Approfondimenti

L’ungheria nera/1

L’articolo è tratto dalla serie Viaggio nell’estrema destra europea, un progetto dell’Anpi – Associazione nazionale partigiani d’Italia, curato dal ricercatore storico e collaboratore dell’Università Statale di Milano Elia Rosati.

 

La lunga transizione (1989-1994)

La fine del regime comunista in Ungheria ebbe caratteristiche particolari: il Paese aveva infatti cominciato ad allentare le maglie della Cortina di Ferro già nell’estate dell’89, riducendo sensibilimente le norme che impedivano gli spostamenti. Da metà anni ’80 inoltre il quadro politico, nella consapevolezza dell’inevitabile fine del Regime, si era progressivamente riaperto: già nel 1986, infatti, il Paese aveva abbandonato definitivamente il sistema a partito unico e molti movimenti erano sorti rapidamente; tra di essi il partito cristiano-conservatore Magyar Demokrata Fórum – MDF (“Forum Democratico Ungherese”) di Jozsef Antall (uno degli storici leader della rivolta del 1956) e dell’ex commediografo Istvan Csurka.

Dopo la fine del Blocco Sovietico, nelle prime elezioni della Repubblica d’Ungheria del 1990, fu proprio una coalizione a guida MDF a prevalere nettamente (col 42% dei voti), ottenendo per Antall la poltrona di primo ministro fino al 1993, quando morì. All’Interno del Forum Democratico non mancavano, però, posizioni nazionaliste, razziste e antisemite: lo stesso Csurka (vicepresidente del partito) sostenne nel 1992, in un dossier presentato al parlamento, che “il Paese dal 1945 a oggi è vittima di una cospirazione giudaico-bolscevica-liberale volta a distruggere i valori della nazione ungherese”. Altri esponenti del MDF inoltre avevano spesso fatto appelli alla revisione dei confini, rivendicando una “Grande Ungheria umiliata dal Trattato del Trianon (1920)” che potesse recuperare territorialmente il suo “spazio vitale” e che dovesse cercare una “terza via” tra liberismo-capitalista e socialismo. Non a caso, uno dei primi atti simbolici del presidente Antall fu riportare in patria le spoglie dell’ammiraglio Miklòs Horthy, reggente del regime para-fascista ungherese tra le due guerre, morto in esilio in Portogallo nel 1957.

La prima esperienza di governo non fu però stabile: il Paese si trovava in una difficilissima congiuntura economica, con ben il 30% della popolazione che viveva sotto la soglia di sussistenza; una situazione che complicò ulteriormente gli assetti interni al Forum Democratico. Nel 1994 infatti Csurka, cacciato dal MDF, diede vita al piccolo Partito Vita e Giustizia della Verità Ungherese (MIEP) che, radicato quasi solo nelle campagne, faceva appello apertamente alla “purezza razziale magiara” come unica strada per costruire una “economia al servizio della nazione che possa sostenere lo sviluppo di una borghesia nazionale, cristiana e contadina”. Parallelamente sorgevano inoltre altri movimenti giovanili neonazisti che si richiamavano apertamente ai collaborazionisti ungheresi delle Croci Frecciate, come ad esempio il Partito del Governo Nazionalpopolare di Albert Szábo o la rivista Kitatas ( “tenacia”, il motto dei fascisti ungheresi) dell’ex deputata del MDF Isabella Kiraly. Tuttavia tra gli altri gruppi politici nati a cavallo della caduta del Muro c’era, anche, un piccolo movimento giovanile anticomunista e liberale: Fidesz (“l’Alleanza dei Giovani Democratici”), attiva soprattutto sul fronte dei diritti civili. È in questo partito, che nelle elezioni del 1990 prese solo l’8,8%, militava il ventisettenne Viktor Orban.

“Viktor piglia tutto” (1995-2004)

Tuttavia dopo la schiacciante vittoria dei post-comunisti nelle elezioni del 1994, Fidesz che si era sempre mantenuta su posizioni moderate cominciò a modificare la sua linea politica, e fu in questa fase che Orbán ne divenne il trascinatore; l’obiettivo era sfondare nell’elettorato conservatore del MDF, indebolito dalle scissioni interne ed orfano del suo carismatico leader Jozsef Antall. Orbán, che nel 1995 aggiunse al vecchio nome del suo movimento anche la denominazione “Unione Civica Ungherese”, attenuò decisamente le posizioni economiche liberiste, spostandosi su una linea più conservatrice, mentre radicalizzò la sua propaganda anticomunista contro le sinistre.

Contemporaneamente anche il MIEP di Csurka continuava la sua crociata per una Grande Ungheria, scagliandosi contro i rom e il “complotto ebraico” e criticando aspramente le misure varate dal governo per indenizzare le vittime della Shoah (in Ungheria tra il 1944 ed il 1945 i nazisti con l’aiuto delle Croci Frecciate deportarono ed uccisero il 60% degli ebrei del Paese, circa 546.000 persone) .Csurka inoltre cominciò a tessere legami internazionali, invitando nel 1996 Jean-Marie Le Pen a un convegno del suo movimento mentre, a livello nazionale, strinse una alleanza con lo storico Partito Indipendente dei Piccoli Proprietari (FKGP) di Jozsef Torgyan, la cui battaglia principale era la restituzione agli agricoltori della terra espropriata durante il regime comunista.

Nelle elezioni del 1998 Fidesz ottenne lo stupefacente 29,5% (con 1.340.000 voti e 148 rappresentanti), mentre il FKGP raggiunse il 13,2% (48 deputati) e i neofascisti del MIEP il 5,47 (14 deputati); nonostante la tenuta dei post-comunisti e dei Liberali, l’Ungheria sterzava visibilmente a destra, mentre Orbán ne diveniva il nuovo Presidente. Tuttavia se il primo esecutivo Fidesz (1998-2002) trascorse senza grossi scossoni, nel Paese il razzismo aumentò notevolmente, specie nei confronti dei rom, bersaglio prediletto delle scorribande di bande naziskin (tra cui molti tifosi del Ferencvaros di Budapest) e delle campagne xenofobe del MIEP nelle zone rurali. Se agli ebrei veniva infatti rimproverato di saccheggiare il Paese fin dai tempi del Regime, l’accusa verso gli zingari era quella di invadere la “gloriosa patria magiara” e di essere “tutti criminali” ed “analfabeti”, pronti a prosciugare le casse del welfare statale (tuttavia solo il 6% della popolazione ungherese è di origine rom/sinti).

Il governo di Viktor Orbán si caratterizzò subito per l’estremo dirigismo (soprattutto in materia economica), l’insofferenza verso le critiche dei media indipendenti, gli scandali, ma anche la capacità di inglobare nel partito gli opportunisti o i delusi di altre formazioni politiche, inclusi numerosissimi deputati del partito di Torgyan. Nella tornata elettorale del 2002 il quadro politico andò, infatti, semplificandosi: Fidesz raggiunse il 41,08% (con 2.700.000 voti) accaparrandosi le preferenze di tutto il mondo di destra, sbattendo fuori dal Parlamento sia il MIEP (4,7%) che soprattutto il FKGP (0,75%); nonostante la vittoria andasse all’allenza Post-Comunisti-Liberali, Orbán aveva raggiunto il suo scopo, diventando l’unico rappresentante del mondo conservatore ungherese. Tuttavia all’interno del mondo neofascista del MIEP, andato in pezzi dopo l’uscita dal parlamento, qualcosa si muoveva: una nuova leva di giovani studenti neonazisti con il culto delle Croci Frecciate si stava infatti organizzando, nasceva (nel 2003) il Movimento per una Ungheria Migliore, meglio noto come Jobbik. Ma i tempi stavano rapidamente cambiando e mentre i neonazisti ungheresi giuravano col braccio teso, davanti il castello di Buda, “sulla corona dell’antica monarchia e sulla bandiera della Patria” di “salvare la nazione”, dal 1 Maggio 2004 l’Ungheria entrava ufficialmente nell’Unione europea.

(continua)

  • Autore articolo
    Elia Rosati
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