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Myanmar, raid contro i civili di etnia Kachin

Panorama del Myanmar

Dopo i Rohingya, i Kachin, dalla parte opposta di Myanmar. È in corso un’escalation di combattimenti negli stati Shan e Kachin dell’ex Birmania, al confine con la Cina, dove da anni si fronteggiano l’esercito regolare birmano e il Kachin Independence Army (Kia), l’esercito indipendentista della popolazione Kachin, una minoranza etnica cristiana, soprattutto protestante, che però ha anche una componente cattolica al suo interno.

Il conflitto tra il Kia – che si è dato anche forma politica nel Kachin Independence Organisation (Kio) – e lo stato centrale birmano dura praticamente dalla fine dell’occupazione britannica nel 1947 e la minoranza etnica non partecipa ai colloqui di pace che vedono coinvolte altre minoranze.

I Kachin chiedono una forte autonomia in un assetto federale, mentre il governo, prima quello militare poi quello cosiddetto democratico, vuole che il Kia prima ceda le armi e poi se mai si discute. Nell’ottica del potere centrale, i combattenti Kachin dovrebbero poi diventare una specie di guardia di frontiera controllata dall’esercito regolare, il tatmadaw.

Dopo un armistizio durato 17 anni, il conflitto era ripreso nel 2011, da allora è in corso una guerra di posizione a bassa intensità che però ha provocato già circa 300mila profughi disseminati in diversi campi sia nella zona controllata dalle autorità sia in quella controllata dai Kachin. Il Kia conserva una striscia di terra appiattita lungo il confine cinese e due città principali, Laiza e Myitkyina. I suoi avamposti nella foresta ogni tanto vengono attaccati dall’esercito regolare, poi in genere vengono rioccupati quando l’esercito se ne va.

A farne le spese sono soprattutto i civili, in genere contadini, che subiscono violenze e torture, i cui villaggi vengono bruciati e rasi al suolo, da qui l’ondata di profughi che si concentrano in campi che ormai sono quasi delle cittadine semi permanenti. Difficile comprendere a cosa è dovuta l’attuale escalation, si parla di bombardamenti e uso di artiglieria pesante da parte dell’esercito.

A questo indirizzo potete scaricare gratuitamente l’ebook Fucili contro Burma. Giungla, oppio e religione: la guerra dei Kachin di Gabriele Battaglia e Nicola Longobardi.

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    Gabriele Battaglia
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Kim-Moon, appuntamento con la Storia

L'incontro tra Moon Jae-in e Kim Jong-un

L’obiettivo più ambizioso sembra essere la pace definitiva dopo 65 anni, una pace possibilmente da raggiungere entro fine anno. Obiettivo subordinato al buon successo degli incontri bilaterali e multilaterali – con Stati Uniti e Cina – che continueranno nei prossimi mesi. È questa forse la parte più significativa della dichiarazione finale del summit tra il presidente sudcoreano Moon Jae-in e il leader nordcoreano Kim Jong-un.

La fase nuova era già cominciata a gennaio, con il repentino cambio di tono di Kim Jong Un che è passato dai test missilistici e nucleari alla mano tesa verso Seul. Una svolta concretizzatasi poi con la partecipazione nordcoreana alle olimpiadi invernali organizzate dai dirimpettai. Moon Jae-in ha colto l’occasione al volo. Del resto, sulla pace, lui, figlio di immigrati dalla Corea del Nord, ha puntato sempre. Ora bisognerà vedere se Donald Trump sarà disposto ai compromessi.

La pace non si fa infatti senza Stati Uniti e Cina e si collega quindi all’altro grande tema: la denuclearizzazione della penisola, su cui a parole si impegnano sia Seul sia, soprattutto, Pyongyang. Cosa poi si intenda per denuclearizzazione lo si capirà proprio nei prossimi mesi: La Corea del Nord rinuncia unilateralmente al suo arsenale oppure questa rinuncia è vincolata allo smantellamento delle basi statunitensi in Corea del Sud? Bisogna comunque aspettarsi qualche concessione anche da Washington, come una riduzione dei propri effettivi – quasi 30mila uomini – a sud del 38esimo parallelo? Difficile, dato che la Corea del Nord è per gli Usa il migliore pretesto per giustificare la propria presenza militare in Asia Orientale ed attuare la propria strategia di containement della Cina.

Il nodo più difficile da sciogliere comunque permane: gli Stati Uniti pretendono la denuclearizzazione di Pyongyang prima di ogni trattativa, i nordcoreani invece vogliono garanzie prima di rinunciare al nucleare. E auspicano anche la fine delle sanzioni e, magari, aiuti economici.

La mediazione difficile,quasi impossibile, sarà soprattutto compito di Moon.

Per il resto, la giornata di ieri lascia molti atti simbolici dal forte impatto.

Alle 9:30 ora locale, Kim Jong un è diventato il primo leader nordcoreano in 65 anni ad attraversare il 38esimo parallelo in direzione sud. Ad accoglierlo giusto al di là della linea di demarcazione c’era proprio Moon Jae-in, l’uomo che più si adoperato per un riavvicinamento tra le due Coree e per la riduzione delle tensioni nella penisola. L’incontro si è svolto secondo un rituale studiato nei minimi particolari, in cui spiccano alcuni dettagli. Il picchetto d’onore che ha accolto Kim non era militare, bensì in abiti tradizionali coreani, a richiamare la storia comune.

Poi ci sono stati un paio di apparenti fuori programma che molto probabilmente erano invece programmati: dopo la prima stretta di mano al di sotto del 38esimo parallelo, in territorio sudcoreano, Kim ha invitato Moon a fare un passo indietro per tornare con lui in territorio nordcoreano. Hanno attraversato sorridenti la linea di demarcazione tenendosi per mano e poi si sono fatti di nuovo fotografare. In seguito, dopo aver passato in rassegna le due delegazioni e prima di entrare nella casa della pace, è stato invece Moon a chiedere una bella foto di gruppo ordinando un rompete le righe e mescolando funzionari sudcoreani e nordcoreani. Poi l’ingresso nell’edificio, dove Kim ha firmato il libro degli ospiti.

Ma il riavvicinamento delle due Coree è fatto anche di tanti gesti concreti, anche se gli scettici dicono di averne già visti in passato: si favoriranno gli incontri tra le famiglie separate dal 1953, è stata già aperto un canale telefonico diretto tra Kim e Moon e i due interlocutori rinunciano ufficialmente a ogni atto ostile, tra cui bisogna considerare anche gli esperimenti missilistico-nucleari nordcoreani.

Anzi Kim Jong-un si è perfino scusato con Moon perché con i suoi test l’ha spesso costretto a levatacce di mattina presto per convocare d’urgenza il proprio consiglio di sicurezza: “Mi hanno detto che a causa nostra ha spesso dormito male. Le prometto che non succederà più”. “D’ora in poi dormirò sonni tranquilli”, ha risposto l’altro.

L'incontro tra Moon Jae-in e Kim Jong-un
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    Gabriele Battaglia
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USA-Corea Del Nord: dialogo grazie a Moon Jae-in

Kim Jong-Un in Corea Del Sud

Di recente c’è una narrazione della vicenda coreana che va per la maggiore. È quella secondo cui, se invece di minacciare di incenerire l’isola di Guam o le coste californiane, Kim Jong-un si è improvvisamente impegnato in un tour de force diplomatico, il merito è della strategia di “massima pressione” – tramite sanzioni economiche e minacce militari – messa in pratica dall’amministrazione Trump. Onore quindi all’inquilino della Casa Bianca, ma perché il gioco funzioni, a ogni sbirro cattivo che si rispetti deve corrisponderne uno buono.

Lo sbirro buono, nella fattispecie, è il presidente sudcoreano Moon Jae-in. Oggi, a poco più di una settimana dallo storico summit di Panmunjeon in cui incontrerà Kim Jong-un, Moon ha esplicitamente dichiarato che il nuovo orizzonte dei rapporti intercoreani è la pace definitiva dopo la guerra degli anni Cinquanta, conclusasi con un semplice armistizio nel 1953.

Questo sarebbe il vero game-changer. Moon ha sottolineato che la pace stessa si inserice in un progetto più ampio, di crescita economica comune per le due Coree. Ed è questa la promessa che più seduce Kim Jong-un. Il giovane leader nordcoreano, da quando è salito al potere nel 2011, ha più volte insistito sulla dottrina del Byungjin (doppio sviluppo: nucleare ed economico), e si ritiene che il primo sia funzionale, ma al tempo stesso un limite, al secondo.

Kim vorrebbe assicurare il proprio regime con la deterrenza nucleare, per poi dedicarsi alla crescita, di cui già si vedono segnali: la società nordcoreana non è più quella afflitta dalle carestie degli anni Novanta e un piccolissimo ceto medio va formandosi all’ombra della burocrazia di Stato e dei traffici più o meno leciti.

D’altra parte però, lo sforzo economico militare e le sanzioni della comunità internazionale minano questo tentativo alla radice. Moon Jae-in ha scommesso che Kim è in questo momento sensibile alla mano tesa economica. Ma come dargli la certezza che non farà la fine di un Saddam Hussein o di un Gheddafi, una volta che rinuncerà al nucleare?

Ecco allora che salta fuori la soluzione della “pace definitiva”, cioè la messa in sicurezza del regime di Pyongyang. Una soluzione che nessun presidente Usa, democratico o repubblicano che fosse ma imbevuto comunque di eccezionalismo, avrebbe mai accettato. Trump invece non ha di questi scrupoli, non ha l’ansia di esportare la democrazia e ha di fatto già riconosciuto la Corea del Nord nel momento in cui ha lasciato intendere l’ipotesi di incontrarsi con Kim Jong-un. Incontro che sarebbe previsto per il mese prossimo.

Kim Jong-Un in Corea Del Sud
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Scontro USA-Cina, è guerra commerciale

Dopo avere annunciato che avrebbe ribattuto colpo su colpo ai dazi sulle merci cinesi decisi da Trump, la Cina passa dalle minacce ai fatti. Tariffe in arrivo su 106 prodotti statunitensi, tra cui una del 25 per cento sui semi di soia, di cui si sta già parlando tantissimo perché la soia è al centro della catena alimentare: non solo nutre l’uomo, particolarmente l’uomo cinese, ma anche il bestiame.

Se la Cina pensa di poter fare a meno delle importazioni statunitensi, del valore di 14 miliardi di dollari, ritiene evidentemente che il gioco valga la candela. Le misure appena varate colpiscono infatti particolarmente l’agricoltura statunitense, cioè una bella fetta della base elettorale di Trump. Un messaggio molto chiaro.
Altri prodotti statunitensi colpiti dalle tariffe cinesi sono automobili e aerei, alcuni preparati chimici tra cui i lubrificanti, whisky, sigari e tabacco, alcuni tipi di carne, mais e grano.

In totale, si calcola che le contromisure punitive hanno un valore di 50 miliardi di dollari. Trump aveva messo dazi su 1600 prodotti cinesi per 60 miliardi di dollari. Occhio per occhio, dente per dente.

Intanto il ministero delle Finanze e quello degli Esteri di Pechino sono concordi nel ribadire la posizione cinese: non vogliamo una guerra commerciale ma siamo pronti ad affrontarla; gli Stati Uniti sbagliano a voler risolvere la questione con misure arbitrarie e unilaterali, solo il dialogo può farci trovare una soluzione. nel frattempo, gli effetti si sono già fatti sentire sui mercati internazionali, che sono in calo dappertutto, mentre lo yuan perde valore nei confronti del dollaro.

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    Gabriele Battaglia
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Mistero sulla visita di Kim Jong-Un a Pechino

Kim Jong-Un in Corea Del Sud

Il leader della Corea Del Nord Kim Jong-Un sarebbe giunto in gran segreto in Cina. Al momento ci sono un treno blindato che è arrivato ieri alla stazione di Pechino, misure di sicurezza accentuate sia in città che lungo tutta la linea ferroviaria che collega la Capitale cinese al confine nordcoreano, un paio di video amatoriali che riprenderebbero un corteo di auto ufficiali e Bloomberg che cita tre fonti anonime secondo le quali Kim Jong-Un sarebbe nella Capitale cinese per la sua prima visita ufficiale all’estero da quando è salito al potere nel 2011.

La presunta visita arriva prima che il leader nordcoreano incontri quello sudcoreano Moon Jae-in a Pyongyang in aprile e soprattutto prima dello storico e non ancora confermato summit con Donald Trump previsto per maggio in località da definire.

Se Kim è davvero a Pechino c’è consenso nel ritenere che la Cina, finora marginalizzata nel grande gioco diplomatico, rientri prepotentemente dalla porta principale. Kim sarebbe cioè venuto a consultarsi con l’alleato e protettore storico prima di iniziare il suo gran tour con gli altri interlocutori.

Probabile che Kim sia venuto a sondare il terreno per capire quando la Cina sia disposta a coprirgli le spalle in vista delle probabili pressioni di Donald Trump, sempre naturalmente che sia a Pechino.

Kim Jong-Un in Corea Del Sud
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La Cina vieta le criptovalute

Timore di disordini sociali, timore del caos. Così, le autorità finanziarie cinesi stanno compiendo un grande giro di vite sulle criptovalute, il bitcoin e le sue molte sorelle, quelle monete virtuali che non nascono da una zecca, bensì da complicati calcoli informatici che dovrebbero garantirne una circolazione libera sia dal controllo delle banche sia da quello dello Stato.
Pechino ha prima chiuso le piattaforme online cinesi su cui avvenivano gli scambi di criptovalute e adesso cerca di reprimere i cinesi che si servono di piattaforme straniere. Così come qualche anno fa la frenesia dei piccoli investitori in Borsa aveva destabilizzato i mercati, ora la febbre da criptovalute rischia di attirare speculazione e sistemi piramidali in patria.
Sabato, una folla inferocita di investitori ha trascinato tale Jiang Jie all’ufficio finanziario della municipalità di Pechino. Accusavano Jiang di truffa perché l’uomo aveva lanciato una ICO (Initial Coin Offering) di una moneta virtuale il cui valore era immediatamente precipitato da 0,66 a 0,13 yuan. In Cina funziona così, ogni merce diventa oggetto di speculazione, figuriamoci le criptovalute, ma il rischio non è previsto, se finisce male c’è sempre qualcuno che in un modo o nell’altro ti deve rimborsare.
Pechino ha vietato gli scambi di ICO e criptovalute a settembre. Due settimane fa, la PBOC ha ordinato alle istituzioni finanziarie di interrompere i finanziamenti a qualsiasi attività relativa alle criptovalute, stringendo ulteriormente il cappio.
Ma gli scambi tra privati sono continuati in un’area torbida: diversi uomini d’affari si sono trasferiti a Hong Kong, Singapore o Giappone dove fanno da collettori dei fondi che arrivano dalla Cina continentale. Oppure, i cinesi accedono direttamente agli scambi offshore aggirando i blocchi informatici con una VPN, Virtual Private Network, lo stesso modo con cui dalla Cina si accede a siti proibiti come Twitter e Facebook.
Ma se i social occidentali interessano a pochi, il denaro facile interessa a tantissimi, ecco quindi che il governo cinese fa bene intendere che sarà punito non solo chi scambia criptovalute in patria, ma anche chi cerca di accedere alle piattaforme straniere.
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    Gabriele Battaglia
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Hong Kong invasa dalla spazzatura

In Cina c’è tanto spazio, a Hong Kong no, tant’è che è stata proprio la zona amministrativa speciale ad aver lanciato, se non inventato, la tipologia architettonica del grattacielo, quando era ancora colonia britannica. Lo spazio conquistabile è quello verticale.

Ora rischiano di diventare grattacieli le pile di rifiuti che vanno ammucchiandosi sulle banchine del porto di Hong Kong, perché da quando Pechino ha posto un bando sull’importazione della spazzatura altrui, a dicembre, Hong Kong – sette milioni di abitanti schiacciati tra la terra e il mare – è andata in crisi.

Fino all’anno scorso, Hong Kong esportava oltre il 90 per cento dei suoi rifiuti riciclabili nella Repubblica Popolare. Tutto è cambiato alla fine del 2017, quando gli effetti del bando cinese hanno cominciato a farsi sentire in tutto il mondo. È curioso: Hong Kong è parte della Cina, ma per quanto riguarda la spazzatura evidentemente no.

Per ora la strategia è quella di accumulare la carta e gli scarti elettronici al porto, mentre la pastica finisce direttamente nelle 13 discariche cittadine, che si intasano e inquinano i terreni.

E cominciano le polemiche sul fatto che l’amministrazione della metropoli non abbia mai concepito strategie alternative di riciclaggio dei 6 milioni di tonnellate di rifiuti che produce ogni anno.

Un residente medio di Hong Kong getta via circa 1 chilo e mezzo di rifiuti al giorno, più del doppio rispetto ad altre città asiatiche come Tokyo, Seoul e Taipei, le quali hanno da tempo adottato programmi di riciclaggio.

Nel frattempo, i rifiuti urbani continuano a crescere senza sosta, sono aumentati dell’80 per cento negli ultimi 30 anni, mentre la popolazione di Hong Kong è cresciuta solo del 36 per cento.

Nonostante ci sia poco spazio, si ritiene che ce ne sarebbe abbastanza per creare impianti di riciclaggio dei rifiuti. Ma qui subentra il problema atavico. La terra a Hong Kong costa tantissimo, per via della speculazione immobiliare fuori controllo a opera di pochi gruppi di palazzinari che costituiscono di fatto un cartello monopolistico. Una speculazione iniziata ai tempi della colonia britannica e continuata indisturbata dopo il passaggio alla Cina formalmente socialista. Insomma, la terra è troppo preziosa per farci impianti di riciclo e smaltimento utili alla collettività.

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    Gabriele Battaglia
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Il K-Pop e quel terrore del fallimento

A cavallo tra anni Novanta e primi anni Duemila, un vera Korean wave ha travolto la cultura pop dell’Asia, ben prima che Gangnam Style arrivasse anche dalle nostre parti: film, nei quali c’erano quasi sempre dei fantasmi, soap operas, che mi è capitato di vedere perfino nelle tende dei nomadi mongoli, e naturalmente la musica. Cioè il K-pop.
Alla radice della cosiddetta Hallyu – onda coreana, appunto – il fatto che i prodotti dell’industria culturale locale costavano meno di quelli delle potenze culturali agli apici fino a quel momento: Giappone e Hong Kong. E soprattutto comunicavano valori semplici, familiari, confuciani, facendo al tempo stesso l’occhiolino ai consumi, quindi alla pubblicità, senza mettere assolutamente in discussione l’ordine costituito.
Ecco dunque le girl e le boy-band coreane, prodotti patinati in un sapiente mix di generi occidentali – l’hip-hop, la disco – di urban beats e suoni sintetici, ruminati e risputati fuori con quel sapore asiatico che li rendeva fruibili in tutta l’Asia Orientale. Sul palco dei concerti, acconciature perfette e ammiccamenti alla folla sedotta sensualmente ma non troppo.
Il quartiere di Gangnam – lo stesso del pezzo tormentone cantato da Psy (Park Jae-sang) nel 2013 – è diventato la meta di pellegrinaggi di fans, spesso giapponesi, che aspettano i loro idoli dalla faccia pulita, quasi levigata, all’uscita delle sedi delle imprese dello spettacolo che monopolizzano il mercato, grazie anche ai favori della politica. Il governo vede infatti nel K-pop uno straordinario strumento di soft power.
Sono queste major che creano letteralmente le band del K-pop, veri e propri prodotti commerciali concepiti a tavolino. Tra le maggiori c’è anche SM Entertainment, che nel 2008 ha creato la boy band SHINee, il cui cantante solista, Jonghyun, 27 anni, si è suicidato lunedì scorso. Centinaia di migliaia di dischi all’attivo, sia con gli SHINee, sia da solista, Jonghyun era depresso da tempo. La sua morte mette in luce le pressioni a cui sono sottoposte le star del K-pop, in una Paese, la Corea del Sud, che ha il record mondiale dei suicidi sotto i 30 anni di età e uno dei tassi più alti in assoluto.  Negli ultimi anni, si sono tolte la vita diverse figure di alto profilo, come l’ex presidente Roh Moo-hyun, e alcuni grandi manager.
Gli idoli del K-pop sono lo specchio del Paese. Le imprese che li hanno creati li sottopongono a una competizione totale e ad anni di addestramento, come polli d’allevamento. Controllano ogni aspetto della loro vita: dallo stile musicale a quello dell’abbigliamento, passando per le relazioni sentimentali. Ma molto spesso resta, nel profondo, quel terrore del fallimento, vero e proprio spauracchio sociale.
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    Gabriele Battaglia
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Corea del Sud-Cina: prove di riconciliazione

Il presidente della Corea del Sud Moon Jae-in cerca di riconciliarsi con Pechino dopo le tensioni provocate dall’installazione del sistema missilistico made in Usa Thaad nel suo Paese. Moon arriva mercoledì nella capitale cinese e incontra giovedì Xi Jinping nella speranza di “normalizzare” i legami con la Cina in quella che sarà la sua prima visita di Stato a Pechino.
In campagna elettorale, un anno fa, Moon era scettico sull’opportunità di acquisire il Terminal High Altitude Area Defence nonostante le pressioni statunitensi, ma Seoul e Washington hanno poi deciso di installare il sistema missilistico all’inizio di quest’anno, ufficialmente per proteggersi dai pericoli provenienti dalla Corea del Nord.
Pechino però ha letto la mossa sia come una minaccia per il proprio territorio sia come un ulteriore elemento di destabilizzazione nella penisola coreana. Da quel momento, è cominciato un boicottaggio dei prodotti sudcoreani e dato che la Cina è il maggior partner commerciale di Seul molte aziende ne sono state penalizzate, come per esempio la catena di supermercati Lotte, che ha dovuto chiudere quasi tutti quelli che aveva sul suolo cinese. Oppure gli operatori turistici, con migliaia di viaggi annullati da parte dei turisti cinesi che avrebbero dovuto recarsi in Corea.
Di recente i due paesi hanno rilasciato dichiarazioni congiunte sul reciproco desiderio di migliorare le relazioni. Pare che la Cina chieda a Seul di non installare nessun altra rampa missilistica e di non acquisire nessun altro sistema missilistico statunitense. Sul tavolo anche la richiesta di “doppio congelamento” con cui la Cina pensa di risolvere la crisi della penisola coreana: stop ai test missilistico-nucleari di Pyongyang e stop alle esercitazioni congiunte tra Seul e Washington. Una proposta che finora nessuno degli interessati ha mai preso in considerazione.
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Il Giappone verso il riarmo

L’articolo 9 della costituzione presuppone che il Giappone non usi la guerra per risolvere le controversie internazionali né mantenga un esercito, ma è una regola che è già stata aggirata da decenni con la creazione di una forza di autodifesa. La questione nordcoreana diventa a questo punto il dispositivo ideologico, la giustificazione, attraverso cui Shinzo Abe cerca di compiere la transizione definitiva verso il riarmo del proprio Paese.

Ora, con la conquista dei due terzi del parlamento, ha i numeri per mettere mano alla costituzione (ce li aveva anche prima, a dire il vero), ma al di là dei numeri, la questione non è facilmente risolvibile perché in Giappone permane un forte movimento pacifista a sostegno proprio dell’articolo che il premier vuole cancellare.

Va inoltre detto che pochi si fidano di Abe. Una serie di scandali ne aveva affossato la popolarità fino a che, l’estate scorsa, l’escalation nordcoreana gli ha ridato vento in poppa: insomma, Kim Jong-un fa il gioco di Shinzo Abe.

Ora, cosa dobbiamo aspettarci dal Giappone del rilanciatissimo premier in cui però il 51 per cento della popolazione – secondo un sondaggio – non crede troppo?

Primo, più intransigenza verso la Corea del Nord. Su questo tema, Abe ha infatti giocato la campagna la sua elettorale. A corollario di questa intransigenza, un’alleanza più stretta con gli Stati Uniti di Trump, che il 5 novembre visiterà il Giappone.

Secondo, la revisione della costituzione pacifista, ma sul lungo periodo. I sondaggi dicono che la maggioranza dei giapponesi è comunque contraria a tale revisione, quindi Abe vorrebbe parlarne a partire dal 2020 e coinvolgendo i partiti d’opposizione, come il “Partito della Speranza” di Yuriko Koike, la governatrice di Tokyo.

Inutile dire che queste due scelte aumenterebbero le tensioni nell’area, soprattutto con la Cina, anch’essa in procinto di investire nella modernizzazione dell’Esercito Popolare di Liberazione e sempre più proiettata verso l’obiettivo di diventare superpotenza regionale.

E passiamo al piano interno.

In base a quanto ha già dichiarato, Abe eleverà probabilmente l’imposta sulle vendite dall’8 al 10 per cento e con questa cercherà di finanziare alcune misure di welfare, soprattutto in ambito educativo, come il nido gratuito e il sostegno dello Stato agli studenti che si iscrivono alle scuole private. Essendo un Paese di anziani, il Giappone privilegia da tempo un welfare dedicato a loro, ma adesso si tratta di rilanciare la crescita del Paese e quindi l’educazione delle giovani generazioni.

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    Gabriele Battaglia
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Cina: il Socialismo per una nuova era

Dopo il rapporto di tre ore e mezza per 66 pagine presentato da Xi Jinping in apertura di congresso del Partito Comunista Cinese, fioccano ora i commenti e cominciano le indiscrezioni su quali saranno gli uomini del Presidente per il suo secondo mandato, che si concluderà nel 2022.

Sarà il “Socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era” l’apporto teorico di Xi che entrerà a far parte della costituzione del Partito, il punto è capire se entrerà con annesso il nome del Presidente, il che lo porrebbe allo stesso livello di Mao Zedong e Deng Xiaoping. E’ già circolata voce che sarà così, ma in realtà questo punto non è ancora chiaro, lo sapremo probabilmente a fine congresso, tra una settimana circa.

Quanto al discorso di apertura, c’è un termine, qiangguo, cioè potenza intesa come nazione potente, che sembra fagocitare tutti gli altri. È l’obiettivo per il 2050: la Cina dovrà diventare una “moderna potenza socialista”. Tutte le altre parole chiave – socialista, moderna, democratica, prosperosa, armoniosa, bella – sono attributi di quella potenza ed è lì quindi che bisogna guardare, nel discorso fondamentalmente nazionalista di Xi Jinping, in cui gli applausi più sentiti sono arrivati quando lui ha detto che mai e poi mai sarà tollerato qualsiasi separatismo che porti allo smembramento della nazione cinese. Che potenza sarà la Cina, dunque?

Possiamo essere ottimisti e pensare a una potenza non westfaliana, alla europea, ma che riprenda invece il concetto di Tianxia alla cinese: un sistema in cui l’imperatore della Cina è “nominalmente” il centro del mondo, ma di fatto è il garante dell’armonia di cielo e terra, cioè della pace tra le nazioni e forse anche di un’armonia sociale in cui non c’è eguaglianza (il confucianesimo la esclude) ma tutti stanno fondamentalmente bene.

Oppure possiamo essere pessimisti e vedere in quella “potenza” sbandierata l’appiattimento sulla definizione occidentale, con la Cina che vuole semplicemente essere grande potenza in una logica da Stato-nazione che compete con gli altri. Sarà solo il tempo a chiarire.

Quanto ai futuri leader che entreranno nella stanza dei bottoni per il secondo mandato di Xi, circolano i nomi di due suoi fedelissimi: Li Zhanshu – che potrebbe diventare presidente dell’assemblea nazionale del popolo, cioè il numero uno dei legislatori, ed entrare nel comitato permanente del Politburo, i sette che di fatto governano la Cina. E poi Zhao Leji, che potrebbe diventare capo dell’anticorruzione, nonché, pure lui, membro del comitato permanente.

In pratica – si dice – Xi vorrebbe controllare meglio i membri del Partito e istituzionalizzare la campagna anti-corruzione, farla diventare “il nuovo normale”. Si tratta cioè di rafforzare il potere del Partito attraverso la legge e questi due ruoli chiave dovrebbero agire di concorso per permetterlo, velocizzando l’iter legislativo calato dall’alto. Quando si parla di “legge”, non si intende qui rule of law, bensì rule by law: non stato di diritto in cui la legge sta al di sopra di tutto, ma legge come strumento di governo per il Partito. Che, come ha riaffermato Xi Jinping, è e resterà la guida del Paese.

 

 

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Cina: l’Era di Xi Jinping

Dopo il rapporto di tre ore e mezza per 66 pagine presentato ieri da Xi Jinping in apertura di congresso del Partito comunista, fioccano i commenti e cominciano le indiscrezioni su quali saranno gli uomini del presidente per il suo secondo mandato, che si concluderà nel 2022.

Sarà il “Socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era” l’apporto teorico di Xi che entrerà a far parte della costituzione del Partito, il punto è capire se entrerà con annesso il nome del presidente, il che lo porrebbe allo stesso livello di Mao Zedong e Deng Xiaoping. E’ circolata voce che sarà così, ma in realtà questo punto non è ancora chiaro, lo sapremo probabilmente a fine congresso, tra una settimana circa.

Quanto al discorso di Xi, c’è un termine, qiangguo, cioè potenza intesa come nazione potente, che sembra fagocitare tutti gli altri. È l’obiettivo per il 2050, la Cina dovrà diventare una “moderna potenza socialista”. Tutte le altre parole chiave – socialista, moderna, democratica, prosperosa, armoniosa, bella – sono attributi di quella potenza ed è lì quindi che bisogna guardare, nel discorso fondamentalmente nazionalista di Xi Jinping, in cui gli applausi più sentiti sono arrivati quando lui ha detto che mai e poi mai sarà tollerato qualsiasi separatismo che porti allo smembramento della nazione cinese. Che potenza sarà la Cina, dunque?

Possiamo essere ottimisti e pensare a una potenza non westfaliana, alla europea, ma che riprenda invece il concetto di Tianxia alla cinese: un sistema in cui l’imperatore della Cina è “nominalmente” il centro del mondo, ma di fatto è il garante dell’armonia di cielo e terra, cioè della pace tra le nazioni e forse anche di un’armonia sociale in cui non c’è eguaglianza (il confucianesimo la esclude) ma tutti stanno fondamentalmente bene.

Oppure possiamo essere pessimisti e vedere in quella “potenza” sbandierata l’appiattimento sulla definizione occidentale, con la Cina che vuole semplicemente essere grande potenza in una logica da Stato-nazione che compete con gli altri.

Sarà solo il tempo a chiarire.

Quanto ai futuri leader che entreranno nella stanza dei bottoni per il secondo mandato di Xi, oggi circolavano i nomi di due suoi fedelissimi:

Li Zhanshu – che potrebbe diventare presidente dell’assemblea nazionale del popolo, cioè il numero uno dei legislatori, ed entrare nel comitato permanente del Politburo, i sette che di fatto governano la Cina. E poi Zhao Leji, che potrebbe diventare capo dell’anticorruzione, nonché, pure lui, membro del comitato permanente.

In pratica – si dice – Xi vorrebbe controllare meglio i membri del Partito e istituzionalizzare la campagna anti-corruzione, farla diventare “il nuovo normale”. Si tratta cioè di rafforzare il potere del Partito attraverso la legge e questi due ruoli chiave dovrebbero agire di concorso per permetterlo, velocizzando l’iter legislativo calato dall’alto. Quando si parla di “legge”, non si intende qui rule of law, bensì rule by law: non stato di diritto in cui la legge sta al di sopra di tutto, ma legge come strumento di governo per il Partito. Che, come ha riaffermato Xi Jinping, è e resterà la guida del Paese.

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    Gabriele Battaglia
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Prima gli aiuti umanitari, poi le questioni geopolitiche

Era dal dicembre 2015 che la Corea del Sud non autorizzava aiuti umanitari per la Corea del Nord. Oggi, a seguito di pressioni del World Food Programme e dell’Unicef cominciate lo scorso maggio, l’amministrazione del presidente Moon ha varato un piano di aiuti da 8 milioni di dollari destinati soprattutto ad alimenti per minori e donne in gravidanza, a medicinali e vaccini.

Il piano, che era annunciato da giorni e che comincerà in data da destinarsi, ha suscitato le critiche di Stati Uniti e Giappone e lascerebbe intendere una frattura nel fronte dei duri e puri contro Pyongyang, ma Seoul deve fare prima di tutto i conti con la propria condizione di separata in casa con il regime dei Kim e con gli ex connazionali che stanno a nord del 38esimo parallelo. Secondo il ministro dell’Unificazione sudcoreano, gli aiuti umanitari non contraddicono le sanzioni decise contro Pyongyang perché non sono assolutamente utilizzabili dall’apparato militare nordcoreano e sono destinati alla componente più svantaggiata della popolazione, afflitta proprio dalle sanzioni. Versione condivisa dall’Unicef che stima in un numero di circa 200mila i bambini del Nord afflitti da malnutrizione, mentre sarebbero 18 milioni i nordcoreani che hanno qualche problema alimentare su una popolazione di 25 milioni.

Il Giappone ha chiesto alla Corea del Sud di riconsiderare la tempistica degli aiuti, ma Tokyo non gode di molte simpatie e ascolto in Corea del Sud per ragioni storiche.

Intanto, un sondaggio riporterebbe che la popolarità di Moon è in calo proprio per la linea morbida assunta verso Pyongyang, nonostante sia sempre molto alta: 65 per cento. Insomma, il presidente sudcoreano sta giocando coraggiosamente le proprie carte.

Moon è un progressista da sempre fautore dell’approccio morbido verso Pyongyang. Fino agli ultimi test missilistico-nucleari della Corea del Nord aveva anche messo in dubbio il dispiegamento del sistema missilistico statunitense Thaad sul proprio territorio. Poi, dopo la recente escalation, ha sdganato il progetto e ha compiuto alcuni atti simbolici, come simulazioni di bombardamenti al confine con la Corea del Nord nell’ambito delle esercitazioni congiunte con Washington.

Però sostiene che gli aspetti umanitari vengano prima delle questioni geopolitiche.

Un’altra mano tesa al regime dei Kim è venuta quando il presidente sudcoreano ha offerto ai dirimpettai di allestire una squadra nazionale congiunta per le prossime olimpiadi invernali, che si terranno proprio in Corea del Sud il prossimo febbraio. Finora le risposte di Pyongyang sono state fredde se non sprezzanti, ma si sa che la Corea del Nord cerca soprattutto un canale diretto con gli Stati Uniti, più che un appeasement con Seul.

Nel gioco a tre, stanno alla finestra Cina e Russia, che vorrebbero portare Moon nel proprio schieramento. Per loro, di fronte al fallimento delle sanzioni, la soluzione alla questione nordcoreana verrebbe dal cosiddetto “doppio congelamento”: basta ai test missilistico-nucleari di Pyongyang in cambio dello stop alle esercitazioni congiunte tra Stati Uniti e Corea del Sud, poi trattative. Pechino crede che l’unica via d’uscita alla crisi nordcoreana sia costituita da colloqui diretti tra Stati Uniti e Corea del Nord nell’ambito di negoziazioni più ampie, a cui partecipano anche gli altri Paesi dell’area. Quindi, dopo l’ultimo lancio di missile compiuto da Pyongyang la Cina si è opposta a nuove sanzioni, mentre il segretario di Stato Rex Tillerson aveva chiesto il taglio netto delle esportazioni di petrolio.

Non si sa tuttavia al momento quanto i diretti interessati siano disponibili alla soluzione proposta da Cina e Russia: Washington, almeno a parole, non intende sedersi al tavolo con Pyongyang finché il programma missilistico e nucleare di Kim Jong-un continuerà. I nordcoreani hanno già dimostrato di ritenersi a tutti gli effetti potenza nucleare e non considerano questo status merce di scambio.

Si chiude qui il cerchio di un percorso iniziato nel 2002, quando George Bush, nel discorso sullo stato dell’Unione, inserì la Corea del Nord nel cosiddetto “asse del male” insieme a Iran e Iraq. L’anno dopo, ci fu l’invasione dell’Iraq e quindi l’uccisione di Saddam Hussein. Da quel momento in poi, Pyongyang non ebbe più alcun dubbio nel perseguire il proprio programma nucleare, che era cominciato già negli anni Novanta. Molti gli errori anche delle amministrazioni Clinton e Obama, sempre titubanti tra bastone e carota.

In questi giorni c’è da tenere d’occhio l’attivismo russo. Nell’Eastern Economic Forum di Vladivostok del 6-7 settembre, Putin ha lanciato un progetto di cooperazione a tre con le due Coree e i sudcoreani non sono apparsi contrari. Altro che sanzioni, la strategia di Mosca è di maggiore coinvolgimento economico di Pyongyang, che però vuole soprattutto risolvere il contenzioso aperto con gli Stati Uniti fin dalla guerra degli anni Cinquanta.

Per Moon e la Corea del Sud, tante opzioni sul tavolo, ma nessuna ottimale. Intanto, ecco il gesto umanitario verso l’anello debole della società nordcoreana.

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    Gabriele Battaglia
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Perché Aung non riconosce i rohingya

Quattrocentomila rifugiati nei campi profughi che si trovano in Bangladesh, sempre che riescano a superare le mine antiuomo piazzate sul lato birmano del confine; almeno 210 villaggi rasi al suolo dalle forze di sicurezza, secondo Human Rights Watch; un numero imprecisato di vittime. Sono questi finora i dati della repressione contro i rohingya, la minoranza etnica musulmana di Myanmar che però il governo del Paese non riconosce e considera stranieri nonostante vivano nello stato Rakhine birmano da almeno due secoli (anche se le prime tracce risalgono all’ottavo secolo).

Tutto è cominciato il 25 agosto con un attacco dell’Arakan Rohingya Salvation Army – un gruppo terrorista per le autorità ma che si definisce di autodifesa – in cui sono morti 12 militari. Da allora, l’escalation e ciò che le Nazioni Unite definiscono senza mezzi termini “pulizia etnica”.

Solo il 19 settembre Aung San Suu Kyi ha parlato per la prima volta dell’emergenza in pubblico, con un intervento giudicato da più parti tardivo e insufficiente, se non colluso con i militari. La premio Nobel per la pace è apparsa elusiva quando ha detto che il suo governo deve ancora capire cosa stia succedendo e che esistono sia accuse sia contro-accuse, condannando poi genericamente “tutte le violenze”. In circa due ore non ha mai nominato i rohingya – definendoli invece “musulmani dello stato Rakhine” – tranne quando si è riferita, in negativo, all’Arakan Rohingya Salvation Army.

Si è detta poi “dispiaciuta” per i musulmani che hanno lasciato il Paese aggiungendo subito che la maggior parte dei villaggi non è stata distrutta, il che lascerebbe intendere che la situazione non sia poi così grave. Ha anche detto che i rifugiati in Bangladesh possono tornare in Myanmar se superano i controlli delle autorità birmane, il che significa che non sarà mai possibile.

Ha infine sottolineato che i militari in azione nell’area sono stati istruiti a esercitare moderazione. Insomma, la “Lady”, ha negato che nello stato Rakhine ci sia in corso la pulizia etnica denunciata invece dalle Nazioni Unite e dalle associazioni umanitarie.

I simpatizzanti della premio Nobel, anche a livello internazionale, sostengono che Aung San Suu Kyi non abbia colpe, perché di fatto non controlla i militari. È vero, la costituzione birmana riserva all’esercito posti chiave in parlamento e lo sottrae di fatto al controllo della politica.

Ma questo non giustificherebbe comunque la presa di posizione della leader de facto di Myanmar che sposa completamente la versione dei militari stessi.

Già prima di prendere il potere con le elezioni del 2015, quando era considerata la paladina dei diritti umani, Aung San Suu Kyi eludeva la questione rohingya, già allora minoranza perseguitata. Concedendole beneficio d’inventario, molti osservatori ritenevano ai tempi che la “Lady” non volesse inimicarsi la maggioranza buddista in vista del fondamentale appuntamento elettorale. Poi, le cose sarebbero cambiate. Membri autorevoli del suo partito, la Lega Nazionale per la Democrazia (Nld), erano però già molto espliciti, negando l’esistenza della minoranza musulmana in quanto parte della società birmana.

U Win Tin, membro fondatore e carismatico della Nld, secondo solo ad Aung San Suu Kyi, aveva per esempio dichiarato in un intervista del 2012 con il giornalista spagnolo Carlos Sardiña Galache che il conflitto nello stato Rakhine era stato “creato da stranieri, bengalesi”, aggiungendo che i birmani “non possono considerarli cittadini, perché non lo sono per nulla, qui tutti lo sanno”. Aveva poi affermato che i rohingya “vogliono rivendicare la terra, vogliono affermarsi come razza, pretendono di essere nativi e questo non è giusto”.

Era una posizione che echeggiava la legge sulle nazionalità birmane, varata dai militari nel 1982, che esclude i rohingya dalle “otto razze nazionali”, rendendoli di fatto apolidi. Nel 2013, la Nazioni Unite li hanno definiti una delle minoranze più perseguitate al mondo.

È più probabile quindi che la posizione di Aung San Suu Kyi sia dettata da un misto di convinzione e opportunismo politico: non inimicarsi la maggioranza buddhista di Myanmar. Il tutto, sulla pelle di oltre un milione di rohingya.

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    Gabriele Battaglia
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L’azzardo di Kim: testata bomba all’idrogeno

La Corea del Nord ha annunciato di avere testato oggi alle 12 locali con successo una bomba termonucleare che può essere installata su un missile. È il sesto test nucleare nordcoreano e l’esplosione sotterranea registrata stamane sarebbe stata quattro-cinque volte più potente di quella dell’ultimo esperimento di circa un anno fa e dieci-undici volte più di quello precedente. Si tratterebbe infatti per la prima volta di una bomba all’idrogeno con una potenza compresa tra i 100 kiloton e un megaton, mentre finora erano state testate semplici — per così dire — bombe atomiche. L’esperimento sotterraneo è avvenuto nel nord-est del Paese, dove si è registrata una scossa di terremoto di 6,3 gradi.

Con la solita cura dell’allestimento coreografico, Pyongyang ha prima annunciato di avere prodotto una bomba H in grado di essere montata su un missile balistico intercontinentale, diffondendo anche alcune foto in cui si vede Kim Jong-un che ispeziona un oggetto che potrebbe essere un ordigno; poi ha effettuato il test nucleare; quindi ha annunciato, tramite la televisione di Stato, che l’esperimento è stato un pieno successo.

Il test è chiaramente un messaggio di sfida rivolto a Donald Trump che nelle ore precedenti aveva telefonato al premier giapponese Abe per rinnovare le proprie preoccupazioni e che nelle scorse settimane aveva minacciato Pyongyang promettendo “fuoco e furia” in caso di pericolo per gli Stati Uniti. Quella che finora Trump non ha mai considerato è l’opzione diplomatica, che chiedono i sostenitori della linea cosiddetta “sunshine”, tra cui il presidente sudcoreano Moon; il quale spinge però oggi per sanzioni ancora più punitive verso Pyongyang, non si sa se per un gioco delle parti o perché realmente convinto.

Nel test di oggi c’è anche una provocazione beffarda per il presidente cinese Xi Jinping, che proprio oggi ospita a Xiamen il summit dei Brics — le economie emergenti — dove è presente anche la Russia.

Non si fanno i conti senza l’oste — sembra dire Kim Jong-un — che ruba ancora una volta la scena alla Cina e ai suoi intenti auto-celebrativi. Sia Pechino sia Mosca hanno condannato con forza il test nucleare, ma in questo momento l’unica linea paradossalmente coerente sembra proprio quella di Pyongyang.

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    Gabriele Battaglia
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Migliaia di rohingya in fuga dalla repressione

Sarebbero circa 9mila i rohingya dello stato Rakhine di Myanmar che da sabato scorso hanno attraversato il confine con il Bangladesh per fuggire la repressione messa in atto dalle forze di sicurezza birmane a seguito di scontri con locali gruppi separatisti. Nell’ultima ondata di violenze che affliggono la minoranza musulmana discriminata in patria, si conterebbero già un centinaio di vittime.

Di fronte all’emergenza umanitaria e politica, stride il comportamento di Aung San Suu Kyi, ministro degli Esteri e leader di fatto di Myanmar, che mai ha riconosciuto i rohingya come legittimi cittadini del Paese, echeggiando in questo senso le posizioni oltranziste dei nazionalisti buddisti. L’ultima uscita della premio Nobel per la pace è stato un attacco su Facebook alle organizzazioni umanitarie internazionali, che accusa di avere fornito generi di prima necessità a gruppi islamisti: fondamentalmente, alimenti distribuiti alla popolazione locale. Il post è stato in seguito rimosso dal social media.

Da Ginevra, l’Alto Commissario per i Diritti Umani, Zeid Ra’ad al-Hussein ha definito le parole di Suu Kyi “irresponsabili”, perché mettono in pericolo non solo la popolazione dello stato Rakhine ma, a questo punto, anche gli operatori umanitari. Hussein ha chiesto anche al governo di Naypyidaw, che formalmente è democratico ed è guidato dalla Lega Nazionale per la Democrazia di Suu Kyi, di tenere a freno le violenze dei militari. Immagini satellitari hanno rivelato che ampie zone dello Stato Rakhine – a cui è interdetto l’accesso da parte delle forze di sicurezza – sono in fiamme. Si teme che sia in corso l’incendio dei villaggi rohingya.

Hussein ha denunciato che “decenni di violazioni persistenti e sistematiche dei diritti umani, tra cui reazioni molto violente della sicurezza agli attacchi dell’ottobre 2016, hanno quasi certamente contribuito ad alimentare l’estremismo violento”.

È percezione diffusa che il governo civile non sia in grado di controllare il Tatmadaw, l’esercito birmano, sia perché la costituzione riserva ai militari una quota di scranni in parlamento ed è impossibile varare leggi che li colpiscano, sia per la potenza capillare che le forze armate hanno accumulato nei decenni della dittatura. Ma il problema è che la stessa “lady”, già amata acriticamente dall’Occidente, sembra del tutto vicina alla aggressiva paranoia di quei buddisti che strumentalizzano un presunto pericolo islamico per compiere una vera e propria pulizia etnica. E non solo da ora.

Sulla rivista Mekong Review, l’esperto di cose birmane Andrew Selth fa una critica impietosa della parabola di Aung San Suu Kyi e del culto della personalità che da sempre la circonda. Tra le altre cose si legge: “L’atteggiamento di Aung San Suu Kyi nei confronti dei rohingya e dei musulmani in generale era già in dubbio. Dopo i disordini nello stato Rakhine del 2012 e altri attacchi contro i musulmani del 2013, rimase in silenzio. All’epoca, un commentatore l’aveva accusata di aver preso le parti di ‘razzisti anti-musulmani ben organizzati’. Nel 2015, ha proibito ai membri musulmani della Lega Nazionale per la Democrazia di candidarsi nelle elezioni generali. Nel 2016, aveva rivolto un commento anti-musulmano a una presentatrice della Bbc, che l’aveva sollecitata a condannare la violenza settaria in Myanmar. Lo stesso anno, ha chiesto a tutti i funzionari e ai diplomatici stranieri presenti in Myanmar di non utilizzare il termine ‘rohingya’ (in cui si identificano molti musulmani dello stato Rakhine). Preferiva il termine ‘persone che credono all’Islam nello Stato Rakhine’.”

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    Gabriele Battaglia
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Coree, lanci di missili e messaggi reciproci

“Una minaccia senza precedenti”. Così il premier giapponese Shinzo Abe ha definito il lancio del missile nordcoreano che ha sorvolato l’isola settentrionale di Hokkaido, ieri. Si tratterebbe di un Hwasong 12 a medio raggio che è partito da una piattaforma mobile nei pressi della capitale, Pyongyang, fatto inusuale dato che di solito le rampe di lancio si trovano in località remote e costiere.
Il vettore ha compiuto un tragitto di 2.700 chilometri a un’altezza massima di 550 e si è inabissato a 1.280 chilometri dalle coste giapponesi. Tecnicamente, non avrebbe quindi sorvolato lo spazio aereo giapponese – oltre i 130 chilometri d’altezza si rientra nello “spazio esterno” – e non sarebbe caduto entro le 12 miglia nautiche delle acque territoriali nipponiche. Al momento non si sa quindi che conseguenze possa avere sul piano del diritto internazionale. Ma ci sono pochi dubbi che, sul piano politico, il nuovo lancio sia l’ennesima provocazione di Pyongyang.
In realtà l’evento non è “senza precedenti”, come dice Abe: nel 2009 era avvenuto un lancio analogo – si disse per saggiare le reazioni della neo-insediata amministrazione Obama – e precedentemente un altro missile nordcoreano aveva sorvolato il Giappone nel 1998. In entrambi i casi Pyongyang aveva dichiarato di avere messo in orbita un satellite.
Il lancio avviene in contemporanea con le esercitazioni congiunte che stanno svolgendo le forze armate sudcoreane e statunitensi e una settimana dopo quelle effettuate da Usa e Giappone, Paese a cui sembra diretto il “messaggio” di Pyongyang. Oggi è prevista una riunione urgente del Consiglio di Sicurezza dell’Onu.
Nel tardo pomeriggio coreano, otto bombe ad alto potenziale sono poi state sganciate lungo il confine da sei F-15 sudcoreani, in un’operazione che sembra un messaggio rivolto a Kim Jong-un e che, secondo fonti locali, è stata direttamente ordinata dal presidente Moon. Sia chiaro: le bombe sono esplose in territorio sudcoreano e vanno inserite nel contesto delle esercitazioni militari congiunte tra Seoul e gli Stati Uniti, ma si ritiene che si tratti di un messaggio in risposta al missile di Pyongyang nonché uno show di forza, giusto per ricordare ai dirimpettai chi dispone di più risorse militari avanzate in caso di conflitto esplicito.
Si tratta di bombe che possono penetrare fino a 11 metri sotto terra e bucare fino a 3 metri di cemento, e che probabilmente vogliono ricordare a Kim che in caso di guerra lui non avrebbe molte speranze di cavarsela. Le forze armate sudcoreane hanno anche diffuso il video di un proprio test missilistico, cosa inusuale. Si pensa che si tratti di vettori a media gittata studiati appositamente per abbattere eventuali missili nordcoreani lanciati contro Seoul.
È arrivata poi una dichiarazione di Donald Trump. Il presidente Usa ha detto che tutte le opzioni sono ora sul tavolo, parole che per ora non spostano nulla di mezzo centimetro, perché tempo fa le aveva già pronunciate. Difficile – dicono gli esperti – che si possa pensare a un attacco preventivo contro le istallazioni missilistiche nordcoreane, tanto più che, come si è già detto precedentemente, l’ultimo lancio pare sia stato effettuato da una piattaforma mobile all’interno dello stesso aeroporto di Pyongyang.
Sicuramente, l’ennesimo test nordcoreano dà invece occasione a Shinzo Abe, il premier giapponese, di spingere sul riarmo del Giappone, per il superamento ulteriore della costituzione pacifista post-bellica. Insomma, se Pyongyang con il proprio lancio ha voluto testare le reazioni altrui, sicuramente ora ha abbondanza di dati.
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    Gabriele Battaglia
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Le imprese cinesi, tra robot e aiuti dal Partito

Il delta del Fiume delle Perle è il cuore industriale della Cina, il luogo da cui arrivano quasi tutte le merci che riempiono anche i nostri mercati. Secondo una ricerca dell’Università di Wuhan, qui si sta compiendo l’ennesima rivoluzione industriale cinese. Non più operai migranti, ma robot.
La ricerca svolta tra 1.200 imprenditori tra le province dello Hubei e del Guangdong rivela infatti che la forza lavoro è ormai sempre più difficile da reperire. Sono finiti i tempi della prima generazione migrante, espulsa dalle campagne ed enorme esercito industriale di riserva, che consentiva di produrre a basso costo tenendo bassi i salari. Ora, complice il calo demografico, cresce sempre più la percentuale di lavoratori che cambiano lavoro nello spazio di due anni: sono ormai il 26 per cento. Si tratta di ragazzi che magari lavorano in una località del delta e poi, grazie anche alla continua connessione in rete, ricevono la dritta giusta e si spostano repentinamente altrove, dove guadagnano meglio. Estremamente flessibili, ma a modo loro. Infedeli al datore di lavoro.
Per trattenerli, gli imprenditori sono quindi costretti a pagare salari più alti, il che fa schizzare in alto i costi di produzione e perdere il vantaggio competitivo delle manifatture cinesi. Proprio in una fase in cui la domanda dall’estero si è ridotta a causa della crisi globale.
Per stare a galla, gli imprenditori investono quindi da un lato nell’automazione – circa il 40 per cento ha ormai fabbriche robotizzate – e dall’altro cercano l’appoggio del Partito comunista per accedere a sussidi o esenzioni fiscali. E già, perché il 39 per cento degli imprenditori intervistati nella ricerca è membro del Partito comunista cinese e il 23 per cento ha fatto parte dei parlamentini locali e dei comitati politici consultivi. A dimostrazione del fatto che il Partito è un comitato d’affari. Più di metà degli intervistati dichiara di avere ricevuto sussidi. In calo invece gli investimenti in ricerca e sviluppo, la chiave per rendere di nuovo le proprie merci competitive sul lungo periodo.
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    Gabriele Battaglia
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Prestiti agli studenti: credito o usura?

Quando nel 2009 il governo di Pechino vietò la messa su mercato di carte di credito destinate agli studenti, lo fece perché in un mercato finanziario ancora non evoluto i problemi di sicurezza e di tutela dei consumatori erano enormi. Gli studenti si buttavano a capofitto nell’acquisto a debito di telefonini, articoli di moda e gadget tecnologici senza comprenderne le reali conseguenze e trovandosi poi con debiti insostenibili.
Tuttavia, il divieto, come spesso accade in Cina, creò quasi immediatamente un’altro tipo di offerta, questa volta basata su internet: le piattaforme per prestiti peer-to-peer, o P2P, cioè siti o applicazioni dove chi ha bisogno di soldi può liberamente incontrare che ne ha e contrarre un prestito. Qualcuno lo chiama vantaggio dell’arretratezza: non essendoci un sistema finanziario maturo, la Cina ha da subito adottato in massa sistemi innovativi di credito, basati generalmente sulla rete. Ma non necessariamente sicuri e soprattutto sempre meno controllabili. Proliferano e spesso applicano interessi altissimi che rovinano letteralmente gli studenti, ancora poco consapevoli di cosa significhi  comprare a debito. Non solo: in un caso che ha fatto notizia, i creditori chiedevano come collaterale a giovani studentesse che volevano accedere a un prestito foto discinte da distribuire online nell’eventualità di un inadempimento.
Oggi, quindi, il governo cinese interviene di nuovo e vieta il credito a studenti attraverso le piattaforme P2P. A febbraio c’erano circa 74 i siti coinvolti in questa attività. La direttiva richiede ora che tutti i finanziatori P2P sospendano le operazioni mirate ad attrarre studenti universitari, chi deve ancora esigere dei crediti deve presentare un piano per arrivare comunque alla chiusura dell’attività. I trasgressori non solo saranno costretti a smantellare completamente i propri servizi, ma rischiano anche di essere perseguiti per frode, uso di intimidazioni fisiche e diffusione di materiali osceni. Secondo fonti ufficiali, alcune donne indebitate sono state costrette a prostituirsi dagli strozzini. L’anno scorso, una studentessa universitaria del primo anno nella città di Hefei ha preso in prestito 2.000 yuan – cioè circa 260 euro – per poi trovarsi con un debito da 500mila yuan (65mila euro) con ben 59 creditori. Il tasso di interesse era del 30 per cento con scadenza settimanale.
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    Gabriele Battaglia
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Un mare di plastica dall’Asia

Ogni anno vengono prodotte milioni di tonnellate di materie plastiche e una certa percentuale poi finisce in mare. Di questi rifiuti plastici che inquinano gli oceani, circa il 60 per cento arriva da soli cinque Paesi, tutti asiatici: Cina, Filippine, Thailandia, Indonesia e Vietnam.

Un recente studio della fondazione olandese Ocean Cleanup va ancora più nello specifico e si occupa dei rifiuti plastici che finiscono in mare passando dai fiumi. Ebbene, in questo caso, la percentuale cresce ancora: circa l’86 per cento della plastica trasportata dai fiumi proviene da un solo continente, l’Asia.

La ricerca pubblicata su Nature stima che ogni anno tra 1,15 e 2,41 milioni di tonnellate di rifiuti plastici passano dai fiumi, circa un quinto del totale che poi finisce nei mari. La maggior parte di questa plastica arriva da Cina, Indonesia e Myanmar. A questo si aggiunge il problema dei rifiuti plastici che finiscono nelle discariche e poi finiscono comunque negli oceani sotto forma di percolato (il liquido di scolo che si forma tra i rifiuti).

Sette fiumi che attraversano le principali città cinesi contribuiscono a circa due terzi della plastica che finisce in mare. Lo Yangtze è il fiume che trasporta più plastica al mondo, seguito dal Gange e dal fiume Xi, che poi diventa fiume delle Perle, quello che attraversa il Guangdong, cuore dell’industria nonché provincia più popolosa della Cina con oltre cento milioni di abitanti, se si considerano anche i migranti.

Anche se l’Asia genera relativamente pochi rifiuti per persona, soprattutto rispetto all’Occidente, il totale dei rifiuti plastici generato dalle sue industrie è in aumento esponenziale.

La Cina produce più prodotti plastici di Stati Uniti, Canada e Messico messi insieme, quasi il 30 per cento a livello globale. Nel 2008 ha cominciato a far pagare l’utilizzo di plastica  – per esempio i sacchetti della spesa – per combattere l’inquinamento, ma c’è un problema strutturale: il fatto che resta la “fabbrica del mondo” su cui però si è innestato il consumo del nuovo ceto medio e l’e-commerce. Così, per esempio, l’industria della consegna a domicilio sta vivendo un autentico boom e utilizza quasi sempre contenitori di plastica non riciclabile. Nel 2016, le società di delivery cinesi hanno utilizzato 12 miliardi di sacchetti di plastica.

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    Gabriele Battaglia
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