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Che cosa è successo oggi? – Venerdì 27 novembre 2020

ordinanza regione Lombardia

Il racconto della giornata di venerdì 27 novembre 2020 attraverso le notizie principali del giornale radio delle 19.30, dai dati dell’epidemia in Italia alle nuove misure decise oggi dal Governo anche dopo le pressioni da parte delle Regioni governate dalla destra, mentre sembra sempre più probabile che le scuole riapriranno il 9 gennaio. L’Europa ha pronto un piano B contro il veto di Ungheria e Polonia al Recovery Fund, mentre in Francia il video del pestaggio di un produttore musicale indifeso da parte di tre poliziotti sta indignando la politica e l’opinione pubblica. Infine, i grafici del contagio nelle elaborazioni di Luca Gattuso.

I dati dell’epidemia diffusi oggi

Oggi sono 28mila in Italia i nuovi casi di coronavirus censiti dal bollettino quotidiano, con una percentuale di positività del 12,7%. Cala il numero delle persone attualmente positive, resta invece molto alto il dato sui decessi, 827. Oggi è venerdì ed è stato pubblicato anche il monitoraggio settimanale dell’Istituto superiore di sanità. Nel complesso la situazione sta migliorando: l’Rt, l’indice di riproduzione della malattia è calato all’1,08%. È in calo anche l’incidenza di nuovi casi per 100mila abitanti. Permangono però quasi ovunque criticità negli ospedali. Risultato: 10 regioni sono ancora classificate a rischio alto mentre tra quelle a rischio moderato ben sette hanno una concreta possibilità di vedere peggiorare lo scenario nel prossimo mese.

Le nuove misure decise oggi dal governo

(di Anna Bredice)

Non si è ancora in una situazione di uniformità di tutte le regioni nella stessa fascia di rischio, diminuiscono quelle in zona rossa, Calabria, Lombardia e Piemonte che passano di un livello in quella arancione, ma restano in zona rossa la Campania, l’Abruzzo, la Provincia autonoma di Bolzano, la Valle d’Aosta e la Toscana, anche se quest’ultima ha deciso di fare un’ulteriore ordinanza per agevolare le attività in alcune zone. Si sente l’avvicinarsi del periodo natalizio dal punto di vista delle attività commerciali e quindi le pressioni per aprire, ma per la cabina di regia che ha deciso le nuove restrizioni vale innanzitutto ciò che accade negli ospedali e nelle terapie intensive. L’indice Rt è sceso ovunque, ma al 24 novembre con gli ultimi dati disponibili, 17 regioni avevano superato almeno una soglia critica in area medica o terapia intensiva, e se la trasmissione del virus si mantiene uguale ci sarà una probabilità del 50% che queste soglie di criticità possano rimanere ancora per tutto dicembre. Questa è la cautela che il ministro Speranza vorrebbe che fosse l’unico criterio per guidare le scelte soprattutto del prossimo Dpcm, le cui misure si stanno decidendo in questi giorni, oggi c’è stato un altro incontro dei capi delegazione della maggioranza, con Boccia e Conte, l’idea è di mantenere il coprifuoco anche nei giorni delle feste natalizie alle 22 e il divieto di spostarsi tra regioni, anche gialle per i non residenti, la chiusura delle frontiere, con il tampone obbligatorio per chi torna a Natale, e la riapertura dei licei il 7 gennaio. Liguria e Sicilia passano in zona gialla, e quelle che restano in fascia rossa lo saranno almeno fino al 3 dicembre e poi si vedrà.

Le pressioni di chi pensava al business hanno funzionato

(di Luigi Ambrosio)

La pressione che è arrivata dalle Regioni governate dalla destra, leghista o meno che sia, per le riaperture è stata fortissima e aveva una sola motivazione: gli affari.
Alla fine, il governo ha ceduto. Tutte le regioni che vedono allentate le misure anti covid sono governate dalla destra. La spinta l’hanno data Salvini e le regioni del Nord
Salvini è intervenuto in prima persona a poche ore dalla decisione del governo parlando della Lombardia: “La zona rossa deve diventare arancione con le riaperture previste”.
Il concetto di allentamento delle misure che hanno in mente Salvini e i fautori delle riaperture è esclusivamente legato all’economia. Negozi e centri commerciali. Il business del Natale. In Veneto, che giallo era e giallo rimane, Zaia ha annunciato che riaprono i centri commerciali nel fine settimana. Per il resto, da parte dei protagonisti, non una parola sulla scuola. Non una parola sullo sport. Niente di niente sulla cultura. Cercatele, non le troverete. Anzi, troverete dichiarazioni in senso contrario.
Aprire le scuole prima di Natale è una scelta improvvisa” dice il presidente della Regione Piemonte, Cirio. Il presidente del Veneto, Zaia, usa lo stesso aggettivo. Riaprirle le scuola “sarebbe un errore e una scelta improvvisa”.
Le pressioni sono arrivate anche dal mondo economico. E poi c’è la partita politica. Giovedì le opposizioni guidate da Berlusconi hanno votato lo scostamento di bilancio. In futuro, ci saranno da gestire i soldi europei con un Conte indebolito a Palazzo Chigi. Medici e Istituto Superiore di Sanità avevano chiesto prudenza. L’Iss aveva messo in particolare Calabria e Lombardia nella lista delle regioni a rischio. Il governo non li ha ascoltati.

Le scuole riapriranno a gennaio

(di Michele Migone)

Le scuole superiori riapriranno il 9 gennaio. L’informale indicazione arriva al termine della riunione tra il Governo e le Regioni. L’idea della ministra Azzolina di ripartire il 9 dicembre finisce in soffitta. Non c’erano le condizioni per attuarla: tracciamento e presidi sanitari, personale docente, trasporto pubblico. I sindaci delle città metropolitane lo hanno detto l’altro giorno alla titolare della Pubblica Istruzione. I governatori sono andati oltre affermando che per loro le priorità sono il commercio e il turismo e non la scuola che può aspettare. La ministra Azzolina sapeva molto bene che non c ‘erano le condizioni per riaprire, ma le polemiche sulle piste da sci in funzione e le classi chiuse hanno sollecitato il suo intervento dopo settimane di silenzio. Ha convocato i sindaci per parlare dei trasporti pubblici con l’ intenzione di sottolineare quello come il vero problema della mancata riapertura, ma il risultato è stato poi aprire un fronte di polemica nel governo. La ministra dei trasporti De Micheli in una intervista ha così replicato, dicendo che se le scuole non fanno orari differenziati é per la mancanza di docenti non per la carenza di autobus. E poi ha aggiunto una sorta di provocazione, fare lezione anche alla domenica, che ha scatenato la rivolta dei sindacati e la risposta piccata del ministro Bonafede, capo delegazione dei 5 Stelle al Governo. Insomma tanta confusione, tanta tattica, tanto scaricabarile. Resta il fatto che ora si dovrà vedere se i ragazzi delle superiori rientreranno in aula veramente a gennaio. Vedremo quali saranno i dati dell ‘epidemia dopo gli acquisti e le feste. E se ancora una volta saranno loro i sacrificati sull’ altare dell’economia.

Recovery Fund, un piano B contro il veto di Ungheria e Polonia

(di Alessandro Principe)

Orban ribadisce il veto al Recovery Fund e rincara la dose. “Il nostro no è d’acciaio, non cederemo mai al ricatto dell’Europa”, ha detto il premier ungherese. La situazione è bloccata. Anche la Polonia ha confermato il veto. A Bruxelles si sta pensando a una possibile via d’uscita.

Esiste un piano B? Ed è realistico? Queste sono le domande che si stanno facendo le diplomazie europee. Il No di Ungheria Polonia è dovuto alla richiesta dell’Europa di rispettare i principi dello stato di diritto. Libertà di stampa, autonomia dei giudici, diritti dei migranti e rispetto delle quote assegnate a livello europeo per l’accoglienza. Orban ha rincarato la dose: “Non ci lasciamo comprare, è una questione di sovranità nazionale. Soros e l’Europa vogliono imporci gli immigrati”. Il partito di Orban è da tempo sotto accusa in Europa. Ma, dopo una sospensione, è stato riammesso nel Ppe, lo stesso partito di Angela Merkel. Proprio la cancelliera starebbe facendo di tutto per non sbattere la porta in faccia all’Ungheria, alleato strategico della Germania e suo partner commerciale. Orban è sempre stato in buoni rapporti con la Cancelliera. Si tratterebbe di dare una sorta di garanzia politica: il rispetto dello stato di diritto non verrebbe mai contestato a Budapest e Varsavia. Sarebbe di fatto solo sulla carta. L’altra strada è lo scontro finale. Il piano B. “È nei trattati” ha ricordato oggi la Commissione. Sono le cooperazioni rafforzate. Si va avanti con chi ci sta. In questo caso in 25, senza Ungheria e Polonia. La procedura però è complicata e soprattutto dirompente dal punto di vista politico. Il tempo stringe, il 10 dicembre il vertice decisivo. I soldi del Recovery Fund servono in fretta ai paesi colpiti dalla pandemia. Compresi Ungheria e Polonia, i cui cittadini, ostaggi del veto sovranista, potrebbero restare tagliati fuori.

La Francia reagisce alle violenze di polizia

(di Luisa Nannipieri)

Il pestaggio di un produttore musicale indifeso da parte di tre poliziotti, che hanno poi falsificato il verbale per giustificare le violenze, ha profondamente sconvolto l’opinione pubblica francese. Persino Emmanuel Macron ha fatto sapere di essere rimasto particolarmente scioccato dalle immagini della telecamera di videosorveglianza che hanno ripreso l’intervento della polizia, sabato scorso a Parigi. Anche se non ha parlato pubblicamente, il presidente della Repubblica ha formalmente chiesto al ministro dell’Interno, Gerald Darmanin, di emanare delle sanzioni contro gli autori delle violenze e il ministro ha promesso in diretta tv che chiederà la revoca degli agenti, se le indagini confermeranno i fatti. Per un funzionario, la revoca implica che non possa più ricoprire alcun ruolo nella pubblica
amministrazione. [CONTINUA A LEGGERE]

L’andamento dell’epidemia di COVID-19 in Italia

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