cannes 70

Il cinema salvato dai ragazzini

mercoledì 24 maggio 2017 ore 10:15

Verso la fine di Cannes 70 è possibile fare un bilancio dei film visti. Se vogliamo cercare un filo conduttore di questa settantesima edizione, si può dire che le ragazze e i ragazzi costituiscono una mappa della cinematografia attuale. La loro tenacia, il loro dolore, l’arguzia, la freschezza, la lotta, l’amore e i conflitti adolescenziali, sono al centro della maggior parte dei film in programma, nelle differenti sezioni e dai diversi paesi di provenienza. Anche suddividendoli, cercando di includere i film più convincenti, questo aspetto salterà all’occhio.

Cannes - CONCORSO

Nelyubov (Loveless) di Andrey Zvyagintsev

Colpisce per la durezza e l’assenza di speranza, che probabilmente nelle intenzioni del regista rappresentano una metafora della Russia di oggi. Il film Senza amore, questo sarebbe il titolo in italiano, gira intorno alla scomparsa di un ragazzino. Un’indagine quasi noir, anche interiore tra una coppia prossima al divorzio e che nel tentativo di rifarsi una vita ha trascurato il figlio dodicenne. Estetica gelida, come il regista ha già mostrato in film come Il ritorno (Leone d’Oro) e Leviathan.

Wonderstruck di Todd Haynes

Dopo il recente successo di Carol, Todd Haynes torna con un film omaggio al cinema. Tratto da un romanzo di Brian Selznick, l’autore di Hugo Cabret e che già conteneva una passione scritta per il cinema di Méliès, portata sul grande schermo da Martin Scorsese con la stessa dedizione, il film segue Rose e Ben due coetanei scappati da soli a New York in due epoche diverse. La prima storia è ambientata nel 1927, epoca dell’avvento del sonoro al cinema, girata in bianco e nero e senza parole; l’altra è nel 1977 a colori, con molti riferimenti al cinema di quell’anno e il dodicenne protagonista va alla ricerca del padre. Entrambi i ragazzini sono sordi e questo aspetto dà al regista la possibilità di sbizzarrirsi con le immagini e prima di sapere se ci sarà un legame tra le due narrazioni si ammira la ricostruzione delle due epoche, la precisione dei dettagli e l’immersione nei silenzi.

Okja di Bong Joon Ho

È il film coreano prodotto da Netflix che, insieme alla programmazione di alcuni episodi dell’ultimissima serie di Twin Peaks by David Lynch, ha creato l’inutile dibattito sui film prodotti dalle tv e conseguente distribuzione al cinema. Dico ‘inutile’ perché montato dalla stampa, senza considerare che se il problema è la distribuzione basterebbe non prenderli in concorso (come in effetti succederà dal prossimo anno), mentre nel caso di Twin Peaks si tratta di un evento extra, dedicato a un grande regista, che a Cannes ha vinto anche una Palma d’Oro. Per quanto riguarda il film, anche e soprattutto dedicato ai ragazzi, è la storia di uno strano animale tipo ippopotamo gigante, adottato da una bambina in un villaggio e che scoperto da una tv americana viene trasportato a New York. La bambina parte dalla Corea del Sud e va cercarlo in America. Un altro viaggio da sola, per salvare il suo cucciolo dai predatori americani di una multinazionale che ne vorrebbero fare polpette. Una favola ambientalista che ha nel cast Jake Gyllenhaal, Tilda Swinton, Lily Collins e Paul Dano.

The Meyerowitz stories di Noah Baumbach.

Baumbach è decisamente un regista di culto, lo ha dimostrato con il successo di Frances Ha e Giovani si diventa, ma anche Lo stravagante mondo di Greenberg, con Ben Stiller presente anche in questo ultimo film in gara per la Palma d’Oro. Anche The Meyerowitz stories lo vedremo presto su Netflix, con i ritratti dei componenti di questa famiglia ebrea capitanata da Dustin Hoffman, artista stanco e deluso per il successo mai arrivato e con due figli maschi da mogli diverse, in conflitto con lui e tra loro e una figlia che non esce di casa. Una nipote orfana di madre e poco seguita dal padre. Una commedia con un umorismo alla Woody Allen e una scrittura alla Safran Foer. Nel cast anche Adam Sandler, Emma Thompson, Candice Bergen, Elizabeth Marvel.

Le redoutable di Michel Hazanavicius

Un film dedicato alla figura di Jean-Luc Godard da parte del regista Premio Oscar per The Artist. Chissà cosa ha spinto Michael Hazanavicius a raccontare un periodo della vita artistica e politica di uno dei padri della Nouvelle Vague. Personaggio scomodo, per le sue posizioni radicali e per un cinema che con il 1968 cambia direzione, Jean-Luc Godard è interpretato da Louis Garrel, tra i più quotati attori francesi e figlio di Philip Garrel, uno che la Nouvelle Vague la pratica ancora oggi. Nonostante le critiche accese al film, il risultato è un rispettoso omaggio, pieno del cinema di Godard, della sua estetica, dei suoi colori, delle sue scelte di inquadrature. Il film si sofferma su un momento storico e biografico particolare: quando il regista gira La cinese con la giovanissima attrice Anne Wiazemsky (Stacy Martin) di cui si innamora perdutamente e sposerà. Ma quelli sono anche gli anni della crisi esistenziale e artistica del regista, che lo trasforma da cineasta riconosciuto e amato dal pubblico a livello popolare a filmmaker maoista, fuori dal sistema e, a quel punto, incompreso. Il film alterna momenti estratti dalla biografia di Anne Wiazemsky con la ricostruzione del Godard pensiero, tratto da scritti e lettere, interviste e articoli di giornale. Le redoutable restituisce, anche con ironia e tenerezza, un ritratto dell’epoca attraverso l’interpretazione lucida e ironica di Louis Garrel, che quel pezzo di storia sembra averlo impresso nel DNA.

The killing of a sacred deer di Yorgos Lanthimos

Una tragedia greca, con attori hollywoodiani. Anche in questo film Lanthimos porta con sé elementi tipici del suo cinema. Il cinismo algido, il vuoto di senso nei dialoghi, lo spirito di vendetta, i toni thriller mescolati di umorismo nero. Al suo secondo film prodotto fuori dalla Grecia, dopo The Lobster, riprende Colin Farrell come protagonista, qui un chirurgo sposato con Nicole Kidman, padre di due figli e perseguitato da un ragazzo che ha perso il padre durante un’operazione chirurgica. Essendo un thriller con un crescendo importante la trama non va svelata, ma si possono descrivere le atmosfere che si rifanno apertamente a maestri come Kubrick e Hitchcock. Lanthimos affina il suo stile film dopo film, a partire dai suoi primi film greci, inquietanti ma ancora poco risolti, Alpes e Dogtooth.

Happy End di Michael Haneke

La famiglia di Haneke è borghese e piena di scheletri nell’armadio. Come per Baumbach anche qui c’è una sorta di confusione intorno al nonno (Jean-Louis Trintignant) e ai figli (Isabelle Huppert e Mathieu Kassovitz). Se da un lato potrebbe essere letto come il seguito di Amour, che vinse la Palma d’Oro a Cannes, dall’altro si intravedono i tanti temi che Haneke mette in campo. Il rapporto tra generazioni, il nonno e la nipote che gli viene messa in casa durante la malattia della madre, il suicidio come scelta di porre fine alle sofferenze, i migranti in un’unica scena ma molto esplicita, il cinismo della borghesia, la comunicazione mediata dalla tecnologia. Troppi temi, ma le intenzioni del regista arrivano tutte.

GLI ITALIANI

Sicilian Ghost Story di Antonio Piazza e Fabio Grassadonia

È la storia di Giuseppe, un ragazzino sequestrato dalla mafia perché figlio di un pentito (la storia è liberamente ispirata alla vicenda di Giuseppe Di Matteo, sciolto nell’acido per vendetta mafiosa negli anni ’90) e di Luna, la compagna di classe e amica decisa a rompere l’omertà cercandolo senza tregua. Il film è raccontato come una favola horror, immerso in una zona in cui la natura è selvaggia e severa, con la fotografia di Luca Bigazzi che aggiunge suspence al film.

L’intrusa di Leonardo Di Costanzo

Si svolge in un centro d’accoglienza per bambini nella periferia di Napoli, gestito da Giovanna (Raffaella Giordano) per togliere i giovani dal controllo della camorra. Quando arriva la moglie di un criminale per chiedere protezione per i suoi figli piccoli le viene dato un nascondiglio. Ma le cose andranno diversamente da come sperato. Girato con taglio documentaristico, il film riesce a spiegare le difficoltà di un luogo che vive ogni giorno sulle barricate.

Cuori puri di Roberto De Paolis

Ambientato sullo sfondo di un campo rom della periferia di Roma il film racconta la storia d’amore tra una ragazza cattolica e vincolata dalle regole poste dalla madre e dalla Parrocchia e un ragazzo disoccupato e vicino ai piccoli criminali del quartiere.

Dopo la guerra di Annarita Zambrano

Questo film riflette sul tema del terrorismo più recente. Il protagonista, interpretato da Giuseppe Battiston, da vent’anni rifugiato in Francia, è sospettato dell’omicidio di un giudice e quando viene estradato in Italia per la legge che non permette più ai terroristi di chiedere asilo politico in Francia, scappa con la figlia.

A ciambra di Jonas Carpignano

Questo film è ambientato all’interno di una comunità rom in Calabria, a Gioia Tauro e ritrae la numerosa famiglia Amato. In particolare l’attenzione è rivolta verso Pio, il figlio minorenne che improvvisamente dovrà occuparsi del resto della famiglia dopo l’arresto del fratello Cosimo e del padre Rocco. Una storia italiana, come ce ne sono in molte periferie delle grandi metropoli.

CARNE Y ARENA

Carne y arena è la toccante installazione firmata dal regista messicano di film come Revenant, Babel, Birdman,Biutiful,Amores Perros e vincitore di quattro Premi Oscar Alejandro Gonzalez Inarritu. Sette minuti di realtà virtuale per avvicinarsi e vivere da vicino quello che accade ai messicani che tentano di varcare il confine tra Messico e Stati Uniti. L’installazione si trova in un hangar a pochi chilometri da Cannes, in cui è stato ricostruito un pezzo del muro che spezza il confine e che accompagna lo spettatore fino all’interno di una specie di tendone da circo pieno di sabbia al suolo. Si entra uno alla volta, dopo aver passato un gabbiotto e illuminati da una luce rossa viene fatto indossare un casco, uno zaino e la maschera per la VR.

È un’esperienza molto forte, durante la cattura di un gruppo di messicani che varcano la frontiera tra Messico e Stati Uniti. Siamo lì con loro, uno alla volta sulle dune tra i cactus, dal tramonto all’alba e si assiste all’arrivo degli elicotteri, alle minacce della Polizia, all’avvicinarsi dei cani. Si sente il freddo del vento, il profumo della poca vegetazione e poi i rumori fortissimi, le urla della gente che cerca di scappare. C’era anche un bambino piccolo nella realtà virtuale. Interessante l’intento di Inarritu di rispondere ai muri di Trump con le immagini reali e trascinanti, un tema quello dei migranti, che il regista ha sempre tenuto a diffondere, ora più che mai. Le emozioni che passano in quei sette minuti sono tante e potenti: dai rumori alle sensazioni fisiche e visive. Si esce frastornati e la fotografia di Emmanuel Lubezki aumenta l’intensità cinematografica e realistica dell’opera.

A giugno l’installazione arriverà a Milano alla Fondazione Prada, oltre al progetto di portare in città il relitto del barcone naufragato nel 2015 al largo della Libia portando con sé centinaia di migranti, poi recuperato dalla Marina Militare italiana.

Aggiornato giovedì 25 maggio 2017 ore 15:38
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