Stati Uniti

Primarie, la battaglia sui “New York values”

martedì 19 aprile 2016 ore 06:50

Tutti pazzi per i “New York values“. La campagna elettorale fa tappa a New York e i candidati fanno a gara per appropriarsi di storia e tradizioni della città. Hillary Clinton ricorda di aver scelto proprio New York come sua base politica. Bernie Sanders e Donald Trump sono nati qui e Ted Cruz, un politico del Texas che non potrebbe essere più lontano dall’impronta liberal e progressista della città, ha negli ultimi tempi riscoperto i “New York values” – dopo averli pesantemente criticati quando si trovava a far campagna in Iowa e nel Sud. Al di là della retorica, le primarie nello Stato di New York racchiudono una serie di spunti capaci di portare chiarezza nella sfida elettorale.

Per Hillary Clinton, la parola d’ordine è “vincere” – e vincere in modo consistente. “La sfida per la Clinton è di carattere percentuale”, dice David Birdsell, un politologo della Baruch College School. Se infatti l’esito di queste primarie appare piuttosto certo – il vantaggio della Clinton, tra delegati e superdelegati, è ampio e difficilmente colmabile per Sanders – la candidata ha bisogno di apparire forte, tranquilla, inesorabile nella marcia alla nomination. La sfilza di otto sconfitte negli ultimi appuntamenti delle primarie ha pesantemente scalfito proprio questa sua immagine di candidata “inesorabile”; un’immagine che sarà importante quando, a luglio, la Clinton si troverà alla Convention di Philadelphia a negoziare la piattaforma elettorale con Bernie Sanders e i suoi delegati.

Proprio alla ricerca di una vittoria il più possibile larga e convincente Hillary e il marito Bill (che ha i suoi uffici a Harlem, all’incrocio tra la 125esima strada e Lenox) hanno girato in lungo e in largo città e Stato. Hanno stretto mani nell’Upper West Side, viaggiato in metropolitana nel Bronx, cantato nelle chiese battiste di Harlem. Hanno discusso i problemi dei contadini delle fattorie upstate; parlato di lavoro con gli operai di Buffalo e Albany; celebrato con il governatore Andrew Cuomo la nuova legge statale che riconosce 15 dollari all’ora come minimo salariale (una somma che però Hillary non sostiene a livello federale). Per mostrarsi il più possibile accessibile, la Clinton ha privilegiato eventi piccoli, con poche centinaia di fan. E sempre per esaltare il lato affabile e caldo del suo carattere (una cosa che non le viene sempre bene) a Syracuse si è vestita di arancione, il colore della squadra di basket dell’università.

Bernie Sanders ha invece scelto anche a New York la strada dei grandi raduni, che hanno segnato gran parte della sua campagna. A Prospect Park, domenica, erano in 28 mila ad ascoltarlo. Massiccia è stata la sua spesa in spot televisivi – due milioni di dollari più della Clinton – e aggressiva la campagna di phone-banking e porta a porta. Sanders sa che, con ogni probabilità, a New York è destinato a perdere. Al Charlie Rose Show, alla domanda: “Che cosa succederà se perde?”, ha risposto: “Semplicemente, che perdo”. La sconfitta deve essere il più possibile limitata, in modo da mantenere aperto lo scontro e arrivare alla convention di luglio con un buon numero di delegati – e buone capacità di contrattazione con la Clinton.

A Flatbush, Brooklyn, Sanders ha parlato di fronte all’appartamento della sua infanzia, e nelle aree più povere ha portato il messaggio di giustizia sociale ed eguaglianza economica. A Brownsville, un quartiere di Brooklyn dove più del 70 per cento della popolazione è nero, Sanders ha sottolineato le falle del sistema di public housing newyorkese, ricordando che in questa zona il tasso di povertà è superiore al 35 per cento e il 46 per cento della popolazione vive grazie ai buoni pasto. “C’è qualcosa di profondamente sbagliato in un Paese che ha una proliferazione di miliardari e il tasso più alto di povertà infantile tra i Paesi del mondo sviluppato”, ha spiegato.

Tra i repubblicani pare invece sicura la vittoria di  Donald Trump. Il magnate è molto popolare nelle zone rurali e nei centri urbani del nord – meno a New York City e dintorni. Nato nel Queens, Trump oggi vive in una penthouse della Trump Tower, ed edifici con il suo nome – Trump Place, Trump Parc, Trump Soho New York – sorgono in diversi punti della città. Qui, in città, c’è la sua rete di legami sociali e professionali; qui c’è la sede della sua campagna elettorale e delle sue società.

Nelle scorse settimane Trump ha parlato proprio dei “New York values”, che ha identificato nel “coraggio, cuore e anima” mostrati dai newyorkesi all’indomani dell’11 settembre. Nonostante nascita e appello ai sentimenti, l’attrazione che il candidato repubblicano ha raccolto in città resta limitato. Quello che non piace a larga parte dei newyorkesi sono soprattutto le sue posizioni sull’immigrazione, in una città che ha fatto della diversità uno dei pilastri della sua storia e “narrazione”. “In questa città noi viviamo gli uni accani agli altri e Donald Trump ha un messaggio più di segregazione che di integrazione”, ha detto Keith Wright, un democratico in corsa per il Congresso proprio a New York.  L’avversione nei confronti delle posizioni politiche di Trump è arrivata sino alla diffusione di petizioni che chiedono di cancellare il nome del miliardario dal Donald J. Trump State Park, che si trova nelle contee di Westchester e Putnam.

Nonostante la scarsa simpatia di cui Trump gode, la sua vittoria su Ted Cruz a New York appare certa. Secondo i sondaggi, il senatore del Texas arriverebbe addirittura terzo, dopo Trump e John Kasich. La tappa newyorkese ha avuto un obiettivo comunque importante per Cruz: rinsaldare i legami con il mondo politico e finanziario che non vuole Trump candidato dei repubblicani. Cruz ha partecipato, in una townhouse dell’Upper East Side, a una riunione del New York Metropolitan Republican Club, dove ha messo da parte i valori religiosi propagandati nel Sud e nel Midwest e ha parlato di business, sicurezza nazionale e rapporti con Israele. Lunedì sera, il senatore del Texas e la moglie Heidi hanno invece incontrato i rappresentanti di Wall Street e del mondo dell’economia. L’obiettivo era raccogliere i milioni di dollari che consentano a Cruz di restare competitivo nei confronti di Trump (che lunedì ha versato nella campagna altri due milioni di dollari di tasca propria).

Aggiornato giovedì 21 aprile 2016 ore 16:43
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