Bülent Mumay

Turchia: a perdere è sempre il giornalismo

giovedì 15 settembre 2016 ore 15:56

Istanbul - Bülent Mumay è un giornalista freelance. Editorialista del quotidiano turco Birgün e del tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung, è docente di giornalismo digitale presso la Kadir Has University. Nel 2013, Mumay ha ricevuto il prestigioso premio per i diritti umani del South East Europe Media Organization (SEEMO), organizzazione affiliata all’International Press Institute (IPI), per il suo “approccio editoriale attento alla situazione dei diritti umani nonostante le pressioni subite durante le proteste a Gezi Park”.

La versione italiana dei questo suo editoriale è stata pubblicata originariamente sul sito dell’Osservatorio Balcani e Caucaso.

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“Figlio di puttana! Bastardo, traditore della patria!”; “Disonorato! E così sei un traditore? Sei da prendere a bastonate…”; “Devi stare muto!”; “Figlio di puttana! La pagherai!”.

Frasi, anche non troppo originali, che potrebbero essere utilizzate in un litigio tra adolescenti; o urla deliranti di un gruppo di ultras durante una partita. Ma non è vera né la prima né la seconda ipotesi. Sono messaggi pieni d’odio inviati su Facebook a un giornalista – che sono io, salve a tutti! – dopo il suo arresto. E vi ho risparmiato i messaggi che esprimevano il desiderio di avere rapporti sessuali con mia madre o altre fantasie riguardanti il sottoscritto.

Il giornalista è uno noto per il suo approccio critico, mantenuto per tutti i 19 anni di esperienza giornalistica. I messaggi di cui sopra sono arrivati dopo il mio arresto con l’accusa di aver sostenuto il golpe dello scorso 15 luglio, una delle notti più terrificanti della Turchia. Erano trascorsi già dieci giorni dal golpe e, nelle varie ondate di arresti, è arrivato il turno dei giornalisti. Tutti coloro i quali lavoravano nelle testate legate a Fetullah Gülen, leader della confraternita Hitzmet – che si è chiarito essere dietro a quella sanguinosa notte – sono stati progressivamente arrestati. E i giornali, le televisioni, i siti internet che sostenevano Gülen, residente negli Stati uniti, sono stati chiusi.

I gülenisti, che fino a pochi anni fa godevano dell’ampio sostegno del Partito della giustizia e dello sviluppo (Akp) – alla guida della Turchia da 14 anni – e che dalle forze di sicurezza alla magistratura si erano visti spianata la strada, dopo il golpe sono stati dichiarati terroristi. E naturalmente anche i giornalisti che lavoravano in quei circoli…

La tensione – che ha preso avvio tre anni fa dopo la rottura della coalizione informale tra Erdoğan e Gülen – dopo il tentato golpe si è trasformata in una caccia alle streghe. I nomi elencati in liste riaggiornate quotidianamente sono finiti in galera. Ovviamente, come in ogni caccia alle streghe che si rispetti, si è aggiunto alla lista il nome di chi non c’entrava nulla né con il golpe e nemmeno con i gülenisti: persone critiche nei confronti della maggioranza al potere!

Il governo, utilizzando la scusa del golpe, ha iniziato ad arrestare figure prese di mira già prima, ma che non aveva avuto modo di punire. Grazie all’impunità garantita dalla legge sullo stato d’emergenza, dichiarato dopo il golpe, chi si era dimostrato critico nei confronti del governo – ma anche di Gülen – è stato aggiunto nelle liste dei ricercati. Una notte è stato arrestato addirittura uno storico marxista, con l’accusa di sostenere la confraternita islamica dei gülenisti. La sera del 26 luglio è arrivato il mio turno. Come l’avevo capito? Vedendo nella prima pagina di un quotidiano filogovernativo la mia foto con sopra impressa la parola WANTED…
mumay-wanted

E così sono venuti a suonare alla mia porta, quella di un giornalista che aveva protestato contro le pressioni che la coalizione Akp-Gülen esercitava, quando era ancora salda, sulla stampa; uno che era sceso in piazza per i colleghi arrestati e di cui era nota l’identità di oppositore.

Sono stato arrestato alle 22.30 con l’accusa di “sostegno e favoreggiamento all’ ‘organizzazione terroristica’ Gülen e al golpe”. Si è trattato del momento di più forte incredulità della mia vita. Se siete giornalisti che lavorano in Turchia è impossibile non fare la conoscenza dei commissariati di polizia e delle prigioni. Ma ci sono imputazioni tipiche che più o meno si riesce a prevedere. Se per esempio trattate in maniera critica della questione curda vi mandano in prigione accusandovi di “separatismo”. Se criticate i leader politici vi arrestano per “offesa arrecata ai rappresentanti dello Stato”.

Sono accuse che prima o poi ci si aspetta e, quando capita, vengono considerate “normali” dai giornalisti in Turchia. Ma da giornalista che ha fondato quasi tutta la propria vita professionale sull’opposizione ai colpi di stato e alla confraternita [di Gülen, n.d.t], essere incluso nella bolgia dei giornalisti a favore del golpe è stata la cosa più strana che potesse capitarmi in tutta la vita. Non sono stato l’unico a essere rimasto sorpreso. Colleghi locali e stranieri, tutti quelli che conoscevano il lavoro che svolgevo, il mio orientamento politico, le mie posizioni contrarie alla confraternita [di Gülen, n.d.t] e al governo sono entrati in uno stato di disorientamento totale.

Tre notti spaventose trascorse in un’angusta cella di 5 metri quadri… Quando al quarto giorno mi hanno spedito in tribunale non sapevo che avrei dovuto sperimentare nuove sorprese. Prima di andare in udienza sono stato interrogato dal procuratore. Il mio pensiero dominante nel corso delle tre notti trascorse in cella, prima di vedere il procuratore è stato: “Come è possibile che mi associno ai gülenisti? Io sostenitore del golpe? Che tipo di collegamenti potranno fare? Quali saranno le prove?”.

Quando sono entrato nella stanza del procuratore la risposta a tutte queste domande è stata un’altra grande sorpresa. La prima pagina del mio fascicolo che il procuratore aveva davanti a sé era la stampa del mio profilo Linkedin. Per un attimo mi è sembrato di dover sostenere un colloquio di lavoro. E che di fronte a me vi fosse il responsabile delle risorse umane e non un pubblico ministero. Quasi come se non fosse stato lui a farmi arrestare e a trattenermi per tre notti in prigione! Ha sfogliato qualche altra pagina del fascicolo dove si trovavano “le prove”. Non c’era nient’altro al di fuori di un paio di notizie che scrissi qualche anno fa e di alcuni tweet che non c’entravano niente con il golpe o i gülenisti. Era ovvio che cercavano di dichiararmi “un terrorista” con le prime cose che avevano trovato googlando il mio nome.

Esito dell’ingiustizia che ho vissuto personalmente dopo il golpe: tre notti in prigione, un giorno in procura per poi riavere la libertà. È evidente che hanno voluto darmi una lezione, spaventarmi perché in passato ho dato fastidio al governo. Non tutti tra quelli arrestati nella mia stessa lista sono stati altrettanto fortunati. Hanno arrestato quasi tutti coloro i quali lavoravano nei giornali dei gülenisti, gli stessi che Erdoğan, dopo la rottura della coalizione, ha dichiarato terroristi dicendo di essere stato “ingannato”. Quanto successo a me è nulla a confronto a quanto capitato ad altri, sia nell’intera storia della stampa della Turchia che nel periodo successivo al golpe.

In Turchia la libertà di stampa è sempre stata minacciata. I giornalisti sono stati puniti sia dai golpisti che si impossessavano del potere che dagli stessi governi che riuscivano a respingere i colpi di stato. Anche il risultato emerso dopo il sanguinoso tentativo di golpe del 15 luglio, attuato da nemici del popolo, non è stato differente. È difficile però fare ora un bilancio perché la situazione cambia quotidianamente. Decine di radio, televisioni, quotidiani e siti web sono stati chiusi. Un centinaio di giornalisti sono stati messi in prigione.

L’Akp è stato fondato nel 2001 da un gruppo che si definiva più liberale rispetto al partito islamista da cui si era distaccato. Un anno dopo, grazie al risultato ottenuto alle elezioni, è riuscito ad andare al potere. La leadership dell’Akp però, sapendo che la compagine governativa si muoveva su un terreno estremamente fragile, a causa di precedenti colpi di stato e crisi, ha sentito il bisogno di adottare delle precauzioni per rendere più forte il proprio potere. Ed ha stretto un’alleanza con una delle confraternite più rilevanti del Paese, che dopo il golpe del 12 settembre 1980 era stata alcune volte solo tollerata ma altre anche sostenuta contro la crescita della sinistra.

L’Akp, che si definisce un partito musulmano-democratico, sotto la leadership di Erdoğan si è accordato allora con Fetullah Gülen. Grazie ai gülenisti, subdolamente infiltratisi tra i ranghi dello stato, formando quello che oggi viene chiamato “uno stato parallelo”, ha cercato di impedire eventuali attacchi nei propri confronti. Dalla polizia alla finanza, dai media al mondo del calcio, i seguaci di Gülen hanno iniziato a rappresentare la squadra dell’Akp in seno alla burocrazia. Questa coalizione segreta ha inflitto duri colpi alla libertà dei media condannando per esempio varie testate giornalistiche a pagare multe in ambito fiscale del valore di diversi miliardi di euro. Altre volte ha messo in prigione centinaia di generali kemalisti con processi promossi al fine di indebolire il potere dell’esercito.

Ma come in tutte le alleanze, prima o poi è inevitabile una crisi. La coalizione è cresciuta, è divenuta sempre più influente e a un certo punto i due partner si sono chiesti chi fosse il più potente. Non si sa esattamente quale sia stata la scintilla. Tuttavia, coloro che fino a ieri si chiamavano fratelli oggi si accusano reciprocamente di essere dei terroristi.

La Turchia sta vivendo una delle fratture più rilevanti della sua storia recente. Fratture che a volte riescono a divenire motivi di speranza. Riusciremo ad avviarci lungo un percorso che ci porti a una democrazia migliore e, per noi giornalisti, a una maggiore libertà di stampa? Sfortunatamente non abbiamo molti motivi per essere ottimisti. Nella storia, dalla lotta tra due leader islamisti, non è mai emersa una democrazia migliore.

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Questa pubblicazione è stata prodotta nell’ambito del progetto European Centre for Press and Media Freedom, cofinanziato dalla Commissione europea. La responsabilità sui contenuti di questa pubblicazione è di Osservatorio Balcani e Caucaso e non riflette in alcun modo l’opinione dell’Unione Europea.

Aggiornato lunedì 19 settembre 2016 ore 15:47
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