippo Crea, Giuseppe Fidanzati e altri), stando all’inchiesta della Procura di Milano ci sono figure di primo piano del crimine organizzato in Lombardia. L’inchiesta Hydra - che ha portato al processo - ha messo in luce “un sistema mafioso lombardo”, un’alleanza tra esponenti di ‘ndrangheta, cosa nostra e camorra. Un sistema per compiere dalle rapine alle truffe, dal riciclaggio di denaro alle intestazioni fittizie di beni, fino alle false fatturazioni, alle estorsioni. Tra i reati contestati c'è anche il traffico di droga e di armi. Pubblica ha ospitato lo storico Enzo Ciconte e il ricercatore dell’università Statale di Milano, Andrea Carnì, autore di un importante libro per la conoscenza del fenomeno mafioso in Lombardia uscito in questi ultimi mesi dal titolo «Mafia ed economia. Il rischio criminale in Lombardia» (Futura 2025).

    Pubblica - 13-01-2026

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    A come America di martedì 13/01/2026

    A cura di Roberto Festa con Fabrizio Tonello

    A come Atlante – Geopolitica e materie prime - 13-01-2026

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    Donald Trump e la svolta conservatrice della democrazia USA. A cura di Roberto Festa e Fabrizio Tonello.

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    GIANNI BIONDILLO - MM MILANO'S MOVIES - presentato da Barbara Sorrentini

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    In tenda per difendere la sanità pubblica. La storia di Piero Castrataro, sindaco di Isernia

    Il sindaco di Isernia Piero Castrataro dorme dal 26 dicembre scorso in tenda, accampato davanti all’ospedale cittadino Ferdinando Veneziale. La protesta serve a chiedere risorse e iniziative alla regione Molise per rilanciare la struttura, visto che la desertificazione sanitaria avanza senza ostacoli. Secondo la pianta organica, al pronto soccorso dovrebbero esserci tredici medici. Invece ce ne sono solo quattro. In radiologia tre su dodici. L'ortopedia è al lumicino, altri reparti vanno a singhiozzo. Per mancanza di monitor funzionanti, solo cinque letti di cardiologia su dieci sono attivi. In queste condizioni, il ricorso ai gettonisti è quasi obbligatorio. Castracaro insiste e dice che finché non avrà risposte chiare non mollerà. La situazione in regione è peggiorata nel corso degli anni. La rete ospedaliera nel 2009 aveva quasi 1.800 posti letto e ora sono mille. Il peso della sanità privata invece si è moltiplicato: nel 2009 le imprese avevano il 10% dei posti letto, oggi circa il 40%. Mentre i cittadini vedevano sparire i reparti pubblici la sanità accreditata remunerata con soldi statali ha prosperato. Un piccolo (grande) esempio di come il servizio sanitario nazionale, introdotto in Italia nel 1978 dall’allora ministra della salute Tina Anselmi, si stia progressivamente sgretolando, a nord così come a sud. L'intervista di Cinzia Poli e Alessandro Braga al sindaco Piero Castrataro.

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    Sguardi, opinioni, vite, dialoghi al microfono. Condotta da Massimo Bacchetta, in redazione Luisa Nannipieri.

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    Lombardia: ‘Ndrangheta, Mafia e Camorra alleate per gli affari. 62 persone condannate

    Sono arrivate 62 condanne nel processo sull’alleanza mafiosa lombarda Hydra. Il gup di Milano Emanuele Mancini ha condannato con rito abbreviato 62 imputati dei 78 rinviati a giudizio a pene fino a 16 anni di reclusione, quasi cinque secoli totali di carcere. 24 le condanne per 416 bis, associazione mafiosa. Accolta la tesi dei pm Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane: in Lombardia c’è stata un'alleanza tra ‘ndrangheta, mafia e camorra in nome degli affari. Le tre organizzazioni criminali, come emerso dalle indagini, avevano capito che in Lombardia senza farsi la guerra c’è spazio per tutti. Il giudice, che ha letto la sentenza nell'aula bunker del carcere di Opera, ha riconosciuto la contestazione principale della Procura diretta da Marcello Viola, ovvero l'associazione mafiosa "costituita da appartenenti alle tre diverse organizzazioni" criminali. In Lombardia le tre mafie avevano deciso di mettersi insieme, ciascuna con la propria specificità, per fare business, “autorizzate dalle case madri a spendere il brand criminale di Cosa Nostra, della Camorra o della ‘Ndrangheta” ha detto la pm Cerreti durante la requisitoria. “So che può dare fastidio a qualcuno, ma Milano è un contesto mafioso né più né meno di come può esserlo la Calabria. Fin quando non avremo consapevolezza, non faremo passi avanti”. Dell’importanza di questa inchiesta, Hydra, Roberto Maggioni ne ha parlato con Andrea Carni, ricercatore, che insieme a Nando dalla Chiesa ha scritto il libro “Mafia ed economia. Il rischio criminale in Lombardia”.

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