"Jock Webb, foto di Roger Stephenson"
ALABAMA ON THE ROAD #3

Jock Webb e il Birmingham Blues

giovedì 21 luglio 2016 ore 14:56

Continua dalla seconda puntata

Continua il viaggio in Alabama e sulla via del ritorno Jock Webb mi propone di visitare l’indomani il luogo dove nasce il suo blues: il quartiere della West Side di Birmingham dove vive. Un posto a soli 15 minuti di macchina da casa mia, ma un altro mondo rispetto al mio quartiere del centro.

I banchi dei pegni e i negozi che promettono prestiti immediati sono dappertutto, e così i fast-food e i discount che vendono solo prodotti pronti surgelati. Non si incontrano bianchi per strada. Tante sono le pubblicità di studi legali specializzati in rilasci su cauzione. Le case sono piccole, modeste. Molte sono abbandonate e ricoperte di kudzu, la pianta fortemente invasiva che ha infestato il Sud.

"Jock Webb, foto di Roger Stephenson."

“Jock Webb, foto di Roger Stephenson.”

Jock è in strada e parla con una vicina che con amore è dedita alla cura delle rose. «Questa è una comunità che vive da generazioni nello stesso posto. Non è stata divisa da sviluppi urbani, come spesso succede nei quartieri neri da queste parti. E questa comunità è l’ingrediente principale del mio blues, perché il blues sono le persone, i tuoi vicini, la vita e non solo le canzoni che parlano di una donna che ti ha lasciato». «Io sono uno studente del blues e loro sono i miei insegnanti» mi spiega indicando la vicina.

Jock è nato in un altro sobborgo nero di Birmingham, la comunità che vi abitava è stata costretta però a lasciarlo dopo la costruzione di nuove strade e svincoli autostradali. Come occupazione principale fa il meccanico e ripara le macchine nel marciapiede davanti a casa.

«Conoscevo il blues prima di suonarlo, perché nella mia infanzia il blues era la colonna sonora del mio quartiere. Ho sentito suonare John Lee Hooker nella casa del nostro vicino, che amava il blues e ospitava spesso gli artisti itineranti che passavano per Birmingham. Il pomeriggio, si sedevano nel back porch (veranda sul retro, ndr) a suonare e poi andavano a farlo nei vari liquor houses sparsi per tutto il quartiere».

"Clarence Davis davanti all'unico negozio di Union, foto di Roger Stephenson."

“Clarence Davis davanti all’unico negozio di Union, foto di Roger Stephenson.”

L’armonica però Jock l’ha presa in mano solo negli anni Ottanta. «La mia famiglia era molto povera. Mia madre ha avuto 8 figli, la maggior parte nati da padri diversi. In casa non avevamo né luce, né gas. D’inverno si gelava e l’estate non si respirava dal caldo. Gli scarafaggi erano dappertutto e non c’era mai niente da mangiare. Mia madre a volte spariva per settimane o anche per un paio di mesi. L’unica cosa che mi ha salvato è stata la comunità e la musica che era dappertutto. Ho iniziato a fare il meccanico a 12 anni perché avevo fame. Ho visto mio fratello farsi di eroina, mia sorella bere. Un giorno il mio vicino mi disse che se non volevo fare la loro fine, dovevo arruolarmi nell’esercito e così mi sono informato».

Jock Webb è entrato nella Coast Guard, la Guardia Costiera, dove ha fatto il maestro di ginnastica e di nuoto. Quando è tornato a Birmingham alla fine degli anni Ottanta s’è subito fatto notare per la sua abilità nel suonare l’armonica. E non poteva non essere altrimenti: questo artista si fonde completamente con lo strumento creando ritmi da pelle d’oca. In mano a Jock l’armonica diventa il mezzo ideale per raccontare le passioni e il mondo che lo circonda. A sentirlo suonare sembra infatti di vedere le umili casette del suo quartiere, le signore che cercano di abbellirle con fiori e decorazioni, i bambini che giocano in strada il pomeriggio, e le macchine parcheggiate una accanto all’altra davanti alla casa di Jock in attesa d’esser riparate. È una musica che coinvolge e ipnotizza, che completa ogni pezzo blues.

"Clarence Davis, Jock Webb e "Birmingham" George Conner, foto di Roger Stephenson."

“Clarence Davis, Jock Webb e “Birmingham” George Conner, foto di Roger Stephenson.”

«Tutto quello che ho dentro, il mio blues, il mondo in cui vivo, questa comunità di Birmingham, quello che provo lo faccio uscire dall’armonica».

Negli anni Novanta, dopo averlo sentito suonare, il bassista jazz Cleveland Eaton, che ha suonato con Count Basie, presenta Jock a Willie King che poi gli farà conoscere Clarence Davis.

«Sono rimasto colpito quando ho sentito Clarence suonare. Willie mi disse che Clarence mi avrebbe insegnato tante cose. Per me è un grande onore potere suonare con lui. Ogni volta che Clarence mi chiama, io sono pronto».

Clarence Davis e Jock Webb hanno inciso quest’anno Before You Accuse Me, un CD autoprodotto con molte canzoni scritte da Davis. I due non si sono affidati a nessuna etichetta per essere liberi da ogni vincolo. «Ci sono molti esempi di musicisti che hanno inciso per case discografiche e non solo non hanno fatto un dollaro, ma la musica non gli apparteneva più. È meglio autoprodursi per essere liberi tanto i soldi che arrivano sono pochi lo stesso» mi spiega Clarence Davis.

Jock Webb è l’armonica di Walkin’ the Walk, Talkin’ the Talk di Willie King e “Birmingham” George Conner, anche questo un CD senza etichetta.

"Clarence Davis, Foto di Roger Stephenson."

“Clarence Davis, Foto di Roger Stephenson.”

Anche Jock per anni ha suonato con King, “Birmingham” George Conner e Clarence Davis al Bettie’s Place e assieme a Clarence Davis è stato ospite fisso del Freedom Creek Festival di Willie King.

Ora sia Jock che Clarence lavorano per mantenere vivo il vero blues del Sud.

«È importante che questa tradizione continui, perché fa parte della nostra cultura, la cultura nera dell’Alabama, del Sud. Il blues è un’ottima medicina per la mia gente. È più profondo dei gospel perché arriva in fondo all’anima e va a toccare la tua essenza. Il blues non fa uscire rabbia, ma lenisce la pena, è una musica spirituale e per questo è essenziale per il mio popolo» conclude Jock Webb.

 

Per ascoltare l’album di Clarence Davis e Jock Webb, cliccate qui.

Per conoscere il profondo Sud americano e la sua musica, leggete le opere teatrali di Francesca Mereu.

 

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