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Istanbul, alle elezioni-bis vince la democrazia

Con queste elezioni bis a Istanbul tutta la Turchia si trovava a un bivio: quello di un  ulteriore deriva dittatoriale o di una tenuta democratica. Per ammissione dello stesso Erdoğan, ha vinto la democrazia. Non era affatto scontato. Il cedimento dello YSK, la  Suprema Corte Elettorale alle pressioni dell’AKP, l’esiguo margine di vantaggio detenuto dall’opposizione, la determinazione di Erdoğan a non perdere Istanbul ad ogni costo configuravano una missione impossibile. (altro…)

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    Serena Tarabini
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Turchia, la speranza dei cittadini dopo il voto

Muharrem Ince

Ece è una giovane donna turca di sinistra che lavora nel mondo dello spettacolo. Nonostante le tante delusioni subite nelle precedenti elezioni e la situazione di estrema repressione dell’opposizione, questa volta è speranzosa. Secondo lei Erdogan è condannato a perdere queste elezioni, è evidente che il suo potere sta finendo, dice, lo si percepisce dalla sua faccia inespressiva, dalla debolezza dei suoi discorsi.

Fra le ragioni di questo ottimismo ci sono le numerose gaffes al limite del grottesco con cui Erdogan ha costellato la sua campagna elettorale e sulle quali i turchi hanno scatenato il loro spiccato senso dell’umorismo.

Ege me ne fa un lungo elenco: nel corso di un comizio Erdogan si dimentica il nome della città in cui si trova, Bingol, e si rivolge agli abitanti di un’altra, Diarbakir. Ospite di una trasmissione radiofonica, in risposta alle critiche che gli vengono rivolte dagli ascoltatori preoccupati per la crisi economica, va in confusione e rivendica che grazie al suo partito, nato 15 anni fa, nelle case dei turchi sono arrivati i frigoriferi e le cucine a gas. Immediatamente il web si è riempito di foto di case turche degli anni 60 pienamente fornite di elettrodomestici. Durante un altro comizio, mentre come di consueto sta ossessivamente interrompendo il suo principale avversario con l’appellativo “Signor Ince, Signor Ince”, si sbaglia e dice “Signor Erdogan”.

Ece crede molto nel successo di Muharrem Ince, il candidato del principale partito di opposizione: al contrario di Erdogan, che, continua, ha rovinato il paese in ogni aspetto – economia, istruzione, informazione – ed ha diviso la Turchia, il suo avversario sta avendo la capacità di riunificarlo.

Effettivamente mai come in questo momento il fronte dell’opposizione è stato cosi unito e conciliante fra le sue diverse parti. Ece, come tanti turchi, ha bisogno di sentirsi dire che questo paese ce la può fare a risollevarsi grazie ai suoi giovani, alle sue bellezze e alla sua incredibile diversità, che è una ricchezza, non un limite. E soprattutto ha bisogno di parole di pace e riconciliazione da opporre a quelle di odio e rancore usate da Erdogan.

Muharrem Ince
Foto dalla pagina FB di Muharrem Ince https://www.facebook.com/muharrem.ince77/
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    Serena Tarabini
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Turchia, le intimidazioni contro l’HDP

Istanbul

Nonostante ai suoi danni sia in corso ormai da 3 anni una pesante operazione di demolizione da parte di Erdogan, l’HDP, il partito libertario filocurdo, rappresenta ancora una delle maggiori insidie di questo appuntamento elettorale. Se il partito superasse la soglia di sbarramento del 10%, come è possibile succeda, Erdogan perderebbe la maggioranza assoluta. Per questo motivo, ci spiega il vice presidente della circoscrizione HDP di Istanbul, sta cercando di impedirlo in ogni modo.

Nel corso di questa campagna elettorale come sempre si sono verificati danneggiamenti alle sedi, attacchi a banchetti e militanti, boicottaggio dei comizi. Ma le operazioni di disturbo sono andate oltre. La decisione avvenuta una paio di settimane fa da parte della Suprema Corte Elettorale di spostare e accorpare i seggi nel sud est a maggioranza curda, renderà più complesso andare a votare per più di 100 mila persone. In più per la prima volta sarà consentito l’ingresso dei militari nei seggi se qualcuno ne farà richiesta.

Il sud est, dove l’HDP arriva a percentuali superiori all’80%, è una zona di voto cruciale, e quanto il livello di intimidazione e tensione in queste zone sia alto si è manifestato con il cruento episodio di pochi giorni fa, quando leader locali dell’AKP dopo una sparatoria hanno ucciso, inseguendoli fino nell’ospedale dove erano stati ricoverati, dei commercianti curdi che non li avevano ricevuti nel loro negozio.

La volontà di intimidire gli elettori dell’HDP anche ad Istanbul si è palesata in un video realizzato a insaputa di Erdogan durante un incontro privato in cui istruiva i leader locali del suo partito sulle tattiche da utilizzare durante le elezioni, fra cui, testuali parole, “prendere gli elenchi elettorali, individuare gli elettori dell HDP e fare quello che devono fare”.

In risposta a questa campagna di intimidazione e all’altissima possibilità di brogli, l’HDP schiera i suoi volontari, tanti nonostante tutto, che vigileranno durante le operazioni di voto. Ed assieme agli altri partiti di opposizione si è formato un vero comitato di vigilanza sul voto, chiamato ”Gli Angeli del voto”. Chiedendo al vicesegretario se tutta questa apertura e collaborazione verso il suo partito mostrata dagli altre forze dell’opposizione lo convince o si tratta di propaganda elettorale, risponde che no, non lo convince del tutto, ma che sicuramente siamo in presenza di un momento nuovo, in cui Erdogan è più debole e l’opposizione più forte e unita.

Istanbul

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    Serena Tarabini
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Turchia al voto il 24 giugno

Recep Tayyip Erdogan

Appena arrivati ad Istanbul si percepisce immediatamente il fermento dell’appuntamento elettorale in dirittura d’arrivo. Sopra le teste di chi cammina per la strada si incrociano fitte ghirlande di bandierine, le mura degli edifici, le ringhiere dei marciapiedi sono ricoperte di manifesti, per terra un tappeto di volantini mentre per le vie sfrecciano i pulmini elettorali colmi di gente dai cui autoparlanti si lanciano slogan e canzoni, e le piazze pullulano di banchetti.

Il tutto disegna nella città una speciale geografia, dentro la quale le linee di confine e i colori dipendono dalla storia del quartiere. A farla da padrone è il Presidente in carica Erdoğan: le sue gigantografie troneggiano dagli edifici più alti e più grandi; percorrendo le principali arterie della città è impossibile non imbattersi nelle scritte a caratteri cubitali che sovrastano automobilisti, autisti, viaggiatori, reiterando gli slogan della sua campagna elettorale: “Una Turchia forte, un presidente forte” che richiama a quella che è la principale motivazione per cui Erdoğan invita la Turchia a renderlo il suo super presidente, cioè per garantirle quella continuità e stabilità di cui ha bisogno.

La lampadina arancione su sfondo bianco simbolo dell’AKP, il Partito della Giustizia e dello sviluppo fondato dallo stesso Erdoğan all’inizio degli anni 2000, spunta da ogni angolo della città e nella maggior parte dei casi, la sovrasta. Ma alcuni luoghi fanno eccezione. Se dalla centralissima zona di Taksim si attraversa il Bosforo per raggiungere la parte asiatica della città, sulle bandiere, i palloncini, i fogli distribuiti ai passanti, domina il rosso: è il colore del social democratico CHP, il principale partito di opposizione; il laico e progressista quartiere di Kadiköy è uno dei suoi feudi. Non a caso subito dopo le rivolte di Gezi Park, proprio lì si svolsero le grandi assemblee che cercavano di mantenere vivo lo spirito e le domande di quella protesta, e vennero addirittura tollerate alcune occupazioni. Ed è in questo quartiere che da quando il buio sul paese è cominciato a scendere tra il ritorno del conflitto armato, gli attentati, l’ondata repressiva post golpe, che l’intelleghenzia turca di sinistra si è trasferita, abbandonando una Taksim sempre più militarizzata, deoccidentalizzata e lasciata in pasto ai turisti dei paesi arabi.

Mai come in questa occasione questo partito portatore dei valori della Turchia laica e democratica sta lanciando il cuore oltre l’ostacolo, portando alla ribalda un candidato presidente che sta percorrendo in lungo en il largo il paese con il suo volto rassicurante di cittadino comune e un carisma da leader navigato. La Turchia secolare stravede per Murrahem Ince, un ex-insegnate di fisica che con i suoi comizi poderosi sta rifondendo la fiducia nell’opposizione e lavorando concretamente a quella riunificazione necessaria per sconfiggere Erdogan.

Ci sono poi delle tessere piu piccole in questo mosaico elettorale urbano, che hanno dimensioni minori ma resistono al pari della forza politica che rappresentano: sono quelle occupate dall’HDP, il partito democratico dei popoli, di area libertaria e filocurda, il cui candidato presidente, Selahattin Demirtaş, sta conducendo la sua compagna elettorale dal carcere. I tanti colori di questa forza nata per dare voce alla multietnicità della Turchia nonché a valori quali la parità di genere e l’ecologismo, si concentrano per esempio a Tarlabasi, quartire borderline di Taksim, nelle cui antiche case diroccate in stile greco vivono famiglie povere curde, rom, siriane e bivaccano spacciatori e piccoli criminali, convivendo con una gentrificazione violente che da alcuni anni cerca di cacciarli.

Lì si trova una delle sedi dell’HDP, da lì la sera del 10 giugno, quando il partito superò la soglia di sbarramento del 10% ed entrò in Parlamento, partivano i caroselli di auto e persone impazzite di gioia in un atmosfera che sembrava ricordare quella di Gezi e che purtroppo era costretta a durare poco. Nei vicoli stretti e polverosi di questo quartiere dove fra le macerie dei palazzi già demoliti scorrazzano bambini malvestiti ed a volte fatti di colla, sventolano le bandierine colorate dell’HDP. Sono piccole macchie nella città, ma la loro persistenza, come la determinazione dei ragazzi che con solo un motorino e un megafono, diffondono le parole “Seninle değistir”, “Insieme possiamo cambiare”, sono impressionanti.

Recep Tayyip Erdogan
Foto dalla pagina FB di Recep Tayyip Erdogan https://www.facebook.com/RecepTayyipErdogan/
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    Serena Tarabini
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Turchia, oltre 69mila studenti in carcere

interno prigione

Nel 2002 quando l’AKP, il partito di Erdoğan, prese il potere, il numero totale di detenuti nelle carceri turche era di 59.429. A fine 2017 il numero totale è salito a 228.993.

Questi sono alcuni dei dati citati dalla capogruppo dell’HDP, il partito di sinistra libertaria e filo curdo, in un’interrogazione parlamentare presentata alcuni giorni fa sulla base delle informazioni fornite dalla direzioni carcerarie. La deputata lo sa bene, in quanto dietro le sbarre ci sono moltissimi esponenti del suo partito, al quale il Presidente Erdoğan ha deciso di dare guerra dal 2015 in poi; fra di loro ben 8 parlamentari.

Proprio una settimana fa il tribunale ha stabilito che l’allora segretario del partito, il carismatico Selattin Demirtaş arrestato a novembre 2015, deve rimanere ancora in carcere. Se continuiamo a osservare anche nei dettagli chi sono le persone che si trovano in questo momento nelle carceri turche, vengono i brividi: intellettuali di fama come i fratelli Altan, recentemente condannati all’ergastolo; oppure il magnate filantropo difensore dei diritti umani Osman Kavala, in prigione da novembre 2017, o il dottor Onur Hamzaoglu, un medico che già aveva avuto problemi con la giustizia per alcuni studi che dimostravano la correlazione fra inquinamento e tumori nella zona a più alta densità industriale della Turchia. Il medico era stato espulso dall’università per aver sottoscritto l’appello degli accademici per la pace che chiedevano la fine delle operazioni militari nel sud est a maggioranza turca ed arrestato recentemente per aver espresso dissenso sull’invasione turca del Nord della Siria.

Dietro le sbarre troviamo anche Taner Kiliç, avvocato presidente di Amnesty Turchia, arrestato a luglio 2017, rilasciato dopo 8 mesi e riarrestato nel giro di poche ore. E l’elenco potrebbe continuare a lungo.

Fra gli arresti più recenti, oltre al consueto bollettino di giornalisti, ha fatto particolarmente notizia quello di una decina di studenti della prestigiosa Università Boğazici; l’aver cacciato giovani dell’AKP che dentro l’Università celebravano le vittorie militari turche contro i curdi di Afrin, gli è costato oltre all’anatema dell’Università stessa, l’ingresso nelle patrie galere con l’etichetta di terroristi.

Ma la presenza di studenti nelle carceri non è una novità in Turchia, anzi. Prima della gioventù bene della Boğazici sono finiti in carcere con meno clamore file di studenti rei di aver manifestato dissenso. Ma l’interrogazione parlamentare della deputata HDP segnala a questo proposito un fatto sconvolgente: il numero attuale degli studenti in carcere è elevatissimo: 69 mila persone, praticamente un terzo del totale. Più del numero di detenuti registrati nel 2002.

Un dato impressionante che riguarda studenti sia delle scuole superiori che universitari, studenti a distanza e studenti lavoratori. Questi numeri non hanno ricevuto la conferma ufficiale, ma avvallano quelli forniti da un altro partito. Il laico e repubblicano CHP, principale partito di opposizione, 7 mesi fa riportò gli stessi dati in occasione di una dichiarazione del Ministero della Giustizia Turco, il quale aveva affermato che “il livello di istruzione nelle carceri turche era in aumento”. La risposta macabra e sarcastica del vicepresidente del partito di opposizione, Gamze Akkuş, fu questa: “Se aumenta il livello di istruzione nelle carceri è perché è aumentato il numero degli studenti al loro interno”.

interno prigione

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    Serena Tarabini
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Stampa a processo: verso una sentenza già scritta

“Questa persecuzione deve finire”.

Titola così oggi il quotidiano Cumhuriyet  in occasione della  sesta udienza del processo che vede alla sbarra 18 suoi lavoratori, per la maggior parte giornalisti. Cumhuriyet significa “Repubblica” e con i suoi 94 anni di vita ha la stessa età della repubblica fondata da Mustafa Kermal Ataturk:  è il più antico quotidiano del paese ancora in circolazione, voce della Turchia laica delle origini. Fra le sue pagine negli anni hanno transitato fra le firme più note ed autorevoli del panorama intellettuale turco.

Una Turchia incredula assistette , ormai quasi due anni fa ed a pochi mesi dal fallito golpe, alla raffica di arresti  a carico di impiegati e giornalisti fra cui il Direttore Murat Sabuncu,  il presidente Akin Atalay, e il reporter Ahmet Sik che attualmente sono ancora in carcere. Le accuse, risultate subito insolite per un giornale nazionalista e  laico,  quelle di affiliazione ad organizzazioni terroristiche  come il PKK, il partito curdo dei lavoratori, e come Feto, la presunta rete golpista legata all’Imam Fetullah Gulen.

Particolarmente curiosa la vicenda di Ahmet Sik, uno dei 3 ancora in carcere: apprezzato reporter investigativo, vincitore nel 2014 del premio mondiale Unesco per la libertà di stampa, nel 2011 venne già arrestato per aver scritto un libro “L’esercito dell’Imam”  proprio  dedicato a Fetullah Gulen e alle infiltrazioni del suo movimento nell’apparato statale turco. Il tutto  ai tempi in cui Erdogan e il religioso condividevano ancora il progetto dell’Islam politico con cui erano riusciti a mettere da parte i militari. Ora in carcere per motivo opposto, Ahmet  Sik è in attesa di giudizio anche per quel processo. Già nel 2013  a proposito della sua vicenda il giornalista disse “ Sono molto pessimista sulla situazione, che a mio parere peggiora e non credo purtroppo avrà un’evoluzione positiva. Man mano che passano gli anni ci sarà sempre meno libertà d’espressione.”

Quello a Cumhuriyet è un processo storico ed oggi fuori dal Tribunale di Silivri, il carcere di Istanbul ormai tristemente noto per essere quello in cui vengono rinchiusi i giornalisti, si è radunata una folla consistente di scrittori , registi, familiari, politici che chiedono la libertà  di amici e colleghi che rischiano fino a 45 anni di carcere. L’impianto accusatorio è contraddittorio, le prove, come l’utilizzo di un’applicazione o il contenuto di certi articoli, molto deboli, ma il clima del paese ed il precedete di meno di un mese fa, la condanna all’ergastolo dei due noti giornalisti, i fratelli Mehmet e Ahmet Altan con le stesse accuse, fanno temere una sentenza già scritta.

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    Serena Tarabini
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Accademici per la pace a processo

Sono medici, ingegneri, architetti, scienziati, economisti, letterati. Vengono dalle migliori università del Paese. Nel gennaio 2016, con una conferenza stampa, resero pubblico un appello dal nome “Non saremo parte di questo crimine” che chiedeva la fine delle operazioni militari dell’esercito turco nel sud est a maggioranza curda. In calce 1.128 firme, cui si aggiunsero quelle di alcune centinaia di accademici e ricercatori di altre parti del mondo, fra cui intellettuali come Noam Chomsky e David Harvey.

Da alcuni mesi il governo turco aveva strumentalmente interrotto la tregua con il PKK, formazione armata curda considerata di matrice terroristica; la pace non aveva funzionato elettoralmente, i curdi avevano preferito dare i voti a un partito filocurdo di opposizione anziché premiare l’AKP di Erdoğan, che di conseguenza aveva perso la maggioranza assoluta: meglio quindi ricorrere nuovamente al nazionalismo e alle ferite procurate da 35 anni di guerra civile per recuperare i voti perduti.

Gli accademici denunciavano le terribili conseguenze di questa scelta sulla popolazione curda: città assediate e distrutte, stragi, torture, definendolo un massacro deliberato e pianificato. Un’accusa a senso unico contro il governo che permise al presidente Erdoğan di scagliare contro di loro un’incriminazione quale quella di “sostegno a organizzazioni terroristiche”.

Quella che in fondo era una richiesta di pace diede il via a un’altra dichiarazione di guerra: nei giorni successivi alla diffusione dell’appello si verificarono alcune tra le scene più brutte a cui un paese che si suppone democratico possa assistere: forze di polizia negli atenei, professori prelevati all’alba dalle loro case davanti ai familiari, le porte dei loro uffici sigillate e in alcune casi vandalizzate.

Alcuni accademici furono arrestati, altri rilasciati, altri ricevettero semplicemente la lettera di licenziamento e il divieto di uscire dal paese. Carriere, e sopratutto vite, spezzate.

Per 158 di loro, tutti provenienti dall’Università di Istanbul, martedì ha avuto inizio la prima udienza del processo. Ognuno di loro sarà ascoltato a intervalli di 10 minuti, una maratona che andrà avanti fino ad aprile. Davanti alla sede del tribunale di Istanbul si sono radunate in presidio diverse centinaia di persone: gli accademici firmatari di altre città, i loro colleghi, i loro studenti; su alcuni cartelli retti da ragazzi giovanissimi si leggeva : “Non toccate i nostri professori”.

Gli avvocati hanno chiesto l’assoluzione e la non applicazione della legge antiterrorismo, rispetto alla quale gli accademici rischiano fino a sette anni e mezzo di carcere. Al momento tutte le richieste sono state rigettate e gli imputati ricompariranno davanti al giudice nella sessione successiva, che riprenderà ad aprile.

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    Serena Tarabini
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Ambiente e ambientalisti sotto attacco

La tutela dell’ambiente non è mai stata una priorità per la Turchia. Fin dalla sua fondazione, la Repubblica turca ha investito in una ristrutturazione neoliberale della sua economia che ha sempre posto in secondo piano le questioni ambientali. Inoltre, politiche ed educazione ecologiche ancora scarseggiano e quindi la popolazione non ha sviluppato una grande sensibilità in questo senso. Ciononostante non mancano nel Paese esempi di comunità e cittadini che si ribellano ad attività industriali o estrattive che degradano il loro territorio, arrivando a configurare nel loro insieme un eterogeneo movimento ambientale turco.

Ma, si sa, sono tempi duri per le lotte di opposizione in Turchia e andare contro gli interessi economici che stanno dietro trasformazioni ambientali è diventato rischioso quanto andare contro gli interessi politici.

Ali e Aysin Büyüknohutçu

Ali e Aysin Büyüknohutçu sono i primi due attivisti ambientali assassinati in Turchia e la inquietante sequela di eventi dispiegatasi dopo la loro morte lascia poco spazio a dubbi.

L’esportazione del marmo è uno dei bastioni dell’economia turca: il Paese detiene il 40% delle riserve mondiali. La maggior parte delle cave si concentra sulla costa Anatolica, nei pressi di Antalya. Zone di paesaggi spettacolari, dove gli alti monti taurini si affacciano sul mare Egeo, abitate da tempi remotissimi – lì vi nacque la civiltà dei Lici, antecedente agli egiziani – e pullulanti di rovine archeologiche.

Ed è proprio li che Ali e Aysin avevano deciso di andare a trascorrere gli anni della pensione allevando api. Non ci volle molto tempo per rendersi conto che quei luoghi preziosissimi erano minacciati dal forte impatto delle attività estrattive e che molte cave erano state aperte in palese contravvenzione alla legge, perché troppo vicine ai siti di interesse storico o naturalistico. Una illegalità cosi sfacciata che la campagna fatta partire dalla coppia, che coinvolse anche cittadini e organizzazioni locali, ottenne la chiusura di due cave. Una vittoria che avrebbe potuto aprire la strada a molte altre, ma due mesi dopo, nel marzo 2017, i due pensionati erano morti.

Il loro assassino, Ali Ymac, catturato poco dopo, confessò subito di essere stato pagato da un proprietario di cave di cui conosceva solo il soprannome. Nei mesi seguenti ritrattò, dicendo di aver agito da solo. Successivamente la moglie consegnò alle autorità giudiziarie una lettera che il marito aveva indirizzato al proprietario di una compagnia di marmo, in cui reclamava il pagamento che gli spettava per aver eseguito i loro ordini. Alle porte del processo, Ali Ymac venne trovato impiccato nella sua cella.

Secondo l’Atlante mondiale dei conflitti ambientali, in Turchia sono attivi 56 conflitti: fra di essi alcuni storici come quelli legati alle miniere d’oro e alle centrali idroelettriche mentre altri sono pronti ad aprirsi in conseguenza della politica economica attuale basate tutta sulle grandi opere, i “folli progetti” come li chiama lo stesso presidente Erdoğan.

Ma ora gli ambientalisti hanno paura. Per questa vicenda e perché dopo i politici, dopo gli accademici, dopo gli attivisti per i diritti umani, ora anche per loro vale la facile equazione con cui Erdoğan si sta sbarazzando di tutta l’opposizione: nemici dello sviluppo economico, quindi nemici dello Stato, quindi terroristi.

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    Serena Tarabini
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Turchia, la stampa libera sul banco degli imputati

“Nessuna prova, moltissime supposizioni” .

Titola così il quotidiano Cumhuriyet a proposito del processo che lo riguarda e che si è aperto oggi. Alla sbarra 19 persone tra giornalisti e dirigenti. 12 di loro si trovano in carcere già da 200 giorni , da quando cioè si svolse la clamorosa operazione di polizia ordinata dalla procura di Istanbul lo scorso autunno. 5 sono stati lasciati in libertà , 2 si trovano all’estero. Lo storico giornale voce della Turchia laica nato con la fondazione della Repubblica, il più importante organo di informazione della opposizione, sta subendo un attacco senza precedenti . La testata non è stata ancora chiusa, come è stato fatto con centinaia di altri media, ma la redazione è falcidiata ed il rischio è il suo commissariamento.

Le accuse sono quelle di collaborazione con organizzazioni terroristiche, nello specifico FETO, la presunta rete golpista facente capo all Imam Fetullah Gülen, il partito curdo dei lavoratori PKK e al Fronte di liberazione del popolo, una formazione di estrema sinistra. Fra gli imputati ci sono personaggi molto conosciuti in Turchia, come il giornalista e scrittore Ahmet Sick , che paradossalmente aveva denunciato per primo in un libro nel 2011, poi mai pubblicato, le infiltrazioni della rete di Gülen negli apparati dello stato: magistrati vicini al potente imam ex alleato politico di Erdoğan riuscirono a mandarlo in prigione; vi trascorse un anno fino a quando il processo venne chiuso per l’ inconsistenza dei fatti. Ora si trova in carcere per il motivo opposto. In carcere anche il direttore della testata, e coinvolto anche l’ex direttore, Can Dundar, già condannato in primo grado a una pena di 5 anni e mezzo per rivelazione di segreto di stato: il giornalista ha lasciato il paese ed ha trovato rifugio in Germania. Gli elementi utilizzati dall’ accusa sono conversazioni tenute con i cosiddetti “gulenisti”, ovvero i facenti parte della presunta rete golpista : queste persone sono a loro volta indagate o arrestate anche solo per l’ utilizzo di un applicazione, Bylock, in uso fra i seguaci dell’ Imam ritenuto l’ispiratore del fallito golpe di un anno fa. Ma ci sono anche Twitter e articoli critici nei confronti del governo a fare da capo d’accusa in quanto considerati un attacco allo Stato.

Un processo dal forte carattere politico, per questo oggi l ‘aula della udienza era affollata di avvocati e delegazioni di organizzazioni per i diritti umani e associazioni stampa nazionali ed internazionali, deputati turchi ed europei. Le molte persone accorse che non hanno potuto entrare in aula hanno animato un sit in fuori dal tribunale. I lavori andranno avanti fino a venerdì, quando il giudice si esprimerà sul rilascio di alcuni o tutti gli accusati, o al contrario deciderà per il carcere di alcuni o di tutti quelli rimasti in libertà. Sono 159 i giornalisti in carcere in Turchia, più di 300 quelli messi sotto processo solo negli ultimi due mesi. Nel frattempo si inasprisce il clima sugli agli attivisti per i diritti umani fermati due settimane da nel corso di un meeting in cui ha fatto irruzione la polizia: Per 4 su 12 era stata concessa la libertà vigilata, ora si trovano tutti in prigione.

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    Serena Tarabini
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Turchia, a un anno dal fallito golpe

Fallito colpo di stato, falso colpo di stato, colpo di stato controllato.
Sono ancora tanti i dubbi e i lati oscuri di quanto successe nella notte tra il 15 e il 16 luglio di un anno fa. Tutto si svolse in poche ore.
Verso le 22 elicotteri ed F16 volano a bassa quota sul cielo di Ankara e Istanbul e aprono il fuoco su palazzi governativi. I due ponti sul Bosforo a Istanbul , che collegano la parte asiatica con quella europea, vengono bloccati dai carri armati.  Bloccati anche gli aeroporti  di Ankara e Istanbul. Il primo ministro Yildirim da una rete televisiva conferma le voci in circolazione, ovvero che è in corso un tentativo di colpo di Stato. I militari entrano negli uffici governativi ed in quelli della TRT, la  televisione di stato. Vengono diffusi i primi comunicati dove i militari si dichiarano appartenenti a un “consiglio di pace turco” che formerà un nuovo governo, ed annunciano il coprifuoco e l’ introduzione della legge marziale. I golpisti prendono diverse persone in ostaggio, fra cui Hulusi Akar, il capo di stato maggiore delle forze armate turche. Ma che fine ha fatto Erdoğan? Il presidente della Turchia, che si trovava in vacanza sul Mar Egeo, compare alle 00.26 sulla Cnn turca: la presentatrice mostra lo schermo di un cellulare , il presidente parla alla nazione in diretta FaceTime da un luogo sconosciuto,  e la esorta a scendere in piazza per difendere la democrazia. Anche il canto dei muezzin dalle moschee diventa una dichiarazione di guerra ai golpisti.  Questo non tarda ad avvenire, gruppi di cittadini si riversano nelle strade di Ankara e Istanbul, fronteggiando i carri armati ed accerchiando i militari. Alle 2.00 inizia il contrattacco, partono gli arresti dei golpisti, la polizia prende il controllo delle manifestazioni. Alle 5.30  del mattino è tutto finito: il governo turco riesce a riprendere il controllo del Paese, mentre Erdoğan ritorna ad Istanbul e il generale delle forze armate Hulusi Akar viene liberato.
Più di 2000 soldati vengono immediatamente arrestati, viene annunciata la morte di 104 golpisti e di 265 tra civili e poliziotti che nella narrativa governativa diventeranno immediatamente i martiri della democrazia e della libertà. E sono queste le principali parole che stanno accompagnando le celebrazioni di questo primo anniversario, una lunghissima serie di eventi tutta orientata ad enfatizzare la resistenza al golpe da parte dei veri difensori dello Stato. Da tempo molte cose si sono trasformate in questa chiave di lettura: luoghi a cui vengono dati altri nomi, inni che cambiano le parole. Da giorni in tutte le città campeggiano manifesti e vengono proiettati filmati inneggianti  al ” 15 temmuz” , che raccontano l’ ‘epopea’ del 15 luglio. Il ponte sul Bosforo di Istanbul è diventato il ponte dei martiri del 15 luglio, e sul lato asiatico campeggia un nuovo scintillante monumento, riprodotto anche in altre parti di Istanbul ed Ankara. Questo e molto altro in onore del giorno considerato quello in cui la giustizia ha trionfato grazie al sacrificio dei cittadini fedeli, mentre quelli considerati traditori stanno pagando un duro prezzo: in un anno più di 50 mila persone sono state arrestate e 169 mila hanno perso il lavoro: militari, politici, accademici, giudici, avvocati, giornalisti, studenti, attivisti  accusati di  aver avuto a che fare con il golpe.
Un paese fatto a pezzi . Una pesante e lunga vendetta di cui ancora non si vede la fine.
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    Serena Tarabini
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Erdogan cancella simbolo della Turchia laica

Il terzo ponte sul Bosforo, il tunnel sotto il Bosforo e il terzo aereoporto erano e sono le grandi opere promesse da Erdogan per la città di Istanbul e da lui stesso definite come “tre pazzi progetti”. Ora sembra essere in arrivo il quarto, ovvero la demolizione completa dell’imponente Centro culturale Ataturk a piazza Taksim a favore della costruzione di una nuova Casa dell’opera.
Lo scopo quello di restituire al centro di Istanbul un luogo di produzione culturale e artistica di cui è stato privato per troppo tempo. Ma questa decisione radicale, che vuole mettere drasticamente fine a un’annosa discussione sul destino di uno dei luoghi storici della città, è anche carica di significati simbolici.
Il centro venne inaugurato nel 1969, come sede delle compagnie nazionali di teatro e dell’opera, ma un incendio lo distrusse l’anno immediatamente successivo; venne ricostruito e riaperto nel 1978 e per trent’anni non solo ha rappresentato la vita culturale della città ma davanti alla sua immensa mole che occupa un intero lato di piazza Taksim, il cuore  pulsante della città, si sono susseguiti pezzi importanti, e spesso tragici, della storia del Paese.
Come il primo maggio di sangue del 1977, quando dei cecchini appostati sul tetto di un hotel adiacente spararono sulla folla uccidendo 37 persone. Un evento che apri le porte al golpe militare del 1980. Nel 2008 il centro venne nuovamente chiuso per restauro ma il progetto finì nel pantano delle discussioni e della mancanza di volontà.
Erdogan non lo ha mai amato in quanto retaggio di una Turchia diversa da quella da lui concepita, ovvero laica e occidentale, e meno ancora nel 2013 durante le rivolte di Gezi Park, quando l’edificio venne occupato dai manifestanti e divenne uno dei simboli della protesta. Fecero il giro del mondo le immagini dell’immensa facciata di vetro tappezzata di manifesti e bandiere e delle centinaia di persone che si erano arrampicate fino al tetto.
Si trattava di uno spazio dal potenziale enorme: quattro sale conferenza, due hall di cui una da 1.300 posti, un cinema, un teatro, un grande spazio espositivo. Un edificio mastodontico che Erdogan vuole sbriciolare non più per costruire una nuova moschea, altro ambizioso progetto che ha trovato spazio dalla parte opposta della piazza, ma per ricostruire sostanzialmente la stessa cosa. Che cambierà nello stile e probabilmente nel nome. Non più Centro culturale Ataturk ma chissà, forse Erdogan Opera House.
Un gesto che sta a indicare ancora una volta come il sogno accarezzato dall’ex primo ministro, ora presidente e in seguito al referendum futuro super presidente, sia quello di trovare posto nella storia del Paese accanto, se non sopra, al suo fondatore, Mustafa Kemal Ataturk. Letteralmente “il padre di tutti i turchi”, Ataturk  fece sorgere la Repubblica dalle ceneri dell’Impero ottomano, dotandola di una identità laica e nazionalista; è un personaggio ancora profondamente amato e venerato dalla maggior parte dei suoi figli elettivi e suoi ritratti e statue campeggiano in ogni dove: scuole, ristoranti, edifici pubblici. O meglio campeggiavano: ultimamente sono sempre di meno.
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    Serena Tarabini
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Turchia, lo sciopero della fame di due insegnanti

Mentre in Turchia continuano arresti ed epurazioni, si fa sempre più radicale la protesta di due docenti licenziati da Erdoğan.

Mercoledi 16 maggio ci sono stati 85 nuovi arresti nello staff di due ministeri, Educazione ed Energia. Solo pochi giorni prima, il 12 maggio, sono finiti in carcere 57 operatori di Borsa ed è stato spiccato mandato di cattura per altri 60.

Numeri e cadenze che danno l’idea di come la caccia ai responsabili del fallito golpe del 15 luglio, a distanza di quasi un anno, non si sia fermata e mantenga proporzioni spaventose. Come spaventoso è il numero di persone che sono state rimosse dal loro posto di lavoro, e continuano a esserlo, per i loro presunti legami con la rete di Fetullah Gulen o con organizzazioni definite terroristiche.

Fra di loro c’è chi ha dato il via a una protesta radicale: Nuriye Gülmen è una docente di letteratura, Semih Ozakca un maestro elementare. Sono stati sospesi da università e scuola. Sei mesi fa Nuriye ha iniziato ad andare in piazza ad Ankara tutti i giorni, reggendo uno striscione con scritto: “Rivoglio il mio lavoro”. In seguito Semih ha aderito alla sua protesta. Sono stati arrestati e rilasciati trenta volte. Settanta giorni fa la scelta di iniziare lo sciopero della fame.

Le immagini che documentano la loro battaglia passano dal ritrarli in mezzo alla gente con un megafono o un microfono, a mostrarli seduti, emaciati, indossando la mascherina per evitare infezioni. Le loro condizioni negli ultimi giorni si sono molto aggravate, i medici che li seguono riportano i primi sintomi di una sindrome da deperimento che porta alla morte nel 20 per cento dei casi.

L’attenzione su di loro si è intensificata, in tutto il Paese si stanno moltiplicando le iniziative di solidarietà e altri scioperi della fame sono stati indetti a Istanbul e altre città. Il principale partito di opposizione, il repubblicano CHP ha presentato un appello al presidente Erdoğan per il loro reintegro.

Al momento dal governo non una parola. La grande sofferenza a cui si stanno sottoponendo Nurye e Semih, il rischio concreto che la loro protesta finisca tragicamente, rappresenta il drammatico impatto delle epurazioni nel Paese: come loro 145mila persone hanno perso il loro lavoro: persone con famiglie, figli, una casa da pagare, responsabilità. Decine di migliaia di vite gettate in un limbo di disperazione, un Paese che fagocita i suoi cittadini.

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    Serena Tarabini
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Vittoria dimezzata, Paese spaccato

All’indomani di un referendum dal carattere storico, la Turchia si mostra ancora una volta un paese spaccato e pieno di ombre. Il risultato, non ancora ufficializzato, viene definito illegittimo dalle opposizioni che hanno annunciato ricorsi alla Corte costituzionale e presso le istituzioni europe.

Quello della contestazione del voto è uno spettacolo già andato in onda diverse volte sullo scenario elettorale turco e che non ha mai riservato finali a sorpresa; in questo caso però quanto accaduto è un fatto inedito e grave: l’Alto Consiglio elettorale nel corso delle votazioni ha emesso una circolare nella quale si dichiarava che sarebbero state ritenute valide anche le schede elettorali non vidimate dal presidente di seggio: una decisione clamorosa in quanto in contravvenzione alla legge turca e definita una violazione dello stato di diritto da molti giuristi. Sostanzialmente un cambio di regole a competizione iniziata che, secondo il principale partito di opposizione, invaliderebbe da 1 milione e mezzo a due milioni e mezzo di schede. Tenedo conto che lo scarto fra il SI e il NO è di circa 1 milione e 300 mila voti, va da sé che il risultato potrebbe cambiare. Ma il fatto che il capo del Consiglio elettorale, con molta disinvoltura, non si esprima nel merito della decisione non lascia molte speranze.

L’autorità stessa ha comunicato che l’ufficializzaione dei risultati non avverà prima di 10 giorni. In virtù di queste incertezze e di queste ombre, il paese sembra essere caduto in uno stato catatonico: i festeggiamentı si sono limitati ai grossi concentramenti presso le sedi del partito di Erdoğan, mentre le proteste dei sostenitori del NO sono state tenute a bada dall’opposizione stessa che non ha voluto soffiare sul fuoco e fare una chiamata alle armi come era invece avvenuto nel corso delle ultime elezioni dall’esito anch’esso contestato. İeri sera a İstanbul si sono visti solo cazerolasos dalle finestre di alcuni quartieri e sporadiche marce di protesta da una parte, qualche macchina rivestita di bandiere turche a scorazzare per le strade per la vittoria del SI dall altra.

Lo stesso Erdoğan è apparso sotto tono nel discorso tenuto dopo quello del premier Yldırım: al di là delle frasi retoriche che celebravano la vittoria come una lezione di democrazia da sventolare in faccia anche ai ‘nemici’ occidentali, il potenziale futuro super presidente appariva molto meno trionfante di quello che ci si aspettava. Probabilmente il risultato, nonostante la vittoria, e al netto delle contestazioni, non è stato quello auspicato. E le ragioni per non esultare ci sono tutte.

I dati percentuali mostrano che non solo ha fallito il progetto di diventare il riferimento degli ultranazionalisti di destra, che su questo si sono proprio spaccati: il confronto con la somma dei voti di AKP e MHP ottenuti nelle elezioni del novembre 2015, mostrano un a calo dal 10 al 13 %. Inoltre c’è stata un’emorragia anche nel suo elettorato: Erdogan ha perso per la prima volta da quando è al potere le due piu grandi città del paese: Istanbul, Ankara. Addirittura a Istanbul il NO ha prevalso nella sua Üsküdar, il quartiere conservatore dove Erdoğan vive. E in generale nelle grandi città – 17 contro 13 – ha prevalso il NO.

Al di là della vittoria, dunque, le scelte dei cittadini turchi indicano uno scenario politico in trasformazione che potrebbe mettere degli ostacoli sulla strada verso l’acquisizione di quello che sarebbe davvero un potere quasi assoluto nel 2019, quando si svolgeranno le elezioni.

Quindi Erdoğan si ritrova a voler trascinare verso uno stato autoritario di stampo mediorientale un paese che per metà ha un concetto di democrazia molto diverso da quello da lui promosso ed esercitato e che guarda piuttosto verso un occidente che, a differenza sua, non considera nemico. Si tratta oltretutto della metà del paese piu trainante dal punto di vista economico, oltre che la più avanzata a livello culturale ed educativo. Per l’ennesima volta una paese spaccato, che viaggia con tempi diversi e direzioni opposte.

 

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    Serena Tarabini
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La Turchia decide il suo futuro

“Un governo piu’ stabile. Uno stato più forte”. Lo slogan che invita a votare SI campeggia accanto al volto di un Erdogan onnipresente in forma di gigantografia in ogni punto della città vetrina di Istanbul, a indicare quanto questo referendum rappresenti un progetto tutto suo.

Del resto tale riforma in chiave presidenziale non potrebbe essere disegnata più a sua misura, consentendogli di guidare sostanzialmente incontrastato il paese per altri 15 anni e consegnandolo alla storia. Con estrema disinvoltura l’attuale presidente sostiene di incarnare il futuro migliore per il paese e chiunque non ne sia convinto è equiparato a un traditore, un golpista, un terrorista. La campagna per il SI è stata caratterizzata da questa retorica aggressiva che ha spopolato nei media main stream con percentuali bulgare ed  è entrata nelle case con opuscoli ed omaggi consegnati porta a porta.

Chi ha portato avanti le ragioni del NO, invece, ha fatto i conti con aggressioni fisiche e verbali, il rischio di essere arrestati, una ridottissima visibilità sui media e la persecuzione degli esponenti politici di riferimento. Ma ciononostante il risultato di domenica 16 aprile non è affatto scontato. Fra le persone circolano molti dubbi, in pochi azzardano un pronostico e se lo fanno è frutto delle proprie attitudini o aspettative. Una incertezza confermata da sondaggi e inchieste che di volta in volta cambiano i pronostici e comunque mostrano come fra le due opzioni esistano pochissimi punti percentuali di scarto.

Un’incognita dovuta anche al fatto che forse davvero questa volta Erdogan ha fatto il passo più lungo della gamba: al punto che  il partito alleato nella promozione della riforma, l’ultra nazionalista MHP, è spaccato e una parte sta facendo esplicitamente campagna per il NO, mentre  parte dell’elettorato del suo partito, l’AKP, in potrebbe voltargli le spalle. Non è da escludere che, per quanto non detto, le paure dei sostenitori del NO siano anche le loro. Metà del paese, forse di più, non è favorevole a una sterzata cosi decisa verso il comando di un uomo solo, che per altro stanno gia sperimentando da 9 mesi con lo stato di emergenza.‘

“In genere gli appuntamenti elettorali non mi appassionano, ma questa volta non ci dormo la notte”,  mi dice un ragazzo per strada. Ma c’è anche chi ritiene che – quale che sia il risultato –  la situazione non cambierà, continueranno repressione e conflitti. Si tratta in ogni caso di un momento storico, che invade le prime pagine di ogni giornale e spunta in ogni discussione: dai cittadini turchi trapelano agitazione ed emozione, mentre aumenta il numero di agenti di sicurezza nei luoghi sensibili e si intensificano gli arresti: all’ incognita del risultato si aggiunge quella di possibili attentati di matrice terroristica nei seggi.

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    Serena Tarabini
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Sequestro penale. Quel parco non s’ha da fare?

Da una settimana i cartelli apposti dal Nucleo Investigativo di Polizia Ambientale e forestale dei Carabinieri del Gruppo di Sondrio  mostrano che per l’area Ex Falk di Novate Mezzola, si è aperto un nuovo capitolo. Sigilli a presidi, piezometri, pozzi e vasche di un’acciaieria che per 26 anni ha inquinato la terra e le acque di una preziosa area naturale e che, anche dopo la chiusura avvenuta nel 1991 , probabilmente continua a farlo.

L’imputato principale e’ il CrVI (cromo esavalente), sostanza altamente cancerogena presente nelle scorie prodotte dall’attività siderurgica; per anni sono state riversate nel lago e accumulate in discariche abusive che si trovano ancora in loco. Si, perché una vera e propria bonifica dell area, nonostante lo prevedesse l’accordo fra enti locali e proprietà a fine anni ’90, non è mai stata fatta. Per ragioni prevalentemente economiche si sono svolte delle operazioni definibili come “messa in sicurezza”: copertura in asfalto dell’area occupata dallo stabilimento e una telonatura impermeabile solo sulla superficie delle scorie. Conseguenza: il CrIV ha continuato a dilavare nel terreno negli anni, tanto che l’ARPA ha stabilito come ‘’non buone’ lo stato chimico delle acque del lago di Novate Mezzola.

Questo non ha impedito agli enti locali di dare il via libera nel 2014 all’iter di approvazione di un nuovo progetto industriale, quello di un parco minerario per l’estrazione e la lavorazione di massicciati per l’alta velocita’. Un progetto fortemente contestato da cittadini locali costituitosi nel Comitato Salute Ambiente Valli Lago,e non solo per il suo forte impatto su di una zona gia fortemente stressata per la quale i suoi abitanti legittiamente auspicherebbero un altra destinazione. Negli anni il comitato si e’ attrezzato per mettere in discussione con osservazioni verificate e dati certi la non fattibilita’, quando non l’irregolarita’, del progetto, sia nei suoi termini che nel suo iter di approvazione : contestate fra le altre cose, anche per mezzo di svariati ricorsi al TAR, l’edificazione su di un ‘ area contaminata, le attivita di lavorazione degli inerti vietate dal piano regionale, i livelli di contaminazione delle acque e del terreno, le indagini epidemiologiche e la presunta messa in sicurezza.

In questo momento le autorita’ giudiziarie sembrano dare ascolto in particolare alle denunce riguardanti le concentrazioni di cromo. Il sequestro avviene dopo che sono stati finalmente resi pubblici dal comune le analisi eseguite a partire dalle crepe del muro che separa l’area messa in sicurezza .

Non si tratta della prima indagine aperta dalla procura sulla faccenda scoperchiata dal comitato : in relazione al progetto del parco minerario nel 2015 dopo una perquisizione in comune e in comunita’ montana si ipotizzarono i reati di abuso d’ufficio e falso ideologico.

Nonstante gli enti locali, dalla regione alla provincia al comune abbiano dato via libera al progetto esprimendo parere favorevole sulla valutazione di impatto ambientale e approvando il cambio di destinazione d’uso dell’area, rimane aperta la questione della bonifica sula quale la regione in seguito a una mozione scritta dai cittadini , e’ stata costretta all’istituzione di un tavolo di valutazione. Sulla certificazione di avvenuta messa in sicurezza e iter per la concessione della ripresa dell’attività produttiva, pendono ben quattro ricorsi di tipo amministrativo. Un primo pronunciamento del Tar è previsto per il 9 maggio.Ora, il sequestro della procura che vieta l’ingresso nell’area.

Al momento questo parco non s’ha da fare.

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    Serena Tarabini
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Hrant Dink, ucciso dieci anni fa

In una Turchia dove il pericolo attentati, i divieti e la stretta repressiva scoraggiano pesantemente manifestazioni e grandi assembramenti, in diverse città i cittadini turchi sono scesi in piazza per commemorare lo scrittore turco-armeno Hrant Dink nel giorno del decimo anniversario dalla sua morte.
A Istanbul più di duemila persone si sono radunate davanti alla sede della rivista e ora casa editrice Agos, fondata dallo scrittore, dove colpi di pistola lo raggiunsero uccidendolo. A premere materialmente il grilletto fu un ragazzo all epoca ancora minorenne che venne riconosciuto come unico colpevole e condannato nel 2011.
L’esito del processo e da sempre contestato. Per ammissione degli stessi giudici la vicenda mostrava fitte e oscure trame che coinvolgevano apparati dello Stato, esercito, servizi segreti e gruppi ultranazionalisti. Emerse anche l’organizzazione segreta denominata Ergenekon, che successivamente risultò promotrice di un colpo di stato.
“Parlare del processo fa male”, ha dichiarato dal palco a Istanbul la moglie, Rachel Dink, “ma tutti gli indizi, mostrano che colpevole è lo stato”.
Hrant Dink  aveva dedicato la sua vita ai diritti civili e a quelli delle minoranze, e in particolare della minoranza armena. Aveva dato voce con estrema delicatezza a una delle questioni più laceranti per il Paese. Era un uomo pieno di amore che puntava all’ammissione di un crimine, il genocidio armeno, non per dividere ma per riconciliare la Turchia.
Cionostante negli ultimi anni sentiva forte l’odio che la sua azione suscitava in molti suoi concittadini e affermava che avrebbe voluto fuggire. Ma molto coraggiosamente sosteneva che se avesse compiuto questo passo, avrebbe tradito tutto quanto fatto.
Il suo assassinio sconvolse tutta la Turchia. Per la prima volta nella storia di questo Paese un corteo di oltre centomila persone sfilò ai suoi funerali lanciando slogan per la riconciliazione e mostrando cartelli che riportavano la frase “Siamo tutti Dink, siamo tutti armeni”.
In una fase come quella attuale dove vecchie e nuove divisioni stanno provocando conflitti e altre vittime innocenti, l’esempio e l’eredità di Hrant Dink sono fra quanto di più prezioso a cui fare ricorso.
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    Serena Tarabini
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La Turchia scossa dal terrorismo

Che si trattasse di un attentato terroristico lo si è capito subito: nel pomeriggio del 5 gennaio un’autobomba  è  stata fatta deflagrare presso il check-point della polizia  che presidia il tribunale di İzmir mentre gli agenti intimavano lo stop all’uomo al volante, sceso insieme ad un complice appena prima dell esplosione che ha provocato  la morte di due persone, un poliziotto e un impiegato del tribunale. Altre 11 persone risultano ferite, di cui una in modo grave.
Questa volta gli attentatori erano tre: dopo l’ esplosione sono riusciti ad entrare dentro il tribunale  dove hanno aperto il fuoco:  due di essi sono stati uccisi nello scontro con le forze di polizia, il terzo è in fuga. Un’altra caccia all’uomo quindi è  in corso  in una İzmir, l’antica Smirne, una delle città dallo stile più occidentale del paese, che in queste ore  foto postate sui social mostrano desertificata.
İzmir è anche una delle città dove si sono concentrate le indagini  legate alla strage di Capodanno a Istanbul, almeno 20 persone sono state arrestate e le operazioni di polizia vi continuano. Il governatore della regione, Erol Ayyıldız,  ha dichiarato alla stampa che in base alle modalità utilizzate  e all’identificazione dei terroristi, questa volta dietro l’attacco ci potrebbe essere il PKK, l’organizzazione armata a cui vengono attribuiti tutti gli attentati di matrice curda da quando i negoziati di pace sono stati interrotti e  le operazioni militari turche nel sud est  a maggioranza curda del paese sono riprese .
Nel frattempo le autorità turche non sono ancora riuscite ad individuare dove si possa trovare autore della strage di Capodanno. Dopo aver annunciato la sua avvenuta identificazione, sono avvenuti altri arresti, perquisizioni, sequestro di materiale esplosivo, ma le informazioni rilasciate dalle autorita turche sono frammentate e sconnesse e non danno ancora un quadro preciso. Probabilmente l’attentatore aveva dei complici, quasi sicuramente  uno, ed è ritornata a farsi strada l’ipotesi dell’origine uigura, la minoranza turca di religione musulmana  che popola la regione dello Xinjiang in Cina, dove lo jihadismo è in crescita. Forse  è arrivato in Turchia dalla Repubblica ex sovietica del Kirghizistan, ma si valuta anche la possibilità che provenisse  dalla Siria.
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    Serena Tarabini
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La Turchia sempre più fragile e divisa

In Turchia continua la caccia all’attentatore della notte di Capodanno che ha  lasciato dietro di sé 39 morti. A Istanbul, le ricerche si sono concentrate nel quartiere periferico di Zeytinburnu, a sud della zona europea; le forze antiterrorismo sono state in azione nel quartiere, popolato da molti appartenenti a questa etnia e dove probabilmente ha risieduto anche l’autore del massacro. E’ da lì infatti che il giovane la sera del 31 dicembre avrebbe preso un taxi per raggiungere il quartiere di Ortakoy, sul Bosforo, dove si trova il discoclub Reina.

Lunedì per tutto il giorno sulla città ha gravato il ronzio degli elicotteri e il suono delle sirene, squadre di poliziotti in divisa e in borghese hanno riempito le strade, e le televisioni dei locali erano costantemente sintonizzate sui canali delle ultime notizie.

Le misure di sicurezza adottate per questo Capodanno in Turchia erano state senza precedenti: solo a Istanbul erano stati mobilitati 25mila poliziotti, ma nonostante ciò la città, il Paese, dopo un 2016  costellato di attentati, è stato colpito nuovamente al cuore e sta mostrando tutta la sua fragilità.  Non mancano polemiche su questa ennesima falla nella sicurezza, e su questo il principale partito di opposizione ha chiesto l’apertura di un’indagine parlamentare.

La discoteca Reina si trova in centro, sulle rive del Bosforo – alcuni clienti in fuga si sono anche gettati in acqua – ed è un locale famoso e frequentato da turchi benestanti e stranieri. E’ uno dei luoghi della Turchia laica e cosmopolita che tanto si percepisce a Istanbul, e che forse è stato scelto come obiettivo di un attentato proprio per questo.

Nella giornata di lunedì è arrivata una sorta di rivendicazione da parte dell’Isis: in un comunicato l’organizzazione terroristica tesse le lodi dell’“eroe del Califfato” che ha compiuto l’attacco nel corso di una celebrazione “apostata” come il Capodanno, e in linea con le operazioni che il sedicente Stato islamico sta compiendo contro i turchi, definiti “gli amici della croce”. Non è chiaro se il gruppo sia direttamente responsabile dell’azione o se semplicemente esprima il suo appoggio.

Dal giugno 2015 la Turchia ha subìto oltre 30 attentati, in media uno ogni mese e mezzo: questa impressionante serie porta allo scoperto le numerose linee di frattura che la attraversano: le matrici sono state diverse, da quella islamica a quella filocurda passando per il tentato golpe attribuito invece alla rete religioso-nazionalista facente capo a Fettullah Gulen .

I nemici della Turchia sono molti: questo ultimo attentato può arrivare da cellule dell’Isis che guardano a Erdogan in maniera diversa dopo il suo cambio di strategia nello scacchiere siriano, e cioè per il suo attuale impegno contro l’Isis dopo averci flirtato in chiave anticurda. Così come l’aver interrotto il dialogo sulla questione curda e l’aver ripreso operazioni militari pesantissime nel Sud est del Paese ha portato alla ripresa degli attacchi dei gruppi curdi armati.

La Turchia è un Paese polarizzato: nazionalisti contro autonomisti, laici contro religiosi, gulenisti contro akepeisti (Akp): divisioni che non si esauriscono al suo interno ma sfociano anche ai suoi  confini. E’ un Paese in balia della spregiudicatezza del presidente Erdogan: politiche interne ed esterne ribaltate in pochi mesi per convenienza politica, discorsi infuocati alla popolazione che non fanno che legittimare quelle componenti della società che alimentano le divisioni, e un’ondata repressiva che non ha reso la Turchia più sicura bensì più debole.

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    Serena Tarabini
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Perché Russia e Turchia rimangono “alleati”?

E’ condivisa dalle autorità turche e russe l’idea che l’attentato all’ambasciatore russo ad Ankara avesse come obiettivo il danneggiamento delle relazioni tra i due Paesi. Relazioni che con fatica la Turchia ha cercato di ricostruire dopo l’abbattimento del jet russo, avvenuto in una fase di braccio di ferro tra i due Paesi nel campo di forze siriano.

Una strana relazione: due Paesi con leader dalle caratteristiche autoritarie e autocratiche simili, legati da relazioni economiche vitali, ma sul fronte siriano schierati su lati opposti. Relazione di cui la Turchia continua ad avere bisogno e che anche la Russia in questo momento sembra non disdegnare, pur con mille riserve.

Entrambi i Paesi hanno rilasciato dichiarazioni distensive, nessun diplomatico russo è stato ritirato dalla Turchia e nessun ufficio consolare chiuso; da parte sua la Turchia ha espresso subito la determinazione a non permettere che l’attacco oscurasse i rapporti russo-turchi  e ha mostrato piena collaborazione sulle indagini, accettando senza riserve l’invio di investigatori da Mosca. In Russia lo stesso Vladimir Putin ha parlato di una provocazione mirata a minare i rapporti tra i due Paesi e il processo di pace in Siria promosso da Russia, Turchia e Iran.

Ma l’assassinio di un ambasciatore è un fatto gravissimo che difficilmente può rimanere senza conseguenze sulle relazioni internazionali dei Paesi coinvolti. Prevedere in che modo non è facile. Il coltello dalla parte del manico in questo momento sembra averlo la Russia: in una posizione di forza sul campo siriano e capace di influenzare la già traballante economia turca.  La Turchia invece è più debole avendo sostenuto parte dei ribelli anti Assad, sconfitti nella battaglia per Aleppo; è sconvolta da linee di frattura esterne e interne sempre più profonde a causa della spregiudicatezza del suo leader e offre il fianco ad attacchi terroristici di diverse nature.

Tutto in questa situazione lascia pensare che alla Turchia convenga tenersi stretto l’amico russo, anche se ingombrante. Ma c’è un elemento, un tasto sensibile che una volta schiacciato può generare reazioni incontrollate che vanno al di là delle convenienze: si tratta delle relazioni che la Russia intrattiene non solo con Assad, che Erdogan voleva spodestare per prendere il controllo su una porzione di Siria, ma  anche con gli autonomisti curdi di Turchia, con cui il conflitto è ripreso e si è aggravato.

Comunque in questo momento nelle relazioni fra i due Paesi, almeno a parole, prevalgono il raggiungimento della pace in Siria e la comune lotta contro il terrorismo.

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    Serena Tarabini
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Ucciso l’ambasciatore russo ad Ankara

“Noi moriamo ad Aleppo, tu muori qui”.
Con queste parole è stato ucciso l’ ambasciatore russo in Turchia Andrey Karlov, all’ interno di una galleria d’arte dove il diplomatico partecipava alla inaugurazione della mostra fotografica “La Russia vista dai turchi”.
L’attentatore ha ottenuto  l’accesso alla galleria mostrando un tesserino identificativo della polizia, che si è poi rivelato essere vero. Murat Altıntaş, di soli 22 anni, era un poliziotto di sorveglianza in servizio ad Ankara dal 2014. Ha urlato le sue parole di odio e di vendetta in turco, e concluso con “Allah Akhbar”, prima di colpire l’ambasciatore inerme con almeno 4 colpi di pistola.
Le parole pronunciate dalla attentatore prima di aprire il fuoco  indicano una possibile correlazione del gesto con il ruolo che la Russia sta assumendo negli ultimi sviluppi del conflitto in Siria. La Russia ha supportato il regime di Damasco nella riconquista di Aleppo, mentre le forze ribelli, una cui parte sono sostenute dal governo turco, hanno dovuto  abbandonare il campo. Inoltre sale il numero di soldati turchi che hanno perso la vita sul fronte siriano. Da circa una settimana si stavano svolgendo in Turchia manifestazioni  di protesta, alcune dalle caratteristiche estremiste, a favore dei ribelli siriani e contro la Russia. Da alcuni i giorni la sorveglianza presso l’ambasciata russa era stata aumentata.
Sì trattava del primo appuntamento ufficiale dell ambasciatore dopo il riavvicinamento dei due paesi. Un fatto del genere rischia di danneggiare nuovamente le relazioni i fra i due paesi. Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan  ha immediatamente chiamato Vladimir Putin per condannare l’episodio ed esprimere la sua  solidarietà, e il comunicato del ministero degli esteri turco riportava l’ intenzione di voler conservare l’amicizia  fra Russia e Turchia. Il summit su Aleppo fra Russia, Turchia e Iran previsto per mercoledì a Mosca si terrà lo stesso. Sia il presidente turco Erdogan che il ministro degli esteri turco hanno parlato di atto di provocazione volto a colpire le relazioni fra i due paesi.
A chi farebbe comodo? Il sindaco di Ankara si è affrettato a fare il nome di Fetullah Gülen,  il presunto organizzatore del fallito golpe del 15 luglio: sembra che il giovane poliziotto avesse frequentato le sue scuole. Ma è da tenere in considerazione come la rete dei ‘gulenisti’ , assieme ai kurdi del PKK, siano il  principale capro espiatorio di ogni atto considerato terroristico o di attacco allo Stato.
Comunque che si sia trattato di una atto isolato di un fanatico religioso, o del tassello di un complotto internazionale,  colpisce la vulnerabilità  del paese: esposto sia sul fronte interno che esterno, non riesce a difendersi.
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    Serena Tarabini
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Turchia, una nuova ferita

Camminando verso il popolare stadio del Beşiktaş, situato a poche decine di metri dalla centralissima piazza Taksim, si notano i danni agli edifici provocati dalle due potenti esplosioni. Finestre senza più vetri, crepe, porte spostate. Il luogo dell’attentato è stato invece riportato velocissimamente a una condizione di normalità: rimosse le macerie, colmate le voragini, ripulito l’asfalto dal nero delle fiamme e dal rosso del sangue.

Da quando la zona è stata resa nuovamente accessibile, in giornata, vi si sono riversati i partecipanti dei vari cortei che si sono svolti a Istanbul, da quelli organizzati a quelli più improvvisati. In serata la zona era invasa da gruppi di persone su di giri che, a piedi o in macchina, urlavano negli altoparlanti e davano sfogo ai clacson, agitavano bandiere della Turchia ed esibivano visibilmente con un gesto della mano, con uno slogan o con una sciarpa, la prevalente appartenenza a organizzazioni della destra ultranazionalista e religiosa. Quella che si sente chiamata all’appello ogni qualvolta si ritiene ci sia una nazione da difendere.

Il bilancio dell’attentato continua ad aggravarsi. Le due esplosioni hanno fatto 38 morti e 167 feriti, di cui almeno una decina ancora in condizioni critiche. Le vittime sono soprattutto poliziotti, target dell’azione, che sono morti in 30. Si tratta del più grave attacco mai subìto dalle forze di polizia turche; per trovarne uno simile, e comunque con un numero inferiore di vittime, bisogna risalire a un’azione del 1993 del Pkk, il partito dei lavoratori del Kurdistan, nell’ambito di un conflitto civile che ha martoriato il Paese per 35 anni e che ora è ripreso.

L’azione è stata rivendicata dai Tak, i “falchi del Kurdistan”, organizzazione radicale armata che nel 2016 si è resa responsabile di altri due attentati. Dalla loro pagina web, come nelle altre occasioni, l’azione viene motivata con la libertà del Kurdistan e contro gli attacchi dell’esercito nel Sud est del Paese, e vengono presentati gli esecutori materiali dell’attacco, cioè chi ha azionato l’autobomba al momento del passaggio dell’autobus carico di poliziotti e chi si è fatto esplodere 45 secondi dopo nel parco. Per i Tak gli obiettivi sono le forze di polizia, e i civili sono delle vittime collaterali per le quali anche in altre occasioni hanno espresso “cordoglio”.

Prima della rivendicazione, il governo turco, nella figura del premier Binali, aveva già puntato il dito sugli autonomisti curdi, in particolare contro il più noto Pkk, organizzazione considerata terroristica e sui cui rapporti con la fazione scissionista dei Tak circolano versioni differenti. Ufficialmente il Pkk ha dichiarato di non avere relazione alcuna con i Tak, che a loro volta ritengono la strategia del Pkk troppo morbida, inefficace contro la guerra che la Repubblica turca conduce contro i curdi, e di scegliere quindi un’altra strada.

Secondo il governo turco e analisti vari, Pkk e Tak sono la stessa cosa. Ma per il governo turco sono la stessa cosa anche il Pkk e l’Hdp, il partito filocurdo di opposizione che in questo momento ha più di cinquemila appartenenti in carcere, compresi i suoi segretari. L’Hdp non si è unita alla dichiarazione di condanna al terrorismo firmata congiuntamente da Akp, il partito di governo, dal Chp, principale partito d’opposizione, e dai nazionalisti di estrema destra dell’Mhp, ma ha ne ha fatta una propria dove condanna l’attentato esprimendo “tristezza e dolore”.

La Turchia si ritrova nuovamente a leccarsi ferite vecchie e nuove, e non è forse mai stata cosi fragile e scoperta su più fronti. Solo nell’ultimo anno, 17 attentati hanno ucciso 372 persone e ne hanno ferite 1.837.

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    Serena Tarabini
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Attentato a Istanbul

Istanbul, sabato sera, uno stadio ed un parco centralissimi: con il bilancio attuale di 29 morti e 167 feriti si tratta dell’attacco più grave mai subito dalla città. Le due detonazioni, fortissime, sono state percepite anche a kilometri di distanza dal luogo delle esplosioni, avvenute entrambe nei pressi del popolare stadio del Besiktas dove due ore prima si era conclusa la partita. Per questo motivo la zona era ancora piena delle forze antisommossa, di fatti le vittime sono prevalentemente fra i poliziotti; le immagini mostrano decine di caschetti sparsi al suolo. I numeri sono andati accrescendosi nel corso della notte, secondo i dati diffusi dal ministero dell’interno fra le vittime ci sarebbero anche due civili. Come di consueto in questi casi, il ministero delle comunicazioni ha imposto il silenzio stampa sull’accaduto. Si è potuto sapere che era una autobomba quella esplosa contro l’autobus della polizia, mentre nel parco si è trattato di un kamikaze. 10 persone sospette sono state fermate. Il fatto che l’obbiettivo fossero le forze di polizia fa ipotizzare una responsabilità degli autonomisti curdi, comunque al momento non ci sono ne rivendicazioni ufficiali e non si esclude quella del terrorismo islamico o di quello di gruppi estremisti della sinistra radicale.

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    Serena Tarabini
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Erdogan vuole la riforma presidenziale

​Il progetto di riforma della Costituzione in chiave presidenziale tanto agognato dal Presidente turco Erdogan  fa un altro passo in avanti. È stato sottoposto infatti questo sabato  al  Parlamento  un pacchetto sottoscritto da tutti i 316 deputati dell’AKP, il partito di governo. Secondo la legge turca la proposta ora verrà sottoposta a un ballotaggio parlamentare segreto, e qualora raggiungesse 330 voti, si aprirebbe la via del referendum. Si tratta di un traguardo abbastanza scontato in quanto il passaggio parlamentare avviene in seguito a un  accordo fra l’AKP e l’MHP, il partito della destra ultranazionalista, che in Parlamento conta con 40 deputati.

Il secondo partito del Paese, il social democratico CHP, non ha partecipato ai negoziati e voterà contro una riforma volta a unificare i poteri di Primo Ministro e Presidente e che prevede fra le altre cose la formazione del Governo senza la consultazione del Parlamento.

Se i voti ottenuti superassero i 2/3 dei deputati , il pacchetto in discussione  passerebbe senza il bisogno di una consultazione referendaria: ma  Erdogan ha tenuto a dichiarare con enfasi che il referendum si terrebbe comunque.

La Turchia potrebbe quindi ritrovarsi gia entro la prossima primavera con un Recep Tayyip Erdogan  nelle vesti del primo Super presidente della storia del Paese

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    Serena Tarabini
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Nuovi arresti tra i sindaci filocurdi

In Turchia continua implacabile l’operazione di smantellamento del fronte di opposizione politico curdo e filocurdo. Altri sindaci ed esponenti del partito curdo locale sono stati oggetto di un’operazione iniziata mercoledì all’alba in due diverse province del Sud est. Questa volta a finire in manette sono stati i due co-sindaci, un uomo e una donna, di Tunceli, città fortemente rappresentativa per i curdi, e uno dei co-sindaci della città di Siirt, nell’estremità orientale del Paese.

Questi amministratori sono stati eletti con percentuali altissime nelle fila del Bdp, il Partito della pace e della democrazia, precursore locale dell’Hdp, il partito filocurdo di cui nei giorni scorsi sono stati incarcerati dieci deputati, compresi i leader nazionali Selahattin Demirtas e Figen Yuksekdag.

Il Comune di Tunceli riferisce che il motivo del fermo è quello di aver partecipato a iniziative di protesta  per l’arresto, avvenuto a fine ottobre, di altri due co-sindaci Gültan Kışanak e Fırat Anlı, quelli della città simbolo del Kurdistan turco Dijarbakır. La procura locale aggiunge  l’accusa di presunti legami con il Pkk, il partito dei lavoratori curdo considerato organizzazione terroristica.

Con questi nuovi arresti, sono saliti a più di 30 i sindaci che attualmente non possono svolgere le loro funzioni, o perché arrestati o perché sospesi. La maggior parte di essi è stata sostituita da fiduciari governativi: una settimana fa un commissario nominato da Erdoǧan ha perso la vita in un attentato.

Il Sud est turco è ormai da più di un anno martoriato dalla ripresa del conflitto fra esercito e Pkk , che ha fatto centinaia di vittime, soprattutto civili. Proprio in questi giorni  la popolazione locale sta tornando, dopo mesi di coprifuoco, in citta come Nusaybin e Sirnak. Ad aspettarli le macerie non solo delle loro case , ma anche della loro cultura e della loro rappresentanza politica.​

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    Serena Tarabini
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Erdogan adesso sceglie persino i rettori

E’ dal 7 novembre che gli studenti della Boğaziçi University sono in mobilitazione. Ovvero da quando è stato confermato in via ufficiale che il sistema di elezione dei rettori universitari sarebbe cambiato drasticamente: per effetto di un controverso decreto emesso nell’ambito dello stato di emergenza a fine ottobre, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan sarà in grado di nominare direttamente i rettori delle università pubbliche senza considerare le preferenze degli accademici.

Il regolamento mette fine alla pratica introdotta in Turchia dal 1992 che nomina i candidati a rettori delle università turche con una votazione del corpo accademico, seguita dalla mera approvazione presidenziale.

Nel caso della Boğaziçi Üniversity il decreto è diventato effettivo. Ieri gli studenti protestavano contro l’avvenuta nomina del nuovo rettore, il professor Mehmed Ozkan, indicato direttamente dal presidente Erdogan. Secondo il quotidiano di opposizione Birgun, Ozkan è fratello di una deputata dell’Akp, il partito di Erdogan.

Il rettore uscente, la professoressa Gulay Barbarosoglu, aveva ottenuto l’86 per cento dei voti nelle elezioni interne di luglio, poi sconfessate dalla nomina di Erdogan. Dopo la decisione in favore di Ozkan, ha annunciato il suo ritiro dalla vita accademica.

La nomina diretta da parte del presidente era già stata contestata nei giorni scorsi da circa 350 accademici dell’Università del Bosforo, sottolineando tra l’altro che la norma, poi approvata per decreto, era stata ritirata dal dibattito parlamentare ad agosto dopo forti polemiche.

La Boğaziçi , fondata nel 1863, è una delle università più grandi e prestigiose di tutta la Turchia. Il premio Nobel per la letteratura Orhan Pamuk è stato uno dei suoi studenti. Tre professori della Boğaziçi vennero arrestati a gennaio per aver firmato un appello che chiedeva la fine delle operazioni militari nel Sud est del Paese. L’appello venne  sottoscritto da più di seimila accademici e intellettuali  fra cui anche lo statunitense Noam Chomski, e portò al fermo e alla sospesione dall’incarico di decine di docenti e ricercatori.

Gli studenti nella loro protesta hanno segnalato che il nuovo rettore non era nemmeno uno dei  candidati alla nomina e hanno esposto tutta la loro preoccupazione sul pericolo di distruzione dell’indipendenza delle università. Nel momento in cui hanno cercato di raggiungere in corteo la sede del rettorato sono stati attaccati e dispersi con lacrimogeni e idranti. Diversi studenti sono  stati messi in stato di fermo.

Allo stesso modo, con lacrimogeni, cannoni ad acqua e arresti, furono attaccati a settembre gli  studenti che nel Sud est a maggioranza curda protestavano per la decisione del governo di sospendere più di 11mila insegnanti sospettati di avere legami con il Pkk, come conseguenza  delle purghe post golpe.

Il primo giorno di scuola in Turchia mancavano, secondo quanto denunciato dal presidente dell’unione degli insegnanti di Istanbul,  fra i 40-50mila docenti, che Erdogan annunciò avrebbe sostituito. Per altri 137 accademici sono scattati mandati di arresto solo una settimana fa. In totale al momento sono quasi 30mila i dipendenti del ministero dell’Istruzione – per lo più insegnanti di scuole elementari e medie, ma anche molti professori universitari – tra i lavoratori statali licenziati nella ondata di maxi purghe decisa in Turchia dal governo contro presunti appartenenti alla rete golpista guidata da Fetullah Gülen, ma che di fatto si sta riversando su tutta l’opposizione. Con cifre che da più parti riportano la memoria al vero colpo di stato militare che avvenne nel 1980.

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    Serena Tarabini
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Il partito curdo sospende le attività parlamentari

Dopo una riunione di sei ore che si è svolta a Diyarbakir, il Comitato esecutivo centrale del Partito democratico dei popoli (Hdp) ha deciso di sospendere le attività parlamentari del partito, sia nelle assemblee generali sia nelle commissioni. “Non è stata violata solo la volontà popolare delle sei milioni di persone che hanno votato per l’Hdp – si legge nell dichiarazione che accompagna la decisone – ma anche le libertà democratiche, i princìpi di uguaglianza, la liberazione delle donne, la coscienza di tutti quelli che lottano contro ingiustizie e che noi rappresentiamo”.
Il partito curdo ha annunciato che andrà casa per casa, quartiere per quartiere, strada per strada per ascoltare le necessità e i problemi del proprio popolo e decidere insieme come andare avanti. Il
Comitato ha anche condannato la bomba scoppiata a Diyarbakir subito dopo gli arresti: azione
rivendicata ufficialmente dai Tak, i falchi del Kurdistan, “contro i fascisti dell’Akp, lo stato di occupazione dei territori curdi, le distruzioni e i massacri ai danni del popolo curdo”, come si legge nel comunicato. L’organizzazione dei Tak, separatasi dal Pkk, si è già resa responsabile di altri attentati.
Da parte sua il governo prosegue implacabile nella repressione del dissenso: confermati gli arresti per otto persone, quattro sono state rilasciate. Sotto controllo più di cento persone fermate nel corso delle proteste di domenica, tra cui il segretario regionale del partito affiliato all’Hdp a Diyarbakir, Sebahat Tuncel, con l’accusa di propaganda terroristica.
Tramite i loro avvocati, gli arrestati hanno fatto arrivare messaggi ai loro sostenitori, un invito a non farsi abbattere e continuare la lotta per la democrazia, “che prosegue con loro dentro o fuori dal
carcere”, ha detto la copresidente del partito Figuen Yüksekdağ. Uno dei messaggi più significativi è arrivato dall’altro copresidente Selahattin Demirtas:” E’ sufficiente una candela per illuminare il buio in cui la Turchia sta precipitando: continuiamo a tenere accesa quella candela”.
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    Serena Tarabini
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Nuovi arresti tra i filo-curdi

L’attacco di Erdogan all’HDP non si ferma: oggi nella provincia di Adana sono stati arrestati almeno altri due esponenti  del partito, mentre ancora un importante comune del sud est a maggioranza curda, questa volta Sirnak, è stato messo sotto commissariamento.

Nel frattempo il co-leader del partito, Demirtas, è stato trasferito in un carcere ad Edirme, mentre è ancora sconosciuta la destinazione della co-leader Figuen Yüksekdağ . Entrambi i parlamentari si sono rifiutati di rispondere alle domande nel corso dell’interrogatorio preliminare. “Non ho nessuna fiducia in una giustizia manipolata dal Governo”, ha detto Figuen, mentre Demirtas ha affermato che il partito continuerà a lottare democraticamente contro questa cospirazione.
Dopo quelle di ieri, oggi sono previste altre manifestazioni di protesta e solidarietà, fra cui una convocata dal partito stesso a Istanbul. Questo pesante attacco politico avviene in contemporanea con un altro stretto giro di vite sull’informazione.  Proprio oggi sono stati convalidati gli arresti per 9 dei giornalisti e scrittori del quotidiano di opposizione Chmuruhyet dopo l’operazione di lunedì scorso che ne ha messo in stato di fermo 13 fra cui il
Direttore. Per tutta la giornata di ieri i social media in Turchia non hanno funzionato, mentre  si è diffusa  la notizia che sono stati banditi per legge 66 Vpns, browser alternativi attraverso i quali era possibile accedere a pagine web che in Turchia sono da tempo bloccate.
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    Serena Tarabini
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Hdp, il partito contro il sultano Erdoǧan

Fare opposizione al presidente Recep Tayyip Erdoǧan, può costare molto caro. Lo sa bene Figen Yüksekdaǧ, la copresidente, assieme a Selattin Demirtaş, dell’HDP, il partito democratico dei popoli. Questo partito è attualmente la terza forza politica del Paese e per un momento è riuscito a togliere all’AKP, il partito del presidente Erdoǧan, ancora al governo, la maggioranza assoluta. E porre così un freno alla sua corsa verso il presidenzialismo.

Erdoǧan non ha esitato a innescare una vera e propria guerra per “disinnescare l’HDP”: il processo di pace con il PKK è stato unilateralmente interrotto e la popolazione curda del sud est messa sotto attacco. L’HDP è riuscito a rimanere in parlamento, così il governo sta cercando di escluderlo attraverso la sospensione dell’immunità parlamentare voluta da Erdoǧan e sostenuta da tutti gli altri.

Uno scenario oscuro sulla quale è necessario che l’Europa vigili.

L’HDP è una forza politica relativamente giovane e innovativa, che nelle elezioni politiche del  7 giugno 2015 è riuscitoaad entrare in parlamento superando l’altissima soglia di sbarramento del 10% e modificando uno scenario sostanzialmente fermo dall’arrivo di Erdoǧan. Cosa ha determinato questo successo?

“Il mio partito rappresenta l’opposizione curda ma anche altre minoranze come  quella armena o assira; vi sono componenti di sinistra,  forze socialisti,   i sindacati  e camere del lavoro,  appoggia il movimento lgbtq ; ci tengo a  sottolineare anche l’importanza dei movimenti femministi. Quindi c’è una grande diversità sotto il nostro tetto e è proprio questa capacità di rappresentanza  la ragione del nostro successo”.

Quali sono le principali linee guida del partito?

“In ambito economico la nostra linea guida è la  giustizia sociale; in ambito più strettamente politico, noi ci battiamo per una Turchia più democratica, dove la partecipazione dei cittadini sia attiva, plurale, includente, e questo è in netta contrapposizione alla mentalità dittatoriale e centralista che in questo momento è rappresentata dal presidente Erdoǧan e dal suo partito, l’AKP. Ed un aspetto che ci contraddistingue  è che l’HDP può essere definito il partito delle donne: sosteniamo la parità di genere e la realizziamo  attraverso il sistema della corappresentanza: a tutti i livelli le nostre cariche sono condivise da un uomo e da una donna”.

Da quelle importanti elezioni  di giugno non è uscito un governo ed a novembre il Paese è tornato a votare: l’HDP  si è confermato un fenomeno stabile, rimanendo in parlamento, ma ha perso consensi e il partito di Erdoǧan ha riconquistato la maggioranza assoluta: che cosa è successo in quei sei mesi?

“Nelle elezioni del 7 giugno 2015 abbiamo ottenuto un successo storico che ha fatto vacillare gli equilibri pre-esistenti: ma l’alternativa democratica da noi rappresentata è stata però trasformata in una minaccia da parte del partito al governo. Per riprendersi i voti che dalla loro base erano slittati alla nostra, si è cominciato ad aggredire chi ci aveva votato, principalmente la popolazione curda. La strage di Suruc del 20 luglio dove sono morti 33 attivisti curdi e turchi di sinistra che volevano portare aiuto a Kobane, rappresenta la prima di queste aggressioni; poi le operazioni militari nel sud est, gli assedi, i coprifuochi, i bombardamenti: si è agito come nei regimi fascisti, inviando paramilitari e carri armati. Secondo le nostre stime, che sono diverse dalle cifre divulgate dal governo,  sono morte almeno 3000 persone, di cui 1000 sono civili. E di tutti i massacri che abbiamo subito, il più disumano è quello della città di Cizre, dove 40 persone rimaste intrappolate in tre scantinati sono state bruciate vive. E’ nel pieno di questa guerra che sono state riconvocate nuove elezioni: una vera e propria strategia della tensione messa in atto per riconquistare voti in  nome della stabilità. Ciononostante abbiamo perso solo il 2% dei voti e ci siamo confermati la terza forza politica del Paese”.

Dal sud est del Paese arrivano immagini e dati sconvolgenti: città distrutte, centinaia di vittime civili – tra cui molti bambini – a causa della campagna militare. Ma contemporaneamente sono ripresi attentati a matrice curda. Qual è la posizione del vostro partito, alla luce del fatto che rappresentate l’opposizione curda e alla luce anche delle dichiarazioni del copresidente Selattin Demirtaş, il quale ha giustificato la richiesta di autonomia delle zone curde come risposta all’aggressività del governo turco?

“Il vero problema è che nel Paese si stanno scontrando due modelli: quello del sultanato, portato avanti da Erdoǧan, e quello  democratico portato avanti da noi. Il nostro è un modello confederale che noi riteniamo adeguato per tutta la Turchia. Da quando esistiamo abbiamo dimostrato di voler perseguire soluzioni politiche e per questo abbiamo dato una grande speranza ai popoli della Turchia, ma questa speranza è stata distrutta dalle mire egemoniche di Erdoǧan, ed ha portato il popolo curdo a riprendere le armi.

La  cosa più drammatica per noi in questo momento è non poter dire al nostro popolo ‘fidatevi di noi’. La cosa più difficile da sopportare è stato sentirci dire dalla gioventù curda: ‘Ecco vi abbiamo votato, vi abbiamo mandato in parlamento, ma non è stato sufficiente, perché continuiamo ad essere aggrediti, repressi, marginalizzati’. E nonostante ci rivolgiamo  continuamente a questi giovani dicendo loro che non è necessario andare a morire sulle barricate, la loro fiducia in un processo democratico è andata sgretolandosi”.

Oltre che un emergenza umanitaria, in Turchia è in corso un’emergenza democratica: accademici arrestati  e destituiti per aver firmato un appello che chiedeva la cessazione delle operazioni militari, giornalisti come Can Dundar, il direttore di un importante quotidiano d’opposizione, incarcerati per aver provato il passaggio di armi dalla Turchia all’ISIS, e in ultima istanza la revoca dell’immunità parlamentare: questo provvedimento interessa tutti i partiti politici, ma voi ritenete essere un provvedimento volto a danneggiare soprattutto l’HDP, perché? Quali sono i motivi per cui 53 su 59 dei parlamentari potrebbero essere arrestati?

“L’HDP con il suo ingresso in parlamento ha destabilizzato la situazione: non a caso, se avete seguito la vicenda, avrete notato che  la decisione di revocare l’immunità parlamentare è stata appoggiata da tutti gli altri partiti. I capi di imputazione nei nostri confronti hanno a che fare con le nostre scelte politiche e le nostre idee: veniamo messi sotto accusa per quello che diciamo dentro il parlamento o durante i comizi. Gli altri partiti politici sono delle élites abituate a spartirsi il potere e chi come noi, che portiamo la voce degli oppressi in parlamento, interferisce con questa dinamica, deve essere messo ai margini.

Noi potenzialmente siamo in grado di sottrarre voti all’AKP ed anche agli altri partiti e questo li preoccupa molto. Ed in particolare, abbiamo impedito ad Erdoǧan di diventare presidente, e questo è stato per lui inaccettabile”.

Anche lei e Selattin Demirtaş potreste essere arrestati? E quale sarà la risposta qualora avvengano degli arresti?

“Siamo soprattutto noi, i due copresidenti del partito, quelli a maggior rischio di arresto, perché le accuse vengono principalmente rivolte verso di noi. Siamo riusciti a far votare per noi molti curdi che prima votavano AKP e abbiamo dimostrato che il partito di Erdoǧan – che lo stesso Erdoǧan- non è invincibile. Siamo i personaggi più esposti e per questo i più vulnerabili. Tempo fa io e Demirtaş siamo stati  chiamati a testimoniare in tribunale ad un processo assieme ad altre sei persone: ci siamo rifiutati di andare e in questo consiste la nostra risposta. Noi siamo stati eletti dal nostro popolo e solo al nostro popolo dobbiamo rispondere. Il rischio, però, è quello di essere trascinati in tribunale con la forza”.

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Ascolta la prima parte dell’intervista

Figen Yuksekdag

Per che tipo di processo siete chiamati a testimoniare?

“Il processo al quale siamo stati convocati riguardava un comizio svoltosi nella città di Van, per quanto durante quel comizio era stato affermato: cio è inammissibile, è assolutamente incompatibile con le regole della democrazia essere costretti a dover rendere conto di quello che diciamo mentre svolgiamo la nostra funzione di rappresentanti del popolo.  Sono due le imputazioni principali, la prima, quella di aver insultato il Presidente Erdoǧan la seconda quella di aver fatto propaganda per un organizzazione terroristica.

Il colmo dell’ironia è che colui che in questo momento sta facendo la propaganda maggiore al terrorismo è proprio il presidente Erdoǧan, perché non passa giorno in cui non perda occasione per difendere organizzazioni salafite quando non lo stesso ISIS”.

La Gran Bretagna con un referendum ha deciso di uscire dall’Europa, mentre la Turchia da anni è in trattative per fare il suo ingresso: come valuta la decisione del Regno Unito e l’ingresso in Europa è secondo lei un tema a cui i turchi sono sensibili o indifferenti?

“L’ingresso della Turchia nell’Unione Europea è strettamente connesso al processo di democratizzazione del Paese: se non avvengono dei progressi su questo fronte, non ha senso parlare di ingresso in Europa. Per questo motivo la Turchia sta ancora ferma alle porte dell’Europa, perché non compie con gli standard democratici che questa continente richiede. Fra le condizioni richieste dall’Europa per l’ingresso, c’è quella di cambiare la legge sul terrorismo ora vigente in Turchia, una legge che non permette a noi parlamentari ma anche, e lo avete visto, agli accademici e ai giornalisti di parlare liberamente senza il rischio di essere arrestati o di subire perquisizioni nelle nostre case. E’ un contesto censorio e repressivo. In teoria in virtù di questa legge qualsiasi cittadino può essere considerato un terrorista!  Ma il presidente Erdoǧan non ha nessuna intenzione  al momento di cambiare questa legge, e anzi, ne è stata approvata un’altra, quella che concede l’immunità ai membri dell’esercito! Loro potranno compiere dei veri crimini e non essere processati. In tutto il medioriente sta avvenendo un terremoto e la Turchia ne è l’epicentro. Se l’unione europea non supporta le forze democratiche, sarà una catastrofe! E non tutti possono scappare come la Gran Bretagna….”

Dopo tutto quello che è accaduto in questi mesi, l’accordo sui rifugiati, il silenzio sul massacro di Cizre, gli arresti di attivisti e giornalisti, secondo l’HDP il processo di integrazione europea può ancora essere un fattore di democratizzazione dello Stato turco oppure no? Ci sono state reazioni da parte dell’Europa, come la condanna da parte di Shultz o il freno sulla concessione dei visti da parte della Merkel, ma contemporaneamente succede che il ministro turco incaricato degli affari europei, Celik, in un incontro con il ministero degli esteri italiano, riceva massimo sostegno. E’ sufficiente quello che l’Europa sta facendo?

“Dal nostro punto di vista il comportamento dell’Europa non è mai stato adeguato: quando Erdoǧan è stato in difficoltà è sempre corsa in suo soccorso e questo atteggiamento è stato vissuto male dalle popolazioni oppresse. Gli Stati europei devono capire che se la democrazia perde in Turchia, perde anche l’Europa. I conflitti che stanno travolgendo la Turchia e il medioriente sono anche il frutto delle cattive politiche europee nei confronti della Turchia. L’Europa ha supportato per anni regimi autoritari con un atteggiamento molto pragmatico e strategie di breve termine, ma poi a lungo termine i risultati sono la catastrofe che vediamo. L’Europa non può ignorare un Medio Oriente dove vigono guerra e violenza.

Alcuni credono che la via d’uscita da queste cattive politiche sia lo scioglimento dell’Europa o una fuga da essa, ma questa non è una soluzione bensì apre la strada a problemi ben maggiori, a nazionalismi e razzismi e coinciderebbe con la perdita di conquiste sociali ottenute con percorsi lunghissimi. Noi che ci troviamo nel mezzo di questo conflitto lottiamo affinché le nostre genti, non importa se turchi curdi arabi o quale sia la fede a cui appartengono, possano continuare vivere nelle terre dove hanno sempre abitato. Nessuno è obbligato a sostenere la nostra lotta per la democrazia e noi non supplichiamo nessuno  affinché lo faccia, ma quello che deve essere chiaro è che appoggiare una dittatura è un crimine. Questo dal nostro popolo non verrà mai dimenticato”.

Ascolta la seconda parte dell’intervista

FigenYuksekdag

 

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    Serena Tarabini
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Erdogan punta a eliminare l’opposizione

Il Governo turco sta approfittando dell operazione repressiva lanciata contro tutti i responsabili del fallito colpo di stato o presunti tali, per annientare anche l’opposizione filo curda, diventata estremamente scomoda dopo l’affermazione alle elezioni del 2015.

Erdogan lo aveva detto: cancellerò l’HDP. Un partito che non ha mai considerato come interlocutore politico nonostante con i suoi 59 parlamentari rappresenti la terza forza del paese. Meno di una settimana fa sono stati arrestati i cosindaci della città  simbolo del Kurdistan turco, Dijyarbakir, dove governa la formazione locale del HDP.

Un mese prima altri 28 sindaci sono stati rimossi e sostituiti da fiduciari governativi. Allo stesso tempo, è stato attivato il rullo compressore anche contro l’informazione: ancora prima dell’operazione che 2 giorni fa ha messo in carcere il direttore e 13 giornalisti di Cumhuriyet, il più diffuso quotidiano di opposizione, erano stati colpiti in diverse ondate una decina di media curdi, tra i quali un popolare canale TV, tutti chiusi.

Erdogan ha perseguito il poterecon ogni mezzo ; ora sembra voler arrivare al referendum presidenziale, il cui progetto è stato presentato pochi giorni fa, con l’opposizione falciata e un’informazione silenziata.

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    Serena Tarabini
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Retata tra i giornalisti di “Cumhuriyet”

“Cumhuriyet” in turco significa “Repubblica” ed è già quindi a partire dal nome che il quotidiano esprime tutto il suo orientamento. Si tratta della voce storica della Turchia secolare fondata da Atatürk e il cui 93esimo anniversario è stato celebrato proprio pochi giorni fa.

L’ultima retata di suoi giornalisti è l’ennesimo choc per un Paese che ogni giorno assiste a nuove purghe e arresti, e che in questo caso è stato colpito in una delle sue anime più profonde, quella laica. Moltissime persone sono accorse alla sede del giornale a Istanbul in segno di solidarietà e protesta contro il governo. In mezzo alla confusione la redazione continua freneticamente a lavorare e non si esclude, come mi dice Özen Yüz, una redattrice, che il prossimo passo sia il commissariamento, perché è ormai sempre più chiaro che è in atto da parte di Erdoğan il tentativo di eliminare tutta l’opposizione.

Le accuse di essere legati alla rete di Fetullah Gülen le suonano ridicole. Cumhuriyet è sempre stata ostile al movimento del religioso considerato la mente del fallito golpe, ancora prima che i suoi rapporti con Erdoğan si deteriorassero. Uno dei giornalisti arrestati, Hikmet Çetinkaya, di 74 anni, editorialista di lungo corso al giornale, è noto proprio per gli articoli e per i libri che ha scritto sul pericolo per la laicità dello Stato rappresentato dall’ imam autoesiliatosi negli Stati Uniti. Hikmet Cetinkaya in passato è stato processato dal governo turco con l’accusa di insulti all’ islam, per aver diffuso in un suo pezzo le vignette blasfeme di Charlie Hebdo.

Un altro degli arrestati è Kadri Gürsel, giornalista di fama e membro del direttivo di International  Press Institute, che questa mattina postava su Twitter: “Stanno perquisendo casa mia, sto andando a vedere cosa sta succedendo”. Kadri era arrivato a Cumhuriyet da qualche mese e occupava un posizione anche nell amministrazione, e probabilmente per questo, sempre secondo la redattrice che abbiamo intervistato, è stato colpito dal provvedimento. Lo scopo è quello di tagliare le gambe al giornale.

Ordine di arresto anche per il vignettista Musa Kart, il quale questa mattina ha dichiarato: “Mi vado a consegnare, non ho niente da nascondere”. Qualcuno tra la folla accorsa davanti alla redazione faceva notare come tempo fa l’ex primo ministro del governo Erdoğan Davutoğlu aveva espresso la sua solidarietà ai vignettisti di Carlie Hebdo colpiti dai fondamentalisti islamici.

Arrestato anche il direttore del giornale, Murat Sabuncu, che il 1 settembre scorso aveva preso il posto di Can Dündar. L’ex direttore era stato incarcerato per tre mesi e recentemente condannato a sei anni di reclusione per aver pubblicato nel 2015 foto e video che documentavano la consegna di armi da parte dei servizi segreti turchi  alle truppe jihadiste in Siria. Can Dündar è fuggito in Germania ed è fra i ricercati anche di questa operazione, e infatti anche la sua casa di Istanbul è stata perquisita A tutti gli arrestati, come effetto dello stato di emergenza, sarà proibito incontrare i propri  avvocati per cinque giorni.

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    Serena Tarabini
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“La più grande prigione per i giornalisti”

Delle manette, una persona dietro le sbarre, una televisione cancellata: sono queste alcune delle immagini che accompagnano l’ultimo rapporto trimestrale sull’informazione in Turchia pubblicato da Bianet, un’agenzia di stampa indipendente con base a Istanbul.

I numeri che il rapporto rende noti sono tali da giustificare l’iconografia utilizzata: nei tre mesi susseguiti al fallito golpe di Stato il numero dei giornalisti che si trovano nelle carceri turche è salito a 107. 173 organi di informazione, tra televisioni, radio e giornali, sono stati chiusi, e più di 2.500 giornalisti sono rimasti senza lavoro.

Effetto dello stato di emergenza, dichiarato dopo il golpe e recentemente prolungato di altri tre mesi, e di una controversa legge sul terrorismo.

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Nello stesso trimestre di un anno fa, i giornalisti in prigione erano 24. Anche gli altri dati, come il numero di procedimenti penali o di ammonizioni, si sono più che triplicati. Dei 107 giornalisti attualmente incarcerati, 71 lavoravano per mezzi di informazione collegati al movimento di Fetullah Gulen, l’imam ritenuto l’organizzatore del tentativo di golpe, mentre altri 29 facevano riferimento a mezzi di informazione curdi o filocurdi. In totale nei processi a loro carico tutti questi giornalisti stanno rischiando 226 ergastoli e altri duemila anni di prigione: sono accusati di essere parte di organizzazioni armate o illegali, o di supportarle e farne propaganda.

Dopo due anni di relativo miglioramento, si commenta nel rapporto, la Turchia è tornata a essere la più grande prigione per giornalisti.

Lo stato dell’informazione – dove i media di opposizione sono spariti o sono stati ammansiti – rispecchia quello che nella società continua ad avvenire a ritmi impressionanti: arresti e sospensione di incarichi. Non passa giorno che dai giornali non si apprenda di una qualche operazione di polizia che ha portato all’arresto di decine di persone.

E nel bel mezzo di arresti, purghe e pesanti restrizioni all’informazione, il partito di governo sta definendo una proposta di riforma costituzionale che prevede la modifica in chiave presidenziale tanto agognata dal presidente Erdogan. Tale progetto verrà presentato in parlamento a gennaio e se approvato, come è molto probabile accada, potrà diventare consultazione referendaria in aprile.

In questo scenario preoccupante e monodiretto, comincia ad arrivare una reazione da parte delle opposizioni: contro questo tentativo di indebolimento del parlamento e contro le guerre interne ed esterne che il governo turco sta conducendo, qualche giorno fa sindacati, ordini professionali, artisti, accademici, attivisti per i diritti umani e anche esponenti dei due principali partiti di opposizione di sinistra, si sono riuniti per la prima volta: insieme hanno lanciato un coordinamento che lavori in maniera differente dal partito di governo, cioè per il conseguimento di una vera democrazia, libertà e pace.

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    Serena Tarabini
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L’ultima epurazione di Erdogan, radio e tv

Ha aperto le frequenze a Istanbul nel 1995 e si autodefinisce una radio di sinistra che per 21 anni si è preoccupata soprattutto di dar voce a tutte le minoranze e agli oppressi della Turchia: armeni, curdi, aleviti, donne, gay e lesbiche, bisessuali sono stati accolti negli studi dell’emittente o hanno ideato i loro programmi; curdi e armeni hanno anche tramesso nella loro lingua.

Ora gli ascoltatori di Istanbul e provincia, nonché tutti quelli che la seguivano online, molto probabilmente non sentiranno più questa voce.

Derya Az, la direttrice della radio, si trova nella sede in presidio insieme al resto della redazione e ad altri simpatizzanti. Mi spiega che il 28 settembre, nel corso di un vertice presieduto dal presidente Erdoǧan, si è deciso di far revocare la licenza di trasmissione a dodici televisioni e undici radio.

L’elenco completo delle emittenti che verranno oscurate non è pubblico: la sua radio lo ha saputo grazie a una soffiata, e comunque l’essere già stati chiusi cinque volte in vent’anni e l’oscuramento della pagina web avvenuto il giorno prima, lasciano presagire che Özgür Radyo è fra i mezzi di comunicazione considerati pericolosi dal governo.

Derya e tutta la redazione sono determinati a rimanere in redazione fino all’arrivo della polizia, a non aprire la porta e a farsi cacciare con la forza.

La chiusura di Özgür Radyo e degli altri mezzi di comunicazione avviene senza un processo ma con una semplice ordinanza del ministero dell’Interno, modalità introdotta dallo stato di emergenza proclamato in seguito al fallito colpo di stato. Non è possibile sapere quanto rimarranno chiuse e se mai un giorno potranno riprendere a trasmettere.

La massiccia operazione di epurazione in Turchia continua: ma il proposito di annientare la rete di presunti golpisti e le sue diramazioni, come era prevedibile, si sta spingendo molto più in là. L’ipotesi di prolungare lo stato di emergenza è già stata pubblicamente ventilata dal presidente  Erdoǧan, secondo il quale “tre mesi  non sono sufficienti per liberarsi dal terrore”.

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    Serena Tarabini
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Turchia: quello strano suicidio in carcere

Sulle  principali  agenzie di stampa  governative turche  ieri  spiccava  la notizia della morte di Tarik Akan, attore di fama nazionale scomparso all’età di 66 anni. Nessuna  traccia invece di un’altra morte avvenuta lo stesso giorno, quella di Seyfettin Yigit , procuratore turco  di 47 anni: l’uomo di giustizia conduceva inchieste all’interno del maxiscandalo, anch’esso di fama nazionale, che nel 2013 coinvolse  molti esponenti del Governo e anche alcuni familiari dell’allora premier, ora presidente Recep Taypp Erdoǧan.

Il corpo senza vita del procuratore è stato trovato  nei bagni della prigione della città  di Bursa, impiccato. Faceva parte dei 2847  procuratori radiati  dopo il fallito golpe del 15 luglio:  era stato anche arrestato per i suoi presunti legami con la rete di Fetullah Gulen, il religioso ritenuto la mente del golpe.

Se si sia trattato di omicidio o suicidio se ne sta occupando l’’inchiesta  aperta da una magistratura che attualmente è il frutto delle massicce epurazioni post golpe: il corpo è stato trasportato al dipartimento di medicina legale di Bursa  dove verrà effettuata l’autopsia e per  il riscontro di  eventuali tracce di coercizione e violenza.

Il ritrovamento chiama anche  una macabra coincidenza . Proprio all’inizio di questa settimana  l’Associazione turca per i diritti umani (Ihd) aveva denunciato il ritorno nelle carceri turche in seguito al tentativo di colpo di stato della pratica della tortura , in particolare con strumenti elettrici. Anche Amnesty international, alcuni giorni dopo il 15 luglio, aveva raccolto  testimonianze su casi di  torture stupro e violazioni dei diritti a carico dei detenuti post golpe.

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    Serena Tarabini
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Turchia: rimossi i sindaci curdi

Lo chiamano “colpo di stato fiduciario”.

Da questa mattina alle 9, nuovi sindaci “di fiducia” del governo hanno preso servizio in Turchia. Non si sono svolte delle elezioni amministrative: il giorno prima, il ministero dell’Interno turco ha deciso di rimuovere dal loro incarico i sindaci regolarmente eletti di 28 comuni del Paese.

Gli amministratori sono stati sospesi sulla base di un decreto legge approvato nell’ambito dello stato di emergenza che vige in Turchia dopo il fallito golpe del 15 luglio. Le accuse non sono solo quelle di appartenere alla rete di Fetullah Gülen, il religioso e magnate indicato come il fautore del tentativo di attacco allo Stato, ma anche e soprattutto di supportare il Pkk, partito dei lavoratori del Kurdistan, l’organizzazione armata che con la Turchia ha ingaggiato una sanguinosa guerra civile.

La maggior parte dei comuni che sono stati colpiti dal provvedimento, si trovano nel Sud est prevalentemente curdo, zone dove ad avere la maggioranza non è il partito di governo ma i partiti curdi e filo curdi. Di fatto, dei 28 sindaci rimossi, 24 appartengono ai suddetti partiti, in particolare all’Hdp, il partito democratico dei popoli, la terza forza politica del Paese e attualmente definibile come la principale opposizione a Erdoǧan. Il partito che nelle elezioni del giugno 2015 è riuscito a entrare per la prima volta in Parlamento e a togliere a quello del presidente Erdoǧan la maggioranza assoluta.

Due record che sia l’Hdp stesso, che la popolazione curda, hanno pagato caro: subito dopo quelle elezioni il governo turco ha unilateralmente interrotto i negoziati di pace con il Pkk, attaccando le sue postazioni militari in Iraq. È dal quel momento, quindi ormai da più di una anno, che la popolazione curda del Sud e dell’Est è sotto assedio: bombardamenti e coprifuoco hanno distrutto intere città e provocato più di mille vittime fra i civili.

All’attacco militare si è aggiunto anche quello politico. Già precedentemente, in seguito alla rimozione dell’immunità parlamentare , diversi esponenti del partito, fra cui anche i loro leader principali come Selattin Demirtaş e Figen Hüksekdaǧ, hanno ricevuto mandati di comparizione e richieste di pene fino a 15 anni per supporto morale al terrorismo.

Rispetto a questo ulteriore e grave provvedimento, in un comunicato stampa l’Hdp ha parlato di decisione inaccettabile, affermando che non sussiste differenza alcuna fra chi bombarda il parlamento e chi cancella la volontà popolare usurpando i municipi con un provvedimento illegittimo che non rispetta né le regole costituzionali né gli accordi internazionali sottoscritti dalla Turchia.

I sindaci rimossi erano stati eletti con percentuali di voto che andavano dal 65 al 95 per cento. “Obbiettivo del governo – continua nel suo comunicato l’Hdp – è quello di liberarsi di amministrazioni scomode; si tratta di un comportamento pericoloso oltre che illegale: questo non farà che aumentare l’esasperazione della popolazione che si vede sottrarre i rappresentanti che ha scelto, e intensificherà il conflitto nelle aree curde”.

In molti dei comuni e delle province dove le forze di sicurezza non hanno consentito ai sindaci eletti di entrare negli edifici municipali la popolazione locale ha protestato: le manifestazioni sono state attaccate dall’esercito con idranti e lacrimogeni, e alcuni deputati arrestati.

Anche un deputato del secondo partito del Paese, il social democratico Chp, ha definito il provvedimento come un golpe.

Solo pochi giorni fa altri undicimila insegnanti sono stati rimossi per le loro presunte relazioni con il Pkk: c’era da aspettarselo che la repressione post–golpe arrivasse a includere anche l’opposizione di sinistra curda e filo curda; che non ha niente a che fare con il tentato colpo di stato; ma da un anno a questa parte per Erdogan la questione curda non rappresenta più un’opportunità bensì un ostacolo sulla strada del potere assoluto.

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    Serena Tarabini
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Il vicesindaco-geometra di Amatrice

Prima il dolore e poi anche le polemiche. Ad Amatrice il dolore è tanto e anche le polemiche, per gli edifici sbriciolati anche dopo ristrutturazioni recenti. L’attenzione si concentra ancora sul sindaco Sergio Pirozzi, e questa volta anche sul suo vicesindaco, il non eletto Gianluca Carloni.

A tirare in ballo i due personaggi è Mariano Maugeri in un articolo sul Sole 24 Ore. Entrambi gli amministratori svolgono un doppio lavoro: allenatore, come ormai è noto, il sindaco; geometra il vicesindaco.

In particolare, fa notare il giornalista, il geometra Gianluca Carloni lavora nello studio del fratello Ivo, ingegnere; studio che ha costruito mezza Amatrice, rivela, e che ha lavorato anche sulla caserma dei carabinieri di Accumoli, ristrutturata negli anni Novanta e ciononostante seriamente danneggiata dal sisma.

Intrecci di ruoli e responsabilità che a volte nei piccoli paesi sono inevitabili. Come è inevitabile che nei piccoli paesi, sopratutto di fronte alle tragedie, si eviti di puntarsi il dito addosso.

È quanto evita di fare il consigliere di opposizione di Amatrice, Francesco Di Marco: a testa della lista civica “Insieme per Amatrice” ha perso per un soffio le ultime elezioni e ha condotto in sede di consiglio comunale numerose e agguerrite battaglie contro l’operato del sindaco Pirozzi, fino a indurlo a delle plateali dimissioni, poi rientrate.

Ma, interpellato in questa occasione, dichiara che situazioni di quel genere non hanno nessuna importanza e che non ha intenzione di commentarle. La priorità dopo una catastrofe, prosegue, è quella di fare squadra per programmare il futuro di Amatrice. Per quanto riguarda le responsabilità, prosegue Di Marco, sarà doloroso portarle alla luce, ma a quello ci penserà la magistratura.

Ascolta qui l’intervista a Francesco Di Marco:

Di Marco consigliere comunale amatrice

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    Serena Tarabini
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La questione curda dietro l’intervento turco in Siria

Lo avevano detto: il giorno stesso dell’inizio della campagna militare turca nel Nord della Siria, il portavoce presidenziale aveva dichiarato che allo scopo di proteggere la frontiera turca e di mantenere l’integrità territoriale, l’operazione sarebbe continuata e sarebbe stato messo in atto ogni passo ritenuto necessario.

L’ultimo “passo” è costato la vita a 35 civili curdi. I caccia e l’artiglieria turchi hanno colpito il villaggio curdo di Jub al-Kousa, a circa 14 chilometri da Jarabulus, nei pressi del confine con la Turchia. Per due volte. Secondo quanto riporta l’Osservatorio siriano dei diritti umani, il primo attacco ha provocato venti vittime. Un secondo attacco, che ha avuto per bersaglio una fattoria nella quale trovavano rifugio le famiglie in fuga dalle violenze in atto a sud della città di confine di Jarabulus, ha causato altri 15 morti.

Jarablus è la roccaforte dell’Isis che le forze turche hanno riconquistato il primo giorno dell’offensiva battezzata “Scudo dell’Eufrate”, quando per la prima volta forze di terra turche, con trenta carri armati e circa mille uomini  in coalizione con organizzazioni ribelli siriane, hanno sconfinato nel Nord della Siria.

Obiettivo dell’operazione, sempre secondo quanto dichiarato dalla Turchia, quello di liberare la zona da tutte le forze terroristiche presenti. Quelle di Daesh come le unità di protezione del popolo curdo-siriane Ypg, che la Turchia considera una propaggine del Pkk, il Partito dei lavoratori curdo che Ankara ha inserito nella lista delle organizzazioni terroristiche.

Non è bastato che gli Stati Uniti, alleati delle Ypg, imponessero alle milizie curde di ritirarsi sulla sponda est dell’Eufrate, dopo che avevano strappato all’Isis un’altra roccaforte, quella di Manbij.

La Turchia ha intensificato gli attacchi in seguito alla morte del primo soldato turco nel corso dell’operazione militare in territorio siriano.

mappa turchia siria

E’ sempre più evidente che priorità e ossessione della Turchia è evitare l’unificazione e il consolidamento di un’area autonoma curda in Siria a ridosso del suo confine. Il mantenimento di Jarabulus, città a maggioranza curda abitata anche da arabi e turcomanni che con la sua posizione strategica avrebbe offerto ai curdi la completa continuità territoriale fra le sue zone autonome, il cosiddetto “corridoio” curdo che tanto impensierisce il presidente Erdoğan.

E ne governa le scelte militari, le quali a loro volta modificano lo scacchiere delle alleanze nel contesto siriano. E non viceversa.

Ce lo spiega bene Fabio L. Grassi, docente di Storia ​dell’E​urasia e di ​Lingua T​urca presso l’Università “La Sapienza” di Roma​.

La Turchia ha compiuto un atto militare rilevante che è stato giudicato molto male dalla Russia. Questo dopo mesi di di gesti di riappacificazione e riavvicinamento. Ora di nuovo la Turchia rimescola le carte sul tavolo entrando nella partita siriana non di comune accordo con la Russia.

Si tratta di una schizofrenia solo apparente: un governo autonomo curdo in Siria sarebbe il nucleo di un più ampio Stato curdo e polo di attrazione per per il separatismo curdo. Inviso da Ankara in Siria, ma non in Iraq, dove invece i rapporti con il governo autonomo del Kurdistan, a guida Barzani, sono buoni. Le dinamiche, spiega Grassi, sono quindi molto più complesse e quelle reali non sono quelle che appaiono.

Ascolta qui:

Grassi file 1

Lo storico descrive l’attuale atteggiamento del governo turco come un’involuzione sulla questione rispetto a quella che era invece stata un’evoluzione iniziata e portata avanti proprio dallo stesso Erdoğan. Bisogna riconoscere che è sotto il governo dell’Akp, il partit​o islamico-conservatore​ di Erdoğan, che l’atteggiamento nei confronti della questione curda da parte dello Stato turco era ​cambiato. Sarebbe stato inimmaginabile che il precedente establishment laico d’ispirazione kemalista, che ora sta all’opposizione, facesse fare al Paese, sia in ambito sociale che politico, quello che ha fatto l’Akp: per esempio il 1°​ maggio 2009 si inaugurava un canale in curdo della tv di Stato​ e nel 2011 ​il Governo dava inizio di fatto ​a un negoziato con il Pkk, l’organizzazione armata curda con la quale si è portato avanti un sanguinoso conflitto per 35 anni.

Erdoğan, ci dice Fabio Grassi, non ama né​ odia i curdi: ma insegue il potere a vita​, e quando ha capito che questa sua apertura non portava i risultati sperati in termini di consenso, ma anzi, contemporaneamente  il ​partito curdo riusciva a ​collegarsi con la sinistra liberale e a entrare in parlamento, ​facendo sì che l’Akp perdesse la maggioranza assoluta, è tornato ad attingere al sempre affollato e mai estinto bacino nazionalista.

Ascolta qui:

Grassi file 2

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    Serena Tarabini
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“Senza leggi i gay non saranno mai protetti”

Il brutale assassinio della trans turca di 23 anni Hande Kadere, il cui corpo è stato ritrovato carbonizzato e brutalmente mutilato, ha riportato in piazza la comunità LGBTQ e sollevato la richiesta di maggiori diritti e protezione.

Il fronte delle organizzazioni e associazioni LGBTQ è molto attivo: si è dimostrato coraggioso decidendo di sfilare per il centro di Istanbul, in una Turchia dove manifestare diventa sempre più difficile e rischioso, a meno che non sia per appoggiare il governo. È stata una manifestazione senza musica e scandita da slogan per chiedere giustizia e dare voce ai diritti di gay, lesbiche e trans, cioè esattamente quello che faceva Hande Kadere e che forse l’ha uccisa.

Yasemin Oz, avvocatessa e attivista LGBTQ, di Istanbul, ci racconta che in Turchia non esistono leggi che proteggono gay lesbiche e trans. Il livello di discriminazione è molto alto e la Turchia è fra i primi posti in Europa per gli omicidi di gay e lesbiche e sopratutto di trans.

Il governo dell’Akp di Erdoğan non vede di buon occhio la crescita dei movimenti LGBTQ: anche per questo ha proibito le ultime due edizioni del Gay Pride. Specialmente dopo le proteste di Gezi Park, le richieste della comunità LGBTQ hanno acquisito maggiore visibilità. Al Gay Pride di Istanbul del 2014 hanno partecipato più di centomila persone. Il governo turco ha capito che si stavano affermando valori non compatibili con quelli di un partito islamico e conservatore quale è l’Akp.

In Turchia, dice Yasemin, c’è invece bisogno di ascoltare queste richieste e di varare nuove leggi. Oltre alla violenza, c’è la discriminazione: nelle scuole, negli ospedali, nei tribunali, sul nostro posto di lavoro, i diritti di gay lesbiche e trans dichiarati non sono alla pari di quelli degli altri. Quando una trans va dal dottore, può succedere che questi si rifiuti di visitarla, di fare degli esami, di prescrivere delle medicine. Sulla base dell’orientamento sessuale avvengono anche numerosi licenziamenti.

Si tratta quindi di una situazione molto pesante e arretrata. Purtroppo, nonostante il coraggio e la determinazione dei movimenti, la società turca non è ancora pronta per accogliere le diversità. Un sondaggio ha mostrato che l’80 per cento dei cittadini turchi è contro gay, lesbiche e trans. La tiepida reazione della società civile al brutale assassinio di Hande Kadere lo dimostra. E il silenzio assoluto del governo lo consolida.

Ascolta qui l’intervista integrale a Yasemin Oz

audio yasemin Oz

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    Serena Tarabini
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Turchia: chi ha ucciso Hande Kadere?

Il corpo carbonizzato e mutilato di Hande Kadere Yasasi era stato rinvenuto lo scorso 8 agosto.

Transessuale, di soli 23 anni, da tempo era in prima linea nella lotta per i diritti della comunità LGBTQ in Turchia. Gli amici più stretti la ricordano come una persona mite, ma coraggiosa. Fecero il giro del mondo le immagini che la ritraevano, un anno fa, mentre resisteva ai poliziotti incaricati di dissolvere il gay pride di Istanbul, sedendosi per terra di fronte a un blindato che sparava acqua pressurizzata. Hande Kadere lavorava per strada, era continuamente esposta a rischi.

Era una persona che non stava in silenzio. I movimenti LGBTQ turchi indicano come un movente del suo assassinio proprio la sua determinazione nel denunciare a violenza e le ingiustizie nei confronti di gay lesbiche e trans in Turchia.

Secondo i dati di Trans Europa, la Turchia è il paese dove si verifica il numero più alto di assassinii ai danni di trans. Solo due settimane fa sempre a Istanbul il corpo senza vita di un gay siriano è stato ritrovato orrendamente mutilato.

In Turchia negli ultimi anni l’intolleranza nei confronti di gay e trans, è aumentata. A Istanbul, i Gay Pride degli ultimi due anni sono stati vietati e le tante persone che nonostante il divieto sono scese in piazza , in corteo o anche a piccoli gruppi, sono state attaccate con lacrimogeni, idranti e pallottole di gomma.

Ad essere tollerati invece, denunciano associazioni e movimenti, sono affermazioni omofobiche e transfobiche che alimentano odio e portano a crimini, il più delle volte senza responsabili.

#HandekadereSesver, dai voce a Hande Kadere è l’hashtag che guida la campagna e la protesta contro la violenza che l’ha uccisa e che accompagnerà la manifestazione convocata dal movimento LGBTQ di Istanbul e il comitato Gay Pride pomeriggio nel cuore di Istanbul.

 

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    Serena Tarabini
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Bombe sugli ospedali: MSF lascia lo Yemen settentrionale

E’ stato inevitabile per Medici Senza Frontiere : dopo il bombardamento aereo dell’ospedale di Abs del 15 agosto che ha provocato 19 morti e 24 feriti, l’organizzazione umanitaria premio Nobel per la Pace ha deciso di evacuare il proprio staff da 6 ospedali in Yemen settentrionale. Rimane operativo nella parte centrale e meridionale del paese.

Roberto Scaimi , un medico di MSF motiva la dolorosa decisione di ritirarsi dalla zona dove il conflitto è più intenso, non tanto per la natura degli scontri, ma perché questo ennesimo attacco a una struttura sanitaria, il quarto in 12 mesi, ha rappresentato una chiara violazione del diritto umanitario internazionale che sancisce la protezione di ospedali e luoghi dove la popolazione civile viene curata.

Roberto Scaimi è stato in Yemen la prima volta nel 2013 come responsabile delle cliniche mobili; già all’epoca, racconta, il paese , il più povero della penisola araba, aveva tantissime necessità in termini di assistenza sanitaria. E’ poi ritornato nelle stesse zone nel 2015, durante il conflitto, ed ha trovato una situazione drammaticamente peggiorata.

I centri che già lottavano per riuscire a rimanere aperti, erano danneggiati o distrutti. La popolazione aveva dovuto abbandonare le città che venivano bombardate, e sistemarsi in rifugi di fortuna sulle montagne o nelle vallate, senza nessuna protezione dalle interperie. Ebbe modo di notare l’aumento delle patologie legate all’impoverimento. Scioccante il numero di bambini malnutriti. Fu molto doloroso il raffronto con una situazione che già era difficile due anni prima, e che era ancora peggiore.

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MSF è stata costretta ad abbandonare una situazione dove la popolazione è allo stremo. La speranza è quella che si tratti di un ritiro temporaneo: la coalizione a guida saudita si è detta disponibile a collaborare per riuscire a dare maggiori garanzie di protezione , ma in questo momento MSF si sente un bersaglio.

Nonostante anche in quest’ultimo caso siano state fornite ad entrambe le parti in conflitto, e quindi anche alla coalizione Saudita, le coordinate GPS della struttura , l’ospedale è stato colpito. Nel 2016 è sufficiente mettere un una qualsiasi mappa satellitare i dati, e la posizione delle strutture sensibili è evidente. E bisogna tener conto del fatto che quando si colpisce un’ospedale, non ci sono solo le vittime dirette, ma ci sono tutte le vittime indirette, quelle che non si potranno più curare.

Delle tante storie che lo hanno segnato, racconta di una bambina arrivata all’ospedale malnutrita e disidratata. Era prossima alla morte ma non perché soffrisse di una malattia grave: era diabetica e le mancava l’insulina: è stato sufficiente reidratarla e darle questo farmaco che costa anche poco, per salvarle la vita. L’assurdità e la violenza delle guerre non sta solo nel peso delle bombe, conclude,ma anche nelle tante morti che si potrebbero evitare se solo si rispettasse un minimo di codice etico.

Ascolta l’intera intervista a Roberto Scaimi

Robero Scaimi medico MSF Yemen

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    Serena Tarabini
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La Turchia di Erdogan, tra paura e consensi

La decisione del governo turco di liberare 38mila detenuti arriva nel momento in cui le carceri del Paese sono sovraffollate anche per l’impressionante ondata di arresti seguita al fallito golpe del 15 luglio.

Usciranno dalle carceri turche le persone a cui mancano meno di due anni alla conclusione della pena e che non siano colpevoli di reati quali omicidio, abusi sessuali, violenza domestica e reati contro lo Stato. Non sarà un indulto, le persone verranno rilasciate in regime di libertà vigilata, ma è un provvedimento comunque eccezionale.

Il ministro della Difesa turco Fikri Isik non lo ha affermato ufficialmente, ma secondo Murat Cinar, giornalista turco che vive in Italia, questo provvedimento serve a fare spazio nelle carceri per le migliaia di persone arrestate nell’ambito delle indagini sul tentato colpo di stato del 15 luglio.

La correlazione è evidente anche solo per una questione di numeri: le carceri turche erano già sovraffollate da anni. Secondo il giornalista il provvedimento avrà anche un ulteriore effetto: un aumento di consensi verso il governo da parte dei beneficiari. Circolano già le interviste di alcune persone rilasciate che ringraziano il presidente della Repubblica e il primo ministro, con tanto di giuramenti di fedeltà: un nuovo e consistente bacino elettorale per Erdogan.

Murat Cinar ventila anche un possibile terzo collegamento: è di questi giorni l’approvazione di una legge che abolisce l’esame di Stato per assumere la carica di poliziotto: saranno sufficienti un diploma di scuola superiore e un colloquio superato. Questa maggiore accessibilità all’incarico di poliziotto è funzionale al rinnovamento del corpo di polizia che è in corso da quando si è manifestato lo scontro fra Erdoğan e il suo ex alleato Fetullah Gülen. Non è da escludere , sempre secondo il giornalista, che questi nuovi elettori di Erdogan a lui grati per la scarcerazione anticipata, diventino, compatibilmente con il loro casellario giudiziale, anche parte del nuovo corpo di polizia.

Complessivamente, secondo le cifre diffuse dal primo ministro Binali Yildirim, gli arresti post tentato golpe sono stati più di ventimila, le detenzioni oltre quarantamila, mentre quasi ottantamila funzionari sono stati rimossi.

La repressione non ha colpito solo i militari ma anche insegnanti, avvocati, accademici, giornalisti. Anche chi non ha relazioni con il movimento di Fetullah Gülen, il leader religioso considerato la mente dell’attacco allo Stato, in questo momento teme l’arresto. E’ difficile in questi giorni trovare qualcuno che sia disposto a parlare dalla Turchia. C’è stanchezza, disillusione e timore. Diverse testate giornalistiche stanno vietando ai loro dipendenti di rilasciare interviste.

Murat Cinar vive in Italia da 16 anni ma è in costante contatto con la Turchia. Ci descrive un clima di paranoia e paura. Le persone colpite dai provvedimenti non sono tutte collegate alla rete di Fetullah Gülen. Due giorni fa è stato chiuso, prima con un’irruzione della polizia e poi con un provvedimento ufficiale, il quotidiano curdo a tiratura nazionale Ozgür Gundem. Ventiquattro giornalisti sono in regime di custodia cautelare e nei prossimi giorni la Procura deciderà se procedere con l’arresto. Se cosi fosse, salirebbe a più di cento il numero di giornalisti imprigionati in Turchia.

Ormai quella di finire nel mirino del governo è la paura quotidiana di ogni cittadino turco.

Ascolta qui l’intervista integrale a Murat Cinar

audio intervista turchia murat cinar

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    Serena Tarabini
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Un mese di arresti ed epurazioni

Continuano in Turchia le operazioni di polizia. Oggi è stato il giorno delle aziende sospettate di avere finanziato i fautori del golpe: si sono svolte operazioni in 44 società operanti sul Bosforo che hanno portato a 12 mandati d’arresto nei confronti dei loro dirigenti.

Sempre per presunti legami con Fetullah Gulen, il leader religioso a capo dell’organizzazione che avrebbe pianificato il golpe, sono stati emessi 83 mandati d’arresto oggi, 173 ieri, a carico del personale operante in tribunali del lato asiatico di Istanbul.

A un mese dal fallito golpe del 15 luglio, almeno 26mila persone sono state arrestate e circa 82mila sono state sospese o rimosse dal loro posto di lavoro. Nessuna categoria sembra essere immune dall’incriminazione: soldati, politici, giudici, avvocati, accademici , giornalisti, insegnanti, dottori e anche giocatori di football.

In particolare gli insegnati epurati sono stati 30mila. Fra i soldati ci sono stati 20mila arresti, mentre 1.684 sono stati congedati: fra essi 149 generali e ammiragli, 87 generali, 256 ufficiali; nel corpo della Marina 32 ammiragli, 59 ufficiali, e 63 funzionari, nell’aeronautica 30 generali, 314 funzionari e 117 ufficiali. Nel campo della giustizia, il 20 per cento dei giudici è stato sospeso. Sono stati rimossi anche 88 diplomatici. Anche il personale sanitario non è stato risparmiato: arrestati in 98, fra medici e infermieri, operanti nell’ospedale militare di Ankara.

Le conseguenze della repressione post golpe si sono abbattute pesantemente anche sull’informazione: 130 media sono stati chiusi perché accusati di far parte della struttura parallela messa in piedi da Fetullah Gulen: nello specifico, 3 agenzie, 16 canali televisivi, 23 radio, 45 quotidiani, 15 riviste e 29 case editrici.

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    Serena Tarabini
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“Migranti a Capalbio: una sinistra angusta e ottusa”

“E’ una sinistra un po’ chiusa e angusta quella che ha reagito male alla notizia dell’arrivo dei cinquanta migranti a Capalbio“. Così commenta Sandro Medici, giornalista, ex minisindaco di Roma e ora eletto nel Consiglio Comunale della città nelle liste di Sinistra X Roma.

Sandro Medici trascorre le vacanze a Capalbio da tantissimi anni, frequentando più la campagna che le spiagge, e su questa vicenda ragiona anche in termini storici ed antropologici oltre che politici: “In parte questa reazione energica è dovuta al fatto che ormai Capalbio e dintorni sono diventati un’area di eccellenza turistica e, come sempre accade, l’arrivo di queste persone si teme danneggi l’immagine del luogo e riduca gli affari“.

Accanto a questa Sandro Medici adduce poi una ragione più profonda: “Questa zona , la maremma cosidetta ‘estrema’ – regione di acquitrini, zanzare, malaria, nel passato, prima di essere bonificata e riqualificata – era disdegnata ed evitata dai cittadini toscani: questo ha reso i suoi abitanti gente chiusa e un po’ diffidente, refrattaria alle novità e ostile allo straniero“.

Non a caso anche lo sviluppo delle attività turistiche ha necessitato decenni, e non è stato facile integrare i ricchi e gli intellettuali che riempivano le spiagge e costruivano ville, con gli agricoltori e allevatori della zona. A questo proposito Sandro Medici cita un aneddoto relativo a Niki de Saint Phalle, la scultrice che realizzò il famoso Giardino dei Tarocchi: le sue istallazioni d’ispirazione surrealista suscitarono inquietudine negli abitanti che fecero di tutto per ostacolarla.

Tornando all’oggi, la giunta locale, capeggiata da un sindaco, Luigi Bellumori eletto con una lista civica di area Pd, oltre a esprimere perplessità sulla decisione del Viminale di inviare i migranti a Capalbio, ha prodotto anche una richiesta di accesso agli atti al Viminale e ha annunciato una manifestazione di protesta per il 25 agosto, il giorno del Festival letterario di Capalbio.

“Il vero problema è la politica locale”, lo dice anche Sandro Medici, che la descrive come “un’eredità del vecchio Partito comunista rimasta sempre molto angusta, chiusa e tendenzialmente benpensante. Si tratta di quella tipologia di rappresentanza del Partito democratico un po’ ottusa che ogni tanto, sopratutto nei luoghi piccoli, emerge e purtroppo, da questa chiusura a forme di razzismo strisciante, il passo è breve”, dice.

“Da questo punto di vista sono inqualificabili. Non si può rispondere a a un’esigenza civile con il rifiuto e il rigetto. Cominciassero a pensare, anziché a dove queste persone saranno collocate, a come accoglierle e integrarle”.

 Ascolta qui l’intervista a Sandro Medici
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    Serena Tarabini
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Buon compleanno, Gezi Park

Tutto cominciò da qualche albero e una cinquantina di ambientalisti che li difendeva. Spazzati via da un primo blitz delle forze di polizia. Gli appelli di rinforzo lanciati soprattutto on line richiamarono altri sostenitori, che si accamparono nel parco destinato ad essere cancellato, attaccati una seconda volta in maniera brutale con idranti e lacrimogeni, provocando centinaia di feriti. Nonostante l’oscurantismo dei principali mezzi di informazione, le notizie trapelarono tramite internet e social media: l’uso sproporzionato della forza nei confronti di quelle persone inermi fece esplodere l’indignazione e nel giro di poche ore centinaia di migliaia di cittadini turchi si mobilitarono, attraversando anche a piedi il ponte sul Bosforo per raggiungere dalla parte asiatica manifestanti che invadevano il centro di Istanbul attorno a Gezi Park.

Piazza Taksim, corso Istiklal, le vie attorno a Gezi Park tra il 31 maggio e il 1 giugno erano campi di battaglia: uno spiegamento imponente di polizia, cercava di respingere una folla che con il passare delle ore si faceva sempre più grande e non accennava ad abbandonare le strade; nel frattempo la protesta dilagava anche in altre città del paese e cominciavano a trapelare imbarazzo e preoccupazione da parte del governo turco, che, nella figura del Presidente Gül ed in disaccordo con l’allora primo ministro Erdoǧan, permise ai manifestati di rientrare a piazza Taksim e nel Parco di Gezi.

Piazza Taksim era un tappeto ininterrotto di persone punteggiato di striscioni cartelli che raggiungeva anche i tetti degli edifici, si abbarbicava sui mezzi blindati strappati alla polizia e i macchinari che dovevano demolire il parco e la piazza, debordava nelle strade e piazze limitrofe con cortei continui e spontanei. Mentre Gezi Park diventava la città dell’utopia: centinaia di tende, e poi mense gratuite, biblioteche e ambulatori autogestiti, assemblee, concerti, marce; vi si accampavano persone di tutte le età e provenienza, cultura ed estrazione sociale, organizzati e non; le tante anime della Turchia, anche quelle in conflitto fra di loro: dai curdi ai lupi grigi (movimento nazionalista e panturchista, ndr), dalle associazioni islamiche a quelle lgbt. I mezzi di informazione cercavano ancora di minimizzare, ma ormai l’informazione indipendente aveva vinto, e prendeva in giro della CNN turca, che durante le proteste trasmetteva documentari dalla Groenlandia, riempiendo il parco di pinguini. Era chiaramente diventata una protesta generalizzata: una società civile fino a quel momento repressa mostrava il suo volto ribelle e coraggioso contro un governo, quello del primo ministro Recep Tayipp Erdogan, percepito come sempre più autoritario e violento.

Da tutte le televisioni Erdoǧan si scagliava contro i manifestanti incitando con parole scioccanti le forze di polizia ad annientarli ed apostrofandoli come “Capulçu”, sbandati, senza volerlo fornendo a quell’improvvisato ed eterogeneo movimento quello che ancora mancava, cioè un’identità comune. Tutti quanti, in un secondo, si denominarono orgogliosamente Capulçu. I Capulçu reclamavano e realizzavano dentro Gezi park una Turchia diversa, democratica, solidale, multiforme, mentre per le strade continuavano a protestare ed a resistere; c’era l’atmosfera euforica e gioiosa del parco, ma anche l’odore acre dei lacrimogeni, il rombo degli elicotteri, le sirene delle ambulanze tutt’attorno.

Partirono i primi tentativi di mediazione ed arrivano anche i primi morti, ad Istanbul come in altre città. Alla fine oltre alle migliaia di feriti, ci saranno 9 morti, fra cui un ragazzino di 14 anni, Berkin Elvan, colpito da un lacrimogeno mentre andava a comprare il pane, morto dopo 9 mesi di agonia. Il responsabile della sua morte, come di quella di altri manifestanti, non è mai stato individuato. L’occupazione di Piazza Taksim e del parco durò più di due settimane. Istanbul era una città surreale, le vie principali del centro si potevano trasformare in un attimo in scenari di guerriglia, con i famigerati “toma” lanciati all’impazzata, tonnellate di lacrimogeni, vetrine e arredi urbani distrutti, sirene di ambulanze, feriti, per poi tornare alla normalità altrettanto velocemente.

Era consuetudine uscire, anche solo per recarsi al lavoro, muniti di casco e mascherine antigas. Anche a livello politico si alternavano momenti di tensione e di distensione, il partito di Erdoǧan mostrava le sue divisioni, le opposizioni incalzavano, ma proprio quando le autorità turche sembravano aver scelto la linea del dialogo, rimettendo alla magistratura il destino del parco e ventilando un referendum. Il 15 giugno si realizzò uno degli interventi più violenti da parte della polizia: utilizzando quantità enormi di lacrimogeni ed idranti, scaricandoli anche dentro gli alberghi e gli ospedali dove la gente si rifugiava, la città dell’utopia di Gezi Park venne annientata. Le scene di panico delle persone in fuga e assediate fecero il giro del mondo, come quelle delle sostanze acide addizionate all’acqua degli idranti. A nulla valsero gli appelli delle organizzazioni internazionali e le critiche del parlamento europeo, per il primo ministro Erdoǧan le violenze erano bugie dei media e quella del parlamento europeo una voce da non riconoscere.

Nonostante questa prova di forza, e nonostante aver comunque ottenuto la salvaguardia del parco, le proteste, con altre forme, continuarono: la più suggestiva quella del “Duran Adam”, l’uomo in piedi: per giorni centinaia di persone imitarono la protesta silenziosa di un uomo che rimase in piedi immobile e muto per ore in piazza Taksim fissando la bandiera turca. In tanti altri modi, la Turchia continuò a mostrare la sua voglia di cambiamento; i cortei si diradarono, anche a causa della repressione, ma i parchi di Istanbul e di altre città diventarono tante piccole Gezi: per mesi vi si tennero forum aperti partecipatissimi dove la gente più diversa, che nella maggior parte dei casi non aveva mai fatto politica, si ritrovava a discutere sul futuro del proprio Paese.

Uno degli interrogativi era anche quello di se e come rappresentare politicamente il portato delle proteste di Gezi. Si stava avvicinando una serie di elezioni: presidenziali, amministrative, politiche. In tutte il partito di Erdoǧan, diventato presidente, si confermò il primo del Paese. Ma con le politiche del giugno 2015 qualche novità e nodo al pettine per Erdoǧan, si presentò: una nuova forza politica, l’HDP il partito democratico dei popoli, riuscì a superare l’altissima soglia di sbarramento del 10 per cento ed entrò in parlamento, togliendo al partito di Erdoǧan quella maggioranza assoluta che gli avrebbe consentito modificare la costituzione in chiave presidenziale. E faceva il suo ingresso nello scenario politico turco un partito che superava le sue origini curde per rappresentare anche altre enie, i diritti civili e dell’ambiente. In qualche modo, era anche un’eredità di Gezi Park.

Ma l’euforia e la speranza per un nuovo corso sono durate poco. Erdoǧan dato sfogo alla sua sete di potere facendo pagare al paese un prezzo molto alto. Ha riacceso lo storico conflitto con il PKK per screditare l’HDP e riprendersi la maggioranza assoluta; per mettere le mani sulla Siria ha supportato e finanziato gruppi di estremisti islamici in chiave anti curda e anti Assad. Ed il risultato è il massacro di civili e la distruzione di un processo democratico: nel sud est del Paese a maggioranza curda è in corso un guerra che ha raso al suolo intere città e provocato centinaia di vittime, il Paese ha subito una serie di attentati, di matrice sia islamica che curda, che hanno fatto tante vittime innocenti, sedi di giornali e televisioni vengono chiuse e giornalisti arrestati con condanne pesantissime; l’ultima preoccupante iniziativa, la revoca dell’immunità parlamentare, in seguito alla quale la maggior parte dei parlamentari dell’opposizione, potrebbero essere arrestati o dovrebbero lasciare il paese.

Dove sta andando la Turchia?

Il parco si è salvato, ma il paese ancora no. Ad ogni modo, buon compleanno Gezi.

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    Serena Tarabini
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Roma, in sciopero della fame per una casa

Roma, via di Santa Croce in Gerusalemme, pieno centro: a pochi passi dalla Basilica di San Giovanni in Laterano è stato montato un grande tendone della protezione civile. Piazzato davanti a un ex sede dell’INPDAP, occupata dal 2013 da 120 famiglie, ospita 23 attivisti del movimento per il diritto all’abitare Action in sciopero della fame. Due file di letti dove dormono, un gazebo dove passano la giornata, un equipe di medici che li tiene sotto osservazione, un cancello a cui sono appese le centinaia di chiavi lasciate da chi è passato di lì per portare solidarietà, da esponenti politici come Stefano Fassina e il Vicepresidente della regione Lazio Massimiliano Smeriglio a comuni cittadini. Sono arrivati al decimo giorno. Sono gli stessi che una settimana fa, assieme ad altre migliaia di persone in emergenza abitativa, sono andati al Campidoglio per chiedere un incontro al Commissario Francesco Paolo Tronca, che anziché riceverli ha liberato la piazza a suon di idranti e manganelli, provocando due feriti ed un corteo selvaggio che ha bloccato il centro della città.

I motivi di una protesta tanto dura e prolungata stanno in una delibera comunale, la n. 50 , che doveva essere l’attuazione di una delibera Regionale sull’emergenza abitativa, che nel 2013 ha stanziato 200 milioni di euro destinati ad alloggi per sfrattati, persone in attesa di casa popolare ed anche occupanti di case. Una delibera, quella regionale, frutto di anni di lotta da parte di tutti i movimenti per la casa di Roma. Che invece è stata stravolta dal commissario della capitale, che ne ha cambiato i criteri, polverizzando le quote destinate agli occupanti di case, e correlandola di una lista di stabili da sgomberare.

Il Presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti in persona con un comunicato ufficiale, oltre a ribadire le risorse in alloggi già pronte e mai utilizzate messe a disposizione dalla Regione, ha auspicato la corretta applicazione della delibera regionale; Tronca non ha commentato ne accennato passi indietro rispetto la sua delibera .

Quindi non ci si ferma. L’attenzione sale. Le persone in sciopero della fame sono determinate a continuare questa protesta piena di disperazione ma allo stesso tempo di dignità. Perché non si tratta solo di una delibera, ma della difesa un diritto per l’ennesima volta calpestato in una città che impantanata nella corruzione e sequestrata dai poteri forti non riesce , e non vuole , farsi carico di un’emergenza sociale che non accenna a diminuire e a cui si risponde con tavoli tecnici e polizia.

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    Serena Tarabini
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Novate Mezzola, dove c’era la Falck

Milano alle spalle, si punta verso nord. Alla confluenza di Valtellina e Valchiavenna si stende il lago di Como. Percorrendo la ss 36 se si è in macchina, o sulla linea Colico –Chiavenna se si è in treno, si vede come le montagne – prima di chiudersi in quella che è una stretta e aspra valle fluviale – conservino ai loro piedi un territorio a metà fra terra e acqua, un lago e una vasta piana umida piena di uccelli, canneti e ninfee.

Si tratta del lago di Mezzola e del Pian di Spagna, zona sede dell’omonima riserva naturale protetta dalla regione Lombardia. E’ un importantissimo sito migratorio, territorio di diversi reperti di valore storico e artistico, riconosciuto da convenzioni internazionali. Un piccolo paradiso pre-alpino in cui è difficile immaginarsi che per 26 anni vi siano state riversate le tonnellate di scorie tossiche di un’acciaieria, la Falck, e che nonostante sia stata chiusa nel 1991, non solo l’incubo non sia mai finito, ma si stia anche presentando una nuova minaccia.

Tanto per cominciare, l’area occupata dall’impianto, incredibilmente non è mai  stata bonificata. Nonostante negli anni il Ministero dell’Ambiente abbia prescritto vari interventi per sanare la grave e documentata situazione di inquinamento ambientale, si è optato per una ben più economica “messa in sicurezza”: una parziale copertura di asfalto per il vecchio stabilimento ed una semplice telonatura impermeabile sulla discarica abusiva dove venivano accumulate le scorie. Nessuna impermeabilizzazione del suolo e delle falde acquifere. Come se non bastasse, sono evidenti gli sversamenti di liquame dalle fratture che  interessano i muri di cemento che perimetrano l’area.

È quindi il Cromo esavalente (CrVI), sostanza classificata come altamente cancerogena, a farla da padrone nel suolo e nelle acque delll’area: siamo a livelli tali che mentre  la legge italiana stabilisce limiti che vanno dai 2 microgrammi  ai 5 microgrammi/litro, nel caso della ex Falck di Novate Mezzola (Sondrio), la ASL provinciale ha ritenuto accettabile un limite di concentrazione applicato alle acque superficiali di 30 micro-grammi al litro, poi recepito da vari decreti regionali senza che fosse mai stata fornita alcuna spiegazione per giustificare tale deroga. Sono stati quindi formalizzati  ed accettati “per legge”  livelli da 5 volte superiori a quelli consentiti  sempre “dalla legge” di una sostanza cancerogena che continua a diffondersi nell’area che oltre la riserva interessa 3 comuni dove vivono circa 5 mila persone. Difatti lo stato chimico del lago di Mezzola è stato classificato dall’agenzia regionale per l’ambinete come “non buono” in considerazione dei picchi anomali di CrVI e altri metalli.

Ma ora al danno si sta aggiungendo una tragica beffa: dal momento che una concentrazione simile di CrVI non é compatibile con la destinazione d’uso turistico-ambientale per la quale l’amministrazione comunale si era impegnata,  si è deciso – con una modifica al PGT approvata a dicembre 2015 dalla Provincia di Sondrio e a febbraio 2016 dal Comune – di riconvertire l’area a una destinazione d’uso industriale.  Infatti la società Novate Mineraria sta per ottenere in via definitiva, l’approvazione per realizzare, esattamente sull’area dell’ex stabilimento e senza previa bonifica del sito che la Provincia definisce “bonificato”, l’edificazione di uno stabilimento e la collocazione di impianti per la produzione di conci e ballast per le gallerie e massicciate dell’alta velocità. 15 mila metri cubi di capannoni insisterebbero su di una area che la messa in sicurezza, l’unico intervento fatto, definisce “ non edificabile” e nel contempo la capacità estrattiva della cave limitrofe che forniscono il prezioso granito necessario alla produzione dei materiali, passerebbe da quella prevista dal piano provinciale di 350 mila metri cubi a 5 milioni e mezzo; cave che si trovano letteralmente sotto le finestre degli abitanti locali.

Un accanimento che ha dell’incredibile, avvallato dalla comunità montana locale e dall’ente gestore della riserva.  La cittadinanza invece non ci sta, e dall’incredulità sono passati all’azione: si sono costituiti comitato, hanno preso i contatti con associazioni come Legambiente e Medicina democratica, hanno effettuato studi indipendenti e visionato le carte. Così sono emersi il divieto di lavorazione di inerti nelle zone lacustri, l’utilizzo delle scorie nell’edilizia locale,  indagini  epidemiologiche delle Asl poco accurate, la presenza nell’assetto societario della Nova Mineraria di imprenditori già coinvolti in casi di disastro ambientale. Questo ed altro è stato raccolto in un elenco di documentatissime osservazioni consegnate al Comune ed ignorate nel momento in cui nel corso di un infuocato Consiglio comunale, è stata approvata la delibera comunale che ratifica la sottoscrizione accordo di programma. Delibera il cui ritiro per irregolarità procedurali è stato richiesto al Comune proprio in questi giorni.

Al  progetto manca solamente la  sottoscrizione all’Accordo di Programma da parte del Presidente della Regione Roberto Maroni, firma che potrebbe arrivare in qualsiasi momento, mentre 4 mila persone , fra cui l’80 per cento  della popolazione locale di Novate Mezzola, hanno sottoscritto una petizione  che dice no all’intervento e alla variante al PGT che lo consente  e chiede la bonifica e la salvaguardia dell’area, nonché la tutela del diritto alla salute dei suoi abitanti. Ma quando c’è il TAV di mezzo, non c’è buon senso che tenga.

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    Serena Tarabini
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“I miei primi otto mesi da sindaca”

Ada Colau, la nuova sindaca di Barcellona, è l’espressione del cambiamento che sta investendo tutta la Spagna. Ha vinto le elezioni amministrative del giugno 2015  con la lista civica sostenuta da Podemos, “Barcelona en comù” che in pochissimo tempo ha ottenuto un consenso molto significativo. Così, migliaia di voti sono piovuti su un’attivista di movimento impegnata concretamente da anni nella lotta per i diritti e la democrazia. L’utopia che diventa realtà.

Secondo Ada Colau “la politica è un impulso sociale volto a migliorare le nostre condizioni di vita” e con questo spirito sta affrontando il mandato strappato contro tutte le previsioni. Le priorità della sua amministrazione sono l’emergenza sociale e l’ascolto dei cittadini. Un compito non facile: le aspettative sono tante e su di lei c’è lo sguardo non solo della città, ma anche del Paese e dell’Europa.

Nell’intervista che vi presentiamo il racconto di questi primi otto mesi di un’amministrazione i cui obiettivi di trasformazione devono fare i conti con l’inesperienza oltre che con le inerzie del sistema e i cattivi modi di fare politica.​

Ascolta qui l’intervista ad Ada Colau

Ada Colau x localmente mosso

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    Serena Tarabini
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Afghanistan, la versione di Ubaid Ahmed

Il 18 gennaio a Kabul hanno avuto inizio i colloqui di pace tra i rappresentanti diplomatici di Afghanistan, Pakistan, Cina e Stati Uniti. Annunciati a dicembre, hanno lo scopo di tentare di riavviare il processo di pace nella regione, in particolare per quanto attiene ai rapporti tra il governo di Kabul e i ribelli talebani, in conflitto da più di 14 anni.
Un negoziato difficile, a causa della spaccatura all’interno dei talebani, la complessità dei legami fra questi ultimi e il Pakistan e i diversi attacchi di alto profilo rivendicati dai talebani stessi che si sono verificati negli ultimi mesi. Tra questi anche il razzo che ha colpito l’ambasciata italiana due giorni fa. Non è ancora chiaro se fosse proprio la sede diplomatica italiana a Kabul l’obiettivo dell’attacco.

Ubaid Ahmed è il portavoce ufficiale di Hambastagi (Solidarity Party of Afghanistan), attualmente l’unico partito democratico e laico in Afghanistan. Fondato nel 2004 da gruppi di intellettuali storicamente in lotta contro l’invasione dell’Afghanistan delle truppe russe, i governi fantoccio e il fondamentalismo islamico, questo movimento politico si dichiara apertamente  contro l’invasione da parte delle truppe americane e le forze della Nato. Gli obiettivi del partito sono la  difesa della democrazia e dell’indipendenza, i diritti delle donne, l’uscita delle forze militari straniere dal Paese e la pratica della solidarietà con tutte le popolazioni oppresse del mondo.

Quante persone fanno parte del partito al momento?

“Il partito è presente in tutto l’Afghanistan. In totale abbiamo 30mila iscritti, tra loro il 33 per cento è composto da donne. Per quanto riguarda invece la dirigenza del partito, vi è parità fra uomo e donna. Le donne sono la metà”.
Che risultati raggiungete alle elezioni?
“In passato ci siamo presentati a delle elezioni amministrative, in alcuni collegi provinciali: nel 2009 siamo riusciti a far eleggere in varie province 23 rappresentati del nostro partito. In seguito, a causa dell’altissimo livello di corruzione che esiste nel Paese, abbiamo deciso di non partecipare alle elezioni. Il voto in Afghanistan è un processo manipolato dalle forze di occupazione americane e per questo abbiamo deciso di boicottarle”.
Considera la corruzione il problema principale dell’Afghanistan?

“Penso che il problema principale dell’Afghanistan sia la presenza militare degli Stati Uniti e della Nato e il sostegno che loro danno ai signori della guerra, ai talebani e alle altre forze reazionarie del Paese. Le conseguenze sono l’insicurezza, la povertà, il traffico di droga, rapine, estorsioni, violenza contro le donne”.

In che modo i Paesi occidentali possono aiutare l’Afghanistan a entrare in un percorso più democratico?

“Prima di tutto chi occupa l’Afghanistan deve ritirare le truppe devono ritirarle e urgentemente. I Paesi occupanti devono anche interrompere il sostegno ai signori della guerra, ai trafficanti di droga talebani e a molti altri criminali”.

In Italia si ripropone periodicamente la discussione sul ritiro delle nostre truppe in Afghanistan: cosa si dovrebbe fare secondo lei?
“Devono andarsene. Sono solo delle marionette nelle mani delle forze americane, non stanno facendo nulla di buono per l’Afghanistan. Anche gli italiani sostengono i signori della guerra: per esempio Ismail Ahan, un vero e proprio criminale di guerra, stretto alleato delle truppe italiane in Afghanistan. Ahan vive in Herat, nell’Afghanistan occidentale, dove le truppe italiane sono di stanza. Anche organizzazioni di cooperazione italiana commettono gravi errori: per esempio dando il loro supporto a una donna afghana di nome Fausia Kopi: sappiamo che è stata eletta in parlamento grazie al supporto dei signori della guerra. Lei stessa potrebbe essere definita una signora della guerra, perché fa moltissima propaganda  a sostegno dei peggiori criminali del Paese e recentemente è citata in un report pubblicato da una organizzazione di donne per un caso di appropriazione indebita nel quale è coinvolta anche una Ong italiana”.
Cosa pensa la popolazione afghana in merito alla presenza delle forze internazionali?
“In primo luogo, i cittadini afghani, che per la maggior parte sono scarsamente alfabetizzati, considerano qualsiasi truppa internazionale come americana. Alla fine tutti vengono chiamati ‘gli americani’ e questo è un aspetto negativo. Ancora più importante è il fatto che queste truppe da quando hanno invaso il Paese nel 2001 hanno riportato al potere i peggiori criminali. Per esempio Fahit, che è stato ministro della difesa in questo governo, è definito da Human Rights Watch un criminale di guerra. Dostum, l’attuale vicepresidente dell’Afghanistan è citato in un report per i suoi crimini di guerra. Queste persone hanno molto più potere di prima, sono molto più ricchi. Questo denaro lo hanno ottenuto grazie alle truppe di occupazione, oltre che con il traffico di droghe, furti e d altri crimini”.
Quindi le elezioni in Afghanistan non si sono svolte in maniera libera?
“Le elezioni presidenziali si sono svolte nel 2014, e sono state le elezioni più comiche del mondo, perché i risultati fino all’ultimo non sono stati annunciati. I due candidati principali hanno entrambi truccato la votazione, nonostante la presenza di osservatori internazionali, i quali hanno riportato il fatto che ai seggi hanno votato pochissime persone. Questo vi può dare l’idea del livello di corruzione. Ogni giorno fra i politici volano accuse di corruzione reciproca, ma alla fine non succede nulla.
John Kerry è venuto dagli Stati Uniti per imporre una soluzione di governo, e dopo un anno, tutte le ricerche mostrano che la gente è ancora più infelice, scontenta di questo governo, perché ha fatto tantissime promesse e nessuna è mai stata mantenuta ed il Paese anzichè avanzare, è arretrato”.
Che cosa succederebbe se le truppe di occupazione se ne andassero?
“Affermare che le truppe se ne devono andare non significa pensare che questa sarebbe la soluzione di tutti i problemi e che immediatamente le cose andrebbero per il verso giusto. Ovviamente si verificherebbe una fase di caos, con conflitti, addirittura guerre. Però, guardiamo a quello che sta succedendo adesso: c’è insicurezza, corruzione e molti altri problemi. Attualmente il popolo afghano ha tre oppressori: le forze di occupazione della Nato, il governo afghano in combutta con i signori della guerra e le altre forze reazionarie e i talebani: almeno uno di questi oppressori verrebbe tolto dallo scenario”.
In tema di diritti delle donne : nei loro confronti il livello di violenza ed accanimento è ancora molto alto. Ci sono reazioni nella società civile?
“Posso fare l’esempio di Farkhunda: era una ragazza di 27 anni, uccisa nel marzo del 2015, in pieno giorno, nel centro della città, da un gruppo di uomini che l’accusavano di aver bruciato il Corano. Le successive indagini rivelarono poi che questa accusa era infondata. Questo gruppo di uomini prima l’ha picchiata e fatta cadere da un muro alto 4 metri, poi l’hanno legata e trascinata con una macchina per almeno trecento metri ed infine l’hanno bruciata. Il tutto è durato almeno due ore e mezzo e si è svolto a 500 metri dalla stazione di polizia. Alcuni agenti hanno assistito all’aggressione, qualcuno di loro ha cercato di salvare la ragazza, ma infine l’hanno abbandonata al suo destino, hanno lasciato che la uccidessero. Nel corso delle investigazioni questi poliziotti hanno dichiarato di aver ricevuto degli ordini dall’alto che gli imponevano di non intervenire, perché se lo avessero fatto ci sarebbero state altre vittime. Sharaf Baghlany, uno degli assassini, ha ripreso tutta la scena con il suo telefonino e lo ha pubblicato sul suo profilo Facebook. Si è vantato del crimine commesso, dicendo che un gruppo di coraggiosi musulmani aveva fatto giustizia a seguito di un sacrilegio. Dopo poche ore un personaggio politico, una donna, sottosegretario alla cultura, ha dichiarato che queste persone avevano agito per un fine giusto.
Allo stesso tempo, però, c’è stata una reazione da parte di molti afgani, scesi in piazza contro il crimine che era stato compiuto. Inoltre è successa una cosa senza precedenti, anche per il mondo musulmano: normalmente nei funerali le donne non hanno il diritto di trasportare le salme alla tomba, ma in questo caso, al funerale di Farkhunda è stato rotto un tabù. Le donne erano in prima fila e sono state loro a portare Farkhunda nella sua tomba”.
Come esponente di un partito che si oppone così apertamente al governo e ai fondamentalismi , non si sente minacciato? Ti è mai successo qualcosa?
“Noi tutti siamo in pericolo. Nel 2007 un nostro attivista è stato ucciso dai talbani e ogni volta che facciamo una manifestazione corriamo il rischio di essere incarcerati, torturati, uccisi. Nel 2012 abbiamo organizzato una manifestazione contro il governo afgano e i suoi sostenitori criminali a cui hanno partecipato circa 5mila persone. In quell’occasione hanno arrestato 25 membri del partito, me compreso; ci hanno trattenuti per 10 giorni, ci hanno picchiato, ma alla fine ci hanno rilasciato. È normale per noi incorrere in situazioni di questo tipo. Alcuni nostri attivisti , in alcune province secondarie, non possono fare apertamente attività politica, lo devono fare di nascosto”.
Nonostante tutto questo, crede che qualcosa stia cambiando nella testa del suo popolo?
“Sì, siamo fiduciosi che molte cose possono cambiare, perché le persone sono piu coscienti che in passato del fatto che al governo ci sono dei criminali e si stanno ribellando in molte occasioni. Vogliono fare qualcosa di diverso. Ho molta più speranza di prima”.
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    Serena Tarabini
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Il bavaglio di Erdoğan

Mentre 12 dei 16 accademici arrestati per aver sottoscritto una appello per la pace sono stati rilasciati, rimane una dato di fatto: in Turchia esprimere la propria opinione o dare delle notizie può essere un reato.

Ne sanno qualcosa i 33 giornalisti attualmente detenuti in un paese che ha sempre occupato i primi posti nella triste classifica del maggior numero di giornalisti in carcere. Uno di questi è Can Dundar, il direttore del quotidiano di opposizione Cumhuriyet, che rischia due ergastoli per aver pubblicato un’inchiesta sul traffico d’armi dalla Turchia alla Siria che avveniva sotto gli occhi dei servizi segreti turchi.

Proprio pochi giorni fa il giornalista si è rivolto con una lettera al Presidente del Consiglio Matteo Renzi, per chiedergli di non dimenticare, in cambio di una soluzione per i rifugiati siriani, “i valori fondativi dell’Europa”: libertà, diritti umani, democrazia, ideali da lungo tempo calpestati dal Presidente turco Recep Tayyip Erdoğan. Un grido d’allarme lanciato all’Europa dal carcere di Silviri dove è rinchiuso in regime di isolamento dal 26 novembre scorso con l’accusa di spionaggio e la divulgazione di segreti di Stato.

La maggior parte degli arresti di questo tipo avviene sulla base di un controverso articolo del codice di diritto penale turco, che ascrive a reato tutto quello che possa essere considerato un insulto o un attacco all’integrità dello Stato e delle istituzione turche. Se a questo si aggiungono le misure introdotte dal recente pacchetto sicurezza, alcune delle quali consentono l’arresto in presenza del solo legittimo sospetto, anche in assenza di prove, si comprende come essere arrestati in Turchia sia veramente facile.

Ne è consapevole Beyazıt Öztürk, noto conduttore televisivo, che nel corso di una trasmissione del seguitissimo show che porta il suo nome ha intervistato telefonicamente una donna di Diyarnbakir, la capitale elettiva del Kurdistan turco. L’ospite ha denunciato le uccisioni dei bambini a seguito delle operazioni militari. Dopo aver ricevuto minacce ed insulti, il conduttore in un secondo video-riparatore ha chiesto scusa e confermato la sua fedeltà alla bandiera turca.

Sperimentano questa mano dura anche i giornalisti stranieri: due giornalisti britannici e l’interprete iraqeno Muhammed İsmail Resul di Vice News sono stati arrestati il 27 agosto 2015 nel sud est della Turchia durante le riprese di una serie di scontri tra forze di sicurezza e separatisti curdi, con l’accusa di collaborare con lo Stato Islamico.

Non stupisce che anche che otto giornalisti di un quotidiano in lingua curda si trovino in carcere. Anch’essi per la maggior parte accusati di far parte di un’organizzazione terroristica. Eppure, al momento dell’arresto, stavano solo documentando il conflitto nel Sud-est del Paese.

È comunque un Paese a due tempi la Turchia. Il primo è quello degli arresti, delle sedi di TV e giornali presidiate dai militari, delle immagini inquietanti di uomini in divisa nelle case di professori e ricercatori, e delle loro porte contrassegnate con croci e cartelli che indicavano che in quell’ufficio non erano più graditi. Anche se rilasciati, molti di questi accademici sono già stati licenziati. E dopo aver subito un arresto per aver sostenuto una causa, c’è da chiedersi se e con quale spirito torneranno a farlo.

Poi c’è il secondo tempo, nel quale una parte del Paese, nonostante quello a cui può andare incontro, reagisce e si ribella: sulle porte dei professori sono comparsi anche i messaggi di affetto e solidarietà dei loro studenti; centinaia di personaggi del mondo della cultura e dello spettacolo turchi si sono autoproclamati colpevoli tanto quanto gli arrestati; partiti dell’opposizione, camere del lavoro e sindacati hanno espresso chiaramente la loro solidarietà; diversi docenti che inizialmente avevano affermato di non condividere il contenuto del testo, si sono uniti alla petizione in segno di protesta. Tutte queste persone, mentre l’Europa sta a guardare, rischiano grosso.

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    Serena Tarabini
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Turchia, le contraddizioni dopo l’attentato

“Cara comunità internazionale, per favore non siate scossi solo per l’esplosione di oggi (il 12 gennaio, ndr), e non aspettate di sentirvi dire dai vostri amici di sinistra che stanno bene: noi non stiamo bene, non stavamo bene quando c’è stata l’esplosione a Suruç, non stavamo bene quando c’è stata l’esplosione ad Ankara, non stiamo bene mentre lo stato turco massacra i civili curdi, non stiamo bene per tutto quello che quotidianamente avviene in Turchia”.

Lo sfogo sui social network di questo ragazzo turco, ripreso da centinaia di altri ragazzi, coetanei e non, riporta la condizione emotiva di molti cittadini turchi, che è anche l’espressione della condizione politica di un Paese : la Turchia è nel caos. E lo dimostrano molti fatti, di cui l’attentato suicida a Istanbul è un episodio.

L’attacco questa volta è riuscito a raggiungere un punto nevralgico del Paese: Istanbul, quartiere di Sultanhamet, il luogo dove si concentrano i tesori artistici, le tracce storiche e culturali della città simbolo dell’Impero ottomano, il gioiello che con le guglie e le curve sinuose delle sue moschee e il luccichio delle acque del Bosforo, dona alla città il suo profilo unico ed inconfondibile.

Ferito profondamente al cuore il Paese mostra tutta la sua vulnerabilità. E chi lo governa , la sua confusione e malafede. Lo si è visto anche solo nell’immediata reazione all’attentato: precipitosa, confusa, contraddittoria. Dopo aver imposto il silenzio ai giornalisti, a poche ore dall’esplosione Recep Tayp Erdoǧan in una conferenza stampa convocata a sole due ore dall’esplosione, annunciava già l’identità dell’attentatore: un 28 enne di origini siriane.

Per poi venire smentito il pomeriggio del giorno stesso quando la nazionalità è diventata quella saudita. E nonostante la matrice islamica e l’affiliazione all’ISIS di chi sivè fatto esplodere fosse ormai il dato più plausibile, il Presidente del Governo turco non ha perso l’occasione di utilizzare lo spazio mediatico da lui egemonizzato per colpevolizzare comunque , nonostante non c’entrassero niente, i curdi, riproponendo ancora una volta lo spauracchio del terrorismo alla Erdoǧan, ovvero un fronte indistinto di nemici sopratutto suoi, che siano PKK, Daesh, o militanti della sinistra  radicale, che minacciano la sicurezza e la pace del Paese .

Questo viene affermato mentre le operazioni portate avanti da mesi dall’esercito turco nel sud est del Paese e continuano a opprimere ed uccidere la popolazione curda. Il giorno stesso dell’attentato  morivano anche un ragazzo di 18 anni a Cizre ed un uomo di 45 anni a Yusekova, investito da un tank, e questo è solo l’ aggiornamento di un bollettino di guerra che riporta vittime ogni giorno, da mesi.

C’è una guerra in Turchia, o forse sarebbe meglio dire un genocidio: perché le vittime dei prolungati coprifuoco, delle bombe, del tiro dei cecchini, dei carri armati e delle retate, sono solo curdi: giovani, vecchi, donne, bambini, militanti e non. Dall’inizio delle operazioni, nel mese di giugno, sono quasi 200.

Un assedio militare e mediatico che si cerca disperatamente di rompere in tutti i modi, come con quell’appello per la cessazione delle operazioni militari lanciato da più di mille accademici turchi e sottoscritto dagli intellettuali di tutto il mondo, fra cui Noam Chomsky; traditori i turchi, secondo Erdoǧan, e sostenitori dei terroristi tutti gli altri.

Nessuna assunzione di responsabilità o ammissione di errori da parte del Presidente di un Paese in cui cellule terroristiche ormai ben insediate e diffuse, colpiscono dove e quando gli pare.

“Nel mio Paese assisto a una sistematica degradazione della libertà e dei diritti. Se sei preoccupato per noi, costringi il tuo governo a non sostenere la Turchia. La corte internazionale per i diritti umani ha molti fascicoli riguardanti la Turchia sulla sua scrivania. Fa che vengano aperti. Questo è quello che puoi fare tu. Il resto, lo spero, prima o poi sarà nelle nostre mani”.

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    Serena Tarabini
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Il silenzio sulla guerra in Kurdistan

Una guerra sotto mentite spoglie. L’esercito turco afferma di voler combattere il terrorismo dell’Isis. Però i nomi delle vittime civili che continua a mietere giorno dopo giorno appartengono tutti ai curdi.

Quello che segue è accaduto nelle ultime 48 ore, nel sud est della Turchia. Un bambino di 5 anni di nome Hüseyin Seljuk è rimasto ucciso da un proiettile della polizia mentre stava giocando nel cortile della sua casa. Durante un corteo represso dalla polizia, ha perso la vita Sedat Baran, un manifestante di 21 anni. Una donna di 85 annı, Kumru Işık anni è morta per arresto cardiaco durante un’operazione militare nel suo villaggio; un ragazzo di 16 anni, Hüseyin Ertene è stato ucciso da un cecchino. Il giorno di Natale è morto sotto le macerie della propria casa colpita dai bombardamenti un neonato, Miray Ince, di 4 mesi.

L’unica notizia proveniente da quelle zone che in questi giorni è riuscita a farsi strada è quella dell’assassinio di Naji Jerf, un regista siriano, attivista del sito di controinformazione Raqqa is being slaughtered silently (Raqqa viene sterminata in silenzio, ndr), ucciso mentre camminava per le strade di Gaziantep, città non lontana dal confine siriano e diventata meta di molti fuggitivi. Jerf è stato freddato da un colpo di pistola alla testa. Un facile obbiettivo per gli uomini del’Isis insediati in Turchia, che con altrettanta facilità pochi mesi prima nella stessa città avevano ammazzato altri due collaboratori di un movimento spontaneo di informazione nato sull’esigenza di raccontare i crimini del Califfato nella città di Raqqa, abbandonata agli estremisti.

Uccisi da colpi sparati alla testa, decapitati e ritrovati dentro una casa il giorno prima delle elezioni di novembre. Il minimo comun denominatore di questi eventi è la voragine di indifferenza dove la violenza che affligge il Paese scompare, che inizia in Turchia e si espande per la vicina Europa ed il resto del mondo. Ma non solo.

C’è un filo sottile che lega le tante vittime ignorate: la responsabilità del del governo turco. Sono tutte vittime di un governo che con la scusa della lotta al terrorismo ingaggia un conflitto armato contro il PKK, il partito dei lavoratori curdi, mentre cellule jihadiste prosperano ed agiscono indisturbate sul suo territorio. Che si batte il petto per la sicurezza e la tutela del suo Paese mentre massacra civili curdi alla cieca, che riceve miliardi dall’Unione Europea mentre incarcera giornalisti scomodi, che si allea con la coalizione internazionale mentre bombarda le milizie curde siriane che combattono contro Isis.

L’unica vera guerra che il presidente turco Recep Tayyp Erdogan sta conducendo è quella nei confronti della popolazione curda. Dal mese di giugno ad oggi sono in atto operazioni militari con armamenti pesanti, è stato applicato lo stato di coprifuoco in 18 città colpendo più di un milione di persone, ci sono state 186 vittime civili, 200 mila persone costrette a fuggire dalle zone di conflitto.

L’attacco avviene anche sul fronte politico: dopo che il Partito democratico dei popoli, il filo curdo HDP, è entrato in Parlamento con le elezioni di giugno, il suo leader Selhattin Demirtas ha ricevuto due avvisi di garanzia per presunta eversione, 17 sindaci sono stati arrestati, 25 sospesi dal loro incarico, per altri sei è stato emesso mandato di cattura. A detta di molti non è uno stato di diritto quello in corso in Turchia; le notizie faticano a scavalcare il muro di omertà e indifferenza che il Paese stesso erige: anche per questo i principali sindacati e camere professionali hanno indetto uno sciopero nazionale il 29 dicembre per la pace nel sud est e la cessazione delle operazioni militari.

Allo stesso tempo gli altri Paesi non sono interessati a smascherare i crimini e le responsabilità di un governo che fa più comodo come tampone al flusso migratorio, anche se i rifugiati vengono tenuti in catene, come ha documentato il recente report di Amnesty International. E proprio ieri ricorreva il quarto anniversario del massacro di Roboski: 34 civili curdi uccisi dall’aviazione turca la notte del 28 dicembre 2011. Un altro crimine dimenticato ed impunito.

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    Serena Tarabini
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A Roma niente blocco, solo targhe alterne

E’ una Roma nuovamente sotto scacco quella sotto le festività natalizie. Questa volta per il meteo: non piove da settimane, lo smog – che si vede e si sente- il guano degli storni che ha costretto a chiudere il lungotevere ed i tentennamenti del commissario Tronca.

La presenza di agenti inquinanti nell’aria da giorni supera di gran lunga i limiti consentiti dalla legge: sembra di essere a Pechino, dicono i romani; per questo motivo l’annuncio  il 24 dicembre da parte del commissario straordinario al Campidoglio  di un blocco del traffico di ben due giorni, dalle 10 alle 16.  Ma le deboli piogge scese nella serata precedente, che hanno fatto abbassare i livelli delle centraline, inducono Tronca a cambiare idea nel pomeriggio del giorno stesso: bastano le targhe alterne. Un dietro-front probabilmente anche suggerito dalle ripercussioni che il blocco totale della circolazione avrebbe avuto su una città dove il sistema di trasporto pubblico, a detta dei suoi stessi cittadini, è roba da terzo mondo.

Ed è questa situazione di emergenza su cui si dibatte da giorni che cade, a sorpresa, una decisione a dir poco inspiegabile: il 25 dicembre, dalle 13, chiudono le linee A, B e C della metropolitana.  Perciò chi il giorno di Natale deve raggiungere parenti o amici deve prendere per forza la macchina, contribuendo all’inquinamento. Lo stesso vale per i tanti lavoratori in servizio anche durante le festività; per non parlare degli sprovvisti di auto, costretti alla solitudine o all’isolamento, e alle frotte di turisti e pellegrini lasciati a piedi: inevitabili le polemiche. Decisione demenziale, dicono sempre i romani.

Lunedì 28 e martedì 29 dicembre ci saranno quindi le targhe alterne al posto del blocco delle auto. A questa misura, per incentivare l’utilizzo dei mezzi pubblici, verrà affiancato un eco bit, il classico biglietto singolo da 1,50 euro che anziché 100 minuti sarà valido per tutta la giornata. Inoltre è stata fatta richiesta ad Atac, l’azineda di traspoprto pubblico romana, di predisporre un generico “potenziamento” delle corse nelle linee della metropolitana.

Si tratta di provvedimenti tampone, non risolutivi di un problema che andrebbe affrontato con una strategia a lungo termine. Al netto della complessità di una città monumentale ed affollata come Roma, è un dato di fatto che le amministrazioni che l’hanno guidata nel tempo non abbiano mai fatto un vero investimento sulla mobilità sostenibile: le piste ciclabili sono ridicole e basta confrontare la tabella oraria romana con quella di una qualsiasi altra capitale europea per rendersi conto che a Roma, anche  nell’anno del Giubileo, in termini di trasporto si è rimasti all’anno zero.

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    Serena Tarabini
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