Programmi

Approfondimenti

Dietro il vaccino anti-COVID di Pfizer c’è una storia di integrazione della comunità turca in Germania

Ugur Sahin e Oezlem Tuereci - Vaccino Pfizer

Furono almeno 750mila i cittadini turchi che negli anni sessanta, con l’esplosione del miracolo economico tedesco e la stipula di un accordo bilaterale Germani-Turchia, lasciarono il loro Paese per soddisfare la sete di mano d’opera dell’industria tedesca. Fra di loro, c’erano anche i genitori di Ugur Sahin e Oezlem Tuereci, i due ricercatori turchi, marito e moglie, fondatori dell’azienda farmaceutica tedesca BioNTech, che ha realizzato insieme all’americana Pfizer il farmaco che potrebbe permettere un decisivo passo in avanti nella gestione del Coronavirus nel mondo.

Nato in Turchia lui e in Germania lei, i due figli di immigrati ne hanno fatta di strada. Si sono conosciuti mentre muovevano i primi passi nel mondo accademico, e non si sono più lasciati, accomunati da una fortissima passione e dedizione per la medicina e l’oncologia: pare che siano andati a lavorare in laboratorio anche il giorno del loro matrimonio. La loro linea di ricerca è quella del rafforzamento delle cellule immunitarie come strategia contro i tumori.

Il loro grandissimo impegno e notevoli capacità sono stai premiati anche economicamente: senza abbandonare mai l’attività di insegnamento e ricerca, dal 2001 sono entrati nel ramo imprenditoriale della medicina, fondando la Gaymed Pharmaceuticals, dedicata allo sviluppo di innovative terapie anticorpali in grado di contrastare il cancro, azienda che poi è stata acquistata nel 2016 dal colosso giapponese Astella per 1,28 miliardi di euro.

La BioNTech nel frattempo era già in cantiere: fondata dalla coppia nel 2008 con lo scopo di sviluppare maggiormente terapie immunitarie anticancro, lavora anche su HIV e Tubercolosi, ed ha ricevuto una donazione di 55 milioni di dollari anche dalla fondazione di Bill e Melinda Gates.

Il merito dei due scienziati in relazione alla pandemia sta nell’avere intuito molto presto che il coronavirus di Whuan poteva diffondersi a livello mondiale e provocare più ondate: già da gennaio misero 500 persone a lavorare sul progetto “light speed”, velocità della luce, seguendo la stessa linea di ricerca usata per farmaci anti cancro, ovvero l’utilizzo, per stimolare gli anticorpi, di segmenti di mRNA, una molecola molto simile al DNA.

Il prestigio dei ricercatori, elevato per quanto abbiano sempre preferito lavorare nell’ombra, ha richiamato poi a marzo l’interesse del gigante statunitense del farmaco Pfizer e della cinese Fosun. Da lì questo vaccino a tempo di record, il cui effettivo successo nel domare la pandemia è tutto da verificare, dopodichè può fare piacere sapere che queste due persone forse destinate a rimanere nella storia, nonostante i successi professionali ed economici, sono rimaste a detta di tutti i loro collaboratori, persone umili, semplici e generose.

  • Autore articolo
    Serena Tarabini
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

COVID-19, la Danimarca abbatterà 17 milioni di visoni

visoni

La Danimarca, con le sue 1.139 strutture e milioni di animali allevati, e sacrificati, ogni anno, dopo la Cina, è il più grande produttore di pellicce di visone al Mondo. Ma nel giro di pochi giorni non rimarrà traccia del piccolo mustelide sul territorio danese, in quanto tutta la popolazione, almeno 17 milioni di visoni, verrà abbattuta.

Motivo di una misura tanto drastica la veloce diffusione del coronavirus negli allevamenti di visoni: il 5 ottobre i focolai erano 41, ora, un mese dopo, quelli ufficialmente intercettati sono 207. La possibilità di una trasmissione da animale ad uomo è già stata documentata: oltre che in Danimarca, sia in Olanda, il primo paese a registrare positività fra gli animali da allevamento, che in Spagna, si sono verificati casi di lavoratori degli allevamenti infettati che mostravano le stesse sequenze virali individuate nei visoni.

Ma a preoccupare ancora di più è che a trasmettersi è un virus mutato. Lo ha detto la prima ministra danese in persona nel corso della conferenza stampa che comunicava l’abbattimento, citando uno studio dell’agenzia governativa ‘Staten Serum Institut’ che ha identificato una nuova mutazione del COVID nei visoni che è già stata individuata anche in 12 dei laboratori infettati: una diversa versione del virus che mostra resistenza agli antibiotici e che potrebbe potenzialmente mettere a rischio anche l’efficacia del futuro vaccino.

Per questo motivo il governo danese ha allertato l’Organizzazione Mondiale della Sanità, che ha preso contatto con le autorità danesi per avere maggiori dettagli. Nel frattempo l’Olanda ha deciso di anticipare al 2021 la chiusura definitiva di tutti gli allevamenti di visone nel suo territorio, mettendo così fine non solo a a un potenziale minaccia alla salute pubblica ma anche a una pratica crudele ed anacronistica.

  • Autore articolo
    Serena Tarabini
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Colombia, abbattuta dagli indigeni la statua del conquistador Sebastián de Belalcázar

Sebastián de Belalcázar statua abbattuta

Voi vedete che cade una statua, io vedo che si costruisce la storia”. Questo uno dei tanti commenti che accompagnano il video che mostra un gruppo di persone che sotto gli occhi di alcuni agenti di polizia, abbattono tirandola con tre corde la rappresentazione a grandezza naturale di un uomo a cavallo e poi esultano, cantano e sventolano una bandiera.

Siamo a Popayán, città  della Colombia sud-occidentale. A cadere è il monumento dedicato a un  conquistador  in piena regola: lo spagnolo Sebastián de Belalcázar: dopo aver fatto parte dell’esercito di Pizàrro che si prese il Perù, approdò in Colombia nel 1539 per proseguire nella conquista.

A far cadere  la sua statua sono i membri di tre comunità indigene appartenenti all’etnia dei Piurek, “i figlie e le figlie dell’acqua, del sogno e dell’arcobaleno e di quelli che non hai potuto uccidere o torturare”  recita il comunicato che ha accompagnato l’azione, in cui i membri del Movimento delle autorità Indigene del sud-ovest sottopongono il colonialista a un processo simbolico  che lo accusa di vari delitti fra i quali genocidio, tortura, furto. Quanto sufficiente per non ritenere più desiderabile, 485 anni dopo e ai tempi della furia iconoclasta, vedere svettare la sua immagine dalla collina più alta della città.

I Piurek sono una delle 115 popolazioni indigene sparse per il vasto e eterogeneo territorio colombiano: dalle cime delle Ande alle sabbie caraibiche passando per deserti e foreste fino all’Amazzonia, gli indigeni raggruppano il 4% della popolazione colombiana, quasi due milioni di persone. La maggior parte di essi vive in condizioni di povertà, discriminazione, pericolo.

Le mobilitazioni per i diritti degli indigeni in Colombia sono all’ordine del giorno, come lo sono gli episodi di persecuzione e repressione nei loro confronti. Il Cauca, la regione dove si trova la città di Popoayan  è fra le più ricche di popolazioni indigene, che sono sottoposte a violenza sistematica: solo due giorni fa è avvenuto l’assassinio del leader indigeno Oliverio Conejo Sánchez e di sua figlia Emily; dall’inizio dell’anno sono 65 i membri di comunità di cui è stato denunciato l’omicidio nella regione.

Violenza di stato, accusano gli indigeni, uno stato che non fa nulla e in alcuni casi è complice dei crimini perpetrati ai danni di comunità che sono d’ostacolo ai grandi progetti infrastrutturali ed estrattivi, ai traffici di armi e di droga e all’espansione dell’agribuisness. Il sindaco di Popoayan ha giudicato come violento l’abbattimento della statua .”Le autorità si scandalizzano per le statue che cadono, – hanno risposto gli indigeni – a noi fanno male le persone in carne ed ossa che muoiono”.

Foto | Twitter

  • Autore articolo
    Serena Tarabini
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Libero dopo 213 giorni di sciopero della fame l’avvocato turco Aytaç Unsal

Aytaç Unsal

Scarcerazione immediata per motivi di salute. La decisione della Corte di Cassazione turca sull’avvocato Aytaç Unsal, trentadue anni e una condanna a dieci di reclusione, giunge provvidenziale al giorno n. 213 di uno sciopero della fame, che solo poche ore prima sembrava destinato ad arrivare alle estreme conseguenze.

La collega Ebruk Timtik, che portava avanti la stessa protesta, era morta la settimana precedente. I medici dell’ospedale dove Unsal era in detenzione avevano lanciato l’allarme sul suo progressivo deperimento, mentre persino l’Europa si era mostrata  indifferente: la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo due giorni fa aveva respinto il ricorso alla precedente sentenza che stabiliva come l’avvocato dovesse rimanere in carcere. Nel frattempo, il Presidente della stessa Commissione raggiungeva Istanbul per parlare di giustizia con il Presidente Erdoğan come se niente fosse e ricevere un dottorato honoris causa.

Sono forse valsi a qualcosa invece l’indignazione montata nel Paese e all’estero e i richiami dell’Alto Commissariato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite. I social turchi sono ora inondati delle prime immagini del giovane avvocato libero. Queste le sue  sue parole:  “E’ stato fatto da tutti voi, con il vostro amore e la vostra forza. Vi amo tutti. Vinceremo”.

Turchia, l’avvocato Aytaç Unsal in condizioni critiche dopo 222 giorni di digiuno

(2 settembre 2020)

La morte di Ebruk è un coltello piantato nel petto. Ci sei rimasto solo tu per alleviare questo dolore. Non ti direi mai cosa devi fare. Ma adesso devi vivere”. È l’appello accorato che un’amica e collega ha rivolto con una lettera all’avvocato Aytaç Unsal, che oltre duecento giorni fa ha dato inizio alla stessa protesta che ha condotto alla morte la compagna di lotte Ebru Timtik, e prima di lei i tre componenti della band musicale Grup Yorum.

Non sappiamo se è stato raggiunto da queste parole. Le sue condizioni, trapela dall’ospedale-prigione dove è stato trasferito contro la sua volontà due settimane fa, sono molto critiche. Aytaç Unsal ha 32 anni e una condanna a 10 anni: le accuse, uguali, il processo, la stessa farsa, come lo hanno definito i suoi difensori, privo delle più elementari basi del diritto anche secondo il presidente degli avvocati di Istanbul e molti analisti internazionali.

Nella rete di solidarietà che si è costruita attorno a questo caso monta l’angoscia, ma dal governo turco non arriva nessun segno nemmeno di clemenza.

Gli appelli alla scarcerazione di Aytaç Unsal cadono nel vuoto ed il Presidente Erdoğan, in occasione dell’apertura dell’anno giudiziario, non ha esitato a criticare le associazioni degli avvocati che hanno esposto dalle finestre la foto di Ebru: “Difendono terroristi” ha detto, “lo Stato ha fatto il suo dovere”.

  • Autore articolo
    Serena Tarabini
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Turchia, Ebru Timtik muore in carcere dopo 238 giorni di digiuno

Ebru Timtik

Cosa ha più senso oggi in Turchia, trascorrere anni e anni in carcere o lasciarsi morire per denunciare una condanna ingiusta? Pone questa domanda la serie impressionante di morti per sciopero della fame che scandisce la cronaca del paese da mesi. Dopo i tre componenti della band musicale Grup Yorum, a spegnersi ieri è stata l’avvocatessa Ebru Timtik.

In carcere dal 2018 con una condanna a 13 anni per reati connessi al terrorismo, Ebru Timtik era in attesa del pronunciamento della Corte Costituzionale e aveva dato inizio al percorso , tristemente diffuso negli ambienti della sinistra radicale ed antagonista, che l’ha condotta alla morte 238 giorni fa. Assieme a un altro avvocato e compagno di lotte, Ayraç Unsal, anche lui in sciopero della fame da più di 200 giorni, Ebru Timtik reclamava un processo equo, in quanto l’accusa nei suoi confronti si basava sulla testimonianza di una persona che successivamente si era dichiara non in attendibile a causa delle sue condizioni mentali.

Per le parole dello stesso testimone altri 16 avvocati sono stati processati e condannati a un totale di 159 anni di carcere. Ebru Timtik era un avvocato impegnato in cause scomode: conflitti ambientali e sindacali, violenze e maltrattamenti a carico di donne fino agli abusi avvenuti nel corso delle proteste di Gezi Park.

Le sue condizioni erano gravissime da giorni, ma l’istanza di scarcerazione avanzata dai suoi legali una settimana fa era stata rifiutata. Per Ebru Timtik e il suo collega era da giorni un susseguirsi di appelli e attestati di solidarietà. Adesso, solo rabbia e dolore.

  • Autore articolo
    Serena Tarabini
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Grecia e Turchia, torna a salire la tensione per l’isola di Kastellorizo

Turchia

Torna a salire la tensione fra Grecia e Turchia con epicentro il Mediterraneo, nelle cui acque non solo finiscono i migranti ribalzati da una costa all’altra, ma giacciono anche risorse energetiche preziose.

La disputa non è nuova, periodicamente la Turchia invia le sue navi a scandagliare fondali contesi provocando l’irritazione anche di Cipro. Il seme della discordia questa volta è l’isola greca di Kastellorizo, quella del film di Salvatores, “Mediterraneo“, dove la Turchia ha inviato di nuovo la nave di ricerca OruҪ Reis a fare prospezioni non gradite.

L’isola si trova a soli 2 km dalle coste turche e a quasi 600 km da quelle greche, ed entrambi i paesi rivendicano sovranità sulle acque prospicienti adducendo questo o quell’altro aspetto del diritto internazionale. Non si tratta ovviamente di una contesa solo giuridica bensì anche politica, difatti è da tempo in corso una mediazione condotta dalla Germania.

L’iniziativa greca di stringere per suo conto un accordo con l’Egitto e Cipro che escluderebbe la Turchia dal Mediterraneo ha fatto infuriare Erdoğan, che ha deciso di mostrare i muscoli. Obbiettivo probabilmente non una guerra, ma un brusco invito alla Grecia a tornare al negoziato.

  • Autore articolo
    Serena Tarabini
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Turchia, il governo blocca il concerto di Grup Yorum

Grup Yorum

Non c’è stato nessun concerto di Grup Yorum a Istanbul. Nonostante la data fosse stata strappata con il sacrificio di 3 membri del gruppo che nei mesi di aprile e di maggio, uno dopo l’altro, hanno portato all’estremo il loro sciopero della fame, la parola del prefetto, ovvero del Governo, ha avuto la meglio su quel sacrificio estremo.

Al posto degli strumenti, presso dell’immensa area di Yenikapi, dove era stato convocato l’evento, c’erano le armi della polizia che hanno impedito a chiunque di avvicinarsi. Sono scattate anche le manette per alcuni dei musicisti che presso l’ingresso avevano esposto uno striscione che recitava “Grup Yorum è il popolo che non può essere messo a tacere”.

Il popolo che voleva partecipare è stato trascinato a terra e malmenato per il solo fatto di essere lì. Malaparata anche per i giornalisti, a cui è stato del tutto impedito di documentare qualsiasi fatto.

Le telecamere sono state sequestrate, i filmati cancellati: di questo pomeriggio a Istanbul che doveva essere quello di un ritorno pagato con la morte, non vi è traccia.

Foto dalla pagina Facebook di Grup Yorum

  • Autore articolo
    Serena Tarabini
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Turchia, İbrahim Gökçek è morto dopo 322 giorni di sciopero della fame

İbrahim Gökçek

La Turchia è un paese che divora sé stesso. A questa frase della scrittrice turca in esilio Asli Edoğan viene da pensare osservando le foto di tre ragazzi che nel giro di un mese se ne sono andati uno dopo l’altro portando la loro protesta contro la repressione fino alla morte. Helin Boelek, Mustafa Koçak, ed ora anche İbrahim Gökçek.

Erano tutti componenti di Grup Yorum, formazione musicale e collettivo politico della sinistra rivoluzionaria turca, popolarissimi e da anni nel mirino del governo, che dopo averli perseguitati, incarcerati, torturati, gli aveva anche impedito di tenere concerti.

Per un attimo era sembrato che almeno İbrahim Gökçek potesse tornare a suonare: con due morti sulla coscienza e gli occhi del mondo puntati addosso, finalmente il Governo turco due giorni fa aveva ceduto: i Grup Yorum avrebbero potuto tornare sul palcoscenico. İbrahim Gökçek, le cui condizioni erano già molto critiche, aveva interrotto lo sciopero della fame che portava avanti da 322 giorni ed era stato portato in ospedale.

Una vittoria straordinaria, avevano dichiarato i membri nel gruppo nella conferenza stampa in cui hanno comunicato anche la data del concerto, il 3 luglio prossimo. Probabilmente lo terranno lo stesso, ma sarà il più amaro e straziante di sempre.

Foto dal profilo Twitter di Can Dündar

  • Autore articolo
    Serena Tarabini
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Erdogan cede, il bassista del Grup Yorum conclude lo sciopero della fame

Grup Yorum

Un mese fa il sacrificio di Helin Bölek, 23 anni, poi dopo tre settimane quello di Mustafa Kocak, 28. Entrambi morti in conseguenza dello sciopero della fame che stavano conducendo per protestare contro la repressione del Governo Turco nei confronti della band a cui appartenevano, i Grup Yorum, formazione militante della sinistra rivoluzionaria turca.

Ibrahim Gökçek era il terzo componente del gruppo in sciopero della fame e se ne stava andando anche lui. Il 2 maggio aveva inviato una lettera al giornale comunista francese L’Humanitè, che suonava quasi come un testamento. “Quel che so” aveva scritto “è che mi aggrapperò alla vita anche in questo cammino verso la morte“.

Nella notte fra il 4 e il 5 maggio, dopo 322 giorni senza nutrirsi, le sue condizioni si erano fatte estremamente critiche, i battiti cardiaci debolissimi, e proprio mentre lo stavano trasportando in ospedale è arrivata la notizia: il Governo turco, di fronte all’indignazione internazionale e all’eventualità di un terzo morto, ha finalmente ceduto su una delle richieste per cui gli altri due giovani si erano sacrificati: revocare il divieto per i Grup Yorum di tenere concerti.

Lo hanno annunciato i componenti della band in una tempestiva conferenza stampa: l’evento si terrà il 3 luglio, e sarà l’affermazione simbolica della libertà per la quale due giovanissimi ragazzi di Grup Yorum hanno dovuto combattere fino alla morte.

  • Autore articolo
    Serena Tarabini
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Turchia, Mustafa Koçak è morto dopo 297 giorni di sciopero della fame

Mustafa Koçak

Una morte annunciata quella di Mustafa Koçak. Stava conducendo lo sciopero della fame assieme a Helin Bölek, un’altra giovanissima componente della formazione musicale Group Yorum. Helin se ne è andata 3 settimane fa, dopo 288 giorni senza nutrirsi. Lui era arrivato a 297.

I motivi di una protesta così radicale erano la repressione subita dal loro gruppo, storica e popolarissima band militante di riferimento della sinistra rivoluzionaria turca, oggetto di continui attacchi da parte del Governo: assalti e perquisizioni alla loro sede e centro culturale a Istanbul, arresti, persecuzioni giudiziarie e da ultimo anche l’interdizione al palcoscenico: dal 2015 i loro concerti, a cui partecipavano decine di migliaia di fan, erano vietati.

Con lo sciopero della fame i due musicisti chiedevano la fine delle persecuzioni, il rilascio dei compagni in carcere e di tornare a suonare. Mustafa Koçak aveva un motivo in più per portare avanti la sua battaglia: si trovava in carcere di isolamento dal 4 ottobre del 2017 ed era stato condannato all’ergastolo. L’accusa era quella di complicità con il sequestro condotto da due militanti della sinistra extraparlamentare turca nei confronti di un giudice a Istanbul nel 2015, storia conclusasi con la morte dei due militanti e del magistrato in seguito al raid delle squadre speciali della polizia.

In seguito al tragico evento era partita una vasta campagna di arresti anche ai danni di persone che non avevano nulla a che fare con il sequestro. Mustafa Koçak era accusato di aver fornito le armi per l’azione. La condanna venne emessa in base alla discutibile testimonianza di un informatore della polizia rimasto segreto in un processo condotto secondo l’opposizione di sinistra in violazione di tutti gli standard legali e morali.

Mustafa Koçak aveva denunciato le torture subite in carcere, dichiarava illegale la sua condanna e chiedeva incessantemente un processo giusto. Aveva solo 28 anni: le foto che lo ritraggono sorridente, le ultime che lo mostrano ridotto a uno scheletro, quelle dei suoi genitori disperati inondano i social e spezzano il cuore. Un messaggio straziante per lui su Twitter anche da Can Dündar, il giornalista turco in esilio in Germania: “Non pensi di farlo vero? Basta una calunnia, senza testimoni, fuori dalle regole, e sei arrestato. Dici ‘è una menzogna’, e non sei ascoltato. La giustizia è cieca, lo stato è sordo. La tua famiglia, i tuoi amici lottano invano. E allora, come ultima risorsa, ti bruci per dimostrare la tua innocenza. Mustafa Koçak: a essere morta è la giustizia“.

  • Autore articolo
    Serena Tarabini
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Turchia, Helin Bölek è morta dopo 288 giorni di sciopero della fame

Helin Bolek

La morte di Helin Bölek è una notizia che riporta agli anni bui del post-golpe militare degli anni ottanta, quando in Turchia molti militanti di movimenti socialisti ed attivisti civili vennero imprigionati in condizioni inumane e torturati, ed in risposta i prigionieri politici diedero il via a uno sciopero della fame che fece subito i primi morti.

In quegli stessi anni si formava il gruppo musicale militante Grup Yorum, di cui Helin Bölek era membro. Fin dalla sua fondazione, il gruppo, ha subito persecuzioni e censure per le sue posizioni di estrema sinistra. Il gruppo ha pubblicato 25 album e dato centinaia di concerti a cui sono sempre accorse migliaia di persone. Ma la loro enorme popolarità non li ha mai protetti.

Nel corso degli anni hanno subito più di 400 processi, sono stati arrestati ed incarcerati più volte la loro sede, un centro culturale, nel quartiere popolare di Okmeydani, ad Istanbul, è stata più volte presa d’assalto, perquisito e vandalizzata, dieci volte solo negli ultimi due anni. L’arresto di un qualche membro del gruppo appartiene all’ordinaria amministrazione, c’è sempre stato un motivo per cui accusare qualcuno di Grup Yorum e metterlo in galera. Inoltre, dal 2016, alla band non è stato nemmeno più consentito esibirsi, poiché secondo le autorità turche i membri sono affiliati al DHKP-C, gruppo marxista militante considerato un’organizzazione terroristica.

Contro tutto questo protestava Helin Bölek. Con il suo sciopero chiedeva la revoca del divieto ad esibirsi, la fine delle retate e il rilascio dei membri del gruppo incarcerati. “Avete ucciso una donna di 28 anni” ha detto Ibrahim Gökcek, chitarrista della band e che sta continuando lo sciopero della fame: “le sue condizioni sono molto critiche, pesa 46 kg“.

Lo sciopero della fame è ancora uno strumento di lotta politica molto diffuso in Turchia e purtroppo nel Paese esistono ancora gravissime violazioni dei diritti umani che inducono ad intraprenderlo. Un terzo componente della band, Mustafa Kocak è in sciopero della fame: condannato all’ergastolo per tentativo di sovversione dello stato, in più occasioni ha denunciato di aver subito torture e maltrattamenti.

  • Autore articolo
    Serena Tarabini
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Istanbul, alle elezioni-bis vince la democrazia

Con queste elezioni bis a Istanbul tutta la Turchia si trovava a un bivio: quello di un  ulteriore deriva dittatoriale o di una tenuta democratica. Per ammissione dello stesso Erdoğan, ha vinto la democrazia. Non era affatto scontato. Il cedimento dello YSK, la  Suprema Corte Elettorale alle pressioni dell’AKP, l’esiguo margine di vantaggio detenuto dall’opposizione, la determinazione di Erdoğan a non perdere Istanbul ad ogni costo configuravano una missione impossibile. (altro…)

  • Autore articolo
    Serena Tarabini
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Turchia, la speranza dei cittadini dopo il voto

Muharrem Ince

Ece è una giovane donna turca di sinistra che lavora nel mondo dello spettacolo. Nonostante le tante delusioni subite nelle precedenti elezioni e la situazione di estrema repressione dell’opposizione, questa volta è speranzosa. Secondo lei Erdogan è condannato a perdere queste elezioni, è evidente che il suo potere sta finendo, dice, lo si percepisce dalla sua faccia inespressiva, dalla debolezza dei suoi discorsi.

Fra le ragioni di questo ottimismo ci sono le numerose gaffes al limite del grottesco con cui Erdogan ha costellato la sua campagna elettorale e sulle quali i turchi hanno scatenato il loro spiccato senso dell’umorismo.

Ege me ne fa un lungo elenco: nel corso di un comizio Erdogan si dimentica il nome della città in cui si trova, Bingol, e si rivolge agli abitanti di un’altra, Diarbakir. Ospite di una trasmissione radiofonica, in risposta alle critiche che gli vengono rivolte dagli ascoltatori preoccupati per la crisi economica, va in confusione e rivendica che grazie al suo partito, nato 15 anni fa, nelle case dei turchi sono arrivati i frigoriferi e le cucine a gas. Immediatamente il web si è riempito di foto di case turche degli anni 60 pienamente fornite di elettrodomestici. Durante un altro comizio, mentre come di consueto sta ossessivamente interrompendo il suo principale avversario con l’appellativo “Signor Ince, Signor Ince”, si sbaglia e dice “Signor Erdogan”.

Ece crede molto nel successo di Muharrem Ince, il candidato del principale partito di opposizione: al contrario di Erdogan, che, continua, ha rovinato il paese in ogni aspetto – economia, istruzione, informazione – ed ha diviso la Turchia, il suo avversario sta avendo la capacità di riunificarlo.

Effettivamente mai come in questo momento il fronte dell’opposizione è stato cosi unito e conciliante fra le sue diverse parti. Ece, come tanti turchi, ha bisogno di sentirsi dire che questo paese ce la può fare a risollevarsi grazie ai suoi giovani, alle sue bellezze e alla sua incredibile diversità, che è una ricchezza, non un limite. E soprattutto ha bisogno di parole di pace e riconciliazione da opporre a quelle di odio e rancore usate da Erdogan.

Muharrem Ince
Foto dalla pagina FB di Muharrem Ince https://www.facebook.com/muharrem.ince77/
  • Autore articolo
    Serena Tarabini
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Turchia, le intimidazioni contro l’HDP

Istanbul

Nonostante ai suoi danni sia in corso ormai da 3 anni una pesante operazione di demolizione da parte di Erdogan, l’HDP, il partito libertario filocurdo, rappresenta ancora una delle maggiori insidie di questo appuntamento elettorale. Se il partito superasse la soglia di sbarramento del 10%, come è possibile succeda, Erdogan perderebbe la maggioranza assoluta. Per questo motivo, ci spiega il vice presidente della circoscrizione HDP di Istanbul, sta cercando di impedirlo in ogni modo.

Nel corso di questa campagna elettorale come sempre si sono verificati danneggiamenti alle sedi, attacchi a banchetti e militanti, boicottaggio dei comizi. Ma le operazioni di disturbo sono andate oltre. La decisione avvenuta una paio di settimane fa da parte della Suprema Corte Elettorale di spostare e accorpare i seggi nel sud est a maggioranza curda, renderà più complesso andare a votare per più di 100 mila persone. In più per la prima volta sarà consentito l’ingresso dei militari nei seggi se qualcuno ne farà richiesta.

Il sud est, dove l’HDP arriva a percentuali superiori all’80%, è una zona di voto cruciale, e quanto il livello di intimidazione e tensione in queste zone sia alto si è manifestato con il cruento episodio di pochi giorni fa, quando leader locali dell’AKP dopo una sparatoria hanno ucciso, inseguendoli fino nell’ospedale dove erano stati ricoverati, dei commercianti curdi che non li avevano ricevuti nel loro negozio.

La volontà di intimidire gli elettori dell’HDP anche ad Istanbul si è palesata in un video realizzato a insaputa di Erdogan durante un incontro privato in cui istruiva i leader locali del suo partito sulle tattiche da utilizzare durante le elezioni, fra cui, testuali parole, “prendere gli elenchi elettorali, individuare gli elettori dell HDP e fare quello che devono fare”.

In risposta a questa campagna di intimidazione e all’altissima possibilità di brogli, l’HDP schiera i suoi volontari, tanti nonostante tutto, che vigileranno durante le operazioni di voto. Ed assieme agli altri partiti di opposizione si è formato un vero comitato di vigilanza sul voto, chiamato ”Gli Angeli del voto”. Chiedendo al vicesegretario se tutta questa apertura e collaborazione verso il suo partito mostrata dagli altre forze dell’opposizione lo convince o si tratta di propaganda elettorale, risponde che no, non lo convince del tutto, ma che sicuramente siamo in presenza di un momento nuovo, in cui Erdogan è più debole e l’opposizione più forte e unita.

Istanbul

  • Autore articolo
    Serena Tarabini
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Turchia al voto il 24 giugno

Recep Tayyip Erdogan

Appena arrivati ad Istanbul si percepisce immediatamente il fermento dell’appuntamento elettorale in dirittura d’arrivo. Sopra le teste di chi cammina per la strada si incrociano fitte ghirlande di bandierine, le mura degli edifici, le ringhiere dei marciapiedi sono ricoperte di manifesti, per terra un tappeto di volantini mentre per le vie sfrecciano i pulmini elettorali colmi di gente dai cui autoparlanti si lanciano slogan e canzoni, e le piazze pullulano di banchetti.

Il tutto disegna nella città una speciale geografia, dentro la quale le linee di confine e i colori dipendono dalla storia del quartiere. A farla da padrone è il Presidente in carica Erdoğan: le sue gigantografie troneggiano dagli edifici più alti e più grandi; percorrendo le principali arterie della città è impossibile non imbattersi nelle scritte a caratteri cubitali che sovrastano automobilisti, autisti, viaggiatori, reiterando gli slogan della sua campagna elettorale: “Una Turchia forte, un presidente forte” che richiama a quella che è la principale motivazione per cui Erdoğan invita la Turchia a renderlo il suo super presidente, cioè per garantirle quella continuità e stabilità di cui ha bisogno.

La lampadina arancione su sfondo bianco simbolo dell’AKP, il Partito della Giustizia e dello sviluppo fondato dallo stesso Erdoğan all’inizio degli anni 2000, spunta da ogni angolo della città e nella maggior parte dei casi, la sovrasta. Ma alcuni luoghi fanno eccezione. Se dalla centralissima zona di Taksim si attraversa il Bosforo per raggiungere la parte asiatica della città, sulle bandiere, i palloncini, i fogli distribuiti ai passanti, domina il rosso: è il colore del social democratico CHP, il principale partito di opposizione; il laico e progressista quartiere di Kadiköy è uno dei suoi feudi. Non a caso subito dopo le rivolte di Gezi Park, proprio lì si svolsero le grandi assemblee che cercavano di mantenere vivo lo spirito e le domande di quella protesta, e vennero addirittura tollerate alcune occupazioni. Ed è in questo quartiere che da quando il buio sul paese è cominciato a scendere tra il ritorno del conflitto armato, gli attentati, l’ondata repressiva post golpe, che l’intelleghenzia turca di sinistra si è trasferita, abbandonando una Taksim sempre più militarizzata, deoccidentalizzata e lasciata in pasto ai turisti dei paesi arabi.

Mai come in questa occasione questo partito portatore dei valori della Turchia laica e democratica sta lanciando il cuore oltre l’ostacolo, portando alla ribalda un candidato presidente che sta percorrendo in lungo en il largo il paese con il suo volto rassicurante di cittadino comune e un carisma da leader navigato. La Turchia secolare stravede per Murrahem Ince, un ex-insegnate di fisica che con i suoi comizi poderosi sta rifondendo la fiducia nell’opposizione e lavorando concretamente a quella riunificazione necessaria per sconfiggere Erdogan.

Ci sono poi delle tessere piu piccole in questo mosaico elettorale urbano, che hanno dimensioni minori ma resistono al pari della forza politica che rappresentano: sono quelle occupate dall’HDP, il partito democratico dei popoli, di area libertaria e filocurda, il cui candidato presidente, Selahattin Demirtaş, sta conducendo la sua compagna elettorale dal carcere. I tanti colori di questa forza nata per dare voce alla multietnicità della Turchia nonché a valori quali la parità di genere e l’ecologismo, si concentrano per esempio a Tarlabasi, quartire borderline di Taksim, nelle cui antiche case diroccate in stile greco vivono famiglie povere curde, rom, siriane e bivaccano spacciatori e piccoli criminali, convivendo con una gentrificazione violente che da alcuni anni cerca di cacciarli.

Lì si trova una delle sedi dell’HDP, da lì la sera del 10 giugno, quando il partito superò la soglia di sbarramento del 10% ed entrò in Parlamento, partivano i caroselli di auto e persone impazzite di gioia in un atmosfera che sembrava ricordare quella di Gezi e che purtroppo era costretta a durare poco. Nei vicoli stretti e polverosi di questo quartiere dove fra le macerie dei palazzi già demoliti scorrazzano bambini malvestiti ed a volte fatti di colla, sventolano le bandierine colorate dell’HDP. Sono piccole macchie nella città, ma la loro persistenza, come la determinazione dei ragazzi che con solo un motorino e un megafono, diffondono le parole “Seninle değistir”, “Insieme possiamo cambiare”, sono impressionanti.

Recep Tayyip Erdogan
Foto dalla pagina FB di Recep Tayyip Erdogan https://www.facebook.com/RecepTayyipErdogan/
  • Autore articolo
    Serena Tarabini
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Turchia, oltre 69mila studenti in carcere

interno prigione

Nel 2002 quando l’AKP, il partito di Erdoğan, prese il potere, il numero totale di detenuti nelle carceri turche era di 59.429. A fine 2017 il numero totale è salito a 228.993.

Questi sono alcuni dei dati citati dalla capogruppo dell’HDP, il partito di sinistra libertaria e filo curdo, in un’interrogazione parlamentare presentata alcuni giorni fa sulla base delle informazioni fornite dalla direzioni carcerarie. La deputata lo sa bene, in quanto dietro le sbarre ci sono moltissimi esponenti del suo partito, al quale il Presidente Erdoğan ha deciso di dare guerra dal 2015 in poi; fra di loro ben 8 parlamentari.

Proprio una settimana fa il tribunale ha stabilito che l’allora segretario del partito, il carismatico Selattin Demirtaş arrestato a novembre 2015, deve rimanere ancora in carcere. Se continuiamo a osservare anche nei dettagli chi sono le persone che si trovano in questo momento nelle carceri turche, vengono i brividi: intellettuali di fama come i fratelli Altan, recentemente condannati all’ergastolo; oppure il magnate filantropo difensore dei diritti umani Osman Kavala, in prigione da novembre 2017, o il dottor Onur Hamzaoglu, un medico che già aveva avuto problemi con la giustizia per alcuni studi che dimostravano la correlazione fra inquinamento e tumori nella zona a più alta densità industriale della Turchia. Il medico era stato espulso dall’università per aver sottoscritto l’appello degli accademici per la pace che chiedevano la fine delle operazioni militari nel sud est a maggioranza turca ed arrestato recentemente per aver espresso dissenso sull’invasione turca del Nord della Siria.

Dietro le sbarre troviamo anche Taner Kiliç, avvocato presidente di Amnesty Turchia, arrestato a luglio 2017, rilasciato dopo 8 mesi e riarrestato nel giro di poche ore. E l’elenco potrebbe continuare a lungo.

Fra gli arresti più recenti, oltre al consueto bollettino di giornalisti, ha fatto particolarmente notizia quello di una decina di studenti della prestigiosa Università Boğazici; l’aver cacciato giovani dell’AKP che dentro l’Università celebravano le vittorie militari turche contro i curdi di Afrin, gli è costato oltre all’anatema dell’Università stessa, l’ingresso nelle patrie galere con l’etichetta di terroristi.

Ma la presenza di studenti nelle carceri non è una novità in Turchia, anzi. Prima della gioventù bene della Boğazici sono finiti in carcere con meno clamore file di studenti rei di aver manifestato dissenso. Ma l’interrogazione parlamentare della deputata HDP segnala a questo proposito un fatto sconvolgente: il numero attuale degli studenti in carcere è elevatissimo: 69 mila persone, praticamente un terzo del totale. Più del numero di detenuti registrati nel 2002.

Un dato impressionante che riguarda studenti sia delle scuole superiori che universitari, studenti a distanza e studenti lavoratori. Questi numeri non hanno ricevuto la conferma ufficiale, ma avvallano quelli forniti da un altro partito. Il laico e repubblicano CHP, principale partito di opposizione, 7 mesi fa riportò gli stessi dati in occasione di una dichiarazione del Ministero della Giustizia Turco, il quale aveva affermato che “il livello di istruzione nelle carceri turche era in aumento”. La risposta macabra e sarcastica del vicepresidente del partito di opposizione, Gamze Akkuş, fu questa: “Se aumenta il livello di istruzione nelle carceri è perché è aumentato il numero degli studenti al loro interno”.

interno prigione

  • Autore articolo
    Serena Tarabini
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Stampa a processo: verso una sentenza già scritta

“Questa persecuzione deve finire”.

Titola così oggi il quotidiano Cumhuriyet  in occasione della  sesta udienza del processo che vede alla sbarra 18 suoi lavoratori, per la maggior parte giornalisti. Cumhuriyet significa “Repubblica” e con i suoi 94 anni di vita ha la stessa età della repubblica fondata da Mustafa Kermal Ataturk:  è il più antico quotidiano del paese ancora in circolazione, voce della Turchia laica delle origini. Fra le sue pagine negli anni hanno transitato fra le firme più note ed autorevoli del panorama intellettuale turco.

Una Turchia incredula assistette , ormai quasi due anni fa ed a pochi mesi dal fallito golpe, alla raffica di arresti  a carico di impiegati e giornalisti fra cui il Direttore Murat Sabuncu,  il presidente Akin Atalay, e il reporter Ahmet Sik che attualmente sono ancora in carcere. Le accuse, risultate subito insolite per un giornale nazionalista e  laico,  quelle di affiliazione ad organizzazioni terroristiche  come il PKK, il partito curdo dei lavoratori, e come Feto, la presunta rete golpista legata all’Imam Fetullah Gulen.

Particolarmente curiosa la vicenda di Ahmet Sik, uno dei 3 ancora in carcere: apprezzato reporter investigativo, vincitore nel 2014 del premio mondiale Unesco per la libertà di stampa, nel 2011 venne già arrestato per aver scritto un libro “L’esercito dell’Imam”  proprio  dedicato a Fetullah Gulen e alle infiltrazioni del suo movimento nell’apparato statale turco. Il tutto  ai tempi in cui Erdogan e il religioso condividevano ancora il progetto dell’Islam politico con cui erano riusciti a mettere da parte i militari. Ora in carcere per motivo opposto, Ahmet  Sik è in attesa di giudizio anche per quel processo. Già nel 2013  a proposito della sua vicenda il giornalista disse “ Sono molto pessimista sulla situazione, che a mio parere peggiora e non credo purtroppo avrà un’evoluzione positiva. Man mano che passano gli anni ci sarà sempre meno libertà d’espressione.”

Quello a Cumhuriyet è un processo storico ed oggi fuori dal Tribunale di Silivri, il carcere di Istanbul ormai tristemente noto per essere quello in cui vengono rinchiusi i giornalisti, si è radunata una folla consistente di scrittori , registi, familiari, politici che chiedono la libertà  di amici e colleghi che rischiano fino a 45 anni di carcere. L’impianto accusatorio è contraddittorio, le prove, come l’utilizzo di un’applicazione o il contenuto di certi articoli, molto deboli, ma il clima del paese ed il precedete di meno di un mese fa, la condanna all’ergastolo dei due noti giornalisti, i fratelli Mehmet e Ahmet Altan con le stesse accuse, fanno temere una sentenza già scritta.

  • Autore articolo
    Serena Tarabini
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Accademici per la pace a processo

Sono medici, ingegneri, architetti, scienziati, economisti, letterati. Vengono dalle migliori università del Paese. Nel gennaio 2016, con una conferenza stampa, resero pubblico un appello dal nome “Non saremo parte di questo crimine” che chiedeva la fine delle operazioni militari dell’esercito turco nel sud est a maggioranza curda. In calce 1.128 firme, cui si aggiunsero quelle di alcune centinaia di accademici e ricercatori di altre parti del mondo, fra cui intellettuali come Noam Chomsky e David Harvey.

Da alcuni mesi il governo turco aveva strumentalmente interrotto la tregua con il PKK, formazione armata curda considerata di matrice terroristica; la pace non aveva funzionato elettoralmente, i curdi avevano preferito dare i voti a un partito filocurdo di opposizione anziché premiare l’AKP di Erdoğan, che di conseguenza aveva perso la maggioranza assoluta: meglio quindi ricorrere nuovamente al nazionalismo e alle ferite procurate da 35 anni di guerra civile per recuperare i voti perduti.

Gli accademici denunciavano le terribili conseguenze di questa scelta sulla popolazione curda: città assediate e distrutte, stragi, torture, definendolo un massacro deliberato e pianificato. Un’accusa a senso unico contro il governo che permise al presidente Erdoğan di scagliare contro di loro un’incriminazione quale quella di “sostegno a organizzazioni terroristiche”.

Quella che in fondo era una richiesta di pace diede il via a un’altra dichiarazione di guerra: nei giorni successivi alla diffusione dell’appello si verificarono alcune tra le scene più brutte a cui un paese che si suppone democratico possa assistere: forze di polizia negli atenei, professori prelevati all’alba dalle loro case davanti ai familiari, le porte dei loro uffici sigillate e in alcune casi vandalizzate.

Alcuni accademici furono arrestati, altri rilasciati, altri ricevettero semplicemente la lettera di licenziamento e il divieto di uscire dal paese. Carriere, e sopratutto vite, spezzate.

Per 158 di loro, tutti provenienti dall’Università di Istanbul, martedì ha avuto inizio la prima udienza del processo. Ognuno di loro sarà ascoltato a intervalli di 10 minuti, una maratona che andrà avanti fino ad aprile. Davanti alla sede del tribunale di Istanbul si sono radunate in presidio diverse centinaia di persone: gli accademici firmatari di altre città, i loro colleghi, i loro studenti; su alcuni cartelli retti da ragazzi giovanissimi si leggeva : “Non toccate i nostri professori”.

Gli avvocati hanno chiesto l’assoluzione e la non applicazione della legge antiterrorismo, rispetto alla quale gli accademici rischiano fino a sette anni e mezzo di carcere. Al momento tutte le richieste sono state rigettate e gli imputati ricompariranno davanti al giudice nella sessione successiva, che riprenderà ad aprile.

  • Autore articolo
    Serena Tarabini
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Ambiente e ambientalisti sotto attacco

La tutela dell’ambiente non è mai stata una priorità per la Turchia. Fin dalla sua fondazione, la Repubblica turca ha investito in una ristrutturazione neoliberale della sua economia che ha sempre posto in secondo piano le questioni ambientali. Inoltre, politiche ed educazione ecologiche ancora scarseggiano e quindi la popolazione non ha sviluppato una grande sensibilità in questo senso. Ciononostante non mancano nel Paese esempi di comunità e cittadini che si ribellano ad attività industriali o estrattive che degradano il loro territorio, arrivando a configurare nel loro insieme un eterogeneo movimento ambientale turco.

Ma, si sa, sono tempi duri per le lotte di opposizione in Turchia e andare contro gli interessi economici che stanno dietro trasformazioni ambientali è diventato rischioso quanto andare contro gli interessi politici.

Ali e Aysin Büyüknohutçu

Ali e Aysin Büyüknohutçu sono i primi due attivisti ambientali assassinati in Turchia e la inquietante sequela di eventi dispiegatasi dopo la loro morte lascia poco spazio a dubbi.

L’esportazione del marmo è uno dei bastioni dell’economia turca: il Paese detiene il 40% delle riserve mondiali. La maggior parte delle cave si concentra sulla costa Anatolica, nei pressi di Antalya. Zone di paesaggi spettacolari, dove gli alti monti taurini si affacciano sul mare Egeo, abitate da tempi remotissimi – lì vi nacque la civiltà dei Lici, antecedente agli egiziani – e pullulanti di rovine archeologiche.

Ed è proprio li che Ali e Aysin avevano deciso di andare a trascorrere gli anni della pensione allevando api. Non ci volle molto tempo per rendersi conto che quei luoghi preziosissimi erano minacciati dal forte impatto delle attività estrattive e che molte cave erano state aperte in palese contravvenzione alla legge, perché troppo vicine ai siti di interesse storico o naturalistico. Una illegalità cosi sfacciata che la campagna fatta partire dalla coppia, che coinvolse anche cittadini e organizzazioni locali, ottenne la chiusura di due cave. Una vittoria che avrebbe potuto aprire la strada a molte altre, ma due mesi dopo, nel marzo 2017, i due pensionati erano morti.

Il loro assassino, Ali Ymac, catturato poco dopo, confessò subito di essere stato pagato da un proprietario di cave di cui conosceva solo il soprannome. Nei mesi seguenti ritrattò, dicendo di aver agito da solo. Successivamente la moglie consegnò alle autorità giudiziarie una lettera che il marito aveva indirizzato al proprietario di una compagnia di marmo, in cui reclamava il pagamento che gli spettava per aver eseguito i loro ordini. Alle porte del processo, Ali Ymac venne trovato impiccato nella sua cella.

Secondo l’Atlante mondiale dei conflitti ambientali, in Turchia sono attivi 56 conflitti: fra di essi alcuni storici come quelli legati alle miniere d’oro e alle centrali idroelettriche mentre altri sono pronti ad aprirsi in conseguenza della politica economica attuale basate tutta sulle grandi opere, i “folli progetti” come li chiama lo stesso presidente Erdoğan.

Ma ora gli ambientalisti hanno paura. Per questa vicenda e perché dopo i politici, dopo gli accademici, dopo gli attivisti per i diritti umani, ora anche per loro vale la facile equazione con cui Erdoğan si sta sbarazzando di tutta l’opposizione: nemici dello sviluppo economico, quindi nemici dello Stato, quindi terroristi.

  • Autore articolo
    Serena Tarabini
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Turchia, la stampa libera sul banco degli imputati

“Nessuna prova, moltissime supposizioni” .

Titola così il quotidiano Cumhuriyet a proposito del processo che lo riguarda e che si è aperto oggi. Alla sbarra 19 persone tra giornalisti e dirigenti. 12 di loro si trovano in carcere già da 200 giorni , da quando cioè si svolse la clamorosa operazione di polizia ordinata dalla procura di Istanbul lo scorso autunno. 5 sono stati lasciati in libertà , 2 si trovano all’estero. Lo storico giornale voce della Turchia laica nato con la fondazione della Repubblica, il più importante organo di informazione della opposizione, sta subendo un attacco senza precedenti . La testata non è stata ancora chiusa, come è stato fatto con centinaia di altri media, ma la redazione è falcidiata ed il rischio è il suo commissariamento.

Le accuse sono quelle di collaborazione con organizzazioni terroristiche, nello specifico FETO, la presunta rete golpista facente capo all Imam Fetullah Gülen, il partito curdo dei lavoratori PKK e al Fronte di liberazione del popolo, una formazione di estrema sinistra. Fra gli imputati ci sono personaggi molto conosciuti in Turchia, come il giornalista e scrittore Ahmet Sick , che paradossalmente aveva denunciato per primo in un libro nel 2011, poi mai pubblicato, le infiltrazioni della rete di Gülen negli apparati dello stato: magistrati vicini al potente imam ex alleato politico di Erdoğan riuscirono a mandarlo in prigione; vi trascorse un anno fino a quando il processo venne chiuso per l’ inconsistenza dei fatti. Ora si trova in carcere per il motivo opposto. In carcere anche il direttore della testata, e coinvolto anche l’ex direttore, Can Dundar, già condannato in primo grado a una pena di 5 anni e mezzo per rivelazione di segreto di stato: il giornalista ha lasciato il paese ed ha trovato rifugio in Germania. Gli elementi utilizzati dall’ accusa sono conversazioni tenute con i cosiddetti “gulenisti”, ovvero i facenti parte della presunta rete golpista : queste persone sono a loro volta indagate o arrestate anche solo per l’ utilizzo di un applicazione, Bylock, in uso fra i seguaci dell’ Imam ritenuto l’ispiratore del fallito golpe di un anno fa. Ma ci sono anche Twitter e articoli critici nei confronti del governo a fare da capo d’accusa in quanto considerati un attacco allo Stato.

Un processo dal forte carattere politico, per questo oggi l ‘aula della udienza era affollata di avvocati e delegazioni di organizzazioni per i diritti umani e associazioni stampa nazionali ed internazionali, deputati turchi ed europei. Le molte persone accorse che non hanno potuto entrare in aula hanno animato un sit in fuori dal tribunale. I lavori andranno avanti fino a venerdì, quando il giudice si esprimerà sul rilascio di alcuni o tutti gli accusati, o al contrario deciderà per il carcere di alcuni o di tutti quelli rimasti in libertà. Sono 159 i giornalisti in carcere in Turchia, più di 300 quelli messi sotto processo solo negli ultimi due mesi. Nel frattempo si inasprisce il clima sugli agli attivisti per i diritti umani fermati due settimane da nel corso di un meeting in cui ha fatto irruzione la polizia: Per 4 su 12 era stata concessa la libertà vigilata, ora si trovano tutti in prigione.

  • Autore articolo
    Serena Tarabini
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Adesso in diretta

Ultimo giornale Radio

Ultima Rassegna stampa

  • PlayStop

    Rassegna stampa di dom 29/11/20

    La rassegna stampa di Radio Popolare

    Rassegna Stampa - 01/12/2020

Ultimo Metroregione

Ultimi Podcasts

  • PlayStop

    Sacca del Diavolo di dom 29/11/20

    Sacca del Diavolo di dom 29/11/20

    La sacca del diavolo - 01/12/2020

  • PlayStop

    Sunday Blues di dom 29/11/20

    Sunday Blues di dom 29/11/20

    Sunday Blues - 01/12/2020

  • PlayStop

    Bollicine di dom 29/11/20

    Bollicine di dom 29/11/20

    Bollicine - 01/12/2020

  • PlayStop

    Domenica Aut di dom 29/11/20

    Domenica Aut di dom 29/11/20

    DomenicAut - 01/12/2020

  • PlayStop

    Italian Girl di dom 29/11/20

    Italian Girl di dom 29/11/20

    Italian Girl - 01/12/2020

  • PlayStop

    Rock is Dead di dom 29/11/20

    Rock is Dead di dom 29/11/20

    Rock is dead - 01/12/2020

  • PlayStop

    Italian Style di dom 29/11/20

    Italian Style di dom 29/11/20

    Italian style – Viaggi nei luoghi del Design - 01/12/2020

  • PlayStop

    Labirinti Musicali di dom 29/11/20

    Labirinti Musicali di dom 29/11/20

    Labirinti Musicali - 01/12/2020

  • PlayStop

    Avenida Brasil di dom 29/11/20

    Avenida Brasil di dom 29/11/20

    Avenida Brasil - 01/12/2020

  • PlayStop

    Comizi D'Amore di dom 29/11/20

    Comizi D'Amore di dom 29/11/20

    Comizi d’amore - 01/12/2020

  • PlayStop

    Slide Pistons di sab 28/11/20

    Slide Pistons Jam Session, Slide Pistons, Jam Session, Radio Popolare, Luciano Macchia, Raffaele Kohler, Gechi, Giovanni Doneda, Blues, La sabbia,…

    Slide Pistons – Jam Session - 01/12/2020

  • PlayStop

    Radiografia Nera di dom 29/11/20

    Radiografia Nera di dom 29/11/20

    Radiografia Nera - 01/12/2020

  • PlayStop

    Onde Road di dom 29/11/20

    Onde Road di dom 29/11/20

    Onde Road - 01/12/2020

  • PlayStop

    C'e' di buono del dom 29/11/20

    C'e' di buono del dom 29/11/20

    C’è di buono - 01/12/2020

  • PlayStop

    Chassis di dom 29/11/20

    Chassis di dom 29/11/20

    Chassis - 01/12/2020

  • PlayStop

    Favole al microfono di dom 29/11/20

    Favole al microfono di dom 29/11/20

    Favole al microfono - 01/12/2020

  • PlayStop

    Snippet di sab 28/11/20

    Snippet di sab 28/11/20

    Snippet - 01/12/2020

  • PlayStop

    Conduzione Musicale di sab 28/11/20

    Conduzione Musicale di sab 28/11/20

    Conduzione musicale - 01/12/2020

  • PlayStop

    On Stage di sab 28/11/20

    ira rubini, on stage, spettacolo dal vivo, teatro dei gordi, andrea panigatti, andree ruth shammah, radio parenti, piattaforme online, teatro…

    On Stage - 01/12/2020

  • PlayStop

    Passatel di sab 28/11/20

    Passatel di sab 28/11/20

    Passatel - 01/12/2020

  • PlayStop

    Pop Up di sab 28/11/20

    Pop Up di sab 28/11/20

    Pop Up Live - 01/12/2020

  • PlayStop

    Sidecar di sab 28/11/20

    Sidecar di sab 28/11/20

    Sidecar - 01/12/2020

Adesso in diretta