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Grey’s Anatomy, la 17esima stagione con i protagonisti in mascherina

Grey's Anatomy

Come abbiamo raccontato già la scorsa primavera, la pandemia da COVID-19 ha, inevitabilmente, avuto un impatto notevole sulla produzione televisiva. Con i set chiusi e cast & troupe in lockdown, molte serie tv – soprattutto quelle classiche, da tv generalista, per le quali i tempi tra riprese e messa in onda sono strettissimi – hanno visto le proprie stagioni scorciate di diversi episodi, con una produzione interrotta e rimandata all’autunno. Tra queste c’era anche Grey’s Anatomy, ormai una delle serie più longeve della tv americana.

Creato da Shonda Rhimes, il medical drama ambientato a Seattle è giunto alla sua diciassettesima stagione: era iniziato nel 2005, in un’epoca televisiva che ci sembra ormai lontanissima, in cui erano proprio le serie da prima serata generalista a sperimentare con formati, trame e linguaggi, e sebbene fosse già, nei fatti, una soap opera ospedaliera, grazie alla scrittura intelligente e profondamente emozionante della sua autrice faceva parte a tutti gli effetti della stessa celebrata golden age televisiva di Lost, 24 e Desperate Housewives.

Stagione dopo stagione Grey’s Anatomy ha rivoluzionato tutto il suo cast – praticamente l’unico punto fermo è rimasta la protagonista Meredith Grey, interpretata da Ellen Pompeo – e ha allineato amori, tradimenti, casi medici impossibili, morti traumatiche e, di tanto in tanto, quelli che i fan hanno ribattezzato “episodi-catastrofe”, e che negli Usa continuano a essere veri e propri eventi tv.

Nei primi mesi dell’emergenza sanitaria, Grey’s Anatomy, e con lei diversi altri medical drama come The Resident e The Good Doctor, si sono resi protagonisti di una piccola ma commovente vicenda: hanno donato agli ospedali in difficoltà tutto il materiale medico in loro possesso, quindi mascherine, camici, guanti, vari dispositivi di protezione, che per ragioni di realismo sono in effetti gli stessi usati davvero negli ospedali. Quando, dopo qualche mese e con molte cautele, la produzione televisiva si è rimessa in moto, Grey’s Anatomy, come tante altre serie, si è trovata di fronte al dilemma: come trattare, sullo schermo, la pandemia? Fare finta di nulla, proseguire come se niente fosse, gettarsi nel totale escapismo per distrarre il pubblico, oppure prenderla di petto e farne argomento di narrazione?

Grey’s Anatomy, abituata com’è a trarre ispirazione da notizie vere per le sue puntate, non si è tirata indietro, e la diciassettesima stagione – cominciata in Usa qualche giorno fa, da noi in partenza il 24 novembre su Fox Italia – è ambientata un mese dopo l’inizio della diffusione dell’epidemia, nel pieno dell’emergenza. E dunque con i personaggi – non solo quelli di Grey’s Anatomy, ma anche i vigili del fuoco di Station 19, serie spinoff con cui c’è stato subito un crossover – che indossano mascherine e dispositivi di protezione, cercando di bilanciare, nella messa in scena, la necessità di realismo e il fatto che, per forza di cose, è necessario far vedere gli attori in faccia, almeno ogni tanto.

Grey’s Anatomy non è sola: anche altre serie, per esempio l’ancor più longeva Law & Order: Special Victims Unit o la strappalacrime This Is Us, hanno scelto di restare vicini agli spettatori anche in questo, continuando a riflettere la realtà sul piccolo schermo nonostante le difficoltà pratiche. È un territorio nuovo, ancora in mutazione, e che sicuramente cambierà seguendo l’evolversi dell’attualità. È ancora questa una delle forze maggiori della serialità vecchio stampo: la rapidità con cui sa stare attaccata al momento, la capacità di adattarsi per registrare e commentare la contemporaneità.

Foto dalla pagina Facebook di Grey’s Anatomy

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    Alice Cucchetti
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La politica americana e le serie TV

Politica Serie TV - Donald Trump 2020

C’è chi non ha esitato a definirla “la migliore serie tv dell’anno”, e in effetti la lunga maratona elettorale che ha tenuto gli occhi del mondo intero puntati sugli Stati Uniti d’America per quasi una settimana è stata ricca di momenti al cardiopalma e colpi di scena: prima il cosiddetto red mirage, con tanto di autoproclamazione di Trump nel bel mezzo della conta dei voti a fare da cliffhanger.

Poi i voti di città come Milwaukee e Detroit che ri-colorano di blu Wisconsin e Michigan; la storia a sé della “rossissima” Georgia, da sempre attraversata da una sistematica soppressione del voto afroamericano, dove inaspettatamente Biden passa in vantaggio, grazie al lavoro straordinario di attiviste come Stacey Abrams; infine Philadelphia e Pittsburgh e i voti per posta che, come in un salvataggio all’ultimo minuto, consegnano la Pennsylvania e la Casa bianca a Joe Biden e Kamala Harris. E poi la festa per le strade, e una coda che denuncia che non è ancora finita: Trump si rifiuta di riconoscere la sconfitta, cosa succederà nella prossima puntata?

Complice la pandemia e la straordinaria partecipazione al voto, questa tornata elettorale è stata diversa dalle precedenti, ma la sensazione che la politica a stelle e strisce assomigli più a uno show che alla realtà non è casuale. Prima di tutto perché la relazione fra politica e televisione lì è forse perfino più stretta che altrove: basterebbe il fatto che a dichiarare la vittoria sono proprio i network, ma fin dal lontano primo confronto in diretta tv tra due candidati, tra Kennedy e Nixon del 1959, che, secondo molti osservatori, consegnò la presidenza al primo perché il secondo apparve malconcio, raffreddato e nervoso, i politici hanno capito che il modo in cui appaiono e si raccontano alle telecamere è cruciale.

Da decenni i candidati sono anche personaggi televisivi, determinati a partecipare a quella grande auto-narrazione collettiva che fa la forza degli States; Donald Trump, poi, era una celebrità tv già prima di diventare presidente e, anzi, ha trasformato la sua campagna elettorale prima e il suo mandato poi in un reality show che tutti erano obbligati a seguire, un po’ come in una puntata di Black Mirror.

Dichiarazioni shock, bugie spudorate, accuse e controaccuse, uno staff in continuo stravolgimento, rivelazioni e pugnalate alle spalle da parte di ex alleati, gaffe che diventano tormentoni: è il linguaggio del reality, e ha saputo spiazzare giornalisti esperti e pubblico, incastrando tutti in un ciclo di news frenetico e incessante. Anche la televisione di fiction si è trovata disorientata: gli sceneggiatori di political drama spericolati come Homeland e Scandal hanno dichiarato in passato di faticare a competere con una realtà più assurda di ogni possibile immaginazione.

In un certo senso, però, la tv Usa ha spesso “anticipato” la politica: ai tempi di George W. Bush, la serie idealista The West Wing (ne parlavamo qualche settimana fa, la trovate tutta su Amazon Prime Video) aveva portato alla sua finzionale Casa bianca un primo presidente latinoamericano incredibilmente simile a un certo Barack Obama che si sarebbe candidato, nella realtà, solo dopo la fine della serie. E, durante il secondo mandato dello stesso Obama, la serie House of Cards con Kevin Spacey ha raccontato una Washington corrotta e maneggiona, in cui un politico senza scrupoli manipolava chiunque in un vuoto gioco di potere per il potere.

L’esilarante comedy Veep, invece, seguiva lo stupidissimo staff di una vicepresidente incompetente collezionare una figuraccia dopo l’altra. E quando, sabato scorso, lo staff di Trump capitanato da Rudy Giuliani ha tenuto una conferenza stampa davanti all’azienda di giardinaggio Four Seasons Total Landscaping, accanto a una videoteca porno nella periferia di Philadelphia, invece che al prestigioso hotel Four Seasons del centro, probabilmente per un errore di prenotazione… beh, è sembrato a tutti che un episodio di Veep fosse diventato realtà. Nessuno ha la sfera di cristallo, ma per sapere cos’accadrà tra quattro anni ogni tanto forse conviene dare un’occhiata anche alle serie tv.

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    Alice Cucchetti
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The Mandalorian, la seconda stagione arriva su Disney+

mandalorian

Finalmente è tornato: quello che il reparto comunicazione Disney si ostina a chiamare The Child, “il Bambino”, ma che per tutti o quasi è semplicemente Baby Yoda. Cioè il vero co-protagonista di The Mandalorian, la serie tv di Star Wars disponibile in esclusiva sulla piattaforma streaming Disney+, dove venerdì 30 ottobre è cominciata la seconda stagione.

Il vero eroe dello show dovrebbe essere il Mandaloriano del titolo, un misterioso cacciatore di taglie nascosto sotto un’armatura pressoché indistruttibile, interpretato da Pedro Pascal; ma da quando, alla fine dell’episodio pilota, è incappato nel piccolo alieno verde dalle grandi orecchie, appartenente alla stessa specie dell’anziano maestro Jedi Yoda, ma in versione cucciolo, è parso chiaro chi avesse davvero rubato il cuore al pubblico.

Una buonissima notizia per la Disney, visto che Baby Yoda è anche una ghiotta occasione di merchandising: praticamente è un pupazzo già pronto per i Disney Store, dove infatti lo si può trovare in diverse forme (tra cui una in cui muove le orecchie e il volto emettendo suoni, non troppo diversa dal sofisticato animatronic usato sul set per le riprese).

La seconda stagione di The Mandalorian è partita col botto, con un bell’episodio avventuroso che, com’è ormai marchio della serie, mescola alla perfezione il western, la fantascienza, gli effetti speciali, l’attenzione maniacale ai dettagli dell’universo di Star Wars (ma tranquilli, anche se non sapete nulla di Guerre stellari, potete godervelo lo stesso). L’ha diretto Jon Favreau, l’uomo d’oro della Disney, colui che ha originato l’Universo cinematografico Marvel con Iron Man e ha firmato i lucrosi adattamenti fotorealistici di Il libro della giungla e Il re leone, e che per The Mandalorian ha perfezionato una funzionalissima tecnologia capace di integrare vasti panorami disegnati al computer e riprese dal vero in relativamente poco spazio.

La serie è la punta di diamante di Disney+, e anche uno dei pochi contenuti originali degni di nota (ne approfittiamo per segnalare anche la serie The Right Stuff, che ricostruisce ottimamente la storia vera dei Mercury 7, i primi sette astronauti della NASA). E Disney+, piattaforma streaming che riunisce l’immenso catalogo della Casa di Topolino (cioè tutto quanto è targato Disney, Pixar, Marvel, Star Wars e National Geographic, più parti consistenti della neo-acquisita library Fox), si è rivelato l’ancora di salvezza per gli studios, in quest’anno orribile di pandemia. In epoca pre COVID-19 i maggiori introiti della compagnia di zio Walt provenivano infatti dai parchi di divertimento e dalla crociere, e dalle uscite evento cinematografiche con tutto l’indotto collegato.

Ora le crociere sono giustamente sospese, i parchi, quando non sono chiusi, funzionano a capienza ridotta, e i film che dovevano uscire al cinema sono in un limbo e imprevedibile. A settembre, per esempio, il blockbuster Mulan, che sarebbe dovuto uscire lo scorso marzo, è stato distribuito on demand, a circa 21 euro, e lo stesso succederà a dicembre con Soul, il prossimo atteso film Pixar. Esperimenti che potrebbero, purtroppo per gli esercenti di tutto il mondo, diventare normalità: gli studios puntano tutto su Disney+, al punto che hanno messo in cantiere diverse produzioni originali. Presto The Mandalorian e Baby Yoda non saranno più soli. Ma a che prezzo?

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    Alice Cucchetti
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Lovecraft Country, la serie horror antirazzista

lovecraft country

È la settimana di Halloween, e data la situazione sanitaria mondiale quest’anno più che mai per festeggiare è necessario rivolgersi al piccolo schermo. E se c’è una cosa che ci ha abbondantemente dimostrato l’attuale pandemia, è che il vero terrore non è quello causato da fantasmi, mostri, zombie e vampiri, ma da cose più verosimili, tangibili, umane. “Tutti i mostri sono umani” ribadisce, infatti, American Horror Story, una delle serie horror più significative dell’ultimo decennio (se volete recuperarla, trovate le prime cinque stagioni su Amazon Prime Video); “i mostri umani sono peggio di tutti gli altri mostri” potrebbe aggiornare il motto Lovecraft Country, nuova produzione HBO che in Italia sbarca, su Sky Atlantic, proprio il 31 ottobre. “La terra di Lovecraft” del titolo è il New England protagonista della maggior parte dei racconti di H.P. Lovecraft, uno dei massimi autori di horror, fantascienza e fantastico mai esistiti: nato e vissuto a Providence, nel Rhode Island, tra il 1890 e il 1937, affiancato a Edgar Allan Poe per rilevanza nella storia della letteratura statunitense, è considerato l’inventore della weird fiction, corrente letteraria capace di mescolare ispirazioni contrastanti e garantire un’inquietudine straniante, e della filosofia poetica del cosmicismo, dominata da grandi divinità antiche indifferenti alle sorti dell’uomo e da un male atavico e inestinguibile che si nasconde perennemente sotto la superficie della realtà. La serie Lovecraft Country, però, non è un adattamento diretto da Lovecraft, ma una sua rielaborazione: prende le mosse da un romanzo omonimo, scritto nel 2016 da Matt Ruff e pubblicato in questi giorni in Italia da Piemme, che rievoca creature e atmosfere lovecraftiane (ma non solo) per inventare vicende nuove. E ambientarle in un contesto fondamentale: libro e serie si svolgono negli anni 50 della segregazione razziale, e i protagonisti sono tutti afroamericani. Il giovane Atticus Freeman detto Tic è un reduce della guerra di Corea che, rientrato a Chicago, si mette sulle tracce del padre scomparso, appunto, nella cosiddetta Lovecraft Country; lo accompagnano l’amica d’infanzia Letitia e lo zio George, ma col procedere degli episodi il nucleo di personaggi principali è destinato ad allargarsi, e gli stili, le ispirazioni e le dinamiche narrative a variare molto e a stratificarsi: ci saranno sette occulte e creature mostruose, spettri, streghe e demoni, viaggi extradimensionali e salti spaziotemporali, incantesimi e maledizioni, ma a fare più paura di tutte queste cose messe assieme sarà il razzismo sistemico e violento con cui i nostri eroi sono costretti a combattere letteralmente a ogni passo. Tra i produttori della serie, oltre all’onnipresente J.J. Abrams, c’è Jordan Peele, autore che – soprattutto con i film Scappa – Get Out e Noi – si è configurato, negli ultimi anni, come capofila di quello che viene chiamato social horror, un tipo di cinema che usa il genere horror per esplicitare concretissimi orrori sociali contemporanei, in particolare quelli del razzismo. L’autrice e showrunner di Lovecraft Country, però, è Misha Green, sceneggiatrice afroamericana, classe 1984, che già aveva co-creato una serie – da noi inedita – ambientata nel sud degli States prima della Guerra di Secessione e intitolata Underground. Nei suoi otto episodi, ricchissimi di riferimenti letterari, cinematografici, culturali e storici, Lovecraft Country si riappropria per i neri americani di un genere da cui sono stati sistematicamente esclusi o vittimizzati: lo stesso H.P. Lovecraft era un razzista convinto, come dimostrano alcuni suoi scritti. La serie opera una sovversione potentissima, dal punto di vista dell’immaginario, in molti modi e a diversi livelli; senza mai smettere di essere, nel frattempo, anche ottimo intrattenimento, avventuroso e – inevitabilmente – un po’ spaventoso. Perfetto per la notte di Halloween, ma anche per tutto il resto dell’anno.

Foto | Twitter

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    Alice Cucchetti
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La speciale riunion di The West Wing

West Wing Special to Benefit When We All Vote

Durante questi mesi di pandemia, con l’industria dello spettacolo statunitense interrotta o quasi, un piccolo sottogenere d’intrattenimento si è diffuso: le reunion via videoconferenza, ognuno da casa propria, di interi cast di serie tv amate e concluse da tempo. Quasi sempre il pretesto è la rilettura di un copione storico, per beneficenza, il tutto intervallato da momenti teneri, ricordi, risate. Il cast di The West Wing ha fatto qualcosa di simile sulla carta, ma differente nella sostanza: s’intitola A West Wing Special to Benefit When We All Vote, è stato registrato a inizio ottobre ed è disponibile dal 15 sulla piattaforma streaming americana HBO Max.

A West Wing Special to Benefit When We All Vote è la rimessa in scena integrale di un episodio della terza stagione e ha come obiettivo sostenere l’associazione no profit When We All Vote, co-fondata e presieduta da Michelle Obama, impegnata ad aiutare tutti gli aventi diritto a esercitare il proprio voto (e le immagini delle lunghe file ai seggi che già giungono da oltreoceano, dagli stati in cui si è già iniziato a votare, ricordano come in quella che si autoproclama da sempre “la più grande democrazia del mondo” votare non sia affatto semplice come dovrebbe).

Questo special di The West Wing, però, non è una semplice lettura via Zoom, ma una sorta di versione teatrale in presenza, dall’Orpheum Theater di Los Angeles, della sceneggiatura firmata, nel 2002, da Aaron Sorkin, il celebre autore, premio Oscar per lo script di The Social Network, di cui tra l’altro Netflix ha appena pubblicato l’ultimo film, Il processo ai Chicago 7; l’intero cast di The West Wing si è prestato all’evento, anche chi compariva solo in un ruolo minore, anche Rob Lowe, che aveva lasciato la serie dopo la quarta stagione: unica eccezione il compianto John Spencer, scomparso nel 2005, qui sostituito da Sterling K. Brown.

Il risultato è un’inedita versione intima e commovente, punteggiata dagli interventi della stessa Michelle Obama, Lin-Manuel Miranda, Samuel L. Jackson, come piccoli “spot” di promozione del voto. Per il pubblico italiano, The West Wing non è probabilmente la serie entrata nell’immaginario collettivo che è per gli spettatori a stelle e strisce, ma dal momento che, da qualche tempo, è interamente disponibile su Amazon Prime Video, vale la pena recuperarla: andata originariamente in onda dal 1999 al 2006, per sette stagioni da 22 episodi l’una, era prodotta dalla rete super generalista NBC e raccontava, in prima serata, il dietro le quinte di un’immaginaria Casa Bianca guidata da un altrettanto immaginario presidente democratico, Jed Bartlet, interpretato dal grande Martin Sheen.

Per le prime quattro stagioni ogni episodio era firmato dallo stesso Sorkin, scrittore dalla voce riconoscibilissima – oltre a The Social Network, sono suoi anche i film Codice d’onore, Il presidente – Una storia d’amore e L’arte di vincere e la serie The Newsroom –, in cui le parole corrono veloci, i dialoghi suonano come musica, elementi di commedia prelevati dalle screwball comedy della Hollywood classica si mescolano a momenti di grande retorica e commovente impegno civile. Proprio con The West Wing, insieme al regista Thomas Schlamme (che ha diretto anche la sopra citata reunion) e al produttore di E.R. John Wells, ha perfezionato la tecnica del walk & talk, quelle lunghe sequenze in cui i personaggi parlano e camminano, poi molto usate dalla tv per il loro dinamismo. E, soprattutto, ha portato al pubblico americano un’idea di political drama che non fosse solo cinismo e scandali, ma anche competenza, professionalità, idealismo, lavoro collettivo e la quotidiana fatica del compromesso con l’obiettivo del bene comune.

Una fantasia, secondo molti, certamente rosea: è vero che in The West Wing i “buoni” vincono quasi sempre, ma è il percorso che fanno per arrivarci, illuminato dalle complessità del vivere e del governare democratico, quello che alla serie interessa davvero, quello in cui si può trovare – anche nella realtà – l’entusiasmo necessario alla buona politica. Quella di cui abbiamo bisogno come l’aria. Ribadiamo il consiglio: recuperatela.

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    Alice Cucchetti
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We Are Who We Are, su Sky la serie d’autore di Luca Guadagnino

We Are Who We Are

La nuova serie d’autore di Luca Guadagnino, We Are Who We Are, arriva anche in Italia grazie a Sky.
Fino a un decennio fa, tv e cinema erano due universi paralleli. Certo, poteva capitare che un regista si facesse le ossa sui set televisivi (Steven Spielberg, per dirne uno), o che qualche attore, forte della popolarità acquisita sul piccolo schermo, riuscisse a fare il salto sul grande. La direzione inversa – dal cinema alla tv – era praticamente inesistente: chi mai, dopo aver sfondato nella settima arte, avrebbe voluto “tornare indietro” alla sorella minore e disprezzata?

Il panorama è oggi cambiato al punto che il flusso sembra scorrere al contrario: attori, registi e sceneggiatori cinematografici si rivolgono alla tv, in particolar modo a reti prestigiose e ricche di mezzi come HBO. La ragione risiede nelle modifiche al panorama dell’intrattenimento degli ultimi anni: il cinema è sempre più diviso tra giganteschi blockbuster per tutta la famiglia e piccoli film super indie e a basso budget, che rischiano di essere visti solo da addetti ai lavori; la televisione predilige sempre di più il formato della miniserie, così che l’impegno per gli attori e i registi coinvolti non duri più diversi anni come un tempo ma solo qualche mese, poco più di un film.

Quello che una volta era l’intrattenimento adulto, complesso, più o meno serio, a medio budget, oggi si trova più facilmente in tv che al cinema (ovviamente la pandemia sta trasformando anche questo scenario e nessuno sa ancora come). Sky Italia, che negli ultimi anni, dopo gli exploit di Romanzo criminale e Gomorra, sta producendo sempre più contenuti seriali originali di qualità, con un occhio al mercato internazionale, punta molto sulla sinergia con autori e registi cinematografici: dopo la versione italiana di In Treatment diretta da Saverio Costanzo e soprattutto le due miniserie The Young Pope e The New Pope di Paolo Sorrentino, in questi giorni è andata in onda Petra di Maria Sole Tognazzi, e a breve arriveranno Romulus, prodotta da Matteo Rovere a partire dal suo film Il primo re, Cops di Luca Miniero, e sono annunciati progetti dei fratelli D’Innocenzo (i registi di Favolacce), di Gabriele Muccino, di Carlo Verdone. Soprattutto, da venerdì 9 ottobre è approdata su Sky We Are Who We Are di Luca Guadagnino, l’acclamato regista di Io sono l’amore, A Bigger Spalsh, il remake di Suspiria e Chiamami col tuo nome.

È soprattutto quest’ultimo titolo ad avergli dato notorietà internazionale, e infatti la serie We Are Who We Are è una collaborazione tra Sky Italia e la statunitense HBO, dove è partita qualche settimana prima rispetto a noi, e richiama atmosfere e percorsi di quel film: è un teen drama, una storia con protagonisti un gruppo di adolescenti colti in un cruciale momento di passaggio verso l’età adulta, definito dall’esplorazione della propria identità e dei propri desideri. Nel cast ci sono attrici note come Chloe Sevigny e Alice Braga, e giovanissimi talenti come il protagonista Jack Dylan Grazer e Francesca Scorsese (figlia di Martin), ma come in tutti i titoli di Guadagnino è l’ambiente a fare la differenza e a giocare un ruolo imprescindibile: We Are Who We Are si svolge in un luogo ameno e praticamente inesplorato dallo schermo, una base militare americana su suolo italiano, a tutti gli effetti un microcosmo chiuso e autosufficiente, separato dal mondo circostante, che quasi sempre ignora e con cui qualche volta si scontra. Una metafora perfetta dell’adolescenza, e aderente ai temi abituali di Guadagnino e alla sua abilità nel raccontare contesti non comuni e privilegiati. We Are Who We Are ha anche lo stile ondivago e viscerale del regista, la visione si avvicina più a un’esperienza, a un’esplorazione che a un racconto tradizionale, è fluida, proprio come le identità di genere, etnia, nazionalità e orientamento sessuale dei suoi protagonisti. Qualcosa che nella tv italiana si vede di rado. L’altro esempio è SKAM: non è un caso che anche questo sia un teen drama, rivolto a un pubblico di adolescenti, una nuova generazione più libera, coraggiosa e sincera.

Foto dalla pagina Facebook ufficiale di HBO

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    Alice Cucchetti
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Mrs. America, la serie tv sulle battaglie femministe anni ’70, arriva su TIMVISION

Mrs America

Mrs. America, la serie tv sulle battaglie femministe degli anni ’70, arriva anche in Italia grazie a TIMVISION. È l’inizio degli anni ’70, subito dopo i turbolenti Sixties, fitti di battaglie per i diritti civili, proteste pacifiste contro la guerra in Vietnam, la nascita dei movimenti per i diritti LGBTQ con i moti di Stonewall e una nuova ondata di femminismo, quella del Movimento di liberazione della donna. Il Congresso americano ha approvato, a larga maggioranza bipartisan, l’Equal Rights Amendment, un piccolo emendamento alla costituzione che sancisce la parità di diritti tra persone di ogni sesso: perché diventi legge è sufficiente che almeno 38 stati lo ratifichino entro il 1979, ma non sembra un problema, democratici e repubblicani concordano – insieme alla maggioranza degli americani, stando ai sondaggi – che proclamare l’eguaglianza di genere secondo la legge sia una cosa scontata.

Dieci anni dopo, il panorama è drammaticamente cambiato: l’Equal Rights Amendment non è stato approvato, tutti i movimenti per i diritti civili sono stati ricacciati indietro, nel celeberrimo riflusso anni 80, il presidente degli Stati Uniti è Ronald Reagan, ex stella del cinema appartenente all’area più conservatrice del partito repubblicano. Cos’è successo? Prova a raccontarlo Mrs. America, un’ottima miniserie storica disponibile dall’8 ottobre sulla piattaforma streaming TIMVISION.

Lo fa concentrandosi sulla battaglia femminista americana degli anni 70 contrapposta al percorso di Phyllis Schlafly, un nome che forse non molti ricordano, ma che ha in effetti cambiato la storia. Schlafly era una donna iper conservatrice, ossessionata dall’anticomunismo, interessata a questioni di difesa, armamenti nucleari e politica estera. Per diverse volte si era candidata al Congresso con i repubblicani, ma non era mai stata eletta.

Negli anni 70, la sua strategia cambiò: concentrò tutte le sue energie nella lotta contro i femminismi e contro l’approvazione dell’ERA, formando comitati di casalinghe in tutta America, alleandosi con le frange più estreme della destra, dagli evangelici antiabortisti a membri del KKK, e riuscendo con la sua attività di lobbying a bloccare l’emendamento. Accanto a Schlafly, che in Mrs. America è interpretata da una bravissima e terribile Cate Blanchett, la miniserie racconta leader femministe straordinarie, come Gloria Steinam, Bella Abzug, Betty Friedan e Shirley Chisholm, non mancando di metterne in luce le ombre e le contraddizioni, ma sempre sottolineando la difficoltà e la complessità della loro battaglia.

Perché – si sono chiesti in molti – scegliere una tremenda controrivoluzionaria come Schlafly a far da filo conduttore alla serie? Innanzitutto perché Phyllis Schlafly era un paradosso vivente: una donna anti-femminista, che diceva di difendere “i diritti delle casalinghe”, che sosteneva che il luogo d’elezione della donna fosse tra le mura domestiche, ma che, nello stesso tempo, tra le mura domestiche non ci stava mai, faceva costantemente campagna elettorale, perseguiva una carriera politica d’alto profilo, era paradossalmente – come disse Gloria Steinem – “una delle donne più emancipate d’America”.

E poi perché nella storia di Phyllis Schlafly si annida l’origine dell’Alt-right americana di oggi: le sue tecniche manipolatorie, le menzogne, le fake news, la demonizzazione dell’avversario, la polarizzazione, e insieme la legittimazione di frange estreme razziste e sessiste hanno dato inizio a un contro-movimento conservatore che – come vediamo bene oggi – ha diviso profondamente il paese, trascinandolo indietro. È anche un modo – e qui sta la forza di Mrs. America – di farci capire che le battaglie femministe non sono solo un affare di donne, una nota a piè pagina della storia: sono un campo cruciale di battaglia per tutti, e che riguarda tutti, e che determina la funzionalità e la sopravvivenza della democrazia.

Foto dalla pagina Facebook ufficiale di Mrs. America

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    Alice Cucchetti
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Emmy 2020: in una cerimonia in remoto, trionfano Watchmen, Succession e Schitt’s Creek

emmy 2020

Per una volta, la cerimonia stessa ha attirato più attenzione dei risultati: come già qualche settimana fa con le convention dei partiti democratico e repubblicano, c’era una certa curiosità per il modo con cui la produzione degli Emmy Award sarebbe riuscita a mettere in piedi una versione da remoto del tradizionale award show.

La sera del 20 settembre, dallo Staples Center di Los Angeles e in diretta nazionale sulla rete ABC (da noi, come ogni anno, su Rai4), il presentatore e comico Jimmy Kimmel ha distribuito gli Emmy 2020, i premi più importanti della tv, o meglio, i “Pandemmys”, come li ha soprannominati scherzando nel monologo iniziale, recitato davanti a una platea deserta ma montato su immagini di star sorridenti prese dalle passate edizioni. Un po’ come in una gigantesca riunione in smart working, la maggioranza dei candidati era collegata via Zoom da casa propria: qualcuno in solitaria, qualcuno con amici e parenti, altri ancora con i colleghi di set, ma, in questo caso, rigorosamente distanziati o con la mascherina sul viso.

Fuori dalla porta di casa di ogni candidato, un emissario dell’Academy of Television Arts and Sciences, protetto da una sorta di scafandro nero irrimediabilmente comico, era pronto a consegnare un Emmy al potenziale vincitore, per conservare il bello della diretta, l’imprevedibilità e l’emozione autentica di scoprire il verdetto solo ed esclusivamente all’apertura della busta.

Ci sono stati, inevitabilmente, alti e bassi, ma in generale il format ha retto, e anzi a qualcuno è sembrato più fresco, o quantomeno diverso dalla solita celebrazione elegantissima e un po’ paludata. Anche tra i premiati, però, si sono visti risultati storici, primo fra tutti quello della sitcom Schitt’s Creek, una piccola serie canadese, durata ben sei stagioni ma in Italia ancora inedita: inaspettatamente si è portata a casa tutti i premi della sua categoria, quindi migliori attori e attrici, protagonisti e non protagonisti, regia, sceneggiatura e naturalmente miglior serie comedy, qualcosa che non era mai successo prima. Lo show, creato insieme da Eugene e Daniel Levy, padre e figlio, racconta di una famiglia, ricchissima e totalmente scollata dalla realtà, che perde tutto: è una serie insieme satirica (soprattutto nei confronti di certi miliardari da reality show), sia capace di scaldare il cuore, e di evolversi nel corso delle sue sei annate, e pare che gli spettatori statunitensi l’abbiano scoperta, con un passaparola inarrestabile, proprio in questi mesi di lockdown.

Un’altra vittoria storica è quella della ventiquattrenne Zendaya come miglior attrice drammatica per Euphoria: l’ex star del Disney Channel è la seconda donna nera a trionfare in questa categoria, e la più giovane vincitrice di sempre. Euphoria è una serie HBO, ed è proprio il celebre network via cavo a uscire da dominatore indiscusso da questi Emmy 2020: erano ben più attese, ma sicuramente meritate, le tante statuette andate alle sue Succession (miglior serie drammatica) e Watchmen (miglior miniserie), oltre a The Last Week Tonight with John Oliver (miglior talk show).

Se si contano anche i premi per le categorie tecniche consegnati nei giorni scorsi, e quello vinto come miglior attrice dalla splendida Regina King (che indossava una maglietta col volto di Breonna Taylor e ha usato il suo discorso per spingere gli spettatori ad andare a votare a novembre), Watchmen è la serie che ha portato a casa più Emmy: 11. Ancora una volta, nonostante l’enorme quantità di nomination messe insieme, Netflix e altre piattaforme devono accontentarsi delle briciole: come a dire, anche attraverso la buona riuscita della serata, che non ci sono pandemie o siti di streaming che tengano, la cara vecchia tv è ancora in forma. 

Foto | Facebook

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    Alice Cucchetti
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Perry Mason 2020, il ritorno dell’avvocato più incorruttibile d’America

perry mason 2020

Insieme ad Atticus Finch, il papà della protagonista-narratrice di Il buio oltre la siepe, è Perry Mason l’avvocato più celebre dell’immaginario a stelle e strisce: retto, incorruttibile, pressoché infallibile, difende solo imputati di specchiata innocenza e riesce sempre a scagionarli, spesso spingendo il vero colpevole a una pubblica confessione, interrogandolo alla sbarra dei testimoni.

Perry Mason andò in onda per la prima volta dal 1957 al 1966, in bianco e nero, sulla rete statunitense CBS, per un totale di 271 episodi considerati il fondamento di un genere televisivo di grande successo, il legal drama o courtroom drama, quel tipo di serialità in cui ogni episodio è organizzato attorno a un caso dibattuto in tribunale. A interpretare il protagonista, l’attore Raymond Burr, che pochi anni prima era stato l’inquietante assassino di La finestra sul cortile di Alfred Hitchcock, e che, successivamente, sarebbe rimasto per sempre Perry Mason: letteralmente fino alla morte, visto che tra anni 80 e 90 ritornerà a vestire il ruolo per molti tv movie gialli della NBC. Eppure Burr non è l’unico volto di Mason: negli anni 30 era stato interpretato al cinema da Warren William, in alcuni film della Warner Bros., e negli anni 70 la CBS aveva tentato un primo revival televisivo, con Monte Markham. Alla lista si aggiunge anche Matthew Rhys, che qualche spettatore già conosce per esser stato la spia Philip Jennings in sei stagioni della bellissima serie The Americans. Ora interpreta il celebre avvocato in una nuova versione di Perry Mason, in onda su Sky Atlantic e disponibile su Now Tv.

La serie, prodotta da HBO, è però molto molto diversa dal Perry Mason classico che in molti ricordiamo: tanto per cominciare, si tratta a tutti gli effetti di un prequel, e anche, più propriamente, di una origin story. Perry non è ancora un avvocato, ma un investigatore privato, e non esattamente di grande successo: negli anni 30 della Grande depressione, subito dopo un brutto divorzio, con un figlio lontano, gli incubi della Prima guerra mondiale a tormentarlo e un frequente ricorso all’ubriachezza, sembra un personaggio disperato e alla deriva.

La prima stagione del nuovo Perry Mason, allora, è la storia di come quest’uomo spezzato si trasforma nel difensore dei deboli per eccellenza, cercando di risolvere, contro tutto e tutti, un caso terribile – il rapimento e l’omicidio di un neonato, di cui viene accusata la madre, in un processo spettacolarizzato dai media – e scoperchiando un intrigo purulento di corruzione che coinvolge mezza Los Angeles. Ed è soprattutto l’ambientazione da classico noir losangelino, con impeccabile ricostruzione d’epoca, a dare fascino a questo nuovo Perry Mason, che si avvicina di più al clima dei romanzi di Eric Stanley Gardner, pubblicati con frequenza impressionante dal 1933 fino agli anni 80. L’assistente Della Street, l’investigatore Paul Drake, il procuratore distrettuale e nemesi Hamilton Burger: i personaggi classici ci sono tutti, anche se ancora parecchio diversi da quelli che diventeranno.

HBO aveva inizialmente presentato la nuova Perry Mason come una miniserie, ma – andata in onda in Usa quest’estate – si è rivelata una delle serie recenti più di successo del canale: una seconda stagione è confermata, e Perry è sicuramente già pronto ad accettare un nuovo caso.

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    Alice Cucchetti
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Il musical Hamilton arriva su Disney+

Hamilton Musical

L’amatissimo musical Hamilton arriva finalmente per tutti. Si chiude una stranissima stagione tv. Cominciata con l’intensificarsi delle cosiddette “guerre dello streaming” – l’arrivo sul mercato di Apple Tv+, Disney+, Quibi, e in Usa HBO Max e a breve Peacock – e poi improvvisamente sospesa, causa coronavirus: un sacco di serie tv hanno chiuso i battenti in anticipo, un sacco di programmi live hanno iniziato a trasmettere dalle mura di casa, e, soprattutto, tutte le produzioni che avrebbero dovuto riempire i palinsesti estivi e autunnali hanno visto la lavorazione interrotta dall’epidemia.

Una stagione tv che, proprio sul finale, si è trovata a dover fare i conti col razzismo sistemico degli Stati Uniti, mentre diverse piattaforme streaming in solidarietà alle proteste di Black Lives Matter rimuovono episodi problematici di serie del passato – ma non tutti gli attivisti appoggiano questa scelta, che somiglia di più a una mossa cautelativa per evitare ogni controversia da parte dei network che a un modo di affrontare l’annosa questione della rappresentazione discriminatoria delle minoranze. Come sarà la tv che ci aspetta? Non lo sa, davvero, nessuno.

I numeri del contagio, negli Stati Uniti, continuano a salire vertiginosamente, in un anno di elezioni in cui anche l’utilizzo della mascherina è diventato terreno di scontro politico. Mentre le uscite dei grandi blockbuster cinematografici continuano a essere posticipate, e ancora non si sa quando si potrà ricominciare a lavorare sui set a pieno regime, vi lasciamo con una segnalazione che non riguarda né un film vero e proprio né una serie: da venerdì 3 luglio, sulla piattaforma Disney+, si potrà vedere il musical Hamilton.

Sarebbe dovuto uscire l’anno prossimo in sala, e invece a sorpresa arriva con grande anticipo direttamente in streaming, probabilmente anche per rimpolpare un catalogo, quello di Disney+, i cui nuovi originali sono bloccati appunto dalla pandemia. L’Italia tradizionalmente non ama molto Broadway, purtroppo, ma Hamilton è, a oggi, lo show culturalmente più importante tra quelli del nuovo millennio: scritto e interpretato da Lin-Manuel Miranda, messo in scena per la prima volta nel 2015 dopo una prima breve presentazione alla Casa Bianca davanti agli Obama, ha vinto 11 Tony Award, 1 Grammy e il premio Pulitzer per la drammaturgia.

Ispirato alla biografia di Alexander Hamilton, uno dei padri fondatori degli Stati Uniti, racconta tra le altre cose la rivoluzione americana prima e la fatica di costruire uno stato democratico poi. Lo fa utilizzando soprattutto il genere rap, hip hop e r’n’b, e assemblando un cast principalmente non bianco: il risultato è potentissimo nel sottolineare quella che è essenzialmente una grande parabola d’immigrazione – tutti i cittadini statunitensi, eccetto i nativi, sono immigrati, e lo stesso Hamilton, così come Miranda, aveva origini portoricane – e allo stesso tempo nel riappropriarsi della Storia americana da parte di minoranze tradizionalmente oppresse o escluse.

Quella che si vedrà su Disney+ è una registrazione dello spettacolo (diretta e montata dallo stesso regista del musical, Thomas Kail) con il cast originale: un inno a quell’incredibile, contraddittorio, incasinatissimo esperimento politico e sociale che sono gli Stati Uniti d’America, tutt’oggi ancora lontano dall’essere concluso. Uno sguardo critico, ma gonfio di speranza: quella di cui continuiamo ad avere bisogno, ancora e ancora.

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    Alice Cucchetti
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Visible: Out on television e Disclosure, due doc sulla rappresentazione LGBTQ

Visible LGBTQ

La pandemia rischia di farcelo dimenticare, ma giugno è il mese del Pride: con grande senso di responsabilità le associazioni LGBTQ hanno annullato già mesi fa i cortei previsti per i prossimi giorni – anche se ora qualcuno avanza l’ipotesi di ripensarci, ovviamente in sicurezza; il 27 giugno ci sarà in ogni caso il Pride online su GlobalPride2020.org – ma anche senza la possibilità di parate e feste danzanti si può manifestare. “Il primo Pride è stata una rivolta” ricordano in questi giorni gli attivisti, tracciando un collegamento tra le proteste di Black Lives Matter e le rivendicazioni della comunità queer: il Pride si festeggia a giugno perché proprio il 28 di questo mese, nel 1969, avvennero i moti di Stonewall, gli scontri nel Greenwich Village tra la polizia e persone gay e transgender esasperate dalle violenze subite su base quotidiana dalle forze dell’ordine.

Il Pride – come l’8 marzo – è una festa ma è anche una lotta: il momento di celebrare la strada compiuta, ricordare il passato rimosso, e soprattutto tenere accesi i riflettori su quanto ancora manca perché i diritti civili siano effettivamente di tutti. La televisione, in questa storia, gioca un ruolo ben più cruciale di quel che superficialmente si potrebbe pensare, e a illustrarcelo sono due recenti lavori documentari dedicati alla storia della rappresentazione LGBTQ su grande, ma soprattutto su piccolo schermo. Visible: Out on Television è una miniserie in cinque episodi pubblicata su AppleTv+ lo scorso 14 febbraio, per San Valentino e si concentra sul racconto dell’omosessualità in tv, in cinque capitoli: dagli anni oscuri – un passato non troppo lontano in cui le persone queer erano inesistenti su schermo, e le rare volte in cui apparivano erano ridicolizzate o proposte come personaggi negativi – agli anni terribili dell’epidemia di AIDS, dai primi passi verso l’inclusività fino a uno sguardo ottimista verso il futuro LGBTQ.

Gli intervistati sono molti, e famosissimi: tra loro la comedian Ellen DeGeneres, oggi una delle personalità televisive più seguite e amate negli Usa, ma che negli anni 90, quando decise di fare coming out (e di farlo fare al personaggio che interpretava nelle sitcom Ellen) venne ostracizzata, minacciata e per qualche anno completamente rimossa da Hollywood.

Disclosure, su Netflix dal 19 giugno ma già presentato al Sundance Film Festival lo scorso gennaio, è un film documentario che si concentra sull’esperienza transgender, facendosi guidare anche da interpreti trans oggi molto celebri anche come star di serie Netflix: Laverne Cox di Orange Is the New Black, per esempio, o Jamie Clayton di Sense8.

Con un approccio storico, e un interessantissimo incipit dedicato al cinema delle origini (davvero ancora poco esplorato da questo punto di vista), dipana un paradosso inquietante: oggi la rappresentazione trans è all’apice – grazie alle serie già citate, ma anche a Pose, a Transparent, a Euphoria e molte altre –, ma è all’apice anche la violenza che nella realtà queste persone subiscono, e proprio perché sono più visibili di un tempo. Lo dimostra – e chiudiamo il cerchio – anche la straordinaria partecipazione alla manifestazione Black Trans Lives Matter, organizzata a Brooklyn lo scorso 15 giugno, per ricordare Dominique “Rem’mie” Fells, Riah Milton, Tony McDade, Layleen Cubilette-Polanco e tante altre persone nere trans uccise dalla polizia. Anche questa lotta è lontana dall’essere conclusa.

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    Alice Cucchetti
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The Great, la divertente rilettura della storia di Caterina di Russia

The Great

Qualche mese fa, su HBO negli Stati Uniti e poi qui in Italia su Sky Atlantic, è andata in onda una miniserie intitolata Caterina la grande: sontuosissima nei costumi e nelle ambientazioni, con una sempre straordinaria Helen Mirren nei panni della celebre sovrana, raccontava il regno di Caterina II di Russia, cominciando un paio d’anni dopo la sua presa del potere. Era una produzione molto elegante ma abbastanza tradizionale, la versione televisiva di un film biografico-storico in costume. Il 18 giugno, invece, su una piattaforma streaming che si chiama StarzPlay (e che anche se è meno nota di Netflix o Amazon Prime Video vanta un catalogo di serie interessantissime, da Years and Years a Castle Rock a Little Drummer Girl) arriva un’altra miniserie dedicata a Caterina II di Russia, la sovrana simbolo del “dispotismo illuminato”: s’intitola The Great e non potrebbe essere più diversa dalla versione con Helen Mirren.

Il sottotitolo recita “una storia occasionalmente vera”, e già dalle prime immagini è chiaro che questa non sarà una vera e propria serie biografica: Caterina qui è un’adolescente, ingenua e idealista, fin troppo simile a una teenager di oggi; la serie comincia con lei che giunge alla corte dell’imperatore Pietro III per diventare sua sposa. A interpretarla è Elle Fanning, giovanissima – è nata nel 1998 – e già una delle migliori attrici contemporanee: ha recitato, iniziando da bambina, in tantissimi film, tra cui Babel di Alejandro Gonzalez Inarritu, Super 8 di JJ Abrams, The Neon Demon di Nicolas Winding Refn, Somewhere e L’inganno di Sofia Coppola, Un giorno di pioggia a New York di Woody Allen, Twixt di Francis Ford Coppola e nei blockbuster della Disney dedicati a Maleficent.

La sua Caterina di Russia è, cinematograficamente parlando, parente stretta della Maria Antonietta immaginata da Sofia Coppola nel suo film del 2006: anche se la vicenda si svolge nel Settecento, il modo in cui si comporta somiglia a quello delle adolescenti di oggi, e la messa in scena della corte è colorato, pop, punteggiato anche da qualche voluto anacronismo. Ma se il film di Coppola era soprattutto una delle fotografie di solitudine e immobilismo esistenziale care alla regista, The Great ha un’anima molto più satirica e politica: il suo autore è infatti Tony McNamara, che già firmato la sceneggiatura di La favorita, il film di Yorgos Lanthimos acclamato agli Oscar dello scorso anno.

Anzi, Lanthimos ha chiesto a McNamara di lavorare a La favorita proprio dopo aver letto la prima sceneggiatura di The Great, e la descrizione di una corte decadente e ignorante al limite della bestialità, dove l’esercizio del potere assoluto da parte di un sovrano egocentrico e incapace di provare alcuna empatia è del tutto fuori controllo.

Come La favorita, poi, anche The Great ha uno spirito fortemente femminista: la storia di Caterina, che scopre di non essere, per il consorte, niente di più di un fastidioso animale da riproduzione, e che, dopo aver meditato il suicidio, decide di organizzare un colpo di stato, rovesciare lo status quo e agguantare il potere per esercitarlo in modo illuminato risuona in modo potente con l’attualità. Anche perché la scrittura di McNamara è raffinata e piena di sfumature, e mette in luce tutte le contraddizioni, le difficoltà e anche gli errori che possono accompagnarsi a un tale percorso di autoaffermazione.

Iper consapevole e ironica, tra satira pop e commedia nera, The Great è molto autentica nello spirito, anche se pochissimo realistica nella resa. È il bello della tv contemporanea, così ricca di voci e sperimentazioni: c’è spazio sia per la convenzionalità della Caterina la grande di Helen Mirren sia per l’innovazione anticonformista della The Great di Elle Fanning.

Foto dalla pagina Facebook ufficiale della serie The Great

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    Alice Cucchetti
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Da The Last Dance a OJ: Made in America per capire gli Stati Uniti di oggi

The Last Dance

Sono accanto a chi denuncia le violenze contro le persone di colore e il razzismo radicato nel nostro Paese. Ne abbiamo avuto abbastanza”. Comincia così la breve dichiarazione diffusa via social da Michael Jordan, e chi ha visto la serie The Last Dance, sa quanto sia eccezionale: il campione dei Chicago Bulls, senza dubbio uno degli sportivi più forti di sempre e uno degli afroamericani più celebri negli Stati Uniti e nel mondo, non si era mai esposto politicamente prima, nemmeno quando, all’apice della popolarità, avrebbe potuto aiutare un candidato democratico nero a strappare a un veterano repubblicano esplicitamente razzista la carica a governatore del North Carolina, il suo stato natale.

Anche i repubblicani comprano scarpe da ginnastica” fu la dichiarazione che venne attribuita allora al giocatore, anche se lui oggi smentisce proprio nella sopracitata The Last Dance, una miniserie documentaria prodotta dal canale sportivo americano ESPN e distribuita internazionalmente da Netflix, due puntate a settimana, per tutto maggio. È stata un successo incredibile, una delle serie più viste di sempre sulla piattaforma, complice sicuramente anche la scarsità di contenuti sportivi disponibili in questi mesi di stop causa virus.

The Last Dance racconta la stagione NBA 1997-1998, l’ultima per Jordan e per l’imbattibile formazione dei Chicago Bulls formata, tra gli altri, anche dai fortissimi Scottie Pippen, Dennis Rodman e Steve Kerr; il racconto di quel campionato è una cornice che permette continui salti indietro nel tempo, a ripercorrere tutta la carriera di Jordan (e, in misura minore, degli altri), e a resuscitare vividamente la cultura e lo spirito di anni 90 che oggi sembrano lontanissimi. The Last Dance è di grande intrattenimento e ha il grande merito di saper coinvolgere, oltre agli appassionati, anche chi non ha alcun interesse nel basket o, più in generale, nello sport: le gesta di Jordan & compagni sono raccontate come farebbe un’antica leggenda e, contemporaneamente, una serie piena d’intrighi tipo Il trono di spade. Ma, inevitabilmente, finisce per sfiorare l’agiografia di Jordan e, significativamente, la questione razziale non viene toccata quasi mai – nemmeno per ricordare come la potente industria sportiva americana sia un ennesimo territorio in cui uomini bianchi, ricchi e potenti, sfruttano i corpi delle persone nere, argomento di cui parla High Flying Bird, uno degli ultimi film di Steven Soderbergh, anche questo distribuito da Netflix.

Qualche anno fa, sempre ESPN realizzò una miniserie sportiva molto più rivoluzionaria, purtroppo mai distribuita in Italia (ma online trovate il dvd): OJ.: Made in America, che ripercorrendo la parabola di O.J. Simpson, dagli esordi al caso giudiziario fino a oggi, si preoccupava di inquadrare nel contesto sociale statunitense la figura di una star sportiva che prima dichiarava con strafottenza “io non sono nero, sono OJ” e per cui poi l’appartenenza etnica giocò un ruolo cruciale nel processo e nell’immaginario collettivo.

Del caso OJ Simpson si occupa anche la prima stagione di American Crime Story, su Netflix, e – sempre su Netflix – trovate l’interessantissimo (e in questi giorni imprescindibile) documentario LA 92, sulle rivolte di Los Angeles del 1992. Sulla piattaforma streaming, poi, un’altra miniserie assolutamente da vedere, per capire le proteste di questi giorni: When They See Us della regista afroamericana Ava DuVernay, sulla storia dei cinque ragazzini neri ingiustamente condannati per lo stupro di una donna bianca a Central Park, da guardare in coppia col doc XIII Emendamento, della stessa regista, sulla situazione delle carceri americane. Solo alcuni consigli di visione per comprendere come si è arrivati alle proteste di oggi, e perché, senza giustizia, non può esserci pace.

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    Alice Cucchetti
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Snowpiercer, la serie tratta dall’omonimo film di Bong Joon-ho

Snowpiercer TV

Magari non ci facciamo troppo caso, oggi, ma alla “prima” o “seconda classe” di un biglietto del treno corrisponde una differenza di classe sociale: certo, a qualcuno può capitare di trovarsi qualche volta in prima, per lavoro o per concedersi un lusso, ma tra chi viaggia sempre, senza nemmeno pensarci, al massimo delle possibilità e chi magari è senza biglietto, perché non ha nemmeno i soldi per pagarsi quello meno costoso, corre un divario incolmabile. In Snowpiercer questa differenza diventa letterale, con un’idea ricalcata su quella del romanzo Il condominio di J.C. Ballard: c’è un lunghissimo treno che sfreccia ininterrottamente attorno alla Terra; davanti, in prima classe, ci sono i ricchi immersi nello sfarzo; in fondo, nella coda, gli ultimi, diseredati, ammassati, sfruttati e senza niente; in mezzo, tutte le varie gradazioni sociali, e spostarsi da una carrozza all’altra è quasi impossibile.

Il contesto è un futuro non troppo lontano in cui il nostro pianeta si è completamente congelato: per cercare di contrastare il riscaldamento globale, alcuni scienziati hanno ottenuto l’effetto di ghiacciarlo. Gli unici sopravvissuti dell’umanità sono circa 3.000 persone, ospitate nell’ipertecnologico treno Snowpiercer e accomodate a seconda del proprio status; il convoglio non si ferma mai, aspettando – forse – un impossibile disgelo.

Conoscete questa storia forse grazie al film Snowpiercer di Bong Joon-ho, il regista sudcoreano che quest’anno ha sbancato botteghino e Oscar con Parasite: uscito nel 2013, era la prima prova in lingua inglese dell’autore, e nel cast figuravano Tilda Swinton e “Capitan America” Chris Evans. Si trattava dell’adattamento cinematografico di un fumetto francese, Le Transperceneige di Jacques Lob e Jean-Michel Charlier, pubblicato nel 1982.

La serie tv ha avuto qualche lungaggine di produzione, ma ora è pronta, e in Italia è distribuita da Netflix un episodio a settimana, ogni lunedì. Al timone della serie c’è Greame Manson, già responsabile di un’altra interessante e appassionante serie fantascientifica, Orphan Black (anche questa è su Netflix), e a differenza del film la storia si svolge “solo” sette anni dopo la partenza del treno: scopriamo che ad affollarsi nella coda ci sono persone disperate che sono riuscite a intrufolarsi all’ultimo, senza biglietto, ampliando così la metafora di classe per includere anche quella sulle migrazioni.

I protagonisti principali sono due: Melanie Cavill, interpretata dalla bravissima Jennifer Connelly (l’ex ragazzina di C’era una volta in America e Labyrinth), è colei che, con tenacia, apparente gentilezza ma pugno di ferro, governa il treno per conto del misterioso proprietario Mr. Wilford; Andre Layton, interpretato da Daveed Diggs (attore e cantante celebre soprattutto per il musical Hamilton), è uno dei diseredati della coda, ma è anche un ex detective. Quando avviene un omicidio in terza classe, Melanie chiede a Andre di investigare.

Snowpiercer, proprio come il film e il fumetto da cui è tratto, non è una metafora sottile, ma è sicuramente efficace, e si inserisce nel trend di film e serie, molto diversi tra loro, che nell’ultimo anno sono tornati a parlare esplicitamente di lotta di classe: film come, appunto, Parasite, ma anche Joker, Noi, Cena con delitto; e serie come Westworld, Succession, Little Fires Everywhere. Con un occhio soprattutto all’intrattenimento e qualche semplificazione, certo, ma ribadendo come, in questi tempi sempre più ingiusti, il sistema capitalista si riveli sempre più fallimentare: forse non saranno titoli capaci (ancora) di immaginare alternative, ma almeno iniziano a sognare rivoluzioni.

Foto dalla pagina ufficiale della serie TV Snowpiercer su Facebook

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    Alice Cucchetti
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The Eddy, Parigi e la sua musica nella nuova miniserie Netflix

The Eddy

Parigi e la sua musica nella nuova miniserie Netflix, The Eddy.

Nato nel 1985, a 35 anni Damien Chazelle è già un affermato autore nel panorama cinematografico mondiale, soprattutto grazie a due film: Whiplash, dedicato all’intenso e disfunzionale rapporto tra un insegnante di musica e un giovane batterista; e La La Land, omaggio al musical con i divi Emma Stone e Ryan Gosling, grande successo di pubblico e critica, e che a Chazelle ha fruttato l’Oscar per la miglior regia (non quello per il miglior film: La La Land rimarrà nella storia anche per il pasticcio degli Oscar 2017, quando gli fu assegnato per sbaglio il premio in realtà vinto da Moonlight).

La rilevanza di Chazelle è confermata dalla nuovissima miniserie The Eddy, disponibile su Netflix dall’8 maggio. Girata e ambientata a Parigi – come lascia intuire il nome, il regista è di padre francese –, The Eddy ruota attorno a un jazz club e al suo proprietario, il musicista Elliot (interpretato da André Holland, uno dei protagonisti – ironia della sorte – proprio di Moonlight).

Chi ha visto La La Land penserà subito a Mia e Sebastian, all’amore di lei per Parigi e al sogno di lui di aprire un jazz club. Ma The Eddy non potrebbe essere più lontano nello stile, nei toni e nei colori da La La Land: la storia si svolge quasi tutta per le strade del XII arrondissement e di Belleville, quartieri lontani dal glamour dei luoghi turistici; il titolo si riferisce al nome del club al centro della vicenda, attorno al quale ruotano molti personaggi.

Ogni episodio, pur inserito in una trama principale che coinvolge tutti, si concentra su un diverso protagonista: oltre al musicista Elliot e al suo socio Farid (interpretato dal Tahar Rahim di Il profeta di Jacques Audiard), ci sono la figlia adolescente di Elliot, Julie, che ha il giovane e talentuoso volto di Amandla Stenberg, recentemente al cinema in Il coraggio della verità. C’è la cantante Maja, splendidamente impersonata da Joanna Kulig, attrice polacca già protagonista dell’acclamato film Cold War; e poi ci sono la moglie di Farid Amira, i membri della band Jude e Katarina, il giovane barista Sim… E attorno a loro un universo brulicante e variegato, la comunità musulmana parigina e la fiorente scena artistica della città, tante diverse lingue intrecciate e sovrapposte e soprattutto la musica, jazz ma non solo, una ricca colonna sonora originale firmata da Glen Ballard.

Chazelle dirige i primi due episodi, eccezionalmente in 16 mm, con camera a mano, uno stile ruvido e documentaristico e diversi pianisequenza; poi la regia passa alla francese Houda Benyamina, nel 2016 premiata a Cannes per il suo film Divines, alla marocchina Laïla Marrakchi, che ha già lavorato alle serie francesi Marsiglia e Le Bureau, e allo statunitense Alan Poul, produttore e regista tv di lungo corso.

A firmare la sceneggiatura c’è il britannico Jack Thorne, che in passato ha lavorato per Skins e This Is England e quest’anno ha realizzato anche la serie fantasy Queste oscure materie. Basta quindi anche solo un’occhiata a questo gruppo di multiformi professionalità per capire che The Eddy è una serie dalle molte anime: a unificarla è soprattutto un amore sconfinato per la musica e per i quartieri parigini che attraversa.

Qualcuno ha citato, anche per la prevalenza di un’anima francese, lo stile del regista di La vita di Adele e Cous cous Abdellatif Kechiche, ma c’è anche una serie che si avvicina molto a The Eddy, la splendida Treme, andata in onda tra il 2010 e il 2013, girata e ambientata nella New Orleans post Katrina. Dall’altra parte dell’Atlantico, e dopo quasi un decennio, è sempre la musica a parlare un linguaggio universale e a trascinarci con un’energia indomabile.

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    Alice Cucchetti
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SKAM Italia e Summertime, le serie Netflix per teenager

Summertime Netflix

Se siete adolescenti, o ci convivete, è molto probabile che abbiate sentito almeno pronunciare questa parola: SKAM. Anzi, meglio, SKAM Italia: uno di quei fenomeni per teenager che crescono inizialmente lontani dai radar dei seriosi adulti, per poi esplodere nel momento in cui ci si accorge che sono seguitissimi dai ragazzi. SKAM Italia, come dice anche il titolo, è la versione italiana di un progetto multimediale nato in Norvegia e di cui, negli anni, sono state prodotte moltissime variazioni nazionali.

I protagonisti sono ragazzi come tanti, il tentativo degli autori è quello di rimanere il più vicino possibile alla verità dei teenager contemporanei, e questo si rispecchia anche nella particolare modalità di diffusione. Le prime tre stagioni di SKAM Italia, ognuna dedicata a un diverso personaggio principale, sono state prodotte e distribuite da TIMVISION, ma accanto alle puntate vere e proprie ci sono tanti contenuti extra pubblicati online tra un episodio e l’altro, clip aggiuntive e conversazioni scambiate dai protagonisti via WhatsApp, oltre alla creazione di profili Instagram fittizi dei personaggi.

Per questo è stata più volta definita una “serie social”, ed è anche in questo modo, innovativo e “virale”, che si è propagato il tam tam tra i giovani spettatori, facendo raggiungere a SKAM un grande successo. Tanto che l’annuncio della cancellazione della serie, la scorsa estate, aveva gettato nello sconforto i suoi tantissimi fan, anche perché la quarta annata sarebbe stata dedicata a Sana, una ragazza italo-tunisina di religione musulmana, praticamente un unicum per la tv italiana.

Dopo qualche tempo, però, Netflix Italia ha annunciato che avrebbe collaborato con TIMVISION per produrre gli agognati nuovi episodi. E così la quarta e ultima stagione, con Sana protagonista, arriverà su Netflix e TIMVISION il prossimo 15 maggio. Nel frattempo, però, Netflix ha pescato anche nel vivaio di apprezzati attori e sceneggiatori di SKAM per creare una sua nuova serie originale tutta italiana, Summertime, che sarà disponibile sulla piattaforma da mercoledì 29 aprile.

Tutta ambientata e girata sulla riviera romagnola, Summertime si svolge durante una di quelle estati cruciali dell’adolescenza, quelle che, grazie a un indimenticabile primo amore, segnano uno spartiacque dell’esistenza. Anche Summertime è un unicum: la sua protagonista, Summer, è una ragazza nera italiana, come ce ne sono tante nel nostro paese, anche se in tv non si vedono quasi mai.

Confezionata con grande attenzione a regia, fotografia, ambientazioni e casting, Summertime non sfigura accanto agli ormai tantissimi prodotti che Netflix dedica, con grande successo, al pubblico più giovane, mescolando i generi con uno stile accattivante e riconoscibile: dai fenomeni Stranger Things e Sex Education, alle acclamate The End of the F***ing World e I’m Not Okay with This, fino alle meno note, ma meritevolissime, On My Block e The Get Down. Tutte serie che sanno parlare contemporaneamente ai teenager e agli spettatori più adulti, grazie all’irresistibile forza della nostalgia, ma anche alla capacità di prendere la materia sul serio: ci sarà pure una ragione se, accanto alle tante serie adulte che amiamo, ognuno di noi conserva nel cuore un posto per gli Happy Days, i Beverly Hills 90210 e i Dawson’s Creek…

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    Alice Cucchetti
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Tiger King, la docuserie di Netflix di cui tutti parlano

Tiger King

L’incredibile storia di Joe Exotic, disponibile su Netflix: Tiger King. Si fa chiamare Joe Exotic. Ha una cinquantina d’anni, i capelli platinati, un fortissimo accento del sud degli States, una passione per le camicie appariscenti. È iper-conservatore, naturalmente: gira sempre con una pistola alla cintura, «per gli esseri umani, eh, mica per le bestie», dice. A un certo punto si candida come presidente degli Stati Uniti. È dichiaratamente gay, ha due mariti contemporaneamente, più avanti ne sposa un terzo. Di lavoro gestisce uno zoo privato, con centinaia di tigri e grandi felini, in un piccolo paesino dell’Oklahoma.

File di turisti si affollano ai cancelli della proprietà, soprattutto perché Joe permette loro di accarezzare i cuccioli di tigre, e di farsi selfie con gli animali. Joe sostiene anche di essere un cantante country, diffonde online video in cui canta l’amore per i propri animali; ha una web tv, e quasi tutti i giorni trasmette lunghe dirette, sempre più spesso dominate dalla sua ossessione per Carole Baskin, una milionaria che si proclama animalista (ma ha comunque pure lei uno zoo di grandi felini, anche se lo chiama “rifugio”) e che vorrebbe far chiudere lo zoo di Joe.

Questa è Tiger King, la docuserie di cui da qualche settimana stanno parlando tutti: pubblicata su Netflix il 20 marzo, è subito balzata in testa alle classifiche di visione negli Stati Uniti, anche perché i dati dicono che, da quando è iniziato l’autoisolamento collettivo, gli spettatori si sono rivolti sempre di più ai servizi streaming. Negli ultimi giorni il passaparola è arrivato anche da noi, con un effetto simile a quello che un paio d’anni fa coinvolse un’altra docuserie Netflix, Wild Wild Country.

A differenza di quella, che ricostruiva una serie di fatti accaduti negli anni 80, Tiger King arriva fino a pochi mesi fa, e lascia alcuni fili della vicenda ancora aperti, cosa che sicuramente contribuisce al coinvolgimento del pubblico (e uno sceriffo della Florida ha invitato calorosamente gli spettatori che avessero dritte da dargli su un particolare caso irrisolto raccontato nella serie a telefonargli).

Ma come si spiega la Tiger King-mania? Su internet c’è chi l’ha definito Il trono di spade white trash: quasi nessuno si sarebbe mai aspettato che esistesse un tale sottobosco attorno al business degli zoo privati, un mondo a parte con i propri sovrani e vassalli, i propri intrighi e le proprie regole, naturalmente quasi sempre oltre il confine dell’illegalità.

Esistono oggi più tigri in cattività in Usa di quante ne esistano libere nel resto del mondo, e non c’è solo un continuo sfruttamento da parte di zoo privati (che fanno riprodurre di continuo le tigri per avere i cuccioli con cui far fare selfie ai turisti; cosa ne facciano degli animali una volta cresciuti e diventati costosissimi e ingombranti lo potete tristemente immaginare); c’è anche una florida compravendita sottobanco di animali selvaggi.

Oltre a Joe Exotic, il documentario realizzato dai filmmaker Eric Goode e Rebecca Chaiklin presenta una ricca sequela di personaggi incredibili e inquietanti: dal tipo che ha costruito un impero commerciale sul proprio zoo attraverso il quale recluta anche giovani ragazze come si farebbe in una setta, al tizio losco che viene da Las Vegas e riesce a fregare tutti, all’ex narcotrafficante che si crede una versione reale di Tony Montana ai tanti dropout, tossicodipendenti, ragazzini scappati di casa, che alla corte di Joe Exotic trovano una specie di rifugio, di mezzo di sostentamento, di comunità.

Così come i personaggi, anche il susseguirsi di colpi di scena di Tiger King sfida la credibilità: nessuno sceneggiatore avrebbe potuto immaginare un tale mix di “omicidi, caos e follia”, come recita il titolo originale. È l’altra faccia di un’America che in pochi, finora, erano riusciti a raccontarci; e Tiger King è una visione di grande intrattenimento, così folle e imprevedibile da creare dipendenza, ma attenzione: potrebbe lasciarvi con più di una nota di profonda tristezza.

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    Alice Cucchetti
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Gli effetti del coronavirus sulla TV

coronavirus tv

La produzione delle serie tv è sospesa: cosa succederà in futuro? Tra i tanti effetti collaterali della pandemia, quelli sulla televisione italiana sono stati visibili da subito: nelle trasmissioni senza pubblico in studio, per esempio, che improvvisamente rivelano quanto sia straniante e un pochino assurda l’idea di un presentatore che parla al nulla. Oppure nei palinsesti pieni di film “che fanno stare bene”, come la maratona Harry Potter su Italia 1 che segna, una settimana dopo l’altra, ascolti notevoli. O ancora, sempre parlando di ascolti, i picchi dell’Auditel toccati non solo dalle edizioni serali dei telegiornali, ma anche dalla tv del Vaticano Tv2000 durante le messe celebrate dal papa.

Anche gli appassionati di serie tv hanno già potuto assaggiare una prima conseguenza dell’emergenza sanitaria da coronavirus COVID-19: le serie trasmesse a brevissima distanza dalla messa in onda statunitense, come Westworld su Sky Atlantic e The Walking Dead su Fox, vengono proposte per ora solo in versione originale sottotitolata perché, naturalmente, l’attività di doppiaggio non è essenziale, e dunque è ferma come moltissime altre. Un dettaglio marginale, che però ha ri-acceso l’annoso dibattito sul doppiaggio, tra chi lo sostiene invocando la grande tradizione italiana (invero un po’ appannata, negli ultimi anni) e chi, abituatosi a fruire dei prodotti audiovisivi in originale, sottolinea come questa versione sia più autentica, potente, ricca di sfumature recitative e sonore.

Comunque la pensiate sull’argomento, c’è un’ulteriore minaccia che incombe all’orizzonte: ben presto non ci saranno più puntate, né da doppiare né da sottotitolare. La produzione cinematografica e televisiva hollywoodiana è infatti sospesa. Uno stop totale che non si vedeva dal celeberrimo sciopero degli sceneggiatori del 2007-2008, che durò ben 100 giorni e ci consegnò diverse stagioni monche o addirittura saltate. Lo stesso sta accadendo ora: tutte le serie da network generalista, tipicamente i procedurali come NCIS o Law & Order, le serie supereroiche come Supergirl e The Flash, i medical drama come Grey’s Anatomy e The Resident, hanno chiuso la stagione in corso a una manciata di episodi dalla conclusione, e quest’annata non avrà per loro un finale.

Serie che stavano cominciando la lavorazione in questi giorni, come Stranger Things o Euphoria, hanno rimandato tutto a data da destinarsi: questo vuol dire che a settembre, quando la tradizionale stagione televisiva americana prende il via, quest’anno potrebbero esserci prime serate vuote, o occupate solo da repliche. Così come da noi, anche negli Stati Uniti i programmi dal vivo si sono immediatamente rivoluzionati: per esempio i Late Show, i capisaldi della seconda serata a stelle e strisce, hanno ora edizioni speciali filmate dal conduttore-comedian di turno dal proprio divano di casa – come quelli di Stephen Colbert e Trevor Noah – o in studi deserti in location asettiche e disinfettate, con crew ridotte al minimo – è il caso del premiatissimo John Oliver.

Curiosità: praticamente tutti hanno mandato in onda i video virali dei sindaci italiani che intimano urlando ai cittadini di stare a casa, in un misto tra incredulità e ammirazione. Sarebbe facile commentare questo stop alla produzione tv con una battuta: in questi anni di Peak Tv sono state realizzate talmente tante serie tv che, anche se per un po’ la produzione si ferma, abbiamo centinaia di migliaia di episodi da recuperare. Ma, come tante altre industrie, anche quella hollywoodiana guarda al futuro con enorme incertezza, chiedendosi che aspetto avrà, quando potremo tornarci, la normalità.

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    Alice Cucchetti
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The Mandalorian sbarca in Italia grazie a Disney+

The Mandalorian

Disney+ arriva in Italia e porta con sé The Mandalorian. Un cacciatore di taglie solitario entra nel localaccio di un avamposto sperduto ai margini della società civilizzata: il posto è pieno di tipacci d’ogni risma, tutti si voltano a guardarlo quando entra, e naturalmente il gradasso della situazione ha la cattiva idea di prendersela con lui. Finché lo straniero, sempre in silenzio, rivela forza, prontezza di riflessi e mira infallibile: fa fuori i brutti ceffi e si avvicina al suo vero obiettivo, un tizio su cui pende una taglia.

«Posso consegnarti caldo, o posso consegnarti freddo» gli dice. Avete subito pensato all’inizio di un western, e invece stiamo parlando di The Mandalorian, ovvero la prima serie live action dell’universo di Star Wars, e anche una delle prime produzioni originali della nuovissima piattaforma streaming Disney+.

L’attesissimo servizio della Casa di Topolino, che ha debuttato negli Stati Uniti lo scorso autunno, arriva in Italia e in gran parte d’Europa da martedì 24 marzo: ha un prezzo d’abbonamento competitivo (6,99 euro al mese, oppure 69,99 euro per un anno), permette a ogni utente di utilizzare fino a quattro diversi schermi contemporaneamente (e quindi è ottimo per le famiglie, vere o elettive che siano), e soprattutto un catalogo sterminato, e destinato a crescere.

Ci sono i classici animati Disney, da Biancaneve e i sette nani a Frozen, i recenti remake live action (cui si aggiunge l’ultimo, in esclusiva Disney+: Lilli e il vagabondo), i tantissimi film per famiglie prodotti dagli anni 50 a oggi, le serie Disney Channel, etc. E poi ci sono gli universi che Disney ha acquisito nel nuovo millennio, ampliando il proprio impero: i capolavori in computer grafica della Pixar, l’universo cinematografico Marvel, la Lucasfilm e Star Wars, e infine la mole di contenuti derivata dalla mega fusione con Fox, che va da I Simpson ad Avatar ai documentari National Geographic.

Negli Stati Uniti Disney+ ha registrato da subito un successo imponente, e alcuni studi hanno suggerito che molti spettatori abbiano disdetto l’abbonamento a Netflix – il cui catalogo, soprattutto dal punto di vista cinematografico, è un po’ in declino – per saltare sul carro del vecchio zio Walt. Certo è che i servizi di visione on demand si stanno moltiplicando – oltreoceano stanno per arrivare anche HBO Max, che potrà contare sulla library Warner, e Quibi, un esperimento dedicato a contenuti di breve durata, messo in piedi dal papà della DreamWorks Jeffrey Katzenberg – e dunque il pubblico sempre più spesso dovrà scegliere quale piattaforma preferire.

Di Disney+ per ora possiamo dire che The Mandalorian è un piccolo gioiello: non solo per i fan di Star Wars, che vi troveranno tanti riferimenti e citazioni ma soprattutto lo spirito d’esplorazione e di meraviglia del primo Guerre stellari, ma anche per i neofiti, in cerca di una bella serie d’avventura, piena di ispirazioni western mescolate alla fantascienza, all’azione e alla commedia, realizzata con qualità elevatissima.

Infine, in The Mandalorian appare una creatura che ha fatto impazzire il pubblico di tutto il mondo, scatenando un tornado che forse nemmeno la stessa Disney si aspettava: conosciuto nella serie solo come “il Bambino”, l’internet l’ha ribattezzato “Baby Yoda”, perché si tratta di un esemplare della stessa specie di Yoda, però infante, all’apparenza un mix tra un Gremlin non ancora cattivo, un tenero neoanto e un gattino dagli occhioni irresistibili. E infatti è diventato immediatamente uno dei meme più popolari del web, il Guardian l’ha decretato “maggior nuovo personaggio del 2019”, l’Hollywood Reporter l’ha definito “il futuro di Hollywood”. La Forza, di sicuro, è con lui.

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    Alice Cucchetti
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La terza stagione di Westworld su Sky Atlantic

Westworld

Dopo quasi due anni d’attesa, Westworld è tornata: si tratta di una delle serie più prestigiose della già prestigiosa HBO, prodotta da J.J. Abrams, creata da Jonathan Nolan (il fratello del regista Christopher, e autore di molte sceneggiature dei suoi film, tra cui Memento, The Prestige e Interstellar) e da Lisa Joy.

Il titolo corrisponde a quello del parco giochi in cui erano ambientate le prime due stagioni: un luna park per ricchissimi adulti, che pagando un lauto ingresso potevano fingere per giorni di trovarsi nel vecchio West, vivere avventure selvagge, partecipare a pericolose missioni e anche sfogare i propri peggiori istinti sugli host, cioè androidi pressoché indistinguibili dagli esseri umani.

La serie, quasi unanimemente apprezzata dalla critica, ha diviso via via sempre più il pubblico: fitta di intriganti misteri, organizzata – come praticamente sempre nei film dei fratelli Nolan – su diverse linee temporali incrociate, ha conquistato una parte molto attiva di spettatori, impegnati a decifrarne collettivamente gli enigmi un po’ com’era successo in passato con Lost, mentre ha finito per allontanare chi preferiva una visione meno interattiva e meno cerebrale.

La terza annata, comunque molto attesa, in Italia disponibile in contemporanea con gli Usa su Sky Atlantic, esce definitivamente dal parco: alcuni androidi, in particolare la protagonista Dolores interpretata da una bravissima Evan Rachel Wood, sono riusciti a fuggire da Westworld dopo una sanguinosa rivolta, e ora si aggirano nella “realtà vera”, alcuni di loro intenzionati a distruggere il mondo degli uomini loro creatori, vendicandosi delle sopraffazioni subite per decenni.

Non è difficile vedere in Westworld molte metafore, più o meno consapevoli: c’è stata a lungo quella meta-televisiva, perché alcuni dei protagonisti della serie erano gli “sceneggiatori” del gioco dentro Westworld, rispecchiando così il processo di creazione di una serie tv; ora è più scoperta l’allegoria di classe, sottolineata anche dall’ingresso di un nuovo personaggio interpretato dall’Aaron Paul di Breaking Bad, con gli androidi impegnati a guidare una rivoluzione contro quel ricchissimo 1% del mondo che li tratta letteralmente come oggetti da sfruttare, spremere, sacrificare.

A giudicare dalle prime nuove puntate, poi, questa terza stagione sembra configurarsi come più lineare, più ricca d’azione, meno labirintica, dispiegata su una sola linea temporale, e anche un filo meno filosofica delle precedenti: quasi che, uscita dal parco, anche la narrazione si sia fatta più tangibile, più pragmatica, più realistica. Sì, realistica: non è un aggettivo a caso per questa serie di fantascienza, perché Westworld parla anche e soprattutto del nostro rapporto con la tecnologia, e la tecnologia rappresentata nella serie per molti versi è l’evoluzione fantascientifica di molte cose che nel nostro mondo ci sono già.

Non a caso la maggioranza delle location di questa nuova stagione non sono ricostruite o animate in green screen: appartengono alle skyline di Los Angeles e soprattutto dell’iper moderna Singapore, con le architetture minimali e spericolate, create dalle archistar. Come a dirci che il futuro è già arrivato.

Foto dalla pagina Facebook di HBO

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    Alice Cucchetti
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