come cambia il paese

Cina, se i lavoratori invecchiano

martedì 15 dicembre 2015 ore 06:00

Pechino - L’età media dei lavoratori cinesi supera i 37,57 anni, il che indica che gli occupati, nel Paese, non sono più in maggioranza giovani, cioè quell’esercito industriale di riserva che si rialimenta in continuazione e che ha reso così possibile il boom cinese degli ultimi trent’anni. Lo dice un rapporto dell’università Sun Yat-sen di Guangzhou, che è una delle più prestigiose della Cina. La ricerca ha raccolto informazioni sui lavoratori di tutti settori di età compresa tra i 15 e i 64 anni in 29 province e municipalità dell’ex Celeste Impero.

I cinesi che lavorano si suddividono ormai quasi equamente nelle tre fasce d’età tra i 15 e i 29, tra i 30 e i 44 e tra i 45 e i 64, il che colloca l’età media circa a metà, a un po’ più di 37 anni, appunto. A un’età maggiore della forza lavoro, l’indagine fa inoltre corrispondere salari migliori. Lo stipendio medio annuo nel 2014 è stato di 30.197 yuan (4.714 dollari Usa), con un tasso di crescita media annua del 9 per cento, maggiore quindi di quello dell’economia, che è intorno al 7 per cento. I salari crescono più del Prodotto Interno Lordo.

Restano diseguaglianze nei redditi tra uomini e donne, mentre l’orario di lavoro medio sarebbe sceso a 45 ore settimanali nel 2014, dalle 50 del 2012.

Sono i lavoratori autonomi quelli che lavorano di più, mentre le imprese in joint venture con l’estero, quelle statali e le agenzie di governo sarebbero quelle dove la forza lavoro fa più ore di straordinari.

Ne esce tutto sommato l’immagine di una Cina che non è ancora una “società del benessere moderato”, una “Xiaokang Shehui” come vorrebbe la leadership; ma che tuttavia sembra avviata sulla buona strada, con operai che entrano lentamente nel ceto medio, orari di lavoro più umani, riduzione dello sfruttamento giovanile.

Da qualche anno esiste una narrativa che parla di salari in crescita e maggiori diritti per i lavoratori. A questo contribuirebbero sia le questioni demografiche di cui sopra – cui va aggiunta la principale, cioè il calo demografico – sia una maggiore combattività dei lavoratori migranti di seconda generazione, rispetto a quelli di prima.

Non è però di questo avviso una ricerca di Chin Kwang Lee, professore di sociologia di origine cinese dell’UCLA di Los Angeles secondo cui anche i cinesi stanno vivendo un fenomeno di precarizzazione che in questo caso è “autoritaria”, cioè priva dei diritti fondamentali del lavoro. A seguito di una ricerca sul campo, Lee espone un dato: i lavoratori migranti cinesi di vecchia generazione conservano una stessa occupazione per una media di oltre quattro anni, quelli nati negli anni Ottanta per meno di tre anni e quelli nati negli anni Novanta per meno di un anno.

Ci sarebbe ormai un 38 per cento di giovani in attesa di occupazione e ormai gli stagisti sono in alcune imprese addirittura il 50 per cento della forza lavoro, con tempi di permanenza nella medesima occupazione di pochi mesi.

Non si sa mai bene a cosa credere, quando si fanno ricerche e si snocciolano numeri in Cina, ma l’impressione è che se parte del Paese entra gradualmente nel ceto medio, c’è anche in corso un fenomeno di precarizzazione del tutto simile a quanto avviene da noi. Insomma, la globalizzazione riduce le differenza, ma non necessariamente in direzione del “benessere moderato”.

A confermare inoltre il carattere “autoritario” della precarizzazione in atto, giunge l’arresto di diciannove leader operai a Guangzhou (3 dicembre), dopo un’ondata di scioperi che secondo la “Strike map” dell’Ong China Labour Bulletin avrebbe raggiunto la cifra record di 301 a novembre, concentrati soprattutto nella cintura manifatturiera del delta del Fiume delle Perle, già fabbrica della Cina e ora distretto investito dalla ristrutturazione dell’economia cinese.

Aggiornato martedì 15 dicembre 2015 ore 17:22
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