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Allerta rossa per il cambiamento climatico

Acqua Alta

È allerta rossa per il cambiamento climatico. Qualche esagerato sta in spiaggia col costume da bagno. Il 25 novembre, dopo settimane di pioggia, Nervi è inondata dal sole con l’aria calda come un giorno di prima estate. Ma non è necessariamente una buona notizia che si possa andare a passeggio in pieno inverno con la maglietta e le braghe corte.

Siamo nel tempo del cambiamento climatico sub specie di riscaldamento globale arrivato al galoppo, quando le previsioni, persino le più pessimistiche, lo davano al trotto. Il caldo inusuale continua, i termosifoni sono spenti, la gente gira in giacca. In attesa della prossima tempesta, o mareggiata, o pioggia battente, a secchiate, fitta e regolare, fine e pungente, con gocce a grappolo o rade, ce n’è per tutti i gusti. Mentre avanzano le frane, solo a Genova se ne contano una trentina.

In tutta la Liguria le frane potenziali sarebbero quindicimila, numero apocalittico. Da prendere sul serio perchè le montagne liguri stanno lì appese, che sembra non aspettino altro per scivolare o precipitarsi in mare, e ogni tanto, anche senza essere battute da piogge continue, se ne stacca un pezzo.

Se in basso piove, tanto per non farci mancare niente, in alto nevica. In modo forte e intenso, così i rami degli alberi prima si piegano poi si spezzano. Non uno ogni tanto, ma parecchi.

Gli alberi, complice un’estate durata molto, hanno ancora le foglie. Questo crea una situazione di appesantimento quando arrivano le fitte nevicate.

Ecco il riscaldamento globale raccontato dagli alberi schiantati con le parole di Daniele Segale, presidente del Parco Naturale Regionale dell’Antola. Rincara la dose Marco Corzetta, agronomo sul Secolo XIX, giornale di Genova:

È un fenomeno (quello degli alberi che si spezzano) che si collega direttamente ai cambiamenti climatici. Quando l’estate arriva in ritardo e si protrae nel tempo, gli alberi finiscono per saltare quasi completamente la pausa biologica. In pratica scambiano l’autunno con la primavera, situazioni di luce e di temperatura simili. Non perdono la vegetazione e in queste settimane addirittura fioriscono e in qualche caso danno frutti.

Devastati poi dall’arrivo del gelo. Così il ciclo biologico dell’albero impazzisce, rendendolo più debole e fragile.

Crollano o barcollano e non sono comunque percorribili i viadotti, ben otto a rischio certificato. Lungo quello ferroviario dietro casa, non classificato a rischio, il treno rallenta fin quasi a fermarsi, indi procede a passo d’uomo, ogni tipo di treno dal merci all’IC, perchè la prudenza non è mai troppa.

Senza viadotti in Liguria non c’è mobilità possibile. La magistratura ha chiuso d’imperio due bretelle autostradali, lasciando in attività l’autostrada tra Genova e Milano, che si è immediatamente trasformata in un enorme ingorgo, con venti km di coda. Praticamente sono aperte solo strade provinciali e comunali, impervie quanto mai. Così il porto di Genova è a rischio chiusura, nel senso che le merci s’accatastano nei magazzini e sulle banchine perchè i TIR non possono viaggiare, o sono molto lenti nel dedalo di strade dove s’ingolfa tanto il traffico cittadino che quello a lunga percorrenza. Un incubo per una città che del porto vive e sopravvive.

A Genova il Comune tenta di ovviare ai disagi con i trasporti pubblici potenziati e gratuiti, però la circolazione è quasi bloccata. Insomma la mobilità è lenta, piena d’ingorghi, faticosa.

Ma la stupidità umana indotta dalle leggi dell’accumulazione di capitale e del massimo profitto non arretra. Infatti nello stesso porto di cui dicevamo, è entrata l’ammiraglia della flotta di MSC Crociere, la “Grandiosa”, così battezzata con sprezzo del ridicolo. Un mostro di stazza 181 mila tonnellate, lungo 331 metri e largo 43, con 19 ponti, ovvero alta più di 40 metri sul livello del mare, che imbarca fino a seimilatrecento passeggeri, con un equipaggio di 1704 membri, sbandierata come nave “green”.

Chissà se qualcuno si è chiesto quanta CO2, e altri gas serra, la “Grandiosa” immette nell’atmosfera. Per l’intanto siccome il suo pescaggio è a filo, bisogna dragare i fondali per aumentare la capacità di ricezione del porto. Il che accentua inevitabilmente il moto ondoso e le grandi onde in caso di mareggiate, tutt’altro che improbabili.

Nei quindici giorni di pioggia che hanno preceduto la tregua attuale, ho fatto la spola tra Bologna, Milano, Genova, e ritorno inseguito da una allerta rossa dopo l’altra. È sempre il cambiamento climatico che impazza, e questa pioggia – mi dico – potrebbe durare oltre i 40 giorni e notti del diluvio universale raccontato nella Bibbia, quando Dio furioso annuncia: di qui a sette giorni farò piovere sulla terra per quaranta giorni e quaranta notti: sterminerò dalla faccia della terra tutti gli esseri viventi che ho fatto.

Oggi più laicamente c’è chi come lo scrittore Tullio Avoledo ci dice dalle pagine di Repubblica:

I cambiamenti climatici (..) sono segnali di un’Apocalisse di cui siamo coscienti ma che non abbiamo nè la capacità nè la volontà di evitare. (..) La rivolta della Natura e la crudeltà umana sembrano andare ormai di pari passo.(..) Nel 2015 la maison Taittinger per affrontare le minacce del cambiamento climatico, ha comprato 69 ettari di terreno in Inghilterra, nel Kent. Il presidente della casa vinicola ha dichiarato che il cambiamento climatico è come la terza guerra mondiale, un’emergenza assoluta, ma che l’aspettativa è di creare nel Kent uno spumante di grande qualità che non sia paragonabile con qualsiasi altra bollicina al mondo. Come dire: mentre il Titanic affonda beviamo il migliore champagne mai prodotto. Quelli che stanno in prima classe, di cui molti si salveranno, e possono permetterselo. Gli altri confinati nei sottoponti affoghino, senza bollicine.

Mi muovo nonostante le allerte, perchè sia la pioggia frutto del cambiamento climatico oppure dovuta all’incazzatura di un qualche Dio, aspettare non serve a niente. Induce solo depressione e senso di impotenza. Mi muovo tra treni puntualmente in ritardo, qualcuno cancellato, coincidenze che non coincidono, posti prenotati che non esistono più, un paio di volte nemmeno la carrozza esiste più, eppure si viaggia, scoprendo le virtù dei concittadini.

A parte qualcuno, che non manca mai, quasi tutti praticano le virtù della cooperazione e della gentilezza, anche perchè arrabbiarsi non serve e poi contro chi, il padreterno, le nuvole dense, le rotaie bagnate, chi altro? Piove governo ladro nemmeno si può. Palesemente le strategie selfish (egoistiche) non funzionano, e l’uso seppure simulato della forza è un’idiozia. Non salti il tuo posto nella fila se non vuoi incorrere nel vituperio delle genti. Neppure ci provi.

Ci si scambia l’acqua e il panino, ci s’aiuta coi bagagli, si fanno turni per il posto a sedere senza badare troppo a prenotazioni eventuali (salvo sul Milano Genova, dove i posti liberi abbondano. Ogni volta il treno è quasi deserto, persino il capotreno sembra evaporato), si chiacchiera piacevolmente. Ci si presenta compitamente, dandosi la mano e a nessuno esce una parolaccia. So che può parere troppo idillico, ma così ho sperimentato. Con mezz’ora, un’ora, fino a due di ritardo.

In un mondo che sembrava in preda alla frenesia della velocità, la lentezza riprende i suoi diritti.

Le allerte rosse continueranno, sempre più fitte. Bisogna imparare a convivere con le piogge e le acque. Facendo fronte. Non esiste una tecnologia, magari incarnata in una grande opera, che ci metta al riparo (il MOSE insegna, ma ci torneremo discutendo di Venezia). Prima di tutto far fronte attivando la solidarietà e la cooperazione dei/lle cittadini/e. Ovunque, in treno, in stazione, per strada, nel proprio caseggiato (le pratiche di buon vicinato benedette vanno incentivate).

Epperò non basta. Va modellata una protezione civile di massa a partecipazione popolare, dove tutti/e abbiamo le nozioni di base pratiche e teoriche, cominciando dalle scuole di ogni ordine e grado. Ovvero la protezione civile deve diventare materia di studio, di laboratorio, di insegnamento dalle scuole elementari all’università. Si potrebbe anche prevedere un impegno per i giovani diretto e continuativo per sei, otto mesi, come fu a suo tempo la leva obbligatoria, Senza lanciare alti e scomposti lai, che non fu una tragedia fare il soldato per qualche mese. Inutile sì, ma nel caso della protezione civile utile sarebbe assai.

Ultimo ma non ultimo. Prima si chiuderanno i rubinetti delle fonti di energia a dominante petrolifera, e derivati, meglio sarà. La transizione a altre energie meno inquinanti e rinnovabili va assolutamente accelerata. Come accadde durante la seconda guerra mondiale quando le migliori menti tecnico scientifiche furono accorpate nel Progetto Manhattan per costruire l’arma letale, la bomba atomica, contro il male assoluto, il nazismo e Hitler, altrettanto credo bisogni fare oggi, mettendo in piedi una squadra di scienziati di molte discipline, dai fisici teorici ai politologi, che, lavorando insieme a contatto di gomito, assuma il problema del cambiamento climatico come la questione fondamentale per l’umanità oggi. Per evitare un altrimenti probabile, se non certo, olocausto climatico.

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    Bruno Giorgini
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Venezia e le acque

Acqua alta a Venezia

Qualcuno dice che Venezia, città d’acqua per eccellenza, sia la prova dell’esistenza di Dio. Certamente un miracolo di ingegneria idraulica e di bellezza, che immersa nella laguna, abbisogna di continua, accurata, amorevole manutenzione. A Venezia i grandi malati, che in genere stentano a prendere sonno, dormono e sognano beati. Mentre gli amanti si tengono per mano. Così ci racconta Josif Brodskij nel suo splendido “Fondamenta degli Incurabili”.

Venezia è connaturata all’acqua alta, quando devi metterti gli stivali, e proteggere dalla marea la tua bottega o casa. L’acqua alta, un fenomeno che arriva ogni autunno col plenilunio e lo scirocco. Qualche volta esagera e allora il mare la invade allagandola, come accadde nel 1966. Un evento raro se non eccezionale. Allora. Ma il 13/14 novembre l’elongazione di marea arriva a 187 centimetri, lo scirocco volando a oltre cento chilometri l’ora, e allora l’intero abitato finisce sott’acqua, da San Marco a Pellestrina letteralmente sommersa, dove muore anche una persona.

Dicono gli amici veneziani che hanno provato angoscia e grande tristezza mentre le acque salivano e il vento spazzava la laguna. Un senso di impotenza li ha presi, e uno spaesamento non essendoci più confine tra acqua e terra. Il mondo di terra scompare inghiottito dalle acque sotto i loro occhi, senza che loro nulla possano fare per opporsi e contrastare il fenomeno.

Accade il 13/14 novembre 2019, una data da ricordare perchè è la prima acqua alta al tempo del cambiamento climatico e/o riscaldamento globale che dir si voglia. Ovvero l’evento non è più straordinario ma sempre più possibile e ordinario, perchè inscritto nella nuova dinamica del clima, caratterizzata dall’aumento della temperatura media globale. Ma allora se vogliamo che la città di Venezia viva, dobbiamo attrezzarla per questa nuova fase.

Tornando ai 187 centimetri di elongazione di marea. Nessuno li aveva previsti. Si parlava al massimo di 167- 170 centimetri. Eppure la dinamica di marea è ben nota, i modelli predittivi piuttosto accurati e precisi, però a quanto pare l’osservatorio/ufficio delle maree viene se non smantellato, sicuramente deponteziato. Certo bisogna raccogliere i dati. E qui casca l’asino perchè di dati osservativi Venezia è paurosamente povera.

Per esempio esistono 379 ponti che congiungono 117 insule, epperò nessun dato sull’altezza di nessun ponte è noto! Quindi quando le acque si alzano non si sa mai se il vaporetto potrà o no passare sotto il ponte. Si va a occhio, si prova, se va male il mezzo s’arresta, o s’incaglia. Per esempio le tecnologie attuali permetterebbero senza troppa fatica di installare un sistema di sensori che registri l’evoluzione della dinamica per le acque in tempo reale (on line), eppure non ci sono.

Quando sistemi di questo tipo vengono proposti tutti scuotono il capo in senso affermativo, però poi le buone intenzioni rimangono lettera morta. Perché se Venezia è solo turismo e turismo e ancora turismo, chissenefrega delle acque alte, che anzi possono diventare un richiamo: che c’è infatti di più fico di un selfie con l’acqua a mezza gamba davanti S. Marco?! E infatti il coglione dei coglioni in piena salita delle acque si tuffa in costume da bagno e il video diventa presto virale.

Al massimo dobbiamo proteggere i monumenti cosidetti. Non a caso in tutti i media dove spesso si parla di apocalisse, ci si riferisce quasi sempre alle opere d’arte, mai ai cittadini veneziani, al loro sconforto, al loro dolore se non disperazione per la città allagata. Perchè gli abitanti, i veneziani, in ultima analisi impediscono almeno un poco, o rallentano, la trasformazione totalitaria di Venezia in città del turismo, come una novella Disneyland acquatica. Più o meno per caso collocata in un sistema lagunare unico al mondo, in equilibrio tra cielo terra e acqua. Equilibrio ecologico insieme robusto e delicatissimo.

Invece Venezia può essere il terreno di sperimentazione per pensieri, ricerche, tecnologie, culture, scienze e filosofie, modi di vita che facciano fronte al cambiamento climatico e alle sue conseguenze, tra le altre l’innalzamento delle acque, che a Venezia si accoppia con il fenomeno della subsidenza, cioè l’affondamento più o meno lento delle terre. Un grande laboratorio che si innesti sulla tradizione idraulica secolare della città lagunare, fin dalla sua fondazione in lotta con la pretesa del mare di riappropriarsi delle terre emerse a pelo d’acqua. Altro che la città museo a cielo aperto con i balzelli in entrata che qualcuno favoleggia, e sarebbe la morte di Venezia, imbalsamata come la Gioconda al Louvre che puoi vedere solo da lontano pressato da una folla.

La dico in altro modo. Venezia può essere il campo di sperimentazione per una nuova scienza e arte di manutenzione della città nell’era del cambiamento climatico, con la partecipazione dei cittadini, gli abitanti, i veneziani. Ma anche con la partecipazione dell’intero mondo. Delle sue risorse specie scientifiche e tecnologiche. Nonchè di senso civico.

Per ora certamente la dimensione turistica di sfruttamento crudele della città e delle sue bellezze, è egemone, ma forse gli eventi, anche catastrofici, obbligheranno a una svolta. Si potrebbe che Venezia ritrovi l’orgoglio e l’intelligenza dei suoi cittadini, contro la politica del soldo a ogni costo. Quando per esempio si pensa al passaggio delle grandi navi fin di fronte piazza San Marco, distruttivo a ogni giro delle enormi eliche, già un paio di volte si è rischiato grosso. Magari inducendo qualcuno a considerazioni più attente agli equilibri ecologici della laguna, e della città.

Comunque chi pensava di mettere la città al riparo dal mare con un’opera globale come il MOSE (Modulo Sperimentale Elettromeccanico) che ergendosi dal fondo alle bocche di porto avrebbe dovuto impedire l’irrompere del mare, è rimasto deluso. Il sistema già quasi completato (oltre il 90%) e mai finora messo in funzione almeno in prova, è rimasto inerte.

Inutili cassoni giacenti sott’acqua. Per anni Massimo Cacciari sindaco ha predicato contro l’opera che nel frattempo ha ingoiato più di cinque miliardi, in buona parte tangentizi, proponendo soluzioni alternative sostenute dal fior fiore dell’intelligenza scientifica italiana e europea, senza mai essere ascoltato. E oggi tutti a bocca aperta, ohoh, guarda un po’, non è servito a niente. Quando in parecchi lo avevano previsto. Ma tant’è, laddove impera il soldo, il bene delle genti può essere calpestato, e del bene comune si può fare strame.

La prossima volta. Ci sarà una prossima volta. Forse prima di quanto ci aspettiamo. Più violenta e furiosa. Più distruttiva. La città da qui a là dovrebbe attrezzarsi. Lo farà? C’è da dubitarne. In fondo i turisti vengono comunque a Venezia. E poco importa di quei cittadini/e veneziani angosciati, impotenti, impauriti dalla repentina salita delle acque, dalle raffiche di scirocco a oltre cento chliometri l’ora, dalle onde inarrestabili. Che vada a vivere a Mestre, sembra dire e soprattutto fare il sindaco Brugnaro. Odiosa politica quasi di pulizia etnica. Però magari qualcuno si ribellerà all’imperio del soldo e del turismo ammassato. Potrebbero persino diventare molti. Speriamo.

Il pizzo verticale delle facciate veneziane è il più bel disegno che il tempo-alias-acqua abbia lasciato sulla terraferma, in qualsiasi parte del globo. In più esiste una corrispondenza – se non un nesso esplicito – tra la natura rettangolare delle forme di quel pizzo – ossia gli edifici veneziani – e l’anarchia dell’acqua, che disdegna la nozione di forma. È come se lo spazio, consapevole – qui più che in qualsiasi altro luogo – della propria inferiorità rispetto al tempo, gli rispondesse con l’unica proprietà che il tempo non possiede: con la bellezza. Ed ecco perché l’acqua prende questa risposta, la torce, la ritorce, la percuote, la sbriciola, ma alla fine la porta pressoché intatta verso il largo, nell’Adriatico”. (J.B.)

Foto dal profilo Facebook del sindaco di Venezia Luigi Brugnaro

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    Bruno Giorgini
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Bologna non abbocca. L’Emilia-Romagna non si Lega

Veduta di Bologna

Bologna non abbocca. L’E-R non si Lega“. Sono i testi di due striscioni stesi su Piazza Grande piena di sardine, oltre dodicimila, forse quindici, mentre un corteo militante di tremila ragazze e giovani dei centri sociali traversa la città per andare a portare un festoso saluto a Salvini in campagna con la Lega per l’Emilia, asserragliato coi suoi manipoli, parecchi in meno dei cinquemila posti disponibili, al PalaDozza, se non fosse che s’è messa di mezzo la Polizia con gli idranti, e il lieto incontro non ha potuto avere luogo. Poco male: sarà per un’altra volta.

Voleva invadere Bologna Matteo Salvini, per liberarla dall’oppressione rossa, comunista, rimanendo invece con un palmo di naso in una città dove nessuno lo “ha cagato” (tipica espressione di Bologna la Dotta), essendo pur anche i suoi in buona parte importati da fuori, tanto che interrogato sulle ragioni dello sparuto numero al suo seguito, candidamente risponde: ci sono dieci pullman bloccati dai teppisti (i soliti centri sociali, la sua ossessione). Col che inanellando due gaffes clamorose. La prima dice che quindi si trattava di truppe camellate da lontano. Ma quando si scopre che dei dieci pullman non c’è traccia, ovvero che non esistono, il nostro si sotterra da solo, e fine della storia.

Invece andiamo in piazza di fronte a S. Petronio e a Palazzo d’Accursio, dove troviamo migliaia di sardine. Dopo gli zingari felici, la città felsinea inventa infatti il movimento delle sardine. Un pesce sociale che si muove rapido e sinuoso in branco.

Quando incontra un predatore famelico e aggressivo, il branco assume naturalmente una configurazione che minimizza la superficie d’impatto, onde mandare a vuoto l’attacco. Si tratta di quello che i matematici chiamano “una configurazione topologica”, cioè non hanno bisogno le nostre sardine di comunicazioni dal vertice del branco fino all’ultimo pesce, ci vorrebbe troppo tempo.

No, non appena una qualunque delle sardine percepisce l’aggressore (o gli aggressori) si muove in modo tale da diventare il capo branco, dando origine alla dinamica che rende possibile a lei, e a tutte le sue compagne, esperire la conformazione e via di fuga più efficace. Il branco può rarefarsi o compattarsi, assumere una configurazione a rete o a cloud (nuvola), disporsi in fila indiana o attorcigliarsi in nodi, insomma sperimenta tutte le geometrie più opportune per minimizzare il rischio. Una volta superata la situazione di pericolo, il branco assume una modalità più distesa e, per così dire, a maglie larghe.

Così nella sera del 14 novembre, rispondendo all’appello di quattro giovani, migliaia di sardine si sono affollate in piazza l’una accanto all’altra in una empatia generalizzata che rifiutava e escludeva gli invasori. Ci si riconosceva tutti/e figli/e della stessa terra, e in qualche modo legati dalla stessa civile convivenza e democrazia, nata dalla Resistenza e dalla Liberazione in quel lontano 25 aprile 1945.

Altro che la liberazione incautamente della Lega in Emilia evocata da Salvini, capo di una forza politica che non è più la vecchia Lega autonomista e/o secessionista, ma un partito nazionalista intriso di razzismo e xenofobia, di odio per l’Altro e il Diverso, pervaso da una volontà di esclusione dei poveri, con pensieri, linguaggi, comportamenti similfascisti, in alcuni casi nazisti (sincope di nazional populisti). Ma non è stato solo un istinto di autodifesa verso l’osceno invasore.

Nella piazza spira ottimismo. Sentimento oggigiorno raro assai. E comunità. La coscienza di avere un bene comune non solo da fruire, ma da costruire insieme. Non è ancora un discorso politico, tantomeno una politica, piuttosto un anelito, un bisogno di riconoscersi l’un l’altro e di esistere come corpo sociale comune costituito di individui ma non ognuno per sé, piuttosto un insieme di eguali.

Una piazza dell’uguaglianza dove viene naturale presentarsi. Noi veniamo da Monghidoro. Abbiamo visto la televisione, e deciso di salire in macchina per venire. Voi? Noi da via Fondazza, più vicino, e si ride quasi fossimo ragazzini. Perché è pure una piazza allegra. S’immagina che se ci fosse la musica sull’intero crescentone, qualcuno potrebbe mettersi a ballare. D’altra parte l’impianto stereo piuttosto malfermo, non proprio un modelle d’efficienza per un pubblico tanto grande, manda le canzoni di Lucio Dalla, il cantore della città. Com’è profondo il mare. Il pensiero come l’oceano non lo puoi bloccare non lo puoi recintare.

Adesso comincia la battaglia elettorale. La piazza di Bologna deve riversarsi ovunque per respingere l’invasione della Lega nell’Emilia rossa. Il nostro bene comune che non può essere saccheggiato dai lenzichenecchi salvinisti. Neppure sfregiato. Se mai dovesse accadere, la strada per il potere fascioleghista sarebbe spianata fino al governo del paese.

In questa battaglia il ribelle e il democratico devono darsi la mano, senza annullarsi l’un con l’altro, ciascuno nei suoi modi, ma con la coscienza piena che respingere l’assalto della destra è destino comune e compito di tutti/e, in un impegno diretto, individuale e collettivo. Vincere è possibile. Qualcuno ha paragonato lo scontro alla battaglia di Stalingrado durante la seconda guerra mondiale. Forse è un po’ eccessivo e retorico, però indubbiamente dobbiamo tutti avere una volontà determinata e una intelligenza acuminata, senza fare passi indietro o ingolfarci in lambiccati piani B. Aux armes citoyens, formez vos bataillons.

Che le sardine crescano e prosperino. Da piazza Maggiore a tutta l’Emilia–Romagna. Almeno.

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    Bruno Giorgini
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Elezioni in Emilia. Madre di tutte le battaglie

La sede della Regione Emilia-Romagna a Bologna

Elezioni in Emilia. Dopo che la destra guidata da Matteo Salvini ha sbaragliato il campo avversario in Umbria, l’agone si trasferisce in Emilia-Romagna. Una regione ben più corposa sul piano demografico, economico e sociale, nonchè fino all’altro ieri una regione “rossa”.

Sempre governata dalla sinistra nelle sue diverse rappresentazioni, PCI e PSI, poi attraverso le successive configurazioni, PdS, DS e qualche altra che deve essermi sfuggita, fino all’attuale Presidente Stefano Bonaccini del PD.

È chiaro a tutti che se la destra assiata sulla Lega dovesse conquistare il governo dell’Emilia, avrebbe la strada spianata per una trionfale marcia del potere dai territori fino al governo centrale, che a quel punto posto in stato d’assedio da parte della quasi totalità delle regioni, faticherebbe assai a reggere.

Si tratterà quindi non di una più o meno polemica discussione sul governo della regione, ma di una battaglia di potere, sul potere, per il potere. In questo senso vantare il buon governo e la buona amministrazione, parlare degli asili nido o degli apprezzabili risultati economici, eccetera non inciderà più di tanto sui risultati.

Senza dimenticare che il PD è spesso malvisto se non odiato per la sua gestione spesso arrogante e clientelare del potere, per esempio nella sanità. Salvini in Umbria ha fatto ben cinquantatre comizi, battendo città, cittadine, piccoli paesi, palmo a palmo.

Nessuno ricorda il nome della Presidente eletta, tutti ricordano Salvini, un palco dopo l’altro, da cui scende per abbracciare il suo pubblico, fare i selfie, scambiare due parole, sudato e scamiciato, uno di loro, anzi: il loro capo. Primus inter pares.

Sempre in Umbria in uno dei paesini, Salvini è stato il primo politico a parlare da un palco dopo un lontano comizio di De Gasperi. Oggi non è dato sapere quanti comizi abbia progettato per l’Emilia-Romagna, ma se tanto mi da’ tanto saranno parecchi.

Tutti molto fisici, comizi del corpo oltreché della parola, comizi di lotta contro il PD, “la mafia rossa” – non lo dice lui, per ora, ma i suoi su questo viaggiano. Ne per batterlo basterà riferirsi alla relativa incapacità politico-amministrativa della signora Lucia Bergonzoni, candidata ufficiale della destra, poichè tutti sanno che è Salvini il deus ex-machina.

Insomma il PD concentrato sulla propaganda del buon governo e buona amministrazione, appare inadeguato per contrastare efficacemente la pratica politica di potere sviluppata dalla Lega e dal suo capo.

Allora che fare per respingere l’invasione leghista dell’Emilia Romagna? Credo che dovrebbe manifestarsi una insorgenza della miriade di associazioni della società civile che costella la regione. Migliaia. Dal volontariato alle cooperative – di produzione, consumo, sociali, culturali – tutti i circoli Arci, le associazioni LGBT e delle libertà e diritti civili per cui la vittoria della Lega sarebbe una sciagura, centri sociali, le molte altre realtà sociali, un cumulo di forza/e che se decidesse di opporsi all’invasione leghista, potrebbe metterla in scacco fino a respingerla.

Certo non sarà facile attivarla questa forza, ma non vedo altra strada per sperare di vincere la sfida dell’ex-Emilia “rossa”. Che sarebbe un bel colpo alle sconfinate ambizioni di Salvini e della destra.

Una destra permeata di razzismo e similfascismo, che viola i diritti umani e la Costituzione repubblicana. Perchè nel nostro paese sia potuta crescere fino a andare oltre il 50%, a volte arrivando a sfiorare il 60%, è questione seria e intricata su cui bisognerà tornare.

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    Bruno Giorgini
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La guerra dei curdi ci riguarda. Molto da vicino

Guerra in Siria. Il Presidente turco Recep Tayyip Erdogan

Guerra in Siria. I partigiani curdi resistono all’offensiva dell’esercito turco scatenata da Erdogan. I civili curdi fuggono a decine di migliaia dalle città assediate e bombardate. Intanto si accatastano i morti.

Il dittatore della Turchia ha deciso una strategia delle armi volta al genocidio e alla pulizia etnica con la sostituzione delle popolazioni curde scacciate a viva forze.

La strategia è determinata alla distruzione di quella entità “statuale” che è il Rojava. Insopportabile con il suo impianto federalista, la sua democrazia multiculturale e multietnica, femminista, libertaria, ecologista.

Lì a due passi dalla Turchia nazional-nazionalista, senza diritti al dissenso, tutti in fila ad applaudire il dittatore. Osceno e odioso, ma molto potente anche rispetto alle cancellerie occidentali, dagli USA traditori dei curdi con cui pure avevano stretto un patto, all’Unione Europea.

Guai a urtarlo Erdogan, che tiene in pugno alcuni milioni di profughi siriani, nonché soprattutto i miliziani di Daesh o Isis che dir si voglia, i nazisti dello stato islamico sedicente. Che in un batter d’occhio potrebbero arrivare a Parigi, Londra, Roma a spargere il terrore, senza trovare alle frontiere neppure un inciampo.

L’uccisione di Hevrin Khalaf

Miliziani per ora addetti dal dittatore agli omicidi talmente odiosi che neppure l’esercito turco può reggerne la vergogna, come l’uccisione a freddo di Hevrin Khalaf, segretaria del Partito Futuro Siriano. La giovane difendeva i diritti e la libertà delle donne nonché la convivenza tra le diverse comunità, curdi, cristiano siriaci e arabi.

È stata fermata da un gruppo armato assieme ad alcuni compagni, con loro trucidata. Da jihadisti al soldo di Erdogan o forse direttamente da militanti di Daesh. Gli assassini hanno filmato e messo in rete l’esecuzione e il cadavere di Hevrin secondo una prassi del terrore psicologico e della crudeltà delle immagini consolidata tra i gruppi nazijihadisti.

C’è un video della guerra in Siria, tra i tanti pieni d’orrori visibili su YouTube che mi ha colpito per la sua totale disumana brutalità. Una signora attraversa la strada passando davanti una autoblindo turca ferma.

Non c’è traccia di battaglia né vicina né lontana. In quel mentre l’autoblindo si mette in moto e investe la donna che si abbatte lì davanti. L’autoblindo come se niente fosse invece di arrestare il suo movimento, appena agli inizi, continua la sua marcia, passandole sopra la schiaccia e s’allontana.

Strage di civili in Siria

Questo è l’esercito di Erdogan, membro della NATO, alleanza cui anche il nostro Paese partecipa. La questione non è chiedere che l’Italia esca dalla NATO, ma che la NATO butti fuori la Turchia per palese e prolungata violazione dei diritti umani e per reiterati crimini di guerra.

Però l’aggressione turca al Rojava, con l’invasione di una parte del territorio siriano da parte delle truppe di Erdogan, non è soltanto una azione di forza che cumula stragi di civili con violazioni dei diritti umani.

La protesta e l’indignazione verso la Turchia non possono nutrirsi solo del diritto di ingerenza umanitario, pur sacrosanto. E neppure solo della umana solidarietà con chi viene calpestato massacrato ucciso.

C’è una valenza politica che impone di mobilitarsi contro la guerra in Siria di Erdogan e al fianco della resistenza dei curdi, perchè dal risultato di questa battaglia dipende anche il destino d’Europa, delle nostre democrazie e libertà.

Credo che un filo possa essere tessuto tra l’attuale situazione e la guerra di Spagna degli anni ’30 nel secolo scorso. Il dittatore Franco con l’aiuto dei fascisti italiani e dei nazisti tedeschi aggredì la Repubblica spagnola, riuscendo ad abbatterla nel 1939, a un passo dalla seconda guerra mondiale.

L’intera democrazia europea è in gioco

Una analogia certo, non una meccanica sovrapposizione, perchè molte condizioni sono assai diverse, che però può aiutarci a capire la posta in gioco. La questione oggi come allora mette in gioco l’intera democrazia europea.

E la stessa questione mette in dubbio le nostre libertà, nonché la possibilità di una guerra non dico mondiale, ma quando una palla di neve comincia a rotolare, fa presto a ingrossarsi in una valanga.

Erdogan è un dittatore che opera oggi in armi contro i curdi del Rojava, ma il suo obiettivo di largo raggio è una modificazione in senso autoritario dell’Alleanza Atlantica.

Con un occhio alle cosiddette democrazie illiberali, o democrature che dir si vogliano, e un gioco di sponda con la Russia di Putin. Tutte azioni e iniziative che tra l’altro puntano a mettere in crisi l’Unione Europea e un suo sviluppo nel senso di una maggiore unità e influenza politico strategica.

Intanto rientra in campo il dittatore siriano Assad, coi curdi obtorto collo stretti tra il genocidio e questo scomodo alleato. Mentre l’UE decide un embargo per la vendita di armi alla Turchia, una misura più che altro politico simbolica, perchè come Erdogan ha sottolineato, i suoi arsenali traboccano.

Trasformare le mobilitazioni in movimenti

Se dai governi europei passiamo ai popoli, le mobilitazioni sono per ora agite da minoranze militanti, seppure consistenti.

Si tratta di trasformarle in movimenti di massa (centinaia di migliaia, se non milioni) contro la guerra in Siria di Erdogan e a favore della resistenza civile e armata dei curdi in un ventaglio di azioni e iniziative le più varie.

Dall’esposizione di bandiere curde ai balconi e alle finestre, dai sit in ai cortei, dal boicottaggio dei prodotti turchi al picchettaggio delle sue agenzie turistiche e di viaggio, dal blocco delle merci nei porti, penso per esempio ai camalli genovesi, e non mi dilungo oltre.

Saldando queste mobilitazioni con quelle ecologiste contro il cambiamento climatico, perchè il Rojava tra i suoi molti meriti ha anche quello di avere un’anima ecologica molto rilevante.

Tenendo pure presente che alcuni connazionali sono andati a combattere coi curdi e che uno di loro Orso, Lorenzo Orsetti, fu ucciso nella guerra contro Daesh. Un martire partigiano proposto da alcuni per la medaglia d’oro.

In fine. A Bologna la prima manifestazione contro la guerra d’aggressione degli USA al Viet-Nam vide camminare sotto il portico di via Rizzoli ben sette persone, coi loro cartelli e slogan!

Pochi mesi dopo erano mille, diventando poi milioni in tutto il mondo, i quali pesarono eccome nella sconfitta dell’esercito più potente del pianeta che dovette evacuare il Viet Nam scappando a rotta di collo.

Recep Tayyip Erdogan
Foto dal profilo ufficiale su Facebook di Recep Tayyip Erdogan
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    Bruno Giorgini
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Capitana, oh mia capitana

Capitana Carola Rackete

La disobbedienza civile. “Quando dunque io rifiuto di obbedire a una legge ingiusta, non nego affatto alla maggioranza il diritto di comandare: soltanto mi appello non più alla sovranità del popolo, ma a quella del genere umano.” Così Alexis de Tocqueville, uno dei padri della democrazia. E s’intende subito perché i populisti odino letteralmente chi pratica la disobbedienza civile, essendo che non possono darsi al loro sport preferito, salire e galoppare a cavallo del popolo. Ma se il popolo glielo togli da sotto ecco che finiscono col culo per terra. Come è successo a Salvini nel confronto con Carola Rackete comandante della Sea Watch3.

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    Bruno Giorgini
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L’onda nera. La resistenza delle città

L’onda nera dei nazionalismi, nazional fascismi, sovranismi fino ai nazismi è stata in Europa contenuta dagli argini costituiti dal voto. Se per un verso popolari e socialisti sono regrediti, per l’altro sono emersi i verdi  con cifre di tutto rispetto a compensare, mentre anche i liberali si sono rafforzati, così appare ragionevole prevedere che nel nuovo Parlamento europeo nascerà una maggioranza ad escludendum i sovranisti. (altro…)

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    Bruno Giorgini
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S’avanza la meglio gioventù

La meglio gioventù

Guardo in diretta il comizio di Salvini con gli altri nazionalisti, nazional fascisti, sovranisti fino a quelli nazisti tout court, d’Europa, in Piazza Duomo a Milano. Da un palazzo si distende in tutta la sua altezza uno striscione: restiamo umani, e la figura di Zorro che svetta. Quindi la camera inquadra il fronte della contestazione. (altro…)

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    Bruno Giorgini
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Je so’ pazzo: la comune di Napoli

Je so' pazzo

Se dovessi raccontare di fronte a dei bimbi a mo’ di favola direi: a Napoli le forze del bene sono grandi estese belle, i buoni sono tantissimi, la grande maggioranza, ma il male sta sempre in agguato e i cattivi sono crudeli, vogliono opprimere e dominare la città, vogliono ucciderla.  Così la vostra compagna Noemi di quattro anni è stata trafitta a un polmone da una pallottola da guerra sparata da un orrendo cattivo. E’ successo altre volte. (altro…)

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    Bruno Giorgini
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La fucilazione di Benito Mussolini

Un giorno da ragazzo chiesi a mio padre Roberto perché i partigiani avessero scelto di giustiziare in tutta fretta Benito Mussolini e gli altri gerarchi catturati, invece di istruire un processo pubblico come quello di Norimberga, dove le colpe e i crimini dei nazisti erano state esposti di fronte non solo all’intero popolo tedesco ma anche alla comunità internazionale dei paesi che avevano sconfitto Hitler, e all’intero mondo. (altro…)

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    Bruno Giorgini
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L’Educazione Europea

Educazione europea

Education européenne, Educazione Europea, di Romain Gary, romanzo pubblicato nel 1945, raccconta la resistenza contro i nazisti e i fascisti in Polonia. Il più bel libro sulla resistenza europea lo definì Sartre. Gary, che partecipò direttamente, ricevendo dopo la guerra la Legion d’Onore, che non era uno scherzo all’epoca, per il suo valore in battaglia. Il protagonista della storia è Janek, un ragazzo di quattordici anni. (altro…)

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    Bruno Giorgini
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Welcome B.H.

welcome bh

So di essere mortale e creatura di un giorno; ma quando scopro gli ammassati cerchi roteanti delle stelle, i miei piedi non toccano più terra, ma, fianco a fianco con Zeus stesso, mi sazio di ambrosia, il cibo degli dei. (Tolomeo astronomo del II secolo a.C.)

Benvenuto buco nero (black hole). Quando ero matricola a Fisica, un amico più avanti negli studi mi parlò dei buchi neri, oggetti che non vedrai mai, salvo se ti corrono addosso in corridoio. Oggi ne vedo uno come un vecchio amico diventato famoso sugli schermi di mezzo mondo. (altro…)

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    Bruno Giorgini
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La vita di Orso, medaglia d’oro al valore

Lorenzo "Orso" Orsetti

“Guardo i nostri: molti sono giovanissimi, appena freschi d’accademia, alcuni ragazzi arabi sono truccati col mascara e portano strani ciuffi simili alla moda emo di qualche anno fa. Un altro indossa una maschera antigas, ed un’accetta gli spunta dietro la schiena. C’è una certa estetica che c’accomuna tutti, ma ognuno indossa pezzi di uniformi diverse e kefieh dei più svariati colori. Sembriamo l’armata Brancaleone: siamo bellissimi.” (altro…)

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    Bruno Giorgini
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Sarà il clima che ci salverà

Venerdì 15 marzo in molte città del mondo gli studenti, e più in generale i giovani,  scioperano e manifestano sul cambiamento climatico e il riscaldamento globale.

La scintilla è stata accesa da Greta Thunberg, sedicenne svedese, che ha deciso di protestare lanciando un grido d’allarme “Sul clima voglio che andiate nel panico, come se la vostra casa fosse in fiamme”. Per mesi è rimasta col suo cartello ”sciopero per il clima” davanti al Parlamento Svedese finché il suo messaggio prima è diventato virale sui social, quindi ha invaso il mondo, diventando portavoce e eroina di milioni di giovani e giovanissimi. Fino alla proclamazione dello sciopero per il clima su scala globale. (altro…)

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    Bruno Giorgini
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La Francia delle fratture

gilet_jaunes

A Parigi e nel resto di Francia, da Strasburgo a Marsiglia da Bordeaux a Toulouse, e lungo le strade coi blocchi, il movimento dei Gilet Jaunes (GJ) scende in piazza per il sedicesimo sabato consecutivo. Nessuno all’inizio c’avrebbe creduto, e invece decine di migliaia di persone si mobilitano da tre mesi, in modo militante occupando strade e piazze, spesso scontrandosi con la polizia. Nella capitale si muovono due cortei, stavolta inquadrati dalla polizia e con in nuce un servizio d’ordine dei manifestanti, fatto del tutto inedito. (altro…)

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    Bruno Giorgini
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Cent’anni fa moriva Rosa Luxemburg

Il 15 gennaio del 1919 Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht furono prelevati a Berlino con la forza, da uomini dei freikorps, una milizia paramilitare agli ordini del ministro della difesa Noske e del primo ministro Ebert, entrambi socialdemocratici di rango. Quindi i due dirigenti della Lega di Spartaco scomparvero forse torturati, certo uccisi.

Le spoglie di Rosa, già al tempo leggendaria figura nel movimento di emancipazione e rivoluzionario del proletariato internazionale, non furono per decenni ritrovate. Soltanto nel 2009 Der Spiegel dà notizia della scoperta degli autentici resti. Non per caso a epitaffio Bertold Brecht scrisse “Ora è sparita anche Rosa la rossa/ dov’è sepolta non si sa/ siccome disse ai poveri la verità/ i ricchi l’hanno spedita nell’al di là”.

L’omicidio politico di Liebknecht e Luxemburg fu una tragedia che segnò l’intera storia del Movimento Operaio e Rivoluzionario europeo almeno fino alla fine della seconda guerra mondiale. Nasce lì la dizione di socialfascismo per indicare la socialdemocrazia, e il termine di socialfascisti per indicare i militanti di quelle formazioni politiche. Il che permise per esempio durante la guerra di Spagna (1936 -39) agli agenti dello stalinismo di ammazzare a destra e a manca senza scrupolo alcuno militanti schierati a difesa della Repubblica e contro Franco, accusati di essere socialfascisti, seppure questa denominazione non fosse più nell’ufficialità dell’ Internazionale Comunista -Komintern poi Kominform – e dei partiti comunisti che aderivano.

Ma se Rosa Luxemburg fu brutalmente uccisa dai sicari socialdemocratici – tra l’altro i freikorps furono gli antesignani dei corpi paramilitari nazionalsocialisti – non fu amata dai bolscevichi e dai comunisti dell’ortodossia marxista leninista, nonché vituperata dagli stalinisti. Fu Stalin in persona durante una riunione del comitato centrale bolscevico a lanciare strali contro Rosa che si era permessa di criticare la strategia insurrezionalista per la presa del potere – insurrezione di una ristretta minoranza che se permise di prendere il Palazzo d’Inverno, abbatté anche il governo del socialista Kerenskij e sciolse la Duma, il Parlamento eletto, comportando una drastica riduzione delle libertà democratiche appena conquistate.

Ma era ancora vivo e attivo Lenin che, racconta la leggenda, mise a tacere baffone con queste assai taglienti parole: “Sa compagno Stalin, ci sono aquile che qualche volta possono volare basse come galline, ma nessuna gallina per quanto starnazzante ha mai volato fino all’altezza delle aquile”.

Qui sta uno dei nodi, il continuo intreccio tra libertà, democrazia e socialismo che Rosa racconta a ogni piè sospinto. Non c’è nella sua concezione rivoluzione senza democrazia, non c’è socialismo senza il consenso della maggioranza, le è estraneo il concetto martellato da Lenin di dittatura del proletariato, che poi alla svelta diventa dittatura del partito, indi del comitato centrale, fino al dittatore unico da cui si emanano tutti i poteri, e allo sterminato gulag dove vengono e giacciono rinchiusi per decine d’anni milioni di schiavi ai lavori forzati.

Il pensiero e l’azione, ovvero la vita, di Rosa Luxemburg rappresentano una grande speranza di una rivoluzione che non sia incunabolo di una dittatura, una rivoluzione capace di assumere in toto la libertà, la coscienza e la creatività individuale come motori e fonti di energia per il suo sviluppo. E non fu un caso se nel ’68, libertario e antiautoritario, per esempio troviamo tracce ampie e profonde della Luxemburg, negli scritti di Rudi Dutschke e Peter Krahl, tanto per dire. Persino a Bologna in quei tempi quattro giovani, dettero vita a un gruppo “gli spartachisti” che rimandava a Rosa. E non solo loro, quando si terminava la canzone bandiera rossa, scandivano “Viva Marx, viva Lenin, viva viva Rosa Luxemburg (invece di viva Mao Tze Tung).

L’influenza di Luxemburg non si ferma agli ambienti politici più o meno marxisti. Il suo libro più bello e profetico, “l’Accumulazione di Capitale” arrivando a definire la globalizzazione e a descrivere la possibile apocalisse con la resurrezione, permea per esempio il pensiero di Jared Diamond, l’autore di “Collasso”. Più in generale molti scienziati sociali e economici si nutrono oggi delle pagine di Rosa Luxemburg. Una gran donna, che andava davanti ai cancelli delle maggiori fabbriche europee arringando gli operai, nelle piazze a manifestare, nei congressi di partito a rovesciare tavoli burocratici e a denunciare dirigenti ignavi, raccontando non il sogno di un’utopia ma la scienza della possibile libertà e rivoluzione. Per questo fu uccisa. Per questo ancora vive.

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    Bruno Giorgini
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A Parigi la nuda lotta di classe

Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino. 24 giugno 1793, Parigi, Francia.

Art. 33 – La resistenza all’oppressione è la conseguenza degli altri diritti dell’uomo.

Art. 34 – Vi è oppressione contro il corpo sociale quando uno solo dei suoi membri è oppresso. Vi è oppressione contro ogni membro quando il corpo sociale è oppresso.

Art. 35 – Quando il governo viola i diritti del popolo, l’insurrezione è per il popolo e per ciascuna parte del popolo il più sacro dei diritti e il più indispensabile dei doveri.

Karl Marx scrive nel 1842 uno dei suoi primi articoli politici. É appena laureato all’università di Jena, ma già attivo nell’area dei cosidetti hegeliani di sinistra. La questione in ballo è una legge che, per salvaguardare i boschi, vieta ai contadini di tagliare i rami, comminando varie pene ai trasgressori. Una legge che oggi potremmo definire ecologica. Epperò i contadini, in specie poveri, altro non possono che continuare nel “furto del legno boschivo”, a meno di non morire dal freddo. Marx li difende accanitamente. Anzi arriva a assumerli come punta di lancia delle ribellione contro lo stato prussiano, alfieri di una rivoluzione che egli già intravede come necessaria. Non così i suoi amici hegeliani, molto rispettosi del bosco, e delle leggi. Si può dire che con questo lavoro Marx diventa marxista, ovvero materialista mettendo i piedi nel piatto della condizione materiale e nei bisogni degli uomini in carne e ossa, e quello di scaldarsi in inverno non è dei minori.

A Parigi e in tutta la Francia da alcune settimane centinaia di migliaia di persone sono in rivolta contro il Presidente Macron e il suo governo (“La Francia ha una piramide sociale e al suo vertice siede Macron. Vogliamo che venga a sentire l’odore che c’è qua, in basso”). Si sentono sfruttati e si ribellano. Uomini e donne da ogni parte delle terre di Francia e di Navarra indossano la pettorina gialla mettendosi in cammino contro il potere costituito, assunto come il responsabile primo della loro oppressione. Crescono di giorno in giorno, con la solidarietà della grande maggioranza dei loro connazionali. Finora non avevano altro che i loro nudi corpi, e la fatica del lavoro, quando c’è, tirando la cinghia. Adesso hanno deciso di esistere, come corpo sociale collettivo. Di farsi classe insorgendo attraverso la lotta, in presa diretta. Con una loro organizzazione orizzontale in gran parte veicolata attraverso la rete, in altra parte coi contatti diretti, nel villaggio, nel caseggiato, nel quartiere, sul treno, nel pulman, nel parcheggio quando si parte per Parigi, Tolosa, Marsiglia, la capitale e le grandi città dove altri Gilet Jaunes li aspettano. Ma senza alcuna politica, senza alcuna mediazione politica. Non sono di destra, non sono di sinistra, il centro poi chissà cos’è. La loro è nuda lotta di classe. Col che la loro stessa insorgenza come corpo sociale che si fa classe nella lotta mette in crisi il paradigma algoritmico del controllo su cui Macron ha fondato il suo potere, la sua autorità. Quando i corpi si mettono in movimento imprevisto e imprevedibile, quando il libero arbitrio individuale insorge fondendosi con gli altri mille aneliti di libertà e eguaglianza, quando le antiche tradizioni di lotta di strada che vengono dalla Rivoluzione dell’89 e dalla Comune sembrano rinascere, e le menti si forgiano nella rivolta, l’intera rete delle nervature sociali cambia e si stravolge, fin dove, e come, oggi è difficile dire. Assisteremo a una torsione verso destra, autoritaria e/o parafascista. Oppure le grandi parole di libertè, egalitè, fraternitè e di lotta contro lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo acquisteranno un nuovo spessore e slancio.

La nuda lotta di classe degli sfruttati contro gli sfruttatori di per sè non garantisce che i valori della sinistra e/o anticapitalistici e/o libertari e/o egualitari e/o ecologisti e/o della differenza sessuale, e quant’altro, diventino materia costituente il corpo sociale. Ci vuole la coscienza di classe, giungendo finanche alla coscienza rivoluzionaria. Quella che Lenin intendeva dovesse essere iniettata dall’esterno, perchè non insorge spontaneamente con la rivolta. A questo proposito un gruppo di giovani studenti il cui nome in italiano recita “soffia il vento, urla la bufera”, dove democratici radicali e ribelli anarco marxisti camminano e manifestano la mano nella mano – si impegna su due fronti. Per un verso portano il verbo rivoluzionario alle masse “sulle barricate”, e/o comunque in tutte le occasioni di lotta e azione cui attivamente partecipano, non credo avendo in mente Lenin ma piuttosto praticando una discussione politico ideologica, dove apprendono dai Gilet Jaunes la dura materia dei bisogni “proletari”, mentre a loro volta propongono linguaggi e obiettivi che vanno oltre le rivendicazioni sociali, in un certo senso dicendo: questa è una lotta per il potere e non soltanto per abolire la tassa sul macinato (benzina e gasolio). Sul secondo fronte lavorano a allargare l’arco sociale della rivolta alle scuole e università, con un buon successo dal punto di vista del blocco della didattica e del numero di istituti occupati, seppure è difficile dire quanti studenti siano realmente coinvolti in prima persona. E non è l’unico gruppo d’azione in tal senso. Tutta la costellazione dei gauchistes è presente, in particolare nelle grandi città, Parigi, Tolosa, Marsiglia dove i militanti si sono buttati a corpo morto dentro il movimento, quasi non credendo ai propri occhi. Con loro i sindacati, CGT in testa, le associazioni laiche e cattoliche di mutuo soccorso e molti collettivi di lavoratori sotto le più varie sigle. D’altra parte i Gilet Jaunes (GJ) vanno a dare il proprio sostegno per esempio ai lavoratori di Amazon in sciopero, mentre i ferrovieri si schierano coi giubbetti gialli, scaldando i motori per scendere in pista. Insomma più passa il tempo più la nuda lotta di classe dei GJ diventa composita e complessa. Ovviamente si immergono nel movimento anche i gruppi di estrema destra, a quel che ho potuto constatare soprattutto con azioni “militari”, ma per ora senza un lavoro ideologico e una presa politica sul movimento o sue parti significative. Per fare un paragone con l’Italia, non si sono viste fin qui all’opera organizzazioni come casa Pound e/o Forza Nuova che si nutrono di obiettivi sociali, e anche i miltanti del Front National stanno schisci, con un basso profilo. Sempre in confronto al nostro paese, sono piuttosto presenti gruppi di picchiatori come i naziskin e/o Ordine Nuovo.

Per ora in generale nessun partito è riuscito a mettere le braghe ai moderni sansculottes, e d’altra parte Macron stesso aveva ridotto le formazioni tradizionali, repubblicani eredi del gaullismo e socialisti eredi di Mitterand, a larve, dando fiato alle trombe della sua appendice “En Marche”, inabile però di fronte a una crisi delle dimensioni attuali; En Marche dove proliferano gli yes man tecnocratici, quando va bene, altrimenti decerebrati e basta. In presenza di uno scontro sociale così duro, esteso e fondamentale, l’assenza della mediazione e rappresentanza politica apre un varco naturale al confronto diretto sulla base della forza, che quindi può in un batter d’occhi diventare pratica della violenza. Così le manifestazioni diventano un mero problema di ordine pubblico, da tenere a bada o reprimere. Ho esaminato molti video degli scontri a Parigi sugli Champs-Elysées e anche in altri luoghi, dove è evidente l’intento della Polizia a sgomberare i manifestanti del tutto pacifici costi quel che costi, e a tentare di mettere loro paura con pestaggi violentissimi su persone inermi, spesso giovanissimi/e. Una politica dell’ordine pubblico demenziale, se sul serio si fosse voluto mantenere l’ordine urbano; invece spiegabile come il tentativo di “spezzare le reni al movimento col manganello”, che però non ha funzionato, perchè nessuno è scappato, anzi i GJ hanno resistito, spesso con mezzi di fortuna, e col contributo di molte donne anziane e/o di mezz’età che facevano scudo e velo alle cariche, molte, moltissime in prima fila. E i famosi, famigerati casseurs o black bloc come qualche giornalista italiano in preda alle traveggole ha detto? Certamente ci saranno stati, fatto è che gli arrestati e immediatamente processati sono falegnami, saldatori, elettricisti, muratori, cantonieri, fattorini, conduttori di trattore, disoccupati, ecc..: tra le 70 persone comparse davanti ai giudici lunedì mattina non c’è neppure un teppista, o un facinoroso, o un casseur, no tutte persone comuni, molte venute dalla provincia tutte incensurate e onesti cittadini, con alcuni episodi grotteschi come i quattro arrestati appena scesi dall’auto che avevano parcheggiato lontano dagli scontri, e considerati dal PM potenziali colpevoli perchè si stavano recando all’Arc de Triomphe dove si svolgeva un “raduno proibito con violenze contro la polizia” (fonte Le Monde). Tra l’altro l’autorità del Presidente Macron in termini di ordine pubblico aveva subito un duro colpo per l’affaire Benalla, quando il sopradetto capo della scorta presidenziale, era stato fotografato e filmato durante la manifestazione del primo maggio mentre in tenuta antisommossa pestava a sangue due giovani manifestante senza averne nessun titolo, non facendo egli parte delle forze di polizia. Macron lo aveva giustificato e difeso, cumulando bugie e omissioni, finchè in Luglio aveva dovuto cedere, licenziandolo. Ma la frittata ormai era fatta e la linda camicia bianca del giovane leone imbrattata in modo indelebile. Forse l’intervento inconsulto e violentissimo di Alexandre Benalla fu la spia di una tendenza dello stesso Presidente a “presiedere” un uso della forza e della violenza contro i “contestatori” e critici del suo potere, chissà. Comunque sia un Presidente così non piace ai francesi, e infatti l’indice di gradimento nei sondaggi è ormai al 21%, o meno.

A questo punto dobbiamo vedere quali obiettivi, al di là della goccia di benzina e gasolio che ha fatto traboccare il vaso, questo movimento si sta dando. In sintesi per quel che fin qui è possibile leggere, siamo in presenza di un movimento massivo per la redistribuzione della ricchezza e del reddito, per la giustizia sociale con forti venature nazionaliste. Citiamo alcune proposte e obiettivi di un documento, discusso e approvato in rete da, dicono gli “autori”, 30000 persone, indirizzato ai deputati della Republique sotto il titolo: Le direttive del popolo perchè voi le trasformiate in legge.

Zero senza domicilio fisso: URGENTE, Imposta più progressiva sul reddito, SMIC, salario minimo, a 1300 euro netti,(..)nessuna pensione sotto i 1200 euro, salario massimo fissato a 15000 euro, scala mobile, limitazione degli affitti + alloggi a affitto moderato, divieto di vendere i beni appartenenti alla Francia, pensione a 60 anni per tutti, e per i lavori usuranti (per esempio muratore) a 55 anni, gas e elettricità vogliamo che tornino pubblici, fine della politica d’austerità col rimborso del solo debito e non più degli interessi dichiarati illegittimi, protezione all’industria francese, vietate le delocalizzazioni, e via così in una mixitè di obiettivi alcuni volti a ridurre fortemente le diseguaglianze e altri a “rinforzare” la nazione, senza però razzismo contro i migranti seppure la politica di integrazione venga forzata fino a: vivere in Francia implica diventare francesi eccetera, e infine non possono mancare le tracce di una politica ecologica, come lo sviluppo dell’autombile a idrogeno e la costruzione di immobili a basso consumo energetico.

A questo punto i Gilet Jaunes si ergono invitti, e Macron giace reclino essendo però sempre il capo dello Stato, il Presidente della Republique. Ci sarà alla prossima mobilitazione a Parigi una palingenesi rivoluzionaria nello scontro frontale tra lo Stato e gli insorti? Oppure il Presidente sarà capace di trovare una soluzione politica giusta e democratica, senza schierare e muovere le truppe? Macron potrebbe convocare un referendum, che però con tutta probabilità perderebbe. Oppure potrebbe dimissionare il governo, ma chi altro poi potrebbe scegliere non si sa. Altra soluzione in campo potrebbe essere lo scioglimento del Parlamento con elezioni anticipate. Al buio, con i partiti tradizionali in pappa, mentre il suo movimento En Marche non pare proprio sulla breccia, possibile che si afflosci come un soufflè mal cotto. Elezioni non facili dunque nel bel mezzo d’ una tempesta sociale senza precedenti. Infine i GJ potrebbero dotarsi in un tempo strettissimo di una rappresentanza politico sociale in grado di iniziare una trattativa con lo Stato, il che a tutt’oggi non pare proprio una soluzione a portata di mano.

Comunque sia, per dirla con Camus: Je me révolte, donc nous sommes.

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    Bruno Giorgini
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Prevedere i flussi turistici a Venezia

Veduta di Venezia

L’osservatore di folle. Rimase istantaneamente ammaliato dallo spettacolo, vedendo quanto spontanei fossero gli esseri umani nei loro movimenti. Quanto i movimenti di ciscuno fossero unici, e quanto rivelassero la natura della persona. (V.S. Naipaul)

State andando in gita a Venezia, con le solite avvertenze e/o timori, la folla dei turisti in ogni dove, magari anche la possibilità di incappare nell’acqua alta, e prima la ressa in stazione se siete in treno o l’occupazione del parcheggio se arrivate in auto, e quant’altro può intralciare specie in una giornata di grande afflusso, il carnevale o la Festa della Salute, il Redentore o la Regata Storica, ecc..

Ebbene immaginate che sul vostro cellulare possiate ricevere una serie di informazioni in tempo reale: per l’arrivo la presenza o meno, e quando, di congestioni di traffico nell’area, poi i posti nel parchegggio, l’affollamento sui treni e in stazione, talchè potete scegliere il mezzo più opportuno e l’orario più comodo. Una volta in città sempre il vostro telefonino vi comunica lo stato della dinamica pedonale e dei vaporetti lungo tutti i possibili tragitti che vi conducono alle vostre mete a piedi e/o in vaporetto, e se si tratta di musei e/o mostre d’arte l’affollamento, gli intervalli di tempo più favorevoli, e la possibilità di prenotare l’entrata online.

Nel caso di acqua alta non avrete soltanto l’informazione media sull’elongazione di marea ma anche quali sono i tratti più asciutti e al riparo dall’allagamento in tempo reale, e quindi le traiettorie suggerite a seconda di dove vi trovate e di dove volete andare.
Fantascienza? Non tanto.

Alcuni anni fa Armando Bazzani e io, nell’ambito del Laboratorio di Fisica della Città di Unibo, in collaborazione con l’architetto Paolo Michieletto dello IUAV, proponemmo questa idea nel progetto Per.Ven.Ire: percorsi veneziani per una mobilità comoda e bella. Con alcune difficoltà maggiori. Una di ordine scientifico: la dinamica dei pedoni è largamente imprevedibile, poichè essi sono dotati di libero arbitrio. Ovvero il moto non è deterministico quindi prevedibile, come i gravi che cadono lungo linee rette, ma zigzagante nel tempo e nello spazio, per cui due persone che hanno la stessa meta possono arrivarci per percorsi del tutto diversi nello spazio e nel tempo. Percorsi che possono cambiare quasi istante per istante. Quindi bisognava scrivere un algoritmo capace di prevedere l’imprevedibile, che non è stato facile. Un’altra di ordine culturale.

Venezia è talmente bella da ritenere che tanto basti. Senza bisogno di una governance della mobilità che andasse oltre i cartelli che indicano su muri le mete più famose, Rialto, San Marco, L’Accademia, poi la Ferrovia e Piazzale Roma per il ritorno. Più o meno è tutta l’informazione necessaria, poi basta guardarsi intorno per restare estasiati. E se ci sono situazioni critiche, la ressa su un ponte, o all’uscita dalla stazione, o cose del genere, bastava fare appello ai vigili urbani, alle forze di polizia e alla protezione civile per mettere le cose a posto. Non era certamente il caso di scomodare la fisica, i modelli matematici e i sistemi ICT (Information Communication Technologies).

Ma i flussi turistici sono intanto cresciuti assai, la globalizzazione e l’apertura dei mercati asiatici, della Cina innazitutto, ha rovesciato folle sempre più ampie su calli, campi e vaporetti, e ormai non c’è persona sul globo terracqueo la quale non sogni di andare almeno una volta nella città d’acqua. Quindi i flussi turistici sono critici per la città e la sua vivibilità ogni giorno, per 365 giorni l’anno. Per cui, suo malgrado, la cultura della polis veneziana è obbligata a cercare un modo di governo “intelligente” della mobilità.

Infine l’ultima difficoltà fu all’epoca la mancanza di un partner industriale adeguato e robusto sia sul piano della acquisizione dei dati che su quello della costruzione concreta del sistema. Ma il Laboratorio, oggi diretto di Armando Bazzani con un gruppo di brillanti giovani ricercatori/trici, non si è arreso e pezzo a pezzo ha risolto queste difficoltà, fino ad arrivare al sistema che vengo a raccontare, scusandomi per le semplficazioni. Per l’intanto decisiva è stata la collaborazione con TIM, sia per i dati da telefonino che ha fornito sia per il suo peso e serietà industriale nel campo delle high technologies. Inoltre anticipiamo subito il risultato più significativo sul piano della previsione: il sistema ha una capacità predittiva nell’arco di 30 minuti.

Questo vuol dire che se il sistema registra per esempio una congestione di pedoni, in un punto delle rete, siamo in grado di prevedere come si evolverà questa criticità 30 minuti dopo. In generale la congestione può sciogliersi, restare stabile, crescere lentamente, oppure esplodere in maniera esponenziale, figliarne un’altra, eccetera. Ebbene il sistema in atto vede nel futuro cosa accadrà, con una probabilità molto alta, e quindi può inviare un messaggio alla protezione civile che prenderà le misure del caso. Per capire meglio supponiamo di essere in Piazza San Marco durante un evento, un concerto o qualcosa che comunque richiami una folla.

Nei nostri visori vedremo questa folla, e se accade che un gruppo anche di poche persone si compatti mettendosi in movimento, ecco che il nostro sistema simula cosa accadrà tra trenta minuti, nel mentre comunque l’osservazione tramite telecamera continua. Così possiamo prevedere se si avrà una situazione per esempio di caos debole – weak chaos – sotto la soglia di panico, oppure se invece la dinamica diventerà caotica in modo irruente – caos forte, strong chaos – con la possibiltà concreta che si inneschi il panico, mettendo a rischio l’incolumità delle persone. Questa previsione lascia un tempo per agire, depotenziando e/o disinnescando la possibile situazione caotica. Se nelle traiettorie fa irruzione il caso, cioè l’imprevedibile, il sistema Per. Ven.Ire riesce a prevederlo, seppure in modo statistico.

Adesso torniamo all’inizio per discutere brevemente le nervature del sistema. La prima è la raccolta dei dati fatta con telecamere e telefonini TIM. Dati che vengono analizzati, e per così dire “scremati”, tramite un processo algoritmico che estrae dalle serie numeriche l’informazione utile e ragionevolmente buona, informazione sul numero, posizione, velocità degli individui istante per istante presenti sulla rete di calli, campi e canali e che diventa la base statistica su cui poggia il passo successivo. Le serie numeriche vengono iniettate nel modello teorico, nel cui merito qui non entriamo, che descrive la dinamica pedonale, modello che implementato tramite un apposito algoritmo su computer, permette di fare simulazioni della mobilità “realistiche”. Infine, ultimo e decisivo passo, l’algoritmo che implementato su computer, permette la predizione.

Applicando Per.Ven.Ire è possibile contare in modo quasi esatto il numero e la posizione degli individui presenti sulla rete di mobilità a un dato istante; da quale accesso entrano in città, nonchè con quali mezzi – treni, automobili, trasporto pubblico, battelli – arrivano; distinguere turisti, pendolari, abitanti; mappare tutte le traiettorie e disegnare i percorsi a maggiore densità; infine dato lo stato del sistema a un certo istante, prevedere cosa accadrà dopo trenta minuti.

Per concludere credo si possa dire che costruendo il sistema Per.Ven.Ire, Venezia si doterà di una infrastruttura “intelligente”. Qualcuno potrebbe chiamarla una IA, Intelligenza Artificiale che, anche sul piano culturale, farà entrare la città nel nuovo secolo della modernità ICT (Information Communication Technology) senza rinunciare alla sua storia e alla sua bellezza, che anzi ne verrà incrementata, perchè in qualche modo questo sistema sconfina nell’ArtScience, dove fantasia e rigore matematico si danno la mano per una creatività anche estetica. Calvino nelle “Città Invisibili” la racconta così:

“A Smeraldina, città acquatica, un reticolo di canali e un reticolo di strade si sovrappongono e s’intersecano. Per andare da un posto a un altro hai sempre la scelta tra il percorso terrestre e quello in barca: e poichè la linea più breve tra due punti a Smeraldina non è una retta ma uno zigzag che si ramifica in tortuose varianti, le vie che s’aprono a ogni passante non sono soltanto due ma molte, e ancora aumentano per chi alterna traghetti in barca e trasbordi all’asciutto. Così la noia a percorrere ogni giorno le stesse strade, è risparmiata agli abitanti di Smeraldina.(..) Combinando segmenti dei diversi tragitti (..), ogni abitante si dà ogni giorno lo svago di un nuovo itinerario per andare negli stessi luoghi. Le vite più abitudinarie e tranquille a Smeraldina trascorrono senza ripetersi”.

Veduta di Venezia

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    Bruno Giorgini
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Genova per noi

porto di genova

C’era stato un tempo in questo nostro secolo in cui Genova era grande tra le città del mondo, scrive Maurizio Maggiani nello splendido “La regina disadorna”.

Oggi arrivando alla Superba col treno da Milano si vedono gli spezzoni del Ponte Morandi crollato il 14 agosto, che stringono il cuore prima ancora di ferire lo sguardo. Nulla è stato finora fatto, e neppure si sa che cosa dovrebbe essere fatto, almeno con una ragionevole certezza. Quindi scendendo fino al porticciolo di Nervi, dove abito quando vengo a Genova, incontro i rifiuti portati dalla mareggiata che giacciono sulla spiaggia.

Da lì camminando mi avvio verso la passeggiata Anita Garibaldi, meravigliosa sul mare a picco, il cui primo troncone nacque nel 1862 sulla traccia di un antico sentiero usato dai pescatori. Alle spalle si stendono alcuni dei parchi più belli, mentre la passeggiata sospesa al di sopra degli scogli, è costellata di simpatici caffè bar e baretti. Tutta Genova viene a passeggiare respirando il mare e godendosi i colori, dal blu delle onde al bianco delle schiume al verde degli alberi, in tutte le sfumature. Ma oggi la passeggiata è impraticabile. Onde furiose alte tra i sette e nove metri l’hanno letteralmente fracassata in più punti.

Il Ponte Morandi e la passeggiata Anita Garibaldi, due simboli della città a pezzi. Il viadotto incarnava la vocazione della città ai commerci, dal porto snodandosi la mobilità delle merci verso Ponente fino a Francia e Spagna, e a Levante verso il Nord Italia e in Europa fino alla Norvegia da un verso e la Russia dall’altro. Nonché il ponte significava l’unità della città tra Levante e Ponente, fondamentale per la mobilità urbana.

La passeggiata era il luogo di fratellanza tra la città, i suoi abitanti e il mare, non quello lontano che da secoli portavano le navi e i piroscafi, ma quello vicino dove tuffarsi, nuotare, muoversi con le canoe, o le barche con la vela latina o quella fenicia. Il mare di famiglia, il mare sottocasa. Prima del cambiamento climatico e del riscaldamento globale, quando ogni onda rischia di diventare uno tsunami. Le onde sono figlie del vento, e l’aumento della temperatura nell’atmosfera si trasforma in venti sempre più violenti. Infatti un grado e mezzo di aumento, che è quello attuale, significa una grande quantità di energia di movimento, iniettata nell’aria rispetto a quella presente fino a ieri. Perchè la temperatura è proporzionale all’energia cinetica media delle molecole del gas, e quindi queste vanno molto più svelte, ovvero si generano venti molto più veloci cioè più potenti che quando scendono sul mare producono non le increspature del dolce zefiro d’antan, ma onde alte come case a due o tre piani e oltre, cariche di energia capaci di sollevare barche e panfili scagliandoli sulla costa, scardinare e spazzare via impianti balneari, e anche la veranda del ristorante dove vado a pranzo non c’è più.

Piero 21, così si chiama questa antica trattoria, sta sul mare, là sotto a circa otto-nove metri che rumoreggia, ma oggi non troppo. Hanno lavorato sodo a rimettere in sesto almeno la sala da pranzo in muratura, quindi postando su Facebook il risultato talché i molti clienti abituali potessero tornare, essendo che ha un rapporto qualità/prezzo eccezionale in un ambiente cordiale e intelligente.

Si tratta di un luogo popolare nel senso migliore del termine, con una clientela quasi interamente locale, piuttosto di persone che comunque, persino se parlano russo, qui abitano, vivono, lavorano e spesso amano Genova – crocevia di molte nazionalità. Popolare e molto vivo. Un ottimo punto d’osservazione per gli umori della città.

Andando oltre, arriva Boccadasse, dove il mare ha invaso la spiaggia, la strada e letteralmente assedia le case, con un nuovo problema: le fogne. Il sistema di spurgo è allagato e intasato, gli odori nauseabondi e soprattuto il mare, anche se oggi è quasi calmo, appare minaccioso guardato dalle finestre lambendo le porte delle case. Ricorda certi film di fantascienza, con le acque sotto i grattacieli di New York che pare aspettino solo il momento buono per salire ai piani alti. Ma non è fantascienza, non più: è il cambiamento climatico rispetto al quale Genova appare fragile e in difficoltà. Eppure a coabitare con le acque dovrebbe essere abituata.

Ma dicevo degli umori, e opinioni, della gente. Dal taxista, alle chiacchere ascoltate in autobus, alle conversazioni al ristorante, alle considerazioni degli amici e dei vicini è possibile trovare un denominatore comune? Mi par di sì. Al di là dei brontolii per le mancanze delle autorità e istituzioni, dal governo al sindaco, dei partiti che non fannno nulla e Grillo genovese non sfugge anzi, del fatto che il ponte interrotto sta ancora lì che pencola mentre il traffico impazzisce, e “chissà per quanto, ma ci crede lei che faranno in fretta, in un anno o poco più?”.

No, nessuno ci crede, nemmeno una persona che io abbia sentito, o orecchiato. Non sarà scientifico, però colpisce. È vero che la Liguria disegna un sorriso rovesciato, ma qui sembra un digrignar di denti impotente. Però c’è qualcosa di più profondo e comune che mi par di percepire. Una sfiducia non tanto nelle istituzioni e organizzazioni tecniche o politiche che siano, ma nella città, nelle sue strutture, oserei dire nel suo spaziotempo, nella sua topologia così come è venuta costituendosi nel corso dei secoli. Che vuol poi dire anche sfiducia dei cittadini in sè stessi.

Questione è che Genova per il riscaldamento climatico sul fronte del mare, e per le infrastrutture di mobilità barcollanti e spezzettate, schiacciata dalla montagna da dove l’acqua non è che scorre a valle: precipita, e schiaffegiata dalle onde tanto alte che così nessuno le aveva mai viste, appare allo stato attuale in balia degli eventi, una sorta di laboratorio per le catastrofi. Se poi aggiungiamo che la città già era in crisi per la chiusura e/o il ridimensionamento delle grandi fabbriche, con la scomparsa della classe operaia, e al porto con l’introduzione dei container quella dei camalli – che furono i protagonisti in piazza del luglio ’60 contro il congresso del MSI e il governo Tambroni – e in seguito le varie azioni urbanistiche, sociali, culturali e politiche tese a ridefinire le coordinate di una comunità, di un comune sentire, un po’ hanno funzionato un po’ no.

Adesso il problema è diventato urgente, perchè senza il viadotto Morandi e senza la passeggiata Anita Garibaldi la città rischia la depressione dell’immaginario. Ovvero di restare senza idee, proprio quando di idee nuove avrebbe un gran bisogno. Per l’intanto il turismo, una delle risorse, si sta assottigliando e le cancellazioni alberghiere non si contano, così come le presenze al grande acquario diminuiscono a vista d’occhio. Sarebbe il momento per Genova di riaccendere la Lanterna.

porto di genova

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Evoluzione umana e cambiamento climatico

cambiamenti climatici

Il riscaldamento globale non solo è in atto, ma galoppa tanto che persino Trump se ne è accorto. E sembra andare più svelto di quanto i modelli abbiano fin qui raccontato e previsto.

L’aumento della temperatura (che altro non è se non l’energia cinetica media delle molecole di gas) dà luogo a venti turbinosi e spesso imprevedibili, che tra l’altro alzano onde di marea impressionanti e poi gli tsunami diventano sempre più frequenti spazzando le coste, e poi l’aumento delle temperatura dei mari produce evaporazione delle acque che sale a formare nuvole sempre più gigantesche, e poi queste nuvole si scaricano con piogge torrenziali, e poi le piogge diventano acide distruggendo flora e fauna, e poi la banchisa polare si scioglie – questa estate al polo le temperature hanno oscillato tra 30 e 34 gradi, un caldo mai visto – aumentando il livello delle acque, e poi molte specie muoiono andando prossime all’estinzione e poi là dove c’era erba verde e alberi si fa il deserto, e poi le carestie si moltiplicano, e poi milioni di persone migrano, e poi il mondo si dissemina di guerre e poi i ghiacciai raggrinziscono eccetera eccetera.

Tutto questo groviglio s’annoda, s’ingrossa, s’amplifica e moltiplica di giorno in giorno mentre l’umanità per ora appare parecchio claudicante a farvi fronte. Anzi, qualcuno ci specula e guadagna masse enormi di danaro lucrando su fame, malattie nuove e vecchie, rapine finanziarie, commerci di armi e droga a tonnellate (migliaia), illegalità e violenze, mostruose diseguaglianze, schiavitù delle forze di lavoro, calpestando diritti e libertà individuali quanto collettivi. Fino in Europa questo avviene, e giova tenerlo a mente.

Quindi che fare, se fare qualcosa è ancora possibile, almeno per contenere le soglie critiche dentro un quadro di sostenibilità – un aumento che non vada oltre un grado e mezzo ci dice l’ultimo rapporto del gruppo internazionale IPCC (ottobre 2018). Sembrerebbe una causa comune per l’intera umanità, eppure stenta a assumere una dimensione globale capace di permeare l’intera vita associata della specie homo. Per esempio gli accordi tra gli Stati, come l’ultimo siglato a Parigi per limitare le emissioni di gas serra, recentemente denunciato da Trump che se ne è tirato fuori, oltre a non coinvolgere tutti i paesi, faticano a essere applicati, trovandosi spesso scappatoie per non rispettare oggi le regole appena definite ieri. Su questo piano soltanto una pressione continua e massiva dell’opinione pubblica può, potrebbe, in qualche modo sollecitare maggiore impegno e celerità di esecuzione, perchè a poco servirà chiudere la stalla dopo che i buoi siano scappati.

Nel panorama generale emergono però una miriade di idee, iniziative di base e buone pratiche ecologiche radicate nel territorio di cui varrebbe la pena tracciare una mappa dinamica, cominciando a definire una rete connessa aperta e disponibile sul web. Una rete cooperativa che accolga tanto le entità collettive (associazioni, gruppi di ricerca, partiti eventuali, sindacati, chiese, università, accademie, sistemi di protezione civile ecc.. ) quanto le singole persone.

Inoltre nel 2015 Papa Francesco ha licenziato l’enciclica Laudato Sì, fino ad ora il documento “ideologico” più completo e globale sulla questione, rivolta a tutti gli “uomini di buona volontà”, ma in specifico alle comunità religiose, in primis i cristiani e i cattolici, invitandole a mobilitarsi. Qui però vorrei affrontare il problema sotto un profilo diverso.

L’evoluzione dell’homo non è definita soltanto dal suo patrimonio genetico. Anzi il suo corredo genetico è piuttosto striminzito. Se si assume l’escherichia coli come unità di lunghezza per la stringa genetica, la nostra vale circa 30.000/31.000 geni, mentre quella del lilium ne conta 70.000. La lunghezza della stringa misura la variabilità, cioè la capacità di adattamento, per così dire “spontaneo”, all’ambiente circostante e ai suoi cambiamenti. In altre parole noi umani rivestiti soltanto dei nostri geni avremmo avuto vita corta e grama sulla terra primigenia. Ma a questo punto insorge, in modo per ora misterioso, il cervello, quindi la mente, quindi l’intelligenza che suggeriscono la scelta di costruire un ambiente adatto allo sviluppo dell’homo il cui culmine sono le città, nonchè le varie fasi dai cacciatori ai raccoglitori fino agli allevatori e agricoltori.

Il paradigma che sottende questa decisione evolutiva è quello del dominio dell’uomo sulla natura che deve essere piegata e sfruttata per soddisfare i nostri bisogni e desideri, diventando un enorme reservoir di energia, cibo. ricchezza. Così si sviluppa la civiltà umana sul, e a spese del, pianeta: aria, acqua, terra, materie prime nulla viene risparmiato. Tutto viene preso, occupato, estratto, lavorato e trasformato in merce.

Mentre gli scarti di questa secolare e gigantesca attività di costruzione e produzione della cosidetta “seconda natura” vanno a inquinare la prima natura (wild nature). Fin quando si scopre che il reservoir non è infinito, e che per esempio l’inquinamento dovuto ai gas serra può generare un cambiamento climatico globale, certamente contribuendo al riscaldamento del pianeta. Ovvero dal paradigma del dominio sulla natura tramite scienza e tecnologia bisognerebbe transire a un contratto di equità tra umani e natura. Il che è facile da dirsi ma molto meno a farsi.

Edward O. Wilson, biologo di chiara fama, propone di trasformare la metà del pianeta in una riserva naturale dove fauna, flora, territorio e biodiversità siano protetti da ogni contaminazione antropica. Per dare una idea, nel nostro paese l’area delle riserve naturali protette vale circa il 10 – 11% del territorio, e globalmente si arriva al 15%. L’Half Earth Project ha ricevuto l’interesse e il consenso di una parte consistente della comunità scientifica che moltiplica iniziative e prese di posizione, mentre per esempio le grandi corporations disboscano ogni giorno migliaia di ettari in Amazzonia (dal 1970 a oggi sono stati tagliati alberi per 768 mila chilometri quadrati, pari al 19% del totale), e lo stesso avviene in maggiore o minore misura in tutti i grandi sistemi boschivi e forestali del pianeta.

Infine vorrei affrontare il problema da un altro punto di vista. Oltre a un dominio globale dell’uomo sulla natura sempre più marcato fino a diventare come oggi distruttivo, la scienza e la tecnologia hanno enormemente ampliato e approfondito lo spettro delle conoscenze. Salvo che nel patto stretto tra scienza e poteri politico, economico, militare, religioso, dopo alcuni secoli di turbolenza si raggiunse un accordo, un patto sociale, che garantiva una illimitata libertà di ricerca agli scienziati mentre i prodotti della scienza venivano gestiti e utilizzati dai quei poteri. Insomma i ricercatori si rinchiudevano nelle torri d’avorio, e le loro scoperte tecnico scientifiche si spargevano nel mondo secondo i criteri e canoni dei poteri dominanti.

Ecco qui sta il nodo: è urgente non solo per ragioni di democrazia, intraprendere un processo di riappropriazione sociale del sapere scientifico, perchè diventi un patrimonio collettivo. Il general intellect deve essere nostro, dei cittadini, la scienza deve scriversi come citizens science. Per questo gli scienziati devono uscire dalle torri d’avorio, come sta in parte accadendo- si veda per esempio il movimento March for Science – e i cittadini/e devono operare per accedere ai tesori di conoscenza che nelle torri stanno rinchiusi.

Dalla computer science alla fisica del caos e della complessità, dalla matematica dei big data alla teoria dei materiali, dagli studi sulla coscienza a quelli sul libero arbitrio, ma l’elenco sarebbe lungo quanto la Treccani almeno, tutto/i questo/i sapere/i devono essere impugnati dalle persone, dai cittadini e posti in essere dentro la società, diventarne linfa in grado, tra l’altro, di confrontarsi con il cambiamento climatico. Citizens science quindi come strumento per un contratto di equità tra umani e natura, nonchè di eguaglianza tra gli stessi umani. E’ un processo propriamente evolutivo, con alternanza di variabili lente e veloci, su tempi lunghi con improvvise accelerazioni e salti, ma che bisogna cominciare perchè questo general intellect tecnico scientifico comune può contrastare il paradigma del dominio e dello sfruttamento, indebolendolo fino alla scomparsa.

Cosa dice l’ultimo rapporto del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico sugli impatti del riscaldamento globale?

In prima a tutta pagina Liberation ha titolato: “le rapport glacant du Giec“, il rapporto agghiacciante del Giec (IPCC in versione francese). Questo significa che l’allarme sta finalmente arrivando alle opinioni pubbliche, almeno in Francia e Gran Bretagna, il Guardian da anni conduce una campagna serrata. Epperò i media italici ancora sono assai timidi, seppure sia dal punto di vista scientifico che da quello dell’osservazione quotidiana dei fenomeni cosiddetti estremi, cicloni tsunami uragani e cataclismi vari, ci siano ormai pochi dubbi: il cambiamento climatico è in atto e sembra accelerare di giorno in giorno.

Ma vediamo in estrema sintesi cosa contiene “l’agghiacciante rapporto”, consigliandone comunque la lettura integrale.

1) Il rapporto esamina gli effetti di un riscaldamento dell’ordine di 1.5 gradi, il limite che gli Stati si erano impegnati a rispettare alla fine del 2015 (conferenza di Parigi). Gli autori (86) appartengono a 39 paesi (soltanto il 39% sono donne).
2) L’emissione di gas serra dovuta alle attività umane è la principale causa del riscaldamento climatico. Il gas serra cresce a un tasso di 0.17 gradi per decennio dal 1950. A questo ritmo l’aumento di 1.5 gradi sarà raggiunto tra il 2030 e il 2052. Nel 2017/18 abbiamo già raggiunto un grado centigrado. Ovvero da qui alla fine del secolo si raggiungerà un incremento della temperatura di oltre 3 gradi.
3) In un mondo con una temperatura media di +1.5 gradi il cambiamento climatico affliggerà l’intero pianeta, con effetti più pesanti per i paesi più poveri. Tra l’altro già fin d’ora più di un quarto della popolazione mondiale vive in aree dove la temperatura è maggiore di 1.5 gradi per più mesi l’anno.
4) Il rapporto sottolinea a più riprese che bisogna ridurre le emissioni di energia delle costruzioni, dell’industria e dei trasporti ben del 45% da qui al 2030 (che è dietro l’angolo ndr), mentre la parte delle energie rinnovabili per l’elettricità deve arrivare al 70-80% del totale nel 2050.
5) Tutti i numeri oggi disponibili, in primis il consumo energetico, sono assai lontani da quanto sarebbe necessario per contenere i limiti di soglia entro un grado e mezzo di aumento.

Infine qualcuno potrebbe chiedere come mai un aumento delle temperatura di 1.5 gradi, che non sembrano neppure tanti, possa mettere a rischio l’abitabilità del pianeta per i viventi nonché l’intera civiltà umana. Facendola semplice, la temperatura in un gas rappresenta l’energia cinetica media delle molecola – l’energia di movimento. Un aumento di 1.5 gradi significa una montagna di energia in più iniettata nell’atmosfera. Energia che si trasforma in correnti d’aria, cioè venti, sempre più forti e tumultuosi, mentre le acque dei mari evaporano riempiendo l’atmosfera di nuvole quante non mai, che poi si scaricheranno a terra con piogge torrenziali e tempeste inaudite. Poi i ghiacci eterni cosiddetti, il permafrost, si sciolgono e il livello del mare cresce.

Processi che sono già in atto, e trascuriamo qui le estinzioni di flora e fauna, le piogge acide e molto altro, procurando un mucchio di guai, le cosiddette emergenze per cui nel giro di poche ore in questi giorni centinaia di migliaia di cittadini della Florida si trovano col culo a mollo e una miriade di città costiere finisce sott’acqua.

cambiamenti climatici

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