bombino al carroponte

“La chitarra elettrica sembra un’invenzione touareg”

sabato 09 settembre 2017 ore 13:10

“Ho avuto la fortuna che noi viviamo nel deserto, e nel deserto c’è molto spazio, c’è tanta sabbia, la notte hai l’impressione di essere vicinissimo alle stelle, perché le stelle sono così grandi… Se hai uno strumento e vuoi imparare a suonarlo, un ambiente del genere ti aiuta a imparare bene, perché intorno non c’è niente che ti disturbi, così come nessuno che ti dica che lo stai disturbando: alla gente fa piacere che tu suoni, perché sono secoli e secoli che sono lì nella solitudine…”.

Affermatosi a livello internazionale all’inizio di questo decennio, il chitarrista e cantante Omara Moctar, in arte Bombino, che venerdì 8 al Carroponte sarà tra i protagonisti della festa-concerto di Radio Popolare All You Need Is Live, è uno degli esponenti di maggiore rilievo della musica moderna touareg. La musica touareg si è modernizzata, con l’adozione della chitarra acustica e della chitarra elettrica, nel corso delle vicende di repressione, rivolta, esilio, guerriglia che i touareg hanno vissuto a partire dagli anni sessanta, dopo l’indipendenza di alcuni dei paesi africani nei quali vivevano, in particolare il Mali e il Niger. Il gruppo battistrada nella modernizzazione della musica touareg è stato quello dei maliani Tinariwen: negli anni ottanta i membri storici del gruppo hanno imbracciato tanto le chitarre che i fucili mitragliatori, partecipando direttamente alla lotta armata. Il loro esempio, sia di aggiornamento musicale che di impegno nella difesa delle ragioni, dell’identità e della lingua touareg ha profondamente influenzato i giovani delle successive generazioni, e fra loro Bombino. Con in testa i Tinariwen, il “rock-blues” touareg è poi diventato ormai da anni un fenomeno sulla ribalta globale della musica, con un successo che si è dimostrato non effimero, all’interno del quale Bombino rappresenta il ricambio e la sensibilità di una nuova leva, musicalmente più moderna e spregiudicata, ma sempre fortemente legata alla cultura touareg e all’esperienza touareg degli ultimi decenni.

Abbiamo intervistato Bombino – molto simpatico e gentile – l’8 luglio a Udine, dove si è esibito nell’ambito di Udin&Jazz con uno show estremamente godibile e coinvolgente, che ha veramente entusiasmato il pubblico.

Sei nato nel 1980 non troppo lontano da Agadez, in un accampamento touareg…

Sì, sono nato nel nord del Niger, ad ottanta chilometri da Agadez. Sono un nomade touareg; ma naturalmente quando si dice touareg è un po’ generico, perché parliamo di nomadi che vivono nel Sahel in tanti paesi, Libia, Algeria, Mali, Niger, Burkina Faso, e un po’ in Mauritania. In effetti sono nato in un accampamento, ma poi quando ho avuto un anno sono arrivato ad Agadez, perché mio padre lavorava in città, era capomeccanico in una ditta privata. Avevo amici touareg, ma anche peul e di altre etnie: questo è il Niger, siamo cresciuti assieme.

Quando c’è stata la ribellione, e siete stati costretti all’esilio, tu eri un bambino…

Sì, ero un ragazzino. Sono stato cresciuto da mia nonna, e la prima volta che ci siamo rifugiati a Tamanrasset per esempio è stato con lei: avevo dei cugini che vivevano ad Agadez ma che erano algerini e andavano lì durante le vacanze. Ad Agadez la situazione era molto tesa, e allora siamo venuti via. C’erano degli scontri: gli anni ’91-93 sono stati veramente pesanti, non si poteva restare lì. Per me è stata anche un po’ la scoperta della famiglia, perché se vai a Tamanrasset, se vai a Tombouctou, eccetera, sono in paesi diversi, ma è sempre la famiglia, perché hai dei cugini, degli zii che abitano lì.

E’ stato in Algeria che hai cominciato a suonare la chitarra?

La prima volta che ho toccato una chitarra è stato a Tamanrasset. I miei cugini venivano a casa nostra a suonare. Ero stato iscritto a scuola, ma non ci andavo: la mattina mi nascondevo da qualche parte, prendevo una chitarra e provavo a suonare.

E in Algeria hai scoperto anche la chitarra elettrica.

In tutti gli spostamenti che ho fatto, anche in Libia, andavo a trovare degli amici che avevano delle chitarre con un amplificatore, passavo la giornata con loro, e suonavo un po’, perché all’epoca avere una chitarra elettrica con un amplificatore era veramente qualcosa di raro. Era veramente bello condividere la chitarra, la conoscenza di certi accordi, perché la musica è questo, quando si suona si condivide.

Quindi dopo l’Algeria c’è stata la Libia….

Nel ’94 hanno cominciato ad esserci dei negoziati e siamo tornati ad Agadez, e quando verso il ’95 ci sono stati gli accordi di pace noi eravamo già lì. A quel punto quello che mi interessava nella vita era cercare una chitarra e riprendere a fare quello che avevo cominciato a fare: quando sono tornato ad Agadez cercavo di farmi insegnare dai miei amici a fare degli accordi. Per me era fantastico essere con i giovani che si erano innamorati delle chitarre. Ed è stato allora che ho cominciato a partire per la Libia, perché la Libia, come l’Algeria, per me è come il Niger, perché dovunque vada è sempre la stessa regione, è il nostro paese.

Non ci sono frontiere…

No, chiaramente, perché passi di villaggi in villaggio, sono dei cugini, degli zii, che vivono nella stessa maniera, che si assomigliano e parlano la stessa lingua, che si trovino in Niger o nel Mali.

Com’era allora la situazione della musica, ad Agadez?

Quando un artista veniva ad Agadez, tutti lo sapevano: perché era molto raro che arrivasse qualcuno, un intero gruppo, per una esibizione vera e propria. Per esempio i Tinariwen, oppure dei gruppi locali, conosciuti nella regione: per noi che eravamo giovani era veramente qualcosa!

I Tinariwen a quei tempi erano un gruppo già un po’ elettrico o ancora piuttosto tradizionale?

Erano già un po’ elettrici, a quell’epoca: per quello che so i touareg hanno cominciato in Libia con le chitarre elettriche. Il primo chitarrista che ha cominciato, che poi è morto verso il ’93-94, aveva imparato a suonare la chitarra in Mauritania, e poi è andato in Libia per migliorare e per trovare lavoro: a quei tempi andare in Libia era come andare negli Stati Uniti, era sicuro che avresti trovato un lavoro, e un lavoro ben pagato, qualunque lavoro, perché allora in Libia pagavano molto bene. Quindi la gente nemmeno pensava di venire in Europa.

Ad Agadez negli anni novanta cominci a suonare da professionista, accanto ad un maestro della musica touareg…

Accompagnavo un gruppo locale, di Agadez, di Bebe Haja, un chitarrista, che aveva un libro che spiegava come fare gli accordi, e come si chiamano. A quel punto ho cominciato a vedere come mettere insieme certi accordi nei ritmi locali, ed è stato con quel gruppo che ho cominciato a venire fuori. Mi sono applicato molto a fare gli accordi, perché la musica è questione di imparare degli accordi.

Che attività musicale c’era? Esistevano dei locali?

No, locali non ce n’erano, c’erano degli eventi, privati, come i matrimoni, o pubblici.

All’epoca suonavi ancora la chitarra acustica o già la chitarra elettrica?

Tutte e due. Suonavo la chitarra acustica, ma quando si suonava in situazioni come i matrimoni, allora suonavo la chitarra elettrica, per una questione di volume, e per avere più energia, perché certi ritmi funzionano bene con l’elettrico: in effetti l’elettricità con le chitarre è un po’ come se fosse qualcosa che è stata creata dai touareg…

E’ interessante questo fenomeno piuttosto ampio nella musica touareg di utilizzare la chitarra elettrica in una maniera un po’ rock-blues: si sposano veramente bene, non uccide la tradizione ma al contrario le dà qualcosa di nuovo…

Quando ascolti un po’ i ritmi locali, e ascolti certo rock – non necessariamente tutto il rock, o tutto il blues – ti ci ritrovi. E’ vero, non è qualcosa che distrugge le cose tradizionali, i ritmi tradizionali, piuttosto li aiuta, e questo penso sia la risorsa della musica del deserto.

Poi ci sono stati di nuovo dei problemi, c’è stata un’altra ribellione… e un altro esilio, in Burkina questa volta…

Nel 2007 c’è stato qualcosa che non chiamo neanche ribellione, perché in realtà in quel momento Agadez era tranquilla, c’erano anche turisti che arrivavano, già dal ’96 i turisti venivano in Niger, viaggiavano nel deserto, fino al 2006. Ma di colpo ci sono stati dei gruppi che volevano la ribellione, nessuno ha neanche capito perché, visto che c’erano stati degli accordi. Ma questi due anni di ribellione hanno distrutto l’avvenire di molta gente, la vita di molta gente, la regione, l’economia, perché se adesso Agadez vive in una situazione in cui non c’è lavoro, bene o male è a causa di questa ribellione: che magari è stato il governo a creare, non lo so. In ogni caso quello che è successo ha indebolito molto Agadez, e dopo sono arrivate molte società che vogliono lavorare sull’uranio, sul carbone, e che probabilmente inquineranno tutta la regione, e la gente si ammalerà, per via dei danni prodotti da queste società. E i nomadi, i pastori, che cosa hanno in cambio, come ricaduta? Non ci sono nemmeno delle buone strade perché la gente possa fare qualcosa, nemmeno delle pompe in modo che gli animali possano avere della buona acqua, perché adesso l’acqua rischia di essere inquinata, rischiamo di non avere acqua ad Agadez, a causa di queste società, che intanto non hanno fatto delle strade nemmeno per sfruttare la loro roba. Non è che io sia contro per forza, ma sono contro il male che si fa. Non sono per la guerra, ma sono sicuro che ci sono dei modi per portar avanti delle rivendicazioni, perché quando hai dei diritti, nessuno ti può impedire di reclamarli.

Nell’esilio in Burkina hai avuto l’occasione che ti ha portato ad una dimensione internazionale della tua professione…

Sono stato a Ouagadougou per due anni. Ogni tanto facevo venire degli amici, facevo dei piccoli spettacoli, in qualche locale. Avevo un’amica di una Ong, e aveva fatto arrivare un regista, Ron Wyman, perché aveva bisogno di un filmato. Lui ha ascoltato la nostra musica, ci ha ragionato sopra, e ha pensato di fare un documentario su Bombino e la ribellione touareg, sul perché della ribellione, per spiegare un po’ la situazione dei touareg nella nostra regione. E ci ha aiutato a registrare e a fare un disco. E questo album, intitolato Agadez, che è uscito nel 2011, è circolato a livello internazionale.

Questa dimensione internazionale del tuo lavoro ti pone dei problemi sul piano delle tue abitudini? Essere lontano dal Sahara, in città che sono completamente diverse da quelle nel deserto…

Sì, è così, perché nel deserto la gente ha un sacco di tempo, hai l’abitudine allo spazio, a guardare lontano, puoi passare a trovare qualcuno, non ci sono problemi, non c’è bisogno di un rendez-vous, niente a che vedere con come vanno le cose in Europa (ride) in Europa tu devi avvisare prima, magari con un mese di anticipo, per andare a vedere un amico o una famiglia…. Queste sono delle abitudini che noi non abbiamo (ride). Nel deserto, è raro che tu veda qualcuno, quindi quando lo vedi è un’occasione, anche se è per caso, quindi non c’è bisogno di appuntamenti. A volte ti viene in mente qualcuno, e ti dici: è tanto tempo che non l’ho visto, e allora, prima di dimenticarti, parti, e vai a trovarlo. E’ questa la logica della gente nel deserto… E’ vero, qui non ha niente a che vedere con il posto dove vivo, da cui arrivo, con la cultura che c’è là. Ma comunque ci si adatta, cosa che non è sempre facile, perché vedo che la gente qui è triste, troppo, perché corrono sempre dietro a qualcosa, il contrario di quello che avviene da noi: può darsi che sia un nostro difetto, ma è così.

Azel, il tuo ultimo disco, è cantato in tamashek, la lingua dei touareg: ci sono canzoni d’amore, e canzoni sulla realtà dei touareg…

Sì, ci sono delle canzoni d’amore, e delle canzoni che parlano della nostra vita oggi, per esempio delle nuove generazioni. Non che io abbia qualcosa contro le nuove generazioni, perché anch’io sono giovane, ma vedo delle cose.. che sono troppo accelerate…. Per esempio vedi una ragazza molto bella, ma con i capelli tutti rasati su un lato, perché è di moda, perché ci sono degli artisti che lo hanno fatto. In definitiva ha il diritto di fare quello che vuole: ma allo stesso tempo non è che perché tu vedi qualcuno che fa una cosa devi fare la stessa cosa. Devi vedere che cosa c’è veramente nel tuo cuore, non bisogna imitare qualcuno, bisogna somigliare a sé stessi. Questa è la logica che vedo e che mi fa paura. E si canta anche per questo, perché la gente non entri troppo nelle connessioni di internet. Credo che non sia necessario copiare, che si debba essere sé stessi, conservare la propria cultura.

Com’è andata con Jovanotti?

(ride) Una bellissima esperienza, perché ci ha invitati nel suo studio, abbiamo provato qualche canzone, provato tutte le chitarre che aveva lì, quindi davvero è stato qualcosa! Uauh! Eccezionale per noi, qualcosa che non dimenticheremo, ci ha insegnato molto su come utilizzare uno studio.

Bombino” è una deformazione di una delle parole italiane più conosciute nel mondo: come è venuto fuori questo soprannome?

Sì, “bambino”, perché appunto con la chitarra ho cominciato molto presto, là da noi parlano francese, e non volevano dire “petit”, perché ero un giovane con la chitarra, e quindi mi hanno chiamato “bombino”…

Ma c’entra con la famosa canzone, Bambino?

Sì, ma perché non volevano dire “petit”, perché non fosse un appellativo fastidioso, così al posto di “petit” hanno scelto “bambino”.

Dopo questo tour molto fitto torni ad Agadez?

Sì, dopo dei mesi…

E che vita fai lì?

Normale. Suono molto, sempre, perché quando siamo lì ne approfittiamo per suonare.

Sempre nei matrimoni?

Nei matrimoni o qualche volta nelle sale…

Di locali continuano a non essercene?

No, non gran che.

Due cose di cui si parla molto in Europa: la prima è l’Islam.

Per me la religione è qualcosa di individuale, privato, che devi scegliere nel tuo cuore, che non hai bisogno di mostrare a tutti: non hai bisogno di proclamare che tu sei musulmano: lo sei, e basta, e se sei cristiano sarà una tua questione personale.

L’altra è il grande flusso di migranti che arriva in Europa, e che in parte rilevante passa proprio attraverso il Niger per arrivare in Libia e poi sulle nostre coste.

Come ti dicevo, prima andare in Libia era come andare in America. Sì, è vero, i migranti passano dal Niger perché è la strada più semplice, ma nel deserto la mancanza d’acqua uccide. Non credo sia sempre necessario prendere la decisione di partire: c’è il deserto, c’è il mare, e poi se ce la fai a superare anche il mare sei in un centro di accoglienza o di detenzione, in attesa di imparare la lingua, di un lavoro, dei permessi, eccetera…

Meglio allora restare e cercare di cambiare qualcosa nel proprio paese, vuoi dire?

Sì, sei con gente che conosci, e che è a casa sua: e sono sicuro che sono fieri di essere a casa loro, ma siccome manca il lavoro, mancano altre cose, questo li obbliga a partire. Questo lo capisco: hai voglia di sposarti, hai voglia di fare qualche cosa e non c’è la possibilità… E quindi speri che l’Europa o l’America siano la soluzione: tutti hanno in testa questa logica. Ma bisogna trovare anche qualcosa per mettere nella testa della gente che devono restare: sviluppare la regione, risolvere il problema di zone che non hanno acqua ed elettricità, fare delle strade, che la gente possa usare per fare dei piccoli commerci, perché bisogna aiutare la gente, bisogna aiutare un po’ le attività economiche. C’era una strada, risalente più o meno agli anni ottanta, che portava ad Agadez, ma da allora non è più stata rifatta: adesso non esiste più, è solo polvere. Ma in quella regione ci sono in ballo l’uranio, il petrolio, l’oro: che cosa costerebbe fare una strada per la gente? Gli europei se non vogliono gli immigrati vengano a vedere da dove gli immigrati arrivano.

Aggiornato domenica 10 settembre 2017 ore 15:16
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