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Zagabria, scompare “Piazza Tito”

Questo articolo di Giovanni Vale è stato pubblicato originariamente sul sito dell’Osservatorio Balcani Caucaso

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Zagabria non ha più una piazza dedicata a Josip Broz Tito. Con 29 voti a favore, 20 contrari e un astenuto, il consiglio comunale della capitale croata ha infatti deciso di rinominare “piazza maresciallo Tito” in “piazza della Repubblica croata”.

Durante una lunghissima assemblea, iniziata nella mattinata e durata fino a tarda notte, la maggioranza conservatrice guidata dal sindaco Milan Bandić ha ingaggiato un lungo dibattito dal carattere storico con l’opposizione socialdemocratica, finendo col sancire, dopo la mezzanotte, la fine di questa piazza istituita nel 1946 (prima si chiamava semplicemente “piazza del teatro”, per via dell’opera nazionale che si erge al suo interno).

A nulla dunque sono servite le proteste dei giorni scorsi ed in particolare quella del 22 giugno, quando in occasione del Giorno della lotta antifascista, un migliaio di persone si sono riunite nei pressi del teatro per opporsi al già annunciato intervento sulla toponomastica cittadina.

Piazza Tito passa alla storia

“Piazza maresciallo Tito passa alla storia e speriamo che ci resti”, ha scandito, alla chiusura del voto, la presidente dell’assemblea comunale Andrija Mikulić (Hdz). Per la destra e in particolare per il movimento di estrema destra “Indipendenti per la Croazia” (Neovisni za Hrvatsku, NHR) di Zlatko Hasanbegović e Bruna Esih, si tratta di una grande vittoria simbolica. Si tratta di “un momento storico”, ha dichiarato l’ex ministro della Cultura Hasanbegović, parlando di “una piccola e tarda soddisfazione per tutte le vittime del terrore comunista jugoslavo durante e dopo la guerra”.

Politicamente, Hasanbegović è riuscito a far pesare i propri cinque rappresentanti in consiglio comunali (su un totale di 51), costringendo il primo cittadino Bandić (un ex socialdemocratico) a sacrificare piazza Tito in cambio del sostegno necessario ad arrivare alla maggioranza assoluto.

Lo stesso Bandić si è espresso giovedì in modo più cauto, ma comunque in linea con il voto che ha difeso. “Nessuno qui vuole sottostimare l’importanza del maresciallo Tito tra il 1941 e il 1945. Sappiamo dov’era la Croazia, dov’era Tito e com’è finita la Seconda guerra mondiale”, ha affermato il sindaco, che ha invitato il governo a rimouvere tutti i simboli che celebrano i regimi totalitari, senza fare distinzione di quale regime si tratti o di dove si trovino i simboli.

Le proteste dell’opposizione

Di tutt’altra opinione l’opposizione socialdemocratica, che durante il dibattito in aula ha difeso il ruolo cruciale avuto da Josip Broz Tito durante la Seconda guerra mondiale e la sua figura di statista durante i decenni successivi. “Chi sarà il prossimo croato a cui toglierete una strada o una piazza?”, ha dunque chiesto alla maggioranza Rajko Ostojić dagli scranni del partito socialdemocratico (Sdp). “L’obiettivo qui è nascondere la situazione economica, mettere una maschera sui grandi problemi di cui siamo testimoni”, ha aggiunto il rappresentante Sdp, convinto che “c’è una lunga serie di sfide (da affrontare) e invece stiamo tornando al problema degli ustascia e dei partigiani”.

Anche l’ex presidente Ivo Josipović è intervenuto nella polemica, ringraziando su twitter Hasanbegović “per la sua idea che i cartelli riportanti “piazza maresciallo Tito” siano conservati in un museo”. Così facendo, “non servirà costruirne di nuovi quando, dopo le prossime elezioni, riporteremo piazza Tito”, ha promesso l’ex capo di Stato socialdemocratico.

Si apre un vaso di Pandora

Sul breve termine, tuttavia, la previsione più azzeccata potrebbe essere quella di Tomislav Tomašević, il giovane rappresentante di “Zagreb je naš!”, secondo cui la decisione della giunta Bandić aprirà “un pericoloso vaso di Pandora”. In effetti, data la divisione profonda che attraversa la società croata sui temi legati alla Seconda guerra mondiale e dato il fatto che altre città (come Karlovac) hanno già intrapreso una campagna di modifica della toponomastica controversa.

Inoltre, il governo di Andrej Plenković è al momento alle prese con la delicata questione della targa commemorativa installata a Jasenovac e contenente il motto ustascia “Za Dom spremni!”. Incalzato dai rappresentanti delle minoranze, indispensabili all’esecutivo per avere la maggioranza al Sabor, il principale partito di destra, l’Hdz di Plenković, sta esitando sul da farsi.

Lo slogan ustascia vicino al campo di concentramento voluto proprio da Pavelić ha già rovinato le relazioni con Belgrado e non solo, ma intervenire in fretta per rimuoverlo non piacerebbe di certo all’ala più oltranzista del partito. La stessa da cui è stato espulso anche Hasanbegović, oggi in grado di modificare la geografia di Zagabria.

 

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Vučić il neo presidente con qualche ombra

Questo articolo di Giovanni Vale è stato originariamente pubblicato su sito dell’Osservatorio Balcani Caucaso

Da primo ministro a presidente: Aleksandar Vučić ha vinto ieri la sua scommessa e potrà rimanere al potere in Serbia fino al 2022. Col 91% delle schede scrutinate, l’attuale capo di governo e leader del Partito progressista serbo (Sns) ha ottenuto un confortevole 55,13% dei voti, superando la soglia della maggioranza assoluta e rendendo quindi inutile il ballottaggio. Si tratta dunque di una vittoria al primo turno, il cui ultimo caso, nella storia recente della Serbia, risale al 1992, quando l’exploit riuscì a Slobodan Milošević. Questa volta, Vučić prenderà il posto del suo collega di partito (e presidente uscente) Tomislav Nikolić, che lo stesso premier considerava troppo debole per una rielezione. In generale, malgrado una campagna martellante, gli undici candidati non sono riusciti a motivare l’elettorato: appena il 54,55% degli elettori si è infatti recato alle urne, lasciando che un quarto della popolazione decidesse il nome del futuro capo di Stato.

Frammentata e divisa davanti al potente primo ministro, l’opposizione esce dalle urne con le ossa rotte. In seconda posizione, si piazza l’ex Ombudsman Saša Janković con circa il 16,26% delle preferenze, nonostante il sostegno di più di cento intellettuali ed artisti che lo avevano convinto a candidarsi e l’appoggio di diverse formazioni politiche tra cui il Partito democratico (Ds). Lo segue a ruota Luka Maksimović, meglio noto come Ljubiša Preletačević “Beli”, un candidato burla che nei suoi video elettorali proponeva una parodia della politica serba. Col dignitoso 9,43% ottenuto, “Beli”, in groppa al suo cavallo bianco, dimostra quanto grande sia la disaffezione alla politica degli elettori serbi. I restanti pretendenti superano di poco o non superano affatto la soglia del 5%. E’ il caso dell’ex ministro degli Esteri Vuk Jeremić (5.64%) o ancora dell’ultra-nazionalista Vojislav Šešelj (4.47%), il leader del Partito radicale serbo (di cui Vučić fu un membro di spicco fino al 2008).

Nel suo discorso di ieri sera, il premier diventato presidente ha dunque annunciato una vittoria “limpida come l’acqua”, potendo affermare di avere “il 12% in più di tutti gli altri candidati messi assieme”. “Con un risultato del genere, non c’è spazio per l’instabilità”, ha aggiunto il neoeletto presidente, che ha fatto della stabilità in Serbia e nella regione il suo cavallo di battaglia in patria e all’estero. Ma a quest’immagine di uomo del dialogo e di interlocutore indispensabile che Vučić stesso promuove presso le cancellerie europee, fa da contraltare un lato ben più oscuro all’interno del paese. Uno dei punti più critici e che anche i diplomatici europei di stanza a Belgrado sono disposti ad ammettere riguarda l’erosione della libertà d’espressione, con i mezzi d’informazione ormai soggetti ad un’autocensura cronica che ne condiziona il lavoro.

Un’altra questione rilevante riguarda il dirigismo e la mancanza di trasparenza con cui vengono gestiti gli investimenti stranieri, in primis il progetto di “Belgrado sull’acqua”, che, tra leggi speciali, demolizioni illegali e manifestazioni di protesta con decine di migliaia di persone, si appresta a trasformare il volto della capitale serba a un prezzo di circa tre miliardi di euro. Sempre riguardo alla politica interna, l’opposizione pro-europea denuncia la confusione che viene portata avanti tra le istituzioni pubbliche e quelle del potente SNS, il partito guidato da Vučić. “Un tratto comune ai paesi dei Balcani”, minimizza un diplomatico a Belgrado, ma per i detrattori del premier-presidente, l’iscrizione al SNS è ormai diventata necessaria per parti importanti della popolazione per ottenere un lavoro. Proprio questo nesso perverso giustifica la paura che, sempre secondo gli oppositori di Vučić, paralizza la società serba.

Ombre non mancano neanche nella politica estera portata avanti da colui che fu ministro dell’Informazione ai tempi di Slobodan Milošević. Il dialogo con il Kosovo, che viene spesso citato dai rappresentanti europei come un esempio delle concessioni fatte da Vučić in nome della pace nei Balcani, ha vissuto ad inizio anno una drastica involuzione. L’episodio del treno che Belgrado ha inviato nell’ex provincia ribelle con tanto di decorazioni riportanti la scritta “il Kosovo è serbo” è rimasto senza spiegazioni. Vučić, che ha assicurato di essere stato all’oscuro dell’iniziativa, ha in seguito ordinato al treno di fermarsi a pochi chilometri dal confine, scongiurando lo scontro con le forze speciali kosovare già schierate. Alla retorica conciliante che il premier utilizza in occasione dei suoi spostamenti nei Balcani, fa inoltre seguito una propaganda serrata che i tabloid vicini al governo di Belgrado ripetono costantemente in senso anti-albanese, anti-croato e anti-bosniaco.

Insomma, l’uomo che è appena riuscito a prolungare il suo mandato di altri cinque anni, saltando da una poltrona all’altra, potrebbe non essere il “moderato filo-europeo” con cui i paesi europei vogliono convincersi di avere a che fare. Dal suo arrivo al potere nel 2012 (come vice-premier e alleato di maggioranza) e nel 2014 (come premier), Vučić ha in effetti inanellato dei comportamenti democraticamente discutibili. Basti citare la richiesta di elezioni parlamentari anticipate concessa nel 2016 dal capo di Stato Nikolić in nome della stabilità, o ancora la decisione di sospendere l’attività del parlamento a un mese dalle elezioni presidenziali di questa domenica, mentre lo stesso premier proseguiva la sua campagna elettorale senza dare le dimissioni.

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L’infanzia perduta dei bambini siriani

Questo articolo di Fazila Mat è stato originariamente pubblicato su sito dell’Osservatorio Balcani Caucaso

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Un indumento, un’etichetta: “Made in Turkey”. Cucita da Mohammed – undici anni – o da Rana – quindici. Due nomi che si perdono tra quelli di un milione e mezzo di bambini siriani che sono arrivati in Turchia dopo essere fuggiti dalla guerra.

La Turchia è attualmente il paese con il numero più alto di profughi al mondo. Negli ultimi sei anni ha accolto oltre 2,7 milioni di siriani in fuga dalla guerra. Secondo i dati dell’Unicef, il 54% dei profughi siriani è rappresentato da minorenni. Quelli in età scolastica sono circa 850mila, di cui 500mila non hanno accesso all’istruzione.

Una ricerca condotta dall’associazione Gündem Çocuk indica invece che negli ultimi 5 anni sono nati in Turchia oltre 200mila bambini e bambine siriane. Numeri che indicano l’urgenza di adeguate tutele, a partire dalle condizioni di vita delle loro famiglie. Perché l’assenza di un valido meccanismo di integrazione degli adulti nel mercato del lavoro e nella società si sta ripercuotendo sui figli, che oltre a lavorare si trovano anche ad elemosinare o – se bambine – ad essere date in spose in età precoce. Il rischio è quello di perdere un’intera generazione.

Il regime di protezione temporanea applicato dal governo turco ai profughi siriani – che non possono godere dello statuto di rifugiato per una riserva geografica della Turchia alla Convenzione di Ginevra – seppur con una serie di problemi nella fase attuativa, assegna loro servizi sanitari gratuiti come pure l’accesso all’istruzione – iscrivendosi alle scuole statali o in uno dei 400 centri di educazione temporanei. A partire dal gennaio 2016 Ankara ha anche iniziato a distribuire permessi di lavoro, ma i cavilli burocratici rendono la procedura lenta e, per il momento, inefficace. Per la fine del 2016 risultavano avere ricevuto un permesso di lavoro solamente poco più di 10.200 siriani.

Parlamento europeo

L’Intergruppo sui diritti dell’infanzia  è l’unico organismo formale interno al Parlamento che lavora in modo specifico affinché i minori siano tutelati in tutte le politiche e legislazioni dell’Ue. L’attenzione al tema è stato espresso più volte anche in plenaria, recentemente anche con un’interrogazione parlamentare rivolta alla Commissione.

Lo scorso ottobre inoltre il Parlamento europeo ha anche approvato una relazione d’iniziativa dell’europarlamentare EFDD Ignazio Corrao. La risoluzione intende spingere l’Unione europea a introdurre un’etichetta che certifichi i prodotti fabbricati senza compiere violazioni dei diritti dei lavoratori durante tutta la filiera produttiva. “In questo modo i cittadini potranno immediatamente rendersi conto di cosa stanno comprando e se i diritti umani siano stati garantiti in tutto il percorso che porta la merce sugli scaffali della distribuzione europea”, ha spiegato Corrao .

Una distinzione va poi fatta tra la condizione di chi vive in uno dei campi allestiti dal governo, e quella dei profughi che devono procurarsi il sostentamento e l’alloggio da soli. Ma i 25 campi – alcuni forniti di servizi come scuole, ambulatori, spazi ricreativi e dove i profughi ricevono anche un piccolo contributo mensile in denaro (85 lire turche, circa 20 euro) – non riescono ad ospitare più di 272mila profughi. Il restante 90% vive per la maggior parte tra Kilis, Gaziantep, Urfa e Hatay – città al confine con la Siria – e nei sobborghi delle città più grandi.

Minori lavoratori

E proprio queste – assieme a Istanbul – sono le città in cui si trovano numerosi bambini siriani impiegati in attività nelle aziende tessili, nei calzaturifici, nei bar e ristoranti come nel settore agricolo. Sebbene non si conosca il dato preciso riguardo ai lavoratori minorenni, secondo l’Unicef si stima che un bambino siriano su 10 vada a lavorare per la famiglia, per 6 o anche 7 giorni alla settimana e per più di 8 ore al giorno. Lavori pesanti – diverse ricerche di campo dimostrano che i minori si lamentano di dolori fisici, oltre che di maltrattamento psicologico – alle volte anche pericolosi e dannosi per la salute, per via di prodotti chimici utilizzati nella lavorazione di prodotti pericolosi senza alcuna protezione.

In Turchia, con una diffusa economia informale che supera il 32%, trovare lavoro risulta molto più facile per i bambini che per gli adulti. Come spiega Aziz Çelik, del centro di ricerca del sindacato turco DİSK, “la maggior parte delle ditte utilizza i bambini al di sotto dei 18 anni come manodopera a basso costo”. Anche la possibilità per i siriani adulti di poter avere un permesso di lavoro non sembra da sola in grado di cambiare questo andamento. Poiché né i datori di lavoro, né gli stessi siriani hanno un incentivo per avviare le pratiche formali di assunzione, perché per i primi significherebbe dover pagare ai dipendenti il salario minimo legale di circa 400 euro. Per i siriani non qualificati che lavorano in nero (dalle 300mila alle 500mila persone) e accettano di essere pagati di meno rispetto alla media, si tratterebbe di perdere il vantaggio attuale sui turchi. Tutto ciò porta a condizioni di lavoro estremamente carenti e ad impiegare i bambini come una soluzione di ripiego per entrambe le parti.

Tessile

Tra le attività dove è stato registrato il numero dei bambini siriani più alto c’è quello tessile. Un settore con un valore di 40 miliardi di dollari e che rappresenta la seconda industria più importante del paese. La Turchia è inoltre il terzo esportatore di prodotti tessili nell’Unione europea. Recenti notizie su come la manodopera dei bambini siriani risulti essere utilizzata non solo negli stabilimenti abusivi, ma anche in quelli dove vengono fabbricati i prodotti di abbigliamento di note marche internazionali, gettano miglior luce sulla dimensione del fenomeno, attirando l’attenzione sul fatto che il lavoro sottopagato e logorante cui sono sottoposti centinaia di minorenni è già entrato a far parte della catena produttiva utilizzata da marchi europei, come evidenziato nello studio del Businesses and Human Rights Center (BHRC) di Londra.

Il lavoro minorile ha da sempre rappresentato un serio problema in Turchia, dove secondo stime ufficiali lavorano oltre 890mila bambini. Ma l’arrivo dei minori siriani in situazione di miseria non ha fatto altro che approfondire la piaga che – come afferma un rapporto preparato dell’Associazione Support to Life con l’Unicef – ora rischia di incancrenirsi, se non affrontato con estrema urgenza.

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Questa pubblicazione/traduzione è stata prodotta nell’ambito del progetto Il parlamento dei diritti, cofinanziato dall’Unione europea. La responsabilità sui contenuti di questa pubblicazione è di Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa e non riflette in alcun modo l’opinione dell’Unione Europea.

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Joost Lagendijk, l’editorialista sgradito a Erdogan

“Le autorità turche mi ha bloccato all’aeroporto di Sabiha Gökcen al mio rientro dall’Olanda. Non sono ammesso. Mi hanno rimandato in Olanda con il volo delle 8.30.” Così descrive l’accaduto Joost Lagendijk in un tweet di domenica 25 settembre. Un altro tweet subito dopo precisa: “Devo fare richiesta di un visto speciale all’ambasciata turca in Olanda. Spero sia solo un ostacolo burocratico e non la decisione d bloccarmi per sempre”.

Joost Lagendijk, ex europarlamentare del Partito dei verdi olandese, docente e saggista. Da tempo risiede in Turchia ed è sposato con la giornalista turca Nevin Sungur. In Turchia ha insegnato alla Suleyman Shah di Istanbul, una delle 15 università chiuse dalle autorità dopo il tentato colpo di stato del 15 luglio, per i presunti collegamenti col movimento di Fethullah Gülen, ritenuto responsabile del fallito golpe.

Lagendijk è stato anche editorialista per il quotidiano Zaman e per la versione inglese Today’s Zaman, prima che nel marzo di quest’anno venisse posto sotto sequestro dalle autorità turche.

Considerato da molti un amico della Turchia, in grado di tessere relazioni importanti tra Ankara e Bruxelles, Lagendijk nei suoi editoriali non ha mai risparmiato critiche al presidente Erdoğan. Ha appena finito di scrivere un libro dal titolo “Erdoğan: governatore assoluto della nuova Turchia”.

Il blocco all’aeroporto – fa notare il portale euobserver arriva giusto qualche giorno dopo che Joost Lagendijk aveva rilasciato un’intervista al quotidiano olandese AD in cui discuteva della possibilità che in futuro potessero espellerlo dal paese.

Nel 2013 avevamo ospitato Joost Lagendijk come relatore, insieme con la deputata Renate Sommer, al nostro dibattito online dal titolo “Il posto della Turchia è dentro l’Unione europea?”.

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Turchia: a perdere è sempre il giornalismo

Bülent Mumay è un giornalista freelance. Editorialista del quotidiano turco Birgün e del tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung, è docente di giornalismo digitale presso la Kadir Has University. Nel 2013, Mumay ha ricevuto il prestigioso premio per i diritti umani del South East Europe Media Organization (SEEMO), organizzazione affiliata all’International Press Institute (IPI), per il suo “approccio editoriale attento alla situazione dei diritti umani nonostante le pressioni subite durante le proteste a Gezi Park”.

La versione italiana dei questo suo editoriale è stata pubblicata originariamente sul sito dell’Osservatorio Balcani e Caucaso.

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“Figlio di puttana! Bastardo, traditore della patria!”; “Disonorato! E così sei un traditore? Sei da prendere a bastonate…”; “Devi stare muto!”; “Figlio di puttana! La pagherai!”.

Frasi, anche non troppo originali, che potrebbero essere utilizzate in un litigio tra adolescenti; o urla deliranti di un gruppo di ultras durante una partita. Ma non è vera né la prima né la seconda ipotesi. Sono messaggi pieni d’odio inviati su Facebook a un giornalista – che sono io, salve a tutti! – dopo il suo arresto. E vi ho risparmiato i messaggi che esprimevano il desiderio di avere rapporti sessuali con mia madre o altre fantasie riguardanti il sottoscritto.

Il giornalista è uno noto per il suo approccio critico, mantenuto per tutti i 19 anni di esperienza giornalistica. I messaggi di cui sopra sono arrivati dopo il mio arresto con l’accusa di aver sostenuto il golpe dello scorso 15 luglio, una delle notti più terrificanti della Turchia. Erano trascorsi già dieci giorni dal golpe e, nelle varie ondate di arresti, è arrivato il turno dei giornalisti. Tutti coloro i quali lavoravano nelle testate legate a Fetullah Gülen, leader della confraternita Hitzmet – che si è chiarito essere dietro a quella sanguinosa notte – sono stati progressivamente arrestati. E i giornali, le televisioni, i siti internet che sostenevano Gülen, residente negli Stati uniti, sono stati chiusi.

I gülenisti, che fino a pochi anni fa godevano dell’ampio sostegno del Partito della giustizia e dello sviluppo (Akp) – alla guida della Turchia da 14 anni – e che dalle forze di sicurezza alla magistratura si erano visti spianata la strada, dopo il golpe sono stati dichiarati terroristi. E naturalmente anche i giornalisti che lavoravano in quei circoli…

La tensione – che ha preso avvio tre anni fa dopo la rottura della coalizione informale tra Erdoğan e Gülen – dopo il tentato golpe si è trasformata in una caccia alle streghe. I nomi elencati in liste riaggiornate quotidianamente sono finiti in galera. Ovviamente, come in ogni caccia alle streghe che si rispetti, si è aggiunto alla lista il nome di chi non c’entrava nulla né con il golpe e nemmeno con i gülenisti: persone critiche nei confronti della maggioranza al potere!

Il governo, utilizzando la scusa del golpe, ha iniziato ad arrestare figure prese di mira già prima, ma che non aveva avuto modo di punire. Grazie all’impunità garantita dalla legge sullo stato d’emergenza, dichiarato dopo il golpe, chi si era dimostrato critico nei confronti del governo – ma anche di Gülen – è stato aggiunto nelle liste dei ricercati. Una notte è stato arrestato addirittura uno storico marxista, con l’accusa di sostenere la confraternita islamica dei gülenisti. La sera del 26 luglio è arrivato il mio turno. Come l’avevo capito? Vedendo nella prima pagina di un quotidiano filogovernativo la mia foto con sopra impressa la parola WANTED…
mumay-wanted

E così sono venuti a suonare alla mia porta, quella di un giornalista che aveva protestato contro le pressioni che la coalizione Akp-Gülen esercitava, quando era ancora salda, sulla stampa; uno che era sceso in piazza per i colleghi arrestati e di cui era nota l’identità di oppositore.

Sono stato arrestato alle 22.30 con l’accusa di “sostegno e favoreggiamento all’ ‘organizzazione terroristica’ Gülen e al golpe”. Si è trattato del momento di più forte incredulità della mia vita. Se siete giornalisti che lavorano in Turchia è impossibile non fare la conoscenza dei commissariati di polizia e delle prigioni. Ma ci sono imputazioni tipiche che più o meno si riesce a prevedere. Se per esempio trattate in maniera critica della questione curda vi mandano in prigione accusandovi di “separatismo”. Se criticate i leader politici vi arrestano per “offesa arrecata ai rappresentanti dello Stato”.

Sono accuse che prima o poi ci si aspetta e, quando capita, vengono considerate “normali” dai giornalisti in Turchia. Ma da giornalista che ha fondato quasi tutta la propria vita professionale sull’opposizione ai colpi di stato e alla confraternita [di Gülen, n.d.t], essere incluso nella bolgia dei giornalisti a favore del golpe è stata la cosa più strana che potesse capitarmi in tutta la vita. Non sono stato l’unico a essere rimasto sorpreso. Colleghi locali e stranieri, tutti quelli che conoscevano il lavoro che svolgevo, il mio orientamento politico, le mie posizioni contrarie alla confraternita [di Gülen, n.d.t] e al governo sono entrati in uno stato di disorientamento totale.

Tre notti spaventose trascorse in un’angusta cella di 5 metri quadri… Quando al quarto giorno mi hanno spedito in tribunale non sapevo che avrei dovuto sperimentare nuove sorprese. Prima di andare in udienza sono stato interrogato dal procuratore. Il mio pensiero dominante nel corso delle tre notti trascorse in cella, prima di vedere il procuratore è stato: “Come è possibile che mi associno ai gülenisti? Io sostenitore del golpe? Che tipo di collegamenti potranno fare? Quali saranno le prove?”.

Quando sono entrato nella stanza del procuratore la risposta a tutte queste domande è stata un’altra grande sorpresa. La prima pagina del mio fascicolo che il procuratore aveva davanti a sé era la stampa del mio profilo Linkedin. Per un attimo mi è sembrato di dover sostenere un colloquio di lavoro. E che di fronte a me vi fosse il responsabile delle risorse umane e non un pubblico ministero. Quasi come se non fosse stato lui a farmi arrestare e a trattenermi per tre notti in prigione! Ha sfogliato qualche altra pagina del fascicolo dove si trovavano “le prove”. Non c’era nient’altro al di fuori di un paio di notizie che scrissi qualche anno fa e di alcuni tweet che non c’entravano niente con il golpe o i gülenisti. Era ovvio che cercavano di dichiararmi “un terrorista” con le prime cose che avevano trovato googlando il mio nome.

Esito dell’ingiustizia che ho vissuto personalmente dopo il golpe: tre notti in prigione, un giorno in procura per poi riavere la libertà. È evidente che hanno voluto darmi una lezione, spaventarmi perché in passato ho dato fastidio al governo. Non tutti tra quelli arrestati nella mia stessa lista sono stati altrettanto fortunati. Hanno arrestato quasi tutti coloro i quali lavoravano nei giornali dei gülenisti, gli stessi che Erdoğan, dopo la rottura della coalizione, ha dichiarato terroristi dicendo di essere stato “ingannato”. Quanto successo a me è nulla a confronto a quanto capitato ad altri, sia nell’intera storia della stampa della Turchia che nel periodo successivo al golpe.

In Turchia la libertà di stampa è sempre stata minacciata. I giornalisti sono stati puniti sia dai golpisti che si impossessavano del potere che dagli stessi governi che riuscivano a respingere i colpi di stato. Anche il risultato emerso dopo il sanguinoso tentativo di golpe del 15 luglio, attuato da nemici del popolo, non è stato differente. È difficile però fare ora un bilancio perché la situazione cambia quotidianamente. Decine di radio, televisioni, quotidiani e siti web sono stati chiusi. Un centinaio di giornalisti sono stati messi in prigione.

L’Akp è stato fondato nel 2001 da un gruppo che si definiva più liberale rispetto al partito islamista da cui si era distaccato. Un anno dopo, grazie al risultato ottenuto alle elezioni, è riuscito ad andare al potere. La leadership dell’Akp però, sapendo che la compagine governativa si muoveva su un terreno estremamente fragile, a causa di precedenti colpi di stato e crisi, ha sentito il bisogno di adottare delle precauzioni per rendere più forte il proprio potere. Ed ha stretto un’alleanza con una delle confraternite più rilevanti del Paese, che dopo il golpe del 12 settembre 1980 era stata alcune volte solo tollerata ma altre anche sostenuta contro la crescita della sinistra.

L’Akp, che si definisce un partito musulmano-democratico, sotto la leadership di Erdoğan si è accordato allora con Fetullah Gülen. Grazie ai gülenisti, subdolamente infiltratisi tra i ranghi dello stato, formando quello che oggi viene chiamato “uno stato parallelo”, ha cercato di impedire eventuali attacchi nei propri confronti. Dalla polizia alla finanza, dai media al mondo del calcio, i seguaci di Gülen hanno iniziato a rappresentare la squadra dell’Akp in seno alla burocrazia. Questa coalizione segreta ha inflitto duri colpi alla libertà dei media condannando per esempio varie testate giornalistiche a pagare multe in ambito fiscale del valore di diversi miliardi di euro. Altre volte ha messo in prigione centinaia di generali kemalisti con processi promossi al fine di indebolire il potere dell’esercito.

Ma come in tutte le alleanze, prima o poi è inevitabile una crisi. La coalizione è cresciuta, è divenuta sempre più influente e a un certo punto i due partner si sono chiesti chi fosse il più potente. Non si sa esattamente quale sia stata la scintilla. Tuttavia, coloro che fino a ieri si chiamavano fratelli oggi si accusano reciprocamente di essere dei terroristi.

La Turchia sta vivendo una delle fratture più rilevanti della sua storia recente. Fratture che a volte riescono a divenire motivi di speranza. Riusciremo ad avviarci lungo un percorso che ci porti a una democrazia migliore e, per noi giornalisti, a una maggiore libertà di stampa? Sfortunatamente non abbiamo molti motivi per essere ottimisti. Nella storia, dalla lotta tra due leader islamisti, non è mai emersa una democrazia migliore.

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Questa pubblicazione è stata prodotta nell’ambito del progetto European Centre for Press and Media Freedom, cofinanziato dalla Commissione europea. La responsabilità sui contenuti di questa pubblicazione è di Osservatorio Balcani e Caucaso e non riflette in alcun modo l’opinione dell’Unione Europea.

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Il simbolo Srebrenica, 21 anni dopo

L’11 luglio di 21 anni fa a Srebrenica, città della Bosnia Erzogovina a pochi chilometri dal confine serbo, cominciò una mattanza di musulmani che segnò la Guerra dei Balcani. Furono uccise 8.732 persone, in meno di una settimana. Lungo le due sponde del fiume Drina, spiega Osservatorio Balcani Caucaso, c’è ansi.

L’articolo di Azra Nuhefendić, tratto da Osservatorio Balcani e Caucaso

I serbo-bosniaci e la Serbia si impegnano a negare, minimizzare, spartirsi la colpa, contrattano sui numeri, si giustificano, insistono sulla propria versione dell’accaduto.

I musulmano-bosniaci sono in attesa di giustizia, di riconoscimento, di pietà umana. E, a distanza di vent’anni, molti stanno ancora aspettando i resti dei propri cari che sono spariti nel più grave crimine di guerra e contro l’umanità commesso in Europa dopo la Seconda guerra mondiale.

Dopo le guerre e le nefandezze restano i toponimi. Basta dire Auschwitz, Katyn, Guernica, o “gulag” per capire di che cosa si tratta”.

La parola Srebrenica

Da vent’anni tra questi simboli c’è Srebrenica. La parola evoca immagini di famiglie distrutte, di persone caricate su autobus e camion con destinazione ignota, di terrore, di uomini bendati e condotti a morte, uccisi metodicamente ed esclusivamente sulla base della loro identità; e del lutto di circa trentamila donne bosniache: madri, mogli, figlie e sorelle, ognuna delle quali ha perso nel genocidio di Srebrenica numerosi familiari. I bosniaci uccisi sono stati più di ottomila.

Ma il dolore più grande della morte accertata è quello dell’incertezza sul destino delle persone che sono sparite. Molte donne di Srebrenica ancora oggi cercano i resti dei propri figli, padri, mariti, cugini. Una di loro, Hatidža Hren, in attesa di trovare le spoglie del marito Rudolf, grida disperatamente: “Portatemi le sue ossa, le riconoscerò di sicuro”.

Quello che è successo a Srebrenica non è oggetto di discussione. È stato accertato e definito un genocidio da due tribunali internazionali indipendenti: la Corte Internazionale di Giustizia e il Tribunale penale internazionale per i crimini di guerra nell’ex Jugoslavia (ICTY). Perciò, negarlo non cambierà i fatti.

Cinque ufficiali serbo-bosniaci sono stati condannati e ci sono ancora due processi in corso presso l’ICTY a carico dell’ex leader dei serbi bosniaci Radovan Karadžić e del generale serbo bosniaco Ratko Mladić, entrambi accusati per questo genocidio, oltre che per altri crimini.

Il massacro di Srebrenica è il crimine di guerra meglio documentato. Ci sono milioni di pagine di testimonianze, trascrizioni audio, video e prove forensi. Più di mille persone, di cui molte sopravvissute al genocidio, hanno testimoniato sui fatti di Srebrenica.

Un ventunenne ha raccontato, davanti al Tribunale dell’ICTY, che aveva solo sei anni quando fu portato davanti allo squadrone che fucilava i musulmani bosniaci. L’autista serbo che portava agli assassini il cibo e le bevande ebbe compassione di lui e lo salvò.

Le immagini autentiche che vediamo oggi sono le riprese televisive che, all’epoca, guardavamo quasi in diretta seduti nelle nostre case. Alcuni crimini sono stati documentati dagli assassini stessi, come quello dell’unità paramilitare serba “Scorpioni: si riprendevano mentre uccidevano un gruppo di sedici bosniaci di Srebrenica. Per anni si poteva noleggiare la cassetta con il filmato nel video club della città serba di Ruma. E quando il giudice ha chiesto loro perché si fossero filmati, hanno risposto che l’avevano fatto perché credevano che, dopo la guerra, sarebbero stati considerati degli eroi.

Il genocidio

Il genocidio non è un crimine accidentale, non è la conseguenza di un raptus (neanche collettivo), un genocidio non si compie per errore, mentre si voleva fare un’altra cosa. Il genocidio non è un’azione spontanea, è sempre e ovunque un progetto, ben pianificato, organizzato e realizzato sistematicamente.

C’è voluta una grande organizzazione per ammazzare, in una settimana, ottomila persone, per scavare le fosse comuni, per seppellirle, e dopo riesumare i corpi e sotterrarli di nuovo in una seconda e in una terza fossa. Non è un lavoro per dilettanti, e non poteva essere neanche un’azione “ad hoc”, improvvisata.

L’autista serbo che ha salvato il bambino davanti al plotone di esecuzione, portava agli assassini il cibo e le bevande! Anche a queste piccole cose si pensava in quell’orribile impresa. I soldati che uccidevano tutto il giorno, a un certo punto dovevano fare una pausa per mangiare e bere qualcosa.

Il fatto che i serbi riesumassero i cadaveri dalle fosse comuni, per spostare le spoglie degli uccisi altrove, significa che erano consapevoli di cosa avevano fatto, e che tentavano di nasconderlo.

Nel genocidio di Srebrenica (è stato documentato) gli autobus, che trasportavano i musulmani bosniaci nei posti di esecuzione, appartenevano ad aziende pubbliche serbe ed erano stati portati dalla Serbia per quello scopo, come pure le ruspe e altri macchinari per scavare le fosse comuni. Le pallottole che colpivano uccidendo i musulmani erano prodotte nella fabbrica “Zastava” di Kragujevac, in Serbia.

Il genocidio è un crimine dello Stato e delle sue istituzioni, attraverso i propri apparati di repressione, cioè esercito e polizia. I rari bosniaci musulmani che cercavano di salvarsi in Serbia attraversando il fiume Drina sono stati catturati, messi nei campi di concentramento, torturati e alcuni uccisi.

Il genocidio non è solo Srebrenica, come l’Olocausto non è solo Auschwitz. Il genocidio è un processo. Srebrenica l’11 luglio 1995 è, come sottolinea Ed Vulliamy, autore del libro Stagioni all’inferno, “una delle centinaia di piccole Srebrenica che accaddero in Bosnia dal 1992 al 1995”.

Non c’è genocidio senza un’ideologia. Nel caso di Srebrenica, l’ideologia del genocidio è il nazionalismo serbo. Molte delle persone che uccidevano i musulmani bosniaci disarmati e bendati non avrebbero commesso tale crimine, in circostanze normali. Il nazionalismo serbo le aveva preparate e incoraggiate a farlo. L’ideologia le ha assolte dai peccati e dalla colpa, in anticipo. Il caso degli “Scorpioni” ne è l’esempio palese.

Quasi tutti i carnefici processati e condannati (e non solo nel caso di Srebrenica), davanti al tribunale si giustificano dicendo di aver difeso “la patria”, “il popolo”, “la bandiera”. I simboli, non i fatti, sui quali si poggia l’ideologia. Nessuno di loro si è giustificato per il fatto di difendere la propria casa, madre, figli.

Il negazionismo

Negli ultimi vent’anni i serbi bosniaci e la Serbia si sono impegnati a negare il genocidio, a classificare quello che è successo a Srebrenica diversamente, come uno dei tanti crimini. Il negazionismo è diventato una strategia di Stato.

Questo è possibile perché molti degli attuali politici serbi, da ambedue le sponde del fiume Drina, sono le stesse persone che avevano fatto parte dell’apparato politico serbo all’epoca del genocidio. La loro ideologia è ancora il nazionalismo.

Quest’atteggiamento è sbagliato. Negando la colpa si continua a provocare dolore alle vittime. Non a caso il negazionismo è considerato l’ultima fase del genocidio.

A lungo termine il negazionismo è dannoso anche per gli stessi serbi. Quest’atteggiamento ha già messo in cattiva luce il popolo serbo, compromette la sua reputazione a livello internazionale e danneggia la sua posizione nelle varie istituzioni mondiali.

Riconoscere la propria colpa è anche, e forse soprattutto, una questione di civiltà. Aver compassione delle vittime rappresenta il minimo necessario.

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Turchia, giornalisti e attivisti arrestati

Il 20 giugno, una corte di Istanbul ha disposto la custodia cautelare per tre attivisti turchi, Erol Önderoğlu, giornalista del portale Bianet e rappresentante nel paese di Reporters Without Borders; Şebnem Korur Fincancı, nota attivista per i diritti umani e presidente della Human Rights Foundation in Turchia e Ahmet Nesin, scrittore e giornalista indipendente.

I tre sono stati accusati di “propaganda terroristica” per avere partecipato ad una campagna contro la censura della stampa filo-curda in Turchia lanciata lo scorso 3 maggio nella Giornata mondiale per la libertà di stampa. L’iniziativa, chiamata “guest editor in chief campaign”, intendeva tenere alta l’attenzione sulla dura repressione che colpisce i media indipendenti nel paese, in particolare quelli che si occupano della questione curda costretti a subire quotidianamente forme dirette e indirette di censura.

In seguito all’inasprirsi del conflitto tra le forze di sicurezza e il PKK nella regione del Kurdistan turco, le autorità del paese hanno in diverse occasioni usato le maniere forti contro le voci critiche, colpendo oppositori, giornalisti indipendenti, accademici, intellettuali, avvocati e difensori dei diritti umani.

Per denunciare questa situazione, la storica e più importante testata curda, Özgür Gündem, ha aperto la propria redazione invitando intellettuali, giornalisti ed attivisti ad essere caporedattori per un giorno. Una bella iniziativa di solidarietà, a cui hanno risposto una quarantina di persone, 36 delle quali sono ora finite sotto indagine dopo che la magistratura turca ha aperto un fascicolo per “propaganda terroristica”.

Tra i tre arrestati c’è il giornalista di Bianet Erol Önderoglu, che conosciamo di persona in quanto collaboratore di Osservatorio (e di Radio Popolare) nell’ambito del progetto “European Centre for Press and Media Freedom”. Erol, voce nota in tutta Europa per il suo impegno per la libertà di stampa, rappresentante di Reporters Without Borders in Turchia dal 1996, è stato perseguito sulla base di tre articoli pubblicati sul giornale Özgür Gündem il 18 maggio 2016 che documentavano le lotte di potere tra diverse forze di sicurezza turche e le operazioni militari in corso contro il PKK nel sud-est dell’Anatolia.

Ahmet Nesin, Şebnem Korur Fincancı, Erol Önderoğlu (foto Bianet)
Ahmet Nesin, Şebnem Korur Fincancı, Erol Önderoğlu (foto Bianet)

Nelle ultime ore molte organizzazioni internazionali, come Reporters without Borders che ha lanciato l’appello #FreeErol, la rappresentante dell’Osce per la libertà di stampa Dunja Mijatović, la European Federation of Journalists hanno espresso solidarietà e vicinanza ai tre attivisti arrestati e condannato duramente l’attacco alla libertà di stampa in corso in Turchia.

La notizia è rimbalzata velocemente su Twitter attirando l’attenzione di intellettuali e società civile in Turchia e in tutta Europa. Il giornalista turco Yavuz Baydar, co-fondatore della piattaforma P24, the Platform for Indpendent Media, vincitore del premio European Press Prize ed editorialista del Guardian, ha dichiarato in un tweet che l’arresto dei tre attivisti significa la “totale criminalizzazione del giornalismo in Turchia”.

Secondo il Journalists Union of Turkey, l’unione sindacale dei giornalisti turchi, il paese sta vivendo l’ennesimo giorno nero nella storia della libertà di stampa. “È chiaro che si tratta di un arresto politico volto a mettere sotto pressione i giornalisti. […] Oggi è la solidarietà tra giornalisti ad essere stata arrestata”, scrive il sindacato in una nota pubblicata su Bianet. Preoccupate anche le parole di un altro sindacato dei giornalisti, il Press Labor and Journalists Association of Turkey, secondo cui “la decisione della corte fa presagire un futuro fosco per la libertà di espressione in Turchia. […] È evidente che – continua il sindacato – l’idea di associare il giornalismo alla propaganda terroristica stia indebolendo i media ledendone l’indipendenza. Il tentativo di uniformare le pubblicazioni e allinearle alle posizioni dell’egemonia governativa, viola il diritto dei cittadini ad essere informati. Ribadiamo, conclude il comunicato, che nonostante la repressione, non diventeremo giornalisti allineati”.

In serata ieri, è arrivata anche una breve dichiarazione dell’Alta rappresentante della Politica estera dell’Unione europea, Federica Mogherini e del Commissario alla politica di vicinato e negoziati per l’allargamento Johannes Hahn che hanno richiamato la Turchia a rispettare la libertà di stampa e a condurre processi giusti nel rispetto dello stato di diritto. “L’UE ha ripetutamente sottolineato che la Turchia, come paese candidato, deve aspirare ai più alti standard e alle più alte pratiche democratiche […] nel rispetto della Convenzione europea dei diritti umani. Una stampa libera, plurale e indipendente è essenziale in ogni società democratica”, conclude il comunicato.

Proprio oggi inizia la tre giorni a Roma del ministro turco per gli Affari Europei e capo dei negoziati per l’ingresso nell’UE, Ömer Çelik, che incontrerà il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, il Segretario agli affari europei Sandro Gozi e i presidenti delle Commissioni esteri di Camera e Senato. È previsto anche un incontro con la stampa italiana per affrontare temi come le relazioni Italia-Turchia e Ue-Turchia, la crisi migratoria, lo stato del processo sulla liberalizzazione dei visti e la lotta contro il terrorismo. La libertà di stampa e il rispetto delle minoranze non sembrano al momento all’ordine del giorno.

Tratto da Osservatorio Balcani Caucaso – di Rossella Vignola

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La campagna di RSF – #freeErol

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Bosnia Erzegovina, i musulmani ribelli

Quest’articolo di Andrea Oskari Rossini è frutto di una collaborazione editoriale tra l’Istituto Affari Internazionali e Osservatorio Balcani e Caucaso.

Il 18 novembre 2015, pochi giorni dopo gli attentati di Parigi, Enes Omeragić, un giovane di Sarajevo, è entrato in una sala per scommesse nel quartiere periferico di Rajlovac e ha aperto il fuoco su due militari bosniaci, uccidendoli. Rintracciato poche ore dopo nella sua abitazione, Omeragić si è ucciso a sua volta, facendosi saltare in aria con una bomba a mano.

L’episodio non è stato praticamente registrato dai media europei, ancora sotto choc per i fatti di Parigi. Rappresenta tuttavia l’ennesimo attentato riconducibile al terrorismo islamista avvenuto nel paese balcanico a partire dal 2010.

Nel giugno di quell’anno venne fatta esplodere una bomba fuori dalla stazione di polizia di Bugojno, in Bosnia centrale. Un poliziotto, Tarik Ljubuškić, morì, e sei suoi colleghi rimasero feriti. L’anno dopo, a Sarajevo, Mevlid Jašarević aprì il fuoco con un kalashnikov contro l’Ambasciata degli Stati Uniti, ferendo un poliziotto. Infine l’anno scorso, il 27 aprile, Nerdin Ibrić ha assalito con un fucile automatico i militari della stazione di polizia di Zvornik, nella parte del paese a maggioranza serba, gridando “Allah Akbar” e uccidendo l’agente Dragan Đurić prima di venire ucciso a sua volta.

La tipologia degli attentati avvenuti in Bosnia Erzegovina1 è diversa dalle stragi perpetrate dall’Isis nelle grandi capitali europee. Ad essere colpiti sono obiettivi stranieri, oppure rappresentanti delle locali forze di sicurezza, militari o poliziotti. I civili non sono stati finora coinvolti, il che lascia presupporre una strategia diversa dei gruppi radicali nei Balcani. Sporadicamente, singoli individui escono allo scoperto, ma il ruolo principale assegnato alla regione sembrerebbe essere quello di base logistica, ad esempio per il trasferimento di uomini o armi, e soprattutto di serbatoio di potenziali “foreign fighters”.

Secondo il professor Vlado Azinović, docente all’Università di Sarajevo e recentemente co-autore, con Muhamed Jusić, della ricerca “Il richiamo della guerra in Siria: il contingente bosniaco dei combattenti stranieri”, sarebbero circa 250 i bosniaci che hanno lasciato il paese per andare a combattere nel Medio Oriente, tra il 2012 e la fine del 2015. Non si tratta di una cifra particolarmente rilevante in termini assoluti, se comparata ad esempio a quella dei “foreign fighters” provenienti dalla Francia, dal Belgio, dal Regno Unito o dalla Germania2. In termini relativi però, cioè riportati alla grandezza della popolazione (circa 3.800.000), non è un dato insignificante. La Bosnia Erzegovina, inoltre, ha alcune specificità, sotto il profilo del rischio terrorismo, che la distinguono dalla maggior parte degli altri paesi europei.

La prima è la frammentazione delle diverse forze e agenzie di sicurezza, nel contesto della complicata struttura istituzionale definita dagli accordi di Dayton. Uroš Pena, vice capo del Direttorato per il Coordinamento delle forze di polizia del paese, ha recentemente dichiarato ai media locali che “la condivisione delle informazioni è un grosso problema. Ogni agenzia si tiene strette le migliori informazioni di cui dispone. Tutti hanno l’obbligo di condividere le informazioni, ma questo non avviene… Non abbiamo neppure una chiara definizione delle giurisdizioni.”

Il secondo elemento di rischio, per la Bosnia Erzegovina, è la relativa facilità con cui, a vent’anni dalla fine della guerra, è ancora facile procurarsi armi. Quando sono stati firmati gli accordi di pace, molti hanno preferito conservare le armi, ad ogni buon conto. Queste armi possono ora finire nelle mani sbagliate nei modi più diversi, vendute sul mercato nero anche solo per aggiustare temporaneamente il bilancio familiare.

Il fatto invece che circa metà della popolazione della Bosnia Erzegovina sia di fede, cultura o tradizione musulmana, l’aspetto in genere più sottolineato dai media europei che si sono occupati in passato del fenomeno terrorista nel paese, non rappresenta di per sé un elemento di rischio. La comunità islamica locale (Islamska Zajdenica, IZ) ha sempre denunciato con forza il terrorismo e la violenza, invitando i propri fedeli a tenersi distanti dai gruppi radicali che cercano di sovvertire le regole su cui da secoli si fonda l’Islam in questa regione.

Questi gruppi, secondo il giornalista Esad Hećimović, autore di “Garibi – Mujaheddini in Bosnia Erzegovina tra il 1992 e il 1999”, hanno cominciato a manifestare la propria presenza nel paese a partire dal 1992, anno di inizio della guerra in Bosnia. Alcune centinaia di combattenti3, provenienti da paesi arabi o dall’Afghanistan, si unirono alla brigata “El mujahid” dell’Armija BiH4, o a formazioni minori, combattendo dalla parte dei bosniaco musulmani. I mujaheddin non portarono in Bosnia solo le proprie armi e volontà di combattere, ma anche un’interpretazione dell’Islam molto diversa da quella dei bosniaco musulmani. Dopo la guerra, l’influenza dei gruppi radicali continuò in modi diversi, attraverso il lavoro dei predicatori, l’assistenza finanziaria o la creazione di un sistema alternativo di welfare paragonabile, secondo il professor Azinović, a quello posto in essere da Hamas nei territori palestinesi.

Oggi, venti anni dopo la fine della guerra, è difficile valutarne la diffusione e influenza in Bosnia Erzegovina. Data la conformazione del paese, si tratta di una presenza localizzata soprattutto in villaggi isolati, in zone montuose o rurali, dove i gruppi che si pongono come alternativi alla comunità islamica ufficiale conducono una sorta di vita sociale e religiosa parallela. Non tutti sono naturalmente legati alle reti del terrorismo internazionale, né tutti credono nell’uso della violenza per la lotta politica o religiosa. Si tratta di una galassia molto diversificata. Alcune delle figure più rappresentative erano ritenuti essere, in passato, Nusret Imamović, oggi probabilmente in Siria, e più recentemente Husein Bosnić (Bilal), condannato il 5 novembre scorso dalla giustizia bosniaca a 7 anni di reclusione per le attività di reclutamento di giovani da inviare nelle guerre del Medio Oriente.

La comunità islamica ufficiale della Bosnia Erzegovina rappresenta una sorta di “diga” contro la diffusione di questi gruppi, ed è proprio la IZ che ha recentemente fornito alcuni dati sulla presenza delle comunità ribelli, definite dai media locali come “paradžemate”, che sarebbero oggi 64. La massima autorità dell’Islam in Bosnia Erzegovina, il reis ulema Husein Kavazović, si è in più occasioni scagliato duramente contro queste “para-comunità”, esortando le autorità a impedire loro di esercitare le proprie funzioni. Nei mesi scorsi, tuttavia, si è svolto un interessante confronto tra la IZ e le “paradžemate”, lontano dagli occhi indiscreti dei media. La comunità islamica ufficiale rivendica unicamente per sé il diritto di scegliere le guide spirituali (imam), e in generale di educare i fedeli, e ha cercato di ricondurre le comunità ribelli all’interno della propria giurisdizione. Il difficile percorso però, secondo quanto reso noto dalla stessa Islamska Zajednica, non ha sortito grandi risultati e, al termine di settimane di colloqui, solo 14, delle 38 che hanno partecipato al processo, hanno accettato di (ri)entrare a far parte della comunità ufficiale.

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1. Nel testo anche come “Bosnia”, “BiH”

2. V. le statistiche riportate da Radio Free Europe/Radio Liberty e cfr. anche Foreign Fighters: An Updated Assessment of the Flow of Foreign Fighters into Syria and Iraq, The Soufan Group, dicembre 2015

3. La metà degli effettivi della brigata “El mujahid”, forte di poco meno di 2.000 soldati, erano stranieri

4. Esercito della Bosnia Erzegovina

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Tratto da Osservatorio Balcani Caucaso, di Andrea Oskar Rossini

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Il nuovo governo all’ombra di Erdoğan

Uscito di scena Davutoğlu, è Binali Yıldırım – fedelissimo di Erdoğan – a prendere le redini del governo turco. Il cambio segna un nuovo passo verso un presidenzialismo di fatto

Stabilità. È questa la parola d’ordine che ha portato il Partito della giustizia e dello sviluppo (AKP) a riconquistare la maggioranza assoluta alle ultime elezioni del 1 novembre 2015. Ma a meno di sette mesi dalla formazione del quarto governo monocolore AKP la stabilità non sembra essere una priorità della scena politica turca. Le dimissioni dell’ex premier Ahmet Davutoğlu annunciate lo scorso 5 maggio sono state l’ultima manifestazione di questa tendenza.

Tuttavia, non si può dire che nella politica turca manchi la continuità. Con un essenziale tema dominante: l’introduzione di un regime presidenzialista, mirato ad abolire l’attuale sistema parlamentare. Binali Yıldırım, premier in carica da martedì scorso, ha già annunciato che l’obiettivo del nuovo governo è proprio quello di introdurre il presidenzialismo in Turchia. E mercoledì Erdoğan ha presieduto la prima riunione di governo, a simboleggiare la volontà di avere totale controllo sull’esecutivo.

Davutoğlu out

Le dimissioni di Davutoğlu, consegnate “per obbligo” e non “per mancanza di successi” come ha detto l’ex premier, che nei sondaggi più recenti risultava aver quasi eguagliato la popolarità di Erdoğan, sono considerate una conseguenza dell’esercizio effettivo dei poteri derivanti dalla sua carica politica. Una intraprendenza che lo avrebbe portato in alcune occasioni anche a scavalcare il presidente. E sebbene l’ex premier ribadisse ad ogni occasione l’armonia nei rapporti con Erdoğan, sempre più frequentemente i due rilasciavano dichiarazioni contrastanti su alcuni argomenti fondamentali. In particolare sul sistema presidenziale, sulla questione curda, ma anche sul controverso accordo riguardante i migranti, siglato con l’Unione europea (UE).

Non a caso, proprio prima che Davutoğlu annunciasse le dimissioni, il quotidiano britannico Financial Times aveva pubblicato un articolo in cui si descriveva il rapporto confidenziale venutosi a creare tra Davutoğlu e i leader europei. Il giornale londinese, secondo il quale il premier avrebbe proposto l’accordo sui migranti ad Angela Merkel senza consultare Erdoğan, citava alcuni funzionari vicini all’ex premier che si dicevano preoccupati per le sorti di Davutoğlu.

Yıldırım in

Il nuovo premier, Binali Yıldırım, è considerato tra gli uomini più fidati di Erdoğan, che lo ha indicato quale unico candidato per la leadership del partito. E’ tra i fondatori dell’AKP. La collaborazione di Yıldırım con il presidente risale al 1994, quando quest’ultimo era sindaco di Istanbul. Già alla direzione dei collegamenti via mare della città, Yıldırım è stato poi nominato ministro per i Trasporti in ben quattro governi AKP. Nel 2014, dopo essere stato indicato dal partito quale candidato sindaco di Izmir – senza tuttavia venire eletto – è diventato consigliere speciale del presidente.

Yıldırım ha sfidato l’ex premier per la leadership del partito nel congresso dello scorso settembre dove ha prevalso Davutoğlu, che avrebbe a sua volta cercato di escludere l’avversario dal governo dopo le elezioni di novembre. Ma Yıldırım, appoggiato da Erdoğan, non solo è stato riconfermato ministro per i Trasporti, ma alla fine dello scorso aprile si è mosso per la raccogliere le firme dei membri del Consiglio direttivo del partito che hanno conseguentemente privato Davutoğlu del diritto di nominare gli amministratori locali dell’AKP. Una decisione che risulta essere stata determinante nelle dimissioni dell’ex premier.

I giochi nel nuovo esecutivo

Otto politici sono stati esclusi dal nuovo governo. Tra questi anche il diplomatico in carriera Volkan Bozkır, ex ministro agli affari europei, sostituito da Ömer Çelik, già giornalista ed ex ministro per la Cultura e il Turismo, la cui nomina indicherebbe secondo alcuni osservatori la volontà di Erdoğan di controllare in prima persona i rapporti con l’Unione europea. A rimanere fuori dall’attuale gabinetto dei ministri ci sono anche l’ex vice ministro Yalçın Akdoğan – seppur considerato una figura molto vicina a Erdoğan – e il ministro per la Cultura e il Turismo Mahir Ünal, entrambi al centro dell’ultimo incontro (la famosa “riunione di Dolmabahçe”) riguardante il processo di pace con i curdi.

Il “processo di risoluzione” (della questione curda) trattato in tre pagine del precedente governo Davutoğlu risulta completamente assente nel programma del nuovo governo Yıldırım. Il terzo nome che aveva partecipato alla riunione di Dolmabahçe, il ministro dell’Interno Efkan Ala, ha però mantenuto il posto, a indicare la continuità delle politiche di sicurezza nel paese, in particolare nelle regioni sudorientali a maggioranza curda, devastate dallo scorso luglio dagli scontri tra le forze armate e di polizia con il Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK).

E pure il ministro Bekir Bozdağ, titolare del ministero per la Giustizia, si è visto riconfermare la carica. Una figura essenziale quella di Bozdağ, che si troverà a gestire attraverso il ministero che guida le pesanti accuse di corruzione rivolte ad alcuni membri del governo AKP e al suo entourage nel dicembre 2013. Altre differenze che colpiscono nel programma del nuovo governo sono anche la mancanza di un riferimento alla “trasparenza” e alla “lotta alla corruzione” come pure l’assenza dell’intenzione – espressa dal precedente programma Davutoğlu – di riconoscere uno statuto legale alle cemevi, luogo di culto degli aleviti, minoranza musulmana più imponente del paese, con circa 20 milioni di adepti.

Presidenzialismo di fatto

Davutoğlu era una figura tutt’altro che antagonistica a quella di Erdoğan, ma dotato ancora di una certa autonomia. La sua uscita di scena, secondo diversi osservatori, segna la fine del premierato in Turchia. Il “presidenzialismo di fatto”, che ha iniziato a prendere piede con l’elezione – nell’agosto 2014 – a suffragio universale di Erdoğan alla presidenza della Repubblica, risulta ora ancora più radicato nel paese. Tuttavia manca ancora una base giuridica. Secondo la costituzione turca, il capo dello Stato ricopre infatti un ruolo essenzialmente rappresentativo, di conseguenza la modifica alla costituzione risulta tra le prime finalità del governo.

Si tratta di un cambiamento che potrebbe interessare l’intera costituzione, oppure, in un primo momento, solo alcuni articoli costituzionali. Nel primo caso si andrebbe a ridefinire e ad allargare l’ambito del potere esecutivo del presidente, approdando ad un sistema presidenziale “alla turca” che comporta ancora numerose incognite. Nell’eventualità, invece, di una modifica limitata solo a determinati articoli si andrebbe a formulare il cosiddetto “presidenzialismo partitico”, dove i rapporti tra il presidente e il suo partito andrebbero ufficialmente re-instaurati. Quest’ultima è una formula menzionata sempre più spesso dai rappresentanti dell’AKP, che ritengono possa essere più facilmente approvata in sede parlamentare. Si tratterebbe in definitiva di una tappa intermedia nella direzione di un presidenzialismo valido a tutti gli effetti.

Nuove elezioni in vista?

Secondo il politologo Baskın Oran “Erdoğan sta cercando di restare in piedi con una coalizione, che nella sua idea è composta da se stesso, dalle Forze armate, dall’intelligence, dal MHP e dagli ultranazionalisti. Accomunati tutti dall’antagonismo verso i curdi”. Questo antagonismo si è reso più visibile quando venerdì scorso il parlamento ha approvato con 376 voti su 550 la revoca dell’immunità di 138 deputati. La revoca interessa in particolar modo 50 parlamentari (su 59) del filo-curdo Partito democratico dei popoli (HDP), accusati di attività terroristica.

Secondo la costituzione bastano 28 seggi non occupati per andare ad elezioni straordinarie. E nel caso in cui si arrivi a delle condanne – un’eventualità percepita come altamente probabile – non si esclude che l’AKP possa cercare di percorrere la strada delle consultazioni per aumentare il numero dei propri deputati.

L’AKP ha infatti la maggioranza in parlamento (con 316 seggi su 550), ma non dispone del numero minimo di 330 deputati necessari per portare a referendum popolare l’emendamento della Costituzione. E le formazioni dell’opposizione, in particolare il Partito repubblicano del popolo (CHP) e il Partito di azione nazionalista (MHP), stanno attraversando una profonda crisi. Dal suo canto, il filo-curdo Partito democratico dei popoli (HDP), continua a essere il primo bersaglio del governo e, nel caso di nuove elezioni, potrebbe rischiare di essere estromesso dal parlamento.

di Fazila Mat

Tratto da Osservatorio Balcani Caucaso

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Ferhadija, la moschea della speranza

Migliaia di persone sono giunte a Banja Luka da tutta la Bosnia Erzegovina sabato 7 maggio per assistere a un momento atteso da più di vent’anni: la riapertura ufficiale della moschea di Ferhad-Pasha, nota ai più semplicemente come Ferhadija, che le truppe serbo-bosniache fecero saltare in aria nello stesso giorno del 1993.

Tra le seimila e le ottomila persone (tra le quali moltissimi anziani), alcune fin dalla sera precedente, si sono radunate nel parco antistante la rinnovata moschea, secondo i dati forniti dal ministero dell’Interno della Republika Srpska Dragan Lukač alla fine della cerimonia. In prevalenza bosgnacchi-musulmani, ma non esclusivamente, visto che l’evento è stato seguito anche da numerosi residenti.

L’atmosfera, sabato mattina, era distante anni luce da quella del 7 maggio 2001, quando il tentativo di dare inizio alla ricostruzione dell’edificio (una delle sedici moschee distrutte nella città durante la guerra, la quindicesima a essere rimessa in piedi visto che a oggi l’unica a non essere stata riedificata è quella di Arnaudija) era stato interrotto da violente proteste da parte dei nazionalisti locali, che causarono un morto: a caratterizzare la giornata, stavolta, non è stato alcun momento di tensione – complice anche l’imponente apparato di sicurezza messo in piedi dalle autorità dell’entità in vista dell’arrivo di molte personalità pubbliche, tra le quali spiccava il primo ministro turco dimissionario Ahmet Davutoğlu.

“La riapertura di questa moschea è un messaggio di pace per tutti i popoli di Bosnia Erzegovina e del resto del mondo”, ha detto Davutoğlu durante la cerimonia, aggiungendo che “non ci sono molti posti dove edifici religiosi di differenti confessioni si trovano così vicini”. Il suo intervento è stato di gran lunga il più acclamato da parte dei musulmani presenti, il che palesa il ruolo di particolare influenza, quanto meno sotto il profilo culturale, che la Turchia sta pian piano ricavandosi nel Paese. “Sono venuto fin qui a rappresentare 78 milioni di turchi… i quali saranno sempre al fianco della Bosnia Erzegovina, nei tempi felici e in quelli duri”, ha ribadito Davutoğlu.

La ricostruzione

In effetti, la Turchia è stata tra i principali contributori alla ricostruzione della moschea di Ferhadija: la TIKA, l’agenzia di cooperazione di Ankara, ha versato più di un milione di euro per sostenerne il costo totale, che è stato di circa cinque milioni. Tra gli altri donatori figurano in particolare il governo della Bosnia Erzegovina e quello della Federazione, il governo di Republika Srpska e del Qatar. Tanti, inoltre, sono stati i contributi da parte della comunità islamica del Paese e di quelle degli altri stati europei dove si è concentrata la diaspora bosniaca negli anni del conflitto.

La distruzione della moschea di Ferhadija è rimasta impressa nella memoria collettiva come uno degli attacchi più efferati compiuti contro il patrimonio culturale della Bosnia Erzegovina durante il conflitto, un atto paragonabile alla distruzione del ponte vecchio di Mostar e a quella della biblioteca di Sarajevo. L’edificio, costruito nel 1579, era considerato uno dei più importanti esempi dell’architettura ottomana nella regione e faceva parte del patrimonio UNESCO. Della sua distruzione, tra gli altri capi d’accusa, venne giudicato colpevole e condannato a 32 anni di reclusione dal Tribunale Penale Internazionale Radoslav Brdjanin, all’epoca dei fatti Presidente del comitato di crisi della regione autonoma della Kraijna bosniaca (comprendente Banja Luka).

La ricostruzione è stata fatta rispettando “al millimetro” l’edificio originale, come ha assicurato ai media bosniaci il capo del cantiere responsabile dei lavori, Armin Džindo. Per quanto è stato possibile, ha spiegato, l’edificio è stato realizzato utilizzando i materiali originali, che è stato possibile recuperare dal letto del fiume Vrbas o dalle discariche dove erano stati gettati dopo la demolizione.

Un “passo avanti” verso la riconciliazione?

Tutti i leader religiosi e politici invitati all’inaugurazione della rinnovata Ferhadija (tra i quali figurava anche il Presidente della Republika Srpska Milorad Dodik, il quale però ha prudentemente deciso di non tenere un discorso, accusando anzi Davutoğlu e la Turchia di promuovere una politica estera “neo-ottomana” in Bosnia Erzegovina) hanno voluto rimarcare come la giornata di sabato scorso rappresenti un passo importante per la riconciliazione e il superamento delle divisioni rimaste a vent’anni dalla fine della guerra.

“La Bosnia Erzegovina e la città di Banja Luka, con la giornata di oggi, hanno fatto capire che lo sforzo di costruire una pace comune in seno all’Europa ha un futuro. L’odio lasci il passo alla fiducia e alla riconciliazione “, ha dichiarato il capo della comunità islamica bosniaca, il Reis Husein Kavazović, cui hanno fatto eco gli interventi del Presidente della Conferenza Episcopale Franjo Komarica, del Presidente della Comunità Ebraica Jakob Finci e del vescovo ortodosso di Banja Luka Jefrem Milutinović.

Parole simili, ma con una connotazione politica più netta, sono giunte anche da Bakir Izetbegović, il leader del principale partito bosgnacco del Paese (SDA) e membro bosgnacco della Presidenza del Paese. “Questo giorno servirà da lezione per coloro che hanno distrutto la moschea di Ferhadija … il loro obiettivo era di distruggere secoli di coesistenza e di tolleranza in Bosnia Erzegovina, uno scopo che non hanno raggiunto e non raggiungeranno mai”, ha dichiarato Izetbegović durante il proprio intervento, notando che “riaccettando la moschea di Ferhadija, i cittadini di Banja Luka hanno fatto capire di essere disposti ad accettare anche il ritorno dei loro vicini bosgnacchi (cacciati dalla pulizia etnica degli anni novanta, ndr).”

Si tratta però di un entusiasmo che lascia spazio anche a molte perplessità, come ha sintetizzato Aleksandar Trifunović caporedattore di Buka, giornale che ha sede a Banja Luka: “Ero di fronte alle rovine della moschea di Ferhadija (durante gli incidenti del 2001, ndr)… mi piacerebbe, e spero che un tale odio sia sparito, che tutte queste misure di sicurezza e tutti questi poliziotti fossero non necessari. Ma dall’altra parte, mi dà fastidio constatare che quasi tutti quelli che promuovono un clima di odio costante si siano trovati in prima fila durante la cerimonia. La moschea di Ferhadija è tornata al proprio posto e i cittadini di Banja Luka devono esserne felici. Questa giornata non è una festa e un trionfo della politica, perché la politica non ha niente a che vedere con questo importante avvenimento. Questa è la festa di tutte quelle persone per bene che hanno ancora la forza di credere in un futuro migliore per tutta la nostra gente… ce ne sono poche, sempre meno, ma dobbiamo mantenere la fiducia che avvenimenti di questo tipo contribuiscano ad accrescere il numero di persone che scelgono di stare dalla parte dell’amore e del rispetto”, ha scritto Trifunović.

L’articolo di Rodolfo Toè è stato originariamente pubblicato su sito dell’Osservatorio Balcani Caucaso

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Reporter senza frontiere: una classifica irreale

Stando all’ultima classifica sulla libertà di stampa nel mondo, redatta annualmente dall’organizzazione internazionale Reporter senza frontiere (RSF), la Serbia è salita di otto posizioni rispetto all’anno precedente, posizionandosi al 59mo posto su un totale di 180 paesi presi in considerazione. E mentre dalla graduatoria emerge che la Serbia ha compiuto un balzo in avanti sul fronte della libertà di espressione, da RSF fanno notare che si tratta solo di un “miglioramento statistico” che, come sostengono anche molti giornalisti serbi, unanimi su questo punto, non corrisponde alla realtà in quanto la situazione dei media nel paese sta continuamente peggiorando.

È dal 2002 che Reporter senza frontiere monitora lo stato di salute dei media a livello globale, prendendo come parametri di riferimento i seguenti indicatori: pluralismo, indipendenza dei media, livello di abusi, autocensura, quadro giuridico, trasparenza e infine qualità delle infrastrutture (su cui poggia la produzione di notizie e informazioni).

L’ultimo report, The 2016 World Press Freedom Index, relativo all’anno 2015, riassume le risposte date da giornalisti, giuristi e sociologi di tutto il mondo ad un questionario composto da 87 domande relative ai summenzionati argomenti, combinandole poi con i dati raccolti da esperti di RSF relativamente agli attacchi contro i giornalisti avvenuti nel corso dell’anno. Tutte queste informazioni vengono messe in relazione tra loro mediante una formula matematica che permette di calcolare l’indice della libertà di stampa in ogni singolo paese preso in considerazione.

Mentre i paesi europei tradizionalmente si collocano al vertice di questa classifica, per la Serbia, secondo il giudizio di RSF, l’Europa è ancora lontana. Stando alle statistiche di questa organizzazione, la Serbia, come anche la maggior parte dei paesi della regione, stenta a entrare nei primi 60 posti della classifica.

Nel 2015, tuttavia, la Serbia ha registrato un lieve balzo in avanti, che potrebbe far pensare che la situazione dei media nel paese sia migliore rispetto al resto della regione. Tanto più che, ad eccezione della Romania, piazzatasi al 49mo posto, tutti gli altri paesi della regione si sono posizionati peggio rispetto alla Serbia: Croazia al 63mo posto, Bosnia Erzegovina al 68mo, seguono Albania (82), Montenegro (106), Bulgaria (113), e infine Macedonia, già da qualche anno fanalino di coda dei Balcani, posizionata al 118mo posto.

Anche prendendo in considerazione i report degli anni precedenti, più precisamente quelli a partire dal 2007 (quando RSF ha iniziato a raccogliere dati relativi alla Serbia), dai quali emerge che nella classifica mondiale sulla libertà di stampa la Serbia oscillava tra la 54ma posizione (2013) e l’87ma posizione (2009), il risultato raggiunto nel 2015 sembra piuttosto positivo.

Tuttavia, gli esperti di RSF nel loro ultimo rapporto, nel capitolo relativo alla Serbia, sostengono che la situazione dei media nel paese sia particolarmente peggiorata a partire dal 2014.

Un mero effetto statistico

A confermare che il balzo in avanti fatto dalla Serbia nell’ultima classifica di Reporter senza frontiere non è altro che un miglioramento statistico che non rispecchia il reale stato delle cose, è anche il direttore della sezione tedesca di questa organizzazione, Christian Mihr. Stando alle sue parole, il miglioramento della posizione della Serbia dovrebbe essere preso in considerazione esclusivamente in relazione alle tendenze registrate in altri paesi.

“La posizione della Serbia è rimasta praticamente invariata rispetto all’anno precedente. In altre parole, risulta migliorata solo perché l’indice degli altri paesi è calato. Questo effetto statistico è ulteriormente rafforzato dal fatto che le piccole oscillazioni degli indici dei singoli paesi possono influire in maniera significativa sulla classifica generale”, ha affermato Mihr per Cenzolovka.

Questa spiegazione è condivisa anche dalla caporedattrice di RSF, Aude Rossigneux. “Il miglioramento della posizione della Serbia è innanzitutto conseguenza di un generale peggioramento dello stato della libertà di stampa in Europa e nel resto del mondo, considerando che il punteggio ottenuto dal paese è sostanzialmente invariato rispetto all’anno precedente”, ha detto Rossigneux.

La situazione dei media peggiore che mai

Molti giornalisti serbi sono unanimi nel ritenere che questo ”balzo in avanti” della Serbia nell’ultima classifica di RSF non corrisponde alla realtà poiché “la situazione dei media nel paese sta continuamente peggiorando”.

Vukašin Obradović, presidente dell’Associazione dei giornalisti indipendenti della Serbia (NUNS), dice che le classifiche di questo tipo dovrebbero essere prese con una certa riserva “perché vengono stillate sulla base di certi metodi che non sempre riescono a far emergere il reale stato delle cose”.

“Per quanto la Serbia stia avanzando in questa classifica, la situazione della libertà di stampa nel paese si sta progressivamente deteriorando. Assistiamo a un vero e proprio soffocamento dello spazio mediatico, dal momento che il processo di privatizzazione dei media ha fatto sì che molti mezzi di informazione venissero piegati agli interessi partitici, dando il via libera agli abusi nell’assegnazione di finanziamenti a progetto per i media nonché a un forte controllo governativo sull’informazione”, afferma Obradović.

La giornalista Antonela Riha, dal canto suo, spiega il punteggio registrato della Serbia con il fatto che “in Serbia ci sono sempre meno media e giornalisti, sicché sembra che anche i problemi in questo settore stiano diminuendo”, ma le cose non stanno così.

“Nella maggior parte dei media serbi non vi è più alcuna volontà di smuovere le acque, di porre domande e assumere un atteggiamento critico. I cittadini sono in genere poco informati, i media sono usciti devastati dal processo di privatizzazione, persiste la censura come anche l’opacità degli assetti proprietari, i codici deontologici continuano a essere violati, il paese è tabloidizzato a tutti i livelli. Ed è proprio perché i veri media sono sempre meno che sembra che anche i problemi stiano diminuendo, mentre in realtà non fanno che moltiplicarsi”, sostiene la giornalista.

Anche il caporedattore del quotidiano Danas, Dragoljub Draža Petrović, condivide questa opinione, a dispetto di quanto emerso dal summenzionato rapporto.

“Tutti noi che lavoriamo nei media sappiamo bene quale sia la reale situazione della libertà di stampa in questo paese. La libertà non è del tutto soffocata, nel senso che non vi è la censura classica che consiste nell’imporre ai giornalisti di presentare testi da pubblicare a un censore statale che poi decide sulla loro sorte. Vi è tuttavia una grande paura di pubblicare qualcosa che potrebbe non essere gradito al governo“, spiega Petrović.

Una gara regionale – chi è il meno peggio

Commentando i risultati della classifica stilata da RSF, stando ai quali la situazione della libertà di stampa in Serbia sarebbe migliore rispetto ad altri paesi della regione, il direttore del Centro per il giornalismo investigativo della Serbia Branko Čečen dice che “non si avventurerebbe in una gara del genere”.

“È una competizione tra i peggiori della classe, che ha come scopo quello di stabilire chi è meno peggio degli altri. Penso che dovremmo focalizzarci sull’attuale situazione dei nostri media, su come creare una massa critica di professionisti in grado di cambiarla in meglio“, afferma Čečen.

La giornalista Olja Bećković dice che non le importa assolutamente se la Serbia sta perdendo o guadagnando posizioni in una qualche classifica, perché la situazione è comunque orrenda. “Quando si tratta della censura, non mi consola per niente il fatto che il suo rigore possa variare da un paese all’altro”, dice la Bećković.

Vukašin Obradović aggiunge che nell’intera regione si assiste a una tendenza a limitare la libertà dei media, per cui non ha molto senso fare paragoni tra le situazioni dei singoli paesi. “In Macedonia continuano gli arresti dei giornalisti; la Croazia ha un nuovo ministro dell’Informazione che vorrebbe controllare i media, tanto che il direttore della radiotelevisione pubblica (HRT) è stato destituito seguendo una logica puramente partitica, mentre le trasmissioni televisive abbondano di eccessi sciovinisti; e la situazione non è rosea nemmeno in Montenegro e in Bosnia”.

Il 59mo posto è un risultato disastroso

Il presidente della NUNS aggiunge inoltre che, proprio alla vigila delle elezioni politiche (tenutesi il 24 aprile scorso), ha ricevuto alcune telefonate dai media filo-governativi in merito al summenzionato rapporto. “Loro stanno già sbandierando questa classifica, usandola come ‘prova’ del fatto che la Serbia stia progredendo sul fronte della libertà di stampa. Per un giudizio su come stanno davvero le cose non abbiamo bisogno né di Freedom House né di Reporter senza frontiere, è ai semplici cittadini e a noi che lavoriamo nei media che spetta darlo”, afferma Obradović.

“Nonostante la Serbia abbia guadagnato otto posizioni rispetto all’anno precedente, il 59mo posto non è una cosa di cui vantarsi né di cui essere orgogliosi”, sostiene Draža Petrović. “Se fossimo entrati nei primi dieci posti della classifica, sarebbe una cosa da ritenersi positiva – la 59ma posizione è invece un rating disastroso. Tale da non contare nulla, come nei campionati di calcio, ad esempio, dove contano solo i primi tre posti della classifica, a nessuno importa chi stia al 59mo. Non credo che un risultato del genere possa giovare a qualcuno”, conclude Petrović.

Il giudizio generale di Reporter senza frontiere è che nel 2015 vi è stato “un profondo e preoccupante deterioramento della libertà di stampa” in tutto il mondo e che “molti dei leader mondiali stanno sviluppando una forma di paranoia nei confronti del giornalismo legittimamente esercitato”. Il clima di paura, si afferma nel rapporto, sta provocando una crescente avversione al dibattito e al pluralismo, un giro di vite sui media da parte di governi sempre più autoritari e oppressivi, mentre il modo in cui i media privati riportano notizie risulta sempre più plasmato da interessi personali.

Stando al giudizio di RSF, la sopravvivenza del giornalismo indipendente, sia che si tratti di media pubblici o di quelli privati, non è per nulla scontata, essendo costantemente minacciata da intimidazioni ideologiche, soprattutto di carattere religioso, nonché dalle varie macchine propagandistiche.

Nel rapporto si rileva inoltre che gli oligarchi, in tutto il mondo, stanno diventando proprietari dei media, esercitando così una nuova pressione sulla libertà di stampa che si aggiunge a quella già esercitata dai governi, alcuni dei quali non esitano persino a sospendere l’accesso a internet o a distruggere locali e attrezzatura dei media sgraditi.

Si fa infine notare che i giornalisti, al giorno d’oggi, rischiano dure condanne per “insulto al presidente“, “diffamazione“ o “sostegno al terrorismo“, e che la situazione è ulteriormente aggravata dal diffondersi dell’autocensura.

Quanto ai paesi in cui, stando all’ultimo World Press Freedom Index, le condizioni di lavoro per i giornalisti sono migliori, in cima alla classifica, per il sesto anno consecutivo, è la Finlandia, seguita da Olanda, Norvegia e Danimarca, mentre a completare la top ten sono Nuova Zelanda, Costa Ricca, Svizzera, Svezia, Irlanda e Giamaica.

In fondo alla graduatoria, invece, troviamo Cina, Siria, Turkmenistan, Corea del Nord ed Eritrea.

Riassumendo dal punto di vista regionale, l’Europa anche quest’anno rimane al vertice della classifica, mentre il continente americano, il cui Sud risulta scosso da “un crescendo di violenza contro i giornalisti“, viene superato dall’Africa. Seguono l’Europa dell’Est e l’Asia Centrale, mentre la regione in cui i giornalisti “continuano a subire soprusi di ogni tipo“ resta quella nordafricana e mediorientale.

 

Questo articolo di Marija Vučić è tratto sito dell’Osservatorio Balcani Caucaso ed è stato originariamente pubblicato da Cenzolovka il 22 aprile 2016, titolo originale Reporteri bez granica: Top-lista nadrealista

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“Signor presidente Aliyev”

Signor Presidente,

sta per concludersi la fase inquisitoria del procedimento penale avviato a mio carico. Sarei colpevole di atti di teppismo (dei quali non esiste traccia nelle videocamere), compiuti nell’imminenza della mia partenza dall’aeroporto «Haydar Aliev» di Baku, per partecipare al Festival di Letteratura a Venezia, nei giorni 30 marzo -2 aprile. Stando all’accusa, avrei prima commesso un atto di teppismo, non registrato da alcuna telecamera, e poi, in una stanza sprovvista di telecamere, avrei sferrato a una guardia di frontiera un colpo a tal punto violento da lasciare segni di contusione sul suo corpo.

Naturalmente, non è credibile che un uomo fragile, di 78 anni, malato di cuore, abbia potuto esercitare tanta violenza su un giovane di 35 anni, prestante. Le confesso, Presidente, che io stesso non volevo credere a una mia incriminazione. Mi pareva che un’accusa tale andasse respinta, non dovesse usarsi nei confronti di uno scrittore che ha reso servizi eccezionali alla letteratura dell’Azerbaijan, ritenuto degno di alti riconoscimenti. Non nascondo, Signor Presidente, di aver sperato in un suo intervento in merito. Peccato che quelle speranze non abbiano trovato una realizzazione. Ho avuto semmai un’ulteriore conferma del disinteresse dei responsabili governativi per la garanzia di una mia esistenza tranquilla e per la prosecuzione delle mie attività.

Mi risulta difficile capire a chi e a che cosa l’invenzione di un simile incidente all’aeroporto possa giovare. Da qualche anno la mia famiglia è diventata obiettivo e vittima di ogni tipo di minaccia; era grande il mio bisogno psicologico di godere della possibilità di vivere libero nel mio paese. Purtroppo, sono stato costretto a ricredermi e la realtà ha evidenziato che quella campagna di denigrazione avviata contro di me e la mia famiglia è tuttora in corso. Tuttavia, secondo me, Signor Presidente, non sussisteva alcun bisogno di riavviare quella campagna.

In primo luogo perché il mio romanzo breve, intitolato Sogni di pietra, sottoposto a gravi accuse di tipo politico, da quel contesto politico era nel frattempo uscito, e aveva preso a vivere, come meritava, la propria vita oggettiva, priva di secondi fini. Quest’opera, in qualità di testo che veicola una visione estetica, era stata altamente apprezzata e pubblicata nel mondo intero da varie case editrici, estranee a ogni tipo di attività politica. Ero felice, in cuor mio, che l’opera si mettesse a disposizione non tanto di interessi nazionalisti, ma della tradizione letteraria nazionale dell’Azerbaijan, attraverso alti valori e ideali umanistici.

Potrei citare i nomi di tanti scienziati, artisti, politici famosi, i quali collocano questo lavoro nel novero di quelli composti sotto il segno dell’umanesimo e dell’amore per la pace. Ricevo ancora, da persone che vivono in diversi Paesi, via internet, lettere frequenti. In queste lettere, non richieste, risaltano i valori estetici di quelle pagine.

Un esempio: è impossibile leggere senza commuoversi la lettera arrivata proprio in questi giorni da Patrisia Patzelitova, attiva presso la cattedra di Letteratura russa e dell’Europa orientale all’Università di Bratislava: la studiosa ha tratto dal mio tormentato romanzo dapprima il materiale per un corso, in seguito per il dottorato. L’autrice di questa lettera dimostra così di essere lontana dalla volontà di provocare disordini e disseminare scontenti; senza operare poi differenze fra gli armeni e gli azeri comuni, alla lucida ricerca della natura letteraria del mio romanzo.

A mio modo di vedere, non è nemmeno giusto collegare all’Armenia la mia candidatura al Nobel per la Pace, presentata da tredici prestigiosi professori di diverse nazionalità. Nessuno tra gli artisti e gli scienziati che hanno sottoscritto quel documento vive e gioca con effimere passioni politiche. Sono da tempo convinto che se noi non vogliamo ascoltare il mondo, a sua volta quel medesimo mondo non vorrà ascoltare noi. Con altri elementi potrei dimostrare che Sogni di pietra è stato accolto con benevolenza da persone non tendenziose; potrei dimostrare quanto sia urgente la necessità di cambiare atteggiamento nei miei confronti da parte di chi detiene il potere sovrano in Azerbaijan. Quel cambiamento, però, non è avvenuto.

Al riguardo, il potere, fedele alla propria tradizione, ha voluto ribadire ancora una volta di non potere mai incorrere nell’errore. Io invece penso che anche il potere possa sbagliare, e che per nascondere tali sbagli possa nascondersi dietro la «collera del popolo».

Niente di cui stupirsi, qui. La storia, periodicamente, è testimone di incomprensioni tra artisti e politici, e a volte tali incomprensioni non sono prive di fondamenti né di cause. Se poi davvero la politica seguita dal potere fosse stata così esente da difetti, allora una piccola opera di tenore letterario (anche ammettendone errori e danni recati) non sarebbe stata in grado di stravolgere in modo talmente doloroso la vita ideologica di un Paese.

Signor Presidente: mai quanto oggi è forte il bisogno di introdurre nel Paese, accanto a quelle economiche, serie riforme politico-ideologiche. Non è difficile per me credere che questa opera, che mi ha esposto a tanti insulti e privazioni, abbia potuto creare problemi per l’ideologia dominante dell’Azerbaijan. Ma dissento fermamente con quanti sostengono che quest’opera rechi discredito al popolo azero. I protagonisti del romanzo, Saday Sadagli, il dottor Abbasov e il dottor Farzani sono personaggi contraddistinti da alti valori morali, capaci di sentire compassione nei confronti degli altri, a prescindere dalla loro identità nazionale o religiosa. Questi sono fulgidi rappresentanti del popolo azero, la sua inteligencija. Questi personaggi non possono in alcun modo denigrare la gente dell’Azerbaijan.

Ho 79 anni, ora. La vita che mi resta si misura in mesi e giorni, non in anni. A preoccuparmi, ben più della mia attività creativa e della mia personale esistenza, è la sorte della mia famiglia e dei miei figli, innocenti, e rimasti senza lavoro a causa della «colpa» del padre. Ovviamente, sarebbe ingenuo da parte mia credere che qualcuno, provando «pietà», offrisse un posto ai miei figli in un Paese di funzionari rapaci avvezzi a inchinarsi ad ogni comando, diversi dai robot solo per la loro insaziabile ingordigia e corruzione. Il fatto che tutti questi problemi e privazioni siano la conseguenza di una semplice opera letteraria, mi sembra un incubo.

Da tre anni, nel mio stesso Paese, sto vivendo in un’atmosfera di terrore psicologico, e assisto alla quotidiana violazione dei miei elementari diritti umani.

Anche le porte della mia casa di campagna sono sprangate. Si badi, non per una sorta di precauzione contro possibili gesti a me ostili compiuti dai miei compaesani: sono assolutamente sicuro che il loro atteggiamento nei miei confronti non è cambiato. Quelle porte sono chiuse perché, nella mia piccola patria, ad ogni passo sono preoccupato da possibili provocazioni ordinate da altri.

Anche lei, Presidente, sa forse che Sogni di pietra non è la prima opera pubblicata all’estero. Questo libro è la logica continuazione della mia opera, e non è colpa mia se il tema differisce da quello dei romanzi precedenti. Non è neppure colpa mia se all’estero sia giudicato con criteri differenti rispetto a quelli utilizzati in Azerbaijan.

Non è un caso che la casa editrice che l’anno scorso ha pubblicato Sogni di pietra abbia ora mostrato interesse nel pubblicare anche la mia trilogia degli anni ’60, Gli uomini e gli alberi. La raccolta delle mie opere, pubblicata a San Pietroburgo nel 2014, verrà ora pubblicata anche negli Stati Uniti. Sogni di pietra è considerato in molti paesi come il risultato di una sapiente prosa artistica.

Signor Presidente, io sono sempre stato una persona tranquilla, non mi è mai piaciuto creare scandali. Non sono neppure responsabile del fatto che questo “incidente” all’aeroporto abbia avuto una risonanza così forte nei media internazionali.

Questo appello a lei rivolto con la presente lettera, dettata dall’emozione, nasce dalla speranza e dalla convinzione che la sua parola può avere un ruolo decisivo nell’accertamento della verità, nella individuazione e punizione dei veri responsabili di questo fatto increscioso.

 

La lettera di Akram Aylisli è stata tratta dal sito dell’Osservatorio Balcani Caucaso

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La vittoria mutilata dei progressisti

Il premier serbo Aleksandar Vučić e il suo Partito progressista serbo (SNS) sono i vincitori assoluti delle elezioni politiche anticipate tenutesi in Serbia domenica 24 aprile, dal momento che, pur secondo dati ancora non del tutto definitivi, hanno ottenuto 131 seggi sul totale dei 250 del parlamento serbo. Avranno quindi la possibilità di governare da soli. Tuttavia, invece di causare grande soddisfazione, questo indubbio successo elettorale sta suscitando nervosismo in seno all’SNS e reazioni dure alle osservazioni mosse dall’opposizione, secondo la quale nel processo elettorale vi sarebbero state irregolarità.

Uno dei motivi di questo atteggiamento potrebbe essere il fatto che la coalizione guidata dall’SNS, nonostante abbia ottenuto più voti rispetto alle elezioni di due anni fa, avrà 27 seggi in meno in parlamento. Alle elezioni del 2014 l’SNS aveva stracciato l’opposizione e la coalizione che guidava aveva ottenuto ben 158 seggi. Le elezioni anticipate erano state indette proprio con l’obiettivo di rinforzare quella posizione, quindi è comprensibile l’assenza di grande soddisfazione.

La diminuzione di seggi targati SNS è conseguenza del fatto che la soglia di sbarramento potrebbe essere superata questa volta da ben sette partiti e coalizioni, più di quelli che erano riusciti ad entrare nel parlamento uscente. Il sistema elettorale prevede che i voti ottenuti dai partiti che non superano la soglia di sbarramento – prevista al 5 per cento – vengano suddivisi tra i partiti che l’hanno superata, e a riceverne di più sono proprio i partiti che hanno ottenuto più voti. Questa volta però i cosiddetti voti utili da suddividere saranno meno di quelli di due anni fa, e questo influisce sul risultato dell’SNS.

Baluardo contro l’ultradestra?

Oltre all’SNS, in parlamento entreranno di sicuro il Partito socialista della Serbia (SPS) con 29 seggi, l’ultranazionalista Partito radicale serbo (SRS) con 22 seggi, il Partito democratico (DS) e la coalizione “Ora basta” con 16 seggi. La coalizione dei Socialdemocratici (SDS), Partito liberale democratico (LDP) e Lega dei socialdemocratici della Vojvodina (LDSV),  e la coalizione tra il Partito democratico della Serbia (DSS) e Dveri sono invece sul filo dello sbarramento e il loro ingresso in parlamento non è ancora sicuro. Se dovessero passare lo sbarramento, cosa che molto probabilmente accadrà, queste due coalizioni otterranno 13 seggi ciascuna.

In ogni caso, abile politico quale è, Vučić cercherà di trasformare i problemi con cui si confronta a proprio vantaggio. Per Vučić l’ingresso dell’ultranazionalista SRS e della coalizione DSS Dveri in parlamento è potenzialmente pericoloso perché queste due forze sono anti-europee e anti NATO e propongono un maggior collegamento con la Russia. Vučić in quest’ottica potrà però, sia in riferimento a Bruxelles e Washington, che in riferimento all’elettorato filoeuropeo, imporsi come l’unico politico in grado di far muro contro l’avanzata dell’ultradestra, e quindi come imprescindibile fattore di stabilità.

Sbarramento

La Commissione elettorale (RIK) e le organizzazioni indipendenti che stanno seguendo il processo elettorale hanno sottolineato che la differenza rispetto alla soglia di sbarramento del 5 per cento per le due coalizioni di cui sopra è così esigua che si dovranno aspettare i risultati finali per confermare definitivamente se entreranno in parlamento oppure no.

Rappresentanti delle due coalizioni subito dopo la chiusura dei seggi elettorali si sono recati presso la sede della Commissione elettorale chiedendo di poter visionare le schede elettorali. Le due coalizioni che sono sul filo dello sbarramento, nonostante le enormi differenze ideologiche che le separano, si sono su questo unite e mosse all’unisono, temendo di essere frodate.

Dubbi sulla regolarità delle elezioni in singoli seggi elettorali sono stati avanzati anche da altri partiti di opposizione, cosa che ha suscitato una severa e irritata reazione da parte del premier Vučić e tutto ciò ha portato ad innalzare la tensione. Il processo elettorale a sole 24 ore dalla chiusura dei seggi è scivolato nel classico e quotidiano battibecco politico, cosa che è sicuramente più congeniale all’opposizione, che ha perso le elezioni, piuttosto che al partito del premier dal quale invece ci si aspetta che inizi a lavorare alla formazione del nuovo governo.

Il fastidio degli ex

A Vučić sembra in particolare aver dato fastidio l’affermazione elettorale dell’ex membro del suo governo, Saša Radulović, il cui movimento “Ora basta” ha registrato un risultato eccezionale: ha passato lo sbarramento nonostante il fatto che non abbia avuto accesso ai media e che la maggior parte della campagna elettorale l’abbia condotta tra la gente e i social network.

Radulović in campagna elettorale ha accusato il governo di corruzione e molto probabilmente continuerà a farlo dai banchi del parlamento. Nel rivolgersi ai giornalisti il premier si è riferito a Radulović con toni offensivi e in modo simile si è espresso anche il presidente della Commissione elettorale Dejan Đurđević il giorno dopo la chiusura dei seggi elettorali, in merito ai rappresentanti dell’opposizione che si sono lamentati di possibili brogli.

E mentre il nervosismo delle due coalizioni che sono sul filo della soglia di sbarramento è del tutto comprensibile, il continuo insistere su frodi elettorali da parte di altri partiti, in particolare il DS, non è del tutto razionale. Perché la vittoria dell’SNS è così netta che nemmeno la conferma di eventuali irregolarità cambierebbe significativamente la loro posizione. Va tenuto conto inoltre che alla Commissione elettorale sono giunte ben poche segnalazioni ufficiali di irregolarità alle elezioni e che le missioni di monitoraggio, comprese quelle straniere, hanno definito la tornata come regolare. Vučić ha subito preso la palla al balzo e ha attaccato i rappresentanti dell’opposizione.

Il governo che verrà

C’è da aspettarsi che la tensione diminuisca, almeno per un po’, dopo la conta definitiva dei voti e quando si saprà con certezza se le due coalizioni sul filo dello sbarramento entreranno in parlamento oppure no. A quel punto Vučić potrà occuparsi di questioni più importanti, riunire il nuovo blocco di potere e formare il governo. Potrebbe farlo anche da solo, senza l’aiuto di altri partiti, ma è molto probabile che cercherà un partner di coalizione per potersi garantire una maggiore stabilità politica.

Durante la campagna elettorale l’SNS a più riprese ha attaccato duramente l’SPS di Ivica Dačić, con il quale era in coalizione nel precedente governo. Da qui sono sorte speculazioni sul fatto che Vučić sarebbe pronto a cambiare partner di coalizione. Tuttavia i nuovi rapporti di forza all’interno del parlamento potrebbero costringerlo a rinunciare a quest’ipotesi e di rivolgersi ancora a Dačić, col quale ha già una sufficientemente lunga esperienza di governo e col quale può comodamente avere una maggioranza stabile.

Inoltre l’ipotesi di SPS all’opposizione potrebbe risultare come un problema maggiore per Vučić più di quanto non lo sia come partner di coalizione. Si tratta in ogni caso della seconda forza politica del paese e non è da escludere che, se lasciata fuori dal governo, in parlamento non possa collaborare con altri partiti di opposizione. Questo potrebbe rinforzare tutto il blocco dell’opposizione all’attuale premier.

L’SNS alle elezioni del 24 aprile si è presentato in coalizione con altri sei partiti: Partito socialdemocratico della Serbia (SDPS), Partito dei pensionati uniti della Serbia (PUPS), Movimento socialista, Nuova Serbia, Movimento serbo per il rinnovamento (SPO) e Partito popolare serbo (SNP). Secondo l’accordo di coalizione, l’SNS dei 131 seggi totali ne otterrà 98, l’SDPS 10, il PUPS 9, Nuova Serbia 5, mentre 3 ciascuno andranno a Movimento socialista, SPO e SNP. La coalizione guidata dall’SNS ha solo cinque seggi in più della maggioranza assoluta di 126 seggi e la legge prevede che i seggi appartengano ai deputati e non alle coalizioni. Ciò, in chiave teorica, significa che potrebbe esserci la possibilità che qualcuno dei partner di coalizione, in caso di forti scossoni politici, lasci il governo e tolga al premier la maggioranza assoluta. Vučić ha dimostrato comunque di saper tenere sotto controllo i suoi partner di coalizione, pur questo comportando l’impiego di energia e tempo.

L’analisi di Dragan Janjić è stata originariamente pubblicata sul sito dell’Osservatorio Balcani Caucaso

 
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    Osservatorio Balcani Caucaso
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