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Myanmar, raid contro i civili di etnia Kachin

Panorama del Myanmar

Dopo i Rohingya, i Kachin, dalla parte opposta di Myanmar. È in corso un’escalation di combattimenti negli stati Shan e Kachin dell’ex Birmania, al confine con la Cina, dove da anni si fronteggiano l’esercito regolare birmano e il Kachin Independence Army (Kia), l’esercito indipendentista della popolazione Kachin, una minoranza etnica cristiana, soprattutto protestante, che però ha anche una componente cattolica al suo interno.

Il conflitto tra il Kia – che si è dato anche forma politica nel Kachin Independence Organisation (Kio) – e lo stato centrale birmano dura praticamente dalla fine dell’occupazione britannica nel 1947 e la minoranza etnica non partecipa ai colloqui di pace che vedono coinvolte altre minoranze.

I Kachin chiedono una forte autonomia in un assetto federale, mentre il governo, prima quello militare poi quello cosiddetto democratico, vuole che il Kia prima ceda le armi e poi se mai si discute. Nell’ottica del potere centrale, i combattenti Kachin dovrebbero poi diventare una specie di guardia di frontiera controllata dall’esercito regolare, il tatmadaw.

Dopo un armistizio durato 17 anni, il conflitto era ripreso nel 2011, da allora è in corso una guerra di posizione a bassa intensità che però ha provocato già circa 300mila profughi disseminati in diversi campi sia nella zona controllata dalle autorità sia in quella controllata dai Kachin. Il Kia conserva una striscia di terra appiattita lungo il confine cinese e due città principali, Laiza e Myitkyina. I suoi avamposti nella foresta ogni tanto vengono attaccati dall’esercito regolare, poi in genere vengono rioccupati quando l’esercito se ne va.

A farne le spese sono soprattutto i civili, in genere contadini, che subiscono violenze e torture, i cui villaggi vengono bruciati e rasi al suolo, da qui l’ondata di profughi che si concentrano in campi che ormai sono quasi delle cittadine semi permanenti. Difficile comprendere a cosa è dovuta l’attuale escalation, si parla di bombardamenti e uso di artiglieria pesante da parte dell’esercito.

A questo indirizzo potete scaricare gratuitamente l’ebook Fucili contro Burma. Giungla, oppio e religione: la guerra dei Kachin di Gabriele Battaglia e Nicola Longobardi.

Panorama del Myanmar

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    Gabriele Battaglia
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Kim-Moon, appuntamento con la Storia

L'incontro tra Moon Jae-in e Kim Jong-un

L’obiettivo più ambizioso sembra essere la pace definitiva dopo 65 anni, una pace possibilmente da raggiungere entro fine anno. Obiettivo subordinato al buon successo degli incontri bilaterali e multilaterali – con Stati Uniti e Cina – che continueranno nei prossimi mesi. È questa forse la parte più significativa della dichiarazione finale del summit tra il presidente sudcoreano Moon Jae-in e il leader nordcoreano Kim Jong-un.

La fase nuova era già cominciata a gennaio, con il repentino cambio di tono di Kim Jong Un che è passato dai test missilistici e nucleari alla mano tesa verso Seul. Una svolta concretizzatasi poi con la partecipazione nordcoreana alle olimpiadi invernali organizzate dai dirimpettai. Moon Jae-in ha colto l’occasione al volo. Del resto, sulla pace, lui, figlio di immigrati dalla Corea del Nord, ha puntato sempre. Ora bisognerà vedere se Donald Trump sarà disposto ai compromessi.

La pace non si fa infatti senza Stati Uniti e Cina e si collega quindi all’altro grande tema: la denuclearizzazione della penisola, su cui a parole si impegnano sia Seul sia, soprattutto, Pyongyang. Cosa poi si intenda per denuclearizzazione lo si capirà proprio nei prossimi mesi: La Corea del Nord rinuncia unilateralmente al suo arsenale oppure questa rinuncia è vincolata allo smantellamento delle basi statunitensi in Corea del Sud? Bisogna comunque aspettarsi qualche concessione anche da Washington, come una riduzione dei propri effettivi – quasi 30mila uomini – a sud del 38esimo parallelo? Difficile, dato che la Corea del Nord è per gli Usa il migliore pretesto per giustificare la propria presenza militare in Asia Orientale ed attuare la propria strategia di containement della Cina.

Il nodo più difficile da sciogliere comunque permane: gli Stati Uniti pretendono la denuclearizzazione di Pyongyang prima di ogni trattativa, i nordcoreani invece vogliono garanzie prima di rinunciare al nucleare. E auspicano anche la fine delle sanzioni e, magari, aiuti economici.

La mediazione difficile,quasi impossibile, sarà soprattutto compito di Moon.

Per il resto, la giornata di ieri lascia molti atti simbolici dal forte impatto.

Alle 9:30 ora locale, Kim Jong un è diventato il primo leader nordcoreano in 65 anni ad attraversare il 38esimo parallelo in direzione sud. Ad accoglierlo giusto al di là della linea di demarcazione c’era proprio Moon Jae-in, l’uomo che più si adoperato per un riavvicinamento tra le due Coree e per la riduzione delle tensioni nella penisola. L’incontro si è svolto secondo un rituale studiato nei minimi particolari, in cui spiccano alcuni dettagli. Il picchetto d’onore che ha accolto Kim non era militare, bensì in abiti tradizionali coreani, a richiamare la storia comune.

Poi ci sono stati un paio di apparenti fuori programma che molto probabilmente erano invece programmati: dopo la prima stretta di mano al di sotto del 38esimo parallelo, in territorio sudcoreano, Kim ha invitato Moon a fare un passo indietro per tornare con lui in territorio nordcoreano. Hanno attraversato sorridenti la linea di demarcazione tenendosi per mano e poi si sono fatti di nuovo fotografare. In seguito, dopo aver passato in rassegna le due delegazioni e prima di entrare nella casa della pace, è stato invece Moon a chiedere una bella foto di gruppo ordinando un rompete le righe e mescolando funzionari sudcoreani e nordcoreani. Poi l’ingresso nell’edificio, dove Kim ha firmato il libro degli ospiti.

Ma il riavvicinamento delle due Coree è fatto anche di tanti gesti concreti, anche se gli scettici dicono di averne già visti in passato: si favoriranno gli incontri tra le famiglie separate dal 1953, è stata già aperto un canale telefonico diretto tra Kim e Moon e i due interlocutori rinunciano ufficialmente a ogni atto ostile, tra cui bisogna considerare anche gli esperimenti missilistico-nucleari nordcoreani.

Anzi Kim Jong-un si è perfino scusato con Moon perché con i suoi test l’ha spesso costretto a levatacce di mattina presto per convocare d’urgenza il proprio consiglio di sicurezza: “Mi hanno detto che a causa nostra ha spesso dormito male. Le prometto che non succederà più”. “D’ora in poi dormirò sonni tranquilli”, ha risposto l’altro.

L'incontro tra Moon Jae-in e Kim Jong-un
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    Gabriele Battaglia
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USA-Corea Del Nord: dialogo grazie a Moon Jae-in

Kim Jong-Un in Corea Del Sud

Di recente c’è una narrazione della vicenda coreana che va per la maggiore. È quella secondo cui, se invece di minacciare di incenerire l’isola di Guam o le coste californiane, Kim Jong-un si è improvvisamente impegnato in un tour de force diplomatico, il merito è della strategia di “massima pressione” – tramite sanzioni economiche e minacce militari – messa in pratica dall’amministrazione Trump. Onore quindi all’inquilino della Casa Bianca, ma perché il gioco funzioni, a ogni sbirro cattivo che si rispetti deve corrisponderne uno buono.

Lo sbirro buono, nella fattispecie, è il presidente sudcoreano Moon Jae-in. Oggi, a poco più di una settimana dallo storico summit di Panmunjeon in cui incontrerà Kim Jong-un, Moon ha esplicitamente dichiarato che il nuovo orizzonte dei rapporti intercoreani è la pace definitiva dopo la guerra degli anni Cinquanta, conclusasi con un semplice armistizio nel 1953.

Questo sarebbe il vero game-changer. Moon ha sottolineato che la pace stessa si inserice in un progetto più ampio, di crescita economica comune per le due Coree. Ed è questa la promessa che più seduce Kim Jong-un. Il giovane leader nordcoreano, da quando è salito al potere nel 2011, ha più volte insistito sulla dottrina del Byungjin (doppio sviluppo: nucleare ed economico), e si ritiene che il primo sia funzionale, ma al tempo stesso un limite, al secondo.

Kim vorrebbe assicurare il proprio regime con la deterrenza nucleare, per poi dedicarsi alla crescita, di cui già si vedono segnali: la società nordcoreana non è più quella afflitta dalle carestie degli anni Novanta e un piccolissimo ceto medio va formandosi all’ombra della burocrazia di Stato e dei traffici più o meno leciti.

D’altra parte però, lo sforzo economico militare e le sanzioni della comunità internazionale minano questo tentativo alla radice. Moon Jae-in ha scommesso che Kim è in questo momento sensibile alla mano tesa economica. Ma come dargli la certezza che non farà la fine di un Saddam Hussein o di un Gheddafi, una volta che rinuncerà al nucleare?

Ecco allora che salta fuori la soluzione della “pace definitiva”, cioè la messa in sicurezza del regime di Pyongyang. Una soluzione che nessun presidente Usa, democratico o repubblicano che fosse ma imbevuto comunque di eccezionalismo, avrebbe mai accettato. Trump invece non ha di questi scrupoli, non ha l’ansia di esportare la democrazia e ha di fatto già riconosciuto la Corea del Nord nel momento in cui ha lasciato intendere l’ipotesi di incontrarsi con Kim Jong-un. Incontro che sarebbe previsto per il mese prossimo.

Kim Jong-Un in Corea Del Sud
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Scontro USA-Cina, è guerra commerciale

Dopo avere annunciato che avrebbe ribattuto colpo su colpo ai dazi sulle merci cinesi decisi da Trump, la Cina passa dalle minacce ai fatti. Tariffe in arrivo su 106 prodotti statunitensi, tra cui una del 25 per cento sui semi di soia, di cui si sta già parlando tantissimo perché la soia è al centro della catena alimentare: non solo nutre l’uomo, particolarmente l’uomo cinese, ma anche il bestiame.

Se la Cina pensa di poter fare a meno delle importazioni statunitensi, del valore di 14 miliardi di dollari, ritiene evidentemente che il gioco valga la candela. Le misure appena varate colpiscono infatti particolarmente l’agricoltura statunitense, cioè una bella fetta della base elettorale di Trump. Un messaggio molto chiaro.
Altri prodotti statunitensi colpiti dalle tariffe cinesi sono automobili e aerei, alcuni preparati chimici tra cui i lubrificanti, whisky, sigari e tabacco, alcuni tipi di carne, mais e grano.

In totale, si calcola che le contromisure punitive hanno un valore di 50 miliardi di dollari. Trump aveva messo dazi su 1600 prodotti cinesi per 60 miliardi di dollari. Occhio per occhio, dente per dente.

Intanto il ministero delle Finanze e quello degli Esteri di Pechino sono concordi nel ribadire la posizione cinese: non vogliamo una guerra commerciale ma siamo pronti ad affrontarla; gli Stati Uniti sbagliano a voler risolvere la questione con misure arbitrarie e unilaterali, solo il dialogo può farci trovare una soluzione. nel frattempo, gli effetti si sono già fatti sentire sui mercati internazionali, che sono in calo dappertutto, mentre lo yuan perde valore nei confronti del dollaro.

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    Gabriele Battaglia
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Mistero sulla visita di Kim Jong-Un a Pechino

Kim Jong-Un in Corea Del Sud

Il leader della Corea Del Nord Kim Jong-Un sarebbe giunto in gran segreto in Cina. Al momento ci sono un treno blindato che è arrivato ieri alla stazione di Pechino, misure di sicurezza accentuate sia in città che lungo tutta la linea ferroviaria che collega la Capitale cinese al confine nordcoreano, un paio di video amatoriali che riprenderebbero un corteo di auto ufficiali e Bloomberg che cita tre fonti anonime secondo le quali Kim Jong-Un sarebbe nella Capitale cinese per la sua prima visita ufficiale all’estero da quando è salito al potere nel 2011.

La presunta visita arriva prima che il leader nordcoreano incontri quello sudcoreano Moon Jae-in a Pyongyang in aprile e soprattutto prima dello storico e non ancora confermato summit con Donald Trump previsto per maggio in località da definire.

Se Kim è davvero a Pechino c’è consenso nel ritenere che la Cina, finora marginalizzata nel grande gioco diplomatico, rientri prepotentemente dalla porta principale. Kim sarebbe cioè venuto a consultarsi con l’alleato e protettore storico prima di iniziare il suo gran tour con gli altri interlocutori.

Probabile che Kim sia venuto a sondare il terreno per capire quando la Cina sia disposta a coprirgli le spalle in vista delle probabili pressioni di Donald Trump, sempre naturalmente che sia a Pechino.

Kim Jong-Un in Corea Del Sud
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    Gabriele Battaglia
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La Cina vieta le criptovalute

Timore di disordini sociali, timore del caos. Così, le autorità finanziarie cinesi stanno compiendo un grande giro di vite sulle criptovalute, il bitcoin e le sue molte sorelle, quelle monete virtuali che non nascono da una zecca, bensì da complicati calcoli informatici che dovrebbero garantirne una circolazione libera sia dal controllo delle banche sia da quello dello Stato.
Pechino ha prima chiuso le piattaforme online cinesi su cui avvenivano gli scambi di criptovalute e adesso cerca di reprimere i cinesi che si servono di piattaforme straniere. Così come qualche anno fa la frenesia dei piccoli investitori in Borsa aveva destabilizzato i mercati, ora la febbre da criptovalute rischia di attirare speculazione e sistemi piramidali in patria.
Sabato, una folla inferocita di investitori ha trascinato tale Jiang Jie all’ufficio finanziario della municipalità di Pechino. Accusavano Jiang di truffa perché l’uomo aveva lanciato una ICO (Initial Coin Offering) di una moneta virtuale il cui valore era immediatamente precipitato da 0,66 a 0,13 yuan. In Cina funziona così, ogni merce diventa oggetto di speculazione, figuriamoci le criptovalute, ma il rischio non è previsto, se finisce male c’è sempre qualcuno che in un modo o nell’altro ti deve rimborsare.
Pechino ha vietato gli scambi di ICO e criptovalute a settembre. Due settimane fa, la PBOC ha ordinato alle istituzioni finanziarie di interrompere i finanziamenti a qualsiasi attività relativa alle criptovalute, stringendo ulteriormente il cappio.
Ma gli scambi tra privati sono continuati in un’area torbida: diversi uomini d’affari si sono trasferiti a Hong Kong, Singapore o Giappone dove fanno da collettori dei fondi che arrivano dalla Cina continentale. Oppure, i cinesi accedono direttamente agli scambi offshore aggirando i blocchi informatici con una VPN, Virtual Private Network, lo stesso modo con cui dalla Cina si accede a siti proibiti come Twitter e Facebook.
Ma se i social occidentali interessano a pochi, il denaro facile interessa a tantissimi, ecco quindi che il governo cinese fa bene intendere che sarà punito non solo chi scambia criptovalute in patria, ma anche chi cerca di accedere alle piattaforme straniere.
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    Gabriele Battaglia
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Hong Kong invasa dalla spazzatura

In Cina c’è tanto spazio, a Hong Kong no, tant’è che è stata proprio la zona amministrativa speciale ad aver lanciato, se non inventato, la tipologia architettonica del grattacielo, quando era ancora colonia britannica. Lo spazio conquistabile è quello verticale.

Ora rischiano di diventare grattacieli le pile di rifiuti che vanno ammucchiandosi sulle banchine del porto di Hong Kong, perché da quando Pechino ha posto un bando sull’importazione della spazzatura altrui, a dicembre, Hong Kong – sette milioni di abitanti schiacciati tra la terra e il mare – è andata in crisi.

Fino all’anno scorso, Hong Kong esportava oltre il 90 per cento dei suoi rifiuti riciclabili nella Repubblica Popolare. Tutto è cambiato alla fine del 2017, quando gli effetti del bando cinese hanno cominciato a farsi sentire in tutto il mondo. È curioso: Hong Kong è parte della Cina, ma per quanto riguarda la spazzatura evidentemente no.

Per ora la strategia è quella di accumulare la carta e gli scarti elettronici al porto, mentre la pastica finisce direttamente nelle 13 discariche cittadine, che si intasano e inquinano i terreni.

E cominciano le polemiche sul fatto che l’amministrazione della metropoli non abbia mai concepito strategie alternative di riciclaggio dei 6 milioni di tonnellate di rifiuti che produce ogni anno.

Un residente medio di Hong Kong getta via circa 1 chilo e mezzo di rifiuti al giorno, più del doppio rispetto ad altre città asiatiche come Tokyo, Seoul e Taipei, le quali hanno da tempo adottato programmi di riciclaggio.

Nel frattempo, i rifiuti urbani continuano a crescere senza sosta, sono aumentati dell’80 per cento negli ultimi 30 anni, mentre la popolazione di Hong Kong è cresciuta solo del 36 per cento.

Nonostante ci sia poco spazio, si ritiene che ce ne sarebbe abbastanza per creare impianti di riciclaggio dei rifiuti. Ma qui subentra il problema atavico. La terra a Hong Kong costa tantissimo, per via della speculazione immobiliare fuori controllo a opera di pochi gruppi di palazzinari che costituiscono di fatto un cartello monopolistico. Una speculazione iniziata ai tempi della colonia britannica e continuata indisturbata dopo il passaggio alla Cina formalmente socialista. Insomma, la terra è troppo preziosa per farci impianti di riciclo e smaltimento utili alla collettività.

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    Gabriele Battaglia
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Il K-Pop e quel terrore del fallimento

A cavallo tra anni Novanta e primi anni Duemila, un vera Korean wave ha travolto la cultura pop dell’Asia, ben prima che Gangnam Style arrivasse anche dalle nostre parti: film, nei quali c’erano quasi sempre dei fantasmi, soap operas, che mi è capitato di vedere perfino nelle tende dei nomadi mongoli, e naturalmente la musica. Cioè il K-pop.
Alla radice della cosiddetta Hallyu – onda coreana, appunto – il fatto che i prodotti dell’industria culturale locale costavano meno di quelli delle potenze culturali agli apici fino a quel momento: Giappone e Hong Kong. E soprattutto comunicavano valori semplici, familiari, confuciani, facendo al tempo stesso l’occhiolino ai consumi, quindi alla pubblicità, senza mettere assolutamente in discussione l’ordine costituito.
Ecco dunque le girl e le boy-band coreane, prodotti patinati in un sapiente mix di generi occidentali – l’hip-hop, la disco – di urban beats e suoni sintetici, ruminati e risputati fuori con quel sapore asiatico che li rendeva fruibili in tutta l’Asia Orientale. Sul palco dei concerti, acconciature perfette e ammiccamenti alla folla sedotta sensualmente ma non troppo.
Il quartiere di Gangnam – lo stesso del pezzo tormentone cantato da Psy (Park Jae-sang) nel 2013 – è diventato la meta di pellegrinaggi di fans, spesso giapponesi, che aspettano i loro idoli dalla faccia pulita, quasi levigata, all’uscita delle sedi delle imprese dello spettacolo che monopolizzano il mercato, grazie anche ai favori della politica. Il governo vede infatti nel K-pop uno straordinario strumento di soft power.
Sono queste major che creano letteralmente le band del K-pop, veri e propri prodotti commerciali concepiti a tavolino. Tra le maggiori c’è anche SM Entertainment, che nel 2008 ha creato la boy band SHINee, il cui cantante solista, Jonghyun, 27 anni, si è suicidato lunedì scorso. Centinaia di migliaia di dischi all’attivo, sia con gli SHINee, sia da solista, Jonghyun era depresso da tempo. La sua morte mette in luce le pressioni a cui sono sottoposte le star del K-pop, in una Paese, la Corea del Sud, che ha il record mondiale dei suicidi sotto i 30 anni di età e uno dei tassi più alti in assoluto.  Negli ultimi anni, si sono tolte la vita diverse figure di alto profilo, come l’ex presidente Roh Moo-hyun, e alcuni grandi manager.
Gli idoli del K-pop sono lo specchio del Paese. Le imprese che li hanno creati li sottopongono a una competizione totale e ad anni di addestramento, come polli d’allevamento. Controllano ogni aspetto della loro vita: dallo stile musicale a quello dell’abbigliamento, passando per le relazioni sentimentali. Ma molto spesso resta, nel profondo, quel terrore del fallimento, vero e proprio spauracchio sociale.
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    Gabriele Battaglia
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Corea del Sud-Cina: prove di riconciliazione

Il presidente della Corea del Sud Moon Jae-in cerca di riconciliarsi con Pechino dopo le tensioni provocate dall’installazione del sistema missilistico made in Usa Thaad nel suo Paese. Moon arriva mercoledì nella capitale cinese e incontra giovedì Xi Jinping nella speranza di “normalizzare” i legami con la Cina in quella che sarà la sua prima visita di Stato a Pechino.
In campagna elettorale, un anno fa, Moon era scettico sull’opportunità di acquisire il Terminal High Altitude Area Defence nonostante le pressioni statunitensi, ma Seoul e Washington hanno poi deciso di installare il sistema missilistico all’inizio di quest’anno, ufficialmente per proteggersi dai pericoli provenienti dalla Corea del Nord.
Pechino però ha letto la mossa sia come una minaccia per il proprio territorio sia come un ulteriore elemento di destabilizzazione nella penisola coreana. Da quel momento, è cominciato un boicottaggio dei prodotti sudcoreani e dato che la Cina è il maggior partner commerciale di Seul molte aziende ne sono state penalizzate, come per esempio la catena di supermercati Lotte, che ha dovuto chiudere quasi tutti quelli che aveva sul suolo cinese. Oppure gli operatori turistici, con migliaia di viaggi annullati da parte dei turisti cinesi che avrebbero dovuto recarsi in Corea.
Di recente i due paesi hanno rilasciato dichiarazioni congiunte sul reciproco desiderio di migliorare le relazioni. Pare che la Cina chieda a Seul di non installare nessun altra rampa missilistica e di non acquisire nessun altro sistema missilistico statunitense. Sul tavolo anche la richiesta di “doppio congelamento” con cui la Cina pensa di risolvere la crisi della penisola coreana: stop ai test missilistico-nucleari di Pyongyang e stop alle esercitazioni congiunte tra Seul e Washington. Una proposta che finora nessuno degli interessati ha mai preso in considerazione.
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    Gabriele Battaglia
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Il Giappone verso il riarmo

L’articolo 9 della costituzione presuppone che il Giappone non usi la guerra per risolvere le controversie internazionali né mantenga un esercito, ma è una regola che è già stata aggirata da decenni con la creazione di una forza di autodifesa. La questione nordcoreana diventa a questo punto il dispositivo ideologico, la giustificazione, attraverso cui Shinzo Abe cerca di compiere la transizione definitiva verso il riarmo del proprio Paese.

Ora, con la conquista dei due terzi del parlamento, ha i numeri per mettere mano alla costituzione (ce li aveva anche prima, a dire il vero), ma al di là dei numeri, la questione non è facilmente risolvibile perché in Giappone permane un forte movimento pacifista a sostegno proprio dell’articolo che il premier vuole cancellare.

Va inoltre detto che pochi si fidano di Abe. Una serie di scandali ne aveva affossato la popolarità fino a che, l’estate scorsa, l’escalation nordcoreana gli ha ridato vento in poppa: insomma, Kim Jong-un fa il gioco di Shinzo Abe.

Ora, cosa dobbiamo aspettarci dal Giappone del rilanciatissimo premier in cui però il 51 per cento della popolazione – secondo un sondaggio – non crede troppo?

Primo, più intransigenza verso la Corea del Nord. Su questo tema, Abe ha infatti giocato la campagna la sua elettorale. A corollario di questa intransigenza, un’alleanza più stretta con gli Stati Uniti di Trump, che il 5 novembre visiterà il Giappone.

Secondo, la revisione della costituzione pacifista, ma sul lungo periodo. I sondaggi dicono che la maggioranza dei giapponesi è comunque contraria a tale revisione, quindi Abe vorrebbe parlarne a partire dal 2020 e coinvolgendo i partiti d’opposizione, come il “Partito della Speranza” di Yuriko Koike, la governatrice di Tokyo.

Inutile dire che queste due scelte aumenterebbero le tensioni nell’area, soprattutto con la Cina, anch’essa in procinto di investire nella modernizzazione dell’Esercito Popolare di Liberazione e sempre più proiettata verso l’obiettivo di diventare superpotenza regionale.

E passiamo al piano interno.

In base a quanto ha già dichiarato, Abe eleverà probabilmente l’imposta sulle vendite dall’8 al 10 per cento e con questa cercherà di finanziare alcune misure di welfare, soprattutto in ambito educativo, come il nido gratuito e il sostegno dello Stato agli studenti che si iscrivono alle scuole private. Essendo un Paese di anziani, il Giappone privilegia da tempo un welfare dedicato a loro, ma adesso si tratta di rilanciare la crescita del Paese e quindi l’educazione delle giovani generazioni.

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    Gabriele Battaglia
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Cina: il Socialismo per una nuova era

Dopo il rapporto di tre ore e mezza per 66 pagine presentato da Xi Jinping in apertura di congresso del Partito Comunista Cinese, fioccano ora i commenti e cominciano le indiscrezioni su quali saranno gli uomini del Presidente per il suo secondo mandato, che si concluderà nel 2022.

Sarà il “Socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era” l’apporto teorico di Xi che entrerà a far parte della costituzione del Partito, il punto è capire se entrerà con annesso il nome del Presidente, il che lo porrebbe allo stesso livello di Mao Zedong e Deng Xiaoping. E’ già circolata voce che sarà così, ma in realtà questo punto non è ancora chiaro, lo sapremo probabilmente a fine congresso, tra una settimana circa.

Quanto al discorso di apertura, c’è un termine, qiangguo, cioè potenza intesa come nazione potente, che sembra fagocitare tutti gli altri. È l’obiettivo per il 2050: la Cina dovrà diventare una “moderna potenza socialista”. Tutte le altre parole chiave – socialista, moderna, democratica, prosperosa, armoniosa, bella – sono attributi di quella potenza ed è lì quindi che bisogna guardare, nel discorso fondamentalmente nazionalista di Xi Jinping, in cui gli applausi più sentiti sono arrivati quando lui ha detto che mai e poi mai sarà tollerato qualsiasi separatismo che porti allo smembramento della nazione cinese. Che potenza sarà la Cina, dunque?

Possiamo essere ottimisti e pensare a una potenza non westfaliana, alla europea, ma che riprenda invece il concetto di Tianxia alla cinese: un sistema in cui l’imperatore della Cina è “nominalmente” il centro del mondo, ma di fatto è il garante dell’armonia di cielo e terra, cioè della pace tra le nazioni e forse anche di un’armonia sociale in cui non c’è eguaglianza (il confucianesimo la esclude) ma tutti stanno fondamentalmente bene.

Oppure possiamo essere pessimisti e vedere in quella “potenza” sbandierata l’appiattimento sulla definizione occidentale, con la Cina che vuole semplicemente essere grande potenza in una logica da Stato-nazione che compete con gli altri. Sarà solo il tempo a chiarire.

Quanto ai futuri leader che entreranno nella stanza dei bottoni per il secondo mandato di Xi, circolano i nomi di due suoi fedelissimi: Li Zhanshu – che potrebbe diventare presidente dell’assemblea nazionale del popolo, cioè il numero uno dei legislatori, ed entrare nel comitato permanente del Politburo, i sette che di fatto governano la Cina. E poi Zhao Leji, che potrebbe diventare capo dell’anticorruzione, nonché, pure lui, membro del comitato permanente.

In pratica – si dice – Xi vorrebbe controllare meglio i membri del Partito e istituzionalizzare la campagna anti-corruzione, farla diventare “il nuovo normale”. Si tratta cioè di rafforzare il potere del Partito attraverso la legge e questi due ruoli chiave dovrebbero agire di concorso per permetterlo, velocizzando l’iter legislativo calato dall’alto. Quando si parla di “legge”, non si intende qui rule of law, bensì rule by law: non stato di diritto in cui la legge sta al di sopra di tutto, ma legge come strumento di governo per il Partito. Che, come ha riaffermato Xi Jinping, è e resterà la guida del Paese.

 

 

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    Gabriele Battaglia
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Cina: l’Era di Xi Jinping

Dopo il rapporto di tre ore e mezza per 66 pagine presentato ieri da Xi Jinping in apertura di congresso del Partito comunista, fioccano i commenti e cominciano le indiscrezioni su quali saranno gli uomini del presidente per il suo secondo mandato, che si concluderà nel 2022.

Sarà il “Socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era” l’apporto teorico di Xi che entrerà a far parte della costituzione del Partito, il punto è capire se entrerà con annesso il nome del presidente, il che lo porrebbe allo stesso livello di Mao Zedong e Deng Xiaoping. E’ circolata voce che sarà così, ma in realtà questo punto non è ancora chiaro, lo sapremo probabilmente a fine congresso, tra una settimana circa.

Quanto al discorso di Xi, c’è un termine, qiangguo, cioè potenza intesa come nazione potente, che sembra fagocitare tutti gli altri. È l’obiettivo per il 2050, la Cina dovrà diventare una “moderna potenza socialista”. Tutte le altre parole chiave – socialista, moderna, democratica, prosperosa, armoniosa, bella – sono attributi di quella potenza ed è lì quindi che bisogna guardare, nel discorso fondamentalmente nazionalista di Xi Jinping, in cui gli applausi più sentiti sono arrivati quando lui ha detto che mai e poi mai sarà tollerato qualsiasi separatismo che porti allo smembramento della nazione cinese. Che potenza sarà la Cina, dunque?

Possiamo essere ottimisti e pensare a una potenza non westfaliana, alla europea, ma che riprenda invece il concetto di Tianxia alla cinese: un sistema in cui l’imperatore della Cina è “nominalmente” il centro del mondo, ma di fatto è il garante dell’armonia di cielo e terra, cioè della pace tra le nazioni e forse anche di un’armonia sociale in cui non c’è eguaglianza (il confucianesimo la esclude) ma tutti stanno fondamentalmente bene.

Oppure possiamo essere pessimisti e vedere in quella “potenza” sbandierata l’appiattimento sulla definizione occidentale, con la Cina che vuole semplicemente essere grande potenza in una logica da Stato-nazione che compete con gli altri.

Sarà solo il tempo a chiarire.

Quanto ai futuri leader che entreranno nella stanza dei bottoni per il secondo mandato di Xi, oggi circolavano i nomi di due suoi fedelissimi:

Li Zhanshu – che potrebbe diventare presidente dell’assemblea nazionale del popolo, cioè il numero uno dei legislatori, ed entrare nel comitato permanente del Politburo, i sette che di fatto governano la Cina. E poi Zhao Leji, che potrebbe diventare capo dell’anticorruzione, nonché, pure lui, membro del comitato permanente.

In pratica – si dice – Xi vorrebbe controllare meglio i membri del Partito e istituzionalizzare la campagna anti-corruzione, farla diventare “il nuovo normale”. Si tratta cioè di rafforzare il potere del Partito attraverso la legge e questi due ruoli chiave dovrebbero agire di concorso per permetterlo, velocizzando l’iter legislativo calato dall’alto. Quando si parla di “legge”, non si intende qui rule of law, bensì rule by law: non stato di diritto in cui la legge sta al di sopra di tutto, ma legge come strumento di governo per il Partito. Che, come ha riaffermato Xi Jinping, è e resterà la guida del Paese.

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Prima gli aiuti umanitari, poi le questioni geopolitiche

Era dal dicembre 2015 che la Corea del Sud non autorizzava aiuti umanitari per la Corea del Nord. Oggi, a seguito di pressioni del World Food Programme e dell’Unicef cominciate lo scorso maggio, l’amministrazione del presidente Moon ha varato un piano di aiuti da 8 milioni di dollari destinati soprattutto ad alimenti per minori e donne in gravidanza, a medicinali e vaccini.

Il piano, che era annunciato da giorni e che comincerà in data da destinarsi, ha suscitato le critiche di Stati Uniti e Giappone e lascerebbe intendere una frattura nel fronte dei duri e puri contro Pyongyang, ma Seoul deve fare prima di tutto i conti con la propria condizione di separata in casa con il regime dei Kim e con gli ex connazionali che stanno a nord del 38esimo parallelo. Secondo il ministro dell’Unificazione sudcoreano, gli aiuti umanitari non contraddicono le sanzioni decise contro Pyongyang perché non sono assolutamente utilizzabili dall’apparato militare nordcoreano e sono destinati alla componente più svantaggiata della popolazione, afflitta proprio dalle sanzioni. Versione condivisa dall’Unicef che stima in un numero di circa 200mila i bambini del Nord afflitti da malnutrizione, mentre sarebbero 18 milioni i nordcoreani che hanno qualche problema alimentare su una popolazione di 25 milioni.

Il Giappone ha chiesto alla Corea del Sud di riconsiderare la tempistica degli aiuti, ma Tokyo non gode di molte simpatie e ascolto in Corea del Sud per ragioni storiche.

Intanto, un sondaggio riporterebbe che la popolarità di Moon è in calo proprio per la linea morbida assunta verso Pyongyang, nonostante sia sempre molto alta: 65 per cento. Insomma, il presidente sudcoreano sta giocando coraggiosamente le proprie carte.

Moon è un progressista da sempre fautore dell’approccio morbido verso Pyongyang. Fino agli ultimi test missilistico-nucleari della Corea del Nord aveva anche messo in dubbio il dispiegamento del sistema missilistico statunitense Thaad sul proprio territorio. Poi, dopo la recente escalation, ha sdganato il progetto e ha compiuto alcuni atti simbolici, come simulazioni di bombardamenti al confine con la Corea del Nord nell’ambito delle esercitazioni congiunte con Washington.

Però sostiene che gli aspetti umanitari vengano prima delle questioni geopolitiche.

Un’altra mano tesa al regime dei Kim è venuta quando il presidente sudcoreano ha offerto ai dirimpettai di allestire una squadra nazionale congiunta per le prossime olimpiadi invernali, che si terranno proprio in Corea del Sud il prossimo febbraio. Finora le risposte di Pyongyang sono state fredde se non sprezzanti, ma si sa che la Corea del Nord cerca soprattutto un canale diretto con gli Stati Uniti, più che un appeasement con Seul.

Nel gioco a tre, stanno alla finestra Cina e Russia, che vorrebbero portare Moon nel proprio schieramento. Per loro, di fronte al fallimento delle sanzioni, la soluzione alla questione nordcoreana verrebbe dal cosiddetto “doppio congelamento”: basta ai test missilistico-nucleari di Pyongyang in cambio dello stop alle esercitazioni congiunte tra Stati Uniti e Corea del Sud, poi trattative. Pechino crede che l’unica via d’uscita alla crisi nordcoreana sia costituita da colloqui diretti tra Stati Uniti e Corea del Nord nell’ambito di negoziazioni più ampie, a cui partecipano anche gli altri Paesi dell’area. Quindi, dopo l’ultimo lancio di missile compiuto da Pyongyang la Cina si è opposta a nuove sanzioni, mentre il segretario di Stato Rex Tillerson aveva chiesto il taglio netto delle esportazioni di petrolio.

Non si sa tuttavia al momento quanto i diretti interessati siano disponibili alla soluzione proposta da Cina e Russia: Washington, almeno a parole, non intende sedersi al tavolo con Pyongyang finché il programma missilistico e nucleare di Kim Jong-un continuerà. I nordcoreani hanno già dimostrato di ritenersi a tutti gli effetti potenza nucleare e non considerano questo status merce di scambio.

Si chiude qui il cerchio di un percorso iniziato nel 2002, quando George Bush, nel discorso sullo stato dell’Unione, inserì la Corea del Nord nel cosiddetto “asse del male” insieme a Iran e Iraq. L’anno dopo, ci fu l’invasione dell’Iraq e quindi l’uccisione di Saddam Hussein. Da quel momento in poi, Pyongyang non ebbe più alcun dubbio nel perseguire il proprio programma nucleare, che era cominciato già negli anni Novanta. Molti gli errori anche delle amministrazioni Clinton e Obama, sempre titubanti tra bastone e carota.

In questi giorni c’è da tenere d’occhio l’attivismo russo. Nell’Eastern Economic Forum di Vladivostok del 6-7 settembre, Putin ha lanciato un progetto di cooperazione a tre con le due Coree e i sudcoreani non sono apparsi contrari. Altro che sanzioni, la strategia di Mosca è di maggiore coinvolgimento economico di Pyongyang, che però vuole soprattutto risolvere il contenzioso aperto con gli Stati Uniti fin dalla guerra degli anni Cinquanta.

Per Moon e la Corea del Sud, tante opzioni sul tavolo, ma nessuna ottimale. Intanto, ecco il gesto umanitario verso l’anello debole della società nordcoreana.

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    Gabriele Battaglia
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Perché Aung non riconosce i rohingya

Quattrocentomila rifugiati nei campi profughi che si trovano in Bangladesh, sempre che riescano a superare le mine antiuomo piazzate sul lato birmano del confine; almeno 210 villaggi rasi al suolo dalle forze di sicurezza, secondo Human Rights Watch; un numero imprecisato di vittime. Sono questi finora i dati della repressione contro i rohingya, la minoranza etnica musulmana di Myanmar che però il governo del Paese non riconosce e considera stranieri nonostante vivano nello stato Rakhine birmano da almeno due secoli (anche se le prime tracce risalgono all’ottavo secolo).

Tutto è cominciato il 25 agosto con un attacco dell’Arakan Rohingya Salvation Army – un gruppo terrorista per le autorità ma che si definisce di autodifesa – in cui sono morti 12 militari. Da allora, l’escalation e ciò che le Nazioni Unite definiscono senza mezzi termini “pulizia etnica”.

Solo il 19 settembre Aung San Suu Kyi ha parlato per la prima volta dell’emergenza in pubblico, con un intervento giudicato da più parti tardivo e insufficiente, se non colluso con i militari. La premio Nobel per la pace è apparsa elusiva quando ha detto che il suo governo deve ancora capire cosa stia succedendo e che esistono sia accuse sia contro-accuse, condannando poi genericamente “tutte le violenze”. In circa due ore non ha mai nominato i rohingya – definendoli invece “musulmani dello stato Rakhine” – tranne quando si è riferita, in negativo, all’Arakan Rohingya Salvation Army.

Si è detta poi “dispiaciuta” per i musulmani che hanno lasciato il Paese aggiungendo subito che la maggior parte dei villaggi non è stata distrutta, il che lascerebbe intendere che la situazione non sia poi così grave. Ha anche detto che i rifugiati in Bangladesh possono tornare in Myanmar se superano i controlli delle autorità birmane, il che significa che non sarà mai possibile.

Ha infine sottolineato che i militari in azione nell’area sono stati istruiti a esercitare moderazione. Insomma, la “Lady”, ha negato che nello stato Rakhine ci sia in corso la pulizia etnica denunciata invece dalle Nazioni Unite e dalle associazioni umanitarie.

I simpatizzanti della premio Nobel, anche a livello internazionale, sostengono che Aung San Suu Kyi non abbia colpe, perché di fatto non controlla i militari. È vero, la costituzione birmana riserva all’esercito posti chiave in parlamento e lo sottrae di fatto al controllo della politica.

Ma questo non giustificherebbe comunque la presa di posizione della leader de facto di Myanmar che sposa completamente la versione dei militari stessi.

Già prima di prendere il potere con le elezioni del 2015, quando era considerata la paladina dei diritti umani, Aung San Suu Kyi eludeva la questione rohingya, già allora minoranza perseguitata. Concedendole beneficio d’inventario, molti osservatori ritenevano ai tempi che la “Lady” non volesse inimicarsi la maggioranza buddista in vista del fondamentale appuntamento elettorale. Poi, le cose sarebbero cambiate. Membri autorevoli del suo partito, la Lega Nazionale per la Democrazia (Nld), erano però già molto espliciti, negando l’esistenza della minoranza musulmana in quanto parte della società birmana.

U Win Tin, membro fondatore e carismatico della Nld, secondo solo ad Aung San Suu Kyi, aveva per esempio dichiarato in un intervista del 2012 con il giornalista spagnolo Carlos Sardiña Galache che il conflitto nello stato Rakhine era stato “creato da stranieri, bengalesi”, aggiungendo che i birmani “non possono considerarli cittadini, perché non lo sono per nulla, qui tutti lo sanno”. Aveva poi affermato che i rohingya “vogliono rivendicare la terra, vogliono affermarsi come razza, pretendono di essere nativi e questo non è giusto”.

Era una posizione che echeggiava la legge sulle nazionalità birmane, varata dai militari nel 1982, che esclude i rohingya dalle “otto razze nazionali”, rendendoli di fatto apolidi. Nel 2013, la Nazioni Unite li hanno definiti una delle minoranze più perseguitate al mondo.

È più probabile quindi che la posizione di Aung San Suu Kyi sia dettata da un misto di convinzione e opportunismo politico: non inimicarsi la maggioranza buddhista di Myanmar. Il tutto, sulla pelle di oltre un milione di rohingya.

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L’azzardo di Kim: testata bomba all’idrogeno

La Corea del Nord ha annunciato di avere testato oggi alle 12 locali con successo una bomba termonucleare che può essere installata su un missile. È il sesto test nucleare nordcoreano e l’esplosione sotterranea registrata stamane sarebbe stata quattro-cinque volte più potente di quella dell’ultimo esperimento di circa un anno fa e dieci-undici volte più di quello precedente. Si tratterebbe infatti per la prima volta di una bomba all’idrogeno con una potenza compresa tra i 100 kiloton e un megaton, mentre finora erano state testate semplici — per così dire — bombe atomiche. L’esperimento sotterraneo è avvenuto nel nord-est del Paese, dove si è registrata una scossa di terremoto di 6,3 gradi.

Con la solita cura dell’allestimento coreografico, Pyongyang ha prima annunciato di avere prodotto una bomba H in grado di essere montata su un missile balistico intercontinentale, diffondendo anche alcune foto in cui si vede Kim Jong-un che ispeziona un oggetto che potrebbe essere un ordigno; poi ha effettuato il test nucleare; quindi ha annunciato, tramite la televisione di Stato, che l’esperimento è stato un pieno successo.

Il test è chiaramente un messaggio di sfida rivolto a Donald Trump che nelle ore precedenti aveva telefonato al premier giapponese Abe per rinnovare le proprie preoccupazioni e che nelle scorse settimane aveva minacciato Pyongyang promettendo “fuoco e furia” in caso di pericolo per gli Stati Uniti. Quella che finora Trump non ha mai considerato è l’opzione diplomatica, che chiedono i sostenitori della linea cosiddetta “sunshine”, tra cui il presidente sudcoreano Moon; il quale spinge però oggi per sanzioni ancora più punitive verso Pyongyang, non si sa se per un gioco delle parti o perché realmente convinto.

Nel test di oggi c’è anche una provocazione beffarda per il presidente cinese Xi Jinping, che proprio oggi ospita a Xiamen il summit dei Brics — le economie emergenti — dove è presente anche la Russia.

Non si fanno i conti senza l’oste — sembra dire Kim Jong-un — che ruba ancora una volta la scena alla Cina e ai suoi intenti auto-celebrativi. Sia Pechino sia Mosca hanno condannato con forza il test nucleare, ma in questo momento l’unica linea paradossalmente coerente sembra proprio quella di Pyongyang.

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    Gabriele Battaglia
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Migliaia di rohingya in fuga dalla repressione

Sarebbero circa 9mila i rohingya dello stato Rakhine di Myanmar che da sabato scorso hanno attraversato il confine con il Bangladesh per fuggire la repressione messa in atto dalle forze di sicurezza birmane a seguito di scontri con locali gruppi separatisti. Nell’ultima ondata di violenze che affliggono la minoranza musulmana discriminata in patria, si conterebbero già un centinaio di vittime.

Di fronte all’emergenza umanitaria e politica, stride il comportamento di Aung San Suu Kyi, ministro degli Esteri e leader di fatto di Myanmar, che mai ha riconosciuto i rohingya come legittimi cittadini del Paese, echeggiando in questo senso le posizioni oltranziste dei nazionalisti buddisti. L’ultima uscita della premio Nobel per la pace è stato un attacco su Facebook alle organizzazioni umanitarie internazionali, che accusa di avere fornito generi di prima necessità a gruppi islamisti: fondamentalmente, alimenti distribuiti alla popolazione locale. Il post è stato in seguito rimosso dal social media.

Da Ginevra, l’Alto Commissario per i Diritti Umani, Zeid Ra’ad al-Hussein ha definito le parole di Suu Kyi “irresponsabili”, perché mettono in pericolo non solo la popolazione dello stato Rakhine ma, a questo punto, anche gli operatori umanitari. Hussein ha chiesto anche al governo di Naypyidaw, che formalmente è democratico ed è guidato dalla Lega Nazionale per la Democrazia di Suu Kyi, di tenere a freno le violenze dei militari. Immagini satellitari hanno rivelato che ampie zone dello Stato Rakhine – a cui è interdetto l’accesso da parte delle forze di sicurezza – sono in fiamme. Si teme che sia in corso l’incendio dei villaggi rohingya.

Hussein ha denunciato che “decenni di violazioni persistenti e sistematiche dei diritti umani, tra cui reazioni molto violente della sicurezza agli attacchi dell’ottobre 2016, hanno quasi certamente contribuito ad alimentare l’estremismo violento”.

È percezione diffusa che il governo civile non sia in grado di controllare il Tatmadaw, l’esercito birmano, sia perché la costituzione riserva ai militari una quota di scranni in parlamento ed è impossibile varare leggi che li colpiscano, sia per la potenza capillare che le forze armate hanno accumulato nei decenni della dittatura. Ma il problema è che la stessa “lady”, già amata acriticamente dall’Occidente, sembra del tutto vicina alla aggressiva paranoia di quei buddisti che strumentalizzano un presunto pericolo islamico per compiere una vera e propria pulizia etnica. E non solo da ora.

Sulla rivista Mekong Review, l’esperto di cose birmane Andrew Selth fa una critica impietosa della parabola di Aung San Suu Kyi e del culto della personalità che da sempre la circonda. Tra le altre cose si legge: “L’atteggiamento di Aung San Suu Kyi nei confronti dei rohingya e dei musulmani in generale era già in dubbio. Dopo i disordini nello stato Rakhine del 2012 e altri attacchi contro i musulmani del 2013, rimase in silenzio. All’epoca, un commentatore l’aveva accusata di aver preso le parti di ‘razzisti anti-musulmani ben organizzati’. Nel 2015, ha proibito ai membri musulmani della Lega Nazionale per la Democrazia di candidarsi nelle elezioni generali. Nel 2016, aveva rivolto un commento anti-musulmano a una presentatrice della Bbc, che l’aveva sollecitata a condannare la violenza settaria in Myanmar. Lo stesso anno, ha chiesto a tutti i funzionari e ai diplomatici stranieri presenti in Myanmar di non utilizzare il termine ‘rohingya’ (in cui si identificano molti musulmani dello stato Rakhine). Preferiva il termine ‘persone che credono all’Islam nello Stato Rakhine’.”

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    Gabriele Battaglia
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Coree, lanci di missili e messaggi reciproci

“Una minaccia senza precedenti”. Così il premier giapponese Shinzo Abe ha definito il lancio del missile nordcoreano che ha sorvolato l’isola settentrionale di Hokkaido, ieri. Si tratterebbe di un Hwasong 12 a medio raggio che è partito da una piattaforma mobile nei pressi della capitale, Pyongyang, fatto inusuale dato che di solito le rampe di lancio si trovano in località remote e costiere.
Il vettore ha compiuto un tragitto di 2.700 chilometri a un’altezza massima di 550 e si è inabissato a 1.280 chilometri dalle coste giapponesi. Tecnicamente, non avrebbe quindi sorvolato lo spazio aereo giapponese – oltre i 130 chilometri d’altezza si rientra nello “spazio esterno” – e non sarebbe caduto entro le 12 miglia nautiche delle acque territoriali nipponiche. Al momento non si sa quindi che conseguenze possa avere sul piano del diritto internazionale. Ma ci sono pochi dubbi che, sul piano politico, il nuovo lancio sia l’ennesima provocazione di Pyongyang.
In realtà l’evento non è “senza precedenti”, come dice Abe: nel 2009 era avvenuto un lancio analogo – si disse per saggiare le reazioni della neo-insediata amministrazione Obama – e precedentemente un altro missile nordcoreano aveva sorvolato il Giappone nel 1998. In entrambi i casi Pyongyang aveva dichiarato di avere messo in orbita un satellite.
Il lancio avviene in contemporanea con le esercitazioni congiunte che stanno svolgendo le forze armate sudcoreane e statunitensi e una settimana dopo quelle effettuate da Usa e Giappone, Paese a cui sembra diretto il “messaggio” di Pyongyang. Oggi è prevista una riunione urgente del Consiglio di Sicurezza dell’Onu.
Nel tardo pomeriggio coreano, otto bombe ad alto potenziale sono poi state sganciate lungo il confine da sei F-15 sudcoreani, in un’operazione che sembra un messaggio rivolto a Kim Jong-un e che, secondo fonti locali, è stata direttamente ordinata dal presidente Moon. Sia chiaro: le bombe sono esplose in territorio sudcoreano e vanno inserite nel contesto delle esercitazioni militari congiunte tra Seoul e gli Stati Uniti, ma si ritiene che si tratti di un messaggio in risposta al missile di Pyongyang nonché uno show di forza, giusto per ricordare ai dirimpettai chi dispone di più risorse militari avanzate in caso di conflitto esplicito.
Si tratta di bombe che possono penetrare fino a 11 metri sotto terra e bucare fino a 3 metri di cemento, e che probabilmente vogliono ricordare a Kim che in caso di guerra lui non avrebbe molte speranze di cavarsela. Le forze armate sudcoreane hanno anche diffuso il video di un proprio test missilistico, cosa inusuale. Si pensa che si tratti di vettori a media gittata studiati appositamente per abbattere eventuali missili nordcoreani lanciati contro Seoul.
È arrivata poi una dichiarazione di Donald Trump. Il presidente Usa ha detto che tutte le opzioni sono ora sul tavolo, parole che per ora non spostano nulla di mezzo centimetro, perché tempo fa le aveva già pronunciate. Difficile – dicono gli esperti – che si possa pensare a un attacco preventivo contro le istallazioni missilistiche nordcoreane, tanto più che, come si è già detto precedentemente, l’ultimo lancio pare sia stato effettuato da una piattaforma mobile all’interno dello stesso aeroporto di Pyongyang.
Sicuramente, l’ennesimo test nordcoreano dà invece occasione a Shinzo Abe, il premier giapponese, di spingere sul riarmo del Giappone, per il superamento ulteriore della costituzione pacifista post-bellica. Insomma, se Pyongyang con il proprio lancio ha voluto testare le reazioni altrui, sicuramente ora ha abbondanza di dati.
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    Gabriele Battaglia
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Le imprese cinesi, tra robot e aiuti dal Partito

Il delta del Fiume delle Perle è il cuore industriale della Cina, il luogo da cui arrivano quasi tutte le merci che riempiono anche i nostri mercati. Secondo una ricerca dell’Università di Wuhan, qui si sta compiendo l’ennesima rivoluzione industriale cinese. Non più operai migranti, ma robot.
La ricerca svolta tra 1.200 imprenditori tra le province dello Hubei e del Guangdong rivela infatti che la forza lavoro è ormai sempre più difficile da reperire. Sono finiti i tempi della prima generazione migrante, espulsa dalle campagne ed enorme esercito industriale di riserva, che consentiva di produrre a basso costo tenendo bassi i salari. Ora, complice il calo demografico, cresce sempre più la percentuale di lavoratori che cambiano lavoro nello spazio di due anni: sono ormai il 26 per cento. Si tratta di ragazzi che magari lavorano in una località del delta e poi, grazie anche alla continua connessione in rete, ricevono la dritta giusta e si spostano repentinamente altrove, dove guadagnano meglio. Estremamente flessibili, ma a modo loro. Infedeli al datore di lavoro.
Per trattenerli, gli imprenditori sono quindi costretti a pagare salari più alti, il che fa schizzare in alto i costi di produzione e perdere il vantaggio competitivo delle manifatture cinesi. Proprio in una fase in cui la domanda dall’estero si è ridotta a causa della crisi globale.
Per stare a galla, gli imprenditori investono quindi da un lato nell’automazione – circa il 40 per cento ha ormai fabbriche robotizzate – e dall’altro cercano l’appoggio del Partito comunista per accedere a sussidi o esenzioni fiscali. E già, perché il 39 per cento degli imprenditori intervistati nella ricerca è membro del Partito comunista cinese e il 23 per cento ha fatto parte dei parlamentini locali e dei comitati politici consultivi. A dimostrazione del fatto che il Partito è un comitato d’affari. Più di metà degli intervistati dichiara di avere ricevuto sussidi. In calo invece gli investimenti in ricerca e sviluppo, la chiave per rendere di nuovo le proprie merci competitive sul lungo periodo.
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    Gabriele Battaglia
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Prestiti agli studenti: credito o usura?

Quando nel 2009 il governo di Pechino vietò la messa su mercato di carte di credito destinate agli studenti, lo fece perché in un mercato finanziario ancora non evoluto i problemi di sicurezza e di tutela dei consumatori erano enormi. Gli studenti si buttavano a capofitto nell’acquisto a debito di telefonini, articoli di moda e gadget tecnologici senza comprenderne le reali conseguenze e trovandosi poi con debiti insostenibili.
Tuttavia, il divieto, come spesso accade in Cina, creò quasi immediatamente un’altro tipo di offerta, questa volta basata su internet: le piattaforme per prestiti peer-to-peer, o P2P, cioè siti o applicazioni dove chi ha bisogno di soldi può liberamente incontrare che ne ha e contrarre un prestito. Qualcuno lo chiama vantaggio dell’arretratezza: non essendoci un sistema finanziario maturo, la Cina ha da subito adottato in massa sistemi innovativi di credito, basati generalmente sulla rete. Ma non necessariamente sicuri e soprattutto sempre meno controllabili. Proliferano e spesso applicano interessi altissimi che rovinano letteralmente gli studenti, ancora poco consapevoli di cosa significhi  comprare a debito. Non solo: in un caso che ha fatto notizia, i creditori chiedevano come collaterale a giovani studentesse che volevano accedere a un prestito foto discinte da distribuire online nell’eventualità di un inadempimento.
Oggi, quindi, il governo cinese interviene di nuovo e vieta il credito a studenti attraverso le piattaforme P2P. A febbraio c’erano circa 74 i siti coinvolti in questa attività. La direttiva richiede ora che tutti i finanziatori P2P sospendano le operazioni mirate ad attrarre studenti universitari, chi deve ancora esigere dei crediti deve presentare un piano per arrivare comunque alla chiusura dell’attività. I trasgressori non solo saranno costretti a smantellare completamente i propri servizi, ma rischiano anche di essere perseguiti per frode, uso di intimidazioni fisiche e diffusione di materiali osceni. Secondo fonti ufficiali, alcune donne indebitate sono state costrette a prostituirsi dagli strozzini. L’anno scorso, una studentessa universitaria del primo anno nella città di Hefei ha preso in prestito 2.000 yuan – cioè circa 260 euro – per poi trovarsi con un debito da 500mila yuan (65mila euro) con ben 59 creditori. Il tasso di interesse era del 30 per cento con scadenza settimanale.
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    Gabriele Battaglia
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Un mare di plastica dall’Asia

Ogni anno vengono prodotte milioni di tonnellate di materie plastiche e una certa percentuale poi finisce in mare. Di questi rifiuti plastici che inquinano gli oceani, circa il 60 per cento arriva da soli cinque Paesi, tutti asiatici: Cina, Filippine, Thailandia, Indonesia e Vietnam.

Un recente studio della fondazione olandese Ocean Cleanup va ancora più nello specifico e si occupa dei rifiuti plastici che finiscono in mare passando dai fiumi. Ebbene, in questo caso, la percentuale cresce ancora: circa l’86 per cento della plastica trasportata dai fiumi proviene da un solo continente, l’Asia.

La ricerca pubblicata su Nature stima che ogni anno tra 1,15 e 2,41 milioni di tonnellate di rifiuti plastici passano dai fiumi, circa un quinto del totale che poi finisce nei mari. La maggior parte di questa plastica arriva da Cina, Indonesia e Myanmar. A questo si aggiunge il problema dei rifiuti plastici che finiscono nelle discariche e poi finiscono comunque negli oceani sotto forma di percolato (il liquido di scolo che si forma tra i rifiuti).

Sette fiumi che attraversano le principali città cinesi contribuiscono a circa due terzi della plastica che finisce in mare. Lo Yangtze è il fiume che trasporta più plastica al mondo, seguito dal Gange e dal fiume Xi, che poi diventa fiume delle Perle, quello che attraversa il Guangdong, cuore dell’industria nonché provincia più popolosa della Cina con oltre cento milioni di abitanti, se si considerano anche i migranti.

Anche se l’Asia genera relativamente pochi rifiuti per persona, soprattutto rispetto all’Occidente, il totale dei rifiuti plastici generato dalle sue industrie è in aumento esponenziale.

La Cina produce più prodotti plastici di Stati Uniti, Canada e Messico messi insieme, quasi il 30 per cento a livello globale. Nel 2008 ha cominciato a far pagare l’utilizzo di plastica  – per esempio i sacchetti della spesa – per combattere l’inquinamento, ma c’è un problema strutturale: il fatto che resta la “fabbrica del mondo” su cui però si è innestato il consumo del nuovo ceto medio e l’e-commerce. Così, per esempio, l’industria della consegna a domicilio sta vivendo un autentico boom e utilizza quasi sempre contenitori di plastica non riciclabile. Nel 2016, le società di delivery cinesi hanno utilizzato 12 miliardi di sacchetti di plastica.

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    Gabriele Battaglia
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Panama-Cina, diplomazia e affari

Panama stabilisce rapporti diplomatici con la Cina e molla Taiwan. In base al principio di “una sola Cina”, le due entità politche eredi del Celeste Impero si escludono infatti a vicenda: chi riconosce diplomaticamente Taipei non può avere relazioni con Pechino e viceversa. Oggi, sono sempre meno i Paesi che considerano “Cina” la ex Formosa e saltano invece sul carro della Cina continentale. Nel 1909, Panama aveva stabilito relazioni diplomatiche con l’ultima dinastia cinese, quella Qing, e aveva poi continuato a mantenere relazioni con Taiwan, riconoscendola come erede della Cina imperiale. Pechino la considera invece una provincia ribelle che prima o poi tornerà sotto controllo.

Lunedì, è stato il presidente panamense Juan Carlos Varela ad annunciare in televisione che il suo Paese e la Cina hanno stabilito rapporti diplomatici formali e a comunicare parallelamente l’interruzione di ogni legame con Taiwan. Il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, si è affrettato a dichiarare che Panama ha fatto la scelta giusta per la propria gente e soprattutto una scelta al passo dei tempi.

Il voltafaccia è decisamente una vittoria per Pechino in America Centrale, regione dove sono ancora concentrati alcuni dei circa venti Paesi che hanno legami diplomatici con Taiwan: Nicaragua, Honduras, Guatemala, Belize, San Salvador. Ma in quest’area la Cina sta penetrando sempre più grazie al potere della sua economia, che si materializza soprattutto in contratti energetici e nella costruzione di infrastrutture. L’attivismo cinese in America Latina si manifesta proprio mentre Donald Trump, oltre a minacciare la deportazione degli immigrati clandestini latinos, cancella la partecipazione statunitense al patto commerciale trans-pacifico, che avrebbe coinvolto Paesi come Cile, Messico e Perù.

L’offensiva dello charme cinese ha come al solito la faccia molto prosaica del business, in questo caso trainato da logistica e trasporti. Tra il 2014 e il 2016, la honkonghina Hutchinson Wampoa ha sia ampliato il porto panamense di Balboa, sia ammodernato il famoso canale tra Atlantico e Pacifico, per renderlo praticabile anche da porta-container di stazza elevata. Hutchinson Wampoa appartiene all’ottuagenario Li Ka-shing, uomo più ricco di Asia legato a doppio filo con Pechino.

Questa politica delle infrastrutture fa comprendere che la nuova via della Seta non si snoda esclusivamente su Eurasia; c’è anche una via di mare dai confini indefiniti, che arriva fino all’America Latina.

Ma non solo. Lo scorso dicembre, anche Sao Tomé e Principe aveva rotto le relazioni diplomatiche con Taiwan per stringerle con la Cina. È un piccolo staterello insulare dell’Africa occidentale dove, guarda caso, ci potrebbe stare benissimo un altro porto cinese.

Tra Pechino e Taipei, i rapporti sono peggiorati da quando nel 2016 il Partito democratico progressista – che ha un programma indipendentista – ha vinto le elezioni di Taiwan, con la successiva nomina a presidente della sua leader Tsai Ing-wen. Ora Taipei è furente e, oltre a sospendere ogni investimento a Panama, accusa la Cina di “politica del libretto degli assegni”, che danneggia ulteriormente i rapporti tra i due lati dello stretto.

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    Gabriele Battaglia
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Una città intera occupata dagli islamisti

Questo articolo è stato pubblicato originariamente sul sito di China Files

Combattimenti tra forze del governo e militanti islamici nella città filippina di Marawi continuano ormai da una settimana. Il bilancio attuale parla di almeno 19 civili, 20 membri delle forze di sicurezza e 65 jihadisti morti, secondo fonti militari. Le autorità filippine hanno intimato martedì ai militanti del gruppo Maute, che occupano ancora parti della città, di arrendersi o morire, mentre elicotteri d’assalto hanno battuto incessantemente le loro posizione, dove si pensa siano rimasti intrappolati fino a 2.000 civili.

All’origine degli scontri ci cono due gruppi, Abu Sayaf e il Maute, che ultimamente si confondono sempre più perché entrambi hanno espresso adesione a Daesh, l’Isis. Il conflitto tra musulmani e governo centrale nelle Filippine ha percorso tutto il 20esimo secolo nell’isola meridionale di Mindanao che ha 22 milioni di abitanti ed è più o meno grande come la Corea del Sud. Qui, la presenza dell’Islam c’è fin dal 14° secolo, ma durante il secolo scorso i cristiani sono diventati maggioritari perché appoggiati prima dai colonialisti statunitensi e poi anche dal governo di Manila. Un sostegno che si è tradotto soprattutto nell’esproprio di terre ai musulmani Moro e così sul conflitto religioso si innesta anche quello di classe. Si calcola che, dagli anni Settanta, la ribellione abbia causato oltre 120mila vittime.

I principali gruppi ribelli musulmani hanno ormai firmato accordi con il governo che dovrebbero portarli alla rinuncia delle proprie ambizioni separatiste in cambio di una maggiore autonomia. Il Maute, Abu Sayyaf e altri gruppi duri e puri non sarebbero però interessati a negoziare e si sono avvicinati all’Isis per sostegno morale e materiale.

Oggi, la novità è quindi l’internazionalizzazione del conflitto.

Gli scontri sono cominciati infatti quando il 23 maggio le forze di sicurezza hanno cercato di arrestare nella città a maggioranza musulmana di circa 200mila abitanti, Isnilon Hapilon, leader di Abu Sayaf e secondo fonti ufficiali il contatto dell’Isis nelle Filippine, che ha anche una taglia statunitense che pende sulla sua testa. I militari sarebbero stati sopraffatti da militanti jihadisti che si erano già infiltrati nella città e da quel momento sono cominciati i combattimenti, con intervento dei commandos filippini e anche bombardamenti arei. Gran parte della popolazione è sfollata.

Qui sotto il video di propaganda diffuso martedì in cui un prete preso in ostaggio dal gruppo Maute, padre Teresito Soganub, ribadisce al presidente filippino Rodrigo Duterte la richiesta di ritirare le forze governative da Marawi

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Esperti della sicurezza ritengono che si sia trattato di una trappola scattata proprio in vista del Ramadan: i jihadisti filippini vorrebbero assumere così legittimità agli occhi di Daesh.

Le autorità di Manila dichiarano che si tratta di una jihad internazionale anche perché tra i militanti uccisi o catturati ci sarebbero diversi malesi e indonesiani. A parziale conferma, è arrivata la misura presa dal governo della Malaysia che nei giorni scorsi ha rafforzato la sorveglianza ai propri confini dichiarando esplicitamente che intende arrestare la fuoriuscita di militanti islamici diretti nei Paesi vicini, Thailandia in primis e poi anche Filippine e Indonesia. C’è quindi tutta una regione in sommovimento. Si teme che i militanti del sudest asiatico vogliano creare un’enclave autonoma, una specie di Stato islamico dell’estremo oriente.

Difficile distinguere fin dove arrivi il pericolo reale e dove invece subentri il solito spettro agitato dai governi per giustificare politiche autoritarie. È, questa, una pratica comune in tutti i Paesi asiatici: dall’Asia Centrale, dove fin dagli anni Novanta il pretesto di una “afghanizzazione” ha giustificato la repressione del dissenso da parte dei ras locali, alla Cina del pugno di ferro in Xinjiang, fino al Sudest asiatico. Sarebbe per altro ingenuo non riconoscere che esiste un problema di conflitti locali su cui si innesta una narrativa islamista.

Il presidente filippino Duterte è originario proprio di Mindanao, dove è stato per anni sindaco della città di Davao, in cui lo scorso settembre un attentato dinamitardo del Maute ha provocato 14 morti. Ha imposto la legge marziale in tutta l’isola, legge marziale che tecnicamente dovrebbe durare 60 giorni ma che lui ha già dichiarato con il suo solito piglio da sceriffo di voler estendere finché non risolverà il problema del terrorismo una volta per tutte. Questo approccio genera un problema con le altre istituzioni del Paese, perché le Filippine hanno creato contropoteri democratici contro la legge marziale dopo la caduta di Marcos nel 1987, proprio perché l’ex dittatore l’aveva utilizzata indiscriminatamente. È così che il conflitto di Marawi riecheggia anche a Manila.

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    Gabriele Battaglia
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Cina, al Partito non piacciono i single

Quando la politica, cioè il Partito, lancia un messaggio, la società civile ne trae le conseguenze. La scorsa settimana, la Lega della Gioventù Comunista cinese ha annunciato delle linee guida per aiutare i giovani cinesi a trovare un partner, ed ecco che i datori di lavoro si sono adeguati obbligando il proprio personale single a partecipare ad appuntamenti al buio di massa, organizzati lo scorso weekend in parchi e stadi. Complice la data: 20 maggio, che in cinese si dice wǔ’èr líng, quasi omofono di wǒ ài nǐ, cioè “ti amo”. A Hefei, nella provincia dell’Anhui, sono stati per esempio circa 10mila quelli che si sono “incontrati” in una piazza.

Su Weibo, il principale social network cinese, sono immediatamente comparse testimonianze e lamentele di quanti hanno dovuto partecipare ai blind date di massa e l’argomento è diventato tema caldo. Secondo il China Youth Daily, organo della gioventù comunista, nel 2016 erano 200 milioni i single, mentre secondo l’Accademia delle scienze sociali entro il 2020 ci saranno circa 15 milioni di uomini tra i 35 e i 59 anni senza una moglie, complice la ormai superata politica di controllo delle nascite che in quarant’anni figlio unico per legge ha fatto sì che in Cina ci siano oggi 118 uomini per ogni 100 donne. È una situazione che preoccupa le autorità, ossessionate dalla stabilità sociale.

L’elevato numero di uomini che non riescono a trovare moglie accresce infatti il rischio di violenze sessuali, aumenta la richiesta dell’acquisto di spose smerciate dal Sudest asiatico e accresce i costi del welfare. Non solo: ci sono studi secondo cui le società prevalentemente maschili sarebbero più predisposte alla guerra. Ma i giovani attribuiscono ai ritmi di vita frenetici, all’ipercompetitività, la mancanza di tempo per socializzare a dedicarsi alla ricerca di un partner.

La campagna lanciata dalla Lega della Gioventù non è un fulmine a ciel sereno. il 13 aprile, il Comitato centrale del Partito ha rilasciato un “piano a medio-lungo termine per l’evoluzione della gioventù” che copre tutti gli aspetti della vita di un giovane: ideologia, istruzione, salute, lavoro, cultura, relazioni e matrimonio. Così, si intende fare proseliti anche tra la gioventù di Hong Kong, quella sempre più disaffezionata nei confronti della Cina continentale, che ha dato vita al movimento degli ombrelli del 2014.

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    Gabriele Battaglia
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Taiwan verso i matrimoni gay

Taiwan potrebbe diventare il primo Paese asiatico a legalizzare le nozze tra persone dello stesso sesso, dopo che la corte costituzionale di Taipei ha sancito che vietarlo significa discriminare e non rispettare l’uguaglianza di tutti i cittadini. “Non consentire a due persone dello stesso sesso di sposarsi per salvaguardare un sistema etico, costituisce una discriminazione di trattamento con nessuna base razionale“, dice letteralmente la sentenza.

La corte dà tempo due anni al parlamento di varare leggi apposite o di emendare quelle vecchie, adesso la palla passa al legislativo. Il movimento Lgbt dell’isola è soddisfatto e spera che il parlamento allargherà a tutta la popolazione la legge già esistente sul matrimonio, che dà anche diritto all’adozione, all’affido, all’eredità e a prendere decisioni in caso di situazioni mediche estreme del partner. Il rischio è infatti che si decida invece di fare una legge specifica, che consente il matrimonio tra persone dello stesso sesso ma nega gli altri diritti.

In Cina continentale non esiste una legislazione che consenta le nozze omosessuali, ma il movimento Lgbt organizza spesso manifestazioni pubbliche in cui si effettuano matrimoni gay a titolo simbolico e una corte di Changsha, nello Hunan, ha accettato l’anno scorso il ricorso di un uomo contro il locale ufficio degli affari civili che gli aveva vietato di sposare il suo compagno. L’uomo poi perse la causa, ma il fatto che una corte abbia comunque accettato di discuterla fa pensare che qualcosa si stia movendo anche grazie all’attivismo del movimento Lgbt.

In tutto il mondo cinese, si tratta sempre di trovare un compromesso tra la tradizionale struttura confuciana della società e la velocità con cui i costumi cambiano. E quindi, molto spesso, le cose avvengono comunque ma senza sanzione legale. Forse, come fu già per le riforme di mercato, Taiwan aprirà ancora una volta la strada alla Cina tutta.

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    Gabriele Battaglia
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Corea del Nord, nuovo test missilistico

Rex Tillerson, il segretario di Stato statunitense, chiede nuove, accentuate sanzioni contro la Corea del Nord al Consiglio di Sicurezza dell’Onu e subito dopo Pyongyang effettua un lancio missilistico. Fallito, come quello di due settimane fa, ma comunque un messaggio chiaro di sfida. C’è quasi una prevedibilità nelle cosiddette “provocazioni” di Pyongyang: tutte le volte che avversari – come gli Stati Uniti – e presunti alleati – come la Cina – stanno prendendo decisioni che riguardano la penisola, la Corea del Nord manda un avvertimento.

È il 75esimo lancio da quando Kim Jong Un è salito al potere nel 2011, un’escalation rispetto ai test missilistici compiuti da suo padre, Kim Jong Il.

È aperto il dibattito sul perché due tentativi di fila sano falliti. C’è chi ipotizza il successo di un programma di sabotaggio informatico lanciato dall’amministrazione Obama, ma d’altra parte sono forti le obiezioni di chi ritiene la tecnologia di Pyongyang troppo arretrata e quindi paradossalmente immune a un attacco così sofisticato. Si tratterebbe di fallimento del tutto domestico, punto.

Stanotte Trump ha immediatamente twittato che il lancio manca di rispetto alla Cina, ma in realtà sono proprio Stati Uniti e Corea del Nord a essersi avvitati in un circolo vizioso di minacce e contro minacce ed è proprio Trump l’elemento nuovo e destabilizzante in un contesto, quello dell’Asia Nord Orientale, dove tutti gli attori in gioco erano ormai abituati a vivere in un delicato equilibrio dove l’imprevedibilità di Pyongyang era tutto sommato prevedibile.

Cina e Russia insistono nell’opporsi all’opzione militare, Pechino continua a ripetere che la responsabilità del dossier nordcoreano deve essere condivisa e che la Cina da sola non può fare molto, premendo per una ripresa dei colloqui a sei, ma gli Stati Uniti vogliono prima un’umiliazione di Pyongyang e poi, forse, la ripresa dei colloqui. Scenario altamente improbabile.

Da parte sua, la Corea del Nord persegue sempre più l’opzione missilistica e nucleare per tutelarsi contro ogni ipotesi di cambio di regime che gli Stati Uniti hanno in passato attuato più volte in altri Paesi definiti, proprio come la Corea del Nord, “Stati canaglia”.

Ci sono dunque esigenze strategiche diverse tra tutti gli attori in gioco che rischiano di creare un corto circuito molto pericoloso.

Proprio in occasione del tradizionale bilancio dopo i primi 100 giorni di Donald Trump alla Casa Bianca – con l’indice di gradimento per il neo-presidente che sarebbe già al di sotto del 40 per cento – alcuni osservatori di cose statunitensi sottolineano come in politica estera l’amministrazione sia nel caos più totale. L’Asia Team di Trump è ancora un ectoplasma indefinito, con il segretario alla Difesa James Mattis e il segretario di Stato Rex Tillerson che sgomitano per piazzare i propri sottosegretari preferiti nei posti chiave, mentre il presidente distribuisce bastoni e carote a seconda delle proprie idiosincrasie politiche e personali.

Mattis non è per esempio riuscito a dare un incarico a Mary Beth Long, una veterana del Pentagono con trascorsi alla Cia, mentre Tillerson ha dovuto fare a meno di Elliott Abrams, un prominente neo-conservatore in circolazione fin dai tempi dello scandalo Iran-Contra. Entrambi si erano opposti al presidente nei giorni della sua candidatura e Long era anche tra i firmatari della campagna “Never Trump”. A casi come questi – non sono gli unici – si aggiunge la sostituzione di ben 28 ambasciatori dell’Era Obama, che lascia un vuoto ancora da colmare.

Così, Tillerson è stato spedito a navigare a vista in Asia Orientale a metà marzo, in una missione diplomatica ad ampio raggio che doveva costantemente fare i conti con i tweet estemporanei del presidente. L’esportazione di questo caos in Asia Orientale è stata del tutto consequenziale.

Dietro al caos c’è però il disegno di lungo periodo, che è il contenimento della Cina: la superpotenza di oggi che cerca di impedire la crescita della superpotenza di domani facendo leva sul vantaggio competitivo che ancora le appartiene, quello militare. Un disegno che per altro non dispiace ad altri player regionali, spaventati dall’ipotesi che Pechino stia cercando di ricreare un sistema di “Stati tributari” in Asia Orientale che ricorda l’era imperiale: la Cina al centro, benevola superpotenza regionale, e gli altri Paesi che traggono benefici dalla sua crescita ma, comunque, in posizione subordinata. Pechino, da parte sua, non fa molto per allontanare i sospetti, specialmente se si pensa alla sua politica estremamente assertiva nel Mar Cinese Meridionale. Giappone, Corea del Sud, ma anche Russia, sono in misura diversa interessati a un contenimento della Cina.

Infine, se ogni sistema tende in primis a riprodurre se stesso – gli Usa come potenza dominante, la Cina come potenza emergente – la Corea del Nord non sfugge certo a questo schema. Così, la politica missilistica e nucleare di Pyongyang sembra il deterrente per costringere gli Stati Uniti a sedersi al tavolo senza mediazioni di “estranei” per firmare finalmente quel trattato di pace in sospeso dal 1953, garanzia di sopravvivenza per il regime.

Probabilmente, l’unica strategia plausibile oggi consiste nel congelare la situazione: una non soluzione è spesso già una soluzione, secondo consuetudine asiatica. Ma l’ingresso dell’elefante Trump nella cristalleria dell’Asia Nord-Orientale – o Pacifico occidentale, dal punto di vista Usa – ha già messo la regione in sommovimento.

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    Gabriele Battaglia
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Cina-Usa, nessun accordo

Questo articolo è stato pubblicato originariamente su China Files

Hanno fatto conoscenza reciproca. Nessun accordo significativo su commercio e Corea del Nord. Questo è in sintesi l’esito del summit di Mar-a-lago tra Donald Trump e Xi Jinping, presidenti delle due superpotenze globali, un summit su cui aleggiava l’ombra dell’attacco missilistico in Siria , avvenuto proprio mentre i due leader e il loro seguito consumavano la cena nel primo giorno dei colloqui. Non è chiaro se Xi fosse stato avvertito, come e quando. Dichiarazioni sparse da parte della delegazione Usa, bocche cucite sul lato cinese. Il risultato più concreto sembrerebbe l’avvio di un “piano dei cento giorni” per discutere le questioni commerciali. Del resto, i cinesi l’avevano annunciato con ampio anticipo: un incontro di 18 ore – il tempo complessivo che Xi e Trump hanno trascorso insieme – è solo l’inizio di una relazione che lo stesso Trump ha definito “di lunga durata”.

Il segretario al Commercio Wilbur Ross ha dichiarato che anche la Cina è preoccupata per il deficit statunitense nell’interscambio tra i due Paesi, 347 miliardi di dollari nel 2016. Loro, i protagonisti, hanno rilasciato commenti stringati secondo il proprio stile. Trump ha definito “eccezionale” (outstanding) la relazione tra lui e il presidente Xi. Il quale, da parte sua, ha ringraziato il munifico ospite e ha definito il summit “utile allo scopo di far progredire il rapporto Stati Uniti-Cina”. La cosa più importante – ha detto Xi – “è che abbiamo migliorato la comprensione e stabilito una sorta di fiducia; abbiamo dato inizio a un rapporto di lavoro e di amicizia”.

La Cina, in diplomazia e non solo, non cerca quasi mai di definire obiettivi misurabili nero su bianco, bensì di costruire piattaforme – ambienti – attraverso cui i processi possano proseguire con aggiustamenti continui. Al cambiare delle circostanze possono cambiare gli obiettivi, per cui l’importante è stabilire le regole dell’interazione reciproca e promettersi fiducia reciproca. Costruire prevedibilità. E poi i risultati salteranno fuori, vedrete. Del resto, una situazione congelata è già un risultato che evita il peggio, per i cinesi. In questo senso, Xi Jinping avrebbe proposto a Donald Trump “quattro meccanismi di consultazione paralleli” sui temi più spinosi – tra cui il commercio e la sicurezza informatica – per sostituire il defunto “dialogo strategico ed economico” (S&ED) che, dal 2009 e attraverso incontri periodici, serviva a contenere gli interessi divergenti e spesso conflittuali tra i due Paesi. Una nuova piattaforma è la proposta dei cinesi.

Così, il summit con Trump può essere salutato come un parziale successo da Xi Jinping che a novembre ha il congresso del Partito in cui dovrà compiere il grande rimpasto della commissione permanente del Politburo – cioè la stanza dei bottoni composta dai sette che di fatto governano la Cina – e aveva bisogno di incanalare la relazione con gli Usa in pratiche consolidate. Le ripetute dichiarazioni di Trump sulla “amicizia” che si prospetta di lungo periodo sono in questo senso fieno in cascina, così come la promessa di un nuovo incontro, questa volta a Pechino. Certo, c’è quello spiacevole bombardamento missilistico, che ha sicuramente imbarazzato Xi. L’attacco ordinato da Trump in contemporanea con il summit è sembrato quasi un tentativo di far saltare il banco – un bluff? – per cogliere la controparte di sorpresa. Una scortesia, quasi una trappola, che difficilmente i cinesi scorderanno.

Parlando a nuora perché suocera intenda, Washington ha voluto forse chiarire che anche per la Corea del Nord potrebbe prefigurarsi una soluzione del genere se Pechino non riuscirà a riportare Kim Jong-un a più miti consigli. Minaccia di difficile realizzazione, per altro: la Corea del Nord non è la Siria, la differenza passa per l’arsenale nucleare e i missili balistici a disposizione del giovane Kim. Tra i due presidenti non c’è stato accordo sul dossier nordcoreano, dunque, anche se la delegazione Usa ci ha tenuto a comunicare che lo stesso Xi ha definito la situazione nella penisola “molto grave”.

Ma l’impasse è dato dal fatto che la Cina insiste sulla formula dialogo-più-sanzioni Onu, mentre Washington non intende sedersi a nessun tavolo con Pyongyang. Ora, fonti Usa si affrettano a dire che non esiste nessuna relazione tra la visita del presidente cinese e la decisione di bombardare la base aerea in Siria ed è probabile che i cinesi accettino questa versione, che salva la faccia pure a loro. Ma nel consueto briefing con la stampa straniera del giovedì, il ministero degli Esteri di Pechino ci ha tenuto a ribadire che la Cina non interferisce nelle questioni interne di altri Paesi e che Assad è stato eletto dal popolo siriano, di cui bisogna rispettare le scelte. “Se gli ultimi eventi significhino un cambio di linea da parte dell’amministrazione Usa – ha detto il portavoce del ministero – bisogna chiederlo alla stessa amministrazione Usa”. Ha poi insistito sul fatto che la comunità internazionale deve spingere per un accordo che porti la pace e mantenga la stabilità, deve intensificare il proprio appoggio alle Nazioni Unite, favorire la mediazione e la fiducia reciproca affinché i colloqui di pace abbiano successo. Degno di nota anche il fatto che sull’attacco chimico di Idlib, con cui l’amministrazione Trump giustifica il bombardamento missilistico, Pechino chieda un’inchiesta indipendente “che arrivi a prove certe sulle responsabilità”, dato che “qualsiasi conclusione deve basarsi sui fatti”. Insomma, la Cina non appoggerà mai l’unilateralismo che sembra tornare in voga a Washington.

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    Gabriele Battaglia
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Cina-Usa, a Mar-a-Lago con l’ambiente sullo sfondo

Questo articolo è stato pubblicato originariamente su China Files.
Tra le 65mila e le 75mila vittime. Sono questi i numeri dell’inquinamento transfrontaliero prodotto da Cina e India. Secondo uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Nature, le Pm 2.5 e 10 non uccidono solo all’interno dei confini domestici, ma anche all’estero. In totale, al mondo, sarebbero circa 400mila le morti dell’inquinamento d’esportazione. Del resto, le nubi tossiche non hanno confini. Ma è anche vero che su circa tre milioni e mezzo di morti premature per l’inquinamento dell’aria a livello globale, di queste, 750mila avvengono in luoghi dove si producono merci che non verranno utilizzate lì, bensì altrove. Insomma, c’è chi paga l’inquinamento prodotto in un altro Paese, ma all’interno di quell’altro Paese c’è chi paga l’inquinamento per merci di cui non beneficerà mai.
I fumi tossici che uccidono globalmente partono soprattutto da Paesi dove si delocalizza perché il costo del lavoro è inferiore e anche le normative ambientali sono più permissive. Ognuno è sia vittima sia carnefice. Lo studio pubblicato da Nature calcola per esempio che noi europei occidentali compriamo merci d’importazione che sono responsabili di circa 173mila morti per inquinamento all’anno. Un po’ meno responsabili i consumatori statunitensi, che ne ammazzano solo 100mila.
In Cina muoiono ogni anno 238mila persone per la produzione di merci che andranno altrove, su un terrificante totale di un milione di morti per inquinamento nel Paese; 106mila i morti da export in India su 500mila morti per il degrado dell’aria, e 129mila nel resto dell’Asia. La produzione, come si vede, resta concentrata soprattutto lì, in un’Asia che a differenza di quanto sostiene Trump, non coglie solo i benefici dell’industrializzazione. Ne paga le conseguenze. E, almeno un po’, le esporta. Se le norme protezioniste e le politiche industriali energivore del neo inquilino della Casa Bianca passassero, si ritiene che aumenterebbero le morti da inquinamento negli Stati Uniti, ma si ridurrebbero a livello globale, perché Washington ha leggi ambientali più rigide dei Paesi asiatici. Almeno finora.
Di fronte al primo di passo di Trump verso lo smantellamento degli accordi di Parigi sul clima – la firma dell’ordine esecutivo che elimina gli standard ambientali imposti dall’amministrazione Obama alle centrali elettriche – il più grande inquinatore mondiale in numeri assoluti, la Cina, rischia di divenire ora il campione globale dell’ambiente così come sembra già esserlo della globalizzazione. Pechino, che è responsabile del 25 per cento delle emissioni globali, aveva collaborato spalla a spalla con l’amministrazione Obama per giungere all’intesa del 2015.
Dopo il dietrofront di Trump sancito la scorsa settimana, il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Lu Kang, aveva dichiarato a stretto giro che la Cina continuerà su quella strada e, senza fare nomi e cognomi, aveva aggiunto che tutti i Paesi dovrebbero «stare al passo con i tempi»: una stoccata al presidente Usa, che in alcuni momenti sembra addirittura negazionista sull’emergenza riscaldamento globale.
La Cina in effetti ci sta provando: se il carbone è ancora il combustibile utilizzato per il 62 per cento del suo fabbisogno energetico, per il 2020 punta a far scendere questa dipendenza al 55 per cento; nel 2016, il consumo di carbone è sceso per il terzo anno di seguito e per il 2017 si prevede che le emissioni diminuiranno dell’1 per cento. Nel piano quinquennale 2016-2020, Pechino ha già programmato di investire 2.500 miliardi di yuan – cioè 335 miliardi di euro – nelle fonti rinnovabili. La Cina è il Paese che investe di più in rinnovabili al mondo ma per il 2020 si prevede che rappresenteranno ancora solo il 15 per cento del suo fabbisogno. Il problema sta tutto nelle dimensioni del Paese e quindi nelle difficoltà a riconvertire il suo modello di sviluppo energivoro. Piccoli passi, quindi, ma la direzione almeno sembra chiara.
Al summit di Mar-a-Lago, nella residenza privata di Trump in Florida, tra il neo-campione della globalizzazione Xi Jinping e il neo-alfiere dell’America First, «The Don», anche l’ambiente sarà dunque presente, seppur indirettamente. Si parla di produzione e commercio, ma sullo sfondo c’è anche la salute del pianeta.
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    Gabriele Battaglia
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Duterte accusato di 1.400 omicidi extragiudiziali

È ricomparso all’improvviso, Arthur Lascañas, il supertestimone che dovrebbe provare le accuse di omicidi extragiudiziali compiuti dal presidente filippino Rodrigo Duterte quando era sindaco di Davao, accuse che potrebbero portare al suo impeachment. Lascañas era stato più volte tirato in ballo da un altro testimone ed ex killer, Edgar Matobato, che l’aveva definito «braccio destro di Duterte»; era già stato ascoltato in un’audizione parlamentare lo scorso autunno, ma aveva sempre negato i fatti. Lunedì è ricomparso all’improvviso in una conferenza stampa ammettendo tutto. Lui dice per ragioni di coscienza, i sostenitori di Duterte lo accusano invece di far parte di una congiura per destituire il presidente.

Il supertestimone è rappresentato da tre avvocati per i diritti umani e racconta che, durante il suo mandato più che ventennale, Duterte mise a libro paga un vero e proprio «squadrone della morte» che ha sulla coscienza, tra le altre cose, il massacro di un presunto sequestratore con tutta la sua famiglia, l’omicidio di un giornalista e di una donna incinta. Sarebbero oltre 1.400 gli omicidi extragiudiziali compiuti a Davao tra il 1998 e il 2016. «Che sotterrassimo i corpi o li buttassimo a mare, eravamo sempre pagati dal sindaco Rody Duterte», ha raccontato Lascañas.

Duterte ha poi esteso i suoi metodi da sindaco a livello nazionale – anzi, ha proprio vinto le elezioni del maggio 2016 promettendo pugno di ferro – e nella sua campagna contro la droga e la piccola criminalità ha lasciato mani libere alle forze di sicurezza che, si stima, avrebbero già ucciso circa settemila tossicomani, spacciatori e piccoli criminali.

A stretto giro, il portavoce di Duterte, Marin Andanar, ha negato tutte le accuse di Lascañas, affermando che si tratta di un «lavoro di demolizione» messo in atto da forze che vogliono creare un «dramma politico mirato a distruggere il presidente e a rovesciare la sua amministrazione». Andanar ha aggiunto che Duterte è già stato prosciolto dalla Commissione per i Diritti Umani, dall’Ufficio del Difensore Civico e dalla Commissione Giustizia del Senato per ogni complicità nelle esecuzioni sommarie a Davao. Secondo la versione ufficiale, Duterte sarebbe sotto attacco perché le sue riforme colpiscono interessi costituiti.

Va però detto che è stato lo stesso Duterte, nel corso degli anni, ad alternare smentite e conferme sull’esistenza di uno squadrone della morte a Davao. Ha anche già ammesso di avere personalmente ucciso tre responsabili di sequestro per dare l’esempio alla polizia. E soprattutto, è sotto gli occhi di tutti il salto di qualità in senso repressivo della lotta alla droga da parte del governo da quando Duterte si è insediato. Una pressione costante che si esercita soprattutto sui quartieri popolari, teatro delle scorribande dei vigilantes, in divisa e no.

Ma qui si tratta di appurare le responsabilità non politiche bensì direttamente penali di Duterte e il quadro si complica.

Le riforme di Duterte, al di là della compagna antidroga, si sostanziano nel cosiddetto «Programma socio-economico in 10 punti» che con un grande piano infrastrutturale dovrebbe garantire crescita e lavoro. Tuttavia, i critici di Duterte dicono che il suo pugno di ferro e diverse prese di posizione in politica estera potrebbero determinare una fuga degli investimenti esteri. Duterte ha più volte attaccato gli Usa – alleato storico delle Filippine – e l’Onu, dopo avere ricevuto critiche sia dalla Casa Bianca sia dal Palazzo di Vetro per le sue politiche antidroga. Ha minacciato di costituire un nuovo blocco strategico con la Cina e i Paesi africani e ha più volte proclamato di voler condurre una politica estera «indipendente», affermazioni che hanno fatto alzare più di un sopracciglio a Washington. Non è ancora ben chiaro se la promessa di uno sviluppo più «inclusivo» stia dando risultati, ma c’è consenso nel ritenere che il futuro dell’amministrazione Duterte dipenderà calla capacità di mantenere un elevato livello di crescita e di creare lavoro.

Il senatore Richard Gordon, un veterano della politica filippina che presiede la Commissione Giustizia del Senato, ha già dichiarato che non promuoverà una nuova inchiesta in parlamento e ha aggiunto che i tempi di queste nuove rivelazioni di Lascañas sono quanto mai strani, perché coincidono con il caso della senatrice Leila de Lima, l’avversaria di Duterte ed ex ministro della Giustizia del governo Aquino che l’anno scorso portò in Senato la testimonianza di Edgar Matobato e che dovrebbe essere lei stessa incriminata per un caso di droga nei prossimi giorni. De Lima è stata accusata di aver accettato denaro da narcotrafficanti in carcere e di avere consentito a un condannato di gestire il proprio business da dietro le sbarre.

Il ministro della Giustizia Vitaliano Aguirre ha dichiarato il 17 febbraio che tre denunce sono state depositate contro de Lima, il suo autista e un certo numero di altre persone. Anticipando le critiche, Aguirre ha affermato che il procedimento «non è politico, bensì prodotto del commercio di droga». De Lima ha diffuso un comunicato nel quale afferma: «Se la perdita della libertà è il prezzo che devo pagare per oppormi alla macelleria messa in atto dal regime Duterte, allora questo è un prezzo che sono disposta a pagare».

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    Gabriele Battaglia
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La Cina e il trauma dei ‘bambini satellite’

Ne parla anche il governativo China Daily: si tratta quindi di uno di quei problemi che anche le autorità cinesi ritengono vadano messi all’ordine del giorno affinché siano risolti.
Stiamo parlando dei “bambini satellite”, cioè di quei minori figli di cinesi all’estero che vengono rimpatriati e affidati alle cure dei nonni o di altri parenti, per un motivo molto semplice: i genitori sono oberati di lavoro e non possono averne cura.
Il China Daily parla soprattutto dei sino-americani della Chinatown di Boston dove nella maggior parte dei casi i bambini sono rispediti in Cina in tenerissima età per poi tornare dai genitori espatriati dopo anni trascorsi con nonni e zii. A quel punto, i ragazzi hanno già sofferto il trauma di due separazioni: quella iniziale dai genitori e quella successiva dai parenti che si sono presi cura di loro negli anni di prima formazione.
Una ricerca di una Ong nata ad hoc, la Chinese-American Planning Council, mostra che quando i bambini si riuniscono con i genitori negli Stati Uniti dopo la separazione prolungata vivono uno stato di profonda confusione: mancano loro i parenti che ne hanno avuto cura in Cina, non si adeguano alle regole di genitori che hanno uno stile diverso rispetto agli parenti, non si adattano agli altri fratelli cresciuti in America, se ci sono, e alle diverse abitudini alimentari, alla lingua e al tipo di istruzione. Nei peggiori casi, il senso di straniamento è all’origine di istinti suicidi.
Le famiglie di questi ragazzi non sono i sino-americani di lunga data, quelli totalmente integrati nella realtà locale, bensì spesso i figli di giovani coppie arrivate da poco, a basso reddito, che lavorano con orari prolungati nei ristoranti, nei saloni di bellezza, nei negozi di alimentari, nelle tintorie e negli alberghi delle Chinatown, facendo lavori che nessuno vuole, e tuttavia non possono accedere ai servizi base in quanto stranieri.
Dietro al problema dell’infanzia si nascondono quindi questioni di diseguaglianza sociale e di immigrazione. Il governo cinese, nel parlare del problema, sembra voler comunicare che ha a cuore il destino dei connazionali, anche quelli che scelgono di vivere all’estero. Anche questo fa parte di quel messaggio di potenza benevola e responsabile su scala globale che Pechino vuole sempre più diffondere nel mondo, ma soprattutto tra i cinesi stessi.
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    Gabriele Battaglia
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La fine del “modello Wukan”

13 arresti e un numero imprecisato di feriti.

E’ il risultato dell’irruzione dei paramilitari avvenuta ieri nella cittadina di Wukan e nelle case dei suoi abitanti che protestavano contro la condanna per corruzione del leader del villaggio, Lin Zuluan. Wukan è famosa perché nel 2011 la gente di questa cittadina di circa 20mila abitanti condusse una lotta che durò oltre un anno contro le autorità locali, che intendevano sequestrare i terreni agricoli per darli a un’immobiliare di Hong Kong.

Una storia come se ne vedono tante, in Cina, dove molto spesso le casse dei governi locali e le tasche dei funzionari si riempiono proprio grazie alla vendita di terre al palazzinaro di turno. A differenza di molte altre, la lotta di Wukan fu però coronata dal successo ed ebbe il suo culmine nel settembre del 2011, quando la cittadinanza cacciò via letteralmente i funzionari di Partito e diede il via a un’esperienza di autorganizzazione. La polizia circondò il villaggio e la situazione di stallo durò per circa dieci giorni, nei quali alcuni giornalisti stranieri riuscirono a oltrepassare il blocco e cominciarono a raccontare quella vicenda in presa diretta, facendola conoscere al mondo attraverso i social media.

A quell’esperienza concorsero sia giovani migranti rientrati precipitosamente nel villaggio d’origine portando in dote le conoscenze tecnologiche acquisite in città, sia la vecchia generazione rurale, radicata su un territorio che conosceva da decenni. Tra questi ultimi, c’era proprio l’allora sessantacinquenne Lin Zuluan, che si distinse presto come leader della lotta: membro del Partito comunista, ex funzionario, divenuto poi businessman. Vecchio volpone dalla estesa rete relazionale.

Di fronte all’escalation, intervennero allora le autorità della provincia del Guangdong e, creando un precedente che fece gridare al miracolo la stampa occidentale, concessero elezioni democratiche. Così, all’inizio del 2012, gli abitanti della cittadina elessero il comitato di villaggio in una storica votazione che fu ripresa da tutti i media nazionali e internazionali (se googlate, trovate ancora le foto della gente che infila la scheda elettorale nelle urne a cielo aperto). Le elezioni a livello di villaggio sono ampiamente diffuse in Cina, ma il punto è la trasparenza del voto, con il Partito che di solito impone i propri candidati.

Vincitore delle elezioni e nuovo leader risultò allora essere proprio Lin Zuluan. Continuità e divergenza: lui iscritto al Partito ed ex funzionario, ma a capo di un comitato formato da semplici cittadini. Si parlò allora di «modello Wukan» per celebrare un’esperienza in cui dalla lotta nasceva l’autorganizzazione che si concludeva poi nel voto democratico. Musica per le orecchie dei liberaldemocratici di tutto il mondo: il movimento dal basso che poi si ricompone nelle pratiche elettorali della democrazia borghese.

Tuttavia, l’esperienza durò poco. Da subito, il comitato si scontrò con l’impossibilità di ridiscutere contratti di cessione delle terre già firmati da tempo e la gente che l’aveva votato cominciò a rivoltarglisi contro: ma come? Non ci avevano promesso che le nostre terre non sarebbero state cedute? Così, dopo circa un anno l’esperienza sembrava già fallita, con alcuni dei neo-eletti che lamentavano il fatto di essere diventati capri espiatori e giuravano che mai e poi mai si sarebbero ricandidati.

Il vecchio Lin però teneva duro e lo scorso giugno, ormai settantenne, ha convocato una manifestazione popolare per lanciare un nuovo round di lotte. Tuttavia, prima che potesse agire è stato portato via dalla polizia e quindi accusato di corruzione per avere intascato mazzette proprio durante il suo incarico a Wukan. Il processo a porte chiuse che si è svolto la scorsa settimana l’ha condannato a 3 anni di prigione e 200mila yuan di multa (oltre 25mila euro). La sua famiglia dice ora che il verdetto è stato ingiusto perché Lin avrebbe collaborato con le autorità durante il processo. Attivisti per i diritti civili sono stati tenuti fuori dalla corte e denunciano che l’imputato non ha potuto scegliersi gli avvocati e ha dovuto accettare quelli d’ufficio.

Quanto alla gente di Wukan, stava dimostrando da oltre 80 giorni e minacciava uno sciopero di quattro giorni, quando è avvenuto l’assalto di ieri. Difficile fare previsioni su cosa accadrà ora. Sembrerebbe fare una pessima figura Hu Chunhua, governatore del Guangdong, fino a poco tempo fa uno degli astri nascenti della politica cinese. La carriera dei funzionari locali non si basa solo sui successi economici, ma anche e soprattutto sulla loro capacità di mantenere la pace sociale. Ben diversamente si era comportato nel 2011-2012 Wang Yang, il suo predecessore, l’uomo che concesse le elezioni. Ma forse, la condanna del vecchio Lin e i proiettili di gomma di Wukan sono un avvertimento che viene da ben più in alto: nessuno spazio per l’autorganizzazione, nella Cina di Xi Jinping.

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    Gabriele Battaglia
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La bomba di Kim

Quando alle 8:30 di stamane (le 2:30 italiane) parecchi cinesi che abitano al confine con la Corea del Nord hanno avvertito una scossa di terremoto che ha fatto cadere dagli scaffali pentole e vasellame, nessuno ha creduto che si trattasse di un fatto naturale. Qualcosa del genere era già successo lo scorso gennaio ed era stato provocato da un esperimento atomico compiuto dal regime dei Kim. Da lì a poco la conferma: la Corea del Nord, in barba alle risoluzioni Onu e alle sanzioni internazionali appesantitesi dopo quel test di gennaio, ha compiuto il suo esperimento nucleare sotterraneo finora più potente, con una testata nucleare da 10 kilotoni montata su un razzo. Il terremoto provocato dall’ordigno è stato stimato sui 5.3 gradi ma, dice la propaganda di Pyongyang, non ha provocato alcuna fuga radioattiva (fatto per altro confermato anche da scienziati cinesi).

Nei giorni scorsi erano stati compiuti alcuni esperimenti con missili balistici ed è sia simbolico sia significativo che il regime di Pyongyang effettui questi test sempre in concomitanza con qualche grande evento internazionale: il G20 di Hangzhou per i missili di qualche giorno fa, il vertice Asean oggi. Il programma nucleare di Kim Jong-un è sia un’ombra sulle relazioni internazionali, sia una spina nel fianco per i vicini sudcoreani, giapponesi, cinesi, sia una ben congegnata operazione di marketing: «Ci siamo anche noi, non dimenticatelo mai».

Le reazioni sono arrivate a stretto giro: la presidentessa sudcoreana Park Geun-hye ha denunciato la «sconsideratezza maniacale» di Kim, mentre Barack Obama ha avvertito delle «gravi conseguenze» e ha comunicato l’avvio di serrate consultazioni con Seul e Tokyo.

Più complessa la posizione della Cina, Paese protettore e formalmente alleato di Pyongyang ma al tempo stesso esasperato dalle intemperanze del regime nordcoreano.

Pechino ha comunicato di «opporsi fermamente» al test, ma il suo spazio di manovra è limitato, dato che la priorità cinese resta quella di evitare un collasso del regime che provocherebbe con ogni probabilità un’ondata di profughi in direzione delle proprie province nord-orientali e sicuramente l’avvicinamento degli Stati Uniti ai propri confini. Proprio Washington e Seul, in risposta all’escalation nordcoreana, hanno deciso di recente di installare in Corea del Sud il sistema missilistico Thaad, che il sito Foreign Policy così descrive: «Thaad è una recente aggiunta rispetto ai dispositivi anti-missili balistici/intercettori degli Stati Uniti. È entrato in produzione nel 2008 e ha in primo luogo il compito di eliminare minacciosi missili balistici in quella che è conosciuta come la loro fase “terminale” (la “T” nella sigla)». In realtà – continua il sito – il sistema costruito dalla Lockheed Martin è finora predisposto per colpire missili durante la loro fase di discesa e non durante il decollo, ma potrebbe avere un ulteriore sviluppo che gli permetterebbe di colpire anche veicoli ipersonici come il cinese Wu-14. Ed è per questo che Pechino è assolutamente contraria al suo dispiegamento in Corea del Sud.

Così, la Cina si trova letteralmente presa in mezzo tra la necessità di far sopravvivere un regime che non accetta il suo ruolo di Paese protettore e le reazioni della Corea del Sud (e del Giappone) spalleggiata da Washington.

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    Gabriele Battaglia
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Il «Consenso di Hangzhou»


Prima che arrivi il comunicato conclusivo, è già circolata una bozza che, salvo aggiunte o tagli fatti in extremis, dovrebbe rispecchiare le scelte finali e la filosofia che le ispira: i giochi veri si fanno nei mesi precedenti al summit finale, nella kermesse conclusiva si limano le asperità e si esce con un comunicato che stia bene un po’ a tutti. In omaggio alla Cina che voleva fare del «suo» G20 un grande evento, vi si parla pomposamente di un «consenso di Hangzhou» e di una «nuova Rivoluzione Industriale».
La parola chiave è «crescita comune e coordinata». Il G20 la vuole «sostenibile e inclusiva», e la chiave di questa «nuova Rivoluzione Industriale» è riconosciuta un po’ da tutti nell’innovazione. Altrimenti detto, mentre si reitera il tormentone sulla necessità di industrializzare l’Africa, si afferma anche che il punto nodale per una crescita di tutti è costituito in realtà dagli investimenti nell’economia informatica, nonché dalla soluzione che si darà al digital divide e al gap di competenze che dividono il mondo sviluppato da quello in via di sviluppo. È l’effetto Cina, che in questo consesso gioca il ruolo sia di superpotenza sia di capofila degli Emergenti.
Collegato a questo tentativo inclusivo, c’è l’affermazione di voler riformare la governance globale, altro pallino dei cinesi. Come? Si proclama di voler dare più spazio alle economie emergenti negli organismi internazionali come il Fmi e la Bm, misura finora avversata dal Congresso Usa. E soprattutto si cercherà di superare l’ideologia del rigore e della stabilità monetaria a tutti i costi, a favore di politiche fiscali un po’ più espansive. Questo ultimo punto è il lascito dell’amministrazione Obama, in dirittura d’arrivo, e bisognerà vedere come lo prenderanno i tedeschi, severi guardiani dell’austerity, che ospiteranno proprio il prossimo G20 del 2017, ad Amburgo.
L’intento dell’inquilino della Casa Bianca è anche quello di rendere irreversibile per il proprio successore una politica economica moderatamente espansiva. Lo stesso Matteo Renzi ha ieri fiutato l’aria e affermato durante i lavori che «è importante che le riforme […] si calino nella realtà quotidiana delle persone», dato che esiste «una crescente sensazione di sfiducia da parte dei cittadini, in particolare delle classi medie, nei confronti della finanza». Insomma, le liberalizzazioni spinte chiedono anni, forse non è il caso di forzare troppo la mano con i vari TTIP e via dicendo. La direzione è quella – chi pensa che il TTIP sia defunto non dorma sonni tranquilli – ma prima costruiamo il consenso, diamine.
I potenti del mondo intendono quindi lanciare una nuova fase di maggiore coordinamento tra le economie. È in questo senso passata la linea cinese ribadita ieri dal presidente Xi Jinping nel suo discorso di benvenuto: il G20 non dovrebbe più occuparsi delle emergenze, mettere cioè una pezza ai problemi della globalizzazione e chiudere la stalla quando i buoi sono scappati; bensì divenire un vero e proprio organismo di pianificazione a lungo termine.
È, questo, un vero e proprio must nella visione diplomatica cinese: parlare di ciò che unisce ed eludere ciò che divide. Affrontare insieme la crescita comune e lasciare le questioni spinose alle relazioni bilaterali. Tra queste ricordiamo i diritti umani, il cyberspionaggio, le tensioni nel Mar Cinese Meridionale, la questione del sistema missilistico Thaad che la Corea del Sud ha installato sul proprio territorio in collaborazione con gli Usa. Su tutti questi oggetti del contendere, Xi Jinping e Obama si sono trovati divisi, ma hanno invece ratificato l’accordo di Parigi sul clima che da oggi, con l’adesione dei due maggiori inquinatori planetari, avrà più possibilità di fare progressi.
Comunanza di vedute anche sulle cosiddette «guerre monetarie»: Pechino e Washington hanno dichiarato di rinunciare alla svalutazione competitiva delle proprie valute. Salvo imprevisti piuttosto clamorosi e fragorosi, ad Amburgo Xi Jinping e la Merkel ci saranno ancora; Obama sicuramente no.
Questo articolo è stato originariamente pubblicato su China Files
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    Gabriele Battaglia
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Al via il G20 di Hangzhou

Si è aperto il G20 di Hangzhou, una delle sette capitali storiche della Cina, che Marco Polo descrisse come «la più grande del mondo». Oggi è quartier generale di Alibaba, impresa di punta dell’ IT cinese, nonché meta per torme di turisti che si specchiano nelle acque del suo celebrato Lago dell’Ovest (Xi Hu). Meglio girare al largo se odiate il clima umido subtropicale. La gioventù comunista della città ha celebrato l’evento con un video destinato ai cari ospiti internazionali: «Huangzhou huanying ni» (Hangzhou vi dà il benvenuto).

La celebrazione/autocelebrazione giunge al culmine di un processo iniziato due anni fa, quando la presidenza cinese del G20 scelse la città da nove milioni di abitanti per il grande evento. C’erano parecchie aspettative. Dopo il summit di Brisbane 2014, era stato infatti stabilito l’obiettivo del «two in five», cioè l’innalzamento del Pil globale di due punti percentuali in cinque anni (2014-2018), attraverso strategie di crescita concordate e rispettivamente monitorate tra i diversi Paesi. L’obiettivo è praticamente già fallito. Il G20 si tiene insomma in un momentaccio: il libero scambio globale vive un arretramento, la congiuntura economica internazionale non è rosea, aumentano le zone di crisi politica e le emergenze umanitarie nel mondo, perfino le vituperate barriere commerciali non sembrano voler sparire. Il tutto, alla faccia di un G20 nato invece per facilitare la cooperazione.

Ma al di là del sistema-mondo, anche le aspettative cinesi sono andate un po’ a farsi friggere: fino a due mesi fa era proprio il rallentamento dell’economia dell’ex Celeste Impero e l’ingigantirsi del suo debito a essere oggetto di chiacchiere nei corridoi. Poi «per fortuna» sono arrivati il Brexit e il golpettino turco, così l’attenzione si è spostata altrove. Fonti diplomatiche riservate ci hanno raccontato di come durante il summit dei ministri delle Finanze e dei governatori delle banche centrali che si è tenuto a Chengdu il 24-26 luglio, la Turchia abbia cercato di infilare nel comunicato finale un endorsement del governo Erdogan, incassando un rifiuto (e infatti nel comunicato poi non è comparso). Il G20 di Hangzhou tirerà proprio le somme di tutte le riunioni specifiche che si sono tenute in Cina nel corso dell’ultimo anno e rilascerà il documento finale. Una grande cerimonia a cui parteciperanno ministri delle Finanze e capi di Governo: Renzi e Padoan per l’Italia. Schematizzando, i lavori seguiranno due «track» (tracce): la «Finance track», che riguarda i ministri delle Finanze e le organizzazioni internazionali, e che si occupa di riforme strutturali, finanziamenti, investimenti in infrastrutture e così via; la «Sherpas track», che si occupa invece di tutto il resto (con qualche sovrapposizione), cioè energia, sostenibilità, anti-corruzione, commercio, lavoro. Le nostre fonti ci dicono che il governo italiano ha seguito in maniera distratta entrambe le «track», inviando sottosegretari piuttosto incompetenti. Solo nel summit dedicato al commercio ha spedito una figura di spicco come Ivan Scalfarotto, segno evidente delle nostre priorità. Tra le chicche che si raccontano, il fatto che a giugno il ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina non sarebbe andato al G20 di sua competenza perché avrebbe preferito restare a Milano per tirare la volata a Giuseppe Sala in corsa per la poltrona di sindaco.

Compito del G20 avrebbe dovuto essere quello di concentrarsi sulle riforme strutturali per rilanciare la crescita globale: liberalizzare i mercati dei beni e dei servizi, creare un ambiente favorevole al business e così via. Si diceva che l’obiettivo è già fallito e, quando si tratta di spiegare perché, sono oggi due le versioni che vanno la maggiore: da un lato, chi imputa il fallimento a riforme non abbastanza incisive e a governi non abbastanza credibili quando si tratta di applicarle (ritardi, compromessi, etc); Dall’altro, chi ritiene invece che in un contesto di bassa crescita globale le riforme non servano, ci vorrebbero prima politiche sul fronte della domanda. Schematizzando, i rigoristi tedeschi da una parte, i sostenitori della «demand side» dall’altra. I cinesi hanno abbracciato una politica vagamente filo-tedesca. Hanno quindi spinto per la creazione di un sistema condiviso in grado di misurare l’incisività delle riforme in termini quantitativi. Ma ciò ha dato luogo a un ginepraio, non solo perché è difficile «misurare» le riforme nel corso del tempo, ma anche perché il sistema avrebbe previsto un monitoraggio «cross-country», reciproco. E nessun Paese intende essere misurato dagli altri. «Le classifiche nessuno le vuole fare», ci spiegano le nostre fonti.

Un altro aspetto rilevante per la presidenza cinese è la riforma della governance globale, cioè la ridefinizione delle quote all’interno del Fondo Monetario Internazionale, da cui discendono poi quelle della Banca Mondiale. Dato che vengono riviste ogni cinque anni e che il congresso Usa si oppone a qualsiasi cambiamento dal 2011, un accordo ancora non c’è, anche se esiste un consenso nel ritenere che i Paesi emergenti avranno prima o poi più peso. In ballo c’è il finanziamento delle istituzioni internazionali, in un contesto in cui tutti stringono il cordone della borsa mentre qualcuno ha invece più liquidità disponibile. Come appunto la Cina. Nel frattempo, Pechino si è fatta la sua banca per lo sviluppo, cioè la Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB), che ad Hangzhou è invitata a partecipare al G20 per la prima volta. Proprio alla vigilia, il Canada ha chiesto di poter entrare a farne parte, lasciando Usa e Giappone con il cerino in mano, in quanto ultimi, tra le maggiori economie, che ancora la osteggiano. Alla voce «governance» c’è anche la riforma dei Diritti Speciali di Prelievo (SDR), la supermoneta che fa da unità di conto all’interno del FMI e che è composta da un paniere di valute nazionali, tra cui di recente è entrato anche il Renminbi cinese. Pechino punta a un utilizzo più sostanziale dei SDR, trasformandoli anche in valuta di riserva e strumento contabile. Chiede quindi al FMI di emetterne di più per offrire più liquidità, ma sia Washington sia la stessa organizzazione economica internazionale si oppongono. Qualche risultato a titolo compensativo la Cina l’ha però ottenuto: la Banca Mondiale ha emesso un bond in SDR solo per il mercato cinese.

Un pallino dei cinesi sono le infrastrutture. Hanno strappato al FMI una dichiarazione che riconosce la loro utilità per la crescita e hanno pure ottenuto un coordinamento globale sugli standard e sui finanziamenti. In pratica, il Paese che non ha al momento rivali nel costruire strade, ponti, tubi e ferrovie ha imposto l’idea che promuovano la domanda, in un contesto in cui Usa e Germania, i due membri più importanti del G20, sono tagliati fuori, perché hanno infrastrutture deficitarie perfino a casa loro e non sembrano intenzionati a investirvi in futuro.

Pechino ha inoltre istituzionalizzato il G20 del commercio, nonostante esista già il WTO. Su questo genere di faccende, tutto il mondo ce l’ha con la Cina, per motivi talvolta validi e talvolta pretestuosi. Il fatto che siano stati proprio i cinesi a volere un contenitore dove si parla di questioni commerciali ha suscitato quindi curiosità. Il summit specifico si è tenuto a Shanghai lo scorso luglio. Oltre alle consuete formule generiche, il comunicato finale ha accennato anche alla sovraccapacità, vero oggetto del contendere tra la Cina e il mondo. Si dice che Pechino abbia dovuto inghiottire. Altro ambito importante per i cinesi è l’anticorruzione. Sul piano puramente teorico, è un tema unificante. Tuttavia, quando Pechino propone standard di cooperazione internazionale, chiede di fatto che le vengano rispediti indietro i propri corrotti che riparano all’estero, il che crea imbarazzo perché non tutti i Paesi confidano nel sistema legale cinese.

Due novità introdotte dal G20 a guida cinese sono la «Climate finance» e la «Green finance». La domanda è: come rendere adeguati i sistemi finanziari affinché favoriscano la conversione dell’economia in senso ambientale? La «Climate finance» si pone il problema di stoccare risorse pubbliche per creare un fondo contro il riscaldamento globale. Operativamente, si tratta di finanziare con i soldi delle economie avanzare le economie emergenti affinché divengano «carbon free». Ci sono in ballo 100 miliardi di dollari, il punto è capire chi ce li mette e a chi vanno. La Cina, in questi casi, recita da sempre la parte dell’economia emergente, ma le indiscrezioni che abbiamo raccolto ci dicono che oggi lo stia facendo in maniera responsabile: non chiede soldi per sé, bensì che si facciano cose utili. Più complessa è la questione «Green finance», perché qui si tratta di finanziare i privati e la palla passa al mercato: come dare liquidità alle imprese verdi e stimolare quelle inquinanti a riconvertirsi? Bisognerebbe emettere dei «bond verdi» che finanzino le imprese virtuose e al tempo stesso siano interessanti per gli investitori. Il problema è che un’impresa che si riconverte al verde ha costi alti, per cui, per favorirla, bisognerebbe studiare per lei tassi di interesse bassi. Ma una rendita bassa scoraggerebbe gli investitori. Come si colma il divario tra necessità di finanziamento delle imprese verdi e aspettative del mercato? Il merito dei cinesi è a oggi quello di voler studiare questo gap. Con loro, per ora, ci sono i britannici. Si fa strada l’idea che una minore rendita per gli investitori sarebbe controbilanciata da una maggiore sicurezza dell’investimento: un’impresa «verde» non rischia infatti di provocare disastri ambientali dai costi altissimi come invece succede per quelle inquinanti. La seconda domanda a cui rispondere quando si parla di «Green finance» è: come si convincono le banche a finanziare queste imprese, cioè a infilare il parametro ambientale nei loro modelli? Il problema sembra essere che le banche si sentono già afflitte da troppe regole che limitano la loro operatività. Nessuno, nel settore bancario, desidera una nuova normativa «green».

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    Gabriele Battaglia
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Trame e interessi dietro una bomba

Un giorno prima delle annuali celebrazioni per l’indipendenza kirghiza dall’Unione Sovietica, un attentatore suicida forza con la propria auto l’ingresso dell’ambasciata cinese di Biškek, e si fa esplodere al suo interno, uccidendo se stesso e ferendo tre lavoratori locali, addetti alla sede diplomatica. L’agenzia di Stato cinese Xinhua include tra i feriti anche tre connazionale addetti alla sicurezza, per un totale di sei. Mentre scriviamo non è giunta ancora alcuna rivendicazione. L’inchiesta delle autorità del Paese centroasiatico e musulmano, fortemente caldeggiata da Pechino, è agli inizi. Per risalire all’identità del kamikaze si farà ricorso alla prova del Dna, ma le autorità kirghize hanno già parlato di «un terrorista». Qualche testata internazionale osserva come nota a margine che l’ambasciata cinese si trova di fianco a quella Usa. Fin qui i fatti.

Non si tratta del primo attentato anticinese in Kirghizistan. Nel 2000, separatisti uiguri – l’etnia turcofona originaria dello Xinjiang cinese – furono accusati dell’uccisione di due diplomatici di Pechino. Stessa pista per l’attacco del 2002, quando uomini armati spararono a Wang Teng Ping, primo segretario dell’ambasciata cinese a Biškek, e al suo autista, ammazzandoli. Nel marzo del 2003, 21 persone, tra cui 18 cinesi, furono rinvenute morte su un autobus incendiato, in un caso che i funzionari kirghizi descrissero inizialmente come «rapina e omicidio», per poi virare su una versione che accusava ancora una volta i separatisti provenienti dalla Cina, prontamente ripresa dai media di Stato cinesi. Nel 2014, undici uomini provenienti dal lato cinese furono uccisi dalla polizia di frontiera kirghiza. Le autorità di Biškek confermarono che erano uiguri e spiegarono che rappresentavano un rischio per la sicurezza.

Kirghizistan e Xinjiang confinano; sono circa 50mila gli uiguri che vivono nel Paese centroasiatico. La pista più scontata e gettonata punta quindi anche oggi verso l’indipendentismo uiguro. I media internazionali la pronunciano per ora sottovoce, i servizi di sicurezza kirghizi hanno già lasciato trapelare, non si sa su quali basi, che il kamikaze dovrebbe essere proprio un membro di quell’etnia.

Le istanze dei separatisti originari dello Xinjiang – che per Pechino sono sia un problema sia un comodo capro espiatorio – potrebbero oggi saldarsi con il malessere creato in Asia Centrale dal grande progetto made in China di rinnovata Via della Seta: un network di strade, ferrovie, gas/oleodotti, reti informatiche, infrastrutture e relativi investimenti che, partendo dallo Xinjiang cinese, dovrebbe rendere più vicini i due estremi di Eurasia.

Le repubbliche centroasiatiche sono già da tempo investite da questo processo che, se riempie le casse deficitarie degli Stati, crea nuove opportunità per i grandi tycoon e per il piccolo ceto medio che già sta emergendo ai margini del grande business, ma può anche provocare risentimento tra gli esclusi dalla spartizione della torta e tra coloro che vi vedono una forma di neocolonialismo economico. In tal caso, la saldatura tra disagio interno e separatismo uiguro nel nome di una identità etnico-religiosa transfrontaliera, sarebbe una brutta gatta da pelare sia per Pechino sia per i leader al potere nei Paesi dell’area. Proprio in queste ore si rincorrono voci contrastanti sull’ictus che avrebbe colpito Islam Karimov, l’uomo forte uzbeko, che negli ultimi 25 anni ha fatto fuori senza andare troppo per il sottile qualsiasi impulso fondamentalista presente nel proprio Paese. La sua quasi sicura dipartita (che sopravviva o meno) è un ulteriore elemento destabilizzante. Una nuova fase si sta aprendo in Asia Centrale, non si sa quanto complicata.

Non è invece al momento molto gettonata la pista Daesh (Isis), se non nella ormai consueta formula dell’attentato «in franchising», per cui la sezione propaganda del califfato mette postumamente il proprio brand su qualsivoglia atto terroristico dalla vaga connotazione «islamica». Le autorità del Kirghizistan detengono periodicamente sospetti militanti accusati di essere legati allo Stato Islamico, che li recluta in Asia centrale. Quanto è consistente il fenomeno? Qui, i dati reali si mischiano con le assortite e contrapposte propagande. Di recente, un funzionario turco ha dichiarato che uno dei tre attentatori suicidi coinvolti nell’attacco all’aeroporto di Istanbul fosse un cittadino del Kirghizistan.

Rimane inevasa la domanda: perché la Cina?

Per rispondere, si può fare ricorso a una terza ipotesi, per ora taciuta dai più e molto complottistica: l’attentato «autoprodotto». Nostre fonti a Biškek ci hanno spiegato come da tempo le autorità kirghize facciano di tutto per accreditare una emergenza terrorismo, in un Paese dove del fantomatico Isis non ci sarebbe comunque traccia. Lo scorso luglio, i servizi kirghizi hanno dichiarato di avere sgominato proprio a Biškek la prima cellula Isis non solo del Paese, ma di tutta l’Asia Centrale. Secondo Franco Galdini, giornalista freelance residente da anni a Biškek, si trattava però di un gruppo di noti criminali legati allo spaccio internazionale di droga.

In tal caso, l’attacco anticinese di ieri potrebbe essere due cose: un «procurato spavento» alla Cina, affinché si adoperi di più nella cooperazione securitaria (va detto però che tale cooperazione è già in corso sotto l’ombrello della Shanghai Cooperation Organisation, «la Nato d’Oriente»); oppure un avvertimento di qualche Paese che non vede con favore l’eccessiva assertività di Pechino in Asia Centrale, così forte grazie alla violenza della moneta, così vorace di risorse e così efficace nel ridefinire alleanze, amicizie, sfere d’influenza. A Biškek, nella sede dei locali servizi segreti, c’è un ufficio gestito dall’Fsb russo. Dopo lo smantellamento della base statunitense di Manas nel 2014 (avvenuta anche su pressioni di Mosca), russi sono i finanziamenti all’esercito e l’ammodernamento bellico, russi i gasdotti e gli investimenti in infrastrutture.

Molti definiscono il Kirghizistan uno «Stato satellite» della Russia, tant’è che il presidente Almazbek Atambayev ha di recente tentato un avvicinamento/diversivo con Angela Merkel, dopo il rallentamento del flusso di capitali in arrivo da Mosca per via delle sanzioni. Ma il Kirghizistan resta «cortile di casa» per Putin.

Qui però siamo nella fantapolitica, in un film che mixa il «Grande Gioco» di Hopkirk con uno 007 sulla Via della Seta.

 

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    Gabriele Battaglia
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Didi Chuxing, l’Uber cinese

Nordest italiano, anni Ottanta: l’operaio-massa viene incentivato a lasciare la fabbrica con la promessa di un nuovo status da «piccolo imprenditore». Nasce così il lavoratore autonomo di seconda generazione, il popolo delle partite Iva. Dal lavoro salariato si passa alla committenza, la consulenza, l’intermittenza. Tipico è il caso dell’autista che fa le consegne aziendali: gli si offre una buonuscita per comprare un camion, lo si trasforma nel fornitore di un servizio, si scaricano sulle sue spalle gli alti e bassi del mercato. Cambia perfino il consumo di droghe: dall’eroina debitamente immessa sul mercato per spezzare le reni al proletariato di fabbrica e al proletariato giovanile, si passa alle anfetamine, così adatte a reggere i ritmi di lavoro da 60 ore settimanali a cui, nella nuova dimensione ipercompetitiva, si sottopone il nuovo piccolo imprenditore plebeo. Dall’auto-organizzazione dei movimenti, si passa all’auto-sfruttamento dei singoli. Dal Partito comunista alla Lega Nord.

Cina, 2016: «Didi Chuxing ha creato più di un milione di posti di lavoro per gli esuberi dell’industria pesante», annuncia trionfalmente la stessa impresa già ribattezzata «Uber cinese». Didi Chuxing fornisce veicoli privati e taxi a chiamata grazie a un’applicazione per smartphone. Non hai voglia di aspettare in qualche incrocio di una metropoli cinese sventolando la mano a ogni taxi che passa? Apri «Didi», scopri chi c’è nei paraggi e contratta in tempo reale il costo del viaggio. È mediamente più rapido, efficiente e spesso anche più economico del taxi tradizionale. Nasce da due servizi preesistenti e concorrenti, supportati dai giganti dell’IT cinese – Didi Dache (Tencent) e Kuaidi Dache (Alibaba) – che si sono fusi di fronte allo sbarco di Uber – quello vero – in Cina. Di recente, anche Apple ha investito un miliardo di dollari in Didi Chuxing. Ora, si diceva, la stessa società afferma che 3,89 milioni dei suoi autisti full-time o part-time vengono da 17 delle regioni più industrializzate della Cina, sparse dalla rust belt del nord-est alla Cina centrale: Heilongjiang, Shanxi e Sichuan tra le altre. 530mila di questi chaffeur o autisti privati sono ex operai di industrie pesanti in corso di pesante ristrutturazione: carbone, acciaio, cemento. Secondo Didi, si tratterebbe del 60,2 per cento dei lavoratori dell’industria inseriti nel programma di ricollocazione del governo per il 2016; del 29,4 se si considera l’obiettivo quinquennale.

Dunque, ricapitolando, l’ex operaio massa cinese reso esubero utilizza la propria vettura privata (o quella fornita da un’agenzia) per offrire un servizio apprezzato dalla clientela, che produce profitti per Didi Chuxing e fa un piacere al governo. Ricorda terribilmente il nostro camionista nordestino; è la nascita del lavoratore autonomo di seconda generazione secondo caratteristiche cinesi (la prima generazione era quella dei piccoli-medi imprenditori manifatturieri di cui abbiamo già raccontato). Ma qui siamo nell’epoca dell’IT e in quel processo di transizione da società industriale a società dei servizi (e dei consumi) che è il sogno dei leader di Pechino.

Gli sbandierati successi di «Didi» appaiono anche come il trionfo della geolocalizzazione, forse il trend più interessante nell’ambito delle tecnologie informatiche. Se in Occidente si parla dei Pokemon Go come di «avamposto di Google per la guerra contro Facebook», da tempo le tre sorelle dell’IT cinese – Baidu, Alibaba, Tencent – competono per creare servizi che si basano sulla localizzazione geografica, nonché per fare il prossimo salto epistemologico. Due anni fa, Baidu strappò a Google Andrew Ng, guru del Deep Learning, quella tecnologia che ci permetterò di parlare ai nostri telefonini e sguinzagliarli alla ricerca di informazioni che loro stessi rielaborano. Prime applicazioni? I servizi connessi al territorio, naturalmente: « Dire al mio dispositivo elettronico “trovami un buon ristorante nel centro di Pechino”, è sicuramente più comodo che mettersi a digitare sulla tastiera», ci disse ai tempi Ng.

Ma torniamo a Didi Chuxing. L’amministratore delegato Cheng Wei ha dichiarato che le corse giornaliere che si basano sull’applicazione sono 15 milioni, e aggiunto che «mentre la Cina vive una profonda ristrutturazione economica, Didi è in una posizione unica per aiutare gli autisti a trovare opportunità di lavoro flessibili e un miglior tenore di vita, grazie al potere della tecnologia con la quale ci adoperiamo a creare città più sostenibili». A febbraio Pechino ha annunciato 1,8 milioni di licenziamenti nelle miniere e nelle acciaierie, cui si appresta a rimediare con un fondo da 100 miliardi di yuan per facilitare la riassunzione dei licenziati in comparti più strategici. Il premier Li Keqiang ha lanciato un vero e proprio appello affinché tutto il Paese si adoperi nel processo di ricollocamento dei lavoratori. Nell’anno in corso, il governo si propone di ridurre la produzione d’acciaio di 45 milioni di tonnellate e di tagliare la capacità produttiva nelle miniere carbonifere di 280 milioni di tonnellate. Come fa notare Kitty Fok, amministratore delegato della società di ricerca IDC China, «le piattaforme Internet come Didi sono in grado di offrire opportunità di lavoro per gli operai, aiutando al contempo anche a realizzare l’iniziativa governativa Internet Plus».

Un segnale d’allarme è lanciato però dagli economisti del grande gruppo bancario HSBC, secondo cui il passaggio troppo rapido da società industriale a società dei servizi abbatterà la produttività dei lavoratori cinesi, già non eccelsa. Il motivo? I nuovi lavori nel terziario – che ormai rappresenta la voce più importante del Pil nazionale – sono soprattutto servizi a basso valore aggiunto, che non richiedono grande specializzazione: chi è stato in qualsiasi ristorante di una metropoli cinese avrà per esempio ben in mente la ridondante presenza di camerieri inutilizzati e piuttosto inefficienti. Ecco quindi che Didi e servizi simili possono sembrare il classico cacio sui maccheroni (soia sui ravioli, fate voi): coniugano la ricollocazione della forza lavoro nei servizi con la creazione di innovazione. Ma, come nel Triveneto e ovunque, trasferisce estrema flessibilità sul groppone della forza lavoro. È il neoliberismo, bellezza.

Tratto da China Files

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    Gabriele Battaglia
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La corte dell’Aja dà ragione alle Filippine

Non vi è alcuna base giuridica con cui la Cina possa rivendicare diritti storici sulle risorse all’interno della zona di mare che rientra nella “linea dei nove tratti“. La Corte permanente di arbitrato dell’Aja ha respinto le rivendicazioni territoriali cinesi sul Mar Cinese Meridionale, sostenendo che non esiste alcuna prova che la Cina abbia storicamente esercitato un controllo esclusivo su quelle acque.

È la sentenza prevista da giorni ma già respinta da Pechino che la definisce «infondata».

Il tribunale dell’Aia sostiene anche che la Cina abbia violato i diritti sovrani delle Filippine. Sostiene infine che abbia causato «gravi danni all’ambiente della barriera corallina» attraverso la costruzione di isole artificiale. Le Filippine nel 2013 avevano sollevato il caso presso la Corte di Arbitrato dell’Aja, impugnando la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare.

Manila chiedeva alla corte di esprimersi sulle rivendicazioni di Pechino nel Mar Cinese Meridionale e sulla cosiddetta «linea dei nove tratti», cioè la rivendicazione delle proprie acque territoriali da parte della Cina in base a una linea che oltre a comprendere arcipelaghi contesi come quelli delle Spratly e delle Parcelse, arriva a lambire le coste degli altri Paesi che si affacciano su quel mare. Manila sosteneva che siccome gran parte degli isolotti compresi da Pechino non sono in grado di sostenere la vita umana, in base alla Convenzione Onu non sono quindi da considerarsi un prolungamento della piattaforma continentale cinese.

La Corte di Arbitrato dell’Aja – ricordiamolo – non è la Corte Internazionale di Giustizia che sta sempre all’Aja. È un’organizzazione di tribunali nazionali che si mettono insieme per dirimere controversie internazionali. Anche la Cina aderisce a questa organizzazione, ma nel 2014 ha rifiutato la giurisdizione della corte sostenendo che non abbia competenza sui casi che riguardano la sovranità, eccezione sollevata in passato anche da altri Paesi.

E per la Cina il Mar Cinese Meridionale è questione di sovranità, perché, per ragioni cosiddette storiche, Pechino si rifà a mappe più o meno antiche per dire che isolotti, atolli e perfino secche sono cinesi, perché avevano nomi cinesi. Anche qui la questione è estremamente controversa, sarà sufficiente dire che anche le mappe danno risposte non univoche e soprattutto non sarebbero impugnabili come prova giuridica. Secondo un parere diffuso, la corte quindi ha giurisdizione sul caso, ma non ha poteri per imporre le proprie decisioni.

Quindi, si torna alle pressioni politiche: gli Stati Uniti sostengono da tempo che la Cina debba rispettare le decisioni della corte, Pechino continua a negarne la giurisdizione, Washington che manda le sue navi a scorrazzare vicino agli isolotti controllati dai cinesi  che, per tutta risposta, organizzano esercitazioni navali proprio in questi giorni. In realtà la Cina non vuole l’intromissione statunitense in quell’area, che giudica il proprio cortile di casa, non vuole neanche che organizzazioni internazionali si esprimano sull’argomento e vuole dirimere le questioni bilateralmente con gli altri interessati. Che però, presi individualmente, non hanno la forza della Cina.

A questo punto si pensa che Pechino debba valutare se sia peggiore la perdita di faccia data dal non rispettare la sentenza della corte oppure la rinuncia alle proprie rivendicazioni.

Tratto da China Files

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L’UE che piace alla Cina: unitamente disunita

Fen jiu bi he, he jiu bi fen è l’incipit del Romanzo dei Tre Regni, uno dei quattro classici della letteratura cinese: «Il mondo sotto il cielo, dopo un lungo periodo di divisione, tende a unirsi; dopo un lungo periodo di unione, tende a dividersi. Così è stato fin dall’antichità», scrive il presunto autore Luo Guanzhong – detto lo «Shakespeare cinese» – per descrivere turbolenze, conflitti, intrighi e maneggi che determineranno la fine della dinastia Han.

Oggi, qualche cinese ha rispolverato il detto, che per estensione significa «tutto cambia costantemente», nel tentativo di descrivere una cosa incomprensibile ai più: la scelta del 52 per cento dei britannici aventi diritto al voto, al netto degli astenuti, di tagliare i ponti con l’Unione Europea. Quando poi si è diffusa la voce che sarebbero stati i sudditi di Sua Maestà più anziani a tirare su il muro a Calais via scheda elettorale – vero, ma i giovani semplicemente non sono andati a votare – quei cinesi che provano un qualche interesse per le vicende politiche europee sono giunti in genere a una conclusione che curiosamente coincide con quella dell’europeo «liberal ed evoluto» (o «extra-europeo liberal ed evoluto», nel caso dei britannici): «I vecchi hanno imposto le proprie paure e negato un futuro ai giovani, questa “democrazia” proprio non funziona».

Solo che questo, in Cina, lo teorizzano da tempo anche gli intellettuali neoconfuciani, è quasi dottrina di Stato: la liberaldemocrazia elettorale che arriva da Occidente è una bufala, intercetta solo le pulsioni del momento e non trae insegnamento dal passato; ma soprattutto, rischia di imporre opzioni pesanti come incudini sulla testa delle future generazioni. Così, come ipotesi di modello politico, si predilige l’idea di un regime «meritocratico» con accesso ai vertici dello Stato via cooptazione (tipo una tecnocrazia), democrazia «controllata» alla base dei villaggi (tutti eleggibili ma meglio se iscritti al Partito), varie ed eventuali in mezzo. Che poi gli alti papaveri al potere siano ben felici di impugnare tale ipotesi per garantire le proprie poltrone è fatto del tutto casuale.

Ma torniamo alla Brexit: come l’ha presa la Cina che governa? Stante il principio di non ingerenza nelle vicende altrui, nei giorni precedenti al referendum, i media di Stato avevano comunque più volte ripetuto le proprie perplessità. Pechino è in attesa del riconoscimento da parte dell’Europa dello status di «economia di mercato» (Mes), qualcosa a cui tiene molto. Negli scorsi mesi, all’interno della Ue si era costituito un fronte anti-Cina guidato dall’Italia e dagli altri Paesi latini, controbilanciato proprio dal Regno Unito e, forse dalla Germania. Ora, l’opinione britannica varrà come il due di briscola e il fronte del «no» al Mes si rafforza.

C’è poi la «golden decade», cioè il fatto che lo scorso anno, durante la sua visita in Gran Bretagna, Xi Jinping aveva sancito con Cameron l’avvio di un decennio di rapporti privilegiati tra Pechino e Londra. Chiara era la strategia cinese: usare il Regno Unito come porta verso l’Europa, per poi accedere ai benefici del mercato comune. Ora, la porta si chiude. Ma su questo punto esiste una diversa valutazione: la City perde significato come hub finanziario europeo per l’internazionalizzazione dello yuan? Che problema c’è, si va a Francoforte. E intanto si incassano i benefici di una Londra con il piattino della questua nei rapporti bilaterali.

Ecco, proprio questa ambivalenza nei confronti dell’Europa unita, questo sguardo distante ma al tempo stesso interessatissimo alle vicende che ci riguardano, nasconde in realtà una strategia assertiva, sia coerente sia in evoluzione, adattativa, pragmatica; sia diplomazia ufficiale sia public diplomacy, è il metodo con cui Pechino cerca di cogliere il meglio dalle circostanze che si verificano. A ottobre 2015, un consorzio di think-tank europei di recente formazione – European Think.tank network on China – ha pubblicato un rapporto che fa il punto proprio su questo tema: Mapping Europe-China Relations. A Bottom-Up approach [scaricabile gratuitamente qui].

Secondo lo studio, la Cina non ha interesse a un’Europa debole perché teorizza un mondo tripolare composto da se stessa, gli Stati Uniti e proprio la Ue. Non fa quindi nulla per dividere l’Europa, semplicemente si adatta a un’Europa che si disunisce già da sé, e applica uno schema consolidato. Alice Ekman, una delle autrici del rapporto, ci ha spiegato meglio questo «pattern».

Primo. Nello stile diplomatico, la Cina sottolinea sempre la «comprehensive strategic partnership» che ha con la maggior parte dei Paesi europei, anche se questa formula, di per sé, non vuol dire nulla. Con ogni Paese «partner», Pechino enfatizza per esempio anniversari come quello delle relazioni bilaterali; ma poi, di volta in volta, sbandiera «specifici legami storico-culturali» con molta disinvoltura. Così, se con i Paesi dell’Europa centro-orientale si tende sempre a ricordare un comune passato di sofferenze sotto la dominazione straniera, con altri – come Uk, Spagna e Portogallo – si sottolinea invece una medesima matrice imperiale, fatta di grande storia e di civiltà millenaria. Del resto, la Cina è sia una cosa sia l’altra. Al contempo, su un piano più sostanziale, si cerca la complementarietà tra le rispettive strategie di sviluppo.

Secondo. Per la Cina, esiste una gerarchia tra i Paesi europei e la «strategic partnership» viene così tradotta in modo diverso. In pole-position ci sono Germania, Francia e Regno Unito (quest’ultimo, almeno, fino alla Brexit). Dopo di che, la Cina cerca di creare propri network regionali di riferimento. Nel 2012, è stato creato il gruppo dei «16+1» con i Paesi dell’Europa centro-orientale, primo esempio di tale strategia, finora senza seguito altrove. Nella visione cinese, sono loro l’approdo della nuova Via della Seta. Esistono però politiche specifiche per il blocco dei Paesi nordici – «porta d’ingresso» all’Artico – e per l’Europa meridionale (senza la Francia), potenziale secondo punto d’arrivo per la «One Belt One Road».

Terzo. Le relazioni con un Paese europeo sono viste da Pechino come piattaforma diplomatica per altre parti di mondo. Così, si spera che le relazioni con la Francia facilitino anche i rapporti con l’Africa francofona, quelle con la Spagna contribuiscano all’ingresso in America Latina e il Portogallo apra la porta del Brasile. Non che la Cina non abbia una strategia indipendente verso queste parti di mondo, ma i Paesi europei dal passato coloniale sono intesi anche come «porte d’ingresso» verso ulteriori approdi.

Quarto. Esiste una public diplomacy che si affianca a quella ufficiale. Si compone di cooperazione economica tra singole città o regioni cinesi ed europee, di grandi investimenti, di lobbying, di offensiva mediatica. Con questa «diplomazia del quotidiano», la Cina impone nelle relazioni con i singoli Stati le cosiddette «3k»: key priorities, key concepts, keywords. «Sogno cinese», «One belt one road» e così via monopolizzano il discorso diplomatico, consentono alla Cina di impostare le relazioni secondo i propri termini. Prendiamo la Via della Seta.

La Cina la sbandiera di continuo, ma a oggi si sono visti pochi progetti concreti, per esempio il famoso corridoio ferroviario tra Ungheria e Serbia è ancora allo stato di progetto. Ecco però che le associazioni di industriali europei fanno pressione sui propri governi per entrare nella grande evocazione simbolica e il solo fatto che se ne parli prepara il terreno per gli scambi economici. In questo gioco, entrano anche singole amministrazioni, a prescindere dai propri governi: per attirare gli investimenti cinesi, Lione si è proclamata per esempio «città sulla Via della Seta», il che è piuttosto bizzarro. Il massiccio investimento cinese verso l’Europa è poi funzionale anche alla competizione con gli Usa, perché Pechino sa benissimo che non tutti i governi europei sono allineati con Washington. In buona sostanza, la diplomazia cinese ama la prevedibilità e lo scossone Brexit andrà digerito. Ma se si considera la flessibilità di questo schema, è impensabile che a Pechino si pianga troppo per i destini di Londra.

Tratto da China Files

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    Gabriele Battaglia
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Meno carne, compagni

In cinese, il carattere che significa «casa» rappresenta un maiale sotto un tetto – 家 – ed esiste da circa 3mila anni. Questo ci dice quanta importanza abbia l’animale sinonimo di abbondanza, il cui prezzo, nella Cina di oggi, è addirittura uno dei parametri principali per misurare l’inflazione. Ma la carne significa gioiosa emancipazione dalla povertà ed è componente fondamentale della dieta anche sotto forma di polli, bovini, pecore e chi più ne ha più ne metta. Fino al 1982 i cinesi mangiavano in media 13 kg di carne pro capite l’anno. Adesso siamo a 63, di kg, cui se ne aggiungeranno altri 30 entro il 2030, secondo le proiezioni. La Cina divora il 28 per cento della carne che si consuma al mondo ed è quindi anche responsabile in grande misura delle emissioni di Co2 legate al bestiame – cioè il metano – e ai fertilizzanti per i pascoli, cioè l’anidride carbonica.Secondo un nuovo rapporto di WildAid, l’aumento previsto del consumo di carne da parte dei cinesi aggiungerebbe ogni anno 233 milioni di tonnellate di gas serra al totale delle emissioni globali. A meno che qualcuno o qualcosa tiri il freno.

dieta-cinesi

Così, il governo cinese ha rilasciato delle nuove linee guida sull’alimentazione consigliata che dovrebbero sia dare idea ai cinesi di che cosa sia una dieta bilanciata, sia ridurre le emissioni. Le «Linee guida nutrizionali per il 2016» (Jumin shanshí zhinan 2016), a cura della Società di Nutrizione Cinese (Zhongguo Yingyang Xuehui) consigliano di consumare tra i 40 e i 75 grammi di carne al giorno, cioè tra i 14 e i 27 chili l’anno, meno della metà di quanta se ne mangi ora.Per promuovere una campagna di massa così complicata, Pechino ha quindi assoldato testimonial d’eccezione per spot televisivi, come il regista James Cameron e l’ex attore-governatore californiano, il super muscoloso Arnold Shwarzenegger. Quasi a dire: «Visto? Per essere grandi e grossi non c’è bisogno di tutta quella carne». Negli spot, il dito è puntato proprio sulle responsabilità collettive verso il clima più che su altre considerazioni. Va ricordato che, a livello globale, il 14,5 per cento delle emissioni nocive dipende dagli allevamenti da carne.

Se le nuove linee guida del governo cinese dovessero essere seguite, si calcola che nel 2030 le emissioni da bestiame che produce la Cina saranno circa un miliardo di tonnellate meno del previsto. Ma va anche detto che se in numeri assoluti i cinesi consumano tanta carne, in numeri relativi ne mangiano molta meno dei cittadini di almeno una dozzina di Paesi più ricchi. Giusto per chiarire, uno statunitense o un australiano divorano oltre il doppio della quantità di carne che mangia un cinese. Tuttavia, alcuni rapporti sottolineano che la velocità dello sviluppo cinese ha travolto la popolazione anche quando si tratta di consumi alimentari. Circa 100 milioni di cinesi hanno oggi il diabete, mentre l’obesità è in aumento. Quanto all’ambiente, emissioni a parte, la terra arabile è drasticamente in diminuzione proprio a causa dei pascoli e le risorse idriche sono sottoposte a stress continuo.Come al solito, quando si tratta di Cina, l’inversione di rotta è una corsa contro il tempo.

Tratto da China Files

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    Gabriele Battaglia
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Merkel per la nona volta a Pechino

È la nona volta che Merkel viene in Cina in dieci anni di leadership. Per fare un impietoso paragone, Renzi ci è venuto solo una volta e frettolosamente. Questo ci dà una chiara idea delle rotte su cui viaggiano le relazioni internazionali che contano. Ma forse, per pareggiare, il presidente del consiglio italiano conta di governare trent’anni. L’attenzione e il rispetto con cui la cancelliera guarda a Pechino le permette anche di dire cose che gli altri europei non osano o non si sognano manco di dire.

Così, giunta il 12 giugno a Pechino per un summit tra il governo tedesco e quello cinese accompagnata da una ventina tra i massimi capitani d’impresa germanici, Merkel ha parlato alla locale Accademia delle Scienze, chiarendo immediatamente un concetto: l’Unione Europea non vuole guerre commerciali, ma che esiste un problema sulla sovrapproduzione di acciaio sussidiato cinese, che invade i mercati e manda in crisi le nostre imprese del settore. Ha poi aggiunto che le compagnie tedesche si aspettano uno Stato di diritto compiuto che renda i loro investimenti oltre Muraglia meno soggetti ad arbitrio. Chiede reciprocità, la Merkel, pressata dalla propria opinione pubblica che non vede di buon occhio l’offerta da 4,6 miliardi di euro con cui una società cinese – Midea Group Co – sta cercando di acquisire l’impresa di robotica Kuka AG. A Berlino ci sono state riunioni fiume in cui il governo ha cercato di convincere la proprietà di Kuka a valutare anche altre offerte, mentre Siemens è stata incoraggiata a fare un «passo avanti» in nome dell’orgoglio patrio e, naturalmente, del business.

Cina e Germania sono due Paesi manifatturieri. Il trasferimento di tecnologia implicato nell’acquisizione di un’impresa d’avanguardia da parte dei cinesi spaventa i tedeschi, che finora hanno goduto del vantaggio competitivo dato dall’innovazione. È la globalizzazione, bellezza, concetto che ha ribadito anche Frau Merkel appena sbarcata a Pechino, ricordando però che le regole devono valere per tutti.

Sul filone dello Stato di diritto, la cancelliera ha poi ricordato ai cinesi che il ruolo di superpotenza impone maggiori responsabilità e che quindi la Cina deve rafforzare la propria cultura legale sia nelle faccende internazionali – chiaro il riferimento alle dispute nel Mar Cinese Meridionale– sia in quelle domestiche. A questo proposito, nei giorni scorsi Merkel aveva ricevuto un appello dalla famiglia della giornalista Gao Yu, 71 anni, detenuta dal 2015 con l’accusa di avere divulgato segreti di Stato. Che Merkel conosca il proprio interlocutore lo rivela il fatto che abbia declinato la questione «Stato di diritto» in termini di stabilità sociale. In termini pragmatici, dunque, molto ammiccanti per i cinesi, che non accettano lezioncine morali ma al tempo stesso temono l’instabilità come la peste.«Stato di diritto» significa dunque una magistratura che «decide secondo le leggi e la regole del Paese in modo indipendente della politica, e tutti sono uguali davanti alla legge. Il che vuol dire che le procedure giudiziarie e le sentenze devono essere trasparenti», ha detto. «Se interpretato in questo modo – ha aggiunto Merkel – lo Stato di diritto rafforza la fiducia dei cittadini nelle istituzioni e nelle loro decisioni. E in tal modo rafforza anche la stabilità sociale di un Paese». Bingo.

Va ricordato che i tribunali cinesi sono controllati dal Partito comunista, anche se il presidente Xi Jinping sta cercando di renderli più giusti e affidabili togliendoli dalle grinfie dei funzionari locali. È una difficile strettoia: il potere del Partito deve restare inattaccabile – secondo Xi – ma le corti locali devono tutelare di più la gente comune contro i soprusi dei potenti. È la strategia identificata per impedire che i cinesi, sfiduciati, scendano sempre più in piazza o compiano gesti estremi per richiamare l’attenzione sulle proprie rimostranze e casi umani. Non si tende quindi a perseguire un Stato di diritto che i cittadini possano impugnare per attaccare anche il quartier generale, questo no, ma a rendere il giudiziario sufficientemente «autonomo» (virgolette plurime) da renderlo autorevole.

Ecco dove Merkel ha puntato il dito, segno che conosce il proprio interlocutore e lo tratta da pari a pari. Ma con rispetto. Certo, probabilmente non sposterà mezza virgola, ma il messaggio è arrivato. Dal canto loro, i media cinesi hanno sottolineato che il summit sino-tedesco rafforzerà senz’altro le relazioni bilaterali tra i due Paesi, ricordando la cooperazione a livello di G20 e nel grande progetto di moderna Via della Seta.

Tratto dal sito China Files

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    Gabriele Battaglia
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Cina, i traditi di Fanya

Quando ci sono di mezzo i soldi, non c’è grande firewall che tenga. È questa la storia di un gruppo di investitori cinesi che si è dotato di VPN – virtual proxy network – per aggirare la censura su internet e sbarcare su Twitter, che è bloccato nel loro Paese, dove hanno cominciato a spammare l’account di personaggi noti e meno noti, come per esempio il presidente statunitense Obama, per richiamare l’attenzione su una truffa che hanno subito. Lo riporta il sito Quartz.

Tutto è cominciato nell’aprile del 2015, quando Fanya Metal Exchange – una piattaforma per gli investimenti sui metalli divenuta poi una vera e propria società di gestione patrimoniale – ha dichiarato problemi di liquidità ed è stata sospesa dalla borsa di Shanghai. Fino a quel momento aveva rastrellato 6 miliardi di dollari da circa 220mila piccoli investitori promettendo ritorni interessantissimi e sicuri, che si aggiravano sul 13 per cento di interessi.

La società era collegata ad alcune delle maggiori banche di Stato cinesi, come ICBC e Bank of China. Nelle sue brochure presentava questi partner come «banche depositarie», garanti cioè degli investimenti, mentre in realtà si è poi scoperto che attraverso le banche passavano solo i bonifici. Al loro interno, c’erano però singoli funzionari che promuovevano i prodotti di Fanya, la quale aveva anche acquistato spazi pubblicitari sulla televisione nazionale, aumentando quindi la sensazione di un investimento sicuro.

Le prospettive di arricchimento facile hanno attirato molti piccoli investitori che spesso hanno raccolto cifre notevoli rastrellando i risparmi di parenti e amici. Un’umanità eterogenea – si va da giovani coppie ad anziani pensionati – ma accomunata dall’appartenenza al nuovo ceto medio cinese, quel brodo primordiale nato soprattutto dall’accesso alla proprietà immobiliare. Quando lo scandalo è scoppiato, i piccoli investitori hanno fatto appello sia alla giustizia cinese sia al governo per avere indietro i propri soldi. Hanno manifestato di fronte alla sede di Fanya a Shanghai, davanti alla sede dell’authority per la borsa cinese e infine ai palazzi governativi.

Inchieste sarebbero in corso, ma non avendo ricevuto nessuna soddisfazione concreta, circa 300 di questi piccoli investitori si sono alla fine organizzati, hanno acquistato delle VPN e sono sbarcati su Twitter. I loro post sono scritti in pessimo inglese, non molto articolati, ma accorati. Si lamentano soprattutto del fatto che al momento del crollo delle borse, il governo cinese ha cercato di tenere a galla i maggiori titoli con varie misure amministrative, oppure investendo direttamente. Ma nessuno ha pensato a loro, agli «gnomi» che hanno perso i propri risparmi. Chiedono soprattutto attenzione dai media, che la storia sia ripresa e raccontata.

Dato che i casi di scandali finanziari abbondano in Cina, si dice che altri gruppi di investitori traditi stiano scendendo sul sentiero di guerra o, meglio, di Twitter. La novità infatti è questa. Il social media made in Usa, mezzo morto in Occidente, inaccessibile e mai considerato dalla grande massa dei cinesi che hanno proprie piattaforme, appare oggi come un forum «libero» dove fare massa con le proprie rivendicazioni. È un fenomeno diffuso? Probabilmente no, ma il caso dei truffati di Fanya ci dice che, dove non possono gli ideali e il vago richiamo ai controversi «diritti civili», può invece il portafoglio.

Tratto da China Files

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    Gabriele Battaglia
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Ripensare la Rivoluzione culturale

Uno sfondo nero con il numero 404page not found – e sotto le due date: 1966-1976, cioè inizio e fine della rivoluzione culturale secondo la narrativa dominante.

È questa l’immagine che ha fatto circolare ieri sui social media cinesi Phoenix New Media, che è un network di Hong Kong autorizzato però a trasmettere e pubblicare nella Cina continentale. Come a dire: non ci sono informazioni, non si parla di quel decennio “caotico”, “catastrofico”, anche secondo la versione ufficiale del Partito comunista che risale al 1981.

La rivoluzione culturale fu il tentativo di Mao Zedong di sconfiggere la burocratizzazione del Partito Comunista e al tempo stesso di ricollocare se stesso al centro della scena politica, scatenando le forze più radicali e più giovani della società cinese: le famose guardie rosse. Il 16 maggio 1966 il comitato centrale del Partito emanò una circolare con le idee di Mao sulla Rivoluziona Culturale: quella è considerata la data ufficiale del suo inizio, anche se il clima di fermento era cominciato ben prima.

Fu un movimento quasi religioso – si poteva, anzi si doveva distruggere e criticare tutto tranne Mao – che finì per inghiottire i suoi stessi protagonisti. Dopo aver scatenato le guardie rosse, Mao le spedì in campagna, per cui la vera e propria rivoluzione culturale dura tre anni, fino al 1969. Da lì al 1976 tengono banco soprattutto i conflitti all’interno del Partito, veri e propri intrighi di corte, con il protagonismo della futura “Banda dei Quattro”, contenuta però dallo stesso Mao e da Zhou Enlai, la misteriosa morte di Lin Biao nel 1971 e infine il grande ritorno di Deng Xiaoping, due volte epurato e due volte tornato.

Mao muore nel 1976 e nel 1981 di fatto il partito condanna la rivoluzione culturale, salvando però il buon nome di Mao. È lì che nasce la famosa formula di Mao “70 per cento bene, 30 per cento male”; ma oggi, pur senza dirlo a voce alta, pare che il giudizio unanime anche ai livelli alti del potere sia 60-40.

Il Partito di oggi è figlio di quella condanna dell’epoca del caos, in cui i figli si ribellarono ai padri, ci furono morti e vite spezzate.

I media, soprattutto anglosassoni, dipingono uno scenario in cui della Rivoluzione Culturale non si può parlare, punto. No, questa è propaganda uguale e contraria, la Cina non è la Corea del Nord.

La censura tiene d’occhio social media e media tradizionali, certo, ma in realtà se ne parla. Con caratteristiche cinesi, ovviamente, cioè cercando soprattutto di tranquillizzare e creare consenso: il Global Times – che è uno spin-off del Quotidiano del Popolo – è uscito nei giorni scorsi con un editoriale dicendo che “non c’è alcun rischio che quella storia si ripeta” e questo è probabilmente il messaggio che i cinesi si aspettano.

Quanto all’elaborazione storica, i media occidentali denunciano l’assenza di un vero dibattito, ma già da alcuni anni ci sono protagonisti di quell’epoca che ne parlano o sono autorizzati a parlarne: riconoscono le proprie responsabilità e chiedono scusa alle vittime. Abbiamo raccolto alcune di quelle testimonianze. Questa è una forma di elaborazione controllata, molto cinese, nel senso di un consolidato codice di comunicazione tra il potere cinese e il popolo.

Nel raccogliere testimonianze come quella di Wang Jiyu, “Heizi” (lo Scuro), abbiamo avuto netta la sensazione che lui fosse in qualche modo legittimato a parlare, raccontare, farsi carico delle proprie responsabilità, trasmettere il segnale che quella storia è una ferita, ma che non tornerà.

Il racconto della rivoluzione culturale non deve diventare destabilizzazione; deve, ancora una volta, organizzare il consenso.

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    Gabriele Battaglia
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“Mi chiamavano lo Scuro”

Mi chiamavano Heizi, «Lo Scuro», per via del colore della mia pelle. Già prima del 1965, a scuola si discuteva se si dovesse o non si dovesse studiare. Certo, bisognava seguire soprattutto il pensiero di Mao, ma ci si chiedeva se fosse meglio una formazione intellettuale oppure addestrarsi a combattere. Io ero figlio di militari e preferivo andare a nuotare nel fiume o a caccia di uccelli al posto di studiare, quindi per me la risposta era scontata. Vivevamo in un complesso residenziale dell’aviazione sulla Via della Lunga Pace, a Pechino, dove a quei tempi sembrava di stare in campagna. C’erano gli orti e anche un torrente.

Avevo un amico insufficiente in tutte le materie. Si mise a leggere Il sogno della camera rossa, il romanzo scritto nel Settecento da Cao Xueqin, e gli piacque così tanto che si commosse fino alle lacrime. Dato che quel romanzo era tra i preferiti di Mao, quel mio amico divenne l’eroe di noi tutti, anche se era una bestia.

Perfino nei sentimenti dovevamo seguire il presidente. Da allora, tra di noi circolò un detto che riprendeva il suo «ribellarsi è giusto» e che diceva «anche l’insufficienza è giusta, a patto che si corrisponda ai sentimenti di Mao». Siamo arrivati addirittura a dibattere se si dovesse seguire il pensiero della figlia di Mao. Io, che bigiavo la scuola, ero del tutto in linea con quel periodo: i giovani comunisti devono essere come dei teppisti, dei briganti.

Un giorno, avevo appena catturato un uccello quando passò un tipo e mi disse: «Vergogna, fai ancora queste scemenze?». Sul Quotidiano della gioventù era uscito l’articolo di una vecchia comunista che sosteneva si dovesse studiare, perché altrimenti i figli dei borghesi si sarebbero avvantaggiati. Si passò nel giro di una settimana da «anche l’insufficienza è giusta» a studiare come pazzi perché altrimenti i figli dei borghesi ci avrebbero fatto le scarpe. Già si vedeva il futuro scontro di classe della Rivoluzione culturale.

In quei giorni montava lo spirito ribelle. In una delle sue poesie, Mao parla dell’attraversamento del ponte sul fiume Dadu, dove ci sono gelide catene di ferro. Il professore la interpretò alla lettera, dicendo che il gelo aveva ristretto le catene. Io mi alzai e controbattei: «Non dire sciocchezze, quelle catene di ferro rappresentano la resistenza dei rivoluzionari». Avevo osato contraddire il professore ed ero ancora alle medie. Figuriamoci cosa facevano quelli delle superiori.In inverno si andava a pattinare sul lago ghiacciato. Un giorno il ghiaccio si ruppe e uno ci finì dentro, allora un altro si tuffò per salvarlo e ci rimase secco. Quando tornai nel mio complesso residenziale, un amico venne a dirmi: «Come mai non ti sei buttato tu?». Provavamo tutti vergogna perché quello che si era buttato era figlio di borghesi e invece eravamo noi, figli di comunisti, che dovevamo dimostrare coraggio. Così alzammo sempre più il tiro delle nostre azioni per dimostrare la nostra passione rivoluzionaria.

All’inizio del 1966 successero cose strane. Un amico mi raccontò che sua nonna, una mattina, si era spaventata perché la gallina si era messa a cantare come il gallo. Quella storia diventò un motto: «Quando la gallina canta come il gallo, grandi cose sono in arrivo». Poi venne anche una tempesta di sabbia particolarmente potente. Presagi.

A maggio cominciò la Rivoluzione culturale vera e propria ed ebbe inizio anche il movimento dei dazibao, i lenzuoloni su cui scrivevamo slogan e denunce. Mi ci misi in mezzo pure io. Un giorno, uno zio andò da mio padre e gli disse: «Occhio che tuo figlio ha preso di mira la cellula dei lavoratori, è un’azione molto pericolosa». Inutile dire che mio zio era il capo della cellula. Convennero che a quel punto la cosa migliore fosse spedirmi al militare, via da Pechino.  Era fine giugno 1966 e non potevo essere più felice di così, perché sarei andato in aviazione. La divisione di Luoyang aveva un battaglione motorizzato che riforniva di armi i vietcong, attraverso il Guanxi e lo Yunnan.

Combattere gli americani era il massimo, tutti volevano farlo. «Ciao ciao, vado a sconfiggere l’imperialismo americano», dissi ai miei amici che morivano d’invidia. Invece mi fecero fare due giorni di treno per andare in un campo d’addestramento tra Heilongjiang e Mongolia Interna, dove le reclute venivano spedite a coltivare i campi insieme ai contadini. Io non ne avevo la minima voglia, così colsi l’occasione quando ci dissero che cercavano qualcuno che sapesse andare a cavallo e mi feci avanti, visto che da piccolo ero salito in groppa a un asino. Mi spedirono in un posto dove il mio compito era quello di pascolare i buoi stando a cavallo e fu la cosa più atroce che abbia mai fatto in vita mia. C’erano le zanzare alla mattina, i calabroni a mezzogiorno e un altro insetto succhia sangue alla sera. Per due settimane dormii a pancia in giù perché mi faceva male il culo ed ero pieno di bolle per le punture degli insetti. Però sopportavo tutto, perché Mao diceva che non bisognava avere paura delle difficoltà e nemmeno della morte.

Bisognava leggere ogni giorno le opere di Mao, come in una religione, come nel vostro Vangelo. Lì c’è sempre Gesù che dice la cosa giusta al momento giusto e tutti lo seguono. Ecco, da noi c’era Mao che faceva lo stesso.Un mio amico era figlio di alti graduati dell’esercito e gli piaceva disegnare carri armati tutto il giorno. Fece un disegno in cui sembrava che la traiettoria di un proiettile colpisse il ritratto di Mao e lo accusarono di essere un controrivoluzionario. A quei tempi solo il figlio di Lin Biao, il numero due di Mao, non correva il rischio di essere etichettato come controrivoluzionario. Nonostante ascoltasse musica rock dalla mattina alla sera.

La polizia o i comitati di quartiere davano alle guardie rosse i nominativi dei «capitalisti» e quelli andavano a interrogarli. A Shanghai, un mio amico con la sua banda finì in casa di un tipo che non voleva ammettere di essere un capitalista e che insisteva invece di essere un operaio. Lo ammazzarono di botte. Arrivò suo figlio e diede di matto, così ammazzarono pure lui. Il giorno dopo, ci fu una mezza insurrezione in fabbrica e gli operai partirono in massa per linciare il mio amico e la sua banda, ma la polizia di Shanghai li coprì. È una storia che non si è mai risolta e anche oggi il nome del mio amico non è stato reso pubblico. Non lo dirò mai.Eravamo tutti burattini nelle mani di qualcuno. Sacralità, dittatura, arbitrio, erano i tre principi feudali contro cui avremmo dovuto batterci. E paradossalmente li avevamo dentro di noi.

Poi anche mio padre finì inguaiato in quanto «revisionista» e quindi io fui espulso dall’esercito. Solo che non sapevano dove mettermi e allora mi lasciarono lì, con i buoi e i cavalli, fino al gennaio del 1967, quando fui rispedito a Pechino. Nel mio complesso residenziale mi sentivo a disagio. Erano spariti quasi tutti, compresi i miei genitori. Avevamo la sensazione di essere stati usati e poi traditi dal Partito.

Lì, cominciò la guerra di tutti contro tutti.Mi raccontarono di questa assemblea del 26 dicembre in cui tutti i figli dei quadri rivoluzionari del Partito e dell’esercito si riunirono per fondare il Comitato d’azione. La riunione cominciò con grande solennità, si alzarono i figli dei quadri rivoluzionari, quindi i figli dei militari rivoluzionari, poi tutti insieme cantarono l’Internazionale e Ai soldati dell’armata Rossa manca Mao Zedong. Fin qui tutto ufficialissimo, poi cominciarono gli interventi e scoppiò una confusione che andò di male in peggio. Un susseguirsi di slogan come «Cannonate sul gruppo centrale della Rivoluzione culturale», grida di «Al rogo Jiang Qing», «Friggiamo nell’olio Kuai Dafu», che era un leader della fazione dei ribelli.

Tutti avevano i loro risentimenti personali, soprattutto per via dei genitori in disgrazia. Era forse la prima volta nella storia cinese che si sentivano così tante voci che venivano dal profondo del cuore. Un mio amico incaricato di prendere le firme di tutti all’ingresso, capì che la riunione era degenerata e pensò bene di correre via e andare a bruciare i registri dei presenti. Il comitato non fu mai messo all’indice, forse proprio perché il mio amico cancellò le prove.

Noi, vecchie guardie rosse, eravamo ormai l’ala conservatrice. Tutti noi, figli di militari dell’aviazione e della marina, eravamo cresciuti insieme e condividevamo gli stessi valori. Così cominciammo a fare la guerra ai «ribelli». Il 5 agosto del 1967, durante uno scontro violento, uno studente fu ucciso. Non c’è un motivo chiaro per cui ammazzai quel ragazzo. Lo spiegavamo con la lotta di classe. Lei Feng, il soldato modello, diceva: «Sii caldo verso i compagni, come la primavera; sii crudele verso i nemici, come l’inverno più duro». La rivoluzione è una classe che ne rovescia un’altra, è una cosa violenta.

«Non è un pranzo di gala», diceva Mao Zedong. La Rivoluzione culturale aveva indossato l’abito della cultura, ma sotto era una lotta per la sopravvivenza. Quelli della scuola media della Normale erano stati umiliati dalla banda di un’altra scuola, quella dei figli del ministero delle Granaglie, che erano molto violenti. Allora decisero di vendicarsi, ma non erano in grado, troppo educati, e così ci chiesero aiuto. Uno dei miei amici mi chiamò: «Andiamo a fare la vendetta di classe». Noi eravamo figli di militari, ci allenavamo tutti i giorni, facevamo boxe, arti marziali.

Quel tipo lo ammazzai con un bastone. Gli diedi una botta sulla nuca, lui rotolò in un fosso. Mentre cercava di tirarsi fuori gli diedi un’altra bastonata e vidi il sangue schizzare, ma non pensavo di averlo ammazzato. Uno dei poliziotti che mi presero, mi disse: «Ma scusa, sei grande e grosso, gli dai due legnate in testa con un bastone spesso dieci centimetri, cosa credi che succeda?»Dopo averlo ammazzato, provai senso di colpa, era figlio di operai iscritti al Partito comunista. Era un compagno. Se fosse stato figlio di un capitalista o di un proprietario terriero avrei provato lo stesso? Probabilmente no.

Mi misero brevemente in galera, poi in un centro di studio e rieducazione. Dopo un paio d’anni mi fecero uscire con uno speciale certificato. Garantiva che non sarei mai stato perseguitato. Anche la famiglia dell’ucciso mi perdonò, il Partito aveva messo tutti d’accordo. Nessuno conosceva il mio vero nome, non c’era scritto su nessun documento, anche su quelli del centro di rieducazione comparivo solo come Heizi.

Quando nel 2010 decisi di raccontare pubblicamente del mio omicidio sulla rivista Yanhuang Chunqiu, mia moglie mi sconsigliò di farlo, tanto ormai ero pulito. Tirai dritto, lei alla fine se ne fece una ragione. I parenti della vittima vennero a trovarmi, il nipote mi disse di provare rispetto per me, perché avevo parlato, ma che non mi avrebbe mai perdonato. E mi intimò di non rivelare mai il nome del morto. Mi dissero anche che i genitori del ragazzo furono favorevoli alla mia scarcerazione. Alla fine, eravamo tutti compagni.

Wang Jiyu, conosciuto come «Heizi», gestisce un enorme maneggio per cavalli da dressage oltre il sesto anello delle circonvallazioni di Pechino. Ha sessantacinque anni portati benissimo. Ne aveva quindici quando cominciò la Rivoluzione Culturale. Nel 2010, fu uno dei primi protagonisti di quella stagione a raccontare di avere ucciso un suo coetaneo nel corso di una rissa tra due opposte fazioni di guardie rosse. Per liberarsi la coscienza, scrisse un articolo su un giornale riformista, il Yanhuang Chunqiu, riflettendo sulle proprie trasgressioni. Il fatto si svolse nel 1967, quando aveva 16 anni.

L’articolo è tratto dallo Speciale di China Files sul cinquantesimo anniversario della Rivoluzione culturale.

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    Gabriele Battaglia
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“Così finii in Mongolia a spaccare pietre”

Ma Bo è uno scrittore, il suo pseudonimo è «Lao Gui», vecchio fantasma. Ha sessantasette anni. Ne aveva diciassette quando cominciò la Rivoluzione culturale. Figlio della scrittrice Yang Mo, è diventato famoso con il libro autobiografico Xuese Huanghun (Tramonto rosso sangue), che racconta dei suoi anni di rieducazione in una fattoria militare, dove era finito come «controrivoluzionario». È considerato un pioniere della «letteratura della ferita», la corrente che racconta gli anni della Rivoluzione culturale. Il suo nome di penna si riferisce proprio alla condizione di invisibilità a cui è costretto chi è condannato ai lavori forzati. Riabilitato, ha partecipato anche al movimento degli studenti del 1989, riparando poi in Francia e negli Stati Uniti. È tornato in Cina a metà degli anni Novanta.

 

Per me la Rivoluzione Culturale comincia nel 1966, quando Mao dice di spazzare via i niugui sheshen, i «demoni-mucca» e gli «spiriti-serpente», cioè i controrivoluzionari. Il 25 maggio, all’università di Pechino compare il primo dazibao scritto da una assistente di filosofia, Nie Yuanzi, che critica apertamente i «criminali controrivoluzionari» del comitato del Partito interno all’università. Tra questi, c’era anche Lu Ping, io ero amico di sua figlia, Lu Wei. Eravamo in terza superiore, vedevamo i più giovani che si agitavano e noi cercavamo di calmare un po’ gli animi, spiegando loro che Mao invitava a distinguere bene tra i nemici di classe e quelli che non lo erano. Poi, i gruppi di lavoro e di propaganda entrarono nelle scuole e sancirono che tutti i burocrati erano «erbacce». Non ci fu più nulla da fare.

Prima della Rivoluzione Culturale, nella mia scuola avevano ampliato un vialetto interno, per rendere più facile l’accesso alle biciclette. Quando arrivarono, i «gruppi» accusarono i quadri dirigenti di voler creare uno spazio sufficiente per consentire ai carri armati di entrare nella scuola e fare un golpe contro gli studenti.

Lu Ping veniva ogni tanto a parlare con i professori di Lu Wei, a un certo punto non lo si vide più. Lei, quando tornava a casa, non mangiava più con lui e non lo chiamava più «papà», bensì per nome: Lu Ping. Ciò nonostante, subiva sempre pressioni da tutti gli altri, in quanto figlia di un «controrivoluzionario». Ancora oggi, non parla a nessuno di quel periodo. La mia situazione era un po’ diversa. I miei non erano ancora considerati controrivoluzionari, anche se erano intellettuali. Provavo simpatia per Lu Wei e le scrissi un bigliettino. Me la fecero pagare, tempo dopo.

Noi eravamo considerati i più conservatori, quindi per far vedere quanto fossimo rivoluzionari cominciammo a denunciare, con le lacrime agli occhi, i nostri ex professori. Avrei dovuto andare all’università l’anno successivo, ma l’università non c’era più. A luglio del 1966 i gruppi di lavoro e propaganda uscirono dalle scuole e cominciò la guerra di tutti contro tutti. Si usavano i duilian, i componimenti poetici su rotoli di carta che si appendono ai lati e sopra le porte. Ne ricordo uno sulla discendenza di sangue, diventata ormai principio indiscutibile: «Bravi i figli dei vecchi eroi, marci i figli dei reazionari. È proprio così».

C’era anche la campagna contro i liumang, cioè i «delinquenti», che alla fine non erano altro che dei giovani poveri, disoccupati. Un ragazzino aveva accoltellato una guardia rossa e noi facemmo un raduno di centomila persone a Pechino che lo condannò all’ergastolo. Rischiò la pena di morte. Da lì cominciò la campagna. Facevamo spedizioni punitive che chiamavamo «sollevare il vento, scatenare incendi». Ci dicevano che in qualche posto c’erano dei piccoli delinquenti e noi arrivavamo e picchiavamo senza starci troppo a pensare. Io avevo diciott’anni, ero forte e rivoluzionario, parte della natura umana è libera e violenta, gode nel punire l’altro. Le guardie rosse erano spavalde, potevano fermare i veicoli per strada e farsi portare dove volevano.

Prima della Rivoluzione culturale non si poteva picchiare, poi divenne lecito, la Rivoluzione culturale ci consentiva di fare tutto ciò che era proibito. Picchiai una ragazza con una cinghia. Nessun senso di colpa, era il Quotidiano del Popolo che ci diceva di farlo. In realtà, chi comandava nelle assemblee e nelle bande erano sempre i figli dei militari, altro che operai e contadini! Questa storia andò avanti fino a novembre, con il Partito che se ne stava zitto, così noi ne combinavamo sempre di peggiori. Poi Chen Boda sancì che la discendenza di sangue non fosse poi così importante, ma a quel punto le cose erano andate troppo in là e molti non si allinearono. Allora Mao proclamò che il messaggio rivoluzionario avrebbe dovuto essere portato nelle campagne, «come la scintilla che incendia la prateria», e che «ribellarsi è giusto», quindi ci spedì fuori da Pechino e noi ne fummo pure contenti perché cominciammo a girare tutto il paese, gratis.

Era la campagna del chuanlian, lo scambio di esperienze. La sensazione era di gioia e curiosità perché cominciammo a girare tutto il paese. Non avevo mai viaggiato, andai a Xi’an, a Chengdu, Chongqing, Guiyang e in altri posti, girando a sbafo sui treni, con vitto e alloggio garantiti nei centri d’accoglienza per guardie rosse. Qualcuno andava per divertirsi, altri per fare la rivoluzione, ma non c’era molta organizzazione, andavi con chi ti pareva. Sul posto c’erano sempre due fazioni: chi sosteneva i poteri locali e chi li voleva detronizzare.

I miei genitori erano sempre stati piuttosto freddi e severi. Mia madre era una scrittrice, mio padre il vicepreside della Normale di Pechino, mi avevano sempre detto di seguire Mao e basta. Cominciai a considerare anche mia madre una borghese, perché si vestiva bene, metteva il profumo ed era famosa. Quando furono accusati pure loro di essere controrivoluzionari non mi dispiacque molto e me ne andai in Vietnam a combattere gli americani. Volevo sacrificarmi sul campo di battaglia.

Il chuanlian era finito e non ci facevano più viaggiare gratis, non potevo dire ai miei che volevo sacrificarmi. Allora con i miei amici scassinai l’armadio in cui mia madre teneva i soldi, rubai 300 yuan e andammo in Yunnan. Da lì, passammo clandestinamente in Vietnam. Diverse guardie rosse erano già morte sotto le bombe americane. Eravamo stravolti e non mangiavamo da giorni, i vietnamiti ci trovarono allo stremo e ci dissero: «Grazie, ma non è il caso». Ci consegnarono alla guarnigione cinese. I soldati ci spiegarono: «Guardate, Zhou Enlai ha detto che l’intenzione è giusta, ma non vorremmo creare problemi diplomatici». Ci rifocillarono, ci fecero riposare e poi ci rispedirono indietro. A Pechino era cominciata la guerra tra bande. Fecero la loro comparsa le armi. Allora, ci si preparava a una guerra contro l’Unione Sovietica, volevo organizzare un gruppo di patrioti, per difendere il paese. Andava di moda un romanzo proprio russo, La giovane guardia di Alexandr Fadeev, pensammo che delle pistole ci avrebbero fatto comodo.

Entrambe le fazioni delle guardie rosse avevano sostegno nell’esercito e c’era chi permetteva loro di entrare negli arsenali ad armarsi. Due amici andarono nello Henan e tornarono con un paio di Mauser tedesche. Ma il nostro gruppetto era composto da tre e io decisi allora di recarmi a trovare uno zio dello Hubei che era un quadro militare e che aveva una pistola. Gliela fregai e tornai a Pechino, ma nel frattempo lui mi aveva denunciato e così ci arrestarono tutti e ci sbatterono in galera.

Ci restai settantacinque giorni tra l’aprile e il giugno del 1968, senza sapere che fine avrei fatto. Era terribile, mi davano da mangiare due panini di mais al giorno, svenni per la fame due volte. Quelli che erano stati dentro un anno o due erano diventati degli scheletri. Ero distrutto, cominciai a scrivere a casa usando il dentifricio, non riuscivo a stare in piedi per andare a pisciare. Alla fine mi fecero uscire, ero così dimagrito che, tornato a casa, non facevo che mangiare e cominciai a recuperare un chilo al giorno. Mia madre finse di essersi dimenticata la faccenda dell’armadio svaligiato, mio padre mi rimproverò e mi garantì venti yuan al mese purché tornassi a scuola, dato che gli insegnamenti erano ripresi.

A quel punto cominciò il movimento per spedire gli studenti in campagna «a imparare dai contadini». Il nostro gruppetto di sei amici non si iscrisse alle liste ufficiali, andammo da soli e spontaneamente in Mongolia Interna, perché per essere bravi eroi bisognava andare nel posto più remoto e più vicino al confine russo. Ma siccome non comparivamo negli elenchi, non ci presero, perché non c’era abbastanza da mangiare anche per noi. Allora andammo a dormire in una scuola e lì conoscemmo il figlio del capo della regione militare. Scrivemmo una lettera usando come inchiostro il nostro sangue, chiedendo a suo padre di farci rimanere lì come «intellettuali che imparano dai contadini».

Alla fine, restai in Mongolia Interna quasi otto anni. Il Partito comunista locale era accusato di separatismo, allora noi, che facevamo parte della fazione dei ribelli, venivamo stimolati da Pechino a criticare i quadri locali. Eravamo odiati da tutti, sia soldati sia pastori, perché non perdevamo occasione per denunciare. Eravamo un centinaio di guardie rosse. Poi la situazione si fece insostenibile, tutto era bloccato, e Zhou Enlai mandò l’Esercito Popolare di Liberazione per mettere le cose a posto. A quel punto fummo accorpati all’esercito, che per noi era un mito, ma ben presto scoprimmo che eravamo stati dei poveri ingenui. Costruivamo trincee e baracche militari per preparare la guerra contro l’Urss e se prima eravamo liberi di fare quello che ci pareva, adesso eravamo invece sottoposti a rigida disciplina.

Mao aveva detto che «il Partito è come una porta aperta» che accetta le critiche, così noi cominciammo a mandare lettere in cui denunciavamo tutte le cretinate che facevano i capi militari: obbligavano i pastori locali a scavare pozzi per l’acqua dove l’acqua non c’era, dicevano di avere piantato alberi di cui non si era mai vista traccia. All’inizio erano gli stessi quadri locali a dirci «fate bene a scrivere e a criticare ciò che non funziona», poi il movimento di critica finì. Mi provocarono insultando la mia famiglia e io reagii, scoppiò una rissa. Ci pestarono a sangue e ci ammanettarono, dissero che ascoltavamo di nascosto Voice of America e tirarono fuori la mia vecchia lettera a Lu Wei per denunciarmi come controrivoluzionario.

Rimasi a spaccare pietre in Mongolia Interna fino al 1975, quando mia mamma – scrivendo a Zhou Enlai – ottenne per me il perdono.

 

L’articolo è tratto dallo Speciale di China Files sul cinquantesimo anniversario della Rivoluzione culturale.

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Da Pechino una stretta sulle Ong?

La nuova legge cinese sulle Ong straniere varata il 28 aprile e che entrerà in vigore dal 1 gennaio 2017 è messa inequivocabilmente dalla stampa occidentale alla voce «repressione». La normativa – la cui prima stesura circolava da circa un anno suscitando parecchia preoccupazione – impone a circa settemila Ong straniere operanti in Cina – comprese quelle di Hong Kong, Taiwan e Macao – sostanzialmente due cose: primo, di trovarsi un partner locale per poter continuare il proprio lavoro; secondo, di aprire le proprie porte agli apparati di sicurezza ogni volta che questi lo riterranno necessario. In ultima istanza, chi giudicherà la loro possibilità di operare in Cina saranno le autorità di Pubblica Sicurezza.

Cosa prevede

Per aprire un ufficio di rappresentanza in Cina, le Ong straniere dovranno passare attraverso un meccanismo di shuangchong guanli, cioè «doppia gestione». Devono prima trovarsi una «Unità di supervisione professionale» (Usp), cioè un’agenzia del governo che si occupa di analizzare l’organizzazione da un punto di vista puramente professionale. Non esiste ancora una lista di tali agenzie, ma la legge specifica che è in corso di stesura. Insieme, Ong e Usp compileranno una domanda di ammissione rivolta al ministero di Pubblica Sicurezza o agli uffici della Pubblica Sicurezza locali. Alla fine, questi pubblicheranno una lista delle Ong ammesse, che saranno sottoposte a un controllo annuale. Entro il 31 dicembre di ogni anno, la Ong deve sottoporre alla sua Usp una lista delle attività in programma, che devono essere approvate.

Per le Ong che invece vogliono agire solo temporaneamente in Cina, la «doppia gestione» non è necessaria: devono solo stipulare un accordo con un «partner cinese» e sottoporlo con altri materiali alle autorità di Pubblica Sicurezza. Quindi, possono cominciare a operare senza attendere l’approvazione. Per «partner cinese», la legge indica enti governativi, organizzazioni di massa, istituzioni pubbliche, organizzazioni sociali, fornitori di servizi sociali, fondazioni.

È netta la sensazione che questo secondo tipo di procedura sia stato disegnato su misura per le università, i think-tank e gli istituti di ricerca cinesi, di modo che non siano penalizzati da limiti troppo rigidi alla collaborazione con organizzazioni straniere. La Cina ha bisogno di trasferimento di tecnologia.

Da dove nasce

La nuova legge appare chiaramente come un ampliamento delle prerogative della Sicurezza Nazionale e la ragione politica è presto detta: da tempo è diffusa tra i più alti apparati di Partito l’idea che le Ong straniere siano la quinta colonna dell’Occidente per minare il sistema cinese. Ormai famoso, a questo proposito è il cosiddetto «Documento N.9», una circolare interna che nell’agosto 2013 fu pubblicato in esclusiva dal New York Times grazie a un opportuno leak (per il quale finì poi in galera e fu condannata a sette anni per «diffusione dei segreti di Stato» – ridotti poi a cinque anni e domiciliari – la giornalista Gao Yu). Dichiarava guerra alle «forze occidentali ostili alla Cina» che, con i dissidenti, cercano di infiltrarsi nella sfera ideologica attraverso la retorica della «democrazia costituzionale occidentale» e dei «valori universali» su diritti umani, indipendenza dei media e partecipazione della società civile.

Sull’altro fronte della barricata, la stampa cinese presenta invece la nuova legge come un passo avanti verso la «semplificazione» amministrativa e verso la chiarezza normativa per le stesse Ong. In pratica, «sai cosa si può e cosa non si può, patti chiari, amicizia lunga».

Le due interpretazioni non sono necessariamente in contraddizione. Con la progressiva costruzione di un proprio Stato di diritto inteso non come Rule of Law bensì come Rule by Law – cioè yifa zhiguo – le autorità cinesi intendono infatti utilizzare la legge come strumento di governo, ma mettono ben in chiaro che non intendono sottoporsi ad essa. L’imperatore resta imperatore, la legge è uno strumento per governare meglio, non per tutelare i diritti individuali. Il gioco però è fatto di sottigliezze, perché il governo centrale ha anche la necessità di limitare l’arbitrio dei potentati locali che si annidano nelle amministrazioni e che erodono il consenso. Quindi, si procede sperimentalmente – un altra costante evoluzionistica per la Cina – e si sceglie per esempio di separare i tribunali locali dal controllo del Partito. Poi si sta a vedere se e come funziona e se ne traggono le conclusioni. Si può fare un passo avanti o due indietro, dipende dal risultato finale che, manco a dirlo, è la stabilità.

È così da tempo in corso un doppio meccanismo di riorganizzazione degli apparati, per cui da un lato si cerca di semplificare la vita agli «utenti», dall’altro li si avverte su ciò che si può e non si può fare, riservandosi però sempre il diritto di procedere amministrativamente nei casi controversi. Un esempio potrebbe essere quello che riguarda i corrispondenti stranieri: nell’ultimo anno sono state assai semplificate le procedure per il rinnovo del tesserino giornalistico e quindi del visto necessari per lavorare in Cina. Però, come nel recente caso della giornalista francese Ursula Gauthier, ci si riserva sempre la facoltà di non rinnovarlo, quel benedetto tesserino-visto.

Ecco, è probabile che per le Ong straniere si ragioni allo stesso modo. Il punto è che un diritto «in divenire» e comunque mai del tutto certo offre sì, ampi margini alla discrezionalità-arbitrio del potere, ma anche un discreto margine agli individui e alla società civile per ritagliarsi margini di manovra, riplasmarle, muoversi nella famosa «zona grigia» in cui la normativa non arriva. Da sempre, si dice che le leggi cinesi contano sì, ma non troppo. Quello che conta davvero è la loro attuazione: quello che avviene al momento di metterli in pratica. E lì contano i rapporti di forza (anche all’interno degli stessi gruppi di potere), le relazioni (il guanxi) e le circostanze particolari.

Vie di fuga

Shawn Shieh, vice direttore di China Labor Bulletin – una Ong, guarda un po’, di Hong Kong – sembra proprio dare questa chiave interpretativa nella sua analisi della nuova legge. Qui bisogna entrare un po’ nella mentalità cinese. Cosa sostiene Shieh? Che mentre prima il rapporto tra apparati di Sicurezza e Ong straniere era unilaterale, con i primi che guardavano le seconde con sospetto e si comportavano di conseguenza, adesso il semplice fatto che esista una legge che norma questo rapporto, lo fa diventare bilaterale: cioè, anche le Ong possono interagire con la Sicurezza e tentare nella messa in pratica di volgere la legge a proprio favore. Si è creato un quadro normativo e all’interno di questo quadro c’è margine di movimento, perché d’ora in poi la Sicurezza deve trattare le Ong come «utenti» o «clienti» e non più solo come potenziali nemici.

Chi verrà invece colpito maggiormente dalla legge, al momento, sembrano le Ong cinesi di base, cioè tutte quelle associazioni informali sorte spontaneamente negli ultimi anni anche grazie al vuoto normativo, che definiscono se stesse Ong e che di fatto vivono nella maggior parte dei casi proprio grazie ai finanziamenti delle Ong straniere. Ecco, qui il rapporto è reciso, perché le Ong straniere potranno avere rapporti solo con associazioni cinese certificate e quindi, diciamo così, compatibili.

Tratto da China Files

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    Gabriele Battaglia
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Baidu e lo studente morto di cancro

Il governo cinese ha istituito addirittura una squadra di ispettori per indagare sul «Google cinese», cioè Baidu, accusato di diffondere informazioni su cure mediche fuorvianti dalla famiglia di un malato di cancro, che nel frattempo è morto. Wei Zexi, studente informatico di 21 anni, è deceduto il mese scorso per una rara forma di tumore dopo aver tentato inutilmente cure tradizionali – chemioterapia e radioterapia – e aver quindi cercato una terapia alternativa sul motore di ricerca. Su Baidu, aveva trovato in cima ai risultati di ricerca la soluzione offerta da un ospedale di Pechino gestito dalla Polizia paramilitare.

La pubblicità offriva un trattamento basato sulla stimolazione delle difese immunitarie, noto con la sigla DC-CIK – abbreviazione per cellule dendritiche e cellule killer indotte da citochine – scoperto negli Stati Uniti e presentato come la tecnologia più avanzata per sconfiggere i tumori. Veniva di fatto venduto da contractor privati all’interno dell’ospedale. La cura è costata alla famiglia del ragazzo 200mila yuan – l’equivalente di 27mila euro – e non è servita. Esperti medici dicono oggi che il metodo è ancora sperimentale, non ha passato al momento tutte le verifiche previste dagli standard internazionali e non dovrebbe quindi essere utilizzato come trattamento di routine per curare il cancro.

Ora, la squadra d’indagine sul caso è composta da funzionari di ben tre ministeri: la amministrazione per il Cyberspazio – cioè il dicastero che si occupa di Internet – la commissione per la Salute e la Pianificazione Familiare – cioè il ministero della Salute – e l’amministrazione statale per l’Industria e il Commercio – che è il regolatore della pubblicità online. Il che ci trasmette l’idea di quanto la vicenda sia percepita come importante, sia dal governo cinese sia dall’opinione pubblica. Il caso di Wei Zexi apre infatti il vaso di Pandora di una serie di problemi della Cina, che mai come questa volta si intersecano in maniera esplosiva.

Da un lato c’è l’assistenza sanitaria, non ancora pubblica e universale, quindi esposta alle truffe dei cosiddetti «mercanti della speranza», agenzie private che non solo offrono cure dubbie, ma talvolta organizzano veri e propri viaggi in rinomate cliniche straniere facendosi pagare profumatamente. Qualche anno fa, ci imbattemmo in uno di questi operatori specializzati, a metà tra turismo e servizi medici, che alla luce del sole spediva le signore della buona borghesia cinese a rifarsi seno e labbra nelle cliniche di lusso sul lago di Ginevra, mentre un po’ in penombra organizzava viaggi della speranza per facoltosi malati terminali in ospedali «miracolosi» del vicino Giappone. «Noi vendiamo un sogno», ci disse il fondatore-amministratore delegato dell’agenzia, ed era sincero. Credeva nella sua missione.

Sempre alla voce servizio sanitario, c’è poi un problema di gestione sostenibile degli ospedali cinesi. Circa un anno fa, il professor Zhang Wei – un ex chirurgo divenuto consulente del governo – ci spiegò che gli istituti pubblici ricevono fondi insufficienti dallo Stato, quindi i loro amministratori devono fare cassa altrimenti. Oltre a contenere i costi pagando poco e male il personale – tra cui i medici – e a fare profitti sui farmaci venduti all’interno degli ospedali, il professore citò esplicitamente la vendita di vere o presunte «nuove tecnologie» spesso d’importazione. Ed ecco i contractor all’interno delle corsie.

Con il caso Wei Zexi, torna poi sotto i riflettori il tema del controllo del cyberspazio. Un motore di ricerca è responsabile dei contenuti che veicola o è solo una piattaforma neutra? Il problema riguarda anche i nostri Paesi cosiddetti «democratici», figuriamoci la Cina, dove il governo rivendica il diritto/dovere di controllare internet e reprimere i contenuti che ledono la sicurezza del Paese. Appare paradossale che un motore di ricerca dove è impossibile trovare immagini di Tian’anmen ’89 esponga invece in posizione privilegiata, tra i risultati a pagamento della propria search, una cura per il cancro non ancora sdoganata. Potere del mercato.

Infine si pone il problema delle grandi imprese IT cinesi, così legate a doppio filo con il governo di Pechino. Se da un lato, sono l’avanguardia che dovrebbe trainare tutta la Cina verso un nuovo modello di sviluppo basato su innovazione e prodotti ad alto valore aggiunto, dall’altro inciampano spesso in qualche incidente di percorso. Tipico è il caso di Alibaba, che da un lato offre con l’e-commerce occasioni di business e di impiego per la forza lavoro espulsa dal manifatturiero e con il credito online l’embrione di un sistema finanziario alternativo a quello di Stato; ma dall’altro, incappa poi nell’incidente dei prodotti fake venduti dai propri negozi online.Baidu, da parte sua, fa sistema con il governo nel mettere fuori mercato Google in Cina e garantisce così il fatto che la maggior parte dei netizen dell’ex Celeste Impero vedano risultati della ricerca ripuliti dai contenuti mingang (sensibili); ma poi incappa nel caso Wei Zexi, che sembra fatto apposta per suscitare l’ira dei cinesi: con la salute non si scherza.

Sarà forse a causa della delicatezza di questo caso che Jiang Jun, portavoce dell’amministrazione per il Cyberspazio, ha detto che i risultati dell’indagine saranno resi pubblici. Un raro annuncio di trasparenza. Intanto, il titolo di Baidu quotato al Nasdaq ha perso quasi l’8 per cento.

Tratto da China Files

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    Gabriele Battaglia
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A Hong Kong negato lo scalo a una portaerei USA

La Cina ha vietato alla portaerei statunitense Stennis di fare scalo nel porto di Hong Kong. La nave arrivava dalle Filippine con altri vascelli della flotta militare di Washington dove era stata visitata, il 15 aprile, dal segretario alla Difesa Ashton Carter, proprio mentre stava salpando per acque contese tra Manila e Pechino. Proprio a Manila, Carter aveva anche proclamato che il suo Paese si schiera risolutamente al fianco delle Filippine contro le “intimidazioni”, senza citare la Cina per nome.

Insomma, al dispettuccio americano è corrisposto quello cinese, con la Difesa di Pechino che specifica ora che l’approdo di navi statunitensi a Hong Kong viene valutato caso per caso e non spiega perché in questo caso il permesso sia stato negato.

Nei giorni scorsi i media cinesi avevano enfatizzato come la visita di Carter acuisse le tensioni territoriali nell’area invece di risolverle. La scorsa settimana, il Comando del Pacifico degli Stati Uniti aveva inviato sei aerei da guerra – A-10 Thunderbolt – nei pressi dell’atollo di Scarborough, che la Cina occupa, ma che Manila rivendica. In quell’occasione, il ministero della Difesa cinese aveva espresso preoccupazione.

Non è la prima volta che la Cina rifiuta lo scalo a navi da guerra degli Stati Uniti. Nel dicembre 2007, Pechino rifiutò l’approdo a Hong Kong di un’altra portaerei, la Kitty Hawk, dopo che Washington aveva annunciato un accordo missilistico con Taiwan e dopo che presidente degli Stati Uniti George W. Bush aveva incontrato il Dalai Lama. Alla Kitty Hawk fu poi permesso di attraccare nella città cinque mesi dopo, nell’aprile 2008, dopo che le relazioni militari erano tornate alla normalità.

Un osservatore cinese dell’università del popolo di Pechino, Shi Yinhong, ha detto che la portaerei Stennis è diventata un “simbolo dei tentativi di innescare tensioni strategiche tra Cina e Stati Uniti”. E aggiunge che se non ci fossero esigenze di sicurezza, questi scali di routine non sarebbero cancellati. Il che lascia intendere che Pechino ne faccia addirittura una questione di sicurezza nazionale, termine poco chiaro con cui ultimamente il governo cinese mette il cappello a tutta una serie di problemi, da quelli finanziari al controllo su internet. Figuriamoci quindi nel caso di una portaerei statunitense che pattuglia il mar cinese meridionale in funzione anticinese. Più che alla sicurezza, bisogna invece forse guardare a un gioco di messaggi trasversali reciproci molto ma molto simbolici.

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    Gabriele Battaglia
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Alibaba-Milan, la trattativa vista da Pechino

Premessa: lo scrivente è fanaticamente, irriducibilmente, eroticamente milanista «old school» e quindi farebbe di tutto per togliersi dai piedi l’attuale proprietà/dirigenza. Fatto il necessario coming out, ecco perché per i tifosi del Milan l’accordo con Alibaba sarebbe bellissimo e al tempo stesso non necessariamente bello. Finora sono soltanto voci che vengono dall’Italia, a parte un articolo pubblicato dal South China Morning Post – posseduto dal Gruppo Alibaba – che riporta, appunto, delle voci.

Un segno? I pareri che abbiamo raccolto a Pechino tra gli addetti ai lavori sono quasi tutti abbastanza scettici. Per addetti ai lavori, intendiamo giornalisti sportivi, businessmen che operano nel marketing calcistico o che hanno avviato scuole calcio. Gente che ha a sua volta connessioni nel paludoso mondo pallonaro cinese, in piena riforma voluta da Xi Jinping. I cinesi non buttano soldi, si dice. Perché dovrebbero cacciarli in un «buco nero» come una squadra italiana? Eppure, c’è chi pensa che l’acquisto del Milan da parte del gruppo di Jack Ma avrebbe perfettamente senso.

Rowan Simons ha 48 anni e vive in Cina da 28. Tifa West Ham United e negli anni Novanta è stato il primo commentatore di calcio straniero della CCTV, la tv di Stato cinese. Nel 2001 ha fondato ClubFootball, la prima joint venture calcistica cinese, di cui oggi è presidente. Lo scopo della compagnia è di promuovere il calcio amatoriale. In pratica ClubFootball gestisce una ventina di campi sparsi per Pechino e organizza squadre di bambini e adolescenti che ci giocano, puntando sulla crescita di una cultura calcistica basata sul divertimento e il senso di comunità. Simons è anche autore di Bamboo Goalposts (Macmillan, 2008), libro che – indovinate un po’ – racconta e spiega il calcio non professionistico nell’ex Celeste Impero.

Dunque, Milan-Alibaba, matrimonio possibile? «Nell’ambiente se ne sente parlare da tempo e anche economicamente – dice – sarebbe del tutto coerente». Per capirlo, bisogna considerare due aspetti. Primo. Il governo cinese vuole che la Cina diventi «superpotenza calcistica». Dal punto di vista imprenditoriale, questo significa una chiara indicazione a investire nel calcio. Secondo. Su questo piano, i grandi gruppi cinesi sono in concorrenza tra loro. Alibaba nasce come gruppo di e-commerce. Ma da tempo ha in corso una diversificazione, football compreso.

Nel 2014, il gruppo fondato da Jack Ma ha comprato per 192 milioni di dollari metà del Guangzhou Evergrande, il più forte club cinese, che da allora si chiama Evergrande Taobao, con il nome del più noto sito di e-commerce targato Alibaba che si aggiunge a quello del gruppo immobiliare che prima possedeva per intero la società calcistica. Lo scorso settembre è stato fondato Alisport, che si propone di intercettare buona parte di quei 5mila miliardi di yuan (680 miliardi di euro) che, secondo stime ufficiali, dovrebbero rappresentare il valore complessivo del mercato legato allo sport in Cina.

Come? Utilizzando la gigantesca banca dati sugli utenti dei siti di e-commerce del gruppo per vendere loro eventi sportivi, equipaggiamento e altre merci. In altre parole: facendo diventare i 500 milioni di utenti dei siti di Alibaba consumatori e praticanti di sport. In questa diversificazione sport-oriented che diversi analisti leggono negativamente perché rivelerebbe una perdita di vista del core business, Alibaba si trova però davanti qualcuno che – nello specifico del calcio – ha agito prima: «Il Gruppo Dalian Wanda di Wang Jianlin», spiega Simons.

Dalian Wanda nasce come gruppo immobiliare e – dopo aver accumulato milioni di metri quadri, costruendo soprattutto edifici commerciali – diventa il numero uno del settore in Cina (in concorrenza con Evergrande). Passa quindi allo spettacolo, con l’acquisizione della statunitense AMC Theaters nel 2012, per 2,6 miliardi di dollari, diventando così anche il primo gruppo cinese nello spettacolo. Infine, entra a gamba tesa anche nel mercato di Alibaba facendo un accordo di partnership con Baidu e Tencent – gli altri due gruppi IT cinesi oltre a quello di Jack Ma – per creare una piattaforma di e-commerce, che nasce nell’agosto del 2015: Ffan.com. «Sul piano sportivo – spiega Rowan Simons – Dalian Wanda possiede il 20 per cento dell’Atletico Madrid [acquisito nel marzo 2015 per 45 milioni di euro, ndr], Infront, cioè la compagnia che distribuisce i diritti televisivi per i mondiali di calcio [comprata a febbraio 2015 per 1.2 miliardi di dollari, ndr] e un mese fa è diventata uno degli sponsor di primo livello della Fifa per i mondiali, fino a quello del 2030», che per inciso la Cina spera di ospitare a casa propria.

«Quando a Pechino ci furono le olimpiadi del 2008 – racconta Simons – Budweiser era la birra che sponsorizzava l’intera manifestazione. Global sponsor. A un livello inferiore stava Yanjing Beer, la birra di Pechino, che aveva acquisito solo i diritti localmente, nella città. Secondo te, durante i Giochi, quale delle due birre era posizionata meglio nei cartelloni pubblicitari in città, negli inserti dei giornali, nella pubblicità televisiva? Ovviamente Yanjing, che in teoria doveva avere meno visibilità». Ora estendiamo il discorso alla disfida sportiva tra i maggiori conglomerati cinesi. «Wanda ha il grande club calcistico, la concessionaria dei diritti tv per la World Cup ed è il principale sponsor della Fifa. Secondo te, durante i mondiali da qui al 2030, quale sarà il gruppo con la più grande fetta di pubblicità sulla televisione cinese?» Ed ecco che Alibaba si trova a rincorrere. L’acquisto del Milan si inserirebbe alla perfezione in questa competizione serrata.

C’è poi anche un aspetto meno trasparente. Il rallentamento dell’economia cinese e le incertezze sul valore del renminbi hanno determinato la cosiddetta «fuga dei capitali». Per i grandi gruppi, il miglior modo di esportare valuta fuori dalla Cina è quello di investire in asset all’estero, a prescindere dal fatto che restituiscano alti profitti o no. «In una fase di insicurezza dell’economia, porti i capitali dove c’è certezza del diritto», spiega Rowan Simons. «Ebbene, cosa c’è di meglio, oggi, che investire nel calcio in Europa? Porti i soldi all’estero, li rimetti in circolo, e al tempo stesso fai contento il governo che vuole un Paese “superpotenza calcistica”, perché il Milan potrebbe significare trasferimento di cultura calcistica in Cina, cioè un contributo alla causa». Osservazione a margine, ma non troppo.

«In questi investimenti, i gruppi cinesi dichiarano di solito di avere speso meno di quanto effettivamente spendono», dice Simons. Ognuno tragga le conclusioni che vuole su un accordo che ufficialmente avverrebbe sulla base – diciamo – di 700 milioni di euro e che magari invece si chiude a un miliardo. Sia dal punto di vista di chi compra, sia da quello di chi vende Torniamo al punto di partenza: perché per i tifosi del Milan l’accordo con Alibaba sarebbe bellissimo e al tempo stesso non necessariamente bello? Bellissimo, perché il gruppo di Jack Ma ha tantissimi soldi da investire, è un conglomerato globale, spazia dell’e-commerce al credito e ora anche allo sport.

Non solo: Jack Ma è giovane – 52 anni – ha visione, è un guru per molti giovani cinesi e rappresenta il settore più innovativo dell’economia mondiale. E poi è nelle grazie del potere cinese, come dimostra la foto dove campeggia in primo piano con il presidente cinese Xi Jinping durante il viaggio negli Usa dell’ano scorso. Jack Ma è un vincente. L’accordo non sarebbe invece necessariamente bello, perché si inserirebbe totalmente nella disfida tra grandi gruppi cinesi con, sullo sfondo, le ambizioni del governo di Pechino. Insomma, il Milan sarebbe inserito in logiche che sfuggono totalmente al controllo dei suoi tifosi. Certo, con Berlusconi c’eravamo già abituati.

Tratto da China Files

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    Gabriele Battaglia
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