timbuktu, mali

Mausolei distrutti, crimini di guerra

martedì 27 settembre 2016 ore 15:55

Per la prima volta la Corte Penale Internazionale ha emesso una sentenza di condanna per un crimine perpetrato contro monumenti storici, di valore simbolico e religioso, protetti dall’Unesco.

Il condannato è Ahmad Al Mahdi Al Faqi, ex capo della polizia islamica del gruppo Ansar Dine, che è stato giudicato colpevole di crimini di guerra per avere partecipato alla distruzione dei mausolei a Timbuktu nel Nord del Mali nel 2012. E’ stato condannato a nove anni di carcere. Nel corso del procedimento, il primo del genere nella storia, l’uomo si era dichiarato colpevole.

E’ stato giudicato colpevole della distruzione di nove mausolei e una moschea considerati dall’Unesco patrimonio dell’umanità.

I fatti sono avvenuti a Timbuktu, città mitica alle porte del deserto del Sahara, nell’immenso e remoto territorio a Nord del Mali. Durante l’invasione dei gruppi jihadisti provenienti dal Nord e dal Maghreb la città fu occupata e i suoi monumenti furono distrutti. Poi la popolazione ha vissuto per mesi sotto la ferrea legge della Sharia, imposta dagli integralisti che l’hanno conquistata, appunto, nella primavera del 2012.

Fondata tra l’XI e il XII secolo dai tuareg, l’antica capitale del regno dell’imperatore del Mali Kankou Moussa, deve il suo nome, secondo le leggende e le tradizioni locali, a una schiava berbera: Buctù, che visse intorno al 1100 e svolse il compito di guardiana di un pozzo, situato proprio nel luogo dove poi sarebbe sorta la città.

Della reale esistenza o meno di Timbuktu si discute in Europa fino ai primi dell’Ottocento, poi René Caillié, esploratore francese travestito da nomade arabo, riesce a entrarvi nel 1828 e la consegna, per quanto riguarda l’Europa, dal mito alla storia.

Aggiornato martedì 27 settembre 2016 ore 19:42
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