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Nuova destra, vecchi fantasmi

Dopo le elezioni regionali nel Mecleburgo-Pomerania, Angela Merkel ha una certezza in più: la sua CDU comincia a sentire il fiato sul collo, da destra. Con un 20,8% il partito neoliberista xenofobo, Alternative für Deutschland (AfD), ha superato per la prima volta i cristiano-democratici della cancelliera, fermi al 19,03% dopo una campagna tutta incentrata sui temi della crisi e del rischio immigrazione e sullo slogan Unbequem. Echt Mutig! [“Scomodi (ma) veramente coraggiosi”].

La piccola regione che affaccia sul Baltico non è un Land importante, eppure una prima analisi del voto sottolinea come l’AfD abbia fagocitato sia parte dei voti delusi della Sinistra radicale e dei Verdi (risultati addirittura sotto la soglia di sbarramento), sia il bacino elettorale dei neonazisti del NPD, anch’essi privi di rappresentanti nel nuovo parlamento. Nonostante i commenti della grande stampa continuino a parlare di “voto di protesta”, l’AfD si impone sempre più come il nuovo volto della destra neoliberista e xenofoba nella ricca e potente Germania, dove la crisi dell’Eurozona continua a stravolgere assetti elettorali consolidati.

Alternative für Deutschland (“Alternativa per la Germania”) nasce da un manifesto/appello in vista delle elezioni federali 2013 (“Alternativa per le elezioni 2013”) sottoscritto da sessantotto qualificati soci sostenitori: un mix di professori universitari di economia, filosofia e storia (quasi un terzo dei firmatari, tra cui il duro Marc Jongen), analisti finanziari (Stefan Homburg), avvocati (Beatrix Amelie von Oldenburg in von Storch), giornalisti ed ex membri di seconda fila della CDU ai tempi di Kohl (come Ursula Braun-Moser o Joachim Starbutty).

Obiettivi politici erano: un radicale disimpegno della Germania dall’Unione Europea (intesa come zona Euro), una razionalizzazione della spesa pubblica (compresa una drastica riforma del generoso welfare, per supportare una massiccia riduzione del debito pubblico, arrivato nel 2015 al 71,2% in rapporto al Pil ), un piano energetico fondato sul Nucleare, maggiore trasparenza negli appalti pubblici e misure molto più restrittive sul diritto d’asilo e i flussi migratori migratorie.

Nelle consultazioni elettorali dell’aprile 2013 (quelle in cui la CDU di Merkel prese da sola il 41,5%), il giovane progetto elettorale ottenne solo un 4,7% (2.000.000 di voti circa nella quota proporzionale), appena sotto la soglia di sbarramento; ma la costanza avrebbe premiato.

Nonostante la delusione, venne avviata la strutturazione del partito guidata da tre leader: Bernd Lucke (precedentemente professore di macroeconomia presso l’Università di Amburgo), Alexander Gauland (ex politico e giornalista del Brandeburgo) e Frauke Petry ( piccola imprenditrice del settore chimico a Lipsia).

Passate le elezioni federali, la partita di spostò nelle consultazioni locali, ma dopo un 2013 ancora appannato (andò male sia in Baviera che in Assia), una prima affermazione avvenne nelle Europee 2014 con il 7,1%, (pur mantenendo lo stesso numero di voti del 2013), anche grazie ad una sentenza favorevole ai piccoli partiti della Corte Federale di Karlsruhe.

Con lo slogan nazionale anti-euro e contro l’immigrazione Mut zur Wahrheit (“Il Coraggio di dire la verità”), Alternative für Deutschland elesse così sette deputati capitanati da Bernd Lucke e venne accolta a Strasburgo nel gruppo European Conservatives and Reformists Group (ECR), dove sedevano tra i tanti: gli xenofobi scandinavi del Partito del Popolo Danese e dei Veri Finlandesi e molti partiti anti-immigrazione dell’Est Europa.

Dopo questa iniezione di ottimismo, l’AfD entrò, tra la fine del 2014 e la prima metà del 2015, nei parlamenti regionali di Sassonia (9,7% – 14 seggi), Turingia (10,6% – 8 seggi ) e Brandeburgo (12,2% – 11 seggi); tutti ex-länder della Germania Est attraversati dal movimento islamofobo P.e.g.i.d.a. (“Europei Patriottici contro l’islamizzazione dell’Occidente”) e da forti pulsioni xenofobe.

Durante le settimanali mobilitazioni dei razzisti radicali di P.e.g.i.d.a., in primis quelle di Dresda (culla del movimento), l’AfD mantenne un comportamento ambiguo, distanziandosi dagli slogan più violenti ma, di fatto, intercettando quelle istanze.

E dopo l’Est, sempre nel 2015, fu la volta di due importanti città-stato dell’ovest come Amburgo (6,1% – 8 seggi) e Brema (5,5% – seggi); entrambi centri storicamente rossi e fortemente segnati dalla new-economy e dalla produzione post-fordista.

Nel giugno 2015 esplose lo scontro di potere interno tra Bernd Lucke e Frauke Petry: dopo una scissione del professore, quest’ultima divenne leader del partito, radicalizzandone ulteriormente la linea politica in senso xenofobo e intessendo a Strasburgo sinergie con il FPÖ austriaco di Christian Strache ed il Front National di Marine Le Pen (dopo che l’AfD venne cacciato dall’ECR per le sue campagne giudicate esplicitamente razziste). La scissione dell’ex fondatore Lucke però non impensierì la Petry, che in aspre uscite televisive polemizzò violentemente con le politiche sui rifugiati annunciate da Angela Merkel e per mietere consensi sfruttò lo shock collettivo seguito alle violenze sulle donne avvenute durante i festeggiamenti del Capodanno 2016 a Colonia.

Anche grazie alla forte retorica islamofoba divampata dopo questi episodi di cronaca, Alternative für Deutschland si impose nelle elezioni regionali del Baden-Wittemberg ( terzo partito con il 15,1%), della Sassonia-Anhalt ( secondo partito col 24,2%) e della Renania-Palatinato (terzo partito col 12,6%).

Con il risultato di questo inizio settembre, l’AfD è dunque presente in nove parlamenti regionali, con nutrite pattuglie di rappresentanti.

Un successo notevole per un partito nato poco più di tre anni fa, che ne consolida la presenza nella vita politica tedesca, tanto da preoccupare una parte della CDU/CSU che accusa la Merkel di essere diventata troppo morbida sui temi dell’immigrazione.

I dati statistici resi pubblici dallo Bundeskriminalamt (Ufficio Federale per la Criminalità) e dallo Bundesamt für Verfassungsschutzt (Servizi Segreti Interni), nel febbraio 2016, fotografano del resto un razzismo diffuso: riscontrando un aumento delle violenze razziste di strada (198 casi nel 2014 e 819 nel 2015) e dei casi di danneggiamento (spesso incendi dolosi di matrice neonazista) a centri che ospitano richiedenti asilo (895 nel 2014 e 1610 nel 2015).

E’ anche da questo clima che nasce il voto per l’AfD.

Il programma della Alternative für Deutschland, infatti, riesce a tenere insieme posizioni neoliberiste tecnocratiche (riorganizzazione della spesa pubblica, supporto alla classe media, privatizzazioni) con le paure securitarie e xenofobe (carcere già a 12 anni, divieto di indossare il burka e costruire minareti); in modo da pescare voti nella composita società tedesca del “muro nella testa”: sia tra la middle class altamente istruita dell’ovest sia tra i settori segnati dalla cultura “dell’uomo della strada” dell’est, ex-elettore del NPD o fan di P.e.g.i.d.a.

In questo modo, in alcune zone, la AfD è riuscita ad aggredire anche il tradizionale bacino elettorale della SPD; infatti da una recente statistica, pubblicata sul magazine di sinistra radicale AK-Analyse & Kritik, nell’ex-Germania Est risulta che 34 lavoratori su 100 votano AfD, mentre solo 27 per i Socialdemocratici.

Alternative für Deutschland continua a ribadire la sua contrarietà ad una Germania impegnata a districare ogni problema dell’Unione Europea (soprattutto il lassismo degli indebitati stati meridionali), finendo per non tutelare la sua economia, il welfare e il risparmio, continuando a restare nell’Euro, sobbarcandosi spese non a immediato vantaggio dei tedeschi (intesi ovviamente come autoctoni) a fronte di un’alta tassazione sui redditi delle famiglie, del credito bancario e delle imprese.

Il tutto ribadito con uno stile pacato e una comunicazione pubblica netta ma efficace, ricca di dati e cifre, attenta agli umori dei social network, fortemente polemica con tutti i grandi partiti (SPD e CDU) ma rispettosa del bon ton del dibattito politico tedesco; anche se nei maggiori media è ancora aperto il dibattito sul dare spazio a contenuti così duri.

Un efficace mix di dottorati in economia finanziaria, abile comunicazione, euroscetticismo da tabloid e xenofobia diffusa; un incrocio, per rapportarlo all’Italia, tra il liberismo di Tremonti, le polemiche antipolitiche di Grillo e la contabilità razzista di Salvini.

Una creatura politica ben incarnata dalla sua regina, l’agguerrita quarantenne Frauke Petry, un’altra ex-ragazza dell’Est, considerata già dalla stampa internazionale l’altra-donna forte della politica tedesca nelle future elezioni federali del 2017.

Un pericolo sempre più insidioso per Angela Merkel (a cominciare dalla tenuta interna della sua CDU/CSU), incapace, per ora, di rispondere diversamente tanto allo sciovinismo del benessere quanto alle paure della sua Germania.

 

Questo articolo è apparso originariamente su MicroMega

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    Elia Rosati
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Lega: da secessione a nazionalismo

L’articolo è tratto dalla serie Viaggio nell’estrema destra europea, un progetto dell’Anpi – Associazione nazionale partigiani d’Italia, curato dal ricercatore storico e collaboratore dell’Università Statale di Milano Elia Rosati.

(Continua dalla seconda parte)

Breve storia della Lega Nord (LN). Dal secessionismo comunitarista al nazionalismo identitario.

“Roma Ladrona!” (1987-1995)

Nata nel 1989 come confederazione elettorale di alcuni movimenti regionalisti del Nord Italia e capitanata da un gruppo dirigente con al vertice Umberto Bossi, senatore dal 1987 per la formazione localista Lega Lombarda e segretario del Carroccio fino al 2012. Inizialmente la LN chiedeva una radicale riorganizzazione della Nazione in senso federale, maggiore autonomia fiscale per le amministrazioni regionali e provinciali del Nord, un drastico taglio delle tasse e la fine di una politica di investimento dello Stato che privilegiasse le regioni del Meridione a discapito di quelle settentrionali. La proposta politica della Lega prese rapidamente piede nelle zone pedemontane (principalmente del lombardo-veneto), deluse dalla politica democristiana e protagoniste di un vorticoso sviluppo economico, caratterizzato da medio-piccole imprese a conduzione familiare, che rese il Nord-Est uno dei territori più ricchi d’Europa. La politica leghista fu da subito caratterizzata da un populismo volgare e provocatorio, che dipingeva la classe politica come corrotta ed il Sud del Paese come popolato da parassiti che vivevano solo dell’assistenzialismo statale, finanziato, secondo i leghisti, dalla tasse delle regioni settentrionali. Un certo razzismo verso i migranti era già fortemente diffuso nella base leghista, anche se il Carroccio nei primi anni ’90 concentrava i suoi anatemi contro gli italiani meridionali, chiedendo che venissero allontanati dalla pubblica amministrazione nelle regioni del Nord, perché incompetenti e lavativi. Nelle elezioni amministrative del Maggio 1990 raccolse il 4% a livello nazionale, diventando però il secondo partito in Lombardia con il 18,9%; successivamente sull’onda del sentimento di indignazione per l’inchiesta di Tangentopoli, nelle elezioni nazionali del 1992, pur avendo il suo elettorato esclusivamente nel Nord-Italia, ottenne l’8,6% con 3.400.000 voti (quarto partito) e nel 1993 conquistò a sorpresa il Comune di Milano (uno dei consiglieri comunali sarà il giovanissimo Matteo Salvini). Dopo questi exploit, Bossi strinse nel 1994 un accordo elettorale con Forza Italia (FI), la neo-formazione politica dell’imprenditore televisivo Silvio Berlusconi, vincendo le elezioni (le prime con un sistema di voto maggioritario), partecipando per la prima volta al governo con cinque ministri e ottenendo anche la presidenza della Camera per Irene Pivetti. Tuttavia il primo esecutivo Berlusconi non durò a lungo: fu proprio la Lega Nord nel 1995 a ritirare il suo appoggio parlamentare in disaccordo sulla riforma delle pensioni, aprendo la strada al governo di Lamberto Dini, un gabinetto sostenuto dalle opposizioni di centro-sinistra e dal partito di Bossi.

Soli contro tutti, per una Padania libera e sovrana (1996-2001).

Nelle successive elezioni del 1996, la Lega Nord si presentò da sola, raccogliendo il 10% e quasi 3.800.000 voti, ma fu anche il momento in cui il Carroccio ristrutturò la sua identità diventando una forza poltica etnoregionalsta molto più radicale. Cominciò quindi il progetto di “Indipendenza della Padania”: la secessione dall’Italia delle regioni del Nord che sarebbero andate a formare, nella mente di Bossi, una macro-regione sovrana e autonoma; tutta la forza organizzativa e propagandistica del partito (una struttura militante ben radicata nel territorio) venne dirottata nel costruire questa nuova identità nazionale. Venne creato un simbolo, una bandiera e la Lega si dotò anche di un quotidiano (“La Padania”, appunto) e di una emittente radiofonica (“Radio Padania Libera”), dando vita anche ad un simbolico “parlamento padano” a Mantova ed organizzando periodiche kermesse sul fiume Po e a Venezia, per celebrare la lotta indipendentista “dei popoli padani”. Parallelamente la Lega Nord radicalizzò le sue posizioni ideologiche sull’immigrazione, avvicinandosi molto anche al tradizionalismo cattolico e strinse alleanze europee con analoghe formazioni liberiste e xenofobe come il FPÖ austriaco di Jorg Haider o i neonazisti fiamminghi del Vlaams Blok. Quello che era stato un partito localista di protesta fiscale con forti venature razziste, virava decisamente verso destra diventando una forza identitaria, comunitarista e xenofoba, che cominciò ad essere un interlocutore anche per il mondo neofascista italiano.

Silvio e Umberto di nuovo insieme (2001-2006)

Nel 2001, dopo un rinnovato accordo con Forza Italia ed Alleanza Nazionale (più alcune formazioni cattoliche), Bossi ed i suoi tornarono nuovamente al governo con Berlusconi: il risultato elettorale fu scarso (3,4% e 1.500.000 voti), ma il Carroccio ottenne il Ministero delle Riforme, della Giustizia e del Lavoro. Durante questa seconda esperienza alla guida del Paese (2001-2006) la Lega Nord si distinse per una intransigente attività di governo che portò all’approvazione, in particolare, di una dura legge sull’immigrazione (la “Bossi-Fini”), della riorganizzazione del sistema penale (riforma Castelli) e di una mini-riforma costituzionale (la “Devolution”) che avrebbe dovuto attribuire alla regioni molti poteri dello Stato centrale e creare un Senato Federale, ma che venne bocciata dal Referendum del 2006. In generale la LN fu interna a tutta l’azione di governo del centro-destra, appoggiandone, quando non radicalizzandone, ogni iniziativa legislativa (in primis la riforma elettorale Calderoli, detta il “Porcellum”) e mantenendo un notevole potere contrattuale in materia economica (spesso in polemica con lo statalismo di Alleanza Nazionale) anche grazie al forte legame con Giulio Tremonti, il super-ministro per l’economia di Berlusconi. Dal congresso del 2002 inoltre il partito di Bossi completò la sua mutazione, adottando ufficialmente la linea della “difesa della razza padana” contro “la società multirazziale” e accogliendo tra le sua fila esponenti o tematiche appartenenti alla destra radicale, mentre l’associazionismo vicino ai “Giovani Padani” cominciò a tingersi di nero. In questa fase emerse nettamente la figura dell’eurodeputato piemontese Mario Borghezio, un ex-neofascista, leghista della prima ora, che divenne il citofono del Carroccio col mondo del radicalismo di destra. Un terreno di convergenza era rappresentato dallo stop alla immigrazione: la LN si fece interprete di una politica securitaria, propagandata in modo martellante, che dipingeva l’immigrato o il rom solo come un potenziale criminale. La Lega invitò i cittadini a controllare le strade e utilizzò il servizio d’ordine del partito (“la Guardia Nazionale Padana”) per organizzare delle ronde serali “contro il degrado”; l’incontro con i fascisti nacque, dunque, nella politica di strada più che nei cortei o nei congressi. Inoltre i numerosi amministratori leghisti in Lombardia e Veneto continuarono ossessivamente a varare regolamenti comunali discriminanti verso i migranti, i diritti dei gay e le forme di socialità giovanili, presentandosi come “sindaci sceriffo”. Nel Marzo 2004 Umberto Bossi venne ricoverato in ospedale per un ictus, ma nonostante la lunga convalescenza mantenne la leadership del partito, potendo contare su di un gruppo dirigente lombardo (soprattutto varesotto-bergamasco) coeso e a lui molto fedele, in primis i ministri Maroni, Castelli e Calderoli.

“Affezionati alla cadrega” (2006-2011)

Dopo una breve parentesi all’opposizione (durante il secondo esecutivo Prodi, 2006-2008), il Carroccio ritornò al governo nel 2008 sempre in coalizione con Forza Italia ed Alleanza Nazionale (dal 2009 unitisi nel “Popolo delle Libertà”), ottenendo l’8,3% (3.020.000 preferenze) e risultati incoraggianti anche nel centro-Italia, uscendo per la prima volta dal suo tradizionale bacino elettorale territoriale. Il consenso parlamentare del nuovo Governo Berlusconi (in cui la Lega ebbe tre ministeri, tra cui l’Interno) risultò molto ampio, anche se l’azione legislativa risultò poco incisiva, se si esclude la contestatissima Riforma dell’Università (“Legge Gelmini”), molti interventi sulla Giustizia (“Lodo Alfano”, “Scudo Fiscale”) a vantaggio del Premier e alcune manovre finanziarie, composte quasi esclusivamente da tagli alla spesa pubblica. Questa avanzata nelle regioni del centro, tradizionalmente di sinistra, continuò anche nelle Europee del 2009, quando la Lega Nord ottenne il 10,2%, dopo una campagna elettorale molto polemica contro la UE specie sul tema delle migrazioni, raccogliendo l’11% in Emilia-Romagna, il 5,4% nelle Marche, il 4,3% in Toscana ed il 3,6% in Umbria. Mentre nelle Regionali del 2010 la Lega ottenne (in coalizione con il centro-destra) la Presidenza del Veneto (LN: 35,1%) per Luca Zaia e del Piemonte (LN: 16,7%) per Roberto Cota. Nel frattempo anche in Italia cominciava a farsi sentire la crisi economica ed il partito di Bossi si trovò tra due fuochi: l’ostentato ottimismo governativo di Berlusconi e Tremonti e le paure dei suoi ceti sociali di riferimento, sempre più preoccupati dalla difficile congiuntura economica; tutto questo mentre Gianfranco Fini con la scissione di Futuro e Libertà indebolì ancora di più l’esecutivo. Mentre nelle elezioni amministrative della primavera 2011 lo schieramento di centrodestra cominciò ad incassare alcune sonore sconfitte (in particolare a Milano), all’interno del Carroccio iniziò lo scontro tra Bossi, i suoi collaboratori più stretti (il “cerchio magico”) e Roberto Maroni (numero due del partito e ministro dell’Interno): in discussione c’erano appunto il futuro dell’alleanza con Berlusconi ed i rapporti di forza interni alla coalizione. Durante tutto questo per effetto delle turbolenze economiche e degli scandali, il Premier rassegnava le dimissioni, aprendo la strada al Governo tecnico di Mario Monti; la Lega Nord frastornata dalla precipitosa caduta dello storico alleato tornava all’opposizione.

Bossi addio (2011-2013)

Umberto Bossi, l’onnipotente segretario del partito dal 1989, cominciò ad essere considerato troppo legato e compromesso con Berlusconi e le fronde interne acquistarono notevole forza; quando poi il leader del Carroccio venne indagato (aprile 2012) per aver sottratto indebitamente soldi alla Lega a vantaggio della sua famiglia e del “cerchio magico”, la caduta fu inevitabile. Si riaccese un atavico scontro, presente nella LN fin dalla sua formazione, tra la componente veneta (da sempre costretta in seconda fila) guidata dal governatore Zaia e dal sindaco veronese Flavio Tosi e quella lombarda (ex-bossiana) capitanata da Roberto Maroni e dall’eurodeputato milanese Matteo Salvini. Il mondo leghista si trovò in subbuglio e nelle amministrative del giugno 2012 il risultato fu scarso, anche in storiche roccaforti come Como e Monza. In un clima di emergenza, il nuovo segretario divenne Maroni che provò ad imprimere una svolta al partito, rottamando la vecchia dirigenza bossiana e tornando alla carica con lo slogan “Prima il Nord!”, rivendicando un welfare su base regionale, lo stop dell’immigrazione e una drastica riduzione delle tasse per le regioni settentrionali. Nonostante questo ritorno alle tematiche classiche della Lega Nord, la decisione fu di restare alleati di Berlusconi nelle Politiche del 2013: il Carroccio precipitò al 4% con 1.400.000 voti, dimezzando il suo consenso, pagando una forte emorragia di consensi verso il Movimento 5 Stelle; la restaurazione maroniana non era bastata. Tuttavia Maroni, strumentalmente, usò l’accordo con il centrodestra per venire candidato, sempre nel Febbraio 2013, come governatore in Lombardia, riuscendo ad essere eletto, nonostante la LN avesse perso 400.000 voti (12,9% rispetto al 26,2% del 2010) nella sua regione natale. Il Carroccio, arroccatosi come all’inizio della sua storia nel lombardo-veneto e ridotto al minimo, provò a guardare avanti organizzando per il congresso federale del Dicembre 2013 delle elezioni primarie, per motivare la base; dopo il ritiro del venetista Tosi e con Maroni e Zaia impegnati nei governi regionali, lo scontro fu tra il vecchio Umberto Bossi ed il quarantenne Salvini: quest’ultimo venne eletto segretario con l’82% dei voti. Finiva per sempre un’ era. Mentre negli stessi giorni del 2014 Matteo Renzi scalava la vetta del PD e disarcionava il governo di Enrico Letta, “l’altro Matteo” (Salvini), messo da parte definitivamente Umberto Bossi, avviava spedito il suo progetto di rifondazione leghista e di conquista della leadership del centrodestra.

L’Era Salvini: il “fascioleghismo” e la “politica della Ruspa” (2014-2016)

Salvini decise subito di rompere alcuni tabù storici e di invertire la rotta rispetto all’arroccamento macro-regionalista di Maroni, approfittando dell’appannamento della figura di Silvio Berlsconi e della diaspora interna a Forza Italia con l’uscita del Nuovo Centro Destra di Angelino Alfano (Autunno 2013). La nuova Lega, per la prima volta, trovava campo libero e poteva candidarsi a guidare l’intero centrodestra, ovviamente imprimendo ad esso una svolta radicale soprattutto sui temi della crisi, dell’Euro e dell’immigrazione. Il quarantenne Salvini, in previsione delle Europee 2014, cominciò a parlare apertamente di “welfare per soli italiani” e di “uscita dall’Euro” per risollevare l’occupazione e l’intera economia del Paese, secondo lui strozzata dalle tasse, dal peso dell’ Ue e, neanche a dirlo, dai costi dei programmi di accoglienza per immigrati. Tutto questo in sinergia con altri partiti europei, in primis il Front National di Marine Le Pen, l’ FPÖ austriaco di Christian Strache ed il PVV olandese di Geert Wilders. Gli sforzi del neosegretario furono premiati, alle elezioni infatti la LN prese il 6,15% (1.690.000 voti), riconfermando a Strasburgo Salvini e altri cinque deputati, tra cui Mario Borghezio che, candidato a sorpresa nella circoscrizione del centro-italia, riuscì a farsi eleggere, non nascondendo di aver ricevuto parte dei suoi voti dalla galassia neofascista, in primis Casa Pound. Salvini, ospite fisso in tutti i talkshow televisivi, passò all’attacco proponendo un referendum contro la Legge Fornero, scioperi fiscali contro le tasse, campagne xenofobe, l’eliminazione di tutti campi rom (la cosiddetta “politica della ruspa”), pieno sostegno alle forze dell’ordine ma anche il diritto all’autodifesa armata dei cittadini. In breve la notorietà del segretario del Carroccio crebbe notevolmente e vennero create liste di appoggio (“Noi con Salvini”) in tutto il centro-sud, in aggiunta ad una alleanza formale con i “Fascisti del Terzo Millennio” di Casa Pound, rappresentati dalla lista “Sovranità”. La LN rivoluzionò la sua comunicazione inondando la rete, Facebook, Twitter e Instagram di messaggi contro la politica economica di Renzi, le scelte economiche dell’UE e gli immigrati; il vecchio quotidiano “La Padania” e l’emittente “Radio Padania Libera” vennero sbrigativamente chiuse, mentre Salvini era onnipresente nelle televisioni nazionali e sui rotocalchi. Non mancarono inoltre le adunate di piazza come a Milano (Ottobre 2014), Roma (Marzo 2015) e Bologna (Ottobre 2015) a cui parteciparono in quanto alleati, con tanto di intervento dal palco, sia Fratelli d’Italia che Casa Pound. Salvini, girando in lungo ed in largo per l’Italia, ha incentrato la sua campagna su un welfare per soli italiani, la difesa dell’agricoltura nazionale, della piccola impresa manifatturiera e la militarizzazione delle periferie, continuando a dipingere ossessivamente la criminalità come un effetto dell’immigrazione. Nelle Regionali 2015 il Carroccio avanzò ancora, costruendo coalizioni oltrechè con Giorgia Meloni anche con l’indebolito Berlusconi, ottenendo trionfalmente la riconferma a Governatore del Veneto per Luca Zaia, contribuendo alla vittoria del forzista Toti in Liguria e diventando il secondo partito nella rossa Toscana (16,6%), il terzo in Umbria (14%) e nelle Marche (13%); il tutto doppiando i voti di Forza Italia. Il Carroccio marciava compatto dietro al suo leader, nonostante l’opposizione venetista di Flavio Tosi (poi cacciato dal partito) ed il freddo sostegno dei “due governatori”, Zaia e Maroni, un po’ insofferenti nei confronti di un segretario così ingombrante. Ma nonostante i brillanti risultati del nuovo corso salviniano, la base del partito ha metabolizzato a fatica questa “svolta nazionale”, non riuscendo mai ad abbandonare completamente le liturgie ed il punto di vista “padano”. Sicuramente la Lega Nord, avendo incentrato tutta la sua comunicazione politica sulla figura del dinamico e popolarissimo segretario, detiene oggi saldamente le redini della discussione pubblica su questioni chiave come la tassazione ed i flussi migratori, rappresentando una vera e propria nemesi per l’ostentato ottimismo di Matteo Renzi e del suo PD. Va detto però che, nonostante il rapporto con Berlusconi sia sempre più deteriorato (vedi le Comunali 2016 a Roma), la Lega Nord oggi risulta bloccata tra il 15% ed il 18%: un risultato che la obbliga ancora a dover convivere con Forza Italia ed a cercare nuove alleanze (in aggiunta a Fratelli d’Italia e Casa Pound) in attesa di conquistare la candidatura a Premier e poter sfidare realisticamente Matteo Renzi.

 

 

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    Elia Rosati
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Approfondimenti

I fascisti del Terzo millennio

L’articolo è tratto dalla serie Viaggio nell’estrema destra europea, un progetto dell’Anpi – Associazione nazionale partigiani d’Italia, curato dal ricercatore storico e collaboratore dell’Università Statale di Milano Elia Rosati.

(Continua dalla prima parte)

Forza Nuova e Casa Pound d’Italia: gli ideologi, tra vecchi squadristi e terroristi neri non pentiti

Il mondo del neofascismo giovanile italiano ha vissuto, negli ultimi vent’anni, due momenti di riorganizzazione: il biennio 1998-1999 con lo sviluppo di Forza Nuova ed il periodo 2005-2008 con il propagarsi, sul piano nazionale, dell’organizzazione successivamente diventata Casa Pound d’Italia.

Entrambi questi movimenti/partito neofascisti, pur diversissimi tra loro, nascono su spinta di due ex militanti romani di Terza Posizione (TP): Roberto Fiore e Gabriele Adinolfi, rifugiatisi all’estero (in Inghilterra e Francia) per evitare il carcere dopo gli anni ’70 e rientrati in Italia tra il 1999 ed il 2002.

Terza Posizione era un gruppo extraparlamentare neofascista che nella seconda metà degli anni ’70, specialmente a Roma e nel Triveneto, rappresentò una nuova alternativa per la militanza nera vicina/parallela allo spontaneismo armato della formazione terroristica dei NAR (Nuclei Armati Rivoluzionari).

Nel 1980 la Procura di Bologna inserì Fiore e Adinolfi tra i ricercati per la Strage di Bologna, mentre la Procura di Roma, nello stesso anno, sciolse di fatto l’organizzazione imputandole una serie di rapine, ferimenti, attentati ed omicidi.

Nonostante gli aderenti a Terza Posizione siano stati assolti da molte accuse, alcuni (tra cui Fiore e Adinolfi) vennero però condannati per “associazione sovversiva” e “banda armata”, mentre altri finirono in carcere per essersi uniti ai NAR.

Invece un altro militante di Terza Posizione, Luigi Ciavardini, è stato condannato in via definitiva (nel 2007) come esecutore materiale della Strage di Bologna del 2 Agosto 1980, insieme ai due terroristi dei NAR Francesca Mambro e Valerio Fioravanti.

Altri ex-TP, in anni più recenti, hanno preso parte alla vita politica nazionale: Peppe Dimitri (morto nel 2006) fu consulente del Ministro dell’Agricoltura Gianni Alemanno, mentre Marcello De Angelis (già cantautore neofascista) entrò stabilmente nella corrente Destra Sociale di Alleanza Nazionale, divenendo anche senatore (2008-2013) durante gli ultimi governi Berlusconi e Monti.

L’esilio di Fiore e Adinolfi non fu però particolarmente d’intralcio alla loro attività politica: il primo a Londra divenne un facoltoso imprenditore e organizzò, con alcuni neonazisti inglesi, il coordinamento transnazionale: “International Third Position”; mentre il secondo entrò in contatto con gruppi di intellettuali neri e con i circuiti identitari giovanili francesi, iniziando una ricca attività culturale/pubblicistica.

Tuttavia era solo questione di tempo: liberi di rientrare in Italia, per decorrenza dei termini, entrambi i vecchi leader di TP si misero subito al lavoro, arruolando forze fresche nel mondo del neofascismo e della galassia naziskin, e dando vita ai due gruppi più importanti della destra radicale italiana degli ultimi due decenni.

Forza Nuova (FN)

Fondata simbolicamente il 29 Settembre 1997 (San Michele Arcangelo) da Massimo Morsello (ex NAR) e Roberto Fiore (ex Terza Posizione)

Segretario Nazionale: Roberto Fiore

Dichiarava duemila militanti (ultimo dato del 2001).

Forza Nuova è stata il movimento/partito giovanile più importante della destra radicale italiana fino alla metà degli anni 2000 e ha rappresentato, per molto tempo, un modello politico-organizzativo vicino a quello di analoghe formazioni europee come l’NPD tedesco, il BNP inglese e l’Alba Dorata greca.

Oggi, nonostante abbia perso molto dello smalto iniziale, continua a mantenere un certo radicamento territoriale e una presenza attiva un po’ in tutta Italia, rimanendo sempre una organizzazione caratterizzata da una gerarchia piramidale, con a capo il padre-fondatore Roberto Fiore.

Forza Nuova è stata comunque una palestra politica per una nuova generazione neofascista che, specialmente nel Triveneto, a Roma e nel Sud d’Italia, ha conosciuto la politica militando sotto le sue insegne e nelle sue sezioni, cercando poi nuovi approdi nella galassia nera.

FN ha una ideologia xenofoba, nazionalpopolare e tradizionalista cattolica (i suoi richiami culturali si rifanno, però, al Peronismo, al Fascismo Regime e alla Guardia di Ferro rumena); fin dalla sua fondazione infatti il programma politico forzanovista è riassunto in “otto punti” irrinunciabili: il no all’aborto, la messa fuorilegge della Massoneria, il “blocco dell’immigrazione e l’avvio di un umano reimpatrio”, il “ripristino del Concordato e la difesa delle tradizioni”, lo “sradicamento dell’usura e del debito pubblico”, l’assistenza delle famiglia/crescita demografica e l’abrogazione delle leggi Mancino 205/1993 (reato di istigazione all’odio razziale) e Scelba 645/1952 (reato di apologia del Fascismo e ricostituzione/richiamo al PNF).

Fiore ha provato a formare i militanti forzanovisti con scuole quadri, piccoli manuali e raduni nazionali estivi (“Campi d’Azione”), insistendo in primis sul richiamo al movimento antisemita collaborazionista rumeno (la “Guardia di Ferro” e la “Legione di San Michele Arcangelo”) ed al suo comandante Corneliu Zelea Codreanu, oltreché alle politiche sociali del Peronismo.

Tra le sue campagne nazionali vanno ricordate: l’opposizione militante alle manifestazioni dei GayPride, il “Compra Italiano” (un circuito di prodotti alimentari di ispirazione autarchica), la lotta contro l’immigrazione islamica e la costruzione di moschee, inziative contro la UE e il sistema finanziario, l’organizzazione di ronde e presidi per contrastare la criminalità e la presenza di campi rom, la nazionalizzazione di banche e imprese strategiche, il no alla Turchia nell’Unione Europea.

L’organizzazione è dotata di una federazione giovanile (“Lotta Studentesca”) e di alcune associazioni collaterali, come quella intitolata a Evita Peron, o il gruppo di agricoltori “Lega della Terra”; spesso Forza Nuova ha messo in piedi imprese economiche che vendono per corrispondenza (o in negozi come a Roma e Verona) oggettisca nostalgica o abbigliamento con simbologie neofasciste.

Nonostante FN si sia sempre presentata con proprie liste (o con altri) a ogni scadenza elettorale, le percentuali di voto sono sempre state minime ( 0,12%-0,47%; tra i 13.700 ed i 146.000 voti ), anche se Roberto Fiore ha brevemente occupato (dall’aprile 2008 al giugno 2009) un posto da europarlamentare, lasciatogli da Alessandra Mussolini; entrambi avevano infatti dato vita (dal 2004 al 2009) alla coalizione di Alternativa Sociale, poi Patto d’Azione.

Molti militanti o simpatizzanti di Forza Nuova sono rimasti coinvolti, in questi anni, in scontri, danneggiamenti e violenze di strada (specie contro avversari politici); l’episodio più rilevante è stata la bomba contro la sede romana del quotidiano il manifesto nel dicembre 2000: l’autore dell’attentato (Andrea Insabato) era vicino al movimento di Roberto Fiore e partecipò nel 2008, come ospite, a un campeggio estivo di FN.

Questo movimento è sempre stato attivissimo sul piano internazionale, organizzando decine di convention (spesso a Milano) con i principali movimenti neofascisti e neonazisti europei (dall’NPD ad Alba Dorata), mentre in Italia, nonostante alcune campagne anti-immigrati condotte insieme con esponenti della Lega Nord, e la partecipazione alla coalizione elettorale berlusconiana del 2006, Forza Nuova ha sempre presentato sue liste indipendenti e ha ampiamente criticato la linea “nazionalista” di Matteo Salvini.

FN mantiene buoni rapporti con tutto il mondo del tradizionalismo cattolico e con la parte più radicale di Comunione e Liberazione; ha partecipato più volte al Family Day e alle mobilitazioni “contro la diffusione dell’Ideologia Gender”.

Dal 2014 Roberto Fiore ha dato vota al cartello neofascista e nazionalista europeo “Alliance for Peace and Freedom” e ha pubblicamente dichiarato il suo sostegno alla Russia guidata da Putin.

Casa Pound d’Italia (CPI)

Nata come Centro Sociale di destra a Roma il 22 dicembre 2003, ma diventata organizzazione nazionale dalla metà del 2008.

Responsabile Nazionale: Gianluca Iannone

Casa Pound d’Italia è l’organizzazione neofascista che ricopre, dalla fine degli anni ’90, un ruolo di incontrastata egemonia nella destra radicale giovanile italiana e ha rappresentato una evoluzione organizzativa/aggregativa pionieristica, con oggi tentativi di imitazione in tutta Europa.

Nata a Roma nel 2002 dalla sinergia tra Gabriele Adinolfi e un eterogeneo gruppo di giovani neofascisti (“Fahreneit 451”) passati attraverso varie esperienze della destra capitolina degli anni ’90, dal mondo naziskin alla prima Alleanza Nazionale.

L’idea vincente del gruppo, inizialmente molto piccolo, fu di dar vita a una “comunità” mediante l’aggregazione metapolitica, innovando la comunicazione, proponendo un linguaggio (anche grafico) fresco e moderno e una pratica politica nuova a destra: l’occupazione di edifici vuoti per farne luoghi abitativi e di “socialità fascista”; ovviamente per soli italiani.

Nonostante CPI sia stata (dal 2004 al 2008) una attiva componente romana della Fiamma Tricolore e abbia partecipato anche alle campagne elettorali di La Destra, il gruppo di Gianluca Iannone (autodefinitosi “i fascisti del Terzo Millennio”) diede vita ad una struttura politica compatta che rifiutava il modello della tradizionale vita partitica (le sezioni,il bollettino periodico, i congressi, le segreterie…) a fronte di una militanza sociale, attiva, provocatoria e muscolare.

Un nuovo esempio per il vecchio neofascismo italiano. Per “i fascisti del Terzo millennio” il modello teorico/pratico dichiarato è stato, da sempre, il primo movimento mussoliniano (anti-borghese, avanguardista e violento), spesso riattualizzato negli slogan, nelle azioni di “squadrismo mediatico” o in militareschi momenti di piazza; il tutto con un attento uso multimediale di internet e con un immaginario giovanile ben rappresentato dalle canzoni del gruppo nazirock “ZetaZeroAlfa”, il cui cantante/frontman è lo stesso Gianluca Iannone.

Casa Pound seppe usare, inoltre, in modo abile i media (sia tv che magazine, specie di sinistra) che da metà anni 2000 diedero una enorme pubblicità a questa realtà politica (“i centri sociali di destra”) che parallelamente continuava a impossessarsi di edifici abbandonati nella Capitale (“Occupazioni Non-Conformi”) e a far parlare di sé con iniziative culturali dissacranti, ospitando come conferenzieri da Vittorio Sgarbi a Gianpiero Mughini, da Stefania Craxi all’ex Br Valerio Morucci; il tutto rivendicando il diritto alla “libertà d’espressione”, anche per i fascisti.

Uno stratagemma mediatico con cui Casa Pound ha spesso fatto parlare di sé, è da sempre commemorare (con dei manifesti) alcuni personaggi (storici o letterari) estranei al pantheon neofascista: dal cantautore Rino Gaetano al caudillo venezuelano Chavez, dall’attore Carmelo Bene al comunista Peppino Impastato, dal socialista Bettino Craxi al fumetto Corto Maltese, al rivoluzionario Che Guevara: un mix iconografico provocatorio che mischia Mussolini, Marinetti, il ribellismo di sinistra e la cultura pop degli anni ’80.

Cacciati dalla Fiamma Tricolore nel 2008, Iannone e camerati decisero, forti delle relazioni che avevano intessuto in tutto il Paese, di dar vita ad una organizzazione nazionale (Casa Pound d’Italia), mutuando il nome dalla loro prima base operativa romana e portandosi fuori dal partito intere sezioni in tutta Italia.

Parallelamente fecero nascere molte associazioni collaterali: sportive (“La Muvra” e “Il Circuito”), solidaristiche (“La Salamandra” e “Gri.Me.S”), ambientaliste (“La Foresta che Avanza”), sindacali (“Blu”), internazionaliste (“Solid”) o hobbiestiche (“Scuderia 7 punto 1”).

Oggi CPI possiede sedi nelle principali città italiane, generalmente sotto forma di pub/luoghi di socialità con nomi che si ispirano alla storia della squadrismo fascista o alla tradizione futurista, mentre, fin dalla metà degli anni 2000, è attiva la sua componente giovanile nelle scuole, all’interno dell’organizzazione “Blocco Studentesco”.

Al centro del programma politico di Casa Pound c’è un welfare per soli italiani, in primis con la proposta del “Mutuo Sociale”, per risolvere l’emergenza casa, e con “Tempo di essere madri”, un assegno integrativo del congedo di maternità; tuttavia tra le sue campagne hanno trovato posto anche proteste contro Equitalia, le banche e l’Euro.

Anche se non compariva inizialmente tra le sue tematiche caratterizzanti, probabilmente per ragioni di immagine, la xenofobia e l’islamofobia sono emerse sempre con più forza nella prassi del gruppo di Iannone, mentre, nonostante l’aiuto alle giovani coppie sia ben presente nei suoi slogan, CPI mantiene un punto di vista politico laico e aconfessionale.

A livello internazionale esperienze simili sono nate in Spagna, Scandinavia, Portogallo e Germania, mentre Casa Pound mantiene buoni rapporti con Alba Dorata (Grecia) e alcuni gruppi identitari francesi; da un decennio ha avviato, inoltre, alcune campagne in sostegno della guerriglia Karen (Birmania) e oggi si dice estimatrice della Russia di Putin e delle proposte politiche di Marine Le Pen.

Casa Pound d’Italia si è fatta presto conoscere anche per scontri di piazza e aggressioni che hanno coinvolto l’intera organizzazione, soprattutto a Roma, in primis vanno ricordati: gli incidenti di Piazza Navona (ottobre 2008) in cui il Blocco Studentesco attaccò con bastoni e cinghie un corteo contro la Riforma Gelmini (venendo poi respinto dagli studenti antifascisti), il pomeriggio di guerriglia urbana nel quartiere romano di Casal Bertone (marzo 2012) o le violente proteste contro i centro per rifugiati di Tor Sapienza (novembre 2014) o di Casale San Nicola (luglio 2015).

Anche fuori dalla capitale non sono mancati gravi episodi di violenza che hanno visto aderenti a Casa Poud aggredire giovani antifascisti (spesso studenti), con utilizzo di coltelli, martelli o bastoni: come a Terni (maggio 2014), Cremona (febbraio 2015), Bolzano (marzo 2015), Napoli (gennaio 2016) e Trento (aprile 2016).

Alcuni noti esponenti del movimento sono stati, inoltre, al centro di fatti poco chiari: nel pomeriggio del 14 aprile 2011 il numero tre di Casa Pound, Andrea Antonini venne gambizzato da due uomini in moto, mentre il 13 dicembre 2011 in preda a un apparente raptus di follia un militante fiorentino dell’organizzazione aprì il fuoco contro alcuni immigrati in mezzo a un mercato rionale (uccidendo due senegalesi) e più recentemente, invece, nel luglio 2014, un ex responsabile piemontese di CPI, Giovanni Ceniti uccise un broker romano implicato in una maxitruffa internazionale, durante un tentato sequestro.

A livello elettorale, dopo una falimentare esperienza in solitario nel 2013 durante le Regionali del Lazio (0,8%) e le Comunali di Roma (0,6%), a cavallo tra 2014 e 2015 Casa Pound d’Italia, tramite il suo numero due Simone Di Stefano, ha stretto una alleanza con la Lega Nord, dando vita a una propria formazione partitica nazionale in appoggio a Matteo Salvini, “Sovranità”.

Nonostante attualmente la sinergia con la Lega abbia perso di intensità, l’essersi collegata formalmente al principale partito di destra di opposizione ha permesso a CPI di avere una grande visibilità e di poter contare su importanti appoggi nel mondo politico istiuzionale e nell’editoria.

  • Autore articolo
    Elia Rosati
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I nipoti del Movimento sociale

L’articolo è tratto dalla serie Viaggio nell’estrema destra europea, un progetto dell’Anpi – Associazione nazionale partigiani d’Italia, curato dal ricercatore storico e collaboratore dell’Università Statale di Milano Elia Rosati.

 

Msi, la casa madre

Il Movimento Sociale Italiano-Msi (1946-1995) è stato il più grande e importante partito neofascista dell’Occidente, riuscendo a diventare “nel 1972” il quarto partito italiano con l’8,67% (2.900.000 voti), insieme alla componente monarchica (MSI_Destra Nazionale).

Guidato per lungo tempo da Giorgio Almirante (1947-1950 e 1969-1987) e successivamente dal suo delfino Gianfranco Fini, il Movimento Sociale ebbe sempre una combattiva pattuglia parlamentare e fu indubbiamente uno degli attori della vita politica repubblicana, anche se, data la sua ideologia, venne sempre estromesso dall’alveo di governo (se si fa eccezione per il tentativo di Tambroni).

Soprattutto il MSI fu una casa-madre per tutto il mondo del neofascismo italiano, compresa la sua parte più estrema e rappresentò anche un riferimento, quando non un rifugio, anche per le componenti del terrorismo nero protagoniste della Strategia della tensione.

Al suo interno trovarono spazio tutte le sfaccettature della galassia fascista italiana, dal conservatorismo autoritario atlantista ai nostalgici del Ventennio, dagli ex repubblichini non pentiti ai monarchici, dai neonazisti-evoliani ai populisti nazionalisti.

Dopo la svolta di Fiuggi (e la scissione di Fiamma Tricolore) il MSI-DN, sempre sotto la guida di Fini, diede vita ad Alleanza Nazionale, prendendo parte attivamente alle coalizioni berlusconiane, andando quindi più volte al governo (1994-1995; 2001-2005; 2008-2011) e partecipando della vita amministrativa di tutto il Paese, spesso con importanti ruoli.

La totalità della dirigenza e della base di AN veniva però dal MSI-DN e mantenne sempre con quella storia un legame profondo e mai ripudiato, nonostante alcune abiure (esclusivamente del Fascismo Regime e della RSI) ingenerarono uscite o prese di posizione polemiche. Dal 1996 al 2008 raccolse una percentuale di voto compresa tra il 15,8% e l’11%.

Dopo il fallito tentativo, con Forza Italia, di dar vita a un duraturo partito di centrodestra (il Popolo della Libertà, 2009-2013) e parallelamente alla crisi dello schieramento berlusconiano, l’eredità di AN venne raccolta, a vario titolo da diverse formazioni.

Fratelli d’Italia FdI-AN.
(Dicembre 2012)
Segretario: Giorgia Meloni; dichiara 50.000 iscritti.
Politiche 2013: 2%
Regionali 2014: Lazio 3,83%, Piemonte 3,72%, Sardegna 2,82%.
Europee 2014: 3,7%

Nati dalla dissoluzione dell’effimero progetto berlusconiano del Popolo delle Libertà (PdL) ed eredi diretti di Alleanza Nazionale (1995). È un partito presente capillarmente in tutta Italia: oggi possiede dieci deputati alla Camera, nessun senatore e migliaia di consiglieri in ogni contesto politico-rappresentativo del Paese ma nessun europarlamentare; nelle ultime tornate elettorali ha raccolto l’1,96% (Naz. 2013) ed il 3,7% (Europee 2014).

Si tratta di un partito decisamente statalista, conservatore, liberista, securitario, europeista e convintamente atlantista; è fautore di politiche restrittive in materia di immigrazione e contrario all’equiparazione e all’adoziore per le coppie omosessuali (partecipa da sempre al Family Day). Sostiene l’idea di un welfare familistico a preferenza nazionale e politiche di spesa sociale in favore della natalità e delle giovani coppie, anche non sposate.

Nonostante mantenga un forte legame affettivo con la storia e i simboli del Movimento Sociale (il 90% della sua segreteria viene infatti dal vecchio MSI), i FdI appaiono oggi totalmente distanti da nostalgie per il Venetennio, non considerano però il 25 aprile la principale festa nazionale e, al tempo di AN, sono stati i principali artefici politici della Giornata del Ricordo (Vittime delle Foibe).

Sono totalmente filo-israeliani, permane invece, specie nella dirigenza più anziana, un atteggiamento informale di equiparazione tra combattenti repubblichini e forze resistenziali, in nome di una ”pacificazione nazionale”.

La federazione giovanile del Partito (“Gioventù Nazionale”) mantiene un certo radicamento militante nel Lazio, nella città di Roma e in alcune realtà urbane del Centro-Sud; sono presenti dei piccoli nuclei anche in alcuni atenei.

Dalla primavera 2015 il partito di Giorgia Meloni ha costruito una stretta sinergia con la Lega Nord di Matteo Salvini. La comunicazione politica utilizza ancora molto canali tradizionali (volantini/manifesti), punta molto su giornali e talkshow (anche grazie alla notorietà della Meloni e di Ignazio La Russa) e utilizza poco il web ed i social network.

La Destra (2007): Ricostruiamo la Nazione
Segretario: Francesco Storace
Politiche 2008: 2,21%
Politiche 2013: 0,7%
Regionali 2014: Lazio 3,46% (ma Storace raccolse, come candidato a governatore di tutto il centrodestra 960.000 voti di preferenza).

Organizzatasi come partito dopo una lunga polemica, nella seconda metà degli anni 2000, con l’allora segretario di Alleanza Nazionale Gianfranco Fini, colpevole di voler portare AN su posizioni centriste. La sua base e la sua dirigenza viene quasi interamente dalla corrente anneista della Destra Sociale, nonostante più di una volta abbiano trovato spazio, nelle liste elettorali di La Destra, militanti provenienti da circuiti giovanili neofascisti (come candidati indipendenti).

All’inizio della sua vita politica erano interne al partito anche componenti più radicali (xenofobe, antisemite, anti-Ue e anti-NATO) in seguito confluite in Casa Pound d’Italia o nel Fronte Sociale Nazionale.

La Destra continua a riproporre la visione politica della nascente Alleanza Nazionale di Fiuggi (1995): nessuna abiura del passato missino ma una convinta adesione ai valori liberisti, occidentalisti ed europeisti, pur mantenendo, oggi, posizioni di cauto scetticismo sull’Euro.

Riguardo all’immigrazione, la formazione di Storace richiede politiche di blocco dei flussi migratori; mentre dal punto di vista economico permane un certo statalismo e la richiesta di un welfare autoctono di tipo familistico e di sostegno alla natalità. La Destra è favorevole ad un ferreo controllo securitario del territorio ed alcuni suoi dirigenti si sono detti favorevoli all’introduzione della pena di morte.

La formazione di Storace ha forti resistenze a considerare il fascismo una pagina totalmente negativa e, riguardo alla guerra di Liberazione, propende decisamente per una prospettiva di “pacificazione nazionale”, considerando il MSI parte fondamentale della storia democratico-repubblicana.

Mantiene un forte legame con la figura di Giorgio Almirante e, nella base del partito, permangono radicati sentimenti nostalgici. Non possiede nessun parlamentare e nessun deputato europeo, ma è presente su tutto il territorio nazionale con proprie sedi e, spesso, con eletti locali; anche se non ha un numero cospicuo di iscritti, la maggioranza dei suoi elettori si trova nel Friuli, nel Centro-Italia (in particolare nel Lazio), in Sicilia ed in Campania; la federazione giovanile del partito si chiama “Gioventù Italiana”.

Anche se il suo leader mantiene ottimi rapporti con Berlusconi e Forza Italia (ha sempre fatto parte infatti delle coalizioni elettorali di centrodestra), questo partito si colloca alla destra di Fratelli d’Italia ed è da sempre molto critico verso Matteo Salvini e la svolta “nazionalista” della Lega.

La Destra ha da tempo aperto trattative con altre formazioni create da ex AN (come Azione Nazionale di Gianni Alemanno) per dar vita a un nuovo soggetto che possa far rinascere la vecchia Alleanza Nazionale pur dovendo incassare il no di Fratelli d’Italia; a livello statutario il partito permette la doppia tessera.

Dal punto di vista comunicativo, il suo energico leader Storace appare molto attivo: a volte è ospite in tv e in alcune radio, ma è particolaremente brillante nel web: dirige un quotidiano on line (Il Giornale d’Italia) e utilizza molto i social network twitter e, soprattutto, Instagram.

Progetto Nazionale-Fiamma Futura PN (2010)
Presidente Nazionale: Piero Puschiavo

Costituito inizialmente come associazione/corrente interna alla vecchia Fiamma Tricolore, si è via via formalizzato come vero e proprio partito. È presente in pochissime realtà territoriali, principalmente nel Nord-Est e nell’Emilia; il suo leader da sempre è Piero Puschiavo: ex naziskin vicentino, fondatore e responsabile dal 1986 al 2004 del movimento neonazista nordestino Veneto Fronte Skinheads.

Non possiede alcuna rappresentanza di rilevo e le sue percentuali di voto sono infinitesimali. Gran parte della sua dirigenza proviene dal movimento naziskin triveneto-emiliano e la sua centrale politica ha sede a Verona, dove sostiene la giunta comunale dell’ex leghista Flavio Tosi.

Progetto Nazionale è un partito nazionalista/sovranista, xenofobo, cripto-corporativista, cattolico-identitario, anti-europeista e anti-Nato; si sente erede, pur venendo da un background neonazista, della tradizione ideologica del MSI e, spesso, ha assunto posizioni contrarie a Israele, al sistema bancario europeo e alle lobby finanziarie atlantiche, con argomentazioni molto vicine all’antisemitismo classico.

Ovviamente è una formazione ferocemente xenofoba, islamofoba, omofoba e anticomunista. Chiede apertamente la nazionalizzazione delle Banche, l’uscita dell’Italia dall’Euro e dalla Unione Europea e la fine della partecipazione alla Nato; guarda con simpatia alla Russia di Putin.

Nella sua attività militante vi è stabilmente la partecipazione a manifestazioni in ricordo di aderenti alla Repubblica Sociale Italiana o di episodi di storia militare italiana della Prima guerra mondiale. Non possiede un’ organizzazione giovanile ma permangono legami informali con alcune realtà della vecchia scena naziskin del Triveneto, dell’Emilia e della Sardegna.

Altri

Esistono poi moltissime piccole formazioni politiche che si richiamano alla Fiamma e al MSI-DN, ma nessuna degna di nota e con un seguito quasi inesistente.Va segnalato però il nuovo partito Azione Nazionale dell’ex sindaco di Roma, Gianni Alemanno, nato da pochi mesi e anch’esso erede dell’esperienza politica della destra sociale di Allenza Nazionale.

  • Autore articolo
    Elia Rosati
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Nel cuore nero dell’Europa/2

(continua dalla prima parte)

L’ala nera dei Popolari Europei

Con l’ingresso del Paese nell’Unione Euopea nel 2004 si andava completando un lungo processo di occidentalizzazione dell’Ungheria cominciato con la formazione del gruppo di Visegràd (1991-1993), con l’ingresso nell’OCSE (1996) e con l’adesione alla NATO del marzo 1999; il tutto sotto la guida dei governi socialisti del MSZP. Tuttavia la concomitanza tra l’ingresso nell’Unione (1 Maggio) e le elezioni europee (giugno 2004), aveva determinato anche un altro grande effetto: un frettoloso apparentamento fra i partiti del Paese e le famiglie politiche Ue, col risultato che Fidesz, la formazione conservatrice di Viktor Orbàn, potè entrare immeditamente nel Partito Popolare Europeo (PPE). Nelle Europee 2004 va inoltre registrato uno striminzito 2,4% (72.000 voti) per i neonazisti di Jobbik.

Arriva la Crisi: tra bugie e proteste

Alla fine del 2006 il premier socialista Ferenec Guyrcsàny fu al centro di uno scandalo: una radio privata trasmise la registrazione di una sua conversazione privata nella quale ammetteva di aver ingannato gli ungheresi non rivelando loro la grave crisi economica. Per una decina di giorni violenti scontri tra manifestanti e polizia si accesero davanti alla sede del Parlmento e agli uffici della tv pubblica, protagonisti delle azioni più dure furono proprio i militanti di Jobbik, mentre alcuni rappresentanti di Fidesz si presentarono come la voce della piazza, chiedendo le dimissioni del governo socialista e giustificando gli atti violenti; la protesta smobilitò rapidamente e il governo resistette, ma fu solo il primo segnale, la crisi economica stava cominciando a farsi sentire.

Il Pil unghrese diminuì, infatti, del 2% nel 2008 e del 6% nel 2009, mentre il Fondo Monetario chiese a gran voce un drastico piano di risanamento per evitare il default; Viktor Orbàn tornò sulle barricate.

In una campagna elettorale per le Europee 2009 diventata rovente sui temi economici, Fidesz cavalcò il malcontento popolare contro il FMI e la BCE raggiungendo il 56,3%, i socialisti del MSZP (nonostante l’esclusione di Guyrcsàny) crollarono al 17,3%, mentre i neonazisti di Jobbik, trascinati anch’essi dall’ondata nazionalistica anti-UE, schizzarono al 14,8% (428.000 voti, terza forza del Paese) ottenendo tre europarlamentari. Sotto l’urto dell’impoverimento generale, ma soprattutto della paura del default, l’Ungheria virava brutalmente a destra.

La Guardia Magiara

La grande fortuna dei neonazisti ungheresi stava però nella loro feroce campagna securitaria anti-rom: braccio operativo della strategia di Jobbik era stata la “Guardia Magiara per la difesa della tradizione e della cultura”, un gruppo paramilitare (nato nel 2007) che nel biennio 2008/2009 scatenò una vera e propria caccia agli zingari nelle zone rurali del Paese.

Nello statuto del gruppo si leggeva che lo scopo della Guardia era “preparare la gioventù spiritualmente e fisicamente a situazioni in cui potrebbe essere necessario la mobilitazione delle persone”: in realtà significò sei morti, centinaia di aggressioni, decine di attacchi incendiari notturni; la Croce Rossa si trovò costretta, primo caso in Europa in mancanza di un conflitto militare, a evacuare alcuni villaggi rom (come a Gyöngyöspata o Tatàrszentgyörgy), oggetto di ripetuti raid armati.

Nonostante, nell’estate 2009, la Corte d’Appello di Budapest sciolse la Guardia Magiara, le violenze non si fermarono, mentre i processi per i raid xenofobi furono pochissimi, data anche la penetrazione di Jobbik nelle forze di polizia, tramite il suo sindacato Tettrekész (rappresentativo del 10% degli agenti); la stessa formazione venne rifondata con il nome di Guardia Nazionale Unghrerese, pochi mesi dopo la messa fuorilegge.

Secondo i neonazisti, come ai tempi di Csurka, il nemico erano la democrazia, “figlia dei miliardi del Capitale ebraico internazionale”, e “chi ferisce l’Ungheria”, intendendo così gli zingari capaci solo di vivere di furti e del sussidio statale.

Il trionfo di Viktor

Mentre il Paese precipitava pericolosamente nella crisi economica, giunsero le elezioni nazionali dell’aprile 2010, ma, nonostante i socialisti schierassero, in cerca di un disperato rilancio d’immagine, un giovane candidato (A. Mesterhàzy), per Viktor Orbàn e la sua Fidesz arrivò l’ora del trionfo col 52,7% (2.700.000 voti). Jobbik, sotto la guida del trentennne Gabor Vona, invece si ritrovò uno straordinario 16,7% (856.000 preferenze), prendendo soltanto 140.000 voti in meno dei socialisti e ribadendo il terzo posto tra le forze politiche nazionali.

Il margine di vittoria di Fidesz lasciava ad Orbàn mano libera per poter finalmente plasmare la sua Ungheria, contando su di una maggioranza parlamentare assoluta e sulla fortissima investitura popolare, un’arma propagandistica che non mancherà di usare più volte. In primis la strategia del Premier si focalizzò su due temi: il rilancio economico e soprattutto la creazione di una nuova Carta costituzionale, entrambi obiettivi raggiunti con grande spregiudicatezza e aggirando molte normative Ue.

La nuova criticatissima Costituzione (varata nel 2012 e votata a quasi totale maggioranza nel 2013) trasformava la “Repubblica Ungherese” in “Ungheria”, prevedendo inoltre: il dimezzamento del numero dei parlamentari, la riduzione a una sola camera, una forte limitazione dei poteri di controllo della Corte Costituzionale in materia legislativa, un bavaglio all’informazione e alla libertà di opinione (principio della “difesa della dignità della nazione”) e l’impossibilità per le coppie non sposate di avere lo status giuridico di “famiglia”.

Invece le misure economiche eccezionali, la cosiddetta “Orbanomics”, prevedevano una corposa limitazione delle garanzie dei lavoratori, la riorganizzazione della Banca Centrale Ungherese, tagli alle spese dello Stato, misure proibizioniste, nazionalizzazioni e aiuti all’industria dal sapore autarchico; Orbàn obbligò inoltre per legge i neolaureati a non poter lasciare, per cercare lavoro, il Paese per minimo cinque anni, pena il pagamento di una forte cifra di indenizzo per lo Stato.

Nonostate le tantissime critiche internazionali piovute su questi provvedimenti, il premier, ribattezzato dai media europei “il Berlusconi Ungherese”, continuò indisturbato nella sua muscolare azione di riforma, ribadendo di “non accettare ingerenze esterne” e sfidando le istituzioni economiche transnazionali sul tema del pagamento del debito del suo Paese.

Contemporaneamente le continue mobilitazioni di Jobbik nelle zone rurali, alimentavano un clima di isteria razzista, parlando di “Rom come emergenza nazionale”, esaltando l’ostilità iraniana contro Israele, proponendo in parlamento che venisse fatto un censimento degli ebrei presenti in Ungheria; tutti temi spesso propagandati in raduni musicali giovanili, trasformando il Paese nella nuova centrale del nazirock dell’est Europa.

L’Ungheria di oggi

Nelle elezioni europee e in quelle nazionali del 2014 l’elettorato ungherese continuò a premiare la linea politica di Orbàn che, anche grazie alle sue polemiche con la Ue, prese un 51% (EE) ed un 45% nazionalmente, per il rinnovo della nuova camera unica, introdotta dalla nuova carta costituzionale del 2013. Il dato più preoccupante fu però l’ulteriore affermazione di Jobbik che, dopo essere stato il secondo partito d’Ungheria alle Europee, incassò nelle elezioni nazionali il 20,5% con circa 984.000 voti: il più importante exploit elettorale per un partito neonazista dell’Ue.

Il grande successo dell’estrema destra ebbe anche l’effetto di irrigidire la politica di Orbàn sul’immigrazione che si oppose strenuamente, in sede europea, a ogni politica di accoglienza e annunciò, nel 2015, controlli eccezionali alle frontiere e, soprattutto, la costruzione di recinzioni sul confine con la Serbia e la Croazia. Nonostante una rinnovata crescita economica (con un +3% del PIL) e il fallimento del progetto di legge elettorale (fortemente maggioritaria) che avrebbe ulteriormente aumentato il potere di Fidesz, l’Ungheria di Orbàn e Jobbik rapprensenta, nel cuore dell’Unione Europea, un preoccupante esempio di autoritarismo nazionalista e razzista.

 

L’articolo è tratto dalla serie Viaggio nell’estrema destra europea, un progetto dell’Anpi – Associazione nazionale partigiani d’Italia, curato dal ricercatore storico e collaboratore dell’Università Statale di Milano Elia Rosati.

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    Elia Rosati
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L’ungheria nera/1

L’articolo è tratto dalla serie Viaggio nell’estrema destra europea, un progetto dell’Anpi – Associazione nazionale partigiani d’Italia, curato dal ricercatore storico e collaboratore dell’Università Statale di Milano Elia Rosati.

 

La lunga transizione (1989-1994)

La fine del regime comunista in Ungheria ebbe caratteristiche particolari: il Paese aveva infatti cominciato ad allentare le maglie della Cortina di Ferro già nell’estate dell’89, riducendo sensibilimente le norme che impedivano gli spostamenti. Da metà anni ’80 inoltre il quadro politico, nella consapevolezza dell’inevitabile fine del Regime, si era progressivamente riaperto: già nel 1986, infatti, il Paese aveva abbandonato definitivamente il sistema a partito unico e molti movimenti erano sorti rapidamente; tra di essi il partito cristiano-conservatore Magyar Demokrata Fórum – MDF (“Forum Democratico Ungherese”) di Jozsef Antall (uno degli storici leader della rivolta del 1956) e dell’ex commediografo Istvan Csurka.

Dopo la fine del Blocco Sovietico, nelle prime elezioni della Repubblica d’Ungheria del 1990, fu proprio una coalizione a guida MDF a prevalere nettamente (col 42% dei voti), ottenendo per Antall la poltrona di primo ministro fino al 1993, quando morì. All’Interno del Forum Democratico non mancavano, però, posizioni nazionaliste, razziste e antisemite: lo stesso Csurka (vicepresidente del partito) sostenne nel 1992, in un dossier presentato al parlamento, che “il Paese dal 1945 a oggi è vittima di una cospirazione giudaico-bolscevica-liberale volta a distruggere i valori della nazione ungherese”. Altri esponenti del MDF inoltre avevano spesso fatto appelli alla revisione dei confini, rivendicando una “Grande Ungheria umiliata dal Trattato del Trianon (1920)” che potesse recuperare territorialmente il suo “spazio vitale” e che dovesse cercare una “terza via” tra liberismo-capitalista e socialismo. Non a caso, uno dei primi atti simbolici del presidente Antall fu riportare in patria le spoglie dell’ammiraglio Miklòs Horthy, reggente del regime para-fascista ungherese tra le due guerre, morto in esilio in Portogallo nel 1957.

La prima esperienza di governo non fu però stabile: il Paese si trovava in una difficilissima congiuntura economica, con ben il 30% della popolazione che viveva sotto la soglia di sussistenza; una situazione che complicò ulteriormente gli assetti interni al Forum Democratico. Nel 1994 infatti Csurka, cacciato dal MDF, diede vita al piccolo Partito Vita e Giustizia della Verità Ungherese (MIEP) che, radicato quasi solo nelle campagne, faceva appello apertamente alla “purezza razziale magiara” come unica strada per costruire una “economia al servizio della nazione che possa sostenere lo sviluppo di una borghesia nazionale, cristiana e contadina”. Parallelamente sorgevano inoltre altri movimenti giovanili neonazisti che si richiamavano apertamente ai collaborazionisti ungheresi delle Croci Frecciate, come ad esempio il Partito del Governo Nazionalpopolare di Albert Szábo o la rivista Kitatas ( “tenacia”, il motto dei fascisti ungheresi) dell’ex deputata del MDF Isabella Kiraly. Tuttavia tra gli altri gruppi politici nati a cavallo della caduta del Muro c’era, anche, un piccolo movimento giovanile anticomunista e liberale: Fidesz (“l’Alleanza dei Giovani Democratici”), attiva soprattutto sul fronte dei diritti civili. È in questo partito, che nelle elezioni del 1990 prese solo l’8,8%, militava il ventisettenne Viktor Orban.

“Viktor piglia tutto” (1995-2004)

Tuttavia dopo la schiacciante vittoria dei post-comunisti nelle elezioni del 1994, Fidesz che si era sempre mantenuta su posizioni moderate cominciò a modificare la sua linea politica, e fu in questa fase che Orbán ne divenne il trascinatore; l’obiettivo era sfondare nell’elettorato conservatore del MDF, indebolito dalle scissioni interne ed orfano del suo carismatico leader Jozsef Antall. Orbán, che nel 1995 aggiunse al vecchio nome del suo movimento anche la denominazione “Unione Civica Ungherese”, attenuò decisamente le posizioni economiche liberiste, spostandosi su una linea più conservatrice, mentre radicalizzò la sua propaganda anticomunista contro le sinistre.

Contemporaneamente anche il MIEP di Csurka continuava la sua crociata per una Grande Ungheria, scagliandosi contro i rom e il “complotto ebraico” e criticando aspramente le misure varate dal governo per indenizzare le vittime della Shoah (in Ungheria tra il 1944 ed il 1945 i nazisti con l’aiuto delle Croci Frecciate deportarono ed uccisero il 60% degli ebrei del Paese, circa 546.000 persone) .Csurka inoltre cominciò a tessere legami internazionali, invitando nel 1996 Jean-Marie Le Pen a un convegno del suo movimento mentre, a livello nazionale, strinse una alleanza con lo storico Partito Indipendente dei Piccoli Proprietari (FKGP) di Jozsef Torgyan, la cui battaglia principale era la restituzione agli agricoltori della terra espropriata durante il regime comunista.

Nelle elezioni del 1998 Fidesz ottenne lo stupefacente 29,5% (con 1.340.000 voti e 148 rappresentanti), mentre il FKGP raggiunse il 13,2% (48 deputati) e i neofascisti del MIEP il 5,47 (14 deputati); nonostante la tenuta dei post-comunisti e dei Liberali, l’Ungheria sterzava visibilmente a destra, mentre Orbán ne diveniva il nuovo Presidente. Tuttavia se il primo esecutivo Fidesz (1998-2002) trascorse senza grossi scossoni, nel Paese il razzismo aumentò notevolmente, specie nei confronti dei rom, bersaglio prediletto delle scorribande di bande naziskin (tra cui molti tifosi del Ferencvaros di Budapest) e delle campagne xenofobe del MIEP nelle zone rurali. Se agli ebrei veniva infatti rimproverato di saccheggiare il Paese fin dai tempi del Regime, l’accusa verso gli zingari era quella di invadere la “gloriosa patria magiara” e di essere “tutti criminali” ed “analfabeti”, pronti a prosciugare le casse del welfare statale (tuttavia solo il 6% della popolazione ungherese è di origine rom/sinti).

Il governo di Viktor Orbán si caratterizzò subito per l’estremo dirigismo (soprattutto in materia economica), l’insofferenza verso le critiche dei media indipendenti, gli scandali, ma anche la capacità di inglobare nel partito gli opportunisti o i delusi di altre formazioni politiche, inclusi numerosissimi deputati del partito di Torgyan. Nella tornata elettorale del 2002 il quadro politico andò, infatti, semplificandosi: Fidesz raggiunse il 41,08% (con 2.700.000 voti) accaparrandosi le preferenze di tutto il mondo di destra, sbattendo fuori dal Parlamento sia il MIEP (4,7%) che soprattutto il FKGP (0,75%); nonostante la vittoria andasse all’allenza Post-Comunisti-Liberali, Orbán aveva raggiunto il suo scopo, diventando l’unico rappresentante del mondo conservatore ungherese. Tuttavia all’interno del mondo neofascista del MIEP, andato in pezzi dopo l’uscita dal parlamento, qualcosa si muoveva: una nuova leva di giovani studenti neonazisti con il culto delle Croci Frecciate si stava infatti organizzando, nasceva (nel 2003) il Movimento per una Ungheria Migliore, meglio noto come Jobbik. Ma i tempi stavano rapidamente cambiando e mentre i neonazisti ungheresi giuravano col braccio teso, davanti il castello di Buda, “sulla corona dell’antica monarchia e sulla bandiera della Patria” di “salvare la nazione”, dal 1 Maggio 2004 l’Ungheria entrava ufficialmente nell’Unione europea.

(continua)

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    Elia Rosati
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I Liberali con il mito di Hitler/2

 Thunder on the Right 

La cavalcata trionfale di Jörg Haider però continuava, toccando il 27,6% nelle Elezioni Europee del 1996: il duopolio SPD-ÖVP aveva i giorni contati.Fu così che nelle elezioni del 1999 il FPÖ ruppe gli argini, attestandosi al 26,9% (oltre 1.240.000 voti), guadagnando lo scettro di secondo partito del Paese (a pari merito con i democristiani) ed aprendo la più grave crisi politica della storia austriaca.Haider aveva affrontato la campagna elettorale con decisione, affermando che “lo Stato è il peggiore imprenditore, largo al privato!”, rimproverando alla classe di governo di non aver fermato la űberfremdung (“la penetrazione straniera”, un termine mutuato dal vocabolario del Terzo Reich) e proponendo per i clandestini: Keine Gnade! (“nessuna pietà”).

Tuttavia, nonostante la grande stampa europea avesse acceso i riflettori su questo nostalgico leader liberale, all’interno del mondo democristiano austriaco cominciò a circolare l’ipotesi di un patto con il diavolo, contro le sinistre. Nel Febbraio del 2000, con cancelliere Wolfang Schűssel, nacque quindi il primo esecutivo ÖVP-FPÖ: ai liberali toccarono cinque ministri, tra cui quelli della giustizia, della difesa e delle politiche sociali; nel 1999 inoltre Haider stesso era tornato trionfalmente ad essere Governatore della Carinzia.Così mentre Vienna veniva attraversata da un corteo di trecentomila persone contro “il fascista yuppie Jörg Haider”, l’Unione Europea si dichiarava preoccupata e votava, sotto la presidenza portoghese, l’isolamento diplomatico dell’Austria e la revoca dell’appoggio ai “candidati austriaci nelle organizzazioni internazionali”; un provvedimento senza precedenti contro uno stato membro.Ma il leader liberale tirava dritto, intessendo importanti rapporti con le amministrazioni leghiste del Triveneto (in vista di una possibile macro-regione economica con la Padania bossiana) ed autoproclamandosi “il modello per la destra in Europa”.

In realtà il governo ÖVP-FPÖ si trascinò senza troppi successi fino al 2002: il Partito Liberale risultò infatti troppo legato alla figura del suo leader e incapace di formare una classe dirigente altrettanto abile.Va detto però che uno degli obiettivi principali del leader della destra austriaca era stato raggiunto: l’isolamento politico dei Liberali era definitivamente finito e, nonostante le proteste internazionali che puntualmente accompagnavano ogni viaggio di Haider, la sua popolarità personale non accennava a diminuire.Il carisma del segretario però non impedì al FPÖ di uscire decisamente malconcio dall’esperienza di governo, retrocedendo nel 2002 al 10% e perdendo, a vantaggio degli ex-alleati, circa 800.000 voti; la “rinascita della Patria” promessa in campagna elettorale non si era realizzato e Schűssel, pur confermando l’allenza per un nuovo mandato, era riuscito a recuperare molti voti dei Liberali.

Haider accusò il colpo e si ritirò in Carinzia (dove comunque venne rieletto Governatore nel 2004 con il 43% dei consensi) provando a lasciare il partito in mano alla sorella maggiore Ursula Haubner, ma, a causa di feroci scontri interni, si trovò costretto, con pochi fedelissimi, a lasciare il FPÖ ed a fondare un nuovo partito: il Bündnis Zukunft Österreich-BZÖ (“Allenza per il Futuro dell’Austria”).

La Haubner non seppe dimostrarsi mai un vero leader e quando, per un rimpasto di governo, diventò per pochi mesi (nel 2005) Ministro delle politiche sociali, riuscì solo a provocare grandi proteste per un suo progetto di legge, poi respinto, che privava i figli degli stranieri residenti in Austria dei benefici dell’assistenza sociale.Sicuramente Haider uscì fortemente indebolito da tutto questo, ma il suo nuovo partito rimase in Parlamento, prendendo il 4,12% nelle successive elezioni del 2006 e divenendo sempre più una formazione politica radicata principalmente in Carinzia.

L’Era Strache

Il Partito Liberale Austriaco, nonostante la fuoriuscita del suo storico condottiero, continuò però ad esistere, sotto la guida di un giovanotto dai modi gentili, Heinz-Christian Strache, l’ex-segretario FPÖ della città di Vienna.In breve tempo il nuovo leader liberale riuscì a recuperare consensi ed a prosciugare progressivamente la riserva di voti del BZÖ, approfittando anche della tragica morte di Jörg Haider in un controverso incidente stradale nell’ottobre del 2008. Se infatti l’Alleanza per il Futuro dell’Austria si era riposizionata su di un fronte di destra liberista moderata, i Liberali continuavano a impersonare l’anima più oscura della politica austriaca. Nonostante l’aspetto rassicurante Strache, infatti, aveva ulteriormente radicalizzato alcune posizioni del partito, evitando però gli slogan urlati e le uscite dal sapore nostalgico; alcuni giornali definirono questo nuovo stile comunicativo:“ razzismo gentile”.

I risultati non tardarono ad arrivare ed il nuovo FPÖ del leader viennese risalì al 17,5% nelle elezioni anticipate del 2008, incentrando la sua propaganda sulla difesa della “famiglia austriaca”, minacciata dall’immigrazione islamica, dall’eccessiva tassazione e dalle famiglie gay; mentre nelle Elezioni Europee del 2009 sfiorò il 13%. I Liberali austriaci stavano tornando ai fasti di un tempo.Ancora una volta la strategia vincente era puntare tutto sul carisma del segretario/candidato premier, che con i suoi toni pacati ma netti riusciva a risultare il vero vincitore in ogni confronto politico televisivo, giocando sapientemente sulle paure profonde della società austriaca, spaventata dall’arrivo della Crisi. Così nelle Elezioni Nazionali del 2013 Strache toccò il 20,50%: un risultato storico capace di assorbire sia gran parte del voto del BZÖ, che i delusi dei democristiani, distanti solo 4 punti percentuale; l’FPÖ usava ancora una volta lo spauracchio della Crisi, dichiarando il suo “amore per la Patria” ed una lotta feroce alla corruzione (figlia del duopolio SPD-ÖVP). Pur essendo l’Austria, infatti, il Paese nell’UE dove la disoccupazione è minore, anche a Vienna la crisi si stava cominciando a far sentire, come dimostrò la pesante manovra finanziaria varata nel 2013 dal governo. A questo si aggiunsero poi le prime turbolenze nel settore bancario, con tre importanti istituti (tra cui l’Hypo Group Alpe Adria) che rischiarono il fallimento, evitato solo grazie all’intervento dello Stato; in questo clima elettrico il FPÖ raggiunse nelle Europee del 2014 il 19,7%.

Ma Heinz-Christian Strache non ha fretta e, da mesi, si dedica senza sosta alla costruzione (come aveva fatto anche Haider nei primi anni 2000) di un fronte europeo anti-immigrazione ed anti-euro insieme con Marine Le Pen, dando vita al gruppo parlamentare “Europa delle Nazioni e della Libertà”: un’altra mossa mediatica, aspettando pazientemente le elezioni nazionali austriache del 2018.

E infatti i primi frutti della strategia dell’ambizioso leader FPÖ si cominciano a vedere: mentre il Premier socialista Werner Faymann, per erodere consensi alla formazione di Strache, prova a blindare le frontiere austriache contro i migranti, nelle Presidenziali dell’Aprile 2016 passa al ballottaggio di misura il candidato liberale Norbert Hofer.Come ai tempi di Haider, la destra radicale austriaca torna sulle prime pagine di tutti i giornali d’Europa, il candidato Presidente della Repubblica del FPÖ risulta il più votato (36,4% e 1.364.000 preferenze), mentre ÖVP e SPÖ si fermano ciascuno all’11,2% (circa 450.000 voti) non arrivando neanche al ballottaggio; un passaggio storico per la storia della politica del Paese.In attesa del secondo turno di Maggio, Norbert Hofer (un ex-ingegnere, amante di sport estremi e di armi da fuoco) è l’uomo forte del momento; l’FPÖ, indipendentemente dall’esito delle urne, è nettamente il primo partito, un successo senza precedenti ed una formidabile spinta per la corsa di Strache verso il governo di Vienna.

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    Elia Rosati
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I Liberali con il mito di Hitler/1

Una identità mista

Il Freiheitliche Partei Österreichs (FPÖ) nacque nell’Aprile del 1956 come evoluzione politica del Raggruppamento degli Indipendenti (VdU): una coalizione elettorale nazionalista composta, tra gli altri, dal Partito della Grande Germania-GDVP (erede di una formazione pangermanica antisemita nata negli ’20 e poi confluita quasi interamente, dopo l’Anschluss, nel Partito Nazionalsocialista Tedesco-NSDAP).

Da subito questa nuova creatura politica si caratterizzò come il partito di riferimento per gli ex-nazisti austrici e per tutti i nazionalisti; non a caso, infatti, come primo segretario del FPÖ venne scelto Anton Reinthaller, un ex-SSbrigadeführer, incarcerato dal 1950 al 1953 (e libero grazie ad un’amnistia) in quanto membro dell’NSDAP, ex-Ministro dell’Agricoltura a livello regionale sotto il Terzo Reich.

Il Partito Liberale Austriaco teneva quindi insieme, fin dall’inizio, due anime ben distinte: quella liberale e quella pangermanico/filonazista, ragione percui venne sempre tenuto lontano dall’alveo di governo per accordo tra i due principali partiti del sistema politico del Paese (i Socialdemocratici (SPÖ) ed i Cristiano Democratici (ÖVP)).

Tuttavia l’FPÖ potè contare fino ai primi anni ’80 su di un sostegno stabile, quantificabile in circa 300.000 voti, attestandosi sempre tra il 5-7%, e rimanendo costantemente la terza forza politica austriaca, nonostante fosse unanimamente considerato un impresentabile partito di ex-nazisti.

L’unica spregiudicata apertura ai Liberali avvenne nel 1971, quando lo storico leader socialdemocratico Bruno Kreisky, gli propose un accordo di desistenza anti-ÖVP; ma si trattò di un esperimento rapidamente concluso, durato circa un anno soltanto.

Nel 1975 lo stesso cancelliere della SPÖ venne pesantemente criticato da Simon Wiesenthal e da tutta la comunità ebraica intermazionale per aver stretto una alleanza momentanea con l’allora padre-padrone del FPÖ Friedrich Peter, rivelando come questi avesse partecipato, da ufficiale delle SS, a massacri di civili sul fronte russo durante la guerra (lo Kreisky-Wiesenthal-Peter Skandal).

È significativo sottolineare, però, quanto questo strano partito liberal-nazionalista abbia continuato ad essere importante, anche al di là dei risultati elettorali, grazie a gruppi sociali decisamente nostalgici; il tutto in un Paese che faticava a metabolizzare il suo passato nazista e preferiva, all’apparenza, rimuovere questa capitolo della propria storia.

Va considerata, inoltre, la particolare posizione di frontiera dell’Austria nell’Europa della Guerra Fredda: la nazione alpina infatti rimase occupata dalle truppe dei paesi vincitori della Seconda Guerra Mondiale (compresa ovviamente l’Armata Rossa) fino al 1955 e scelse per sè, con un esplicito accordo diplomatico, il ruolo di zona neutrale tra la NATO ed il Patto di Varsavia (confinanando, infatti, direttamente sia con le atlantiche Germania Ovest e Italia che, ad est, con le socialiste Cecoslavacchia, Ungheria e l’eretica Jugoslavia di Tito).

L’isolamento dei Liberali cessò però nettamente quando dal 1983 al 1987, a causa di una tornata elettorale sfavorevole alla sinistra, parteciparono a pieno titolo ad una coalzione di governo, nuovamente con il SPÖ, ottenendo il posto di vice-cancelliere per l’allora leader FPÖ Norbert Steger ed altri incarichi di governo.

Anche in questo caso non mancarono le accuse di estremismo, come quando, nel 1985, iI Ministro della Difesa, (il liberale Friedheim Frischenschlager) si recò pubblicamente ad accogliere all’aereoporto di Graz, il criminale di guerra nazista Walter Reder, liberato anzitempo dalle carceri italiane (per una grazia concessa da Bettino Craxi) dove era detenuto dal 1948 per aver preso parte alla strage di Marzabotto ed all’esecuzione sommaria di 2700 civili nell’appennino tosco-emiliano nel 1944 (lo Reder Skandal).

Ma anche questa volta I Socialdemocratici, pur con qualche imbarazzo, mantennero l’accordo con il FPÖ.

L’Era Haider

All’interno del Partito Liberale Austriaco, però, le cose stavano cambiando: la linea moderata di Steger, nonostante l’accesso ad incarichi di governo, venne fortemente criticata nel congresso del 1986; gli si preferì come segretario, infatti, il giovane leader regionale della Carinzia, Jörg Haider.

La storia del Freiheitliche Partei Österreichs stava per cambiare per sempre.

Quando divenne segretario, Jörg Haider aveva trentasei anni; ma la giovane età non deve trarre in inganno: il nuovo carismatico leader era nato e cresciuto nel FPÖ fin dal 1970, essendo stato prima il portavoce dei Giovani Liberali, e, successivamente, il responsabile del partito nella ricca Carinzia.

Anche il padre Robert veniva dal FPÖ, inoltre era stato, in gioventù, un militante della Legione Austriaca, un gruppo paramilitare semiclandestino che già a metà degli anni ’30 era diventato una succursale del Partito Nazionalsocialista Tedesco.

Jörg, invece, si era fatto politicamente le ossa nei gruppi liberali studenteschi, frequentando, durante i suoi studi di giurisprudenza all’Università di Vienna, alcuni circoli giovanili reazionari ed antisemiti (le Burgenschaften); sarà proprio tra questi giovani rampolli dell’ex-nobilità austroungarica che incontrerà Andreas Möltzer, un intellettuale xenofobo che lo inizierà al pensiero völkisch.

Haider fin da subito causò dei problemi al FPÖ, facendolo espellere dall’Internazionale Liberale (per esplicita richiesta dell’italiano Luigi Malagodi) a causa di un articolo negazionista apparso su Aula, una delle riviste giovanili liberali, e per avere organizzato un congresso nazionale a Braunau am Inn, paese natale di Hitler.

Tuttavia il carisma del neosegretario riuscì presto a fare breccia anche nell’elettorato cristiano-democratico, facendo raggiungere al FPÖ, nelle Elezioni Nazionali del 1990, il 16,6% (+ 7% rispetto al 1986) con quasi 800.000 preferenze.

Mentre Haider stesso, nella votazioni per la Presidenza della Carinzia del 1989, prese il 30,3%, divenendo governatore regionale.

I guai però non erano finiti: il segretario liberale, infatti, dovette dimettersi nel 1991 dopo aver, in un dibattito parlamentare sulla disoccupazione, dichiarato: “durante il Terzo Reich si adottò una politica del lavoro efficace cosa che il governo (di Vienna) non è mai riuscito a fare. Questo andrebbe detto una volta buona!”.

La carriera politica di Jörg Haider sembrò finita per sempre; ma il quarantenne leader FPÖ riuscì a capovolgere la situazione con una brillante campagna propagandistica in stile pubblicitario, trasformando le sue debolezze in punti di forza.

Fu così che l’ex-governatore della Carinzia, noto per le sue uscite filo-naziste ed antisemite, decise di attaccare frontalmente l’ingessato mondo politico austriaco, presentandosi come l’outsider, l’uomo controcorrente simbolo della rottamazione della vecchia classe dirigente.

“Tutti sono contro di lui, perché lui combatte per voi. Semplicemente sincero. Semplicemente Jörg”: questo lo slogan scelto dal FPÖ per costruire la perfetta simbiosi tra il partito ed il suo spregiudicato leader: una assoluta novità per lo stanco agone politico austriaco in cui il duopolio SPÖ-ÖVP si alternava al potere ininterrottamente dal 1948.

L’obiettivo era convincere, in primis, i ceti conservatori più abbienti, delusi dai Cristiano Democratici e spaventati dall’Unione Europea e da una breve recessione economica.

Haider, che spesso nelle sue uscite pubbliche si travestiva da Robin Hood, iniziò così la sua guerra “per una Austria migliore”, rivendicando da destra: meno tasse, meno Stato e stop all’immigrazione.Ed i risultati non tardarono ad arrivare: fu così che nelle Elezioni Nazionali del 1994 il FPÖ prese il 22,5% (+5,8%) con 1.080.000 preferenze, mentre l’ÖVP scese al 27,6%, perdendo un significativo 4,5%; in Carinzia, invece, i Liberali raggiunsero il 33,5%.

Jörg Haider, l’uomo che tutti davano per finito, era rientrato prepotentemente sulla scena politica nazionale.

L’articolo è tratto dalla serie Viaggio nell’estrema destra europea, un progetto dell’Anpi – Associazione nazionale partigiani d’Italia, curato dal ricercatore storico e collaboratore dell’Università Statale di Milano Elia Rosati.

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    Elia Rosati
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Scandinavia, i razzisti venuti dai ghiacci/2

Partito del Popolo Danese (Dansk Folkeparti – DF)

Nato nel 1995 per iniziativa di Pia Kjaersgaard, ex-dirigente del Partito del Progresso (Fremskridtspartiet), una formazione populista anti-tasse che, negli anni ’70, ottenne alcuni exploit elettorali (oscillava tra il 16% ed il 9%) chiedendo un drastico taglio delle imposte. Il Partito del Popolo Danese è la formazione, tra quelle xenofobe del Nord Europa, che ha avuto il primo successo politico: per ben due volte infatti è stata nell’area dei governi di centro-destra (una volta partecipandovi e successivamente con un appoggio esterno, fino al 2009) del Liberali di Andres F. Rasmussen (in seguito diventato segretario generale della NATO). Il grande risultato della combattiva Kjaersgaard, la sessantenne ex-assicuratrice regina del Df fino al 2015, fu indubbiamente la riscrittura delle norme danesi sul diritto d’asilo, dopo una martellante campagna d’odio contro i mussulmani condotta sui media nazionali da dopo l’11 settembre. La nuova legge targata Partito del Progresso, ma sostenuta anche da Rasmussen e mai abrogata, prevede: l’abolizione del ricongiungimento familiare, l’obbligo di residenza per sette anni (senza alcun sussidio economico e con i primi 18 mesi a stipendio ridotto per legge) per poter richiedere il permesso di soggiorno definitivo ed il divieto per gli immigrati di sposare un cittadino straniero fino ai 24 anni. Indubbiamente la normativa più radicale del Nord Europa.

Partito del Progresso- Norvegia (Fremskrittpartiet- FrP)

Fondato nel 1973 da Anders Lage, un personaggio dalla biografia decisamente eccentrica: classe 1904, ex-membro della Lega Patriottica (un movimento nazionalsta ed anticomunista, messo, però, al bando durante l’occupazione nazista), cospiratore antifascista (arrestato due volte dai tedeschi), ambientalista e amico degli animali, famosissimo agitatore anti-tasse e anti-burocrazia. A Lage seguì per quasi trentanni, come trascinatore dei “Progressisti”, l’analista finanziario Carl I. Hagen (“King Carl”) che condusse fino al 2006 una durissima campagna, anche interna al suo partito, per favorire le privatizzazioni dei servizi ed introdurre politiche più restrittive sull’immigrazione.Parlando apertamente di “orde islamiche pronte a saccheggiare il Paese”, il Partito del Progresso vinse nel 2003 anche molte elezioni locali (con punte anche del 47,5%).Dal 2006 invece a guidare l’FrP arrivò l’economista Siv Jensen che mantenne il partito tra il 23% (2009) ed 16,3% (2013) arrivando, dopo una lunga trattativa, nell’ottobre del 2013 a formare un governo con la leader conservatrice Erna Solberg. La proposta principale dei “Progressisti” prevedeva che i proventi del petrolio norvegese (il ricchissimo OilFoud) fossero utilizzati per finanziare un welfare inflessibilmente per soli autoctoni.Alla Jensen toccò la prestigiosa poltrona di Ministro delle Finanze, ma al Partito del Progresso vennero assegnati, inoltre, molti posti chiave, specie dal punto di vista della gestione dei servizi e dell’economia: i ministeri della giustizia, dei trasporti, dell’agricoltura e, ovviamente, del welfare, dell’educazione/inclusione sociale, del petrolio/energia e dell’immigrazione.

“Un partito operaio senza il socialismo”: preserviamo la Finlandia!I Veri Finlandesi ( – PS)

Nascono nel 1995 da una scissione (in polemica con alcuni scandali finanziari) del Partito Rurale Finlandese, guidata dall’ex-segretario Timo J. Soimi, un singolare imprenditore del settore alimentare, cattolico (nel Paese sono pochissimi) e tifoso sfegatato della squadra di calcio londinese del Millwall. Negli anni ’80 in Finlandia si consumò una ristrutturazione produttiva che portò moltissimi agricoltori ad emigrare nelle città, irrobustendo le fila dell’industria, non solo della carta ma anche delle telecomunicazioni. Simbolo di questa rivoluzione fu la Nokia che, con lungimiranza, puntò tutto sui computer e successivamente, negli anni ’90, sui cellulari, abbandonando la sua tradizionale diffidenza verso le produzioni ad alto livello tecnologico. I PS elaborarono una proposta politica che mescolava: nazionalismo-sovranista (no all’UE e alla NATO), tradizionalismo-identitario (stop immigrazione, no al matrimonio o all’adozione per le coppie omosessuali e fine dell’obbligo di imparare lo svedese in tutte le scuole ), ma, soprattutto, istanze ridistributive (una durissima patrimoniale, una drastica riduzione delle tasse solo per i ceti bassi e una imposta sulle plusvalenze finanziarie). Va ricordato che la minoranza svedese è circa il 5% dei finlandesi mentre gli immigrati, arrivati negli anni 2000, rappresentano appena il 3% della popolazione totale: nonostante questo i PS parlarono di “invasione islamica”. In realtà nonostante gli sforzi della sua leadership, i Veri Finlandesi rimasero una realtà politica irrilevante fino alla metà degli anni 2000, non raggiungendo mai le percentuali di voto del vecchio Partito Rurale (circa l’8%), ma oscillando tra l’1,6% (2003) ed il 4,1% (2007), pur riuscendo a restare in parlamento grazie ad una legge elettorale proporzionale decisamente generosa.Ma dal 2008 anche nell’estremo Nord dell’UE arrivava, travolgente, la Crisi: dal 2008 al 2015 hanno chiuso un quarto delle imprese finlandesi, la disoccupazione è raddoppiata (10%) e la spesa pubblica ha portato il deficit pubblico al 62% del Pil.Il tutto mentre la “bolla Nokia” esplodeva (l’azienda veniva acquistata in saldo dalla Microsoft), l’export della carta crollava (l’industria del legno è da sempre la principale del Paese) e le sanzioni Ue contro la Russia chiudevano uno dei più importanti canali commerciali.Contestualmente a questo, il sostegno ai Veri Finlandesi decollò rapidamente.Nelle Elezioni del 2011, mentre il mondo politico nazionale discuteva di che misure contrapporre alla recessione e di che atteggiamento tenere verso gli indebitati PIIGS, l’intransigenza di Soimi portò il suo partito al 19% con 39 parlamentari e 559.340 voti.

I Conservatori ottennero invece 44 deputati con 598.000 preferenze (20,4%), mentre i Socialdemocratici 42 con 561.000 (19,1%); si aprì una fase di Grossa-Coalizione, con un esecutivo tendente a sinistra, composto da sei partiti.Mentre la Finlandia rientrava nelle nazioni sotto osservazione del Fondo Monetario Internazionale, nelle elezioni del 2015, i PS di Soimi, superarono la sinistra con il 17,7% (525.000 voti) con lo slogan “Dalla parte dei Finlandesi”: ormai non era più possibile escluderli dalle più importanti responsabilità.Dopo una complessa trattativa si formò quindi un governo di centro-destra con il Partito di Centro, la Coalizione Nazionale ed i Veri Finlandesi: a Timo Soimi toccò il Ministero degli Esteri, mentre i suoi PS ottennero I dicasteri del Lavoro, della Giustizia, della Difesa e della Salute/Stato Sociale.

Dalla camicia bruna al gessato: i Democratici Svedesi (Sverigedemokraterna-SD)

Quando il ventiseienne Jimmi Akesson divenne, nel 2005, segretario dei Democratici Svedesi, quel partito, dove pure lui era nato e cresciuto, considerava un successo storico aver preso l’1.4% (76.000 preferenze) nelle votazioni del 2002 (il manifesto elettorale raffigurava un Vichingo che reggeva un cartello con impresso sullo scudo lo slogan “Mantieni la Svezia svedese!”). I SD erano sempre stati, fin dalla loro fondazione nel 1988, una formazione cripto-nazista: spesso, infatti, alcuni suoi membri avevano apertamente parlato di “deportazione di massa degli immigrati islamici”, mentre nei raduni della sua federazione giovanile circolavano testi antisemiti, si ascoltavano gruppi musicali nazirock e si praticavano riti dal sapore inequivocabile come bruciare libri di scrittori ebrei (tutte cose definite in seguito da Akesson, “ragazzate”).Ad ogni modo a suon di posizioni iconoclaste, espulsioni ed una grossa dose di marketing, il giovanissimo neo-segretario riuscì in una vera e propria impresa, portando i suoi nuovi Democratici Svedesi a prendere, nel 2006, il 3% (163.000 voti): messi in soffitta i simboli guerrieri delle saghe nordiche, venne scelto per rappresentare il partito solo un fiore stilizzato con i colori nazionali.Rimasero però gli slogan contro le armate islamiche affamate di sussidi statali.Il tutto mentre crollava la decennale egemonia socialdemocratica di “Göran il rosso” (Hans Göran Persson) ed al governo andava una coalizione di centro-destra capitanata dal Partito dei Moderati di Fredrick Reinfeldt: un passaggio storico per la nazione scandinava.Anche la scalata dei Democratici Svedesi continuò inarrestabile: 3,28% con 104.000 voti (Europee 2009), 5,7% nelle Elezioni Nazionali del 2010 (per la prima volta in parlamento con ben 20 deputati), mentre nelle successive votazioni per il Parlamento UE del 2014 Akesson raccoglieva il 9,67% con poco meno di 360.000 preferenze e eleggeva due rappresentanti.

In soli nove anni il segretario yuppie era riuscito a far diventare una piccola formazione di fans di Hitler un moderno partito di protesta, scommettendo tutto sul suo “volto da bamboccio” e sulla sua intransigenza in tema di accoglienza; una rigidità, a suo dire, motivata esclusivamente da “motivi economici e non da razzismo”. Molti osservatori continuarono, però, a definire tutto questo solo un cambiamento di facciata, quasi imposto dall’alto alla base di un partito ancora filo-fascista. Lo stesso Akesson aveva ammesso che a sedici anni lasciò i Giovani liberali per aderire ai giovani SD “attratto dalle loro posizioni sull’immigrazione e dalle loro pose hitleriane”. Sebbene diversi fuoriusciti dai Democratici Svedesi abbiano dato vita a formazioni politiche concorrenti (in primis il “Partito degli Svedesi”) ed il Paese continui ad avere una piccola ma vivace scena neonazista giovanile, la scalata Akesson non subì rallentamenti, anzi la sua popolarità personale crebbe. Nei media il giovane segretario dei “Democratici” veniva spesso dipinto come un “ragioniere un po’ razzista” per il suo parlare ossessivamente di una legislazione svedese in materia di immigrazione il cui budget era “purtroppo insostenibilie per le Casse della Nazione”.Nelle Elezioni Nazionali del 2015 i SD raggiunsero uno storico 13% (781.000 preferenze) ottenendo 49 deputati, diventando di fatto un possibile interlocutore per l’opposizione centrista capitanata dal Partito dei Moderati, in crisi di consensi (i socialdemocratici, dopo una parentesi di dieci anni sono tornati infatti, in coalizione con gli ambientalisti, a governare). Intanto l’opera di “ripulitura” dei Democratici Svedesi continua: lo stesso Akesson arrivò, prima delle ultime votazioni, a partecipare ad uno spot-elettorale Tv contro il razzismo in compagnia di due migranti, insistendo sul fatto che limitare l’ingresso degli stranieri convenga economicamente anche agli immigrati già residenti nel Paese. L’impressione attuale è che Akesson non intenda affatto fermarsi, puntando a concentrare su di sè il voto di quanti, impoveriti dalla Crisi, stanno maturando sentimenti di sfiducia verso la classe politica, anche tra l’elettorato liberale.La strategia resta mostrarsi come una opzione politica affidabile, “un partito nè di destra, nè di sinistra, ma per la Svezia”, come amano definirsi in televisione i “Democratici”, in attesa delle elezioni del 2018.

L’articolo è tratto dalla serie Viaggio nell’estrema destra europea, un progetto dell’Anpi – Associazione nazionale partigiani d’Italia, curato dal ricercatore storico e collaboratore dell’Università Statale di Milano Elia Rosati.

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Approfondimenti

Scandinavia, i razzisti venuti dai ghiacci/1

I Camerati del Nord (1924-1995)

Il rapporto tra la Scandinavia ed il nazifascismo fu storicamente complesso. Nonostante esistettero tra le due guerre piccolissimi partiti filo-fascisti in tutte queste nazioni, le uniche formazioni degne di nota furono: il feroce Movimento Lappista finlandese e soprattutto il Nasjonal Samling dello zelante collaborazionista norvegese Vidkun Quisling.

Durante la Guerra, la Svezia rimase ufficialmente neutrale (mantenendo però il Terzo Reich come partner economico principale e permettendo al movimento Svensk Opposition di sostenere Hitler dal 1941), la Norvegia vide il fallimentare governo fantoccio di Quisling, la Finlandia (per recuperare delle terre) collaborò con l’Asse solo all’attacco all’URSS, mentre la Danimarca venne direttamente occupata dalla Germania, non riuscendo il regime hitleriano a farne uno stato collaborazionista.

All’interno delle waffen-ss, durante il secondo conflitto mondiale, vennero anche formate, per iniziativa del governo collaborazionista norvegese, alcune unità di combattenti scandinavi, ma si trattò di strutture minori, impegnate esclusivamente sul fronte est. In tutta la Scandinavia si organizzarono, invece, corposi movimenti di resistenza all’occupazione nazista e, dal dopoguerra, questi Paesi divennero il regno incontrastato di una socialdemocrazia moderata e riformatrice, nota per il suo generoso welfare, per le pionieristiche politiche di genere e per misure di inclusione sociale tra le più avanzate dell’Occidente Capitalistico.

Nei primi anni ’50 la libertaria Svezia divenne anche una centrale organizzativa dell’estremismo neonazista filoatlantico, come ad esempio “l’internazionale nera di Moelmo”, sede del Movimento Sociale Europeo: un alleanza tra partiti neofascisti di diversi Paesi, sorta su spinta del Fuan (la federazione universitaria del MSI) e di alcuni ex-nazisti tedeschi non rassegnati.Negli anni ’60, sempre in funzione anticomunista, nacque anche il Northern European Ring, un network neonazista composto da movimenti di estrema destra nordeuropei (danesi, svedesi, inglesi ed islandesi) e staunitensi.Anche se entrambi questi coordinamenti transnazionali ebbero vita breve, nonostante tuttora non si conosca con precisione la loro “incisività operativa”, si trattò di due esperimenti politici che non diedero in nessun modo fiato alla minoritaria estrema destra scandinava del dopoguerra.

Invece, caduto il Muro, in queste terre si riorganizzarono movimenti neofascisti molto piccoli, anche se estremamente violenti (spesso utilizzarono armi da fuoco ed esplosivi): il nucleo paramilitare semi-clandestino Vikt Ariskt Motstånd (“Resistenza Ariana Bianca”) negli anni ’90 o, nell’ultimo decennio, le bande naziskin del Svenska Motståndsrörelsen (“Movimento di Resistenza Svedese”).

Famosi furono anche terroristi, “lupi solitari”, come John Ausonius (un cecchino razzista che terrorizzò le città svedesi nel biennio 1991-1992) o, più recentemente, il neonazista norvegese Anders Breivik, che il 22 Luglio 2011 uccise con un fucile e con una autobomba settantasette persone ad Oslo e nell’isola di Utoya, mentre era in corso il campeggio della federazione giovanile socialdemocratica.

Una nuova famiglia politica

Tuttavia a metà degli anni ’90, questi paesi divennero il laboratorio politico di un nuovo radicalismo di destra europeo; qui si svilupparono, infatti, alcuni partiti populisti che avrebbero fatto scuola: anti-statalisti (ad eccezione dei Veri Finlandesi), xenofobi, islamofobi, antieuropeisti, slegati da qualsiasi riferimento fascista, nostalgico o antisemita (ad esclusione dei Democratici Svedesi). Rapidamente, per effetto dei successi di queste formazioni, il quadro politico dei paesi scandinavi, negli anni 2000, venne rivoluzionato ed un po’ ovunque cessò il regno incontrastato delle sinistre socialdemocratiche. Queste nuove destre divennero infatti rapidamente partiti di area governativa o pezzi fondamentali delle opposizioni parlamentari.

Una fotografia dell’ultimo decennio (2005-2015) ci mostra, infatti, che: il Partito del Progresso (oggi al governo) è stato per anni la seconda forza della Norvegia con una media del 20,4% dei voti, il Partito del Popolo Danese ha raggiunto il 21,1% (sostenendo o partecipando anche ad esecutivi liberali dal 2001 al 2009), i Veri Finlandesi dal 2015 si sono attestati al 18% (anch’essi oggi al governo), mentre i Democratici Svedesi sono passati dal 0,4 del 1998 al 12,9% del 2014 (terzo partito nel Parlamento per numero di seggi).

Un unico Fronte del Nord

Il cavallo di battaglia di tutte queste formazioni è da sempre la richiesta di un welfare per soli autoctoni, mentre, dall’11 settembre in poi, il loro tradizionale razzismo ha assunto l’isterico colore dell’islamofobia.I carismatici leader di questi movimenti sono rispettabili professionisti, attempati, spesso donne, o personaggi decisamente anticonformisti, mentre (ad eccezione del caso finlandese) i loro elettori vengono dalla classe media.Si tratta dunque di fenomeni figli di uno “sciovinismo del benessere”, che rispecchia un vero e proprio lato oscuro di società aperte, inclusive e avanzate come quelle nordeuropee.In linea con tutto questo, lo stile comunicativo di questa nuova famiglia della destra radicale è estremamente fresco, sobrio, pacato e rassicurante, nonostante la capacità di utilizzare/suscitare allarme sociale, ed egoismo fiscale (ricordiamo che il generosissimo modello di stato sociale scandinavo prevede una tassazione molto elevata) Nei programmi di questi partiti troviamo inoltre posizioni decisamente laiche, molto rispettose dei diritti individuali e della parità di genere.In questo senso queste nuove forze sono figlie dello “Shock da Globalizzazione”, dell’egemonia del pensiero neoliberista, dello “scontro di civiltà” degli anni 2000 e, ovviamente, della conseguente crisi del modello socialdemocratico degli anni ’90.

Nonostante siano tutte formazioni radicalmente anti-UE, hanno sempre fatto delle Elezioni Europee un’ occasione di propaganda e di coordinamento transanazionale: a livello dell’Unione, infatti, questi partiti sono stati parte di gruppi parlamentari euroscettici, nazionalisti, liberisti o xenofobi, anche se quasi mai hanno stretto legami con gruppi neofascisti.

Più nel dettaglio: i danesi ed i finlandesi hanno generalmente fatto squadra con La Lega Nord bossiana o L’Ukip di Nigel Farage, mentre gli svedesi, pur venendo da un passato in odore di neonazismo, dopo varie alleanze, sono dal 2014 nello stesso raggruppamento europeo del Movimento 5 Stelle e di alcuni ex-Front National francesi.

L’articolo è tratto dalla serie Viaggio nell’estrema destra europea, un progetto dell’Anpi – Associazione nazionale partigiani d’Italia, curato dal ricercatore storico e collaboratore dell’Università Statale di Milano Elia Rosati.

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Francia, viaggio nel Front National/2

(continua dalla prima parte)

Alla conquista delle città (1995-1999)

Da metà anni ’90 l’attenzione del Front National si rivolse al piano locale, con muscolari campagne municipali sul tema della sicurezza e del contrasto all’immigrazione, ma anche con l’obiettivo di mostrarsi come un partito di amministratori duri, efficaci e non solo un “movimento di protesta”: una nuova strategia per costruire un successo nazionale.La direttrice del radicamento elettorale maggiore partì dalla zona est del Paese: dal passo di Calais (zona di confine estremamente sensibile al tema immigrazione) all’Alsazia, alla Provenza e, più a sud, la Costa Azzurra, oltre alla periferia parigina.Nel 1995 candidati lepenisti divennero sindaci di tre importanti cittadine (Orange, Marignane e Vitrolles) per poi conquistare la guida di città più grandi come Tolone e Nizza nel 1997, rendendo il sud-est della Francia, di fatto, la zona più favorevole al FN, con punte di oltre il 30% dei voti a fronte di un risultato nazionale che nelle Legislative del 1997 toccava il 15,6%.

Le amministrazioni comunali guidate dal Front National diventeranno famose, infatti, per i corposi tagli alla spesa culturale e sociale, per le dure campagne sulla sicurezza nonchè per iniziative economiche a sostegno delle famiglie composte da soli europei.Ma uno degli elementi che più sconvolse gli osservatori fu come il FN fosse diventato il primo partito tra gli operai; dato fortemente enfatizzato dallo stesso Le Pen che, dai primi anni ’90, organizzò ogni primo Maggio a Parigi un grande corteo in ricordo di Giovanna D’Arco: un chiaro tentativo di trasformare una festa tradizionalmente simbolica per il mondo del lavoro in una adunata nazionalista.

Dal 1998 il Front National darà vita, poi, ad una sua forza sindacale (Force Nationale) che troverà significativi consensi tra i lavoratori della metropolitana di Parigi, i poliziotti e le guardie carcerarie, alla Peuget in Alsazia e nel porto di Le Havre.Nelle Elezioni Regionali del 1998, quindi, il Front National provò a presentarsi come baricentro di tutta la destra francese, tentando da una parte di attrarre i voti conservatori e dall’altra mostrandosi disponibile a formare coalizioni comuni contro i socialisti di Jospin.In quella tornata elettorale il FN prese il 15,27% ma, dato più rilevante, durante i ballottaggi contribuì dichiaratamente a far eleggere cinque presidenti di regione del partito liberale UDF: mai i lepenisti erano stati così protagonisti del gioco politico francese.Inevitabilmente fu proprio a partire da quel momento che esplose uno scontro politico interno che provocò una corposa scissione, con l’uscita di molti importanti quadri locali.A Jean Marie Le Pen rimase il “marchio” Front National, ma nelle Europee del 1999, anche per effetto della concorrenza dei suoi ex-compagni di partito (che presero il 3,8%), il voto lepenista si dimezzò, relegando il FN al 6%, un risultato che di fatto concludeva l’avanzata cominciata a metà anni ’80.La perdita di appeal del Front National fu dovuta, però, anche alla nascita di nuove formazioni politiche di destra meno radicale come, ad esempio, la coalizione Rassemblement pour la France capitanata dall’ex-ministro dell’Interno gaullista Charles Pasqua e dal cattolico tradizionalista Philippe de Villiers; gruppi che, specie sul tema della sicurezza, avevano nettamente copiato o parafrasato le proposte di Le Pen.

Dalla vetta alla polvere (2000-2007)

Dopo il tonfo del 1999 molti commentatori diedero per conclusa l’avventura politica del Front National, ma il suo combattivo segretario non si arrese e, nel silenzio dei media, provò un rilancio, rispolverando i vecchi toni anti-sistema degli anni ’80.Nel 2002 la grande sorpresa: al primo turno delle Presidenziali, complice la frammentazione del voto a sinistra, Jean Marie Le Pen arrivò secondo, dopo Jacques Chirac, con 4.800.000 voti ed una percentuale dell’16,9%;ma, cosa più importante, potè partecipare per la prima volta al ballottaggio per l’Eliseo.

Tuttavia l’onda d’indignazione pubblica ed il timore per una Francia a guida lepenista spinsero tutte le forze politiche, compresi i socialisti di Jospin, a dare indicazione di voto per il candidato conservatore, in funzione anti-Front National.Cominciò così un lento ma costante ridimensionamento dei lepenisti che, a cominciare alle Legislative del 2002 (11,3% con 2.900.000 voti), passando per le Europee del 2004 (9,8% con 1.690.000 voti) e per le Legislative del 2007 (4,3% con 1.115.000 voti), vennero sempre più relegati ai margini della vita politica francese, tornando a rappresentare solo una piccola fetta di elettorato estremista e protestatario.Lo stesso Front National si era presentato alle elezioni legislative del 2007 con slogan meno urlati, tentando di ammorbidire i toni anche sul fronte dell’immigrazione e dell’anti-liberismo.

Nel Parlamento Europeo invece il FN riuscì, per un breve periodo, a creare un suo gruppo politico (su posizioni nettamente islamofobe e razziste) mettendo insieme il Partito Liberale Austriaco (FPÖ), gli italiani Fiamma Tricolore e Forza Nuova, la destra belga del Vlaams Belang e della formazione bulgara Ataka, e intessendo buoni rapporti con i neonazisti inglesi del British National Party e con gli estremisti xenofobi dei Democratici Svedesi.

Alla rincorsa di Sarko, verso il passaggio di testimone (2008-2012)

Tuttavia questo protagonismo europeo, in Francia cominciò a farsi strada nella dirigenza del FN l’idea di una svolta d’immagine, anche per contrastare il carisma e le capacità comunicative di Nicolas Sarkozy: il vero concorrente da battere sul tema della sicurezza e del nazionalismo.Complice l’inizio della Crisi economica, il Front National prese, nelle Euopee del 2009, il 6,3%, attestandosi su 1.100.000 preferenze, ma riuscendo a mandare nel parlamento UE tre deputati, tra cui Marine Le Pen, figlia dell’anziano leader.Nonostante il cognome illustre, questa giovane avvocatessa aveva sempre ricoperto un ruolo secondario nel partito del padre, facendosi le ossa nei consigli regionali di Calais e dell’Île-de-France (dal 1998 al 2010) oltre che a Strasburgo (dal 2004). Sarà, invece, proprio Marine a prendere la guida del partito nel 2011.

Il cambio di leadership darà subito i suoi frutti, recuperando, grazie anche all’appannamento della figura di Sarkozy, parte dei sostegni persi, permettendo alla nuova segretaria di arrivare terza alle Presidenziali del 2012 con il 17,9% (6.421.000 voti).Nelle Legislative dello stesso anno, inoltre, il Front National prenderà il 13,6% con circa 3.500.000 voti.

Il successo di Marine Le Pen va cercato nell’aver saputo catalizzare il malcontento dovuto al perdurare della Crisi economica ed alle crescenti pulsioni securitarie di una parte degli strati più bassi e del ceto-medio impoverito; il tutto condito da una strategia mediatica all’avanguardia, abile anche nell’uso dei socialnetwork, attenta a usare toni netti ma non troppo feroci (arrivando a cacciare anche l’amato padre dal partito per alcune esternazioni antisemite).

L’ultima scalata (2013-2017)

Sull’onda di una popolarità crescente e di una rinnovata attenzione mediatica, il Front National a guida Marine Le Pen è riuscito a diventare il primo partito francese con un 24,86% (4.700.000 voti) nelle Euopee del 2014 e nelle Regionali del 2015, con il 27,7% e 6.000.000 di voti; il tutto in attesa delle Presidenziali del 2017.

Sicuramente la controversa gestione economica dell’ UE unita al poco carisma e ad alcune scelte impopolari del presidente socialista Hollande hanno aiutato il FN. Va detto però, che il ritorno sulla scena politica di Sarkozy (dal 2014), nonchè un rinnovato schieramento anti-LePen al secondo turno delle ultime consultazioni locali, ha sostanzialmente impedito a questo partito di conquistare le presidenze di tutte e sei le regioni in cui aveva raggiunto il ballottaggio.

L’articolo è tratto dalla serie Viaggio nell’estrema destra europea, un progetto dell’Anpi – Associazione nazionale partigiani d’Italia, curato dal ricercatore storico e collaboratore dell’Università Statale di Milano Elia Rosati.

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Francia, viaggio nel Front National/1

Un nuovo contenitore della destra radicale

Il Front National pour l’Unité Française, comunemente chiamato Front National (FN), venne fondato ufficialmente nel 1972 federando, per iniziativa di un gruppo variegato di militanti della destra radicale nazionalista francese, diverse formazioni politiche, sia movimentiste che partitiche.

Si trattava di un progetto molto ambizioso che si prefiggeva l’obiettivo di riunire in un unico contenitore politico la molteplice e dispersa famiglia dell’estremismo nazionalista, tradizionalista cattolico e neofascista francese: un mondo ciclicamente uscito sconfitto da tutte le sue esperienze storiche precedenti, dall‘Affaire Dreyfus al collaborazionismo con il Terzo Reich del Regime di Vichy, dal populismo qualunquista di Pierre Poujade alla sconfitta nella guerra d’Algeria del 1962. Tra i fondatori del Front National, subito eletto come segretario, si notava la presenza dell’ex-militare (nella prima fase della guerra d’Algeria) ed ex-deputato populista di destra, Jean Marie Le Pen, che era stato il più giovane eletto nel Parlamento Francese alla fine degli anni ’50.Per tutti gli anni ’70, però, il FN rimase solo uno dei tanti partiti politici estremisti sorti alla destra dello schieramento gaullista, non ottenendo mai risultati di qualche rilievo; ma le cose erano destinate a cambiare rapidamente negli anni ’80.

Il “fenomeno Le Pen” (1983-1993)

All’inizio del decennio l’egemonia dei conservatori (1959-1981) volgeva definitivamente al termine con l’elezione, a Presidente della Repubblica, del socialista François Mitterrad (1981-1995). Il nuovo leader della destra Jacques Chirac si trovava, dunque, a dover rilanciare il proprio progetto politico spostandosi su posizioni più liberiste e meno tradizionaliste, in linea con l’esempio inglese di Margaret Thatcher. Il Front National intuì che si sarebbero aperti nuovi spazi a destra.

Così, alle Elezioni Europee del 1984, il FN arrivò con una feroce campagna anti-immigrazione, a prendere l’11% raccogliendo 2.210.000 preferenze; nel precedente test elettorale (le Presidenziali del 1981) aveva registrato solo lo 0,18% dei consensi con 45.000 voti. Pochi mesi dopo, Mitterrand, per rilanciare lo schieramento di sinistra, riformò il sistema elettorale in senso proporzionale e, proprio grazie a questo, nelle Legislative del 1986 il FN ottenne il 9,65% eleggendo ben 35 deputati con circa 2.700.000 voti (il suo miglior risultato nel Parlamento francese tutt’oggi); per Jean Marie Le Pen è il grande ingresso sulla scena politica nazionale. Se il ritorno alla legge elettorale precedente penalizzò il Front National concedendogli solo un deputato nelle Legislative del giugno 1988, il suo consenso rimase inalterato attestandosi sul 9,7% ( 2.400.000 voti), mentre nelle Presidenziali dell’Aprile 1988 (che riconfermarono l’anziano Mitterrand all’Eliseo) Jean Marie Le Pen arrivò quarto con il 14,4% e 4.400.000 voti.

Tuttavia la “marea nera” non era destinata a fermarsi e nelle Europee del 1989, catalizzando le diffidenze per la CEE della società francese, il Front National ottenne 10 parlamentari europei con un lusinghiero 11,7%, riconfermando il suo segretario a Strasburgo. Ancora, qualche anno dopo, nelle Legislative del 1993, pur raccogliendo un solo seggio a causa del sistema elettorale francese, il partito di Le Pen totalizzò, al primo turno, un buon 12,5% con 3.150.000 preferenze.

Le radici di un successo: la Préférence National.

Le ragioni politiche profonde di questo exploit vanno ricercate in una retorica xenofoba e nazionalista con diversi accenni autoritari ed antisemiti, propagandata con slogan semplici ed in modo martellante.Colonna portante del programma lepenista è, fin dall’inizio, il concetto di “Preferenza Nazionale”: un criterio di riorganizzazione dello stato sociale (“assegni familiari, aiuti sociali, sanità pubblica, salario minimo di disoccupazione…”) non più universalistico, ma concesso soltanto ai cittadini francesi.

Per l’immigrazione (definita sprezzantemente “l’invasione migrante”) vi è, invece, una unica soluzione: “l’espulsione di tutti i clandestini e l’attuazione di programmi d’aiuto verso i loro paesi d’origine”; un concetto sintetizzato sui manifesti lepenisti con lo slogan: “La Francia aiuterà gli stranieri, ma a casa loro!”.Inoltre il Front National rivendica la reintroduzione della pena di morte (abolita su spinta di Mitterrand nel 1981), l’espulsione (dopo aver scontata la pena) per tutti i migranti irregolari detenuti nelle carceri francesi, la cancellazione delle sanatorie sull’immigrazione dal 1982 e la creazione di appositi “nuclei di poliziotti addetti alla cattura e alla ricerca” di clandestini.

Un ulteriore “nemico della Francia” per i lepenisti è la “cultura del ’68”, responsabile di una degenerazione della società che va curata: abolendo l’aborto, punendo per legge l’omosessualità, aumentando fortemente le pene per il consumo di droga; in modo da preservare l’identità cattolica della nazione.Il Front National sarà poi un acerrimo avversario del processo di integrazione e formazione dell’Unione Europea, arrivando a promuovere un referendum anti-trattato di Maastricht nel 1992. Non mancheranno, inoltre, nelle parole di Le Pen uscite antisemite, definite spesso come “semplici battute” o, a suo dire, frasi male interpretate da faziosi media progressisti, spesso controllati da una sorta di lobby ebraica dell’editoria. Il Segretario del FN definì infatti nel 1987 (in un programma radiofonico) le camere a gas “un dettaglio della II guerra mondiale”, mentre nel 1989, in un’intervista sul quotidiano cattolico Prèsent, denunciò che “le grandi internazionali, come l’internazionale ebraica, giocano un ruolo tutt’altro che secondario nella costruzione dello spirito antinazionale”. Analoghe uscite razziste e antiebraiche saranno caratteristiche anche di altri eletti e dirigenti del Front National, mentre varie formazioni estremiste, dai tradizionalisti cattolici nostalgici della Vandea alle bande naziskin, cominceranno a considerare il mondo lepenista come il loro partito di riferimento.

Indubbiamente il Front National, negli anni ’80, seppe interpretare un’anima della società francese che si sentiva spaventata dalla paura di perdere la sua identità a contatto con la globalizzazione (delocalizzazione produttiva, nuove ondate di flussi migratori, società multiculturale, crescente laicismo…) andando a conquistare significativi consensi tanto nelle periferie rosse parigine, quanto nella profonda provinicia agricola e manifatturiera francese.È infatti innegabile che questa piccola formazione, col carisma del suo battagliero leader e padre-padrone, in meno di un decennio riuscì, nazionalmente, a creare una pressione molto forte su tutto il quadro politico, radicalizzandone la discussione e, a livello europeo, divenne il nuovo modello da imitare per l’estrema destra degli anni ’90.

L’articolo è tratto dalla serie Viaggio nell’estrema destra europea, un progetto dell’Anpi – Associazione nazionale partigiani d’Italia, curato dal ricercatore storico e collaboratore dell’Università Statale di Milano Elia Rosati.

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    50Special 3: Il folk conquista il mondo

    Mentre Joni Mitchell e i Fotheringay pubblicano dischi fondamentali, in Italia ci si consola con Little Tony

    50 Special - 08/05/2020

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    50Special 4: La linguaccia dei Rolling Stones

    uno studente inventa il logo più famoso della storia della musica, mentre i Creedence Clearwater Revival pubblicano due capolavori

    50 Special - 08/05/2020

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    Riff Raff di mer 05/08

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    Riff Raff - 08/05/2020

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    Mille Bolle Blu di mer 05/08

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    Mille Bolle Blu - 08/05/2020

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    Magic Box di mer 05/08

    ira rubini, cecilia di lieto, magic box, estate nei parchi letterari 2020, stanislao de marchesich, tiziana ricci, performing pac 2020,…

    Magic Box - 08/05/2020

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    Note dell'autore - 05/08/20

    CAMILLA RONZULLO - DOMANI E' UN ALTRO MONDO - presentato da IRA RUBINI

    Note dell’autore - 08/05/2020

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    LOGOS: Rock Fuorilegge 3 - Frank Zappa

    A cura di F.T. Sandman e Episch Porzioni. Il programma (che nel 2021 diventerà un libro con lo stesso titolo)…

    Logos - 08/05/2020

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    La Febbra di mer 05/08

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    La febbra - 08/05/2020

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    Prisma di mer 05/08

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    Prisma - 08/05/2020

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    Stile Libero: Culture in Movimento 05-08-20

    Diabolik [il film], Mario Gomboli, Andrea Pasini, Astorina, Charles Tolliver, John Zorn, The Dreamers, Prins Thomas, Hockey Dad, Nova Express

    Stile Libero - 08/05/2020

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    Cambiavento di mar 04/08

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    Cambia vento! - 08/05/2020

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    A casa con voi di mar 04/08

    con Alessandro Diegoli. - collegamento con il viaggio degli ascoltatori in Sardegna..- doppio collegamento con i campionati nazionali di volo…

    A casa con voi - 08/04/2020

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    Ora di punta di mar 04/08

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    Ora di punta – I fatti del giorno - 08/04/2020

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    Tamarindo di mar 04/08

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    Tamarindo - 08/04/2020

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    E la chiamano Estate di mar 04/08

    E la chiamano Estate di mar 04/08

    E la chiamano Estate… - 08/04/2020

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