Approfondimenti

Le serie TV da non perdere a dicembre 2019

HIS DARK MATERIALS

Siete alla ricerca di nuove serie TV da vedere e non volete rimanere indietro con le ultime uscite? Ecco le migliori serie TV disponibili a dicembre 2019.

His Dark Materials su Sky Atlantic dal 1° gennaio 2020

Una trilogia «scritta da un ateo militante per promuovere l’ateismo e denigrare il cristianesimo prendendo di mira bambini e adolescenti». «Tre romanzi estremamente anti-fede, anti-cristiani e anti-cattolici, e pro-ateismo». «Un assalto diretto alla chiesa, di più, un assalto diretto a dio stesso!». Sono alcune delle pacate reazioni che diverse associazioni ultra cattoliche hanno rilasciato nel 2007, facendo attivamente campagna contro l’uscita del film La bussola d’oro (che fu un flop, ma probabilmente più per la scarsa qualità che per le azioni di boicottaggio).

Era l’adattamento del primo romanzo della trilogia fantasy Queste oscure materie, scritta dall’autore britannico Philip Pullman, e l’ostilità di alcune correnti della chiesa si era già manifestata ai tempi della pubblicazione dei romanzi, tra il 1995 e il 2000. Dichiarazioni che sono riemerse in questi ultimi mesi, dal momento che dai libri è stata tratta una nuova trasposizione, questa volta seriale.

S’intitola His Dark Materials, è una co-produzione tra l’inglese BBC e l’americana HBO, la messa in onda si è appena conclusa in Regno Unito e in Italia parte dal 1° gennaio su Sky Atlantic. Di cosa parla, dunque, questo racconto per ragazzi, per suscitare un’opposizione che non si vedeva dai tempi dei Versetti satanici di Salman Rushdie (o, per rimanere in ambito infantile, da Harry Potter)?

His Dark Materials è la storia di Lyra Belacqua, una ragazzina di 13 anni volitiva e testarda (interpretata qui dalla bravissima Dafne Keen, già co-protagonista di Logan – The Wolverine) che vive nella Oxford di un mondo parallelo al nostro; un mondo dove l’anima delle persone esiste accanto a loro nella forma di un daimon, un animale che in qualche modo ne rispecchia la personalità, e che funge da amico, compagno, aiutante, consigliere, voce della coscienza.

A detenere e amministrare il potere, in quest’universo, è il Magisterium, un’organizzazione insieme politica e religiosa che si pone come benevola ma è, a tutti gli effetti, più che sinistra: il suo scopo, si scopre, è eliminare i daimon che permetterebbero, attraverso una misteriosa sostanza chiamata Polvere, l’accesso ad altri mondi.

La serie tv è un grande sforzo produttivo, necessario a portare sullo schermo un universo fantasy ricchissimo e particolare, una mescolanza tra Ottocento e modernità; è scritta dal drammaturgo Jack Thorne (che per la tv ha lavorato in serie come Skins e This Is England) e i primi due episodi sono diretti da Tom Hooper, il regista premio Oscar per Il discorso del re. Da Oxford, Lyra viaggerà verso Londra e poi verso i gelidi territori del nord, inseguendo le luci dell’aurora boreale, e incontrerà i personaggi più disparati, dai nomadi gyziani all’aeronauta Lee Scoresby, da streghe misteriose a prodigiosi orsi polari parlanti e corazzati.

Nel cast, oltre alla giovane Dafne Keen, ci sono grandi attori britannici come Ruth Wilson, già protagonista di The Affair e qui nel ruolo della terribile e subdola Mrs. Coulter, e James McAvoy, interprete scozzese già in film come Espiazione, Split e la saga degli X-Men, più l’americano Lin-Manuel Miranda, creatore del grande successo musical Hamilton.

L’avventura è assicurata, come in ogni buon fantasy, ma è vero che Queste oscure materie si costruisce su un preciso messaggio politico: non anti-religioso, forse, ma sicuramente contro ogni tipo di integralismo dogmatico e a favore dell’indipendenza critica, della tolleranza, della ricerca della conoscenza e della libertà di pensiero. Comincia il 1° gennaio, e ci sembra il migliore degli auguri possibili per un felice anno nuovo.

La fantastica signora Maisel 3 è disponibile su Amazon Prime Video

The Marvelous Mrs. Maisel
Foto tratta dalla terza stagione di The Marvelous Mrs. Maisel su Amazon Prime Video

È ormai una tradizione: arrivano i primi di dicembre, spuntano le decorazioni, le strade s’illuminano di luci, si accendono e brillano gli alberi di Natale e su Amazon Prime Video arriva La fantastica signora Maisel. O The Marvelous Mrs. Maisel, secondo il titolo originale.

La serie è creata da Amy Sherman-Palladino, da lei prodotta insieme al marito e collaboratore Daniel Palladino, e già vincitrice, gli scorsi anni, di tre Golden Globe e 16 Emmy, tra le tantissime nomination ottenute.

La fantastica signora Maisel è diventata in fretta il titolo di punta del catalogo Amazon, adorata com’è da critica e pubblico. Un po’ come la sua protagonista, la signora Maisel del titolo, “praticamente perfetta sotto ogni aspetto” come Mary Poppins: ex casalinga per nulla disperata nella New York degli anni 50, con un guardaroba da far invidia alle dive hollywoodiane dell’epoca e una messa in piega sempre impeccabile.

Nel corso della prima stagione risorgeva dalle ceneri di un matrimonio finito, scoprendo di essere bravissima a fare la stand-up comedian – cioè la cabarettista, per dirla all’italiana. E iniziava, insieme alla manager Susie, a costruirsi difficoltosamente una carriera, tra successi, fallimenti e ripensamenti.

Questa terza stagione spalanca la porta degli anni 60, e l’universo della serie – così come il mondo, in quel periodo – si allarga ulteriormente: avevamo lasciato Midge e Susie in procinto di partire per un tour degli States insieme a Shy Baldwin, cantante crooner afroamericano molto celebre, e seguendo le tappe della tournée ci tuffiamo in sfavillanti versioni retrò di Las Vegas, Miami e Los Angeles.

Tutti i personaggi principali sono alle prese con cambiamenti insieme esilaranti e spaventosi: Susie ha una nuova e bizzosa cliente da gestire, oltre a Midge; Joel sta finalmente aprendo un night club; Abe, il padre di Midge, ha abbandonato il lavoro da professore universitario per ri-darsi all’attivismo politico… E pare che sia proprio la politica a non poter essere lasciata ancora a lungo ai margini dello show.

Le serie tv di Amy Sherman-Palladino, a partire dalla famosissima Una mamma per amica, sono sempre state ambientate in piccoli mondi idilliaci e come staccati dalla realtà, una provincia americana popolata di personaggi bizzarri, e innaffiata di nostalgia. Ma l’America degli anni 60, oltre al Boom economico ha visto anche l’esplosione delle battaglie per i diritti civili: la fantastica signora Maisel non affronta mai la questione di petto, non ancora, ma tra una battuta e l’altra sullo sfondo fanno capolino questioni serissime, per esempio accenni al razzismo, o al maccartismo del decennio precedente.

Evidente e sempre più dichiarato è invece il femminismo della serie: implicito già nella premessa narrativa – la storia di una donna che si emancipa, trovando se stessa, la propria voce, il proprio talento, contro il conformismo dell’epoca – è qui rimarcato da piccoli o grandi dettagli, spesso utilizzati in chiave comica, ma anche ben capaci di pungere perfino l’attualità.

E infine, riappare, con un’ulteriore vena di malinconia, il personaggio realmente esistito di Lenny Bruce: straordinario comico che con la propria arte sfidò continuamente il perbenismo a stelle e strisce, in nome della libertà di satira e di parola, morì nel 1966 a soli 40 anni. Chissà se la serie arriverà a questo drammatico evento nella prossima, già confermata, stagione?

Nel frattempo, la terza annata è ancora una volta da non perdere: col suo ritmo travolgente, i dialoghi esilaranti e una regia ancor più virtuosa nei tanti dolly e nei lunghi pianisequenza (quasi tutte le puntate sono dirette dalla stessa Sherman-Palladino), riconferma la propria natura eccezionale.

For All Mankind disponibile su AppleTV+

For All Mankind
For All Mankind, lo show di Apple TV

Sta per concludersi un anno di grandi anniversari, soprattutto perché abbiamo celebrato il cinquantennale di uno degli anni cruciali della storia recente: il 1969.

Circoscriviamo il campo ai soli Stati Uniti: nel 1969, l’anno in cui Nixon mette piede alla Casa bianca, 250 mila persone manifestano a Washington contro la guerra in Vietnam; a New York, nel Greenwich Village, i moti di Stonewall danno avvio alla lotta organizzata per i diritti LGBTQ; due concerti segnano l’apice e il declino della controcultura: Woodstock e Altamont; e gli omicidi perpetrati dalla family di Charles Manson sulle colline di Los Angeles mettono una pietra tombale sul sogno hippie e aprono le porte alla paranoia anni 70.

Ma più di tutto, probabilmente, a segnare la storia dell’intero mondo, nell’estate del 1969, è lo sbarco del primo e del secondo uomo sulla Luna: il 20 luglio Neil Armstrong e Buzz Aldrin scendono dall’Apollo 11, mentre tutto il mondo li guarda alla tv, e compiono un piccolo passo per un uomo e un grande balzo per l’intera umanità.

For All Mankind, in inglese, è il titolo di una delle serie originali di Apple Tv+, il nuovo servizio streaming di Apple, e comincia proprio in quell’estate del 1969, con i televisori freneticamente accesi sull’allunaggio. Solo che a scendere dalla scaletta e a salutare da lassù il nostro pianeta non è un astronauta americano, ma un cosmonauta sovietico, che si affretta a piantare tra la polvere lunare una bandiera dell’URSS.

La serie è co-creata da Ronald D. Moore, la mente dietro una delle produzioni seriali che hanno segnato gli anni zero, ovvero Battlestar Galactica: remake di un’omonima vecchia serie anni 70, da Moore veniva re-immaginata con la lente della fantascienza il più possibile realistica e si allungava sotto le ombre degli attentati dell’11 settembre.

For All Mankind è invece, per la precisione, un’ucronia, cioè una versione alternativa della storia a partire da un “cosa sarebbe successo se”. In questo caso: cosa sarebbe successo se fossero stati i russi ad arrivare sulla Luna prima degli americani, e a vincere dunque la “corsa allo spazio”?

La risposta di Ronald D. Moore e dei suoi sceneggiatori è, tanto per cominciare, che la corsa allo spazio non sarebbe finita, anzi: pressata dal neo presidente e dalle aspettative dell’opinione pubblica, la NASA non solo si affretta a spedire sulla luna Armstrong e Aldrin (e Michael Collins, il pilota che rimase in orbita mentre gli altri due scendevano a terra), ma organizza molte missioni successive.

Non solo: quando, ancora una volta, i sovietici mandano sulla Luna, dopo il primo uomo, la prima donna, gli statunitensi si trovano a dover addestrare in tutta fretta delle astronaute (non ce n’era nemmeno una: per avere Sally Ride, nella realtà, abbiamo dovuto aspettare fino al 1983).

E, dal momento che la gara tra Usa e URSS non è una competizione pacifica, ma uno dei tanti fronti della Guerra fredda, la conquista della Luna diventa presto un fatto esplicitamente militare, con già un occhio a Marte e ad altri pianeti. For All Mankind parte piano, un po’ come un’altra ucronia portata in tv negli ultimi anni, The Man in the High Castle da un romanzo di Philip K. Dick, su Amazon Prime Video.

Ma allargando la sua narrazione a cerchi concentrici getta uno sguardo interessante non solo sul passato, ma anche sul presente, sulle scelte individuali e universali e su come incidano, tutte, sul progresso e sull’evoluzione umana. E con la sua attenzione alla ricostruzione del periodo è anche una visione piacevole per gli appassionati di storia, per chi è interessato all’esplorazione spaziale e anche per più di un fan di Mad Man: è una serie TV perfetta per un recupero a dicembre 2019, durante le vacanze di Natale.

The Morning Show, tra #MeToo e sessismo quotidiano

The Morning Show
The Morning Show, la nuova serie di Apple TV+

Matt Lauer non è un nome molto noto da questa parte dell’oceano Atlantico, ma negli Stati Uniti è famosissimo: per vent’anni ha condotto il Today show sulla NBC, uno dei programmi di news del mattino più seguiti d’America; nello stesso periodo, ogni anno, ha presentato l’imperdibile parata del Ringraziamento, e ha fatto spesso da anchorman anche per Dateline, un storico programma tv serale.

Nel 2017, la NBC l’ha licenziato in tronco, dopo che una ex dipendente del canale l’ha denunciato per condotta sessuale inappropriata: un’indagine interna e poi inchieste di Variety e del New York Times hanno confermato qualcosa che nell’ambiente era risaputo, e cioè che per Lauer era abituale avere relazioni con dipendenti sue subordinate, e ostacolare la carriera di chi non rispondeva positivamente alle sue avance.

In poco tempo, ci siamo abituati a chiamare una vicenda come questa “una classica storia #MeToo”: potremmo citare molti esempi molto simili, a riprova del fatto che – ed è proprio il punto, troppo spesso frainteso, del movimento femminista – quest’abuso di potere è diffuso e sistemico, in ogni ambito lavorativo.

A differenza di Matt Lauer, l’attrice Jennifer Aniston è super celebre anche da noi: è stata Rachel nella fortunatissima sitcom Friends e poi protagonista, al cinema, di tante commedie romantiche. È stata anche – lo sanno tutti – la moglie di Brad Pitt, che – come hanno raccontato nei minimi dettagli i tabloid – l’ha lasciata per Angelina Jolie: inevitabilmente, secondo quegli stessi tabloid, perché Jolie è “bellissima”, mentre lei sarebbe “solo” carina.

Aniston è stata, nella narrazione collettiva, prima fidanzatina d’America e poi divorziata inconsolabile, al centro di un’attenzione spasmodica per la sua vita privata, le sue presunte gravidanze mai realizzate, il suo aspetto estetico, i suoi nuovi e vecchi amori.

Dove si incontrano (metaforicamente), Matt Lauer e Jennifer Aniston? Nella serie tv The Morning Show, una delle produzioni originali Apple per la nuovissima piattaforma streaming Apple Tv+: Aniston ne è la protagonista, nei panni di Alex Levy, conduttrice di un programma televisivo del mattino, da 15 anni amatissima del pubblico americano.

La serie comincia quando il suo co-conduttore Mitch Kessler (interpretato da Steve Carell), anche lui storico volto del programma apprezzatissimo dagli spettatori, viene cacciato: la vicenda è la stessa di Matt Lauer, anche se i nomi sono cambiati. A sorpresa, a sostituire Mitch, arriva Bradley Jackson, un’impulsiva e sconosciuta giornalista, più giovane (ma non troppo: la interpreta Reese Witherspoon) e più “fresca”: lo scopo neanche troppo velato dei dirigenti del network è quello di sostituire presto anche Alex, che ha 50 anni ed è già quindi ritenuta “troppo vecchia” per la tv.

The Morning Show si muove con consapevolezza sul confine tra realtà e spettacolo, in molti modi; è una serie di grande intrattenimento, ma cerca di esplorare le sfumature del #MeToo in modo stimolante e intelligente. Soprattutto, unendo le storie vere di Matt Lauer e Jennifer Aniston (la persona e il personaggio), affronta molte variopinte forme del comune sessismo quotidiano: dalle molestie considerate “inevitabili” e insabbiate per anni, al costante scrutinio del corpo di una donna, fino al plateale squilibrio di potere tra generi, nelle posizioni decisionali, in un quadro in cui tutto s’influenza e si tiene. E ci ricorda che la strada per la parità è ancora lunga e in salita.

The Mandalorian, Disney+ ci riporta nell’universo di Star Wars

The Mandalorian
The Mandalorian, la serie tv di Disney+

Un avventuriero solitario incede in un avamposto ai confini del mondo; entra in un saloon, popolato di tipi strambi e rumorosi, resta silenzioso. Il barista, dietro al bancone, sa cosa deve dire e cosa no. Alcuni brutti ceffi, invece, non l’hanno mai imparato: provocano lo straniero senza nome, e inevitabilmente la pagano. Solo alla fine si scopre il vero motivo per cui lui era lì: per catturare un ricercato e riscuotere la taglia.

È l’incipit di un western, più archetipico che mai, ma è anche l’incipit di The Mandalorian, serie ambientata all’interno dell’universo di Star Wars, più precisamente nel periodo che intercorre tra la fine della trilogia originale, dopo Il ritorno dello Jedi e la sconfitta dell’Impero, e l’inizio della trilogia sequel (che si concluderà il prossimo dicembre, al cinema, con Episodio IX: L’ascesa di Skywalker).

Il “mandaloriano” ha la stessa provenienza e lo stesso tipo di armatura che indossava Boba Fett, con lo stesso inconfondibile elmo che ne nasconde il volto, e fa il suo stesso lavoro: il cacciatore di taglie, appunto. Il saloon dell’inizio accoglie razze aliene molto diverse, un po’ come la famosa Cantina di Mos Eisley, quella dove Han Solo sparò per primo, nonostante le successive modifiche ai film volute da papà George Lucas.

E invece che spostarsi a cavallo, il nostro protagonista si muove per territori pericolosi e periferici con una piccola astronave. Ma non ci sono dubbi, almeno per ora: The Mandalorian è un western. A crearlo, produrlo e dirigerne l’episodio pilota c’è Jon Favreu, l’attore e regista che con il primo film di Iron Man diede avvio all’universo cinematografico Marvel; sotto l’elmo del “mandaloriano” c’è Pedro Pascal, diventato celebre con Il trono di spade e Narcos.

Accanto a lui, anche se quasi sempre irriconoscibili perché nascosti sotto il trucco prostetico, la computer grafica e il motion capture, ci sono Nick Nolte, Carl Weathers, Gina Carano, Taika Waititi, Giancarlo Esposito.

E, con una scelta azzeccatissima proprio per quanto sembra assurda, c’è il grande regista Werner Herzog in semplici vesti di interprete: ha dichiarato serenamente di non sapere assolutamente nulla di Star Wars ma di voler utilizzare il lauto stipendio per finanziare il suo prossimo film – a vederlo, comunque, non si stenta a credere che provenga da una galassia lontana lontana.

The Mandalorian è, al momento, il fiore all’occhiello di Disney+, la piattaforma streaming lanciata da Disney il 12 novembre scorso in Nordamerica e in pochi altri paesi (in Italia arriverà il 31 marzo, ed è già iniziato il countdown).

Per la prima volta, l’intero catalogo Disney – compresi i film per famiglie e le produzioni Disney Channel, oltre a tutti i classici animati e non – è disponibile interamente al pubblico, fatta eccezione per il film Songs of the South, in Italia conosciuto come I racconti dello zio Tom, realizzato nel 1946 e già allora contestato per come romanticizzava la schiavitù e la vita nel sud degli States prima della Guerra civile.

Per gli altri contenuti problematici, Disney ha deciso di non censurare o modificare nulla, per fortuna, ma semplicemente di far precedere la messa in onda da un cartello che avvisa della presenza di “rappresentazioni culturali datate” e di elementi razzisti “sbagliati ora come allora”.

In un mondo ideale, naturalmente, non ci sarebbe bisogno di alcun disclaimer, ma in quello odierno – e su un sito la cui offerta è dedicata in massima parte ai bambini – sembra l’unica soluzione.

Nei prossimi mesi il catalogo di produzioni originali Disney+ verrà rimpinguato con nuove serie, ambientate sia nell’universo di Star Wars sia in quello Marvel, e si capirà se e quanto la Casa di Topolino darà fastidio a Netflix e Amazon. Nel frattempo, la fantascienza-western di The Mandalorian è un ottimo biglietto da visita, e contiene pure un tenerissimo personaggio che sta già facendo impazzire i tanti fan online. Che la Forza sia con voi! Sicuramente una delle migliori serie TV da recuperare questo dicembre 2019.

  • Autore articolo
    Alice Cucchetti
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