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Earl “Guitar” Williams, la chitarra di Birmingham

Una casetta di mattoni rossi con il tetto rosa, nel cuore del quartiere nero di Bessemer (cittadina alle porte di Birmingham) ha due insegne alle pareti: Intensive Care Beauty Salon e Music Makers recording studio. Sono arrivata nel mondo al di là del palcoscenico di Earl “Guitar” Williams, 66 anni, parrucchiere per signora, abile chitarrista, cantante blues e carismatico showman.

Earl “Guitar” apre la porta sorridente, come al solito.
«Ti presento la signora “adesso-perdo-la-pazienza”» mi dice indicandomi una bambola, con una cuffia di plastica in testa, poggiata sul tavolino della reception.
«È da tanto che aspetta d’esser servita. Un giorno lo sarà, forse…». Ride.

Il mondo privato di Earl “Guitar” è un eccentrico salone dai mille colori, come la personalità di questo artista, che nel 2014 è stato introdotto nella Alabama Blues Hall of Fame (un’organizzazione che onora gli artisti che hanno contribuito al diffondersi del blues dell’Alabama).

Earl “Guitar” è considerato da pubblico ed esperti come una delle migliori chitarre della zona di Birmingham. Riesce infatti a tirar fuori da chitarre elettriche e da cigar box guitars (le sue preferite) suoni coinvolgenti, unici che ben accompagnano la voce profonda e calda dell’artista e le canzoni blues che compone.

Nella sala d’attesa chitarra, batteria a pedale e amplificatore fanno bella mostra di sé, perché, mi spiega, tante clienti sono curiose di ascoltare la sua musica. Prima il taglio e poi il blues, dunque. Le pareti sono decorate da quadri colorati con ritratti di donne nere e paesaggi del Sud. «È il tocco di mia moglie», mi spiega, «una donna eccezionale con la quale sono sposato da 38 anni. Ogni uomo dovrebbe avere una donna come lei».

Earl ha avuto due figli maschi dalla moglie e una figlia da un’altra donna quando era ancora adolescente. Nel 2010 uno dei figli è stato ucciso da dei ladri entrati in casa. Aveva 22 anni. «È stato un brutto momento della nostra vita, ma assieme siamo riusciti a superarlo». Prende poi in mano la chitarra suona e continua a raccontare la sua storia.

«Mi sono innamorato della chitarra da bambino. Nei saloni da barbiere nel centro di Bessemer ascoltavo incantato gli uomini anziani che suonavano le chitarre e mi sembrava incredibile che suoni così belli uscissero da quegli strumenti. In TV ascoltavo poi Elvis, Ricky Nelson e Roy Rogers. Adoravo la loro musica, soprattutto quella di Elvis. Ogni tanto mostravano anche i neri (cosa rara al tempo) come Freddie King e B. B. King. Ascoltavo questi artisti e volevo riprodurre la loro musica. La nonna aveva un pianoforte in casa, ma suonarlo non mi veniva naturale. La chitarra è sempre stata il mio strumento».

A casa Williams i soldi erano però pochi. Earl è infatti il sesto di nove figli.

«Mio padre era un operaio e i soldi per comprarmi la chitarra non ce li aveva. Avevo però sentito che [il chitarrista e cantante blues di Chicago] Bo Didley si costruiva le chitarre con le scatole dei sigari e così ho fatto anch’io».

Earl legò una scatola di sigari King Edwards a un manico di scopa. Le corde erano dei semplici fili da pesca. Con questo strumento improvvisato suonò Stand by me. «È stata la mia prima canzone. Avevo circa sette anni».

«Vivevamo a Bessemer dall’altra parte dei binari. Un canale, la ferrovia e una strada ci separavano dal quartiere dei bianchi. Un posto dove vivevano tanti uomini del ku klux klan. Mio padre attraversava la strada ogniqualvolta ne vedeva uno e evitava di trovarsi da quelle parti dopo il tramonto perché a quell’ora molti neri furono impiccati, o massacrati di botte. Per loro eravamo come animali».

La casa dei Williams si trovava però a pochi isolati da quella di Mr. Henry Gipson, musicista blues e operaio, noto come Mr. Gip. Nel 1952 Mr. Gip aprì le porte di un capanno in fondo al suo cortile a chiunque volesse suonare il blues. Nasceva così il Gip’s Place, un juke joint che funziona tutt’oggi, un posto dove i neri potevano suonare la loro musica lontano dalle orecchie del ku klux klan e sentirsi liberi.

Mr. Gip falciava per i bambini del vicinato il grande spazio vicino alla sua casa perché potessero giocare a baseball. Earl era però più interessato alla musica che Mr. Gip e i suoi amici suonavano che al baseball.

«Il backyard di Mr. Gip era sempre pieno di musicisti. Suonavano il blues. Mr. Gip poi mi faceva usare le chitarre. Al tempo la musica che suonavano mi sembrava però musica da vecchi, io volevo suonare le canzoni della top ten. Un giorno imparai una nuova canzone e andai da Mr. Gip a fargliela sentire. Mi disse: “Wow, hai imparato! Suoni bene, ma devi imparare a suonare il blues. Il blues non muore mai.” Tutte le volte che facevo sentire ai grandi quello che avevo imparato mi dicevano: “Suoni il blues? Se non lo suoni, metti giù la chitarra”. Un giorno Mr. Gip mi disse che quando gli uomini invecchiavano si ammalavano di blues e che sarebbe successo anche a me».

A 12 anni Earl trovò lavoro come lustrascarpe nel retro di un negozio da barbiere per bianchi. Guadagnava 20 centesimi a scarpa e qualche decino di mancia. Riuscì così a racimolare i 13 dollari necessari per comprarsi la prima chitarra in un banco dei pegni. A 13 anni iniziò a suonare in una band chiamata The Corruptors. Di blues “s’ammalò” a 14 anni per la gioia di Mr. Gip.

Curtis Files, un noto bluesman della zona di Birmingham, lo sentì suonare e lo invitò a far parte della sua band.

«È stato un buon maestro mi insegnò diversi trucchi e passaggi difficili. La storia di Curtis Files è simile a quella di Mr. Gip: fu anche lui aggredito dagli uomini del klan che gli accoltellarono un braccio e perse il controllo di una mano. Dovette penare parecchio per riprendere a suonare».

Curtis Files è morto nel 2010 e nel 2014 è stato inserito nell’Alabama Blues Hall of Fame. Con questo artista Earl suonava nei juke joint dell’Alabama rurale, sottofondo ideale per qualsiasi blues.

«Andavamo spesso a Uniontown [nella Black Belt] in un club chiamato Congo. Per strada un giorno ci fermammo in una piccola cittadina. Nel Palazzo di giustizia di questo posto avevano impiccato un giovane nero. L’avevano ucciso senza motivo ai tempi della segregazione. Il giovane, ci avevano detto, appariva da una delle finestre del palazzo e vedemmo anche noi la sua faccia triste che guardava da quella finestra. Le autorità in seguito si stancarono dei pellegrinaggi di curiosi e smontarono la finestra. Il giovane non comparve più».

Il Congo apriva il sabato, il giorno libero dei raccoglitori di cotone.

«Era un posto incredibile. Il pavimento era di nudo cemento. Non c’era una sedia. La gente stava in piedi e ballava. Ricordo il primo giorno che misi piede lì dentro. Curtis mi presentò al pubblico. Disse che avevo 15 anni. A un certo punto un ragazzino urlò: “È mio fratello Richard!”. Aveva qualche anno più di me. Gli dissi che si sbagliava, ma lui era sicuro: ero il suo Richard, avevo 27 anni e mi ero arruolato nell’esercito. “Richard portami con te” mi diceva, “Non voglio più raccogliere il cotone”. Avevo delle belle scarpe ai piedi (ride) e il ragazzino, che era scalzo, pensava fossi ricco. “Richard, le compri anche a me le scarpe?” mi diceva. Chiamò la sorella e poi la madre e mi trovai con tre persone davanti che piangevano e mi chiamavano Richard. Niente male come debutto, pensai. Non sapevo cosa fare. Curtis mi disse che erano delle brave persone e non volevano farmi del male, di accettare, insomma, la situazione. E così feci. Sono venuti a Bessemer a conoscere la mia famiglia. Per loro sono però rimasto Richard. Quella è tuttora la mia famiglia estesa».

Con Curtis, Earl “Guitar” iniziò a farsi notare. I migliori club blues di Birmingham lo invitavano a suonare. Negli anni Settanta creò la Afro Blues band, che in seguito si chiamerà Kalu. Earl cuciva e disegnava i costumi della band, abiti sgargianti che imitavano gli abiti da scena di Elvis Presley. Oltre a suonare lavorava come operaio nell’acciaieria US Steel. La band fu invitata a esibirsi regolarmente nel locale di “Tall” Paul, un noto DJ del tempo.

Nel 1963, Martin Luther King arrivò a Birmingham e iniziarono le proteste per la conquista dei diritti civili. Oltre agli adulti in strada scesero anche i bambini e gli adolescenti. “Tall” Paul attraverso in microfoni di radio Wenn-AM, comunicava in codice ai giovani l’ora e il posto dove si sarebbe svolta la manifestazione di protesta.
«Il locale di “Tall” Paul era il terreno dei Commodores. Erano dei veri professionisti e nel loro show ci doveva essere un’altra band. Noi eravamo l’altra band e dividevamo il palco con loro. Ho imparato tantissimo dai Commodores», racconta.
Il sassofonista dei Kalu, Lee Mitchell si trasferì poi a Dallas per suonare con Johnnie Taylor, un vocalista famoso a livello nazionale. Earl “Guitar” prese un sabbatico dall’acciaieria e i Kalu divennero la band di Taylor.
Quando qualche anno dopo i Kalu lasciarono Johnnie Taylor, Earl “Guitar” tornò a Birmingham e riprese a lavorare per la US Steel.

Ben presto iniziò a suonare con la band di Cleve Eaton, un bassista jazz che ha suonato con Ramsey Lewis, Count Basie, Ella Fitzgerald e molti altri. Grazie a Cleve Eaton, Earl “Guitar” imparò a leggere la musica e perfezionò la sua abilità nel suonare l’armonica.

«Iniziai anche a scrivere la mia musica. Uno dei miei primi blues originali è ambientato nella US Steel. Il mio capo mi beccò un giorno a dormire al lavoro. Per non essere licenziato composi un blues. Lo suonai accompagnato da chitarra e armonica in modo che il capo lo sentisse. Funzionò. Si mise a ridere e me la fece passare».

Il dipartimento della US Steel dove lavorava chiuse e, come compenso, Earl “Guitar” ricevette due anni di college pagato. Studiò così per diventare parrucchiere. Agli inizi degli anni Ottanta, i Kalu diventarono la band di Benny Latimore, pianista e cantante blues e R&B noto a livello nazionale. Per circa quattro anni Earl “Guitar” viaggiò con questo artista.
«Abbiamo diviso il palcoscenico con B. B. King, Bobby Bland e tanti grandi del blues è stata una bella esperienza». Oltre a suonare la chitarra, Earl “Guitar” divenne il parrucchiere preferito di Latimore e della band.

Nel 1985 Earl “Guitar” decise di prendere una pausa dal palcoscenico. Tornò a Bessemer e aprì il negozio da parrucchiere.
«Ho suonato l’ultima volta con Latimore ad Atlanta. Gli dissi che volevo provare ad avere la mia attività e vedere se le cose funzionavano. Non tornai a suonare con Latimore perché con il mio negozio guadagnavo di più».
Earl appese la chitarra per circa otto anni per dedicarsi anima e corpo al negozio.
Riiniziò cantando i Gospel e poi ritornò a suonare il blues nel posto in cui tutto era iniziato: al Gip’s Place.

«Mi appassionai alle chitarre costruite dalle scatole dei sigari, come la mia prima chitarra. Me le faccio costruire da John Lowe di Memphis. Ne ho ormai sei. Amo il suono che producono questi strumenti».

Oggi Earl “Guitar” Williams suona regolarmente al Gip’s Place, alla Daniel Day Gallery, una galleria d’arte dove si suona il blues, e in diversi locali di Birmingham e dell’Alabama. È ospite regolare del Bob Sykes BBQ & Blues Festival di Bessemer, del Freedom Creek Festival, iniziato da Willie King, e del Cigar Box Festival di Huntsville, in Alabama.
Earl ha la sua band chiamata Earl “Guitar” Williams and the Juke Band.

Nel 2011 ha inciso il CD Can of Alligator, nove tracce quasi tutte originali. Earl sta lavorando a un CD che sarà composto da pezzi blues e jazz. «Vorrei avere artisti come Cleve Eaton e Bo Berry nel nuovo album».

Bo Berry è un trombettista jazz molto noto a Birmingham. Berry negli anni Settanta è stato membro dei Commodores.

Qui potete ascoltare la musica di Earl “Guitar” Williams.

Earl “Guitar” Williams
Foto di Roger Stephenson

Per leggere storie di blues e del profondo Sud americano, visitate il blog di Francesca Mereu o il sito ufficiale della scrittrice.

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    Francesca Mereu
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Approfondimenti

Elnora Spencer, la voce che incanta il profondo Sud

È giovedì sera, il pubblico di Jazzy’s, un locale del centro di Birmingham, aspetta impaziente che Elnora Spencer salga sul palco. La cantante blues e jazz per qualche settimana è stata assente. Era in tournée in Argentina e a casa hanno sentito la sua mancanza. L’accolgono con un lungo e caloroso applauso. Qualcuno si alza e l’abbraccia. Sono contenti d’averla di nuovo in città.

Da queste parti infatti quando si parla di voci femminili il discorso cade sempre su Elnora, 62 anni, voce potente, calda, graffiante, una cantante che spazia tranquillamente tra il blues e il jazz.

Elnora ha vinto diverse volte il titolo di migliore vocalista femminile dell’area di Birmingham ed è stata inserita nel 2014 nella Blues Hall of Fame come “Master blues artist” dell’Alabama. Lo scorso anno è stata inclusa nella prestigiosa Hall of Fame della Birmingham Record Collectors’, un’associazione di collezionisti di dischi che è dedita a preservare le migliori tradizioni musicali della zona.

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Elnora è nata a Gadsden, nel nordest dell’Alabama, ed è cresciuta ad Adamsville, una cittadina alle porte di Birmingham, ora vive in una piccola casetta a schiera di Forestdale, un quartiere della periferia nord di Birmingham. Ed è lì che la vado a trovare.

«Non ho la macchina» mi racconta, «S’è rotta e non riesco a mettere da parte i 1.500 dollari per l’anticipo di una macchina usata».

A Birmingham, dove i mezzi pubblici sono quasi inesistenti, la macchina è un arto necessario senza il quale è impossibile vivere. Il negozio più vicino è di solito a diverse miglia di distanza dalle zone residenziali, irraggiungibile dunque a piedi. E anche per la più piccola compera bisogna salire in macchina e raggiungere una plaza o una shopping mall.

Elnora riceve un sussidio appena sufficiente a pagare l’affitto e fa parte del programma Music Maker, un’associazione non profit che aiuta molti musicisti del Sud, per il resto però deve contare sulla sua voce e sul sostegno dei numerosi fan, che durante il nostro incontro l’hanno chiamata diverse volte per chiederle se aveva bisogno di spostarsi, o di denaro per pagare le bollette.

«Non è facile vivere di sola musica» mi spiega, «Ho sempre cantato la sera e lavorato il giorno, ma ora non posso per motivi di salute».

«La mia vita non è stata facile. Ma quando lo è mai stata per i cantanti blues neri? (ride, ndr). Prima o poi devo scrivere la mia biografia. Ti racconterò delle cose che ti stupiranno».

E aveva ragione. La vita di Elnora sa tanto di realismo magico, come del resto tante storie da questa parte del mondo.

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Elnora è nata da una bambina di 11 anni, una cantante di Gospel con una voce così forte da incantare i fedeli la domenica in chiesa.

«Sono figlia di una violenza» mi spiega, «Mio padre era un uomo sposato di 20 anni, l’ho incontrato quando avevo 30 anni e gliene ho dette quattro».

«Mia madre era una bambina. Non si era neanche accorta d’essere incinta, perché non sapeva cosa volesse dire. Non aveva collegato la violenza al fatto che stesse ingrassando. Se ne accorsero però i nonni e la buttarono fuori di casa. Una coppia senza figli ebbe pietà della piccola e le aprì le porte. Io sono nata in loro presenza. Ero prematura e non emessi un gemito quando venni al mondo. Pensavano fossi morta. La coppia, in seguito, ci adottò entrambe: madre e figlia. E sono stati i migliori genitori del mondo. Mia madre naturale invece è sempre stata come una sorella maggiore. È morta nel 2005».

Quando parla di sé bambina, Elnora si descrive come piccola, fragile, con forti problemi alla vista (ha fatto diverse operazioni per recuperare la vista da un occhio), un aspetto fisico in contrasto con la voce possente che sin d’allora la caratterizzava.

«Quando avevo 7, 8 anni cantavo ai funerali. Non amavo farlo, perché era triste vedere le persone vestite di nero e piangere. Cantavo per far piacere ai miei genitori. Mi ricordo la gente che si girava per cercare da dove veniva la voce. Ero piccola e non mi vedevano. Si stupivano assai quando capivano che la voce usciva da un corpicino così minuto (ride, ndr)».

Il blues e i gospel sono state le colonne sonore della sua infanzia. Oltre alla madre naturale, anche i nonni cantavano e suonavano il blues e così entrambi i genitori adottivi, una cuoca e un minatore che organizzavano spesso i cosiddetti house parties: feste dove si suonava la musica blues, si beveva alcool distillato in casa, si ballava e si dimenticavano gli orrori della segregazione.

«Al tempo quello era il solo divertimento che avevamo. In casa avevamo un pianoforte e c’era sempre qualcuno che lo suonava. I miei e i loro amici amavano improvvisare canzoni blues. Era il loro modo di rilassarsi. La domenica era invece il giorno dei gospel e non perdevamo un appuntamento in chiesa. Mia madre adottiva aveva una voce da far invidia a tanti e come si sfogava in chiesa!»

Sin da bambina, Elnora ha fatto parte di cori di chiese diverse e poi del coro della scuola. E questa, mi spiega, è stata la sua educazione musicale.

L’esordio sonoro? Forse a quattro anni.

«Avevo circa quattro anni quel giorno che sentii una bella melodia. Credevo fossero gli angeli a cantarla, ma mi resi conto che ero l’unica a sentirla: la melodia era cioè nella mia testa. La cantai per far ascoltare agli altri quello che sentivo. E forse quello è stato il mio primo debutto come cantante».

A quindici anni faceva parte di una band che si esibiva spesso al Carver Theater della Fourth Avenue North di Birmingham. Il Carver era l’unico cinema per soli neri in città e faceva parte del cosiddetto Chitlin’ Circuit.

Ai tempi della segregazione i juke joints, o jook houses, o semplicemente jooks, erano sparsi per tutti i quartieri neri d’America, sia nei centri urbani, che nelle zone rurali. Erano locali alla buona: la veranda di una casa, un garage sul retro, un capanno in mezzo ai campi, dei piccoli caffè o dei teatri. I musicisti neri sapevano dove questi locali si trovavano e questa sorta di network, conosciuta solo a loro, si chiamava Chitlin’ Circuit, un nome che deriva da chitlins, lo stufato di intestini di maiale che spesso le cucine di questi locali servivano.

«Ero molto timida e mi vergognavo a salire sul palco a cantare. Sognavo però di fare la predicatrice, di girare per le chiese a parlare del Signore, ma per via della mia voce ho dovuto sempre cantare. A volte sognavo di essere una semplice casalinga o una donna d’affari, una persona come tutte le altre, ma qualcosa dentro mi diceva che dovevo cantare».

Elnora s’è sposata la prima volta a 19 anni, a 21 anni divorzia, perché l’uomo che «sembrava tanto buono» è invece una persona violenta che la picchia ogni sera. Con il secondo marito le cose non vanno meglio e da quando ha 25 anni preferisce non legarsi sentimentalmente.

«La mia vita privata è sempre stata un caos. Ho avuto solo uomini violenti. Il primo marito mi ha fatto abortire per le botte che mi ha dato. Ero incinta di sei mesi. Il secondo si drogava e mi picchiava. Per lasciarlo mi sono dovuta rifugiare in un centro per donne vittime della violenza. Ma ciononostante ho continuato a cantare. E per quanto assurdo possa sembrare, queste esperienze mi hanno aiutata a formarmi come artista. Scrivevo canzoni e le cantavo con tutta me stessa, perché erano cose che avevo vissuto. E questo è il vero blues, o no?»

La vita di Elnora contrasta così tanto con il tornado di emozioni che la sua voce suscita in chi l’ascolta. È una voce che entra nell’anima per travolgere, addolcire la tristezza, fermare i pensieri ed è per questo che il pubblico di Birmingham non si stanca d’ascoltarla.

«Sin da bambina ho sentito accanto a me una presenza buona che mi rassicurava, mi aiutava. Se mi succedeva qualcosa di brutto, mi mandava un segnale per dirmi che dovevo andare avanti. Per esempio, un giorno, negli anni Ottanta, in un juke joint di Birmingham, una signora della California, dopo avermi sentita cantare, mi mise in mano 50 dollari, una cifra enorme al tempo. Mi disse che dovevano servirmi da stimolo, per non farmi smettere di cantare. Moralmente avevo bisogno del suo incoraggiamento, perché ero appena uscita dagli incubi con i miei mariti».

Libera da relazioni sentimentali, Elnora crea la sua band, chiamata ESP band (ESP, sta per Elnora Spencer) e inizia a girare l’America in lungo e in largo esibendosi ad Atlanta, a Philadelphia, nel Kentucky, in Louisiana, nel Mississippi e nel Midwest.

Ha inoltre aperto i concerti per grandi artisti come B. B. King, Koko Taylor, Little Milton, Willie King, Bobby “Blue” Bland, Johnny Taylor, Jimmy Reed e tanti, tanti altri.

Elnora ha avuto tante possibilità di diventare famosa fuori dall’Alabama, ma le ha sempre rifiutate per paura di perdere un lavoro stabile, solo quest’anno ha deciso d’andare in Argentina.

[youtube id=”2Sp_oM5qoTc”]

«Trovai lavoro come security officer per il comune di Birmingham. Non portavo le armi, ma controllavo le persone all’ingresso. Era un lavoro sicuro che mi aiutava a pagare le bollette. Per anni ho cantato la sera o il fine settimana e lavorato di giorno. Non è facile essere una donna nel mondo del blues. Noi veniamo trattate in modo diverso dagli uomini. C’è sempre qualcuno che ti chiede di andare a letto con lui, di venderti per la carriera e io non l’ho fatto. Mio padre mi ha cresciuta dicendomi che nessuno era migliore di me e che dovevo credere in me stessa. Sono sempre stata sicura del mio talento. Non sono mai scesa a compromessi. Non mi sono mai sentita inferiore a nessuno. Da bambina nessuno mi ha dato fastidio, nemmeno i bianchi, andavo d’accordo anche con loro».

Negli anni 2000 un amico carica alcune canzoni di Elnora su internet e per più di due mesi, a sua insaputa, la cantante sale al primo posto tra le artiste blues più amate dal pubblico. Elnora inizia a ricevere telefonate da tutto il mondo: dall’Italia, dal Giappone, dalla Repubblica Ceca e altri Paesi.

«Un giorno una collega mi disse che chiamavano dall’Italia. Era un certo Federico. Mi invitava ad andare a un festival e di stare per due settimane nel vostro Paese. Ho trovato diverse scuse. Non è facile lasciare un lavoro che ti fa campare per qualcosa che potrebbe realizzarsi oppure no. Mi disse che il festival si teneva tutti gli anni. Mi richiamò diverse volte, ma ebbi paura ad andarci».

Elnora è una delle voci di Blues From The Heart of Dixie, una collezione di canzoni dall’Alabama, curata da Debbie Bond per la Taxim Records nel 2001. Nel 2000 ha inciso Look at Me, per l’etichetta Alabama Jubilee Music, nel 2002 è la volta del CD jazz Mystic Knights of the C (Blue Gem Records, California) che contiene diverse canzoni scritte da lei.

Oltre a Jazzy’s, Elnora si esibisce in diversi locali di Birmingham ed è stata spesso ospite del Freedom Creek Blues Festival organizzato da Willie King, uno dei grandi del blues venuto a mancare nel 2009.

Oltre a cantare, Elnora ama scrivere poesie e dipingere quadri in stile naif.

Ora sta lavorando a un nuovo album di blues e jazz, che spera di completare nel 2017 e ha iniziato a buttare giù in un taccuino la storia della sua vita.

«Scriverò dei racconti, perché voglio ricordare i momenti intensi e magici della mia vita. Saranno dei racconti colorati, abbelliti da un tocco di blues».

***

Qui e qui potete ascoltare la musica di Elnora Spencer. Qui potete chiederle l’amicizia su Facebook.

Francesca Mereu vive a Birmingham, Alabama. Ha scritto Profondo Sud, due opere ispirate al teatro documentario che, attraverso testimonianze di personaggi veri, raccontano la schiavitù, la segregazione, e la dura lotta dei neri per la conquista dei diritti civili.

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    Francesca Mereu
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Jock Webb e il Birmingham Blues

Continua dalla seconda puntata

Continua il viaggio in Alabama e sulla via del ritorno Jock Webb mi propone di visitare l’indomani il luogo dove nasce il suo blues: il quartiere della West Side di Birmingham dove vive. Un posto a soli 15 minuti di macchina da casa mia, ma un altro mondo rispetto al mio quartiere del centro.

I banchi dei pegni e i negozi che promettono prestiti immediati sono dappertutto, e così i fast-food e i discount che vendono solo prodotti pronti surgelati. Non si incontrano bianchi per strada. Tante sono le pubblicità di studi legali specializzati in rilasci su cauzione. Le case sono piccole, modeste. Molte sono abbandonate e ricoperte di kudzu, la pianta fortemente invasiva che ha infestato il Sud.

"Jock Webb, foto di Roger Stephenson."
“Jock Webb, foto di Roger Stephenson.”

Jock è in strada e parla con una vicina che con amore è dedita alla cura delle rose. «Questa è una comunità che vive da generazioni nello stesso posto. Non è stata divisa da sviluppi urbani, come spesso succede nei quartieri neri da queste parti. E questa comunità è l’ingrediente principale del mio blues, perché il blues sono le persone, i tuoi vicini, la vita e non solo le canzoni che parlano di una donna che ti ha lasciato». «Io sono uno studente del blues e loro sono i miei insegnanti» mi spiega indicando la vicina.

Jock è nato in un altro sobborgo nero di Birmingham, la comunità che vi abitava è stata costretta però a lasciarlo dopo la costruzione di nuove strade e svincoli autostradali. Come occupazione principale fa il meccanico e ripara le macchine nel marciapiede davanti a casa.

«Conoscevo il blues prima di suonarlo, perché nella mia infanzia il blues era la colonna sonora del mio quartiere. Ho sentito suonare John Lee Hooker nella casa del nostro vicino, che amava il blues e ospitava spesso gli artisti itineranti che passavano per Birmingham. Il pomeriggio, si sedevano nel back porch (veranda sul retro, ndr) a suonare e poi andavano a farlo nei vari liquor houses sparsi per tutto il quartiere».

"Clarence Davis davanti all'unico negozio di Union, foto di Roger Stephenson."
“Clarence Davis davanti all’unico negozio di Union, foto di Roger Stephenson.”

L’armonica però Jock l’ha presa in mano solo negli anni Ottanta. «La mia famiglia era molto povera. Mia madre ha avuto 8 figli, la maggior parte nati da padri diversi. In casa non avevamo né luce, né gas. D’inverno si gelava e l’estate non si respirava dal caldo. Gli scarafaggi erano dappertutto e non c’era mai niente da mangiare. Mia madre a volte spariva per settimane o anche per un paio di mesi. L’unica cosa che mi ha salvato è stata la comunità e la musica che era dappertutto. Ho iniziato a fare il meccanico a 12 anni perché avevo fame. Ho visto mio fratello farsi di eroina, mia sorella bere. Un giorno il mio vicino mi disse che se non volevo fare la loro fine, dovevo arruolarmi nell’esercito e così mi sono informato».

Jock Webb è entrato nella Coast Guard, la Guardia Costiera, dove ha fatto il maestro di ginnastica e di nuoto. Quando è tornato a Birmingham alla fine degli anni Ottanta s’è subito fatto notare per la sua abilità nel suonare l’armonica. E non poteva non essere altrimenti: questo artista si fonde completamente con lo strumento creando ritmi da pelle d’oca. In mano a Jock l’armonica diventa il mezzo ideale per raccontare le passioni e il mondo che lo circonda. A sentirlo suonare sembra infatti di vedere le umili casette del suo quartiere, le signore che cercano di abbellirle con fiori e decorazioni, i bambini che giocano in strada il pomeriggio, e le macchine parcheggiate una accanto all’altra davanti alla casa di Jock in attesa d’esser riparate. È una musica che coinvolge e ipnotizza, che completa ogni pezzo blues.

"Clarence Davis, Jock Webb e "Birmingham" George Conner, foto di Roger Stephenson."
“Clarence Davis, Jock Webb e “Birmingham” George Conner, foto di Roger Stephenson.”

«Tutto quello che ho dentro, il mio blues, il mondo in cui vivo, questa comunità di Birmingham, quello che provo lo faccio uscire dall’armonica».

Negli anni Novanta, dopo averlo sentito suonare, il bassista jazz Cleveland Eaton, che ha suonato con Count Basie, presenta Jock a Willie King che poi gli farà conoscere Clarence Davis.

«Sono rimasto colpito quando ho sentito Clarence suonare. Willie mi disse che Clarence mi avrebbe insegnato tante cose. Per me è un grande onore potere suonare con lui. Ogni volta che Clarence mi chiama, io sono pronto».

Clarence Davis e Jock Webb hanno inciso quest’anno Before You Accuse Me, un CD autoprodotto con molte canzoni scritte da Davis. I due non si sono affidati a nessuna etichetta per essere liberi da ogni vincolo. «Ci sono molti esempi di musicisti che hanno inciso per case discografiche e non solo non hanno fatto un dollaro, ma la musica non gli apparteneva più. È meglio autoprodursi per essere liberi tanto i soldi che arrivano sono pochi lo stesso» mi spiega Clarence Davis.

Jock Webb è l’armonica di Walkin’ the Walk, Talkin’ the Talk di Willie King e “Birmingham” George Conner, anche questo un CD senza etichetta.

"Clarence Davis, Foto di Roger Stephenson."
“Clarence Davis, Foto di Roger Stephenson.”

Anche Jock per anni ha suonato con King, “Birmingham” George Conner e Clarence Davis al Bettie’s Place e assieme a Clarence Davis è stato ospite fisso del Freedom Creek Festival di Willie King.

Ora sia Jock che Clarence lavorano per mantenere vivo il vero blues del Sud.

«È importante che questa tradizione continui, perché fa parte della nostra cultura, la cultura nera dell’Alabama, del Sud. Il blues è un’ottima medicina per la mia gente. È più profondo dei gospel perché arriva in fondo all’anima e va a toccare la tua essenza. Il blues non fa uscire rabbia, ma lenisce la pena, è una musica spirituale e per questo è essenziale per il mio popolo» conclude Jock Webb.

 

Per ascoltare l’album di Clarence Davis e Jock Webb, cliccate qui.

Per conoscere il profondo Sud americano e la sua musica, leggete le opere teatrali di Francesca Mereu.

 

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    Francesca Mereu
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Clarence Davis, contadino e bluesman di professione

Continua dalla prima puntata

Clarence “Bluesman” Davis, 71 anni, di professione contadino e bluesman ci accoglie nella sua modesta casa. «Questa è la mia fattoria» mi spiega, «Coltivo mais, ocra, cavoli, pomodori, arachidi e tante altre cose, allevo galline e maiali, suono la chitarra e compongo canzoni blues».

Dietro questa modesta presentazione si nasconde però un artista che molti bluesman in Alabama chiamano «un maestro del buon vecchio blues», un musicista che assieme a Willie King e “Birmingham” George Conner (uno dei padri del Rock & Roll, anche se sconosciuto ai più) ha fatto vibrare le pareti del Bettie’s Place di Praire Point (al confine tra l’Alabama e il Mississippi), il juke joint tanto amato da Willie King.

Ai tempi della segregazione i neri nel Sud non potevano suonare la loro musica liberamente. Lo facevano così di nascosto in locali improvvisati nelle cucine delle loro case, nei garage o nei capanni dei mezzadri, nei juke joint appunto.

Willie King nonostante fosse noto a livello nazionale e internazionale e fosse stato ospite di prestigiosi festival del blues, preferiva suonare al Bettie’s Place, per donare qualche ora di allegria e di svago agli abitanti di questa area rurale d’America.

Clarence Davis mi dice che ama sporcarsi le mani di terra, quanto ama la musica blues, perché per lui il blues è il prodotto di questa terra fertile dove «tutto quello che pianti cresce, anche la musica e qui la senti dappertutto». «Mia moglie mi dice di smettere di lavorare la terra, ma non lo faccio perché mi rilassa, quanto mi rilassa la musica. Questa è l’ispirazione per il mio blues» mi spiega, indicandomi i campi infiniti.

Diversi trattori sono parcheggiati sotto un capanno di lamiera. Un paio degli anni Sessanta, «che però ancora funzionano» e i contadini, mi spiega, non amano buttare via i mezzi che li hanno aiutati nel loro lavoro. «È in città che la gente spreca le cose».

"Jock Webb nella smoke house di Clarence Davis, foto di Roger Stephenson."
“Jock Webb nella smoke house di Clarence Davis, foto di Roger Stephenson.”

Nel capanno dietro casa sono in bella mostra 5 vecchie chitarre e altrettanti schioppi («Non si sa mai»), sacchi di arachidi e strumenti per tagliare l’erba. A pochi passi si trova la smoke house, dove Clarence Davis affumica prosciutti e pancette.

Clarence è nato e cresciuto da queste parti (la cittadina più vicina è Eutaw). Se n’è andato solo per tre anni, in gioventù, quando sognava di fare carriera come musicista.

«Avevo poco più di 20 anni e sono andato a Cleveland, nell’Ohio, suonavo il blues. Sono però tornato subito. Mi sono sposato e ho comprato questa proprietà. Non amo le città, non fanno per me, per questo sono tornato in Alabama. Da allora non mi sono più mosso da qui».

Clarence Davis aveva 7 anni quando per la prima volta ha preso in mano la chitarra. «Mio zio, che viveva a Tuscaloosa, aveva comprato al figlio una chitarra. Mio cugino però non la toccava e allora ho chiesto se potevo averla io e l’ho portata a casa e ho iniziato a suonare. Non sapevo neanche cosa volesse dire accordare la chitarra, ma suonavo lo stesso».

Il padre e la madre di Clarence Davis avevano 9 figli maschi e 3 femmine e una fattoria chiamata Gosa Quarter. Coltivavano il cotone e il mais. «Mentre i miei erano nei campi, da bambino ascoltavo una stazione blues di questa zona e quella musica m’è rimasta impressa. Mi suonava sempre in testa. La sera, cercavo di imitarla con la mia chitarra dopo il lavoro nei campi di cotone. Mio padre a volte mi sgridava perché diceva che facevo troppo rumore e lui era stanco. Anche lui però suonava il blues e se la cavava bene con l’armonica. Io invece ho sempre amato la chitarra».

"Jock Webb e Clarence Davis, foto di Roger Stephenson."
“Jock Webb e Clarence Davis, foto di Roger Stephenson.”

«Quando avevo 12 anni la suonavo a orecchio e a volte suonavo finché non mi facevano male le dita e non potevo lavorare nei campi di cotone, mio padre allora s’arrabbiava (ride)».

Clarence Davis ha incontrato poi un signore che si chiamava Hoochie Richardson che gli ha insegnato ad accordare la chitarra e a suonare diversi motivi blues.

«Al tempo, dappertutto in questa zona si suonava il blues. Era la musica più popolare, quella che la gente voleva sentire eravamo tutti ammalati di blues quando ero bambino (ride)».

Clarence Davis ricorda dei numerosi musicisti itineranti che ai tempi della sua infanzia e gioventù arrivavano in questa zona il fine settimana per rallegrare le serate dei contadini.

«Qui c’era del buon buffalo fish che non trovavi da nessuna parte al tempo. Friggevamo il pesce e suonavamo il blues, circondati dai campi».

Tra i nomi di musicisti famosi, Clarence Davis ricorda quello di Howlin’ Wolf che a 17 anni ha sentito suonare in un juke joint di Tuscaloosa. È rimasto colpito perché questo grande artista copiato dai Rolling Stones suonava una chitarra economica.

«Erano così poveri, non guadagnavano niente con la musica, non gli bastava neanche per comprarsi uno strumento decente».

All’età di 15 anni, Clarence ha iniziato a suonare nei cosiddetti fish fry parties, dove il blues era accompagnato da pesce fritto; nei juke joint e nei locali della zona, ma spesso, ricorda, prendeva semplicemente in mano la chitarra e dava sfogo al suo blues.

"Jock Webb e Clarence Davis, foto di Roger Stephenson."
“Jock Webb e Clarence Davis, foto di Roger Stephenson.”

«Cantavo della vita che stavo vivendo, di Gosa Quarter, della raccolta del cotone, dei miei genitori. La quotidianità era il tema delle mie canzoni blues. C’era sempre un ritmo che mi suonava in testa, non aveva orari arrivava nei momenti più impensati e io lo salvavo qui in questo computer (indica la sua testa, ndr). A volte iniziavo a suonare e cantare pezzi che nascevano lì per lì. Potevo andare avanti per ore con le mie improvvisazioni».

Clarence Davis dice che il suo stile di blues è il Delta Blues. «Il Delta blues era il blues che sentivo alla radio ai tempi dell’infanzia e da allora sono rimasto fedele a questo tipo di musica, al blues tradizionale. Molti giovani ora, bianchi e neri, dicono di suonare il blues, ma suonano musica, a volte della buona musica, ma non il blues. Non capiscono cos’è il blues. Il blues è un sentimento che hai dentro e che deve uscire e quando esce stai bene, sei felice. Se hai un pubblico davanti, senti il loro blues e sai cosa fare per fargli provare le emozioni attraverso la musica, per fargli sentire il blues».

Una affermazione che descrive perfettamente quello che la musica di Clarence Davis trasmette, specialmente quando è accompagnata dall’armonica di Jock Webb. Un ritmo che arriva dritto a toccare le emozioni, che ferma i pensieri, come solo il vero blues sa fare.

E quando si parla di blues autentico e incontaminato il discorso non può non cadere su Willie King.

"Jock Webb e Clarence Davis nella fattoria di Davis, a Union, in Alabama. Foto di Roger Stephenson."
“Jock Webb e Clarence Davis nella fattoria di Davis, a Union, in Alabama. Foto di Roger Stephenson.”

«Willie era la persona più brava che potevi incontrare. Aveva due anni più di me e musicalmente siamo cresciuti assieme. Nonostante fosse un grande artista, non ha mai perso la sua umiltà. Non amava mettersi in mostra, portava sempre i jeans e le bretelle, ripudiava i vestiti appariscenti e le cravatte. Anche al suo funerale abbiamo indossato abiti semplici, perché Willie avrebbe voluto così. Manca a tutti».

Lasciamo la fattoria di Clarence Davis con un’enorme busta di arachidi biologiche, perché questo bluesman, che per vivere vende i prodotti della terra al mercato, come ama il blues tradizionale, ama coltivare la terra come ai vecchi tempi. «Non uso veleni» mi dice.

 

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    Francesca Mereu
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Un viaggio in due mondi pieni di blues

Il cielo azzurro dell’Alabama ci accompagna lungo la highway 20. Da Birmingham, la città più grande di questo stato del profondo Sud americano, viaggiamo verso ovest. Passata Tuscaloosa, il traffico si dirada e pick-up di tutte le misure e annate diventano i protagonisti della strada.

Lasciamo la highway e un cartello ci dà il benvenuto nella Black Belt, una delle terre più fertili d’America, dove un tempo ogni piantagione era coltivata a cotone. Ora gli allevamenti di cat fish, il pesce gatto, sono a ogni angolo.

Attraversiamo case di legno abbandonate, negozi di campagna da tempo chiusi, e rifornitori di benzina con pompe vintage che ancora funzionano. Lungo la strada sono tanti i cartelli che annunciano l’arrivo e l’esistenza di Gesù Cristo e intimano ad andare in chiesa per non finire nelle mani del diavolo. Perdo il conto delle chiese che incontriamo. Ce n’è per tutti i gusti: chiese battiste, presbiteriane, metodiste, ecc. La Black Belt fa parte della cosiddetta Bible Belt, una delle zone più religiose d’America.

Percorriamo una strada diritta che taglia fattorie e boschi di querce e pini. Il verde intenso domina il paesaggio. La nostra destinazione è Union: una manciata di case di legno e campi a non finire. Il paesino conta poco più di 200 anime e si trova a 40 miglia circa da un altro più piccolo: Old Memphis, dove viveva una delle leggende del blues: Willie King, morto nel 2009.

Willie King chiamava la sua musica “struggling blues”, il blues di lotta, perché teneva a cuore le ingiustizie sociali di questa terra fertile, ma povera e del popolo afroamericano. Il suo popolo.

"Jock Webb ripara il trattore di Clarence Davis, foto Roger Stephenson."
“Jock Webb ripara il trattore di Clarence Davis, foto Roger Stephenson.”

Tutto in questa parte d’America gronda di blues: le enormi case di legno dipinto con le ampie verande sul davanti che riportano alla memoria i tempi delle piantagioni; i muri scrostati degli edifici abbandonati dai quali si intravedono le vecchie pubblicità della coca-cola; gli immensi campi coltivati; i signori e le signore afroamericane seduti nelle sedie a dondolo davanti alle modeste case di legno.

Il blues, nato nelle piantagioni di cotone del Sud, da secoli è lo strumento che aiuta i neri americani a trovare conforto in un paese dove sono stati schiavi, segregati e ora le vittime principali della violenza della polizia.

Birmingham è a solo un’ora e mezza di macchina, ma mi sembra d’aver viaggiato a ritroso nel tempo.

In una modesta casa verniciata di bianco circondata da ettari di campi coltivati, vive Clarence “Bluesman” Davis, 71 anni, di professione contadino e bluesman. Ad accompagnarmi c’è Jock Webb, 53 anni, meccanico d’auto e suonatore d’armonica di Birmingham. Jock e Clarence si sono conosciuti più di 20 anni fa, grazie al loro amico Willie King e da 8 anni suonano assieme.

Clarence Davis ci accoglie con un abbraccio e tanti sorrisi e abbiamo il privilegio di scambiare quattro chiacchiere con lui.

Un documentario su Willie King,  The real baptizing.

 

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    Francesca Mereu
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Red Wolf, il blues dietro ai binari

Per ascoltare del buon blues bisogna andare to the other side of the tracks, dicono a Birmingham. Un modo di dire che significa che il blues autentico si suona nei quartieri della periferia nera.

Storicamente i neri erano infatti confinati in zone separate da quelle dei bianchi dai binari della ferrovia e in molte città d’America queste linee di divisione esistono tuttora.

Ed è proprio dall’altra parte dei binari della West Side di Birmingham che si trova il Red Wolf, un locale senza insegne e indicazioni, schiacciato tra officine meccaniche e depositi di vecchie auto. Un’apparenza modesta che tanto contrasta con la qualità della musica che questo juke joint offre.

Ai tempi della segregazione i neri non potevano suonare la loro musica liberamente e lo facevano di nascosto nei juke joint, che erano una sorta di club improvvisati nei garage delle case, nei capanni dei mezzadri, in qualsiasi posto lontano dalle orecchie dei bianchi. Nei juke joint si esibivano artisti diversi che con chitarra e armonica in mano giravano per i vari locali portando e diffondendo il loro stile di blues. Ma se prima questi posti erano troppo numerosi per essere contatti, col tempo come morivano i proprietari anche i juke joint.

Al Red Wolf, ogni mercoledì notte, la band del locale accompagna chiunque voglia suonare o cantare il blues. È un evento che riunisce musicisti della nuova e della vecchia scuola di Birmingham (e dintorni) e giovanissimi desiderosi di mettere alla prova la loro abilità musicale.

Reita balla con un cliente Foto di Roger Stephenson
Reita balla con un cliente Foto di Roger Stephenson

 

Reita James, nota come Ms. Reita, la proprietaria del locale, accoglie tutti con un abbraccio abbondante e larghi sorrisi, perché, mi dice, «Qui nel Sud il contatto fisico è necessario: esprime gentilezza, amicizia e poi al Red Wolf tutti devono sentirsi a proprio agio».

Ms. Reita, 61 anni, che per vivere fa la cuoca, mi racconta che nella sua famiglia la tradizione d’avere un juke joint si tramanda da almeno tre generazioni.

«Mia nonna aveva un juke joint, e così mia madre e mia zia, e tutte le loro amiche. Sono cresciuta ascoltando il blues nei juke joint di Birmingham. Al tempo (anni Cinquanta, ndr), la maggior parte delle donne nere lavorava al servizio dei bianchi. Pulivano le case, cucinavano, badavano ai bambini. La retribuzione era però misera e per pagare le bollette organizzavano serate blues. Lo facevano di nascosto nelle loro case, nelle cantine o nelle cucine, perché era illegale suonare la nostra musica. Mi ricordo le serate della nonna e della mamma (che era una cantante di gospel). Vendevano il whiskey fatto in casa (era ovviamente illegale) e spesso ero io a versarlo nei bicchieri».

Ms. Reita sorride e ricorda l’atmosfera leggera e allegra che regnava in quelle serate. I problemi della segregazione, della vita quotidiana venivano lasciati fuori. La gente si rilassava al ritmo della musica.

«Il blues ci faceva dimenticare le cose brutte. Lo ascoltavi e non volevi sentire parlare di problemi, volevi solo divertirti, perché non sapevi quando avresti avuto un’altra occasione per farlo».

Con questi ricordi in mente, Ms. Reita sognava di aprire a Birmingham un locale dove, come una volta, «gli spiriti si sentissero liberi», un luogo in cui i problemi quotidiani venivano lasciati fuori. Un juke joint, insomma, che somigliasse a quelli dei vecchi tempi.

E così sei anni fa è nato il Red Wolf.

«Il mio sogno s’è realizzato» mi dice cantando, perché Ms. Reita ha una bella voce e a tante domande risponde condendole di blues.

Un signore del pubblico si esibisce nel locale Foto di Roger Stephenson
Un signore del pubblico si esibisce nel locale Foto di Roger Stephenson

«Il Red Wolf è un juke joint non un club musicale» mi spiega, «La differenza tra un juke joint e un club è enorme: un club ha delle regole di etichetta e i clienti si adeguano a queste regole. In un juke joint è diverso: entri e sei te stesso. Nessuno ti giudica se ti levi le scarpe per ballare, o per come balli, o per come sei vestito. In un juke joint ci si rilassa è come essere a casa, in famiglia perché attorno a un juke joint si crea una vera e propria comunità di persone».

E al Red Wolf basta varcare la soglia per sembrare d’esser catapultati in un’altra epoca. La TV, accesa a tutto volume in attesa dell’arrivo della band, è sintonizzata su un canale retro che trasmette musica blues e soul degli anni 50, 60 e 70. Non manca il jukebox ben fornito di musica blues. L’arredamento è semplice: tavoli attaccati uno all’altro, coperti da tovaglie colorate e adornati con vasi di fiori finti. Le poche luci sono quelle colorate degli alberi di Natale.

Il pubblico, per la maggior parte afroamericano, è un miscuglio di persone anziane che sfoggiano abiti eleganti, cappelli a falde larghe e scarpe colorate; persone in maglietta e jeans; e giovani con dreadlocks e pettinature afro.

Ma a parte l’apparenza retro (che è causale e non un design studiato), è l’atmosfera a rendere questo posto particolare.

«È un posto autentico. Ha l’energia di un vero juke joint» mi dice Todd Eckstrom, un habitué del locale, che per arrivarci impiega quasi un’ora di autostrada.

«È un’esperienza unica per gli amanti del blues. Ci verrei tutti i mercoledì, se non dovessi svegliarmi presto il giovedì mattina per andare al lavoro».

E come dargli torto, il blues suonato dentro le mura di questo piccolo edificio regala emozioni particolari. Diversi amanti del blues sostengono che le band offrono performance migliori quando suonano al Red Wolf. È forse dovuto ai sorrisi, all’accoglienza calda riservata a chiunque dalle persone di questa comunità (e ovviamente da Ms. Reita), o forse, come mi spiegano diversi musicisti, per il fatto che qui gli artisti sono liberi d’esprimersi.

Bluesboy Willie e Johnny Sansone Foto di Roger Stephenson
Bluesboy Willie e Johnny Sansone Foto di Roger Stephenson

 

Robert Harris, il chitarrista della band del Red Wolf, ha lasciato Los Angeles, dove era il producer di artisti R&B come The Whispers e Patti Austin, per tornare a casa, a Bessemer (la cittadina alle porte di Birmingham che ospita il juke joint Gip’s Place).

«Ero stanco del mondo della musica professionale» mi racconta, «Ti porta via tutto quello che c’è di creativo in te. Qualche anno fa tornai a Bessemer per visitare mia madre andai a sentire il blues che si suonava a Birmingham e capii che dovevo tornare, che suonare il blues era quello che volevo fare».

Harris suona in diversi locali della città, ma farlo al Red Wolf è tutt’altra cosa: «Ci sono cose che si fanno per l’anima, altre per denaro. Qui suono per la mia anima, negli altri posti per pagare le bollette».

«In certi locali» mi spiega, «devi suonare in un certo modo per accontentare il pubblico, al Red Wolf sono libero. Suono quello che sento, quello che ho dentro. Faccio uscire il mio blues».

Ms. Reita lascia per la band i $5 di ingresso pagati dai clienti, per sé tiene invece i dollari dei drink (la super hit del locale è il Red Wolf Cocktail, una bomba, a detta di molti, che costa solo pochi dollari).

Bluesboy Willie e Wynton Marsalis Foto di Roger Stephenson
Bluesboy Willie e Wynton Marsalis Foto di Roger Stephenson

 

Willie Chavers, noto come “Bluesboy” Willie, aveva 80 anni. Era considerato una leggenda nel mondo del blues di Birmingham, perché quest’operaio in pensione, che ha dovuto abbandonare la chitarra per via dell’artrosi, era uno dei migliori suonatori d’armonica della zona. Bluesboy Willie, che è morto il 27 aprile di quest’anno, non perdeva mai l’appuntamento del mercoledì al Red Wolf e poco prima di morire anche lui mi disse che qui la musica veniva fuori libera.

«È come ai vecchi tempi. In soli sei anni si è creata una comunità di persone unite dall’amore per il blues, siamo come una famiglia…»

E le serate della famiglia del Red Wolf iniziano con l’arrivo della band (molto spesso in ritardo, perché siamo nel Sud e in più un juke joint!) e Ms. Reita che canta lo slogan del locale: Ain’t no party like the Red Wolf party, ‘cause the Red Wolf party don’t stop… Cross the tracks, back in the back, walk in the door and party like that! (Non c’è festa paragonabile a quella del Red Wolf, perché la festa al Red Wolf non finisce mai. Attraversa i binari, entra e festeggia in questo modo).

Poi la musica la farà da padrona.

Spesso il locale si riempie di musicisti noti nel mondo del blues di Birmingham come il suonatore d’armonica Jock Webb, il chitarrista e cantante Earl “Guitar” Williams, o Sugar Harp, che con armonica e filastrocche blues fa ridere il pubblico. In questo locale si dà però anche spazio agli aspiranti musicisti (che ricevono poi un parere e dei consigli degli anziani) e a chiunque voglia cantare o suonare un pezzo blues.

«Ho visto chiudere molti locali che organizzavano jam session. Spesso perché erano solo i professionisti a suonare e il pubblico rimaneva passivo. Al Red Wolf è diverso. Il pubblico partecipa e nessuno fischia per una nota sbagliata o una stonatura» mi spiega Robert Harris.

Wynton Marsalis Foto di Roger Stephenson
Wynton Marsalis Foto di Roger Stephenson

 

Tre anni fa, Wynton Marsalis, famoso trombettista jazz di New Orleans, nonché direttore artistico del Jazz Lincoln Center di New York, ha girato un documentario per la CBS sui juke joint della zona di Birmingham. Il Red Wolf è stato uno di quelli che l’ha colpito di più, perché è un posto «semplice», «umile», ha detto Marsalis in un’intervista alla CBS. Marsalis ha intervistato Ms. Reita e ha suonato la tromba accompagnato dall’armonica di Bluesboy Willie e dalla chitarra di Robert Harris.

[youtube id=”amtT5u0hSjI”]

Il pubblico del Red Wolf danzava felice.

Il famoso artista dirà poi che esibirsi in questo locale della West Side di Birmingham era stato come tornare indietro al passato «nel posto dove è tutto cominciato», perché nonostante Marsalis suoni il jazz, le sue radici vengono dal blues.

«Il blues fa bene all’anima. Questo ritmo è inseparabile dall’identità americana, non è un ritmo semplice, ingenuo. Il blues ci dice che cose brutte possono succederci a ogni momento… È come un vaccino. Se ti vuoi liberare di qualcosa, iniettatene un po’, così quando i veri problemi arrivano, sei pronto» commenta Marsalis nel documentario.

Oltre a Marsalis sono tanti gli artisti che hanno chiesto di provare l’esperienza di suonare al Red Wolf.

«Wow, questo posto è incredibile!» ha esclamato la scorsa estate Andy Frasco, il vocalista e leader della band di Los Angeles Andy Frasco & The U.N., durante la pausa sigaretta, dopo aver suonato per più di un’ora.

«Non credevo che posti così esistessero ancora».

Andy Frasco & The U. N. Foto di Roger Stephenson
Andy Frasco & The U. N. Foto di Roger Stephenson

Oltre ad Andy Frasco & The U. N. hanno fatto vibrare le mura del locale anche Lightnin’ Malcom, Cedric Burnside, Debbie Davies & Jay Stollman, Johnny Sansone, Matt Hill (nel 2011 ha vinto il Blues Music Award), Diedra the Blues Diva (artista locale, finalista dell’International Blues Challenge di Memphis), Cassie Taylor (la figlia di Otis Taylor), Victor Wainwright (nel 2013 e 2014 al Blues Music Award ha vinto il premio Pinetop Perkins per il miglior pianista), Little G. Weevil (vincitore nel 2013 del Blues Foundation’s International Blues Challenge Solo), Ian Siegal (vincitore nel 2010 del British Blues Award), Josh Garrett, Yvette Cook, Lauren Mitchell Band, JP Soars & the Red Hots, JJ Thames, RB Stone, e tanti, tanti altri.

«Spesso i musicisti mi chiamano o mi mandano un messaggio su Facebook chiedendomi se possono venire a suonare nel locale. Un giorno mi ha chiamato una band dalla Russia e gli ho detto: “Perché no?” Io sono solo contenta. Una signora di Washington mi ha vista in TV e quando il marito le ha chiesto cosa voleva per il suo compleanno, gli ha risposto: “Andare a Birmingham dalla signora del juke joint”» mi dice ridendo Ms. Reita, «È stata qui già due volte».

Ms. Reita è felice d’aver creato una casa per il blues, perché, questa musica è sempre dentro di lei.

«Canto il blues quando mi succede qualcosa di bello, o quando sono triste, o quando qualcosa non va per il verso giusto. Il mio blues può prendere una direzione o l’altra, è un caro amico che mi accompagna da sempre».

Reita e Matt Hill Foto di Roger Stephenson
Reita e Matt Hill Foto di Roger Stephenson

 

Per conoscere il profondo Sud americano e la sua musica, leggi le opere teatrali di Francesca Mereu

Per sentire invece il ritmo di Birmingham, ascolta “The Lost Child”, il programma musicale di Burgin Mathews, scrittore di Birmingham e esperto di musica jazz e blues

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    Francesca Mereu
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Gip’s Place, il garage del blues

L’unica luce che illuminava la strada sterrata era quella della luna piena. I rami degli alberi mossi dal vento creavano figure tetre e minacciose. Sapevamo però di non esserci persi. Ci avevano detto che non sarebbe stato facile trovare uno degli ultimi juke joint d’America e che la musica blues, e non il navigatore, ci avrebbe guidati.

E così è stato. A un tratto i rumori della natura si sono zittiti. Dall’altra parte del bosco una band suonava un pezzo di John Lee Hooker. Ed è seguendo la musica che abbiamo trovato il Gip’s Place, un tesoro ben nascosto nella periferia nera di Bessemer, una cittadina alle porte di Birmingham (Alabama).

Questo locale attira gli amanti del blues dal lontano 1952, da quando il musicista-operaio Henry Gipson, chiamato amorevolmente Mr. Gip, ha deciso di aprire le porte del suo piccolo garage a chiunque volesse suonare il blues.

Mr. Gip racconta che lui e i suoi amici musicisti cercavano un posto tranquillo dove suonare la loro musica e il garage in fondo al suo cortile era il luogo più adatto.

“Erano tempi duri quelli”, mi spiega riferendosi agli anni in cui nel Sud vigevano leggi che imponevano una violenta segregazione alla popolazione di colore.

Mr. Gip in Clarsdale, MS

I neri da queste parti non potevano frequentare le scuole migliori, perché erano bianche; nonostante fossero cittadini americani e avessero diritto di voto, chi osava reclamare tale privilegio doveva sottoporsi a un test di domande umilianti e di trabocchetti e se riusciva a superarlo veniva punito dagli uomini del Ku Klux Klan.

Negli autobus i neri dovevano sedersi in fondo e alzarsi se un bianco rimaneva in piedi. Pena la prigione. I bar e i ristoranti non servivano i neri. I parchi erano per i bianchi. C’erano cimiteri per neri e per bianchi, fontanelle d’acqua per neri e per bianchi. Insomma, se si aveva la pelle nera, nel Sud bisognava seguire un’infinità di regole e stare molto attenti, perché bastava poco per finire nel mirino degli uomini del Klan.

Mr. Gip, per esempio, è stato picchiato perché suonava e cantava il blues.

“Suonavo assieme a un amico per i minatori di Hueytown (una cittadina mineraria dell’Alabama, ndr). Alla gente piaceva la nostra musica. Agli uomini del Ku Klux Klan però dava fastidio che i neri si divertissero. E così una sera mi buttarono in terra, ruppero la mia chitarra e mi spezzarono le dita della mano destra”.

Nonostante siano passati più di sessant’anni, il ricordo di quell’aggressione turba ancora Mr. Gip. La cosa più terribile per un musicista è non poter suonare il suo strumento, mi spiega, e Mr. Gip aveva paura di non riuscire più a prendere in mano la chitarra. Gli ci sono voluti tre anni di duro esercizio e tanta forza di volontà per suonarla come prima.

“È stato molto difficile, ma ce l’ho fatta e tuttora suono il blues”.

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Così, per sicurezza, i neri preferivano suonare la loro musica lontano da orecchie bianche e la notte i garage delle periferie nere o i capanni dei mezzadri si trasformavano in una sorta di club: i juke joint appunto. Come il garage di Mr. Gip, questi posti erano situati in aree lontane dai centri abitati. Nei juke joint si esibivano artisti diversi che con chitarra e armonica in mano giravano per i vari locali portando e diffondendo il loro stile di blues. E spesso lo facevano solo in cambio di cibo e dei dollari sufficienti per raggiungere il juke joint successivo.

“Suonavano il vecchio blues”, racconta Mr. Gip. “Quello che veniva dal profondo dell’anima, che cantava del lavoro duro nei campi di cotone e della tristezza di essere schiavi”.

Grazie a questo genere musicale i neri sono riusciti a superare le brutture della schiavitù e della segregazione, perché i canti blues erano un modo per sfogare la rabbia, la frustrazione e vincere la paura. Mr. Gip è convinto che il blues sia stato il dono di Dio alla popolazione di colore, per aiutarla a affrontare quella vita così dura.

Ed è proprio nei juke joint, locali senza nome o insegne, che questo genere musicale ha trovato il terreno fertile dove svilupparsi. Ma se prima questi posti erano troppo numerosi per esser contati, col tempo, come morivano i proprietari, anche i juke joint chiudevano. E ora facendo uno sforzo di memoria Mr. Gip ne ricorda altri quattro come il suo sparsi tra il Mississippi, la Louisiana e il Tennessee.

Al Gip’s Place il tempo sembra essersi fermato. Il garage è quello di una volta. Le mura sono dei fogli di compensato. Il tetto è un semplice pezzo di lamiera. Le ampie finestre ritagliate artigianalmente sono chiuse d’inverno da spessi fogli di plastica. L’illuminazione è fatta da tantissime lucine di Natale, mentre le pareti sono letteralmente coperte da poster con ritratti di musicisti, locandine di concerti blues, e immagini di Gesù Cristo. Un miscuglio di sacro e profano che racconta sessant’anni di storia del blues e descrive l’anima di questo posto.

Xmas lights at Gips

La porta che dà sul palco è decorata dagli autografi lasciati dai musicisti che si sono esibiti. E su questa piccola struttura di legno sono saliti personaggi come Muddy Waters, John Lee Hooker, Paul Butterfield, Bob Dylan, T-Model Ford, Willie King e tanti, tanti altri. Una tradizione che si è conservata. Ogni sabato sera infatti il palco è riservato alle migliori band del Sud e non solo.

“Suonare in questo posto è il sogno di ogni musicista blues. È come tornare indietro nel tempo, tornare alle origini di questa musica, perché il blues è nato in posti come questo”, mi spiega la cantante Diedra, chiamata anche The Alabama Blues Queen.

“Dovunque guardi c’è qualcosa che racconta un pezzo di storia del blues e poi c’è Mr. Gip e – aggiunge – l’emozione che si prova a suonare davanti a una leggenda del blues è incredibile”.

L’unica differenza rispetto al passato è che oggi al Gip’s Place si esibiscono musicisti bianchi e neri.

“Il colore della pelle qui non esiste”, ci tiene a sottolineare Mr. Gip. “A casa mia poco importa se uno è bianco, nero, o giallo, se è un ultra laureato o un operaio. Qui siamo tutti uguali, uniti dall’amore per il blues e dal timore di Dio”.

E le serate in questo juke joint iniziano con la preghiera (Mr. Gip è molto religioso e poi siamo in Alabama!) seguita dalle regole della casa: il colore della pelle non esiste, rispetta quello che ti sta accanto, torna a casa con la donna con la quale sei arrivato.

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Ma sbrigate le formalità è la musica a farla da padrona. Di solito è Mr. Gip con il suo blues antico, quello che arriva direttamente nel centro delle emozioni, ad aprire le serate. Poi il palco è lasciato alle band. La piccola pista da ballo si riempie allora di bianchi e neri di tutte le età. Una scena rara in Alabama dove nonostante la segregazione sia finita più di cinquant’anni fa le due etnie vivono ancora in mondi separati che difficilmente si incontrano.

I bianchi hanno paura dei neri e i neri non si fidano dei bianchi. I bianchi vivono nei quartieri bianchi, i neri nei quartieri neri. Le scuole pubbliche migliori continuano a essere nei quartieri bianchi. E in America si può frequentare solo la scuola del quartiere in cui si vive. Se un nero compra casa in un quartiere bianco, i bianchi si preoccupano perché il valore della loro casa potrebbe deprezzarsi a causa del colore di pelle del vicino. E per questo hanno escogitato tanti piccoli trucchi per tenere i neri nei quartieri neri.

Uguali, ma separati, si dice da queste parti (questo motto vale purtroppo per tutto il Paese, anche per il Nord). E la separazione continua anche nel blues. Ci sono locali blues per neri e per bianchi. Quando chiedi il perché nessuno te lo sa spiegare. È stato così per tanti anni e continua per inerzia.

Una cosa è comunque certa, le ferite della segregazione non si sono rimarginate. I neri ricordano il passato, i bianchi si vergognano e vogliono dimenticarlo.

Mr. Gip il passato l’ha sepolto, perché se si serba rancore, mi spiega, non si può suonare il blues.

“[Dopo l’aggressione degli uomini del Klan] non riuscivo più a suonare. Il mio cuore era rigido e anche le mie dita. Sognavo solo la vendetta e il blues non veniva fuori. Liberai allora il cuore dall’odio e le dita iniziarono a muoversi”.

Da mangiare e da bere al Gip’s Place bisogna portarselo da casa, perché, come ci tiene a sottolineare Mr. Gip, “questo posto non è un bar, ma un vero juke joint”.

Al Gip’s Place non si paga il biglietto d’ingresso, ma si lascia un’offerta per la band ed è questa la retribuzione su cui i musicisti possono contare. “Non si suona per il compenso, ma per l’energia che questo posto offre”, mi spiega Cedric Burnside, musicista del Mississippi che proviene da una famiglia di musicisti blues (suo nonno era il mitico RL Burnside).

“Qui si può sempre contare su un pubblico eccezionale, di veri amanti del blues”.

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Ed è questa atmosfera che attira musicisti e pubblico. E poi c’è Mr. Gip: alto, magro, il volto solcato dai profondi segni della vita. La pelle d’ebano ereditata dal padre afroamericano e i lineamenti eleganti della madre Cherokee, la tribù indiana che una volta abitava gli ampi spazi dell’Alabama. Porta sempre un panama a falde larghe e tiene una bottiglietta di Moonshine (grappa distillata in casa) in tasca.

Gli chiedo quanti anni ha e, nel suo inglese popolare dalla dolce cadenza del Sud, mi risponde che non lo sa di preciso. “Forse 90, o 96, o qualcuno in più o in meno”.

Mr. Gip non ha mai avuto un certificato di nascita, cosa molto comune per i neri della sua età.

Da giovane ha fatto l’operaio nelle ferrovie e poi il becchino nel cimitero di Pine Hill, che anni fa si è comprato. Ora di giorno, quando non ha una tomba da scavare, ascolta nel suo backyard (cortile dietro casa) i giovani che aspirano a suonare il blues. Gli dà consigli, gli mostra alcuni accordi e si emoziona come un bambino quando sente che qualcuno ha talento.

“Il blues è la mia vita e deve essere tramandato ai giovani, deve continuare a vivere”, mi dice.

Il Gip’s Place non è infatti un semplice juke joint, ma una vera scuola di blues. Molti artisti di Birmingham hanno imparato a suonare da Mr. Gip. Uno di loro, Earl “Guitar” Williams ha raccontato una sera di come da bambino, negli anni Sessanta, aspettava impaziente che Mr. Gip tornasse dal lavoro per suonare con lui la chitarra.

“Grazie maestro!”, gli ha cantato.

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E in onore di questa leggenda del blues dell’Alabama il 7 maggio, a Bessemer, si terrà il primo Gip’s Juke Joint Festival, un evento che si ripeterà tutti gli anni e che radunerà le migliori band blues del Sud, promette Diedra the Alabama blues Queen, una delle organizzatrici del Festival.

“Abbiamo pensato di organizzare questo festival per mostrare amore e gratitudine a Mr. Gip che ha fatto così tanto per il blues dell’Alabama”, mi spiega Diedra.

In una delle nostre lunghe interviste, Mr. Gip mi confessa d’esser felice: “Dio mi ha dato la possibilità di fare quello che nella vita mi è sempre piaciuto: suonare e cantare il blues e diffondere questo genere di musica”.

“Che vuoi di più?”.

Per sapere quello che succede al Gip’s Place basta iscriversi alla loro pagina facebook

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  • Autore articolo
    Francesca Mereu
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