Programmi

Approfondimenti

Addio a Sean Connery

Sean Connery

Era il più bello di tutti. Di quella bellezza che non risponde ai canoni, ma che contiene tutto: intelligenza, simpatia, ironia, saggezza, bontà, serenità, dolcezza e autorevolezza. Sean Connery trasmetteva tutto questo, come essere umano e come attore attraverso i suoi personaggi. Non solo 007, anche se a partire dal 1962 con “Licenza di uccidere” il volto di James Bond, sagace seduttore, è riconducibile prima di tutti a lui: agente in sette film tratti dai romanzi di Ian Fleming.

Scozzese, classe 1930, Sean Connery aveva compiuto 90 anni in agosto, con una carriera che spaziava tra ruoli diversi e tutti memorabili. Che fosse diretto da Alfred Hitchcock in “Marnie” o da Gus Van Sant in “Scoprendo Forrester”, si avvicinava al lavoro con lo stesso atteggiamento curioso e preciso.

Ha cavalcato diversi generi, da “Caccia a ottobre rosso” a “Indiana Jones”, “Highlander” o con il suo Guglielmo da Baskerville, inquisitore in “Il nome della rosa”.

Lontano dagli schermi già da qualche anno, Sean Connery si è sempre battuto per l’ambiente e per l’indipendenza della Scozia. Lascia tantissimi film da rivedere con quello stesso strazio che ci aveva trasmesso nel finale di “Gli Intoccabili” di Brian De Palma, film per cui aveva vinto l’Oscar come miglior attore.

Foto di Rob Mieremet – Nationaal Archief

  • Autore articolo
    Barbara Sorrentini
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

“Il Grande Passo” di Antonio Padovan dal 20 agosto al cinema

Il Grande Passo

Sta andando in giro per le arene estive delle città d’Italia e dal 20 agosto uscirà nelle sale. È “Il grande passo” di Antonio Padovan con Giuseppe Battiston e Stefano Fresi.

Due attori grandi, grossi e pieni di talento che per la loro somiglianza interpretano i fratelli Cavalieri. Dario (Battiston) vive in un casolare semi fatiscente nei pressi di Rovigo. È un uomo solo, totalmente anti sociale e scorbutico e con qualche rotella fuori posto. Mario (Fresi) vive a Roma e lavora con la madre nella ferramenta di famiglia. Fino a quando viene chiamato d’urgenza a Rovigo, dall’avvocato che gestisce i loro beni da quando il padre se n’è andato. Figura che ha lasciato un segno malinconico fortissimo in Dario, che cerca di emularne il ricordo per rimuovere la sofferenza dell’abbandono. E che compare in una scena nell’ultima interpretazione dell’attore Flavio Bucci.

Ma perché Mario è stato convocato d’urgenza? Perchè il fratello Dario si trova in prigione, dopo essersi lanciato con un razzo verso la Luna, con l’idea di raggiungerla. Idea che in realtà continuerà a seguire, spinto dalle parole che suo padre gli disse da bambino la notte dell’allunaggio il 20 luglio del 1969: “Sognare è ciò che distingue gli uomini dagli animali”.

Questo episodio diventerà l’occasione per far incontrare i due fratelli, che non si conoscevano e in questo rapporto forzato, fatto prevalentemente di conflitti e incompatibilità troveranno la strada per riconoscersi e volersi bene.

Il grande passo” è la seconda commedia di Antonio Padovan, dopo “Finché c’è Prosecco c’è speranza”. Il tono è leggero e i due personaggi ogni tanto fanno ridere, ma la nostalgia e i traumi dell’infanzia affiorano in diverse scene. L’ambientazione contadina, tra le campagne, i casolari e il piccolo centro abitato riportano a un mondo che non esiste più, ma che è rimasto intatto nel paesaggio italiano.

  • Autore articolo
    Barbara Sorrentini
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Gli infedeli di Stefano Mordini arriva su Netflix

Gli Infedeli

Molto prima delle serie tv, c’era una volta il cinema a episodi. Già a partire dagli anni ’50 queste piccole storie raccontavano la società italiana. Il boom è stato negli anni ’60, con film come “Ro.Go.Pa.G.” di Rossellini-Godard-Pasolini-Gregoretti o “Boccaccio 70” con episodi firmati da Vittorio de Sica e Federico Fellini. Solo per citarne due. In questi giorni è arrivato su Netflix “Gli infedeli” di Stefano Mordini. regista che si era fatto notare con “Provincia meccanica”, “Acciaio” e più recentemente con il durissimo “Pericle il nero” che aveva come protagonista un feroce Riccardo Scamarcio. Attore che ritorna anche in alcuni episodi di “Gli infedeli”, accanto a Valerio Mastandrea, Valentina Cervi, Laura Chiatti, Massimiliano Gallo; ma che è anche co-sceneggiatore del film, con Filippo Bologna di “Perfetti sconosciuti” e lo stesso Mordini.

Sono cinque episodi con storie differenti legate dal tema dell’infedeltà. È ispirato al film francese del 2012 “Les infedeles”, meno graffiante di quello italiano, e vede Riccardo Scamarcio e Valerio Mastandrea ritrovarsi con diversi personaggi in tutti gli episodi. In uno Mastandrea è pelato e in un altro Scamarcio ha i denti separati per sembrare uno scemo. Non a caso qualcosa ricorda un altro film a episodi “I mostri” di Dino Risi, con Ugo Tognazzi e Vittoria Gassman che si imbruttivano e deturpavano anche grazie al loro talento recitativo,

“Gli infedeli” non si può definire esattamente una commedia, anche se le musiche ammiccano ai film comici quelle degli anni ’50 e ’60, perché i personaggi maschili che ne escono fanno rabbrividire. Tutto verte intorno all’idea del tradimento o della frequentazioni di locali a luci rossi, all’insaputa delle mogli. Le donne diventano ingenue e credulone, oppure delle matte mitomani che credono di vedere il marito con l’amante. I maschi bugiardi, narcisisti, lumaconi, ambigui, infedeli.

  • Autore articolo
    Barbara Sorrentini
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Homemade: 17 cortometraggi fatti in casa su Netflix

Homemade Netflix

HOMEMADE: Fatti in casa. Diciassette cortometraggi fatti in casa da diciassette registi famosi di tutto il Mondo. Alcuni nomi famosissimi, altri più per cinefili, ma la rosa di autori riuniti per questo film collettivo, da vedere su Netflix, sono di altissima qualità.

Diciamolo subito: c’è poco da ridere, tranne in un paio di casi e molto da riflettere o magari sorridere. Per chi ha amato il film I Miserabili, il regista Ladj Ly riprende con un drone dalle finestre del quartiere di Montfermeil la vita in strada degli emarginati, gli stessi che abitano nella zona che aveva già fatto da set per il suo film pluripremiato.

Paolo Sorrentino gioca con i pupazzeti del Papa e della Regina Elisabetta, facendoli incontrare in una serie di dialoghi molto buffi, tra librerie e poltrone di casa. Il regista cilena Pablo Larrain, ideatore e co-produttore del progetto, filma la video chiamata di un anziano in Casa di Riposo, con una ex amante abbandonata.

Molte registe, dalla libanese Nadine Labaki, alla messicana Natalia Baristain filmano le figlie in lockdown, o l’indiana Gurinder Chadha con la sua famiglia chiusa in cassa. Cosa che fa anche lo scozzese David Mackenzie con la figlia adolescente a Glasgow.

Due attrici americane, Maggie Gyllenhaal, in esterno, in mezzo a una natura vuota e selvaggia nel Vermont, segue i movimenti di un uomo solitario. E Kristen Stewart lavora sull’insonnia. E anche la giapponese Naomi Kawase gira il suo corto in esterna a Nara, in contemplazione della vita umana e del suo completamento sulla Terra.

  • Autore articolo
    Barbara Sorrentini
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Nell’abisso del populismo

Intervista ad Alison Klayman, regista di “The Brink – Sull’orlo dell’abisso”, prodotto da Marie Therese Guirgis, ex collaboratrice di Bannon, presentato allo scorso Sundance Film Festival e ora al cinema, distribuito da Wanted.

Il ritratto inquietante dell’ex stratega di Donald Trump, seguito dal suo allontanamento dalla Casa Bianca fino al termine della sua campagna itinerante tra U.S.A ed Europa per la creazione di The Movement, l’organizzazione creata per promuovere una politica sovranista e populista nel Vecchio e Nuovo Continente, per unificare i partiti di estrema destra. (altro…)

  • Autore articolo
    Barbara Sorrentini
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

L’ultimo tango con Bernardo

Bernardo Bertolucci

Aveva settantasette anni, da tempo era bloccato su una sedia a rotelle, ma pensava ancora a molti progetti futuri.

È stato uno dei grandi maestri del cinema italiano, capofila di un cinema radicato nella realtà e con uno sguardo coraggioso e sempre permeato di arte e cultura.

Una cultura che a Bernardo Bertolucci non è mai mancata, fin dai primi anni di vita. Figlio del poeta Attilio, fratello del regista Giuseppe e assistente di Pier Paolo Pasolini, a inizio carriera.

Originario di Parma, Bertolucci racconta la civiltà contadina nei due atti di Novecento, capolavoro fedele e rivoluzionario.

Rivoluzionario anche nel raccontare l’amore folle nel poi censurato Ultimo tango a Parigi, nel 1972. Opera d’arte memorabile e controversa, anche per la carriera segnata dell’attrice Maria Schneider, che dopo la sua morte lo stesso Bertolucci ha voluto ricordare con rammarico, per le scena hard a cui la costrinse insieme a Marlon Brando.

Ma anche in The Dreamers, girato nel 2002 e ambientato nel maggio francese del 1968, univa la scoperta sessuale dei tre protagonisti alle lotte rivoluzionarie per le strade di Parigi.

Sono tanti, per fortuna i film rimasti e tutti da rivedere. Da Prima della rivoluzione, alla Tragedia di un uomo ridicolo, con Ugo Tognazzi tragicomico, all’Ultimo imperatore con i suoi nove Oscar ricevuti; Il Conformista; Il tè nel deserto, o i più recenti Io Ballo da sola e Io e Te, dal racconto di Niccolò Ammaniti.

Resta la tristezza di non poter vedere i progetti a cui stava pensando e che sicuramente ci avrebbero sorpresi.

Bernardo Bertolucci

Riascolta l’intervista di Barbara Sorrentini a Bernardo Bertolucci al Festival di Cannes del 2012:

Intervista Bernardo Bertolucci

  • Autore articolo
    Barbara Sorrentini
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

La Casa è Comune con Radio Popolare

“La Casa è Comune” è una due giorni nazionale promossa da Comitato Insieme senza Muri il 19 e il 20 ottobre  a Milano al Teatro dell’Elfo in Corso Buenos Aires 33. Sarà  un momento di confronto dedicato alla ricerca di un filo conduttore tra messaggi pubblici e azioni collettive sui temi dell’abitare, della coesione sociale, della promozione delle pluralità, della lotta contro le disuguaglianze, le discriminazioni e le povertà. Radio Popolare anticiperà  e presenterà le giornate con collegamenti in Snooze, Radar, Cult, Malos e con una trasmissione dedicata mercoledì 17 ottobre dalle 20.30 alle 21.30.

Tra gli ospiti attesi:

Luigi Manconi – Emma Bonino – Marco Makkox D’Ambrosio – Don Luigi Ciotti- Ascanio Celestini- Tana Anglana- Luca Doninelli-Alessandro Bergonzoni-Marco Bertotto- Giorgia Linardi- Don Virginio Colmegna – Elly Schlein – Cecile Kyenge – Pierfrancesco Majorino – Filippo Del Corno- Gabriele Rabaiotti-Pierfrancesco Maran- Luciano Gualzetti – Sumaya Abdel Khader – Ilda Curti – Luca Paladini – Paolo Petracca.

Comincerà  venerdì 19 alle 14.00 con una sessione plenaria dedicata ai temi della lotta alle disuguaglianze e del riscatto sociale seguita da un momento di approfondimento sul tema del diritto al soccorso che vedrà la partecipazione attiva delle ONG che in questi anni hanno attivamente partecipato al soccorso in mare.

Dalle 18.00 inaugurerà la mostra “Nuove generazioni” presso la scuola Luigi Cadorna in via Dolci 5 nell’ambito della rassegna interculturale “Uno sguardo aperto al mondo” organizzata in collaborazione con la Commissione intercultura dell’istituto.

La giornata di venerdì si chiuderà alle 20:00 con una cena sociale di autofinanziamento presso le ACLI di Via Conte Rosso 5 a Lambrate: un momento di socializzazione per conoscersi e per sostenere le iniziative di Insieme Senza Muri con una donazione suggerita 30 € (donazione minima 25 €).

Per partecipare alla cena è indispensabile prenotarsi qui

La giornata di sabato 20 si apre con tre forum tematici che si svolgeranno in contemporanea tra le 9:30 e le 12:30 e per i quali è necessario accreditarsi:

– Educare alla cittadinanza nel tempo della paura Link di prenotazione qui

– Abitare le città: sviluppo, welfare e trasformazioni Urbane Link di prenotazione qui

– Come stanno cambiando accoglienza e integrazione Link di prenotazione qui

I lavori termineranno sabato alle ore 14:30 con una sessione plenaria che vedrà la restituzione dei lavori svolti nei forum tematici del mattino e la partecipazione, tra gli altri, di Ascanio Celestini e Makkox.

Per i dettagli e gli aggiornamenti del programma cliccate qui

 

CCcardLOGHI

  • Autore articolo
    Barbara Sorrentini
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Esauriti i posti per “Sulla mia pelle”

Esauriti i posti per la proiezione. Grazie a tutte le persone che si sono prenotate.

**********

Giovedì 4 ottobre alle 20 all’Anteo Palazzo del Cinema, proiezione gratuita del film Sulla mia pelle.

Il film sugli ultimi giorni di Stefano Cucchi verrà presentato dalla sorella Ilaria Cucchi, con l’avvocato Fabio Anselmo e il regista Alessio Cremonini.

Una proiezione organizzata da Radio Popolare, Festival dei Diritti Umani e Assessorato Politiche Sociali e Presidenza Sottocommissione carceri del Comune di Milano.

Prima del film interverranno il Sindaco di Milano Giuseppe Sala, l’Assessore alle Politiche Sociali Pierfrancesco Majorino, la Garante dei diritti dei detenuti Alessandra Naldi e la Presidente della sottocommissione carceri Anita Pirovano.

Coordinano Danilo De Biasio e Barbara Sorrentini e il dibattito andrà in onda in diretta sulle frequenze di Radio Popolare.

Per approfondimenti sul Caso Cucchi e sul film “Sulla mia pelle” vi segnaliamo alcuni nostri articoli:

le interviste all’avvocato della famiglia Cucchi, Fabio Anselmo al regista Alessio Cremonini e agli attori Alessandro Borghi e Jasmine Trinca

l’intervista a Ilaria Cucchi

il processo

 

Anteo Palazzo del Cinema – Piazza Venticinque Aprile, 8, Milano

  • Autore articolo
    Barbara Sorrentini
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

L’amore secondo Kechiche prima del terrorismo

Un nuovo film di Abdellatif Kechiche, a dieci anni dal Leone d’Argento per Cous Cous e a sette da Venere Nera. Nel frattempo ha vinto la Palma d’Oro con La vita di Adele, che dice di aver venduto per produrre il suo ultimo film.

Mektoub, my love: Canto Uno, presentato in concorso al Festival di Venezia 2017 arriva dopo gli attentati di Parigi e di Nizza. Non è indispensabile saperlo, ma può essere utile per capire meglio questo film immenso, anche se il film è ambientato negli anni ’90 e forse c’è anche qualche spunto autobiografico, pur essendo tratto da un libro di François Begaudeau, già autore del libro autobiografico da cui Laurent Cantet aveva tratto il film La classe che vinse la Palma d’oro a Cannes nel 2008.

Mektoub in arabo significa destino. Tutto si svolge in un’estate vicino a Marsiglia, dove il giovane Amin (Shaïn Boumedine), studente di sceneggiatura a Parigi, torna per le vacanze. È la città in cui è cresciuto e in cui vive la sua numerosa famiglia. Amin frequenta e osserva gli amici della sua infanzia, tra spiagge, amori, danze, bevute e risate. E passa molto tempo con Tony, il cugino rubacuori che ha fatto innamorare la più cara amica di Amin, oltre a molte ragazze lì in vacanza.

In tre ore di film Kechiche si sofferma a lungo sulle scene corali, sugli sguardi, sui corpi, sui singulti in un flusso di emozioni travolto da parole, che riprendono il linguaggio vivo e carnale di Cous Cous, La vita d’Adele e La schivata.

La grande famiglia di Amin è la comunità magrebina, tutti i ragazzi sono di seconda generazione, soprattutto maschi, assetati di vita, di amore e di incontri con le coetanee figlie di francesi. Nessun ‘radicalizzato islamico’ in questo film e forse il film è rivolto anche i giovani, ora di terza generazione, che procurano la morte ad altri, e a se stessi, pensando di trovare il Paradiso, come gli raccontano. Ma il paradiso è qui, sembra dire loro Kechiche, dove l’amore è l’arma più forte.

  • Autore articolo
    Barbara Sorrentini
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

La vita di Pippo Fava su RaiUno

Prima che la notte

«La questione della libertà di stampa è tornata con urgenza al centro del dibattito pubblico e con essa la necessità del giornalista di svincolarsi da condizionamenti sempre più potenti e pervasivi. È per questo che la vicenda umana e professionale di Pippo Fava, che intorno al giornale da lui fondato, I Siciliani, ha formato una nuova generazione di giornalisti, mi è parsa esemplare e commovente, in grado di disegnare una prospettiva e un futuro. Cose di cui oggi più che mai abbiamo bisogno».

Parole di Daniele Vicari per presentare il film per la tv “Prima che la notte”, in onda su Rai1 mercoledì 23 maggio in occasione dell’anniversario della Strage di Capaci. Una storia che risale a metà degli anni ‘80, Fava fu ucciso dalla mafia il 5/1/1984, ma ancora attuale se si pensa alla quantità di giornalisti che vivono sotto scorta per le minacce, da Paolo Borrometi a Federica Angeli e Roberto Saviano.

Il film è scritto da Claudio Fava, Michele Gambino, Monica Zapelli, Daniele Vicari. Tratto dall’omonima opera letteraria di Claudio Fava e Michele Gambino (Baldini & Castoldi), prodotto da Fulvio e Paola Lucisano. Pippo Fava è interpretato dall’attore Fabrizio Gifuni.

L’intervista a Daniele Vicari, regista di film come “Diaz” e “Sole cuore amore” e che non si è mai sottratto al cinema s’impegno politico.

Un  film così, in prima serata su RaiUno, è un fatto importante,  si ricostruisce la storia di un giornalista ucciso dalla mafia e che si è speso molto per raccontare la mafia. Come è nata la sceneggiatura?

La sceneggiatura nasce dal libro da cui il film prende anche il titolo, Prima Della Notte, che è stato scritto a quattro mani da Gambino e da Fava e che racconta da due punti di vista molto diversi, quello del figlio e quello dell’allievo prediletto, una personalità estremamente complessa che è appunto la personalità di Pippo Fava: un uomo purtroppo poco conosciuto, ma che ha fatto talmente tante cose e ha dato talmente tanto nella sua vita che non è semplice da schematizzare. La forza e l’energia di questo libro, in cui i punti di vista sulla personalità di Fava divergono profondamente – il punto di vista di Gambino è molto più scanzonato, rileva la vivacità e il desiderio di Pippo Fava di vivere e divertirsi, mentre il punto di vista di Claudio è quello di un figlio che un po’ subito il padre e la sua straordinaria personalità – è che in questo contrasto e in questo conflitto di punti di vista emerge un racconto di un uomo molto interessante. La cosa difficile nella scrittura di questa sceneggiatura era trovare una sintesi rispetto a tutti i talenti di Pippo Fava, che era uno sceneggiatore, uno scrittore, un drammaturgo, un pittore, un giornalista, e quindi tutte queste cose a grandi livelli. Raccontarlo senza tradirlo non era semplice, ma soprattutto quando racconti questo tipo di cose, così importanti, la cosa più difficile è trovare un fulcro narrativo. Noi l’abbiamo trovato intorno al rapporto tra Pippo Fava e i suoi allievi, che sono i cosiddetti “carusi” di Pippo Fava, cioè dei giovani con i quali lui ha costruito due giornali, e quindi ha realizzato una sorta di scuola di giornalismo che ha dato un contributo sostanziale al giornalismo italiano. Intorno a questo nucleo abbiamo costruito tutto il racconto, quindi Fava è visto anche dal punto di vista dei suoi allievi. A me questa cosa è piaciuta fin da subito e per questo mi sono molto riconosciuto nel racconto e mi sono molto divertito a fare il film.

L’attore Fabrizio Gifuni con la sua interpretazione sembra essersi avvicinato molto alla figura di Pippo Fava, pur lavorando su toni molto personali. Nella sua interpretazione c’è anche uno sguardo molto attuale. Come è stato lavorare con lui e con Claudio Fava: era sul set, ha contribuito a lavorare sul ricordo di suo padre?

La questione di Claudio è molto delicata, perchè Claudio è il figlio di una persona che è stata uccisa e cose come queste non passano. Questi dolori non passano. Lui ha fatto uno sforzo enorme a scrivere il libro e poi a scrivere la sceneggiatura del film. Nel momento in cui abbiamo finito questo percorso – il film è frutto appunto di una collaborazione profonda, perchè Claudio, così come Michele Gambino, si è dovuto mettere molto in gioco. Io e Monica Zatelli abbiamo raccolto la loro esperienza e abbiamo cercato di amalgamarla, ma loro due hanno vissuto in presa diretta tutti gli avvenimenti, anche la parte più tragica e anche il dopo. Nel film abbiamo cercato di valorizzare tutti questi aspetti e quando abbiamo finito di scrivere la sceneggiatura io ho sentito che sia Claudio che Michele avevano un po’ esaurito tutta la loro carica emotiva e tutta la loro energia. Non nascondo che sia io che gli attori avevamo bisogno anche di grande libertà, per cui né Claudio né Michele sono stati coinvolti nella realizzazione del film. Immagino Dario Aita, che interpreta appunto Claudio, recitare sul set con lo stesso Claudio che lo osserva… è una cosa difficilissima.

Tra l’altro gli somiglia molto.

Sì, abbiamo fatto un lavoro sui personaggi per rendere credibile il loro look senza fare forzature, ma soprattutto quello che ha fatto Dario, così come il lavoro che ha fatto Fabrizio, è stato di dare una caratteristica non mimetica o personale, ma credibile di queste personalità che sono opposte. La personalità di Pippo Fava e di Claudio Fava nel film sono opposte.

Nonostante la ricostruzione e l’ambientazione di quegli anni, come dicevo prima, si respira  un’atmosfera molto attuale e non è un caso visto che il problema esiste ancora.

Mi fa piacere quello che dici, perchè il progetto registico del film era questo. Io ho pensato fin da subito di accettare questa sfida – perchè non è semplicissimo fare un buon film con i tempi televisivi vigenti – per poter parlare anche del presente. Non ha alcun senso fare una ricostruzione di un fatto storico di questa natura, secondo me. È interessante – e c’è l’opportunità perchè è così nel cuore della storia – se noi parliamo dell’oggi. Ed è proprio per questo che io ho spinto molto per raccontare la storia attraverso il rapporto tra Pippo Fava e i carusi. E questo poi ha portato con sé anche delle scelte generali, cioè la fotografia del film, la musica, gli ambienti: tutto questo è stato pensato mescolando il passato con il presente, in modo tale che chi guarda il film non percepisce la distanza perchè quelle cose ci riguardano. E oggi ci riguardano molto di più di quanto noi possiamo immaginare. La lotta per la libertà di pensiero e per la libertà di stampa, e la libertà espressiva in generale che ha portato avanti Fava con i suoi ragazzi e le sue ragazze, è oggi più urgente che mai. Il giornalismo libero oggi è più necessario che mai. E quel modo di fare giornalismo che ti mette in pericolo, ma prima ancora di metterti in pericolo ti fa vivere nella più assoluta precarietà – queste persone non venivano pagate, se non in maniera molto episodica – oggi è tornato di estrema attualità. E noi ne abbiamo un estremo bisogno.

Dopo la messa in onda su RaiUno sono previste proiezioni atrove?

Il film innanzitutto passa su RaiUno, che è vista da milioni di persone, quindi spero che non scenda sotto il livello di guardia. Questo prevede il fatto che il film si continui a vedere, perchè se il film piace al pubblico resta sulle piattaforme della Rai e quindi è possibile vederlo gratuitamente. Poi verrà riproposto nel tempo, e questa per me è una garanzia molto importante per far vivere il film. Tieni presente che io il film l’ho pensato proprio in questi termini, l’ho pensato per i giovani, per i ragazzi. Noi sottovalutiamo la forza e l’energia dei ragazzi di oggi e penso che in quell’esperienza lì – l’esperienza di questi giovani straordinari che insieme a un mentore come è stato Pippo Fava hanno costruito il loro futuro e hanno trovato una strada per il loro futuro – penso che sia un racconto che possa continuare a vivere nel tempo.

Prima che la notte
Foto dall’ufficio stampa della RAI
  • Autore articolo
    Barbara Sorrentini
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Diario da Cannes 71 – Palmarès

Cannes 2018 - I premi in Italia

Un bel Palmarès, uscito da una bella giuria, in prevalenza femminile e presieduta da Cate Blanchett.

La Palma d’Oro al giapponese Kore-Eda Hirokazu è per un film delicato sui legami d’affetto famigliari reinventati, più importanti di quelli di sangue o per legge. Affari di famiglia è garbato, anche con i due bambini protagonisti.

L’Italia esce a testa alta, con il premio come miglio attore per Marcello Fonte, il protagonista di Dogman di Matteo Garrone e la miglior sceneggiatura ad Alice Rohrwacher per Lazzaro felice; in ex aequo con 3 faces di Jafar Panahi, il regista iraniano ancora sotto sequestro nel suo Paese.

Da aggiungere tra i premi italiani anche il miglior documentario per La strada dei Samouni di Stefano Savona e l’Europa Label per Troppa grazia di Gianni Zanasi, nella Quinzaine des Realizateurs.

Il Grand Prix a Spike Lee, per BlacKkKlansman il suo film importante e con taglio da intrattenimento che denuncia con fermezza il razzismo, tema sempre attuale in tutto il mondo.

Giusto il premio alla regia per Cold war di Pawel Pawlikowski e il Premio Speciale inventato appositamente per Jean-Luc Godard, per qualcuno che ha ridefinito e mandato avanti la cinematografia. Il Premio della Giuria è stato consegnato alla regista Nadine Labaki e al suo film Capharnaum dedicato all’infanzia abbandonata. Un tema ricorrente in questa settantunesima edizione, anche nel film kazako Ayka di Sergej Dvortsevoy, che ha portato il premio come miglior attrice alla protagonista Samal Yeslyamova.

Cannes 2018 - I premi in Italia

Diario da Cannes 71 – #10: applausi per Garrone

È stato accolto da un’ovazione in conferenza stampa, Marcello Fonte, il protagonista di “Dogman”, che interpreta liberamente er Canaro nel film di Matteo Garrone; più dieci minuti di applausi alla proiezione ufficiale.

Un personaggio che trasmette dolcezza e che rimane intrappolato nell’incubo di un altro”. Descrive così Matteo Garrone il suo protagonista, mosso da un desiderio di giustizia e non di vendetta; incapace di usare la violenza, che nel film viene trasmessa in modo più psicologico che splatter.

Garrone trova corretto il divieto del suo film ai minori di quattordici anni e ci tiene a ribadire, anche per non incorrere in questioni legali, che “Dogman” non è la storia vera del Canaro.

Quasi alla fine del concorso di Cannes 71, l’attesa è per il “Capharnaum”, il film di Nadine Labaki; terza regista donna in concorso su cui tutti gli occhi sono puntati.

Una scena del film Dogman

Diario da Cannes 71 – #9: Dogman di Garrone

Matteo Garrone è tornato a Cannes a tre anni dal “Racconto dei racconti”. Il suo nuovo film, già da oggi al cinema, è molto liberamente ispirato alla storia crudele e sanguinaria del Canaro. “Dogman” è ambientato alla Magliana, quartiere degradato di Roma e noto per la banda criminale che prende il suo nome e la storia prende spunto da quella nota, avvenuta nel 1988, quando Pietro De Negri detto er Canaro attirò nel suo negozio di toelettatura per cani il socio in malaffari ed ex pugile Giancarlo Ricci.

Matteo Garrone si concentra su luci, atmosfere livide, ricostruzioni da favola nera e costruisce un personaggio che, grazie alla bravura di Marcello Fonte è una specie di Candide o Buster Keaton, capace anche di gesti efferati.

In corsa per la Palma d’Oro, Garrone dovrà vedersela con Stephane Brizé, che ha commosso tutti con “In guerra”. Ancora un film sul lavoro, come “La legge del mercato” che nel 2015 fece trionfare il protagonista Vincent Lindon come miglior attore; e che rischia di fare il bis nei panni di un rappresentante sindacale in lotta per evitare il licenziamento dei lavoratori, a causa dell’assorbimento dell’azienda da parte di un gruppo tedesco.

Una storia comune che non passerà inosservata.

Matteo Garrone Dogman

Diario da Cannes 71 – #8: il giorno di Spike Lee

Atteso e più che riuscito il film in concorso di Spike Lee BlacKkKlansman. Un vero atto d’accusa al razzismo negli Stati Uniti e in tutto il mondo, in forma cinematografica. Confezionato con gli elementi sia dell’intrattenimento: ironia, uno stile apparentemente leggero, la musica black anni ‘70; ma anche con tutte le caratteristiche del cinema politico.

La storia vera del poliziotto nero infiltrato nel Ku klux Klan all’epoca della guerra in Vietnam e dei movimenti per il black power è il paradigma per leggere l’oggi.
Lo spiegano anche le immagini con le aggressioni dei suprematisti bianchi contro i neri in Virginia nell’estate del 2017.

C’è un tipo che non voglio nemmeno nominare, seduto alla Casa Bianca che non ha saputo dire una parola nella giusta direzione”. Ha detto Spike Lee a Cannes, riferendosi a come Trump non abbia mai condannato i gruppi razzisti e abbia accettato il loro sostegno. Inoltre ha insistito sul fatto che questa storia non riguarda solo l’America, “ma che rappresenta un problema globale che coinvolge tutti i paesi. Pensate a come vengono trattati in tutto il mondo i musulmani e i migranti“, ripete Spike Lee.

BlacKkKlansmam di Spike Lee

Diario da Cannes 71 – #7: uniti contro le molestie

È stato un momento importante in questo Festival di Cannes il primo incontro tra tutti i movimenti contro le molestie e per la parità di trattamento sul lavoro tra donne e uomini.

Una firma siglata tra i direttori di festival per impegnarsi ad aumentare la presenza di donne in ruoli rappresentativi, fino a portarla al 50X50 nel 2020. Presenti le italiane di Dissenso Comune guidate da Jasmine Trinca, le inglesi di Time’s Up, le americane di Me Too, le spagnole e molte altre delegazioni.

In concorso un altro bel film del giapponese Kore-Eda Hirokazu, noto per i suoi film dedicati ai bambini e ai contrasti con gli adulti. Affari di famiglia parla d due bambini presi in adozione da una famiglia sgangherata, ma senza autorizzazione dei servizi sociali. Legami che si creano per affetto e presenza costante. Come sempre struggente, con molta leggerezza.

Infine, in proiezione speciale il ricco e documentato film di Wim Wenders su Papa Francesco, ritratto di un uomo giusto che parla di diritti e solidarietà con il Vangelo in una mano e il mappamondo nell’altra.

Festival Di Cannes 2018: la protesta sul tappeto rosso

Diario da Cannes 71 – #6

Un manifesto politico, una fiaba sulla storia d’Italia degli ultimi 50 anni, una canzone”. Definisce così Alice Rohrwacher il suo film in concorso Lazzaro felice. Lavoratori dei campi, vittime di un grande inganno da parte di una proprietaria terriera (Nicoletta Braschi) che li fa lavorare come ai tempi della mezzadria. Praticamente schiavi è tra loro che vive Lazzaro, un ragazzo candido che attraversa due epoche.

Per la terza volta a Cannes, dopo Corpo celeste e il Premio della Giuria per Le meraviglie.

Appena finito di montare, il film soffre di una lunghezza non del tutto controllata, ma ha sala sua il valore di immagini che riportano a un mondo rurale e antico, fatto di fatica, ingenuità e contadini reali. Non a caso la regista avrebbe voluto mostrarlo a Ermanno Olmi. Perché i rimandi sono evidenti, così come al Novecento di Bernardo Bertolucci o a immagini che evocano le periferie di Pasolini. La metafora di un’Italia ancora divisa tra campagna e metropoli, tra corruzione e solidarietà, tra buoni e cattivi è chiarissima.

C’è una poetica in Lazzaro felice che non è sfuggita alla stampa straniera e un po’ meno a quella italiana. Ma questa regista meriterebbe un premio.

La conferenza stampa di Lazzaro Felice

Diario da Cannes 71 – #5

Come d’abitudine assente sulla Croisette, ma in collegamento FaceTime dalla Svizzera, Jean-Luc Godard fa parlare il suo film Le livre d’image, in gara nel concorso ufficiale. Ancora una volta un video saggio accompagnato dalla sua voce stanca e matura. Seguendo l’onda dei suoi documentari portati a Cannes negli ultimi anni: Film socialisme e Addio al linguaggio, in Livre d’image Godard continua a riflettere sul mondo, la politica e l’arte, raccogliendo immagini tratte dai film, girare e rielaborate o raccolte nei suoi archivi.

Filo conduttore è la questione morale e quanto poco venga presa in considerazione nel “supremo mondo occidentale”. Sempre nel concorso ufficiale è passato Gli eterni Jan-Zhang Ke del regista cinese già Leone d’oro per Still Life, intorno a una donna uscita dal carcere che va alla ricerca dell’uomo che ama e a cui aveva salvato la vita.

Infine, più che convincente El Angel dell’argentino Luis Ortega, sul bandito/serial killer che nel 1971, ancora adolescente ha compiuto i suoi crimini a Buenos Aires.

Diario da Cannes 71 – #4

Cannes scommette sul bianco e nero. Infatti i film più belli fin ora, non sono quelli a colori. Dopo il russo Leto, arriva il polacco Cold War del regista già Premio Oscar per Ida Pawel Pawlikowski. Alla fine degli ‘40 Zula e Viktor si incontrano, lui è direttore d’orchestra alle prese con la raccolta di musica tradizionale, lei cantante passata a un provino per il concerto di lui. Il contesto storico è quello della guerra fredda e prosegue fino a metà anni ‘60. La storia d’amore tra i due protagonisti si trova, si perde e si ritrova tra Varsavia e Parigi., tra artisti e dissidenti. È il film più applaudito fino ad ora.

Minore accoglienza per il film francese Scusami angelo di Christophe Honorè. Storie d’amore omosessuale nella Parigi anni ‘90, tra un drammaturgo e un ragazzino bretone, fino a sfiorare il dramma dell’AIDS. Con riferimenti a Querelle de Brest e riferimenti a Chiamami col tuo nome e Notti selvagge, ma c’è anche un po’ di Koltès. A un anno dal Premio qui a Cannes per 120 battiti al minuto, il film di Honorè non sembra avere quell’originalità, ma compensa con romanticismo e sentimentalismo. Intanto è passato il primo film italiano, in concorso alla Quinzaine des Realisateurs, La strada dei Samouni di Stefano Savona con disegni di Simone Massi. Un documentario che raccoglie le testimonianze filmate a Gaza dopo l’operazione Piombo Fuso.

Il poster di Cold War

Diario da Cannes 71 – #3

Leto in russo significa “l’estate”. Infatti di una stagione del 1983 a Leningrado, racconta il film di Kirill Serebrennikov. Il regista non ha potuto accompagnare il suo film a Cannes perché si trova a Mosca agli arresti domiciliari, con un’accusa di corruzione, contestata per la chiara volontà di punire un regista controcorrente. Ambientato sul finire dell’epoca di Brezneviana Leto segue le storie di due musicisti di una rock band, che prende ispirazione dalla scena musicale di quegli anni: da Lou Reed, a David Bowie, passando dai T-Rex ai Talking Heads. I due musicisti sono realmente esistiti e scomparsi prematuramente. Serebrennikov dedica loro immagini in bianco e nero, in stile nouvelle vague e con inserti moderni. Molto applaudito, come l’altro film in concorso Yomeddine dedicato a un uomo guarito e segnato dalla lebbra, che esce da adulto dal lebbrosario in cui era stato abbandonato da piccolo. Il suo ritorno a casa è in compagnia di un ragazzino che si fa chiamare Obama. Un film tenero, commovente e divertente, con il dito puntato contro l’abbandono di chi soffre.

Diario da Cannes 71 – #2

Il film Todos lo saben del regista iraniano Asghar Farhadi ha aperto Cannes 71. Premio Oscar con Il cliente, Farhadi è noto per i suoi affreschi sulle differenze sociali in Iran, mentre qui si sposta in Spagna, con ambizioni simili a quelle tipiche del suo cinema, ma conoscendo meno la materia L. Co-prodotto da Spagna, Francia e Italia il film si svolge in campagna, vicino a Madrid. Luogo in cui torna Laura (Penelope Cruz) per il matrimonio della sorella. Porta con se i figli, nella casa di famiglia, luogo in cui ritrova Paco (Javier Bardem), suo ex amore e figlio dell’antica servitù di famiglia. Con un tono che sfiora un po’ la telenovela, il film si trasforma in una sorta di noir, perdendo per strada pagine di sceneggiatura.

Diario da Cannes 71 – #1

L’edizione numero 71 del Festival di Cannes inizia, per la prima volta nella sua storia, con un giorno d’anticipo. Il motivo è per far vedere i film al pubblico prima che alla stampa, per evitare fughe di notizie. Di fatto cambierà poco, anzi aumenteranno le proiezioni, anche se nel frattempo si è inutilmente gridato allo scandalo, accusando il direttore Thierry Fremaux di voler mettere il bavaglio ai giornalisti. Oltre all’intensificarsi dei controlli anti-terrorismo per entrare praticamente ovunque, l’altro provvedimento che ha fatto storcere il naso è il divieto di selfie sul red carpet. “Sono stupidi e volgari – ha detto Fremaux – e rovinano la qualità della sfilata di attori e registi”. Provvedimento tacciato di snobismo e poco al passo con i tempi. Così come per l’esclusione dei film prodotti da Netflix. “Si viene qui per vedere i film, non per farsi vedere”, sempre per il no selfie. Tra le novità, nelle borse dei giornalisti, una cartolina che invita a chiamare il numero di un centralino antiviolenza, in caso si subissero molestie di tipo sessuale o se si fosse testimoni di abusi.

Festival di Cannes 2018

  • Autore articolo
    Barbara Sorrentini
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

L’umanità spirituale di Ermanno Olmi

Il regista Ermanno Olmi

Tra la notte del 6 maggio e del 7 maggio, è morto ad Asiago il regista Ermanno Olmi. Aveva 86 anni, era nato il 24 luglio 1931 a Bergamo. Da tempo malato, venerdì era stato ricoverato per l’aggravarsi delle sue condizioni.

Nella sua cinematografia si trova di tutto, da L’albero degli Zoccoli che vinse la Palma d’Oro a Cannes nel 1978, e in cui il regista bergamasco tesse un canto alla civiltà contadina, alla fatica e all’umiltà. A Il posto, sulla quotidianità impiegatizia, conosciuta in ufficio a Milano, dove si era trasferito con la famiglia nel 1933, per il lavoro del padre ferroviere.

Un’ infanzia passata tra il mondo operaio della periferia milanese e quello contadino, nella campagna bergamasca, come spesso raccontava e ha tradotto in immagini nel suo cinema. Il lavoro, l’umiltà e la riflessione religiosa. Era cresciuto in un ambiente molto cattolico, che l’ha portato a riflettere su questi temi per tutta la vita, alla ricerca di un senso umano e caritatevole in senso laico.

I documentari per la Edison-Volta sono una testimonianza su lavoro e progresso; mentre film come Il villaggio di cartone e Centochiodi uniscono solidarietà, accoglienza e umanità cercata tra le parole del Vangelo.

L’arte visiva e decirata di film come Cantando dietro i paraventi, Lunga vita alla signora, Il mestiere delle armi; la disperazione e la saggezza elargita nella Leggenda del santo bevitore.

E più recentemente la durezza e il dolore vissuto dai giovani soldati durante la guerra in Torneranno i prati.

Il suo ultimo film è un documentario è del 2017 Vedete, sono uno di voi, dedicato a Carlo Maria Martini, in cui il Ermanno Olmi prestava la sua voce da narratore per ragionare sulla morte e sulla malattia, attraverso la vita di Martini, così vicina alla sua e alle grandi riflessioni sul cattolicesimo, religione e laicità.

Nonostante le lunghe malattie, anche invalidanti, e i momenti di depressione, Olmi non ha mai smesso di studiare e fare film, abbandonandosi a una comunicazione sempre molto leggera e con toni più vicini all’infanzia per parlare di argomenti profondissimi.

Come in questa intervista, raccolta una anno fa.

Ermanno Olmi su Martini

Nel marzo 2012 avevamo incontrato Ermanno Olmi all’Auditorium San Fedele, in occasione della proiezione del documentario Milano ’83, film dedicato alla città di Milano e tenuto per anni in un cassetto. <<E’ stato censurato dalla nomenclatura socialista – diceva più o meno scherzando Ermanno Olmi>>.

Ermanno Olmi_12 marzo12

  • Autore articolo
    Barbara Sorrentini
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Nella corte orgiastica di Lui

Non è possibile parlare della prima parte del nuovo film di Paolo Sorrentino a caldo e, soprattutto, senza aver visto la seconda Loro 2 che uscirà al cinema il 10 maggio. Cominciamo con Loro 1, dove Loro è la corte di Lui aka Silvio Berlusconi e iniziamo col dire che dalla visione di questi primi 100 minuti si esce frastornati, indignati, stanchi, con voglia di litigare con qualcuno e anche un po’ schifati. Certo, perché prima di arrivare al volto gommoso e truccato di Toni Servillo che si muove allegramente nella sua villa in Sardegna, ascoltando e deridendo la colta saggezza dell'(ex) moglie Veronica Lario (perfetta l’attrice Elena Sofia Ricci), bisogna attraversare un purgatorio orgiastico di ragazze che mercificano il proprio corpo per toccare con mano un’idea di potere, scambi di denaro, corruzione, sesso, voyeurismo, machismo e molto squallore.

Passata la frustrazione di essere stati presi in ostaggio da scene convulse, umilianti, esplicite e talvolta pornografiche, prive di una traccia narrativa e che senza dubbio presuppongono uno sforzo e una visionarietà registica non da poco e che Paolo Sorrentino ha dimostrato più volte di possedere, ci si può abbandonare serenamente a un tentativo di lettura di ciò che si è visto.

Quelle immagini portano con sé vent’anni di non politica, di una deriva culturale irreversibile dalla quale non ci siamo ancora liberati, di decadenza intellettuale di un Paese affondato nell’individualismo, nella corsa all’oro (Loro -suggerisce Sorrentino- si può leggere anche L’Oro), nell’indifferenza e che oggi si traduce con il ritorno di un becero razzismo e delle destre.

<<Attraverso una composita costellazione di personaggi, Loro ambisce a tratteggiare, per squarci o intuizioni, un momento storico definitivamente chiuso che, in una visione molto sintetica delle cose, potrebbe definirsi amorale, decadente, ma straordinariamente vitale.>> Ha scritto Sorrentino nelle sue note di regia.

Portare al cinema concetti simili è più complicato che scriverlo. Lo aveva fatto Nanni Moretti con Il Caimano, in modo chiaro ed efficace, in una fase ancora calda del Berlusconismo. Era il 2006, poco prima della fine del suo governo. E con quel finale tra fiamme e macerie Moretti ci aveva visto lungo. Il film di Paolo Sorrentino nasce in un momento in cui l’uomo Berlusconi si pensava finito e messo da parte, tant’è che molti si chiedevano che senso avesse parlare ancora di lui. E invece Loro arriva al cinema con un tempismo che ne smentisce il tramonto.

<<E Loro ambisce altresì a raccontare alcuni italiani, nuovi e antichi al contempo. Anime di un purgatorio immaginario e moderno che stabiliscono, sulla base di spinte eterogenee quali ambizione, ammirazione, innamoramento, interesse, tornaconto personale, di provare a ruotare intorno a una sorta di paradiso in carne e ossa: un uomo di nome Silvio Berlusconi – prosegue Sorrentino – Questi italiani, ai miei occhi, contengono una contraddizione: sono prevedibili ma indecifrabili. Una contraddizione che è un mistero. Un mistero nostrano di cui il film prova a occuparsi, senza emettere giudizi, mosso solo da una volontà di comprendere.>>

Come molti hanno suggerito, il film poteva essere condensato in uno solo, come gli aveva chiesto Thierry Fremeaux, direttore del Festival di Cannes, per invitarlo Fuori Concorso, ma il regista al momento ha declinato l’invito.

Probabilmente dopo Young Pope il regista ha voluto provare a “serializzare” un lungometraggio. Come era stato per La meglio gioventù, Il Che o Carlos. Per citare dei precedenti.

Ci vuole un certo coraggio per affrontare tutto questo, sapendo di correre il rischio di dividere il pubblico, di far arrabbiare molta gente, producendosi da soli nonostante un Oscar per La grande bellezza, il Premio della Giuria di Cannes per Il Divo e numerosi riconoscimenti internazionali. Dovuti anche alla efficace fotografia di Luca Bigazzi, che in Loro1 adegua il contrasto di luci e ombre, in base alle esigenze narrative.

E a Sorrentino, che piaccia o meno, bisogna riconoscere la capacità di aver creato uno stile che prima in Italia, e anche a livello internazionale, non c’era. Non a caso è molto criticato, eppure porta la gente in sala. Il cinema è, dovrebbe essere, arte e Sorrentino quello fa. Film come Il Divo come L’uomo un più, Le conseguenze dell’amore, Youth, La grande bellezza, sono stati amati e odiati. Bello quando il cinema arriva a questo, significa che funziona. Sorrentino, ha sempre rischiato sulla sua pelle, ha vinto un Oscar e Loro1 è andato in vetta agli incassi nei primi giorni d’uscita.

Quindi un consiglio: aspettatiamo la seconda parte e valutiamolo nella sua complessità, considerando che in Italia un operazione così, totalmente autoprodotta, con il rischio di attirare insulti e dibattiti accesi è una rarità. È apprezzabile il fatto che Paolo Sorrentino, potendoselo permettere, abbia rischiato. Il coraggio in Italia non ha più nessun valore, ben venga che ci sia qualcuno che vada ancora in quella direzione.

In ogni caso, tornando al Festival di Cannes, è quasi certo che il rifiuto di ospitarlo nella sua interezza abbia a che vedere con l’esasperazione di quella prima parte insistente e ossessiva, che mortifica e umilia l’immagine femminile, fino a renderla merce non esportabile.

  • Autore articolo
    Barbara Sorrentini
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

6° Festival dei beni confiscati alle mafie

Come ogni anno torna il Festival dei beni confiscati alle mafie. Giunta alla 6a edizione, la manifestazione diretta da Barbara Sorrentini e con la media partnership di Radio Popolare, di svolgerà dal 11 al 16 aprile 2018 a Milano.

Lo scopo dell’iniziativa, nata nel 2012 dall’Assessorato alle Politiche Sociali del Comune di Milano, è sensibilizzare la cittadinanza sull’azione di contrasto alle mafie a Milano e in Lombardia.

Nelle giornate di Festival i beni, di differenti dimensioni, capienze e storie, diventano luoghi che ospitano incontri, spettacoli, musica, proiezioni, presentazioni di libri e attività per bambini. E molte iniziative sono finalizzate alla diffusione della cultura della legalità nelle scuole.

Scrittori, attori, magistrati e politici attivi nella lotta contro la mafia anche in questa edizione danno il loro contributo.

L’apertura mercoledì 11 aprile ore 18 in via Paisiello 5, dove il consorzio Area Solidale Onlus gestisce una ciclofficina, con l’incontro dal titolo “La lunga marcia della verità” dedicato ad Umberto Mormile, educatore del carcere di Opera ucciso dalla ‘ndrangheta nel 1990. A raccontare la sua storia ci saranno anche il fratello Stefano e Salvatore Borsellino, fratello del magistrato Paolo ucciso dalla mafia nel 1992. Tra gli appuntamenti in programma, venerdì 13 aprile alle 18, il Sindaco  Giuseppe Sala parteciperà all’inaugurazione del nuovo spazio gestito dall’associazione Mamme a Scuola in un bene confiscato in via Varesina 66 per raccontare com Milano opera sul contrato alle mafie: partecipano Pierfrancesco Majorino, Nando dalla Chiesa, David Gentili, Lucilla Andreucci e Barbara Sorrnetini,

Tra gli appuntamenti di sabato 14 aprile, anche le presentazioni dei libri: alle 10.30 Largo F.lli Cervi 1 presso la Coop. Sociale Comin  “Il caso Kellan” di Franco Vanni e alle 20.30 “La mafia dopo le stragi” di Attilio Bolzoni con la partecipazione di Franco La Torre. Alle 18.30 in Viale Monte Santo 10 GOEL – Gruppo Cooperativo / showroom CANGIARI “Follia maggiore” di Alessandro Robecchi , che dialogherà con Roberto Cornelli.

Alle 20.30 del 15 aprile nello spazio di via Curtatone 12 ci sarà l’antepirma del film “Nato a Casal di Principe” alla presenza del regista Bruno Oliviero con l’attrice Donatella Finocchiaro.

Tutti gli eventi del 6° Festival dei Beni Confiscati alle Mafie sono ad ingresso libero ad eccezione di quelli dove in programma è indicata la prenotazione.

Il programma è scaricabile qui

  • Autore articolo
    Barbara Sorrentini
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Matt Damon si fa piccolo per salvare il pianeta

Arriva nelle sale Downsizing-Vivere alla grande di Alexander Payne, il film che aprì Venezia 74 e che riprende un tema caro al regista di Sideways e Paradiso amaro, approfondendolo con soluzioni bizzarre ma non del tutto assurde. Si parla di ambiente, nell’era di Donald Trump e delle folli decisioni di non aderire più ai Trattati sul Clima di Parigi, cercando alternative per arginare i danni a un pianeta troppo popolato e già molto a rischio di estinzione.

L’idea geniale e risolutiva è di uno scienziato norvegese, che scopre il modo di rimpicciolire il genere umano fino a 12 centimetri, per ottenere più spazio e meno produzione di inquinamento. Il tre per cento della popolazione aderisce al progetto, prestandosi a ridurre il proprio corpo, la dispersione energetica e le proprie spese, diventando molto più ricco e realizzando il sogno di possedere beni.

Il protagonista Matt Damon (con lui Christoph Waltz e l’attrice Hong Chau) si trova a ricominciare una nuova vita in una società lillipuziana dopo aver abbandonato amici e parenti di dimensioni normali. Un film scritto con un incastro perfetto e che mescola commedia, fantascienza, dramma e politica partendo da un contesto sociale realistico, invitando a una riflessione sui nostri comportamenti quotidiani.

  • Autore articolo
    Barbara Sorrentini
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Gli inganni della storia e i guardiani della democrazia

Con uno dei manifesti più belli della storia del cinema di questi ultimi anni, un’estetica che richiama mettendo insieme i grandi film del passato e il cinema politico anni ’70, con un’attrice e un attore che quasi tutti amano senza condizioni, un senso civile e sano che non si vedeva da tempo, arriva “The Post”.

“La libertà di stampa è un diritto che consente ai giornalisti di essere i veri guardiani della democrazia”.

Parole di Steven Spielberg, pronunciate a Milano per presentare il suo ultimo film “The Post”, con Meryl Streep e Tom Hanks, rispettivamente nei panni di Katharine Graham e Ben Bradlee, la proprietaria e il direttore del Washington Post. Ambientato nel 1971, prevalentemente nella redazione del WP, nel periodo in cui il quotidiano americano decise di pubblicare la relazione top secret di 7.000 pagine, che raccoglieva le dichiarazioni segrete del Governo Americano sulla guerra in Vietnam. In particolare il documento stilato dall’allora Segretario alla Difesa Robert McNamara “Storia delle decisioni U.S. In Vietnam, 1945-1966”.

Una storia di famiglia quella del Washington Post: un piccolo quotidiano locale che cercava di competere con il più apprezzato Washington Star, ereditato dal padre da Katharina Graham, che lo affidò alla guida del marito fino alla sua morte prematura, per poi riprenderne le sorti con un Consiglio d’Amministrazione conservatore e dagli orizzonti limitati. Poi, con la direzione dell’ambizioso e tenace Ben Bradlee e lo scoop dei Pentagon Papers, deciso con inaspettato coraggio dalla proprietaria, il Washington Post ha intrapreso la strada del successo, con lo svelamento dello Scandalo Watergate, già portato al cinema efficacemente da Alan J.Pakula nel 1976 con “Tutti gli uomini del Presidente” interpretato da Robert Redford/Bob Woodward e Dustin Hoffman/Carl Bernstein e da cui Spielberg prende in prestito l’estetica dell’ambientazione.

Il film mette al centro della storia la lotta per la libertà di informare, dettata dal 1° Emendamento della Costituzione Americana.

Un altro fatto storico che vede coinvolto il Governo Americano, dopo il precedente “Il Ponte delle Spie” e che Spielberg riassume così: “Quando Nixon riuscì a vietare la pubblicazione dei Pentagon Papers sul New York Times, dopo la primissima uscita dei documenti e prima della rivelazione del Washington Post, fu un fatto inaudito. Oggi, con Trump Presidente, ci troviamo in una situazione molto simile a quella di allora, per questo è importante far riemergere quei fatti. I numeri relativi alle violazioni del diritto di informazione, oggi ci dicono che siamo vicini ad allora”.

Infatti “The Post” ha avuto molto sostegno da parte della stampa che ogni giorno lotta contro la disinformazione e a quel continuo definire “fake news” ogni pezzo che non piace a Donald Trump.

Un altro aspetto fondamentale del film è dedicato alla figura di Katharina Graham.

“Questa donna è riuscita a farsi avanti in un momento storico molto maschilista, governato da uomini, tutti bianchi e in cui le donne stavano a casa o facevano al massimo le segretarie, lei è riuscita ad andare avanti, sfidando Nixon e tutto il sistema nonostante le minacce”. Spiega Meryl Streep, descrivendo il suo personaggio. “Katharine Graham è molto importante per questo secolo, ha anche vinto un Pulitzer con la sua biografia. Questa donna dimostra che il coraggio si può apprendere. Noi non lo stiamo insegnando alle nostre ragazze, dobbiamo iniziare a insegnare il coraggio”.

Anche Tom Hanks insiste sulla parola coraggio, che decisamente non mancava al suo protagonista Ben Bradlee e ancora meno a Daniel Ellsberg, colui che aveva in mano i documenti segreti: aveva lavorato con lo Stato e il Governo, era stato in Marina come soldato giornalista e a un certo punto ha deciso di rompere il silenzio trafugando i documenti. Prima passandoli a Neil Sheehan del NYT a cui era stato vietato di pubblicare e poi al WP, che invece ha fatto di tutto per pubblicarli, compresa una battaglia legale con la Corte Suprema, per mettere la verità al primo posto rivelando che quattro Presidenti avevano mentito agli americani sulla guerra in Vietnam. “Il grande Bradlee – dice Tom Hanks – era molto competitivo, si batteva con passione per ottenere non ‘una’ storia ma ‘la’ storia. Nel giugno del 1971 il Washington Post era in competizione con il Washington Star che era il numero uno locale. E l’idea che il New York Times avesse una storia unica faceva impazzire Ben. Una delle scene più divertenti è quando in un incontro del Consiglio del giornale dico ‘Noi siamo gli ultimi a casa nostra’”.

Infine, Meryl Streep ricorda il momento in cui Spielberg le ha mandato la sceneggiatura. “Mancavano sei giorni alle elezioni Presidenziali e questa ci sembrava una storia un po’ datata, ormai superata. Le donne avevano fatto enormi passi avanti, avevamo una donna candidata Presidente che sicuramente avrebbe vinto, l’informazione sembrava essersi liberata. Poi ci sono state le elezioni. Tutto è cambiato e noi ci siamo trovati a riflettere su quanta strada non abbiamo fatto”.

covermd_home

  • Autore articolo
    Barbara Sorrentini
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Uno sguardo dal camper sull’America

Lo sguardo di Paolo Virzì sull’America di oggi. O meglio, su quella dei mesi in cui si svolgeva la campagna elettorale per il nuovo presidente degli Stati Uniti, perché il film è stato girato nel 2016. Ma è un caso che durante le riprese ci fossero in giro gruppetti inneggianti a Trump, come quello che si vede in una scena del film. Il coautore Stephen Amidon diceva a Paolo Virzì che non avrebbe avuto senso riprendere i supporter di Trump, perché quando il film sarebbe uscito nessuno si sarebbe più ricordato di quel candidato scriteriato. “Ovunque c’erano poster e cartelloni di entrambi i candidati – racconta il regista – ed era inevitabile presagire che l’estate del 2016 sarebbe stata storica. Quel che stava accadendo mi sembrava fosse molto significativo e che avesse a che fare con la storia dei nostri due personaggi, che attraversano un’America che non riconoscono più e dalla quale sembrano volere scappare per sempre. Così ho girato quella scena”. E ha fatto bene.

Ella & John, accolto con grande entusiasmo nel concorso di Venezia 74 e al cinema, segue l’ultimo viaggio in camper di due coniugi anziani: Ella, malata di tumore (Hellen Mirren) e John, colpito da un male che gli ha tolto quasi competamente la memoria, tranne qualche piccolo sprazzo qua e là (Donald Shuterland).
“Nel copione non abbiamo mai menzionato la parola Alzheimer, temevamo di andare a cacciarci in un cliché – spiega Virzì. Ella la definisce ‘problemi di memoria’, i figli come ‘momenti tutti suoi’. Tra di noi chiamavamo la condizione mentale di John la Spencer Syndrome, confortato dai pareri dei neurologi che testimoniano come ogni individuo manifesti a modo suo un’eventuale degenerazione mentale”.

Tratto dal libro “In viaggio contro mano” di Michael Zadoorian, il film è scritto con Francesca Archibugi, Francesco Piccolo e Stephen Amidon, già autore di Il Capitale Umano, un supporto prezioso per far emergere la cultura americana accanto alla scrittura che arrivava dall’Italia.

Un film divertente e commovente, che affronta con leggerezza temi importanti e delicati come la malattia, il tempo che passa, il fine vita e la libera scelta. Una fuga per le strade d’America, scappando da figli e terapie, tra campeggi, laghetti, paesi di provincia, fanatici di Trump, personaggi mediocri o improbabili e sbandierando una passione letteraria per Hemingway e Joyce.

Quelle della coppia sono due figure complementari, che nel tratto finale della propria vita scelgono di viaggiare rifiutando cure mediche e ospedalizzazione, a costo di deludere le aspettative dei figli. Se Zadoorian nel libro faceva viaggiare i suoi protagonisti sulla mitica Route 66, partendo dai sobborghi di Detroit verso la California, Virzì preferisce cambiare percorso per evitare di cadere in cliché turistici o da cartolina. “Trovai nel libro uno spirito sovversivo, di ribellione contro l’ospedalizzazione forzata stabilita da medici, figli, regole sociali e sanitarie. Ma nello stesso tempo mi sembrava che quel viaggio ripercoresse un paesaggio già molto visto in tanti altri bei film. Per questo ho cambiato il percorso del viaggio e il profilo socio-culturale dei personaggi: un ex professore di letteratura del New England, con una moglie poco più giovane che viene dal South Carolina, diretti alla casa di Hemingway a Key West”.

Una storia d’amore infinita, come la descrive Virzì, in cui lo scambio è nello starsi addosso, nel riconoscere i limiti che la vecchiaia impone e accettarli, un microcosmo che esclude tutto il resto. Ed è qullo che si crea in quel vecchio camper, il Leisure Seeker, in cui anche la troupe viaggiava stretta per non perdere la verità del momento.

Con la stessa accuratezza scientifica e narrativa di La pazza gioia, Paolo Virzì esplora l’animo umano, con la tenerezza, la saggezza e il coraggio di chi non ha più niente da perdere. Un film commovente, che tocca la vita di tutti, con due attori sublimi e autentici. Supportato dalla fotografia di Luca Bigazzi che riesce a trasferire la luminosità di un certo cinema americano, dai road movie al cinema politico anni ’70, all’interno di un camper.

  • Autore articolo
    Barbara Sorrentini
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

La verità a Hollywood

Confesso che non sono in grado di esprimere un giudizio riguardo al caso Weinstein, se non quello di provare solidarietà e pena per le ragazze che ne sono state vittima, evidentemente sotto ricatto psicologico. E sinceramente non voglio nemmeno esprimere un giudizio ma riflettere sui commenti girati sui social, anche molto livorosi e rabbiosi nei confronti di Asia Argento. Peraltro ho trovato la sua intervista a La Stampa molto sincera e obiettiva. Mi ha colpito quando dice, in sintesi: “Mi sento in colpa per non aver detto di no, per non essere scappata diventando così una vittima”. Nel suo caso, l’Argento riconosce un errore, per paura di compromettere la propria carriera di attrice e di regista (trattandosi di un produttore di tale levatura, non è un dettaglio). Perché è vero, in casi come questo, una donna può anche scegliere di non diventare vittima, ma il prezzo da pagare spesso è troppo alto. E bisogna essere molto forti per liquidare una proposta sessuale sul posto di lavoro come l’atteggiamento di un pervertito.

Qui nel ‘primo mondo’ se pensiamo alle donne vittime della violenza maschile, ci vengono in mente le spose bambine, le ragazze messicane stuprate e uccise, le immigrate costrette a prostituirsi, le donne stuprate durante la guerra nella ex Jugoslavia, le femmine denudate e violate durante le dittature di Cile e Argentina. E si potrebbe andare avanti con un elenco infinito.

Oppure, tutti quei crimini a sfondo sessuale ad opera di psicopatici seriali, così ben raccontati peraltro da film americani come “Tre manifesti a Ebbing, Missouri”, in cui una madre cerca giustizia per la figlia stuprata e bruciata o “Mystic River”. E anche qui l’elenco, soprattutto nel cinema americano, è lunghissimo.

Ma tornando ad Harvey Weinstein. Posto che molte delle donne che sono finite tra le sue grinfie non hanno denunciato per paura di perdere il lavoro, di essere annientate, di subire ritorsioni (non è difficile immaginare i motivi, anche se si tratta di Hollywood, sempre di lavoro, reputazione e dignità si tratta) è incredibile che nessuno si fosse mai accorto di niente. Ora tutti dicono che si sapeva, ma perché nessuno, magari meno coinvolto in prima persona, non ha denunciato?

Questa è una macchia irreparabile per tutto il sistema cinema hollywoodiano. Quanti film abbiamo visto che denunciano l’atteggiamento maschilista dei produttori americani nei confronti delle donne, a partire da Woody Allen, e che evidentemente tentavano di raccontare cosa succede dietro le quinte? E forse non è un caso che tutta l’inchiesta sia partita dalle pagine del New Yorker a firma di Ronan Farrow. La stessa Asia Argento ha sempre ammesso che nel suo film “Scarlet Diva”, la scena delle molestie da parte del produttore è autobiografica. E allora qual è il punto?

Presto uscirà il bellissimo film “La battaglia dei sessi”, di Jonathan Dayton e Valerie Faris (“Little Miss Sunshine”) sulla rivalità tra i due campioni del tennis Bobby Riggs (Steve Carell) e Billie Jean King (Emma Stone) e la sfida sportiva tra un uomo e una donna più agguerrita e rappresentativa d’America, per affermare la parità di diritti e di compensi nei campionati tra uomini e donne. Era il 1973 e intorno a questo episodio, importantissimo per le battaglie femministe e dei diritti LGBT, viene rappresentato in modo terribilmente efficace il maschilismo e la violenza ideologica e verbale degli uomini nei confronti delle donne. Quello che è successo realmente a Hollywood è figlio di quel retaggio.

  • Autore articolo
    Barbara Sorrentini
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Leone d’Oro a Del Toro

Leone d’oro a “The Shape of Water” del regista messicano Guillermo del Toro e alla sua storia ambientata nel 1962 in una base spaziale americana dove viene tenuto nascosto un mostro dalle fattezze umane, ricoperto di squame e in grado di comunicare con una ragazza muta (Sally Hawkins da premio) che fa le pulizie nel laboratorio.

Come da previsione premiato, per la miglior sceneggiatura, anche “Tre manifesti a Ebbing, Missouri” di Martin McDonagh, il film più amato da critica e pubblico, un po’ noir è un po’ commedia, con la bravissima Frances McDormand, una madre in cerca di verità e giustizia sull’omicidio con stupro della figlia.

Un verdetto pieno di sorprese, forse anche per la presenza di quattro attrici in giuria, a partire dalla presidentessa Annette Bening, Jasmine Trinca, Rebecca Hall e Anna Mouglalis.

La sorpresa più grande è il Leone per la miglior regia, oltre al Leone del futuro/Premio De Laurentiis a Xavier Legrand per “Jusqu’à la grande”. Un’opera prima sulla separazione di una coppia, con una causa per l’affido del figlio minorenne per le violenze che la madre ha subito dal marito.

Il Leone d’argento è andato a “Foxtrot” del regista israeliano Samuel Maoz, già vincitore di un Leone d’oro nel 2009 con “Lebanon”, ma questa volta con un film molto criticato, sulle coincidenze e la morte ambientato tra un appartamento e un check-point.

Sorprese giuste anche per le Coppe Volpi. Quella per la miglior attrice è stata consegnata a Charlotte Rampling per “Hannah” donna solitaria e malinconica diretta dall’italiano Andrea Pallaoro in una sorta di monologo interiore, fatto di silenzi.

E quella per il miglior attore, meritatissima, nonostante le interpretazioni di Donald Shuterland nel film di Paolo Virzì (ingiustamente trascurato) e di Ethan Hawks in “The first reformed” di Paul Shrader, all’attore palestinese Kamel El Basha. È uno dei due protagonisti di “The insult” del regista libanese Ziad Doueiri (ex operatore di Quentin  Tarantino).

Dunque, nella stessa cerimonia, premi a un israeliano, a un libanese e a un palestinese. Sarà solo un caso?

Tornando alle sorprese, il Premio Speciale della Giuria lo ha ricevuto “Sweet Country” del regista australiano Warwick Thornton, una sorta di western ambientato nel 1929, sulla storia di Sam, un aborigeno custode di bestiame costretto a scappare con la moglie incinta, per non subire più le angherie razziste del suo padrone.

Da segnalare il Premio Mastroianni per il miglior attore esordiente a Charlie Plummer, l’adolescente orfano in fuga per le strade d’America nel commovente “Lean on Pete” di Andrew Haigh e il Premio per il miglior film nella sezione Orizzonti a “Nico, 1988” di Susanna Nicchiarelli.

 

 

  • Autore articolo
    Barbara Sorrentini
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Adesso in diretta

Ultimo giornale Radio

Ultima Rassegna stampa

  • PlayStop

    Rassegna stampa di dom 29/11/20

    La rassegna stampa di Radio Popolare

    Rassegna Stampa - 01/12/2020

Ultimo Metroregione

Ultimi Podcasts

  • PlayStop

    Sacca del Diavolo di dom 29/11/20

    Sacca del Diavolo di dom 29/11/20

    La sacca del diavolo - 01/12/2020

  • PlayStop

    Sunday Blues di dom 29/11/20

    Sunday Blues di dom 29/11/20

    Sunday Blues - 01/12/2020

  • PlayStop

    Bollicine di dom 29/11/20

    Bollicine di dom 29/11/20

    Bollicine - 01/12/2020

  • PlayStop

    Domenica Aut di dom 29/11/20

    Domenica Aut di dom 29/11/20

    DomenicAut - 01/12/2020

  • PlayStop

    Italian Girl di dom 29/11/20

    Italian Girl di dom 29/11/20

    Italian Girl - 01/12/2020

  • PlayStop

    Rock is Dead di dom 29/11/20

    Rock is Dead di dom 29/11/20

    Rock is dead - 01/12/2020

  • PlayStop

    Italian Style di dom 29/11/20

    Italian Style di dom 29/11/20

    Italian style – Viaggi nei luoghi del Design - 01/12/2020

  • PlayStop

    Labirinti Musicali di dom 29/11/20

    Labirinti Musicali di dom 29/11/20

    Labirinti Musicali - 01/12/2020

  • PlayStop

    Avenida Brasil di dom 29/11/20

    Avenida Brasil di dom 29/11/20

    Avenida Brasil - 01/12/2020

  • PlayStop

    Comizi D'Amore di dom 29/11/20

    Comizi D'Amore di dom 29/11/20

    Comizi d’amore - 01/12/2020

  • PlayStop

    Slide Pistons di sab 28/11/20

    Slide Pistons Jam Session, Slide Pistons, Jam Session, Radio Popolare, Luciano Macchia, Raffaele Kohler, Gechi, Giovanni Doneda, Blues, La sabbia,…

    Slide Pistons – Jam Session - 01/12/2020

  • PlayStop

    Radiografia Nera di dom 29/11/20

    Radiografia Nera di dom 29/11/20

    Radiografia Nera - 01/12/2020

  • PlayStop

    Onde Road di dom 29/11/20

    Onde Road di dom 29/11/20

    Onde Road - 01/12/2020

  • PlayStop

    C'e' di buono del dom 29/11/20

    C'e' di buono del dom 29/11/20

    C’è di buono - 01/12/2020

  • PlayStop

    Chassis di dom 29/11/20

    Chassis di dom 29/11/20

    Chassis - 01/12/2020

  • PlayStop

    Favole al microfono di dom 29/11/20

    Favole al microfono di dom 29/11/20

    Favole al microfono - 01/12/2020

  • PlayStop

    Snippet di sab 28/11/20

    Snippet di sab 28/11/20

    Snippet - 01/12/2020

  • PlayStop

    Conduzione Musicale di sab 28/11/20

    Conduzione Musicale di sab 28/11/20

    Conduzione musicale - 01/12/2020

  • PlayStop

    On Stage di sab 28/11/20

    ira rubini, on stage, spettacolo dal vivo, teatro dei gordi, andrea panigatti, andree ruth shammah, radio parenti, piattaforme online, teatro…

    On Stage - 01/12/2020

  • PlayStop

    Passatel di sab 28/11/20

    Passatel di sab 28/11/20

    Passatel - 01/12/2020

  • PlayStop

    Pop Up di sab 28/11/20

    Pop Up di sab 28/11/20

    Pop Up Live - 01/12/2020

  • PlayStop

    Sidecar di sab 28/11/20

    Sidecar di sab 28/11/20

    Sidecar - 01/12/2020

Adesso in diretta