Bossi e Salvini
Estrema destra italiana/3

Lega: da secessione a nazionalismo

domenica 05 giugno 2016 ore 11:44

L’articolo è tratto dalla serie Viaggio nell’estrema destra europea, un progetto dell’Anpi – Associazione nazionale partigiani d’Italia, curato dal ricercatore storico e collaboratore dell’Università Statale di Milano Elia Rosati.

(Continua dalla seconda parte)

Breve storia della Lega Nord (LN). Dal secessionismo comunitarista al nazionalismo identitario.

“Roma Ladrona!” (1987-1995)

Nata nel 1989 come confederazione elettorale di alcuni movimenti regionalisti del Nord Italia e capitanata da un gruppo dirigente con al vertice Umberto Bossi, senatore dal 1987 per la formazione localista Lega Lombarda e segretario del Carroccio fino al 2012. Inizialmente la LN chiedeva una radicale riorganizzazione della Nazione in senso federale, maggiore autonomia fiscale per le amministrazioni regionali e provinciali del Nord, un drastico taglio delle tasse e la fine di una politica di investimento dello Stato che privilegiasse le regioni del Meridione a discapito di quelle settentrionali. La proposta politica della Lega prese rapidamente piede nelle zone pedemontane (principalmente del lombardo-veneto), deluse dalla politica democristiana e protagoniste di un vorticoso sviluppo economico, caratterizzato da medio-piccole imprese a conduzione familiare, che rese il Nord-Est uno dei territori più ricchi d’Europa. La politica leghista fu da subito caratterizzata da un populismo volgare e provocatorio, che dipingeva la classe politica come corrotta ed il Sud del Paese come popolato da parassiti che vivevano solo dell’assistenzialismo statale, finanziato, secondo i leghisti, dalla tasse delle regioni settentrionali. Un certo razzismo verso i migranti era già fortemente diffuso nella base leghista, anche se il Carroccio nei primi anni ’90 concentrava i suoi anatemi contro gli italiani meridionali, chiedendo che venissero allontanati dalla pubblica amministrazione nelle regioni del Nord, perché incompetenti e lavativi. Nelle elezioni amministrative del Maggio 1990 raccolse il 4% a livello nazionale, diventando però il secondo partito in Lombardia con il 18,9%; successivamente sull’onda del sentimento di indignazione per l’inchiesta di Tangentopoli, nelle elezioni nazionali del 1992, pur avendo il suo elettorato esclusivamente nel Nord-Italia, ottenne l’8,6% con 3.400.000 voti (quarto partito) e nel 1993 conquistò a sorpresa il Comune di Milano (uno dei consiglieri comunali sarà il giovanissimo Matteo Salvini). Dopo questi exploit, Bossi strinse nel 1994 un accordo elettorale con Forza Italia (FI), la neo-formazione politica dell’imprenditore televisivo Silvio Berlusconi, vincendo le elezioni (le prime con un sistema di voto maggioritario), partecipando per la prima volta al governo con cinque ministri e ottenendo anche la presidenza della Camera per Irene Pivetti. Tuttavia il primo esecutivo Berlusconi non durò a lungo: fu proprio la Lega Nord nel 1995 a ritirare il suo appoggio parlamentare in disaccordo sulla riforma delle pensioni, aprendo la strada al governo di Lamberto Dini, un gabinetto sostenuto dalle opposizioni di centro-sinistra e dal partito di Bossi.

Soli contro tutti, per una Padania libera e sovrana (1996-2001).

Nelle successive elezioni del 1996, la Lega Nord si presentò da sola, raccogliendo il 10% e quasi 3.800.000 voti, ma fu anche il momento in cui il Carroccio ristrutturò la sua identità diventando una forza poltica etnoregionalsta molto più radicale. Cominciò quindi il progetto di “Indipendenza della Padania”: la secessione dall’Italia delle regioni del Nord che sarebbero andate a formare, nella mente di Bossi, una macro-regione sovrana e autonoma; tutta la forza organizzativa e propagandistica del partito (una struttura militante ben radicata nel territorio) venne dirottata nel costruire questa nuova identità nazionale. Venne creato un simbolo, una bandiera e la Lega si dotò anche di un quotidiano (“La Padania”, appunto) e di una emittente radiofonica (“Radio Padania Libera”), dando vita anche ad un simbolico “parlamento padano” a Mantova ed organizzando periodiche kermesse sul fiume Po e a Venezia, per celebrare la lotta indipendentista “dei popoli padani”. Parallelamente la Lega Nord radicalizzò le sue posizioni ideologiche sull’immigrazione, avvicinandosi molto anche al tradizionalismo cattolico e strinse alleanze europee con analoghe formazioni liberiste e xenofobe come il FPÖ austriaco di Jorg Haider o i neonazisti fiamminghi del Vlaams Blok. Quello che era stato un partito localista di protesta fiscale con forti venature razziste, virava decisamente verso destra diventando una forza identitaria, comunitarista e xenofoba, che cominciò ad essere un interlocutore anche per il mondo neofascista italiano.

Silvio e Umberto di nuovo insieme (2001-2006)

Nel 2001, dopo un rinnovato accordo con Forza Italia ed Alleanza Nazionale (più alcune formazioni cattoliche), Bossi ed i suoi tornarono nuovamente al governo con Berlusconi: il risultato elettorale fu scarso (3,4% e 1.500.000 voti), ma il Carroccio ottenne il Ministero delle Riforme, della Giustizia e del Lavoro. Durante questa seconda esperienza alla guida del Paese (2001-2006) la Lega Nord si distinse per una intransigente attività di governo che portò all’approvazione, in particolare, di una dura legge sull’immigrazione (la “Bossi-Fini”), della riorganizzazione del sistema penale (riforma Castelli) e di una mini-riforma costituzionale (la “Devolution”) che avrebbe dovuto attribuire alla regioni molti poteri dello Stato centrale e creare un Senato Federale, ma che venne bocciata dal Referendum del 2006. In generale la LN fu interna a tutta l’azione di governo del centro-destra, appoggiandone, quando non radicalizzandone, ogni iniziativa legislativa (in primis la riforma elettorale Calderoli, detta il “Porcellum”) e mantenendo un notevole potere contrattuale in materia economica (spesso in polemica con lo statalismo di Alleanza Nazionale) anche grazie al forte legame con Giulio Tremonti, il super-ministro per l’economia di Berlusconi. Dal congresso del 2002 inoltre il partito di Bossi completò la sua mutazione, adottando ufficialmente la linea della “difesa della razza padana” contro “la società multirazziale” e accogliendo tra le sua fila esponenti o tematiche appartenenti alla destra radicale, mentre l’associazionismo vicino ai “Giovani Padani” cominciò a tingersi di nero. In questa fase emerse nettamente la figura dell’eurodeputato piemontese Mario Borghezio, un ex-neofascista, leghista della prima ora, che divenne il citofono del Carroccio col mondo del radicalismo di destra. Un terreno di convergenza era rappresentato dallo stop alla immigrazione: la LN si fece interprete di una politica securitaria, propagandata in modo martellante, che dipingeva l’immigrato o il rom solo come un potenziale criminale. La Lega invitò i cittadini a controllare le strade e utilizzò il servizio d’ordine del partito (“la Guardia Nazionale Padana”) per organizzare delle ronde serali “contro il degrado”; l’incontro con i fascisti nacque, dunque, nella politica di strada più che nei cortei o nei congressi. Inoltre i numerosi amministratori leghisti in Lombardia e Veneto continuarono ossessivamente a varare regolamenti comunali discriminanti verso i migranti, i diritti dei gay e le forme di socialità giovanili, presentandosi come “sindaci sceriffo”. Nel Marzo 2004 Umberto Bossi venne ricoverato in ospedale per un ictus, ma nonostante la lunga convalescenza mantenne la leadership del partito, potendo contare su di un gruppo dirigente lombardo (soprattutto varesotto-bergamasco) coeso e a lui molto fedele, in primis i ministri Maroni, Castelli e Calderoli.

“Affezionati alla cadrega” (2006-2011)

Dopo una breve parentesi all’opposizione (durante il secondo esecutivo Prodi, 2006-2008), il Carroccio ritornò al governo nel 2008 sempre in coalizione con Forza Italia ed Alleanza Nazionale (dal 2009 unitisi nel “Popolo delle Libertà”), ottenendo l’8,3% (3.020.000 preferenze) e risultati incoraggianti anche nel centro-Italia, uscendo per la prima volta dal suo tradizionale bacino elettorale territoriale. Il consenso parlamentare del nuovo Governo Berlusconi (in cui la Lega ebbe tre ministeri, tra cui l’Interno) risultò molto ampio, anche se l’azione legislativa risultò poco incisiva, se si esclude la contestatissima Riforma dell’Università (“Legge Gelmini”), molti interventi sulla Giustizia (“Lodo Alfano”, “Scudo Fiscale”) a vantaggio del Premier e alcune manovre finanziarie, composte quasi esclusivamente da tagli alla spesa pubblica. Questa avanzata nelle regioni del centro, tradizionalmente di sinistra, continuò anche nelle Europee del 2009, quando la Lega Nord ottenne il 10,2%, dopo una campagna elettorale molto polemica contro la UE specie sul tema delle migrazioni, raccogliendo l’11% in Emilia-Romagna, il 5,4% nelle Marche, il 4,3% in Toscana ed il 3,6% in Umbria. Mentre nelle Regionali del 2010 la Lega ottenne (in coalizione con il centro-destra) la Presidenza del Veneto (LN: 35,1%) per Luca Zaia e del Piemonte (LN: 16,7%) per Roberto Cota. Nel frattempo anche in Italia cominciava a farsi sentire la crisi economica ed il partito di Bossi si trovò tra due fuochi: l’ostentato ottimismo governativo di Berlusconi e Tremonti e le paure dei suoi ceti sociali di riferimento, sempre più preoccupati dalla difficile congiuntura economica; tutto questo mentre Gianfranco Fini con la scissione di Futuro e Libertà indebolì ancora di più l’esecutivo. Mentre nelle elezioni amministrative della primavera 2011 lo schieramento di centrodestra cominciò ad incassare alcune sonore sconfitte (in particolare a Milano), all’interno del Carroccio iniziò lo scontro tra Bossi, i suoi collaboratori più stretti (il “cerchio magico”) e Roberto Maroni (numero due del partito e ministro dell’Interno): in discussione c’erano appunto il futuro dell’alleanza con Berlusconi ed i rapporti di forza interni alla coalizione. Durante tutto questo per effetto delle turbolenze economiche e degli scandali, il Premier rassegnava le dimissioni, aprendo la strada al Governo tecnico di Mario Monti; la Lega Nord frastornata dalla precipitosa caduta dello storico alleato tornava all’opposizione.

Bossi addio (2011-2013)

Umberto Bossi, l’onnipotente segretario del partito dal 1989, cominciò ad essere considerato troppo legato e compromesso con Berlusconi e le fronde interne acquistarono notevole forza; quando poi il leader del Carroccio venne indagato (aprile 2012) per aver sottratto indebitamente soldi alla Lega a vantaggio della sua famiglia e del “cerchio magico”, la caduta fu inevitabile. Si riaccese un atavico scontro, presente nella LN fin dalla sua formazione, tra la componente veneta (da sempre costretta in seconda fila) guidata dal governatore Zaia e dal sindaco veronese Flavio Tosi e quella lombarda (ex-bossiana) capitanata da Roberto Maroni e dall’eurodeputato milanese Matteo Salvini. Il mondo leghista si trovò in subbuglio e nelle amministrative del giugno 2012 il risultato fu scarso, anche in storiche roccaforti come Como e Monza. In un clima di emergenza, il nuovo segretario divenne Maroni che provò ad imprimere una svolta al partito, rottamando la vecchia dirigenza bossiana e tornando alla carica con lo slogan “Prima il Nord!”, rivendicando un welfare su base regionale, lo stop dell’immigrazione e una drastica riduzione delle tasse per le regioni settentrionali. Nonostante questo ritorno alle tematiche classiche della Lega Nord, la decisione fu di restare alleati di Berlusconi nelle Politiche del 2013: il Carroccio precipitò al 4% con 1.400.000 voti, dimezzando il suo consenso, pagando una forte emorragia di consensi verso il Movimento 5 Stelle; la restaurazione maroniana non era bastata. Tuttavia Maroni, strumentalmente, usò l’accordo con il centrodestra per venire candidato, sempre nel Febbraio 2013, come governatore in Lombardia, riuscendo ad essere eletto, nonostante la LN avesse perso 400.000 voti (12,9% rispetto al 26,2% del 2010) nella sua regione natale. Il Carroccio, arroccatosi come all’inizio della sua storia nel lombardo-veneto e ridotto al minimo, provò a guardare avanti organizzando per il congresso federale del Dicembre 2013 delle elezioni primarie, per motivare la base; dopo il ritiro del venetista Tosi e con Maroni e Zaia impegnati nei governi regionali, lo scontro fu tra il vecchio Umberto Bossi ed il quarantenne Salvini: quest’ultimo venne eletto segretario con l’82% dei voti. Finiva per sempre un’ era. Mentre negli stessi giorni del 2014 Matteo Renzi scalava la vetta del PD e disarcionava il governo di Enrico Letta, “l’altro Matteo” (Salvini), messo da parte definitivamente Umberto Bossi, avviava spedito il suo progetto di rifondazione leghista e di conquista della leadership del centrodestra.

L’Era Salvini: il “fascioleghismo” e la “politica della Ruspa” (2014-2016)

Salvini decise subito di rompere alcuni tabù storici e di invertire la rotta rispetto all’arroccamento macro-regionalista di Maroni, approfittando dell’appannamento della figura di Silvio Berlsconi e della diaspora interna a Forza Italia con l’uscita del Nuovo Centro Destra di Angelino Alfano (Autunno 2013). La nuova Lega, per la prima volta, trovava campo libero e poteva candidarsi a guidare l’intero centrodestra, ovviamente imprimendo ad esso una svolta radicale soprattutto sui temi della crisi, dell’Euro e dell’immigrazione. Il quarantenne Salvini, in previsione delle Europee 2014, cominciò a parlare apertamente di “welfare per soli italiani” e di “uscita dall’Euro” per risollevare l’occupazione e l’intera economia del Paese, secondo lui strozzata dalle tasse, dal peso dell’ Ue e, neanche a dirlo, dai costi dei programmi di accoglienza per immigrati. Tutto questo in sinergia con altri partiti europei, in primis il Front National di Marine Le Pen, l’ FPÖ austriaco di Christian Strache ed il PVV olandese di Geert Wilders. Gli sforzi del neosegretario furono premiati, alle elezioni infatti la LN prese il 6,15% (1.690.000 voti), riconfermando a Strasburgo Salvini e altri cinque deputati, tra cui Mario Borghezio che, candidato a sorpresa nella circoscrizione del centro-italia, riuscì a farsi eleggere, non nascondendo di aver ricevuto parte dei suoi voti dalla galassia neofascista, in primis Casa Pound. Salvini, ospite fisso in tutti i talkshow televisivi, passò all’attacco proponendo un referendum contro la Legge Fornero, scioperi fiscali contro le tasse, campagne xenofobe, l’eliminazione di tutti campi rom (la cosiddetta “politica della ruspa”), pieno sostegno alle forze dell’ordine ma anche il diritto all’autodifesa armata dei cittadini. In breve la notorietà del segretario del Carroccio crebbe notevolmente e vennero create liste di appoggio (“Noi con Salvini”) in tutto il centro-sud, in aggiunta ad una alleanza formale con i “Fascisti del Terzo Millennio” di Casa Pound, rappresentati dalla lista “Sovranità”. La LN rivoluzionò la sua comunicazione inondando la rete, Facebook, Twitter e Instagram di messaggi contro la politica economica di Renzi, le scelte economiche dell’UE e gli immigrati; il vecchio quotidiano “La Padania” e l’emittente “Radio Padania Libera” vennero sbrigativamente chiuse, mentre Salvini era onnipresente nelle televisioni nazionali e sui rotocalchi. Non mancarono inoltre le adunate di piazza come a Milano (Ottobre 2014), Roma (Marzo 2015) e Bologna (Ottobre 2015) a cui parteciparono in quanto alleati, con tanto di intervento dal palco, sia Fratelli d’Italia che Casa Pound. Salvini, girando in lungo ed in largo per l’Italia, ha incentrato la sua campagna su un welfare per soli italiani, la difesa dell’agricoltura nazionale, della piccola impresa manifatturiera e la militarizzazione delle periferie, continuando a dipingere ossessivamente la criminalità come un effetto dell’immigrazione. Nelle Regionali 2015 il Carroccio avanzò ancora, costruendo coalizioni oltrechè con Giorgia Meloni anche con l’indebolito Berlusconi, ottenendo trionfalmente la riconferma a Governatore del Veneto per Luca Zaia, contribuendo alla vittoria del forzista Toti in Liguria e diventando il secondo partito nella rossa Toscana (16,6%), il terzo in Umbria (14%) e nelle Marche (13%); il tutto doppiando i voti di Forza Italia. Il Carroccio marciava compatto dietro al suo leader, nonostante l’opposizione venetista di Flavio Tosi (poi cacciato dal partito) ed il freddo sostegno dei “due governatori”, Zaia e Maroni, un po’ insofferenti nei confronti di un segretario così ingombrante. Ma nonostante i brillanti risultati del nuovo corso salviniano, la base del partito ha metabolizzato a fatica questa “svolta nazionale”, non riuscendo mai ad abbandonare completamente le liturgie ed il punto di vista “padano”. Sicuramente la Lega Nord, avendo incentrato tutta la sua comunicazione politica sulla figura del dinamico e popolarissimo segretario, detiene oggi saldamente le redini della discussione pubblica su questioni chiave come la tassazione ed i flussi migratori, rappresentando una vera e propria nemesi per l’ostentato ottimismo di Matteo Renzi e del suo PD. Va detto però che, nonostante il rapporto con Berlusconi sia sempre più deteriorato (vedi le Comunali 2016 a Roma), la Lega Nord oggi risulta bloccata tra il 15% ed il 18%: un risultato che la obbliga ancora a dover convivere con Forza Italia ed a cercare nuove alleanze (in aggiunta a Fratelli d’Italia e Casa Pound) in attesa di conquistare la candidatura a Premier e poter sfidare realisticamente Matteo Renzi.

 

 

Aggiornato mercoledì 08 giugno 2016 ore 15:37
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