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Approfondimenti

Muro di Berlino, 30 anni dopo la caduta. Le testimonianze

Berlino - 30 anni dopo la caduta del muro

Il 2019 segna il trentennale dalla caduta del muro di Berlino e noi di Radio Popolare abbiamo deciso di raccontare questo epocale cambiamento per l’Europa e non solo attraverso una serie di testimonianze dirette, da chi ha vissuto in città prima del 1989 a chi, invece, ha vissuto il cambiamento soltanto dopo la caduta.

Frank Richter, ex sacerdote cattolico a Dresda

Frank Richter, oggi 59 anni, all’epoca cappellano cattolica a Dresda, è stato uno dei fondatori del “Gruppo dei 20” che poi andò a trattare con le autorità della DDR. Era alle manifestazioni a Dresda dell’ottobre 1989. 

La fine dell’estate e l’autunno del 1989 sono stati nella DDR mesi avvincenti, emozionanti: in poche settimane è cambiato più di quanto non abbia fatto prima in tanti anni. C’è sempre la domanda: da dove si parte con la storia e dove poi si chiude. Io parto dal 19 agosto 1989: quel giorno si aprì il confine tra l’Ungheria, uno stato dell’impero socialista sovietico, e l’Austria. Tanti cittadini della DDR facevano le vacanze in Ungheria – era uno dei pochi Paesi verso il quale si poteva viaggiare senza problemi – e usarono questa possibilità per passare dall’Ungheria all’Austria e da lì alla Germania Ovest. Lasciavano definitivamente la DDR e chi all’epoca lasciava la Germania Est, lo faceva per sempre, cioè doveva mettere in conto di non poter mai più tornare a casa. Il governo a Berlino Est per settimane non reagì affatto. Con questo per me era chiaro che aveva perso il potere politico, la fine si avvicinava. Poi il confine con l’Ungheria fu chiuso, e il 3 ottobre chiuse anche addirittura il confine con la Cecoslovacchia, anche questo uno Stato socialista. E così la popolazione della DDR era di fatto imprigionata, perché non poteva andare più da nessuna parte senza visto – e nei Paesi occidentali in ogni caso no.
Questo procedimento accelerò la rivoluzione, la ribellione della gente, con tante manifestazioni nelle strade, non solo a Lipsia, anche a Dresda, a Berlino e in città più piccole. Ciò diventò per il potere statale della DDR un problema, perché il 7 ottobre del 1989 cadevano le celebrazioni per il 40 anniversario della fondazione della Repubblica democratica tedesca. Era annunciata la presenza di Michael Gorbaciov. Alla vigilia ci furono molti episodi di violenza da parte della polizia, molti arresti, in molte città. Poi alla fine la situazione si ribaltò verso il dialogo.
E per me è importante sottolineare che nella DDR nell’autunno 1989 ha avuto luogo una rivoluzione, prima dell’apertura del Muro di Berlino e del confine tra le due Germanie, E questa rivoluzione è avvenuta prima ancora che si potesse anche solo pensare che il confine potesse aprirsi. Cioè: il risultato civico e il riconoscimento lo hanno guadagnato coloro che allora nella DDR sono scesi in strada e hanno protestato, pacificamente.

Veniamo alle manifestazioni qui a Dresda dell’ottobre 1989 – qual era l’atmosfera in città?
“Dresda ha una storia molto particolare nell’ottobre dell’89, che si differenzia da quella di altre città per come è andata in concreto. Anche solo perché il 4 e il 5 ottobre le manifestazioni a Dresda erano state molto violente: da parte dei manifestanti e, molto, da parte della polizia. Perché? Perché alla stazione centrale di Dresda il 4 ottobre migliaia di persone si erano radunato con l’intenzione di andare a Praga, entrare nell’Ambasciata della Repubblica federale tedesca e da lì andare verso la Germania Ovest. Cosa che però non era più possibile perché la DDR aveva chiuso il confine la notte del 3 ottobre. La disperazione della gente, che vide di non poter più salire sugli ultimi treni della libertà, era così grande, che le persone diventarono violente. L’interno della stazione centrale fu distrutto, lanciarono sassi, tavole… la polizia reagì con brutalità – come dicevo, era 3 giorni prima dell’anniversario della DDR e il regime voleva quiete. Poi il 5 ottobre si arrivò al punto di svolta: tra la folla di gente disperata diventarono sempre di più le persone, gente di Dresda, che si recarono a vedere cosa stava succedendo e che non volevano andare via, bensì restare qui. Ed erano pacifiche. Così dalla violenza si passò molto velocemente alla non-violenza, da un’atmosfera aggressiva ad una pacifica. Ed è ancora oggi incredibile, quanto pacifici e con quanta intelligenza politica i manifestanti si comportarono nelle strade: non diedero al potere statale più alcuna occasione, scusa per reagire con violenza. L’atmosfera cambiò e alla fine l’8 ottobre si formò qui a Dresda da una manifestazione il gruppo dei 20, un gruppo di opposizione di cui sono stato uno dei fondatori, perché anche io ero in piazza. E l’allora sindaco di Dresda, Wolfgang Berghofer, membro della SED, fu così intelligente che quella sera decise che sì, avrebbe parlato con i manifestanti. Con ciò fu il primo funzionario comunista di peso ad entrare in trattative ufficiali con l’opposizione. La città di Dresda si democratizzò, in breve tempo. E tutto restò pacifico”.

Perché decise di andare anche Lei alle manifestazioni?
“All’epoca ero un prete cattolico – ora non più perché poi mi sono sposato – ma allora lo ero, avevo 29 anni, e sapevo molto bene che i tanti giovani che facevano parte della comunità della chiesa e per i quali io ero responsabile, erano in strada a manifestare. Non potevo certo restare a casa seduto sul divano mentre i miei ragazzi erano in piazza. Quindi sono semplicemente andato anche io. E ho visto quanta gente c’era. Dall’altro lato, ho ritenuto mio compito fare poca politica – all’epoca non volevo per forza impegnarmi in modo diretto, ma era mio compito mettere fine alla violenza e organizzare un dialogo ragionevole. Gli studenti di teologia studiano sempre anche filosofia e sapevo come si fa la democrazia: trovando cittadini che si impegnino, delegando, formulando temi e organizzando discussioni. Questo abbiamo fatto in strada. E’ riuscito, quella sera, perché le persone erano disciplinate, perché la partenza ha avuto successo e perché i funzionari della SED e i poliziotti si resero conto anche loro che dovevano agire diversamente. C’è stata quindi molta fortuna, ma anche molta intelligenza politica”.

Non ha avuto paura?
“La preoccupazione, che non avremmo avuto successo, la paura, che a me personalmente sarebbe potuto succedere qualcosa di grave, andando a trattare con la polizia… quella arrivò 3-4 giorni più tardi. Ci sono situazioni nella vita in cui bisogna mettere la paura in un angolo e dire: resta ferma lì, adesso tocca a qualcos’altro. E questo lo riportano molte persone che all’epoca erano nelle strade: che hanno provato paura, come sensazione, soltanto quando ormai tutto era già andato bene. Non è così strano. La paura è un sentimento importante, ma non deve diventare quello dominante, se si vuole dare forma alla politica”.

È stata una sorpresa che poi tutto si sia svolto nel giro di poche settimane?
“Se nel 1988 un romanziere avesse scritto un romanzo e rappresentato gli eventi così come poi sono effettivamente accaduti gli sarebbe stata riconosciuta una notevole fantasia. Non c’era alcun copione e malgrado ciò andò in modo grandioso ed eccezionale. Nell’est della Germania è successo qualcosa di fantastico, che nessuno, in Germania e anche al di fuori, proprio alla fine del XX secolo, nel quale la Germania è stata nota per eventi differenti e tremendi, poteva più immaginare.
Le cause sono molteplici, spiegazioni mono-causali sono totalmente sbagliate. Ne prendo 2: Michail Gorbachov, con la sua dichiarazione “perestrojka e glasnost”, ha creato dal centro del potere, da Mosca, il clima mentale nel quale poi tutto questo è stato possibile. Senza di lui e la sua politica non ce lo si può spiegare. La seconda: le chiese, intendo tutte le varie comunità religiose nella DDR e anche nella Germania Ovest hanno rivestito un ruolo molto costruttivo. Le prediche a non seguire la violenza, la spiritualità della natura pacifica e dell’intelligenza, queste le hanno trasportate in modo molto preciso nella società e questo gli riuscì facile perché le chiese erano quasi l’unica istituzione nella DDR che ancora aveva una certa indipendenza”.

Cosa ha pensato quando è arrivata la notizia che il Muro era caduto?

“La sera del 9 novembre, quando il muro è stato aperto… io in realtà non l’ho proprio saputo. Credo di aver addirittura dormito…Non ricordo cosa ho fatto quella sera, ma in ogni caso non ho sentito il notiziario né guardato la televisione. L’ho saputo per la prima volta la mattina successiva, dal notiziario. E mi ricordo la frase dell’allora Sindaco socialdemocratico di Berlino, Walter Momper: stanotte i tedeschi erano il popolo più felice della Terra. I tedeschi non sono particolarmente famosi al mondo per essere un popolo felice – magari particolarmente diligenti o intelligenti, ma che potessero essere anche particolarmente felici e festeggiare in maniera spensierata non è avvenuto tanto spesso. Ma quella notte è stato così. E’ stata una grande festa, un evento che chi lo ha vissuto non dimenticherà più.
Personalmente sono stato molto contento, perché improvvisamente era chiaro che anche io potevo viaggiare nel mondo occidentale, cosa che prima non mi era permessa. Ma ho anche quanto meno un po’ immaginato, che la politica in questo Paese ora sarebbe cambiata così velocemente e radicalmente, in modo inevitabile, perché il sistema dell’Ovest era semplicemente più forte e avrebbe esercitato una forza attrattiva che alla fine avrebbe portato al tramonto della DDR. E che avrebbe portato notevoli fratture per le vite dei cittadini della DDR. Ma la gioia di quel giorno prevalse su questi pensieri”.

Gli slogan dell’89 oggi qui a Dresda si sentono alle manifestazioni di Pegida… Che effetto le fa?

“Sento le stesse parole di 30 anni fa, ‘Il popolo siamo noi’ . Ma sento un effetto sonoro differente. Quello del 1989 era pacifico, riflessivo, invitante. Quello di oggi è aggressivo e sgradevole. Le persone che oggi alle manifestazioni di Pegida gridano ‘Noi siamo il popolo’, possono farlo. Lo dico, anche se non mi viene facile: noi siamo scesi in strada nel 1989 e abbiamo manifestato al grido di ‘il popolo siamo noi’ perché in futuro le persone possano sempre andare in strada e dire ciò che vogliono. La conquista della libertà di manifestare è un risultato delle rivoluzioni pacifiche dell’89. Per questo noi democratici dobbiamo convivere con la questione che la gente oggi lo faccia da Pegida o altrove. Anche se non ci piace. Dall’altro lato, sento naturalmente questo sound di aggressività e nella sostanza è ciò che avviene da Pegida e che è voluto, anche. Non sarà così per ciascun manifestante, ma nella sostanza politica sì. E se si prendono sul serio i politici della nuova destra al riguardo, quello che scrivono, quello che dicono, nella sostanza si tratta di un’altra Repubblica, un’altra forma di democrazia – nazionalista e tendenzialmente anche razzista, xenofoba. E questo si differenzia in modo sostanziale da quanto era inteso nel 1989. Insomma, non basta guardare solo all’apparenza delle parole”.

Berlino - 30 anni dopo la caduta del muro
La caduta del muro di Berlino: 30 anni dopo

Detlev Follax, dirigente del sindacato ver.di Rostock

Detlev Follax, dirigente locale del sindacato VER.DI Rostock (dal 1991 nel sindacato, prima lavorava negli Stadtwerken di Rostock)

Rostock era un centro, o il centro economico nel nord della DDR. Avevamo in particolare l’industria navale, poi c’erano molte persone che lavoravano nell’ambito del porto e del trasporto marittimo. La compagnia di navigazione della DDR aveva sede a Rostock. E avevamo qui anche una parte dell’industria meccanica, in particolare per la costruzione di motori per le navi.

Rostock era considerata una città ricca, all’epoca?

“Credo che nessun città nell’ex DDR era davvero ricca. Si lavorò perché Rostock, in particolare nei primi anni della DDR, fosse una sorta di manifesto nei confronti dei vicini scandinavi. E per esempio furono costruiti nuovi padiglioni fieristici, in città furono eretti nuovi edifici, perché nell’ambito della cosiddetta ‘Fiera dell’Est’ si voleva mostrare ai vicina della Scandinavia che anche nelle condizioni socialiste era possibile raggiungere dei risultati”.

Nel periodo immediatamente dopo la caduta del Muro, i cambiamenti come furono comunicati nella fabbriche? Quali furono le reazioni?

“Dopo le prime reazioni di gioia per la svolta, la svolta pacifica nella DDR, l’apertura dei confini, la nuova libertà, la democrazia… arrivò in modo relativamente veloce anche una certa insicurezza. Perché inizialmente non era così chiaro come le cose sarebbero andate avanti. Le ex “fabbriche del popolo” continuarono a sopravvivere, ma al più tardi con l’introduzione del marco tedesco come moneta, l’esistenza per queste fabbriche diventò sempre più difficile. E si impose in generale un grande disorientamento, insicurezza – perché molto presto iniziarono anche i primi licenziamenti.
Alcune fabbriche furono vendute, tramite l’amministrazione fiduciaria. Cosa che portò alla riduzione dei posti di lavoro. E nel periodo successivo sappiamo che proprio nei settori che citavo prima – la grande flotta per la pesca, i cantieri navali, il porto, la compagnia di navigazione – quindi le grandi aziende, che impiegavano fino a migliaia di lavoratori, hanno risentito in dimensione notevole degli effetti del periodo successivo alla caduta del Muro e del processo di ristrutturazione che ne è risultato”.

Qual è stata la sua esperienza?

“Personalmente ho almeno avuto la fortuna di non restare mai disoccupato perché l’occupazione nel mio lavoro, la fornitura cittadina di gas ed elettricità, andò avanti. E così è stato anche più tardi, quando ho cambiato e sono andato nel sindacato. Ma questo non si può dire per tutti i settori. Come ho già menzionato, in molte fabbriche ci fu una radicale riduzione del personale. Che si estese in modo trasversale: quindi non solo i classici settori industriali, economici bensì anche in settori come i servizi pubblici, nelle università, anche nel commercio furono in parte tagliati in massa posti di lavoro. Ci furono davvero fratture nella storia lavorativa delle persone. E ci sono ancora oggi persone che da allora non hanno più rimesso radici nell’attività professionale”.

E perché è successo?
“Credo che da un lato la causa sia stata l’età di alcune di queste persone, che all’epoca della caduta del Muro avevano sui 45-50 anni. Dall’altro però c’è anche la questione dell’istruzione, della formazione: molti non avevano un titolo di scuola superiore, erano lavoratori non specializzati. E inizialmente si cercò in primo luogo di prendere, assumere gli specialisti. Chi si era registrato come disoccupato venne in parte immesso dall’Ente del lavoro in misure per poter avere una qualifica, ma anche in occupazioni temporanee, sovvenzionate. E per chi entrava una volta in questa spirale, poi era molto difficile uscirne ed immettersi di nuovo in una attività professionale a tempo indeterminato”.

Come era vista la disoccupazione nella DDR? E cosa ha significato per le persone ritrovarsi disoccupati – anche dal punto di vista psicologico?

“Credo che questo era il grosso problema. Nella DDR, almeno in forma ufficiale, la disoccupazione non esisteva. Io stesso non conosco nessuno che all’epoca era disoccupato. C’era sicuramente qualcuno che di per sé non voleva lavorare e riceveva uno status particolare da parte dello Stato. Ma disoccupazione come l’abbiamo poi conosciuta, nella DDR non c’era perché per ciascuno era previsto in qualche modo un posto di lavoro. Ed erano anche ricercati con urgenza. Questo è stato anche, credo, il problema psicologico di molte persone in particolare nell’Est, che quasi dall’oggi al domani, con la caduta del Muro si sono dovuti confrontare con il problema della disoccupazione. I tedeschi dell’Ovest conoscevano già questo problema, lì la disoccupazione c’era sempre stata, in misura maggiore o minore. Ma per i cittadini dell’ex DDR questo era un fenomeno assolutamente nuovo”.

Questo poi ha avuto conseguenze nella città?

“Sì, le persone si sono rese conto molto velocemente che, dopo l’introduzione del marco tedesco, questa medaglia aveva due facce. La gente aveva la moneta, con la quale teoricamente poteva viaggiare ovunque, e anche muoversi in altri Paesi. Ma c’erano naturalmente anche molte persone che a causa della disoccupazione non avevano soldi a sufficienza per poter fare quei viaggi che prima avevano sognato tanto. Arrivò di nuovo una grande insoddisfazione. Le famose manifestazioni del lunedì furono in parte portate avanti, in particolare da persone disoccupate da lungo tempo, che non avevano più trovato un nuovo lavoro regolare, che in questo modo davano voce al loro malcontento. Ma ci furono anche molti lavoratori delle fabbriche, o liquidate tramite l’amministrazione fiduciaria, che quindi semplicemente non esistevano più e dove sono andati persi molti posti di lavoro. Oppure se si pensa, i cantieri navali, nel frattempo venduti varie volte attraverso diverse proprietà – e non successe più che a Rostock venissero in grande misura costruite navi. Ovviamente molte persone erano scontente e frustrate per questa situazione”.

Le conseguenze si vedono ancora oggi?

“Credo che nell’insieme bisogna dire che le condizioni generali della gente siano molto migliorate. Credo che molte persone oggi dicano che stanno meglio di prima. Quando si parla con la gente, e lo si vede anche sui media, a molte persone manca ovviamente la sicurezza sociale che c’era allora, nel periodo della DDR, e che oggi non c’è più. Ma credo che la gran parte delle persone sia soddisfatta della situazione. E anche attraverso i cambiamenti demografici, abbiamo un tasso di disoccupazione relativamente basso. Le aziende cercano forza lavoro, i cantieri navali a Rostock e dintorni, nel nord, hanno assunto un notevole numero di personale. Credo che le persone vedano che le cose vanno di nuovo verso l’alto. Ma ci sono ancora persone, va detto, che guardano indietro con un po’ di scontento, che sostengono che prima era meglio. Ma penso che intendono soprattutto la sicurezza sociale, che non dovevano preoccuparsi se un domani avrebbero avuto ancora un lavoro o un affitto sostenibile – cose come queste credo che siano ancora centrali per le persone”.

Secondo Lei si sarebbe potuto/dovuto fare diversamente?

“Penso che Lei abbia posto la domanda in maniera giusta. Mi ha chiesto se si sarebbe dovuto fare diversamente oppure se si sarebbe potuto fare diversamente. Credo che questo vada in particolare preso in considerazione. Sono con Lei nel dire che si sarebbe dovuto fare diversamente, credo che nel processo della riunificazione e della ristrutturazione economica si sarebbe dovuto prendere più tempo. E credo anche che l’amministrazione fiduciaria ha liquidato aziende che avrebbero avuto diritto ad esistere e che erano in grado di sopravvivere. La domanda è però se, nelle condizioni, anche politiche, di allora, se c’era questo tempo, se si potevano lasciar correre gli eventi ancora per un po’ – in quel caso si sarebbe dovuto ritardare di molto l’introduzione del marco tedesco all’Est. Ma credo che la pressione da parte della gente, dopo l’introduzione del marco era semplicemente troppo grande e la politica si è trovata abbastanza costretta ad agire. Quindi non è possibile giudicare in modo netto. Credo che con un po’ meno velocità, anche con un po’ più di coraggio di concedere alle aziende dell’Est una reale chance, si sarebbero potuto ottenere di più”.

La caduta del muro di Berlino: 30 anni dopo

Joachim Ragnitz, Economista

Joachim Ragnitz, Economista (IFO DRESDEN)

Se si guarda alla forza economica, allora bisogna dire, ok il pil della popolazione attiva è circa l’80% rispetto al livello dell’Ovest, quindi c’è una forte lacuna. E lo stesso si vede per gli stipendi, che devono orientarsi al livello di produttività: sono circa l’80% rispetto ai livelli dell’Ovest. Cioè, l’aspetto è che l’Est sia fortemente arretrato. E se si osserva l’evoluzione nel corso del tempo, negli ultimi 20 anni non è stato fatto granché, insomma questa lacuna è rimasta piuttosto costante.
L’aspetto migliore riguarda il reddito materiale dei privati: nominale 85% [dell’Ovest], reale circa il 93%. Questo ha molto a che fare con il fatto che il nostro sistema fiscale tassa in maniera meno forte i redditi bassi, ma anche col fatto che parecchi beni di consumo all’Est hanno prezzi più bassi che nei maggiori centri urbani dell’Ovest. Così è per gli affitti, che all’Est sono molto più bassi, con l’effetto che il potere d’acquisto delle persone è sostanzialmente simile all’Ovest. Come ultimo indicatore si può prendere la situazione occupazionale: in passato abbiamo avuto periodi in cui la disoccupazione era molto alta, oltre il 20%, al momento è a circa il 6%, e tende a scendere. Cosa che ha a molto che fare con l’evoluzione demografica della popolazione: i disoccupati vanno in pensione e escono dalle statistiche. Ma si osserva anche che la situazione occupazionale nel mercato del lavoro non è più il maggiore problema dell’Est della Germania. Bisogna aggiungere che l’economia delle regioni dell’Est è molto variegata: ci sono regioni molto deboli ma anche regioni molto forti, che non si differenziano granché dall’Ovest. E questo viene spesso dimenticato quando si parla dell’Est, perché l’Est non è un corpo omogeneo, così come non lo è l’Ovest.

Quali sono state le questioni, i problemi del periodo immediatamente successivo alla caduta del Muro?

“Il maggiore problema all’epoca era che molte imprese dell’Est non erano competitive per il mercato. Avevano una cattiva dotazione di macchinari, perché non erano ancora state introdotte lì le tecnologie che invece erano di uso comune all’Ovest. Questo significa che molte imprese hanno avuto velocemente delle contrazioni. Con la conseguenza che la disoccupazione è salita piuttosto fortemente. Questo è stato il maggiore problema politico-sociale dell’inizio degli anni ’90. Sono stati fatti naturalmente alcuni errori nel processo di unificazione: tutta la questione dell’amministrazione fiduciaria, delle privatizzazioni, in cui le aziende statali dell’Est dovevano essere cedute in mani private, non si è svolta sempre in modo ottimale. Ci sono stati problemi con i finanziamenti, che in parte sono stati usati per scopi diversi da quelli previsti e che in parte, bisogna oggi dire, erano troppo alti. C’è stato il problema che il sistema normativo dell’Ovest è stato completamente portato all’Est, cosa che ha sovraffaticato, oberato, molte persone e molte imprese. C’è stata una lunga serie di problemi, che sono normali in un tale processo di trasformazione, perché non c’erano esempi concreti, di come si sarebbe potuto fare meglio”.

E queste situazioni hanno lasciato delle conseguenze poi anche oggi?

“Gli errori che furono fatti allora hanno avuto ripercussioni nella struttura economica. Per esempio, nell’ambito dell’industria, non ci sono dei veri e propri quartieri generali qui bensì solo principalmente meri stabilimenti, cosa che ha come conseguenza che non c’è una alta creazione di valore aggiunto. La seconda conseguenza, che ancora si vede, è che abbiamo molti piccoli imprenditori e aziende, perché all’epoca di fatto si è dovuto ri-fondare tutte le imprese, e non hanno ancora avuto crescite forti. Queste due questioni incidono ancora oggi. E a causa delle difficoltà che ci furono allora e della mancanza di prospettive per molta gente, tanti sono andati via. Con la conseguenza che i giovani semplicemente mancano, che spesso persone con ottime qualifiche sono andate altrove, quindi il potenziale di popolazione attiva rimasto spesso non è quello del quale le aziende avrebbero effettivamente bisogno. Questo si può ricondurre ai primi anni della riunificazione, lì furono gettate le radici per lo sviluppo demografico è stato così come è stato. E questo, suppongo, ci terrà occupati ancora a lungo”.

Quali sono stati i costi della riunificazione?

“È difficile da quantificare. Si può dire quanti soldi sono affluiti dall’Ovest verso l’Est, in 30 anni circa 2000 miliardi di euro. E’ una somma ingente, ma bisogna anche considerare che si tratta di un lungo arco di tempo. E anche che in buona parte sono spese rese necessarie perché l’Est presenta una bassa potenza fiscale, quindi per garantire uno stesso livello di reddito e di tasse è stato necessario compensare con pagamenti dall’Ovest. Poi l’alta disoccupazione ha portato a dover garantire sostegni sociali affinché le persone non sprofondassero nella povertà. E qui non è chiaro: tale somma è il prezzo dell’unificazione, oppure è a addebitare alla necessità di avere un sistema sociale e statale unitario? Io sono propenso piuttosto a dire che i reali costi dell’Unificazione sono le prestazioni speciali che sono affluite verso l’Est, quindi misure economiche, spese particolari per le infrastrutture… Se si guarda in questo senso, si arriva ad un ordine di grandezza molto minore, circa il 10% degli interi finanziamenti, trasferimenti. Ma sono stime molto grezze, da parecchio non si fanno più analisi quantitative su quanto denaro affluisca verso l’Est”.

Nel periodo dopo la caduta del Muro, si sarebbe potuto, dovuto agire diversamente, secondo Lei?

“Bisogna prendere un po’ le difese di chi ha agito all’epoca: non avevano alcuna esperienza di un simile processo di trasformazione, nessuno sapeva come si sarebbe dovuto fare e quindi ovviamente sono stati commessi degli errori. Guardando con gli occhi di oggi si è sempre più intelligenti, guardando oggi si può affermare che la veloce unione monetaria è stata dal punto di vista economico un errore, che il tasso di cambio di 1 a 1 tra il marco della DDR e quello dell’Ovest è stato un errore, ma necessario per motivi politici. Problema maggiore è stato decidere di trasferire tutte le leggi, regolamentazioni dell’Ovest senza alcuna modifica, invece di consentire per un po’ delle eccezioni o facilitazioni… cosa che avrebbe comportato che un maggiore numero di aziende avrebbe deciso di creare centri di produzione all’Est, e ciò forse avrebbe attutito la frattura. Questi sono gli unici aspetti dove direi che ci sono stati errori, che hanno ancora effetti oggi e non sono stati più corretti. Adesso è troppo tardi. Ma dal punto di vista politico era necessario agire così come si è fatto”.

Di cosa hanno bisogno i Laender dell’Est oggi?

“Il grande problema dell’Est è la mancanza di forza lavoro: troppe poche persone giovani, con alta qualificazione, che portino dinamicità. Per me il compito più importante sarebbe quello di organizzare una migrazione verso l’Est – l’immigrazione non arriva per forza solo dall’Ovest, ma anche dai paesi dell’Europa orientale o da quelli fuori dall’Unione europea. Tutti sappiamo che nelle regioni dell’Est non c’è molta propensione ad accogliere stranieri e quindi sarebbe necessario anche aumentare la disponibilità all’integrazione tra gli abitanti dell’Est. Ovviamente è difficile, organizzare una migrazione, perché non è che possiamo obbligare le persone a venire qui – e una volta che sono in Germania hanno la libertà di movimento quindi possono poi stabilirsi altrove.
Ciò vuol dire che se si vogliono fare misure politicamente attuabili bisogna rafforzare il potenziale di innovazione delle aziende, finanziare la ricerca e lo sviluppo nelle aziende, le tecnologie,
trasferire istituti di ricerca… questo avrebbe l’effetto di far aumentare la produttività e potrebbe essere di aiuto. E l’altra cosa che sicuramente si potrebbe fare e che va in una direzione simile è investire nella formazione, nell’istruzione: ci sono punte di “eccellenza” ma anche casi di gente che abbandona la scuola con un basso titolo di studio e si candida ad occupare nei prossimi anni gli strati più deboli della società. Credo che occorra migliorare il sistema scolastico e
ma anche dare la formazione a chi è già nel mercato del lavoro e si trova ancora in mezzo a cambiamenti strutturali”.

La caduta del muro di Berlino: 30 anni dopo

Gabriele Werner, storica dell’arte

Gabriele Werner, 79 anni, è storica dell’arte, ha sempre vissuto nella DDR, lavorava al museo Albertinum

La DDR è stata fondata nel 1949, quando io avevo 9 anni. E fino al 1989 è stata la mia vita. Il periodo successivo è stata una vita diversa. Mio padre era artista, stava a casa, ed ho avuto nella vita quotidiana un’infanzia molto bella. Ovviamente avevamo l’organizzazione giovanile dei Pionieri, nella quale ero anche io, e abbiamo avuto uno sviluppo, una crescita che era totalmente dedicata al sistema socialista. Quella nella DDR, se si aveva percorso di studi assicurato e il necessario per vivere, era una vita tutto sommato normale – se ci si adeguava, per dirla così, alla situazione politica, se non si era contrari al sistema.

Quando per esempio andavi a fare la spesa… trovavi tutto, bisognava fare la fila?

“Sì questo era un problema nella DDR. Subito dopo la guerra mondiale non c’era comunque niente, e l’economia fu lentamente ricostruita. Avevamo anche importazioni. Negli anni ’50 la situazione relativa ai rifornimenti era ancora molto buona, importavamo molto da altri Paesi socialisti. Ma questo è poi peggiorato nel tempo: gli anni ’60 erano ancora buoni, si diceva che erano gli anni d’oro… ma diventò chiaramente visibile che l’economia pianificata socialista non funzionava. E soprattutto non ha funzionato il sovvenzionamento dei generi alimentari: tutto era assolutamente economico, il pane costava 50 pfennig e la gente lo buttava via. Insomma, in fondo non c’era carenza di beni, ma alcuni diventarono sempre più rari. Per questo c’erano i negozi ‘Delikat’ dove si poteva acquistare solo se si aveva denaro dell’Ovest. Se uno aveva parenti all’Ovest che portavano o regalavano quella moneta, allora poteva comprare tutto, compresi cibi prelibati. Ma noi, per esempio, la nostra famiglia non ne aveva e quindi dovevamo farcela con quello che c’era. E lì sì, si doveva fare la fila. Si avevano anche conoscenze nei negozi dove si andava di solito, e ricevevi magari qualcosa sottobanco in un sacchetto nel quale non sapevi cosa c’era dentro, ma lo pagavi con gratitudine… Poi negli anni ’80 diventò molto chiaro, che queste sovvenzioni non erano più per niente giuste per niente. Credo che anche il governo sapesse, che non poteva andare avanti così.
Ad esempio: per un periodo non si trovava più burro – e fu di nuovo razionato, molto dopo la guerra. Si ricevevano dei bollini, oppure non ce n’erano e bisognava aspettare finché non te li davano. Poi è venuto a mancare il caffè – e questo è stato fonte di grande amarezza per molti, come mia madre per esempio. Frutta anche si trovava difficilmente, per quella esotica prima di Natale bisognava mettersi in fila. E questo non riguardava solo gli alimentari, ma anche gli abiti – e ciò era naturalmente una cosa difficile per le mie figlie, che volevano vestirsi in modo moderno e non c’era niente. Allora hanno preso i pannolini per bambini, fatti di un materiale soffice, li hanno colorati e con quello si sono cucite delle maglie”.

Potevate avere contatti, viaggiare all’Ovest?

“Contatti si potevano avere solo se c’erano parenti. Dagli anni ’50 ci fu una grande fuga verso l’Ovest, tantissima gente andò all’Ovest e ovviamente mandavano qualcosa ai loro familiari qui. Potevano anche venire qui a trovarli, e portavano regali. Ma voglio dire che erano solo davvero poche le persone che avevano tali contatti familiari così stretti. Noi per esempio non ne avevamo. E per noi c’erano solo i viaggi per servizio, ma bisognava avere un distintivo del Partito ed essere in funzioni tali da assicurare che si sarebbe poi tornati indietro. I pensionati anche, ma solo da parenti, se venivano invitati a feste di famiglia o cose simili. Io per esempio, la prima volta che sono potuta andare ad Amburgo era il 1988 – per un viaggio di lavoro. Non ero mai stata in Italia, per esempio, che per una storica dell’arte è veramente un’assurdità. Avevo 49 anni quando ho visto per la prima volta un quadro in Italia. Francamente troppo tardi”.

Quali erano i controlli che lo Stato faceva?

“C’era la Staatsicherheit, la Stasi. Era un’organizzazione che ci sorvegliava e chiunque aveva contatti con l’Ovest poteva essere sicuro di essere controllato dalla Stasi. Anche io e mio marito lo eravamo. Mio marito costruiva organi e si era opposto a fare il servizio militare. Questo era già molto grave nella DDR. Non poteva viaggiare all’Ovest, i suoi colleghi hanno costruito organi ovunque ma lui non poteva. E fu spiato in segreto, la nostra soffitta fu perquisita alla ricerca di lettere eccetera, in nostra assenza. Anche nel nostro appartamento sono stati, lo so per certo. Per noi non è mai stata una cosa normale ed è stata sempre fonte di preoccupazione. Anche per quanto riguardava i nostri figli, che a scuola dovevano imparare e partecipare a tutta questo ipocrita sapere politico, sociale della DDR… Ma noi abbiamo sempre parlato apertamente con loro e credo che erano anche sufficientemente intelligenti per vederlo anche loro così. Ma… mio marito era capo-restauratore nella costruzione di organi, aveva un’ottima posizione, lo stipendio non era altissimo ma era interessante e lui era un uomo molto capace. E io avevo il lavoro qui, come storica dell’arte. E questi erano entrambi lavori che noi abbiamo estremamente amato e poiché non avevamo parenti all’Ovest, dai quali voler andare, e anche le nostre anziane madri erano qui, non ci è mai venuta l’idea di andare via. Ma naturalmente abbiamo sofferto sempre di più sotto questa situazione, anche per il fatto che nostri amici hanno lasciato il Paese, di continuo c’era qualcuno che andava via, e la sera prima ci si incontrava e si poteva solo piangere… Ma paura per noi stessi non ne avevamo, perché ci dicevamo: abbiamo il nostro lavoro, nessuno ce lo poteva portare via, per arrivare a quel punto bisognava fare qualcosa di sbagliato davvero pesante. Ma non si sapeva come sarebbe stato il futuro e anche che questo stato di cose sarebbe finito”.

Veniamo alla caduta del Muro… te lo aspettavi che sarebbe successo, che sarebbe potuto succedere?
“È stato molto strano. Un avvenimento molto importante nella mia vita fu, come raccontavo, il primo viaggio di lavoro ad Amburgo nel 1988. Amburgo era città partner di Dresda e io ho potuto preparare con un gruppo di giovani artisti di Dresda una mostra nella Kampnagel Fabrik, un galleria ad Amburgo. Alla fine fu che io ed un collega siamo potuti andare ma gli artisti no. Arrivammo lì, c’era una grande stazione. Per una settimana ci hanno corteggiato, mostrato tutte le istituzioni, gli allestimenti di arte e cultura. E noi eravamo accecati, abbiamo pensato: ‘Mio Dio!’. Il caposezione della cultura mi portò alla stazione, con la mia borsa, e disse: ‘Ci rivediamo presto!’. E io ho detto: ‘Non ci rivedremo più’.
Fino all’88 o anche all’89 non ritenevamo possibile che la svolta sarebbe arrivata così velocemente. Non ci credevamo. E credo che fossero molto pochi quelli che pensavano che non si poteva continuare così, che qualcosa doveva succedere. Ma noi non eravamo tra quelli”.

Quando sono iniziate le manifestazioni qui a Dresda, che cosa hai pensato?

“I nostri figli ci sono sempre andati. L’incontro era alla Theatherplatz, lì si ritrovavano i manifestanti, e i nostri figli erano lì. E il 7 ottobre, giornata delle celebrazioni per la fondazione della DDR, ovviamente ci furono festeggiamenti, ma era evidente che era tutto più fermo. Si andò nelle chiese, ad ascoltare i teologi. E noi abbiamo detto ai nostri figli: non andate alle manifestazioni. Loro sono andati, ed hanno detto a noi genitori: pensiamo che voi siate dalla parte sbagliata. Quel giorno furono arrestati: dalla Theatherplatz furono portati in un commissariato di polizia, ed interrogati tutta la notte. E sarebbe potuta finire in modo molto drammatico, se non ci fosse stato questo gruppo di portavoce, che è andato dal sindaco e lo ha pregato di far sì che la polizia non intervenisse.
Noi eravamo qui, nel museo, avevamo già pronti i piani di evacuazione per le nostre opere. Era tutto preparato. E gli ospedali si aspettavano molte migliaia di persone, feriti. Tutto questo si è potuto evitare, grazie a Dio. E dal 7, 8, 9 è iniziato un periodo di interim nel quale ci si è resi conto: adesso si muove qualcosa, ora va avanti”.

Dov’eri il 9 novembre?

“Anche questa è curiosa. Ero a Berlino – e la storia ti mostra anche che non avevo idea di cosa sarebbe successo: avevo un viaggio di lavoro, ero nel quartiere di Marzahn. Il lavoro si è protratto a lungo, ho preso l’ultimo treno da Lichtenberg per tornare a Dresda. E sono arrivata che era già mezzanotte. Ho preso un taxi per tornare a casa, credo, mio marito era già a letto, dormiva. Ma lui lo sapeva, aveva già sentito la notizia, e quando ho suonato mi ha detto: ‘non ci avevo più contato che saresti venuta oggi, ho pensato: questo devi vedertelo, a Berlino'”.

Quali sono state le cose che hai voluto fare, subito dopo la caduta del Muro?

“A questo al momento non ci si riusciva a pensare. Anche noi siamo andati a Berlino Ovest, ma non per prendere il nostro contributo di benvenuto o per trasferirci velocemente lì. Poi ci siamo andati, per interesse personale. Ma quello che successe qui, nel nostro lavoro, nella nostra professione, fu all’inizio una situazione estremamente difficile: per esempio il museo, l’Albertinum, non fu più amministrato dallo Stato bensì fummo annessi alla neonata Regione Sassonia. E questa non aveva fondi per i nostri stipendi. Abbiamo avuto un’assemblea aziendale, nella quale il direttore generale disse: chi può rinunciare al proprio stipendio, per quanto non lo sappiamo, può restare. Gli altri devono andare a casa. Non possiamo pagarvi. La gran parte di noi ovviamente rimase. Non c’erano soldi, semplicemente non c’era un budget. Per questo non avrei mai pensato che sarei poi potuta venire in Italia. Fu nel 1990, il mio primo viaggio per servizio, una settimana. E una cosa simile veniva accettata con enorme gratitudine, come un regalo. Ma all’inizio non credevo sarebbe mai stato possibile: abbiamo solo lavorato, lavorato e ancora lavorato, fino a 16 ore, o continuando poi a casa. Dovevamo mettere in piedi mostre, ed il mondo si era aperto. C’era tanto da fare. E questo era una cosa nuova”.

Quali aspetti della tua vita sono cambiati?

“È cambiato tutto. La cosa più importante è stata ovviamente poter mantenere il mio lavoro. Furono fatte verifiche su tutti noi, tutta la nostra vita professionale, il nostro curriculum furono esaminati. E anche se uno sapeva, che non aveva collaborato con la Stasi, aveva comunque paura di quale sarebbe poi stata la decisione. Ci furono molti licenziamenti, un terzo dei nostri collaboratori fu mandato direttamente a casa. Gli altri poi pian piano, raggiunta l’età per la pensione.
Ma ciò che cambiò, come dicevo, fu che tutto il mondo era aperto per noi. Avevamo molte richieste, da molti Paesi, per prestiti – la nostra collezione era famosa a livello internazionale. E allora abbiamo detto: vogliamo conoscere il mondo. Viaggeremo assieme ai nostri quadri. E quando sono passata sopra al Brennero, quella è stata… quella era la libertà.
E poi arrivarono tutte le facce confortevoli della società del consumo. Si guadagnava anche di più. Tutto cambiò. Ma bisognava adattarsi: imparare ad usare il computer, imparare le lingue, se si voleva viaggiare per il mondo. E abbiamo lavorato davvero tanto”.

Se guardi indietro, qual è il bilancio?

“Sì, la mia vita precedente la difendo, come prima. Ancora oggi. Non voglio per forza sapere cosa la Stasi ha scritto su di me. Sì ho preso il mio dossier, abbiamo letto tutto. Ma non c interessa più. Per me la vita dopo la caduta del Muro è stata la mia vera vita professionale. I nostri figli studiavano, tutto scorreva normalmente, Sapevi che non saresti più stato spiato, si poteva viaggiare, c’era una certa libertà di parola, si poteva parlare senza temere che qualcuno ascoltasse… Se faccio un bilancio: la DDR è stata per me il mio Paese e non posso dire che non era la mia vita o che andava male. Nell’ambito di quello che ci era possibile si poteva anche vivere bene. Ma quello che è venuto dopo è stato il culmine nella vita professionale. E in confronto ai tanti che hanno perso il posto, non si finisce di essere grati, visto che io avevo già 50 anni. E malgrado tutto dico che quella che fino alla pensione ho potuto ancora vivere, è stata una vita fantastica”.

muro di Berlino
La caduta del muro di Berlino: 30 anni dopo

Axel Salheiser, esperto di estrema destra

Dr. Axel Salheiser, esperto di estrema destra del centro IDZ (Istituto per la Democrazia e la società civile) di Jena. 

L’est della Germania è considerato il cuore dell’estrema destra. E’ effettivamente così e perché?

“Bisogna dire che i 5 Laender nell’est della Germania hanno un particolare problema con l’estremismo di destra. E questo a causa delle esperienze, delle condizioni storiche che vanno anche indietro di 30 anni, e cioè le condizioni dell’unificazione tedesca e il passato nel socialismo reale, nella dittatura della DDR. E da lì si sono impresse oppure mantenute molte posizioni, idee che hanno poi portato a che modi di pensare antidemocratici o anche di estrema destra abbiano messo qui in particolare radici”.

In che modo la DDR ha contribuito e come veniva affrontato il tema dell’estrema destra e del periodo nazista?

“La DDR era nella sua rappresentazione pubblica, nella sua dottrina di Stato, antifascista. Questo è stato il mito fondativo della repubblica socialista sul suolo tedesco: che ci si intendeva, come demarcazione dalla Repubblica federale, un paese comunista, antifascista. Come una società costruita da combattenti della resistenza antifascista. E ha dato una scusa all’intera popolazione: malgrado questa sia stata in realtà nel Terzo Reich fortemente pesante, oppure parte del popolo tedesco, che in ultima analisi avevano seguito il nazionalsocialismo, si è detto loro: siete tutti combattenti della resistenza.
Dobbiamo riconoscere che in quei 40 anni non ha imperato la democrazia bensì c’era un regime autoritario, profondamente anti-democratico e opinioni nazionaliste, anche opinioni tradizionaliste, conservatrici sono continuate ad esistere nella DDR. La DDR era etnicamente e culturalmente omogenea e dopo la caduta del Muro la democrazia è arrivata sulla DDR, o sui tedeschi dell’est, come una forza della natura. E abbiamo nel processo di trasformazione, della unificazione tedesca, negli ultimi 30 anni, sempre anche un grande deficit democratico, un forte scontento verso i partiti, uno scetticismo verso le Elites e questi avvicinano anche xenofobia e distanza dalle opinioni democratiche”.

C’erano stranieri nella DDR?

“La quota di stranieri, e la quota di immigrazione nella DDR era molto molto piccola. E in realtà nell’ambito della popolazione della DDR c’erano molte poche occasioni di avere esperienze nel proprio Paese di multiculturalismo, con persone di culture e Paesi diversi. Quindi la quotidianità nella DDR era etnicamente omogenea. C’erano lavoratori immigrati, da Paesi “fratelli socialisti” come si diceva, soprattutto da Vietnam, Angola ma anche dalle vicine Repubbliche popolari dell’Europa orientale, ad esempio Polonia e Repubblica Ceka… ma erano generalmente isolati, anche in alloggi appositi. C’era relativamente poco scambio e anche questo non era esattamente voluto, incoraggiato. Ufficialmente c’era la dottrina dell’amicizia tra i popoli, ma se qualcuno voleva portare avanti contatti privati, senza la sorveglianza dello Stato, non era granché possibile. Era già difficile andare, fare un viaggio in Unione Sovietica”.

Durante la DDR erano presenti gruppi di estrema destra oppure è un fenomeno che è arrivato dopo la caduta del Muro?

“Qui bisogna di nuove differenziare: ufficialmente non c’era alcuna attività di destra radicale o estrema. Se accadeva qualcosa del genere, gli organi statali della DDR, quindi la polizia o la Stasi, l’avrebbero perseguito e anche severamente punito. Ma è noto che nell’ambito privato, oppure fuori dai radar, c’erano associazioni di persone con ideologia di estrema destra, che avevano anche influenze neonaziste. Questo c’è sempre stato, ed ad esempio sono stati senz’altro organizzati nella DDR anche incontri ‘camerateschi’ di vecchi nazisti, quindi anche appartenenti alle SS, mascherati tuttavia da feste private. La Stasi, la polizia politica segreta della DDR, ha tenuto sotto osservazione anche la scena dell’estrema destra. Nei rapporti veniva in parte minimizzata, perché non si voleva ammettere a sé stessi, neanche in maniera informale, nelle gerarchie del partito e degli organi si Stato, che il problema dell’estremismo di destra c’era. Ma proprio negli anni ’80 è provato che esisteva un rafforzato orientamento verso l’Ovest, che c’erano contatti con la scena dell’estrema destra della Germania occidentale e di quella internazionale. E che già allora, nella fase finale del socialismo, prima del 1989, si stava preparando qualcosa di ciò che poi è arrivato a rottura nel 1989-1990. Presumiamo che una notevole parte proprio della popolazione giovanile, maschile, era ideologizzata verso l’estrema destra, il neonazismo, spesso nell’ambito degli hooligans del calcio – all’epoca non si diceva ancora così ma c’erano anche nella DDR. E alla fin fine anche il potere statale ha dovuto, in modo relativo, alzare le mani davanti a ciò”.

Poi cos’è successo dopo la caduta del Muro?

“Con la caduta del Muro, la democrazia, e con ciò anche la libertà di opinione e l’ampia attività politica è stata possibile per ogni genere, o diversi vari gruppi, movimenti, correnti politiche nell’Est della Germania. Ci fu, come a livello della grande politica, l’importazione di istituzioni o organizzazioni dall’Ovest. E così i settori della popolazione che avevano idee etnocentriche, xenofobe, nazionaliste, furono riforniti di un certo livello di organizzazione. Ci furono molto velocemente i tentativi di organizzazioni, associazioni, movimenti di estrema destra dell’Ovest di mettere radici qui nell’Est. Questo, purtroppo – o preoccupantemente – ha funzionato con un discreto successo. Soprattutto nella provincia, soprattutto anche nelle zone rurali, dove la politica per lungo tempo non aveva granché guardato. L’estrema destra si è potuta insediare nell’est della Germania ed è diventata molto velocemente, a partire dal 1991-92, un problema diffuso: era violenta, incline alla violenza, ed ha portato ad una maggiore insicurezza anche dei gruppi di migranti o chi non si riconosceva nell’estrema destra. Quindi attacchi, anche estrema violenza, fino ad omicidi con motivazione politica di destra, erano, bisogna purtroppo dirlo, quasi all’ordine del giorno. C’era una forte intimidazione e si è sviluppata anche una scena giovanile con influenze di destra nazionalista o estrema che esiste ancora fino ad oggi”.

Si può vedere una continuità con i successi elettorali degli ultimi anni dell’AfD all’Est?

“Sappiamo che quote non insignificanti della popolazione nell’est della Germania hanno profonde influenze in senso xenofobo, nazionalista, autoritario. E che soprattutto domina uno scontento verso i partiti, uno scetticismo verso le elites, le istituzioni della democrazia – per esempio il governo federale o regionale. E a causa di questo quadro ideologico l’AfD ha potuto negli ultimi anni ottenere crescite notevoli di voti. L’AfD si nutre in realtà da un ambiente, da un’atmosfera tra la popolazione in cui si vede malcontento verso i partiti, sensazione di essere svantaggiati, dove soprattutto domina il venire a mancare delle certezze, delle sicurezze. E persone con impostazioni autoritarie, nazionalista, conservatrici, hanno una maggiore tendenza a votare per l’AfD. Soprattutto la paura del futuro, che riguarda in particolare misura i tedeschi dell’est, rende un po’ più inclini a votare per l’AfD e le sue tesi.
Nelle nostre analisi abbiamo potuto dimostrare che lì dove prima si votava apertamente per partiti fascisti o di estrema destra, come il partito nazionaldemocratico tedesco NPD, proprio lì adesso l’AfD può particolarmente ingrandirsi. Quindi dobbiamo anche dire che c’è stato un trasferimento della base elettorale da partiti apertamente di estrema destra all’AfD e che l’AfD all’est, ma anche oltre le regioni dell’est, ha assorbito in ampie parti l’NPD. E possiamo anche presumere che molte persone con idee neonaziste oggi votano l’AfD perché viene riconosciuta come la forza politica più potente o più efficace e il successo alle urne o nei Parlamenti, dove l’AfD è ora rappresentata in forze, dà a questa richiesta alla fin fine anche ragione”.

Berlino - 30 anni dopo la caduta del muro
La caduta del muro di Berlino: 30 anni dopo

Hagen Oppelt, artista

Hagen Oppelt, il punk che andava ai concerti nelle chiese. Oggi ha 48 anni, vive a Dresda, è originario di Eisenhuettenstadt, in Brandeburgo.

Sono nato ad Eisenhuettenstadt, la mia vita lì nel periodo della DDR posso dire che non era male, ero ancora molto giovane… Si andava a scuola, poi il pomeriggio c’erano le organizzazioni giovanili che ti tenevano impegnato. Tutti facevano la formazione professionale, ricevevano un lavoro, a volte anche quello al quale uno aspirava, che voleva fare, se si avevano i voti giusti si poteva magari addirittura scegliere. Sì, insomma… da giovane non era male, devo dire.
A 13 anni, per il mio ‘debutto’ nella società – socialista -, una cosa che si faceva a 13-14 anni nella scuola, ho ricevuto in regalo un registratore per cassette e con quello registravo ogni giorno musica.
Siccome non eravamo lontani da Berlino, alla radio riuscivamo a prendere stazioni dell’Ovest come RIAS 2 oppure SFB. Registravo tanta musica, quella degli anni ’80 – pop, wave – ma ascoltavo di tanto in tanto anche i Cure – dei quali a 15-16 anni ero un grande fan – Sisters of Mercy, ho iniziato a conoscere gruppi come i Talking Heads, i Sex Pistols… La cosa mi ha molto interessato. Ad Eisenhuettenstadt c’erano prima della caduta del Muro 3 punks –di numero, intendo – che erano tutti 5 anni più grandi di me. Ma in qualche modo sono riuscito ad avvicinarmi a loro, mi hanno fatto sentire la loro musica e così sono arrivato anche io al Punk.

Si poteva ascoltare, ricevere musica dall’Ovest?

“Questo devo dire variava da regione a regione. Qui a Dresda, per esempio, non si prendeva la radio dell’Ovest. Nella mia città invece si riusciva, si poteva ricevere e anche registrare – naturalmente non è che uno poi lo andava a raccontare in giro a scuola o cose del genere… Ma so di un mio amico , uno dei tre punks di cui parlavo prima, che una volta ha mandato una lettera alla radio Rias 2 a Berlino. La domenica avevano una trasmissione in cui gli ascoltatori davano la propria ‘top 3’, e lui gli scrisse. E loro dissero nel corso della trasmissione: ‘ah, questa è la classifica, le tre canzoni, di Stricky da Eisenhuettenstadt… Ehi Stricky, ti mandiamo i dischi”. Che però non arrivarono mai e lui fu cacciato da scuola, non poté portare a termine la maturità. Sì, c’erano delle sanzioni, delle punizioni. Lui è stato messo in evidenza, ma io per esempio non me ne sono accorto e neanche i miei amici. Si andava anche in giro con le giacche di pelle e la cresta punk, la gente ti guardava storto, ma per il resto non so dire esattamente…”.

Si organizzavano concerti, iniziative…

“Organizzare concerti era molto difficile, se erano delle vere band punk, underground. Non come band che noi definivamo, col nome dell’organizzazione giovanile del sistema, ‘Ef-De-Jot Punks’, perché avevano già suonato spesso ad eventi statali, e alla fine erano anche sui vinili della DDR. Per noi quello non era Punk. Il Punk è totalmente underground.
Se oggi qui o in Italia per esempio i punks non vorrebbero avere nulla a che fare con la Chiesa, perché rifiutano la religione e l’istituzione della chiesa, al tempo della DDR era diverso: le chiese erano luoghi dove l’apparato statale e la Stasi non avevano diritto di parola, di intervento. E le chiese dicevano anche, a braccia aperte, ai punks, agli hippies, a chi suonava blues: venite da noi.
E così i punks si ritrovavano nelle chiese ed organizzavano lì concerti. La polizia non poteva entrare, né interrompere il concerto oppure influenzarne lo svolgimento. Quindi nella DDR si facevano concerti punk nelle chiese, con l’approvazione del prete – o quantomeno questi non era contrario. Sì, dicevano di non portare birra, di non bere alcoolici… ma tanto ci si ubriacava già prima”.

Ci si muoveva, ci si spostava tra le varie città oppure si restava a livello locale?

“No, il fenomeno era in tutta la DDR, e c’era una specie di ‘giro’ di contatti, informazioni. C’era un nocciolo duro di punks, forse 2 o 300, non lo so… Nel nostro caso, noi avevamo un amico qui a Dresda, il suo soprannome era Jauch, e lui ci mandava un telegramma, nel quale per esempio c’era scritto: 26 ottobre, ore 14, punto d’incontro Stazione centrale di Dresda. Nient’altro. Non c’era scritto ‘concerto’, le bands… solo la data e il luogo. E come firma: ‘Mario’. E quando ricevevamo un telegramma del genere, sapevamo che ci sarebbe stato qualcosa, vuoi un concerto, o una festa o comunque un evento punk. E quindi abbiamo preso il treno, la mattina presto, ci siamo incontrati alla stazione a Dresda, e ci siamo radunati lì – in parecchi avevano ricevuto un telegramma di quel tipo o avevano sparso la voce. Non c’erano telefoni e la Stasi leggeva le lettere, ma i telegrammi erano così veloci che gli ufficiali della Stati probabilmente non riuscivano ad intercettarli. Quindi siamo rimasti alla stazione fino alle 18 circa e poi siamo andati, tutti insieme, verso la chiesa. Insomma il metodo funzionava. Non sono stato a lungo un Punk della DDR perché ero molto giovane, ma cose del genere le ho vissute ad Halle, Jena, Berlino, Dresda, Eisenberg… Ed era sempre così: un telegramma senza dettagli, e tutto il resto si vedeva poi dopo”.

Non era pericoloso?
“Beh, sì… una volta per esempio siamo arrivati ad Halle e uno di noi, della nostra città, aveva una maglietta con una scritta antifascista – quella con la svastica barrata di traverso – e sopra indossava due pullover. Alla stazione se ne è tolto prima uno, poi l’altro, e poi ha rimesso su il primo, così che per un attimo il simbolo Anti-Nazi fosse visibile. Ci siamo messi in cammino e cinque minuti dopo sono arrivati 3 uomini con le giacche marroni, della Stasi, e ci hanno portato via, al commissariato di Halle. Erano circa le 14, probabilmente, e ci hanno tenuto lì, in stato di fermo, fino alle 19. Continuavano a chiedermi dove volevamo andare, cosa avevamo in mente. E io rispondevo: ‘non lo so e grazie a voi non avrò neanche più modo di saperlo!’. Perché tutto quello che sapevo era che dovevamo incontrarci, diciamo , alle 16, alla stazione. Così ci hanno trattenuto fino a sera, poi ci hanno detto: ‘ora vi portiamo direttamente alla stazione, vi mettiamo sul treno, andate dove vi pare basta che lasciate Halle’. La maglietta se la sono tenuta, dicevano: nella DDR non ci sono neonazi, perché indossi questa maglietta?
Va detto che questi concerti, quelli col telegramma, erano magari 3 o 4 all’anno, non di più. Altrimenti ci si incontrava nella propria città. Nella mia, poco prima della caduta del Muro, su 50 mila abitanti eravamo forse 10 punks, e andavamo spesso nelle birrerie dove c’era blues, con gli hippies, anche loro malvisti dallo Stato perché considerati come noi degli asociali.
Dischi punk non ce n’erano, e anche alla radio non lo trasmettevano, così ci si scambiava delle cassette. Un nostro amico, più grande di me, è andato in Ungheria, a Budapest, dove c’era un negozio, l’unico che aveva dei fantastici LP di musica punk hardcore internazionale. Li vendeva ciascuno per 150 marchi della DDR. E così la gente andava in Ungheria, con i propri risparmi in moneta della DDR, con 300 marchi comprava due dischi e quando tornava scambiava con altre persone, li registrava su cassette che poi passavano di mano in mano… così ci si procurava la musica nella DDR. Nell’89, poco prima della caduta del muro, a 18 anni sono andato anche io – non sapevo ovviamente cosa sarebbe successo da lì a poco – e con un sacco di soldi sono entrato in questo negozio. Ma il proprietario si era fatto più furbo, e mi disse che non li vendeva più ma poteva riversarli. E ho dovuto pagare 50 marchi solo per avere due dischi registrati su una cassetta, lato A e B!”

Quando poi è caduto il muro, che cosa è cambiato?

“Quando c’è stata la Svolta avevo 18 anni, giovane, nell’età migliore. E Berlino Ovest, il quartiere di Kreuzberg, erano solo ad un’ora di treno. Io lavoravo, poi tutti i fine settimana o anche più spesso andavo a Kreuzberg. E lì potevo recuperare tutto quello che mi ero perso, vedere tutte le band che già conoscevo… Però era diverso. In senso buono ma… forse era troppo. Improvvisamente potevi comprare tutti i dischi che volevi… era quasi come troppa libertà tutta insieme, troppa abbondanza di punk.
Ovviamente nella DDR si era punk anche per fare qualcosa contro il sistema. Nel mio caso magari ero ancora forse troppo giovane, più che altro mi piaceva la musica, il modo di vestirsi… Ma so di altri, più grandi, che erano contrari al servizio militare obbligatorio, per esempio. Era uno Stato autoritario, che ti vietava di pensare e se dicevi qualcosa contro Erich Honecker e il suo regime, si sa come andava. Non c’era libertà di opinione. E se uno diceva, che so, vorrei andare a Colonia a trovare mio nonno, vorrei vedere l’America, era già troppo. E si finiva nel mirino della Stasi. No, non vorrei che la DDR tornasse.
Il Punk, l’essere punk, era nella DDR sicuramente un qualcosa di più intenso rispetto ad oggi. Mi ricordo una volta che eravamo qui a Dresda, prima di un concerto, stavamo camminando per la strada e dall’altro lato arrivano altri due punks – si riconosceva subito: giacche stracciate, con attaccate lamette di rasoio o spille da balia, magliette fatte in casa. Ci si è visti, salutati, e poi si è andati dall’altro lato della strada a parlare con loro, ‘cosa fate stasera? Ah c’è un concerto, venite con noi’… Era come una grande comunità, in cui sapevi di essere parte di una stretta minoranza all’interno della società, e c’era maggiore coesione. Invece se oggi ci si incontra, ci si guarda e poi basta, via. Il punk nella DDR era molto più intenso”.

Berlino - 30 anni dopo la caduta del muro
La caduta del muro di Berlino: 30 anni dopo

Anne, nata dopo il crollo del muro

Anne, 28 anni, originaria della Sassonia-Anhalt, lavora a Radio Lohro (radio comunitaria) a Rostock.

Sono originaria di un piccolo paesino nella Sassonia-Anhalt. La DDR ha avuto un ruolo importante nella mia famiglia. Credo che nelle zone rurali ci sia anche una situazione diversa rispetto alla grande città, dove si hanno molte occasioni, opportunità di analisi, nei musei per esempio… Ciò che so è che mio padre aveva all’epoca cercato di presentare una richiesta di espatrio, ma non gli fu concessa l’autorizzazione. Mia madre è cresciuta in una cosiddetta zona vietata, cioè il villaggio in cui viveva era praticamente al confine con l’Ovest. Non potevano avvicinarsi troppo al confine, dall’altro lato mia nonna diceva spesso che i soldati venivano a casa per prendere il caffè e cose del genere.

Quel periodo è ancora oggi, nella famiglia, tra gli amici, un tema di cui si parla oppure viene considerato piuttosto un qualcosa di ormai passato?

“È ancora un tema. Credo che proprio per la generazione dei miei genitori o dei loro è ancora un tema importante. Lo si nota per esempio da episodi tipo questo: ho un amico che è originario dell’Inghilterra e l’ultima volta che siamo andati ad una festa di famiglia, era la prima volta che era qui dalla mia famiglia, qualcuno ha subito voluto mettere in chiaro che nella DDR non tutto era così male, che tutto viene rappresentato negativamente ma avevamo anche lati positivi, citando ad esempio c’erano tanti posti negli asili… Voglio dire, anche nella mia famiglia di sono tanti punti di vista, opinioni differenti. Ci sono quelli che dicono che non tutto andava male e si chiedono se l’ovest capitalista sia poi tanto meglio. Dall’altro lato ci sono voci come quella di mia madre, che per esempio una volta il giorno della festa nazionale, il 7 ottobre, con i suoi amici ha staccato la bandiera della DDR – ovviamente in segreto, se qualcuno lo fosse venuto a sapere non si sa cosa sarebbe potuto succedere… Mia madre mi ha anche raccontato che ha saputo che quando persone del villaggio, che erano finite in prigione perché per esempio avevano detto qualcosa contro il regime, quando tornavano non erano più le stesse. Ci sono racconti di torture nelle prigioni della DDR, come quella di Bautzen: ad esempio la luce veniva sempre lasciata accesa la notte, le guardie entravano di continuo nelle celle per svegliare i detenuti che si erano addormentati…”.

Tu sei nata dopo l’unificazione. I concetti di Est ed Ovest hanno un peso per te?

“Per me personalmente in realtà no. Sono nata dopo la caduta del Muro, e cerco di tenere questa questione lontana da me. Alla fine siamo tutte persone, esseri umani. Ma, chiaro, a scuola l’ho notato più e più volte, che c’erano dei pregiudizi, che si diceva ‘ah, questo Wessi, questo tedesco dell’Ovest’… Io sono cresciuta all’est e credo che il pregiudizio era sempre del tipo: i cosiddetti ‘Wessis’ diventano sempre più benestanti, sono più arroganti, si esprimono in maniera esageratamente pomposa… Credo che fino ad un certo punto alcuni pregiudizi siano veri, ovviamente anche nei confronti degli Ossis, dei tedeschi dell’Est. Ma sono dei clichè, e come dicevo per me tutti sono esseri umani, quindi no, personalmente la distinzione non ha importanza.
I miei primi contatti con l’Ovest? Indirettamente credo tramite le mia famiglia, perché mia nonna e mia madre avevano parenti all’ovest, che mandavano i ‘pacchetti dall’Ovest’ di là oltre il confine, quindi da questo punto di vista c’era un rapporto verso l’Ovest. Altrimenti a scuola ho avuto i primi contatti con questa questione. Non capivo però granché il significato… sapevo che una volta c’era un confine. Intendo che avevo 10-12 anni, l’età in cui uno comincia ad affrontare anche queste questioni. E ovviamente tante cose che i bambini dicono a scuola le ripetono da quello che hanno sentito dai loro genitori. Perché nessuno di noi aveva davvero idea di come era prima, all’Ovest oppure all’Est. Con i bambini che arrivavano dai Laender dell’ex Ovest sono sempre andata d’accordo. E alla fine dicevo: i confini sono caduti prima che noi nascessimo, per noi questa non dovrebbe più essere una questione”.

Quando qualcuno ti dice: tu vieni dai nuovi Laender, che effetto ti fa?

“In realtà non lo so. Non credo di aver mai avuto l’impressione che questo preconcetto poi si riflettesse su di me. Credo che qui sia di nuovo la domanda: è perché vengo dall’est o perché sono una donna che in qualche modo vengo sminuita nella società, come se fossi un po’ stupida – questo qui è uno dei pregiudizi, degli stereotipi nei confronti degli Ossis. Tipo che bevono tutti birra durante il giorno, vanno in giro in tuta… è sempre l’immagine, stereotipata, che ancora oggi c’è nei media. Così come è sempre presente questo ‘dare addosso’ ai tedeschi dell’Est. Credo che questo sia un problema. Ad esempio, ci sono qui in Germania delle trasmissioni di intrattenimento – tv spazzatura, ma con mia sorella da bambine le guardavamo. E ne abbiamo spesso parlato, riso… lì quelli dell’est erano sempre quelli stupidi, vestiti male, in un appartamento sporco e pieno di spazzatura, mentre da quelli dell’ovest era sempre tutto lindo e bellissimo. All’epoca non credo neanche di averlo preso come un’offesa, perché non mi identificavo con quello che veniva mostrato, non rispecchiava neanche la realtà che conoscevo. Nella mia famiglia o tra i miei amici non c’è nessuno che è come viene generalmente rappresentato lo stereotipo in tv. E, voglio dire: a volte vado ad Hannover, all’ovest, da mia sorella. E anche lì si vede gente girare in tuta per strada…
Non l’ho mai preso troppo sul serio, ma chiaramente più vado avanti con l’età e più mi confronto anche in maniera critica con i media, mi chiedo anche che effetto abbia sulla gente. E non sono tanto d’accordo che da decenni ci si avventi a senso unico solo su quelli dell’est. Non lo trovo corretto e mi chiedo quale sia lo stereotipo per quelli dell’ovest e dove sia, venga mostrato in televisione. Sono in qualche modo sempre i canali dell’Ovest che prendono in giro la gente dell’Est e questo lo trovo un peccato, perché in realtà dopo la caduta del Muro, compito dei media era anche accompagnare l’integrazione tra le due parti, spiegare alla gente dell’Est la cultura dell’Ovest e lo stesso al contrario… E trovo più importante l’avvicinare le persone piuttosto che il ridere perché dare addosso a quelli dell’Est è tanto divertente o cose del genere. Non porta proprio a nulla”.

Pensi che l’integrazione di cui parlavi è in qualche modo riuscita o che ci sia ancora da lavorare?

“Sì, c’è ancora da fare, ancora necessità di agire. Proprio quello che dicevo prima, sulla rappresentazione dei tedeschi dell’Est nei media, ti mostra che ci siano appigli a dire che l’integrazione non è riuscita. Credo che questo abbia anche una relazione con la percentuale, la parte di popolazione che all’Est, nei singoli Laender, vota per il partito Alternativa per la Germania, perché in tanti problemi, non vengono ascoltati o hanno la percezione di non essere più ascoltati. E dire, semplificando: beh, quelli dell’Est hanno sempre avuto il problema nei neonazisti, è troppo riduttivo. Ad esempio questo è un aspetto che anche da lì viene fuori, che l’integrazione non è ancora riuscita così ben e che dal punto di vista strutturale ed economico l’Est non ha raggiunto abbastanza. E che in qualche modo i valori dell’Ovest sono stati imposti. E’ quello che percepisco quando ne parlo, non per forza con la mia famiglia, ma quantomeno con le persone del villaggio in cui sono cresciuta o comunque in quell’ambiente. Resta sempre una questione aperta. La DDR credo che sia tema di discussione, almeno percepito, in ogni festa familiare o negli eventi nella provincia, nelle piccole città. Queste rivalità tra Est ed Ovest ancora esiste. E sì, credo che ci sia ancora bisogno di lavorare.

Hai pensato, o vorresti trasferirti all’Ovest oppure preferisci restare qui all’Est?

“In realtà ho già vissuto nell’ex Ovest, prima di trasferirmi a Rostock ho abitato a Wilmersdorf, un quartiere di Berlino, nell’ex zona occidentale. Mi ricordo un episodio: mia madre mi è venuta a trovare mia madre, e mi ha detto che il suo sogno più grande, una volta, era passare attraverso la Porta di Brandeburgo, perché lì ai tempi correva il confine. C’era già stata una volta, da bambina: rimase ferma lì davanti e con la voglia di sapere come fosse il mondo dall’altra parte. E lo abbiamo fatto adesso, insieme. Per lei è stato un momento molto importante, particolare. Per me la Germania è una, tutta. Non c’è più alcun Est e alcun Ovest. Per me è assolutamente lo stesso, dove andrò”.

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