Lettera da Parigi

Il francese e il jihadista

martedì 17 novembre 2015 ore 06:59

Parigi è in lutto, e mette fuori la testa poco a poco, come una tartaruga dopo lo tsunami.

La Tour Eiffel, per eccellenza simbolo della Ville Lumière, è chiusa, inagibile ai visitatori, cosa che non successe neppure durante la Seconda guerra mondiale, quando Parigi era occupata dai nazisti.

Un pezzo della terza guerra mondiale a pezzetti è franato rovinosamente sulla città, con un attacco terrorista multiplo in un’area che va dallo Stade de France in Saint Denis, banlieue nord, fino alla zona tra Bastille e Republique, pieno centro.

Un attacco terrorista totalitario nel senso che ha colpito, ferito e ucciso qualunque essere umano incontrato sulla sua strada, fino alla carneficina degli ostaggi perpetrata dentro il Bataclan, giovani e meno giovani originari di mezzo mondo, con un bilancio globale di vittime spaventoso.

Inoltre, mentre scrivo, uno o più combattenti del terrore sono alla macchia, così come la struttura logistica di supporto pare, per ora, intatta nonostante perquisizioni, fermi e/o arresti.

Se i fratelli Kouachi e Amedy Coulibaly – ragazzi di bottega rispetto ai componenti dei commando in azione la notte del 13 novembre – hanno sparso il terrore lungo tre giorni, dal 7 al 9 gennaio, prima di essere individuati e uccisi, si può capire il timore che i membri di daesh ancora in libertà possano reiterare azioni omicide.

Per questo Parigi rimane in stato d’assedio, e la Tour Eiffel giace spenta, inaccessibile, mentre lo stato d’emergenza viene prorogato di tre mesi, stato d’emergenza regolato da una legge del 1955 varata a contrastare la lotta per l’indipendenza d’Algeria condotta dal FLN. Contrasto che come si sa, non escluse torture, omicidi, ammazzamenti di massa da parte delle forze coloniali francesi là, e una strage di algerini uccisi a centinaia – il numero esatto non si saprà mai – mentre manifestavano inermi qua a Parigi, coi cadaveri l’indomani galleggianti sulla Senna (17 ottobre 1961), ciò che segnò anche l’inizio della fine per il dominio coloniale.

Non so se sia una legge della storia ma chi ammazza centinaia di persone inermi è spesso incamminato sulla via della sconfitta. E’ valso per i nazisti in Europa, per i francesi in Algeria, per gli americani in Vietnam, spero valga per i neri fascisti di daesh.

Non giace spenta invece la gente di Parigi.

Cittadini e cittadine, famiglie intere confluiscono laddove gli eccidi ebbero luogo, portando fiori, biglietti o semplicemente se stessi. Nonostante l’ordinanza poliziesca che vieta gli assembramenti, lunghe file di persone per tutto il fine settimana si sono succedute e hanno sostato diventando una folla, per testimoniare del lutto comune, ma pure il rifiuto di rinchiudersi barricandosi in casa.

I cittadini, usando del loro libero arbitrio, hanno riempito lo spazio pubblico a significare che Parigi era e rimane, per quanto dolorante, la loro città. Un gesto ethico – ethos, abitare – ovvero atto a rendere abitabile la città dopo, e nonostante, l’orrenda strage.

Poi non appena sento due botti e vedo i poliziotti accucciarsi con la pistola spianata, ovviamente scappo.

Non è panico – chissà perché i giornalisti, specialmente quelli televisivi, spendono e spandono a vanvera questa parola che invece ha un significato preciso, definibile scientificamente; la fuga è una forma di autodifesa come già scriveva Archiloco, poeta e soldato in tempi antichi, la fuga è giusta esigenza di preservare la mia vita, per spenderla meglio anche nella lotta; la fuga è un modo per non darla vinta agli assassini.

A colpo d’occhio assai più spaventato dei parigini appare essere lo stato, prima nella persona di Hollande Presidente, quindi di Valls Primo Ministro e a cascata tutti gli altri responsabili della sicurezza, delle indagini, dei vari ministeri, quasi che soltanto di fronte alla strage dei concittadini, cosmopoliti e multietnici, si siano accorti che la guerra in corso non era un videogame e non poteva essere contenuta laggiù, nella terra degli arabi, i bougnoules come vengono con spregio spesso chiamati i cittadini di origine maghrebina.

Nel frattempo un insieme ampio di domande e questioni emerge tumultuoso, da quelle geo-strategiche fino alla cura dei feriti e traumatizzati negli ospedali.

Parigi è una delle capitali del mondo, e le fratture nonché ferite provocate dall’azione dei terroristi del sedicente califfato nero inevitabilmente rimbalzano sull’intero globo terracqueo. Tanto più che tra pochi giorni Parigi sarà teatro della conferenza mondiale sul cambiamento climatico COP21, la città si riempirà di capi di stato e di governo, nonché di altre autorità, ma pure con migliaia di persone a vario titolo mobilitate su questo fronte e già sono programmate manifestazioni e incontri – sperando che abbiano luogo.

Anche perchè l’attuale guerra in Mesopotamia è, in parte, figlia degli effetti del riscaldamento globale. In Siria comincia dopo un lungo periodo di siccità e carestia, e ora in Iraq una componente strategica della forza di daesh sta nel controllo della grande diga di Mossul, vitale per l’acqua potabile e irrigua dell’intera regione, e dei pozzi di petrolio vitali per l’acquisto di armi e per il pagamente del soldo ai suoi combattenti. La distruzione della diga sarebbe devastante per una amplissima area e per le popolazioni che la abitano, mentre il controllo dei pozzi di petrolio permette a daesh di acccedere al consesso dei padroni dei combustibili fossili – un tempo i padroni del vapore – sedendo se non proprio in prima fila ed en plein air, un poco di sbieco ma lì, nella lobby di quelli che contano.

Mentre Parigi tace tutta intera, nel minuto di silenzio impressionante, torniamo all’azione terroristica. La scelta del campo d’attacco mostra una conoscenza della città che va oltre la mappa: una conoscenza psico-geografica e/o antropologica, dei suoi usi e costumi. La direttrice d’attacco investe in primis lo Stade de France, amatissimo dai francesi, l’insieme dei francesi, i beurs, i giovani immigrati di seconda o terza generazione, tanto quanto i messieurs Dumas. Inoltre lo stadio si trova a Saint Denis, una cittadina subito fuori porta, diciamo come Sesto San Giovanni in rapporto a Milano, con sindaco comunista (PCF), una università prestigiosa, Paris VIII, dove insegnava Gilles Deleuze, una composizione etnico-sociale a grande maggioranza d’origine maghrebina, africana e mediorientale.

Basta andare al mercato la domenica mattina per scoprirsi minoritario, in alcune file a volte l’unico bianco, e devi mettere in conto una sorda ostilità e finanche che tutti ti passino davanti, finché parlando timidamente col tuo vicino, non lo vedi sciogliersi in un sorriso scoprendo che non sei francese ma straniero, italiano, “perché sai i francesi non sono ben visti qua”.

I francesi no, ma la nazionale di calcio sì, eccome. Per dirla all’italiana: un bene comune, un luogo dove la Francia multietnica e multiculturale ha avuto il suo trionfo sportivo vincendo un campionato del mondo.

E molti infatti stavano sugli spalti.

Da lì quindi verso Republique e Bastille dove, specie il venerdì sera, convergono i parigini un po’ da tutta la città, perché si tratta di una zona dove ancora si esprime un certo esprit de convivialitè tipico della città, vivace nonostante la gentrificazione. Insomma hanno colpito la Parigi del popolo parigino, e non quella dei nababbi degli Champs Elysées, o dei turisti a passeggio nel quartiere latino o che fanno shopping tra Rue de Rivolì e l’Operà.

Chi ha pianificato l’assalto a Parigi è molto probabilmente una persona che a Parigi è vissuta, se non nata.

Alla stessa conclusione si arriva leggendo il comunicato di rivendicazione scritto in buon francese, non è una traduzione, lo ha stilato qualcuno di madrelingua francese, significa qualcuno che in Francia è nato e ha frequentato le scuole.

D’altra parte secondo i testimoni, gli assassini del Bataclan parlavano tra loro in francese, ovvero anche i neri combattenti di daesh sul terreno sono certamente francofoni, e dulcis in fundo i nomi che sono emersi finora indicano giovani nati e vissuti a Parigi e dintorni.

Così urge la domanda: come avviene che persone nate in Francia passino nelle file dell’armata di daesh, sia là nei territori controllati dal sedicente califfato, sia qua a Parigi e in Francia come cellule terroristiche clandestine?

Si parla di 1800 giovani francesi arruolati. In numero assoluto non sono molti, ma c’è sottotraccia la paura e/o il sospetto che siano la punta di un iceberg pronto a emergere entrando in rotta di collisione col Titanic della Republique, a rischio di affondarla.

In altro linguaggio: potrebbero essere i jihadisti francesi l’avanguardia per una futura guerra civile?

Come è noto Houellebecq esorcizza questa prospettiva descrivendo la possibilità di una vittoria elettorale di un partito islamico moderato, in un libro dal significativo titolo, Soumission, sottomissione, che in sostanza ci dice come l’arrivo dei musulmani sulla scena politica sia ormai all’ordine del giorno. Quindi meglio si incamminino lungo un percorso democratico istituzionale piuttosto che si facciano largo imbracciando il kalashnikov.

Inoltre per comprendere appieno la violenza e la ferocia dell’attacco terrorista bisogna anche tenere in conto che nelle ultime settimane l’azione militare francese si è proprio concentrata contro i jihadisti francesi, dando luogo tra l’altro pure a una discussione se e quanto sia lecito colpire, e eventualmente uccidere, dei cittadini francesi senza che essi siano stati giudicati colpevoli da una corte di giustizia.

Insomma gli stessi combattenti francesi di daesh hanno voluto in qualche modo farla pagare al governo e ai cittadini francesi. Hanno voluto scatenare il terrore a Parigi perché essi stessi si sono trovati a essere bersagli designati per le bombe della Republique.

La domanda comunque rimane: da dove sbucano i nostri jihadisti nati e vissuti in Francia?

La risposta che riempie le pagine dei giornali è: dalle banlieues.

Secondo la vulgata sono le banlieues il vulcano che li fabbrica e li erutta come lava a bruciare la nostra convivenza civile. La banlieue, ambiente socialmente degradato nonché con un’urbanistica fatiscente, ricettacolo ideale di neri preti musulmani fondamentalisti che porgono il verbo al giovane diseredato – magari ex carcerato – fino a prenderlo all’amo della fede pura e assoluta, per poi trascinarlo fino ai deserti mediorientali, dove apprenderà la nobile arte della guerra e dell’omicidio nel nome di Allah.

D’altra parte non avvenne forse nel 2005 la rivolta delle banlieues animata soprattutto dai giovani beurs, cui il governo rispose instaurando l’8 novembre lo stato d’emergenza, sempre sulla base della legge del 1955, che fu in seguito prorogato per tre mesi.

Se due più due fa quattro, allora i banlieusard francesi di origine e cultura mussulmana sono l’acqua in cui nuota il pesce terrorista. Se le cause sono sociali e urbanistiche, allora investiamo di più nell’arredo urbano e nell’assistenza sociale, tentando così di prosciugare lo stagno fin quando i pesci non rimarranno senz’acqua boccheggianti.

Molti soldi – 48 miliardi di euro dal 2005 – sono così stati investiti per la riqualificazione delle banlieues, con risultati all’incirca uguali a zero, perché la questione non è avere un buon campo di basket, un giardinetto più verde e gli ascensori delle case popolari che funzionano, o altre consimili migliorie.

Neppure è vero che i giovani disperati e/o molto poveri e/o poco acculturati siano sempre i protagonisti delle azioni terroriste. Né tantomeno il peso dell’Islam militante è cresciuto in modo significativo rispetto al 2005 tra i giovani beurs. Tutte le ricerche convergono a dirci che tra i giovani dai 15 ai 25 anni i musulmani praticanti sono una piccola percentuale.

Allora qual è la mancanza, il vuoto che alcuni colmano dandosi al jihad? Non certo un’aspirazione mistica o tantomeno uno stato di povertà economica o di sfruttamento e emerginazione sociale, che tra i giovani beurs si sprecano ma non sono il motore.

La mancanza pesante, pesantissima è quella di una piena e riconosciuta cittadinanza; essi si sentono e sono trattati come esiliati in patria, soffrendo di una sorta di apartheid che fluttua a pelo d’acqua nella società francese e nelle sue istituzioni, col seguito di umiliazioni che non ne risparmia nessuno.

Sono anni che quando vado a Parigi e incontro un posto di blocco nel metrò, vedo i giovani meticci e/o di pelle bruna fermati e trattenuti, a volte bruscamente, in un rapporto di 4 a 1 rispetto ai loro coetanei bianchi.

Lavoravo a Paris VII a metà degli anni ’90 quando li vidi arrivare in classe: erano una ventina i beurs banlieusard. Si muovevano per linee tangenziali, linee di fuga. La metà si perse nel primo mese, gli altri diventarono bravissimi, i migliori. Svegli, capaci di affrontare situazioni impreviste, studiosi – d’altra parte che fai alla sera in banlieu se non studi, mica vai al concerto o ti siedi al bistrò con gli amici o passeggi lungo la Senna, al massimo ti tocca il centro commerciale o il McDonald’s sdrucito o qua e là un prato spelacchiato e sempre con un occhio alle pantere della polizia che fan presto a imbarcarti.

Alcuni sono diventati ricercatori, professori; uno è un cantante rapper famoso, un altro assistente sociale, c’è persino un etnopsichiatra – dopo la laurea in fisica col massimo dei voti –; tutti sono rimasti a vivere in banlieue.

Nonostante siano oggi uomini maturi, quando qualche poliziotto chiede loro i documenti, il cuore gli salta in bocca.

Un mio amico svizzero, top manager, ogni volta che suo figlio adolescente esce, gli fa un corso di comportamento “umile e condiscendente” verso la polizia – muoversi lentamente, chiamarli sempre signore, mostrare subito il passaporto, cose così, con in tasca il biglietto per visita del suo famoso avvocato. Il figlio di nazionalità svizzera è meticcio, e dice suo padre “so che è sempre a rischio”.

I beurs, e le altre persone uscite dall’immigrazione, sono ancora cittadini di serie B persino se devi prenotare una stanza d’hotel. Quando dici Amin Mohamed spesso ti rispondono che è tutto occupato; se poi ritelefoni prenotando per Antoine Dumas la stanza magicamente si libera.

Si chiama le delit de facies, il delitto d’aspetto, rigorosamente vietato dalle leggi vigenti, massicciamente praticato dai franco francesi vigenti. Insomma alcuni milioni di francesi non godono del pieno diritto di cittadinanza; la Republique rifiuta loro l’egalitè, la fraternitè e la libertè tanto conclamate, ma che per loro restano parole vuote.

Così essi non si sentono cittadini della Republique e rimangono sospesi nel vuoto, con l’antica cultura di comunità ormai perduta nella mixitè urbana, e quella nuova, dei diritti costituenti il cittadino, che appare al peggio vacua, al meglio zoppicante.

A colmare questo vuoto, questa mancanza, può inserirsi per alcuni il pieno di daesh, che non è la fede, non è la religione, bensì la costruzione dello stato.

Fin dalle origini l’Islam è una nazione che rimane senza stato nel corso dei secoli.

Questa asimmetria genera una anomalia che mette la religione mussulmana sempre in tensione la teologia che si fa politica, e la politica che diventa teologia.

La costruzione di uno stato islamico appare quindi una grande prospettiva, un ideale capace di riempire una vita, e di costituire un luogo dell’immaginario molto potente, un richiamo per gli esiliati musulmani dell’intero mondo; essi che si sentono estranei – stranieri – a qualunque altro stato.

Uno stato teologico-politico con un suo territorio, necessariamente totalitario; una terra che accolga tutti gli esiliati seguaci del Profeta Maometto e uno stato che combatta tutti gli infedeli e gli apostati.

La natura totalitaria di questo stato vagheggiato e in costruzione è un pregio agli occhi dei francesi jihadisti che si sentono umiliati e disillusi dalla Republique democratica; in altre parole, se la libertè ci tradisce, allora aboliamola.

Che lo stato debba incarnare la volontà di Allah in tutta la sua totalità, è a questo punto ovvio per il nostro francese che ha scelto daesh. Sostituendo “Allah” con l’Essere di Heideggeriana memoria, l’analogia con alcune nervature costituenti il pensiero nazista diventa palmare, e si scopre la radice completamente occidentale, del peggiore occidente, propria alla concezione jihadista.

Se questa ipotesi di lavoro è valida, adesso bisogna capire come smontare daesh, il sedicente stato islamico, mettendone a nudo l’intrinseca radice fascista, per chiamare a raccolta non tanto il feticcio dei musulmani moderati, ma coloro che hanno a cuore Libertè, Egalitè, Fraternitè a tutti estese, cominciando dalle banlieues e dai beurs che devono pienamente goderne, perché soltanto in questo modo la Republique diventerà la loro Republique, la loro patria non sentendosi più esiliati né estranei, bensì cittadini a pieno titolo.

In questo modo molte unghie di daesh saranno tagliate.

Aggiornato giovedì 03 dicembre 2015 ore 17:58
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