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Allerta rossa per il cambiamento climatico

Acqua Alta

È allerta rossa per il cambiamento climatico. Qualche esagerato sta in spiaggia col costume da bagno. Il 25 novembre, dopo settimane di pioggia, Nervi è inondata dal sole con l’aria calda come un giorno di prima estate. Ma non è necessariamente una buona notizia che si possa andare a passeggio in pieno inverno con la maglietta e le braghe corte.

Siamo nel tempo del cambiamento climatico sub specie di riscaldamento globale arrivato al galoppo, quando le previsioni, persino le più pessimistiche, lo davano al trotto. Il caldo inusuale continua, i termosifoni sono spenti, la gente gira in giacca. In attesa della prossima tempesta, o mareggiata, o pioggia battente, a secchiate, fitta e regolare, fine e pungente, con gocce a grappolo o rade, ce n’è per tutti i gusti. Mentre avanzano le frane, solo a Genova se ne contano una trentina.

In tutta la Liguria le frane potenziali sarebbero quindicimila, numero apocalittico. Da prendere sul serio perchè le montagne liguri stanno lì appese, che sembra non aspettino altro per scivolare o precipitarsi in mare, e ogni tanto, anche senza essere battute da piogge continue, se ne stacca un pezzo.

Se in basso piove, tanto per non farci mancare niente, in alto nevica. In modo forte e intenso, così i rami degli alberi prima si piegano poi si spezzano. Non uno ogni tanto, ma parecchi.

Gli alberi, complice un’estate durata molto, hanno ancora le foglie. Questo crea una situazione di appesantimento quando arrivano le fitte nevicate.

Ecco il riscaldamento globale raccontato dagli alberi schiantati con le parole di Daniele Segale, presidente del Parco Naturale Regionale dell’Antola. Rincara la dose Marco Corzetta, agronomo sul Secolo XIX, giornale di Genova:

È un fenomeno (quello degli alberi che si spezzano) che si collega direttamente ai cambiamenti climatici. Quando l’estate arriva in ritardo e si protrae nel tempo, gli alberi finiscono per saltare quasi completamente la pausa biologica. In pratica scambiano l’autunno con la primavera, situazioni di luce e di temperatura simili. Non perdono la vegetazione e in queste settimane addirittura fioriscono e in qualche caso danno frutti.

Devastati poi dall’arrivo del gelo. Così il ciclo biologico dell’albero impazzisce, rendendolo più debole e fragile.

Crollano o barcollano e non sono comunque percorribili i viadotti, ben otto a rischio certificato. Lungo quello ferroviario dietro casa, non classificato a rischio, il treno rallenta fin quasi a fermarsi, indi procede a passo d’uomo, ogni tipo di treno dal merci all’IC, perchè la prudenza non è mai troppa.

Senza viadotti in Liguria non c’è mobilità possibile. La magistratura ha chiuso d’imperio due bretelle autostradali, lasciando in attività l’autostrada tra Genova e Milano, che si è immediatamente trasformata in un enorme ingorgo, con venti km di coda. Praticamente sono aperte solo strade provinciali e comunali, impervie quanto mai. Così il porto di Genova è a rischio chiusura, nel senso che le merci s’accatastano nei magazzini e sulle banchine perchè i TIR non possono viaggiare, o sono molto lenti nel dedalo di strade dove s’ingolfa tanto il traffico cittadino che quello a lunga percorrenza. Un incubo per una città che del porto vive e sopravvive.

A Genova il Comune tenta di ovviare ai disagi con i trasporti pubblici potenziati e gratuiti, però la circolazione è quasi bloccata. Insomma la mobilità è lenta, piena d’ingorghi, faticosa.

Ma la stupidità umana indotta dalle leggi dell’accumulazione di capitale e del massimo profitto non arretra. Infatti nello stesso porto di cui dicevamo, è entrata l’ammiraglia della flotta di MSC Crociere, la “Grandiosa”, così battezzata con sprezzo del ridicolo. Un mostro di stazza 181 mila tonnellate, lungo 331 metri e largo 43, con 19 ponti, ovvero alta più di 40 metri sul livello del mare, che imbarca fino a seimilatrecento passeggeri, con un equipaggio di 1704 membri, sbandierata come nave “green”.

Chissà se qualcuno si è chiesto quanta CO2, e altri gas serra, la “Grandiosa” immette nell’atmosfera. Per l’intanto siccome il suo pescaggio è a filo, bisogna dragare i fondali per aumentare la capacità di ricezione del porto. Il che accentua inevitabilmente il moto ondoso e le grandi onde in caso di mareggiate, tutt’altro che improbabili.

Nei quindici giorni di pioggia che hanno preceduto la tregua attuale, ho fatto la spola tra Bologna, Milano, Genova, e ritorno inseguito da una allerta rossa dopo l’altra. È sempre il cambiamento climatico che impazza, e questa pioggia – mi dico – potrebbe durare oltre i 40 giorni e notti del diluvio universale raccontato nella Bibbia, quando Dio furioso annuncia: di qui a sette giorni farò piovere sulla terra per quaranta giorni e quaranta notti: sterminerò dalla faccia della terra tutti gli esseri viventi che ho fatto.

Oggi più laicamente c’è chi come lo scrittore Tullio Avoledo ci dice dalle pagine di Repubblica:

I cambiamenti climatici (..) sono segnali di un’Apocalisse di cui siamo coscienti ma che non abbiamo nè la capacità nè la volontà di evitare. (..) La rivolta della Natura e la crudeltà umana sembrano andare ormai di pari passo.(..) Nel 2015 la maison Taittinger per affrontare le minacce del cambiamento climatico, ha comprato 69 ettari di terreno in Inghilterra, nel Kent. Il presidente della casa vinicola ha dichiarato che il cambiamento climatico è come la terza guerra mondiale, un’emergenza assoluta, ma che l’aspettativa è di creare nel Kent uno spumante di grande qualità che non sia paragonabile con qualsiasi altra bollicina al mondo. Come dire: mentre il Titanic affonda beviamo il migliore champagne mai prodotto. Quelli che stanno in prima classe, di cui molti si salveranno, e possono permetterselo. Gli altri confinati nei sottoponti affoghino, senza bollicine.

Mi muovo nonostante le allerte, perchè sia la pioggia frutto del cambiamento climatico oppure dovuta all’incazzatura di un qualche Dio, aspettare non serve a niente. Induce solo depressione e senso di impotenza. Mi muovo tra treni puntualmente in ritardo, qualcuno cancellato, coincidenze che non coincidono, posti prenotati che non esistono più, un paio di volte nemmeno la carrozza esiste più, eppure si viaggia, scoprendo le virtù dei concittadini.

A parte qualcuno, che non manca mai, quasi tutti praticano le virtù della cooperazione e della gentilezza, anche perchè arrabbiarsi non serve e poi contro chi, il padreterno, le nuvole dense, le rotaie bagnate, chi altro? Piove governo ladro nemmeno si può. Palesemente le strategie selfish (egoistiche) non funzionano, e l’uso seppure simulato della forza è un’idiozia. Non salti il tuo posto nella fila se non vuoi incorrere nel vituperio delle genti. Neppure ci provi.

Ci si scambia l’acqua e il panino, ci s’aiuta coi bagagli, si fanno turni per il posto a sedere senza badare troppo a prenotazioni eventuali (salvo sul Milano Genova, dove i posti liberi abbondano. Ogni volta il treno è quasi deserto, persino il capotreno sembra evaporato), si chiacchiera piacevolmente. Ci si presenta compitamente, dandosi la mano e a nessuno esce una parolaccia. So che può parere troppo idillico, ma così ho sperimentato. Con mezz’ora, un’ora, fino a due di ritardo.

In un mondo che sembrava in preda alla frenesia della velocità, la lentezza riprende i suoi diritti.

Le allerte rosse continueranno, sempre più fitte. Bisogna imparare a convivere con le piogge e le acque. Facendo fronte. Non esiste una tecnologia, magari incarnata in una grande opera, che ci metta al riparo (il MOSE insegna, ma ci torneremo discutendo di Venezia). Prima di tutto far fronte attivando la solidarietà e la cooperazione dei/lle cittadini/e. Ovunque, in treno, in stazione, per strada, nel proprio caseggiato (le pratiche di buon vicinato benedette vanno incentivate).

Epperò non basta. Va modellata una protezione civile di massa a partecipazione popolare, dove tutti/e abbiamo le nozioni di base pratiche e teoriche, cominciando dalle scuole di ogni ordine e grado. Ovvero la protezione civile deve diventare materia di studio, di laboratorio, di insegnamento dalle scuole elementari all’università. Si potrebbe anche prevedere un impegno per i giovani diretto e continuativo per sei, otto mesi, come fu a suo tempo la leva obbligatoria, Senza lanciare alti e scomposti lai, che non fu una tragedia fare il soldato per qualche mese. Inutile sì, ma nel caso della protezione civile utile sarebbe assai.

Ultimo ma non ultimo. Prima si chiuderanno i rubinetti delle fonti di energia a dominante petrolifera, e derivati, meglio sarà. La transizione a altre energie meno inquinanti e rinnovabili va assolutamente accelerata. Come accadde durante la seconda guerra mondiale quando le migliori menti tecnico scientifiche furono accorpate nel Progetto Manhattan per costruire l’arma letale, la bomba atomica, contro il male assoluto, il nazismo e Hitler, altrettanto credo bisogni fare oggi, mettendo in piedi una squadra di scienziati di molte discipline, dai fisici teorici ai politologi, che, lavorando insieme a contatto di gomito, assuma il problema del cambiamento climatico come la questione fondamentale per l’umanità oggi. Per evitare un altrimenti probabile, se non certo, olocausto climatico.

  • Autore articolo
    Bruno Giorgini
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Venezia e le acque

Acqua alta a Venezia

Qualcuno dice che Venezia, città d’acqua per eccellenza, sia la prova dell’esistenza di Dio. Certamente un miracolo di ingegneria idraulica e di bellezza, che immersa nella laguna, abbisogna di continua, accurata, amorevole manutenzione. A Venezia i grandi malati, che in genere stentano a prendere sonno, dormono e sognano beati. Mentre gli amanti si tengono per mano. Così ci racconta Josif Brodskij nel suo splendido “Fondamenta degli Incurabili”.

Venezia è connaturata all’acqua alta, quando devi metterti gli stivali, e proteggere dalla marea la tua bottega o casa. L’acqua alta, un fenomeno che arriva ogni autunno col plenilunio e lo scirocco. Qualche volta esagera e allora il mare la invade allagandola, come accadde nel 1966. Un evento raro se non eccezionale. Allora. Ma il 13/14 novembre l’elongazione di marea arriva a 187 centimetri, lo scirocco volando a oltre cento chilometri l’ora, e allora l’intero abitato finisce sott’acqua, da San Marco a Pellestrina letteralmente sommersa, dove muore anche una persona.

Dicono gli amici veneziani che hanno provato angoscia e grande tristezza mentre le acque salivano e il vento spazzava la laguna. Un senso di impotenza li ha presi, e uno spaesamento non essendoci più confine tra acqua e terra. Il mondo di terra scompare inghiottito dalle acque sotto i loro occhi, senza che loro nulla possano fare per opporsi e contrastare il fenomeno.

Accade il 13/14 novembre 2019, una data da ricordare perchè è la prima acqua alta al tempo del cambiamento climatico e/o riscaldamento globale che dir si voglia. Ovvero l’evento non è più straordinario ma sempre più possibile e ordinario, perchè inscritto nella nuova dinamica del clima, caratterizzata dall’aumento della temperatura media globale. Ma allora se vogliamo che la città di Venezia viva, dobbiamo attrezzarla per questa nuova fase.

Tornando ai 187 centimetri di elongazione di marea. Nessuno li aveva previsti. Si parlava al massimo di 167- 170 centimetri. Eppure la dinamica di marea è ben nota, i modelli predittivi piuttosto accurati e precisi, però a quanto pare l’osservatorio/ufficio delle maree viene se non smantellato, sicuramente deponteziato. Certo bisogna raccogliere i dati. E qui casca l’asino perchè di dati osservativi Venezia è paurosamente povera.

Per esempio esistono 379 ponti che congiungono 117 insule, epperò nessun dato sull’altezza di nessun ponte è noto! Quindi quando le acque si alzano non si sa mai se il vaporetto potrà o no passare sotto il ponte. Si va a occhio, si prova, se va male il mezzo s’arresta, o s’incaglia. Per esempio le tecnologie attuali permetterebbero senza troppa fatica di installare un sistema di sensori che registri l’evoluzione della dinamica per le acque in tempo reale (on line), eppure non ci sono.

Quando sistemi di questo tipo vengono proposti tutti scuotono il capo in senso affermativo, però poi le buone intenzioni rimangono lettera morta. Perché se Venezia è solo turismo e turismo e ancora turismo, chissenefrega delle acque alte, che anzi possono diventare un richiamo: che c’è infatti di più fico di un selfie con l’acqua a mezza gamba davanti S. Marco?! E infatti il coglione dei coglioni in piena salita delle acque si tuffa in costume da bagno e il video diventa presto virale.

Al massimo dobbiamo proteggere i monumenti cosidetti. Non a caso in tutti i media dove spesso si parla di apocalisse, ci si riferisce quasi sempre alle opere d’arte, mai ai cittadini veneziani, al loro sconforto, al loro dolore se non disperazione per la città allagata. Perchè gli abitanti, i veneziani, in ultima analisi impediscono almeno un poco, o rallentano, la trasformazione totalitaria di Venezia in città del turismo, come una novella Disneyland acquatica. Più o meno per caso collocata in un sistema lagunare unico al mondo, in equilibrio tra cielo terra e acqua. Equilibrio ecologico insieme robusto e delicatissimo.

Invece Venezia può essere il terreno di sperimentazione per pensieri, ricerche, tecnologie, culture, scienze e filosofie, modi di vita che facciano fronte al cambiamento climatico e alle sue conseguenze, tra le altre l’innalzamento delle acque, che a Venezia si accoppia con il fenomeno della subsidenza, cioè l’affondamento più o meno lento delle terre. Un grande laboratorio che si innesti sulla tradizione idraulica secolare della città lagunare, fin dalla sua fondazione in lotta con la pretesa del mare di riappropriarsi delle terre emerse a pelo d’acqua. Altro che la città museo a cielo aperto con i balzelli in entrata che qualcuno favoleggia, e sarebbe la morte di Venezia, imbalsamata come la Gioconda al Louvre che puoi vedere solo da lontano pressato da una folla.

La dico in altro modo. Venezia può essere il campo di sperimentazione per una nuova scienza e arte di manutenzione della città nell’era del cambiamento climatico, con la partecipazione dei cittadini, gli abitanti, i veneziani. Ma anche con la partecipazione dell’intero mondo. Delle sue risorse specie scientifiche e tecnologiche. Nonchè di senso civico.

Per ora certamente la dimensione turistica di sfruttamento crudele della città e delle sue bellezze, è egemone, ma forse gli eventi, anche catastrofici, obbligheranno a una svolta. Si potrebbe che Venezia ritrovi l’orgoglio e l’intelligenza dei suoi cittadini, contro la politica del soldo a ogni costo. Quando per esempio si pensa al passaggio delle grandi navi fin di fronte piazza San Marco, distruttivo a ogni giro delle enormi eliche, già un paio di volte si è rischiato grosso. Magari inducendo qualcuno a considerazioni più attente agli equilibri ecologici della laguna, e della città.

Comunque chi pensava di mettere la città al riparo dal mare con un’opera globale come il MOSE (Modulo Sperimentale Elettromeccanico) che ergendosi dal fondo alle bocche di porto avrebbe dovuto impedire l’irrompere del mare, è rimasto deluso. Il sistema già quasi completato (oltre il 90%) e mai finora messo in funzione almeno in prova, è rimasto inerte.

Inutili cassoni giacenti sott’acqua. Per anni Massimo Cacciari sindaco ha predicato contro l’opera che nel frattempo ha ingoiato più di cinque miliardi, in buona parte tangentizi, proponendo soluzioni alternative sostenute dal fior fiore dell’intelligenza scientifica italiana e europea, senza mai essere ascoltato. E oggi tutti a bocca aperta, ohoh, guarda un po’, non è servito a niente. Quando in parecchi lo avevano previsto. Ma tant’è, laddove impera il soldo, il bene delle genti può essere calpestato, e del bene comune si può fare strame.

La prossima volta. Ci sarà una prossima volta. Forse prima di quanto ci aspettiamo. Più violenta e furiosa. Più distruttiva. La città da qui a là dovrebbe attrezzarsi. Lo farà? C’è da dubitarne. In fondo i turisti vengono comunque a Venezia. E poco importa di quei cittadini/e veneziani angosciati, impotenti, impauriti dalla repentina salita delle acque, dalle raffiche di scirocco a oltre cento chliometri l’ora, dalle onde inarrestabili. Che vada a vivere a Mestre, sembra dire e soprattutto fare il sindaco Brugnaro. Odiosa politica quasi di pulizia etnica. Però magari qualcuno si ribellerà all’imperio del soldo e del turismo ammassato. Potrebbero persino diventare molti. Speriamo.

Il pizzo verticale delle facciate veneziane è il più bel disegno che il tempo-alias-acqua abbia lasciato sulla terraferma, in qualsiasi parte del globo. In più esiste una corrispondenza – se non un nesso esplicito – tra la natura rettangolare delle forme di quel pizzo – ossia gli edifici veneziani – e l’anarchia dell’acqua, che disdegna la nozione di forma. È come se lo spazio, consapevole – qui più che in qualsiasi altro luogo – della propria inferiorità rispetto al tempo, gli rispondesse con l’unica proprietà che il tempo non possiede: con la bellezza. Ed ecco perché l’acqua prende questa risposta, la torce, la ritorce, la percuote, la sbriciola, ma alla fine la porta pressoché intatta verso il largo, nell’Adriatico”. (J.B.)

Foto dal profilo Facebook del sindaco di Venezia Luigi Brugnaro

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    Bruno Giorgini
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Bologna non abbocca. L’Emilia-Romagna non si Lega

Veduta di Bologna

Bologna non abbocca. L’E-R non si Lega“. Sono i testi di due striscioni stesi su Piazza Grande piena di sardine, oltre dodicimila, forse quindici, mentre un corteo militante di tremila ragazze e giovani dei centri sociali traversa la città per andare a portare un festoso saluto a Salvini in campagna con la Lega per l’Emilia, asserragliato coi suoi manipoli, parecchi in meno dei cinquemila posti disponibili, al PalaDozza, se non fosse che s’è messa di mezzo la Polizia con gli idranti, e il lieto incontro non ha potuto avere luogo. Poco male: sarà per un’altra volta.

Voleva invadere Bologna Matteo Salvini, per liberarla dall’oppressione rossa, comunista, rimanendo invece con un palmo di naso in una città dove nessuno lo “ha cagato” (tipica espressione di Bologna la Dotta), essendo pur anche i suoi in buona parte importati da fuori, tanto che interrogato sulle ragioni dello sparuto numero al suo seguito, candidamente risponde: ci sono dieci pullman bloccati dai teppisti (i soliti centri sociali, la sua ossessione). Col che inanellando due gaffes clamorose. La prima dice che quindi si trattava di truppe camellate da lontano. Ma quando si scopre che dei dieci pullman non c’è traccia, ovvero che non esistono, il nostro si sotterra da solo, e fine della storia.

Invece andiamo in piazza di fronte a S. Petronio e a Palazzo d’Accursio, dove troviamo migliaia di sardine. Dopo gli zingari felici, la città felsinea inventa infatti il movimento delle sardine. Un pesce sociale che si muove rapido e sinuoso in branco.

Quando incontra un predatore famelico e aggressivo, il branco assume naturalmente una configurazione che minimizza la superficie d’impatto, onde mandare a vuoto l’attacco. Si tratta di quello che i matematici chiamano “una configurazione topologica”, cioè non hanno bisogno le nostre sardine di comunicazioni dal vertice del branco fino all’ultimo pesce, ci vorrebbe troppo tempo.

No, non appena una qualunque delle sardine percepisce l’aggressore (o gli aggressori) si muove in modo tale da diventare il capo branco, dando origine alla dinamica che rende possibile a lei, e a tutte le sue compagne, esperire la conformazione e via di fuga più efficace. Il branco può rarefarsi o compattarsi, assumere una configurazione a rete o a cloud (nuvola), disporsi in fila indiana o attorcigliarsi in nodi, insomma sperimenta tutte le geometrie più opportune per minimizzare il rischio. Una volta superata la situazione di pericolo, il branco assume una modalità più distesa e, per così dire, a maglie larghe.

Così nella sera del 14 novembre, rispondendo all’appello di quattro giovani, migliaia di sardine si sono affollate in piazza l’una accanto all’altra in una empatia generalizzata che rifiutava e escludeva gli invasori. Ci si riconosceva tutti/e figli/e della stessa terra, e in qualche modo legati dalla stessa civile convivenza e democrazia, nata dalla Resistenza e dalla Liberazione in quel lontano 25 aprile 1945.

Altro che la liberazione incautamente della Lega in Emilia evocata da Salvini, capo di una forza politica che non è più la vecchia Lega autonomista e/o secessionista, ma un partito nazionalista intriso di razzismo e xenofobia, di odio per l’Altro e il Diverso, pervaso da una volontà di esclusione dei poveri, con pensieri, linguaggi, comportamenti similfascisti, in alcuni casi nazisti (sincope di nazional populisti). Ma non è stato solo un istinto di autodifesa verso l’osceno invasore.

Nella piazza spira ottimismo. Sentimento oggigiorno raro assai. E comunità. La coscienza di avere un bene comune non solo da fruire, ma da costruire insieme. Non è ancora un discorso politico, tantomeno una politica, piuttosto un anelito, un bisogno di riconoscersi l’un l’altro e di esistere come corpo sociale comune costituito di individui ma non ognuno per sé, piuttosto un insieme di eguali.

Una piazza dell’uguaglianza dove viene naturale presentarsi. Noi veniamo da Monghidoro. Abbiamo visto la televisione, e deciso di salire in macchina per venire. Voi? Noi da via Fondazza, più vicino, e si ride quasi fossimo ragazzini. Perché è pure una piazza allegra. S’immagina che se ci fosse la musica sull’intero crescentone, qualcuno potrebbe mettersi a ballare. D’altra parte l’impianto stereo piuttosto malfermo, non proprio un modelle d’efficienza per un pubblico tanto grande, manda le canzoni di Lucio Dalla, il cantore della città. Com’è profondo il mare. Il pensiero come l’oceano non lo puoi bloccare non lo puoi recintare.

Adesso comincia la battaglia elettorale. La piazza di Bologna deve riversarsi ovunque per respingere l’invasione della Lega nell’Emilia rossa. Il nostro bene comune che non può essere saccheggiato dai lenzichenecchi salvinisti. Neppure sfregiato. Se mai dovesse accadere, la strada per il potere fascioleghista sarebbe spianata fino al governo del paese.

In questa battaglia il ribelle e il democratico devono darsi la mano, senza annullarsi l’un con l’altro, ciascuno nei suoi modi, ma con la coscienza piena che respingere l’assalto della destra è destino comune e compito di tutti/e, in un impegno diretto, individuale e collettivo. Vincere è possibile. Qualcuno ha paragonato lo scontro alla battaglia di Stalingrado durante la seconda guerra mondiale. Forse è un po’ eccessivo e retorico, però indubbiamente dobbiamo tutti avere una volontà determinata e una intelligenza acuminata, senza fare passi indietro o ingolfarci in lambiccati piani B. Aux armes citoyens, formez vos bataillons.

Che le sardine crescano e prosperino. Da piazza Maggiore a tutta l’Emilia–Romagna. Almeno.

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    Bruno Giorgini
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Elezioni in Emilia. Madre di tutte le battaglie

La sede della Regione Emilia-Romagna a Bologna

Elezioni in Emilia. Dopo che la destra guidata da Matteo Salvini ha sbaragliato il campo avversario in Umbria, l’agone si trasferisce in Emilia-Romagna. Una regione ben più corposa sul piano demografico, economico e sociale, nonchè fino all’altro ieri una regione “rossa”.

Sempre governata dalla sinistra nelle sue diverse rappresentazioni, PCI e PSI, poi attraverso le successive configurazioni, PdS, DS e qualche altra che deve essermi sfuggita, fino all’attuale Presidente Stefano Bonaccini del PD.

È chiaro a tutti che se la destra assiata sulla Lega dovesse conquistare il governo dell’Emilia, avrebbe la strada spianata per una trionfale marcia del potere dai territori fino al governo centrale, che a quel punto posto in stato d’assedio da parte della quasi totalità delle regioni, faticherebbe assai a reggere.

Si tratterà quindi non di una più o meno polemica discussione sul governo della regione, ma di una battaglia di potere, sul potere, per il potere. In questo senso vantare il buon governo e la buona amministrazione, parlare degli asili nido o degli apprezzabili risultati economici, eccetera non inciderà più di tanto sui risultati.

Senza dimenticare che il PD è spesso malvisto se non odiato per la sua gestione spesso arrogante e clientelare del potere, per esempio nella sanità. Salvini in Umbria ha fatto ben cinquantatre comizi, battendo città, cittadine, piccoli paesi, palmo a palmo.

Nessuno ricorda il nome della Presidente eletta, tutti ricordano Salvini, un palco dopo l’altro, da cui scende per abbracciare il suo pubblico, fare i selfie, scambiare due parole, sudato e scamiciato, uno di loro, anzi: il loro capo. Primus inter pares.

Sempre in Umbria in uno dei paesini, Salvini è stato il primo politico a parlare da un palco dopo un lontano comizio di De Gasperi. Oggi non è dato sapere quanti comizi abbia progettato per l’Emilia-Romagna, ma se tanto mi da’ tanto saranno parecchi.

Tutti molto fisici, comizi del corpo oltreché della parola, comizi di lotta contro il PD, “la mafia rossa” – non lo dice lui, per ora, ma i suoi su questo viaggiano. Ne per batterlo basterà riferirsi alla relativa incapacità politico-amministrativa della signora Lucia Bergonzoni, candidata ufficiale della destra, poichè tutti sanno che è Salvini il deus ex-machina.

Insomma il PD concentrato sulla propaganda del buon governo e buona amministrazione, appare inadeguato per contrastare efficacemente la pratica politica di potere sviluppata dalla Lega e dal suo capo.

Allora che fare per respingere l’invasione leghista dell’Emilia Romagna? Credo che dovrebbe manifestarsi una insorgenza della miriade di associazioni della società civile che costella la regione. Migliaia. Dal volontariato alle cooperative – di produzione, consumo, sociali, culturali – tutti i circoli Arci, le associazioni LGBT e delle libertà e diritti civili per cui la vittoria della Lega sarebbe una sciagura, centri sociali, le molte altre realtà sociali, un cumulo di forza/e che se decidesse di opporsi all’invasione leghista, potrebbe metterla in scacco fino a respingerla.

Certo non sarà facile attivarla questa forza, ma non vedo altra strada per sperare di vincere la sfida dell’ex-Emilia “rossa”. Che sarebbe un bel colpo alle sconfinate ambizioni di Salvini e della destra.

Una destra permeata di razzismo e similfascismo, che viola i diritti umani e la Costituzione repubblicana. Perchè nel nostro paese sia potuta crescere fino a andare oltre il 50%, a volte arrivando a sfiorare il 60%, è questione seria e intricata su cui bisognerà tornare.

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    Bruno Giorgini
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La guerra dei curdi ci riguarda. Molto da vicino

Guerra in Siria. Il Presidente turco Recep Tayyip Erdogan

Guerra in Siria. I partigiani curdi resistono all’offensiva dell’esercito turco scatenata da Erdogan. I civili curdi fuggono a decine di migliaia dalle città assediate e bombardate. Intanto si accatastano i morti.

Il dittatore della Turchia ha deciso una strategia delle armi volta al genocidio e alla pulizia etnica con la sostituzione delle popolazioni curde scacciate a viva forze.

La strategia è determinata alla distruzione di quella entità “statuale” che è il Rojava. Insopportabile con il suo impianto federalista, la sua democrazia multiculturale e multietnica, femminista, libertaria, ecologista.

Lì a due passi dalla Turchia nazional-nazionalista, senza diritti al dissenso, tutti in fila ad applaudire il dittatore. Osceno e odioso, ma molto potente anche rispetto alle cancellerie occidentali, dagli USA traditori dei curdi con cui pure avevano stretto un patto, all’Unione Europea.

Guai a urtarlo Erdogan, che tiene in pugno alcuni milioni di profughi siriani, nonché soprattutto i miliziani di Daesh o Isis che dir si voglia, i nazisti dello stato islamico sedicente. Che in un batter d’occhio potrebbero arrivare a Parigi, Londra, Roma a spargere il terrore, senza trovare alle frontiere neppure un inciampo.

L’uccisione di Hevrin Khalaf

Miliziani per ora addetti dal dittatore agli omicidi talmente odiosi che neppure l’esercito turco può reggerne la vergogna, come l’uccisione a freddo di Hevrin Khalaf, segretaria del Partito Futuro Siriano. La giovane difendeva i diritti e la libertà delle donne nonché la convivenza tra le diverse comunità, curdi, cristiano siriaci e arabi.

È stata fermata da un gruppo armato assieme ad alcuni compagni, con loro trucidata. Da jihadisti al soldo di Erdogan o forse direttamente da militanti di Daesh. Gli assassini hanno filmato e messo in rete l’esecuzione e il cadavere di Hevrin secondo una prassi del terrore psicologico e della crudeltà delle immagini consolidata tra i gruppi nazijihadisti.

C’è un video della guerra in Siria, tra i tanti pieni d’orrori visibili su YouTube che mi ha colpito per la sua totale disumana brutalità. Una signora attraversa la strada passando davanti una autoblindo turca ferma.

Non c’è traccia di battaglia né vicina né lontana. In quel mentre l’autoblindo si mette in moto e investe la donna che si abbatte lì davanti. L’autoblindo come se niente fosse invece di arrestare il suo movimento, appena agli inizi, continua la sua marcia, passandole sopra la schiaccia e s’allontana.

Strage di civili in Siria

Questo è l’esercito di Erdogan, membro della NATO, alleanza cui anche il nostro Paese partecipa. La questione non è chiedere che l’Italia esca dalla NATO, ma che la NATO butti fuori la Turchia per palese e prolungata violazione dei diritti umani e per reiterati crimini di guerra.

Però l’aggressione turca al Rojava, con l’invasione di una parte del territorio siriano da parte delle truppe di Erdogan, non è soltanto una azione di forza che cumula stragi di civili con violazioni dei diritti umani.

La protesta e l’indignazione verso la Turchia non possono nutrirsi solo del diritto di ingerenza umanitario, pur sacrosanto. E neppure solo della umana solidarietà con chi viene calpestato massacrato ucciso.

C’è una valenza politica che impone di mobilitarsi contro la guerra in Siria di Erdogan e al fianco della resistenza dei curdi, perchè dal risultato di questa battaglia dipende anche il destino d’Europa, delle nostre democrazie e libertà.

Credo che un filo possa essere tessuto tra l’attuale situazione e la guerra di Spagna degli anni ’30 nel secolo scorso. Il dittatore Franco con l’aiuto dei fascisti italiani e dei nazisti tedeschi aggredì la Repubblica spagnola, riuscendo ad abbatterla nel 1939, a un passo dalla seconda guerra mondiale.

L’intera democrazia europea è in gioco

Una analogia certo, non una meccanica sovrapposizione, perchè molte condizioni sono assai diverse, che però può aiutarci a capire la posta in gioco. La questione oggi come allora mette in gioco l’intera democrazia europea.

E la stessa questione mette in dubbio le nostre libertà, nonché la possibilità di una guerra non dico mondiale, ma quando una palla di neve comincia a rotolare, fa presto a ingrossarsi in una valanga.

Erdogan è un dittatore che opera oggi in armi contro i curdi del Rojava, ma il suo obiettivo di largo raggio è una modificazione in senso autoritario dell’Alleanza Atlantica.

Con un occhio alle cosiddette democrazie illiberali, o democrature che dir si vogliano, e un gioco di sponda con la Russia di Putin. Tutte azioni e iniziative che tra l’altro puntano a mettere in crisi l’Unione Europea e un suo sviluppo nel senso di una maggiore unità e influenza politico strategica.

Intanto rientra in campo il dittatore siriano Assad, coi curdi obtorto collo stretti tra il genocidio e questo scomodo alleato. Mentre l’UE decide un embargo per la vendita di armi alla Turchia, una misura più che altro politico simbolica, perchè come Erdogan ha sottolineato, i suoi arsenali traboccano.

Trasformare le mobilitazioni in movimenti

Se dai governi europei passiamo ai popoli, le mobilitazioni sono per ora agite da minoranze militanti, seppure consistenti.

Si tratta di trasformarle in movimenti di massa (centinaia di migliaia, se non milioni) contro la guerra in Siria di Erdogan e a favore della resistenza civile e armata dei curdi in un ventaglio di azioni e iniziative le più varie.

Dall’esposizione di bandiere curde ai balconi e alle finestre, dai sit in ai cortei, dal boicottaggio dei prodotti turchi al picchettaggio delle sue agenzie turistiche e di viaggio, dal blocco delle merci nei porti, penso per esempio ai camalli genovesi, e non mi dilungo oltre.

Saldando queste mobilitazioni con quelle ecologiste contro il cambiamento climatico, perchè il Rojava tra i suoi molti meriti ha anche quello di avere un’anima ecologica molto rilevante.

Tenendo pure presente che alcuni connazionali sono andati a combattere coi curdi e che uno di loro Orso, Lorenzo Orsetti, fu ucciso nella guerra contro Daesh. Un martire partigiano proposto da alcuni per la medaglia d’oro.

In fine. A Bologna la prima manifestazione contro la guerra d’aggressione degli USA al Viet-Nam vide camminare sotto il portico di via Rizzoli ben sette persone, coi loro cartelli e slogan!

Pochi mesi dopo erano mille, diventando poi milioni in tutto il mondo, i quali pesarono eccome nella sconfitta dell’esercito più potente del pianeta che dovette evacuare il Viet Nam scappando a rotta di collo.

Recep Tayyip Erdogan
Foto dal profilo ufficiale su Facebook di Recep Tayyip Erdogan
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    Bruno Giorgini
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Capitana, oh mia capitana

Capitana Carola Rackete

La disobbedienza civile. “Quando dunque io rifiuto di obbedire a una legge ingiusta, non nego affatto alla maggioranza il diritto di comandare: soltanto mi appello non più alla sovranità del popolo, ma a quella del genere umano.” Così Alexis de Tocqueville, uno dei padri della democrazia. E s’intende subito perché i populisti odino letteralmente chi pratica la disobbedienza civile, essendo che non possono darsi al loro sport preferito, salire e galoppare a cavallo del popolo. Ma se il popolo glielo togli da sotto ecco che finiscono col culo per terra. Come è successo a Salvini nel confronto con Carola Rackete comandante della Sea Watch3.

(altro…)

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    Bruno Giorgini
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L’onda nera. La resistenza delle città

L’onda nera dei nazionalismi, nazional fascismi, sovranismi fino ai nazismi è stata in Europa contenuta dagli argini costituiti dal voto. Se per un verso popolari e socialisti sono regrediti, per l’altro sono emersi i verdi  con cifre di tutto rispetto a compensare, mentre anche i liberali si sono rafforzati, così appare ragionevole prevedere che nel nuovo Parlamento europeo nascerà una maggioranza ad escludendum i sovranisti. (altro…)

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    Bruno Giorgini
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S’avanza la meglio gioventù

La meglio gioventù

Guardo in diretta il comizio di Salvini con gli altri nazionalisti, nazional fascisti, sovranisti fino a quelli nazisti tout court, d’Europa, in Piazza Duomo a Milano. Da un palazzo si distende in tutta la sua altezza uno striscione: restiamo umani, e la figura di Zorro che svetta. Quindi la camera inquadra il fronte della contestazione. (altro…)

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    Bruno Giorgini
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Je so’ pazzo: la comune di Napoli

Je so' pazzo

Se dovessi raccontare di fronte a dei bimbi a mo’ di favola direi: a Napoli le forze del bene sono grandi estese belle, i buoni sono tantissimi, la grande maggioranza, ma il male sta sempre in agguato e i cattivi sono crudeli, vogliono opprimere e dominare la città, vogliono ucciderla.  Così la vostra compagna Noemi di quattro anni è stata trafitta a un polmone da una pallottola da guerra sparata da un orrendo cattivo. E’ successo altre volte. (altro…)

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    Bruno Giorgini
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La fucilazione di Benito Mussolini

Un giorno da ragazzo chiesi a mio padre Roberto perché i partigiani avessero scelto di giustiziare in tutta fretta Benito Mussolini e gli altri gerarchi catturati, invece di istruire un processo pubblico come quello di Norimberga, dove le colpe e i crimini dei nazisti erano state esposti di fronte non solo all’intero popolo tedesco ma anche alla comunità internazionale dei paesi che avevano sconfitto Hitler, e all’intero mondo. (altro…)

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    Bruno Giorgini
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L’Educazione Europea

Educazione europea

Education européenne, Educazione Europea, di Romain Gary, romanzo pubblicato nel 1945, raccconta la resistenza contro i nazisti e i fascisti in Polonia. Il più bel libro sulla resistenza europea lo definì Sartre. Gary, che partecipò direttamente, ricevendo dopo la guerra la Legion d’Onore, che non era uno scherzo all’epoca, per il suo valore in battaglia. Il protagonista della storia è Janek, un ragazzo di quattordici anni. (altro…)

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    Bruno Giorgini
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Welcome B.H.

welcome bh

So di essere mortale e creatura di un giorno; ma quando scopro gli ammassati cerchi roteanti delle stelle, i miei piedi non toccano più terra, ma, fianco a fianco con Zeus stesso, mi sazio di ambrosia, il cibo degli dei. (Tolomeo astronomo del II secolo a.C.)

Benvenuto buco nero (black hole). Quando ero matricola a Fisica, un amico più avanti negli studi mi parlò dei buchi neri, oggetti che non vedrai mai, salvo se ti corrono addosso in corridoio. Oggi ne vedo uno come un vecchio amico diventato famoso sugli schermi di mezzo mondo. (altro…)

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    Bruno Giorgini
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La vita di Orso, medaglia d’oro al valore

Lorenzo "Orso" Orsetti

“Guardo i nostri: molti sono giovanissimi, appena freschi d’accademia, alcuni ragazzi arabi sono truccati col mascara e portano strani ciuffi simili alla moda emo di qualche anno fa. Un altro indossa una maschera antigas, ed un’accetta gli spunta dietro la schiena. C’è una certa estetica che c’accomuna tutti, ma ognuno indossa pezzi di uniformi diverse e kefieh dei più svariati colori. Sembriamo l’armata Brancaleone: siamo bellissimi.” (altro…)

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    Bruno Giorgini
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Sarà il clima che ci salverà

Venerdì 15 marzo in molte città del mondo gli studenti, e più in generale i giovani,  scioperano e manifestano sul cambiamento climatico e il riscaldamento globale.

La scintilla è stata accesa da Greta Thunberg, sedicenne svedese, che ha deciso di protestare lanciando un grido d’allarme “Sul clima voglio che andiate nel panico, come se la vostra casa fosse in fiamme”. Per mesi è rimasta col suo cartello ”sciopero per il clima” davanti al Parlamento Svedese finché il suo messaggio prima è diventato virale sui social, quindi ha invaso il mondo, diventando portavoce e eroina di milioni di giovani e giovanissimi. Fino alla proclamazione dello sciopero per il clima su scala globale. (altro…)

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    Bruno Giorgini
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La Francia delle fratture

gilet_jaunes

A Parigi e nel resto di Francia, da Strasburgo a Marsiglia da Bordeaux a Toulouse, e lungo le strade coi blocchi, il movimento dei Gilet Jaunes (GJ) scende in piazza per il sedicesimo sabato consecutivo. Nessuno all’inizio c’avrebbe creduto, e invece decine di migliaia di persone si mobilitano da tre mesi, in modo militante occupando strade e piazze, spesso scontrandosi con la polizia. Nella capitale si muovono due cortei, stavolta inquadrati dalla polizia e con in nuce un servizio d’ordine dei manifestanti, fatto del tutto inedito. (altro…)

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    Bruno Giorgini
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Cent’anni fa moriva Rosa Luxemburg

Il 15 gennaio del 1919 Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht furono prelevati a Berlino con la forza, da uomini dei freikorps, una milizia paramilitare agli ordini del ministro della difesa Noske e del primo ministro Ebert, entrambi socialdemocratici di rango. Quindi i due dirigenti della Lega di Spartaco scomparvero forse torturati, certo uccisi.

Le spoglie di Rosa, già al tempo leggendaria figura nel movimento di emancipazione e rivoluzionario del proletariato internazionale, non furono per decenni ritrovate. Soltanto nel 2009 Der Spiegel dà notizia della scoperta degli autentici resti. Non per caso a epitaffio Bertold Brecht scrisse “Ora è sparita anche Rosa la rossa/ dov’è sepolta non si sa/ siccome disse ai poveri la verità/ i ricchi l’hanno spedita nell’al di là”.

L’omicidio politico di Liebknecht e Luxemburg fu una tragedia che segnò l’intera storia del Movimento Operaio e Rivoluzionario europeo almeno fino alla fine della seconda guerra mondiale. Nasce lì la dizione di socialfascismo per indicare la socialdemocrazia, e il termine di socialfascisti per indicare i militanti di quelle formazioni politiche. Il che permise per esempio durante la guerra di Spagna (1936 -39) agli agenti dello stalinismo di ammazzare a destra e a manca senza scrupolo alcuno militanti schierati a difesa della Repubblica e contro Franco, accusati di essere socialfascisti, seppure questa denominazione non fosse più nell’ufficialità dell’ Internazionale Comunista -Komintern poi Kominform – e dei partiti comunisti che aderivano.

Ma se Rosa Luxemburg fu brutalmente uccisa dai sicari socialdemocratici – tra l’altro i freikorps furono gli antesignani dei corpi paramilitari nazionalsocialisti – non fu amata dai bolscevichi e dai comunisti dell’ortodossia marxista leninista, nonché vituperata dagli stalinisti. Fu Stalin in persona durante una riunione del comitato centrale bolscevico a lanciare strali contro Rosa che si era permessa di criticare la strategia insurrezionalista per la presa del potere – insurrezione di una ristretta minoranza che se permise di prendere il Palazzo d’Inverno, abbatté anche il governo del socialista Kerenskij e sciolse la Duma, il Parlamento eletto, comportando una drastica riduzione delle libertà democratiche appena conquistate.

Ma era ancora vivo e attivo Lenin che, racconta la leggenda, mise a tacere baffone con queste assai taglienti parole: “Sa compagno Stalin, ci sono aquile che qualche volta possono volare basse come galline, ma nessuna gallina per quanto starnazzante ha mai volato fino all’altezza delle aquile”.

Qui sta uno dei nodi, il continuo intreccio tra libertà, democrazia e socialismo che Rosa racconta a ogni piè sospinto. Non c’è nella sua concezione rivoluzione senza democrazia, non c’è socialismo senza il consenso della maggioranza, le è estraneo il concetto martellato da Lenin di dittatura del proletariato, che poi alla svelta diventa dittatura del partito, indi del comitato centrale, fino al dittatore unico da cui si emanano tutti i poteri, e allo sterminato gulag dove vengono e giacciono rinchiusi per decine d’anni milioni di schiavi ai lavori forzati.

Il pensiero e l’azione, ovvero la vita, di Rosa Luxemburg rappresentano una grande speranza di una rivoluzione che non sia incunabolo di una dittatura, una rivoluzione capace di assumere in toto la libertà, la coscienza e la creatività individuale come motori e fonti di energia per il suo sviluppo. E non fu un caso se nel ’68, libertario e antiautoritario, per esempio troviamo tracce ampie e profonde della Luxemburg, negli scritti di Rudi Dutschke e Peter Krahl, tanto per dire. Persino a Bologna in quei tempi quattro giovani, dettero vita a un gruppo “gli spartachisti” che rimandava a Rosa. E non solo loro, quando si terminava la canzone bandiera rossa, scandivano “Viva Marx, viva Lenin, viva viva Rosa Luxemburg (invece di viva Mao Tze Tung).

L’influenza di Luxemburg non si ferma agli ambienti politici più o meno marxisti. Il suo libro più bello e profetico, “l’Accumulazione di Capitale” arrivando a definire la globalizzazione e a descrivere la possibile apocalisse con la resurrezione, permea per esempio il pensiero di Jared Diamond, l’autore di “Collasso”. Più in generale molti scienziati sociali e economici si nutrono oggi delle pagine di Rosa Luxemburg. Una gran donna, che andava davanti ai cancelli delle maggiori fabbriche europee arringando gli operai, nelle piazze a manifestare, nei congressi di partito a rovesciare tavoli burocratici e a denunciare dirigenti ignavi, raccontando non il sogno di un’utopia ma la scienza della possibile libertà e rivoluzione. Per questo fu uccisa. Per questo ancora vive.

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    Bruno Giorgini
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A Parigi la nuda lotta di classe

Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino. 24 giugno 1793, Parigi, Francia.

Art. 33 – La resistenza all’oppressione è la conseguenza degli altri diritti dell’uomo.

Art. 34 – Vi è oppressione contro il corpo sociale quando uno solo dei suoi membri è oppresso. Vi è oppressione contro ogni membro quando il corpo sociale è oppresso.

Art. 35 – Quando il governo viola i diritti del popolo, l’insurrezione è per il popolo e per ciascuna parte del popolo il più sacro dei diritti e il più indispensabile dei doveri.

Karl Marx scrive nel 1842 uno dei suoi primi articoli politici. É appena laureato all’università di Jena, ma già attivo nell’area dei cosidetti hegeliani di sinistra. La questione in ballo è una legge che, per salvaguardare i boschi, vieta ai contadini di tagliare i rami, comminando varie pene ai trasgressori. Una legge che oggi potremmo definire ecologica. Epperò i contadini, in specie poveri, altro non possono che continuare nel “furto del legno boschivo”, a meno di non morire dal freddo. Marx li difende accanitamente. Anzi arriva a assumerli come punta di lancia delle ribellione contro lo stato prussiano, alfieri di una rivoluzione che egli già intravede come necessaria. Non così i suoi amici hegeliani, molto rispettosi del bosco, e delle leggi. Si può dire che con questo lavoro Marx diventa marxista, ovvero materialista mettendo i piedi nel piatto della condizione materiale e nei bisogni degli uomini in carne e ossa, e quello di scaldarsi in inverno non è dei minori.

A Parigi e in tutta la Francia da alcune settimane centinaia di migliaia di persone sono in rivolta contro il Presidente Macron e il suo governo (“La Francia ha una piramide sociale e al suo vertice siede Macron. Vogliamo che venga a sentire l’odore che c’è qua, in basso”). Si sentono sfruttati e si ribellano. Uomini e donne da ogni parte delle terre di Francia e di Navarra indossano la pettorina gialla mettendosi in cammino contro il potere costituito, assunto come il responsabile primo della loro oppressione. Crescono di giorno in giorno, con la solidarietà della grande maggioranza dei loro connazionali. Finora non avevano altro che i loro nudi corpi, e la fatica del lavoro, quando c’è, tirando la cinghia. Adesso hanno deciso di esistere, come corpo sociale collettivo. Di farsi classe insorgendo attraverso la lotta, in presa diretta. Con una loro organizzazione orizzontale in gran parte veicolata attraverso la rete, in altra parte coi contatti diretti, nel villaggio, nel caseggiato, nel quartiere, sul treno, nel pulman, nel parcheggio quando si parte per Parigi, Tolosa, Marsiglia, la capitale e le grandi città dove altri Gilet Jaunes li aspettano. Ma senza alcuna politica, senza alcuna mediazione politica. Non sono di destra, non sono di sinistra, il centro poi chissà cos’è. La loro è nuda lotta di classe. Col che la loro stessa insorgenza come corpo sociale che si fa classe nella lotta mette in crisi il paradigma algoritmico del controllo su cui Macron ha fondato il suo potere, la sua autorità. Quando i corpi si mettono in movimento imprevisto e imprevedibile, quando il libero arbitrio individuale insorge fondendosi con gli altri mille aneliti di libertà e eguaglianza, quando le antiche tradizioni di lotta di strada che vengono dalla Rivoluzione dell’89 e dalla Comune sembrano rinascere, e le menti si forgiano nella rivolta, l’intera rete delle nervature sociali cambia e si stravolge, fin dove, e come, oggi è difficile dire. Assisteremo a una torsione verso destra, autoritaria e/o parafascista. Oppure le grandi parole di libertè, egalitè, fraternitè e di lotta contro lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo acquisteranno un nuovo spessore e slancio.

La nuda lotta di classe degli sfruttati contro gli sfruttatori di per sè non garantisce che i valori della sinistra e/o anticapitalistici e/o libertari e/o egualitari e/o ecologisti e/o della differenza sessuale, e quant’altro, diventino materia costituente il corpo sociale. Ci vuole la coscienza di classe, giungendo finanche alla coscienza rivoluzionaria. Quella che Lenin intendeva dovesse essere iniettata dall’esterno, perchè non insorge spontaneamente con la rivolta. A questo proposito un gruppo di giovani studenti il cui nome in italiano recita “soffia il vento, urla la bufera”, dove democratici radicali e ribelli anarco marxisti camminano e manifestano la mano nella mano – si impegna su due fronti. Per un verso portano il verbo rivoluzionario alle masse “sulle barricate”, e/o comunque in tutte le occasioni di lotta e azione cui attivamente partecipano, non credo avendo in mente Lenin ma piuttosto praticando una discussione politico ideologica, dove apprendono dai Gilet Jaunes la dura materia dei bisogni “proletari”, mentre a loro volta propongono linguaggi e obiettivi che vanno oltre le rivendicazioni sociali, in un certo senso dicendo: questa è una lotta per il potere e non soltanto per abolire la tassa sul macinato (benzina e gasolio). Sul secondo fronte lavorano a allargare l’arco sociale della rivolta alle scuole e università, con un buon successo dal punto di vista del blocco della didattica e del numero di istituti occupati, seppure è difficile dire quanti studenti siano realmente coinvolti in prima persona. E non è l’unico gruppo d’azione in tal senso. Tutta la costellazione dei gauchistes è presente, in particolare nelle grandi città, Parigi, Tolosa, Marsiglia dove i militanti si sono buttati a corpo morto dentro il movimento, quasi non credendo ai propri occhi. Con loro i sindacati, CGT in testa, le associazioni laiche e cattoliche di mutuo soccorso e molti collettivi di lavoratori sotto le più varie sigle. D’altra parte i Gilet Jaunes (GJ) vanno a dare il proprio sostegno per esempio ai lavoratori di Amazon in sciopero, mentre i ferrovieri si schierano coi giubbetti gialli, scaldando i motori per scendere in pista. Insomma più passa il tempo più la nuda lotta di classe dei GJ diventa composita e complessa. Ovviamente si immergono nel movimento anche i gruppi di estrema destra, a quel che ho potuto constatare soprattutto con azioni “militari”, ma per ora senza un lavoro ideologico e una presa politica sul movimento o sue parti significative. Per fare un paragone con l’Italia, non si sono viste fin qui all’opera organizzazioni come casa Pound e/o Forza Nuova che si nutrono di obiettivi sociali, e anche i miltanti del Front National stanno schisci, con un basso profilo. Sempre in confronto al nostro paese, sono piuttosto presenti gruppi di picchiatori come i naziskin e/o Ordine Nuovo.

Per ora in generale nessun partito è riuscito a mettere le braghe ai moderni sansculottes, e d’altra parte Macron stesso aveva ridotto le formazioni tradizionali, repubblicani eredi del gaullismo e socialisti eredi di Mitterand, a larve, dando fiato alle trombe della sua appendice “En Marche”, inabile però di fronte a una crisi delle dimensioni attuali; En Marche dove proliferano gli yes man tecnocratici, quando va bene, altrimenti decerebrati e basta. In presenza di uno scontro sociale così duro, esteso e fondamentale, l’assenza della mediazione e rappresentanza politica apre un varco naturale al confronto diretto sulla base della forza, che quindi può in un batter d’occhi diventare pratica della violenza. Così le manifestazioni diventano un mero problema di ordine pubblico, da tenere a bada o reprimere. Ho esaminato molti video degli scontri a Parigi sugli Champs-Elysées e anche in altri luoghi, dove è evidente l’intento della Polizia a sgomberare i manifestanti del tutto pacifici costi quel che costi, e a tentare di mettere loro paura con pestaggi violentissimi su persone inermi, spesso giovanissimi/e. Una politica dell’ordine pubblico demenziale, se sul serio si fosse voluto mantenere l’ordine urbano; invece spiegabile come il tentativo di “spezzare le reni al movimento col manganello”, che però non ha funzionato, perchè nessuno è scappato, anzi i GJ hanno resistito, spesso con mezzi di fortuna, e col contributo di molte donne anziane e/o di mezz’età che facevano scudo e velo alle cariche, molte, moltissime in prima fila. E i famosi, famigerati casseurs o black bloc come qualche giornalista italiano in preda alle traveggole ha detto? Certamente ci saranno stati, fatto è che gli arrestati e immediatamente processati sono falegnami, saldatori, elettricisti, muratori, cantonieri, fattorini, conduttori di trattore, disoccupati, ecc..: tra le 70 persone comparse davanti ai giudici lunedì mattina non c’è neppure un teppista, o un facinoroso, o un casseur, no tutte persone comuni, molte venute dalla provincia tutte incensurate e onesti cittadini, con alcuni episodi grotteschi come i quattro arrestati appena scesi dall’auto che avevano parcheggiato lontano dagli scontri, e considerati dal PM potenziali colpevoli perchè si stavano recando all’Arc de Triomphe dove si svolgeva un “raduno proibito con violenze contro la polizia” (fonte Le Monde). Tra l’altro l’autorità del Presidente Macron in termini di ordine pubblico aveva subito un duro colpo per l’affaire Benalla, quando il sopradetto capo della scorta presidenziale, era stato fotografato e filmato durante la manifestazione del primo maggio mentre in tenuta antisommossa pestava a sangue due giovani manifestante senza averne nessun titolo, non facendo egli parte delle forze di polizia. Macron lo aveva giustificato e difeso, cumulando bugie e omissioni, finchè in Luglio aveva dovuto cedere, licenziandolo. Ma la frittata ormai era fatta e la linda camicia bianca del giovane leone imbrattata in modo indelebile. Forse l’intervento inconsulto e violentissimo di Alexandre Benalla fu la spia di una tendenza dello stesso Presidente a “presiedere” un uso della forza e della violenza contro i “contestatori” e critici del suo potere, chissà. Comunque sia un Presidente così non piace ai francesi, e infatti l’indice di gradimento nei sondaggi è ormai al 21%, o meno.

A questo punto dobbiamo vedere quali obiettivi, al di là della goccia di benzina e gasolio che ha fatto traboccare il vaso, questo movimento si sta dando. In sintesi per quel che fin qui è possibile leggere, siamo in presenza di un movimento massivo per la redistribuzione della ricchezza e del reddito, per la giustizia sociale con forti venature nazionaliste. Citiamo alcune proposte e obiettivi di un documento, discusso e approvato in rete da, dicono gli “autori”, 30000 persone, indirizzato ai deputati della Republique sotto il titolo: Le direttive del popolo perchè voi le trasformiate in legge.

Zero senza domicilio fisso: URGENTE, Imposta più progressiva sul reddito, SMIC, salario minimo, a 1300 euro netti,(..)nessuna pensione sotto i 1200 euro, salario massimo fissato a 15000 euro, scala mobile, limitazione degli affitti + alloggi a affitto moderato, divieto di vendere i beni appartenenti alla Francia, pensione a 60 anni per tutti, e per i lavori usuranti (per esempio muratore) a 55 anni, gas e elettricità vogliamo che tornino pubblici, fine della politica d’austerità col rimborso del solo debito e non più degli interessi dichiarati illegittimi, protezione all’industria francese, vietate le delocalizzazioni, e via così in una mixitè di obiettivi alcuni volti a ridurre fortemente le diseguaglianze e altri a “rinforzare” la nazione, senza però razzismo contro i migranti seppure la politica di integrazione venga forzata fino a: vivere in Francia implica diventare francesi eccetera, e infine non possono mancare le tracce di una politica ecologica, come lo sviluppo dell’autombile a idrogeno e la costruzione di immobili a basso consumo energetico.

A questo punto i Gilet Jaunes si ergono invitti, e Macron giace reclino essendo però sempre il capo dello Stato, il Presidente della Republique. Ci sarà alla prossima mobilitazione a Parigi una palingenesi rivoluzionaria nello scontro frontale tra lo Stato e gli insorti? Oppure il Presidente sarà capace di trovare una soluzione politica giusta e democratica, senza schierare e muovere le truppe? Macron potrebbe convocare un referendum, che però con tutta probabilità perderebbe. Oppure potrebbe dimissionare il governo, ma chi altro poi potrebbe scegliere non si sa. Altra soluzione in campo potrebbe essere lo scioglimento del Parlamento con elezioni anticipate. Al buio, con i partiti tradizionali in pappa, mentre il suo movimento En Marche non pare proprio sulla breccia, possibile che si afflosci come un soufflè mal cotto. Elezioni non facili dunque nel bel mezzo d’ una tempesta sociale senza precedenti. Infine i GJ potrebbero dotarsi in un tempo strettissimo di una rappresentanza politico sociale in grado di iniziare una trattativa con lo Stato, il che a tutt’oggi non pare proprio una soluzione a portata di mano.

Comunque sia, per dirla con Camus: Je me révolte, donc nous sommes.

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    Bruno Giorgini
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Prevedere i flussi turistici a Venezia

Veduta di Venezia

L’osservatore di folle. Rimase istantaneamente ammaliato dallo spettacolo, vedendo quanto spontanei fossero gli esseri umani nei loro movimenti. Quanto i movimenti di ciscuno fossero unici, e quanto rivelassero la natura della persona. (V.S. Naipaul)

State andando in gita a Venezia, con le solite avvertenze e/o timori, la folla dei turisti in ogni dove, magari anche la possibilità di incappare nell’acqua alta, e prima la ressa in stazione se siete in treno o l’occupazione del parcheggio se arrivate in auto, e quant’altro può intralciare specie in una giornata di grande afflusso, il carnevale o la Festa della Salute, il Redentore o la Regata Storica, ecc..

Ebbene immaginate che sul vostro cellulare possiate ricevere una serie di informazioni in tempo reale: per l’arrivo la presenza o meno, e quando, di congestioni di traffico nell’area, poi i posti nel parchegggio, l’affollamento sui treni e in stazione, talchè potete scegliere il mezzo più opportuno e l’orario più comodo. Una volta in città sempre il vostro telefonino vi comunica lo stato della dinamica pedonale e dei vaporetti lungo tutti i possibili tragitti che vi conducono alle vostre mete a piedi e/o in vaporetto, e se si tratta di musei e/o mostre d’arte l’affollamento, gli intervalli di tempo più favorevoli, e la possibilità di prenotare l’entrata online.

Nel caso di acqua alta non avrete soltanto l’informazione media sull’elongazione di marea ma anche quali sono i tratti più asciutti e al riparo dall’allagamento in tempo reale, e quindi le traiettorie suggerite a seconda di dove vi trovate e di dove volete andare.
Fantascienza? Non tanto.

Alcuni anni fa Armando Bazzani e io, nell’ambito del Laboratorio di Fisica della Città di Unibo, in collaborazione con l’architetto Paolo Michieletto dello IUAV, proponemmo questa idea nel progetto Per.Ven.Ire: percorsi veneziani per una mobilità comoda e bella. Con alcune difficoltà maggiori. Una di ordine scientifico: la dinamica dei pedoni è largamente imprevedibile, poichè essi sono dotati di libero arbitrio. Ovvero il moto non è deterministico quindi prevedibile, come i gravi che cadono lungo linee rette, ma zigzagante nel tempo e nello spazio, per cui due persone che hanno la stessa meta possono arrivarci per percorsi del tutto diversi nello spazio e nel tempo. Percorsi che possono cambiare quasi istante per istante. Quindi bisognava scrivere un algoritmo capace di prevedere l’imprevedibile, che non è stato facile. Un’altra di ordine culturale.

Venezia è talmente bella da ritenere che tanto basti. Senza bisogno di una governance della mobilità che andasse oltre i cartelli che indicano su muri le mete più famose, Rialto, San Marco, L’Accademia, poi la Ferrovia e Piazzale Roma per il ritorno. Più o meno è tutta l’informazione necessaria, poi basta guardarsi intorno per restare estasiati. E se ci sono situazioni critiche, la ressa su un ponte, o all’uscita dalla stazione, o cose del genere, bastava fare appello ai vigili urbani, alle forze di polizia e alla protezione civile per mettere le cose a posto. Non era certamente il caso di scomodare la fisica, i modelli matematici e i sistemi ICT (Information Communication Technologies).

Ma i flussi turistici sono intanto cresciuti assai, la globalizzazione e l’apertura dei mercati asiatici, della Cina innazitutto, ha rovesciato folle sempre più ampie su calli, campi e vaporetti, e ormai non c’è persona sul globo terracqueo la quale non sogni di andare almeno una volta nella città d’acqua. Quindi i flussi turistici sono critici per la città e la sua vivibilità ogni giorno, per 365 giorni l’anno. Per cui, suo malgrado, la cultura della polis veneziana è obbligata a cercare un modo di governo “intelligente” della mobilità.

Infine l’ultima difficoltà fu all’epoca la mancanza di un partner industriale adeguato e robusto sia sul piano della acquisizione dei dati che su quello della costruzione concreta del sistema. Ma il Laboratorio, oggi diretto di Armando Bazzani con un gruppo di brillanti giovani ricercatori/trici, non si è arreso e pezzo a pezzo ha risolto queste difficoltà, fino ad arrivare al sistema che vengo a raccontare, scusandomi per le semplficazioni. Per l’intanto decisiva è stata la collaborazione con TIM, sia per i dati da telefonino che ha fornito sia per il suo peso e serietà industriale nel campo delle high technologies. Inoltre anticipiamo subito il risultato più significativo sul piano della previsione: il sistema ha una capacità predittiva nell’arco di 30 minuti.

Questo vuol dire che se il sistema registra per esempio una congestione di pedoni, in un punto delle rete, siamo in grado di prevedere come si evolverà questa criticità 30 minuti dopo. In generale la congestione può sciogliersi, restare stabile, crescere lentamente, oppure esplodere in maniera esponenziale, figliarne un’altra, eccetera. Ebbene il sistema in atto vede nel futuro cosa accadrà, con una probabilità molto alta, e quindi può inviare un messaggio alla protezione civile che prenderà le misure del caso. Per capire meglio supponiamo di essere in Piazza San Marco durante un evento, un concerto o qualcosa che comunque richiami una folla.

Nei nostri visori vedremo questa folla, e se accade che un gruppo anche di poche persone si compatti mettendosi in movimento, ecco che il nostro sistema simula cosa accadrà tra trenta minuti, nel mentre comunque l’osservazione tramite telecamera continua. Così possiamo prevedere se si avrà una situazione per esempio di caos debole – weak chaos – sotto la soglia di panico, oppure se invece la dinamica diventerà caotica in modo irruente – caos forte, strong chaos – con la possibiltà concreta che si inneschi il panico, mettendo a rischio l’incolumità delle persone. Questa previsione lascia un tempo per agire, depotenziando e/o disinnescando la possibile situazione caotica. Se nelle traiettorie fa irruzione il caso, cioè l’imprevedibile, il sistema Per. Ven.Ire riesce a prevederlo, seppure in modo statistico.

Adesso torniamo all’inizio per discutere brevemente le nervature del sistema. La prima è la raccolta dei dati fatta con telecamere e telefonini TIM. Dati che vengono analizzati, e per così dire “scremati”, tramite un processo algoritmico che estrae dalle serie numeriche l’informazione utile e ragionevolmente buona, informazione sul numero, posizione, velocità degli individui istante per istante presenti sulla rete di calli, campi e canali e che diventa la base statistica su cui poggia il passo successivo. Le serie numeriche vengono iniettate nel modello teorico, nel cui merito qui non entriamo, che descrive la dinamica pedonale, modello che implementato tramite un apposito algoritmo su computer, permette di fare simulazioni della mobilità “realistiche”. Infine, ultimo e decisivo passo, l’algoritmo che implementato su computer, permette la predizione.

Applicando Per.Ven.Ire è possibile contare in modo quasi esatto il numero e la posizione degli individui presenti sulla rete di mobilità a un dato istante; da quale accesso entrano in città, nonchè con quali mezzi – treni, automobili, trasporto pubblico, battelli – arrivano; distinguere turisti, pendolari, abitanti; mappare tutte le traiettorie e disegnare i percorsi a maggiore densità; infine dato lo stato del sistema a un certo istante, prevedere cosa accadrà dopo trenta minuti.

Per concludere credo si possa dire che costruendo il sistema Per.Ven.Ire, Venezia si doterà di una infrastruttura “intelligente”. Qualcuno potrebbe chiamarla una IA, Intelligenza Artificiale che, anche sul piano culturale, farà entrare la città nel nuovo secolo della modernità ICT (Information Communication Technology) senza rinunciare alla sua storia e alla sua bellezza, che anzi ne verrà incrementata, perchè in qualche modo questo sistema sconfina nell’ArtScience, dove fantasia e rigore matematico si danno la mano per una creatività anche estetica. Calvino nelle “Città Invisibili” la racconta così:

“A Smeraldina, città acquatica, un reticolo di canali e un reticolo di strade si sovrappongono e s’intersecano. Per andare da un posto a un altro hai sempre la scelta tra il percorso terrestre e quello in barca: e poichè la linea più breve tra due punti a Smeraldina non è una retta ma uno zigzag che si ramifica in tortuose varianti, le vie che s’aprono a ogni passante non sono soltanto due ma molte, e ancora aumentano per chi alterna traghetti in barca e trasbordi all’asciutto. Così la noia a percorrere ogni giorno le stesse strade, è risparmiata agli abitanti di Smeraldina.(..) Combinando segmenti dei diversi tragitti (..), ogni abitante si dà ogni giorno lo svago di un nuovo itinerario per andare negli stessi luoghi. Le vite più abitudinarie e tranquille a Smeraldina trascorrono senza ripetersi”.

Veduta di Venezia

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    Bruno Giorgini
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Genova per noi

porto di genova

C’era stato un tempo in questo nostro secolo in cui Genova era grande tra le città del mondo, scrive Maurizio Maggiani nello splendido “La regina disadorna”.

Oggi arrivando alla Superba col treno da Milano si vedono gli spezzoni del Ponte Morandi crollato il 14 agosto, che stringono il cuore prima ancora di ferire lo sguardo. Nulla è stato finora fatto, e neppure si sa che cosa dovrebbe essere fatto, almeno con una ragionevole certezza. Quindi scendendo fino al porticciolo di Nervi, dove abito quando vengo a Genova, incontro i rifiuti portati dalla mareggiata che giacciono sulla spiaggia.

Da lì camminando mi avvio verso la passeggiata Anita Garibaldi, meravigliosa sul mare a picco, il cui primo troncone nacque nel 1862 sulla traccia di un antico sentiero usato dai pescatori. Alle spalle si stendono alcuni dei parchi più belli, mentre la passeggiata sospesa al di sopra degli scogli, è costellata di simpatici caffè bar e baretti. Tutta Genova viene a passeggiare respirando il mare e godendosi i colori, dal blu delle onde al bianco delle schiume al verde degli alberi, in tutte le sfumature. Ma oggi la passeggiata è impraticabile. Onde furiose alte tra i sette e nove metri l’hanno letteralmente fracassata in più punti.

Il Ponte Morandi e la passeggiata Anita Garibaldi, due simboli della città a pezzi. Il viadotto incarnava la vocazione della città ai commerci, dal porto snodandosi la mobilità delle merci verso Ponente fino a Francia e Spagna, e a Levante verso il Nord Italia e in Europa fino alla Norvegia da un verso e la Russia dall’altro. Nonché il ponte significava l’unità della città tra Levante e Ponente, fondamentale per la mobilità urbana.

La passeggiata era il luogo di fratellanza tra la città, i suoi abitanti e il mare, non quello lontano che da secoli portavano le navi e i piroscafi, ma quello vicino dove tuffarsi, nuotare, muoversi con le canoe, o le barche con la vela latina o quella fenicia. Il mare di famiglia, il mare sottocasa. Prima del cambiamento climatico e del riscaldamento globale, quando ogni onda rischia di diventare uno tsunami. Le onde sono figlie del vento, e l’aumento della temperatura nell’atmosfera si trasforma in venti sempre più violenti. Infatti un grado e mezzo di aumento, che è quello attuale, significa una grande quantità di energia di movimento, iniettata nell’aria rispetto a quella presente fino a ieri. Perchè la temperatura è proporzionale all’energia cinetica media delle molecole del gas, e quindi queste vanno molto più svelte, ovvero si generano venti molto più veloci cioè più potenti che quando scendono sul mare producono non le increspature del dolce zefiro d’antan, ma onde alte come case a due o tre piani e oltre, cariche di energia capaci di sollevare barche e panfili scagliandoli sulla costa, scardinare e spazzare via impianti balneari, e anche la veranda del ristorante dove vado a pranzo non c’è più.

Piero 21, così si chiama questa antica trattoria, sta sul mare, là sotto a circa otto-nove metri che rumoreggia, ma oggi non troppo. Hanno lavorato sodo a rimettere in sesto almeno la sala da pranzo in muratura, quindi postando su Facebook il risultato talché i molti clienti abituali potessero tornare, essendo che ha un rapporto qualità/prezzo eccezionale in un ambiente cordiale e intelligente.

Si tratta di un luogo popolare nel senso migliore del termine, con una clientela quasi interamente locale, piuttosto di persone che comunque, persino se parlano russo, qui abitano, vivono, lavorano e spesso amano Genova – crocevia di molte nazionalità. Popolare e molto vivo. Un ottimo punto d’osservazione per gli umori della città.

Andando oltre, arriva Boccadasse, dove il mare ha invaso la spiaggia, la strada e letteralmente assedia le case, con un nuovo problema: le fogne. Il sistema di spurgo è allagato e intasato, gli odori nauseabondi e soprattuto il mare, anche se oggi è quasi calmo, appare minaccioso guardato dalle finestre lambendo le porte delle case. Ricorda certi film di fantascienza, con le acque sotto i grattacieli di New York che pare aspettino solo il momento buono per salire ai piani alti. Ma non è fantascienza, non più: è il cambiamento climatico rispetto al quale Genova appare fragile e in difficoltà. Eppure a coabitare con le acque dovrebbe essere abituata.

Ma dicevo degli umori, e opinioni, della gente. Dal taxista, alle chiacchere ascoltate in autobus, alle conversazioni al ristorante, alle considerazioni degli amici e dei vicini è possibile trovare un denominatore comune? Mi par di sì. Al di là dei brontolii per le mancanze delle autorità e istituzioni, dal governo al sindaco, dei partiti che non fannno nulla e Grillo genovese non sfugge anzi, del fatto che il ponte interrotto sta ancora lì che pencola mentre il traffico impazzisce, e “chissà per quanto, ma ci crede lei che faranno in fretta, in un anno o poco più?”.

No, nessuno ci crede, nemmeno una persona che io abbia sentito, o orecchiato. Non sarà scientifico, però colpisce. È vero che la Liguria disegna un sorriso rovesciato, ma qui sembra un digrignar di denti impotente. Però c’è qualcosa di più profondo e comune che mi par di percepire. Una sfiducia non tanto nelle istituzioni e organizzazioni tecniche o politiche che siano, ma nella città, nelle sue strutture, oserei dire nel suo spaziotempo, nella sua topologia così come è venuta costituendosi nel corso dei secoli. Che vuol poi dire anche sfiducia dei cittadini in sè stessi.

Questione è che Genova per il riscaldamento climatico sul fronte del mare, e per le infrastrutture di mobilità barcollanti e spezzettate, schiacciata dalla montagna da dove l’acqua non è che scorre a valle: precipita, e schiaffegiata dalle onde tanto alte che così nessuno le aveva mai viste, appare allo stato attuale in balia degli eventi, una sorta di laboratorio per le catastrofi. Se poi aggiungiamo che la città già era in crisi per la chiusura e/o il ridimensionamento delle grandi fabbriche, con la scomparsa della classe operaia, e al porto con l’introduzione dei container quella dei camalli – che furono i protagonisti in piazza del luglio ’60 contro il congresso del MSI e il governo Tambroni – e in seguito le varie azioni urbanistiche, sociali, culturali e politiche tese a ridefinire le coordinate di una comunità, di un comune sentire, un po’ hanno funzionato un po’ no.

Adesso il problema è diventato urgente, perchè senza il viadotto Morandi e senza la passeggiata Anita Garibaldi la città rischia la depressione dell’immaginario. Ovvero di restare senza idee, proprio quando di idee nuove avrebbe un gran bisogno. Per l’intanto il turismo, una delle risorse, si sta assottigliando e le cancellazioni alberghiere non si contano, così come le presenze al grande acquario diminuiscono a vista d’occhio. Sarebbe il momento per Genova di riaccendere la Lanterna.

porto di genova

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    Bruno Giorgini
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Evoluzione umana e cambiamento climatico

cambiamenti climatici

Il riscaldamento globale non solo è in atto, ma galoppa tanto che persino Trump se ne è accorto. E sembra andare più svelto di quanto i modelli abbiano fin qui raccontato e previsto.

L’aumento della temperatura (che altro non è se non l’energia cinetica media delle molecole di gas) dà luogo a venti turbinosi e spesso imprevedibili, che tra l’altro alzano onde di marea impressionanti e poi gli tsunami diventano sempre più frequenti spazzando le coste, e poi l’aumento delle temperatura dei mari produce evaporazione delle acque che sale a formare nuvole sempre più gigantesche, e poi queste nuvole si scaricano con piogge torrenziali, e poi le piogge diventano acide distruggendo flora e fauna, e poi la banchisa polare si scioglie – questa estate al polo le temperature hanno oscillato tra 30 e 34 gradi, un caldo mai visto – aumentando il livello delle acque, e poi molte specie muoiono andando prossime all’estinzione e poi là dove c’era erba verde e alberi si fa il deserto, e poi le carestie si moltiplicano, e poi milioni di persone migrano, e poi il mondo si dissemina di guerre e poi i ghiacciai raggrinziscono eccetera eccetera.

Tutto questo groviglio s’annoda, s’ingrossa, s’amplifica e moltiplica di giorno in giorno mentre l’umanità per ora appare parecchio claudicante a farvi fronte. Anzi, qualcuno ci specula e guadagna masse enormi di danaro lucrando su fame, malattie nuove e vecchie, rapine finanziarie, commerci di armi e droga a tonnellate (migliaia), illegalità e violenze, mostruose diseguaglianze, schiavitù delle forze di lavoro, calpestando diritti e libertà individuali quanto collettivi. Fino in Europa questo avviene, e giova tenerlo a mente.

Quindi che fare, se fare qualcosa è ancora possibile, almeno per contenere le soglie critiche dentro un quadro di sostenibilità – un aumento che non vada oltre un grado e mezzo ci dice l’ultimo rapporto del gruppo internazionale IPCC (ottobre 2018). Sembrerebbe una causa comune per l’intera umanità, eppure stenta a assumere una dimensione globale capace di permeare l’intera vita associata della specie homo. Per esempio gli accordi tra gli Stati, come l’ultimo siglato a Parigi per limitare le emissioni di gas serra, recentemente denunciato da Trump che se ne è tirato fuori, oltre a non coinvolgere tutti i paesi, faticano a essere applicati, trovandosi spesso scappatoie per non rispettare oggi le regole appena definite ieri. Su questo piano soltanto una pressione continua e massiva dell’opinione pubblica può, potrebbe, in qualche modo sollecitare maggiore impegno e celerità di esecuzione, perchè a poco servirà chiudere la stalla dopo che i buoi siano scappati.

Nel panorama generale emergono però una miriade di idee, iniziative di base e buone pratiche ecologiche radicate nel territorio di cui varrebbe la pena tracciare una mappa dinamica, cominciando a definire una rete connessa aperta e disponibile sul web. Una rete cooperativa che accolga tanto le entità collettive (associazioni, gruppi di ricerca, partiti eventuali, sindacati, chiese, università, accademie, sistemi di protezione civile ecc.. ) quanto le singole persone.

Inoltre nel 2015 Papa Francesco ha licenziato l’enciclica Laudato Sì, fino ad ora il documento “ideologico” più completo e globale sulla questione, rivolta a tutti gli “uomini di buona volontà”, ma in specifico alle comunità religiose, in primis i cristiani e i cattolici, invitandole a mobilitarsi. Qui però vorrei affrontare il problema sotto un profilo diverso.

L’evoluzione dell’homo non è definita soltanto dal suo patrimonio genetico. Anzi il suo corredo genetico è piuttosto striminzito. Se si assume l’escherichia coli come unità di lunghezza per la stringa genetica, la nostra vale circa 30.000/31.000 geni, mentre quella del lilium ne conta 70.000. La lunghezza della stringa misura la variabilità, cioè la capacità di adattamento, per così dire “spontaneo”, all’ambiente circostante e ai suoi cambiamenti. In altre parole noi umani rivestiti soltanto dei nostri geni avremmo avuto vita corta e grama sulla terra primigenia. Ma a questo punto insorge, in modo per ora misterioso, il cervello, quindi la mente, quindi l’intelligenza che suggeriscono la scelta di costruire un ambiente adatto allo sviluppo dell’homo il cui culmine sono le città, nonchè le varie fasi dai cacciatori ai raccoglitori fino agli allevatori e agricoltori.

Il paradigma che sottende questa decisione evolutiva è quello del dominio dell’uomo sulla natura che deve essere piegata e sfruttata per soddisfare i nostri bisogni e desideri, diventando un enorme reservoir di energia, cibo. ricchezza. Così si sviluppa la civiltà umana sul, e a spese del, pianeta: aria, acqua, terra, materie prime nulla viene risparmiato. Tutto viene preso, occupato, estratto, lavorato e trasformato in merce.

Mentre gli scarti di questa secolare e gigantesca attività di costruzione e produzione della cosidetta “seconda natura” vanno a inquinare la prima natura (wild nature). Fin quando si scopre che il reservoir non è infinito, e che per esempio l’inquinamento dovuto ai gas serra può generare un cambiamento climatico globale, certamente contribuendo al riscaldamento del pianeta. Ovvero dal paradigma del dominio sulla natura tramite scienza e tecnologia bisognerebbe transire a un contratto di equità tra umani e natura. Il che è facile da dirsi ma molto meno a farsi.

Edward O. Wilson, biologo di chiara fama, propone di trasformare la metà del pianeta in una riserva naturale dove fauna, flora, territorio e biodiversità siano protetti da ogni contaminazione antropica. Per dare una idea, nel nostro paese l’area delle riserve naturali protette vale circa il 10 – 11% del territorio, e globalmente si arriva al 15%. L’Half Earth Project ha ricevuto l’interesse e il consenso di una parte consistente della comunità scientifica che moltiplica iniziative e prese di posizione, mentre per esempio le grandi corporations disboscano ogni giorno migliaia di ettari in Amazzonia (dal 1970 a oggi sono stati tagliati alberi per 768 mila chilometri quadrati, pari al 19% del totale), e lo stesso avviene in maggiore o minore misura in tutti i grandi sistemi boschivi e forestali del pianeta.

Infine vorrei affrontare il problema da un altro punto di vista. Oltre a un dominio globale dell’uomo sulla natura sempre più marcato fino a diventare come oggi distruttivo, la scienza e la tecnologia hanno enormemente ampliato e approfondito lo spettro delle conoscenze. Salvo che nel patto stretto tra scienza e poteri politico, economico, militare, religioso, dopo alcuni secoli di turbolenza si raggiunse un accordo, un patto sociale, che garantiva una illimitata libertà di ricerca agli scienziati mentre i prodotti della scienza venivano gestiti e utilizzati dai quei poteri. Insomma i ricercatori si rinchiudevano nelle torri d’avorio, e le loro scoperte tecnico scientifiche si spargevano nel mondo secondo i criteri e canoni dei poteri dominanti.

Ecco qui sta il nodo: è urgente non solo per ragioni di democrazia, intraprendere un processo di riappropriazione sociale del sapere scientifico, perchè diventi un patrimonio collettivo. Il general intellect deve essere nostro, dei cittadini, la scienza deve scriversi come citizens science. Per questo gli scienziati devono uscire dalle torri d’avorio, come sta in parte accadendo- si veda per esempio il movimento March for Science – e i cittadini/e devono operare per accedere ai tesori di conoscenza che nelle torri stanno rinchiusi.

Dalla computer science alla fisica del caos e della complessità, dalla matematica dei big data alla teoria dei materiali, dagli studi sulla coscienza a quelli sul libero arbitrio, ma l’elenco sarebbe lungo quanto la Treccani almeno, tutto/i questo/i sapere/i devono essere impugnati dalle persone, dai cittadini e posti in essere dentro la società, diventarne linfa in grado, tra l’altro, di confrontarsi con il cambiamento climatico. Citizens science quindi come strumento per un contratto di equità tra umani e natura, nonchè di eguaglianza tra gli stessi umani. E’ un processo propriamente evolutivo, con alternanza di variabili lente e veloci, su tempi lunghi con improvvise accelerazioni e salti, ma che bisogna cominciare perchè questo general intellect tecnico scientifico comune può contrastare il paradigma del dominio e dello sfruttamento, indebolendolo fino alla scomparsa.

Cosa dice l’ultimo rapporto del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico sugli impatti del riscaldamento globale?

In prima a tutta pagina Liberation ha titolato: “le rapport glacant du Giec“, il rapporto agghiacciante del Giec (IPCC in versione francese). Questo significa che l’allarme sta finalmente arrivando alle opinioni pubbliche, almeno in Francia e Gran Bretagna, il Guardian da anni conduce una campagna serrata. Epperò i media italici ancora sono assai timidi, seppure sia dal punto di vista scientifico che da quello dell’osservazione quotidiana dei fenomeni cosiddetti estremi, cicloni tsunami uragani e cataclismi vari, ci siano ormai pochi dubbi: il cambiamento climatico è in atto e sembra accelerare di giorno in giorno.

Ma vediamo in estrema sintesi cosa contiene “l’agghiacciante rapporto”, consigliandone comunque la lettura integrale.

1) Il rapporto esamina gli effetti di un riscaldamento dell’ordine di 1.5 gradi, il limite che gli Stati si erano impegnati a rispettare alla fine del 2015 (conferenza di Parigi). Gli autori (86) appartengono a 39 paesi (soltanto il 39% sono donne).
2) L’emissione di gas serra dovuta alle attività umane è la principale causa del riscaldamento climatico. Il gas serra cresce a un tasso di 0.17 gradi per decennio dal 1950. A questo ritmo l’aumento di 1.5 gradi sarà raggiunto tra il 2030 e il 2052. Nel 2017/18 abbiamo già raggiunto un grado centigrado. Ovvero da qui alla fine del secolo si raggiungerà un incremento della temperatura di oltre 3 gradi.
3) In un mondo con una temperatura media di +1.5 gradi il cambiamento climatico affliggerà l’intero pianeta, con effetti più pesanti per i paesi più poveri. Tra l’altro già fin d’ora più di un quarto della popolazione mondiale vive in aree dove la temperatura è maggiore di 1.5 gradi per più mesi l’anno.
4) Il rapporto sottolinea a più riprese che bisogna ridurre le emissioni di energia delle costruzioni, dell’industria e dei trasporti ben del 45% da qui al 2030 (che è dietro l’angolo ndr), mentre la parte delle energie rinnovabili per l’elettricità deve arrivare al 70-80% del totale nel 2050.
5) Tutti i numeri oggi disponibili, in primis il consumo energetico, sono assai lontani da quanto sarebbe necessario per contenere i limiti di soglia entro un grado e mezzo di aumento.

Infine qualcuno potrebbe chiedere come mai un aumento delle temperatura di 1.5 gradi, che non sembrano neppure tanti, possa mettere a rischio l’abitabilità del pianeta per i viventi nonché l’intera civiltà umana. Facendola semplice, la temperatura in un gas rappresenta l’energia cinetica media delle molecola – l’energia di movimento. Un aumento di 1.5 gradi significa una montagna di energia in più iniettata nell’atmosfera. Energia che si trasforma in correnti d’aria, cioè venti, sempre più forti e tumultuosi, mentre le acque dei mari evaporano riempiendo l’atmosfera di nuvole quante non mai, che poi si scaricheranno a terra con piogge torrenziali e tempeste inaudite. Poi i ghiacci eterni cosiddetti, il permafrost, si sciolgono e il livello del mare cresce.

Processi che sono già in atto, e trascuriamo qui le estinzioni di flora e fauna, le piogge acide e molto altro, procurando un mucchio di guai, le cosiddette emergenze per cui nel giro di poche ore in questi giorni centinaia di migliaia di cittadini della Florida si trovano col culo a mollo e una miriade di città costiere finisce sott’acqua.

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Claudio e quel pomeriggio di primavera

Claudio Lolli

Bologna è una città con la testa sulle spalle, i cittadini hanno la testa tenuta sulle spalle dal peso, e dal riparo, dei portici così non vedi mai il cielo. Non ti piove in testa ma neppure t’accorgi del mutare delle stagioni. Per fortuna ogni tanto nasce qualcuno come Claudio che libera in Piazza Grande gli zingari felici. Claudio che dice di sè, “io sono strano, sono sempre stato strano con la voce arrochita, per quelli di destra ero di sinistra, per quelli di sinistra ero di destra, una volta cantando al Festival dell’Unità fui fischiato e contestato da una squadra organizzata di giovani del PCI, i figiciotti, una roba dell’altro mondo, da non crederci: avevano scambiato gli zingari con Zangheri, l’allora sindaco molto contestato“.

Siamo a casa di Claudio Lolli nella primavera scorsa a chiaccherare, Amalia che si occupa di moda e armonia, Roberto chitarrista emerito e fisico teorico di chiara fama, io a giocare il ruolo di chi fa le domande, e lui mastro cantore col cuore nella voce, la poesia nelle parole, la fantasia nelle musiche, sovversivo nel pensiero, riottoso alle interviste ma qui ci sta, si conversa tra amici che condividono. Direi tra compagni se non temessi di essere frainteso, mentre camerati è parola inagibile dopo il fascio littorio.

Prima di cominciare un’avvertenza. Lolli è in primis un cantante, meglio uno chansonnier, di quelli che in voce rendono affascinante anche la rima banale tra cuore e amore. Questo ruolo della voce non è riproducibile in un testo scritto. Purtroppo. Si può al più leggere tenendo in sottofondo “ho visto anche degli zingari felici” una delle più belle long song della canzone italiana, o se preferite: uno dei più bei poemi in musica e parole.

E comincio con la più ovvia delle domande. Cosa è oggi Bologna?

“Mica è semplice, io vivo qua da sempre. L’ho sempre trovata molto viva, piena di dubbi e conflitti, sempre legata alla sinistra, un’idea di sinistra che forse era la mia, ma sarà quella giusta, va a sapere, e io ho l’impressione che stiamo qui, a Berlino, in Spagna, a Parigi, in un castello di carta che sta cadendo, o sai uno di quei giochi da bambini in legno per le costruzioni, ecco io ho l’impressione che c’abbiamo messo troppi pezzi, e che non stiano più insieme. Noi invecchiamo e il mondo invece ringiovanisce in un modo non controllabile, che magari a noi non piace. Io penso che ancora oggi Bologna cerchi di rappresentare una sorta di pensiero critico ma non sono sicuro di questo. Forse è soltanto un compromesso dignitoso”.

Ma che spazio intercorre tra gli zingari felici e il grande freddo?

“Il compromesso dignitoso qua non c’è. Certo che no. Qua c’è una parabola. Gli zingari sono la parte crescente della curva fino all’apice, poi disoccupate le strade dai sogni è la caduta, il ramo discendente (Roberto da fisico fa una vivida descrizione, geometricamente impeccabile che qui trascuriamo, ma Claudio è tutto contento, vedi che serve avere un amico non solo musicista ma anche fisico? Anche tu sei un fisico). Disoccupate le strade dai sogni è però ancora rabbiosa, è di parecchi anni fa. Il grande freddo invece è come al Luna Park quando suona il campanellino, che il giro nel tunnel dell’amore è finito e non ti resta altro che scendere. Possiamo cercare di capire, elaborare, non si tratta di andare in piazza a cantare Bella Ciao con tutto l’amore che ho per questa canzone. Per dire il rapporto che ho con la città. Quando mi hanno chiamato un 2 agosto – l’anniversario della strage alla stazione – per cantare con una orchestra classica Piazza Bella Piazza, io sono stato molto gratificato, come artista ero contento, però non ho potuto dire nemmeno una parola. Cantante, ma non cittadino se vuoi”.

Così viene il momento di parlare di musica. Dopotutto Claudio fa parte della sacra trinità dei mastri cantori bolognesi, Dalla, Guccini, Lolli che hanno segnato qualche decina d’anni di musica, con Freak Antoni a latere ma non meno importante volendo essere precisi. Quella tradizione, quella fase si è conclusa – Claudio e Roberto convergono.

“Noi, quelli che dicevi, avevamo rapporti dignitosi, ma l’amicizia è un’altra cosa”.

Ma non avete tentato insieme di esercitare una influenza culturale sulla città, che ne so come fece Roberto Roversi che coi giovani e meno giovani poeti, o scrivani di versi che dir si voglia, suoi amici mise in piedi la cooperativa Dispacci che editava dei fogli volanti in versi distribuiti un po’ ovunque?

“No, e sai perché? A differenza dei poeti, noi cantanti, musicisti e tutto il circo siamo narcisi, del tutto individualisti. Non riusciamo nemmeno a pensarla una cooperativa”.

Comunque non si può dimenticare la collaborazione tra Roversi e Dalla che ha partorito alcune canzoni tra le più belle e originali. Però, interviene Roberto, “Io nel ’74 sono entrato in contatto partecipando al collettivo autonomo dei musicisti che si riuniva al teatro S. Leonardo sotto l’egida e lo stimolo di un assessore alla cultura o comunque di qualcuno legato all’assessorato, mi pare Farinelli. E tu Claudio lì mi proponesti di suonare con te“. Allora, riprende Claudio, “eravamo molto giovani con molto futuro davanti, e libertà. Adesso mi pare che questo orticello“, e ride, “detto senza polemica sia ormai un ortus conclusus“.

Insomma Bologna non diventò la città della musica. O sbaglio?

“No, non lo diventò, ma la città lungo tutti gli anni ’70 si riempì di musica, non c’era osteria dove non si suonasse e/o cantasse, così come molti venivano a abbeverarsi sulle rive del Reno (il fiume che scorre a Bologna), per esempio De Gregori. Oggi ci sono soltanto due posti dove si può ascoltare musica, decente ma non frizza più. Hanno riaperto l’osteria delle dame, un luogo di fighetteria, un po’ come la nuova 500 che costa 16.000 euro. Poi ci sono posti con questi gruppi rumorosissimi, che non si capisce niente. Se vogliamo proprio deprimerci, (risate e no, no) abbiamo detto che la politica è finita, la sinistra è finita, possiamo dire anche che la musica è finita. La libertà si è ristretta, la città raggrinzita. Per fortuna c’è l’università”.

E si comincia a parlare dei giovani studenti, che a Bologna sono dappertutto, essendo l’università spalmata su tutta la città. Senza, Bologna sarebbe un grosso paesone, una città di provincia. Studenti che s’iscrivono per questa leggenda ormai di Bologna città accogliente. “La vera ricchezza nostra è l’accoglienza“, dice Roberto, che all’università insegna, però dopo i ragazzi vanno all’estero, quelli più impegnati, audaci, studiosi, e qua rimaniamo con un pugno di mosche in mano. Per Claudio la ricchezza di Bologna è la mescolanza, prima di tutto tra giovani e giovinette, qua l’erotismo corre, si respira, Bologna erotica e studiosa, non è una brutta accoppiata. La mixitè dicono i francesi, su cui bisogna lavorare. Si fa serio il nostro amico poeta e musico.

Noi dobbiamo dare il nostro contributo di intellettuali, e ricorda Vittorini, la fondazione del Politecnico, lo scontro polemico con Togliatti:

“Dobbiamo prendere atto della realtà e su questo lavorare. I dinosauri si sono estinti, D’Alema non è stato votato perchè si è estinto. Estinzione è una parola che amo. Ma Bologna si è estinta o è sulla via per…”

Qualcuno tira fuori Milano come via di fuga, però Milano è una città in cui non esistono i sentimenti, la prima cosa che ti chiedono non è come stai, ma cosa fai. Si potrebbe discutere per alcune altre ore, Bologna messa sottosopra, Claudio che l’ama, ogni tanto racconta uno scorcio, una qualità, un tempo passato ma il cui ricordo resta, poi però gira e rigira sempre si torna al compromesso dignitoso iniziale.

Infine siccome bisogna pur concludere questo pomeriggio, anche perchè la moglie di Claudio è tornata, e noi siamo un po’ rumorosi, forse troppo, ecco a Claudio l’ultima parola: “Bologna è la casa della poesia. E tanto basti“.

È stato un bel pomeriggio che chissà…invece nessun chissà. Dopo qualche mese, il 17 agosto, Claudio ci ha lasciati. Lo ricorderò sempre così: paradossale, guizzante come un pesce, imprendibile, un uomo di cui percepivi la bontà e il genio. Un uomo che non si è risparmiato donando a tutti noi parole e musiche per dire l’amore e la rivoluzione con naturale ironia, e tremenda dolcezza.

Claudio Lolli
Foto dalla pagina FB Claudio Lolli – La Leggenda https://www.facebook.com/Claudio.Lolli.la.leggenda
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    Bruno Giorgini
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Napoli: la città ubbidiente di De Magistris

comune di napoli

Quando dopo mezz’ora di discussione, a Luigi De Magistris chiedo di Napoli città ribelle, chè è, tra l’altro, il titolo di un suo libro, risponde a sorpresa: “Sì, ho coniato io questa definizione, ma oggi, beh oggi direi piuttosto Napoli città ubbidiente“.

Con Amalia siamo in città da un paio di giorni, per cercare nei limiti del possibile di capire, o almeno guardare, come si svolgono le dinamiche di strada, specie nella parte più popolare: i quartieri spagnoli. Uscendo da casa scendiamo in via della Pignasecca, col suo mercato dove trovi di tutto, aggirandoci nell’intrico dei vicoli. Dove la criminalità camorristica è ben visibile, ma anche molti turisti si muovono, tutti stranieri.

Il rinascimento culturale di Napoli, anch’esso ben visibile, porta infatti in città molti turisti soprattutto non italici coi relativi soldi al seguito, e là dove arriva il denaro la camorra si dispiega. Turisti che conoscono Gomorra, e non hanno paura, anzi la camorra se la vanno a cercare, nei luoghi di Gomorra, e/o dell’Amica Geniale, la quadrilogia di Elena Ferrante. Camorra che produce anche innovazione tecnologica: un microcellulare, leggerissimo, piatto, lungo pochi centimetri, intestato a ignare utenze straniere, con pochissimo metallo, perciò invisibile ai metal detector, che si può nascondere nelle suole di un paio di scarpe da tennis. Lo si trova completo di scheda per 150 euro al mercatino della Duchesca, e si dice sia stato inventato a Poggioreale da qualche detenuto di genio per le comunicazioni dei boss con l’esterno.

Quando arriviamo davanti Palazzo San Giacomo, sede del comune, il frontone già racconta di una situazione eccezionale. Campeggia infatti la scritta: “No al Debito Ingiusto. Napoli Libera“, con sotto l’arcobaleno della pace. A latere le bandiere del Comune e dell’Europa. Mi viene da pensare, chissà che effetto farebbe su Montecitorio, e se mai qualcuno potrà scriverlo. Intanto entriamo, dopo avere superato il filtro dei vigili urbani, rilassati ma attenti, e siccome siamo un filo in anticipo ci riceve e ci guida Mimmo Annunziata, capo dell’ufficio stampa.

comune di napoli

Le stanze del palazzo sono austere, il mobilio essenziale, niente a che vedere con Palazzo Marino a Milano, o con Palazzo d’Accursio a Bologna, dall’arredo spesso lussuoso se non troppo sfarzoso. D’altra parte Mimmo raccontandoci aneddoti col classico calore e entusiasmo napoletano, a un certo punto sbotta: “Perché qua non si mangia mai“, riferendosi a una bicchierata per festeggiare un evento finito bene, ma senza cena. Poi diventa più formale, “Volevo dire che siamo una amministrazione molto frugale, anche nel cibo“.

In quanto a entusiasmo, a colpo d’occhio qua intorno non manca, sono tutti contenti di lavorare col sindaco che nel frattempo arriva e cominciamo. Dai migranti e dai porti. Da dov’altro se no. Dalla presa di posizione di De Magistris per l’apertura del porto di Napoli, mentre Salvini e Toninelli ne decidevano la chiusura.

“La dichiarazione sull’apertura dei porti è stato un segnale umanitario e politico che non è rimasto privo di conseguenze. Perchè i porti chiusi non esistono. Anche in queste ore stiamo lavorando insieme a sindaci di altri porti per rendere sempre più operativa la nostra proposta, per mettere alle strette i governi. E’ anche una azione istituzionale, come abbiamo fatto creando il porto denuclearizzato, che quando la portaerei americana è venuta qua, è stato un po’ uno scandalo. Magari la prossima volta ci pensano due volte. Queste azioni possono portare concretamente all’apertura del porto per cui Guardia Costiera, Marina Militare che hanno il dovere di salvare vite umane, non è che possono scegliere, si devono muovere in questo senso. Col che ci sono poi le stupidaggini secondo cui vorremmo fare diventare Napoli un campo profughi, che nessuno vuole”.

Dai porti all’accoglienza il passo è breve. Napoli è nota per non aver mai visto episodi di violenza contro gli immigrati. Invece pochi giorni fa un giovane maliano, Konaté Bouyagui, è stato sparato da un’auto in corsa, seppure con un fucile a aria compressa. Konaté lavora come chef in un bar ristorante multietnico, che vinse tra l’altro un premio come migliore start up. Questo episodio di violenza è stato letto da alcuni come l’espressione di “una deriva neonazista” – è l’avvocato Hillary Sedu, di origine nigeriana, a parlare, il quale assiste una giovane del Camerun aggredito e picchiato con una mazza da baseball – che avanza in Campania.

Per quel poco che abbiamo potuto vedere Amalia e io, neri, bianchi, immigrati e autoctoni, continuano a convivere in città senza intolleranze eclatanti e violente. E se fossero questi episodi invece i precursori, gli inizi, di una sorta di strategia della tensione come fu negli anni settanta – certo per ora a bassa intensità? Perchè è evidente che Napoli, libertaria se non anarchica, e il suo sindaco, sono una spina nel fianco del governo, e di Salvini in particolare.

luigi de magistris

Il sindaco ribatte orgoglioso:

“Napoli non è razzista. Non lo è mai stata. Non lo sarà mai. Napoli ha anche un sindaco che si rifa ai valori dell’antifascismo, le quattro giornate, i diritti civili, le libertà, un sindaco che su questi valori schiera la città. A Napoli Salvini il 4 marzo ha preso meno del 3%, nella terza città d’Italia per numero di abitanti, una capitale del Maditerraneo. E sono per la maggior parte voti dell’estrema destra fascista che Salvini ha imbarcato”.

Traspare nel tono tutta la soddisfazione di De Magistris mentre pronuncia queste parole, e in effetti il grande trionfatore delle elezioni, il capo di fatto del governo, qua è rimasto dietro Potere al Popolo e in città non riesce a entrare. Dev’essere l’unico posto dove neppure ne senti parlare per strada, al bar, in trattoria, da nessuna parte. Rincara la dose il sindaco.

“Altro che uomo forte. Come ha detto Erri De Luca, l’uomo, la donna forte sono quelli che si mettono contro i poteri forti, non quelli come Salvini, deboli coi forti, e forti coi deboli. E mi piacerebbe che qualche giornalista o magistrato andasse a scrutare e portare alla luce i legami che Salvini ha intessuto, e con quali ambienti”.

Qua emerge a tutto tondo l’uomo che da magistrato ha indagato su mafie, logge massoniche e politica corrotta nelle terre di frontiera calabresi e campane. La sua conoscenza degli incunaboli e delle fogne che si interrano e scorrono sotto certi apparenti terreni di rigogliose fortune politiche si è forgiata in quella dura lotta. “Perché la vera questione nazionale è la questione morale, la corruzione che mina la convivenza, non la questione meridionale“: é un concetto su cui De Magistris batte e ribatte, torna più volte, e non a caso quando si discute della sinistra che fu egli è drastico. Dopo il 1984 e Berlinguer sinistra non ce ne è stata più.

Come riprendendo il filo di un ragionamento interiore il sindaco torna al punto di una possibile strategia della tensione a bassa intensità:

“Quindi sì, non si può escludere che così come noi siamo il laboratorio di un’esperienza democratica dal basso per l’attuazione dei valori costituzionali e dei diritti civili, di una resistenza che arriva a liberare i luoghi abbandonati per farli rivivere – loro dicono occupare – venga avanti dall’altra il laboratorio di un sistema centrale, del centralismo autoritario che cerca di scardinare, faranno di tutto per permearla, per usare i punti di difficoltà, creare tensione. Bisognerà stare molto attenti, un grande lavoro come questa amministrazione sa fare in connessione col suo popolo. Sì faranno di tutto”.

In questo snodo è inevitabile parlare della camorra che si esibisce in pompa magna nel controllo del territorio almeno in certi quartieri, e del suo ruolo nella battaglia politica. Sono anche qui certificati antichi rapporti tra la stessa e i servizi. Qualcuno dice di un clima pesante, qualcun altro addirittura di “svolta inedita e terribile”, e non c’è dubbio che basti passeggiare in certe vie per rendersi conto di una presenza corposa. De Magistris nega questo clima, i segnali che pur ci sono, gli sembrano meno inquietanti, anzi forse addirittura manifestazioni di debolezza (“Quando devi esibirti troppo per dire che esisti, magari non sei così sicuro di esistere“). Qui fa una affermazione al tempo stesso decisiva e impegnativa in un contesto come quello napoletano:

“Noi abbiamo definitivamente interrotto il rapporto tra camorra e politica. Il che ha tolto l’ossigeno alla camorra quella imprenditrice, quella degli affari e degli appalti. Sicuramente su certi territori c’è una presenza muscolare evidente, ma non un clima cupo. Io non lo avverto. C’è invece una esplosione culturale molto forte, talenti giovanili che si riappropriano di spazi. C’è preoccupazione semmai che ci possa essere un tentativo muscolare da parte di gruppi anche molto giovani per occupare il territorio, e/o di fenomeni estorsivi verso queste nuove esperienze. Napoli è una città piena di giovani, e ci sono cinquantamila bambini che ogni giorno vanno a scuola. Noi abbiamo lanciato la sfida più potente alla camorra: abbiamo reciso i legami con la politica e stiamo dimostrando nei territori che esiste una alternativa di lavoro, di azione, economica. Quindi la mia idea è di riempire sempre più la città, gli spazi, di persone, con attività, iniziative, economia dal basso. Oggi noi abbiamo il problema della movida notturna, ma io ricordo che otto anni fa il centro era vuoto. Non c’era nessuno. La gente stava tappata in casa per la paura”.

comune di napoli

In questa conversazione zigzagante, mentre Mimmo Annunziata mi fa gli occhiacci perchè stiamo largamente sforando il tempo concordato, trenta minuti, è arrivato il momento della politica. Ineludibile se vogliamo tentare di capire dove sta la magia di De Magistris, capace di tenere alla larga Salvini e di essere ascoltato da migliaia di giovani, di fare il sindaco senza un soldo mai svendendo neppure un grammo di patrimonio pubblico e mai mettendo sul mercato delle privatizzazioni un bene comune, di avere reso Napoli una città rifugio per i diseredati di mezza Africa e un laboratorio di incubazione per start up innovative su ogni fronte, di mantenere l’acqua pubblica nonostante le burocrazie oppressive e i trucchi sporchi dl potere centrale, di essere rivoluzionario mentre lo votano in modo trasversale cittadine/i appartenenti all’intero spettro delle classi sociali, e potrei continuare.

Perché il carisma indubbio dell’uomo, e la sua simpatia naturale non bastano a spiegare. Neppure basta la citazione di Pasolini sull’autonomia e l’indipendenza che il sindaco propone a chiosa finale. Quindi avventuriamoci in questo enigma, sperando se non di scioglierlo, almeno di enuclearne alcune nervature essenziali.
La prima tappa mi pare questa. De Magistris ha colto la ribellione endemica della città che però si disperdeva in mille rivoli, in una sorta di anarchismo individuale producendo al più un rumore di fondo caotico, e l’ha trasformata in complessità e coscienza collettiva. Ovvero ne ha tratto gli elementi positivi, mettendoli in sinergia. Che a dirlo oggi par facile, ma farlo allora è stata una impresa. Per questo adesso parla di Napoli “città ubbidiente”. Ubbidiente a cosa e a chi? “Ubbidiente ai valori e principi costituzionali, a quel giuramento di fedeltà alla Costituzione che io ho fatto tre volte, una da magistrato e due da sindaco“, la città essendo il corpo vivo che promuove, pratica e incarna i principi costituzionali. Ovviamente “in un paese come il nostro dove spesso è tutto a rovescio, chi obbedisce alla Costituzione può essere chiamato ribelle, mentre chi la viola può venire considerato normale”.

Ma se una rondine non fa primavera, può bastare una città ribelle (o ubbidiente che dir si voglia), per quanto importante come Napoli? Certamente no. Allora si può pensare a una lega delle città ribelli europee?

“Sì, e noi già ci stiamo lavorando. In particolare con Barcellona abbiamo degli ottimi rapporti, poi con altre città in Grecia, in Francia, eccetera.
Con Palermo? Orlando ha preso subito una posizione giusta sulla questione dei porti ma la politica è un’altra cosa, perchè ribelle bisogna esserlo fino in fondo. Non so quanto lui sia autonomo. Comunque una lega delle città ribelli sarebbe la base di una Costituzione Europea. Io sono stato per due anni parlamentare europeo, e non credo in un riformismo centralizzato. Per l’Europa bisogna cercare una terza via, perchè c’è l’Europa delle oligarchie e della finanza che ha figliato quella dei fascismi e dei naziolismi che sta avanzando ora.Noi dobbiamo lavorare a un’Europa dell’uguaglianza, della giustizia sociale, dei diritti civili, della solidarietà e si può partire dalle città. Per questo bisogna costruire una rete, ci vorranno almeno ancora un paio d’anni”.

E Beppe Sala, non può essere un interlocutore? Se un modello è Napoli, libertaria e ribelle, l’altro diciamo progressista è quello proposto da Milano. “L’esperienza di Beppe Sala è più tradizionale della nostra costruita dal basso, più movimentista, molto radicale. Però Napoli e Milano sicuramente anche se diverse, possono aprire in Italia un ragionamento“.

E stiamo arrivando al nocciolo perchè tutto quel che il sindaco di Napoli sta raccontando abbisogna di un’organizzazione “non un partito, preferisco chiamarlo movimento, però un’organizzazione ci vuole. Noi la stiamo mettendo in piedi” – si riferisce a DemA, la sua organizzazione. “Come ci insegna Che Guevara, noi qua siamo partigiani, non violenti per carità che già mi accusano di essere sovversivo, e gli altri hanno un esercito regolare e ci assediano. Noi qua a Napoli siamo accerchiati, ma dobbiamo contrattaccare, perchè così quanto possiamo resistere?”.

Qui De magsitris disegna una “politica dal volto umano” con relazioni empatiche tra gli individui – connessioni sentimentali – che s’immerge tra la gente, che vede sempre prima la persona. Non un nuovo tipo di militanza, piuttosto una nuova antropologia politica. Per quanto paradossale possa sembrare, è su questo terreno che De Magistris aggrega e produce organizzazione, su cui sta lavorando in una prospettiva nazionale:

“Prima facendo che parlando. Oggi ci vogliono i fatti, la realizzazione di progetti concreti. Io credo che la nostra amministrazione sia quella più a sinistra, eppure io uso pochissimo la parola sinistra, e alcuni che lavorano con noi hanno fatto cose di sinistra, senza chiamarle di sinistra. Una politica di ponti e non di muri, ponti che si diramano sul territorio. Noi siamo intatti sul piano morale, e ci nutriamo di democrazia partecipativa. Le persone lo sanno, c’hanno visto all’opera e per questo ci danno fiducia. Sanno che su una cosa non tradiremo mai: la questione morale”.

Siamo al cuore, il sindaco sente che è il momento di pronunciare quello che non è un appello ma una sorta di imperativo categorico a compimento del percorso politico che è venuto delineando in questa ora di botta e risposta. “Due sono i punti. La Rivoluzione, la rottura dell’attuale assetto. E l’affidabilità di governo”. De Magistris sa che possono anche essere sconfitti, lui e suoi compagni, sa che “siamo una roccaforte assediata”. D’altra parte gli è già capitato in magistratura quando il suo impegno è stato in qualche modo troppo rigoroso, cosicchè il sistema lo ha espulso “e non mi hanno più permesso di fare il PM”, intuendosi una grande amarezza dietro queste parole, un’amarezza che il successo in politica non ha lenito. Col che il nostro è tutto fiero quando racconta di qualcuno che gli ha detto “tu sei il sindaco dei popoli”.

Siamo alle ultime battute che battezzano Napoli città europea dal cuore africano, e disvelano i rapporti che il Comune di Napoli ha con l’altra sponda del Mediterraneo, e quando Fatou è stata eletta nel coordinamento di DemA la notizia si è sparsa anche in Africa con sua grande gioia.
Rimane la citazione di Pasolini cui De Magistris tiene molto, sull’autonomia e l’indipendenza, qualità preziose ma che possono in qualche modo abbatterti: “Da magistrato l’autonomia e l’indipendenza me l’hanno fatta pagare. In politica invece mi sono buttato tra la gente, quando ero un sindaco di strada e contro ogni previsione sono stato rieletto, perchè il potere forte cui mi sono affidato è stato il popolo“.

Lo striscione al Comune di Napoli

* in collaborazione con Amalia Tiano

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    Bruno Giorgini
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La crisi d’Europa tra caos e complessità

Bandiere dell'Europa

Poche centinaia di migranti vaganti sulla nave Aquarius alla ricerca di un porto dove attraccare nel Mediterraneo, sembrano avere portato l’Europa sull’orlo del caos, se non nel caos.

Si potrebbe pensare che questo sia dovuto al grande numero di variabili che intervengono in un sistema come l’Europa. Ma i fisici hanno scoperto non molto tempo fa che sistemi semplici, descritti da equazioni deterministe e ben definite, possono diventare a volte caotici, ovvero imprevedibili. Per esempio un pendolo doppio piano, un pendolo alla cui estremità sta attaccato un altro pendolo entrambi oscillanti su un piano, può avere soluzioni/traiettorie caotiche. Eppure le variabili che governano la dinamica sono soltanto i due angoli di oscillazione.

Il caos può insorgere poichè il sistema è molto sensibile alle condizioni iniziali. Tornando nel Mediterraneo a bordo dell’Aquarius, uno dei pendoli sono i migranti che vogliono approdare e cercano accoglienza, l’altro i nazionalisti comunque li si voglia chiamare, populisti leghisti sovranisti fascisti razzisti eccetera, che vogliono i porti chiusi e l’accoglienza azzerata. E le due forze si scontrano, i migranti e l’accoglienza da una parte, i nazionalisti e i respingimenti dall’altra.

La condizione iniziale che è cambiata si chiama Salvini, cioè un nuovo ministro degli interni nel quadro di un nuovo governo, in apparenza democratico come espressione di una maggioranza in Parlamento e elettorale nell’urna. Però la democrazia è un sistema assai sensibile alle condizioni al contorno e iniziali, talchè può accadere che la maggioranza scivoli in fretta verso situazioni ademocratiche e/o antidemocratiche, tutti ricordano che Hitler arrivando al potere con una maggioranza elettorale eruttò poi il vulcano nazista.

Se tutte le dinamiche evolutive d’Europa fossero riducibili al modello del pendolo doppio, allora il caos sarebbe la soluzione più probabile, portando con sè il panico di massa – la cosidetta equazione del panico lo prevede – e/o possibili guerre civili se non l’orribile homo homini lupus predetto da Hobbes, la violenza di tutti contro tutti.

Ma l’Europa è anche traversata da molte fratture, a cominciare dalla Brexit, la frattura ormai consumata con la Gran Bretagna, la nazione di più antica democrazia dove inventarono parecchi secoli fa il primo fondamentale diritto umano dell’individuo, l’habeas corpus. Nè si può dimenticare quando dal ’39 al ‘ 41 del secolo scorso la piccola isola resse l’urto nazista praticamente da sola. Insomma una perdita grave per l’Europa.

Altre ce ne sono di fratture. Quella tra paesi del sud e del nord, mediterranei e continentali, tra paesi debitori e paesi creditori, cui Draghi ha tentato di mettere riparo con il quantitative easing, quella tra centro e periferie/hinterland delle città, quella emersa recentemente tra elites e popolo, nel popolo tra poveri e ricchi, tra esclusi dal benessere e inclusi, quella tra il gruppo di paesi di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia) e il resto dei componenti dell’UE, tra il club dei 19 appartenenti all’eurozona, e gli altri (9), quella tra il cosidetto asse, Berlino, Vienna, Roma (già la parola “asse” mette i brividi) per regolare e risolvere la questione “migranti” con i respingimenti e i campi di concentramento, quella tra la CDU di Merkel e la CSU bavarese che rischia di spezzare il governo tedesco, e potrei continuare con gli indipendentisti catalani e parecchio altro. Col che ci si può chiedere quando, e se, queste innumerevoli fratture potranno allargarsi fino alla catastrofe della costruzione europea.

Per capirlo volgiamoci ancora alla fisica, per cui in alcuni casi, per esempio lo srotolamento di un rotolo di scotch che si sviluppa attraverso una serie di fratture (stick-slip), si costituisce un sistema complesso, e più precisamente un sistema critico auto-organizzato. Dove complesso significa a alta variabilità. Pensiamo a un insieme di esseri umani tutti diversi, e insieme tutti definibili come “umani”. Inoltre i grandi sistemi interattivi evolvono continuamente verso uno stato critico, ovvero dove una piccola perturbazione può comportare effetti catastrofici (la classica farfalla che battendo le ali in Brasile provoca un uragano in Texas). Epperò nel sistema emergono anche strutture auto-organizzate, diciamo configurazioni collettive coerenti e armoniche, un ordine nuovo e una nuova complessità, che opponendosi alle soluzioni catastrofiche, possono riuscire a prevenirle.

Qui sta la necessità della politica, polis più ethica cioè ethica della convivenza civile, talchè il sistema sia resiliente rispetto agli stati critici, e accogliente rispetto alle strutture auto-organizzate emergenti. In linguaggio politico questo significa, credo, organizzarsi in un movimento per la Costituzione Europea che stabilisca i termini del patto su cui si reggono l’identità dei cittadini, cosa vuol dire essere cittadini europei, e la convivenza tra loro. Inoltre l’Europa è un sistema di differenze che vanno valorizzate e non schiacciate, tantomeno cancellate, essendo in larga misura la società europea già multietnica e multiculturale. Specie negli agglomerati urbani.

Le grandi città cosmopolite, ma anche più largamente la cosmopolis globale che ormai permea tutta Europa, nonchè il pianeta intero. In questo senso sono significative le parole dei sindaci di Napoli, e Palermo, in un primo tempo anche Livorno, che hanno dichiarato il rifiuto della chiusura dei loro porti decretata dal governo centrale. Ecco un articolo della possibile Costituzione Europea: i porti sono per definizione sempre aperti, l’unica chiusura eventuale verificandosi in tempo di guerra. Ogni decisione in merito va presa di concerto tra il governo e i sindaci direttamente interessati. Se dovessi oggi lanciare uno slogan direi quindi: viva la Comune Europea.

P.S.: Chi volesse saperne di più sul versante della fisica può leggere il bellissimo libro di Per Bak “How Nature Works”, nelle cui pagine incontrerà anche Karl Marx. Il libro è accessibile pure a chi non abbia una ampia conoscenza matematica.

Bandiere dell'Europa

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    Bruno Giorgini
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L’opposizione al governo Salvini: fare che

Matteo Salvini

La chiusura dei porti alle navi che portano i migranti salvati dal mare, imposta da Salvini e Toninelli, è un atto che di fatto dichiara uno stato di guerra contro una categoria di persone, ampia e variegata. I migranti e profughi vengono considerati fuorilegge e nemici in quanto tali, per il loro statuto sociale senza avere commesso alcun reato ne portato alcuna offesa al popolo e allo stato italiano.

Sono i capri espiatori di un governo e di una parte della società e del popolo – in particolare gli elettori della Lega, ma non solo – in funzione di una politica autoritaria destinata inevitabilmente a estendersi alla società intera. Salvini è il ferro di lancia mentre Toninelli – il ministro delle infrastrutture e perciò delegato alla gestione dei porti – è il coadiuvante e succube.

Questa coppia porta alla luce il patto che sottende il contratto (sic) di governo, il cuore di tenebra di questo governo, con Toninelli al solito così tronfio e imperativo, che corre scodinzolando appresso al capo della Lega e capo politico delle forze di polizia e di sicurezza interna. A questo proposito è la prima volta, se non sbaglio, che un segretario di partito al governo assume anche la carica di ministro degli interni – le minuscole sono d’obbligo.

Dalla Liberazione in poi si è sempre evitata – salvo alcuni ad interim assunti dal Presidente del Consiglio – questa sovrapposizione di cariche, capo di partito e capo politico della forza armata interna dello stato, per non dare la sensazione e percezione che un singolo cumulasse da solo un potere di fatto politico-militare, rieccheggiando uno sgradevole passato dittatoriale e fascista. Ma tant’è, Salvini non a caso arriva al potere dopo una pluriennale martellante campagna “contro l’invasione dei migranti”, e l’invasione è un atto di guerra cui bisogna rispondere contrattaccando, per di più con il sospetto sbandierato come una certezza di infiltrazioni terroristiche.

Altro che accoglienza! Detenzione preventiva di lunga durata, respingimenti massivi, rimpatri forzati, chiusura dei porti, rastrellamenti di rom e sinti (per ora), e quant’altro l’arsenale fascistoide e similrazzista leghista e dei suoi alleati –casa pound forza nuova eccetera -riuscirà a mettere in campo. Mentre in virtù dell’osceno scambio tra diritti umani e diritti sociali messo in atto dal ruspante Salvini e dall’azzimato Di Maio in nome del potere, il m5s che più minuscolo di così non si può, tace e acconsente.

E quando il sindaco di Livorno m5s Nogarin dice con voce flebile che lui sarebbe favorevole all’apertura del porto, il suo post rimane visibile per poco, venendo ritirato in un batter d’occhio in nome del governo. Però già prima il sindaco di Palermo Orlando e quello di Napoli De Magistris avevano manifestato una simile intenzione. E qui insorge il primo dato di una possibile concreta opposizione: la resistenza delle città.

Napoli, Milano, Palermo e forse Bologna e Torino, chissà Roma, sono solo alcune di quelle che potrebbero ribellarsi ai diktat di Salvini, un po’ come le città USA che si ribellano agli atti esecutivi di Trump contro gli immigrati e/o negazionisti rispetto all’effetto serra. Lì esiste un reticolo di associazioni politico culturali, di centri sociali, di movimenti, di volontari civili nei più vari campi cui sta a cuore la convivenza civile e che pratica la cultura dell’incontro, del dialogo e dell’inclusione.

È un pezzo dell’Italia progressista che potrà/dovrà organizzarsi per non essere annichilita dalla ruspa leghista e dalla grillina codardia nutrita di ansia e ambizione per il potere. Non sarà facile perchè l’avversario è oggi potente e determinato, furbo e senza scrupoli, mimetico e radicato in interi segmenti sociali, proletari non pochi e sfruttati compresi. E credo pure che sarà lunga.

Il governo, nonostante la difforme nascita e storia delle due forze che lo animano, è riuscito a trovare un baricentro abbastanza elastico e ben definito da non temere le scosse. Chi spera in un ravvedimento del M5S, o di una sua dialettica interna vivace e progressiva in grado di contrastare lo sprofondo reazionario e autoritario di Salvini, in nome di qualche no tav che vi è approdato o dei due milioni di voti provenienti da sinistra che si porta in pancia, prende lucciole per lanterne. Nel dibattito sulla fiducia ho ascoltato con attenzione il discorso di Paola Taverna, la quale ha esaltato la politica sociale che, in nome del contratto, il governo del cambiamento avrebbe praticato, senza una parola, dico una, sulla questione dei migranti, guarda caso.

Il cuore di tenebra dell’accordo tra Salvini e Di Maio tiene insieme l’ottuso Toninelli strutturalmente di destra e la brillante Taverna che si pensa di sinistra. Quando a Bologna Dora Palumbo esce in consiglio comunale dal M5S, dicendo papale papale “Salvini semina odio e noi ci siamo svenduti”, cioè una verità del tutto evidente, nessun dirigente si scompone, nessun militante nemmeno chiede lumi.

Dora Palumbo è una voce nel deserto che finisce nel gruppo misto. La verità sarà anche rivoluzionaria come diceva Gramsci, ma tra i grillini non ha corso. È l’ambizione di potere che li anima e tiene insieme, nient’altro. O meglio: il resto è fuffa. A dirla tutta il meglio è ancora Beppe Grillo, che però forse grillino non è più.

Ma torniamo all’opposizione, che non sarà per niente facile, in specie sulla questione dei migranti. Ci vorranno coraggio fino alla disobbedienza civile nel quadro di una rigorosa non violenza con fantasia, chiarezza politica, tessuti di solidarietà ampi e articolati, senza preclusioni settarie. Per esempio la chiesa di Bergoglio, le sue parrocchie tanto quanto le sue propaggini sociali come la Caritas, deve interamente essere chiamata a partecipare di questo processo per l’accoglienza dei migranti in una miscellanea di associazioni e iniziative laiche e cristiane. Nè si tratta soltanto di una questione pratica.

Il nodo delle grandi migrazioni che attanaglia tutte le società europee, e non solo, e che potrebbe strangolarle, non può essere tagliato con la spada, perchè anzi i nodi si moltiplicano in migrazioni dovute a guerre, migrazioni economiche, sociali, politiche, ideologico religiose, migrazioni climatiche e chi più ne ha più ne metta, dove popoli fino a ieri separati geograficamente e culturalmente, oggi letteralmente si sovrappongono dando origine a nuove inedite collettività e relazioni sociali. Insomma le grandi migrazioni modellano e propongono una vera e propria rivoluzione antropologica. Anzi più precisamente le grandi migrazioni producono una dinamica di rivoluzioni antropologiche che s’intrecciano a formare una nuova umanità. Insomma è questione di lungo periodo e di strenua battaglia per mantenere fermi e attivi i principi di eguaglianza e l’ethica della convivenza civile.

Il primo fronte dell’opposizione sta qui, e è decisivo per l’intera società europea. Per la sua democrazia, per le sue libertà, per i diritti individuali e collettivi, tutti: umani, civili, sociali, politici. Per l’eguaglianza. Dicendola in altri termini: bisogna rimettere in circolo l’idea e il progetto di una società europea democratica e egualitaria, multietnica e multiculturale. Nell’opposizione più strenua a Salvini e al suo governo.

Matteo Salvini
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Il cuore di tenebra del governo Salvini

Matteo Salvini

Per l’intanto bisogna sapere che se l’Italia non avesse partecipato ai tavoli della UE (Unione Europea), il caos delle ultime settimane sarebbe potuto scivolare sul piano inclinato della guerra civile con gli annunci di raduni romani nel giorno del 2 Giugno per dare l’assalto al Colle. Poi alla pace civile, peraltro precaria, ha anche contribuito il fatto che, come accade spesso da noi, la situazione può essere disperata ma non seria (Ennio Flaiano), la possibile tragedia ha trasmutato in farsa.

Così il leader del più votato partito italiano – il M5S – in un pugno d’ore passa dalla richiesta roboante, tronfia e minacciosa di messa in stato d’accusa del Capo dello Stato per alto tradimento, a andare a prendere un caffè al Quirinale, diventando ministro, anzi vicepremier senza inspiegabilmente essere invece incriminato per vilipendio del Presidente. E nasce il governo Lega-5 Stelle, sotto l’alto patrocinio di Mattarella, che forse memore di Moro ha lavorato alle convergenze parallele tra chi proponeva la flat tax e chi il reddito di cittadinanza, come dire il diavolo e l’acqua santa.

Mattarella, armato di presunzione e pazienza democristiana, ha forse cercato di ammansire il barbaro padano Salvini mettendolo a bagnomaria in salsa Di Maio, il bravo ragazzo con la mamma al seguito, ma il gioco non è riuscito, con Salvini risultato a tutti gli effetti il dominus della scacchiera. Perché il Presidente non abbia scelto la semplice e lineare strada di affidare l’incarico prima al leader della coalizione di centrodestra con maggioranza relativa che sarebbe andato a cercarsi i voti in Parlamento, e magari dopo, in caso di fallimento per Salvini, al capo politico del primo partito il M5S, senza né benedire e neppure maledire eventuali alleanze, non saprei dire.

Certo questa strada avrebbe reso il dibattito più trasparente, e soprattutto collocato nella sede istituzionale propria, cioè il Parlamento recentemente eletto, spazio pubblico per eccellenza. Dibattito che invece è avvenuto tra una oligarchia di cosiddetti esperti scelti dai leader nelle segrete stanze di un potere che ancor prima di costituirsi in governo, si nascondeva alla, e dalla, pubblica opinione, salvo quando il “contratto di governo” fu infine redatto, adire alla buffonata dei gazebo leghisti e dei click grillini per approvarlo.

Una prassi che a occhio e croce mi pare essere contraria allo spirito, se non alla lettera, della Costituzione. Con un profumo simil mafioso alla “cosa nostra”, e/o piduista massonica. Ora il governo c’è con personaggi dichiaratamente reazionari sui diritti e le libertà civili, molti nazional nazionalisti, e qualcuno fiduciario dell’alta finanza come il ministro dell’economia, da ultimo altri che non è dato sapere cosa pensino su quasi nulla. Ma poco importa, così come è futile sfogliare il contratto contando le righe parafasciste e quelle più decenti, alcune quasi democratiche perchè c’è un vero e proprio cuore di tenebra che sottende l’intero impianto politico programmatico: vengono completamente oscurati e abbattuti i diritti umani nonché negata l’uguaglianza tra tutti gli esseri umani di qualunque nazionalità, religione, ideologia, colore della pelle in cambio di un supposto rilancio dei diritti economico sociali per i cittadini italiani doc.

É questo l’osceno scellerato mercato su cui si fonda l’alleanza M5S e Lega. Qualcosa del genere fa già CasaPound, non a caso fonte ispiratrice di Salvini, nelle borgate più disagiate e povere della periferia romana con un buon successo. Lo stesso Salvini, oggi ministro di polizia, lo dice sempre più esplicitamente in pubblico e in privato, attrezzando per di più la Lega a farlo direttamente, a essere cioè il braccio politico propagandistico del ministro. Cominciando dalla caccia ai migranti poi inevitabilmente estendendo l’ordine poliziesco, se non concentrazionario, all’intero corpo sociale contro il dissenso.

E i fan dei 5S, soprattutto quei bischeri che li hanno votati stando a sinistra, non possono dire che Di Maio farà la voce grossa per difendere i diritti umani dei migranti o il diritto di azione politica dei centri sociali. Primo perchè Salvini Di Maio se lo mangia a colazione, secondo perchè proprio i grillini hanno impedito che si approvasse lo ius soli, nonché hanno scatenato una campagna diffamatoria e vergognosa contro le ONG che salvavano i profughi in mare.

Questo cuore di tenebra tiene insieme grillini e leghisti, e rischia di portarci tutti in un tunnel illiberale e antidemocratico di stampo ungherese, con la violazione di diritti elementari civili e politici. A questo punto ciascuno di noi deve chiedersi che fare, come ci si può opporre, e ne parleremo. Per ora mi limito a segnalare l’invito di Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna, a intonare in occasione della festa del 2 giugno il Te Deum – il più solenne inno dei cristiani – e a pregare in difesa della Repubblica, per la democrazia, contro il fascismo. Una iniziativa tanto inusuale quanto accorata, a dire la gravità della situazione.

Matteo Salvini
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Checkpoint a Venezia

Veduta di Venezia

Premessa. Discutiamo ora dell’iniziativa del sindaco di Venezia per far fronte al turismo di massa introducendo dei tornelli e sbarramenti per l’accesso in città storica. Quindi in “Venezia città libera e aperta” cercheremo di dare conto dei più recenti studi sul tema che possono configurare una governance dei flussi in grado di coniugare scienza e democrazia.

Per Aristotele il movimento è per gli umani l’essenza della libertà. Inoltre la città è un sistema di differenze. In termini delle città moderne dobbiamo aggiungere: un sistema aperto. Soltanto i sistemi aperti ci racconta la fisica, sono creativi di nuove dinamiche, ovvero di nuove relazioni, strutture, geometrie: in ultima analisi produttivi di nuove forme di vita associata e individuale.

Parlando di città questo significa dire che una città chiusa trasmuta più o meno rapidamente in una città morta. Non a caso quando in tempi per fortuna lontani, ma non lontanissimi, una città veniva messa in quarantena perchè investita dalla peste, o altra epidemia, accadeva che le sue forme di vita si riducessero man mano all’osso, anche per gli individui sani, diventando esili come fili di fumo fino a spegnersi – e se qualcuno ne vuole leggere una descrizione magistrale sfogli la Peste di Camus.

Ora si parva licet componere magnis, il sindaco di Venezia ha deciso di installare tornelli di sbarramento all’accesso libero nella città storica, per far fronte ai flussi turistici certamente ingenti. Se ho ben capito, non sarebbe una chiusura totale ma una sorta di ponte levatoio medievale che si alza e si abbassa a seconda delle persone – servi della gleba che meno sono e meglio è, aristocratici bene accetti, preti e frati benedetti ecc..- che si avviano a entrare le quali devono presentare i documenti d’identità e quant’altro come ai checkpoint, o meno polemicamente qualcosa come le chiuse che regolano i flussi nei corsi d’acqua. Soltanto che i componenti elementari del flusso non sono molecole d’acqua ma cittadini portatori di diritti e dotati di libero arbitrio nonchè di pensiero, per cui le regole dell’idrodinamica non valgono.

D’altra parte la modellazione idrodinamica dei flussi pedonali si è mostrata nel corso del tempo completamente inappropriata, specie nelle situazioni altamente dinamiche, per la descrizione degli stessi, quando non del tutto fallimentare. Dicendola in altro modo: se i tornelli alle porte di Venezia feriscono certamente la democrazia dei diritti e dell’uguaglianza, se violano la libertà dei singoli di accedere alla città, è altrettanto vero che non sono congruenti con i più recenti studi sulle dinamiche pedonali e di folla. Anzi mi pare che vadano proprio a rovescio.

Facendosi oggi un gran parlare di smart cities, città intelligenti, con il posizionamento dei tornelli Venezia viene definita e qualificata dal suo sindaco come “idiot city”, la città dell’idiozia, il che non è bello, in specie perchè “l’unica cosa che potrebbe superare questa città d’acqua sarebbe una città costruita nell’aria” (Brodskij).

A questo punto corre l’obbligo di mettere i piedi nel piatto del turismo, delle sue possibili conseguenze e impatti, discutendo se e come può esistere una governance “smart”- intelligente – per parlare in gergo – in una prospettiva di armonia con i cittadini residenti.

Intanto una questione linguistica. Si sente parlare di “invasione” dei turisti, evocando folle sconfinate di barbari che ti tolgono lo spazio vitale. Una “invasione” contraddetta almeno dai numeri. Negli anni ’50 del secolo scorso la popolazione residente è arrivata a oltre 170.000 unità, e nessuno si sentiva assediato. Oggi siamo attorno ai 50.000 cittadini residenti, e anche ammettendo che giungano in città 100.000 foresti al giorno, ebbene dal punto di vista quantitativo c’è largamente spazio per tutti. Come poi lo si occupa è tutta un’altra storia.

Una volta sbarazzato il campo dallo spettro dell’invasione, va innanzitutto presa una decisione. Se si considera Venezia un museo a cielo aperto, ebbene allora si mettano le grate in ingresso, si faccia pagare un biglietto…e si evacuino i cittadini residenti, oppure li si paghi come esponenti del folclore locale, fino all’estinzione. Se invece Venezia è, e ha da essere, una città, il discorso cambia completamente.

Ripetiamolo: una città non può chiudere i cancelli, se no diventa un ghetto. Una città dev’essere aperta e libera.

Veduta di Venezia

Qui la seconda parte: Venezia città libera e aperta.

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    Bruno Giorgini
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Venezia città libera e aperta

Veduta della città di Venezia

Il turismo ha ormai una dimensione globale e di massa irriducibile. In specie a Venezia, luogo dell’immaginario desiderante più o meno per almeno metà della popolazione mondiale. Ma cos’è il turismo? Alcuni parlano di “industria del turismo”, il che immediatamente rimanda al profitto come criterio fondamentale, se non unico, e così facendo si fa presto ad arrivare per un verso alle grandi navi che assillano Venezia e inquinano la laguna, e per l’altro ai tornelli che selezionano i visitatori degni d’accesso per censo e classe sociale. Nonchè si produce la concentrazione dei turisti lungo certi prefissati percorsi in base al marketing e agli interessi delle varie corporazioni, creando inevitabilmente fenomeni di folla che s’agglutina, oltre i limiti se non di vivibilità, certamente di agio.

Per non dire dei prezzi spesso, se non sempre, esorbitanti rispetto a una qualità scadente sia dei servizi di ristorazione che di vendita e shopping. Si tratta invece di un fenomeno complesso e multiforme che in una città come Venezia assume certamente un rilievo economico ma pure sociale, politico e antropologico di prima grandezza.

In particolare l’impatto di folle crescenti di turisti multietnici, multiculturali e a largo spettro sociale nonché economico – dai ricchissimi alle persone a reddito modesto, dagli europei agli asiatici, passando per l’Africa e le Americhe, ecc..- può perturbare il delicato equilibrio ecologico tra natura – la laguna e le acque – e costruzione storico artistica, mettendone a rischio la bellezza. Inoltre i flussi turistici laddove sono eccessivi rischiano di rendere problematica la relazione tra cittadini veneziani e “foresti”- i visitatori che vengono da fuori – con conseguenti tensioni e linee di frattura tra diverse categorie, diverse opinioni e diverse ipotesi di soluzione/i.

Un intrico di cui si discute molto, spesso senza avere un quadro sufficientemente preciso della situazione, per cui incombe sempre il pericolo di posizioni preconcette e/o ideologiche, oppure fondate solo su interessi particolari dell’una o dell’altra categoria. Quando invece importante sarebbe costruire una razionalità condivisa tra tutti gli attori in gioco: i cittadini residenti, gli operatori turistici, le istituzioni rappresentative, le entità economiche che operano sul territorio, le associazioni di categoria e professionali, i cittadini turisti, le aziende di trasporto, ecc.. sviluppando opportuni strumenti di governance condivisa e partecipata.

La questione non è che ogni cittadino veneziano diventi imprenditore di se stesso, per esempio moltiplicando i B&B, ma che i residenti prendano per mano i turisti, ne diventino le guide, assumendoli non come polli da spennare ma come cittadini di Venezia seppure provvisori. Si può dire così: Venezia è un bene comune dell’umanità intera, e ogni umano che la visita – poco importa per quanto tempo e con quanti soldi da spendere – va reso responsabile della sua vivibilità e salvaguardia, della sua convivenza civile e armonia.

Base prima di un progetto siffatto è una descrizione comune dello stato dell’arte. Il Laboratorio di Fisica della Città di Bologna in collaborazione con altre entità accademiche e imprenditoriali, ha disegnato una mappa della mobilità pedonale e di servizio pubblico – i vaporetti – in occasione della festa del Redentore nel 2017, in grado di fornire sia lo stato di affollamento che la dinamica di flusso nelle varie ore della giornata. È la prima volta che si dispone di un risultato ragionevolmente preciso sulla dinamica di folla durante una giornata ad alta densità turistica praticamente misurata quasi minuto per minuto.

Uno degli strumenti principali con cui è stata monitorata la mobilità sono i telefonini, che si muovono con l’utente in cammino per Venezia, grazie alle nuove tecnologie messe a punto da TIM, con una precisione nella localizzazione del pedone di circa dieci – venti metri. Ora senza entrare nel merito scientifico specifico, questa tecnologia permette di ripartire la globalità dei presenti in movimento tra le diverse tipologie di utenti, per esempio i cittadini italiani e quelli stranieri, i residenti e i pendolari, ecc.. e a seconda del luogo di ingresso e del mezzo di trasporto utilizzato. Diamo una percezione dei risultati con l’immagine qui sotto che descrive la mobilità pedonale.

Mappa di Venezia

Se poi guardiamo – qui sotto – la densità dei percorsi sulla rete stradale, con la scala del colore che va dal giallo (strade e calli poco utilizzate) al rosso, molto piene, vediamo chiaramente che molte aree di Venezia sono poco se non pochissimo frequentate.

Mappa di Venezia

Quindi questo tipo di misure permette di avere un quadro preciso delle aree della città più o meno occupate dalla folla in movimento nel corso dell’evento ora per ora. Al di là dell’effetto visivo, le figure sono numeri ovvero è possibile estrarre la quantità di persone coinvolte passo a passo. In altri termini abbiamo una rappresentazione “vera”, cioè misurabile, della città pedonale durante un evento molto attrattivo di persone, e a grande valenza turistica.

Il sistema è applicabile a qualunque grande evento, il Carnevale per dirne uno, e anche a ogni giorno dell’anno. Per di più è in grado di predire, date le condizioni iniziali, l’evoluzione dello stato dinamico e di folla, almeno in senso statistico E quindi può costituire la base oggettiva per definire una policy efficace in relazione ai flussi e affollamenti turistici, sia in materia di sicurezza che di fluidità. Ovvero il sistema può diventare l’asse portante di una E–Governance al tempo stesso efficace e democratica, senza alcun bisogno di tornelli e/o sbarramenti (checkpoint).

Infine va sottolineato come un sistema siffatto non esista allo stato attuale in nessuna grande città del mondo, per cui Venezia sarebbe non solo una incubatrice di bellezza che non ha eguali al mondo – il che già è – ma anche diventerebbe il prototipo di un sistema di osservazione e governo delle dinamiche urbane di folla a basso consumo di energia basato sull’informazione e comunicazione – ovvero un sistema sostenibile – fondato sul consenso e la partecipazione degli attori sociali, e insieme rispettoso della privacy degli individui.

Si tratterebbe di una infrastruttura immateriale col pregio della leggerezza nonchè di un costo, rispetto alle infrastrutture materiali, molto contenuto. Perchè non si metta in cantiere, invece dei ridicoli, brutti e oppressivi tornelli, francamente è difficile dire. Sia pregiudizio, ideologia, timore di ledere interessi corporativi stratificati negli anni, oppure semplice stupidità, certo è che, a meno di non blindare la città ben oltre i tornelli facendone un incrocio tra un ghetto e un museo a cielo aperto, cioè comunque un cimitero urbano, col turismo globale Venezia e i veneziani dovranno fare i conti. Infine Venezia è bellissima, ma non può prostituire la sua bellezza oltre un certo limite pena l’involgarimento.

Vanno pensate politiche di ripopolamento e di innovazione, di produzione artigianale sia hightech che tradizionale, di luogo dove scorrano oltre l’acqua anche il pensiero e la cultura, l’arte e l’artscience di cui potrebbe essere capitale mondiale, di valorizzazione della intera laguna e delle sue isole. Dove possa nascere un istituto internazionale e scuola superiore per una ecologia integrale. In fine una citazione di Braudel.

Far rappresentare nei teatri opere venute da ogni parte, far durare più a lungo la mostra del cinema e rendere disponibili le opere presentate nelle sale cinematografiche dell’intera città per tutto l’anno. E, con un pizzico di complicità del governo di Roma, non si potrebbe lasciarle un po’ più di libertà? Farne, che ne so, un porto franco? Fare in modo che ogni Stato vi tenga una propria ambasciata? Una cosa da matti? Chissà. Venezia città libera e aperta. Può essere.

Veduta della città di Venezia

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    Bruno Giorgini
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Ascoltando Bob Dylan a Genova

Bob Dylan

Canta Bob Dylan all’RDS Stadium di Genova strapieno la sera del 25 Aprile: “Non sono pentito di nulla, sono felice di aver lottato, vorrei solo che avessimo vinto..”.

Quando dopo un’ora e cinquanta minuti di canzoni e ballate ininterrotte finisce e la Band abbandona il palco, usciamo sapendo di avere assistito a un concerto di resistenza umana eccezionale, non solo io ma mi pare più o meno tutti/e. È un pubblico solidale, ci si riconosce a colpo. Se qualcuno cerca la sinistra quasi ovunque introvabile, qui la incontra senza bisogno di slogan, pugni chiusi, tessere e distintivi.

Basta osservare come le persone si muovono, solidali l’una con l’altra pur senza conoscersi formalmente, in un afflato di empatia che attraversa il corpo collettivo dei presenti. Per chi c’era: qualcosa che mi ha ricordato, seppure in un contesto assai meno drammatico, il concerto intensissimo in omaggio a Demetrio Stratos tenutosi il 14 giugno 1979 a Milano – Demetrio era deceduto il giorno prima. E chi non c’era può leggersi il magistrale testo poetico di Nanni Balestrini Black Out.

Ma torniamo a Genova il 25 aprile 2018. Si comincia a mezza mattina con una visita alla sede dell’ANPI di Nervi in piena festa. Ballano, ridono, scherzano guardando il mare, preparano il buffet per il pranzo, la sede è a picco sulle onde con un’ampio spazio all’aperto. I baldi giovanotti e le combattive signore dell’ANPI di Nervi hanno non molti mesi fa contestato in modo robusto una iniziativa di CasaPound, che infatti è per ora scomparsa dalla circolazione, conquistandosi una fama cittadina e molte simpatie ben oltre i confini istituzionali dell’associazione.

Quando giungono le notizie dei fischi al sindaco di centrodestra Bucci in Piazza Matteotti durante la manifestazione ufficiale nessuno si strappa i capelli o ci bada più di tanto. Son cose della politica sembrano dire, estranee al loro antifascismo, per alcuni ben radicato nel tempo, almeno da quel 25 Aprile quando i soldati tedeschi, circa seimila, si arresero ai partigiani insorti. Questo conta, questa è la memoria altro che le stentate parole di Bucci, che per altro chissà cosa ha detto o voleva che qui non lo ha ascoltato nessuno.

E viene il momento di avviarsi al concerto. Non c’è nulla. Non un maxischermo, non un orpello, non una ouverture per ingannare l’attesa, niente di niente se non scomodissimi sedili dove accalcarsi, ma senza un filo di tensione o uno sgarbo vuoi pure minuscolo. Quando al buio la Band entra con Dylan buon ultimo, puntuali alle nove come orologi svizzeri, scattano gli applausi e insieme esplode la musica, si alzano le luci, si intravede Bob al pianoforte con la voce magica e densa che si innesta, trasfondendosi e permeando l’intero spazio, il concerto comincia, lasciandoci tutti ammutoliti per l’emozione.

A volte la musica guida la voce, a volte è il viceversa, altre volte sembrano andare la musica in un verso la voce in un altro, capita che il suono diventi purissimo per venire “sporcato” un istante dopo da una intromissione trasversale, la voce tanto esile fino all’inudibile che riemerge come dopo un’apnea prolungata in un grido di gioia, funziona tutto e il suo contrario, l’essenziale che diventa barocco, il barocco trasmutando in neoclassico, per prorompere nel romantico, e quando credi che stia sdilinquendosi nel sentimentalismo, una raffica di suoni secchi come fucilate ti riportano alla durezza del vivere. E le parole che fatichi ad afferrare compiutamente, le capisci lo stesso perchè si intridono con la musica e con le modulazioni della voce in un unico impasto che è materia sensibile nuova, materia che prima del concerto, la gran macchina che la crea e produce, non esisteva e dopo rimane in te nel senso di una accresciuta, più larga e profonda percezione del mondo, quasi la scoperta di una nuova dimensione spaziotemporale.

Però di un paio di testi voglio dar conto, non so se rappresentativi o se soltanto hanno colpito me. Uno fulminante: “Se la Bibbia dice il vero il mondo sta per esplodere, io sto cercando di fuggire il più lontano possibile da me stesso…”. Parole che risuonano enigmatiche e insieme dense di significati come quelle degli antichi sapienti. Oppure in Duquesne Whistle: “Un fischio che soffia come stesse andando a spazzare via il mondo…” e cosa rimane, soltanto l’amore “sei l’unica cosa che mi è rimasta, sei come una bomba a orologeria nel mio cuore…”, e sette anni fa a Duquesne, nel Midwest un tornado spazzò sul serio via persone, speranze, case, vite, l’amore diventando nella realtà una bomba a orologeria piantata nel cuore. Laddove la Bibbia si intreccia così col cambiamento climatico. Col che diventa quasi imperativa la lettura di “Dylan Lyrics” Feltrinelli, radendo al suolo ogni polemica sul Premio Nobel che gli è stato assegnato, dimostrando anche quanto Bob fu un un visionario preveggente quando scelse Dylan come nome d’arte, con riferimento a Dylan Thomas grande grande poeta. In fine.

Certamente sono uscito dal concerto incazzato nero per come va il mondo ma anche pieno di allegria, e convinto che se pure una risata non li seppellirà, però valga la gioia di farla questa famosa risata. E comunque finché c’è Dylan c’è speranza.

Bob Dylan

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Macron liberista europeo coloniale

Emmanuel Macron

Macron impazza in giro per il mondo telefonando a Trump per l’intervento militare in Siria mentre attiva e lancia la sua quota di missili assieme alla Gran Bretagna, alla TV francese in una torrenziale intervista dove trascorre con leggerezza dalla laicità all’islam, dai pensionati agli alti dirigenti pubblici, dai ricchi ai poveri, dagli squatters ai sindacati ecc… nessun argomento dello scibile politico sembra sfuggirgli, per poi arrivare di corsa al Parlamento di Strasburgo mettendo in allarme che in Europa “sta emergendo una sorta di guerra civile” e rischiamo di essere “sonnambuli” come furono le genti, e i governi, prima della Grande Guerra, insomma o si fa l’Europa o si muore. Il che probabilmente è vero.

Però chissà se il modo migliore di fare l’Europa è schierare missili e bombardieri contro la Siria, mentre la Germania dice che non se ne parla nemmeno di un suo intervento attivo, seguita da Italia e Spagna, per dire i maggiori paesi.

Così come la politica francese contro i migranti – che spesso degrada in violazione dei diritti umani più elementari come quello a partorire – non è proprio un bel biglietto da visita per una politica di collaborazione e inclusiva verso i popoli rivieraschi del Nord Africa, Algeria, Tunisia, Marocco, Libia. Intanto nella madrepatria molti concittadini di Macron sono in rivolta contro le riforme cosiddette proposte dal Presidente.

In rapido incompleto elenco sono in sciopero gli impiegati del settore pubblico, i lavoratori del metrò, i ferrovieri, i lavoratori di Air France, quelli di Carrefour, gli elettrici e gli operai del gas, quindici università sono occupate, e moltissimi licei, talchè se volete andare a Parigi, beh non vi sarà facile. Così come non è facile per Macron tenere insieme l’agognata Grandeur, la maiuscola ci vuole tutta, sullo scacchiere internazionale con l’asse franco tedesco come architrave della UE, per non dire della frattura sociale in atto che potrebbe allargarsi.

Ma al di là delle contingenze, sullo sfondo si intendono gli stridii della intera cultura macroniana, così come egli è venuto definendola perchè la sua impostazione liberista non è proprio congruente con la spinta a una politica similcoloniale in Africa, né tantomeno una politica di propulsione della collaborazione e unificazione europea va d’accordo coi colpi di cannone sparati in Medio Oriente. Il fatto è che l’arte di Macron, fondata sull’abilità a parlare con tutti, quando le parole esauriscono la loro potenza, trasformandosi in retorica nel migliore dei casi in chiacchiere vacue nel peggiore, si trova sguarnita se non spuntata. Laddove contano i fatti, la manipolazione verbale lascia il tempo che trova.

E non basta agitare lo spettro della Grande Guerra alle porte in lieta compagnia con la “guerra civile”, per cambiare i dati dei problemi politico sociali che stringono la Francia, e il suo Presidente. La questione è che la Francia, così come l’intera Europa, si trova a affrontare scelte dirimenti e per certi versi drammatiche.

Tra democrazia e oligarchia, tra accoglienza e esclusione, tra eguaglianza e sopraffazione, tra competizione e cooperazione, tra diritti sociali per tutti – casa, istruzione, salute, pensione – e profitti stratosferici per la finanza, tra il dominio dei mercati- i mercanti – e il potere al popolo, tra bellezza e abitabilità del pianeta e la sua distruzione, tra guerra e pace.

Con la marea montante di nazionalisti, fascisti, se non nazisti, comunque mascherati, che pesca nel torbido trascinando con sé una parte del popolo contro un’altra parte, la guerra dei poveri al settimo cielo. Dunque i nodi in Francia come in Europa stanno venendo al pettine, e la filosofia di Macron non pare in grado di affrontarli, né tantomeno scioglierli. Si preparano tempi difficili, e mi pare che l’unica speranza sia un ritorno alla luce della vecchia talpa di marxiana memoria armata di scienza e democrazia, ammesso e non concesso che ancora stia scavando.

Emmanuel Macron
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Rudi Dutschke, 50 anni fa l’attentato a Berlino

Rudi Dutschke era certamente una delle persone più intelligenti che tu potessi incontrare nel ’67 e ’68, anni tumultuosi, e bellissimi. Studente antiautoritario per eccellenza nel crogiuolo di una Berlino ovest radicale, critica e libertaria, era personalità di spicco dell’SDS, la Lega Tedesca degli Studenti Socialisti, nell’orbita del partito socialdemocratico (SPD), ma con una grande autonomia (a dir poco).

Berlino ovest, città libera piantata nel cuore della Repubblica Democratica Tedesca, la RDT paese totalitario e comunista. RDT da cui leggenda vuole che Dutschke fuggisse tre giorni prima della costruzione del muro, diventando così all’unisono un profugo e un brillante studente in sociologia – in RDT l’università gli era stata interdetta. Berlino ovest che ebbe in quegli anni borgomastri socialdemocratici come Willy Brandt per diecianni fino al 1966, artefice in seguito della cosidetta ostpolitik che apre la strada a una normalizzazione dei rapporti tra Est e Ovest, Heinrich Albertz per un breve interregno e, a partire dal ’67, per altri dieci Klaus Schutz. Ovvero il Comune era guidato da persone che vedevano di buon occhio il fermento artistico, culturale, politico di cui gli studenti della Freie Universitat, l’Università Libera di Berlino, erano portatori. In questo contesto scoppia letteralmente il ’68, preparato dalle agitazioni del ’66 e ’67 principalmente antimperialiste e contro la guerra, in specie quella del Viet Nam.

Nervo di queste mobilitazioni furono gli studenti dell’SDS. Intanto le autorità accademiche per un verso, quelle di polizia per l’altro modulano diversi livelli di repressione, alcuni studenti finiscono in carcere, molti altri manganellati, mentre alcune facoltà vengono serrate con la sospensione delle immatricolazioni. Ma non vogliamo nè possiamo qui ripercorrere la cronaca e la storia di quegli anni, bensì sottolineare come in questo intreccio tra azioni antimperialiste e lotte per la democratizzazione dell’università si muovesse del tutto a suo agio Rudi il rosso, come Dutschke fu ben presto ribattezzato, diventando una figura famigliare di ogni corteo, raduno, assemblea, comizio.

Le sue doti di agitatore nato e di tribuno ne fecero un leader naturale, per di più molto simpatico come sapeva chiunque lo avvicinasse anche solo per stringergli la mano. Epperò un fatto va citato, perchè influenzerà in meniera forte tuttti gli eventi successivi, l’omicidio per mano di un poliziotto dello studente Benno Ohnesorg, durante una manifestazione contro la visita dello scià di Persia Reza Pahlawi nel giugno del 1967.

Fu un assassinio a sangue freddo come certificò la Procura berlinese circa quarantanni dopo, orchestrato dalla polizia e eseguito dall’agente Karl-Heinz Kurras, che per soprammercato in alcuni documenti desecretati nel 2009 viene indicato come un informatore della Stasi, la polizia segreta della RDT. Mentre Kurras all’epoca viene assolto con una sentenza a dir poco scandalosa, quell’omicidio così plateale induce una parte, seppure minoritaria, del movimento a interrogarsi se non sia il caso di mettere in campo forme di lotta violenta e/o di autodifesa armata.

Invece Rudi Dutschke traccia un altro possibile cammino per il movimento degli studenti antiautoritari: la lunga marcia attraverso le istituzioni. Indicazione preceduta da un saggio magistrale titolato “le contraddizioni del tardo capitalismo, gli studenti antiautoritari e il loro rapporto col Terzo Mondo” che si può leggere in “La ribellione degli studenti” edito da Feltrinelli nel maggio 1968. Ma la dialettica tra una ipotesi di lotta violenta e la lunga marcia attraverso le istituzioni viene brutalmente interrotta dall’attentato che ferisce Rudi in modo gravissimo l’11 aprile del ’68. Dutschke si salva a stento, rimanendo gravemente menomato, morendo causa i postumi delle ferite nel 1979.

Così l’intelligenza più brillante, estesa e profonda coniugata con una rigorosa militanza viene se non annichilita, certamente in larga misura spenta, lasciando il movimento monco e direi dislocato in una torsione impropria. L’attentatore Joseph Bachmann di professione imbianchino non chiarì mai le ragioni del suo gesto, salvo generiche geremiadi contro l’anarchico ribelle. Col che in una lettera resa nota dal figlio, Rudi racconta di essere sorvegliato dalla Stasi, che non gli ha perdonato forse la sua attività dissidente e pacifista – facendosi obiettore di coscienza – quando ancora viveva nella RDT. Ma poco importa seguire le tracce di più o meno ipotetici complotti per filo e per segno.

Dutschke progettava e perseguiva un progetto per una società libertaria e una democrazia radicale – la lunga marcia attraverso le istituzioni – che avrebbe potuto cambiare le prospettive e le sorti non solo del movimento studentesco ma dell’intero panorama politico tedesco, e quindi europeo. Per cui andava tolto di mezzo, e le forze della reazione nella RFT (Repubblica Federale Tedesca), così come quelle altrettanto reazionarie della RDT si sono certamente impegnate perchè ciò avvenisse.

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    Bruno Giorgini
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Le cucine popolari di Bologna

Mia nonna Lisetta irriducibile comunista ebbe a dirmi una volta quand’ero bimbetto: a Bologna sono rosse anche le pietre. Lei viveva a Ravenna, suo marito era anarchico, le sue figlie e il primogenito tutti comunisti al tempo del fascismo, che facile non era. Facile non fu nemmeno dopo la Liberazione, quando una delle figlie finì incarcerata da Scelba, odiato ministro degli interni di fede democristiana, e tutti ebbero delle difficoltà economiche e di lavoro, se non fosse che nacquero anche le cooperative rosse, eredi delle antiche cooperative socialiste che le squadracce avevano incendiato e bruciato. Cooperative che oggi chiameremmo eque e solidali, di produzione, agricole, di consumo, culturali.

Per Lisetta Bologna era la capitale di tutto questo fermento per rendere migliori le condizioni di vita, di lavoro e di libertà dei braccianti come lei e suo marito Potastila, delle figlie operaie e sarte, del figlio fornaio. Quando poi una delle figlie si sposò bene, trasferendosi a Bologna a fare la signora, Lisetta prese spesso la corriera per andare a trovarla, scoprendo che a Bologna rosse erano le pietre non soltanto in senso politico e figurato, ma rosse erano proprio le pietre con cui si costruivano le case. Se non solo i cuori ma anche le mura a Bologna erano comunisti, secondo lei per sradicare da lì la bandiera rossa i padroni, i capitalisti, i democristiani avrebbero dovuto materialmente radere al suolo la città. Il che le pareva del tutto impossibile, “a meno non venga un’altra guerra”.

Si trattava di un sentimento condiviso nella cerchia dei comunisti dove sono nato e cresciuto tra un raduno dell’ANPI e una festa dell’Unità. Cerchia che racchiudeva larga parte del popolo, coi socialisti spesso la maggioranza. Bologna è la prima grande città a avere un sindaco socialista Francesco Zanardi nel 1914 e il primo sindaco comunista Giuseppe Dozza nel 1945 dopo la Liberazione fino al 1966 (in verità assieme a Roveda sindaco di Torino che però rimase in carica solo fino al 1946).

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Anche l’Ulivo prodiano nasce tra queste pietre rosse e qui si nutre, crescendo fino alla vittoria di Prodi contro Berlusconi nel 1996. E l’altro ieri in questa città è stato eletto al senato Pier Ferdinando Casini alfiere democristiano di destra per lungo tempo nonchè berlusconiano, candidato dal PD, di cui proprio Prodi fu tra i padri fondatori nel 2007. Una candidatura propiziata da Renzi in prima persona con tanto di presentazione a una delle ultime superstiti Case del Popolo, a sfregio dell’intera tradizione riformista di origine socialista, comunista, e cattolico democratica – dossettiana – che, non dimentichiamolo, ha visto a Bologna e in Emilia l’unico campo di sperimentazione e prassi politica di popolo. A fronte Vasco Errani di LEU, incarnazione di quella stessa tradizione, moderato quanto basta e onesto, uscendo pulito che più non si può dal tritacarne della magistratura.

In molti pensavano che sarebbe stata una battaglia all’ultimo voto, e invece Casini ha ottenuto oltre il 34%, mentre Errani arriva terzo con l’8.66%, dopo Michela Montevecchi del M5S al 24%. Nè si può spiegare nell’ambito del più generale andamento elettorale. Anche a Bologna il PD ha perso, assai in tutti i quartieri popolari, sempre meno mano a mano che ci s’avvicina al centro, per aumentare i suoi voti nel quartiere Colli, laddove abita la borghesia delle ville lontana dallo smog, con un panorama da leccarsi i baffi, silenzio rotto solo dallo stormir di fronde. Allora abbiamo scelto per contrappasso di andare a vedere cosa capita alla un tempo capitale del riformismo dalla finestra delle Cucine Popolari, luoghi per la socialità conviviale dei poveri.

Roberto Morgantini che le ha inventate ci tiene molto: non è una mensa coi vassoi a catena di montaggio. Qui ci si siede comodi, si mangia un buon pasto – sul serio buono – in piatti di ceramica, con posate d’acciaio e bicchieri di vetro, si rimane a conversare, si cerca di creare l’atmosfera di un pranzo in famiglia. Inoltre si coinvolgono gli ospiti, quelli disponibili, nelle attività necessarie per tenere in piedi il tutto, raccolta e sistemazione delle derrate per esempio, cosicchè diventano in qualche modo responsabili, parte attiva delle Cucine. Nonchè ne nasce a volte un sentimento di gratificazione, restituendo in qualche modo quel che ricevono.

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Perchè i poveri di cosa sono ricchi? – è sempre Roberto a parlare – sono ricchi di tempo, troppo spesso vuoto, inutile che assomiglia al nulla, inducendo alla depressione. Ma se quel tempo lo riempiamo in modo utile alla nostra comunità per noi e per gli altri ecco che un poco la vita si strasforma, diventa migliore. Non è sempre facile, qua ci sono persone che sono spesso agli ultimi, e tenerli insieme può essere un lavoro duro. E non sempre riesce però questa è la nostra ispirazione. All’inizio avevamo messo in ogni tavolo dei facilitatori, adesso non ce ne è più bisogno, anche da questo si misura la crescita dell’iniziativa.

Roberto Morgantini, un passato prima da militante del ’68 poi nel sindacato, e infine qua dove lo incontriamo in una delle tre Cucine, aveva questa idea da abbastanza tempo, e per finanziarla aveva fatto il giro delle sette chiese e qualcuna in più, ricevendo molti complimenti ma pochi aiuti materiali. E soldi in proprio non ne aveva. Così l’idea buona rischiava di sfllacciarsi, di essere confinata ancora una volta nel regno dell’utopia – il luogo che non c’è, la cassaforte dei sogni. Finchè Roberto ebbe con Elvira la buona intuizione. Decisero, dopo trentotto anni di convivenza fidanzale, di maritarsi, facendone l’occasione di un gigantesco crowd funding perchè un po’ tutti quelli della sinistra sociale e intellettuale vollero partecipare, che portò nelle casse della nascente prima Cucina Popolare circa settantamila euro, e l’avventura potè cominciare.

Oggi si regge sul lavoro di un centinaio di volontari, di cui molti venivano all’inizio come meri ospiti, mentre gli ospiti “fissi”, inscritti, sono circa duecentocinquanta, con tre Cucine aperte che dovrebbero diventare sei, cioè una per quartiere. L’impresa non ha nessun finanziamento pubblico ma si avvale di una vasta rete di sostenitori, cooperative, aziende alimentari, organizzazioni e associazioni varie dall’Arci ai sindacati, singoli bottegai alcuni di peso commercianti del centro, produttori agricoli, eccetera. Inoltre quasi ogni giorno c’è una qualche iniziativa che movimenta lo spaziotempo delle Cucine.

Quando noi arriviamo è in pieno corso la “tagliatella solidale”, dove le celeberrime sfogline bolognesi della “missione mattarello” impastano e tirano la sfoglia, la arrotolano e tagliano, en plein air per così dire, una dimostrazione a effetto ma anche la spiegazione pratica di un mestiere. E così si accumulano le tagliatelle, che verranno servite al ragù, per secondo le crochette di pollo con verdura cotta o cruda. Si beve acqua, ma a fine pasto si può chiedere un bicchiere di vino nonchè l’immancabile caffè. Un menù di tutto rispetto. Il giorno prima le Cucine avevano visto l’arrivo di alcune classi delle scuole elementari, bimbetti di otto anni che si sono divertiti un mondo e hanno imparato qualcosa. Come imparano il famoso avvocato o l’alto dirigente bancario, il primario o l’ex assessore, che servono ai tavoli. Già perchè le Cucine Popolari sono una sorta di mescolatore sociale che mette in contatto l’alto col basso, il povero e il benestante, chi ha un tetto e chi dorme sotto i portici.

Foto da Facebook
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Certo è un momento, qualche ora poi ognuno torna donde è venuto, però conta, fa bene all’anima e al corpo un luogo dove ci si può incontrare facendo a volte pure qualcosa insieme che trascende il momento del pasto. I pasti serviti si hanno soltanto a pranzo, però si può, chi vuole, fare la spesa, tonno, pasta, olio, pane eccetra, oppure una vaschetta di tagliatelle e pollo, insomma il pranzo da asporto.

Gli ospiti sono innanzitutto quelli indicati e mandati dai servizi sociali comunali e dalle parrocchie, quindi altri/e solidali o semplicemente curiosi, o che vengono a trovare un amico, insomma le persone più varie senza alcuna preclusione che mangiano lasciando un obolo a offerta libera, e se qualche povero imprevisto passa di là non viene certamente tenuto fuori. Roberto batte e ribatte che non è una iniziativa di carità e/o meramente assistenziale ma di solidarietà, che mira a far crescere in città un sentimento e un’opera di solidarietà attiva, la carità è un gesto, la solidarietà un processo, un percorso, uno sviluppo. Non necessariamente con la faccia severa, penitente o contrita, perchè qua nella Cucina Popolare sono venuti da oltre oceano i Metallica donando trentamila euro e in un giorno qualunque, come quello in cui siamo capitati noi, i sorrisi e i volti distesi non sono pochi, anzi. Che, sempre Roberto parla, quel che pesa e incupisce non è solo o tanto la penuria materiale bensì la solitudine. Quando perdi il lavoro per esempio, interrompi per forza di cose anche molti legami sociali e/o affettivi, lo stesso dicasi per la casa per cui ti ritrovi solo come un cane affondando ogni giorno un po’ di più, e le Cucine sono un modo e un luogo per temperare se non rompere questa solitudine da povertà.

Le Cucine Popolari sono laiche, e comuniste mi vien da dire scherzando, ma hanno buonissimi rapporti con la Chiesa, il nostro Arcivescovo Matteo Zuppi ci sostiene in modo aperto a tal punto che quando è venuto il Papa e i poveri hanno pranzato dentro S. Petronio, una cosa bellissima, io mi sono ritrovato al suo stesso tavolo, che se ci pensi, per uno come me… E siccome ormai mangiato abbiamo, e molto, stiamo per alzarci e salutare, quando Morgantini ci racconta l’ultima storia. La pulizia del ponte di Stalingrado, tutto imbrattato da oscenità. Una azione delle Cucine Popolari per la cura della città, solidale – molti ospiti hanno partecipato – e infine estetica perchè centoventi artisti hanno ridipinto il ponte con le loro opere, e ne è nato anche un libro. E qui domando: immagino ci siano spesso situazioni borderline, che non sia proprio tutto rose e fiori, come te la sbrogli in questi casi. Con milioni di ore di diplomazia e tolleranza. Con la persuasione e non imponendo le mie convinzioni, e sai tu quante parole ci vogliono, per fortuna stiamo imparando a dirle. Andando via mi viene in mente che siano proprio quelle parole che ormai la politica anche a Bologna, ha smarrito.

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* in collaborazione con Amalia Tiano De Vivo

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    Bruno Giorgini
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Hawking ovvero l’armonia dell’universo

Nella notte tra il 13 e 14 marzo Sir Stephen William Hawking è morto. Una delle menti più belle e delle persone più dolci è scomparsa. Non era soltanto un genio ma vibrava all’unisono con il Cosmo, in armonia. Una misteriosa armonia di cui ti rendevi conto sia leggendo i suoi articoli scientifici e i suoi libri, che assistendo a uno dei suoi seminari, o semplicemente avendo la ventura di scambiare con lui due parole, negli anni ’70 e ’80 la porta del suo studio era sempre aperta. Con le sue equazioni e teoremi metteva in musica l’universo, non le maestose sinfonie di Bach o di Beethoven ma piuttosto lo scanzonato Mozart di “Così fan tutte” e il jazz da brivido di Charlie Bird Parker.

Per singolare coincidenza il 14 marzo nacque Albert Einstein, un altro che frequentava l’universo così come noi andiamo dal droghiere e me li immagino adesso a discutere accanitamente ai bordi dello spaziotempo, che Einstein i Buchi Neri non li ha mai sopportati e Hawking ne ha invece popolato l’intero Cosmo. Il fatto è che i Buchi Neri sono oggetti così massivi da esercitare una attrazione gravitazionale tale da trattenere gli stessi raggi luminosi che non possono superare il cosiddetto “orizzonte degli eventi”. All’ interno di un Buco Nero la densità della materia tende all’infinito, o detto in modo geometrico, abbiamo curve di tipo tempo chiuse, dove cade qualunque distinzione tra passato, presente, futuro e quindi è impossibile porre un principio di causalità (la causa viene per definizione prima dell’effetto) nonché viceversa è possibile costruire tutti i paradossi che vengono generati dal fatto che io possono andare nel passato, modificarlo per esempio uccidendo mio nonno quand’era ragazzo, per cui io non sarei mai nato (ci sono anche paradossi meno omicidi, ma questo si ascolta sempre). In casi come questo parliamo di “singolarità”, cioè, ripetiamo, oggetti che sul piano topologico presentano curve time like chiuse, e su quello propriamente fisico densità infinite, ovvero delle vere e proprie aporie e/o patologie.

E’ abbastanza comprensibile che Einstein non fosse molto contento: all’interno della sua teoria considerata come il tempio della Ragione, si annida, quando una stella di massa superiore a una certa massa critica collassa, una inevitabile soluzione patologica: la singolarità. Per di più questo vale anche per l’intero universo che ha in origine una singolarità esplosiva, il Big Bang. Però almeno i Buchi essendo Neri non comunicano la loro patologia al resto dell’universo (l’informazione viaggia con la luce). Epperò oltre la soluzione di Buco Nero, dove la singolarità è schermata mettendoci al riparo dalle sue follie, esiste anche quella “nuda”, la Naked Singularity che in linea di principio comunica con tutto lo spaziotempo, potendo quindi contaminarlo. E siccome non si è trovato finora alcun meccanismo fisico in grado di inibirla, i fisici si sono inventati il Censore Cosmico che impedisce la formazione di singolarità nude. Perché? Chiederete voi. Semplicemente perché le singolarità nude non stanno né in cielo né in terra. Per cui Einstein poteva dormire sonni relativamente tranquilli.

Se non fosse che Hawking scoprì l’evaporazione dei Black Holes (BH): per effetto quantistico i BH possono emettere energia seppure molto debolmente, insomma sono grigi, cioè almeno il profumo della singolarità si propaga nello spaziotempo. Qui il genio di Hawking enuncia il “Principio di Ignoranza”. Diciamolo così: se ammettiamo che i Buchi Neri possano evaporare, si può affermare che la rottura della validità delle leggi fisiche non è il risultato della nostra ignoranza della teoria corretta ma che rappresenta una limitazione intrinseca alla nostra capacità di predire il futuro dal presente, limitazione la quale deriva direttamente dalla struttura causale permessa dalla Relatività Generale. Ovvero l’evaporazione di un Buco Nero comporta una incapacità di previsione determinista del futuro a partire dal presente a causa di influenze incontrollabili che possono irrompere nel nostro spaziotempo, contaminando la situazione fisica. Si capisce a colpo d’occhio quanto questa concezione proposta da Hawking sia esplosiva, vien voglia di dire sovversiva, rispetto all’idea di un Cosmo ordinato come un orologio, un Universo dove nulla si crea e nulla si distrugge, e tutto si conosce ab initio. Invece l’Universo di Hawking è continuamente creativo di nuovi fenomeni e oggetti, imprevisti e imprevedibili, mentre altri si distruggono, e la conoscenza cresce con l’inevitabile ignoranza (in appendice propongo una definizione più rigorosa del Principio di Ignoranza).

Oltre all’evaporazione dei B.H. e al Principio di Ignoranza, tra i risultati maggiori va citato il teorema che Hawking elaborò con Penrose (1970) dove dimostra con assunzioni molto semplici e del tutto generali che la gravità, la forza attrattiva che tiene insieme il nostro Universo, comporta inevitabilmente la formazione di singolarità, un punto dove tutte le grandezze fisiche assumono valori infiniti. Si badi bene, il teorema non è legato alla Relatività Generale e neppure ad altre teorie, ma solo a alcuni principi e all’intrinseca natura della forza di gravità. Per dirla in altro modo: è un teorema fisico che non abbisogna di equazioni specifiche. Cioè un vero e proprio teorema cosmologico molto potente. Uno dei più belli nella storia dl pensiero.

In fine c’è il lavoro di Hawking rivolto a ciascuno oltre l’ambito specialistico. Alcuni suoi libri come, per esempio, “A Brief History of Time, From The Big Bang to Black Holes” (in italiano “Dal big bang ai buchi neri. Breve storia del tempo”), pur rivolti a un grande pubblico non sono divulgativi, ma veri e propri libri di filosofia naturale con una estesa messe di concetti profondi e complessi, soltanto con il linguaggio matematico ridotto al minimo, figure e grafici essenzialmente. Era questa in Hawking una convinzione profonda, che la scienza fosse un sapere universale, un sapere che può essere tendenzialmente di tutti, e in particolare il sapere che si ha alzando gli occhi al cielo. Un cielo che col suo lavoro di ricerca e scrittura egli ha reso più vicino a ciascuno di noi, disvelandone almeno parzialmente la musica. Ci mancherà la bellezza del mondo che egli inventava con la sua mente (da invenio trovare, e inventare ex novo), e mancherà a coloro per cui egli fu maestro, non solo di pensiero scientifico ma anche di ironia, con quella dolcezza negli occhi indimenticabile.

Il principio di ignoranza. Un collasso gravitazionale che produce un Buco Nero è un esempio di una situazione nella quale la regione d’interazione non è limitata solamente da una superficie iniziale dei dati e da una superficie finale delle misure, ma egualmente da una superficie “nascosta” per rapporto alla quale l’osservatore ha soltanto delle informazioni limitate (nel caso dei Buchi Neri, energia, momento angolare e carica). Per questa superficie “nascosta”vale il “principio d’ignoranza”: tutti i dati sulla superficie compatibili con le informazioni limitate che l’osservatore ha, sono equiprobabili.

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    Bruno Giorgini
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La nuova questione meridionale

Dice solennemente il Presidente della Repubblica che le forze politiche devono dar prova “di senso di responsabilità in nome dell’interesse generale”, riferendosi alla situazione post elettorale. Quasi nello stesso tempo venerdì 9 marzo in prima pagina del Corriere, Massimo Gramellini nel suo Caffè titolato “Bancomat a cinque stelle”, scrive che “in diverse città del Sud fioriscono le richieste di moduli per il reddito di cittadinanza” e continua esercitando il suo sarcasmo sia verso “i richiedenti” evidentemente digiuni di leggi e dettati costituzionali, che verso i Cinque stelle colpevoli di avere proposto un reddito di cittadinanza. Obiettivo per cui “può darsi che il voto di scambio non sia affatto finito”, ovviamente al Sud. L’acuminato testo termina poi invitando “i nuovi tribuni del popolo” ad allegare al reddito di cittadinanza un bignamino della Costituzione “o almeno una qualunque edizione del telegiornale”. Dove si intravedono e/o si lasciano immaginare le “plebi meridionali” d’antan da educare se non più col moschetto dei carabinieri reali, almeno col suddetto bignamino o col Telegiornale (sic). Si badi bene: il Corsera non è un qualunque social media dove gli sproloqui spesso accadono e le fake news corrono veloci, bensì il massimo giornale dell’establishment con direttori e vicedirettori prestigiosi a controllare che non si contino balle (dovrebbero), mentre Gramellini si presenta e accredita, dalle parole stampate alle apparizioni televisive, come uomo liberal tollerante e intelligente.

Invece la notizia è in larga misura falsa, e La Repubblica dopo avere abboccato venerdì, il sabato cerca di sbrogliare la matassa e riparare alla brutta figura cercando riscontri fin quando è costretta ad ammettere che ci sono state al massimo circa duecento (200) richieste di informazione in tutto il Sud ai patronati per quanto attiene le varie forme di reddito per i più poveri (il voto di scambio di Gramellini!!). Alcuni maligni individuano anche l’origine dei boatos in qualche funzionario molto vicino al Pd pugliese, ma tant’è, la questione non sta nell’origine ma nel perché giornali che si credono seri – magari reazionari ma seri – si siano precipitati come una muta di cani sull’osso, e uno come Gramellini ci abbia addirittura scritto in prima pagina con tono supponente e parole di scherno del tutto inappropriate. E tali sarebbero state anche se le persone fossero state migliaia, perché sempre il disprezzo verso i cittadini, specie se poveri, è in primis volgare, in seconda battuta: indegno. Gramellini probabilmente potrebbe rispondere che egli intendeva prendersela non con i poveri – giammai – ma con il M5S, populista. Epperò la pezza sarebbe peggiore del buco. Il fatto è che il voto ha messo in luce in modo eclatante e massivo una nuova questione meridionale, le “plebi” facendo irruzione nel palcoscenico della politica nazionale. Gli invisibili sono diventati visibili, votando alla grande per un partito, il M5S. Il che tra l’altro rende arduo definire quell’interesse generale invocato da Mattarella.

La carta geografica del voto che campeggia su giornali, schermi televisivi, social network segnala implacabile la divisione politica tra Nord e Sud. La bassitalia, come si diceva negli anni ’50 del Novecento, è colorata di giallo, a rappresentare le aree dove il M5S è egemone cominciando da Pescara fino a coprire l’Italia insulare, fatta salva qualche piccola isola blu, colore del centrodestra. Blu che invade e permea tutto il Centro Nord, con le residue aree rosse in Toscana ed Emilia laddove si è affermata la coalizione di centrosinistra, nonché in Trentino Alto Adige.

In termini numerici dal Piemonte all’Umbria il M5S si attesta tra il 19% in Trentino Alto Adige e il 29% in Liguria, per arrivare da oltre il 30% (Marche e Lazio) al 39% in Abruzzo, quindi balzando in tutto il Sud ben al di là del 40% fino a oltre il 48% in Sicilia e Campania. Viceversa la coalizione di Centro Destra a trazione leghista conquista Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia con più del 40% dei voti, quindi Liguria, Emilia, Toscana, Umbria tra il 30 e il 40%. Schematizzando le due gambe che hanno fatto camminare, anzi correre, il M5S sono state il reddito di cittadinanza sul fronte economico sociale, e la rivendicazione di legalità (onestà onestà gridavano i militanti grillini a ogni piè sospinto) su quello della convivenza civile. Il che corrisponde a un elettorato più povero, precario e a basso se non nullo reddito, nonché spesso preda di clientele e vessazioni politico burocratiche quando non direttamente criminal mafiose.

Mentre la coalizione di Centro Destra si è concentrata sull’asse della flat tax, la tassa uguale per tutti al 15 o 23% (a seconda), e della sicurezza con una attenzione particolare verso e contro i migranti, specie clandestini, da cacciare. Ovvero un elettorato produttivo di reddito che si sente taglieggiato da tasse troppo alte se non del tutto inique, e con i propri beni a rischio di furti, rapine, degrado economico sociale (tipici sono gli immobili il cui valore diminuisce quando nel quartiere arrivano migranti e/o altre tipologie di poveri e marginali).

Ora, al di là del continuo ovvio richiamo di Di Maio ai Cinque stelle come partito nazionale, e di Salvini a una Lega che è riuscita a penetrare il Sud, indubbiamente le due cartine rispecchiano diverse sensibilità nonché diversi stati di coscienza, desideri e bisogni rispetto alla situazione reale del paese. Va ricordato che da decenni la questione meridionale era scomparsa dal dibattito pubblico e dall’agenda politica, se non per quanto attiene la criminalità e le conseguenti organizzazioni mafia, camorra, ‘ndrangheta con tutte le altre varianti presenti sul mercato. Il voto del Sud ai Cinque stelle significa e comunica il senso di una rivolta contro l’establishment e per la giustizia economico sociale che ha scelto di convergere nell’urna, di praticare il voto come arma di lotta e rivendicazione. Così le “plebi” diventano popolo. Un popolo che attraverso il suffragio universale conquista potere, ovvero possibilità di liberazione ed emancipazione. Un governo del paese che non recepisse queste istanze sarebbe monco, qualunque fosse la sua composizione politica. La questione meridionale è posta. Adesso si tratta di intraprendere la strada per risolverla. Al Nord come al Sud.

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    Bruno Giorgini
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Bologna, la mutazione genetica del Pd

Nella notte in cui il PD affonda, Renzi è riuscito nel capolavoro di portare alla vittoria Pier Ferdinando Casini, democristiano DOC, contro Vasco Errani purosangue del riformismo emiliano. Casini che si è fatto fotografare in una casa del popolo avendo alle spalle le foto di Togliatti, Di Vittorio, Gramsci, Matteotti e al collo la sciarpa del Bologna: si potrebbe dire uno che ha la faccia come il c… ma nonostante il tetragono popolo del PD bolognese ha obbedito, votando come da ordini superiori Casini primo con oltre il 30%.

Errani invece cha a pieno titolo incarnava una continuità di buon governo attento anche alle classi subalterne, seppure sempre più tenue passando gli anni, si è fermato sotto il 10%.  Nel mezzo tra Errani e Casini si collocano la candidata del centrodestra Elisabetta Brunelli al 28%, e quella dei cinque stelle Michela Montevecchi attorno al 25%. Come dire: la ciliegina sulla torta.

Forse i dirigenti del PD non se ne sono accorti ma c’è una paradossale perversione euna oscuratezza della ragione nella scelta di Casini come alfiere del riformismo nel corso del tempo prima socialista e comunista, quindi democratico, intessuto di cooperative, case del popolo, camere del lavoro, sindacati, movimenti più o meno di massa cui Pier Ferdinando è del tutto estraneo se non spesso ostile come qualunque bolognese sa e ricorda.

Questa scelta certifica in modo simbolico e insieme eclatante la vera e propria mutazione genetica del PD ormai compiuta che ha sciolto qualunque, sia pur vago, legame con le classi subalterne, per diventare compiutamente un partito coerente con gli interessi delle classi dominanti nella forma che già fu propria della Democrazia Cristiana. Soltanto che i modi dell’organizzazione capitalista sono nel frattempo cambiati in profondità e del PD per quanto succube alle logiche del mercato non sembra esserci gran bisogno per il governo in funzione del profitto.

Non  a caso nell’intera Emilia Romagna collegio dopo collegio i candidati del PD sono in bilico o perdono, anche pezzi da novanta come il ministro Franceschini a Ferrara sconfitto dall’illustre sconosciuta Maura Tomasi candidata dal centrodestra. Lo stesso accade a Rimini o a Piacenza, e complessivamente in tutta l’Emilia il centrodestra ottiene più voti del centrosinistra, con la Lega che ovunque supera Forza Italia arrivando attorno al 20%. Un risultato ben oltre le previsioni di tutti gli osservatori. Insomma tra le tante cose che queste elezioni hanno fatto emergere, c’è anche la scomparsa dell’Emilia rossa, per circa un secolo o giù di lì fiore all’occhiello del riformismo progressista. Se questo segni l’interruzione più o meno lunga oppure  la fine di questa forma politica, è difficile dire. Certamente se ancora una dimensione di sinistra si vuole costruire nella società, ebbene bisognerà pensare un nuovo inizio, ricominciando da zero, nè più nè meno. Perché come nel corso della notte ha detto una amica commentando i dati, “questa penso è una delle sconfitte più grandi che le menti più illuminate potessero darsi”.

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    Bruno Giorgini
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La freccia spezzata

In fine mattinata del 26 dobbiamo andare da Milano a Bologna, cosa vuoi che sia, più o meno con l’alta velocità come un viaggio in metropolitana, un’ora e poco più. Sì ma la radio dice che causa neve la stazione Termini a Roma è bloccata. Facendomi forte della mia cultura scientifica tranquillizzo la persona con cui parto: vabbè ma non può provocare sconquasso fino a Milano, sarebbe come se un guasto nelle rete elettrica a Roma producesse un black out a Milano…. alla fin fine sono due reti elettrica e ferroviaria, certo diverse ma la dinamica delle reti è governata da leggi universali ben note…. dico un po’ gradasso e un po’ all’ingrosso. Comunque decidiamo di arrivare in stazione con largo anticipo che non si sa mai. E subito, al primo tabellone, il nostro treno compare con accanto “canc”, come!! non è possibile!? mettendoci in cerca di qualche addetto, il quale ci spiega mostrandoci l’intera situazione come compare sui monitor, con ritardi di 60, 200, addirittura fino a 310 minuti, che possiamo chiedere il rimborso del biglietto se decidiamo di non partire, e a scanso di equivoci più avanti c’è qualcun altro che dovrebbe saperne di più “perché qui le cose cambiano di minuto in minuto”, ovvero mi dico mentalmente c’è il caos, non so sulla rete ma certamente tra gli esseri umani addetti. Laddove potremmo chiedere il rimborso la fila è biblica, del tutto impraticabile, decidiamo di salire ai binari e – miracolo o disguido – il nostro treno ricompare almeno sul pannello con soli (sic) venti minuti di ritardo. Sembra fatta, ma nel giro di poco il ritardo cresce a 100, quindi 140, infine 200 minuti !!! Dopo un consulto tra noi, decidiamo di aspettare con pazienza in attesa di un treno che parta, non un regionale che quelli sono proprio scomparsi. Sì aspettare, ma dove? In stazione non c’è sala d’aspetto, vuoi mai che ci entri a riposare un barbone, un povero, un migrante, poi lo spazio serve per i negozi, il mercato ovunque è la parola d’ordine. Inoltre i bar sono pieni, affollati alcuni fino all’inverosimile. E sui marciapiedi fa un freddo cane. Per fortuna la persona che sta con me è titolare di una magica carta oro che consente l’accesso al Freccia Club, luogo di accoglienza caldo, dove puoi prendere il caffè, sgranocchiare biscotti, leggere i giornali seduto in comode poltroncine, fare una comoda pipì in bagni degni di questo nome, e ci sono pure tavoli dove puoi poggiare il computer. E un gruppo di manager, o almeno tali sembrano in rigorosi vestiti blu con cravatta regimental, tutti impettiti improvvisano una riunione. Ti aspetteresti che in una emergenza come questa il luogo fosse aperto – non dico a tutti, suvvia non bisogna esagerare con l’eguaglianza – ma almeno ad anziani, mamme coi bimbi, persone con evidenti disagi – invece no. Due accigliate signorine, molto comprese della loro funzione, fanno filtro e o hai la magica tessera o stai fuori al gelo. Poi dopo un’ora che stiamo lì arriva da parte di una delle suddette signorine l’avviso che tra venti minuti partirà dal binario ecc.. il treno freccia rossa numero tal dei tali per Taranto, e via tutti a precipitarsi. Solo che il treno lo hanno avvistato in molti, anche tra gli esclusi dalla sala riservata alle carte oro, e quindi c’è un poco (sic) di folla. Tutti attorno al capotreno che ha da sentirsi un poco assediato, e telefona in alto loco per sapere cosa deve fare: accogliere o no tutti questi clandestini in possesso di biglietti che nulla hanno a che fare col dovuto titolo di viaggio? Dopo alcune concitate esclamazioni, e telefonate che vanno e vengono, l’uomo si rivolge agli astanti dicendo che i suoi superiori gli hanno comunicato di non potere dare alcuna direttiva, insomma deve arrangiarsi, la decisione sta a lui. Il caos è arrivato ai vertici di trenitalia, che in confusione non sanno che pesci pigliare. Ma, miracolo, il capotreno dice: tutti a bordo che tra dieci minuti si parte, sedetevi dove trovate posto, se qualcuno che ha prenotato arriva, per favore alzatevi. E qui avviene un secondo miracolo: gli animi si distendono, saliamo mettendoci in fila ordinata, tutto tra un “mi scusi” un “grazie” un “per favore”, addirittura una signora al cui fianco ho trovato provvisorio posto fa cenno di alzarsi per cedere il suo sedile alla persona che sta con me: “ma voi siete insieme, si sieda” dice alla mia compagna, al che rifiutiamo. In piedi siamo tanti ma regna una sorta di serenità quasi conviviale. Insomma il gesto giusto e responsabile del capotreno ha svelenito l’atmosfera tra gli stessi utenti fino a poco prima assai bellicosi pure l’un contro l’altro armati (la classica guerra tra poveri, tra chi ha penuria, in questo caso penuria di posti in treno). Con episodi gustosi come la signora addetta a rifocillarci la quale, oltre a distribuire patatine a go go, individuato un vip, gran giocatore di rugby tutto tatuato, si è fatta fotografare abbracciata a lui mettendo anch’essa in mostra i suoi tatuaggi, tra gli applausi dei passeggeri. E così verso le 17 siamo arrivati a casa in Bologna, dopo essere usciti da casa in Milano alle 12, o poco più. Cinque ore, e ce la siamo cavata a buon mercato. Infine riprendo il discorso sui sistemi, le reti complesse, per definirlo un po’ meglio. E’ noto che una buona rete deve essere flessibile e resiliente, per esempio tale che se uno dei suoi nodi presenta un guasto, automaticamente viene escluso dal circuito, che continua a funzionare seppure in regime ridotto. L’esclusione del nodo infetto, la sua messa in quarantena finché non è risanato, impedisce la propagazione del guasto a altri segmenti (link) e nodi della rete. Tutte le reti sono progettate con questa salvaguardia, come le autostrade con la corsia di emergenza, che deve essere sempre lasciata libera nel corso ordinario. Io non so nulla di reti ferroviarie nello specifico ma se il blocco della stazione Termini, e il guasto di un treno nei dintorni di Orte, hanno provocato una instabilità che si è propagata ovunque fin quasi alla paralisi, il problema sta nel sistema, non nel singolo dirigente che ha perso la testa e si è dato alla fuga come quelli che parlavano al telefono col mio caro capotreno. Forse un sistema con un eccesso di carico, ovvero troppi treni e troppo frequenti sui binari, in nome del profitto immagino e/o della concorrenza, spesso due cattivi consiglieri. In questo caso pessimi.

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    Bruno Giorgini
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Non si ferma uno tsunami chiudendo la finestra

L’oro di Napoli*

*Famoso film a episodi di Vittorio De Sica (1954)

NAPOLI, 7-11 FEBBRAIO 2018 – Premessa. Come è ben noto la quistione – come scriveva Gramsci – meridionale è uno dei principali problemi che attanaglia il nostro paese sul piano economico, politico, sociale, civile, culturale se non antropologico, almeno dall’unità fino a oggi. Ascoltando notizie e racconti che mi giungevano da fonti diverse, mi è parso che Napoli fosse e sia in pieno fermento, una realtà assai più ricca e ben diversa dalla rappresentazione che se ne dà in termini di pura e semplice camorra e/o violenza criminale fino alle cosiddette baby gang. Inoltre nel panorama melmoso e stantio della politica nazionale, quale emerge in questa campagna elettorale, il fatto che Je so’ pazzo, centro sociale napoletano cosiddetto, lanciasse una lista nazionale titolata Potere al Popolo ha risvegliato la mia curiosità e voglia di andare a vedere in loco. Nel mentre leggevo i libri di Maurizio De Giovanni, restandone incantato, per le storie e per la città. Così, accompagnato da una guida locale, Amalia Tiano de Vivo, cui si devono tra l’altro le foto, sono sbarcato a Napoli per cercare di capire qualcosa attraverso due finestre: una culturale colloquiando con De Giovanni, l’altra quella dell’impegno politico sociale passando un qualche tempo a Je so’ pazzo, alle sue iniziative, coi suoi militanti e con le persone che lo frequentano. Da questo viaggio nascono i due reportage che seguono: il primo Je so’ pazzo per il potere al popolo, il secondo Non si ferma uno tsunami chiudendo la finestra.

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maurizio de giovanni

Lo scrittore Maurizio De Giovanni:

Non si ferma uno tsunami chiudendo la finestra

Cosa è Napoli. Meglio: chi è Napoli. La città violenta quando non feroce dei criminali, dalla camorra alle baby gang. La città col golfo splendente e il Vesuvio che richiama le origini del mondo. Il luogo dei maestri dello scippo o quello dei mastri cantori. E potremmo continuare con le antinomie, giocando al dott. Jekyll e mr. Hyde. Ma forse qualcosa di nuovo sta insorgendo sul piano politico sociale – e ne abbiamo parlato raccontando le imprese di Je so’pazzo – e sul piano culturale, che poi vuol dire invenzione di nuove configurazioni e forme dell’essere fino a ieri inesistenti e/o impensate.

Se dovessi dirlo con il mio linguaggio di fisico che studia la città, definirei Napoli un sistema sul bordo del caos. Questo tipo di sistemi ha grosso modo due possibili soluzioni. La prima precipitando nel caos, con il verificarsi di fenomeni più o meno catastrofici, che per quanto riguarda i cittadini possono assumere la forma del panico, di violenza sociale diffusa – homo homini lupus – degrado accelerato delle relazioni e dell’habitat, altro ancora fino a situazioni più estreme come quella del Bronx a NYC, che fu dichiarato negli anni ’70 e ’80 addirittura zona di guerra. La seconda soluzione consiste nell’introduzione di pensieri, linguaggi, pratiche, azioni, produzione di oggetti e di socialità in grado di trasformare il sistema da quasi caotico a complesso, più precisamente un sistema critico autorganizzato, il che significa: adattivo, resiliente, e per qualche verso intelligente. Dove il cuore, la mente e il volano del movimento verso un sistema complesso siffatto è l’emergere di processi di autorganizzazione/autodeterminazione.

I miei amici di Je so’ pazzo mi hanno spiegato che un varco si è aperto, o uno spartiacque a dividere le acque nere dalle acque limpide è nato, durante la crisi dei rifiuti (2007), quando venne alla luce un grumo maleodorante di potere che copriva tutto l’arco delle forze in campo da quelle politico istituzionali fino a quelle di ispirazione criminale e camorrista, dal bassolinismo per arrivare via l’onorevole Cosentino ai clan della camorra, come i misso, i casalesi, ecc.. Così il re rimase nudo, cioè il sistema di potere fu del tutto delegittimato, e le persone cominciarono a raccogliere e smistare la monnezza in proprio, autorganizzandosi con soluzioni di buon senso efficaci, fino all’attuale raccolta differenziata estesa a tutta la regione (51,6% la più virtuosa dell’intero Mezzogiorno, mentre però Napoli città rimane al 31,31%, in provincia al 47%, dati di Lega Ambiente per il 2016). Quindi nel 2011 De Magistris fu eletto sindaco, sostenuto da una propria lista civica Dema: Democrazia Autonomia, col concorso di varie altre liste tutte civiche, facendo a gara quale fosse la più autonoma. Maurizio De Giovanni ha scritto molti libri belli tra cui una saga, I Bastardi di Pizzofalcone, diventata anche una serie televisiva, che in qualche modo è una metafora della dinamica di cui dicevo, da un sistema caotico che precipita nel disatro fino al rischio di essere annichilito a un sistema critico autorganizzato, dove critico significa che il caos è sempre lì sul bordo a vista, ovvero il sistema critico è sempre costituente mai costituito: la consuetudine con la visione della fine del mondo come stabile condizione perché il mondo continui, come scrive Calvino in introduzione a Le rovine di Parigi di Giovanni Macchia. Così con Amalia Tiano De Vivo, la mia guida nel vulcano di Napoli, andiamo a cercare De Giovanni alla prima del Don Chisciotte della Pignasecca, una sua rilettura del romanzo di Cervantes. Dopo alcune cordiali chiacchiere De Giovanni ci dà appuntamento per il giorno dopo al Circolo Ufficiali della Marina Militare, dove presenterà un libro di racconti e ricordi amorosi, autrici alcune signore tra cui soltanto una di professione scrittrice. Fa strano incontrarlo in questa cornice ovattata, fuori dal clamore di Napoli, al caffè del circolo con qualche ufficiale in divisa elegante e il berretto marinaro sotto il braccio.

Esordisce. Napoli è una metropoli con tre milioni e mezzo di abitanti, con una densità al chilometro quadro altissima. L’area napoletana dove posso andare fino a Salerno e Caserta senza uscire dalla città, è la più popolosa d’Europa. Unica area metropolitana europea del Meridione, ha un PIL inferiore a quello greco. Quando diciamo Napoli dobbiamo pensare ad Atene, Istanbul, San Paolo in Brasile, ovvero siamo in un’area economicamente disastrata con, per esempio, il record europeo di dispersione scolastica. Un’area con enormi diseguaglianze, un grande disagio e una completa assenza dello Stato. Se invece parliamo di diversità, che è cosa differente dalla diseguaglianza, la diversità è positiva allora il discorso cambia. Intanto Napoli è terra di grandi confronti culturali. Ci sono aree in cui non c’è un presidio ospedaliero non c’è un commissariato di polizia non c’è un ufficio della posta ma ci sono cinque teatri attivi. Quindi il presidio culturale è fortissimo. Napoli ha il maggior numero di scrittori italiani tradotti all’estero, senza avere una casa editrice con distribuzione nazionale. Se parliamo dell’offerta che Napoli dà di se stessa fuori, come tutte le offerte è legata alla domanda. La domanda che viene da fuori è : la camorra. Film, gran parte delle opere teatrali, non parlo solo di Gomorra, ma La Gatta Cenerentola, Amore e Malavita, I Falchi, ecc.. sono film e opere di camorra, cioè la camorra è un prodotto narrativo che risponde a una domanda esterna. Una cosa è la narrativa che risponde a una domanda esterna, la merce, una cosa è la narrazione che la città fa di se stessa. Non che la camorra non esista ma è certamente assolutamente parziale come narrazione della città, che è molto più polimorfa, poliedrica, sfaccettata. Questa è una città in cui in questo momento c’è il miglior aeroporto d’Europa sotto i dieci milioni di viaggiatori – Capodichino ha appena ricevuto il premio ACI Europe –la stazione centrale è in una condizione migliore di quella di Milano e della stazione Termini. Il Museo Archeologico Nazionale è all’avanguardia assoluta a livello mondiale per l’offerta multimediale, la città ha segnato quest’anno un incremento del 49% di visitatori a fronte di una media nazionale del 6%. Ora non volendo considerarli tutti suicidi aspiranti, si ritiene che la città offra qualcosa di ben diverso dalla camorra. Epperò c’è la tendenza naturale a servirsi della camorra come alibi, quando viene presentata come qualcosa di indistinto, di latente e di invincibile. Non è vero, tanto che il clan dei casalesi, la realtà criminale più pericolosa di questi ultimi vent’anni, è stato sgominato, segno che non è impossibile fronteggiare questi fenomeni. Quindi bisogna distinguere: se parliamo di una realtà gravata dall’assenza dello stato e da profonde disuguaglianze, su questo non c’è dubbio, se poi invece intendiamo una città che ha un fermento, una voglia, una potenza di rinnovamento culturale enorme, io devo dire che questa è una città che ha bisogno di tantissimo, che ha mille necessità, ma io ho sessantanni e non ricordo mai la città messa meglio di così. L’aeroporto di Napoli interagisce col MANN (Museo Archeologico Nazionale) ed espone alcune statue del museo, cioè l’offerta artistica della città comincia dall’aeroporto, uno arriva a Napoli ed entra in un museo. Questo a prescindere dagli amministratori, cioè Napoli decide da sola quando migliorare, si autodetermina. A un certo punto è come attraversata da una corrente di grande vitalità. Umberto Eco diceva che l’Italia senza Napoli non sarebbe la stessa, ma Napoli senza l’Italia sarebbe la stessa. Eppure Napoli non è autoreferenziale, piuttosto profondamente critica nei confronti di se stessa: l’unica batteria di cannoni che sta a Castel dell’Ovo è rivolta verso la città, cioè non fronteggia gli invasori ma i cittadini napoletani: Napoli teme se stessa, Napoli ha sempre accolto gli invasori come fossero dei liberatori, venendo sempre smentita. Napoli si autodetermina ma oggi sindaco è De Magistris… De Magistris è una persona sicuramente valida, molto onesta, molto intelligente e profondamente innamorata della città ma questi tre pregi portati all’estremo diventano tre difetti: l’onestà si trasforma in diffidenza, l’intelligenza in arroganza e l’amore per la città in sciovinismo. Lui purtroppo tende a diventare così. Ma in che senso la città si autodetermina. Alcune forze entrano a sistema. Per esempio la produzione artistica innanzitutto, l’impegno sociale, l’associazionismo fortissimo, e le opportunità economiche. Il turismo è diventato un’industria. Faccio un esempio: se tu apri un negozio di telefonini te ne fotti di come è il marciapiede davanti la tua bottega. Se apri un bar invece no, il marciapiede lo vuoi pulito e ben messo. Questo implica un miglioramento della città: bar, caffè, pub, B&B, pensioni, alberghi ecc.. implicano un controllo capillare sullo stato della città. Questa è una città stretta e molto popolosa dove o tu sei tollerante o vivi male. Quindi la tolleranza è una necessità. Non a caso non si verificano episodi di intolleranza di nessun tipo né razziale né economica. Qui c’è rabbia sociale che alimenta per esempio il fenomeno delle baby gang col contributo dei social che rendono evidente il fenomeno delle diseguaglianze, per cui questi ragazzi partono per vendicarsi del futuro che non hanno. Aprendo con Pietro Grasso la campagna di Liberi e Uguali l’ho detto: l’urlo di dolore di questa città è determinato dalla necessità di risolvere le diseguaglianze. Noi stiamo seduti su una bomba innescata, ma il problema non è solo di Napoli. A Napoli è accentuato dalla compresenza delle aree disagiate con quelle agiate. Cioè a Milano se io parto da Quarto Oggiaro ci metto un’ora in motorino per arrivare al centro, a Napoli io faccio un metro e dai quartieri spagnoli sono già a Chiaia. Io credo che Napoli per moltissimi versi sia, possa essere, un laboratorio sociale per l’intero paese. Davanti alla scuola di Arturo, il ragazzo accoltellato uno striscione diceva: o si salvano tutti o non si salva nessuno. Nessuno di noi può pensare in questo paese di salvare il proprio orticello mentre attorno c’è la guerra nucleare. Non si ferma uno tsunami chiudendo una finestra.

Quindi il nostro si avvia a presentare il libro delle signore, di fronte a una platea quasi tutta femminile assai critica verso i maschi, genere di cui De Giovanni fa parte, con molta ironia.

In fine di questo nostro breve viaggio nel groviglio di Napoli, splendida città e terribile, arriva il post di De Magistris infuriato per la montagna di debiti cumulati dagli amministratori precedenti. Scrive il sindaco:

Da 7 anni governiamo la città di Napoli senza soldi, sommersi da pesantissimi debiti ereditati, in affanno finanziario ed economico costante, eppure Napoli si è riscattata con il suo stupendo capitale umano, con la passione, con i talenti culturali, con le sue infinite bellezze. Siamo primi in Italia per crescita culturale e turistica. Da gennaio, però, abbiamo nuovamente le casse del Comune bloccate per un pignoramento di un debito risalente al 1981 – terremoto Irpinia – e siamo sotto la clava di debiti mostruosi del commissariamento rifiuti dell’epoca berlusconiana-bassoliniana.

Allora viene in mente Italo Calvino, laddove scrive: “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce ne è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere che e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”

FINE

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    Bruno Giorgini
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Je so’ pazzo per il Potere al Popolo

L’oro di Napoli*

*Famoso film a episodi di Vittorio De Sica (1954)

Premessa. Come è ben noto la quistione – come scriveva Gramsci – meridionale è uno dei principali problemi che attanaglia il nostro paese sul piano economico, politico, sociale, civile, culturale se non antropologico, almeno dall’unità fino a oggi. Ascoltando notizie e racconti che mi giungevano da fonti diverse, mi è parso che Napoli fosse e sia in pieno fermento, una realtà assai più ricca e ben diversa dalla rappresentazione che se ne dà in termini di pura e semplice camorra e/o violenza criminale fino alle cosiddette baby gang. Inoltre nel panorama melmoso e stantio della politica nazionale, quale emerge in questa campagna elettorale, il fatto che Je so’ pazzo, centro sociale napoletano cosiddetto, lanciasse una lista nazionale titolata Potere al Popolo ha risvegliato la mia curiosità e voglia di andare a vedere in loco. Nel mentre leggevo i libri di Maurizio De Giovanni, restandone incantato, per le storie e per la città. Così, accompagnato da una guida locale, Amalia Tiano de Vivo, cui si devono tra l’altro le foto, sono sbarcato a Napoli per cercare di capire qualcosa attraverso due finestre: una culturale colloquiando con De Giovanni, l’altra quella dell’impegno politico sociale passando un qualche tempo a Je so’ pazzo, alle sue iniziative, coi suoi militanti e con le persone che lo frequentano. Da questo viaggio nascono i due reportage che seguono: il primo Je so’ pazzo per il potere al popolo, il secondo Non si ferma uno tsunami chiudendo le finestre.

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Je so’ pazzo per il Potere al Popolo

Sono maoisti i giovani di Je so’ pazzo? Oppure cristiani magari senza Dio? Magari che praticano la Caritas camuffati da comunisti/e? O ancora persone alla ricerca di un seggio in Parlamento, visto che gli altri lavori sono grami a Napoli? E altro ancora si potrebbe ipotizzare per gli abitanti di questo strano animale che è Je so’ pazzo.

Noi siamo una casa del popolo. Je so’ pazzo è una casa del popolo. Così m’accolgono al presidio di protesta davanti alla RAI napoletana. Un giornalista del TG locale scende in mezzo a loro travestiti da fantasmi spiegando che mai e poi mai si sognò di oscurare la loro lista, solo che ecc… insomma incomprensioni e mancate comunicazioni. Un po’ si ride un po’ si contesta, ma senza alcuna cattiveria.

La dizione casa del popolo viene in seguito alla mia domanda: cosa vi distingue dagli altri centri sociali, per esempio il Leoncavallo. Ridono, sono piuttosto allegri questi/e militanti, le donne dalle ragazze alle mamme sono parecchie. Mentre la protesta alla RAI prosegue, parlo con alcuni studenti universitari che declinano il potere al popolo in potere studentesco, incerti se lo hanno già sentito da qualche parte.

(Nel ’68 , a Trento, poi ovunque ci fosse un’università, Potere Studentesco diventò una parola d’ordine che un po’ scimmiottava il Potere Nero, e un po’ nasceva da esigenze reali, ma il ’68 per loro appartiene a un’altra era geologica). Quindi snocciolano alcuni obiettivi tra cui il sempiterno diritto allo studio e accesso all’università per tutti, ammettendo che per ora le masse degli studenti non si mobilitano, “oggi è difficile anche solo parlare di politica, rischi che non t’ascolti nessuno”. Comunque hanno fondato il CAU (Collettivo Autorganizzato Universitario) e hanno alle spalle Je so’ pazzo, la loro casa del popolo di cui vanno molto orgogliosi. Ma cos’è una casa del popolo a Napoli nel 2018? Che fa? E perché hanno costituito una lista elettorale? Intanto scopro il poderoso, eroico pulmino di Je so’ pazzo, per i passeggeri attrezzato con un paio di sedie instabili oppure si sta accovacciati sul cassone, tuttavia avendo un occhio di riguardo per la mia età un compagno – il modo con cui si chiamano l’un l’altro – mi offre un passaggio a bordo della sua macchina. Lavora in banca, ha una figlia, è in attesa di un bimbo e si è candidato. Arriviamo all’ex OPG, ospedale psichiatrico giudiziario, occupato, la famosa casa del popolo come sta scritto all’entrata.

 Foto Amalia Tiano De Vivo
Foto Amalia Tiano de Vivo

E’ un grande spazio senza riscaldamento secondo la migliore tradizione dell’estrema sinistra d’antan però ben tenuto, fino ai cessi di inusitato candore, con indicazioni in tripla lingua, italiano, francese, inglese del tipo: secondo chiostro, terzo chiostro, sportello medico popolare, parete di arrampicata, scuola italiano per migranti, raccolta di indumenti, aula studio, biblioteca popolare, bagno/toilette. Le attività che si svolgono sono una quarantina, dalla palestra all’ambulatorio, dalla scuola di ballo allo sportello migranti, dalla cucina popolare alla camera del lavoro, dal teatro al doposcuola, il tutto con un agguerrito sportello legale particolarmente attivo sul fronte del lavoro tanto quanto dei migranti. Si tratta di iniziative permanenti tenute in piedi dalle 15 alle 22 da oltre centocinquanta (150) volontari, alquanto partecipate, aperte e frequentate da persone di ogni età, colore, nazionalità. Una parola viene invocata per definirle: mutualistiche, attività mutualistiche. Una parola che sta nella storia del Movimento Operaio e Cooperativo dalla fine dell’ottocento. Quindi apparentemente niente di nuovo sotto il sole. Oppure anche: cosa distingue la raccolta di indumenti della casa del popolo da quella fatta dalla Caritas? E infine: queste attività hanno un buon successo nel contesto di Napoli dove i servizi sociali sono molto carenti o assenti tout court, una città col PIL più basso d’Italia. E’ bene farle ma non paiono certamente un viatico per il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente, come Marx definì il comunismo, e voi vi chiamate comunisti finisco rivolto a Gianpiero. La risposta arriva in due assiomi. Il primo dice: “abbiamo molto lavorato sul linguaggio e sul modo d’approccio cercando di staccarci dal mito degli anni ’70, di cambiare proprio lingua, di operare su e dentro questo mondo, senza rimandare tutto a una utopia, a un mondo ideale per giunta del passato, sviluppando una capacità di migliorare la vita del popolo qui e ora”. La parola d’ordine sembra essere: dobbiamo sistemare il mondo che c’è e non idealizzare un mondo che non esiste. Il secondo recita: “in ognuno di questi ambiti mutualistici lavoriamo a costruire momenti di autorganizzazione. Non c’è chi assiste e chi è assistito ma insieme lavoriamo perché tutte le persone siano in grado di riappropriarsi della propria vita, a cominciare dalla salute, dalla scuola, dalla cittadinanza, in modo collettivo.”

A questo punto devo dire che mi sto appassionando alle vicende di questa casa del popolo, come da tempo non mi accadeva parlando e ascoltando di politica. Questo esperimento di un popolo (una parte di un popolo) che si autorganizza per soddisfare alcuni dei suoi bisogni fondamentali mi pare degno di nota, e oggi in Italia parecchio nuovo. Non so quanto sia ripetibile in altri luoghi diversi da Napoli, ma qui sta come il cacio sui maccheroni.

Il mio interlocutore colloca la loro pratica chiamando in causa il maoismo, “andiamo a scuola dalle masse – quello che è importante per noi non è detto lo sia per i proletari – organizziamo la resistenza del popolo, facciamo l’inchiesta, ecc…”.

E’ chiaro che questo significa un approccio molto diverso da quello che si avrebbe a Milano, non sento mai parole come produzione, produttività, nemmeno sfruttamento in fabbrica, e difficilmente potrei definire un “popolo milanese” da liberare con una lunga marcia attraverso i quartieri. Col che gli operai ci sono, e in contemporanea a me Giorgio Cremaschi, già dirigente nazionale FIOM, oggi aderente a Potere al Popolo, sta discutendo a Pomigliano con un gruppo di operai. Ma continuiamo dentro l’OPG perché dal maoismo si passa alle unità di misura: “come si misura l’impatto della nostra azione politica. Fin dall’inizio quando siamo entrati qua dentro, senza un progetto che non fosse quello di ascoltare le persone del popolo, ci siamo proposti di compiere azioni che fossero vincenti o almeno che avessero un reale effetto, misurabile”. E snocciola alcune iniziative. Qui ne scegliamo due. La prima proprio in senso cronologico a suo modo esemplare. “Eravamo appena entrati in occupazione, la via che sta là, via Salvator Rosa, era percorsa da automobili a velocità molto alta, provocando numerosi incidenti sui pedoni. Da tempo gli abitanti chiedevano un semaforo, ma l’amministrazione non ne voleva sapere. Poi la catechista della chiesa signora Annamaria, molto conosciuta e stimata, viene uccisa da una macchina e l’indignazione cresce. Il parroco chiama a una fiaccolata di ricordo e protesta cui decidiamo di partecipare, impegnandoci di fronte al quartiere per ottenere l’installazione del semaforo a chiamata. Ci sono voluti tre mesi di lotta dura senza paura – e sorride – però ce l’abbiamo fatta. Il 26 gennaio 2016 entra in opera il semaforo, il nostro monumento, e io ogni mattina quando vengo all’OPG mi fermo, lo aziono attraverso la strada e comincio la mia buona giornata.” Si potrebbe chiamare scaramanzia napoletana e mette allegria.

La seconda è l’esperienza del controllo popolare ai seggi contro il voto di scambio e la compravendita dei voti agita dalla camorra. “Abbiamo costituito delle squadre di vigilanza e siamo andati a Scampia, al rione Sanità, ai quartieri spagnoli, a Pianura cioè laddove i fasciocamorristi erano più attivi. Abbiamo ricevuto minacce, aggressioni, promesse di ritorsioni ma a un certo punto è successo un fatto inimmaginabile: le persone si sono unite a noi, in molti modi, dal portarci da mangiare o offrirci il caffè, allo scendere fisicamente al nostro fianco. E’ scattata una solidarietà popolare. Anche così il candidato della destra Lettieri ha perso e De Magistris ha vinto”. Il sindaco di Napoli che attraverso una sentenza della magistratura ha avuto in affidamento la gestione giudiziaria dell’ ex-OPG, in qualche modo mettendo Je so’ pazzo al riparo per ora da uno sgombero, che all’inizio quando fu occupato il 2 marzo 2015 sembrava possibile, se non prossimo.

Uscendo dall’OPG si può arrivare in Sant’Antonio a Tarsia, chiesa in disuso di proprietà dei Redentoristi, recentemente occupata (3 febbraio) dalla Rete di Solidarietà Popolare – emanazione con altri della casa del popolo – per dare alloggio ai senzatetto. Oltre ai nostri amici dell’ex-OPG, troviamo tra i protagonisti padre Alex Zanotelli, Giuseppe Aragno già docente di Storia all’università, don Francesco Esposito cappellano a Poggioreale. La chiesa era abbandonata da anni, e ripetutamente saccheggiata senza che nessuno battesse ciglio, ma adesso che sono arrivati “i centri sociali” apriti cielo. Ci si mettono un po’ tutti, da Liberi e Uguali che nella persona del consigliere comunale Mario Coppeto dice: “Sono atti pericolosi in campagna elettorale”, alla deputata e consigliera PD Valeria Valente che parla di “potenziale inquinamento della campagna elettorale da parte dei militanti di Potere al Popolo”, mentre a destra si tuona. Poi arriva la storia di Macerata, e il PD in un angolo ha adesso altre gatte da pelare. A questo punto la nostra cronaca sta volgendo al termine, se non fosse per la scelta di Je so’ pazzo di farsi promotore di una lista nazionale in condominio con Rifondazione Comunista, mettendo in moto Potere al Popolo, che tra l’altro sta scritto nell’articolo uno della nostra Costituzione: (..) La sovranità appartiene al popolo (..). Ne discutiamo con Chiara, uno dei portavoce: non accadrà che Rifondazione forte di una organizzazione nazionale prenda il sopravvento e i meccanismi della politica politicante contaminino Je so’ pazzo? In realtà questa domanda l’ho sparsa in giro dal mattino, ma tutti se ne sono tenuti alla larga. Così è finita in coda e con Chiara, una degli artefici. La chiave di volta che presenta sono le assemblee territoriali dove sono stati scelti i candidati e i delegati. Insomma i nodi di una nuova formazione politica? In realtà non si capisce ancora, che anche tra i centri sociali non c’è unanimità sul percorso elettorale, mentre neppure tutta Rifondazione sembra schierata a favore dell’abbraccio cogli stessi. Probabilmente molto dipenderà se Potere al Popolo riuscirà a superare la soglia del 3%, eleggendo qualche deputato, oppure no. Comunque sia soprattutto a Napoli, dove il popolo esiste come entità antropologica ben connotata e dove l’attività politica a sinistra sembra avere nuovi tratti interessanti e ricchi di senso, questa campagna elettorale costituisce uno spazio aperto di sperimentazione verso chissà una nuova forma partito e una nuova capacità di essere sinistra nella società.

(continua)

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    Bruno Giorgini
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Approfondimenti

Tempesta di uragani, l’ecologia integrale di Francesco

In queste settimane un tumulto di uragani si abbatte sul golfo dei caraibi e sul sud degli USA.

Houston, una delle città più grandi degli Stati Uniti, finisce sott’acqua investita da Harvey che ha dilagato poi per mezzo Texas. In un rapido elenco dei danni stimati in termini capitalistici: + 10.27% il prezzo della benzina; raffinerie chiuse per 4.1 milioni di barili al giorno (23% del totale degli SU); pozzi di petrolio chiusi con una perdita di 1,4 milioni di barili al giorno, il 15% del totale. Secondo Goldman Sachs l’area colpita vale circa il 10% dell’economia USA, con una perdita del PIL dello 0,2%.

Mancano invece le stime dei traumi individuali e delle distruzioni ad personam, i dolori, le sofferenze, la povertà, le malattie dei singoli cittadini. A stimare questi danni per New Orleans ci sono voluti un gruppo di studiosi venuti dalla Francia (si veda per esempio anne m.lovell, stefania pandolfo, veena das, sandra laugier -“face aux dèsastres”- ITHAQUE,2013). D’altra parte è ovvio, i capitalisti misurano in termini di produzione di merci e di profitto, che altro se no.

Quindi è arrivata Irma apocalittica, per i paesi poveri e le isole caraibiche una tabula rasa, per la Florida sette milioni di sfollati, e via con la lista delle rovine. I morti, i feriti, i senza tetto, gli ammalati, gli affamati, i traumatizzati.

Ma i disastri climatici sono globali, come tutto oggi, e quindi se guardiamo dalle parti del continente indiano scopriamo che i monsoni mai così violenti hanno prodotto oltre 1200 morti, milioni di sfollati, e tutto il resto che possiamo immaginare – datosi che stiamo nell’ex terzo mondo le notizie sono meno precise per quanto attiene il capitale. E perché non andare anche in Africa dove il Niger è battuto da piogge torrenziali per un verso e per l’altro afflitto dalla desertificazione, anche qui con la ormai consueta folla dei morti, feriti e distruzioni di case, campi, famiglie, villaggi, aggregati sociali i più vari, attività economiche e non.

In formato minore l’Italia sta sull’orlo della siccità, e quando piove in modo torrentizio avvengono piccole catastrofi come l’allagamento di Livorno, mentre il territorio si costella di frane e smottamenti. Questa sequenza, destinata a reiterarsi e aggravarsi, testimonia che siamo in un tempo di turbolenze climatiche, che in due passi semplici possiamo chiamare cambiamento climatico e quindi riscaldamento globale, che significa un aumento enorme delle energie, dell’aria e delle acque – essenzialmente gli oceani

I modelli predittivi possono discostarsi l’uno dall’altro rispetto alla velocità con cui il fenomeno si dispiega, e anche sui limiti di soglia tra criticità e eventuale catastofe, ma comunque si tratta di un fenomeno le cui evidenze scientifiche sono ormai moltissime, credo il fenomeno con più evidenze scientifiche teoriche e osservative di questo inizio secolo. Qualcosa come l’evidenza della caduta dei gravi, i sassi o i pianeti.

Ma sarà un cambiamento dovuto all’azione umana? Qui il ragionamento è ancora una volta semplice: anche chiamando in causa le tempeste solari o quant’altro, la geotermia ad esempio per quanto attiene lo scioglimento dei ghiacci polari, c’è certamente una componente antropica nell’aumento della CO2 in atmosfera, insomma un consistente contributo umano all’effetto serra cosidetto. E siccome sul sole non possiamo in tempi ragionevoli operare – neppure lo scienziato più pazzo, ammalato di delirio di onnipotenza può pensarlo, il sole è troppo lontano e troppo robusto – e la geotermia della terra è altrettanto fuori portata, l’azione di contrasto più efficace attiene le attività umane riducendo le nostre emissioni di anidride carbonica.

Qui entra in gioco la politica, o dovrebbe. Una politica declinata non come scienza della presa e/o conservazione del potere, ma come polis più ethica, ethica da ethos che in greco antico significa abitare, abitabile. La politica come teoria e prassi che renda abitabile il mondo. La scienza e questa politica tenendosi per mano, e direi costruendosi in mutua simbiosi, potrebbero forse far fronte in tempi utili al cambiamento climatico, che meglio ormai sarebbe chiamare cataclisma climatico. Epperò invece queste due facce della medaglia rimangono separate, e anche laddove non si arrivi all’estrema imbecillaggine criminale di Donald Trump che nega il climate change e denuncia gli accordi di Parigi, già di per sè piuttosto striminziti, la politica odierna stenta a cogliere l’importanza decisiva per la civiltà umana del cambiamento climatico, col suo seguito di carestie, guerre, enormi migrazioni, caos e violenze generalizzate fino al genocidio che qualcuno ipotizza come soglia finale.

In questo quadro un documento significativo, forse il più significativo comparso nello spazio pubblico del dibattito, è l’enciclica “Laudato Sì del Santo Padre Francesco sulla cura della casa comune”(2015).

Sapendo in quale materia novissima ardente e scabra dovrà mettere le mani, per l’intanto Francesco si assicura le spalle, citando i suoi predecessori a cominciare, direi inevitabilmente, dalla Pacem in terris di Giovanni XXIII, mentre precisa di volere “entrare in dialogo con tutti riguardo la nostra casa comune”. L’intera umanità viene chiamata in causa e a raccolta, con un occhio particolare ai credenti, e tra questi ai cristiani e ai cattolici, ma senza esclusione di alcuno. A seguire vengono Paolo VI, Giovanni Paolo II, e Benedetto XVI che, in un sapiente montaggio, appaiono tutti preoccupati se non indignati per le ferite inferte dagli esseri umani alla terra, la casa comune. Sappiamo che non è così, ma l’arte retorica in cui i gesuiti sono maestri, permette a Francesco di cominciare la lunga cavalcata che lo porterà pagina dopo pagina a esplorare le praterie di quella che egli battezza “ecologia integrale”, senza apparenti rotture con la tradizione cattolica apostolica romana, anzi facendosene forte.

A questo punto Francesco enuncia tre nuclei di pensiero che riprenderà, modulerà e svilupperà lungo l’intero testo. Il primo: sono inseparabili la preoccupazione per la natura, la giustizia verso i poveri, l’impegno nella società e la pace interiore. Il secondo: l’ecologia integrale richiede l’apertura verso categorie che trascendono il linguaggio delle scienze esatte o della biologia e ci collegano con l’essenza dell’umano. Il terzo: se noi ci accostiamo alla natura e all’ambiente senza questa apertura allo stupore e alla meraviglia, se non parliamo più il linguaggio della fraternità e della bellezza nella nostra relazione con il mondo, i nostri atteggiamenti saranno quelli del dominatore, del consumatore o del mero sfruttatore delle risorse naturali, incapace di porre un limite ai suoi interessi immediati. Infine egli disegna le nervature del suo pensiero ecologico e i temi che nelle pagine dell’enciclica verranno svolti: l’intima relazione tra i poveri e la fragilità del pianeta; la convinzione che nel mondo tutto è intimamente connesso; la critica al nuovo paradigma – si riferisce al paradigma tecnocratico e dello sfruttamento ndr – e alle forme di potere che derivano dalla tecnologia; l’invito a cercare altri modi di intendere l’economia e il progresso; il valore proprio di ogni creatura; il senso umano dell’ecologia; la necessità di dibattiti sinceri e onesti; la grave responsabilità della politica internazionale e locale; la cultura dello scarto e la proposta di un nuovo stile di vita.

E “i talenti e il coinvolgimento di tutti sono necessari per riparare il danno causato dagli umani sulla creazione di Dio” come dicono i vescovi del Sudafrica. Per tramite dei vescovi sudafricani, altra raffinatezza retorica, il Papa ci significa che il problema è di tutta l’umanità, universale, e poi via via in corso d’opera specificando: di tutti i credenti, qualunque religione pratichino, dell’insieme dei cristiani, fino dulcis in fundo ai cattolici, nell’idea di Bergoglio veri e propri militanti e ferro di lancia di questa decisiva lotta contro il ricaldamento globale, e la povertà connessa. Con Dio sullo sfondo, creatore del mondo, limite metafisico e concreto al delirio umano di onnipotenza. E avere Dio dalla propria parte non è proprio una bazzecola, almeno per i credenti; la fede come si sa essendo un’arma.

Non è qui evidentemente il luogo per una esegesi analitica del pensiero di Francesco. Però alcuni tratti fortemente significanti possono essere di “pubblica rilevanza e utilità”. Il primo è la questione della presa di coscienza dello stato di degrado, e dell’urgenza di fare qualcosa per contrastare: prendere dolorosa coscienza, osare trasformare in sofferenza personale quello che accade al mondo, e così riconoscere qual è il contributo che ciascuno può portare. Non è indolore insomma misurarsi col problema, e anzi solo attraverso la sofferenza personale ciascuno può capire che fare. E’ un pensiero pesante questo, innervato nella tradizione sacrificale cattolica, un pensiero che fa palesemente a pugni con l’edonismo che permea la nostra società, i suoi meccanismi di consumo e di occupazione del tempo libero, cosidetto. La lotta per un’ecologia integrale non sarà una festa con pranzo di gala, ma dovrà farsi con mutazioni dei modi di vita e consumo che imporranno sacrifici, fatica e dolore.

In qualche modo qui Francesco cerca la strada per mobilitare le coscienze, a tutt’oggi piuttosto tiepide, riconoscendone la difficoltà, che mica è facile osare trasformare in sofferenza personale ecc.. D’altra parte l’interrogazione è ineludibile: perchè l’umanità non insorge – per ora – contro il riscaldamento climatico globale e contro il degrado ambientale? Da un altro punto di vista è quel che si chiede Amitav Ghosh nel suo ultimo libro La grande cecità. Il cambiamento climatico e l’impensabile. Un testo notevole che ci accontentiamo di citare, riprendendo il filo dell’enciclica papale. Nel contempo il clima è un bene comune di tutti e per tutti, cui tutti quindi debbono essere interessati e parte attiva, specialmente i poveri, così come l’acqua potabile e pulita è un diritto essenziale, fondamentale e universale, indispensabile alla vita umana, quindi la disponibilità e la fruizione dell’acqua non può essere sottoposta alle leggi del profitto privato.

Quello del modo di produzione e consumo attuale – basato sul profitto – che implica insieme esaurimento delle risorse naturali e crescita della povertà nonchè moltiplicazione delle migrazioni, è il problema fondamentale che attraversa più o meno ogni pagina. Quando si propone una visione della natura unicamente come oggetto di profitto e di interesse (..) ciò comporta anche gravi conseguenze per la società (..) immense disuguaglianze, ingiustizie e violenze per la maggior parte dell’umanità (..). Col rischio estremo di annichilire l’umanità intera, devastando il pianeta, perchè l’ambiente umano e l’ambiente naturale si degradano insieme. L’elenco dei danni è lungo, accurato e, direi, esaustivo, danni sociali e danni ambientali – dalla deforestazione al narcotraffico, dalla esclusione sociale alla perdita di biodiversità, dalla violenza fino alla guerra, all’aumento della temperatura degli oceani, dallo sviluppo ipertrofico delle tecnologie digitali di comunicazione che limitano la sapienza critica alla crescita di città invivibili ecc….- ciascuno connesso con gli altri, così come viceversa tutte le creature del creato sono connesse, e questa connessione riconosciuta – tutti noi esseri creati abbiamo bisogno gli uni degli altri – e praticata può diventare una forza positiva. Ribadendo che: un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale (..) per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri.

Ma le politiche internazionali sono del tutto insufficienti e l’egemonia del paradigma tecno–economico rischia di distruggere non solo la politica ma anche la libertà e la giustizia. Il paradigma tecno–economico, altrimenti detto tecnocratico, e l’azione, il potere, della speculazione finanziaria a livello mondiale. Bisogna fare in fretta a trovare efficaci rimedi, a costruire una potente ecologia integrale, perché la velocità del cambiamento e del degrado sembra indicare l’avvicinarsi rapido di un punto di rottura, forse di non ritorno. Non è catastrofica l’enciclica, soltanto si vuole realista rispetto a un certo intorpidimento e a una spensierata irresponsabilità. In questo quadro il Papa non solo indica l’aumento degli investimenti in ricerca come necessario ma sembra tratteggiare una vera e propria alleanza tra la Chiesa e gli scienziati fondata sul rispetto della libertà di ricerca. E’ uno dei punti di maggior interesse e, mi pare, novità. Citiamo. Su molte questioni concrete la Chiesa non ha motivo di proporre una parola definitiva e capisce che deve ascoltare e promuovere il dibattito onesto fra gli scienziati, rispettando le diversità d’opinione. E par di sentire Galileo applaudire imprecando: ma non potevate accorgervene prima?

Ovviamente l’enciclica affronta anche il problema dal punto di vista squisitamente religioso nel capitolo “Il Vangelo della Creazione”, perchè nessun ramo delle scienze e nessuna forma di saggezza può essere trascurata, nemmeno quella religiosa con il suo linguaggio proprio. Un capitolo dove non mi addentro, non essendo credente, seppure la lettura sia bella e coinvolgente, a volte come certe pagine di Agostino. Soltanto due citazioni che fanno i conti con il delirio di onnipotenza e di dominio che caratterizza l’attuale degrado dispotico della natura. La prima. Così ci rendiamo conto che la Bibbia non dà adito ad un antropocentrismo dispotico che non si interessi delle altre creature. La seconda. Il modo migliore per collocare l’essere umano al suo posto e mettere fine alla sua pretesa di essere un dominatore assoluto della terra, è ritornare a proporre la figura di un Padre creatore e unico padrone del mondo, perchè altrimenti l’essere umano tenderà sempre a voler imporre alla realtà le proprie leggi e i propri interessi. Tra l’altro per il pensiero cristiano la proprietà privata non è mai stata un diritto riconosciuto come intoccabile o assoluto, ci ricorda Bergoglio. Analizzando in esteso il paradigma tecnocratico dominante oltre a criticare il tremendo potere distruttivo e di controllo che esprime per cui bisogna liberarsene, l’enciclica coglie le potenzialità positive laddove individua nella potenza della tecnoscienza la qualità che potrebbe permettere un salto quasi “evolutivo” dal regno della necessità, e della produzione economica, a quello della bellezza e della libertà – che ricorda da vicino alcune affermazioni di Marx. Possiamo qui proporre una visione attinente l’evoluzione, e il drammatico problema evolutivo che sta oggi di fronte all’umanità, visione che la Laudato Sì non coglie, il che non sorprende – il pensiero cattolico stentando ad accogliere l’evoluzione darwiniana nel suo seno.

Quando ci si riferisce al dominio/potere dell’uomo sulla natura, oggi diventato strapotere che rischia di mandare a scatafascio l’intero mondo, soltanto come portato di una volontà e/o delirio di onnipotenza e quindi alla fin fine come un problema morale (si veda il paragrafo “Crisi e conseguenze dell’antropocentrismo moderno”), in realtà non si tiene conto del processo evolutivo. La specie homo è, sul piano del corredo genetico, piuttosto in basso nella scala dei viventi. Per esempio noi abbiamo circa trentamila, o poco più, geni mentre il giglio, lilium, arriva oltre i settantamila. Ovvero la nostra capacità genetica di adattarci all’ambiente naturale è piuttosto scarsa; insomma così stando le cose, siamo una specie destinata a non sopravvivere. Ma a un certo punto è insorta in un lasso di tempo piuttosto breve, l’intelligenza col cervello e la mente, insieme alla capacità di cooperazione. Così l’homo decise di adattare l’ambiente a se stesso, costruendo un habitat che gli permettesse di vivere e prosperare. In altri termini, di darsi gli strumenti per dominare la natura selvaggia, piegandola ai sui bisogni e desideri, di cui le città sono il monumento, la testimonianza vivente.

Questa strategia evolutiva soggiacente l’intero sviluppo umano, in ogni civiltà e/o ideologia – il comunismo non è in questo senso diverso dal capitalismo eccetera – è oggi arrivata alla fine della strada; il cambiamento climatico ne segna l’inequivocabile termine. Dal dominio dell’uomo bisogna passare a un contratto di equità tra uomo e natura, ma dirlo è facile, farlo per ora nessuno sa come

Ritornando alle pagine papali, e avviandoci alla conclusione in modo certamente troppo rapido, Bergoglio si dedica alla definizione delle azioni possibili, descrivendole con cura e precisione anche nei particolari che possono essere nelle corde e possibilità del singolo, o di comunità specifiche. Dal lavoro all’innovazione biologica, dalla giustizia tra le generazioni al dialogo e trasparenza dei processi decisionali, dalla politica all’ethica (“politica ed economia in dialogo per la pienezza umana”), dalla pace all’amore civile e politico, dalla conversione ecologica all’educazione per l’alleanza tra l’umanità e l’ambiente, e altro ancora. Laddove il documento pare a me, lettore laico e impregnato di cultura marxiana, carente è nella definizione dei conflitti che una ecologia integrale dovrà affrontare. Non basta avere ragione, e presentare argomenti convincenti, non basta educare e raccogliere un catalogo di buone pratiche; forze potenti e del tutto spregiudicate, vanno in direzione opposta, forze con cui inevitabilmente si arriverà a scontrarsi: i mercanti di armi, droghe, petrolio e derivati, i mercanti di uomini, donne e denaro, i mercanti di fede per l’aggressione – vedi tra tutti Daesh – e quelli del nucleare, nonché parti dei popoli che si volgono a ideologie razziste, fasciste, fino al nazismo, da cui il voto di massa che ha eletto Trump.

Col che e da ultimo la Laudato Sì, se diventa una autentica bandiera dei fedeli cattolici e cristiani, può essere una forza in grado di smuovere una parte non indifferente dell’umanità. E comunque rappresenta un tentativo encomiabile, lucido, aperto e utile, finanche geniale, per fondare una nuova dimensione del pensare e dell’agire umano, nonché una nuova scienza coniugata con la politica e l’ethica: l’ecologia integrale.

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    Bruno Giorgini
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Da sinistra dico: viva Macron

Mio nipote liceale a Parigi è sceso in strada con i suoi compagni al grido di “Né Le Pen né Macron…” con quel che segue, grosso modo che l’unica via è la rivoluzione o qualcosa di simile – la parola rivoluzione essendo del resto quasi scomparsa dal lessico anche dei più ribelli tra i ribelli. E si capisce, sono ragazzi che ancora non hanno il diritto di voto e il cui modo di espressione politica altro non può che essere la democrazia della strada.

Ma diversa è la responsabilità di chi al voto ha diritto e lo pratica. Perché tra Macron e Le Pen si tratta di una scelta obbligata, o l’uno o l’altra, tertium non datur. A meno di non astenersi o votare scheda bianca. Ma siccome qualcuno voterà, pochi o molti, uno dei due diventerà comunque presidente della République. Quella che in Costituzione vede scolpite Liberté, Egalité, Fraternité. Vale la pena ricordarlo perché allora balza all’occhio l’anomalia Le Pen che con queste tre parole ha poco a che spartire.

Mi dicono amici di là: Le Pen non è fascista ma nazional populista. Certamente ella non ha palesato per ora l’intenzione di abolire il suffragio universale e neppure di scancellare il pluralismo dei partiti, quanto a tutto il resto però il suo programma è fascistoide, xenofobo, razzista, volto a costruire forme statuali autoritarie, nonché nazionalista. E se la nazione – s’interroga un altro amico – fosse diventata l’ambito e lo scudo della democrazia rispetto alle multinazionali senza confini, sans toit ni loi, senza tetto né legge?

Sarà, ma io rimango della vecchia opinione che il nazionalismo sia premessa di guerra, oggi come lo fu ieri – si pensi alle recenti guerre balcaniche. Fracassare l’Europa significa fare un passo verso la guerra. Aggiungo che il fondamento della terra per una politica, cui Le Pen spesso si riferisce, è teorizzato per esempio da Heidegger nel momento in cui abbraccia il nazismo, e di esso nazismo è un mattone costituente. Inoltre la nostra valkiria ogni tanto scivola in lapsus freudiani che riportano a galla l’antica sua formazione e storia marcata dal colonialismo paterno fino al paranazismo.

Ma – si dice – dall’altra parte c’è Macron. Liberale, liberista, esponente della finanza più agguerrita, uomo dei banchieri che farà sfracelli di quel che resta dello stato sociale d’antan e dei diritti dei lavoratori in nome del mercato. Né si può negare che il capitalismo finanziario sia un vero e proprio nemico dell’umanità. Non a caso – m’avverte il compagno antagonista – gli operai plaudono a Marine e fischiano Macron, sostenuto dai ricchi, dagli acculturati almeno diplomati ma soprattutto laureati, da chi viaggia in aereo e non negli sgangherati treni dei pendolari. Di contorno c’è la moglie tanto più vecchia di lui; la cena nella brasserie di Montparnasse per festeggiare il primo turno, le cronache non dicono se a base di ostriche e champagne ma c’è da crederlo; questo incredibile movimento “En Marche” che in pochi mesi è cresciuto tanto, magari troppo e chi ci sarà dietro.

Ora, ascoltando e leggendo Macron, mi pare che egli possa ascriversi ai fautori di un capitalismo cognitivo con un ruolo sociale. Il capitalismo, comunque fondato sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, finora è la forma di produzione globale unica senza che, dopo il fallimento dei vari socialismi reali, si veda crescere un modo di produzione alternativo in grado di abolire lo sfruttamento, epperò il capitalismo “sociale” (che è un ossimoro ma poco importa) ritiene che debba aver luogo una redistribuzione della ricchezza tale da rendere l’intera società più florida e più equa, almeno a livello dei consumi e della vita associata.

Qualcuno lo chiama anche: capitalismo progressivo. Perché, se il capitalismo perde ogni funzione sociale, allora rischia la crisi finanche catastrofica. Inoltre il capitalismo cognitivo a vocazione sociale ha nel suo Dna una concezione liberale e universalistica dei diritti sociali e politici senza differenze d’etnia, di religione, di luogo, di genere ecc.. e oggi persino una componente ecologica, da cui le derive autoritarie sono più improbabili e la libertà del singolo di qualunque colore, etnia, religione, sesso, più garantita e ampia.

Quindi, se fossi in Francia, il mio voto a Macron sarebbe assicurato, e non turandomi il naso, bensì convintamente nella situazione data, aggiungendo che se l’Europa così non va, senza Europa andrebbe ancor peggio, potrebbe essere fino alla guerra, come già detto.

Per finire vorrei tornare agli operai che fischiano Macron e abbracciano Le Pen. È una situazione non nuova e già Marx sottolineava come gli operai senza coscienza di classe possano essere reazionari, anzi più precisamente quanto più essi siano lavoratori manuali tanto più saranno succubi del padrone e della sua ideologia. Quando negli Stati Uniti fervevano le manifestazioni di giovani studenti per la pace e per il ritiro delle truppe dal Vietnam, non a caso a picchiarli venivano mandati i muratori, che appunto erano al tempo lavoratori manuali per eccellenza.

Gli esempi si potrebbero moltiplicare arrivando al nazismo e al fascismo, fenomeni di massa con molti proletari al seguito, il che è stato, ed è, tragico ma va compreso senza demonizzare nessuno, tantomeno chi voterà Le Pen. Certo però, chi lo facesse per così dire “da sinistra” sarebbe l’incarnazione del disastro mentale ancor prima che politico cui la sinistra è giunta, per dirla in francese: la bêtise par terre.

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    Bruno Giorgini
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La maledizione della crescita

La crescita è il Sacro Graal cui molti – in numero crescente – si appellano per rilanciare le magnifiche sorti e progressive del capitalismo globale.

Moderno esorcismo di cui tutti parlano e nessuno vede. In questa dimensione lo statuto epistemologico della crescita si colloca nel campo dei feticci, sconfinando talvolta nel delirio. E infatti quando i G20 s’incontrano per discuterne, escono dalle stanze del potere con un nulla di fatto, l’evanescente fantasma essendo ancora una volta sfuggito loro di mano.

Per l’intanto le diseguaglianze crescono, e simmetricamente i profitti dell’1% dei più ricchi del pianeta s’involano a altezze stratosferiche. Questo dislivello mette in moto tensioni estreme, fratture e valanghe politico sociali catastrofiche e distruttive, violenze molecolari e di massa diffuse dalle capitali occidentali alle megalopoli globali fino a deserti e giungle, migrazioni tumultuose e incontenibili. Nel mentre il cambiamento climatico s’accentua, e qualcuno parla dell’antropocene, la nostra era geologica, come epoca della/e estinzione/i.

In questa situazione, potrebbe persino tornare all’orizzonte la ribellione del 99%, o di una sua consistente parte, fino alla rivoluzione, parola che si credeva espunta ormai dal dizionario. Perciò i più avvertiti tra i capitalisti sanno che così il sistema rischia di rompersi, implodere o esplodere. E s’arrampicano sugli specchi per trovare una via d’uscita che salvi capra e cavoli, i profitti astronomici dei mercanti di danaro, armi, petrolio, esseri umani, illegalià e un certo riequilibrio che attenui le diseguaglianze e i tassi di sfruttamento, con un qualche benessere che per percolazione passi dall’1% agli strati inferiori.

Ma, siccome questo non si può fare toccando gli intoccabili profitti, bisogna invocare la crescita economica, e una crescita che abbia anche un qualche senso sociale.

Si dedica al problema della crescita Daniel Cohen, testa fina della scienza economica francese e internazionale nonché uomo di sinistra di buona lega, nel libro Le Monde est clos et le desir infimi (Albin Michel, 2015). Egli ripercorre l’idea e la pratica della crescita come nervatura fondamentale ideologico-politica – se non antropologica – ancor prima che economica, nella storia della civiltà occidentale cominciando dagli antichi Greci fino alla società industriale e al capitalismo moderno.

Andando alla radice del perché il nostro mondo è inesorabilmente finito, clos, e perché il nostro desiderio è invece infinito; una aspirazione continua individuale e sociale a superare i limiti, a travalicare le colonne d’Ercole, che è stata motore primo del progresso per la società degli umani, ovviamente non trascurando l’analisi economica coi vari cicli e crisi che si sono succedute.

Ma andiamo alle conclusioni di Cohen che si chiede: “La società moderna potrebbe fare a meno della crescita?” Per rispondere poche righe più sotto “che no”, non potrebbe. La società, tal quale è oggi, andrebbe a scatafascio senza la crescita in tutti i suoi significati. E “la crescita potrebbe ripartire?” Anche qui la risposta di Cohen è negativa: la crescita sta oltre l’orizzonte degli eventi possibili in un tempo prevedibile. I numeri che egli snocciola sono impietosi per i cantori della crescita, i cui tentativi assomigliano assai all’azione di chi pesti l’acqua in un mortaio.

Parliamo di crescita robusta, quella che servirebbe alla bisogna, non gli sparsi decimali che compaiono di tanto in tanto col segno più, mentre BCE e FED innaffiano di moneta a tasso zero le banche e i mercati con la speranza di suscitare un vento nuovo che invece ormai da otto anni non spira, arrivando al massimo di tanto in tanto un leggerissimo refolo atto a sollevare al più qualche foglia ingiallita.

Quindi senza crescita “la società occidentale è condannata alla collera e alla violenza”.

Ma allora non c’è proprio nulla da fare, nessuna via d’uscita da questa contraddizione tra una società che per vivere e svilupparsi ha bisogno della crescita e una crescita che allo stato attuale appare quanto mai improbabile?

A questo punto Cohen chiama in causa Edgar Morin, in sostanza affermando che una svolta culturale comportamentale deve essere messa in cantiere per passare dalla quantità alla qualità. “Una società può progredire in complessità, cioè in libertà, autonomia , comunità soltanto se progredisce in solidarietà. La politica di civilizzazione deve mirare a restaurare le solidarietà, a riumanizzare le città, a rivitalizzare le campagne (..) e bisogna rovesciare l’egemonia del quantitativo a favore del qualitativo, privilegiando la qualità di vita (..) Una rigenerazione del pensiero politico deve fondarsi su una concezione trinitaria dell’umano: individuo, società, specie”.

Questo in una visione illuminata e ottimista, e in un quadro di pace. Perché come è noto uno dei modi per la soluzione delle crisi, e il rilancio della crescita, è la guerra. Non per caso la seconda guerra mondiale fu, tra l’altro, la risposta alla grande crisi del ’29. E dopo ci furono quelli che in Francia vengono definiti “i trenta gloriosi”, i trent’anni di crescita nell’intero Occidente ben più che robusta, si pensi al miracolo economico italico degli anni Sessanta.

Non a caso adesso siamo nel pieno della “terza guerra mondiale a pezzetti”, che potrebbe trasformarsi in una guerra globale proprio per praticare quella distruzione di beni talmente massiva da imporre poi un piano globale di ricostruzione materiale e sociale come vettore della crescita tanto agognata.

Una prospettiva terribile ma non così lontana come si potrebbe credere.

La distruzione dell’intera Mesopotamia per un verso e le bombe atomiche fatte esplodere dalla Corea del Nord per l’altro stanno lì a testimoniarlo, così come i continui attriti tra le tre grandi super potenze Cina, Russia e USA; seppure ogni tanto mitigati da accordi, come quello recente, tra Russia e USA per la tregua in Siria.

Ma c’è un altro versante su cui riflettere per pensare “ la crescita”, ovvero la riconversione ecologica a livello mondiale necessaria per fare i conti col cambiamento climatico. Una sorta di missione comune degli umani per salvare il pianeta e la nostra civiltà in fratellanza e solidarietà, con scienza e democrazia.

Una missione che ha molti e potentissimi nemici, però non è disperata. Per ora.

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    Bruno Giorgini
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La Brexit delle fratture

Il referendum sull’uscita del Regno Unito dalla UE ha messo in luce una frattura quantitativa tra coloro che hanno votato per rimanere (16 milioni circa) e coloro che hanno scelto di lasciare (oltre 17 milioni).

E’ legittimo parlare di frattura e non di semplice minoranza e maggioranza perchè l’andamento della campagna elettorale, con tra l’altro l’omicidio di una deputata laburista favorevole alla permanenza in Europa,  e l’importanza strategica della scelta hanno polarizzato in modo molto radicale il corpo elettorale, come un cuneo che inserito nel tronco del corpo sociale lo abbia letteralmente aperto in due.

Ma, come spesso avviene nella dinamica delle fratture, una ne nasconde molte altre soggiacenti. Un rizoma di fratture direbbe Deleuze, o un network: quelle geografiche tra la Londra cosmopolita e le campagne, quelle nazionali degli scozzesi (62% dentro) e gli irlandesi (56% circa dentro) coi i british, tra i giovani (73% dentro) e gli anziani (60% fuori), tra quadri (57% dentro) e lavoratori manuali (64% fuori), fino alle fratture etnico religiose (dentro il 70% dei mussulmani, il 67% degli asiatici e tre su quattro “black”). E probabilmente una analisi più fine ne farebbe emergere parecchie altre.

Queste fratture per l’intanto ci dicono che l’idea della società liquida, che tanto viene propagandata, è del tutto inadeguata: le fratture non si generano nei liquidi, ma soltanto nei solidi, oltre al vetro che, per alcune caratteristiche, può anche essere descritto come un liquido solidificato.

Inoltre le fratture dell’UK si diramano oltre i confini propagandosi nella UE, e per certi aspetti nella intera società globale, incrociandosi con altre fratture, si pensi soltanto a tutte quelle che solcano il Medio Oriente e l’area mesopotamica, assumendo spesso la forma della guerra.

Se assumiamo le fratture come una rappresentazione ragionevole della situazione politico sociale attuale, avremo un sistema complesso a alto tasso di imprevedibilità. Più precisamente possiamo pensarlo come un sistema critico che si auto – organizza, e che può franare e/o annichilirsi quando alcuni parametri vadano oltre i limiti di soglia, oppure dare luogo “ a rivoluzioni, secondo il punto di vista sulla storia di Karl Marx” (Per Bak “how nature works”). Ricordando che la criticalità auto – organizzata è il modo secondo cui la natura fa enormi trasformazioni su relativamente piccole scale di tempo. Parlando di fratture dobbiamo anche chiederci quali forze di legame tengano assieme la società, locale, nazionale, europea eccetera, in altri termini: quale sia la forza di coesione sociale, una o più. Una risposta possibile ce la offre Leopardi. Il sistema di Copernico insegnò ai filosofi l’uguaglianza dei globi che compongono il sistema solare (uguaglianza non insegnata dalla natura, anzi l’opposto), nel modo che la ragione e la natura insegnavano agli uomini ed a qualunque vivente l’uguaglianza naturale degl’individui di una medesima specie”. E su questo paradigma dell’eguaglianza sociale si è strutturato buona parte del pensiero sociale progressista.

Ma negli ultimi decenni il pensiero liberista diventato egemone, ha introdotto in dosi via via più massicce la competizione come elemento dinamico dello sviluppo sociale, fino a rendere lo stesso un territorio dove impazza qualcosa di non molto differente del famoso homo homini lupus. Ovvero quando la competitività è diventata l’unico asse di trazione della società, essa ha inquinato e stressato i rapporti sociali fino a produrre delle profonde fratture microscopiche tra individuo e individuo che si sono moltiplicate e aggregate in vari modi e secondo differenti traiettorie arrivando all’attuale panorama dominato da vari network di fratture, che possono assumere molto rapidamente un andamento catastrofico. Giova sempre ricordare a mo’ d’ esempio il genocidio come fase finale della frattura teorizzata e praticata dal nazismo tra ebrei e ariani. O più vicino a noi, le fratture etniche in larga misura costruite a tavolino da politici senza scrupoli nella exJugoslavia a puri fini di potere personale. L’utilizzo della fratture sociali come arma di dominio datando del resto dai tempi del famoso motto romano divide et impera.

L’eguaglianza dei cittadini/e europei/e deve in questa fase essere la bussola per ricomporre le fratture nella convivenza civile, cercando che diventi l’asse di una futura, e sempre più necessaria, Costituzione Europea, senza la quale non esiste cittadinanza europea, per cui ciascuno/a è/sarà inevitabilmente portato a riproporre la sua specifica cittadinanza nazionale, il che può rapidamente condurre i popoli a percorrere il sentiero del nazionalismo, nella storia europea sempre anticamera della guerra.

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    Bruno Giorgini
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La Francia in piazza. Ma sarà un nuovo maggio?

Una parte della società civile, politica e dell’informazione francese sta rifiutando il contratto della paura di Hollande e Valls fondato sullo stato d’eccezione permanente che secondo i loro desiderata avrebbe dovuto essere inserito nella Costituzione. Nonché, profittando con cinismo dell’oppressione e paura sociale dovuta agli attentati terroristici, con la proposta di una legge sul lavoro modellata secondo i dettami del liberismo più aggressivo contro i diritti dei lavoratori.

Speravano che gli andasse liscia, e invece ecco gli scioperi, le manifestazioni, gli studenti universitari in rivolta, i liceali arrabbiati, mezzo Partito socialista (PS) dissidente, e tutti si chiedono più o meno a bassa voce se si tratti di un fuoco di paglia oppure d’une lame de fond, un’onda di fondo. Col che, in Francia, capita che in molti pensino al maggio ’68, a quel sommovimento la cui onda lunga arrivò fino alla vittoria di Mitterand e della sinistra, PS e Partito comunista francese uniti nel programma comune, alle elezioni presidenziali del 1981.

Però invece di domandarci se il quartiere latino si riempirà di barricate – a occhio pare improbabile – cercheremo di mettere in fila una serie di fatti. La prima gamba del progetto neoreazionario di Valls e Hollande è quella che voleva instaurare uno stato d’eccezione costituzionale fino alla possibilità di togliere la cittadinanza francese a chi in qualche modo sia giudicato sovversivo rispetto all’ordine statuale. Leggiamo uno stralcio dall’articolo 1 della proposta di legge “Lo stato d’urgenza è decretato nel consiglio dei ministri, su tutto, o in parte, il territorio della Repubblica, sia in caso di pericolo imminente risultante da attentati gravi all’ordine pubblico, sia in caso di avvenimenti che presentino per la loro natura e la loro gravità, il carattere di calamità pubblica.(..)”.

Dizione che già è piuttosto inquietante nella sua genericità, ma il peggio deve ancora venire nell’articolo2, che recita: “La legge fissa le regole concernenti la nazionalità, comprese le condizioni nelle quali una persona può essere privata della nazionalità francese o dei diritti legati a questa quando è condannata per un crimine o delitto che costituisca un attentato grave alla vita della nazione”. Breve, brutale e a tutto campo perché il concetto di “attentato grave alla vita della nazione” può essere dilatato a piacere mancando di univocità semantica, anzi è piuttosto polisemico, e ci si potrebbe chiedere perchè invece non si scriva “attentato terroristico”, fattispecie ben più cogente. Dizione breve, brutale e a tutto campo, epperò fallimentare tanto che Hollande ha dovuto ritirare l’intero pacchetto, con una caduta d’autorità clamorosa. Su questo si è dimessa la ministra della giustizia Taubira, su questo oltre novanta deputati socialisti hanno votato contro e dieci si sono astenuti, su questo tredici ecologisti su quattordici si sono opposti, e dulcis in fundo persino alcune personalità rilevanti della destra classica sono insorte.

Il segno della decadenza presidenziale si può anche leggere nel fatto che alcuni dei migliori consiglieri dell’Eliseo stanno cercando di ricollocarsi chi in prestigiosi istituti di credito (Jean-Jacques Barberis, consigliere economico per l’Europa), chi nel campo delle assicurazioni come Laurence Boone, consigliera economica, che ha raggiunto lo staff dell’Axa, o Hélène Le Gal consigliera per l’Africa, come si vede posti e responsabilità di peso, e altre partenze s’annunciano. Inoltre recentemente è stato reso pubblico un documento i cui primi due firmatari sono assai significativi, trattandosi di Martine Aubry, l’ artefice delle 35 ore, e Daniel Cohn-Bendit mostro sacro del maggio ’68 e padre nobile dei Verdi francesi e europei, a mia memoria per la prima volta insieme.

Un documento prima pubblicato su un sito internet, quindi ripreso a tutta pagina e in forma integrale da Le Monde, titolato “trop, c’est trop”, quando è troppo è troppo, che demolisce praticamente tutti gli atti politici di Hollande, arrivando a scrivere: “non è più semplicemente la sconfitta del quinquennato che si profila ma un indebolimento durevole della Francia che si prepara e con tutta evidenza della sinistra”. Ma Hollande e Valls sono duri di comprendonio e così viene presentata la legge contro i diritti dei lavoratori, la legge El Khomri, la seconda gamba della marcia neoreazionaria.

Sul modello del liberismo che vuole il pieno dominio sulla forza lavoro, con orari flessibili, piena disponibilità del lavoratore all’azienda di giorno, di notte, di domenica, a Pasqua e Natale, insomma sempre con la soglia di settanta ore settimanali che possono essere lavorate senza il pagamento dello straordinario, e manco a dirlo, quasi totale potere di licenziamento dei padroni. Puntavano i governanti della République all’inebetimento dovuto agli attentati terroristici con a latere il richiamo alla patria in guerra contro il male, secondo l’antico motto: chi dissente è un disfattista al meglio, al peggio un traditore. E contavano Valls e Hollande anche sulle divisioni sindacali e sulla debolezza politica della sinistra alternativa , comunista, rivoluzionaria, non c’è che l’imbarazzo della scelta.

Invece giovedì 31 marzo molte categorie di lavoratori hanno scioperato, molti studenti si sono mobilitati, molte piazze si sono riempite, molti cortei hanno sfilato in barba allo stato d’eccezione, chi dice un milione chi più, in molte città francesi, Parigi compresa, tentando anche di metter su le tende sul modello degli indignados spagnoli da cui originò Podemos, senza riuscirci per ora venendo bastonati di santa ragione dalla polizia del governo pseudosocialista. E la settimana prossima si replica.

Un fatto è certo, il richiamo all’union sacrée in nome della salvezza della patria in pericolo, non ha funzionato, perché certo Parigi è stata sanguinosamente offesa e ferita dagli attentati jihadisti, ma a Parigi e in Francia non c’è la guerra. Le persone vanno al caffè, gli studenti a scuola, gli operai in fabbrica eccetera, ovvero la società civile esiste ancora e non si lascia militarizzare dalla retorica guerriera di Hollande, e neppure rinchiudere da Valls nella camicia di forza securitaria.

Quindi si riapre la questione sociale, il conflitto di classe e di cittadinanza democratica si danno la mano. Un secondo fatto è certo, la partecipazione di migliaia e milgliaia di giovani, non sono manifestazioni residuali del tempo che fu, ma anzi dispiegano una collettività di nuovi cittadini seppure tumultuosa. Questione sociale che affonda le sue radici nella crisi ben lungi dall’essersi esaurita, in specie dei giovani. Non a caso Le Monde di venerdì 1 aprile titola in prima a tutta pagina: Les jeunes, grands oubliés des politiques publiques – I giovani, i grandi dimenticati dalla politiche pubbliche. Con Le Monde siamo giunti a un altro elemento importante, la presenza attiva di alcuni giornali schierati con la protesta. In particolare Libération, il che era prevedibile visto che affonda le sue radici proprio nel maggio ’68, e Le Monde, molto meno scontato, che da mesi affonda il dito e a volte tutta la mano nelle molte piaghe della Presidenza Hollande. O

ra, senza fare ipotesi sull’eventuale movimento di massa in corso d’opera, appare sempre più chiaro come una ricandidatura di Hollande alle prossime presidenziali appaia destinata inesorabilmente a una secca sconfitta, aprendo lo scenario da incubo di una ballottaggio tra Marine Le Pen e il candidato della destra, i Repubblicani. Nè a tutt’oggi sembra probabile una guerra franco francese più o meno neocoloniale che possa salvare almeno l’onore del Presidente nei panni del comandante in capo. Infatti dopo gli attentati di Parigi le bellicose intenzioni francesi contro Daesh, con l’esibizione della portaerei ammiraglia Charles De Gaulle in giro per il Mediterraneo, sono alla svelta diventate aria fritta a fronte della potenza messa in campo da Putin in accordo più o meno esplicito con Obama. Neppure in Libia il nostro ha trovato pastura per le sue ambizioni, dovendo sottostare persino alla prudenza di Renzi nonostante gli annunci sotto traccia di un intervento sempre imminente, ma fin qui mai avvenuto anzi rimandato di giorno in giorno. A questo punto si apre il discorso se e come possa, in questo magma di tensioni e conflitti sociali, insorgere una configurazione politica in grado di raccordare i movimenti dando loro continuità,e quale potrebbe esserne la forma. Un problema aperto in tutta Europa, e per ora ancora lontano da una soluzione.

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    Bruno Giorgini
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Quando è troppo è troppo

Hollande il pitocco e Valls lo scherano. Così leggendo tra le righe, ma nemmeno poi tanto, la gran signora della sinistra francese Martine Aubry, madrina delle 35 ore, e Dany “il rosso” Cohn Bendit, leggenda del maggio ‘68 e oggi nume tutelare dei Verdi francesi, definiscono il presidente d’ora in poi pseudosocialista e il suo primo ministro che pseudosocialista era già da tempo.

Con loro, oltre ad alcuni socialisti di rango, Daniel Cohen, l’economista riconosciuto – in dualismo con Piketty – come il migliore di Francia sul piano scientifico, nonché una delle teste più fini della sinistra. Un bel terzetto di mischia sceso in campo con un documento titolato “Sortir de l’impasse”, che è anche un sito internet così inaugurato.

Documento ripreso a piena pagina da Le Monde e così il terzetto di mischia diventa un quartetto. Il prestigioso quotidiano da mesi critica Hollande e Valls, con toni assai inusuali per durezza e spesso con editoriali non firmati, cioè rappresentativi dell’intero giornale, specie in occasione della sciagurata decisione di far votare all’Assemblea nazionale la possibile decadenza della nazionalità per coloro che mettano in pericolo l’integrità e l’ordine dello Stato. Non sono in causa solo i terroristi o supposti tali, giova dirlo e scriverlo ogni volta contro la mistificazione mediatica, bensì tutti coloro che lo stato giudichi pericolosi e/o sovversivi per il suo ordine.

Su quel voto i deputati socialisti si sono spaccati in due, con i Verdi tutti contrari meno uno, per cui l’articolo è stato approvato con il concorso massiccio della destra, mentre la ministra della Giustizia Taubira si dimetteva, togliendo anche la foglia di fico alle vergogne del governo di Hollande e Valls, tra l’altro seguita a stretto giro di posta, in modo più defilato ma forse più pesante, dal ministro degli Esteri Fabius, che fu primo ministro di Mitterand.

Ma vediamo in sintesi l’intelaiatura di “Sortir de l’impasse”.

C’è uno stato d’animo. Trop, c’est trop – tradurrei “il troppo stroppia”:

“La collera popolare è stata confermata senza appello da quattro sconfitte elettorali. Non è semplicemente il fallimento del quinquennato che si profila ma un indebolimento duraturo della Francia che si prepara, e in tutta evidenza della sinistra”.

C’è una politica economica:

“Un patto con la Confindustria (…), con un milione di posti di lavoro promessi, qualche decina di migliaia al più effettivamente creati. (…) Questi 41 miliardi di euro impegnati per poco o niente (il riferimento è agli sgravi e regalie del governo agli industriali nell’ambito del cosidetto patto sociale – io governo ti do una montagna di soldi, tu padrone delle ferriere mi garantisci almeno una collina di posti di lavoro, ma non c’è neppure una collinetta, ndr) e che sarebbero stati così utili alla nuova economia, all’ecologia, all’istruzione e formazione, ai territori, per l’accesso al lavoro di quelli che ne sono più lontani, al potere d’acquisto, agli investimenti pubblici e privati”.

Ecco tracciato un possibile programma di economia politica di sinistra riformista.

Ci sono la nazionalità, l’identità e l’accoglienza dei profughi:

“Questo desolante dibattito sulla decadenza della nazionalità, (…) contraria al principio di eguaglianza (…). L’identità francese deve essere repubblicana, essa si definisce come una comunità non d’origine, ma di destino, fondata sui valori di liberté, égalité, fraternité e laïcité (…)”.

Poi si prende di mira Valls:

“L’indecente discorso di Monaco a proposito dei rifugiati (…) La missione della Francia non è di alzare muri, ma di costruire ponti”.

Ci sono i rapporti di classe:

“Ecco che ce la si prende con il codice del lavoro! La sinistra ha appreso dai movimenti operai che non c’è libertà senza eguaglianza (…). I salariati subiranno un ricatto permanente (…) con il moltiplicarsi delle facilitazioni per i licenziamenti (…) con limitazione del potere di apprezzamento del giudice sul motivo economico (…). Ridurre le protezioni dei salariati di fronte ai licenziamenti condurrà sicuramente a più licenziamenti! (…). Chi può fare credere che aumentare il tempo di lavoro diminuirà la disoccupazione? Che i padroni avanzino queste rivendicazioni, perché no (…). Ma che queste diventino leggi della Repubblica, certamente no! Non questo, non noi, non la sinistra!”.

Non può mancare la democrazia:

“E poi diciamolo, il metodo non è più sopportabile. Si brandisce di nuovo la minaccia dell’articolo 49-3 (l’equivalente del nostro voto di fiducia, che esautora il parlamento del diritto al dibattito specifico in nome della disciplina di governo, ndr) (…). Una Francia governata senza il suo parlamento è mal governata. La democrazia è colpita. Ridiamo tutto il suo potere al parlamento, rispettando così la Costituzione”.

Infine il socialismo. E le riforme:

“I valori, l’ambizione sociale, i diritti universali dell’Uomo, l’equilibrio dei poteri, cosa resterà degli ideali del socialismo, quando avremo, giorno dopo giorno, sotterrato i suoi principi e fondamenti? (…) Non c’è né vera riforma, né qualcosa di sociale in molte delle politiche condotte da due anni. Troviamo delle proposte prese dal campo avverso, che non hanno niente di moderno, e che sono inefficaci. Per uscire dall’impasse, servono delle vere riforme, sinonimo di progresso economico, sociale, ecologico e democratico. (…). È questo cammino che bisogna ritrovare! Quello della sinistra, semplicemente!”.

Si tratta di un programma democratico con forti nervature sociali e richiami all’ecologia, e qui sta la novità, perché il Ps francese, e la sinistra tutta, sono tradizionalmente industrialisti e anche nuclearisti. La Conferenza sul clima COP21 a Parigi è stata una parata, ma per la Francia con poca sostanza. Infatti Fabius, che pure l’aveva presieduta, se ne è, in seguito, tenuto alla larga, dimettendosi.

Nel documento si sente la mano di Cohn Bendit, e già è una novità che egli e Aubry abbiano firmato – probabilmente scritto – insieme, non mi pare sia mai accaduto prima. Poi sarebbe una novità rilevante se ne nascesse una collaborazione per il futuro, una sorta di asse politico rosso-verde.

Ora è lecito chiedersi quali saranno le prossime mosse del nostro pacchetto di mischia. Il documento certamente ha fatto il botto, per adesso limitato però all’establishment socialista e agli ambienti intellettuali della gauche, non solo radical chic o gauche caviar, ma in un ambito più largo come il mondo dell’istruzione e della ricerca.

Inoltre il documento affonda il coltello nelle divisioni del Ps che vanno ben oltre la tradizionale, e quasi folcloristica – un po’ come da noi i bersaniani – fronda della cosidetta sinistra socialista. Come è emerso in più di un voto parlamentare, i deputati Ps contrari alla politica del governo aumentano di giorno in giorno.

“Sortir de l’impasse” incrocia con un movimento dentro e fuori il Ps che richiede le primarie per determinare la candidatura di sinistra alle prossime presidenziali, perché è evidente a tutti che la ricandidatura automatica di Hollande potrebbe essere disastrosa per il Ps e la sinistra, portando molto probabilmente al ballottaggio del secondo turno Marine Le Pen e il candidato dei Repubblicani Sarkozy o chi per lui.

I nostri Aubry e Cohn Bendit dicono chiaro che Hollande non avrebbe i voti di una parte molto consistente dei cittadini/e di sinistra, nemmeno sventolando il trattato della paura, rimasto ormai unico stendardo che copre le vergogne, citando essi non a caso l’ira del popolo che ha colpito i socialisti in ben quattro elezioni.

Se Hollande sostenuto da Valls dovesse perseverare nella sua ricandidatura, senza passare per le primarie, il Ps andrebbe a sbattere fino forse a fracassarsi, in uno scenario da incubo dove gli elettori di sinistra fossero obbligati a votare il candidato di destra per scongiurare l’arrivo alla presidenza di Marine Le Pen.

E qualcuno pensa che Valls poi sarebbe disponibile a essere primo ministro di un presidente di destra, in una sorta di coabitazione perversa per tenere insieme a tutti i costi la Quinta Repubblica, ormai deprivata di Liberté, Egalité, Fraternité. Un incubo non solo per la sinistra ma per chiunque abbia a cuore le vivre ensemble, la convivenza civile. Infine bisognerà aspettare per vedere se la rete dei firmatari si costituirà in modo permanente al di là di un movimento d’opinione. Intanto è aperto un sito web che, immagino, proprio dai firmatari dovrebbe essere animato.

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    Bruno Giorgini
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