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Francia, prima giornata di sciopero dei ferrovieri

sciopero dei ferrovieri in Francia

sciopero dei ferrovieri in Francia

Sarà una giornata molto difficile per chi volesse viaggiare in treno in Francia: oggi ci saranno meno del 10% dei treni in servizio in quella che è una una delle partecipazioni più alte ad uno sciopero nella storia della SNCF, le ferrovie francesi. Solo per oggi, ed è un qualcosa di veramente raro, ci saranno più del 70% dei conduttori in sciopero in tutta la Francia.

È il primo giorno di un conflitto che rischia di durare addirittura tre mesi. Questi sono i primi due giorni di sciopero, ma i sindacati delle ferrovie francesi hanno annunciato uno sciopero che loro chiamato “perlato”, cioè uno sciopero al gocciolo due giorni ogni cinque per i prossimi tre mesi, a meno che non si arriverà prima ad un accordo.

Questo non è il solo fronte sociale che si apre per Macron. Ricordiamo infatti che una settimana fa tutta la funzione pubblica era in sciopero e manifestazione e c’è anche AirFrance che è in sciopero – ed anche questo è uno sciopero che rischia di durare – senza contare poi le università in agitazione e altri settori che stanno iniziando a mobilitarsi proprio in questi giorni.

Questo è il primo vero banco di prova social per il Presidente Emmanuel Macron. Lo aspetta un lungo braccio di ferro e nell’attesa di capire quali saranno gli sviluppi, l’opinione pubblica è divisa al 50 e 50, tra i sostenitori delle agitazioni e chi invece si schiera dalla parte del governo.

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    Francesco Giorgini
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Per cosa sarà ricordato Hollande?

Il primo giorno di Macron presidente è stato tutto per lui, dall’Eliseo agli Champs Elysées, dall’Arco di trionfo alla prima visita ufficiale all’ospedale militare di Parigi al capezzale dei soldati francesi feriti nella guerra al jihadismo islamista. Tutto un simbolo. Per finire alla visita protocollare all’Hôtel de Ville, il municipio di Parigi, autorità amministrativa responsabile dei palazzi della Republica, Eliseo incluso. Parabola impeccabile per il nuovo monarca republicano, secondo il commento unanime dei media francesi.

Ma prima di entrare definitivamente nel regno del Principe Macron, un ultimo sguardo sintetico al suo predecessore appena uscito di scena, François Hollande, che del nuovo sovrano è stato l’ultimo e fondamentale padrino politico. Prima chiamandolo come consigliere all’Eliseo poi promuovendolo segretario aggiunto e infine nominandolo, a trentasei anni, ministro dell’Economia. Creando le condizioni per fare di un brillante e ambizioso ex banchiere mai eletto prima, senza partito e illustre sconosciuto fino a tre anni fa, l’ottavo presidente della Quinta repubblica e il più giovane capo di Stato francese dai tempi di Napoleone.

Hollande non nasconde una palese soddisfazione per questa inattesa e imprevedibile successione. Vorrebbe essere ricordato come il presidente che ha aperto la strada al rinnovamento e all’unità nazionale che Macron vuole incarnare; come il presidente che ha fatto fronte al terrorismo e ha promosso l’accordo internazionale sul clima di Parigi. E magari, tra qualche anno, far dimenticare di essere stato il primo presidente della quinta repubblica a rinunciare a ricandidarsi sommerso dall’impopolarità; di essere stato il presidente socialista che ha portato il partito cardine della sinistra francese dal 28 per cento del 2012 al 6 per cento del 23 aprile scorso, il peggior risultato di sempre per il partito rifondato da Mitterrand quarant’anni fa; di essere stato il presidente di sinistra che ha lasciato la gauche mai così divisa e rimpicciolita elettoralmente. E per finire di essere stato il presidente progressista e pro-europeo che ha lasciato il Fronte nazionale della famiglia Le Pen convincere dieci milioni di francesi a votare per un programma nazionalista e identitario.

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    Francesco Giorgini
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Fillon, il conservatore ultraliberista

Non è un uomo nuovo: non per l’età, ha 62 anni, nella media dei candidati di destra alla presidenza. E ancor meno per biografia. Non viene dalla famigerata società civile, non è un arrembante imprenditore né un combattivo attivista.

François Fillon è un politico di lungo corso. Eletto deputato per la prima volta a 28 anni addiritura nel 1992; è stato di seguito sindaco, presidente di Provincia e di Regione. Più volte ministro sotto Chirac, prima negli anni Novanta poi tra il 2002 e il 2005, per finire primo ministro di Sarkozy per tutti i cinque anni del mandato presidenziale tra il 2007 e il 2012.

Un politico di professione dunque, ma un politico, per così dire, all’antica, un politico anomalo ai tempi della politica da salotto, da palcoscenico o ancora da avan-spettacolo. Fillon viene da immaginarlo in bianco e nero. Al posto del carisma, sempre a rischio d’istrionismo, Fillon offre sobrietà e serietà. Un uomo onesto e un uomo probo, come cantava il poeta, che alla collera degli arrabiati neopopulisti oppone il lucido pessimismo dei conservatori.

Uomo di rigore, Fillon ha il merito, secondo il direttore di Le Figaro, di intendere la domanda del cuore dell’elettorato della destra: più liberista in economia e più conservatore su valori e regole. L’uomo della rivoluzione conservatrice, l’argine reazionario all’onda nazional-populista targata Marine Le Pen. Incarnazione di una destra provinciale piuttosto che cosmopolita; cattolica piuttosto che laica e multiculturale. Una destra “della terra” o, come si dice in Francia, del terroir, più patrimoniale che mercantile, piu patriarcale che tecnocratica.

Conservatore, fin quasi reazionario il profilo, radicalmente liberista la sostanza. Fillon promette quell’adeguamento ai precetti neoliberali che la tradizione gollista della destra francese ha sempre ostacolato. Non è un caso che Fillon prometta di smontare il modello sociale francese dopo aver eliminato alle primarie i due eredi di Chirac che sono Sarkozy e Juppé. Vinta la battaglia ideologica a destra, resta da convincere il resto della Francia che non è tutta cattolica, di provincia, bianca, borghese e di una certa età.

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    Francesco Giorgini
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Hollande: “Il campo profughi va smantellato”

E’ la più grande baraccopoli di Francia, forse d’Europa, di certo una delle più note. Fra i novemila e i diecimila migranti assiepati in tende e baracche di fortuna alle porte di Calais, porto francese sulla Manica e principale passaggio verso la Gran Bretagna.

Passaggio ormai blindato e, di fatto, quasi impenetrabile, ma i siriani, eritrei, sudanesi, afghani, iracheni o libici che sperano di arrivare nel Regno Unito continuano a venire ad arenarsi sulla sponda francese della Manica.

E in mancanza di meglio, o in mancanza di tutto, si sono riparati come potevano in una regione di tradizione operaia, devastata da trent’anni di crisi a ripetizione, in cui il Front National di Marine Le Pen è il primo partito.

Non è un caso che nelle ultime settimane tutti i candidati alle elezioni presidenziali del 2017 – di destra e di sinistra – siano passati da Calais per denunciare l’indegnità della baraccopoli e compatire il malessere e la protesta degli abitanti della provincia e per promettere una soluzione rapida e definitiva in caso di vittoria.

Allora anche – anche per disarmare i rivali – Hollande, presidente in carica e sempre più candidato, non ancora dichiarato, alla propria rielezione è andato anche lui a Calais e ha annunciato “lo smantellamento completo” della baraccopoli entro la fine dell’anno e la ripartizione nei centri di accoglienza di tutto il Paese dei migranti che la occupano.

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    Francesco Giorgini
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Fedele a se stessa e all’égalité

“A volte resistere vuol dire restare. Altre volte vuol dire andarsene, per restare fedeli a se stessi, a noi. Per lasciare l’ultima parola all’etica, al diritto”. È con questo messaggio su Twitter che Christiane Taubira, il ministro della Giustizia francese, ha annunciato pubblicamente le proprie dimissioni dal governo del primo ministro Manuel Valls.

Un messaggio né ecumenico, né conciliante, piuttosto un atto d’accusa, appena celato, e una dichiarazione d’intenti orgogliosamente rivendicata. Detto altrimenti, un atto di resistenza, appunto, in nome di un’etica radicalmente di sinistra e di un diritto – lo ius soli – che di quell’etica è uno dei fondamenti indispensabili.

Un’etica e un diritto in difesa dei quali a Christiane Taubira non restava che una strada: quella delle dimissioni, appunto, da un governo che, almeno secondo l’ormai ex ministra, li ha forse implicitamente ripudiati, di certo esplicitamente abbandonati, dopo la decisione di inserire nella Costituzione la possibilità di privare della cittadinanza i francesi con doppio passaporto (solo loro) condannati per terrorismo.

“A volte resistere vuol dire restare”, dice l’inizio del suo tweet. E Christiane Taubira, già guardasigilli nel governo Ayrault, il primo della presidenza Hollande, è rimasta per quasi due anni per resistere dall’interno alla deriva liberale, autoritaria inaugurata dal governo Valls, che è già costata la poltrona ministeriale ai principali leader della sinistra socialista, epurati perché recalcitranti nello sposare la linea neocentristra e pro-Confindustria del nuovo primo ministro, e che ha provocato l’uscita dei Verdi dall’esecutivo.

Christiane Taubira, lei, è rimasta. Ha introdotto in Francia il “matrimonio per tutti”. Ma ha dovuto ingoiare e sopportare: prima la nomina a ministro dell’Economia di un arrembante banchiere d’affari come Emmanuel Macron, poi il patto di ferro tra governo e Confindustria, i miliardi di sgravi concessi alle imprese senza contropartita, le misure di deregulation, l’aumento del lavoro domenicale, la riduzione costante delle garanzie per i lavoratori eccetera, eccetera.

Tutte questioni che, in quanto guardasigilli, non erano direttamente di sua competenza. Ma quando questo governo, sedicente socialista, dopo gli attentati del 13 novembre annuncia l’inserimento nella Costituzione dello Stato di emergenza e soprattutto la perdita della nazionalità francese per i terroristi condannati che hanno il doppio passaporto, anche se nati in Francia – una misura reclamata dalla destra e dall’estrema destra e che rompe l’integrità del “diritto al suolo” fondamento minimo di qualsiasi etica di sinistra – Christiane Taubira non può che mettersi di traverso, dichiarare pubblicamente la sua opposizione e, di fronte alla perseveranza della testa dell’esecutivo, rassegnare le dimissioni.

Dopo l’uscita di Verdi e sinistra socialista, con l’abbandono di Taubira scompare dal governo l’ultima traccia della gauche arcobaleno che aveva sostenuto Lionel Jospin tra gli anni Novanta e il Duemila e che ha eletto Hollande nel 2012.

È il ministro più popolare tra l’elettorato di sinistra che se ne va sbattendo la porta da un governo ormai monocolore socialista o piuttosto, per essere precisi, da un governo monocolore della destra socialista. Un governo che d’ora in poi sarà più coerente, omogeneo e disciplinato, pronto a marciare come un sol uomo dietro al premier Valls, letteralmente galvanizzato dal ruolo di incontestabile Lord protettore che l’emergenza attentati gli ha offerto.

Il dato politico però è quello di una base sociale ed elettorale ridotta ai minimi termini per l’esecutivo che dovrebbe accompagnare Hollande fino alle presidenziali del 2017. La scommessa, certo cinica ma non infondata, della coppia Hollande-Valls è che il resto della gauche, deluso e sfiancato dalle sconfitte elettorali, sarà costretto a rientrare nei ranghi, sotto la doppia minaccia del pericolo terrorista e del montare del populismo.

Una gauche divisa, senza programma credibile, senza leader riconosciuto, senza dinamica elettorale e senza un progetto di alleanza di coalizione alternativo, che possa sfidare i socialisti da sinistra.

C’è chi spera che l’uscita di Christiane Taubira dal governo sia il possibile inizio di qualcosa di nuovo nella sinistra critica francese, fin qui data per dispersa. Il rischio è che si tratti dell’ultimo atto di una morte annunciata di cui Hollande sarà stato il macabro demiurgo.

  • Autore articolo
    Francesco Giorgini
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