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Gli effetti del coronavirus sulla TV

coronavirus tv

La produzione delle serie tv è sospesa: cosa succederà in futuro? Tra i tanti effetti collaterali della pandemia, quelli sulla televisione italiana sono stati visibili da subito: nelle trasmissioni senza pubblico in studio, per esempio, che improvvisamente rivelano quanto sia straniante e un pochino assurda l’idea di un presentatore che parla al nulla. Oppure nei palinsesti pieni di film “che fanno stare bene”, come la maratona Harry Potter su Italia 1 che segna, una settimana dopo l’altra, ascolti notevoli. O ancora, sempre parlando di ascolti, i picchi dell’Auditel toccati non solo dalle edizioni serali dei telegiornali, ma anche dalla tv del Vaticano Tv2000 durante le messe celebrate dal papa.

Anche gli appassionati di serie tv hanno già potuto assaggiare una prima conseguenza dell’emergenza sanitaria da coronavirus COVID-19: le serie trasmesse a brevissima distanza dalla messa in onda statunitense, come Westworld su Sky Atlantic e The Walking Dead su Fox, vengono proposte per ora solo in versione originale sottotitolata perché, naturalmente, l’attività di doppiaggio non è essenziale, e dunque è ferma come moltissime altre. Un dettaglio marginale, che però ha ri-acceso l’annoso dibattito sul doppiaggio, tra chi lo sostiene invocando la grande tradizione italiana (invero un po’ appannata, negli ultimi anni) e chi, abituatosi a fruire dei prodotti audiovisivi in originale, sottolinea come questa versione sia più autentica, potente, ricca di sfumature recitative e sonore.

Comunque la pensiate sull’argomento, c’è un’ulteriore minaccia che incombe all’orizzonte: ben presto non ci saranno più puntate, né da doppiare né da sottotitolare. La produzione cinematografica e televisiva hollywoodiana è infatti sospesa. Uno stop totale che non si vedeva dal celeberrimo sciopero degli sceneggiatori del 2007-2008, che durò ben 100 giorni e ci consegnò diverse stagioni monche o addirittura saltate. Lo stesso sta accadendo ora: tutte le serie da network generalista, tipicamente i procedurali come NCIS o Law & Order, le serie supereroiche come Supergirl e The Flash, i medical drama come Grey’s Anatomy e The Resident, hanno chiuso la stagione in corso a una manciata di episodi dalla conclusione, e quest’annata non avrà per loro un finale.

Serie che stavano cominciando la lavorazione in questi giorni, come Stranger Things o Euphoria, hanno rimandato tutto a data da destinarsi: questo vuol dire che a settembre, quando la tradizionale stagione televisiva americana prende il via, quest’anno potrebbero esserci prime serate vuote, o occupate solo da repliche. Così come da noi, anche negli Stati Uniti i programmi dal vivo si sono immediatamente rivoluzionati: per esempio i Late Show, i capisaldi della seconda serata a stelle e strisce, hanno ora edizioni speciali filmate dal conduttore-comedian di turno dal proprio divano di casa – come quelli di Stephen Colbert e Trevor Noah – o in studi deserti in location asettiche e disinfettate, con crew ridotte al minimo – è il caso del premiatissimo John Oliver.

Curiosità: praticamente tutti hanno mandato in onda i video virali dei sindaci italiani che intimano urlando ai cittadini di stare a casa, in un misto tra incredulità e ammirazione. Sarebbe facile commentare questo stop alla produzione tv con una battuta: in questi anni di Peak Tv sono state realizzate talmente tante serie tv che, anche se per un po’ la produzione si ferma, abbiamo centinaia di migliaia di episodi da recuperare. Ma, come tante altre industrie, anche quella hollywoodiana guarda al futuro con enorme incertezza, chiedendosi che aspetto avrà, quando potremo tornarci, la normalità.

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    Alice Cucchetti
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The Mandalorian sbarca in Italia grazie a Disney+

The Mandalorian

Disney+ arriva in Italia e porta con sé The Mandalorian. Un cacciatore di taglie solitario entra nel localaccio di un avamposto sperduto ai margini della società civilizzata: il posto è pieno di tipacci d’ogni risma, tutti si voltano a guardarlo quando entra, e naturalmente il gradasso della situazione ha la cattiva idea di prendersela con lui. Finché lo straniero, sempre in silenzio, rivela forza, prontezza di riflessi e mira infallibile: fa fuori i brutti ceffi e si avvicina al suo vero obiettivo, un tizio su cui pende una taglia.

«Posso consegnarti caldo, o posso consegnarti freddo» gli dice. Avete subito pensato all’inizio di un western, e invece stiamo parlando di The Mandalorian, ovvero la prima serie live action dell’universo di Star Wars, e anche una delle prime produzioni originali della nuovissima piattaforma streaming Disney+.

L’attesissimo servizio della Casa di Topolino, che ha debuttato negli Stati Uniti lo scorso autunno, arriva in Italia e in gran parte d’Europa da martedì 24 marzo: ha un prezzo d’abbonamento competitivo (6,99 euro al mese, oppure 69,99 euro per un anno), permette a ogni utente di utilizzare fino a quattro diversi schermi contemporaneamente (e quindi è ottimo per le famiglie, vere o elettive che siano), e soprattutto un catalogo sterminato, e destinato a crescere.

Ci sono i classici animati Disney, da Biancaneve e i sette nani a Frozen, i recenti remake live action (cui si aggiunge l’ultimo, in esclusiva Disney+: Lilli e il vagabondo), i tantissimi film per famiglie prodotti dagli anni 50 a oggi, le serie Disney Channel, etc. E poi ci sono gli universi che Disney ha acquisito nel nuovo millennio, ampliando il proprio impero: i capolavori in computer grafica della Pixar, l’universo cinematografico Marvel, la Lucasfilm e Star Wars, e infine la mole di contenuti derivata dalla mega fusione con Fox, che va da I Simpson ad Avatar ai documentari National Geographic.

Negli Stati Uniti Disney+ ha registrato da subito un successo imponente, e alcuni studi hanno suggerito che molti spettatori abbiano disdetto l’abbonamento a Netflix – il cui catalogo, soprattutto dal punto di vista cinematografico, è un po’ in declino – per saltare sul carro del vecchio zio Walt. Certo è che i servizi di visione on demand si stanno moltiplicando – oltreoceano stanno per arrivare anche HBO Max, che potrà contare sulla library Warner, e Quibi, un esperimento dedicato a contenuti di breve durata, messo in piedi dal papà della DreamWorks Jeffrey Katzenberg – e dunque il pubblico sempre più spesso dovrà scegliere quale piattaforma preferire.

Di Disney+ per ora possiamo dire che The Mandalorian è un piccolo gioiello: non solo per i fan di Star Wars, che vi troveranno tanti riferimenti e citazioni ma soprattutto lo spirito d’esplorazione e di meraviglia del primo Guerre stellari, ma anche per i neofiti, in cerca di una bella serie d’avventura, piena di ispirazioni western mescolate alla fantascienza, all’azione e alla commedia, realizzata con qualità elevatissima.

Infine, in The Mandalorian appare una creatura che ha fatto impazzire il pubblico di tutto il mondo, scatenando un tornado che forse nemmeno la stessa Disney si aspettava: conosciuto nella serie solo come “il Bambino”, l’internet l’ha ribattezzato “Baby Yoda”, perché si tratta di un esemplare della stessa specie di Yoda, però infante, all’apparenza un mix tra un Gremlin non ancora cattivo, un tenero neoanto e un gattino dagli occhioni irresistibili. E infatti è diventato immediatamente uno dei meme più popolari del web, il Guardian l’ha decretato “maggior nuovo personaggio del 2019”, l’Hollywood Reporter l’ha definito “il futuro di Hollywood”. La Forza, di sicuro, è con lui.

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    Alice Cucchetti
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La terza stagione di Westworld su Sky Atlantic

Westworld

Dopo quasi due anni d’attesa, Westworld è tornata: si tratta di una delle serie più prestigiose della già prestigiosa HBO, prodotta da J.J. Abrams, creata da Jonathan Nolan (il fratello del regista Christopher, e autore di molte sceneggiature dei suoi film, tra cui Memento, The Prestige e Interstellar) e da Lisa Joy.

Il titolo corrisponde a quello del parco giochi in cui erano ambientate le prime due stagioni: un luna park per ricchissimi adulti, che pagando un lauto ingresso potevano fingere per giorni di trovarsi nel vecchio West, vivere avventure selvagge, partecipare a pericolose missioni e anche sfogare i propri peggiori istinti sugli host, cioè androidi pressoché indistinguibili dagli esseri umani.

La serie, quasi unanimemente apprezzata dalla critica, ha diviso via via sempre più il pubblico: fitta di intriganti misteri, organizzata – come praticamente sempre nei film dei fratelli Nolan – su diverse linee temporali incrociate, ha conquistato una parte molto attiva di spettatori, impegnati a decifrarne collettivamente gli enigmi un po’ com’era successo in passato con Lost, mentre ha finito per allontanare chi preferiva una visione meno interattiva e meno cerebrale.

La terza annata, comunque molto attesa, in Italia disponibile in contemporanea con gli Usa su Sky Atlantic, esce definitivamente dal parco: alcuni androidi, in particolare la protagonista Dolores interpretata da una bravissima Evan Rachel Wood, sono riusciti a fuggire da Westworld dopo una sanguinosa rivolta, e ora si aggirano nella “realtà vera”, alcuni di loro intenzionati a distruggere il mondo degli uomini loro creatori, vendicandosi delle sopraffazioni subite per decenni.

Non è difficile vedere in Westworld molte metafore, più o meno consapevoli: c’è stata a lungo quella meta-televisiva, perché alcuni dei protagonisti della serie erano gli “sceneggiatori” del gioco dentro Westworld, rispecchiando così il processo di creazione di una serie tv; ora è più scoperta l’allegoria di classe, sottolineata anche dall’ingresso di un nuovo personaggio interpretato dall’Aaron Paul di Breaking Bad, con gli androidi impegnati a guidare una rivoluzione contro quel ricchissimo 1% del mondo che li tratta letteralmente come oggetti da sfruttare, spremere, sacrificare.

A giudicare dalle prime nuove puntate, poi, questa terza stagione sembra configurarsi come più lineare, più ricca d’azione, meno labirintica, dispiegata su una sola linea temporale, e anche un filo meno filosofica delle precedenti: quasi che, uscita dal parco, anche la narrazione si sia fatta più tangibile, più pragmatica, più realistica. Sì, realistica: non è un aggettivo a caso per questa serie di fantascienza, perché Westworld parla anche e soprattutto del nostro rapporto con la tecnologia, e la tecnologia rappresentata nella serie per molti versi è l’evoluzione fantascientifica di molte cose che nel nostro mondo ci sono già.

Non a caso la maggioranza delle location di questa nuova stagione non sono ricostruite o animate in green screen: appartengono alle skyline di Los Angeles e soprattutto dell’iper moderna Singapore, con le architetture minimali e spericolate, create dalle archistar. Come a dirci che il futuro è già arrivato.

Foto dalla pagina Facebook di HBO

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    Alice Cucchetti
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Indomite, storie di donne che fanno ciò che vogliono su RaiPlay

Indomite

Indomite, storie di donne che fanno ciò che vogliono su RaiPlay. Tra le cose cui abbiamo dovuto rinunciare a causa dell’emergenza coronavirus ci sono state le manifestazioni per l’8 marzo, la Giornata internazionale della donna – le quali, nei piani originali, si sarebbero dovute estendere anche a lunedì 9, visto che quest’anno la data cadeva di domenica.

Come hanno fatto notare anche i comitati di Non una di meno, ci sono però molti modi di portare avanti la lotta per la parità e contro la discriminazione di genere, che tra l’altro continua ogni giorno dell’anno: noi ve ne proponiamo uno utile anche per fronteggiare un’altra delle situazioni anomale “regalataci” dal COVID-19, cioè il fatto che le scuole siano chiuse e i bambini a casa, desiderosi di farsi intrattenere. Su RaiPlay, la piattaforma streaming della Rai (è gratuita per tutti, cioè è compresa nel canone, basta registrarsi con un’email), dall’8 marzo è disponibile un’imperdibile serie animata.

S’intitola Indomite: si tratta di ben 30 episodi da circa 3 minuti e mezzo ciascuno, ognuno dedicato a ripercorrere la biografia di una figura femminile che ha fatto la storia e di cui difficilmente avrete sentito parlare. D’accordo, magari qualche nome un po’ più celebre c’è: per esempio la ballerina Josephine Baker, icona americana degli spettacoli parigini, spia partigiana durante l’occupazione nazista, e poi combattente per i diritti civili negli Stati Uniti degli anni 60. Oppure Hedy Lamarr, la diva del cinema austriaco prima e di Hollywood poi, che fu anche una grande inventrice, e aiutò gli alleati a vincere la guerra inventando qualcosa senza cui oggi non potremmo vivere: il WiFi.

E, ancora, la collezionista d’arte Peggy Guggenheim, la straordinaria reporter Nellie Bly, la musicista Betty Davis, l’illustratrice Tove Jansson… Ma molte meno persone, probabilmente, hanno sentito parlare della ginecologa Agnodice, che nell’Atene del 350 a.C. si travestì da uomo per studiare e curare le donne; o della donna barbuta Clémentine Delait, che nella Francia di fine Ottocento rifiutò di esibirsi in un circo e mantenne con il proprio bar il marito malato per tutta la vita; o della guerriera e sciamana apache Lozen, che combatté insieme a Geronimo contro i visi pallidi; o di Christine Jorgensen che, nata in un corpo maschile, fu tra le prime ad affrontare un’operazione di riassegnazione di genere e diventò attivista per i diritti delle persone trans.

Indomite è la trasposizione televisiva di una serie a fumetti intitolata in originale Les Culottées, realizzata dall’illustratrice e fumettista francese Pénélope Bagieu nel 2016 per un blog di “Le Monde”, e diventata poi un libro nel 2018. In Italia è pubblicato in due volumi da Bao Publishing con il sottotitolo Donne che fanno ciò che vogliono, ed è un acquisto fortemente consigliato.

La serie, disegnata e scritta dalla stessa Bagieu e diretta da Sarah Saidan, Charlotte Cambon e Mai Nguyen, conserva il tipico tratto deciso e lineare, e i giochi con l’alternanza di bianchi e colori pieni, delle bellissime illustrazioni originali, e anche il modo veloce, leggero ed efficace con cui l’autrice riesce a descrivere, di tanto in tanto, anche le inevitabili sofferenze e sopraffazioni vissute dalle protagoniste.

Per una volta, della versione italiana lodiamo anche il doppiaggio, grazie alla poliedrica voce di una bravissima Isabella Ragonese. Indomite è una visione perfetta per tutta la famiglia, che la si voglia centellinare poco a poco o trangugiare tutta d’un fiato: lasciamo a voi la sorpresa di scoprire quali altre biografie ha scelto Bagieu, spaziando tra i continenti e i periodi storici, e scovando personalità dimenticate che meritano di entrare nell’immaginario collettivo. Perché, come si dice: lottomarzo e lotto ogni giorno, anche in quarantena.

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    Alice Cucchetti
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Le serie TV da non perdere a febbraio 2020: ZeroZeroZero

ZeroZeroZero

Nuovo mese, nuove serie TV da non perdere. Febbraio 2020 è cominciato con l’atteso ritorno di una serie italiana apprezzata in tutto il Mondo: L’Amica Geniale. Sicuramente una delle migliori serie TV in uscita a febbraio 2020 insieme ad un altro prodotto italiano, ZeroZeroZero, basata sull’omonimo romanzo di Roberto Saviano.

Serie TV Febbraio 2020: ZeroZeroZero, la nuova serie Sky tratta da Roberto Saviano

Un clan della ‘ndrangheta, guidato da un anziano capo nascosto in un bunker e da suo nipote, che apparentemente conduce una vita rispettabile e forse, sotto sotto, aspira a qualcosa di più. Una famiglia americana, padre vedovo e due figli, proprietaria di una grossa compagnia di navigazione internazionale.

Un sergente dell’esercito messicano, estremamente religioso, impegnato in missioni antidroga e in un pericoloso doppio gioco. Tre storie che appaiono lontane tra loro in tutto: geograficamente e linguisticamente, tanto per cominciare, visto che la prima inizia in Calabria, la seconda a New Orleans e la terza a Città del Messico. Ma anche come tipo di personaggi e come stile narrativo: la parte italiana guarda all’intreccio tra lotte di potere e folklore dei film di mafia, quella americana è anche un melodramma familiare, e quella messicana ha connotati molto più action.

Eppure tutto si tiene – è proprio il messaggio della serie – e quel che tiene insieme tutto è la cocaina. Stiamo parlando di ZeroZeroZero, nuovissima serie originale Sky (prodotta in collaborazione con la francese Canal+ e gli americani Amazon Studios) che ha debuttato il 14 febbraio su Sky Atlantic.

Per molti versi, la produzione sembra ricalcare la formula che ha portato allo strabordante successo di Gomorra: un libro-inchiesta bestseller scritto da Roberto Saviano (ZeroZeroZero, appunto, pubblicato da Mondadori nel 2013), una trasposizione televisiva con il sigillo di qualità di Sky, la firma registica e narrativa di Stefano Sollima.

Tra le case di produzione c’è anche la stessa Cattleya di Gomorra, così come alcuni nomi in sede di sceneggiatura, tra cui il co-autore Leonardo Fasoli. Ma per molti altri aspetti, di Gomorra ZeroZeroZero è l’opposto: laddove la prima affondava nel microcosmo di un quartiere napoletano per osservare da vicino l’infezione camorristica, la seconda allarga lo sguardo il più possibile, tentando di cogliere il quadro generale della malattia, i collegamenti che troppo spesso ci sfuggono, e ci impediscono di vedere che le piste del narcotraffico, scorrendo e sovrapponendosi alle stesse strade del capitalismo, contagiano l’intero globo.

Già presentata Fuori concorso all’ultima Mostra del cinema di Venezia, ZeroZeroZero ritrova Sollima anche alla regia di diversi episodi (gli altri sono diretti dal danese Janus Metz, già dietro la macchina da presa di True Detective, e soprattutto dall’argentino Pablo Trapero, autore di Il clan).

Nelle scelte di messa in scena sono evidenti sia la recente esperienza di Sollima a Hollywood, dove ha diretto Soldado e sta realizzando un nuovo film, Without Remorse, sia i suoi inizi come videoreporter di guerra: l’impeccabile controllo dell’azione e la capacità di tenere costante la tensione riescono nell’intento di rendere avvincente una storia ampia e complessa.

Il merito è anche degli attori, che vanno dal veterano Gabriel Byrne ai già noti Andrea Riseborough e Dane DeHaan fino a esordienti quasi assoluti come Giuseppe De Domenico e Harold Torres. Moltissimo, infine, lo fa la colonna sonora, composta dal gruppo post rock scozzese Mogwai, che oltre a una lunghissima carriera musicale, alle spalle ha anche l’evocativa soundtrack della serie francese Les revenants. Insomma, il consiglio è chiaro: guardatela.

Foto dalla pagina Facebook di Sky Atlantic Italia

Serie TV Febbraio 2020: L’Amica Geniale su RaiUno

Il successo della prima stagione di L’amica geniale, andata in onda sia negli Stati Uniti sia in Italia a fine 2018, può sembrare prevedibile, ma non era così scontato. Basta guardare l’abisso che separa i canali su cui va in onda in Usa e in Italia: gli statunitensi la guardano su HBO, il network più prestigioso, ma a pagamento, rivolto a una nicchia di intellettuali e professionisti di classe medio alta. Noi italiani la vediamo su RaiUno, l’ammiraglia della tv pubblica, la rete più generalista possibile, quella di Don Matteo e del festival di Sanremo.

Negli Stati Uniti L’amica geniale ha avuto un grande successo di critica ed è stata inserita in quasi tutte le classifiche delle migliori serie 2018. In Italia ha avuto un grande successo di pubblico, facendo registrare oltre 6 milioni di telespettatori ogni serata e sfiorando i 7 milioni nel finale.

Non era scontato, dicevamo: per entrambi i pubblici, Usa e Italia (eccezion fatta naturalmente per la Campania), si tratta di una serie da vedere sottotitolata; profondamente radicata in una tradizione culturale, di costume e anche cinematografica italiana, il rischio che oltreoceano fosse fraintesa era alto; e, con il suo ritmo pacato, la scenografia scarna e proto-teatrale, una sceneggiatura scritta cercando la complessità di tanta serialità contemporanea, è una mosca bianca all’interno della programmazione di Rai1.

Saverio Costanzo, il regista che ha curato la trasposizione da romanzi a schermo, ribadisce che il merito, ancora una volta, è tutto di Elena Ferrante (la quale ha partecipato alla stesura delle sceneggiature televisive). La sua capacità di scrivere romanzi di alta qualità letteraria ma, allo stesso tempo, genuinamente popolari e universali è il motivo per cui la quadrilogia di L’amica geniale è un tale fenomeno in tutto il mondo.

Da lunedì 10 febbraio la serie è tornata su RaiUno con la seconda stagione, tratta dal secondo libro, Storia del nuovo cognome: questa volta andrà in onda prima da noi e poi, in primavera, su HBO. La storia di Lila e Lenù riprende esattamente dove s’era interrotta, dopo il matrimonio della prima, ma attorno alle ragazze il rione muta velocemente, si ristruttura letteralmente, con nuove palazzine, più colori, più oggetti di scena: sono gli anni 60, e il Boom economico arriva proprio come un’esplosione.

È ancora Costanzo a curare la regia, ma si è fatto sostituire da Alice Rohrwacher per due episodi centrali, e cruciali, quelli ambientati a Ischia che segneranno una svolta nelle vite delle protagoniste: mentre le ragazze crescono e la storia d’Italia avanza, i registi hanno cercato di applicare alla messa in scena l’evoluzione dello stile cinematografico, abbandonando pian piano i richiami al neorealismo e abbracciando quelli della nouvelle vague.

Ma il cuore di L’amica geniale restano sempre loro, Lila e Lenù, o meglio, la loro relazione, complicata, sfaccettata, impossibile da descrivere in poche parole: l’amicizia, il profondo affetto, il desiderio di proteggersi l’un l’altra, ma anche la competizione, l’invidia della reciproca condizione, che poco ha a che fare con amori o uomini, e tanto con la condizione sociale, l’accesso all’istruzione, l’urgenza disperata d’emancipazione in un mondo profondamente e violentemente patriarcale.

Nella prima puntata di questa seconda stagione vediamo un esempio di quest’oppressione sistemica tragicamente comune e paradossalmente pochissimo rappresentato sullo schermo: uno stupro coniugale, tra gente che sa, capisce, ma fa finta di non vedere. Già nella prima stagione avevamo visto una dolorosa scena di molestia, ma, soprattutto, agli antipodi, il momento in cui Lenù ha le prime mestruazioni: qualcosa di mai visto, in prima serata. Ed è anche così che L’amica geniale va a segno: svelandoci l’assurdo paradosso per cui ci si aspetta di più di vedere una violenza che una cosa davvero naturale come il sangue mestruale.

Foto dalla pagina Facebook di My Brilliant Friend HBO

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    Alice Cucchetti
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Le serie TV da non perdere a gennaio 2020: BoJack Horseman

BoJack Horseman

Con l’arrivo del 2020 ripartono gli esordi di nuove serie TV molto attese dal grande pubblico. L’ultima in ordine di tempo, molto amata dal grande pubblico e pronta a concludersi, in lizza per diventare una delle migliori serie tv di gennaio 2020 è BoJack Horseman, fortunata serie animata targata Netflix.

Nonostante molti esempi pronti a smentire il luogo comune, si fa sempre un po’ fatica a sganciare le serie animate dall’idea di “prodotto per bambini”. Pensate non solo alle censure subite sistematicamente dai cartoni animati giapponesi, ma anche al fraintendimento tutto italiano di un fenomeno come I Simpson, che da noi è ancora programmato nella fascia pomeridiana tradizionalmente riservata ai ragazzini.

Eppure negli ultimi anni proprio l’animazione televisiva si sta dimostrando un terreno di sperimentazione ricchissimo e appassionante: vale sia per quella per bambini (da Adventure Time a Steven Universe) come per quella per adulti. C’è un nome, qui, da tenere a mente, ed è quello di Raphael Bob-Waksberg. Californiano, classe 1984, forse vi dice qualcosa il titolo di una serie da lui creata, BoJack Horseman, di cui il 31 gennaio arrivano su Netflix gli ultimissimi episodi.

BoJack Horseman è la storia di un cavallo. Un cavallo antropomorfo, che vive, insieme a uomini e ad altri animali antropomorfi, a Hollywoo. Che sarebbe Hollywood, certo, ma la d finale è caduta dalla celebre collina schiantandosi come tanti sogni di successo. BoJack, tanti anni fa, era un attore famoso: faceva il cavallo in una sitcom, Horsin’ Around, di quelle con le risate registrate (se cercate su Netflix trovate pure quella).

Oggi è una ex star mezza disoccupata, alcolizzata, depressa, perseguitata da svariati fantasmi, e con un pozzo senza fondo di traumi mai risolti al posto del cuore. Attorno a lui, la gatta-manager Princess Carolyn, la sua giovane biografa Diane, il cagnolone Mr. Peanutbutter, il bamboccione Todd, e una miriade d’altri personaggi, spesso inventati, qualche volta copiati dalla realtà.

BoJack Horseman, approdato sulla piattaforma streaming nel 2014 e ora sul punto di concludersi dopo sei stagioni, è diventato, puntata dopo puntata, qualcosa che inizialmente nessuno s’aspettava: è un ritratto del mondo dello showbusiness, certo, trasfigurato nel tratto surreale dell’illustratrice Lisa Hanawalt, virato qualche volta al grottesco, ma straordinariamente preciso nell’andare ad affondare il coltello nelle ferite della Hollywood contemporanea. Ma è anche, proprio perché parla, attraverso i suoi personaggi disegnati, di una società ossessionata dall’immagine, uno specchio dell’Occidente contemporaneo, e dunque di tutti noi.

E, nonostante l’umorismo che a tratti straborda portandoci a incontrollabili risate, è una delle serie più acute e puntuali nella rappresentazione della depressione, della malattia mentale, del trauma – e, più in generale, ha un’incredibile capacità, forse garantita proprio dall’animazione, di arrivare al cuore di questioni umane profonde e complesse, quelle da cui tutti quotidianamente c’impegniamo a distogliere lo sguardo perché fanno troppo male.

Oltre a BoJack Horseman, Bob-Waksberg è co-autore di altre due serie, uscite nel 2019. La prima è Tuca e Bertie, creata da Lisa Hanawalt, la disegnatrice di BoJack, appunto, ed è sempre su Netflix: racconta le vicissitudini di due uccelli-femmina, un tucano chiassoso e spensierato e un usignolo ansioso e sognatore. La seconda è Undone, sta su Amazon Prime Video, e la co-ideatrice è Kate Purdy, una sceneggiatrice di BoJack: qua niente animali, ma i protagonisti umani sono ri-disegnati al rotoscopio, la tecnica d’animazione che permette di ridipingere le riprese effettuate dal vero.

Undone racconta con squarci visionari e una spruzzata di fantascienza filosofica una faticosa elaborazione del lutto e la difficoltà di venire a patti con la propria memoria. Insomma, è come se l’animazione, così straordinariamente libera d’immaginare, raffigurare e fantasticare, fosse la tecnica migliore per indagarci nel profondo, offrendoci storie universali di crisi esistenziali, tra incontenibili risate e immense verità.

Gli ultimi episodi di BoJack Horseman saranno disponibili sul Netflix dal 31 gennaio 2020.

Star Trek: Picard al via su Amazon Prime Video

Star Trek: Picard
Le Serie TV di Gennaio 2020. Star Trek: Picard

«Spazio, ultima frontiera. Eccovi i viaggi dell’astronave Enterprise durante la sua missione quinquennale, diretta all’esplorazione di nuovi mondi, alla ricerca di nuove forme di vita e di civiltà, fino ad arrivare laddove nessun uomo è mai giunto prima».

L’avrete sicuramente riconosciuta: è l’introduzione agli episodi della serie classica di Star Trek, e contiene da sola quasi tutto quello che serve sapere su uno dei mondi narrativi più importanti di sempre. C’è lo spazio e c’è la Frontiera, dunque la fantascienza e il western.

L’uomo che inventò Star Trek, Gene Roddenberry, aveva scritto western per la tv, prima di avere la possibilità di proporre all’NBC uno show ambientato su un’astronave, quindi non ci stupisce trovare quest’ispirazione in una storia che unisce lo spirito d’avventura del genere più a stelle e strisce di tutti con la razionalità e lo spirito illuminista della migliore fiction speculativa.

Era il 1966, la corsa allo spazio era all’apice, così come la Guerra fredda: Roddenberry immaginò un futuro in cui non solo fossero stati superati i conflitti nazionali, etnici e di genere, ma anche quelli tra la maggior parte delle specie extraterrestri, e l’umanità, insieme a una prodigiosa Federazione di pianeti alieni, potesse dedicarsi all’espansione della conoscenza.

54 anni dopo, la Guerra fredda non c’è più, l’esplorazione del cosmo sta tornando agli onori delle cronache dopo un lunghissimo periodo di stop, e poche cose sembrano impossibili quanto una Federazione dei pianeti uniti: «Non potrebbe esserci un momento migliore per un ritorno di Star Trek» dichiara allora sir Patrick Stewart, che infatti si prepara a re-indossare, dopo 18 anni, le vesti del capitano Jean-Luc Picard. Ovvero il protagonista di Star Trek: The Next Generation, spinoff della serie classica creato sempre da Gene Roddenberry nel 1987 e andato in onda fino al 1994, e di svariati film del franchise (l’ultimo era stato Star Trek: La nemesi nel 2002).

Il personaggio di Jean-Luc Picard è probabilmente quello che, da solo, più incarna lo spirito di Star Trek, e ora, dal 24 gennaio, sarà titolare di una nuova serie, Star Trek: Picard, appunto, che sarà disponibile, con un episodio a settimana, ogni venerdì su Amazon Prime Video.

A realizzarla ci sono alcune delle nuove leve che, a partire dai film più recenti targati J.J. Abrams, stanno aggiungendo tasselli all’universo roddenberryano, producendo anche un’altra nuova serie, Star Trek: Discovery (che, invece, è distribuita in Italia da Netflix). Ma c’è anche l’acclamato scrittore Michael Chabon, autore premio Pulitzer e trekkie di lunga data.

Torneranno anche molti volti di The Next Generation noti e amati dai fan, in una storia che ritrova Picard vent’anni dopo i catastrofici eventi di La nemesi, e sembra un uomo molto diverso da come ce lo ricordiamo. Sir Patrick Stewart lo scorso autunno è stato ospite d’onore al Lucca Comics and Games, accolto dai fan con un affetto straordinario, e ha ribadito la necessità, in questi tempi cupi e conflittuali, di storie come quelle di Roddenberry: in cui trionfano razionalità e compassione, desiderio di conoscere l’universo, gli altri e se stessi, di comprendere le motivazioni, le culture e le vicende di chiunque ci sembri “alieno”, e di collaborare, tutti, a un grande sforzo comune per il progresso umano. È naturale rispondere con un augurio che ruba le parole al classico saluto vulcaniano: lunga vita e prosperità.

Foto dalla pagina ufficiale di Star Trek su Facebook

Le serie TV da non perdere a gennaio 2020: The New Pope

The New Pope
Foto tratta dalla serie televisiva The New Pope

The New Pope: il ritorno dei papi di Paolo Sorrentino. L’estate scorsa, sulla piattaforma streaming Amazon Prime Video, è stata pubblicata la prima serie di Nicolas Winding Refn, il regista danese autore di Drive, Solo Dio perdona, The Neon Demon. La serie si intitola Top Old to Die Young, due sue puntate erano state presentate al festival di Cannes, il protagonista è Miles Teller (il giovane batterista di Whiplash) nei panni di un poliziotto corrotto che, in cerca di redenzione, insegue e punisce violentemente i peggiori criminali anche al di fuori della legalità.

Lo scorso 10 gennaio, su Sky Atlantic e Sky Cinema Uno, è cominciata The New Pope, creata e diretta da Paolo Sorrentino: si tratta del sequel (o della seconda stagione, con un titolo lievemente diverso) di The Young Pope, co-produzione tra Sky, HBO e Canal+ che aveva debuttato alla Mostra del cinema di Venezia nel 2017.

Papa Pio XIII, al secolo Lenny Belardo, primo papa americano nella Storia fittizia immaginata da Sorrentino, era il protagonista di The Young Pope: interpretato da un Jude Law in stato di grazia, era imprevedibile, iper conservatore e manipolatore, e alla fine della stagione, in seguito a un problema cardiaco, finiva in coma.

The New Pope si apre così col Vaticano in subbuglio, e la disperata necessità di trovare un nuovo pontefice: il furbo e potente cardinale Voiello (uno straordinario Silvio Orlando che, a suo modo, è il vero protagonista della serie) fa eleggere sir John Brannox, un aristocratico inglese, che sale al soglio pontificio col nome di Giovanni Paolo III e ha il volto enigmatico del grande John Malkovich.

Il nuovo papa pare l’esatto opposto del giovane papa – è moderato e riflessivo laddove l’altro era estremista e impulsivo – ma nasconde comunque dei segreti; inoltre, la particolare situazione a San Pietro fa sì che si creino diverse fazioni di fedeli sempre più simili a sette…

Perché abbiamo accostato Too Old to Die Young e The New Pope? Certo, in entrambe si parla di peccato, fede e redenzione, e gli intrighi del sottobosco criminale di Los Angeles e del New Mexico potrebbero fare eco a quelli cardinalizi della Città del Vaticano, quanto meno nella versione pop immaginata da Sorrentino. Ma Too Old to Die Young è un crime drama serissimo e rarefatto, con improvvise esplosioni di violenza a spezzare un ritmo ipnotico, mentre The New Pope ha un’irresistibile vena di commedia satirica, accanto al grottesco tipicamente sorrentiniano, e in questa nuova stagione, grazie anche all’arrivo in sceneggiatura del veterano del piccolo schermo italiano Stefano Bises, le trame si fanno più serrate.

Too Old to Die Young, poi, è una serie pensata per lo streaming, e Nicolas Winding Refn ha dichiarato di essere stato affascinato proprio da questa nuova modalità di diffusione e fruizione: per questo la sua serie è così “lenta” e ipnotica, perché vuole assomigliare a un flusso dove lo spettatore può entrare o uscire in ogni momento.

The New Pope è invece tv prestigiosa a tutti gli effetti: vedremo due puntate a settimana su Sky per i prossimi due mesi o poco meno. Una cosa in comune però ce l’hanno, e non è solo la predilezione per le luci al neon di entrambi i cineasti (anche se c’entra): entrambe sono l’espansione seriale di un brand, di un marchio cinematografico. Promettono, e mantengono, prima di tutto un’esperienza: quella, unica e inconfondibile, offerta dallo stile del proprio regista. Too Old to Die Young è puro Nicolas Winding Refn, mentre The New Pope è Sorrentino distillato: a loro modo, dunque, entrambe esplorano nuovi confini della narrazione audiovisiva, assottigliando sempre più il limite tra piccolo e grande schermo.

A QUESTO INDIRIZZO POTETE RECUPERARE LE SERIE TV DI DICEMBRE 2019.

Foto dalla pagina ufficiale di The New Pope su Facebook

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    Alice Cucchetti
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Approfondimenti

Le serie TV da non perdere a dicembre 2019

HIS DARK MATERIALS

Siete alla ricerca di nuove serie TV da vedere e non volete rimanere indietro con le ultime uscite? Ecco le migliori serie TV disponibili a dicembre 2019.

His Dark Materials su Sky Atlantic dal 1° gennaio 2020

Una trilogia «scritta da un ateo militante per promuovere l’ateismo e denigrare il cristianesimo prendendo di mira bambini e adolescenti». «Tre romanzi estremamente anti-fede, anti-cristiani e anti-cattolici, e pro-ateismo». «Un assalto diretto alla chiesa, di più, un assalto diretto a dio stesso!». Sono alcune delle pacate reazioni che diverse associazioni ultra cattoliche hanno rilasciato nel 2007, facendo attivamente campagna contro l’uscita del film La bussola d’oro (che fu un flop, ma probabilmente più per la scarsa qualità che per le azioni di boicottaggio).

Era l’adattamento del primo romanzo della trilogia fantasy Queste oscure materie, scritta dall’autore britannico Philip Pullman, e l’ostilità di alcune correnti della chiesa si era già manifestata ai tempi della pubblicazione dei romanzi, tra il 1995 e il 2000. Dichiarazioni che sono riemerse in questi ultimi mesi, dal momento che dai libri è stata tratta una nuova trasposizione, questa volta seriale.

S’intitola His Dark Materials, è una co-produzione tra l’inglese BBC e l’americana HBO, la messa in onda si è appena conclusa in Regno Unito e in Italia parte dal 1° gennaio su Sky Atlantic. Di cosa parla, dunque, questo racconto per ragazzi, per suscitare un’opposizione che non si vedeva dai tempi dei Versetti satanici di Salman Rushdie (o, per rimanere in ambito infantile, da Harry Potter)?

His Dark Materials è la storia di Lyra Belacqua, una ragazzina di 13 anni volitiva e testarda (interpretata qui dalla bravissima Dafne Keen, già co-protagonista di Logan – The Wolverine) che vive nella Oxford di un mondo parallelo al nostro; un mondo dove l’anima delle persone esiste accanto a loro nella forma di un daimon, un animale che in qualche modo ne rispecchia la personalità, e che funge da amico, compagno, aiutante, consigliere, voce della coscienza.

A detenere e amministrare il potere, in quest’universo, è il Magisterium, un’organizzazione insieme politica e religiosa che si pone come benevola ma è, a tutti gli effetti, più che sinistra: il suo scopo, si scopre, è eliminare i daimon che permetterebbero, attraverso una misteriosa sostanza chiamata Polvere, l’accesso ad altri mondi.

La serie tv è un grande sforzo produttivo, necessario a portare sullo schermo un universo fantasy ricchissimo e particolare, una mescolanza tra Ottocento e modernità; è scritta dal drammaturgo Jack Thorne (che per la tv ha lavorato in serie come Skins e This Is England) e i primi due episodi sono diretti da Tom Hooper, il regista premio Oscar per Il discorso del re. Da Oxford, Lyra viaggerà verso Londra e poi verso i gelidi territori del nord, inseguendo le luci dell’aurora boreale, e incontrerà i personaggi più disparati, dai nomadi gyziani all’aeronauta Lee Scoresby, da streghe misteriose a prodigiosi orsi polari parlanti e corazzati.

Nel cast, oltre alla giovane Dafne Keen, ci sono grandi attori britannici come Ruth Wilson, già protagonista di The Affair e qui nel ruolo della terribile e subdola Mrs. Coulter, e James McAvoy, interprete scozzese già in film come Espiazione, Split e la saga degli X-Men, più l’americano Lin-Manuel Miranda, creatore del grande successo musical Hamilton.

L’avventura è assicurata, come in ogni buon fantasy, ma è vero che Queste oscure materie si costruisce su un preciso messaggio politico: non anti-religioso, forse, ma sicuramente contro ogni tipo di integralismo dogmatico e a favore dell’indipendenza critica, della tolleranza, della ricerca della conoscenza e della libertà di pensiero. Comincia il 1° gennaio, e ci sembra il migliore degli auguri possibili per un felice anno nuovo.

La fantastica signora Maisel 3 è disponibile su Amazon Prime Video

The Marvelous Mrs. Maisel
Foto tratta dalla terza stagione di The Marvelous Mrs. Maisel su Amazon Prime Video

È ormai una tradizione: arrivano i primi di dicembre, spuntano le decorazioni, le strade s’illuminano di luci, si accendono e brillano gli alberi di Natale e su Amazon Prime Video arriva La fantastica signora Maisel. O The Marvelous Mrs. Maisel, secondo il titolo originale.

La serie è creata da Amy Sherman-Palladino, da lei prodotta insieme al marito e collaboratore Daniel Palladino, e già vincitrice, gli scorsi anni, di tre Golden Globe e 16 Emmy, tra le tantissime nomination ottenute.

La fantastica signora Maisel è diventata in fretta il titolo di punta del catalogo Amazon, adorata com’è da critica e pubblico. Un po’ come la sua protagonista, la signora Maisel del titolo, “praticamente perfetta sotto ogni aspetto” come Mary Poppins: ex casalinga per nulla disperata nella New York degli anni 50, con un guardaroba da far invidia alle dive hollywoodiane dell’epoca e una messa in piega sempre impeccabile.

Nel corso della prima stagione risorgeva dalle ceneri di un matrimonio finito, scoprendo di essere bravissima a fare la stand-up comedian – cioè la cabarettista, per dirla all’italiana. E iniziava, insieme alla manager Susie, a costruirsi difficoltosamente una carriera, tra successi, fallimenti e ripensamenti.

Questa terza stagione spalanca la porta degli anni 60, e l’universo della serie – così come il mondo, in quel periodo – si allarga ulteriormente: avevamo lasciato Midge e Susie in procinto di partire per un tour degli States insieme a Shy Baldwin, cantante crooner afroamericano molto celebre, e seguendo le tappe della tournée ci tuffiamo in sfavillanti versioni retrò di Las Vegas, Miami e Los Angeles.

Tutti i personaggi principali sono alle prese con cambiamenti insieme esilaranti e spaventosi: Susie ha una nuova e bizzosa cliente da gestire, oltre a Midge; Joel sta finalmente aprendo un night club; Abe, il padre di Midge, ha abbandonato il lavoro da professore universitario per ri-darsi all’attivismo politico… E pare che sia proprio la politica a non poter essere lasciata ancora a lungo ai margini dello show.

Le serie tv di Amy Sherman-Palladino, a partire dalla famosissima Una mamma per amica, sono sempre state ambientate in piccoli mondi idilliaci e come staccati dalla realtà, una provincia americana popolata di personaggi bizzarri, e innaffiata di nostalgia. Ma l’America degli anni 60, oltre al Boom economico ha visto anche l’esplosione delle battaglie per i diritti civili: la fantastica signora Maisel non affronta mai la questione di petto, non ancora, ma tra una battuta e l’altra sullo sfondo fanno capolino questioni serissime, per esempio accenni al razzismo, o al maccartismo del decennio precedente.

Evidente e sempre più dichiarato è invece il femminismo della serie: implicito già nella premessa narrativa – la storia di una donna che si emancipa, trovando se stessa, la propria voce, il proprio talento, contro il conformismo dell’epoca – è qui rimarcato da piccoli o grandi dettagli, spesso utilizzati in chiave comica, ma anche ben capaci di pungere perfino l’attualità.

E infine, riappare, con un’ulteriore vena di malinconia, il personaggio realmente esistito di Lenny Bruce: straordinario comico che con la propria arte sfidò continuamente il perbenismo a stelle e strisce, in nome della libertà di satira e di parola, morì nel 1966 a soli 40 anni. Chissà se la serie arriverà a questo drammatico evento nella prossima, già confermata, stagione?

Nel frattempo, la terza annata è ancora una volta da non perdere: col suo ritmo travolgente, i dialoghi esilaranti e una regia ancor più virtuosa nei tanti dolly e nei lunghi pianisequenza (quasi tutte le puntate sono dirette dalla stessa Sherman-Palladino), riconferma la propria natura eccezionale.

For All Mankind disponibile su AppleTV+

For All Mankind
For All Mankind, lo show di Apple TV

Sta per concludersi un anno di grandi anniversari, soprattutto perché abbiamo celebrato il cinquantennale di uno degli anni cruciali della storia recente: il 1969.

Circoscriviamo il campo ai soli Stati Uniti: nel 1969, l’anno in cui Nixon mette piede alla Casa bianca, 250 mila persone manifestano a Washington contro la guerra in Vietnam; a New York, nel Greenwich Village, i moti di Stonewall danno avvio alla lotta organizzata per i diritti LGBTQ; due concerti segnano l’apice e il declino della controcultura: Woodstock e Altamont; e gli omicidi perpetrati dalla family di Charles Manson sulle colline di Los Angeles mettono una pietra tombale sul sogno hippie e aprono le porte alla paranoia anni 70.

Ma più di tutto, probabilmente, a segnare la storia dell’intero mondo, nell’estate del 1969, è lo sbarco del primo e del secondo uomo sulla Luna: il 20 luglio Neil Armstrong e Buzz Aldrin scendono dall’Apollo 11, mentre tutto il mondo li guarda alla tv, e compiono un piccolo passo per un uomo e un grande balzo per l’intera umanità.

For All Mankind, in inglese, è il titolo di una delle serie originali di Apple Tv+, il nuovo servizio streaming di Apple, e comincia proprio in quell’estate del 1969, con i televisori freneticamente accesi sull’allunaggio. Solo che a scendere dalla scaletta e a salutare da lassù il nostro pianeta non è un astronauta americano, ma un cosmonauta sovietico, che si affretta a piantare tra la polvere lunare una bandiera dell’URSS.

La serie è co-creata da Ronald D. Moore, la mente dietro una delle produzioni seriali che hanno segnato gli anni zero, ovvero Battlestar Galactica: remake di un’omonima vecchia serie anni 70, da Moore veniva re-immaginata con la lente della fantascienza il più possibile realistica e si allungava sotto le ombre degli attentati dell’11 settembre.

For All Mankind è invece, per la precisione, un’ucronia, cioè una versione alternativa della storia a partire da un “cosa sarebbe successo se”. In questo caso: cosa sarebbe successo se fossero stati i russi ad arrivare sulla Luna prima degli americani, e a vincere dunque la “corsa allo spazio”?

La risposta di Ronald D. Moore e dei suoi sceneggiatori è, tanto per cominciare, che la corsa allo spazio non sarebbe finita, anzi: pressata dal neo presidente e dalle aspettative dell’opinione pubblica, la NASA non solo si affretta a spedire sulla luna Armstrong e Aldrin (e Michael Collins, il pilota che rimase in orbita mentre gli altri due scendevano a terra), ma organizza molte missioni successive.

Non solo: quando, ancora una volta, i sovietici mandano sulla Luna, dopo il primo uomo, la prima donna, gli statunitensi si trovano a dover addestrare in tutta fretta delle astronaute (non ce n’era nemmeno una: per avere Sally Ride, nella realtà, abbiamo dovuto aspettare fino al 1983).

E, dal momento che la gara tra Usa e URSS non è una competizione pacifica, ma uno dei tanti fronti della Guerra fredda, la conquista della Luna diventa presto un fatto esplicitamente militare, con già un occhio a Marte e ad altri pianeti. For All Mankind parte piano, un po’ come un’altra ucronia portata in tv negli ultimi anni, The Man in the High Castle da un romanzo di Philip K. Dick, su Amazon Prime Video.

Ma allargando la sua narrazione a cerchi concentrici getta uno sguardo interessante non solo sul passato, ma anche sul presente, sulle scelte individuali e universali e su come incidano, tutte, sul progresso e sull’evoluzione umana. E con la sua attenzione alla ricostruzione del periodo è anche una visione piacevole per gli appassionati di storia, per chi è interessato all’esplorazione spaziale e anche per più di un fan di Mad Man: è una serie TV perfetta per un recupero a dicembre 2019, durante le vacanze di Natale.

The Morning Show, tra #MeToo e sessismo quotidiano

The Morning Show
The Morning Show, la nuova serie di Apple TV+

Matt Lauer non è un nome molto noto da questa parte dell’oceano Atlantico, ma negli Stati Uniti è famosissimo: per vent’anni ha condotto il Today show sulla NBC, uno dei programmi di news del mattino più seguiti d’America; nello stesso periodo, ogni anno, ha presentato l’imperdibile parata del Ringraziamento, e ha fatto spesso da anchorman anche per Dateline, un storico programma tv serale.

Nel 2017, la NBC l’ha licenziato in tronco, dopo che una ex dipendente del canale l’ha denunciato per condotta sessuale inappropriata: un’indagine interna e poi inchieste di Variety e del New York Times hanno confermato qualcosa che nell’ambiente era risaputo, e cioè che per Lauer era abituale avere relazioni con dipendenti sue subordinate, e ostacolare la carriera di chi non rispondeva positivamente alle sue avance.

In poco tempo, ci siamo abituati a chiamare una vicenda come questa “una classica storia #MeToo”: potremmo citare molti esempi molto simili, a riprova del fatto che – ed è proprio il punto, troppo spesso frainteso, del movimento femminista – quest’abuso di potere è diffuso e sistemico, in ogni ambito lavorativo.

A differenza di Matt Lauer, l’attrice Jennifer Aniston è super celebre anche da noi: è stata Rachel nella fortunatissima sitcom Friends e poi protagonista, al cinema, di tante commedie romantiche. È stata anche – lo sanno tutti – la moglie di Brad Pitt, che – come hanno raccontato nei minimi dettagli i tabloid – l’ha lasciata per Angelina Jolie: inevitabilmente, secondo quegli stessi tabloid, perché Jolie è “bellissima”, mentre lei sarebbe “solo” carina.

Aniston è stata, nella narrazione collettiva, prima fidanzatina d’America e poi divorziata inconsolabile, al centro di un’attenzione spasmodica per la sua vita privata, le sue presunte gravidanze mai realizzate, il suo aspetto estetico, i suoi nuovi e vecchi amori.

Dove si incontrano (metaforicamente), Matt Lauer e Jennifer Aniston? Nella serie tv The Morning Show, una delle produzioni originali Apple per la nuovissima piattaforma streaming Apple Tv+: Aniston ne è la protagonista, nei panni di Alex Levy, conduttrice di un programma televisivo del mattino, da 15 anni amatissima del pubblico americano.

La serie comincia quando il suo co-conduttore Mitch Kessler (interpretato da Steve Carell), anche lui storico volto del programma apprezzatissimo dagli spettatori, viene cacciato: la vicenda è la stessa di Matt Lauer, anche se i nomi sono cambiati. A sorpresa, a sostituire Mitch, arriva Bradley Jackson, un’impulsiva e sconosciuta giornalista, più giovane (ma non troppo: la interpreta Reese Witherspoon) e più “fresca”: lo scopo neanche troppo velato dei dirigenti del network è quello di sostituire presto anche Alex, che ha 50 anni ed è già quindi ritenuta “troppo vecchia” per la tv.

The Morning Show si muove con consapevolezza sul confine tra realtà e spettacolo, in molti modi; è una serie di grande intrattenimento, ma cerca di esplorare le sfumature del #MeToo in modo stimolante e intelligente. Soprattutto, unendo le storie vere di Matt Lauer e Jennifer Aniston (la persona e il personaggio), affronta molte variopinte forme del comune sessismo quotidiano: dalle molestie considerate “inevitabili” e insabbiate per anni, al costante scrutinio del corpo di una donna, fino al plateale squilibrio di potere tra generi, nelle posizioni decisionali, in un quadro in cui tutto s’influenza e si tiene. E ci ricorda che la strada per la parità è ancora lunga e in salita.

The Mandalorian, Disney+ ci riporta nell’universo di Star Wars

The Mandalorian
The Mandalorian, la serie tv di Disney+

Un avventuriero solitario incede in un avamposto ai confini del mondo; entra in un saloon, popolato di tipi strambi e rumorosi, resta silenzioso. Il barista, dietro al bancone, sa cosa deve dire e cosa no. Alcuni brutti ceffi, invece, non l’hanno mai imparato: provocano lo straniero senza nome, e inevitabilmente la pagano. Solo alla fine si scopre il vero motivo per cui lui era lì: per catturare un ricercato e riscuotere la taglia.

È l’incipit di un western, più archetipico che mai, ma è anche l’incipit di The Mandalorian, serie ambientata all’interno dell’universo di Star Wars, più precisamente nel periodo che intercorre tra la fine della trilogia originale, dopo Il ritorno dello Jedi e la sconfitta dell’Impero, e l’inizio della trilogia sequel (che si concluderà il prossimo dicembre, al cinema, con Episodio IX: L’ascesa di Skywalker).

Il “mandaloriano” ha la stessa provenienza e lo stesso tipo di armatura che indossava Boba Fett, con lo stesso inconfondibile elmo che ne nasconde il volto, e fa il suo stesso lavoro: il cacciatore di taglie, appunto. Il saloon dell’inizio accoglie razze aliene molto diverse, un po’ come la famosa Cantina di Mos Eisley, quella dove Han Solo sparò per primo, nonostante le successive modifiche ai film volute da papà George Lucas.

E invece che spostarsi a cavallo, il nostro protagonista si muove per territori pericolosi e periferici con una piccola astronave. Ma non ci sono dubbi, almeno per ora: The Mandalorian è un western. A crearlo, produrlo e dirigerne l’episodio pilota c’è Jon Favreu, l’attore e regista che con il primo film di Iron Man diede avvio all’universo cinematografico Marvel; sotto l’elmo del “mandaloriano” c’è Pedro Pascal, diventato celebre con Il trono di spade e Narcos.

Accanto a lui, anche se quasi sempre irriconoscibili perché nascosti sotto il trucco prostetico, la computer grafica e il motion capture, ci sono Nick Nolte, Carl Weathers, Gina Carano, Taika Waititi, Giancarlo Esposito.

E, con una scelta azzeccatissima proprio per quanto sembra assurda, c’è il grande regista Werner Herzog in semplici vesti di interprete: ha dichiarato serenamente di non sapere assolutamente nulla di Star Wars ma di voler utilizzare il lauto stipendio per finanziare il suo prossimo film – a vederlo, comunque, non si stenta a credere che provenga da una galassia lontana lontana.

The Mandalorian è, al momento, il fiore all’occhiello di Disney+, la piattaforma streaming lanciata da Disney il 12 novembre scorso in Nordamerica e in pochi altri paesi (in Italia arriverà il 31 marzo, ed è già iniziato il countdown).

Per la prima volta, l’intero catalogo Disney – compresi i film per famiglie e le produzioni Disney Channel, oltre a tutti i classici animati e non – è disponibile interamente al pubblico, fatta eccezione per il film Songs of the South, in Italia conosciuto come I racconti dello zio Tom, realizzato nel 1946 e già allora contestato per come romanticizzava la schiavitù e la vita nel sud degli States prima della Guerra civile.

Per gli altri contenuti problematici, Disney ha deciso di non censurare o modificare nulla, per fortuna, ma semplicemente di far precedere la messa in onda da un cartello che avvisa della presenza di “rappresentazioni culturali datate” e di elementi razzisti “sbagliati ora come allora”.

In un mondo ideale, naturalmente, non ci sarebbe bisogno di alcun disclaimer, ma in quello odierno – e su un sito la cui offerta è dedicata in massima parte ai bambini – sembra l’unica soluzione.

Nei prossimi mesi il catalogo di produzioni originali Disney+ verrà rimpinguato con nuove serie, ambientate sia nell’universo di Star Wars sia in quello Marvel, e si capirà se e quanto la Casa di Topolino darà fastidio a Netflix e Amazon. Nel frattempo, la fantascienza-western di The Mandalorian è un ottimo biglietto da visita, e contiene pure un tenerissimo personaggio che sta già facendo impazzire i tanti fan online. Che la Forza sia con voi! Sicuramente una delle migliori serie TV da recuperare questo dicembre 2019.

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    Alice Cucchetti
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Chi segue con passione la serialità statunitense da molti anni forse lo ricorda: il famigerato sciopero degli sceneggiatori tra il 2007 e il 2008. Proprio nel momento in cui le serie tv provenienti da oltreoceano vivevano una cruciale età dell’oro, anche grazie alla diffusione e al successo internazionali, la Writers Guild of America – il sindacato degli scrittori e sceneggiatori hollywoodiani – diede inizio a un braccio di ferro con l’Alliance of Motion Pictures and Television Producers, l’associazione che rappresentava oltre 300 produttori cinematografici e televisivi, dalla CBS alla NBC, dalla Disney alla Sony alla Warner, etc. (altro…)

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    Alice Cucchetti
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L’imperdibile late show di John Oliver è ricominciato

Il late show – il talk show d’intrattenimento di seconda serata – è un genere televisivo che in Italia non ha mai avuto un esagerato successo, ma che negli Stati Uniti è un caposaldo del piccolo schermo, declinato secondo differenti modalità: ci sono quelli con cadenza quotidiana sui canali generalisti (come quello che fu di Letterman, per esempio) e gli appuntamenti settimanali, solitamente sui network via cavo; (altro…)

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    Alice Cucchetti
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This Is America è la canzone dell’anno

«Questa è l’America: occhio a non sbagliare» ripete, ossessivamente, la canzone. Sullo schermo, un uomo a torso nudo si muove in primo piano, in una danza che passa dalla gioia alla contorsione dolorosa, dal sorriso alla smorfia, in un battito di ciglia, mentre alle sue spalle si susseguono, in un magazzino vuoto, scene di ordinaria follia e/o violenza a stelle e strisce.

This Is America di Childish Gambino ha fatto la storia ai Grammy Award del 2019: per la prima volta un brano hip hop ha vinto il premio di “canzone dell’anno”, dopo decenni in cui la black music era stata “relegata” alle sue categorie specifiche nonostante l’impatto culturale nell’immaginario collettivo (bastano gli ultimi due casi: Kendrick Lamar, tra le altre cose il primo artista hip hop a vincere il Pulitzer, l’anno scorso se ne andò a mani vuote, mentre nell’edizione precedente Beyoncé e il suo visual album Lemonade furono confinati alla sezione “urban contemporary”).

Anche dall’altra parte dell’Oceano “non sono solo canzonette”: proprio quest’anno la cerimonia è stata “boicottata” dagli stessi Gambino e Lamar, che hanno declinato l’invito a esibirsi durante la serata presentata da Alicia Keys, e lo stesso ha fatto il rapper Drake (l’artista più ascoltato del 2018, nel mondo), che, salito a sorpresa sul palco a ritirare il premio per miglior pezzo rap, si è visto “tagliare” il discorso di ringraziamento.

«Questa è l’America, occhio a non sbagliare»: il ritornello della canzone – che ha vinto anche i titoli di registrazione, performance rap e video dell’anno – vale anche per Atlanta, la serie tv creata e interpretata da Donald Glover, di cui Childish Gambino è l’alter ego. Incredibile artista a tutto tondo, nato nel 1983, laureato alla Tisch School of the Arts in drammaturgia, viene notato quand’è ancora al college da Tina Fey, che lo fa entrare, giovanissimo, nella stanza degli sceneggiatori della comedy 30 Rock; successivamente, Glover è tra i protagonisti della sitcom Community, che diventa brevemente un piccolo cult, conquistando un nutrito gruppo di appassionati; parallelamente, appunto, porta avanti la carriera musicale con il nome d’arte di Childish Gambino e gli album Camp, Because the Internet e Awaken, My Love.

Il 2015 è l’anno della svolta, tra ruoli per il cinema (in The Martian di Ridley Scott, per esempio), ma soprattutto il debutto della sua serie tv, Atlanta, ambientata nell’omonima città della Georgia e dentro la sua celebre scena rap e trap, seguendo un pugno di personaggi nella dolorosa e surreale esperienza della quotidianità afroamericana. Come capita con il video della canzone This Is America, tanto denso di riferimenti (da Jim Crow a Fela Kuti, dalla strage di Charleston al film Get Out) da richiedere più di una visione, anche Atlanta è una narrazione a molti livelli, un prisma che riflette una quantità infinita di sfaccettature, senza dimenticare quelle dell’oppressione istituzionalizzata che è il razzismo americano. Anche il rapporto complesso e spesso ipocrita, sempre sul confine tra celebrazione e sfruttamento, che l’industria dell’intrattenimento ha con la cultura black è un argomento che Glover conosce bene: nel 2018 ha interpretato un giovane Lando Calrissian nel prequel di Star Wars Solo, e quest’estate darà la voce a Simba nella nuova versione di Il re leone, ma sta anche lavorando alla terza stagione di Atlanta. In molti sono pronti a scommettere che, per Donald Glover, tutto questo sia solo l’inizio.

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    Alice Cucchetti
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Conversazioni con un killer: il caso Ted Bundy

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La cifra supera la trentina, ma non è precisa perché sapere esattamente quante persone abbia ucciso Ted Bundy è impossibile: gli omicidi documentati, tra il 1974 e il 1978, sono tutti di giovani donne, spesso studentesse universitarie, scomparse senza lasciare traccia in diversi stati americani. (altro…)

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    Alice Cucchetti
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Pose, la serie con il cast LGBT più ampio di sempre

pose serie tv

Ne avevamo già parlato come di una delle novità seriali più entusiasmanti del 2018, e per molti mesi abbiamo atteso di sapere quando e come sarebbe stata visibile in Italia: ora Pose, co-creata dal prolifico e acclamato Ryan Murphy, approda su Netflix.

Non sorprende, anche perché Murphy, dopo quasi 20 anni di carriera in casa Fox, ha firmato l’anno scorso un accordo di esclusiva con la piattaforma streaming senza precedenti: 300 milioni di dollari, il più alto compenso mai raggiunto da un creatore/showrunner. (altro…)

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    Alice Cucchetti
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Doctor Who: dopo 56 anni si svolta!

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Il primo episodio andò in onda sulla BBC il 23 novembre 1963 e non lo guardò nessuno: John F. Kennedy era stato ucciso a Dallas il giorno precedente, e gli occhi e le orecchie del mondo erano puntati sugli Stati Uniti in lutto. Ma, nonostante la pessima tempistica dell’avvio, davanti a Doctor Who si parava un destino luminoso: per esempio, e proprio in virtù di quella prima trasmissione, l’attestato di “serie tv più longeva di sempre”. (altro…)

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    Alice Cucchetti
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True Detective 3 in contemporanea tv con gli Usa

true detective 3

L’episodio pilota di True Detective va in onda, per la prima volta, il 12 gennaio 2014 sulla rete via cavo statunitense HBO; arrivati alla quarta puntata, quella che si conclude con un bellissimo e ormai celebre pianosequenza, per gli appassionati di serie è già “la produzione tv dell’anno”. Eppure, cinque anni dopo, il 13 gennaio 2019, la terza stagione (che in Italia va in onda su Sky Atlantic praticamente in contemporanea con la trasmissione americana) si trova nella strana posizione di dover convincere di nuovo il pubblico.

True Detective è una serie antologica, a ogni stagione racconta una vicenda diversa, con diversi interpreti e ambientazioni: la prima indimenticabile annata ha come protagonisti due grandi attori, Woody Harrelson e Matthew McConaughey, che sulle strade desolate e affascinanti della Louisiana, tra paludi lussureggianti e paesaggi urbani decadenti, cercano l’autore di terrificanti omicidi rituali. La storia intreccia due diversi piani temporali, coinvolge con ogni aspetto della messa in scena e porta facilmente il pubblico ad appassionarsi alla risoluzione del mistero.

A scrivere True Detective un romanziere, fino a quel momento digiuno di tv, Nic Pizzolatto, mentre a dirigere c’è il regista cinematografico Cary Fukunaga. Il successo impone, forse frettolosamente, una seconda stagione, che cambia tutto: quattro protagonisti invece di due (tra loro, Colin Farrell e Rachel McAdams), l’asfalto della California invece della natura della Louisiana, diverse piste narrative intrecciate in luogo dei piani temporali. Molti registi al posto di una mano sola: il pubblico si disaffeziona in fretta, le critiche sono tiepide, il risultato sotto le aspettative. La rete HBO dichiara la serie sospesa, tanto che quasi tutti la danno per spacciata.

E invece ecco che nel 2017 ne viene annunciata, a sorpresa, una terza stagione: Nic Pizzolatto è sempre al timone della serie, ma gli viene affiancato per alcuni episodi il veterano David Milch (l’autore della seminale serie western Deadwood); e la regia viene affidata a Jeremy Saulnier, un cineasta la cui sensibilità per l’alta tensione e per il paesaggio naturale e umano dell’America profonda appare subito perfettamente in linea con True Detective (recuperate i suoi Blue Ruin e Green Room).

Protagonista questa volta è Mahershala Ali, che ha già vinto un Oscar per il film Moonlight, e si candida quest’anno a fare il bis con Green Book per cui ha appena agguantato il Golden Globe: un altro grande attore per il ruolo di un detective tormentato, ossessionato da un caso che segna un’intera vita, come già era accaduto ai due investigatori della prima stagione. Le prime due puntate lasciano intuire infatti che, un po’ per andare sul sicuro e un po’ perché la formula era praticamente perfetta, questo terzo ciclo assomiglierà molto al primo: Wayne Hayes, reduce del Vietnam, fa il poliziotto negli anni 80, in Arkansas, quando due bimbi scompaiono nel nulla. Riaffronta il caso dieci anni dopo, interrogato da due avvocati che vogliono riaprire il processo, e poi ancora nel 2015, davanti a una giornalista che sta costruendo un documentario sulla vicenda. La performance d’attore è davvero straordinaria, capace di essere credibile attraverso gli anni, e il senso di minaccia e mistero sembra aver ritrovato il passo giusto.

Aspettiamo già con ansia le prossime puntate: forse non sarà di nuovo una produzione epocale, ma un bel noir come si deve, scommettiamo di sì.

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    Alice Cucchetti
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I Golden Globe e la vittoria di The Americans

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I Golden Globe – i riconoscimenti assegnati annualmente dall’associazione della stampa straniera a Hollywood – danno il via alla stagione dei premi cinematografici, con gli Oscar come obiettivo finale; ma hanno anche la bizzarra consuetudine di celebrare pure il piccolo schermo: sono gli unici a farlo, e in un momento particolare, proprio a metà della stagione televisiva, lasciando talvolta un po’ spiazzati gli addetti ai lavori con le proprie scelte. Nell’edizione 2019, che si è tenuta a Los Angeles la sera del 6 gennaio, il vincitore poco comprensibile è Il metodo Kominsky nella categoria commedia: non tanto perché la serie – che è disponibile su Netflix, è creata dall’autore di The Big Bang Theory e ha come protagonista Michael Douglas, che ha vinto anche come miglior attore – sia terribile, ma perché la concorrenza era davvero a livelli altissimi, con La fantastica signora Maisel in testa (che ha almeno visto trionfare come miglior attrice Rachel Brosnahan, per il secondo anno di fila).

Per il resto, dei Globe (ma di tutti i premi televisivi in generale) colpisce ormai l’impossibilità, con solo cinque nomination a categoria, di mappare un universo seriale ricchissimo di titoli e di complessità: applaudiamo, per esempio, la vittoria di Sandra Oh come miglior attrice drammatica per Killing Eve (la prima di origini asiatiche a ricevere il premio), notando però che la serie con cui vince è molto più vicina alla commedia. Ma vogliamo soprattutto approfittare del premio considerato più importante, quello per miglior serie drammatica, per parlare probabilmente per l’ultima volta di una delle produzioni migliori degli ultimi anni: il Globe è andato a The Americans, e precisamente alla sua ultima stagione, la sesta, che in Italia è stata trasmessa quest’estate su Fox.

Iniziata nel 2013, creata da un ex agente della CIA, ambientata negli anni 80, per sei anni ha raccontato le incredibili vite di Philip ed Elizabeth Jennings, magistralmente interpretati da Matthew Rhys e Keri Russell (che nel frattempo sono diventati una coppia anche nella realtà): vivono il Sogno americano, con una bella casa un buon lavoro due bambini due automobili, ma in realtà sono spie sovietiche, infiltrate su suolo statunitense fin dagli anni 60, impegnati a combattere la Guerra fredda nell’America dell’escalation reaganiana. Attraverso gli strumenti della spy story – quindi momenti d’azione, ma soprattutto di estrema tensione – e con una grande attenzione al dettaglio d’epoca (gli anni 80 sono restituiti in modo preciso e senza alcuna patina di nostalgia), The Americans è riuscita a essere anche un’intelligente e approfondita riflessione sul matrimonio, sulla famiglia, sulle ideologie e sull’identità, su cosa esattamente ci renda quelli che siamo (ciò in cui crediamo? Le nostre azioni? L’apparenza? Le relazioni?); oltre che una fotografia di una fase cruciale della nostra storia, raccontata attraverso un doppio punto di vista, opposto e complementare. Ed è anche una serie che si è presa tutto il suo tempo per crescere ed evolvere, qualcosa che in tempi di binge watching è sempre più rara, mantenendo una costanza qualitativa impressionante, tanto che la sesta e ultima stagione, premiata appunto col Golden Globe, è forse addirittura la migliore.

Ecco, possiamo così cominciare l’anno con un ottimo consiglio di una serie da recuperare: per conoscere personaggi straordinari, per scoprire le potenzialità televisive al suo meglio e anche per regalarci un po’ di “prospettiva storica”, qualcosa di cui abbiamo sempre più bisogno.

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    Alice Cucchetti
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The First: la serie con Sean Penn

Dal 14 dicembre su Netflix è disponibile Roma di Alfonso Cuaron: è il film che ha vinto il Leone d’oro all’ultima Mostra del cinema di Venezia, è diretto meravigliosamente in un luminoso bianco e nero, racconta una storia piccola e intima sullo sfondo della Storia con la s maiuscola del Messico nei primi anni 70 ed è evidentemente stato realizzato pensando a una visione sul grande schermo. Motivo per cui – come già era accaduto con Sulla mia pelle – si è trovato il modo di distribuirlo per qualche giorno in alcune sale cinematografiche, per la gioia dei cinefili, ma ri-accendendo le polemiche degli esercenti e dei distributori tradizionali.

Contemporaneamente, c’è chi va nella direzione opposta: TIMVISION, la piattaforma streaming di Telecom, sta per rendere disponibile, in esclusiva per l’Italia, una delle serie tv più attese di quest’autunno, ma prima invita gli spettatori ad “assaggiarla” al cinema. Il 18 dicembre alcune sale in tutta Italia (l’elenco completo è sul sito di Nexo Digital) proietteranno i primi due episodi di The First, diretti dalla regista polacca Agnieska Holland, in anteprima e gratuitamente.

La serie sarà poi distribuita il giorno seguente su TIMVISION. The First è il nuovo progetto di Beau Willimon, celebre per aver scritto la piece Farragut North da cui poi lui stesso ha tratto la sceneggiatura di Le idi di marzo, film di e con George Clooney e con Ryan Gosling; ma ancora più celebre, probabilmente, per essere l’autore dell’adattamento americano di House of Cards, la serie politica con Kevin Spacey e Robin Wright che si è recentemente conclusa con la sesta stagione. Come protagonista di The First Willimon ha scelto un altro grande attore hollywoodiano, Sean Penn, ma dalle stanze del potere di Washington si è spostato in quelle della NASA e di una fittizia compagnia privata impegnata nell’esplorazione dello spazio: la serie racconta infatti un’ipotetica prima missione di colonizzazione di Marte, tema che negli ultimi anni sta ri-catturando l’immaginario collettivo, da Sopravvissuto – The Martian di Ridley Scott alla serie Marte di National Geographic, di cui è in questi mesi in onda la seconda annata, o più in senso lato i film Il primo uomo di Damien Chazelle o Gravity del sopraccitato Cuaron. Esattamente come questi titoli, anche The First cerca di raccontare lo spazio con intento il più possibile realistico, cercando di dare un’impressione di verosimiglianza e di calare lo spettatore nell’esperienza degli astronauti: con il formato della serie drammatica, indaga il peso emotivo, personale e familiare che chi decide di dedicare la propria vita ai viaggi nel cosmo deve affrontare. E così, anche se apparentemente diversissima, The First trova un punto di connessione con Roma di Cuaron (dove peraltro, se guardate con attenzione, vi capiterà di scorgere più di un astronauta): il cuore del racconto, che lo sfondo sia il ribollire della Storia o le profondità dell’universo, è sempre la nostra irriproducibile ed emozionante umanità. Un film per il grande schermo che finisce su Netflix, una serie televisiva in trasferta al cinema: non cambia il nostro augurio, per quest’anno e il prossimo, e indipendentemente dallo schermo che le ospita, di tante buone visioni.

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    Alice Cucchetti
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A Very English Scandal e Bodyguard

Sommersi dall’offerta americana, qualche volta finiamo per dimenticarci che anche la Gran Bretagna è produttrice di serie eccellenti: con un sistema industriale meno irreggimentato di quello a stelle e strisce, e qualche volta anche un po’ più libero di sperimentare, ha regalato fenomeni globali come Sherlock e Doctor Who e – a ben guardare – anche Il trono di spade, nonostante batta la bandiera statunitense di HBO, può considerarsi una creatura british. Le nomination ai premi importanti possono suggerire qualche titolo da recuperare, e infatti ecco che tra quelle recentemente annunciate dei Golden Globe (la cui cerimonia si terrà il 6 gennaio 2019) c’è qualche ricorrenza meritevole. Bodyguard, nominata come miglior serie drammatica e come miglior protagonista maschile, è stata in patria il maggior successo d’ascolti degli ultimi dieci anni (oltre 10 milioni di spettatori, il 40% di share), e anche in Italia – dov’è disponibile su Netflix – ha raccolto un buon passaparola: protagonista è il sergente David Budd, un veterano dell’Afghanistan, affetto da sindrome da stress post traumatico, che dopo aver sventato un attentato viene assegnato come guardia del corpo alla ministra dell’interno, una donna ambiziosissima, ultraconservatrice, i cui ideali sono esattamente all’opposto di quelli in cui Budd crede. D’alta tensione e denso di colpi di scena, lo show in Gran Bretagna è stato anche al centro dell’infervorato dibattito sull’immigrazione. Ma la produzione inglese che più di tutte vi consigliamo di recuperare – recentemente è andata in onda in Italia su FoxCrime – si intitola A Very English Scandal e ai Golden Globe è candidata come miglior miniserie. Nomination di categoria anche per i suoi attori, protagonista e non protagonista, rispettivamente Hugh Grant e Ben Whishaw, entrambi straordinari (soprattutto Grant, che negli ultimi anni sta vivendo una specie di seconda giovinezza artistica). In tre agili puntate da un’ora, dirette dallo Stephen Frears di My Beautiful Laundrette, Le relazioni pericolose e The Queen, racconta – come dice il titolo – uno scandalo molto inglese: avvenuto nella seconda metà degli anni 70, quando il leader del partito liberale Jeremy Thorpe, molto amato e in ascesa, venne processato con l’accusa di aver tentato di uccidere il suo ex amante, Norman Scott. La relazione si era consumata nei primi anni 60, quando l’omosessualità era ancora un reato punito con il carcere (i primi passi per la depenalizzazione avvennero nel 1967), e per anni Thorpe aveva vissuto nel terrore che l’affaire venisse reso pubblico, stroncandogli la carriera e rovinandogli la vita. A scrivere la miniserie è Russell T Davies, uno degli sceneggiatori più celebri e acclamati del Regno Unito, da sempre impegnato con i suoi lavori nella lotta per i diritti LGBT: con precisione, intelligenza e ironia, costruisce i ritratti di due uomini opposti in tutto (per carattere e indole, ma anche per classe e censo), e ugualmente vittime di un’ingiustizia sociale e una discriminazione costante. Il vero scandalo – ci dice lo show – è lo stato di oppressione cui sono sempre state soggette le persone queer, ed è “molto inglese” perché a essere colpevole è l’intera nazione.

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    Alice Cucchetti
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Dicembre con La fantastica Signora Maisel

Cinque Emmy Award, nella categoria commedia: miglior serie, miglior attrice protagonista, miglior attrice non protagonista, miglior regia e miglior sceneggiatura (la prima volta in cui a vincere questi ultimi due è una sola persona, Amy Sherman-Palladino). E due Golden Globe: miglior serie e miglior protagonista di una serie commedia e/o musical. Partiamo da qui, da questa particolare definizione, “comedy-musical”: The Marvelous Mrs. Maisel (in italiano La fantastica signora Maisel) è uno dei pochi prodotti ad adattarcisi in pieno. Perché, innanzitutto, non solo è una commedia, ma è una commedia sul fare commedia: la protagonista, la signora Maisel del titolo, all’inizio della serie scopre di avere un talento per la stand up comedy (ovvero il cabaret), in un periodo – la fine degli anni 50 – e in un luogo – Manhattan – in cui questo genere d’intrattenimento si sta formando e codificando; un periodo, però, non esattamente favorevole alla presenza femminile nel campo. Tra gli argomenti che affronta la serie, dunque, c’è anche il modo di costruire uno spettacolo comico utilizzando materiale autobiografico, un mestiere molto più faticoso e doloroso di quanto sembri, «costruito sull’infelicità, il senso d’inadeguatezza e varie umiliazioni», spiega Midge Maisel stessa nella seconda stagione. Aggiungendo: «Chi meglio di una donna sa cosa vuol dire?». La seconda stagione arriva il 5 dicembre su Amazon Prime Video in pompa magna, carica di premi vinti, di celebrazioni e di apprezzamenti, e l’autrice Amy Sherman-Palladino è pronta a raccogliere la sfida delle aspettative: ampliando le ambizioni e, insieme, il mondo della signora Maisel, che già nel primo nuovo episodio aggiunge una romantica Parigi alle sue sfavillanti location, e successivamente esplorerà anche le Catskill Mountains, località degli Appalachi che negli anni 50 era meta prediletta dai ricchi turisti. Dicevamo, però, che oltre alla commedia c’è anche il musical: Steven Spielberg, incontrando Palladino e Rachel Brosnahan (la straordinaria attrice protagonista), ha definito La fantastica signora Maisel «il miglior musical ebraico dai tempi di Il violinista sul tetto». Nonostante non ci siano mai momenti propriamente musical, nella serie, nessuno che si metta a ballare e cantare interrompendo l’azione, ma piuttosto un’ispirazione d’estetica e di messa in scena: gli elaborati e visivamente incredibili pianisequenza che si sposano così bene con la scrittura velocissima e frizzante di Palladino ripropongono il senso dello spettacolo dei grandi musical hollywoodiani, e così i movimenti attentamente coreografati di attori e comparse, che quasi danzano insieme alla macchina da presa. I bellissimi costumi, i precisi dettagli delle scenografie, i colori vividi e la colonna sonora di grandi classici (da Barbra Streisand a Louis Armstrong) rimandano direttamente a un genere cinematografico capace di trasformare il mondo in un palcoscenico su cui far ballare sogni, emozioni, storie, fantasie. E poi c’è lei, la signora Maisel, cioè Midge: sotto l’apparenza “praticamente perfetta sotto ogni aspetto” alla Mary Poppins, nasconde un duro percorso di crescita, emancipazione, scoperta di sé, costruzione di un’identità, anche in rapporto alla superba galleria di personaggi di contorno, prima fra tutti l’amica/manager Susie. Tutt’altro che esente da difetti, Midge è un’eroina unica, la sua parabola è appassionante e travolgente, la sua storia una meraviglia per occhi, orecchie e cuore. Niente di meglio per Natale, e pure per il resto dell’anno.

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    Alice Cucchetti
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L’Amica Geniale arriva su RaiUno e TIMVISION

L'Amica Geniale

Non era mai successo prima, che una delle serie più attese della nuova stagione televisiva, in tutto il Mondo, fosse italiana. Ma, probabilmente, anche il caso letterario alla base di tutto è unico, inaspettato e irripetibile: la quadrilogia di romanzi di Elena Ferrante che comincia con L’amica geniale – e prosegue con Storia del nuovo cognome, Storia di chi fugge e di chi resta e Storia della bambina perduta – ha venduto più di 10 milioni di copie in 40 paesi.

Negli Stati Uniti, dove è davvero difficile sfondare per un romanzo non americano, i “Neapolitan Novels”, come sono chiamati, sono diventati una lettura irrinunciabile anche per molte celebrità. Il mistero che circonda l’identità di Elena Ferrante – uno pseudonimo, in attività dal 1992 di L’amore molesto – secondo molti è una delle ragioni principali del suo successo: e quando qualcuno ha provato a scoprire la verità, moltissimi fan si sono indispettiti, reclamando il rispetto per l’anonimato che la scrittrice coltiva da sempre.

Ora L’amica geniale – in inglese My Brilliant Friend – è una serie tv, che in Italia debutta in contemporanea su Rai1 e sulla piattaforma streaming TIMVISION, e negli Stati Uniti va in onda su HBO, la più prestigiosa tra le reti a pagamento, la stessa di I Soprano, The Wire, Il trono di spade. È anzi la prima serie HBO in italiano, dunque va in onda sottotitolata oltreoceano, e in gran parte anche qua, perché i personaggi parlano spesso in napoletano stretto.

La storia comincia nel 1950, in un rione popolare del capoluogo partenopeo, nel momento in cui la piccola Elena detta Lenù, cinque anni – la voce narrante -, incontra Lila, sua coetanea, destinata a diventare sua amica per il resto della vita. Il rapporto tra le due, un’amicizia intensa e indissolubile, che si nutre delle reciproche differenze, si dà vicendevolmente forza e a volte le mette in competizione, è il cuore del racconto che, nei successivi capitoli e romanzi, attraversa la storia d’Italia, dal Dopoguerra fino al nuovo millennio, mentre il paese sullo sfondo si trasforma.

La prima stagione, di otto episodi, è l’adattamento del primo libro (se tutto va bene seguiranno altre tre stagioni, una per romanzo), e le protagoniste sono dapprima bambine e poi adolescenti: le attrici sono state scelte con un lungo processo di casting dal regista Saverio Costanzo, già autore di film interessanti come Hungry Hearts e La solitudine dei numeri primi, e che non è nuovo al piccolo schermo, avendo firmato la versione italiana di In Treatment.

Costanzo ha ricostruito in studio il grande palazzo in cui abitano le bambine e il quartiere di Napoli in cui si svolge l’inizio della storia, preservando l’indefinitezza dell’ambientazione (il nome preciso del rione non viene mai fatto da Ferrante) e nello stesso tempo conservando una specificità estetica e culturale che si accompagna a quella linguistica (unica eccezione: la voce narrante è quella di Alba Rohrwacher, compagna del regista, che non parla mai in dialetto, ma adotta solo ogni tanto una cadenza partenopea).

Tra i produttori esecutivi c’è anche Paolo Sorrentino, che per HBO aveva realizzato The Young Pope, e tra gli autori è accreditata anche Elena Ferrante in persona, che ha comunicato intensamente via email con Costanzo (anzi, pare sia stata proprio lei a sceglierlo per l’adattamento). La critica statunitense, che ha visto le prime puntate, è già in adorazione: per gli spettatori, soprattutto quelli italiani (che a differenza degli americani vedranno la serie sul principale canale pubblico generalista e non su una rete pay di nicchia) sarà lo stesso?

L'Amica Geniale

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    Alice Cucchetti
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La ballata di Busters Scruggs: da miniserie a film

La Ballata di Buster Scruggs

Di un panorama mediale in trasformazione ci accorgiamo in questi giorni, mentre il Ministro dei Beni Culturali firma un decreto che impone il rispetto di un lasso di tempo fisso tra il momento in cui un film arriva nelle sale e quello in cui può approdare su una piattaforma streaming.

La polemica ha infiammato i festival cinematografici: prima Cannes, dove il direttore Fremaux ha rifiutato di mettere in Concorso film che non sarebbero stati distribuiti in sala e quindi ha dovuto rinunciare a titoli Netflix anche nelle altre sezioni; poi Venezia, dove il direttore Barbera ha invece accolto la piattaforma a braccia aperte, facendo man bassa di film attesi e assistendo poi alla consegna del Leone d’oro proprio a un film Netflix, Roma di Alfonso Cuarón.

Pochi giorni dopo la fine del festival lagunare, Sulla mia pelle – sulla vicenda di Stefano Cucchi – veniva diffuso contemporaneamente su Netflix e in poche sale: molti esercenti infuriati si sono rifiutati di programmarlo, ma i pochi che l’hanno fatto hanno visto una partecipazione quantitativa ed emotiva che al cinema italiano mancava da un bel po’, e il film ha segnato un’altissima media spettatori/sala, che nemmeno le cosiddette “proiezioni pirata” hanno scalfito.

Ed ecco ora il decreto, che comunque avrà effetto – sempre che ne abbia davvero – solo sui film italiani. Cosa succederà davvero – scompariranno le sale cinematografiche? Morirà la tv tradizionale? – non è una facile previsione, perché l’audiovisivo è in un’imprevedibile fase di mutazione: a testimoniarlo sono anche i contenuti, come ad esempio La ballata di Buster Scruggs, su Netflix (appunto) da venerdì 16 novembre.

Oggi, La ballata di Buster Scruggs è l’ultimo film dei fratelli Coen: presentato alla Mostra di Venezia, dove ha vinto il premio per la miglior sceneggiatura, non vedrà il buio delle sale, se non in qualche teatro americano dove verrà proiettato per aderire alle regole necessarie a concorrere all’Oscar. Ma, prima di essere un film, per almeno due anni La ballata di Buster Scruggs è stata “la prima serie tv dei fratelli Coen”: del progetto si parlava in questi termini, accendendo entusiasmi nei fan sia del piccolo sia del grande schermo.

Il risultato finale, ora, è un film a episodi, scollegati tra loro ma tenuti insieme dall’ironia nera coeniana, che si diverte a sovvertire e smantellare uno dopo l’altro i miti western della Frontiera. Avrebbe potuto tranquillamente essere una serie antologica (e infatti nulla escluderebbe un’ipotetica “parte 2”); è girato in digitale (anche questa una prima volta per i Coen), ma ha un respiro inconfondibilmente cinematografico, soprattutto nei totali sui panorami del vecchio West, e anche nel cast, in cui figurano James Franco, Liam Neeson, Tom Waits, Zoe Kazan e Brendan Gleeson.

Insomma, se c’è un caso in cui la differenza tra cinema e televisione, tra schermi grandi, piccoli e piccolissimi è ingarbugliata come un’inestricabile matassa, questo è La ballata di Buster Scruggs. E solleva il dubbio che, forse, applicare un’etichetta di questo tipo non è la cosa più importante; l’importante è che progetti come questi vengano effettivamente visti.

Dal 2 novembre, sempre su Netflix, c’è l’ultimo film di Orson Welles, The Other Side of the Wind, una sorta di Santo Graal cinefilo, un’opera imprendibile e sperimentale, che si pensava non avrebbe mai visto la luce e che invece è stata portata a termine da Peter Bogdanovich grazie ai finanziamenti di Netflix. L’avete visto? Il 14 dicembre sulla piattaforma arriverà Roma, il bellissimo Leone d’oro in bianco e nero di Cuaron: lo guarderete? Perché qui sta il nodo più rischioso, e dipende anche da noi: un film senza un pubblico a guardarlo diventa invisibile, indipendentemente dallo schermo che lo ospita.

La Ballata di Buster Scruggs

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    Alice Cucchetti
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Homecoming, la serie tv con Julia Roberts

Homecoming - Amazon Prime Video

La regola vuole che ogni buona serie tv possa riassumersi nel corso di un viaggio in ascensore: si chiama infatti in gergo elevator pitch l’idea, il concetto base di uno show, anche perché, secondo la leggenda, dovrebbe trattarsi di qualcosa in grado di impressionare produttori e vertici dei network immediatamente, in poche parole.

Ogni tanto, però, è giusto che ci sia un’eccezione, com’è il caso di Homecoming, nuova produzione originale Amazon Prime Video, la cui prima stagione è stata pubblicata sulla piattaforma il 2 novembre. Non è per nulla facile spiegare di cosa parli, Homecoming, ed è una scelta deliberata: c’è Julia Roberts (è la sua prima volta su piccolo schermo, ed è anche produttrice) che interpreta Heidi Bergman, una consulente impegnata nella gestione di una struttura per l’accoglienza e il reintegro in società di giovani reduci dall’Afghanistan e dall’Iraq.

La struttura – che si chiama appunto Homecoming, “ritorno a casa” – è in mezzo alle paludi della Florida, ha un design particolarissimo a metà tra l’iper-moderno e il vintage, Heidi continua a ricevere telefonate intimidatorie da un certo Colin e il tutto appare immerso in un’atmosfera sottilmente sinistra.

E c’è poi un altro piano temporale, di qualche anno nel futuro: tempo dopo, Heidi fa la cameriera in una bettola vicino a un porto, e la sua esistenza è cupa e spenta, c’è qualcosa di sbagliato, di soffocante, di “sporco”, una sensazione sottolineata dal fatto che, in questa timeline, lo schermo è stretto in un’inquadratura quadrata, invece che nel solito 4:3 o nell’ancora più arioso 16:9. Cos’è successo nel frattempo?

Homecoming è la nuova creazione di Sam Esmail, l’autore di Mr. Robot, che ribadisce così il proprio talento, soprattutto estetico: la serie è tratta da un omonimo podcast, di grande successo negli Stati Uniti, un podcast narrativo, l’equivalente di un radiodramma, tutto costruito attraverso finte registrazioni di sedute d’analisi, documenti recuperati e letti, telefonate, messaggi, etc.

Se la sceneggiatura deriva in gran parte da lì – ed è adattata per la tv dagli stessi autori del podcast, Eli Horowitz e Micah Bloomberg –, Sam Esmail lavora qui sull’aspetto visivo, aggiungendo un livello completamente nuovo alla storia e, di fatto, trasformandola in qualcos’altro: cioè in un thriller denso e tesissimo, degno erede sia dei noir anni 50, sia, soprattutto, della New Hollywood anni 70. Da Alfred Hitchcock a Alan J. Pakula, da La conversazione di Francis Ford Coppola a I tre giorni del Condor di Sidney Pollack, passando da Brian De Palma e perfino Stanley Kubrick, ma non attraverso uno sterile fuoco di fila di citazioni (come spesso accade nel cinema e nella tv postmoderni) bensì con un remix di fonti e ispirazioni che omaggia i maestri e intanto distilla un risultato differente.

Un’operazione evidente nello sfacciato ed efficacissimo uso della musica, tutta composta da brani di colonne sonore esistenti, da Pino Donaggio a Bernard Herrmann a Ennio Morricone: alcuni temi sono anche molto riconoscibili, ma sono sempre usati per aumentare l’efficacia del racconto, non per soffocarlo con un ingombrante rimando cinefilo.

E infine, come i migliori thriller cospirazionisti hanno sempre fatto, Homecoming restituisce alla sua paranoia qualcosa che oggi ci manca molto, cioè una forma di pensiero critico: non iperbolici deliri complottisti, ma una riflessione sul sistema, la macchina che ci schiaccia, tutti quanti, e che quindi pretende anche da noi un’ineludibile tassa di responsabilità. Tra le migliori novità dell’autunno televisivo: non perdetela.

Homecoming - Amazon Prime Video
Foto dalla pagina FB della serie Homecoming https://www.facebook.com/HomecomingTV/
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    Alice Cucchetti
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House Of Cards, arriva la sesta e ultima stagione

House Of Cards Sky Atlantic

Per gli spettatori italiani, House of Cards è una serie Sky – e infatti anche la sesta e ultima stagione va in onda in prima assoluta su Sky Atlantic. Ma negli Stati Uniti e in gran parte del resto del mondo, è una serie Netflix, anzi, è LA serie Netflix per eccellenza: la prima produzione originale della piattaforma streaming che nell’ormai lontano 2013 – in termini di evoluzione della tv, quasi un’altra era – capì che era necessario iniziare a crearsi autonomamente i contenuti, per costruire un catalogo ricco ed esclusivo da offrire agli abbonati.

House of Cards partì come prestigioso remake americano di un’apprezzata miniserie inglese: ad adattarla per il pubblico e per il panorama politico a stelle e strisce, lo sceneggiatore e commediografo Beau Willimon, già scrittore del film Le idi di marzo; a produrla e a dirigerne le prime puntate, impostando il tono estetico e narrativo, il regista David Fincher. Leggenda vuole che House of Cards sia anche il primo frutto del fantomatico algoritmo di Netflix: comparando i dati di visione degli utenti, gli analisti della piattaforma si accorsero che gran parte del proprio pubblico, fatto di giovani e acculturati professionisti, amava guardare film di Fincher, opere d’ambientazione politica, drammi con intrighi machiavellici e storie di antieroi. E così decisero di sborsare 100 milioni di dollari per la serie “perfetta”, e scipparono il progetto di House of Cards a HBO.

Cinque anni dopo, tutto è cambiato: Fincher e Willimon rimangono nomi nei titoli di testa, ma si sono nel frattempo diretti verso altri progetti, Netflix è diventata la potente concorrente da battere per i network tradizionali (e non solo), e la sesta stagione di House of Cards è priva di quello che fin qui ne era stato il protagonista incontrastato (al punto da rompere spesso la quarta parete e rivolgersi direttamente agli spettatori, come in un a parte shakespeariano), lo spietato Frank Underwood interpretato da Kevin Spacey.

L’attore, lo scorso autunno, è stato pubblicamente accusato di molestie e abusi sessuali da decine di uomini, alcuni dei quali impiegati proprio sul set di House of Cards; Netflix ha reciso ogni rapporto con la star, ma ha deciso di procedere con la produzione dell’ultima stagione della serie, quasi a voler sottolineare anche con l’evolversi della trama il (presunto) adeguamento a un nuovo corso: è ora Claire Underwood, la moglie di Frank interpretata dalla strepitosa Robin Wright, ad avanzare sotto i riflettori, a diventare presidente al suo posto, a condurre il gioco senza esclusione di colpi.

Se Robin Wright dimostra di essere una protagonista straordinaria (e d’altronde, fin dall’inizio, la sua enigmatica Claire era la vera arma segreta, sia di Frank sia della serie), il ribaltamento di prospettiva non riesce del tutto, anche perché l’assenza di Frank resta una presenza ingombrante, e forse anche perché la riscrittura è stata troppo veloce e superficiale.

Ma, al di là della specifica vicenda Spacey e del quadro più ambio degli abusi di potere hollywoodiani, nel lustro trascorso dal suo inizio House of Cards è invecchiata molto rapidamente: le storie moralmente ambigue con un protagonista crudele o dall’etica discutibile (come i capolavori I Soprano, Mad Men, Breaking Bad) hanno mostrato tutta la ripetitività di una formula applicata come un automatismo. Ma, soprattutto, guardare una Casa bianca popolata da squali senza scrupoli e governata da un presidente spietato e dittatoriale oggi riflette molto più da vicino l’attualità e il mondo reale, e quindi invece che intrattenere deprime, o fa paura.

L’intreccio tra verità e finzione di House of Cards continua così fino alla sua conclusione: ha fatto il suo tempo, e speriamo non solo lei.

House Of Cards Sky Atlantic
Foto dalla pagina FB di Sky Atlantic Italia https://www.facebook.com/SkyAtlanticIT/
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    Alice Cucchetti
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Il capitalismo americano in due saghe familiari

Succession Sky Atlantic

Una delle due saghe familiari sul capitalismo americano arriva in Italia il 30 ottobre, mentre l’altra è ancora senza data d’uscita, ma negli Stati Uniti sono andate in onda entrambe durante la scorsa estate facendo tracciare agli spettatori inevitabili similitudini: parliamo di Succession, in partenza questa settimana su Sky Atlantic, e dell’inedita Yellowstone.

Le ambientazioni, in verità, non potrebbero essere più distanti e apparentemente opposte: Succession si svolge a Manhattan, tra i lussuosissimi appartamenti dell’Upper East Side e i grattacieli della finanza di Wall Street, al centro della vicenda ci sono una mega-corporation delle telecomunicazioni, ispirata a quelle di Rupert Murdoch e Ted Turner, e la famiglia che la possiede e amministra, con un patriarca onnipotente e tirannico (interpretato da Brian Cox), e la prole che aspetta una fetta della torta. Prodotta dalla prestigiosa rete HBO, è scritta da Jesse Armstrong (sceneggiatore britannico di The Thick of It) e prodotta da Adam McKay, che in questi territori si muove molto bene come ha dimostrato nel suo film La grande scommessa.

Yellowstone, invece, come suggerisce il titolo è ambientata tra il Montana e il Wyoming, ma non nell’omonimo parco bensì in un gigantesco ranch confinante, di proprietà della potente famiglia di allevatori Dutton. Interamente scritta e diretta da Taylor Sheridan, uno degli sceneggiatori più riconoscibili degli ultimi anni (sono suoi gli script di Sicario, Soldado, Hell or High Water e Wind River), vanta Kevin Costner come star nei panni del capofamiglia, padre di quattro figli molto diversi, con cui ha rapporti conflittuali.

Ed ecco che vengono a galla le similitudini: che sia l’ambientazione chic metropolitana della Grande mela o quella evidentemente western del Montana, in entrambi i casi ci sono un padre padrone ingombrante, autoritario e spietato, eredi maschi indeboliti mai all’altezza e uniche figlie femmine più dure dell’acciaio, tutti riuniti in famiglie tanto abbienti e potenti da piegare ogni regola al proprio passaggio.

Il riferimento immediato – un leader unico, dittatoriale, dai metodi mai ortodossi e spesso criminali, immerso nei dollari fino ai capelli – è chiaramente all’attuale presidente degli Stati Uniti. Ma, in entrambi i casi immaginati dalle serie, si tratta di fotografie di mondi in disfacimento, giganti del passato in rovina assediati dal futuro: in Succession il business dei media tradizionali è minacciato da internet e dal cambiamento del panorama comunicativo, in Yellowstone gli sconfinati terreni su cui pascolano le mandrie dei Dutton sono stretti tra il parco naturale, una riserva indiana e le mire di uno speculatore immobiliare. Soprattutto, il modello di mascolinità testosteronica, aggressiva e conquistatrice, è messo in crisi: emblema stesso di un capitalismo marcio, che non riesce a smettere di consumare e consumarsi (ricordate The Wolf of Wall Street di Scorsese?), contamina ogni legame affettivo, ogni tentativo di fiducia umana, e restituisce personaggi danneggiati, comunità divise, famiglie spezzate.

A prima vista, entrambe le serie possono sembrare quasi soap di qualità, ostentazione del lusso compresa, e proprio per questo sono anche di grande intrattenimento (Succcession brilla pure di impagabili sferzate ironiche): ma sotto la superficie scintillante scorre l’America di oggi, tra tragedia e farsa, osservata da una prospettiva che spesso sottovalutiamo.

Succession Sky Atlantic

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    Alice Cucchetti
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Killing Eve, in Italia una delle migliori serie dell’anno

Killing Eve

Eve Polastri è una quarantenne inglese, vive a Londra, ha un marito amorevole, niente figli, un lavoro vagamente noioso nonostante a dirlo non sembri: è una funzionaria dell’MI5, una branca dei servizi segreti britannici, ma svolge per lo più compiti burocratici di routine, dietro la scrivania di un ufficio. Villanelle, invece, vive a Parigi, è giovane, inafferrabile, sfrontata, ama il sesso, gli abiti firmati, i prodotti di lusso, è una psicopatica certificata e di mestiere fa la killer a pagamento per una misteriosa e potente organizzazione internazionale.

La storia di Killing Eve comincia con un omicidio e con la certezza, da parte di Eve, che l’assassino dev’essere una donna: «una fissa», le dicono tutti gli altri, finché l’intuizione non si rivela vera e non si trasforma in ossessione per questa scaltra, imprendibile e violenta omicida; un’ossessione reciproca, perché anche Villanelle è incuriosita, affascinata, profondamente attratta da Eve, una donna apparentemente comune eppure più intelligente di chiunque altro, coraggiosa quasi per caso, e soprattutto dannatamente testarda.

Alla base di Killing Eve, distribuita in Italia sulla piattaforma streaming Timvision, c’è una serie di romanzi scritti da Luke Jennings, intitolata Codename Villanelle, ma è soprattutto lo sguardo attraverso cui è filtrato l’adattamento tv, quello di Phoebe Waller-Bridge, a fare la differenza: un’autrice giovane (classe 1985), già responsabile di una delle commedie drammatiche seriali più nere e struggenti degli ultimi anni, Fleabag, cui è stato affidato questo atteso progetto di co-produzione tra la BBC britannica e la sua omologa americana.

Il risultato è stato un notevole successo di pubblico e critica in patria e negli Stati Uniti, e un’importante nomination agli Emmy guadagnata da Sandra Oh (che forse ricorderete come Christina Yang di Grey’s Anatomy), che è diventata così la prima attrice d’origine asiatica, nei 70 anni del premio, a essere candidata come protagonista di una serie drammatica.

La rielaborazione televisiva coordinata da Waller-Bridge è un thriller teso, appassionante e divertente, con evidente gusto per il senso d’avventura della spy story classica, tra indagini, inseguimenti e frequenti cambi di location, ma in cui la riconfigurazione al femminile di elementi noti riesce allo stesso tempo a dar loro nuova vita e a metterli in crisi. La caccia al gatto col topo, continuamente ribaltata, di Eve e Villanelle diventa così anche una riflessione illuminante sul genere come performance, come interpretazione, come gioco di ruoli: Villanelle utilizza in modo geniale gli stereotipi femminili per essere la migliore nel suo lavoro (per passare inosservata, per esempio, oppure per sembrare innocua, materna, accogliente quando in realtà è una sanguinaria assassina), mentre la parabola di Eve è quella di una donna che diventa lentamente se stessa mentre scopre una vocazione professionale inaspettata, riconoscendo parti di sé dentro la sua nemica.

La relazione, multiforme e imprendibile, che si sviluppa tra loro – da antagonista può farsi madre/figlia, o amichevole, cameratesca, o anche omicida, di sopraffazione, di controllo, o ancora, nemmeno troppo nascostamente, di attrazione fisica, sessuale, sentimentale, fino al definitivo specchiarsi l’una nell’altra – è l’aspetto più innovativo di Killing Eve, quello che riesce a portare la serie su strade costantemente imprevedibili, sorprendendo e spiazzando il pubblico di continuo.

E ci regala una delle serie migliori dell’anno, mentre ci ricorda di non fidarci mai delle apparenze, né delle facili etichette, degli automatismi, delle generalizzazioni.

Killing Eve

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    Alice Cucchetti
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The Romanoffs, la serie antologica di Amazon

The Romanoffs

Ogni appassionato di serie riconosce in Mad Men un caposaldo imprescindibile: l’epopea di Don Draper, geniale creativo pubblicitario nella Manhattan degli anni 60, e dei suoi colleghi d’agenzia è uno degli esempi migliori dell’età dell’oro televisiva del nuovo millennio.

L’equivalente a puntate, su piccolo schermo, di un grande romanzo, che fa scorrere la Storia attraverso le vicende dei suoi personaggi, scandagliando l’essenza del Sogno americano e individuando le origini dell’oggi nelle sfrontate radici capitaliste di ieri; e, come protagonista, un antieroe complesso, stratificato e tormentato, erede del rivoluzionario Tony Soprano, anche nella paternità. Matthew Weiner, il creatore e showrunner di Mad Men, è cresciuto infatti nella stanza degli sceneggiatori de I Soprano, sotto la guida di David Chase (da lì è uscito un altro scrittore importante, Terence Winter, che con Martin Scorsese ha firmato Boardwalk Empire e The Wolf of Wall Street). Questo preambolo serve a spiegare come mai The Romanoffs, l’ultima serie originale di Amazon Prime Video, era uno dei progetti più attesi di quest’annata seriale: tutti aspettavano, soprattutto, la nuova prova narrativa di Matthew Weiner, che, dopo la conclusione di Mad Men nel 2015, ha scritto solo un romanzo (Heather, più di tutto, pubblicato da Einaudi).

Un progetto, The Romanoffs, su cui l’autore stesso ha fatto calare una coltre di mistero, facendo trapelare solo l’elenco di un cast ricchissimo (tra i cui nomi figurano anche Isabelle Huppert, Aaron Eckhart, Diane Lane) e un breve trailer altrettanto enigmatico. Ora che lo show è iniziato e che verrà distribuito, un episodio a settimana, su Amazon Prime Video, più di un addetto ai lavori è rimasto sconcertato: perché si tratta di una serie antologica, in cui ogni puntata è lunga come un film (tra gli 80 e i 90 minuti) e fa storia a sé, cambiando di volta in volta set e personaggi.

Weiner ha dichiarato che questa scelta è il suo modo di andare controcorrente, di contrastare l’abitudine secondo lui deleteria del binge watching (vedere tanti episodi di fila in una sola seduta) e l’ansia di essere costantemente aggiornati sulle serie tv. Ha anche lodato la suprema libertà creativa concessagli da Amazon (l’elevato budget è implicito), che gli ha permesso di girare in otto paesi e in sei lingue, così che molti episodi siano in parte sottotitolati (caratteristica che negli Stati Uniti è poco digerita).

Infine, il formato antologico – dice sempre Weiner – concede alle trame di essere imprevedibili: guardando Mad Men sapevamo che ogni settimana avremmo ritrovato Don Draper alla scrivania, in un modo o nell’altro, mentre qua ogni svolta è una sorpresa. Ogni episodio racconterà di un discendente dei Romanov, l’aristocratica famiglia russa sterminata durante la Rivoluzione d’ottobre: o meglio, di presunti tali, e in questa ambiguità secondo l’autore risiede gran parte del senso dell’operazione.

I primi due episodi distribuiti, il primo girato a Parigi e il secondo nella provincia americana, sono brillanti nei dialoghi e impeccabili nell’esecuzione, con qualche buono spunto sull’attualità e una certa dose di cinismo e umorismo nero, ma – presi a sé – non sembrano particolarmente memorabili o rivoluzionari: si spera che, per quanto Weiner si proponga di sfuggire alle regole della televisione, si scoprirà che la visione d’insieme è necessaria a far brillare davvero ogni puntata. Non più come capitoli di un grande romanzo, dunque, ma come una collezione di racconti lunghi la cui somma vale più delle singole parti.

The Romanoffs
Foto © Facebook The Romanoffs
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    Alice Cucchetti
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The Good Fight: è arrivata la seconda stagione

The Good Fight 2 su Timvision

Avete mai la sensazione di stare diventando pazzi? O meglio, che sia il mondo attorno a voi a deragliare su binari sempre più folli, mettendo in crisi il vostro senso della realtà? Se negli ultimi due anni, o giù di lì, avete provato sempre più intensamente questa sensazione, sappiate che non siete gli unici: condividete il problema almeno con Diane Lockhart, protagonista di The Good Fight, spinoff/sequel della celebrata The Good Wife, ma perfettamente fruibile anche da chi non ha mai visto la serie madre.

La seconda stagione di The Good Fight è approdata da metà settembre, in Italia, sulla piattaforma streaming TIMvision, e anche se la serie è molto meno celebre di altre produzioni tv americane, è davvero imperdibile per chi è interessato a vedere da vicino cosa vuol dire vivere (o sopravvivere) oggi nell’America di Trump. Sotto forma di legal drama – serie ad ambientazione giudiziaria, in cui a ogni puntata corrisponde un caso da dibattere in tribunale – The Good Fight non teme di tuffarsi a capofitto in argomenti delicati e attualissimi, dalle rivendicazioni #MeToo all’epidemia di fake news, dall’immigrazione all’irrisolta questione razziale, e lo fa ogni volta con incredibile intelligenza e impagabile ironia (l’episodio in cui i personaggi trovano – forse – il famoso video di Trump con prostitute russe e piogge dorate, e lo osservano illuminati dalla luce dello schermo come fosse la valigetta di Pulp Fiction, è un piccolo saggio di commedia brillante e amara). E, soprattutto, senza mai perdere di vista per un attimo la complessità della realtà: per Diane – donna fiera e indipendente, che per tutta la vita ha combattuto battaglie democratiche con scaltrezza giuridica ma anche con sincero idealismo – quest’epoca in cui viene meno ogni coordinata di verità, umanità e logica equivale a un incubo surreale, in cui la tentazione di lasciarsi andare, alzando bandiera bianca, è fortissima.

Gli autori dello show sono bravi a calarci perfettamente nei panni di Diane, mescolando realtà e invenzione in modo tale da far sentire sulla pelle l’assurdità della nostra contemporaneità; e a farci navigare fino alla consapevolezza che preservare la nostra sanità mentale e quella del nostro personale pezzo di mondo è il primo indispensabile passo per il contrattacco. The Good Fight, d’altronde, significa “la giusta causa”, e anche “la buona lotta”: non sono tempi, questi, per restare nelle retrovie.

The Good Fight 2 su Timvision
Foto © Patrick Harbron/CBS
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    Alice Cucchetti
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Maniac: la miniserie con Emma Stone e Jonah Hill

Maniac Netflix

Praticamente da sempre il successo della televisione si è misurato in ascolti, quali che fossero i metodi utilizzati per rilevarli: più persone davanti allo schermo significa vendere a prezzo più alto i relativi spazi pubblicitari, che è il modo principale con cui si finanzia un network generalista. L’arrivo dei canali a pagamento prima, ma soprattutto delle piattaforme come Netflix poi ha cambiato le carte in tavola: Netflix si rifiuta da sempre di rivelare quante persone guardano i suoi show, e conta solo il numero di abbonamenti sottoscritti (125 milioni in tutto il mondo, ad aprile 2018), l’unico dato che le interessa perché è quello con cui fa soldi.

Noi non sappiamo chi guarda cosa su Netflix, ma Netflix sa tutto su di noi, e non ha paura di usarlo: l’esempio più recente in ordine di tempo è Maniac, disponibile sulla piattaforma da fine settembre. Una delle serie più attese dell’anno, per i nomi coinvolti: i co-protagonisti sono Jonah Hill – due volte candidato all’Oscar, con L’arte di vincere e The Wolf of Wall Street – e Emma Stone – che l’Oscar l’ha vinto con La La Land; nel cast c’è anche la grande attrice hollywoodiana Sally Field; il regista è Cary Fukunaga, diventato celebre per aver diretto l’intera prima stagione di True Detective e che è appena stato scelto come regista del prossimo film di James Bond.

La premessa narrativa di Maniac è volutamente bizzarra: l’ambientazione è una New York appena futuribile ma dall’estetica molto vintage, Owen è un giovane uomo schizofrenico vessato dalla famiglia e incapace di distinguere tra realtà e finzione, Annie è una ragazza tosta ma devastata da un lutto terribile e dipendente da una nuova droga.

Owen e Annie decidono – per ragioni diverse – di partecipare a una sperimentazione farmaceutica che promette di trovare la cura per le malattie mentali e per il male di vivere: una puntata dopo l’altra, viaggiano nella propria mente, dentro sogni che assomigliano ad altrettanti piccoli e diversissimi film. Guardare Maniac dà la sensazione di fare una specie di zapping tra generi cinematografici differenti, quindi anche un po’ di sfogliare un catalogo di Netflix, ma c’è di più: Fukunaga ha raccontato che i dati sulle abitudini di visione degli spettatori raccolti dalla piattaforma negli ultimi anni hanno influenzato direttamente le sue scelte creative.

«L’algoritmo vince sempre» sono le sue parole, ammettendo di aver modificato sceneggiatura o montaggio per minimizzare il rischio di perdere pubblico in un punto o in un altro degli otto episodi che compongono la miniserie.

Il risultato dipende certo dai gusti, Fukunaga è un regista talentuoso, le scenografie e l’estetica di Maniac sono curatissime, e Emma Stone è un’attrice straordinaria che non volete perdervi; ma non sarà un caso se, a uno spettatore almeno un po’ cinefilo, tutta l’operazione suoni povera d’originalità, piena di citazioni che vanno da Terry Gilliam a Wes Anderson a Michel Gondry, forzatamente eccentrica ma sotto sotto abbastanza semplificata. Perché forse gli algoritmi sognano pecore elettriche, ma non hanno ancora sviluppato una vera fantasia.

Maniac Netflix
Foto dalla pagina FB di Maniac https://www.facebook.com/maniacnetflix
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Emmy 2018, storico pareggio tra Netflix e HBO

The Marvelous Mrs. Maisel

Il 17 settembre a Los Angeles – la cerimonia è stata trasmessa anche in Italia, in diretta durante la notte da Rai4 – sono stati assegnati gli Emmy Awards, ovvero gli Oscar della tv, i premi più importanti destinati al piccolo schermo americano.

Il bilancio più interessante, a giochi fatti, è lo storico pareggio tra Netflix e HBO: la piattaforma streaming ha portato a casa in totale, contando anche tutte le categorie tecniche, 23 statuette, proprio come il prestigioso canale via cavo che da circa 20 anni dominava la gara della tv di qualità. È un dato importante perché testimonia un notevole cambiamento nelle abitudini di visione degli spettatori che si allontanano dalla tv tradizionale e dal palinsesto fisso per scegliere cosa guardare e quando dentro un’offerta vasta: una trasformazione che si ripercuote su tutta l’industria, sul modo in cui le serie vengono realizzate, scritte, prodotte.

Se dobbiamo nominare un solo titolo da incoronare trionfatore, però, non è Netflix ma Amazon Prime Video la vincitrice: la strepitosa commedia La fantastica signora Maisel ha agguantato otto trofei, due dei quali per la sua autrice Amy Sherman-Palladino, la prima persona a vincere sia per la scrittura sia per la regia. Miglior serie drammatica Il trono di spade, scelta sorprendente soprattutto perché la serie è andata in onda l’ultima volta l’estate scorsa, e la nuova stagione – che poi sarà anche l’ultima – non arriverà sui piccoli schermi prima della primavera 2019.

Tra le miniserie e tv movie (una categoria interessante da analizzare perché raccoglie opere diversissime tra loro e dimostra come anche le forme televisive siano sempre più fluide) domina American Crime Story: L’assassinio di Gianni Versace, con il suo protagonista rivelazione Darren Criss. Altri attori meritatamente premiati: Henry Winkler, l’ex Fonzie di Happy Days, per la comedy Barry, Thandie Newton che ha imparato il giapponese antico per Westworld, Claire Foy che ha incarnato la regina Elisabetta in The Crown, lo straordinario Matthew Rhys protagonista di The Americans.

Snobbati ingiustificati: la seconda stagione di Atlanta e la terza di Twin Peaks, forse troppo sperimentali entrambe. Per anni Netflix ha cercato una legittimazione nei premi oltre che nel numero sempre crescente di abbonati, e in questo 2018, contando anche il Leone d’oro vinto a Venezia per il film di Alfonso Cuarón Roma, pare aver raggiunto il suo obiettivo, certificando nel frattempo il suo metodo “produrre tanto, produrre tutto, produrre vario”: non ha una sola serie forte – com’è Il trono di spade per HBO – ma tante serie per tutti, da The Crown a Stranger Things a Godless a Black Mirror.

Per sapere come andrà davvero a finire, e quanto alla lunga modificherà il panorama mediale, la risposta è sempre la stessa: aspettare la prossima puntata.

The Marvelous Mrs. Maisel
Foto dalla pagina FB di The Marvelous Mrs. Maisel https://www.facebook.com/MaiselTV
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Sharp Objects al via su Sky Atlantic

Sharp Objects

Gli appassionati di cinema conoscono Amy Adams come una delle migliori attrici contemporanee: con una formazione nel teatro e nel musical e un pugno di ruoli leggeri alle spalle (come quelli in Come d’incanto e Julie & Julia), negli ultimi cinque anni o giù di lì si è rivelata un’interprete drammatica straordinaria, risplendendo in Big Eyes, American Hustle, Animali notturni, Arrival.

Per il piccolo schermo aveva recitato solo particine a inizio carriera, e ora ritorna in grande stile, come protagonista assoluta di Sharp Objects: prodotta dalla prestigiosa rete via cavo HBO e coordinata da Marti Noxon (un’autrice tv dal curriculum vario, che va da Buffy a Mad Men), la serie è tratta dal romanzo omonimo di Gillian Flynn, appena ripubblicato da Rizzoli.

Flynn è una scrittrice potente, e anche lei negli ultimi anni ha fatto molto parlare di sé: il suo romanzo più famoso è L’amore bugiardo, che David Fincher ha trasformato qualche anno fa in un lungometraggio molto celebrato. L’incontro tra la scrittura di Flynn e la recitazione di Adams si incarna sullo schermo in un personaggio unico, quello di Camille Preaker: giornalista di Saint Louis, perennemente vestita di nero da capo a piedi, aria da dura, occhiaie e gravi problemi d’alcolismo e autolesionismo, viene obbligata a tornare nella propria città natale, la comunità rurale di Wind Gap, Missouri, dove una ragazzina è stata appena uccisa, e un’altra è scomparsa.

A Wind Gap ritrova la madre, Adora Crellin (l’altrettanto brava Patricia Clarkson), con cui ha un rapporto complicato e doloroso, complice un lutto mai elaborato: Camille aveva una sorellina sempre malata, morta davanti ai suoi occhi nella prima adolescenza.

Sharp Objects è diretta dal regista canadese Jean-Marc Vallèe, che due anni fa ha firmato il grande successo seriale Big Little Lies, e ha uno stile evocativo e inconfondibile, particolarmente appropriato per una storia di traumi rimossi, costruita su cose mai dette, violenze ignorate, dolori taciuti, fantasmi del passato che informano il presente: tutti quanti – Camille, Adora, la cittadina di Wind Gap e i suoi abitanti – sono bloccati in una sorta di circolo chiuso e infinito, fatto di cicatrici continuamente riaperte, private e collettive, di ferite profonde mai affrontate.

Non è una visione leggera, Sharp Objects, e da subito è necessario mettersi nell’ottica che non è scovare l’assassino il suo obiettivo, quanto restituire la psicologia di una donna profondamente danneggiata, e del contesto sociale e familiare che l’ha generata: ma, se si accetta di condividere il suo viaggio al termine della notte, si avrà l’occasione di sprofondare nell’atmosfera ipnotica del sud degli States, oltre che di assistere a un’incredibile prova d’attrice. Un modo intenso di cominciare questa nuova stagione televisiva.

Sharp Objects
Foto dalla pagina ufficiale FB di Sharp Objects https://www.facebook.com/sharpobjectshbo/
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    Alice Cucchetti
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Consigli Tv per l’estate

Glow

Le stagioni televisive, come quelle dei vini, non sono tutte uguali, e di norma sono abbastanza imprevedibili. Il 2017 è stato impressionante, sia in termini di quantità che di qualità, dominato da tendenze precise e proficue, come la valorizzazione delle voci femminili e una vena di creatività sperimentale. Il 2018, per ora, appare molto più incerto, meno solido, privo di hit travolgenti, anche se una produzione che si aggira sulle 500 serie l’anno offre sempre almeno qualche titolo buono, se non ottimo.

D’estate, a differenza di un tempo, la programmazione statunitense non va davvero in vacanza, e infatti partirà a luglio in Usa una delle serie tv più attese, e cioè Castle Rock: prodotta da J.J. Abrams e ambientata nel Maine, fa intrecciare tra loro diverse storie di Stephen King, e nel cast ha Bill Skarsgard che al cinema è stato recentemente il terrificante Pennywise protagonista di It. Ma Castle Rock non ha ancora una data di messa in onda italiana, e non l’hanno nemmeno le promettenti Sharp Objects con Amy Adams e Maniac con Emma Stone.

https://www.youtube.com/watch?v=H14tqKZYhgg

Allora perché non approfittare delle vacanze per recuperare qualcosa che si è lasciato indietro? Per esempio, un antidoto al caldo torrido lo trovate già tutto su Amazon Prime Video: The Terror, prodotta da Ridley Scott, racconta di una spedizione ottocentesca tra i ghiacci del Circolo polare artico, alla ricerca dell’inafferrabile passaggio a nord ovest, e restituisce in modo splendido il senso d’avventura, di eccitazione e di spavento davanti all’ignoto della migliore letteratura d’esplorazione.

Per chi vuole contrastare con intelligenza le sparate del ministro dell’interno, c’è invece, su Netflix, Collateral: miniserie di produzione britannica, con protagonista un’ottima Carey Mulligan, scritta dal celebre commediografo David Hare, in quattro puntate fa un ritratto complesso dell’Inghilterra post Brexit, con un mistero giallo in cui si intreccia un gioco di responsabilità e conseguenze che ci riguarda da vicino.

A chi d’estate torna invariabilmente bambino proponiamo addirittura una webserie (di alto livello), interamente disponibile gratis su YouTube: Cobra Kai ci spiega cos’è successo dopo 34 anni ai protagonisti di Karate Kid, con l’ex cattivo Lawrence che decide di riaprire un dojo e torna a contrastare l’ex protagonista Daniel LaRusso, sempre interpretato da Ralph Macchio. Sempre a proposito di combattimenti e anni 80, su Netflix c’è GLOW, prima e – dal 29 giugno – seconda stagione: le vicissitudini di un gruppo di attrici fallite che, con l’aiuto di un regista altrettanto malmesso, si inventano uno show di wrestling al femminile in cui trovare una divertente forma di riscatto.

Se non temete nulla e volete mettervi alla prova con qualcosa di completamente folle, su Amazon Prime Video c’è Tokyo Vampire Hotel, nove episodi scritti e diretti dal prolifico, surreale e sanguinolento regista giapponese Sion Sono: una lotta senza quartiere tra due clan di vampiri chiuso in un albergo con un selezionato gruppo di umani, in cui nel frattempo bisogna anche sopravvivere alla fine del mondo.

Troppo? Allora, tornando in Italia, se non l’avete già fatto date una chance a Il miracolo, creata e scritta da Niccolò Ammaniti, ambientata nel nostro Belpaese alla deriva: visionaria e ipnotica, è l’ultima produzione originale Sky che certifica finalmente un’evoluzione e una rivoluzione nella televisione italiana. Qualcosa di cui abbiamo enormemente bisogno? Buona estate a tutti!

Glow
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    Alice Cucchetti
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Pose, la New York queer degli anni 80

Pose FX

Siamo a New York, nel 1987. C’è già Donald Trump – ricordate? – anche se non sta alla Casa Bianca ma in cima a un grattacielo dorato sulla Fifth Avenue. E l’immaginario che incarna, la ricchezza arrogante e ostentata, un successo che corrisponde al lusso senza freni, sono il Sogno americano degli anni 80, quello cui aspirano tutti, poveri o ricchi, fatto di rampantismo yuppies e consumismo sfrenato, e perfetta aderenza alle rassicuranti regole del conformismo borghese.

Nel 1987 c’è anche un’altra New York, però, ed è quella che racconta Pose, la nuova serie creata da Ryan Murphy e che negli Stati Uniti ha debuttato all’inizio di giugno, il mese dell’orgoglio LGBTQ: è la Manhattan queer, che scorre parallela alle strade dell’edonismo mainstream, esiste nei sotterranei dei grattacieli o lungo i moli dell’Hudson, esplode nei locali semi-clandestini dove si organizzano i Ball, cioè gioiose sfilate in cui ci si sfida a essere il più possibile regali, alteri e favolosi, nelle discoteche e nelle strade dove si può immaginare il futuro inventando nuovi stili di danza, come il voguing (che sarà poi portato alla notorietà da Madonna).

Una comunità composta in gran parte di giovanissimi ragazzi cacciati di casa dai genitori perché omosessuali, di sex worker, senzatetto e piccoli spacciatori di droga, di persone transgender che il costo di «essere autentiche» lo pagano, altissimo, in ogni istante quotidiano; una comunità in cui ognuno si sceglie la propria famiglia, e con essa prova ad agguantare una felicità luminosa, costantemente negata da tutto e da tutti, dalle discriminazioni costanti alla tragica epidemia HIV.

Pose è, a oggi, la serie con il maggior numero di attori trans della storia della tv: Murphy e i suoi collaboratori hanno proceduto a un attento processo di casting, decisi a offrire i ruoli di personaggi transgender solo a interpreti transgender, e scovando così attrici rivelazione come la bellissima ex modella Indya Moore o l’energica MJ Rodriguez. C’è anche qualche nome più noto, nel cast (come James Van Der Beek, che vent’anni fa fu Dawson in Dawson’s Creek), ma la maggior parte dell’azione, rutilante e colorata, che a tratti sfiora i toni della favola ma è sempre di una sincerità commovente, è affidata a un gruppo entusiasta di facce nuove. Che mette in scena, nel dettaglio e con empatia, un preciso periodo storico e un universo affascinante a molti sconosciuto, di straordinaria e contagiosa vitalità.

«Ognuno ha bisogno di sentirsi superiore a qualcun altro, ma è una linea che finisce con noi» si sente dire la protagonista Blanca da un’amica, che con “noi” intende “donne transgender di colore”. «Perché mai t’infili sempre nelle battaglie che non puoi vincere?» «Perché sono quelle per cui vale la pena combattere», è la risposta, retorica ma efficace, di Blanca. E a giudicare da chi oggi s’è trasferito dalla sua torre in Fifth Avenue alla Casa Bianca (o da chi s’è accaparrato, qui da noi, il ministero della famiglia) è una lotta ancora lunga. Ma di quelle per cui vale la pena combattere sempre, riuscendo pure nel frattempo a essere se stessi: felice Pride a tutti!

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    Alice Cucchetti
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Pappa e Ciccia cancellato dopo un tweet razzista

Pappa e Ciccia

Lunedì scorso avevamo parlato del revival di Roseanne, quella che in italiano si chiamava Pappa e ciccia: la sitcom, di grandissimo successo tra anni ’80 e ’90, riportata in vita per una nuova stagione con l’intero cast originale, tra mille polemiche perché nel frattempo l’attrice protagonista, Roseanne Barr, si è trasformata in un’agguerrita sostenitrice di Trump, e così il suo personaggio, Roseanne Conner.

Ecco, martedì scorso è successo l’incredibile: Roseanne Barr ha scritto un tweet razzista che paragonava l’avvocata afroamericana Valerie Jarrett, consulente di Barack Obama, a una scimmia (per la precisione, a un incrocio tra la fratellanza musulmana e il pianeta delle scimmie) e, poche ore dopo, la serie è stata cancellata in tronco dal canale che la manda in onda, la ABC.

«La dichiarazione di Barr è abominevole, disgustosa ed estranea ai nostri valori, e abbiamo deciso di cancellare il suo show» ha dichiarato Channing Dungey, la presidente di ABC Entertainment; «C’era una sola cosa giusta da fare, ed era questa» l’ha sostenuta Bob Iger, il presidente della Disney, cui ABC appartiene.

Il fatto è senza precedenti per svariati motivi, primo fra tutti gli ottimi risultati d’ascolto (pur in calo nelle ultime settimane) che la serie aveva riscontrato fin qui, e che ne avevano fatto uno dei successi della tv generalista non solo di questa stagione, ma degli ultimi anni. Inoltre, in casi più o meno simili, si opta di solito per il licenziamento del singolo attore, e non per la soppressione dell’intera serie – e infatti pare che ABC stia pensando a uno spinoff senza Roseanne Barr, incentrato sulla vita della figlia Darlene, interpretata da Sara Gilbert, che è poi il vero motore di questo revival.

Ma, con l’eccezione di John Goodman (che ha pronunciato un sibillino «meglio che me ne sto zitto»), il resto del cast e della crew ha appoggiato la decisione di ABC, anche pubblicamente, anche se per loro significa perdere un lavoro – e d’altronde, alcune delle scrittrici e produttrici del revival, come Whitney Cummings e Wanda Sykes, si erano già sfilate dalla produzione di prossime stagioni, a testimoniare di un ambiente sul set non proprio sereno.

Il caso Roseanne ha, com’era prevedibile, fatto discutere e diviso ferocemente il pubblico americano, tra chi ha applaudito ABC per il coraggio e chi ha gridato alla censura, con l’inevitabile intervento di Donald Trump in persona, che ha difeso Barr e urlato al doppio standard per tutte le volte in cui qualcuno insulta lui pubblicamente senza conseguenze o licenziamenti. E c’è, naturalmente, chi sottolinea come quella di ABC sia una mossa prima di tutto economica (per non allontanare investimenti pubblicitari), oltre che sostanzialmente ipocrita, perché Barr scrive tweet del genere da molti anni, è stata da subito una birther (le persone che, come anche Trump, sostenevano che Obama non fosse americano), ha diffuso teorie cospirazioniste, sostenuto che Hillary Clinton fosse pedofila, e via dicendo.

«Non sarebbe stato meglio pensarci prima, ed evitare del tutto questo revival?» si chiede qualcuno. Eppure, come già dicevamo la settimana scorsa e come hanno ribadito alcuni membri del cast in questi giorni, il tentativo principale era stato quello dell’inclusività, di cercare un terreno che potesse accogliere tutti nella cucina proletaria di Pappa e ciccia, perfino le fazioni opposte e lontane, le cosiddette “bolle” che nella quotidianità non si sfiorano mai.

Per colpa di Roseanne Barr il tentativo è fallito: quali che siano le ragioni profonde, la sacrosanta scelta di cancellare il suo show ci dice, ancora una volta, di un’America irreparabilmente spezzata.

Pappa e Ciccia
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*giornalista per Film TV.

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    Alice Cucchetti
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Sense8, il finale di serie voluto dai fan

Sense8 il finale

Durante i primi anni in cui iniziava a produrre e distribuire serie originali, la piattaforma Netflix sceglieva progetti ambiziosi, particolari, perfino sperimentali, e senza badare a spese. Difficilmente cancellava un suo show a metà della corsa: per attirare l’attenzione di critici e potenziali spettatori cercava serie che facessero parlare di sé, per la qualità o per il tema, o per entrambi.

Tra questi primi progetti c’era anche Sense8: la storia di otto persone, in otto diverse e lontane parti del mondo, che un giorno improvvisamente sviluppano una misteriosa connessione psichica che permette loro di vedersi e di parlarsi, ma anche di condividere sentimenti, emozioni e sensazioni, e di accedere alle abilità e conoscenze l’uno dell’altro.

Un poliziotto di Chicago, una hacker di San Francisco, una dj islandese a Londra, una businesswoman artista marziale di Seul, un autista di matatu di Nairobi, un ladro di Berlino, una ricercatrice chimica di Mumbai, un attore di Città del Messico: ognuno di loro ha una storia (che, in modo molto intelligente, corrisponde anche un genere narrativo) e tutti insieme si trovano a dover fronteggiare una misteriosa organizzazione che dà loro la caccia.

A creare la serie sono le sorelle Lana e Lilly Wachowski – cineaste transgender, già autrici, pre-transizione, della trilogia di Matrix – con J. Michael Straczynski – noto fumettista e creatore negli anni 90 della serie Babylon 5 – con l’aiuto alla regia di frequenti collaboratori (come James McTeigue che diresse per loro V per Vendetta, o Tom Tykwer, che co-firmò Cloud Atlas).

La seconda stagione di Sense8 è arrivata l’anno scorso, funestata pochi giorni dopo dall’annuncio imprevisto della cancellazione, che peraltro lasciava la trama completamente in sospeso: troppo costosa (è girata in tutto il mondo, nelle stesse location in cui è ambientata, con la necessità di continui voli intercontinentali per spostare cast e crew) e non abbastanza mainstream, con i suoi temi d’amore universale, le scene di sesso esplicito, il ritmo più concentrato sulla restituzione delle emozioni che su una narrazione canonica.

Netflix nel frattempo è cambiata, vuole spendere poco e raggiungere il pubblico più ampio possibile: dal suo punto di vista, una serie così diversa (in tutti i sensi) era sacrificabile. Non aveva previsto, però, le proteste che avrebbe scatenato in tutto il mondo: per un mese, incessantemente, i fan hanno inondato la piattaforma di preghiere, e i social network di richieste di una terza stagione, testimoniando quanto Sense8 sia riuscita a stringere, con ciascuno di loro, una connessione profonda e irrinunciabile; e Netflix ha dovuto cedere, annunciando la produzione di un finale da due ore e mezza, disponibile dall’8 giugno, che proverà almeno a dare un senso di chiusura alle tante questioni in sospeso.

Meglio di niente, si dicono i fan preparando i fazzoletti e sperando fino all’ultimo che per Sense8 non finisca qui: perché di eroi con il superpotere dell’empatia, di una filosofia che mette la comprensione totale e la condivisione con l’altro al primo posto, di una storia che teorizza come inevitabile passo evolutivo per la sopravvivenza umana la capacità di solidarizzare tra noi e di condividere le nostre conoscenze per salvarci, abbiamo bisogno più che mai.

Sense8 il finale
Foto dalla pagina FB di Sense8 https://www.facebook.com/Sense8TV/

*giornalista per Film TV.

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    Alice Cucchetti
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Il ritorno di Pappa e Ciccia

Roseanne

Ricordate Pappa e ciccia? Tra il 1990 e il 1998 è andata in onda su Canale 5, e ha continuato a essere trasmessa in replica negli anni a venire, a diversi orari e su diversi canali Mediaset: come in altri casi il doppiaggio era tutt’altro che fedele alla versione originale, a cominciare dal nome della protagonista, ribattezzata qui da noi Annarosa, ma Roseanne negli Stati Uniti. Roseanne era anche il titolo originale della sitcom, nonché il vero nome di Roseanne Barr, l’attrice protagonista.

In Italia era ed è certamente più noto John Goodman, l’interprete dell’uomo di casa Dan, ma Roseanne Barr, cui era stata proposta la serie dopo una folgorante apparizione al talk show di Johnny Carson, diventò in breve tempo tra le donne più potenti di Hollywood. E Roseanne, la serie, una delle più viste, amate e discusse: prima di tutto perché, a differenza della maggior parte della tv, metteva in scena una famiglia operaia, i cui problemi riguardavano frequentemente questioni molto vicine al pubblico, come la difficoltà di pagare le bollette o la paura di restare senza lavoro. Inoltre, Roseanne Barr e i suoi sceneggiatori non avevano paura di affrontare, in una sitcom teoricamente leggera e con le risate registrate, temi delicati come l’aborto, i diritti delle donne, l’omosessualità.

Nel 2018, insieme a tanti revival di serie più o meno storiche, è tornata anche lei, Pappa e ciccia, con l’intero cast originale, e ha acceso di nuovo un dibattito furente. Perché in vent’anni sono cambiate molte cose, ma più di tutto è cambiata lei, Roseanne Barr, che oggi è una delle più agguerrite sostenitrici di Donald Trump. Anche Roseanne Conner, il personaggio che interpreta in Pappa e ciccia, è un’elettrice di Trump, una scelta che, al di là delle convinzioni politiche di Barr, è estremamente coerente: la famiglia protagonista della serie, che vive in una cittadina dell’Illinois, appartiene a quel sottoproletariato bianco in grave difficoltà economica che spera che il presidente possa make America great again.

Il nuovo Pappa e ciccia ha segnato record d’ascolti straordinari, al punto che The Donald in persona ha telefonato a Roseanne Barr per complimentarsi e ha ribadito più volte il suo apprezzamento per lo show. Commentatori e critici si sono scatenati producendo un’enorme mole di articoli, cercando di capire se lo show sia un’irricevibile propaganda pro Trump, un tentativo di normalizzare con la buffa leggerezza della commedia un’ideologia pericolosamente razzista e discriminatoria. Ma, cercando di guardare il revival (che è scritto e prodotto in gran parte da autori liberal) da una certa distanza, ci si accorge che dipinge un quadro complesso: la famiglia Conner è vasta e variegata, raccoglie diverse opinioni politiche, ma soprattutto dà l’idea di essere sconfitta dalla vita, e internamente divisa, assomigliando davvero, ancora, a chissà quante famiglie americane, e forse all’America stessa.

Sono se mai i limiti della situation comedy – puntate brevi, risate registrate, la necessità di essere immediati e chiari – a farne un prodotto semplicistico. Ma comunque interessante, e chissà che non sia anche in grado di scalfire qualche granitica certezza.

Roseanne
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Tredici, la seconda stagione su Netflix

13 Reasons Why

Se avete un figlio adolescente, se siete un insegnante, se vi occupate in qualche modo di bullismo, è molto probabile che di Tredici sappiate già tutto. Per tutti gli altri, ecco un veloce riassunto: Tredici è una serie originale Netflix, ispirata a un omonimo romanzo per giovani adulti di Jay Asher, pubblicata sulla piattaforma streaming nella primavera 2017, e diventata in breve tempo una delle produzioni televisive più viste e discusse dello scorso anno.

Il titolo originale è 13 Reasons Why, cioè “13 ragioni”, 13 persone, una a episodio: i motivi per cui la sedicenne Hannah ha deciso improvvisamente di togliersi la vita. Prima di morire la ragazza ha infatti registrato 13 audiocassette per i 13 responsabili: noi le ascoltiamo insieme al protagonista Clay, timido e bravo ragazzo segretamente innamorato di Hannah, e scopriamo, tra flashback del passato e colpi di scena nel presente, un microcosmo scolastico complicato, e difficile da attraversare illesi.

Anche solo perché, in questi anni cruciali in cui l’identità dipende così tanto dall’opinione degli altri, e ogni fatto, gesto e situazione assumono significati assoluti e definitivi, è facile che gli altri facciano branco in modo stupido e cieco, egoista, conservatore. La prima stagione di Tredici, diventata un tam tam tra gli adolescenti, ha generato un dibattito acuto, su fronti contrapposti: in alcune scuole statunitensi è stata addirittura vietata, mentre in altri casi gli insegnanti hanno inviato comunicazioni ai genitori chiedendo di guardarla insieme ai figli; alcuni psicologi hanno messo in guardia dal rischio emulazione in cui si incorre sempre quando si parla di suicidio, altri hanno invece elogiato la capacità della serie di sottolineare come ogni scelta che tutti quanti facciamo, ogni giorno, possa avere ripercussioni piccole o grandi sugli altri.

https://www.youtube.com/watch?v=iSRjDDVLnCI

Soprattutto, Tredici – e non è scontato, per un prodotto pensato prima di tutto per i teenager – ha messo in scena una rete di rapporti sociali adolescenziali ancora fortemente maschilista e machista, dove chi non corrisponde a canoni binari di eterosessualità è più fragile e marginalizzato, e in cui è quasi totalmente assente un’educazione sessuale e al consenso.

Un universo scolastico che è già anticamera dell’attuale epidemia di violenze sessuali nei campus universitari americani. Tredici, come già il titolo lascia intendere, avrebbe dovuto concludersi dopo una sola stagione di, appunto, 13 episodi: ma ha avuto un tale successo da rendere quasi scontato il rinnovo a una seconda stagione, appena approdata su Netflix.

Potrebbe essere un tentativo di allungare il brodo (alle audiocassette, questa volta, si affiancano come ricorrente figura vintage, delle foto polaroid), oppure potrebbe cogliere l’opportunità per allargare il discorso iniziato, per approfondire un tema straordinariamente complesso. Prevediamo che, in un modo o nell’altro, farà ancora parlare di sé.

13 Reasons Why
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*giornalista per Film TV.

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    Alice Cucchetti
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Atlanta, la seconda stagione arriva su Fox

La seconda stagione di Atlanta

Non è semplice raccontare Atlanta a chi non sa cosa sia, ma forse è giusto così: vale per la serie come per la città americana di cui porta il nome, e anche per le esperienze che il suo autore cerca di raccontare. L’autore in questione è Donald Glover: classe 1983, talento folgorante e poliedrico, attore, sceneggiatore, cantautore, rapper, comedian e produttore, tra le altre cose.

Qualcuno l’ha già conosciuto qualche anno fa nella comedy Community, quasi tutti stanno per scoprirlo nei panni del giovane Lando Calrissian nel prequel di Star Wars dedicato a Han Solo, in sala dal 23 maggio. Ma è Atlanta, la cui prima stagione è andata in onda negli Stati Uniti nel 2016 mentre la seconda è in arrivo su Fox Italia, il suo lavoro più strabiliante, complesso, profondo e politico, tanto quanto gli album musicali che firma con lo pseudonimo di Childish Gambino.

Se siete curiosi e volete farvi un’idea, provate appunto a cercare il suo ultimo video, appena diffuso, intitolato This Is America e diretto da Hiro Murai, frequentemente anche dietro la macchina da presa di Atlanta: in lunghi pianisequenza, Glover balla, spara, fugge terrorizzato, cita in modo obliquo ma inconfondibile la violenza sistemica della polizia sui neri, la strage di Charleston, le caricature razziste alla Jim Crow, denunciando un paese costruito contemporaneamente sul sangue e sullo spettacolo.

In Atlanta – la città dov’è nata la trap, quella originale, musica da sottofondo nelle case-trappola dove si cucina metanfetamina e spesso si muore negli scontri tra bande o con la polizia – Donald Glover interpreta Earn, un trentenne intelligente ma in crisi, con una figlia da una relazione altalenante, senza lavoro ma determinato a fare da manager a suo cugino Albert, in arte Paper Boi, che sta diventando celebre sulla scena rap della città e non solo.

Ci aspetteremmo una storia di riscatto sociale, come da retorica del Sogno americano, e invece Glover ci offre qualcosa di completamente nuovo e inaspettato: attraverso elementi surreali e con una narrazione sempre imprevedibile (al punto che ci sono intere puntate senza il protagonista Earn), prova a farci sperimentare in prima persona cosa significhi crescere e vivere nell’assurdità quotidiana del razzismo, in quartieri che assomigliano a una zona di guerra, nell’impossibilità di uscire da una gabbia sociale rigida, dove giorno dopo giorno scivolare nello stereotipo non è una scelta ma una questione di sopravvivenza.

Sperimentale per scrittura e messa in scena, soprattutto nella seconda annata ricorre a elementi horror, richiamando il successo cinematografico Scappa – Get Out, soprattutto in un inquietante e geniale episodio, già definito dalla critica tra i migliori dell’anno, dove Glover recita mascherato da bianco. Complessa come le questioni che affronta, e nello stesso tempo spesso esilarante, contemporaneamente disperata e militante: è Glover il Donald di cui l’America ha bisogno, e Atlanta, tra le 500 serie prodotte ogni anno, è l’unica che non vi potete perdere.

La seconda stagione di Atlanta
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*giornalista per Film TV.

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    Alice Cucchetti
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Chi è Phoebe Waller-Bridge?

Phoebe Waller-Bridge

Phoebe Waller-Bridge è un nome che, con ogni probabilità, non avete mai sentito prima, eppure dovreste, soprattutto se siete sempre in cerca di qualcosa di nuovo ed entusiasmante in ambito seriale.

Londinese, classe 1985, di famiglia nobile, a poco più di 30 anni è già riconosciuta come una voce autoriale squillante e inconfondibile: attrice e drammaturga, nel 2016 ha creato e interpretato non una ma due serie tv, di cui è anche protagonista. Si tratta di Crashing, che potete recuperare su Netflix, e Fleabag, che invece trovate su Amazon Prime Video: entrambe sono produzioni brevi, nel tipico formato britannico da sei episodi di poco più di 20 minuti l’uno, ed entrambe si muovono sul filo sottile che unisce la commedia al dramma.

Soprattutto Fleabag – che prima di diventare una serie è stata un fortunato monologo teatrale, apprezzato al Fringe Festival di Edimburgo – riesce a essere contemporaneamente esilarante e dolorosa: la protagonista, la stessa Waller-Bridge, non ha un nome ma un soprannome, “sacco di pulci”, una sfrontatezza invidiabile e la capacità di dire e fare spesso la scelta peggiore, un grumo di traumi sepolti che non sembra in grado di affrontare e, soprattutto, l’abilità di dialogare direttamente con lo spettatore, rompendo di continuo la quarta parete, anche solo per un’occhiata sarcastica o una battuta al vetriolo, in un one woman show dal ritmo vertiginoso.

L’umorismo nero di Waller-Bridge non è passato inosservato, per fortuna, ed è stata immediatamente reclutata oltreoceano: innanzitutto, dai responsabili del nuovo spinoff di Star Wars, Solo: A Star Wars Story, il film sul giovane Han Solo in uscita in tutto il mondo il 23 maggio, dove interpreterà, con la tecnica del motion capture, il primo androide femmina della storia di Guerre Stellari (e purtroppo, in Italia la sua voce andrà persa col doppiaggio). Ma, soprattutto, l’autrice è stata arruolata dalla produzione angloamericana Killing Eve, in onda negli Stati Uniti su BBC America dove sta segnando interessanti record di ascolti, vedendo crescere i suoi spettatori un episodio dopo l’altro.

In questa serie tratta dai romanzi di Luke Jennings, Phobe Waller-Bridge resta dietro la macchina da presa, è sceneggiatrice e showrunner, ma lascia la recitazione a due straordinarie protagoniste: Sandra Oh, l’ex Cristina Yang di Grey’s Anatomy, è un’annoiata agente dell’MI6, stanca di un lavoro d’ufficio routinario che nulla ha a che fare con James Bond; la giovanissima Jodie Comer è invece Villanelle, strepitosa killer a pagamento, priva di ogni senso d’empatia o di morale, e piena di criminale inventiva.

Il loro è un gioco del gatto col topo in cui le parti s’invertono incessantemente, mentre le due si scoprono ossessionate l’una dall’altra, e la scrittura di Waller-Bridge conferma la sua cifra di black humour e la sua imprevedibilità, rompendo e ribaltando ogni stereotipo del thriller di spionaggio. Purtroppo, in Italia Killing Eve non ha, al momento, ancora una data di messa in onda, nonostante il plauso della critica e il rinnovo già confermato per una seconda stagione: speriamo di vederla presto, almeno prima del 2019, quando a calmare la nostra astinenza da Phoebe Waller-Bridge arriverà la seconda annata di Fleabag.

Phoebe Waller-Bridge
Phoebe Waller-Bridge dal profilo FB della serie TV Fleabag https://www.facebook.com/fleabag/