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Nell’abisso del populismo

Intervista ad Alison Klayman, regista di “The Brink – Sull’orlo dell’abisso”, prodotto da Marie Therese Guirgis, ex collaboratrice di Bannon, presentato allo scorso Sundance Film Festival e ora al cinema, distribuito da Wanted.

Il ritratto inquietante dell’ex stratega di Donald Trump, seguito dal suo allontanamento dalla Casa Bianca fino al termine della sua campagna itinerante tra U.S.A ed Europa per la creazione di The Movement, l’organizzazione creata per promuovere una politica sovranista e populista nel Vecchio e Nuovo Continente, per unificare i partiti di estrema destra. (altro…)

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    Barbara Sorrentini
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Approfondimenti

L’ultimo tango con Bernardo

Bernardo Bertolucci

Aveva settantasette anni, da tempo era bloccato su una sedia a rotelle, ma pensava ancora a molti progetti futuri.

È stato uno dei grandi maestri del cinema italiano, capofila di un cinema radicato nella realtà e con uno sguardo coraggioso e sempre permeato di arte e cultura.

Una cultura che a Bernardo Bertolucci non è mai mancata, fin dai primi anni di vita. Figlio del poeta Attilio, fratello del regista Giuseppe e assistente di Pier Paolo Pasolini, a inizio carriera.

Originario di Parma, Bertolucci racconta la civiltà contadina nei due atti di Novecento, capolavoro fedele e rivoluzionario.

Rivoluzionario anche nel raccontare l’amore folle nel poi censurato Ultimo tango a Parigi, nel 1972. Opera d’arte memorabile e controversa, anche per la carriera segnata dell’attrice Maria Schneider, che dopo la sua morte lo stesso Bertolucci ha voluto ricordare con rammarico, per le scena hard a cui la costrinse insieme a Marlon Brando.

Ma anche in The Dreamers, girato nel 2002 e ambientato nel maggio francese del 1968, univa la scoperta sessuale dei tre protagonisti alle lotte rivoluzionarie per le strade di Parigi.

Sono tanti, per fortuna i film rimasti e tutti da rivedere. Da Prima della rivoluzione, alla Tragedia di un uomo ridicolo, con Ugo Tognazzi tragicomico, all’Ultimo imperatore con i suoi nove Oscar ricevuti; Il Conformista; Il tè nel deserto, o i più recenti Io Ballo da sola e Io e Te, dal racconto di Niccolò Ammaniti.

Resta la tristezza di non poter vedere i progetti a cui stava pensando e che sicuramente ci avrebbero sorpresi.

Bernardo Bertolucci

Riascolta l’intervista di Barbara Sorrentini a Bernardo Bertolucci al Festival di Cannes del 2012:

Intervista Bernardo Bertolucci

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    Barbara Sorrentini
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La Casa è Comune con Radio Popolare

“La Casa è Comune” è una due giorni nazionale promossa da Comitato Insieme senza Muri il 19 e il 20 ottobre  a Milano al Teatro dell’Elfo in Corso Buenos Aires 33. Sarà  un momento di confronto dedicato alla ricerca di un filo conduttore tra messaggi pubblici e azioni collettive sui temi dell’abitare, della coesione sociale, della promozione delle pluralità, della lotta contro le disuguaglianze, le discriminazioni e le povertà. Radio Popolare anticiperà  e presenterà le giornate con collegamenti in Snooze, Radar, Cult, Malos e con una trasmissione dedicata mercoledì 17 ottobre dalle 20.30 alle 21.30.

Tra gli ospiti attesi:

Luigi Manconi – Emma Bonino – Marco Makkox D’Ambrosio – Don Luigi Ciotti- Ascanio Celestini- Tana Anglana- Luca Doninelli-Alessandro Bergonzoni-Marco Bertotto- Giorgia Linardi- Don Virginio Colmegna – Elly Schlein – Cecile Kyenge – Pierfrancesco Majorino – Filippo Del Corno- Gabriele Rabaiotti-Pierfrancesco Maran- Luciano Gualzetti – Sumaya Abdel Khader – Ilda Curti – Luca Paladini – Paolo Petracca.

Comincerà  venerdì 19 alle 14.00 con una sessione plenaria dedicata ai temi della lotta alle disuguaglianze e del riscatto sociale seguita da un momento di approfondimento sul tema del diritto al soccorso che vedrà la partecipazione attiva delle ONG che in questi anni hanno attivamente partecipato al soccorso in mare.

Dalle 18.00 inaugurerà la mostra “Nuove generazioni” presso la scuola Luigi Cadorna in via Dolci 5 nell’ambito della rassegna interculturale “Uno sguardo aperto al mondo” organizzata in collaborazione con la Commissione intercultura dell’istituto.

La giornata di venerdì si chiuderà alle 20:00 con una cena sociale di autofinanziamento presso le ACLI di Via Conte Rosso 5 a Lambrate: un momento di socializzazione per conoscersi e per sostenere le iniziative di Insieme Senza Muri con una donazione suggerita 30 € (donazione minima 25 €).

Per partecipare alla cena è indispensabile prenotarsi qui

La giornata di sabato 20 si apre con tre forum tematici che si svolgeranno in contemporanea tra le 9:30 e le 12:30 e per i quali è necessario accreditarsi:

– Educare alla cittadinanza nel tempo della paura Link di prenotazione qui

– Abitare le città: sviluppo, welfare e trasformazioni Urbane Link di prenotazione qui

– Come stanno cambiando accoglienza e integrazione Link di prenotazione qui

I lavori termineranno sabato alle ore 14:30 con una sessione plenaria che vedrà la restituzione dei lavori svolti nei forum tematici del mattino e la partecipazione, tra gli altri, di Ascanio Celestini e Makkox.

Per i dettagli e gli aggiornamenti del programma cliccate qui

 

CCcardLOGHI

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    Barbara Sorrentini
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Approfondimenti

Esauriti i posti per “Sulla mia pelle”

Esauriti i posti per la proiezione. Grazie a tutte le persone che si sono prenotate.

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Giovedì 4 ottobre alle 20 all’Anteo Palazzo del Cinema, proiezione gratuita del film Sulla mia pelle.

Il film sugli ultimi giorni di Stefano Cucchi verrà presentato dalla sorella Ilaria Cucchi, con l’avvocato Fabio Anselmo e il regista Alessio Cremonini.

Una proiezione organizzata da Radio Popolare, Festival dei Diritti Umani e Assessorato Politiche Sociali e Presidenza Sottocommissione carceri del Comune di Milano.

Prima del film interverranno il Sindaco di Milano Giuseppe Sala, l’Assessore alle Politiche Sociali Pierfrancesco Majorino, la Garante dei diritti dei detenuti Alessandra Naldi e la Presidente della sottocommissione carceri Anita Pirovano.

Coordinano Danilo De Biasio e Barbara Sorrentini e il dibattito andrà in onda in diretta sulle frequenze di Radio Popolare.

Per approfondimenti sul Caso Cucchi e sul film “Sulla mia pelle” vi segnaliamo alcuni nostri articoli:

le interviste all’avvocato della famiglia Cucchi, Fabio Anselmo al regista Alessio Cremonini e agli attori Alessandro Borghi e Jasmine Trinca

l’intervista a Ilaria Cucchi

il processo

 

Anteo Palazzo del Cinema – Piazza Venticinque Aprile, 8, Milano

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    Barbara Sorrentini
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Approfondimenti

L’amore secondo Kechiche prima del terrorismo

Un nuovo film di Abdellatif Kechiche, a dieci anni dal Leone d’Argento per Cous Cous e a sette da Venere Nera. Nel frattempo ha vinto la Palma d’Oro con La vita di Adele, che dice di aver venduto per produrre il suo ultimo film.

Mektoub, my love: Canto Uno, presentato in concorso al Festival di Venezia 2017 arriva dopo gli attentati di Parigi e di Nizza. Non è indispensabile saperlo, ma può essere utile per capire meglio questo film immenso, anche se il film è ambientato negli anni ’90 e forse c’è anche qualche spunto autobiografico, pur essendo tratto da un libro di François Begaudeau, già autore del libro autobiografico da cui Laurent Cantet aveva tratto il film La classe che vinse la Palma d’oro a Cannes nel 2008.

Mektoub in arabo significa destino. Tutto si svolge in un’estate vicino a Marsiglia, dove il giovane Amin (Shaïn Boumedine), studente di sceneggiatura a Parigi, torna per le vacanze. È la città in cui è cresciuto e in cui vive la sua numerosa famiglia. Amin frequenta e osserva gli amici della sua infanzia, tra spiagge, amori, danze, bevute e risate. E passa molto tempo con Tony, il cugino rubacuori che ha fatto innamorare la più cara amica di Amin, oltre a molte ragazze lì in vacanza.

In tre ore di film Kechiche si sofferma a lungo sulle scene corali, sugli sguardi, sui corpi, sui singulti in un flusso di emozioni travolto da parole, che riprendono il linguaggio vivo e carnale di Cous Cous, La vita d’Adele e La schivata.

La grande famiglia di Amin è la comunità magrebina, tutti i ragazzi sono di seconda generazione, soprattutto maschi, assetati di vita, di amore e di incontri con le coetanee figlie di francesi. Nessun ‘radicalizzato islamico’ in questo film e forse il film è rivolto anche i giovani, ora di terza generazione, che procurano la morte ad altri, e a se stessi, pensando di trovare il Paradiso, come gli raccontano. Ma il paradiso è qui, sembra dire loro Kechiche, dove l’amore è l’arma più forte.

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    Barbara Sorrentini
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La vita di Pippo Fava su RaiUno

Prima che la notte

«La questione della libertà di stampa è tornata con urgenza al centro del dibattito pubblico e con essa la necessità del giornalista di svincolarsi da condizionamenti sempre più potenti e pervasivi. È per questo che la vicenda umana e professionale di Pippo Fava, che intorno al giornale da lui fondato, I Siciliani, ha formato una nuova generazione di giornalisti, mi è parsa esemplare e commovente, in grado di disegnare una prospettiva e un futuro. Cose di cui oggi più che mai abbiamo bisogno».

Parole di Daniele Vicari per presentare il film per la tv “Prima che la notte”, in onda su Rai1 mercoledì 23 maggio in occasione dell’anniversario della Strage di Capaci. Una storia che risale a metà degli anni ‘80, Fava fu ucciso dalla mafia il 5/1/1984, ma ancora attuale se si pensa alla quantità di giornalisti che vivono sotto scorta per le minacce, da Paolo Borrometi a Federica Angeli e Roberto Saviano.

Il film è scritto da Claudio Fava, Michele Gambino, Monica Zapelli, Daniele Vicari. Tratto dall’omonima opera letteraria di Claudio Fava e Michele Gambino (Baldini & Castoldi), prodotto da Fulvio e Paola Lucisano. Pippo Fava è interpretato dall’attore Fabrizio Gifuni.

L’intervista a Daniele Vicari, regista di film come “Diaz” e “Sole cuore amore” e che non si è mai sottratto al cinema s’impegno politico.

Un  film così, in prima serata su RaiUno, è un fatto importante,  si ricostruisce la storia di un giornalista ucciso dalla mafia e che si è speso molto per raccontare la mafia. Come è nata la sceneggiatura?

La sceneggiatura nasce dal libro da cui il film prende anche il titolo, Prima Della Notte, che è stato scritto a quattro mani da Gambino e da Fava e che racconta da due punti di vista molto diversi, quello del figlio e quello dell’allievo prediletto, una personalità estremamente complessa che è appunto la personalità di Pippo Fava: un uomo purtroppo poco conosciuto, ma che ha fatto talmente tante cose e ha dato talmente tanto nella sua vita che non è semplice da schematizzare. La forza e l’energia di questo libro, in cui i punti di vista sulla personalità di Fava divergono profondamente – il punto di vista di Gambino è molto più scanzonato, rileva la vivacità e il desiderio di Pippo Fava di vivere e divertirsi, mentre il punto di vista di Claudio è quello di un figlio che un po’ subito il padre e la sua straordinaria personalità – è che in questo contrasto e in questo conflitto di punti di vista emerge un racconto di un uomo molto interessante. La cosa difficile nella scrittura di questa sceneggiatura era trovare una sintesi rispetto a tutti i talenti di Pippo Fava, che era uno sceneggiatore, uno scrittore, un drammaturgo, un pittore, un giornalista, e quindi tutte queste cose a grandi livelli. Raccontarlo senza tradirlo non era semplice, ma soprattutto quando racconti questo tipo di cose, così importanti, la cosa più difficile è trovare un fulcro narrativo. Noi l’abbiamo trovato intorno al rapporto tra Pippo Fava e i suoi allievi, che sono i cosiddetti “carusi” di Pippo Fava, cioè dei giovani con i quali lui ha costruito due giornali, e quindi ha realizzato una sorta di scuola di giornalismo che ha dato un contributo sostanziale al giornalismo italiano. Intorno a questo nucleo abbiamo costruito tutto il racconto, quindi Fava è visto anche dal punto di vista dei suoi allievi. A me questa cosa è piaciuta fin da subito e per questo mi sono molto riconosciuto nel racconto e mi sono molto divertito a fare il film.

L’attore Fabrizio Gifuni con la sua interpretazione sembra essersi avvicinato molto alla figura di Pippo Fava, pur lavorando su toni molto personali. Nella sua interpretazione c’è anche uno sguardo molto attuale. Come è stato lavorare con lui e con Claudio Fava: era sul set, ha contribuito a lavorare sul ricordo di suo padre?

La questione di Claudio è molto delicata, perchè Claudio è il figlio di una persona che è stata uccisa e cose come queste non passano. Questi dolori non passano. Lui ha fatto uno sforzo enorme a scrivere il libro e poi a scrivere la sceneggiatura del film. Nel momento in cui abbiamo finito questo percorso – il film è frutto appunto di una collaborazione profonda, perchè Claudio, così come Michele Gambino, si è dovuto mettere molto in gioco. Io e Monica Zatelli abbiamo raccolto la loro esperienza e abbiamo cercato di amalgamarla, ma loro due hanno vissuto in presa diretta tutti gli avvenimenti, anche la parte più tragica e anche il dopo. Nel film abbiamo cercato di valorizzare tutti questi aspetti e quando abbiamo finito di scrivere la sceneggiatura io ho sentito che sia Claudio che Michele avevano un po’ esaurito tutta la loro carica emotiva e tutta la loro energia. Non nascondo che sia io che gli attori avevamo bisogno anche di grande libertà, per cui né Claudio né Michele sono stati coinvolti nella realizzazione del film. Immagino Dario Aita, che interpreta appunto Claudio, recitare sul set con lo stesso Claudio che lo osserva… è una cosa difficilissima.

Tra l’altro gli somiglia molto.

Sì, abbiamo fatto un lavoro sui personaggi per rendere credibile il loro look senza fare forzature, ma soprattutto quello che ha fatto Dario, così come il lavoro che ha fatto Fabrizio, è stato di dare una caratteristica non mimetica o personale, ma credibile di queste personalità che sono opposte. La personalità di Pippo Fava e di Claudio Fava nel film sono opposte.

Nonostante la ricostruzione e l’ambientazione di quegli anni, come dicevo prima, si respira  un’atmosfera molto attuale e non è un caso visto che il problema esiste ancora.

Mi fa piacere quello che dici, perchè il progetto registico del film era questo. Io ho pensato fin da subito di accettare questa sfida – perchè non è semplicissimo fare un buon film con i tempi televisivi vigenti – per poter parlare anche del presente. Non ha alcun senso fare una ricostruzione di un fatto storico di questa natura, secondo me. È interessante – e c’è l’opportunità perchè è così nel cuore della storia – se noi parliamo dell’oggi. Ed è proprio per questo che io ho spinto molto per raccontare la storia attraverso il rapporto tra Pippo Fava e i carusi. E questo poi ha portato con sé anche delle scelte generali, cioè la fotografia del film, la musica, gli ambienti: tutto questo è stato pensato mescolando il passato con il presente, in modo tale che chi guarda il film non percepisce la distanza perchè quelle cose ci riguardano. E oggi ci riguardano molto di più di quanto noi possiamo immaginare. La lotta per la libertà di pensiero e per la libertà di stampa, e la libertà espressiva in generale che ha portato avanti Fava con i suoi ragazzi e le sue ragazze, è oggi più urgente che mai. Il giornalismo libero oggi è più necessario che mai. E quel modo di fare giornalismo che ti mette in pericolo, ma prima ancora di metterti in pericolo ti fa vivere nella più assoluta precarietà – queste persone non venivano pagate, se non in maniera molto episodica – oggi è tornato di estrema attualità. E noi ne abbiamo un estremo bisogno.

Dopo la messa in onda su RaiUno sono previste proiezioni atrove?

Il film innanzitutto passa su RaiUno, che è vista da milioni di persone, quindi spero che non scenda sotto il livello di guardia. Questo prevede il fatto che il film si continui a vedere, perchè se il film piace al pubblico resta sulle piattaforme della Rai e quindi è possibile vederlo gratuitamente. Poi verrà riproposto nel tempo, e questa per me è una garanzia molto importante per far vivere il film. Tieni presente che io il film l’ho pensato proprio in questi termini, l’ho pensato per i giovani, per i ragazzi. Noi sottovalutiamo la forza e l’energia dei ragazzi di oggi e penso che in quell’esperienza lì – l’esperienza di questi giovani straordinari che insieme a un mentore come è stato Pippo Fava hanno costruito il loro futuro e hanno trovato una strada per il loro futuro – penso che sia un racconto che possa continuare a vivere nel tempo.

Prima che la notte
Foto dall’ufficio stampa della RAI
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    Barbara Sorrentini
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Approfondimenti

Diario da Cannes 71 – Palmarès

Cannes 2018 - I premi in Italia

Un bel Palmarès, uscito da una bella giuria, in prevalenza femminile e presieduta da Cate Blanchett.

La Palma d’Oro al giapponese Kore-Eda Hirokazu è per un film delicato sui legami d’affetto famigliari reinventati, più importanti di quelli di sangue o per legge. Affari di famiglia è garbato, anche con i due bambini protagonisti.

L’Italia esce a testa alta, con il premio come miglio attore per Marcello Fonte, il protagonista di Dogman di Matteo Garrone e la miglior sceneggiatura ad Alice Rohrwacher per Lazzaro felice; in ex aequo con 3 faces di Jafar Panahi, il regista iraniano ancora sotto sequestro nel suo Paese.

Da aggiungere tra i premi italiani anche il miglior documentario per La strada dei Samouni di Stefano Savona e l’Europa Label per Troppa grazia di Gianni Zanasi, nella Quinzaine des Realizateurs.

Il Grand Prix a Spike Lee, per BlacKkKlansman il suo film importante e con taglio da intrattenimento che denuncia con fermezza il razzismo, tema sempre attuale in tutto il mondo.

Giusto il premio alla regia per Cold war di Pawel Pawlikowski e il Premio Speciale inventato appositamente per Jean-Luc Godard, per qualcuno che ha ridefinito e mandato avanti la cinematografia. Il Premio della Giuria è stato consegnato alla regista Nadine Labaki e al suo film Capharnaum dedicato all’infanzia abbandonata. Un tema ricorrente in questa settantunesima edizione, anche nel film kazako Ayka di Sergej Dvortsevoy, che ha portato il premio come miglior attrice alla protagonista Samal Yeslyamova.

Cannes 2018 - I premi in Italia

Diario da Cannes 71 – #10: applausi per Garrone

È stato accolto da un’ovazione in conferenza stampa, Marcello Fonte, il protagonista di “Dogman”, che interpreta liberamente er Canaro nel film di Matteo Garrone; più dieci minuti di applausi alla proiezione ufficiale.

Un personaggio che trasmette dolcezza e che rimane intrappolato nell’incubo di un altro”. Descrive così Matteo Garrone il suo protagonista, mosso da un desiderio di giustizia e non di vendetta; incapace di usare la violenza, che nel film viene trasmessa in modo più psicologico che splatter.

Garrone trova corretto il divieto del suo film ai minori di quattordici anni e ci tiene a ribadire, anche per non incorrere in questioni legali, che “Dogman” non è la storia vera del Canaro.

Quasi alla fine del concorso di Cannes 71, l’attesa è per il “Capharnaum”, il film di Nadine Labaki; terza regista donna in concorso su cui tutti gli occhi sono puntati.

Una scena del film Dogman

Diario da Cannes 71 – #9: Dogman di Garrone

Matteo Garrone è tornato a Cannes a tre anni dal “Racconto dei racconti”. Il suo nuovo film, già da oggi al cinema, è molto liberamente ispirato alla storia crudele e sanguinaria del Canaro. “Dogman” è ambientato alla Magliana, quartiere degradato di Roma e noto per la banda criminale che prende il suo nome e la storia prende spunto da quella nota, avvenuta nel 1988, quando Pietro De Negri detto er Canaro attirò nel suo negozio di toelettatura per cani il socio in malaffari ed ex pugile Giancarlo Ricci.

Matteo Garrone si concentra su luci, atmosfere livide, ricostruzioni da favola nera e costruisce un personaggio che, grazie alla bravura di Marcello Fonte è una specie di Candide o Buster Keaton, capace anche di gesti efferati.

In corsa per la Palma d’Oro, Garrone dovrà vedersela con Stephane Brizé, che ha commosso tutti con “In guerra”. Ancora un film sul lavoro, come “La legge del mercato” che nel 2015 fece trionfare il protagonista Vincent Lindon come miglior attore; e che rischia di fare il bis nei panni di un rappresentante sindacale in lotta per evitare il licenziamento dei lavoratori, a causa dell’assorbimento dell’azienda da parte di un gruppo tedesco.

Una storia comune che non passerà inosservata.

Matteo Garrone Dogman

Diario da Cannes 71 – #8: il giorno di Spike Lee

Atteso e più che riuscito il film in concorso di Spike Lee BlacKkKlansman. Un vero atto d’accusa al razzismo negli Stati Uniti e in tutto il mondo, in forma cinematografica. Confezionato con gli elementi sia dell’intrattenimento: ironia, uno stile apparentemente leggero, la musica black anni ‘70; ma anche con tutte le caratteristiche del cinema politico.

La storia vera del poliziotto nero infiltrato nel Ku klux Klan all’epoca della guerra in Vietnam e dei movimenti per il black power è il paradigma per leggere l’oggi.
Lo spiegano anche le immagini con le aggressioni dei suprematisti bianchi contro i neri in Virginia nell’estate del 2017.

C’è un tipo che non voglio nemmeno nominare, seduto alla Casa Bianca che non ha saputo dire una parola nella giusta direzione”. Ha detto Spike Lee a Cannes, riferendosi a come Trump non abbia mai condannato i gruppi razzisti e abbia accettato il loro sostegno. Inoltre ha insistito sul fatto che questa storia non riguarda solo l’America, “ma che rappresenta un problema globale che coinvolge tutti i paesi. Pensate a come vengono trattati in tutto il mondo i musulmani e i migranti“, ripete Spike Lee.

BlacKkKlansmam di Spike Lee

Diario da Cannes 71 – #7: uniti contro le molestie

È stato un momento importante in questo Festival di Cannes il primo incontro tra tutti i movimenti contro le molestie e per la parità di trattamento sul lavoro tra donne e uomini.

Una firma siglata tra i direttori di festival per impegnarsi ad aumentare la presenza di donne in ruoli rappresentativi, fino a portarla al 50X50 nel 2020. Presenti le italiane di Dissenso Comune guidate da Jasmine Trinca, le inglesi di Time’s Up, le americane di Me Too, le spagnole e molte altre delegazioni.

In concorso un altro bel film del giapponese Kore-Eda Hirokazu, noto per i suoi film dedicati ai bambini e ai contrasti con gli adulti. Affari di famiglia parla d due bambini presi in adozione da una famiglia sgangherata, ma senza autorizzazione dei servizi sociali. Legami che si creano per affetto e presenza costante. Come sempre struggente, con molta leggerezza.

Infine, in proiezione speciale il ricco e documentato film di Wim Wenders su Papa Francesco, ritratto di un uomo giusto che parla di diritti e solidarietà con il Vangelo in una mano e il mappamondo nell’altra.

Festival Di Cannes 2018: la protesta sul tappeto rosso

Diario da Cannes 71 – #6

Un manifesto politico, una fiaba sulla storia d’Italia degli ultimi 50 anni, una canzone”. Definisce così Alice Rohrwacher il suo film in concorso Lazzaro felice. Lavoratori dei campi, vittime di un grande inganno da parte di una proprietaria terriera (Nicoletta Braschi) che li fa lavorare come ai tempi della mezzadria. Praticamente schiavi è tra loro che vive Lazzaro, un ragazzo candido che attraversa due epoche.

Per la terza volta a Cannes, dopo Corpo celeste e il Premio della Giuria per Le meraviglie.

Appena finito di montare, il film soffre di una lunghezza non del tutto controllata, ma ha sala sua il valore di immagini che riportano a un mondo rurale e antico, fatto di fatica, ingenuità e contadini reali. Non a caso la regista avrebbe voluto mostrarlo a Ermanno Olmi. Perché i rimandi sono evidenti, così come al Novecento di Bernardo Bertolucci o a immagini che evocano le periferie di Pasolini. La metafora di un’Italia ancora divisa tra campagna e metropoli, tra corruzione e solidarietà, tra buoni e cattivi è chiarissima.

C’è una poetica in Lazzaro felice che non è sfuggita alla stampa straniera e un po’ meno a quella italiana. Ma questa regista meriterebbe un premio.

La conferenza stampa di Lazzaro Felice

Diario da Cannes 71 – #5

Come d’abitudine assente sulla Croisette, ma in collegamento FaceTime dalla Svizzera, Jean-Luc Godard fa parlare il suo film Le livre d’image, in gara nel concorso ufficiale. Ancora una volta un video saggio accompagnato dalla sua voce stanca e matura. Seguendo l’onda dei suoi documentari portati a Cannes negli ultimi anni: Film socialisme e Addio al linguaggio, in Livre d’image Godard continua a riflettere sul mondo, la politica e l’arte, raccogliendo immagini tratte dai film, girare e rielaborate o raccolte nei suoi archivi.

Filo conduttore è la questione morale e quanto poco venga presa in considerazione nel “supremo mondo occidentale”. Sempre nel concorso ufficiale è passato Gli eterni Jan-Zhang Ke del regista cinese già Leone d’oro per Still Life, intorno a una donna uscita dal carcere che va alla ricerca dell’uomo che ama e a cui aveva salvato la vita.

Infine, più che convincente El Angel dell’argentino Luis Ortega, sul bandito/serial killer che nel 1971, ancora adolescente ha compiuto i suoi crimini a Buenos Aires.

Diario da Cannes 71 – #4

Cannes scommette sul bianco e nero. Infatti i film più belli fin ora, non sono quelli a colori. Dopo il russo Leto, arriva il polacco Cold War del regista già Premio Oscar per Ida Pawel Pawlikowski. Alla fine degli ‘40 Zula e Viktor si incontrano, lui è direttore d’orchestra alle prese con la raccolta di musica tradizionale, lei cantante passata a un provino per il concerto di lui. Il contesto storico è quello della guerra fredda e prosegue fino a metà anni ‘60. La storia d’amore tra i due protagonisti si trova, si perde e si ritrova tra Varsavia e Parigi., tra artisti e dissidenti. È il film più applaudito fino ad ora.

Minore accoglienza per il film francese Scusami angelo di Christophe Honorè. Storie d’amore omosessuale nella Parigi anni ‘90, tra un drammaturgo e un ragazzino bretone, fino a sfiorare il dramma dell’AIDS. Con riferimenti a Querelle de Brest e riferimenti a Chiamami col tuo nome e Notti selvagge, ma c’è anche un po’ di Koltès. A un anno dal Premio qui a Cannes per 120 battiti al minuto, il film di Honorè non sembra avere quell’originalità, ma compensa con romanticismo e sentimentalismo. Intanto è passato il primo film italiano, in concorso alla Quinzaine des Realisateurs, La strada dei Samouni di Stefano Savona con disegni di Simone Massi. Un documentario che raccoglie le testimonianze filmate a Gaza dopo l’operazione Piombo Fuso.

Il poster di Cold War

Diario da Cannes 71 – #3

Leto in russo significa “l’estate”. Infatti di una stagione del 1983 a Leningrado, racconta il film di Kirill Serebrennikov. Il regista non ha potuto accompagnare il suo film a Cannes perché si trova a Mosca agli arresti domiciliari, con un’accusa di corruzione, contestata per la chiara volontà di punire un regista controcorrente. Ambientato sul finire dell’epoca di Brezneviana Leto segue le storie di due musicisti di una rock band, che prende ispirazione dalla scena musicale di quegli anni: da Lou Reed, a David Bowie, passando dai T-Rex ai Talking Heads. I due musicisti sono realmente esistiti e scomparsi prematuramente. Serebrennikov dedica loro immagini in bianco e nero, in stile nouvelle vague e con inserti moderni. Molto applaudito, come l’altro film in concorso Yomeddine dedicato a un uomo guarito e segnato dalla lebbra, che esce da adulto dal lebbrosario in cui era stato abbandonato da piccolo. Il suo ritorno a casa è in compagnia di un ragazzino che si fa chiamare Obama. Un film tenero, commovente e divertente, con il dito puntato contro l’abbandono di chi soffre.

Diario da Cannes 71 – #2

Il film Todos lo saben del regista iraniano Asghar Farhadi ha aperto Cannes 71. Premio Oscar con Il cliente, Farhadi è noto per i suoi affreschi sulle differenze sociali in Iran, mentre qui si sposta in Spagna, con ambizioni simili a quelle tipiche del suo cinema, ma conoscendo meno la materia L. Co-prodotto da Spagna, Francia e Italia il film si svolge in campagna, vicino a Madrid. Luogo in cui torna Laura (Penelope Cruz) per il matrimonio della sorella. Porta con se i figli, nella casa di famiglia, luogo in cui ritrova Paco (Javier Bardem), suo ex amore e figlio dell’antica servitù di famiglia. Con un tono che sfiora un po’ la telenovela, il film si trasforma in una sorta di noir, perdendo per strada pagine di sceneggiatura.

Diario da Cannes 71 – #1

L’edizione numero 71 del Festival di Cannes inizia, per la prima volta nella sua storia, con un giorno d’anticipo. Il motivo è per far vedere i film al pubblico prima che alla stampa, per evitare fughe di notizie. Di fatto cambierà poco, anzi aumenteranno le proiezioni, anche se nel frattempo si è inutilmente gridato allo scandalo, accusando il direttore Thierry Fremaux di voler mettere il bavaglio ai giornalisti. Oltre all’intensificarsi dei controlli anti-terrorismo per entrare praticamente ovunque, l’altro provvedimento che ha fatto storcere il naso è il divieto di selfie sul red carpet. “Sono stupidi e volgari – ha detto Fremaux – e rovinano la qualità della sfilata di attori e registi”. Provvedimento tacciato di snobismo e poco al passo con i tempi. Così come per l’esclusione dei film prodotti da Netflix. “Si viene qui per vedere i film, non per farsi vedere”, sempre per il no selfie. Tra le novità, nelle borse dei giornalisti, una cartolina che invita a chiamare il numero di un centralino antiviolenza, in caso si subissero molestie di tipo sessuale o se si fosse testimoni di abusi.

Festival di Cannes 2018

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    Barbara Sorrentini
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L’umanità spirituale di Ermanno Olmi

Il regista Ermanno Olmi

Tra la notte del 6 maggio e del 7 maggio, è morto ad Asiago il regista Ermanno Olmi. Aveva 86 anni, era nato il 24 luglio 1931 a Bergamo. Da tempo malato, venerdì era stato ricoverato per l’aggravarsi delle sue condizioni.

Nella sua cinematografia si trova di tutto, da L’albero degli Zoccoli che vinse la Palma d’Oro a Cannes nel 1978, e in cui il regista bergamasco tesse un canto alla civiltà contadina, alla fatica e all’umiltà. A Il posto, sulla quotidianità impiegatizia, conosciuta in ufficio a Milano, dove si era trasferito con la famiglia nel 1933, per il lavoro del padre ferroviere.

Un’ infanzia passata tra il mondo operaio della periferia milanese e quello contadino, nella campagna bergamasca, come spesso raccontava e ha tradotto in immagini nel suo cinema. Il lavoro, l’umiltà e la riflessione religiosa. Era cresciuto in un ambiente molto cattolico, che l’ha portato a riflettere su questi temi per tutta la vita, alla ricerca di un senso umano e caritatevole in senso laico.

I documentari per la Edison-Volta sono una testimonianza su lavoro e progresso; mentre film come Il villaggio di cartone e Centochiodi uniscono solidarietà, accoglienza e umanità cercata tra le parole del Vangelo.

L’arte visiva e decirata di film come Cantando dietro i paraventi, Lunga vita alla signora, Il mestiere delle armi; la disperazione e la saggezza elargita nella Leggenda del santo bevitore.

E più recentemente la durezza e il dolore vissuto dai giovani soldati durante la guerra in Torneranno i prati.

Il suo ultimo film è un documentario è del 2017 Vedete, sono uno di voi, dedicato a Carlo Maria Martini, in cui il Ermanno Olmi prestava la sua voce da narratore per ragionare sulla morte e sulla malattia, attraverso la vita di Martini, così vicina alla sua e alle grandi riflessioni sul cattolicesimo, religione e laicità.

Nonostante le lunghe malattie, anche invalidanti, e i momenti di depressione, Olmi non ha mai smesso di studiare e fare film, abbandonandosi a una comunicazione sempre molto leggera e con toni più vicini all’infanzia per parlare di argomenti profondissimi.

Come in questa intervista, raccolta una anno fa.

Ermanno Olmi su Martini

Nel marzo 2012 avevamo incontrato Ermanno Olmi all’Auditorium San Fedele, in occasione della proiezione del documentario Milano ’83, film dedicato alla città di Milano e tenuto per anni in un cassetto. <<E’ stato censurato dalla nomenclatura socialista – diceva più o meno scherzando Ermanno Olmi>>.

Ermanno Olmi_12 marzo12

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    Barbara Sorrentini
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Nella corte orgiastica di Lui

Non è possibile parlare della prima parte del nuovo film di Paolo Sorrentino a caldo e, soprattutto, senza aver visto la seconda Loro 2 che uscirà al cinema il 10 maggio. Cominciamo con Loro 1, dove Loro è la corte di Lui aka Silvio Berlusconi e iniziamo col dire che dalla visione di questi primi 100 minuti si esce frastornati, indignati, stanchi, con voglia di litigare con qualcuno e anche un po’ schifati. Certo, perché prima di arrivare al volto gommoso e truccato di Toni Servillo che si muove allegramente nella sua villa in Sardegna, ascoltando e deridendo la colta saggezza dell'(ex) moglie Veronica Lario (perfetta l’attrice Elena Sofia Ricci), bisogna attraversare un purgatorio orgiastico di ragazze che mercificano il proprio corpo per toccare con mano un’idea di potere, scambi di denaro, corruzione, sesso, voyeurismo, machismo e molto squallore.

Passata la frustrazione di essere stati presi in ostaggio da scene convulse, umilianti, esplicite e talvolta pornografiche, prive di una traccia narrativa e che senza dubbio presuppongono uno sforzo e una visionarietà registica non da poco e che Paolo Sorrentino ha dimostrato più volte di possedere, ci si può abbandonare serenamente a un tentativo di lettura di ciò che si è visto.

Quelle immagini portano con sé vent’anni di non politica, di una deriva culturale irreversibile dalla quale non ci siamo ancora liberati, di decadenza intellettuale di un Paese affondato nell’individualismo, nella corsa all’oro (Loro -suggerisce Sorrentino- si può leggere anche L’Oro), nell’indifferenza e che oggi si traduce con il ritorno di un becero razzismo e delle destre.

<<Attraverso una composita costellazione di personaggi, Loro ambisce a tratteggiare, per squarci o intuizioni, un momento storico definitivamente chiuso che, in una visione molto sintetica delle cose, potrebbe definirsi amorale, decadente, ma straordinariamente vitale.>> Ha scritto Sorrentino nelle sue note di regia.

Portare al cinema concetti simili è più complicato che scriverlo. Lo aveva fatto Nanni Moretti con Il Caimano, in modo chiaro ed efficace, in una fase ancora calda del Berlusconismo. Era il 2006, poco prima della fine del suo governo. E con quel finale tra fiamme e macerie Moretti ci aveva visto lungo. Il film di Paolo Sorrentino nasce in un momento in cui l’uomo Berlusconi si pensava finito e messo da parte, tant’è che molti si chiedevano che senso avesse parlare ancora di lui. E invece Loro arriva al cinema con un tempismo che ne smentisce il tramonto.

<<E Loro ambisce altresì a raccontare alcuni italiani, nuovi e antichi al contempo. Anime di un purgatorio immaginario e moderno che stabiliscono, sulla base di spinte eterogenee quali ambizione, ammirazione, innamoramento, interesse, tornaconto personale, di provare a ruotare intorno a una sorta di paradiso in carne e ossa: un uomo di nome Silvio Berlusconi – prosegue Sorrentino – Questi italiani, ai miei occhi, contengono una contraddizione: sono prevedibili ma indecifrabili. Una contraddizione che è un mistero. Un mistero nostrano di cui il film prova a occuparsi, senza emettere giudizi, mosso solo da una volontà di comprendere.>>

Come molti hanno suggerito, il film poteva essere condensato in uno solo, come gli aveva chiesto Thierry Fremeaux, direttore del Festival di Cannes, per invitarlo Fuori Concorso, ma il regista al momento ha declinato l’invito.

Probabilmente dopo Young Pope il regista ha voluto provare a “serializzare” un lungometraggio. Come era stato per La meglio gioventù, Il Che o Carlos. Per citare dei precedenti.

Ci vuole un certo coraggio per affrontare tutto questo, sapendo di correre il rischio di dividere il pubblico, di far arrabbiare molta gente, producendosi da soli nonostante un Oscar per La grande bellezza, il Premio della Giuria di Cannes per Il Divo e numerosi riconoscimenti internazionali. Dovuti anche alla efficace fotografia di Luca Bigazzi, che in Loro1 adegua il contrasto di luci e ombre, in base alle esigenze narrative.

E a Sorrentino, che piaccia o meno, bisogna riconoscere la capacità di aver creato uno stile che prima in Italia, e anche a livello internazionale, non c’era. Non a caso è molto criticato, eppure porta la gente in sala. Il cinema è, dovrebbe essere, arte e Sorrentino quello fa. Film come Il Divo come L’uomo un più, Le conseguenze dell’amore, Youth, La grande bellezza, sono stati amati e odiati. Bello quando il cinema arriva a questo, significa che funziona. Sorrentino, ha sempre rischiato sulla sua pelle, ha vinto un Oscar e Loro1 è andato in vetta agli incassi nei primi giorni d’uscita.

Quindi un consiglio: aspettatiamo la seconda parte e valutiamolo nella sua complessità, considerando che in Italia un operazione così, totalmente autoprodotta, con il rischio di attirare insulti e dibattiti accesi è una rarità. È apprezzabile il fatto che Paolo Sorrentino, potendoselo permettere, abbia rischiato. Il coraggio in Italia non ha più nessun valore, ben venga che ci sia qualcuno che vada ancora in quella direzione.

In ogni caso, tornando al Festival di Cannes, è quasi certo che il rifiuto di ospitarlo nella sua interezza abbia a che vedere con l’esasperazione di quella prima parte insistente e ossessiva, che mortifica e umilia l’immagine femminile, fino a renderla merce non esportabile.

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    Barbara Sorrentini
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6° Festival dei beni confiscati alle mafie

Come ogni anno torna il Festival dei beni confiscati alle mafie. Giunta alla 6a edizione, la manifestazione diretta da Barbara Sorrentini e con la media partnership di Radio Popolare, di svolgerà dal 11 al 16 aprile 2018 a Milano.

Lo scopo dell’iniziativa, nata nel 2012 dall’Assessorato alle Politiche Sociali del Comune di Milano, è sensibilizzare la cittadinanza sull’azione di contrasto alle mafie a Milano e in Lombardia.

Nelle giornate di Festival i beni, di differenti dimensioni, capienze e storie, diventano luoghi che ospitano incontri, spettacoli, musica, proiezioni, presentazioni di libri e attività per bambini. E molte iniziative sono finalizzate alla diffusione della cultura della legalità nelle scuole.

Scrittori, attori, magistrati e politici attivi nella lotta contro la mafia anche in questa edizione danno il loro contributo.

L’apertura mercoledì 11 aprile ore 18 in via Paisiello 5, dove il consorzio Area Solidale Onlus gestisce una ciclofficina, con l’incontro dal titolo “La lunga marcia della verità” dedicato ad Umberto Mormile, educatore del carcere di Opera ucciso dalla ‘ndrangheta nel 1990. A raccontare la sua storia ci saranno anche il fratello Stefano e Salvatore Borsellino, fratello del magistrato Paolo ucciso dalla mafia nel 1992. Tra gli appuntamenti in programma, venerdì 13 aprile alle 18, il Sindaco  Giuseppe Sala parteciperà all’inaugurazione del nuovo spazio gestito dall’associazione Mamme a Scuola in un bene confiscato in via Varesina 66 per raccontare com Milano opera sul contrato alle mafie: partecipano Pierfrancesco Majorino, Nando dalla Chiesa, David Gentili, Lucilla Andreucci e Barbara Sorrnetini,

Tra gli appuntamenti di sabato 14 aprile, anche le presentazioni dei libri: alle 10.30 Largo F.lli Cervi 1 presso la Coop. Sociale Comin  “Il caso Kellan” di Franco Vanni e alle 20.30 “La mafia dopo le stragi” di Attilio Bolzoni con la partecipazione di Franco La Torre. Alle 18.30 in Viale Monte Santo 10 GOEL – Gruppo Cooperativo / showroom CANGIARI “Follia maggiore” di Alessandro Robecchi , che dialogherà con Roberto Cornelli.

Alle 20.30 del 15 aprile nello spazio di via Curtatone 12 ci sarà l’antepirma del film “Nato a Casal di Principe” alla presenza del regista Bruno Oliviero con l’attrice Donatella Finocchiaro.

Tutti gli eventi del 6° Festival dei Beni Confiscati alle Mafie sono ad ingresso libero ad eccezione di quelli dove in programma è indicata la prenotazione.

Il programma è scaricabile qui

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    Barbara Sorrentini
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Matt Damon si fa piccolo per salvare il pianeta

Arriva nelle sale Downsizing-Vivere alla grande di Alexander Payne, il film che aprì Venezia 74 e che riprende un tema caro al regista di Sideways e Paradiso amaro, approfondendolo con soluzioni bizzarre ma non del tutto assurde. Si parla di ambiente, nell’era di Donald Trump e delle folli decisioni di non aderire più ai Trattati sul Clima di Parigi, cercando alternative per arginare i danni a un pianeta troppo popolato e già molto a rischio di estinzione.

L’idea geniale e risolutiva è di uno scienziato norvegese, che scopre il modo di rimpicciolire il genere umano fino a 12 centimetri, per ottenere più spazio e meno produzione di inquinamento. Il tre per cento della popolazione aderisce al progetto, prestandosi a ridurre il proprio corpo, la dispersione energetica e le proprie spese, diventando molto più ricco e realizzando il sogno di possedere beni.

Il protagonista Matt Damon (con lui Christoph Waltz e l’attrice Hong Chau) si trova a ricominciare una nuova vita in una società lillipuziana dopo aver abbandonato amici e parenti di dimensioni normali. Un film scritto con un incastro perfetto e che mescola commedia, fantascienza, dramma e politica partendo da un contesto sociale realistico, invitando a una riflessione sui nostri comportamenti quotidiani.

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    Barbara Sorrentini
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Gli inganni della storia e i guardiani della democrazia

Con uno dei manifesti più belli della storia del cinema di questi ultimi anni, un’estetica che richiama mettendo insieme i grandi film del passato e il cinema politico anni ’70, con un’attrice e un attore che quasi tutti amano senza condizioni, un senso civile e sano che non si vedeva da tempo, arriva “The Post”.

“La libertà di stampa è un diritto che consente ai giornalisti di essere i veri guardiani della democrazia”.

Parole di Steven Spielberg, pronunciate a Milano per presentare il suo ultimo film “The Post”, con Meryl Streep e Tom Hanks, rispettivamente nei panni di Katharine Graham e Ben Bradlee, la proprietaria e il direttore del Washington Post. Ambientato nel 1971, prevalentemente nella redazione del WP, nel periodo in cui il quotidiano americano decise di pubblicare la relazione top secret di 7.000 pagine, che raccoglieva le dichiarazioni segrete del Governo Americano sulla guerra in Vietnam. In particolare il documento stilato dall’allora Segretario alla Difesa Robert McNamara “Storia delle decisioni U.S. In Vietnam, 1945-1966”.

Una storia di famiglia quella del Washington Post: un piccolo quotidiano locale che cercava di competere con il più apprezzato Washington Star, ereditato dal padre da Katharina Graham, che lo affidò alla guida del marito fino alla sua morte prematura, per poi riprenderne le sorti con un Consiglio d’Amministrazione conservatore e dagli orizzonti limitati. Poi, con la direzione dell’ambizioso e tenace Ben Bradlee e lo scoop dei Pentagon Papers, deciso con inaspettato coraggio dalla proprietaria, il Washington Post ha intrapreso la strada del successo, con lo svelamento dello Scandalo Watergate, già portato al cinema efficacemente da Alan J.Pakula nel 1976 con “Tutti gli uomini del Presidente” interpretato da Robert Redford/Bob Woodward e Dustin Hoffman/Carl Bernstein e da cui Spielberg prende in prestito l’estetica dell’ambientazione.

Il film mette al centro della storia la lotta per la libertà di informare, dettata dal 1° Emendamento della Costituzione Americana.

Un altro fatto storico che vede coinvolto il Governo Americano, dopo il precedente “Il Ponte delle Spie” e che Spielberg riassume così: “Quando Nixon riuscì a vietare la pubblicazione dei Pentagon Papers sul New York Times, dopo la primissima uscita dei documenti e prima della rivelazione del Washington Post, fu un fatto inaudito. Oggi, con Trump Presidente, ci troviamo in una situazione molto simile a quella di allora, per questo è importante far riemergere quei fatti. I numeri relativi alle violazioni del diritto di informazione, oggi ci dicono che siamo vicini ad allora”.

Infatti “The Post” ha avuto molto sostegno da parte della stampa che ogni giorno lotta contro la disinformazione e a quel continuo definire “fake news” ogni pezzo che non piace a Donald Trump.

Un altro aspetto fondamentale del film è dedicato alla figura di Katharina Graham.

“Questa donna è riuscita a farsi avanti in un momento storico molto maschilista, governato da uomini, tutti bianchi e in cui le donne stavano a casa o facevano al massimo le segretarie, lei è riuscita ad andare avanti, sfidando Nixon e tutto il sistema nonostante le minacce”. Spiega Meryl Streep, descrivendo il suo personaggio. “Katharine Graham è molto importante per questo secolo, ha anche vinto un Pulitzer con la sua biografia. Questa donna dimostra che il coraggio si può apprendere. Noi non lo stiamo insegnando alle nostre ragazze, dobbiamo iniziare a insegnare il coraggio”.

Anche Tom Hanks insiste sulla parola coraggio, che decisamente non mancava al suo protagonista Ben Bradlee e ancora meno a Daniel Ellsberg, colui che aveva in mano i documenti segreti: aveva lavorato con lo Stato e il Governo, era stato in Marina come soldato giornalista e a un certo punto ha deciso di rompere il silenzio trafugando i documenti. Prima passandoli a Neil Sheehan del NYT a cui era stato vietato di pubblicare e poi al WP, che invece ha fatto di tutto per pubblicarli, compresa una battaglia legale con la Corte Suprema, per mettere la verità al primo posto rivelando che quattro Presidenti avevano mentito agli americani sulla guerra in Vietnam. “Il grande Bradlee – dice Tom Hanks – era molto competitivo, si batteva con passione per ottenere non ‘una’ storia ma ‘la’ storia. Nel giugno del 1971 il Washington Post era in competizione con il Washington Star che era il numero uno locale. E l’idea che il New York Times avesse una storia unica faceva impazzire Ben. Una delle scene più divertenti è quando in un incontro del Consiglio del giornale dico ‘Noi siamo gli ultimi a casa nostra’”.

Infine, Meryl Streep ricorda il momento in cui Spielberg le ha mandato la sceneggiatura. “Mancavano sei giorni alle elezioni Presidenziali e questa ci sembrava una storia un po’ datata, ormai superata. Le donne avevano fatto enormi passi avanti, avevamo una donna candidata Presidente che sicuramente avrebbe vinto, l’informazione sembrava essersi liberata. Poi ci sono state le elezioni. Tutto è cambiato e noi ci siamo trovati a riflettere su quanta strada non abbiamo fatto”.

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    Barbara Sorrentini
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Uno sguardo dal camper sull’America

Lo sguardo di Paolo Virzì sull’America di oggi. O meglio, su quella dei mesi in cui si svolgeva la campagna elettorale per il nuovo presidente degli Stati Uniti, perché il film è stato girato nel 2016. Ma è un caso che durante le riprese ci fossero in giro gruppetti inneggianti a Trump, come quello che si vede in una scena del film. Il coautore Stephen Amidon diceva a Paolo Virzì che non avrebbe avuto senso riprendere i supporter di Trump, perché quando il film sarebbe uscito nessuno si sarebbe più ricordato di quel candidato scriteriato. “Ovunque c’erano poster e cartelloni di entrambi i candidati – racconta il regista – ed era inevitabile presagire che l’estate del 2016 sarebbe stata storica. Quel che stava accadendo mi sembrava fosse molto significativo e che avesse a che fare con la storia dei nostri due personaggi, che attraversano un’America che non riconoscono più e dalla quale sembrano volere scappare per sempre. Così ho girato quella scena”. E ha fatto bene.

Ella & John, accolto con grande entusiasmo nel concorso di Venezia 74 e al cinema, segue l’ultimo viaggio in camper di due coniugi anziani: Ella, malata di tumore (Hellen Mirren) e John, colpito da un male che gli ha tolto quasi competamente la memoria, tranne qualche piccolo sprazzo qua e là (Donald Shuterland).
“Nel copione non abbiamo mai menzionato la parola Alzheimer, temevamo di andare a cacciarci in un cliché – spiega Virzì. Ella la definisce ‘problemi di memoria’, i figli come ‘momenti tutti suoi’. Tra di noi chiamavamo la condizione mentale di John la Spencer Syndrome, confortato dai pareri dei neurologi che testimoniano come ogni individuo manifesti a modo suo un’eventuale degenerazione mentale”.

Tratto dal libro “In viaggio contro mano” di Michael Zadoorian, il film è scritto con Francesca Archibugi, Francesco Piccolo e Stephen Amidon, già autore di Il Capitale Umano, un supporto prezioso per far emergere la cultura americana accanto alla scrittura che arrivava dall’Italia.

Un film divertente e commovente, che affronta con leggerezza temi importanti e delicati come la malattia, il tempo che passa, il fine vita e la libera scelta. Una fuga per le strade d’America, scappando da figli e terapie, tra campeggi, laghetti, paesi di provincia, fanatici di Trump, personaggi mediocri o improbabili e sbandierando una passione letteraria per Hemingway e Joyce.

Quelle della coppia sono due figure complementari, che nel tratto finale della propria vita scelgono di viaggiare rifiutando cure mediche e ospedalizzazione, a costo di deludere le aspettative dei figli. Se Zadoorian nel libro faceva viaggiare i suoi protagonisti sulla mitica Route 66, partendo dai sobborghi di Detroit verso la California, Virzì preferisce cambiare percorso per evitare di cadere in cliché turistici o da cartolina. “Trovai nel libro uno spirito sovversivo, di ribellione contro l’ospedalizzazione forzata stabilita da medici, figli, regole sociali e sanitarie. Ma nello stesso tempo mi sembrava che quel viaggio ripercoresse un paesaggio già molto visto in tanti altri bei film. Per questo ho cambiato il percorso del viaggio e il profilo socio-culturale dei personaggi: un ex professore di letteratura del New England, con una moglie poco più giovane che viene dal South Carolina, diretti alla casa di Hemingway a Key West”.

Una storia d’amore infinita, come la descrive Virzì, in cui lo scambio è nello starsi addosso, nel riconoscere i limiti che la vecchiaia impone e accettarli, un microcosmo che esclude tutto il resto. Ed è qullo che si crea in quel vecchio camper, il Leisure Seeker, in cui anche la troupe viaggiava stretta per non perdere la verità del momento.

Con la stessa accuratezza scientifica e narrativa di La pazza gioia, Paolo Virzì esplora l’animo umano, con la tenerezza, la saggezza e il coraggio di chi non ha più niente da perdere. Un film commovente, che tocca la vita di tutti, con due attori sublimi e autentici. Supportato dalla fotografia di Luca Bigazzi che riesce a trasferire la luminosità di un certo cinema americano, dai road movie al cinema politico anni ’70, all’interno di un camper.

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    Barbara Sorrentini
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La verità a Hollywood

Confesso che non sono in grado di esprimere un giudizio riguardo al caso Weinstein, se non quello di provare solidarietà e pena per le ragazze che ne sono state vittima, evidentemente sotto ricatto psicologico. E sinceramente non voglio nemmeno esprimere un giudizio ma riflettere sui commenti girati sui social, anche molto livorosi e rabbiosi nei confronti di Asia Argento. Peraltro ho trovato la sua intervista a La Stampa molto sincera e obiettiva. Mi ha colpito quando dice, in sintesi: “Mi sento in colpa per non aver detto di no, per non essere scappata diventando così una vittima”. Nel suo caso, l’Argento riconosce un errore, per paura di compromettere la propria carriera di attrice e di regista (trattandosi di un produttore di tale levatura, non è un dettaglio). Perché è vero, in casi come questo, una donna può anche scegliere di non diventare vittima, ma il prezzo da pagare spesso è troppo alto. E bisogna essere molto forti per liquidare una proposta sessuale sul posto di lavoro come l’atteggiamento di un pervertito.

Qui nel ‘primo mondo’ se pensiamo alle donne vittime della violenza maschile, ci vengono in mente le spose bambine, le ragazze messicane stuprate e uccise, le immigrate costrette a prostituirsi, le donne stuprate durante la guerra nella ex Jugoslavia, le femmine denudate e violate durante le dittature di Cile e Argentina. E si potrebbe andare avanti con un elenco infinito.

Oppure, tutti quei crimini a sfondo sessuale ad opera di psicopatici seriali, così ben raccontati peraltro da film americani come “Tre manifesti a Ebbing, Missouri”, in cui una madre cerca giustizia per la figlia stuprata e bruciata o “Mystic River”. E anche qui l’elenco, soprattutto nel cinema americano, è lunghissimo.

Ma tornando ad Harvey Weinstein. Posto che molte delle donne che sono finite tra le sue grinfie non hanno denunciato per paura di perdere il lavoro, di essere annientate, di subire ritorsioni (non è difficile immaginare i motivi, anche se si tratta di Hollywood, sempre di lavoro, reputazione e dignità si tratta) è incredibile che nessuno si fosse mai accorto di niente. Ora tutti dicono che si sapeva, ma perché nessuno, magari meno coinvolto in prima persona, non ha denunciato?

Questa è una macchia irreparabile per tutto il sistema cinema hollywoodiano. Quanti film abbiamo visto che denunciano l’atteggiamento maschilista dei produttori americani nei confronti delle donne, a partire da Woody Allen, e che evidentemente tentavano di raccontare cosa succede dietro le quinte? E forse non è un caso che tutta l’inchiesta sia partita dalle pagine del New Yorker a firma di Ronan Farrow. La stessa Asia Argento ha sempre ammesso che nel suo film “Scarlet Diva”, la scena delle molestie da parte del produttore è autobiografica. E allora qual è il punto?

Presto uscirà il bellissimo film “La battaglia dei sessi”, di Jonathan Dayton e Valerie Faris (“Little Miss Sunshine”) sulla rivalità tra i due campioni del tennis Bobby Riggs (Steve Carell) e Billie Jean King (Emma Stone) e la sfida sportiva tra un uomo e una donna più agguerrita e rappresentativa d’America, per affermare la parità di diritti e di compensi nei campionati tra uomini e donne. Era il 1973 e intorno a questo episodio, importantissimo per le battaglie femministe e dei diritti LGBT, viene rappresentato in modo terribilmente efficace il maschilismo e la violenza ideologica e verbale degli uomini nei confronti delle donne. Quello che è successo realmente a Hollywood è figlio di quel retaggio.

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    Barbara Sorrentini
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Leone d’Oro a Del Toro

Leone d’oro a “The Shape of Water” del regista messicano Guillermo del Toro e alla sua storia ambientata nel 1962 in una base spaziale americana dove viene tenuto nascosto un mostro dalle fattezze umane, ricoperto di squame e in grado di comunicare con una ragazza muta (Sally Hawkins da premio) che fa le pulizie nel laboratorio.

Come da previsione premiato, per la miglior sceneggiatura, anche “Tre manifesti a Ebbing, Missouri” di Martin McDonagh, il film più amato da critica e pubblico, un po’ noir è un po’ commedia, con la bravissima Frances McDormand, una madre in cerca di verità e giustizia sull’omicidio con stupro della figlia.

Un verdetto pieno di sorprese, forse anche per la presenza di quattro attrici in giuria, a partire dalla presidentessa Annette Bening, Jasmine Trinca, Rebecca Hall e Anna Mouglalis.

La sorpresa più grande è il Leone per la miglior regia, oltre al Leone del futuro/Premio De Laurentiis a Xavier Legrand per “Jusqu’à la grande”. Un’opera prima sulla separazione di una coppia, con una causa per l’affido del figlio minorenne per le violenze che la madre ha subito dal marito.

Il Leone d’argento è andato a “Foxtrot” del regista israeliano Samuel Maoz, già vincitore di un Leone d’oro nel 2009 con “Lebanon”, ma questa volta con un film molto criticato, sulle coincidenze e la morte ambientato tra un appartamento e un check-point.

Sorprese giuste anche per le Coppe Volpi. Quella per la miglior attrice è stata consegnata a Charlotte Rampling per “Hannah” donna solitaria e malinconica diretta dall’italiano Andrea Pallaoro in una sorta di monologo interiore, fatto di silenzi.

E quella per il miglior attore, meritatissima, nonostante le interpretazioni di Donald Shuterland nel film di Paolo Virzì (ingiustamente trascurato) e di Ethan Hawks in “The first reformed” di Paul Shrader, all’attore palestinese Kamel El Basha. È uno dei due protagonisti di “The insult” del regista libanese Ziad Doueiri (ex operatore di Quentin  Tarantino).

Dunque, nella stessa cerimonia, premi a un israeliano, a un libanese e a un palestinese. Sarà solo un caso?

Tornando alle sorprese, il Premio Speciale della Giuria lo ha ricevuto “Sweet Country” del regista australiano Warwick Thornton, una sorta di western ambientato nel 1929, sulla storia di Sam, un aborigeno custode di bestiame costretto a scappare con la moglie incinta, per non subire più le angherie razziste del suo padrone.

Da segnalare il Premio Mastroianni per il miglior attore esordiente a Charlie Plummer, l’adolescente orfano in fuga per le strade d’America nel commovente “Lean on Pete” di Andrew Haigh e il Premio per il miglior film nella sezione Orizzonti a “Nico, 1988” di Susanna Nicchiarelli.

 

 

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    Barbara Sorrentini
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Il paradiso in terra di Kechiche

Abdellatif Kechiche è tornato a Venezia, a dieci anni dal Gran Premio della Giuria per “Cous Cous” e a sette da “Venere Nera”. Nel frattempo ha vinto la Palma d’Oro con “La vita di Adele”, che dice di aver venduto per produrre il suo ultimo film.

“Mektoub, my love: Canto Uno” arriva dopo gli attenti di Parigi e di Nizza. Non è indispensabile saperlo, ma può essere utile per capire meglio questo film immenso, anche se il film è ambientato negli anni ’90 e forse c’è anche qualche spunto autobiografico pur essendo tratto da un libro di François Begaudeau (già autore del libro autobiografico da cui Laurent Cantet aveva tratto il film ” La classe” che vinse la Palma d’oro).

Mektoub in arabo significa destino. Tutto si svolge in un’estate vicino a Marsiglia, dove il giovane Amin (Shaïn Boumedine), studente di sceneggiatura a Parigi, torna per le vacanze. È la città in cui è cresciuto e in cui vive la sua numerosa famiglia. Amin frequenta e osserva gli amici della sua infanzia, tra spiagge, amori, danze, bevute e risate. E passa molto tempo con Tony, il cugino rubacuori che ha fatto innamorare la più cara amica di Amin, oltre a molte ragazze lì in vacanza.

In tre ore di film Kechiche si sofferma a lungo sulle scene corali, sugli sguardi, sui corpi, sui singulti in un flusso di emozioni travolto da parole, che riprendono il linguaggio vivo e carnale di “Cous Cous”, “La vita d’Adele” e “La schivata”.

La grande famiglia di Amin è la comunità magrebina, tutti i ragazzi sono di seconda generazione, soprattutto maschi, assetati di vita, di amore e di incontri con le coetanee figlie di francesi. Nessun ‘radicalizzato islamico’ in questo film e forse il film è rivolto anche i giovani, ora di terza generazione, che procurano la morte ad altri, e a se stessi, pensando di trovare il Paradiso, come gli raccontano. Ma il paradiso è qui, sembra dire loro Kechiche, dove l’amore è l’arma più forte.

Ascolta la corrispondenza a Cult su “Mektoub, My Love: Canto Uno”.

 

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    Barbara Sorrentini
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L’America di Paolo Virzì

Lo sguardo di Paolo Virzì sull’America di oggi. O meglio, su quella dei mesi in cui si svolgeva la campagna elettorale per il nuovo Presidente, perché è stato girato nel 2016.

“The leisure seeker”, accolto con grande entusiasmo nel concorso di Venezia 74, segue l’ultimo viaggio in camper di due coniugi anziani: Ella, malata di tumore (Hellen Mirren) e John, colpito dall’alzheimer (Donald Shuterland).

Una fuga per le strade d’America, scappando da figli e malattie, tra campeggi, laghetti, paesi di provincia, fanatici di Trump, personaggi mediocri o improbabili e sbandierando una passione letteraria- John era professore- per Hemingway e Joyce.

Con la stessa accuratezza scientifica e narrativa di “La pazza gioia”, Paolo Virzì esplora l’animo umano, con la tenerezza, la saggezza e il coraggio di chi non ha più niente da perdere.

Un film commovente, che tocca la vita di tutti, con due attori sublimi e autentici. Supportato dalla fotografia di Luca Bigazzi che riesce a trasferire la luminosità di un certo cinema americano, dai road movie al cinema politico anni ’70, all’interno di un camper.

Tratto dal libro “In viaggio contro mano” di Michael Zadoorian, il film è scritto con Francesca Archibugi e Stephen Amidon, già autore di “Il capitale Umano”.

 

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    Barbara Sorrentini
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Matt Damon si fa piccolo per salvare il pianeta

“Downsizing” di Alexander Payne, il film d’apertura di Venezia 74, riprende un tema caro al regista di “Sideways” e “Paradiso amaro”, approfondendolo con soluzioni bizzarre ma non del tutto assurde. Si parla di ambiente, nell’era di Donald Trump e delle folli decisioni di non aderire più ai Trattati sul clima di Parigi, cercando alternative per arginare i danni a un pianeta troppo popolato e già molto a rischio di estinzione.

L’idea geniale è di uno scienziato norvegese, che scopre il modo di rimpicciolire il genere umano fino a 12 centimetri, per ottenere più spazio e meno produzione di inquinamento. Il tre per cento della popolazione aderisce al progetto, prestandosi a ridurre il proprio corpo, la dispersione energetica e le proprie spese, diventando molto più ricco e realizzando il sogno di possedere beni.

Il protagonista Matt Damon (con lui Christoph Waltz e l’attrice Hong Chau) si trova a ricominciare una nuova vita in una società lillipuziana dopo aver abbandonato amici e parenti di dimensioni normali. Un film scritto con un incastro perfetto e che mescola commedia, fantascienza, dramma e politica partendo da un contesto sociale realistico, invitando a una riflessione sui nostri comportamenti quotidiani.

Ascolta la corrispondenza a Cult dal Lido di Venezia (dal minuto 30′)  https://www.radiopopolare.it/podcast/cult-di-mer-3008-seconda-parte/

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    Barbara Sorrentini
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Radio Pop allo Spasimo di Palermo

Dal 3 al 9 luglio Radio Popolare è media partner del Sole Luna Doc Film Festival. L’associazione Sole Luna – Un ponte per le culture, già incontrata a Milano per il Festival dei Diritti Umani da 12 anni ha una sua selezione e rassegna a Palermo.

Film e documentari dedicati ai diritti umani e al viaggio, temi portanti di questa edizione, evidentemente molto legati all’attualità, con le storie dei migranti che attraversano il Mediterraneo in cerca di una vita dignitosa.

Le proiezioni si tengono nella splendida cattedrale a cielo aperto Santa Maria dello Spasimo, a pochi metri dall’affascinante Piazza Magione, in cui Falcone e Borsellino sono cresciuti (In Via della Vetriera c’è la casa natale di Paolo Borsellino) e adiacente a Piazza della Kalsa a pochi metri dal mare.

Oltre ai film ci saranno incontri sul tema dell’impiego e dell’inclusione sociale dei richiedenti asilo e delle attività culturali svolte all’interno d carcere dell’Ucciardone.

Radio Popolare seguirà l’iniziativa ogni giorno in diretta, con ospiti e registi intervistati dall’inviata Barbara Sorrentini.

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Informazioni e programma sul sito

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    Barbara Sorrentini
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Radio Pop al Festival Mix Milano

Ancora una volta Radio Popolare è al fianco del Festival Mix Milano, per la sua trentunesima edizione. Dal 15 al 18 giugno al Teatro Strehler film, documentari, cortometraggi e musica dedicati alla cultura LGBT e Queer.

Una programmazione varia e internazionale che contiene nel suo programma film premiati e passati da festival come la Berlinale. Tra questi Souvenir, il film d’apertura, diretto da Bavo Defurne con l’attrice Isabelle Huppert nei panni di un’impiegata in un’azienda che produce patè. E Chavela, il bellissimo documentario in anteprima di Daresha Kyi dedicato a Chavela Vargas, scomparsa a 93 anni nel 2012, cantante e artista adorata in Messico, amata da Frida Khalo e Ava Gardner, oltre che musa dui artisti e registi com Pedro Almodovar.

Tra i documentari in concorso ampia la selezione degli italiani, di cui si ascolteranno le interviste nelle trasmissioni Cult e Vogliamo anche le rose: Titta Cosetta Raccagni, Matteo Tortora, Alberto Amoretti, Veronica Vescio.

La scoperta della propria omosessualità, le figure delle drag queen, storie d’amore gay esemplari, i segreti e le rivelazioni sono alcuni dei temi portanti dei film che si vedranno in questa edizione del Mix.

Dopo Carmen Maura, Anna Mazzamauro, Sandra Milo, Franca Valeri, Lella Costa e molte altre icone, questo anno la Queen of Comedy è Serra Yilmaz, attrice di origini turche spesso presente nei film di Ferzan Ozpetek.

La Queen of Music è Malika Ayane, premiata in una sorta di anteprima del festival e di cui si può ascolate l’intervista.

Malika Ayane MIX

Il programma qui

Ascolta le presentazione di Festival Mix Milano di Debora Guma e Rafael Maniglia.

Debora e Rafael MIX

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    Barbara Sorrentini
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Osservare i migranti in realtà virtuale

Carne y arena è la toccante installazione video firmata dal regista messicano di film come Revenant, Babel, BirdmanBiutiful, Amores perros e vincitore di quattro Premi Oscar Alejandro Gonzalez Iñárritu.

Sette minuti di realtà virtuale per avvicinarsi e vivere da vicino quello che accade ai messicani che tentano di varcare il confine tra Messico e Stati Uniti. Vista in anteprima al Festival cinematografico di Cannes all’interno di un hangar a pochi chilometri dalla Croisette, in cui è stato ricostruito un pezzo di muro che spezza il confine e che accompagna lo spettatore fino all’interno di una specie di tendone da circo pieno di sabbia al suolo, dal 7 giugno 2017 al 15 gennaio 2018 l’installazione è ospitata dalla Fondazione Prada di Milano, che l’ha prodotta insieme a Legendary Enterteinment.

La visione in VR è un’esperienza individuale, si entra nell spazio deputato uno alla volta, dopo aver passato un gabbiotto e viene fatto indossare un casco, uno zaino e la maschera.

“Ho corso dei rischi a livello creativo – spiega Iñárritu – avventurandomi in territori che prima non avevo mai affrontato: sebbene siano entrambi prodotto audiovisivi, la realtà virtuale è tutto ciò che il cinema non è. Durante questa esperienza irreale ma realistica il nostro cervello si connette e i nostri sensi vengono messi alla prova”.

In effetti è un’esperienza molto forte, si assiste alla cattura di un gruppo di messicani che varcano la frontiera tra Messico e Stati Uniti. Siamo lì con loro sulle dune, tra i cactus, dal tramonto all’alba e si assiste all’arrivo degli elicotteri, alle minacce della Polizia, all’avvicinarsi dei cani. Si sente il freddo del vento, il profumo della poca vegetazione e poi i rumori fortissimi, le urla della gente che cerca di scappare. C’è anche un bambino piccolo nella realtà virtuale.

Interessante l’intento di Iñárritu di rispondere ai muri di Trump con le immagini reali e trascinanti, proponendo un tema che il regista ha sempre tenuto a diffondere, ora più che mai. Le emozioni che passano in quei sette minuti sono tante e potenti: dai rumori alle sensazioni fisiche e visive. Si esce frastornati e la fotografia di Emmanuel Lubezki aumenta l’intensità cinematografica e realistica dell’opera.

“Nel corso degli ultimi quattro anni, mentre l’idea di questo progetto si formava nella mia mente, ho avuto il privilegio di incontrare e intervistare molti rifugiati messicani e dell’America centrale. Le loro storie sono rimaste con me e per questo motivo ho invitato alcuni di loro a collaborare – racconta Iñárritu. La mia intenzione era di sperimentare con la tecnologia VR per esplorare la condizione umana e superare la dittatura dell’inquadratura, attraverso la quale le cose possono essere solo osservate e reclamare lo spazio necessario al visitatore per vivere un’esperienza diretta nei panni degli immigrati, sotto la loro pelle e dentro i loro cuori”.

Il viaggio virtuale termina con l’ascolto di alcune storie raccontate in prima persona dai migranti che il regista ha incontrato per realizzare Carne y arena: “Qui non ci sono attori. Queste sono storie vere reinterpretate dalle persone che le hanno vissute. Persino alcuni degli indumenti indossati per l’installazione sono gli stessi che portavano attraversando il confine”.

Questo progetto di Iñárritu su Milano, si affianca a quello di portare in città il relitto del barcone naufragato nel 2015 al largo della Libia portando con sé centinaia di migranti, poi recuperato dalla Marina Militare italiana.

Prenotazioni solo online

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    Barbara Sorrentini
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Una palma d’oro che fa ridere

Palma d’oro a sorpresa a “The Square” di Ruben Ostlund, il regista svedese già conosciuto per “Forza maggiore” e che ha vinto con un film divertente che descrive il cinismo di un gallerista d’arte, costretto a fare i conti con una serie di sfortune che gli cascano addosso.

C’erano film migliori in questa 70ª edizione tanto, forse un po’ troppo vilipesa dalla critica.  Un’edizione che per ansia di celebrazione ha costruito un festival specchio dei tempi, con una selezione senza maestri (a parte Michael Haneke, che poteva stare tranquillamente fuori concorso), ma con registi ancora ‘giovani’ e con un cinema che mescola ricerca e passione per i film, soprattutto del passato (si pensi a Hazanavicius o a Todd Haynes, a Ozon e a Doillon).

Inoltre, la scelta di proporre le prime nuove puntate di “Twin Peaks” di David Lynch e la sfida di prendere in concorso due film prodotti per Netflix.

Tornando al palmarès, giusto il premio all’attrice Diane Kruger che dedica la palma a tutte le vittime del terrorismo, tema trattato nel film di cui lei è protagonista, “In the fade” di Fatih Akin.

Inspiegabili due premi a Lynne Rimsey: uno per l’attore Joaquin Phoenix, l’altro per la sceneggiatura confusa del film “You were never really here” in ex aequo con il regista greco Yorgos Lanthimos per il bel film “The killing of the sacred deer”.

Giusto il Premio della Giuria al russo Zvyaginstev, che con “Nelyubov-Senza amore” meritava la Palma d’Oro. Così come Robin Campillo, favorito fino all’ultimo alla Palma d’Oro e sostenuto fino all’ultimo dal Presidente della giuria Pedro Almodovar, si accontenta del Gran Prix, per il suo intenso dramma sull’Aids in “120 battiti al minuto“.

Azzeccata e perfetta la regia di Sofia Coppola per “L’Inganno” e inevitabile il premio Speciale 70esimo all’attrice australiana Nicole Kidman.

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    Barbara Sorrentini
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A poche ora dal Palmarès…

Chiusura in bellezza di Cannes 70 con il film di Roman Polanski dal titolo Basato su una storia vera. Scritto a quattro mani con Olivier Assayas di cui si ritrovano alcune atmosfere di Sils Maria e di Personal Shopper, questo ultimo lavoro del regista di Il Pianista è costruito come un thriller psicologico, intorno a una scrittrice (Emmanuelle Seigner) reduce da un successo letterario e in procinto di scrivere un nuovo romanzo. Il momento di fragilità creativa che sta vivendo coincide con l’incontro con una sua lettrice appassionata (Eva Green) che si prende cura di lei, con un’eccessiva premura non richiesta. I toni ossessivi e inquietanti di Polanski ci sono tutti, così come alcuni riferimenti a suoi film precedenti, come The Ghost Writer, L’inquilino del terzo piano, La nona porta o rimandi allo Stephen King di Misery non deve morire.

Gli ultimi film del concorso in gara per la Palma d’oro.

You were never really here di Lynne Ramsey

Un film violento e pieno di efferati omicidi. La vicenda parte con la sparizione della figlia tredicenne di un senatore candidato alle elezioni che chiama in gran segreto Joe (Joaquin Phoenix) un veterano di guerra assetato di vendetta. Un film difficile da maneggiare, probabilmente non ancora finito e forse anche per questo difficile da giudicare.

Aus dem nichts di Fatih Akin

Ispirato all’attualità, ai terribili attentati razzisti da parte di gruppi nazisti, sostenuti da Alba Dorata, Aus dem nichts è ambientato ad Amburgo. Protagonista una donna tedesca che ha perso il marito turco e il figlio piccolo in un attentato mirato. Alternando i fatti al processo e al desiderio di vendetta della protagonista, il film commuove e spaventa, anche per la bravura di Diane Kruger, candidata alla Palma come migliore attrice. Il regista tedesco di origine turche Fatih Akin ha raccontato di aver iniziato a scrivere il film dopo una attentato simile nel suo quartiere di Amburgo, realizzato da vicini di casa, con cui il fratello giocava da piccolo. Questa sensazione di pericolo che ha vissuto sulla sua pelle e con cui i turchi in Germania devono fare i conti, è stato il motore del film.

L’amante doppio di François Ozon

Un altro thriller psicologico giocato in una terapia gemellare, con doppi personaggi e atmosfere rubate ad Alfred Hitchcock. Chloé (Marine Vacht) è una giovane donna fragile, in crisi e in analisi. Quando si innamora corrisposta del suo psicoterapeuta (Jérèmie Renier) e i due vanno a vivere insieme, iniziano i guai. Nonostante la suspence, gli scambi d’identità e le atmosfere inquietanti Ozon lavora con molta ironia, evitando di fare un film pasticciato e ad alto rischio su temi complicati e che necessitano conferme scientifiche.

Une femme douce di Sergei Loznitsa

Sergei Loznitsa è il regista del documentario Austerlitz, un film che aveva sorpreso per lo sguardo attento su chi va in visita “turistica” nei campi di concentramento. La protagonista del titolo Una donna dolce, l’attrice Vasilina Makovtseva, si mette sulle tracce del marito prigioniero nella Russia di oggi. Non riesce a trovare il luogo in cui è detenuto, dopo il ritorno indietro di un pacco che gli aveva inviato. In questo viaggio si trova di fronte a una burocrazia mostruosa, senza pietà e collaborazione all’interno di luoghi in cui vengono costantemente violati i diritti umani. La trasfigurazione simbolica della sua vicenda, metafora di un paese che ha perso i valori etici e morali, si riassume in una sequenza onirica, grottesca nella parte in cui si trova al cospetto di tutti i personaggi incontrati per strada e terrificante nella scena cui è vittima di uno stupro.

Hikari di Naomi Kawase

Un altro film delicato e dai ritmi rallentati per la regista giapponese Naomi Kawase. In Verso la luce c’è la storia di Misako, una ragazza che fa le audio descrizioni per non vedenti nei film e dedica tutta la vita a questo lavoro. Quando incontra un celebre fotografo che sta perdendo la vista se ne innamora, mettendo in discussione tutto il suo metodo di lavoro. Il film si concentra sui silenzi e sui sentimenti dei protagonisti, lasciando spazio a immagini prolungate e molto poetiche.

120 battiti al minuto di Robin Campillo

Uno dei film che ha colpito di più la critica di Cannes 70. Diretto da Robin Campillo, già secenggiatore con Laurent Cantet del film La Scuola, Palma d’Oro nel 2008, 120 battiti al minuto è ambientato agli inizi degli anni ’90 quando l’AIDS esisteva da circa dieci anni. Il film segue le azioni dei militanti d’Act Up Paris, un movimento per rompere l’indifferenza sulla malattia, e in particolare la storia intima di uno di loro.

Geu-Hu di Hong Sangsoo

Una bella storia d’amore, abbandoni e tradimenti girata in bianco e nero con la grazia del regista sud coreano Hong Sansoo.

 

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    Barbara Sorrentini
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Il cinema salvato dai ragazzini

Verso la fine di Cannes 70 è possibile fare un bilancio dei film visti. Se vogliamo cercare un filo conduttore di questa settantesima edizione, si può dire che le ragazze e i ragazzi costituiscono una mappa della cinematografia attuale. La loro tenacia, il loro dolore, l’arguzia, la freschezza, la lotta, l’amore e i conflitti adolescenziali, sono al centro della maggior parte dei film in programma, nelle differenti sezioni e dai diversi paesi di provenienza. Anche suddividendoli, cercando di includere i film più convincenti, questo aspetto salterà all’occhio.

CONCORSO

Nelyubov (Loveless) di Andrey Zvyagintsev

Colpisce per la durezza e l’assenza di speranza, che probabilmente nelle intenzioni del regista rappresentano una metafora della Russia di oggi. Il film Senza amore, questo sarebbe il titolo in italiano, gira intorno alla scomparsa di un ragazzino. Un’indagine quasi noir, anche interiore tra una coppia prossima al divorzio e che nel tentativo di rifarsi una vita ha trascurato il figlio dodicenne. Estetica gelida, come il regista ha già mostrato in film come Il ritorno (Leone d’Oro) e Leviathan.

Wonderstruck di Todd Haynes

Dopo il recente successo di Carol, Todd Haynes torna con un film omaggio al cinema. Tratto da un romanzo di Brian Selznick, l’autore di Hugo Cabret e che già conteneva una passione scritta per il cinema di Méliès, portata sul grande schermo da Martin Scorsese con la stessa dedizione, il film segue Rose e Ben due coetanei scappati da soli a New York in due epoche diverse. La prima storia è ambientata nel 1927, epoca dell’avvento del sonoro al cinema, girata in bianco e nero e senza parole; l’altra è nel 1977 a colori, con molti riferimenti al cinema di quell’anno e il dodicenne protagonista va alla ricerca del padre. Entrambi i ragazzini sono sordi e questo aspetto dà al regista la possibilità di sbizzarrirsi con le immagini e prima di sapere se ci sarà un legame tra le due narrazioni si ammira la ricostruzione delle due epoche, la precisione dei dettagli e l’immersione nei silenzi.

Okja di Bong Joon Ho

È il film coreano prodotto da Netflix che, insieme alla programmazione di alcuni episodi dell’ultimissima serie di Twin Peaks by David Lynch, ha creato l’inutile dibattito sui film prodotti dalle tv e conseguente distribuzione al cinema. Dico ‘inutile’ perché montato dalla stampa, senza considerare che se il problema è la distribuzione basterebbe non prenderli in concorso (come in effetti succederà dal prossimo anno), mentre nel caso di Twin Peaks si tratta di un evento extra, dedicato a un grande regista, che a Cannes ha vinto anche una Palma d’Oro. Per quanto riguarda il film, anche e soprattutto dedicato ai ragazzi, è la storia di uno strano animale tipo ippopotamo gigante, adottato da una bambina in un villaggio e che scoperto da una tv americana viene trasportato a New York. La bambina parte dalla Corea del Sud e va cercarlo in America. Un altro viaggio da sola, per salvare il suo cucciolo dai predatori americani di una multinazionale che ne vorrebbero fare polpette. Una favola ambientalista che ha nel cast Jake Gyllenhaal, Tilda Swinton, Lily Collins e Paul Dano.

The Meyerowitz stories di Noah Baumbach.

Baumbach è decisamente un regista di culto, lo ha dimostrato con il successo di Frances Ha e Giovani si diventa, ma anche Lo stravagante mondo di Greenberg, con Ben Stiller presente anche in questo ultimo film in gara per la Palma d’Oro. Anche The Meyerowitz stories lo vedremo presto su Netflix, con i ritratti dei componenti di questa famiglia ebrea capitanata da Dustin Hoffman, artista stanco e deluso per il successo mai arrivato e con due figli maschi da mogli diverse, in conflitto con lui e tra loro e una figlia che non esce di casa. Una nipote orfana di madre e poco seguita dal padre. Una commedia con un umorismo alla Woody Allen e una scrittura alla Safran Foer. Nel cast anche Adam Sandler, Emma Thompson, Candice Bergen, Elizabeth Marvel.

Le redoutable di Michel Hazanavicius

Un film dedicato alla figura di Jean-Luc Godard da parte del regista Premio Oscar per The Artist. Chissà cosa ha spinto Michael Hazanavicius a raccontare un periodo della vita artistica e politica di uno dei padri della Nouvelle Vague. Personaggio scomodo, per le sue posizioni radicali e per un cinema che con il 1968 cambia direzione, Jean-Luc Godard è interpretato da Louis Garrel, tra i più quotati attori francesi e figlio di Philip Garrel, uno che la Nouvelle Vague la pratica ancora oggi. Nonostante le critiche accese al film, il risultato è un rispettoso omaggio, pieno del cinema di Godard, della sua estetica, dei suoi colori, delle sue scelte di inquadrature. Il film si sofferma su un momento storico e biografico particolare: quando il regista gira La cinese con la giovanissima attrice Anne Wiazemsky (Stacy Martin) di cui si innamora perdutamente e sposerà. Ma quelli sono anche gli anni della crisi esistenziale e artistica del regista, che lo trasforma da cineasta riconosciuto e amato dal pubblico a livello popolare a filmmaker maoista, fuori dal sistema e, a quel punto, incompreso. Il film alterna momenti estratti dalla biografia di Anne Wiazemsky con la ricostruzione del Godard pensiero, tratto da scritti e lettere, interviste e articoli di giornale. Le redoutable restituisce, anche con ironia e tenerezza, un ritratto dell’epoca attraverso l’interpretazione lucida e ironica di Louis Garrel, che quel pezzo di storia sembra averlo impresso nel DNA.

The killing of a sacred deer di Yorgos Lanthimos

Una tragedia greca, con attori hollywoodiani. Anche in questo film Lanthimos porta con sé elementi tipici del suo cinema. Il cinismo algido, il vuoto di senso nei dialoghi, lo spirito di vendetta, i toni thriller mescolati di umorismo nero. Al suo secondo film prodotto fuori dalla Grecia, dopo The Lobster, riprende Colin Farrell come protagonista, qui un chirurgo sposato con Nicole Kidman, padre di due figli e perseguitato da un ragazzo che ha perso il padre durante un’operazione chirurgica. Essendo un thriller con un crescendo importante la trama non va svelata, ma si possono descrivere le atmosfere che si rifanno apertamente a maestri come Kubrick e Hitchcock. Lanthimos affina il suo stile film dopo film, a partire dai suoi primi film greci, inquietanti ma ancora poco risolti, Alpes e Dogtooth.

Happy End di Michael Haneke

La famiglia di Haneke è borghese e piena di scheletri nell’armadio. Come per Baumbach anche qui c’è una sorta di confusione intorno al nonno (Jean-Louis Trintignant) e ai figli (Isabelle Huppert e Mathieu Kassovitz). Se da un lato potrebbe essere letto come il seguito di Amour, che vinse la Palma d’Oro a Cannes, dall’altro si intravedono i tanti temi che Haneke mette in campo. Il rapporto tra generazioni, il nonno e la nipote che gli viene messa in casa durante la malattia della madre, il suicidio come scelta di porre fine alle sofferenze, i migranti in un’unica scena ma molto esplicita, il cinismo della borghesia, la comunicazione mediata dalla tecnologia. Troppi temi, ma le intenzioni del regista arrivano tutte.

GLI ITALIANI

Sicilian Ghost Story di Antonio Piazza e Fabio Grassadonia

È la storia di Giuseppe, un ragazzino sequestrato dalla mafia perché figlio di un pentito (la storia è liberamente ispirata alla vicenda di Giuseppe Di Matteo, sciolto nell’acido per vendetta mafiosa negli anni ’90) e di Luna, la compagna di classe e amica decisa a rompere l’omertà cercandolo senza tregua. Il film è raccontato come una favola horror, immerso in una zona in cui la natura è selvaggia e severa, con la fotografia di Luca Bigazzi che aggiunge suspence al film.

L’intrusa di Leonardo Di Costanzo

Si svolge in un centro d’accoglienza per bambini nella periferia di Napoli, gestito da Giovanna (Raffaella Giordano) per togliere i giovani dal controllo della camorra. Quando arriva la moglie di un criminale per chiedere protezione per i suoi figli piccoli le viene dato un nascondiglio. Ma le cose andranno diversamente da come sperato. Girato con taglio documentaristico, il film riesce a spiegare le difficoltà di un luogo che vive ogni giorno sulle barricate.

Cuori puri di Roberto De Paolis

Ambientato sullo sfondo di un campo rom della periferia di Roma il film racconta la storia d’amore tra una ragazza cattolica e vincolata dalle regole poste dalla madre e dalla Parrocchia e un ragazzo disoccupato e vicino ai piccoli criminali del quartiere.

Dopo la guerra di Annarita Zambrano

Questo film riflette sul tema del terrorismo più recente. Il protagonista, interpretato da Giuseppe Battiston, da vent’anni rifugiato in Francia, è sospettato dell’omicidio di un giudice e quando viene estradato in Italia per la legge che non permette più ai terroristi di chiedere asilo politico in Francia, scappa con la figlia.

A ciambra di Jonas Carpignano

Questo film è ambientato all’interno di una comunità rom in Calabria, a Gioia Tauro e ritrae la numerosa famiglia Amato. In particolare l’attenzione è rivolta verso Pio, il figlio minorenne che improvvisamente dovrà occuparsi del resto della famiglia dopo l’arresto del fratello Cosimo e del padre Rocco. Una storia italiana, come ce ne sono in molte periferie delle grandi metropoli.

CARNE Y ARENA

Carne y arena è la toccante installazione firmata dal regista messicano di film come Revenant, Babel, Birdman,Biutiful,Amores Perros e vincitore di quattro Premi Oscar Alejandro Gonzalez Inarritu. Sette minuti di realtà virtuale per avvicinarsi e vivere da vicino quello che accade ai messicani che tentano di varcare il confine tra Messico e Stati Uniti. L’installazione si trova in un hangar a pochi chilometri da Cannes, in cui è stato ricostruito un pezzo del muro che spezza il confine e che accompagna lo spettatore fino all’interno di una specie di tendone da circo pieno di sabbia al suolo. Si entra uno alla volta, dopo aver passato un gabbiotto e illuminati da una luce rossa viene fatto indossare un casco, uno zaino e la maschera per la VR.

È un’esperienza molto forte, durante la cattura di un gruppo di messicani che varcano la frontiera tra Messico e Stati Uniti. Siamo lì con loro, uno alla volta sulle dune tra i cactus, dal tramonto all’alba e si assiste all’arrivo degli elicotteri, alle minacce della Polizia, all’avvicinarsi dei cani. Si sente il freddo del vento, il profumo della poca vegetazione e poi i rumori fortissimi, le urla della gente che cerca di scappare. C’era anche un bambino piccolo nella realtà virtuale. Interessante l’intento di Inarritu di rispondere ai muri di Trump con le immagini reali e trascinanti, un tema quello dei migranti, che il regista ha sempre tenuto a diffondere, ora più che mai. Le emozioni che passano in quei sette minuti sono tante e potenti: dai rumori alle sensazioni fisiche e visive. Si esce frastornati e la fotografia di Emmanuel Lubezki aumenta l’intensità cinematografica e realistica dell’opera.

A giugno l’installazione arriverà a Milano alla Fondazione Prada, oltre al progetto di portare in città il relitto del barcone naufragato nel 2015 al largo della Libia portando con sé centinaia di migranti, poi recuperato dalla Marina Militare italiana.

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Dove vanno le nuvole a Radio Popolare

Giovedì 11 maggio proiezione del documentario Dove vanno le nuvole di Massimo Ferrari, h 20.30 Auditorium di Radio Popolare in Via Ollearo 5.

Raccontare l’accoglienza in Italia, evidenziando quei casi positivi che spesso si perdono rincorrendo i fatti di cronaca, drammatici che riguardano i migranti. È quello che fa il regista Massimo Ferrari con il suo film Dove vanno le nuvole. Appena passato dal Festival dei Diritti Umani di Milano, dopo essere stato visto dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e dalla Cancelliera Angela Merkel, il documentario arriva nell’Auditorium Demetrio Stratos di Radio Popolare.

Da Treviso a Riace, passando per Bologna e Padova, il documentario racconta le storie e le esperienze di chi ha avuto il coraggio di provare a trasformare la paura in opportunità e l’utopia in realtà. Un viaggio nell’Italia dell’ Emergenza Migranti, proponendo modelli di convivenza e di solidarietà.

Giovedì 11 maggio alle 20.30 con la trasmissione Vogliamo anche le rose e tra le iniziative legate alla Marcia 20 maggio senza muri, vi aspettiamo in Via Ollearo 5 per guardare insieme Dove vanno le nuvole.

Saranno presenti il regista Massimo Ferrari, l’assessore alle Politiche Sociali Pierfrancesco Majorino e collegati telefonicamente alcuni protagonisti del documentario. Conduce Barbara Sorrentini.

Ingresso libero con prenotazione 02-39241409

 

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La campagna di Marine Le Pen in un film

La campagna elettorale di Marine Le Pen in un film. In un film bello, politico e coraggioso, considerando che in Francia è uscito prima che aprissero i seggi presidenziali. A poche ore dal ballottaggio, mentre si stanno accendendo i toni della sfida tra Macron e la leader della destra, si può ancora vedere al cinema A casa nostra di Lucas Belvaux.

Protagonista è Pauline (l’attrice scoperta dai Dardenne Émilie Dequenne), un’infermiera che lavora andando nelle case dei pazienti in una piccola provincia del nord della Francia. La sua vita è divisa tra i malati, i figli da accudire e il padre ex metalmeccanico comunista convinto. Suo datore di lavore è il primario Philppe Berthier (André Dussolier) importante finanziatore e stratega della campagna elettorale di Agnès Dorgelle, candidata del Front National, con una somiglianza imbarazzante, non solo fisica, con l’attuale candidata alle presidenziali di Francia e interpretata da Catherine Jacob.

Ma il medico stratega Berthier è anche il medico di famiglia di Pauline, molto presente per aver seguito la madre durante una lunga malattia, e fa presto a convincersi e a convincere la ragazza a candidarsi sindaco della sua cittadina per il partito della Dorgelle. Quindi Pauline, da responsabile e coscienziosa ragazza si trasforma in una iena pronta a tutto, per un voto in più. Guidata ferocemente dallo staff della leader fascista e scoprendo gli scheletri nell’armadio del partito di estrema destra.

“Ho tentato di descrivere una situazione, un partito, una formazione sciolta, e decifrare il suo discorso, comprendere il suo impatto, la sua efficacia e potere di seduzione“, spiega il regista.

Il Belvaux è molto bravo nell’accompagnare lo spettatore nella provincia francese arrabbiata e delusa, in cui convivono ragazzi di seconda generazione in cerca di identità, accanto a frange di popolazione violente e razziste.

“Il film non dovrebbe essere rivolto solo alle persone che sono già mobilitate e che sanno cosa vuole dire estrema destra. Questo film è prima di tutto rivolto a quelli che domani saranno tentati di rispondere a questi canti di sirena”.

Ascolta l’intervista a Lucas Belvaux

Lucas Belveaux

 

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L’addio a un regista coraggioso e rivoluzionario

Aveva uno spirito rivoluzionario e controcorrente. La morte di Jonathan Demme, a 73 anni per un cancro che dal 2010 lo aveva debilitato nel corpo ma non nella mente, lascerà un vuoto immenso nella storia del cinema moderno. Cresciuto tra New York e Miami, l’ultimo film Dove eravamo rimasti  lo aveva presentato nel 2015 a Venezia, con Meryl Streep cantante rock tenace e determinata nel lasciare tutto per la musica.

Il nome di Demme è facilmente associabile al suo più grande successo Il silenzio degli innocenti, che diede vita ad Hannibal Cannibal con il volto di Anthony Hopkins e costruì nel 1991 l’affascinante personaggio tratto dalle pagine di Thomas Harris della detective Clarice Sterling, interpretata da Jodie Foster.

Tra i suoi film più famosi Qualcosa di travolgente con Melanie Griffith, Una vedova allegra ma non troppo con Michelle Pfeiffer, attrici che sapeva dirigere con passione e precisione. Meryl Streep, nei panni di una senatrice spietata, era anche nel film The Manchurian Candidate, fortissima denuncia sulla manipolazione scientifica delle menti da parte del governo durante le guerra in Kuwait.

Alternando commedie, film e documentari politici come The Agronomist o quelli musicali su Neil Young ed Enzo Avitabile, Jonathan Demme è stato uno dei primi registi a raccontare gli effetti collaterali dell’AIDS in Philadelphia, colonna sonora di Bruce Springsteen e di Neil Young, con uno strepitoso Tom Hanks, professionista che viene lasciato a casa alla scoperta della malattia e Denzel Washington l’avvocato che lo difende fino alla fine dei suoi giorni.

Nel 2011 avevamo incontrato Jonathan Demme al Milano Film Festival, dove aveva presentato il documentario su Neil Young ed è stata un’occasione per parlare di buona parte del suo cinema. E ci rivelò il desiderio di girare un film “sul messaggio e sull’essenza” di Bruce Springsteen.

Ascolta qui l’intervista

Jonathan Demme_2011

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    Barbara Sorrentini
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Arabe, donne e libere a Tel Aviv

Quanto costa la libertà per le donne arabe? Emancipazione sì, ma a che prezzo per Laila, Salma e Nour, le tre protagoniste di Libere, disobbedienti e innamorate, il primo film della regista palestinese Maysaloun Hamoud, titolo originale In Between.

Ambientato a Tel Aviv ai giorni nostri, il film mostra una città moderna con diversi scorci di cultura underground in fermento, in cui le tre protagoniste si muovono. Laila è un’avvocatessa, Salma è dj, è lesbica e si scontra con la famiglia conservatrice, Nour è studentessa, l’unica che indossa il velo con convinzione e non accetta di subire la sopraffazione violenta e maschilista del fidanzato che tenta in ogni modo di ostacolare le sue ambizioni.

Il quadro che ne esce non è così diverso da quello che si conosce a livello universale. Film di coproduzione franco-israeliana, grazie alla tenacia di Shlomi Elkabetz, già regista del coraggioso Viviane. “È il ritratto di tre giovani donne arabe che vivono e amano a Tel Aviv – spiega Maysaloun Hamoud. Ho cercato di raccontare il complicato dualismo della loro quotidianità, stretto tra la tradizione da cui provengono e la sregolatezza della metropoli in cui abitano, e il prezzo che devono pagare per una condizione che normalmente può apparire scontata. ”

Anche la musica segue coerentemente le immagini del film, dall’hip hop della band palestinese dei Dam, alle canzoni in stile indie electro folk arabo di Yasmine Hamdan, moglie del talentuoso regista palestinese Elia Suleiman, e che si era già fatta notare per la colonna sonora del film di Jim Jarmush Solo gli amanti sopravvivono.

Ascolta l’intervista alla regista Maysaloun Hamoud e all’attrice Mouna Hawa

Interviste In Between

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I beni confiscati diventano luoghi di cultura

Per il 5° anno Radio Popolare è media partner del Festival dei beni confiscati alle mafie. Come sempre presenterà e seguirà le iniziative di queste giornate in diversi spazi del palinsesto. Venerdì 31/3 alle 17 Radio Popolare sarà in diretta dalla Ciclofficina di Via Paisiello 5 con la trasmissione “Cosa ne BICI?” a cura di Paola Piacentini e Giorgia Battocchio.

Il Festival si terrà a Milano dal 30 marzo al 2 aprile 2017, organizzato dall’Assessorato alle Politiche Sociali del Comune di Milano, con l’assessore Pierfrancesco Majorino e la direzione artistica di Barbara Sorrentini e il contributo di Libera.

Lo scopo dell’iniziativa, nata nel primo anno del mandato da Sindaco di Giuliano Pisapia, è sensibilizzare la cittadinanza sulla presenza delle Mafie a Milano e in Lombardia, attraverso i patrimoni immobili sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata. Solo a Milano ce ne sono quasi 200, molti di questi messi a bando dal Comune e dati in gestione ad associazioni che operano prevalentemente nel sociale. Nelle giornate di Festival questi beni, di differenti dimensioni, capienze e soprattutto storie, diventano luoghi che ospitano cultura, con libri, incontri, spettacoli, musica, proiezioni, attività per bambini. E molte iniziative sono finalizzate alla diffusione della cultura della legalità nelle scuole.

Per questa 5a edizione il Festival dei beni confiscati alle mafie ha consolidato il rapporto con gli studenti e il pubblico giovanile, offrendo un programma che si rivolge prevalentemente a loro e si aprirà alla città coinvolgendo per la prima volta alcuni spazi esterni, ma simbolici come il Liceo Classico Manzoni: una scuola perchè l’educazione alla legalità deve cominciare da lì. I Frigoriferi Milanesi che affacciano sull’Ortomercato, un luogo spesso coinvolto in traffici illegali. E la Fondazione Cineteca Italiana (Oberdan e Mic) che proietterà i film della prima retrospettiva dedicata  a Pif e che porterà per la prima volta su grande schermo il documentario Un gelato per Saviano. Parte importante avranno gli incontri con gli autori. Claudio Fava scrittore, tra gli sceneggiatori del film I cento passi e con una lunga esperienza in politica e nella Commissione Parlamentare Antimafia; Gioacchino Criaco, autore di “Il saltozoppo” e “Anime Nere” da cui è stato tratto e sceneggiato l’omonimo film di Francesco Munzi vincitore di 9 David di Donatello, incontrerà gli studenti presso il Liceo Classico Manzoni e in un bene confiscato discuterà con Pif di mafia, tra commedia e tragedia. La lezione agli studenti di Sandro De Riccardis, giornalista e autore di “La mafia siamo noi”, nella mattina di inaugurazione a Casa Chiaravalle. Per gli studenti, ma non solo, l’incontro nel bene gestito da Cangiari in Via Monte Santo 10, con le attrici Federica Fracassi e Isabella Ragonese, in scena al Piccolo Teatro. Oltre alla consolidata collaborazione con Libera che come ogni anno curerà le visite guidate con le scuole nei beni confiscati e Radio Popolare come media partner, il Festival quest’ anno si avvale delle collaborazioni di Feltrinelli, Unilibera e Cross per i dibattiti su beni confiscati, Legge 416 bis e sul potere della ‘ndrangheta nella vita quotidiana; SaoAssociazione Saveria Antiochia e Agende Rosse per la presentazione della ciclostaffetta antimafia, con Salvatore Borsellino e Gianni Biondillo.

Teatro con Dario Leone e lo spettacolo su Giovanni Falcone “Bum… ha i piedi bruciati” presso i Frigoriferi Milanesi e Tieffeu con il teatro di figura “Il parco che non c’é adesso c’è”, nel cortile di Casa Chiaravalle. La chiusura il 2 aprile alle 20.30 nel bene confiscato di Via Curtatone con un reading letterario sulla Milano criminale e le risposte del sociale, a cui parteciperanno alcun scrittori con i propri brani e anche il pubblico è invitato leggere pagine a tema. Alle 14 del 2 aprile presso il Centro Sportivo Iseo, che terrà aperto fin dalla mattina per gare libere interverrà un ospite a sorpresa per parlare di allenamento alla legalità attraverso le regole dello sport.

Durante le giornate del Festival un gruppo di studenti seguirà gli appuntamenti per la redazione del Giornale dei ragazzi e documenterà l’iniziativa in tempo reale sui social network e online.

Scarica qui il programma
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    Barbara Sorrentini
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Martini e Bergoglio, uomini del dialogo

L’ultimo dolcissimo film di Ermanno Olmi è dedicato alla figura di Carlo Maria Martini. E’ un documentario, cosparso di poesia in ogni immagine. Con un titolo che rende ancora più umano il Cardinale, ex Arcivescovo di Milano: “Vedete, sono uno di voi” vuole dimostrare che di fronte alla morte siamo tutti uguali e che il percorso di un uomo, qulsiasi sia il successo ricevuto, non potrà mai allontanare l’uomo dalla persona pubblica.

Il film, prodotto e distribuito da Istituto Luce Cinecittà, scritto con il giornalista del Corriere della Sera Marco Garzonio raccoglie un raro materiale d’archivio, a partire dall’infanzia di Martini, di famiglia borghese a Torino, fino alla parte finale dalla sua vita.

Ermanno Olmi si sofferma particolarmente sull’importanza del dialogo per Martini: nella sua vita parlò con tutti dai politici e intellettuali, ai rappresentanti di altre religioni e culture, dai terroristi alle persone comuni. La grandezza della parola e la profondità dei valori cristiani che Martini abbracciava. E se oggi deve fare un paragone con qualcuno che stia portando avanti il discorso umno e sociale, dalla parte dei più umili e per abbattere i muri e le discriminazioni, gli viene in mente solo Papa Francesco.

La voce narrante che recita il racconto sulle immagini è quella del regista. Ermanno Olmi si sente vicino alla profondità umana di Martini e con questo documentario sembra voler lasciare ai giovani e alle generazioni che verranno dopo di lui valori dimenticati e spesso calpestati. Anche da chi dovrebbe portarli avanti come una bandiera.

Ermanno Olmi su Martini

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    Barbara Sorrentini
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Quando il razzismo colpisce al cuore

Non poteva avere cognome più azzeccato la prima coppia mista degli Stati Uniti d’America a cui è stata cancellata la condanna di esilio a causa del divieto di matrimonio tra neri e bianchi. Ci sono voluti un po’ di anni e molti sacrifici, ma la loro battaglia non è stata vana. Loving è il titolo del bellissimo film di Jeff Nichols visto in concorso a Cannes 69 e ora al cinema. Loving è il cognome di Mildred e Richard. Il film è dedicato alle loro figure, diventate emblematiche e molto seguite nell’America di Robert Kennedy. La loro storia comincia nel 1958 in Virginia, uno di quegli stati in cui a fine anni ’50 è ancora vietato il matrimonio misto. E le cui reazioni della gente contraria, fanno pericolosamente da monito all’America che sta idealizzando Donald Trump.

Mildred e Richard si amano, lei aspetta un bambino e le rispettive famiglie non hanno nulla in contrario nell’immaginarli una famiglia. Per questo migrano a Washington per celebrare le nozze e tornano in Virginia sposati, per continuare a vivere nella loro città. Ma questo non è possibile, i due vengono arrestati di notte e portati in carcere, fino a pagamento di cauzione da parte dei rispettivi genitori. La sentenza del processo stabilirà che per restare uniti, i novelli sposini devono lasciare lo Stato per venticinque anni. Si trasferiscono a Washington, dove metteranno al mondo tre figli, tentando di ricostruirsi una vita, senza mai darsi pace. Finché Mildred non scrive a Bob Kennedy e la loro pratica viene affidata a un avvocato per i diritti civili, portando il caso di fronte alla Corte Suprema e riuscendo a modificare la loro condanna e ad abolire il divieto di matrimoni misti appellandosi all’articolo della Costituzione sul matrimonio come diritto.

Una storia vera e possibile. Guidata da legge assurde, ma che capita ancora di scoprire in quei luoghi in cui c’è ancora gente assetata di razzismo. Erano gli anni ’50, ma lo sguardo del regista e la sua narrazione lineare e prefetta, mette in guarda sul pericolo delle ondate xenofobe presenti in tutto il mondo.

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    Barbara Sorrentini
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Istanbul vent’anni dopo

A vent’anni di distanza dal suo primo film Il bagno turco, Ferzan Ozpetek torna a girare nella sua città. E se nel 1996 il regista raccontava un luogo che stava per scomparire, in cui le tradizioni scendevano a patti con la modernità e l’imminente ingresso in Europa, in Rosso Istanbul scopriamo insieme a lui un città completamente cambiata e che ogni giorno lascia alle spalle un po’ di se stessa. Non a caso il film inizia con la scritta in sovrimpressione 13 maggio 2016, come a dire che da lì in avanti la metropoli potrebbe diventare qualcosa d’altro.

Il film è liberamente tratto dall’omonimo e quasi autobiografico libro di Ozpetek scritto tre anni prima. Protagonista è uno scrittore , Orhan (Halit Ergenc) che da Londra ritorna nella sua Istanbul per aiutare il regista turco Deniz (Nejat Isler) a finire di scrivere un libro. Un ritorno brusco, che in poche ore condurrà il protagonista in una situazione inaspettata e un po’ thriller, che lo costringe a fare i conti con il proprio passato doloroso.

Orhan incontrerà nuove persone, che nel film hanno i volti di attrici e attori turchi, come Tuba Buyukustun, Serra Ylmaz, Mehmet Gunsur, Cigdem Onat, Zerrin Tekinindor e conoscerà una città completamente trasformata e rassegnata a convivere con frequenti attacchi terroristici.

“Ho concepito il film come un doppio viaggio, emotivo e razionale, interrogandomi per la prima volta sulla materia narrativa del ritorno a casa, sulla natura profonda e spesso nascosta delle emozoni e dei sentimenti che vengono a galla in situazioni così – racconta Ferzan Ozpetek. Durante le riprese di Rosso Istanbul mi sembrava di perdere continuamente la mia città quasi sfumasse nel clima pesante e di profonda incertezza che oggi l’avvolge”.

Quasi straniero in casa propria, come si definisce il regista di Le fate ignoranti, La finestra di fronte e tanti altri film ambientati a Roma, anche in Rosso Istanbul cerca di mantenere alcuni punti saldi del suo cinema, come le grandi tavolate, qualche scena in cucina e un’idea di famiglia allargata e reinventata che accoglie tutti.

Un film sentito e sincero, con un focus sulle vite intime delle persone che ogni tanto si allarga per mostrare il contesto in cui queste vite si muovono. Se la tensone degli attentati ha reso complicate le riprese e allungato i tempi di lavorazione, in una scena sullo sfondo si vedono le ‘madri del sabato’, (le madri degli scomparsi che si riuniscono in Piazza Galatasaray) e in un’altra viene abbozzata la situazione dei profughi curdi.

E’ interessante il lavoro sull’audio, fatto di rumori della città e dei cantieri a cielo aperto che costruiscono senza sosta, così come il rumore dei battelli sul Bosforo e la colonna sonora della cantante emergente turca Gaye Su Akyol, dell’artista tedesca Hildegard Knef e le musiche originali di Giuliano Taviani e Carmelo Travia.

Ascolta l’intervista a Ferzan Ozpetek

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Statuette in bianco e nero

Molti ricorderanno la Notte degli Oscar 2017 per l’errore clamoroso durante l’assegnazione del premio più importante, quello di miglior film. All’alba di lunedì 27 febbraio l’attore Warren Beatty e l’attrice Faye Dunaway chiamano sul palco i realizzatori di La la land, ma durante il discorso di ringraziamento dei produttori viene spiegato che “si tratta di un errore e non di uno scherzo” e che “the winner is Moonlight” di Barry Jenkins. Incredulo e felice.

https://www.youtube.com/watch?v=C-hGqlll1BI

La scena finale è la sintesi della nottata, quando dal palco scendono i bianchi e salgono i neri: e Moonlight vince l’Oscar come miglior film, oltre a quelli per la miglior sceneggiatura non originale per Tarrell Alvin e all’attore non protagonista Mahershala Ali, “il primo attore musulmano premiato nella storia dell’Academy – dice durante il suo discorso”. Moonlight è un film moderno, con un linguaggio sperimentale e adeguato ai tempi, perfetto per raccontare la storia di Chiron un bambino afroamericano cresciuto ai margini della società, che diventa un adolescente problematico e pieno di complessi e cerca riscatto da adulto. Il film è basato sull’opera teatrale In Moonlight Black Boys Look Blue di Tarell Alvin McCraney e scava nei sentimenti di Chiron ritraendo le sfumature interiori attraverso i passaggi temporali del protagonista, interpretato da tre attori differenti.

Il favorito La la land porta a casa 6 statuette su 14 nominations: per l’attrice Emma Stone, la regia di Damien Chazelle, miglior fotografia, design,  la canzone City of star e la colonna sonora completa.

Il miglior attore è Casey Affleck per l’interpretazione struggente in Manchester by the sea di Kenneth Lonergan. L’elaborazione di un lutto, in preda a rabbia, disperazione e solitudine. La miglior attrice non protagonista è Viola Davis, nel bellissimo Barriere di Denzel Washington, anche protagonista e ingiustamente trascurato. Un film di impianto teatrale, tratto dalla pièce Fences di August Wilson, che trasporta lo spettatore all’interno di una famiglia afroamericana, così quotidianamente normale, all’inseguimento di sogni che non sempre si avverano, animata da amore e buoni sentimenti, ma anche da cinismo e severità. Una classica famiglia americana, al di là del colore della pelle.

Niente Oscar per Fuocoammare di Gianfranco Rosi, già felice di essere arrivato fino a lì e di aver portato le storie dei migranti in tutto il mondo: “Essere arrivati nel cuore di Hollywood con immagini e sentimenti legate al dramma dei migranti è già un grande successo”.  Come miglior documentario è stato giudicato OJ made in America di Ezra Edelman, un film di 7 ore, sulla biografia tra cronaca e sport dell’ex giocatore di football OJ Simpson.

Il discorso più emozionante lo ha fatto un assente, Asghar Farhadi il regista iraniano premiato come miglior film in lingua straniera Il cliente, al suo secondo Oscar dopo Una separazione e che ha deciso di non partecipare alla cerimonia. “Avrei voluto essere lì con voi, ma ho scelto di non venire a ritirare l’Oscar in solidarietà con tutti i miei concittadini e con quelli dei sei paesi banditi dal provvedimento disumano di Trump. Dividere il mondo tra noi e gli altri, i nemici, crea solo paure”- è stato il messaggio che Farhadi ha inviato all’Academy. E ha preferito festeggiare il premio a Londra, su invito del sindaco Sadiq Khan che ha organizzato una festa pubblica in Trafalgar Square, con un’orchestra di musicisti siriani, attori e registi.

Quella che doveva essere la notte contro Donald Trump, si è trasformata in una serata serena, guidata dalle battute satiriche e pungenti sul nuovo Presidente degli Usa da parte del conduttore Jim Kimmel e soprattutto un’occasione per ribadire che Hollywood non accetta discriminazione e il cinema, l’arte e la cultura degli Stati Uniti (e di tutto il mondo) si sono evoluti grazie all’unione e all’incontro con popolazioni differenti.

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La solitudine di una first lady

Una donna sola con la consapevolezza di quale sia il suo posto nel mondo e nella famiglia. Una donna, una moglie, una madre, una vedova alla ricerca della verità e decisa a passarla al popolo così com’è, senza filtri mediatici o di convenienza. Jackie del regista cileno Pablo Larraìn, visto in concorso a Venezia 73, racconta la Storia dal punto di vista di Jacqueline Lee Bouvier Kennedy, con l’attrice Natalie Portman così perfetta nella parte da aver stravolto completamente la voce per trasportare lo spettatore nella White House con tutta la fedeltà possibile, come riportava una celebre diretta televisiva dell’epoca che si intrufolava per la prima volta nelle stanze dei Presidenti.

Quel tragico giorno a Dallas nel novembre 1963 viene ricordato in vari momenti del film attraverso le parole e le immagini che la donna riferisce a un giornalista che la sta intervistando (Billy Crudup), conversazione che farà da filo trainante con il flusso di ricordi di quei giorni fino al funerale, in cui Jackie era affranta e confusa, ma con le idee chiare sul lascito che il marito avrebbe voluto consegnare ai posteri. E accanto a questo tentativo di ricostruzione umano e politico, c’è quello di un dialogo privato con un prete (John Hurt) che la invita a cercare in questa morte la prova dell’esistenza di Dio. Ma con scarsi risultati, perchè la donna non riesce a credere che nella sfortuna abbattutasi sui Kennedy ci sia una strategia divina.

Larraìn e la Portman mostrano una donna abbandonata al suo dolore, contornata da gente incapace di comprenderla e darle conforto, ufficiali e staff più preoccupati dall’etichetta e dal conformismo che di trasmettere la verità. Oltre allo smarrimento di Bobby Kennedy (Peter Sarsgaard), che di fronte alla carriera politica del fratello, stroncata nel bel mezzo della costruzione di ideali da lasciare al futuro degli USA, cita Lincoln.

Mentre lei lotta con la disperazione lancinante e la necessità di andare avanti, di far crescere i figli serenamente, di essere una madre forte tra passato e futuro, dimenticando i privilegi da First Lady, è determinata nell’organizzare, sconsigliata dalla forze di sicurezza e dal nuovo Presidente Johnson, un funerale per tutto il popolo, visibile a tutto il mondo.

Il film di Larraìn riesce nell’intento di far emergere ricordi personali, rendendo universale e umanamente riconoscibile un momento storico così particolare.

Riesce nella ricostruzione di un’epoca, con i suoi ambienti e costumi facendo un film che si discosta molto dal suo stile cinematografico riconoscibile in film come Tony Manero, No-I giorni dell’Arcobaleno o Il Club, eppure si ritrova il motore dei suoi interessi, come l’importanza politica di cercare la verità, il riconoscimento di una spinta rivoluzionaria nei personaggi che racconta (come fu per Neruda) e l’interesse per i capi di Stato morti tragicamente (come Allende in Post Mortem).

Probabilmente con Jackie, il regista cileno tenta di ristabilire i conti con la Storia dal suo osservatorio sudamericano, sottolineando come l’assassinio di Kennedy abbia modificato lo sguardo del mondo nei confronti degli Stati Uniti, molto prima dell’ 11 settembre 2001, giorno che – a dieci anni dalla morte di Kennedy – ha funestato il Cile nel 1973 con l’uccisione di Salvador Allende e il colpo di Stato di Pinochet.

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Il naufragio fantasma in prima serata

Una strage di migranti nascosta e rimasta segreta per quasi cinque anni, fino a quando un pescatore del luogo non ha deciso di parlare. Era il Natale del 1996 quando un barcone carico di cittadini dello Sri Lanka in fuga dalla guerriglia e diretto verso le coste italiane naufragò a poche miglia da Capo Passero, uno dei punti più a sud dell’Italia, vicino al paese di Portopalo, villaggio di pescatori.

Questa terribile storia resa nota dal giornalista di Repubblica Giovanni Maria Bellu, prima con un articolo, poi con il romanzo inchiesta I fantasmi di Portopalo, portata anche in scena da Renato Sarti nello spettacolo teatrale La nave fantasma, ora è una miniserie tv, in onda lunedì 20 e martedi 21 febbraio su Rai Uno in prima serata.

La fiction tv I fantasmi di Portopalo, diretta da Andrea Angelini, è stata scritta e interpretata dall’attore Giuseppe Fiorello che racconta di “aver inseguito per anni questa storia sepolta in fondo al mare e per troppo tempo dimenticata dalle istituzioni e di essersi posto l’obiettivo di farla conoscere al pubblico”.

Fiorello interpreta Saro Ferro, nella realtà Salvo Lupo, il pescatore che ripescò salvandolo un giovane migrante ma poi si associò, seppur controvoglia, ai suoi concittadini nel ributtare in mare tutti gli altri corpi trovati senza vita nelle reti. La fiction, nella prima parte si concentra sulla scoperta e l’occultamento del relitto, mostrando come questa piccola comunità si trovò a reagire con questo peso enorme sulle spalle, scegliendo l’omertà.

Il secondo episodio, cinque anni dopo è dedicato all’incontro tra il pescatore Saro Ferro e il giornalista Giacomo Sanna (Giuseppe Battiston) con l’inchiesta e le ricerche per recuperare le prove a dimostrazione che il naufragio c’è stato.

Giuseppe Fiorello ha spiegato ai microfoni di Radio Popolare che “I fantasmi di Portopalo non è solo un film di impegno civile, ma soprattutto un film che racconta con chiarezza che la società civile è la vera politica di un paese”.

Beppe Fiorello-Portopalo

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Cervelli in trappola

Un successo inaspettato, premi e lunghe file nei cinema per Smetto quando voglio, l’opera prima del regista Sydney Sibilia, caso cinemaotgrafico italiano nel 2014 dedicato alla mancanza di lavoro dei cervelli che non in fuga, quelli che restano. La banda dei ricercatori più pazza del mondo è tornata, stesso cast e stesso regista per Smetto quando voglio – Masterclass, che sta eguagliano lo stesso successo, anzi quasi superando il film precedente e in attesa del terzo ed ultimo capitolo già in fase di post produzione che, forse, concluderà la trilogia.

In questo secondo espisodio il neurobiologo Pietro Zinni (Edoardo Leo), che si trova in carcere dopo l’arresto dalla puntata precedente, in cambio di una sorta di libertà vigilata viene contattato in segreto dalla Polizia per stanare una nuova droga sintetica che sta per essere lanciata sul mercato. Così ricostituisce la banda con il chimico Alberto Petrelli (Stefano Fresi), l’archeologo Arturo Frantini (Paolo Calabresi), il latinista Mattia Argeri (Valerio Aprea), il macroeconomista dinamico Bartolomeo Bonelli (Libero De Rienzo), l’antropologo culturale Andrea De Sanctis (Pietro Sermonti), l’anatomista Giulio Bolle (Marco Bonini) e tutti gli altri. Nel cast anche Valeria Solarino, Greta Scarano e Luigi Lo Cascio.

Il regista Sydney Sibilia e gli attori Libero De Rienzo, Paolo Calabresi e Marco Bonini sono passati a Radio Popolare per parlare del film.

Interviste SQV1

Smetto-Quando-Voglio-2

Interviste SQV2

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Per non dimenticare tra passato e presente

In questi giorni stanno uscendo al cinema una serie di film dedicati ai temi della shoah e dell’occupazione tedesca. Il tema è declinato da diversi punti di vista e in alcuni è molto presente l’infanzia e lo sguardo dei bambini sulla guerra e le persecuzioni naziste.

Nebbia in agosto di Kai Wessel è tratto dal romanzo omonimo di Robert Nomes e narra la storia vera di Ernst Lossa, un ragazzo di tredici anni disperso durante la guerra in Germania, mandato nell’ospedale psichiatrico gestito dal dottor Veit Hausen (interpretato dall’attore Sebastian Koch). Un luogo in cui venivano ricoverati i bambini deboli o affetti da malattie e che per ordine del fhurer venivano fatti morire con un programma di eutanasia. Girato tra le quattro mura dell’istituto il film segue la presa di coscienza da parte del ragazzo, sano e indispensabile insieme a pochi altri come lui per i lavori pesanti, di ciò che accadeva di nascosto in quel luogo. Claustrofobico e con un crescendo di tragedia, il film si sofferma sul senso di giustizia di Ernst e il suo tentativo di opporsi al programma nazista per salvare i suoi coetanei rinchiusi lì dentro e incapaci di difendersi.

Nebbia-In-Agosto

Austerlitz di Sergej Loznitsa prende ispirazione dell’omonimo libro di W.G. Sebald, andando a filmare le ondate di visitatori negli ex campo di concentramento. Quei luoghi vuoti e tombali, intrisi di storia e di sofferenza sono diventati musei e monumenti storici. “L’idea di fare questo film mi è venuta perché visitando questi luoghi ho sentito subito una sensazione sgradevole nel mio essere lì, sentivo che la mia presenza non fosse etica in posti simili” ha raccontato il regista. Il documentario, girato in bianco e nero, si fissa sull’ingresso davanti al cancello con la scritta Arbeit Macht Frei, all’interno dei forni crematori, attraversa le celle, le docce, i luoghi di prigionia, di tortura, di lavoro, di raccolta dei cadaveri. Luoghi ripresi con molta gente, con lo smartphone in mano, che si fa i selfie, che mangia e beve, vestita come se andasse in spiaggia. E tra loro le guide, che in lingue differenti cercano di descrivere l’orrore. Austerlitz lascia in molti momenti lascia interdetti per gli atteggiamenti dei turisti, ma la domanda che pone resta più importante: che cosa resta in queste persone dopo una visita così. Quando escono sono diversi da come sono entrati?  Un film importante.

A German life di Christian Krones, un altro documentario. L’intervista a un adonna di 103 anni e che oggi ne ha 105. Il suo nome è Brunhilde Pomsel e ha lavorato a fianco a Joseph Goebbels, come sua segretaria al Ministero della Propaganda. Si è iscritta al partito nazional socialista a 22 anni ed è rimasta a lavorare con i nazisti fino alla caduta del Terzo Reich. Una vita e una storia raccontata in primissimi piani, stretti e in bianco e nero. Più scuro rispetto a quello di Austerlitz… La storia di una donna che ha avuto una vita intera per riflettere e provare rimorso e dolore per la pagina buia a cui ha preso parte quando era giovane.

Ascolta il commento sul film di David Bidussa

Bidussa film memoria

Il viaggio di Fanny di Lola Doillon. La storia incredibile di Fanny Ben-Am, riportata nel suo libro e trasposta al cinema dalla regista francese, figlia del cineasta Jacques Doillon. Ambientato durante l’occupazione nazista in Francia, quando i bambini ebrei dispersi e orfani di guerra venivano affidati a organizzazioni clandestine che li proteggevano nascondendoli dalle persecuzioni. Fanny è una dodicenne, che una volta scoperta dal nemico l’organizzazione che le dava conforto, è costretta a scappare verso la Svizzera con un gruppo di bambini da portare in salvo. Il film, adatto anche ai più piccola, descrive il viaggio di questi bambini resistenti, nascosti nei treni e nei camion, attraversando montagne e arraggiandonsi con ciò che trovavano per strada per non morire.

il_viaggio_di_fanny

La primavera di Christine di Mirjam Unger. Ambientato a Vienna nel 1945, sul finire della Seconda Guerra Mondiale, quando l’Armata Rossa metteva radici nei luoghi appartenuti ai soldati tedeschi. Christine è una bambina di nove anni, vive in una città bombardata e senza soldi si trasferisce con la famiglia in una vecchia villa alla periferia di Vienna, presso la famiglia di un combattente tra le fila dei tedeschi e mai tornato a casa. In quel casolare, in cui vivono ancora la moglie e il figlio del soldato, mette radici una truppa dell’Armata Rossa; inizialmente con intenzioni bellicose, ma poi anche grazie alla curiosità e solidarietà di Christine, il gruppo si installa lì creando scompiglio con i loro atteggiamenti sguaiati e in preda all’alcool. Anche in questo film lo sguardo dell’infanzia trasmette leggerenza in un contesto drammatico e cupo.

La primavera di christine

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    Barbara Sorrentini
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Al cinema con 14 nominations agli Oscar

Scoppiettante e all’insegna della leggerezza, dell’ottimismo, dell’amore e soprattutto della musica: è La la land di Damien Chazelle. Quattordici nominations agli Oscar 2016, dopo aver aperto a settembre la 73esima Mostra del Cinema di Venezia e portato a casa sette Golden Globe. Candidato anche come miglior film, regia, attori La la land ha raggiunto un record storico, pari solo a Titanic (1997) e a Eva contro Eva (1950).

In lizza altri nove film di tutto rispetto, tra cui Arrival, Lion e Moonlight. Tra gli attori, oltre a Ryan Gosling figurano Viggo Mortensen, Denzel Washington, Andrew Garfield, Casey Affleck e tra le attrici, accanto ad Emma Stone: Meryl Streep con Florence, Natalie Portman con Jackie, Ruth Negga, Isabelle Huppert. L’Italia è presente con Fuocoammare di Gianfranco Rosi nella sezione documentari. Tra i film d’animazione, il caso europeo La mia vita da Zucchina.

Qui tutte le altre nominations. La cerimonia si terrà a Los Angeles la notte tra il 26 e il 27 febbraio 2017.

La la land sarà al cinema dal 26 gennaio.
Dopo aver sorpreso ed entusiasmato
il pubblico con Whiplash, il giovane regista americano Damien Chazelle abituato a dirigere videoclip ha ripreso in mano un antico progetto di musical, in cui le note jazz non fanno solo da sottofondo, ma sono assolute protagoniste.

E lo dimostra anche il fatto che nelle vesti del cantante della band dei The Messengers, Chazelle abbia scelto John Legend, già Premio Oscar per la meravigliosa Glory, canzone del film Selma. La colonna sonora composta da Justin Hurwitz è parte integrante del film, è parte della sceneggiatura.

Musical, dicevamo, sicuramente con uno sguardo vezzoso rivolto al passato, ma anche un po’ a Bollywood e con un tocco contemporaneo. L’esempio perfetto è la prima scena, in cui si animano canti e balli nel mezzo di un ingorgo su una highway di Los Angeles, proprio là dove Michael Douglas perdeva il controllo in Un giorno di ordinaria follia di Joel Shumacher.

E’ anche una commedia sentimentale, un film d’amore La la land, di quelli con i due protagonisti che prima di capire di essere innamorati l’uno dell’altro entrano in conflitto.

Sebastian e Mia Dolan, interpretati da Ryan Gosling ed Emma Stone, sono tra gli ultimi rimasti con un sogno nel cassetto: lui pianista jazz vorrebbe aprire un locale in stile New Orleans, schifato dall’imbastardimento di questa musica piena di storia e radici; lei vorrebbe fare l’attrice, come le star che serve ogni giorno al bar degli Studios, in cui lavora, alternado provini umilianti. Si incontrano per caso, più di una volta, e cantando e ballando scoprono di amarsi.

Ballano e cantano varie volte, con alcuni momenti che ricordano Tutti dicono I love you di Woody Allen:  e questo è il modo raffinato per far emergere i sentimenti reciproci e per sostituire le scene di sesso, tanto richieste dal box office. Stone e Gosling ce la mettono tutta e con molta ironia, pur non essendo ballerini e cantanti. Anzi, la verità sta nell’imperfezione dei lori movimenti e delle loro esibizioni canore.

Un trucco in più per far dire a Chazelle che tutto si può fare, basta crederci.

 

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    Barbara Sorrentini
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Il linguaggio degli alieni

Un’ode al linguaggio e alla comunicazione tra esseri diversi, Arrival di Denis Villeneuve è tratto dal racconto Story of Your Life dell’autore fantascientifico di culto Ted Chiang. L’arrivo di una navicella spaziale guidata da alieni è lo spunto, apparentemente poco originale, del film del regista di Sicario, La donna che canta e dell’imminente Blade Runner 2 con Ryan Gosling. La presenza di queste creature in un vasto territorio del Montana viene controllata dall’esercito e dall’F.B.I., con la collaborazione di una traduttrice poliglotta, interpretata da Amy Adams e da un matematico, l’attore Jeremy Renner. Per i due tecnici la comunicazione con le creature aliene diventa lo scopo primario e l’unica possibilità di intesa e di unione con le altre undici zone “invase” dagli alieni: dalla Russia alla Cina.

Uno sforzo immane, nel tentativo di leggere segnali inviati da enormi creature con un’unica mano gigante fatta di sette dita, che si muovono come tentacoli per disegnare cerchi d’inchiostro di seppia, stelle marine e lombrichi. Un linguaggio simile a quello dell’infanzia o dei sogni. In questo film la comunicazione assume un senso quasi politico, come unica forma di avvicinamento tra culture e mondi diversi e Villeneuve tratta il tema con grazia e profondità.

Con Arrival il genere della fantascienza viene trasportato in un percorso che unisce passato e futuro, con un presente contornato da immagini che provengono dall’inconscio e dai labirinti dalla mente della protagonista. Il direttore della Mostra del Cinema Alberto Barbera presentò il film di Villeneuve come “Lo Spielberg di Incontri ravvicinati del terzo tipo che incontra il cinema di Terrence Malick”, vero, così come Interstellar e molti altri, ma volendo citare un altro film di riferimento, penserei anche a Shutter Island di Martin Scorsese, dove la mente di Leonardo Dicaprio si trasformava nel set della lotta tra rimosso e memoria. Anche il tema musicale è lo stesso, l’ouverture di This Bitter Earth di Dinah Washington.

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    Barbara Sorrentini
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L’ultimo giorno dell’Apollo

Domenica 15 gennaio 2017 il Cinema Apollo di Milano chiude definitivamente. La storica e centralissima sala cinematografica, gestita al 50% da Anteo, è stata venduta per volere della proprietà a Apple, che modificando la piazza antistante ne farà un enorme store.

Una decisione sofferta ma, purtroppo, inevitabile che a scapito di una offerta culturale di qualità, favorirà ancora una volta un esercizio commerciale.

Se da un lato i gestori non sono riusciti ad evitare la vendita e il licenziamento dei lavoratori, dall’altro per il cinema di qualità non è finita. Anzi, ci sarà un ampliamento dell’offerta, in zone non centralissime ma raggiungibili con i mezzi.

Per l’estate 2017 si potrà assistere alla nascita di un vero e proprio Palazzo del Cinema, intorno ad Anteo Spazio Cinema, con 10 schermi, caffetterie, libreria, ristorante e arene estive. E per la fine dell’anno altre 7 sale cinematografiche nell’area City Life, davanti alla fermata della linea 5 della metropolitana.

Soluzioni che manterranno un impegno costante con la cultura, come il circuito Anteo Spazio Cinema ha fatto per anni e risolveranno, in buona parte, la questione lavorativa dei dipendenti dell’Apollo, che da domani saranno a casa.

Oggi a Chassis ne abbiamo parlato con Lionello Cerri di Anteo e con gli ascoltatori di Radio Popolare.

Ascolta il podcast

CARISSIMI SPETTATORI,

come sapete, il cinema Apollo terminerà la sua programmazione domenica 15 gennaio a causa di un cambio di attività commerciale. Per noi di Anteo, soci al 50% nella gestione del cinema Apollo, è stato, nostro malgrado, un cambio di rotta doloroso, in controtendenza con l’intento di promuovere la cultura del cinema e di crescere insieme al nostro pubblico. Ma proprio in funzione di questa nostra missione, si aprirà un nuovo capitolo per la storia di Anteo spazioCinema. Vi ringraziamo per l’affetto dimostrato in questi dodici anni, ognuno di voi ha saputo darci qualcosa, dalla costante affluenza alle sale, alla petizione per salvare Apollo.Le porte di Apollo si chiudono, ma si aprono quelle di Palazzo del Cinema Anteo e di un nuovo cinema a Citylife. Non è la stessa cosa, non lo sarà mai, ma vogliamo che il dispiacere si converta subito in energia positiva, costruttiva. A voi un grazie di cuore, perché amate il cinema quanto noi amiamo il nostro lavoro. Per noi siete punto di riferimento fondamentale, quanto il cinema è e sarà per la città di Milano e per il nostro paese.

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    Barbara Sorrentini
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La luce di Scorsese contro il silenzio di Dio

Iniziò a leggere il libro di Shusaku Endo quasi trent’anni fa, quando dopo una proiezione del suo film L’ultima tentazione di Cristo l’arcivescovo Paul Moore gliene regalò una copia. La lettura di Silence impressionò parecchio Martin Scorsese, perché conteneva elementi di fede e spiritualità che lo stesso regista stava ancora affrontando. Riflessioni che il regista di Toro Scatenato ha sempre portato con sé e che anche nei film apparentemente più lontani (tipo Quei bravi ragazzi, Taxi Driver o The Departed) ha sempre espresso attraverso le sue storie. “Sono cresciuto in una famiglia profondamente cattolica ed ero molto coinvolto nella pratica religiosa – ha sottolineato Scorsese nelle note di regia. I miei principii e le mie idee sono ancora basati sulla spirtualità del cattolicesimo in cui ero immerso da bambino, una spiritulità che ha a che vedere con la fede”.

Il romanzo di Endo uscì nel 1966 e in Giappone diventò in poco tempo un bestseller, poi tradotto in inglese e pubblicato in diversi Paesi (in Italia uscì nel 1982 per Rusconi e nel 2013 per Corbaccio). La trama, ripresa anche nel film, vede come protagonisti due giovani missionari, sulle tracce del loro maestro Padre Chistovao Ferreira, gesuita portoghese in missione evangelizzatrice nel Giappone del 1600 che abiurò, si convertì al buddismo e sposò una donna giapponese.

Durante il loro viaggio Padre Sebastian Rodrigues (Andrew Garfield) e padre Francisco Garupe (Adam Driver) continuano con il processo di evangelizzazione nei villaggi, nonostante venisse perpretata nei confronti dei convertiti cristiani, i kakase kirishitan (cristiani nascosti) una repressione violentissima e senza pietà, da parte del governo. Pregare il Dio cristiano era proibito in Giappone e punito con il sangue e chi arrivando dall’estero proponeva la conversione era considerato un nemico da abbattere.

In Silence, Martin Scorsese pone l’accento sulle violenze, ma nello stesso tempo si domanda e fa domandare ai suoi personaggi dove sia Dio mentre i suoi fedeli vengono torturati e decapitati. C’è un Dio che ha più diritto di cittadinanza rispetto a un altro, o qualsiasi idea venga identificata con un Dio è giusto che sopravviva?

Il messaggio di questo film, perché di messaggio in questo caso si deve parlare, è legato alla supremazia delle religioni e ai conflitti a cui esse conducono. Inutile dire, che questa storia ambientata nel ‘600 in Oriente, è tuttavia molto attuale. Se in altri luoghi, come in Sudamerica l’evangelizzazione è costata miriadi di vite tra gli indios che si opponevano, in Giappone si potrebbe parlare di una sorta di resistenza efferata, perché come dice padre Ferreira mentre spiega la sua scelta al giovane allievo che insiste per riportarlo a credere nel Dio cristiano: “Questa terra è una palude e nelle paludi le radici non attecchiscono”.

E sono le immgini a fornire una guida parallela alla trama teorica del film. Ogni fotogramma racconta una storia a sé e la luce quasi perenne sul volto di Andrew Garfield fa contrasto con le nebbie del paesaggio ostile. Scorsese riconosce che la fede è un fatto intimo, da non imporre e da non rivelare. Credi in quello che ti pare, ma accetta questa libertà anche nell’altro.

Silence è il film di una vita e che rende ancora più solida la cinematografia completa del regista, a partire dagli anni ’70, che sia di film inquietanti come Shutter Island, sognanti come Hugo Cabret, spietati come The Wolf of Wall Street, spirituali e terreni come Al di là della vita, sofisticati e letterati come L’età dell’innocenza, o appassionatamente musicali come No Direction Home e Shine a light.

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    Barbara Sorrentini
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Leia o Leila già ci manchi

Il lato oscuro non le è mai mancato e in parte lo abbiamo scoperto leggendo il romanzo semi autobiografico da cui è stato tratto il film Cartoline dall’inferno di Mike Nichols con Meryl Streep e Shirley MacLaine. Carrie Fisher se n’è andata poco dopo Natale, seguita dalla madre, l’attrice Debbie Reynolds che non ha retto al dolore. Madre e figlia, con un rapporto tormentato, raccontato dalla stessa Fisher nel suo libro e chiosato dai rotocalchi americani.

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La Principessa Leia in Italia è sempre  stata Leila, da Guerre Stellari all’Impero colpisce ancora e soltanto nel capitolo VII Star Wars: il risveglio della forza è diventata Leia, come nella versione originale di George Lucas. Una ragazza degli anni ’70, ben piantata nel suo contesto reale di un’America ribelle e dal passato democratico, ma che per tutta la vita ha dovuto rispondere al mito che l’ha ingabbiata. Una principessa stellare per tutti noi, che aveva come alleati un ragazzino bellissimo del suo stesso sangue, un misterioso e affascinante avventuriero che in sè portava il senso della solitudine e una creatura pelosa, buffa e irascibile. La foto qui sotto racconta tantissimo di questa ragazza normale, impegnata in un ruolo più grande di lei; fotografata in una pausa sul set di Guerre stellari, con la borsa di cuoio appesa sulla sedia, che tradisce la normalità e la generazione della principessa spaziale.

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La vita tormentata, i matrimoni complicati, l’alcool, le droghe sembravano un problema di poco conto per una donna abituata a guidare l’Alleanza Ribelle e con una situazione famigliare, costruita dalla mente geniale di George Lucas, più intricata di un rebus enigmistico. Ci aveva commosso in quell’abbraccio con Han Solo, Harrison Ford, nel Capitolo VII, ma dovremmo rivederla nel Capitolo VIII, l’ultimo film che la vedrà ancora nel cast di Guerre Stellari.

E però non è giusto rinchiudere Carrie Fisher soltanto nella saga di Lucas. Anche perchè fu davvero indimenticabile nei panni della ex-fidanzata super vendicativa di John Belushi in The Blues Brothers: celebre la scena delle scuse inventate da Jake “Ti prego, ti prego, non mi uccidere. Ti prego baby, lo sai che ti amo. Non avrei mai voluto lasciarti, non è stata colpa mia. Non ti ho tradita, dico sul serio. Ero rimasto senza benzina, avevo una gomma a terra, non avevo i soldi per prendere il taxi, la tintoria non mi aveva portato il tight, c’era il funerale di mia madre, era crollata la casa, c’è stato un terremoto, una tremenda inondazione, le cavallette! Non è stata colpa mia! Lo giuro su Dio!”

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Tanti titoli nella sua filmografia, da Hannah e le sue sorelle di Woody Allen a Harry ti presento Sally di Rob Reiner, più diversi copioni scritti da co-sceneggiatrice, come per Hook-Capitan Uncino accanto a Steven Spielberg, in cui lei aveva anche una parte da attrice.

Chissà in quanti film avremmo potuto vederla ancora.
Fai buon viaggio Principessa e continua a camminare tra le stelle.

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    Barbara Sorrentini
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Buio in sala, senza cinepanettoni

Il periodo delle feste è il momento migliore per andare al cinema. C’è meno gente nelle città e ci sono maggiori possibilità per vedere un film anche in orari meno vincolati. Ecco allora qualche consiglio, dalla trasmissione Chassis.

Dalla A di Aquarius alla S di Sully

Aquarius di Kleber Mendonca Filho. Protagonista assoluta è Sonia Braga, celebre anche in Italia per le telenovas passate negli anni ’80 sulle tv commerciali e molto amata in Brasile. Un film sulla resistenza e la tenacia di una sessantenne nel tenersi stretta la propria casa minacciata da un’agenzia immobiliare che vorrebbe comprarla. L’Aquarius è il complesso di edifici costruito negli anni ’40 di cui Clara è rimasta l’ultima inquilina. Nella sua casa c’è la sua vita, i suoi ricordi, legati al marito e ai figli. Oltre alla sua passione musicale, diventata una professione. Un pretesto per raccontare il Brasile di ieri e di oggi.

E’ solo la fine del mondo, di Xavier Dolan. Il punto di partenza di Giusto la fine del mondo (traduzione letterale del titolo originale) è il testo teatrale omonimo del 1990 di Jean-Luc Lagarce, che porta su di sé l’ombra nera dell’Aids, molto rappresentato in Francia e in Italia portato in scena da Luca Ronconi. Complesso e affascinante dal punto di vista del linguaggio, chiuso tra le quattro mura di un interno famigliare in cui si scatena il finimondo, con il ritorno a casa dopo dodici anni d’assenza del fratello minore, scrittore e gay. Con un cast pazzesco e diretto benissimo, Xavier Dolan prende in mano la tragedia, trasportando al cinema un movimento e una libertà, studiata su primi piani strettissimi, movimenti di macchina continui, colori sgargianti, urla, sguardi accesi, movimenti sul posto. Un trionfo di immagini in movimento, su un testo che il regista canadese ha scoperto e amato molti anni fa e portato a compimento dopo aver raggiunto la possibilità di farlo. Fondamentale l’apporto degli attori: Gaspard Ulliel, Nathalie Baye, Lea Seydoux, Vincent Cassel e Marion Cotillard, che si sono messi totalmente al servizio di questa messa in scena, certamente molto originale e diversa rispetto al lavoro più classico sul personaggio, utilizzato per il cinema e forse anche per il teatro. Dopo tante storie declinate in modo differente intorno alla famiglia e all’omosessualità, E’ solo la fine del mondo è un esercizio di stile, anche imperfetto ma da cui sgorga verità e passione.

Florence, di Stephen Frears. Maryl Streep è Florence Foster Jenkins, ricca ereditiera americana, vissuta negli anni ’40 e nota per aver calcato le scene del Carnegie Hall nonostante le sue scarse doti canore. Accompagnata dall’attore Hugh Grant, nei panni del marito fedifrago e accondiscendente, che per aiuarla ad esaudire il suo sogno lirico le affiancherrà il giovane pianista talentuoso Cosmé McMoon.

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I Cormorani, di Fabio Bobbio. Ascolta l’intervista al minuto 29.

La mia vita da zucchina, di Claude Barras. E’ uno di quei film in cui è impossibile arrivare alla fine senza piangere. La storia del bambino di 9 anni che si fa chiamare Zucchina è struggente, anche grazie allo zampino di Céline Sciamma, la regista di Tomboy e Diamante nero e qui sceneggiatrice, sempre molto attenta ai moti interiori degli adolescenti, ed evidentemente anche dei bambini. Zucchina arriva in orfanotrofio dopo la morte della madre, di cui si sente un po’ responsabile. Giorno dopo giorno scopre una nuova famiglia, superando la maliconia e saldando forti legami. L’animazione è realizzata in stop-motion con pupazzi disegnati e fatti muovere per le riprese.

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La stoffa dei sogni, di Gianfranco Cabiddu. Ascolta l’intervista a inizio trasmissione.

Le stagioni di Louise, di Jean-François Laguionie. Leggi l’articolo sul sito, con l’intervista a Piera Degli Esposti.

Lion, la strade verso casa, di Garth Davis. Una storia troppo incredbile per essere vera, eppure si sa che la realtà spesso suoera la fantasia. Tratto dal libro di memorie di Saroo Brierley, il film ripercorre la vita di un bambino che a 5 anni invece di prendere il treno che lo portava a casa, salì su quello per Calcutta e non fu più ritrovato dalla sua famiglia. All’età di 25 anni, cresciuto con la coppia australiana che lo ritrovò per strada, inizia a cercare il villaggio indiano in cui è nato. Commovente quanto basta, interpretato da Dev Patel, già apprezzato in The Millionaire e da Nicole Kidman.

Oceania, di Ron Clements e John Musker. La nuova eroina della Disney si chiama Vaiana e lotta per salvaguardare l’ecosistema della popolazone Maori. Accompagnata da Maui, un bizzarro semidio e da un pollo ridicolo Vaiana cavalca l’Oceano senza paura, in una favola politicamente corretta.

Paterson, di Jim Jarmusch. Leggi l’articolo sul sito.

Sully, di Clint Eastwood. Sully è il dominutivo di Chesley Sullenberger, il pilota che il 15 gennaio 2009 salvò 155 passeggeri e tutto l’equipaggio dell’aereo, partito dall’aereoporto di New York La Guardia e ammarato nel fiume Hudson, in grave stato d’emergenza. Il film, oltre a mostrare la spericolatezza dell’atterraggio in acqua, il panico di chi stava viaggiando e la trasformazione in eroe di un uomo comune, segue parte dell’inchiesta che seguì l’azione di Sully, interpretato come sempre in modo ineccepibile da Tom Hanks, per stabilire se il pilota avesse potuto atterrare regolarmente negli aereoporti vicini. Anche se è difficile perdonargli di aver appoggiato Trump nelle ultime elezioni americane e di aver parlato con una sedia vuota rivolgendosi ad Obama, Clint Eastwood resta un grande regista e continua a fare film di cui la storia del cinema non potrebbe fare a meno.

Buone visioni!

 

 

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    Barbara Sorrentini
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La resistenza di Louise

Louise è una donna anziana, in vacanza in una località balneare della Normandia. Quando arriva la fine dell’estate e il momento di tornare in città, perde l’ultimo treno. Le stagioni di Louise (Louise en hiver) di Jean-François Laguionie è un film d’animazione, disegnato in acquarello su carta e poi girato in 3D. Il paesaggio deserto del piccolissimo centro di Bilinger sur mer si mescola allo stato d’animo della protagonista. La spiaggie e le maree della Normandia, che tanto hanno ispirato i pittori che tra l’800 e inizio ‘900 stabilivano i propri atelier su quelle coste, così come quel giallo sabbioso calpestato dai soldati americani che hanno perso la vita per liberare la Francia dai tedeschi, si mescolano con gli stati d’animo della protagonista, aggiungendo una sfumatura malinconica alla storia.

Ma Louise, in realtà non è né triste né malinconica, nel suo arrangiarsi a sopravvivere in una sorta di deserto, costruendosi una baracca vicino al mare e cercando cibo dove non c’è nemmeno un negozio aperto. Fa amicizia con un cane, Pepe, anziano come lei e che le farà compagnia fino all’arrivo di una nuova estate. Quel paesaggio dell’anima, un po’ irreale e metaforico, è lo spunto per far rivivere a Louise i ricordi di quando era bambina e nello stesso tempo la aiuta a scoprire un libertà mai conosciuta.

La sfida di Laguionie, al suo quinto lungometraggio e già Palma d’Oro al Festival di Cannes nel nel 1978 con il corto La traversée de l’Atlantique à la rame, è quella di mettere al centro di una storia animata, una protagonista donna e anziana. Uno dei rari e apprezzabili casi nella storia del cinema.

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La voce di Louise nella versione italiana del film, è quella dell’attrice Piera Degli Esposti, che si è immedesimata totalmente nel personaggio: “Sono rimasta molto coinvolta dalla profondità che mostra Louise nell’affrontare l’avventura e la solitudine. La bimba che è in lei è ancora viva. E’ un film che spazza via la morte e fa trionfare la vita”.

Diretta dai migliori registi italiani, da Pier Paolo Pasolini a Marco Bellocchio, passando da Nanni Moretti, Piera Degli Esposti ha raccontato a Radio Popolare come sono stati trasformati artisticamente alcuni stereotipi sull’anzianità.

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    Barbara Sorrentini
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Quando l’America era poetica

Paterson, New Jersey. Una città e una persona danno il titolo al nuovo film di Jim Jarmusch. Infatti Paterson è anche il nome del protagonista interpretato da Adam Driver, che nel film fa l’autista (driver?) di autobus. Vive con la fidanzata (l’attrice iraniana Golshifteh Farahani), appassionata di oggetti, stoffe, disegni e cupcakes, che sforna in quantità industriali, in bianco e nero. Una vita semplice e tranquilla per Paterson, alla guida dell’unico mezzo che trasporta grandi e piccini in giro per la cittadina. Le giornate trascorrono ascoltando discorsi, pettegolezzi e storie e scrivendo poesie sul quaderno segreto. Ogni sera una birra al pub sotto casa portando a spasso il cane.

La poesia nel film ha uno spazio centrale, è una passione per il protagonista fiero di vivere nello stesso luogo che ha dato i natali William Carlos William e ispirazione ad Allen Ginsberg. Con semplicità e leggerezza Jim Jarmusch racconta una storia tranquilla, con una struttura semplice e senza conflitti drammatici. Lo stesso regista ha descritto così Paterson: “Il mio film segue sette giorni dellla vita dei suoi personaggi, rendendo omaggio alla poesia dei dettagli, delle variazioni e dei cambiamenti quotidiani. Paterson vuole essere un antidoto alla cupezza dei film drammatici e del cinema d’azione”.

Jarmusch invita gli spettatori di Paterson a lasciarsi trasportare fluttuando tra le immagini che passano sotto i loro occhi come dal finestrino di un autobus. Ascoltando i discorsi della gente, come quelli dei due studenti che citano Gaetano Bresci, l’anarchico che nel 1900 uccise il re Umberto I di Savoia partendo da Paterson, New Jersey.

I due protagonisti sono i giovani attori Adam Driver, già visto e apprezzato in Hungry Hearts di Saverio Costanzo, in Lincoln di Steven Spielberg, in Giovani si diventa di Noah Baumbach e in altri film diretti da Clint Eastwood e i fratelli Coen. A breve lo vedremo in Silence di Martin Scorsese e ha preso parte anche in Star Wars: il risveglio della forza.

E Golshifteh Farahani, attrice iraniana costretta all’esilio, che arrivò al cinema anche in Italia grazie al film About Elling di Asghar Farhadi e Nessuna verità di Ridley Scott. Ha lavorato in Pollo alle prugne di Marjane Satrapi, in Come pietra paziente di Atiq Rahimi, ha lavorato con Abbas Kiarostami e Louis Garrel, vive a Parigi e la vedremo nel prossimo episodio di Il Pirata dei Caraibi-La vendetta di Salazar.

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    Barbara Sorrentini
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Radio Pop in Noir

Il giallo e il nero. I colori che da sempre caratterizzano il logo di Radio Popolare, sono anche le tinte distintive del Noir in Festival. L’unico festival di genere, che storicamente unisce cinema e letteratura e che per venticinque anni si è svolto a Courmayeur. Per il 2016, i direttori Marina Fabbri e Giorgio Gosetti hanno accettato la sfida di portare scrittori e registi da brivido in Lombardia. Dal 7 all’11 dicembre a Como e dall’11 al 14 dicembre a Milano.

Radio Popolare ha deciso di seguire queste giornate culturali come media partner, con trasmissioni, collegamenti, interviste e dirette. Si comincerà, con un’anticipazione domenica 4 dicembre a Chassis con i direttori che guideranno gli ascoltatori e gli spettatori nel ricco programma di questa edizione. La trasmissione di cinema della domenica sarà dedicata al Noir in Festival anche l’11/12, mandando in onda tra le altre cose le interviste a Roberto Saviano e a Gianluca Ferraris. E a partire dal 7/12 ogni giorno Radio Popolare dedicherà uno spazio a incontri e film, anche con una diretta da Como l’8 dicembre dalle 12.30 alle 13.

L’autore di Gomorra e di La paranza dei bambini sarà premiato a Como il 7 dicembre con il prestigioso Raymond Chandler Awards 2016, premio istituito nel 1996 da Irene Bignardi e che è stato assegnato ai maggiori scrittori di genere, tra cui John le Carrè, John Grisham, Elmore Leonard, Michael Connelly, Andrea Camilleri, Don Wislow, P.D. James, Scott Turow, Henning Mankell e nel 2015 a Joe Lansdale.

Come ogni anno si svolgerà la finale del Premio Giorgio Scerbanenco, che si terrà a Milano, nella città in cui è cresciuto l’autore di I milanesi ammazzano il sabato e con la giuria presieduta dalla figlia Cecilia. I finalisti, che si presenteranno il 13/12 all’Anteo sono: Andrea Fazioli con “L’arte del fallimento” (Guanda), Bruno Morchio con “Fragili verità” (Garzanti), Enrico Pandiani con “Una pistola come la tua” (Rizzoli), Pasquale Ruju con “Un caso come gli altri” (E/O) e Fabio Stassi con “La lettrice scomparsa” (Sellerio).

Oltre alle premiazioni ci saranno gli incontri pubblici con gli scrittori a Como: Gianrico Carofiglio, Matteo Strukul, Marcello Simoni, Mai Jia, Erica Arosio e Giorgio Maimone, Andrea Vitali, Donato Carrisi e Pino Insegno che leggerà pagine di Jo Nesbo; e a Milano: Jesper Stein, Friedrich Ani, Franck Bouysse, Francesco Crispino, Massimo Carlotto e l’attore Vinicio Marchioni che leggera pagine di Maurizio De Giovanni.

Alla cronaca noir sarà dedicato un incontro allo IULM di Milano il 13/12 h 10.30, su giornalismo e scrittura di genere con Carlo Bonini, Piero Colaprico, Gianluca Ferraris, Carlo Lucarelli e Fabrizio Roncone, moderato da Barbara Sorrentini e Gaetano Savatteri. Quella collaborazione con lo IULM è nata per l’edizione 2016 e ospiterà una sorta di gioco cinematografico curato da Gianni Canova, Fight Cult, che mette in gara otto film italiani. Saranno dei combattimenti verbali per discutere di cinema. In gara: Le conseguenze dell’amore di Paolo Sorrentino, Quo vadis baby? di Gabriele Salvatores, Romanzo criminale di Michele Placido, Gomorra di Matteo Garrone, Anime nere di Francesco Munzi, il Smetto quando voglio di Sidney Sibilia, Suburra di Stefano Sollima e Veloce come il vento di Matteo Rovere. E naturalmente tanto cinema noir, sia a Como che a Milano a partire dal polar di apertura di Jean-François Richet Blood Father, le anteprime dei film di Claudio Amendola Il permesso, 48 ore fuori di Iris di Jalil Lespert, La larga noche di Francisco Sanctis di Marquez e Testa, il restauro di Quattro mosche di velluto grigio di Dario Argento e le due versioni di Il bacio della pantera, quella di Jacques Tourneur del 1942 e quella Paul Schrader di quarant’anni dopo. Pantera che presta il muso della locandina del Noir in Festival 2016, con un occhio azzurro e uno marrone in omaggio a David Bowie.

Qui tutto il programma del Noir in Festival

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    Barbara Sorrentini
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La danza come sfida sociale

Al Torino Film Festival il cinema si mescola con la danza. Protagonista L’étoile del Teatro alla Scala Roberto Bolle, a cui è stato dedicato il film Roberto Bolle – L’arte della danza, che sarà visibile nelle sale italiane solo dal 21 al 23 novembre.

Il documentario diretto da Francesca Pedroni segue il ballerino nella preparazione degli spettacoli andati in scena all’aperto: all’Arena di Verona, alle Terme di Caracalla e al Teatro Grande di Pompei. Uno degli aspetti più interessanti del lavoro di Bolle è proprio questo e con tutte le difficoltà che ne comporta: portare la danza nei grandi teatri italiani all’aperto, per portare la danza a tutti. “La danza è bellezza e la bellezza è cultura”, ripete varie volte l’étoile.

L’arte della danza è presente in tutto il film, dalle scene girate durante le prove, al momento travolgente e dai ritmi vorticosi dell’esibizione con il pubblico; e a fare da contrappunto non mancano momenti privati in albergo, in viaggio e qualche ora di svago con altri ballerini, invitati da tutto il mondo per spettacoli come Bolle & friends e in cui si accompagna nel ballo con i maggiori talenti della danza, provenienti da Stati Uniti, Russia, Germania, Inghilterra.

“Ventenne incantò tutti danzando alla Scala con il suo primo Romeo, parte che gli fece conquistare giovanissimo il ruolo del primo ballerino del teatro. Un’eleganza naturale, principesca, da perfetto danseur nobile, una bellezza da manuale d’arte, ideale per le linee classiche e neoclassiche che però non gli ha impedito, anzi lo ha spinto a mettersi in gioco anche in ruoli dalla personalità tormentata come Onegin o Don José“. Spiega la regista Francesca Pedroni che si occupa di danza per diversi media, è autrice del canale satellitare di Classica HD e lo segue dai suoi primi successi.

Il film, girato in una decina di giorni, decisamente intensi, ospita tra gli altri ballerini Nicoletta Manni (Teatro alla Scala), Melissa Hamilton, Eric Underwood, Matthew Golding (Royal Ballet London), Jiri e Otto Bubenicek (Semperoper Ballet Dresda e Hamburg Ballet), Anna Tsygankova (Riabko e Hamburg Ballet), Maria Kotchetkova e Joan Boada, Alexadre Riabko (San Francisco Ballet).

Tra i tantissimi meriti che si leggono nella biografia di Roberto Bolle, vale la pena ricordare le collaborazioni con l’American Ballet Theatre, con il Balletto dell’Opéra di Parigi, con il Balletto del Bolsoj; le esibizioni a Buckingam Palace su nvito della Regina Elisabetta e sul Sagrato di Piazza San Pietro su invito di Papa Giovanni Paolo II. E ancora la nomina a Principal dell’American Ballet Theatre, le direzioni di Peter Greenway e Bob Wilson. Infine, dal 1999 è Ambasciatore di Buona Volontà per l’Unicef, Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana conferitogli nel 2012 dall’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e dal 2004 è Medaglia d’Oro dell’Unesco. Sono tutte nomine che mettono al primo posto il valore culturale della danza come messaggio universale.

Ascolta l’intervista a  Roberto Bolle

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I sogni infranti dell’infanzia

Quando si va al cinema a vedere un film di Marco Bellocchio non bisogna mai andarci prevenuti. E nemmeno cercando di immaginare come sarà. Il cinema del regista di I pugni in tasca è ogni volta una sorpresa e nello stesso tempo un’esperienza. Ogni suo film è sempre carico di simboli che toccano quasi ogni aspetto della vita, sia personale che pubblica, ed è raro restare impassibili o indifferenti alle immagini e ai messaggi che ci lancia.

Di fronte a un romanzo come Fai bei sogni di Massimo Gramellini, quindi ci si può aspettare di tutto. Un caso letterario che nel 2012 rimase in classifica per più di cento settimane, superando il milione di copie vendute; un libro gratificato dalla presenza settimanale dell’autore su Rai Tre e dagli editoriali su La Stampa. Ma anche un libro che ha commosso molta parte degli italiani, facendo scoprire ai lettori l’esperienza intima e drammatica di Gramellini che rimase orfano di madre a nove anni. Ma è anche un libro che nel mettere a nudo i sentimenti dell’autore, ha avuto un forte impatto in tutti coloro che hanno vissuto esperienze simili, quindi prima o poi tutti, portando a un processo di identificazione .

In questa storia, così italiana per gli anni in cui è ambientata, dai ’70 al 2000, Marco Bellocchio ha trovato pane per i suoi denti. Ne ha mantenuto la trama: tagliando dove c’era da accorciare e approfondendo laddove serviva, ma soprattutto ci ha messo il cinema. Un cinema che esplora il contesto storico, lo cerca e lo mette in evidenza. Che utilizza gli attori come testimoni, come portatori di significati. Significati che spaziano dalla vita alla morte, incontrando la malattia, scontrandosi con la religione e contornandosi di eventi politici e di attualità.

Il protagonista da adulto è interpretato da Valerio Mastandrea che trasporta su di sé, per poi esternarlo, il dolore della perdita, dell’abbandono e della ricostruzione di un’identità. Una ricerca di sé, che parte dall’infanzia, unendo ricordi colorati a un presente grigio e marrone scuro. “Una guarigione o un reale principio di cambiamento”, – lo definisce Bellocchio. Un percorso che incontra l’amore, per Elisa (Bérénice Bejo) la dottoressa che lo assiste durante gli attacchi di panico.

In questo film si ragiona sull’assenza, sul vuoto degli affetti, sull’incomprensione, sull’incapacità di comunicare la verità ai bambini, anche quando crescono. La sacra famiglia, dissacrata, un tema sempre presente nel cinema di Bellocchio.

Ascolta l’intervista a Marco Bellocchio e a Valerio Mastandrea

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    Barbara Sorrentini
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Fine della storia, non della memoria

Torna Juan Belmonte nell’ultimo romanzo di Luis Sepulveda. Lo scrittore cileno, tanto amato sia dai grandi che dai bambini, esiliato dopo essersi ribellato alla dittatura di Augusto Pinochet pagando in prima persona con un’incarcerazione e con la prigionia della donna che amava, poi liberata fingendosi morta, con La fine della storia (Guanda) torna a fare i conti con alcuni aspetti della propria biografia. Lo aveva già fatto dodici anni fa con Un nome da torero, libro in cui compare per la prima volta l’ex guerrigliero Belmonte, alla ricerca della moglie tra Berlino e la Terra del Fuoco. Un noir, tratto da episodi reali.

Nel nuovo romanzo si legge di un’altra missione molto ardua, a cui viene chiamato da vecchi compagni di guerriglia convertiti allo spionaggio, coinvolgeno tra le zone descritte l’Unione Sovietica della Seconda Guerra Mondiale, il Cile di oggi e quello degli anni ’70-’80, incontrando cosacchi, spie e criminali spietati. Ma anche persone per bene che insieme a lui avevano sostentuo Salvador Allende. Anche qui compare la moglie in differenti momenti chiave. E il tormento e la rabbia di Belmonte sono il motore per portare avanti un’azione vendicativa e riparatoria.

Scorrevole e intrigante La fine della storia ti rincorre fino all’ultima pagina, raccogliendo elementi di verità uniti a una forma romanzata che assomiglia a quella cinematografica. Un linguaggio non estraneo all’autore di Le rose di Atacama, Il vecchio che leggeva romanzi d’amore (a cui seguì la trasposizione cinematografica di Rolf De Heer), Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare (diventato un film di animazione di Enzo D’Alò, sceneggiato e narrato con la voce dello stesso Sepulveda) solo per citare tre romanzi tra i più di quaranta pubblicati, perchè lui stesso diresse il film Nowhere nel 2002 e dedicato ancora una volta a una storia legata alla dittatura.

Ascolta qui l’intervista a Luis Sepulveda

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    Barbara Sorrentini
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