Gli effetti della riforma

Buona Scuola: i motivi della protesta

sabato 14 novembre 2015 ore 08:00

Dopo l’intensa scorsa stagione di opposizione alla legge 107 della cosiddetta buona scuola, la giornata di sciopero convocata venerdì 13 novembre dai sindacati di base Cobas, Unicobas Cub e Anief, è stata la prima vera giornata di protesta del mondo della scuola a legge approvata.

Le diverse manifestazioni nelle principali città del paese hanno visto in piazza diverse migliaia di persone, fra studenti, i più numerosi, ma anche i lavoratori della scuola, docenti e collaboratori scolastici, che in alcune città come Milano e Napoli, hanno anche affrontato i manganelli di forze di polizia e carabinieri non intenzionati a concedere un cm in più dello spazio stabilito.

Cariche partite al primo tentativo di forzatura, studenti trascinati a terra per i capelli, docenti con la testa spaccata per aver cercato di raggiungere i simboli di una riforma considerata sbagliata. Un atteggiamento che è un po’ la metafora dell’iter di questa legge approvata obtorto collo a luglio nonostante le proteste messe in campo da un fronte unito come non succedeva da anni, con manifestazioni, presidi, mozioni, scioperi con adesioni altissime come quello del 5 maggio scorso, accompagnato da una manifestazione oceanica.

Bisognerebbe stare nelle scuole tutti i giorni per capire perché nonostante tutto si continua a protestare.

Si protesta perché magari si è uno dei 100 mila precari di II e III fascia tagliati fuori dalla riforma, e che continuano a tenere in piedi la scuola come da anni questa parte.

Si protesta perché le tanto sbandierate 49 mila assunzioni di questi giorni e le 46 precedenti sono comunque atto dovuto in seguito alla sentenza della corte di giustizia europea che ha condannato l’Italia per abusiva reiterazione di contratti a termine.

Si protesta perché nonostante le assunzioni, la fase A, B, C, l’esodo forzato, la mobilità sotto ricatto, l’inizio dell’anno è stato un caos, le scuole erano e sono ancora piene di cattedre vuote che torneranno ad essere temporaneamente occupate dai precari non assunti.

Si protesta perché il proprio figlio non ha ancora l’insegnante di sostegno e forse non ce l’avrà per mancanza di fondi.

Si protesta perché si è un docente neo immesso in ruolo che non avrà una cattedra, farà il tappa buchi, non avrà un orario e i primi anni verrà retribuito 400 euro.

Si protesta perché si è un docente di ruolo da anni che qualora chiedesse il trasferimento perderebbe la titolarità della cattedra e vedrebbe la sua posizione precarizzarsi e contrarsi nei diritti.

Bisognerebbe essere nelle scuole tutti i giorni per vedere come questa legge già in soli due mesi ha creato conflitti, emergenze, lacune.

Nei collegi docenti si combatte per rinviare l’elezione del comitato di valutazione che dovrà elaborare i criteri sulla base dei quali il dirigente scolastico potrà decidere in solitudine quali insegnanti costituiscono quel 5% dei più meritevoli a cui assegnare un umiliante oltre che antisindacale, incentivo economico. Oppure ci si consuma in discussioni dilanianti senza via d’uscita per evitare la discrezionalità, quantificare il lavoro, calcolare l’incalcolabile.

Nel frattempo non sono mancati i docenti che hanno sentito il loro dirigenti affermare, in virtù del concentramento di sempre più potere e responsabilità, che se qualcuno è scontento può chiedere il trasferimento: e per finire dove? Non più in un’altra scuola ma un albo territoriale da cui un altro dirigente può scegliere i docenti che più lo aggradano in base a lor curriculum, e non a un punteggio.

O docenti che si sono sentiti chiedere di svolgere ore in più per coprire i buchi lasciati dalla legge che non consente più di chiamare supplenti nei primi 10 giorni di assenza di un altro docente, o di anticipare il proprio orario di 15 minuti per fare la sorveglianza per cui il personale ATA dopo i tagli , non è sufficiente.

O genitori che si sono visti recapitare la richiesta di partecipare come volontari ad attività di manutenzione e riqualificazione della scuola dei figli.

E che dire degli studenti, obbligati d’ora in poi a svolgere 70 ore di lavoro gratuito ogni anno scolastico a partire dal terzo? Magari in uno di quei grandi supermercati già ben inseriti nella scuola , che per ogni tot di spesa danno un bollino da consegnare alla scuola, che con un numero sufficiente di bollini potrà acquistare una lavagna, un proiettore, la carta igenica.

Due mesi di cosiddetta buona scuola hanno aperto più questioni di quelle apparentemente risolte. Ed è solo l’inizio, altri aspetti della legge diventeranno effettivi solo a partire dal prossimo anno scolastico.

Proprio per questo forse ieri è stato l’inizio di una nuova, necessaria, stagione di protesta.

Aggiornato mercoledì 02 dicembre 2015 ore 18:25
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