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“Spegniamo la guerra, accendiamo la pace”. Il 25 gennaio la mobilitazione contro le guerre e le dittature

"spegniamo la guerra, accendiamo la pace"

Spegniamo la guerra, accendiamo la pace“. Questo è lo slogan della mobilitazione internazionale in programma per sabato 25 gennaio. In Italia sono già più di 50 gli eventi in programma da una parte all’altra del Paese, a cominciare dalla manifestazione che si terrà a Milano in piazza del Duomo a partire dalle 15.30.

Ne abbiamo parlato con Franco Uda, componente della presidenza nazionale dell’Arci e membro del collettivo che sta organizzando le manifestazione. L’intervista di Serena Tarabini a Fino alle Otto.

Cosa vi spinto in questo momento ad organizzare una manifestazione internazionale per la pace?

Le cose sono precipitate dopo l’omicidio del generale Soleimani da parte degli Stati Uniti. Quell’atto ha rischiato di farci entrare in una spirale molto pericolosa. La preoccupazione è aumentata in tutto il Mondo e questo ci ha indotto a muoverci e collegarci con la chiamata del movimento statunitense contro la guerra che ha fissato la data del 25 gennaio per la mobilitazione.
La cosa più rilevante è stata il modo in cui questa cosa è stata trattata in tutto il Mondo dai media. Se ne è parlato soltanto da un punto di vista geo-politico e di convenienza dei governi. Almeno dal 2011 la Siria sta vivendo una situazione difficilissima in cui la popolazione civile ha patito più di tutte gli accordi e i vertici e i movimenti delle grandi potenze. Noi invece vogliamo provare ad uscire da questa narrazione per rifocalizzare quello che accade veramente nella guerra: l’unica vittima è la popolazione civile.

Il movimento pacifista ha segnato con grandi eventi delle tappe fondamentali della nostra storia civile. Qual è lo stato di salute del movimento pacifista in Italia?

Questa è una domanda che negli ultimi anni ci hanno rivolto spesso. C’è un fraintendimento da questo punto di vista, perché si pensa che il termometro per stabilire qual è la temperatura di questo soggetto che chiamiamo movimento pacifista sia la capacità di scendere in piazza, ma è una misurazione assolutamente parziale. Il movimento pacifista nel nostro Paese ha proseguito la propria azione anche in un momento di oggettiva difficoltà nel convocare manifestazioni e mobilitazioni di massa. È una difficoltà percepibile che avvertono tutti, anche le grandi organizzazioni di massa.
Il movimento pacifista in questi anni non si è ritirato, ma ha studiato, si è riorganizzato e ha provato ad affrontare una fase differente della società e della vita pensando che dovesse anche provare a cogliere delle nuove sfide.
Bisogna essere onesti: la società civile non può limitare la propria azione soltanto alla mobilitazione di massa. Questo è un aspetto, uno strumento che abbiamo a disposizione e che stiamo usando in questa occasione, ma ne abbiamo anche altri. Abbiamo usato tantissimo in questi anni la dinamica dell’advocacy e delle campagne, ma anche delle proposte di legge. Queste sono forme che la società civile deve saper utilizzare e metterle insieme alla possibilità di scendere in piazza.
Da questo punto di vista in questi anni si è prodotto tanto. Proprio a Milano nel prossimo fine settimana ci sarà una cosa importantissima, che magari non farà tanto notizia: le due più grandi reti del nostro Paese, la rete della Pace e la rete del disarmo, andranno a fondersi insieme.

Qual è il messaggio che verrà lanciato con la manifestazione di sabato?

Ce ne sono diversi. Sicuramente la rifocalizzazione dell’attenzione verso le popolazioni locali e le dinamiche sociali che hanno caratterizzato e che hanno attraversato in questo periodo il Medio Oriente.
La richiesta di maggiori diritti da parte di quelle società ci fa anche riflettere sul tema stesso della democrazia, che altro non è se non uno strumento per attutire e riequilibrare una divaricazione che sta diventando sempre più ampia nel Mondo: la divaricazione tra le politiche dei governi e i bisogni dei governati.
L’altro messaggio è quello di risincronizzare le cose sul Mondo intero. Da questo punto di vista il movimento Fridays for Future ha fatto delle cose importanti: ha rimesso al centri una sincronia del Mondo intero. Non ce la caviamo più se pensiamo che il nostro Paese sta bene, non è in guerra ed è una democrazia compiuta se poi a qualche centinaio di chilometri da casa nostra ci sono i conflitti.

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    Il disco di debutto dei The Sophs è previsto per il prossimo 13 marzo ma la giovane formazione di Los Angeles sta già catturando l’attenzione di molti. Poco prima di partire per un tour che lì vedrà suonare in molti dei più grandi festival del 2026, due dei sei componenti della band sono passati ai microfoni di Volume per presentare l’album in uscita e suonare alcuni brani. Dalla nascita del progetto fino all’esperienza con la storica etichetta Rough Trade - “un sogno che si avvera”, spiega la band - abbiamo chiesto ai The Sophs anche il loro punto di vista, da statunitensi, sulla difficile situazione che il loro paese sta attraversando in questi giorni. “Ci vergogniamo del nostro governo, le persone in carica oggi non rappresentano in alcun modo i cittadini americani - spiega Ethan Ramon, prima di ricordare l’importanza del voto per supportare la propria comunità - “siamo tutti figli di immigrati, la cultura della diversità è la vera spina dorsale del nostro paese”. L'intervista di Elisa Graci e Dario Grande e il MiniLive dei The Sophs.

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