christiane taubira

Fedele a se stessa e all’égalité

giovedì 28 gennaio 2016 ore 11:00

Parigi - “A volte resistere vuol dire restare. Altre volte vuol dire andarsene, per restare fedeli a se stessi, a noi. Per lasciare l’ultima parola all’etica, al diritto”. È con questo messaggio su Twitter che Christiane Taubira, il ministro della Giustizia francese, ha annunciato pubblicamente le proprie dimissioni dal governo del primo ministro Manuel Valls.

Un messaggio né ecumenico, né conciliante, piuttosto un atto d’accusa, appena celato, e una dichiarazione d’intenti orgogliosamente rivendicata. Detto altrimenti, un atto di resistenza, appunto, in nome di un’etica radicalmente di sinistra e di un diritto – lo ius soli – che di quell’etica è uno dei fondamenti indispensabili.

Un’etica e un diritto in difesa dei quali a Christiane Taubira non restava che una strada: quella delle dimissioni, appunto, da un governo che, almeno secondo l’ormai ex ministra, li ha forse implicitamente ripudiati, di certo esplicitamente abbandonati, dopo la decisione di inserire nella Costituzione la possibilità di privare della cittadinanza i francesi con doppio passaporto (solo loro) condannati per terrorismo.

“A volte resistere vuol dire restare”, dice l’inizio del suo tweet. E Christiane Taubira, già guardasigilli nel governo Ayrault, il primo della presidenza Hollande, è rimasta per quasi due anni per resistere dall’interno alla deriva liberale, autoritaria inaugurata dal governo Valls, che è già costata la poltrona ministeriale ai principali leader della sinistra socialista, epurati perché recalcitranti nello sposare la linea neocentristra e pro-Confindustria del nuovo primo ministro, e che ha provocato l’uscita dei Verdi dall’esecutivo.

Christiane Taubira, lei, è rimasta. Ha introdotto in Francia il “matrimonio per tutti”. Ma ha dovuto ingoiare e sopportare: prima la nomina a ministro dell’Economia di un arrembante banchiere d’affari come Emmanuel Macron, poi il patto di ferro tra governo e Confindustria, i miliardi di sgravi concessi alle imprese senza contropartita, le misure di deregulation, l’aumento del lavoro domenicale, la riduzione costante delle garanzie per i lavoratori eccetera, eccetera.

Tutte questioni che, in quanto guardasigilli, non erano direttamente di sua competenza. Ma quando questo governo, sedicente socialista, dopo gli attentati del 13 novembre annuncia l’inserimento nella Costituzione dello Stato di emergenza e soprattutto la perdita della nazionalità francese per i terroristi condannati che hanno il doppio passaporto, anche se nati in Francia – una misura reclamata dalla destra e dall’estrema destra e che rompe l’integrità del “diritto al suolo” fondamento minimo di qualsiasi etica di sinistra – Christiane Taubira non può che mettersi di traverso, dichiarare pubblicamente la sua opposizione e, di fronte alla perseveranza della testa dell’esecutivo, rassegnare le dimissioni.

Dopo l’uscita di Verdi e sinistra socialista, con l’abbandono di Taubira scompare dal governo l’ultima traccia della gauche arcobaleno che aveva sostenuto Lionel Jospin tra gli anni Novanta e il Duemila e che ha eletto Hollande nel 2012.

È il ministro più popolare tra l’elettorato di sinistra che se ne va sbattendo la porta da un governo ormai monocolore socialista o piuttosto, per essere precisi, da un governo monocolore della destra socialista. Un governo che d’ora in poi sarà più coerente, omogeneo e disciplinato, pronto a marciare come un sol uomo dietro al premier Valls, letteralmente galvanizzato dal ruolo di incontestabile Lord protettore che l’emergenza attentati gli ha offerto.

Il dato politico però è quello di una base sociale ed elettorale ridotta ai minimi termini per l’esecutivo che dovrebbe accompagnare Hollande fino alle presidenziali del 2017. La scommessa, certo cinica ma non infondata, della coppia Hollande-Valls è che il resto della gauche, deluso e sfiancato dalle sconfitte elettorali, sarà costretto a rientrare nei ranghi, sotto la doppia minaccia del pericolo terrorista e del montare del populismo.

Una gauche divisa, senza programma credibile, senza leader riconosciuto, senza dinamica elettorale e senza un progetto di alleanza di coalizione alternativo, che possa sfidare i socialisti da sinistra.

C’è chi spera che l’uscita di Christiane Taubira dal governo sia il possibile inizio di qualcosa di nuovo nella sinistra critica francese, fin qui data per dispersa. Il rischio è che si tratti dell’ultimo atto di una morte annunciata di cui Hollande sarà stato il macabro demiurgo.

Aggiornato venerdì 29 gennaio 2016 ore 08:00
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