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Tv d’estate: cosa recuperare e cosa aspettare

È stata una stagione tv dominata da Il trono di spade: l’ottava e ultima annata della serie fantasy, tra le più seguite di tutti i tempi, ha goduto di una copertura giornalistica straordinaria, e proprio perché ha fatto infuriare gran parte degli spettatori è stata la più chiacchierata, vivisezionata, analizzata dell’anno e – forse – del decennio. (altro…)

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    Alice Cucchetti
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Approfondimenti

La seconda stagione di “Big Little Lies”

Abitazioni meravigliose affacciate sull’oceano Pacifico, nella stupefacente costa californiana. Scuole all’avanguardia e a perfetta misura pedagogica di bambino, ovviamente private. Belle auto e grossi SUV, aree urbane curatissime, bar e ristoranti all’ultimo grido. (altro…)

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    Alice Cucchetti
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Chernobyl: la miniserie che racconta il disastro

Chernobyl miniserie

Un disastro di proporzioni inaudite, dalle conseguenze ancor più catastrofiche, eppure negato, anche davanti all’evidenza, a causa di incompetenze, ottusità o semplice propaganda politica. (altro…)

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    Alice Cucchetti
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Venezia e le acque

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Venezia può essere il campo di sperimentazione per una nuova arte di manutenzione della città nell’era del cambiamento climatico. L'analisi…

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Approfondimenti

When they see us: miniserie sul caso Central Park Five

When they see us

Uno dei modi in cui Donald Trump si è insediato nel discorso pubblico, ben prima della campagna elettorale del 2016, è stato attraverso il suo essere un insistente “birther”: uno di quelli che non credevano che Barack Obama fosse nato negli Stati Uniti e pretendevano il certificato di nascita per riconoscerlo come presidente legittimo. Ma non è stata la prima e unica volta in cui l’imprenditore newyorkese si è aggrappato con sfrontata inciviltà a un argomento razzista per mettersi sotto i riflettori: trent’anni fa comprò pagine di giornale e fece campagna per chiedere la re-istituzione della pena di morte nello stato di New York, così da poter affibbiare la condanna letale ai cosiddetti “Central Park Five”. (altro…)

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    Alice Cucchetti
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Approfondimenti

Years and Years e The Good Fight: il nostro presente

years and years

Una nuova serie inglese e la terza stagione della serie americana raccontano la contemporaneità. (altro…)

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    Alice Cucchetti
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Venezia e le acque

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Approfondimenti

La fine del Trono di Spade

trono di spade

La sera di domenica 19 maggio (la notte tra domenica e lunedì qui in Italia) è andato in onda l’attesissimo finale del fenomeno seriale di questi anni dieci: Il trono di spade ha salutato milioni di telespettatori nel mondo, dopo una breve ottava stagione di soli sei episodi che ha segnato dati d’ascolto sempre in crescita, una copertura giornalistica assillante e pervasiva, e – soprattutto – reazioni contrastanti e divise come mai prima. (altro…)

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    Alice Cucchetti
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“Il Nostro Pianeta” è un atto di ecologismo politico

il nostro pianeta

La scorsa settimana, nell’indifferenza quasi generale (almeno per quanto riguarda i media mainstream italiani), le Nazioni Unite hanno diffuso un dettagliato rapporto globale sullo stato di salute della Terra, dalle conclusioni catastrofiche. (altro…)

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    Alice Cucchetti
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Approfondimenti

Ci sarà un nuovo sciopero degli sceneggiatori?

sciopero sceneggiatori

Chi segue con passione la serialità statunitense da molti anni forse lo ricorda: il famigerato sciopero degli sceneggiatori tra il 2007 e il 2008. Proprio nel momento in cui le serie tv provenienti da oltreoceano vivevano una cruciale età dell’oro, anche grazie alla diffusione e al successo internazionali, la Writers Guild of America – il sindacato degli scrittori e sceneggiatori hollywoodiani – diede inizio a un braccio di ferro con l’Alliance of Motion Pictures and Television Producers, l’associazione che rappresentava oltre 300 produttori cinematografici e televisivi, dalla CBS alla NBC, dalla Disney alla Sony alla Warner, etc. (altro…)

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    Alice Cucchetti
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Approfondimenti

Fosse/Verdon, la miniserie sul mondo dello spettacolo

fosse-verdon

Uno dei maggiori successi artistici degli ultimi anni in Italia è probabilmente conosciuto solo dagli addetti ai lavori e da una manciata di appassionati di musical: si intitola Hamilton, e non c’entra niente col pilota di Formula 1, bensì con Alexander Hamilton, uno dei padri fondatori degli Stati Uniti, che fu rivoluzionario, ufficiale durante la Guerra d’indipendenza, tra gli autori della costituzione e inventore del sistema economico su cui venne edificata la nuova nazione. (altro…)

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    Alice Cucchetti
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Approfondimenti

Il Trono di Spade: al via l’ultima stagione

Trono di Spade

Che siate spettatori appassionati, casuali o assoluti detrattori del piccolo schermo, attraversare immuni la febbre da trono di spade è quasi impossibile: soprattutto in questi giorni, quando, dopo un’attesa di circa due anni, è in onda finalmente l’ottava stagione. (altro…)

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    Alice Cucchetti
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Approfondimenti

Netflix e la TV interattiva

netflix e tv interattiva

Forse nei giorni successivi allo scorso Natale vi siete imbattuti, almeno sui social network, in una parola strana, incomprensibile, difficilmente pronunciabile: Bandersnatch. È il titolo di una puntata della serie Black Mirror, una celebre produzione inglese antologica per episodio (ogni puntata, cioè, è totalmente scollegata dalle precedenti, racconta una nuova storia con nuovi attori, come la classica Ai confini della realtà, che di Black Mirror è anche la principale ispirazione); (altro…)

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    Alice Cucchetti
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Crazy Ex-Girlfriend: la serie che (non) avete mai visto

crazy ex-girlfriend

Mentre il mondo aspetta, col fiato sospeso, la fine di Il trono di spade, negli Stati Uniti sta per concludersi un’altra serie, di cui – almeno in Italia – si è parlato pochissimo. Certo, non è per tutti: innanzitutto è una commedia, e si sa che l’umorismo, tanto più se è sottile, è un fatto estremamente soggettivo. Oltretutto, è un musical: genere che, soprattutto sui nostri lidi, provoca facilmente allergia. (altro…)

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    Alice Cucchetti
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Approfondimenti

La storia di Brit Marling e la seconda stagione di The OA

brit marling - the OA

Questa è la storia di una donna di nome Brit. Nata a Chicago nel 1982, da ragazzina sogna di fare l’attrice, ma i suoi genitori – anche considerati i suoi eccellenti risultati scolastici – la convincono ad andare all’università, alla prestigiosa Georgetown, e studiare, oltre che arte, economia. (altro…)

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    Alice Cucchetti
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Leaving Neverland: Il documentario su Michael Jackson

Leaving Neverland, Michael Jackson

La celebrità è accecante, le accuse non sono nuove, l’imputato è già stato assolto al termine di un processo, eppure un documentario trasmesso in tv sembra cambiare ancora una volta tutto. È successo, in modo assordante, con Leaving Neverland, il doc su Michael Jackson in onda in Usa a inizio mese, e che ora arriva anche in Italia, su NOVE, il 19 e 20 marzo. (altro…)

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    Alice Cucchetti
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American Gods e Good Omens: La tv di Neil Gaiman

american gods

La Gran Bretagna ha dato i natali a molti grandi narratori del fantastico, da Mary Shelley a Tolkien, e non è blasfemia dire che Neil Gaiman possa sedersi a pieno titolo in loro compagnia, in questa onorata tradizione. Da autore a cavallo tra due millenni (è nato nel 1960), inevitabilmente, è spesso nel fumetto e nella graphic novel che ha trovato consacrazione, con l’apprezzatissima serie Sandman della DC Comics per esempio, ma è anche giornalista, romanziere, sceneggiatore, scrittore di racconti brevi, libri per bambini, opere teatrali e radiodrammi, ed è pure un blogger, nonché attivissimo su Twitter, e qualche volta performer, magari insieme alla moglie musicista Amanda Palmer. (altro…)

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Adam McKay e Jordan Peele: attenti a quei due!

Adam McKay e Jordan Peele non sono – ancora – nomi ultra-noti al grande pubblico, ma è il caso di segnarseli come autori da tenere d’occhio. Hanno alcune cose in comune: entrambi vengono dalla comicità e dalla commedia, entrambi hanno raggiunto la legittimazione critica con film pluri-nominati, e premiati, agli Oscar, ed entrambi portano avanti discorsi e visioni dichiaratamente politici. (altro…)

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L’imperdibile late show di John Oliver è ricominciato

Il late show – il talk show d’intrattenimento di seconda serata – è un genere televisivo che in Italia non ha mai avuto un esagerato successo, ma che negli Stati Uniti è un caposaldo del piccolo schermo, declinato secondo differenti modalità: ci sono quelli con cadenza quotidiana sui canali generalisti (come quello che fu di Letterman, per esempio) e gli appuntamenti settimanali, solitamente sui network via cavo; (altro…)

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    Alice Cucchetti
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This Is America è la canzone dell’anno

«Questa è l’America: occhio a non sbagliare» ripete, ossessivamente, la canzone. Sullo schermo, un uomo a torso nudo si muove in primo piano, in una danza che passa dalla gioia alla contorsione dolorosa, dal sorriso alla smorfia, in un battito di ciglia, mentre alle sue spalle si susseguono, in un magazzino vuoto, scene di ordinaria follia e/o violenza a stelle e strisce.

This Is America di Childish Gambino ha fatto la storia ai Grammy Award del 2019: per la prima volta un brano hip hop ha vinto il premio di “canzone dell’anno”, dopo decenni in cui la black music era stata “relegata” alle sue categorie specifiche nonostante l’impatto culturale nell’immaginario collettivo (bastano gli ultimi due casi: Kendrick Lamar, tra le altre cose il primo artista hip hop a vincere il Pulitzer, l’anno scorso se ne andò a mani vuote, mentre nell’edizione precedente Beyoncé e il suo visual album Lemonade furono confinati alla sezione “urban contemporary”).

Anche dall’altra parte dell’Oceano “non sono solo canzonette”: proprio quest’anno la cerimonia è stata “boicottata” dagli stessi Gambino e Lamar, che hanno declinato l’invito a esibirsi durante la serata presentata da Alicia Keys, e lo stesso ha fatto il rapper Drake (l’artista più ascoltato del 2018, nel mondo), che, salito a sorpresa sul palco a ritirare il premio per miglior pezzo rap, si è visto “tagliare” il discorso di ringraziamento.

«Questa è l’America, occhio a non sbagliare»: il ritornello della canzone – che ha vinto anche i titoli di registrazione, performance rap e video dell’anno – vale anche per Atlanta, la serie tv creata e interpretata da Donald Glover, di cui Childish Gambino è l’alter ego. Incredibile artista a tutto tondo, nato nel 1983, laureato alla Tisch School of the Arts in drammaturgia, viene notato quand’è ancora al college da Tina Fey, che lo fa entrare, giovanissimo, nella stanza degli sceneggiatori della comedy 30 Rock; successivamente, Glover è tra i protagonisti della sitcom Community, che diventa brevemente un piccolo cult, conquistando un nutrito gruppo di appassionati; parallelamente, appunto, porta avanti la carriera musicale con il nome d’arte di Childish Gambino e gli album Camp, Because the Internet e Awaken, My Love.

Il 2015 è l’anno della svolta, tra ruoli per il cinema (in The Martian di Ridley Scott, per esempio), ma soprattutto il debutto della sua serie tv, Atlanta, ambientata nell’omonima città della Georgia e dentro la sua celebre scena rap e trap, seguendo un pugno di personaggi nella dolorosa e surreale esperienza della quotidianità afroamericana. Come capita con il video della canzone This Is America, tanto denso di riferimenti (da Jim Crow a Fela Kuti, dalla strage di Charleston al film Get Out) da richiedere più di una visione, anche Atlanta è una narrazione a molti livelli, un prisma che riflette una quantità infinita di sfaccettature, senza dimenticare quelle dell’oppressione istituzionalizzata che è il razzismo americano. Anche il rapporto complesso e spesso ipocrita, sempre sul confine tra celebrazione e sfruttamento, che l’industria dell’intrattenimento ha con la cultura black è un argomento che Glover conosce bene: nel 2018 ha interpretato un giovane Lando Calrissian nel prequel di Star Wars Solo, e quest’estate darà la voce a Simba nella nuova versione di Il re leone, ma sta anche lavorando alla terza stagione di Atlanta. In molti sono pronti a scommettere che, per Donald Glover, tutto questo sia solo l’inizio.

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    Alice Cucchetti
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Conversazioni con un killer: il caso Ted Bundy

ted_bundy_netflix

La cifra supera la trentina, ma non è precisa perché sapere esattamente quante persone abbia ucciso Ted Bundy è impossibile: gli omicidi documentati, tra il 1974 e il 1978, sono tutti di giovani donne, spesso studentesse universitarie, scomparse senza lasciare traccia in diversi stati americani. (altro…)

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    Alice Cucchetti
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Pose, la serie con il cast LGBT più ampio di sempre

pose serie tv

Ne avevamo già parlato come di una delle novità seriali più entusiasmanti del 2018, e per molti mesi abbiamo atteso di sapere quando e come sarebbe stata visibile in Italia: ora Pose, co-creata dal prolifico e acclamato Ryan Murphy, approda su Netflix.

Non sorprende, anche perché Murphy, dopo quasi 20 anni di carriera in casa Fox, ha firmato l’anno scorso un accordo di esclusiva con la piattaforma streaming senza precedenti: 300 milioni di dollari, il più alto compenso mai raggiunto da un creatore/showrunner. (altro…)

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    Alice Cucchetti
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Doctor Who: dopo 56 anni si svolta!

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Il primo episodio andò in onda sulla BBC il 23 novembre 1963 e non lo guardò nessuno: John F. Kennedy era stato ucciso a Dallas il giorno precedente, e gli occhi e le orecchie del mondo erano puntati sugli Stati Uniti in lutto. Ma, nonostante la pessima tempistica dell’avvio, davanti a Doctor Who si parava un destino luminoso: per esempio, e proprio in virtù di quella prima trasmissione, l’attestato di “serie tv più longeva di sempre”. (altro…)

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    Alice Cucchetti
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True Detective 3 in contemporanea tv con gli Usa

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L’episodio pilota di True Detective va in onda, per la prima volta, il 12 gennaio 2014 sulla rete via cavo statunitense HBO; arrivati alla quarta puntata, quella che si conclude con un bellissimo e ormai celebre pianosequenza, per gli appassionati di serie è già “la produzione tv dell’anno”. Eppure, cinque anni dopo, il 13 gennaio 2019, la terza stagione (che in Italia va in onda su Sky Atlantic praticamente in contemporanea con la trasmissione americana) si trova nella strana posizione di dover convincere di nuovo il pubblico.

True Detective è una serie antologica, a ogni stagione racconta una vicenda diversa, con diversi interpreti e ambientazioni: la prima indimenticabile annata ha come protagonisti due grandi attori, Woody Harrelson e Matthew McConaughey, che sulle strade desolate e affascinanti della Louisiana, tra paludi lussureggianti e paesaggi urbani decadenti, cercano l’autore di terrificanti omicidi rituali. La storia intreccia due diversi piani temporali, coinvolge con ogni aspetto della messa in scena e porta facilmente il pubblico ad appassionarsi alla risoluzione del mistero.

A scrivere True Detective un romanziere, fino a quel momento digiuno di tv, Nic Pizzolatto, mentre a dirigere c’è il regista cinematografico Cary Fukunaga. Il successo impone, forse frettolosamente, una seconda stagione, che cambia tutto: quattro protagonisti invece di due (tra loro, Colin Farrell e Rachel McAdams), l’asfalto della California invece della natura della Louisiana, diverse piste narrative intrecciate in luogo dei piani temporali. Molti registi al posto di una mano sola: il pubblico si disaffeziona in fretta, le critiche sono tiepide, il risultato sotto le aspettative. La rete HBO dichiara la serie sospesa, tanto che quasi tutti la danno per spacciata.

E invece ecco che nel 2017 ne viene annunciata, a sorpresa, una terza stagione: Nic Pizzolatto è sempre al timone della serie, ma gli viene affiancato per alcuni episodi il veterano David Milch (l’autore della seminale serie western Deadwood); e la regia viene affidata a Jeremy Saulnier, un cineasta la cui sensibilità per l’alta tensione e per il paesaggio naturale e umano dell’America profonda appare subito perfettamente in linea con True Detective (recuperate i suoi Blue Ruin e Green Room).

Protagonista questa volta è Mahershala Ali, che ha già vinto un Oscar per il film Moonlight, e si candida quest’anno a fare il bis con Green Book per cui ha appena agguantato il Golden Globe: un altro grande attore per il ruolo di un detective tormentato, ossessionato da un caso che segna un’intera vita, come già era accaduto ai due investigatori della prima stagione. Le prime due puntate lasciano intuire infatti che, un po’ per andare sul sicuro e un po’ perché la formula era praticamente perfetta, questo terzo ciclo assomiglierà molto al primo: Wayne Hayes, reduce del Vietnam, fa il poliziotto negli anni 80, in Arkansas, quando due bimbi scompaiono nel nulla. Riaffronta il caso dieci anni dopo, interrogato da due avvocati che vogliono riaprire il processo, e poi ancora nel 2015, davanti a una giornalista che sta costruendo un documentario sulla vicenda. La performance d’attore è davvero straordinaria, capace di essere credibile attraverso gli anni, e il senso di minaccia e mistero sembra aver ritrovato il passo giusto.

Aspettiamo già con ansia le prossime puntate: forse non sarà di nuovo una produzione epocale, ma un bel noir come si deve, scommettiamo di sì.

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    Alice Cucchetti
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I Golden Globe e la vittoria di The Americans

the americans golden globe

I Golden Globe – i riconoscimenti assegnati annualmente dall’associazione della stampa straniera a Hollywood – danno il via alla stagione dei premi cinematografici, con gli Oscar come obiettivo finale; ma hanno anche la bizzarra consuetudine di celebrare pure il piccolo schermo: sono gli unici a farlo, e in un momento particolare, proprio a metà della stagione televisiva, lasciando talvolta un po’ spiazzati gli addetti ai lavori con le proprie scelte. Nell’edizione 2019, che si è tenuta a Los Angeles la sera del 6 gennaio, il vincitore poco comprensibile è Il metodo Kominsky nella categoria commedia: non tanto perché la serie – che è disponibile su Netflix, è creata dall’autore di The Big Bang Theory e ha come protagonista Michael Douglas, che ha vinto anche come miglior attore – sia terribile, ma perché la concorrenza era davvero a livelli altissimi, con La fantastica signora Maisel in testa (che ha almeno visto trionfare come miglior attrice Rachel Brosnahan, per il secondo anno di fila).

Per il resto, dei Globe (ma di tutti i premi televisivi in generale) colpisce ormai l’impossibilità, con solo cinque nomination a categoria, di mappare un universo seriale ricchissimo di titoli e di complessità: applaudiamo, per esempio, la vittoria di Sandra Oh come miglior attrice drammatica per Killing Eve (la prima di origini asiatiche a ricevere il premio), notando però che la serie con cui vince è molto più vicina alla commedia. Ma vogliamo soprattutto approfittare del premio considerato più importante, quello per miglior serie drammatica, per parlare probabilmente per l’ultima volta di una delle produzioni migliori degli ultimi anni: il Globe è andato a The Americans, e precisamente alla sua ultima stagione, la sesta, che in Italia è stata trasmessa quest’estate su Fox.

Iniziata nel 2013, creata da un ex agente della CIA, ambientata negli anni 80, per sei anni ha raccontato le incredibili vite di Philip ed Elizabeth Jennings, magistralmente interpretati da Matthew Rhys e Keri Russell (che nel frattempo sono diventati una coppia anche nella realtà): vivono il Sogno americano, con una bella casa un buon lavoro due bambini due automobili, ma in realtà sono spie sovietiche, infiltrate su suolo statunitense fin dagli anni 60, impegnati a combattere la Guerra fredda nell’America dell’escalation reaganiana. Attraverso gli strumenti della spy story – quindi momenti d’azione, ma soprattutto di estrema tensione – e con una grande attenzione al dettaglio d’epoca (gli anni 80 sono restituiti in modo preciso e senza alcuna patina di nostalgia), The Americans è riuscita a essere anche un’intelligente e approfondita riflessione sul matrimonio, sulla famiglia, sulle ideologie e sull’identità, su cosa esattamente ci renda quelli che siamo (ciò in cui crediamo? Le nostre azioni? L’apparenza? Le relazioni?); oltre che una fotografia di una fase cruciale della nostra storia, raccontata attraverso un doppio punto di vista, opposto e complementare. Ed è anche una serie che si è presa tutto il suo tempo per crescere ed evolvere, qualcosa che in tempi di binge watching è sempre più rara, mantenendo una costanza qualitativa impressionante, tanto che la sesta e ultima stagione, premiata appunto col Golden Globe, è forse addirittura la migliore.

Ecco, possiamo così cominciare l’anno con un ottimo consiglio di una serie da recuperare: per conoscere personaggi straordinari, per scoprire le potenzialità televisive al suo meglio e anche per regalarci un po’ di “prospettiva storica”, qualcosa di cui abbiamo sempre più bisogno.

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    Alice Cucchetti
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The First: la serie con Sean Penn

Dal 14 dicembre su Netflix è disponibile Roma di Alfonso Cuaron: è il film che ha vinto il Leone d’oro all’ultima Mostra del cinema di Venezia, è diretto meravigliosamente in un luminoso bianco e nero, racconta una storia piccola e intima sullo sfondo della Storia con la s maiuscola del Messico nei primi anni 70 ed è evidentemente stato realizzato pensando a una visione sul grande schermo. Motivo per cui – come già era accaduto con Sulla mia pelle – si è trovato il modo di distribuirlo per qualche giorno in alcune sale cinematografiche, per la gioia dei cinefili, ma ri-accendendo le polemiche degli esercenti e dei distributori tradizionali.

Contemporaneamente, c’è chi va nella direzione opposta: TIMVISION, la piattaforma streaming di Telecom, sta per rendere disponibile, in esclusiva per l’Italia, una delle serie tv più attese di quest’autunno, ma prima invita gli spettatori ad “assaggiarla” al cinema. Il 18 dicembre alcune sale in tutta Italia (l’elenco completo è sul sito di Nexo Digital) proietteranno i primi due episodi di The First, diretti dalla regista polacca Agnieska Holland, in anteprima e gratuitamente.

La serie sarà poi distribuita il giorno seguente su TIMVISION. The First è il nuovo progetto di Beau Willimon, celebre per aver scritto la piece Farragut North da cui poi lui stesso ha tratto la sceneggiatura di Le idi di marzo, film di e con George Clooney e con Ryan Gosling; ma ancora più celebre, probabilmente, per essere l’autore dell’adattamento americano di House of Cards, la serie politica con Kevin Spacey e Robin Wright che si è recentemente conclusa con la sesta stagione. Come protagonista di The First Willimon ha scelto un altro grande attore hollywoodiano, Sean Penn, ma dalle stanze del potere di Washington si è spostato in quelle della NASA e di una fittizia compagnia privata impegnata nell’esplorazione dello spazio: la serie racconta infatti un’ipotetica prima missione di colonizzazione di Marte, tema che negli ultimi anni sta ri-catturando l’immaginario collettivo, da Sopravvissuto – The Martian di Ridley Scott alla serie Marte di National Geographic, di cui è in questi mesi in onda la seconda annata, o più in senso lato i film Il primo uomo di Damien Chazelle o Gravity del sopraccitato Cuaron. Esattamente come questi titoli, anche The First cerca di raccontare lo spazio con intento il più possibile realistico, cercando di dare un’impressione di verosimiglianza e di calare lo spettatore nell’esperienza degli astronauti: con il formato della serie drammatica, indaga il peso emotivo, personale e familiare che chi decide di dedicare la propria vita ai viaggi nel cosmo deve affrontare. E così, anche se apparentemente diversissima, The First trova un punto di connessione con Roma di Cuaron (dove peraltro, se guardate con attenzione, vi capiterà di scorgere più di un astronauta): il cuore del racconto, che lo sfondo sia il ribollire della Storia o le profondità dell’universo, è sempre la nostra irriproducibile ed emozionante umanità. Un film per il grande schermo che finisce su Netflix, una serie televisiva in trasferta al cinema: non cambia il nostro augurio, per quest’anno e il prossimo, e indipendentemente dallo schermo che le ospita, di tante buone visioni.

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    Alice Cucchetti
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A Very English Scandal e Bodyguard

Sommersi dall’offerta americana, qualche volta finiamo per dimenticarci che anche la Gran Bretagna è produttrice di serie eccellenti: con un sistema industriale meno irreggimentato di quello a stelle e strisce, e qualche volta anche un po’ più libero di sperimentare, ha regalato fenomeni globali come Sherlock e Doctor Who e – a ben guardare – anche Il trono di spade, nonostante batta la bandiera statunitense di HBO, può considerarsi una creatura british. Le nomination ai premi importanti possono suggerire qualche titolo da recuperare, e infatti ecco che tra quelle recentemente annunciate dei Golden Globe (la cui cerimonia si terrà il 6 gennaio 2019) c’è qualche ricorrenza meritevole. Bodyguard, nominata come miglior serie drammatica e come miglior protagonista maschile, è stata in patria il maggior successo d’ascolti degli ultimi dieci anni (oltre 10 milioni di spettatori, il 40% di share), e anche in Italia – dov’è disponibile su Netflix – ha raccolto un buon passaparola: protagonista è il sergente David Budd, un veterano dell’Afghanistan, affetto da sindrome da stress post traumatico, che dopo aver sventato un attentato viene assegnato come guardia del corpo alla ministra dell’interno, una donna ambiziosissima, ultraconservatrice, i cui ideali sono esattamente all’opposto di quelli in cui Budd crede. D’alta tensione e denso di colpi di scena, lo show in Gran Bretagna è stato anche al centro dell’infervorato dibattito sull’immigrazione. Ma la produzione inglese che più di tutte vi consigliamo di recuperare – recentemente è andata in onda in Italia su FoxCrime – si intitola A Very English Scandal e ai Golden Globe è candidata come miglior miniserie. Nomination di categoria anche per i suoi attori, protagonista e non protagonista, rispettivamente Hugh Grant e Ben Whishaw, entrambi straordinari (soprattutto Grant, che negli ultimi anni sta vivendo una specie di seconda giovinezza artistica). In tre agili puntate da un’ora, dirette dallo Stephen Frears di My Beautiful Laundrette, Le relazioni pericolose e The Queen, racconta – come dice il titolo – uno scandalo molto inglese: avvenuto nella seconda metà degli anni 70, quando il leader del partito liberale Jeremy Thorpe, molto amato e in ascesa, venne processato con l’accusa di aver tentato di uccidere il suo ex amante, Norman Scott. La relazione si era consumata nei primi anni 60, quando l’omosessualità era ancora un reato punito con il carcere (i primi passi per la depenalizzazione avvennero nel 1967), e per anni Thorpe aveva vissuto nel terrore che l’affaire venisse reso pubblico, stroncandogli la carriera e rovinandogli la vita. A scrivere la miniserie è Russell T Davies, uno degli sceneggiatori più celebri e acclamati del Regno Unito, da sempre impegnato con i suoi lavori nella lotta per i diritti LGBT: con precisione, intelligenza e ironia, costruisce i ritratti di due uomini opposti in tutto (per carattere e indole, ma anche per classe e censo), e ugualmente vittime di un’ingiustizia sociale e una discriminazione costante. Il vero scandalo – ci dice lo show – è lo stato di oppressione cui sono sempre state soggette le persone queer, ed è “molto inglese” perché a essere colpevole è l’intera nazione.

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    Alice Cucchetti
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Dicembre con La fantastica Signora Maisel

Cinque Emmy Award, nella categoria commedia: miglior serie, miglior attrice protagonista, miglior attrice non protagonista, miglior regia e miglior sceneggiatura (la prima volta in cui a vincere questi ultimi due è una sola persona, Amy Sherman-Palladino). E due Golden Globe: miglior serie e miglior protagonista di una serie commedia e/o musical. Partiamo da qui, da questa particolare definizione, “comedy-musical”: The Marvelous Mrs. Maisel (in italiano La fantastica signora Maisel) è uno dei pochi prodotti ad adattarcisi in pieno. Perché, innanzitutto, non solo è una commedia, ma è una commedia sul fare commedia: la protagonista, la signora Maisel del titolo, all’inizio della serie scopre di avere un talento per la stand up comedy (ovvero il cabaret), in un periodo – la fine degli anni 50 – e in un luogo – Manhattan – in cui questo genere d’intrattenimento si sta formando e codificando; un periodo, però, non esattamente favorevole alla presenza femminile nel campo. Tra gli argomenti che affronta la serie, dunque, c’è anche il modo di costruire uno spettacolo comico utilizzando materiale autobiografico, un mestiere molto più faticoso e doloroso di quanto sembri, «costruito sull’infelicità, il senso d’inadeguatezza e varie umiliazioni», spiega Midge Maisel stessa nella seconda stagione. Aggiungendo: «Chi meglio di una donna sa cosa vuol dire?». La seconda stagione arriva il 5 dicembre su Amazon Prime Video in pompa magna, carica di premi vinti, di celebrazioni e di apprezzamenti, e l’autrice Amy Sherman-Palladino è pronta a raccogliere la sfida delle aspettative: ampliando le ambizioni e, insieme, il mondo della signora Maisel, che già nel primo nuovo episodio aggiunge una romantica Parigi alle sue sfavillanti location, e successivamente esplorerà anche le Catskill Mountains, località degli Appalachi che negli anni 50 era meta prediletta dai ricchi turisti. Dicevamo, però, che oltre alla commedia c’è anche il musical: Steven Spielberg, incontrando Palladino e Rachel Brosnahan (la straordinaria attrice protagonista), ha definito La fantastica signora Maisel «il miglior musical ebraico dai tempi di Il violinista sul tetto». Nonostante non ci siano mai momenti propriamente musical, nella serie, nessuno che si metta a ballare e cantare interrompendo l’azione, ma piuttosto un’ispirazione d’estetica e di messa in scena: gli elaborati e visivamente incredibili pianisequenza che si sposano così bene con la scrittura velocissima e frizzante di Palladino ripropongono il senso dello spettacolo dei grandi musical hollywoodiani, e così i movimenti attentamente coreografati di attori e comparse, che quasi danzano insieme alla macchina da presa. I bellissimi costumi, i precisi dettagli delle scenografie, i colori vividi e la colonna sonora di grandi classici (da Barbra Streisand a Louis Armstrong) rimandano direttamente a un genere cinematografico capace di trasformare il mondo in un palcoscenico su cui far ballare sogni, emozioni, storie, fantasie. E poi c’è lei, la signora Maisel, cioè Midge: sotto l’apparenza “praticamente perfetta sotto ogni aspetto” alla Mary Poppins, nasconde un duro percorso di crescita, emancipazione, scoperta di sé, costruzione di un’identità, anche in rapporto alla superba galleria di personaggi di contorno, prima fra tutti l’amica/manager Susie. Tutt’altro che esente da difetti, Midge è un’eroina unica, la sua parabola è appassionante e travolgente, la sua storia una meraviglia per occhi, orecchie e cuore. Niente di meglio per Natale, e pure per il resto dell’anno.

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    Alice Cucchetti
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L’Amica Geniale arriva su RaiUno e TIMVISION

L'Amica Geniale

Non era mai successo prima, che una delle serie più attese della nuova stagione televisiva, in tutto il Mondo, fosse italiana. Ma, probabilmente, anche il caso letterario alla base di tutto è unico, inaspettato e irripetibile: la quadrilogia di romanzi di Elena Ferrante che comincia con L’amica geniale – e prosegue con Storia del nuovo cognome, Storia di chi fugge e di chi resta e Storia della bambina perduta – ha venduto più di 10 milioni di copie in 40 paesi.

Negli Stati Uniti, dove è davvero difficile sfondare per un romanzo non americano, i “Neapolitan Novels”, come sono chiamati, sono diventati una lettura irrinunciabile anche per molte celebrità. Il mistero che circonda l’identità di Elena Ferrante – uno pseudonimo, in attività dal 1992 di L’amore molesto – secondo molti è una delle ragioni principali del suo successo: e quando qualcuno ha provato a scoprire la verità, moltissimi fan si sono indispettiti, reclamando il rispetto per l’anonimato che la scrittrice coltiva da sempre.

Ora L’amica geniale – in inglese My Brilliant Friend – è una serie tv, che in Italia debutta in contemporanea su Rai1 e sulla piattaforma streaming TIMVISION, e negli Stati Uniti va in onda su HBO, la più prestigiosa tra le reti a pagamento, la stessa di I Soprano, The Wire, Il trono di spade. È anzi la prima serie HBO in italiano, dunque va in onda sottotitolata oltreoceano, e in gran parte anche qua, perché i personaggi parlano spesso in napoletano stretto.

La storia comincia nel 1950, in un rione popolare del capoluogo partenopeo, nel momento in cui la piccola Elena detta Lenù, cinque anni – la voce narrante -, incontra Lila, sua coetanea, destinata a diventare sua amica per il resto della vita. Il rapporto tra le due, un’amicizia intensa e indissolubile, che si nutre delle reciproche differenze, si dà vicendevolmente forza e a volte le mette in competizione, è il cuore del racconto che, nei successivi capitoli e romanzi, attraversa la storia d’Italia, dal Dopoguerra fino al nuovo millennio, mentre il paese sullo sfondo si trasforma.

La prima stagione, di otto episodi, è l’adattamento del primo libro (se tutto va bene seguiranno altre tre stagioni, una per romanzo), e le protagoniste sono dapprima bambine e poi adolescenti: le attrici sono state scelte con un lungo processo di casting dal regista Saverio Costanzo, già autore di film interessanti come Hungry Hearts e La solitudine dei numeri primi, e che non è nuovo al piccolo schermo, avendo firmato la versione italiana di In Treatment.

Costanzo ha ricostruito in studio il grande palazzo in cui abitano le bambine e il quartiere di Napoli in cui si svolge l’inizio della storia, preservando l’indefinitezza dell’ambientazione (il nome preciso del rione non viene mai fatto da Ferrante) e nello stesso tempo conservando una specificità estetica e culturale che si accompagna a quella linguistica (unica eccezione: la voce narrante è quella di Alba Rohrwacher, compagna del regista, che non parla mai in dialetto, ma adotta solo ogni tanto una cadenza partenopea).

Tra i produttori esecutivi c’è anche Paolo Sorrentino, che per HBO aveva realizzato The Young Pope, e tra gli autori è accreditata anche Elena Ferrante in persona, che ha comunicato intensamente via email con Costanzo (anzi, pare sia stata proprio lei a sceglierlo per l’adattamento). La critica statunitense, che ha visto le prime puntate, è già in adorazione: per gli spettatori, soprattutto quelli italiani (che a differenza degli americani vedranno la serie sul principale canale pubblico generalista e non su una rete pay di nicchia) sarà lo stesso?

L'Amica Geniale

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    Alice Cucchetti
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La ballata di Busters Scruggs: da miniserie a film

La Ballata di Buster Scruggs

Di un panorama mediale in trasformazione ci accorgiamo in questi giorni, mentre il Ministro dei Beni Culturali firma un decreto che impone il rispetto di un lasso di tempo fisso tra il momento in cui un film arriva nelle sale e quello in cui può approdare su una piattaforma streaming.

La polemica ha infiammato i festival cinematografici: prima Cannes, dove il direttore Fremaux ha rifiutato di mettere in Concorso film che non sarebbero stati distribuiti in sala e quindi ha dovuto rinunciare a titoli Netflix anche nelle altre sezioni; poi Venezia, dove il direttore Barbera ha invece accolto la piattaforma a braccia aperte, facendo man bassa di film attesi e assistendo poi alla consegna del Leone d’oro proprio a un film Netflix, Roma di Alfonso Cuarón.

Pochi giorni dopo la fine del festival lagunare, Sulla mia pelle – sulla vicenda di Stefano Cucchi – veniva diffuso contemporaneamente su Netflix e in poche sale: molti esercenti infuriati si sono rifiutati di programmarlo, ma i pochi che l’hanno fatto hanno visto una partecipazione quantitativa ed emotiva che al cinema italiano mancava da un bel po’, e il film ha segnato un’altissima media spettatori/sala, che nemmeno le cosiddette “proiezioni pirata” hanno scalfito.

Ed ecco ora il decreto, che comunque avrà effetto – sempre che ne abbia davvero – solo sui film italiani. Cosa succederà davvero – scompariranno le sale cinematografiche? Morirà la tv tradizionale? – non è una facile previsione, perché l’audiovisivo è in un’imprevedibile fase di mutazione: a testimoniarlo sono anche i contenuti, come ad esempio La ballata di Buster Scruggs, su Netflix (appunto) da venerdì 16 novembre.

Oggi, La ballata di Buster Scruggs è l’ultimo film dei fratelli Coen: presentato alla Mostra di Venezia, dove ha vinto il premio per la miglior sceneggiatura, non vedrà il buio delle sale, se non in qualche teatro americano dove verrà proiettato per aderire alle regole necessarie a concorrere all’Oscar. Ma, prima di essere un film, per almeno due anni La ballata di Buster Scruggs è stata “la prima serie tv dei fratelli Coen”: del progetto si parlava in questi termini, accendendo entusiasmi nei fan sia del piccolo sia del grande schermo.

Il risultato finale, ora, è un film a episodi, scollegati tra loro ma tenuti insieme dall’ironia nera coeniana, che si diverte a sovvertire e smantellare uno dopo l’altro i miti western della Frontiera. Avrebbe potuto tranquillamente essere una serie antologica (e infatti nulla escluderebbe un’ipotetica “parte 2”); è girato in digitale (anche questa una prima volta per i Coen), ma ha un respiro inconfondibilmente cinematografico, soprattutto nei totali sui panorami del vecchio West, e anche nel cast, in cui figurano James Franco, Liam Neeson, Tom Waits, Zoe Kazan e Brendan Gleeson.

Insomma, se c’è un caso in cui la differenza tra cinema e televisione, tra schermi grandi, piccoli e piccolissimi è ingarbugliata come un’inestricabile matassa, questo è La ballata di Buster Scruggs. E solleva il dubbio che, forse, applicare un’etichetta di questo tipo non è la cosa più importante; l’importante è che progetti come questi vengano effettivamente visti.

Dal 2 novembre, sempre su Netflix, c’è l’ultimo film di Orson Welles, The Other Side of the Wind, una sorta di Santo Graal cinefilo, un’opera imprendibile e sperimentale, che si pensava non avrebbe mai visto la luce e che invece è stata portata a termine da Peter Bogdanovich grazie ai finanziamenti di Netflix. L’avete visto? Il 14 dicembre sulla piattaforma arriverà Roma, il bellissimo Leone d’oro in bianco e nero di Cuaron: lo guarderete? Perché qui sta il nodo più rischioso, e dipende anche da noi: un film senza un pubblico a guardarlo diventa invisibile, indipendentemente dallo schermo che lo ospita.

La Ballata di Buster Scruggs

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    Alice Cucchetti
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Homecoming, la serie tv con Julia Roberts

Homecoming - Amazon Prime Video

La regola vuole che ogni buona serie tv possa riassumersi nel corso di un viaggio in ascensore: si chiama infatti in gergo elevator pitch l’idea, il concetto base di uno show, anche perché, secondo la leggenda, dovrebbe trattarsi di qualcosa in grado di impressionare produttori e vertici dei network immediatamente, in poche parole.

Ogni tanto, però, è giusto che ci sia un’eccezione, com’è il caso di Homecoming, nuova produzione originale Amazon Prime Video, la cui prima stagione è stata pubblicata sulla piattaforma il 2 novembre. Non è per nulla facile spiegare di cosa parli, Homecoming, ed è una scelta deliberata: c’è Julia Roberts (è la sua prima volta su piccolo schermo, ed è anche produttrice) che interpreta Heidi Bergman, una consulente impegnata nella gestione di una struttura per l’accoglienza e il reintegro in società di giovani reduci dall’Afghanistan e dall’Iraq.

La struttura – che si chiama appunto Homecoming, “ritorno a casa” – è in mezzo alle paludi della Florida, ha un design particolarissimo a metà tra l’iper-moderno e il vintage, Heidi continua a ricevere telefonate intimidatorie da un certo Colin e il tutto appare immerso in un’atmosfera sottilmente sinistra.

E c’è poi un altro piano temporale, di qualche anno nel futuro: tempo dopo, Heidi fa la cameriera in una bettola vicino a un porto, e la sua esistenza è cupa e spenta, c’è qualcosa di sbagliato, di soffocante, di “sporco”, una sensazione sottolineata dal fatto che, in questa timeline, lo schermo è stretto in un’inquadratura quadrata, invece che nel solito 4:3 o nell’ancora più arioso 16:9. Cos’è successo nel frattempo?

Homecoming è la nuova creazione di Sam Esmail, l’autore di Mr. Robot, che ribadisce così il proprio talento, soprattutto estetico: la serie è tratta da un omonimo podcast, di grande successo negli Stati Uniti, un podcast narrativo, l’equivalente di un radiodramma, tutto costruito attraverso finte registrazioni di sedute d’analisi, documenti recuperati e letti, telefonate, messaggi, etc.

Se la sceneggiatura deriva in gran parte da lì – ed è adattata per la tv dagli stessi autori del podcast, Eli Horowitz e Micah Bloomberg –, Sam Esmail lavora qui sull’aspetto visivo, aggiungendo un livello completamente nuovo alla storia e, di fatto, trasformandola in qualcos’altro: cioè in un thriller denso e tesissimo, degno erede sia dei noir anni 50, sia, soprattutto, della New Hollywood anni 70. Da Alfred Hitchcock a Alan J. Pakula, da La conversazione di Francis Ford Coppola a I tre giorni del Condor di Sidney Pollack, passando da Brian De Palma e perfino Stanley Kubrick, ma non attraverso uno sterile fuoco di fila di citazioni (come spesso accade nel cinema e nella tv postmoderni) bensì con un remix di fonti e ispirazioni che omaggia i maestri e intanto distilla un risultato differente.

Un’operazione evidente nello sfacciato ed efficacissimo uso della musica, tutta composta da brani di colonne sonore esistenti, da Pino Donaggio a Bernard Herrmann a Ennio Morricone: alcuni temi sono anche molto riconoscibili, ma sono sempre usati per aumentare l’efficacia del racconto, non per soffocarlo con un ingombrante rimando cinefilo.

E infine, come i migliori thriller cospirazionisti hanno sempre fatto, Homecoming restituisce alla sua paranoia qualcosa che oggi ci manca molto, cioè una forma di pensiero critico: non iperbolici deliri complottisti, ma una riflessione sul sistema, la macchina che ci schiaccia, tutti quanti, e che quindi pretende anche da noi un’ineludibile tassa di responsabilità. Tra le migliori novità dell’autunno televisivo: non perdetela.

Homecoming - Amazon Prime Video
Foto dalla pagina FB della serie Homecoming https://www.facebook.com/HomecomingTV/
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    Alice Cucchetti
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House Of Cards, arriva la sesta e ultima stagione

House Of Cards Sky Atlantic

Per gli spettatori italiani, House of Cards è una serie Sky – e infatti anche la sesta e ultima stagione va in onda in prima assoluta su Sky Atlantic. Ma negli Stati Uniti e in gran parte del resto del mondo, è una serie Netflix, anzi, è LA serie Netflix per eccellenza: la prima produzione originale della piattaforma streaming che nell’ormai lontano 2013 – in termini di evoluzione della tv, quasi un’altra era – capì che era necessario iniziare a crearsi autonomamente i contenuti, per costruire un catalogo ricco ed esclusivo da offrire agli abbonati.

House of Cards partì come prestigioso remake americano di un’apprezzata miniserie inglese: ad adattarla per il pubblico e per il panorama politico a stelle e strisce, lo sceneggiatore e commediografo Beau Willimon, già scrittore del film Le idi di marzo; a produrla e a dirigerne le prime puntate, impostando il tono estetico e narrativo, il regista David Fincher. Leggenda vuole che House of Cards sia anche il primo frutto del fantomatico algoritmo di Netflix: comparando i dati di visione degli utenti, gli analisti della piattaforma si accorsero che gran parte del proprio pubblico, fatto di giovani e acculturati professionisti, amava guardare film di Fincher, opere d’ambientazione politica, drammi con intrighi machiavellici e storie di antieroi. E così decisero di sborsare 100 milioni di dollari per la serie “perfetta”, e scipparono il progetto di House of Cards a HBO.

Cinque anni dopo, tutto è cambiato: Fincher e Willimon rimangono nomi nei titoli di testa, ma si sono nel frattempo diretti verso altri progetti, Netflix è diventata la potente concorrente da battere per i network tradizionali (e non solo), e la sesta stagione di House of Cards è priva di quello che fin qui ne era stato il protagonista incontrastato (al punto da rompere spesso la quarta parete e rivolgersi direttamente agli spettatori, come in un a parte shakespeariano), lo spietato Frank Underwood interpretato da Kevin Spacey.

L’attore, lo scorso autunno, è stato pubblicamente accusato di molestie e abusi sessuali da decine di uomini, alcuni dei quali impiegati proprio sul set di House of Cards; Netflix ha reciso ogni rapporto con la star, ma ha deciso di procedere con la produzione dell’ultima stagione della serie, quasi a voler sottolineare anche con l’evolversi della trama il (presunto) adeguamento a un nuovo corso: è ora Claire Underwood, la moglie di Frank interpretata dalla strepitosa Robin Wright, ad avanzare sotto i riflettori, a diventare presidente al suo posto, a condurre il gioco senza esclusione di colpi.

Se Robin Wright dimostra di essere una protagonista straordinaria (e d’altronde, fin dall’inizio, la sua enigmatica Claire era la vera arma segreta, sia di Frank sia della serie), il ribaltamento di prospettiva non riesce del tutto, anche perché l’assenza di Frank resta una presenza ingombrante, e forse anche perché la riscrittura è stata troppo veloce e superficiale.

Ma, al di là della specifica vicenda Spacey e del quadro più ambio degli abusi di potere hollywoodiani, nel lustro trascorso dal suo inizio House of Cards è invecchiata molto rapidamente: le storie moralmente ambigue con un protagonista crudele o dall’etica discutibile (come i capolavori I Soprano, Mad Men, Breaking Bad) hanno mostrato tutta la ripetitività di una formula applicata come un automatismo. Ma, soprattutto, guardare una Casa bianca popolata da squali senza scrupoli e governata da un presidente spietato e dittatoriale oggi riflette molto più da vicino l’attualità e il mondo reale, e quindi invece che intrattenere deprime, o fa paura.

L’intreccio tra verità e finzione di House of Cards continua così fino alla sua conclusione: ha fatto il suo tempo, e speriamo non solo lei.

House Of Cards Sky Atlantic
Foto dalla pagina FB di Sky Atlantic Italia https://www.facebook.com/SkyAtlanticIT/
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    Alice Cucchetti
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Il capitalismo americano in due saghe familiari

Succession Sky Atlantic

Una delle due saghe familiari sul capitalismo americano arriva in Italia il 30 ottobre, mentre l’altra è ancora senza data d’uscita, ma negli Stati Uniti sono andate in onda entrambe durante la scorsa estate facendo tracciare agli spettatori inevitabili similitudini: parliamo di Succession, in partenza questa settimana su Sky Atlantic, e dell’inedita Yellowstone.

Le ambientazioni, in verità, non potrebbero essere più distanti e apparentemente opposte: Succession si svolge a Manhattan, tra i lussuosissimi appartamenti dell’Upper East Side e i grattacieli della finanza di Wall Street, al centro della vicenda ci sono una mega-corporation delle telecomunicazioni, ispirata a quelle di Rupert Murdoch e Ted Turner, e la famiglia che la possiede e amministra, con un patriarca onnipotente e tirannico (interpretato da Brian Cox), e la prole che aspetta una fetta della torta. Prodotta dalla prestigiosa rete HBO, è scritta da Jesse Armstrong (sceneggiatore britannico di The Thick of It) e prodotta da Adam McKay, che in questi territori si muove molto bene come ha dimostrato nel suo film La grande scommessa.

Yellowstone, invece, come suggerisce il titolo è ambientata tra il Montana e il Wyoming, ma non nell’omonimo parco bensì in un gigantesco ranch confinante, di proprietà della potente famiglia di allevatori Dutton. Interamente scritta e diretta da Taylor Sheridan, uno degli sceneggiatori più riconoscibili degli ultimi anni (sono suoi gli script di Sicario, Soldado, Hell or High Water e Wind River), vanta Kevin Costner come star nei panni del capofamiglia, padre di quattro figli molto diversi, con cui ha rapporti conflittuali.

Ed ecco che vengono a galla le similitudini: che sia l’ambientazione chic metropolitana della Grande mela o quella evidentemente western del Montana, in entrambi i casi ci sono un padre padrone ingombrante, autoritario e spietato, eredi maschi indeboliti mai all’altezza e uniche figlie femmine più dure dell’acciaio, tutti riuniti in famiglie tanto abbienti e potenti da piegare ogni regola al proprio passaggio.

Il riferimento immediato – un leader unico, dittatoriale, dai metodi mai ortodossi e spesso criminali, immerso nei dollari fino ai capelli – è chiaramente all’attuale presidente degli Stati Uniti. Ma, in entrambi i casi immaginati dalle serie, si tratta di fotografie di mondi in disfacimento, giganti del passato in rovina assediati dal futuro: in Succession il business dei media tradizionali è minacciato da internet e dal cambiamento del panorama comunicativo, in Yellowstone gli sconfinati terreni su cui pascolano le mandrie dei Dutton sono stretti tra il parco naturale, una riserva indiana e le mire di uno speculatore immobiliare. Soprattutto, il modello di mascolinità testosteronica, aggressiva e conquistatrice, è messo in crisi: emblema stesso di un capitalismo marcio, che non riesce a smettere di consumare e consumarsi (ricordate The Wolf of Wall Street di Scorsese?), contamina ogni legame affettivo, ogni tentativo di fiducia umana, e restituisce personaggi danneggiati, comunità divise, famiglie spezzate.

A prima vista, entrambe le serie possono sembrare quasi soap di qualità, ostentazione del lusso compresa, e proprio per questo sono anche di grande intrattenimento (Succcession brilla pure di impagabili sferzate ironiche): ma sotto la superficie scintillante scorre l’America di oggi, tra tragedia e farsa, osservata da una prospettiva che spesso sottovalutiamo.

Succession Sky Atlantic

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    Alice Cucchetti
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Killing Eve, in Italia una delle migliori serie dell’anno

Killing Eve

Eve Polastri è una quarantenne inglese, vive a Londra, ha un marito amorevole, niente figli, un lavoro vagamente noioso nonostante a dirlo non sembri: è una funzionaria dell’MI5, una branca dei servizi segreti britannici, ma svolge per lo più compiti burocratici di routine, dietro la scrivania di un ufficio. Villanelle, invece, vive a Parigi, è giovane, inafferrabile, sfrontata, ama il sesso, gli abiti firmati, i prodotti di lusso, è una psicopatica certificata e di mestiere fa la killer a pagamento per una misteriosa e potente organizzazione internazionale.

La storia di Killing Eve comincia con un omicidio e con la certezza, da parte di Eve, che l’assassino dev’essere una donna: «una fissa», le dicono tutti gli altri, finché l’intuizione non si rivela vera e non si trasforma in ossessione per questa scaltra, imprendibile e violenta omicida; un’ossessione reciproca, perché anche Villanelle è incuriosita, affascinata, profondamente attratta da Eve, una donna apparentemente comune eppure più intelligente di chiunque altro, coraggiosa quasi per caso, e soprattutto dannatamente testarda.

Alla base di Killing Eve, distribuita in Italia sulla piattaforma streaming Timvision, c’è una serie di romanzi scritti da Luke Jennings, intitolata Codename Villanelle, ma è soprattutto lo sguardo attraverso cui è filtrato l’adattamento tv, quello di Phoebe Waller-Bridge, a fare la differenza: un’autrice giovane (classe 1985), già responsabile di una delle commedie drammatiche seriali più nere e struggenti degli ultimi anni, Fleabag, cui è stato affidato questo atteso progetto di co-produzione tra la BBC britannica e la sua omologa americana.

Il risultato è stato un notevole successo di pubblico e critica in patria e negli Stati Uniti, e un’importante nomination agli Emmy guadagnata da Sandra Oh (che forse ricorderete come Christina Yang di Grey’s Anatomy), che è diventata così la prima attrice d’origine asiatica, nei 70 anni del premio, a essere candidata come protagonista di una serie drammatica.

La rielaborazione televisiva coordinata da Waller-Bridge è un thriller teso, appassionante e divertente, con evidente gusto per il senso d’avventura della spy story classica, tra indagini, inseguimenti e frequenti cambi di location, ma in cui la riconfigurazione al femminile di elementi noti riesce allo stesso tempo a dar loro nuova vita e a metterli in crisi. La caccia al gatto col topo, continuamente ribaltata, di Eve e Villanelle diventa così anche una riflessione illuminante sul genere come performance, come interpretazione, come gioco di ruoli: Villanelle utilizza in modo geniale gli stereotipi femminili per essere la migliore nel suo lavoro (per passare inosservata, per esempio, oppure per sembrare innocua, materna, accogliente quando in realtà è una sanguinaria assassina), mentre la parabola di Eve è quella di una donna che diventa lentamente se stessa mentre scopre una vocazione professionale inaspettata, riconoscendo parti di sé dentro la sua nemica.

La relazione, multiforme e imprendibile, che si sviluppa tra loro – da antagonista può farsi madre/figlia, o amichevole, cameratesca, o anche omicida, di sopraffazione, di controllo, o ancora, nemmeno troppo nascostamente, di attrazione fisica, sessuale, sentimentale, fino al definitivo specchiarsi l’una nell’altra – è l’aspetto più innovativo di Killing Eve, quello che riesce a portare la serie su strade costantemente imprevedibili, sorprendendo e spiazzando il pubblico di continuo.

E ci regala una delle serie migliori dell’anno, mentre ci ricorda di non fidarci mai delle apparenze, né delle facili etichette, degli automatismi, delle generalizzazioni.

Killing Eve

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    Alice Cucchetti
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The Romanoffs, la serie antologica di Amazon

The Romanoffs

Ogni appassionato di serie riconosce in Mad Men un caposaldo imprescindibile: l’epopea di Don Draper, geniale creativo pubblicitario nella Manhattan degli anni 60, e dei suoi colleghi d’agenzia è uno degli esempi migliori dell’età dell’oro televisiva del nuovo millennio.

L’equivalente a puntate, su piccolo schermo, di un grande romanzo, che fa scorrere la Storia attraverso le vicende dei suoi personaggi, scandagliando l’essenza del Sogno americano e individuando le origini dell’oggi nelle sfrontate radici capitaliste di ieri; e, come protagonista, un antieroe complesso, stratificato e tormentato, erede del rivoluzionario Tony Soprano, anche nella paternità. Matthew Weiner, il creatore e showrunner di Mad Men, è cresciuto infatti nella stanza degli sceneggiatori de I Soprano, sotto la guida di David Chase (da lì è uscito un altro scrittore importante, Terence Winter, che con Martin Scorsese ha firmato Boardwalk Empire e The Wolf of Wall Street). Questo preambolo serve a spiegare come mai The Romanoffs, l’ultima serie originale di Amazon Prime Video, era uno dei progetti più attesi di quest’annata seriale: tutti aspettavano, soprattutto, la nuova prova narrativa di Matthew Weiner, che, dopo la conclusione di Mad Men nel 2015, ha scritto solo un romanzo (Heather, più di tutto, pubblicato da Einaudi).

Un progetto, The Romanoffs, su cui l’autore stesso ha fatto calare una coltre di mistero, facendo trapelare solo l’elenco di un cast ricchissimo (tra i cui nomi figurano anche Isabelle Huppert, Aaron Eckhart, Diane Lane) e un breve trailer altrettanto enigmatico. Ora che lo show è iniziato e che verrà distribuito, un episodio a settimana, su Amazon Prime Video, più di un addetto ai lavori è rimasto sconcertato: perché si tratta di una serie antologica, in cui ogni puntata è lunga come un film (tra gli 80 e i 90 minuti) e fa storia a sé, cambiando di volta in volta set e personaggi.

Weiner ha dichiarato che questa scelta è il suo modo di andare controcorrente, di contrastare l’abitudine secondo lui deleteria del binge watching (vedere tanti episodi di fila in una sola seduta) e l’ansia di essere costantemente aggiornati sulle serie tv. Ha anche lodato la suprema libertà creativa concessagli da Amazon (l’elevato budget è implicito), che gli ha permesso di girare in otto paesi e in sei lingue, così che molti episodi siano in parte sottotitolati (caratteristica che negli Stati Uniti è poco digerita).

Infine, il formato antologico – dice sempre Weiner – concede alle trame di essere imprevedibili: guardando Mad Men sapevamo che ogni settimana avremmo ritrovato Don Draper alla scrivania, in un modo o nell’altro, mentre qua ogni svolta è una sorpresa. Ogni episodio racconterà di un discendente dei Romanov, l’aristocratica famiglia russa sterminata durante la Rivoluzione d’ottobre: o meglio, di presunti tali, e in questa ambiguità secondo l’autore risiede gran parte del senso dell’operazione.

I primi due episodi distribuiti, il primo girato a Parigi e il secondo nella provincia americana, sono brillanti nei dialoghi e impeccabili nell’esecuzione, con qualche buono spunto sull’attualità e una certa dose di cinismo e umorismo nero, ma – presi a sé – non sembrano particolarmente memorabili o rivoluzionari: si spera che, per quanto Weiner si proponga di sfuggire alle regole della televisione, si scoprirà che la visione d’insieme è necessaria a far brillare davvero ogni puntata. Non più come capitoli di un grande romanzo, dunque, ma come una collezione di racconti lunghi la cui somma vale più delle singole parti.

The Romanoffs
Foto © Facebook The Romanoffs
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    Alice Cucchetti
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The Good Fight: è arrivata la seconda stagione

The Good Fight 2 su Timvision

Avete mai la sensazione di stare diventando pazzi? O meglio, che sia il mondo attorno a voi a deragliare su binari sempre più folli, mettendo in crisi il vostro senso della realtà? Se negli ultimi due anni, o giù di lì, avete provato sempre più intensamente questa sensazione, sappiate che non siete gli unici: condividete il problema almeno con Diane Lockhart, protagonista di The Good Fight, spinoff/sequel della celebrata The Good Wife, ma perfettamente fruibile anche da chi non ha mai visto la serie madre.

La seconda stagione di The Good Fight è approdata da metà settembre, in Italia, sulla piattaforma streaming TIMvision, e anche se la serie è molto meno celebre di altre produzioni tv americane, è davvero imperdibile per chi è interessato a vedere da vicino cosa vuol dire vivere (o sopravvivere) oggi nell’America di Trump. Sotto forma di legal drama – serie ad ambientazione giudiziaria, in cui a ogni puntata corrisponde un caso da dibattere in tribunale – The Good Fight non teme di tuffarsi a capofitto in argomenti delicati e attualissimi, dalle rivendicazioni #MeToo all’epidemia di fake news, dall’immigrazione all’irrisolta questione razziale, e lo fa ogni volta con incredibile intelligenza e impagabile ironia (l’episodio in cui i personaggi trovano – forse – il famoso video di Trump con prostitute russe e piogge dorate, e lo osservano illuminati dalla luce dello schermo come fosse la valigetta di Pulp Fiction, è un piccolo saggio di commedia brillante e amara). E, soprattutto, senza mai perdere di vista per un attimo la complessità della realtà: per Diane – donna fiera e indipendente, che per tutta la vita ha combattuto battaglie democratiche con scaltrezza giuridica ma anche con sincero idealismo – quest’epoca in cui viene meno ogni coordinata di verità, umanità e logica equivale a un incubo surreale, in cui la tentazione di lasciarsi andare, alzando bandiera bianca, è fortissima.

Gli autori dello show sono bravi a calarci perfettamente nei panni di Diane, mescolando realtà e invenzione in modo tale da far sentire sulla pelle l’assurdità della nostra contemporaneità; e a farci navigare fino alla consapevolezza che preservare la nostra sanità mentale e quella del nostro personale pezzo di mondo è il primo indispensabile passo per il contrattacco. The Good Fight, d’altronde, significa “la giusta causa”, e anche “la buona lotta”: non sono tempi, questi, per restare nelle retrovie.

The Good Fight 2 su Timvision
Foto © Patrick Harbron/CBS
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    Alice Cucchetti
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Maniac: la miniserie con Emma Stone e Jonah Hill

Maniac Netflix

Praticamente da sempre il successo della televisione si è misurato in ascolti, quali che fossero i metodi utilizzati per rilevarli: più persone davanti allo schermo significa vendere a prezzo più alto i relativi spazi pubblicitari, che è il modo principale con cui si finanzia un network generalista. L’arrivo dei canali a pagamento prima, ma soprattutto delle piattaforme come Netflix poi ha cambiato le carte in tavola: Netflix si rifiuta da sempre di rivelare quante persone guardano i suoi show, e conta solo il numero di abbonamenti sottoscritti (125 milioni in tutto il mondo, ad aprile 2018), l’unico dato che le interessa perché è quello con cui fa soldi.

Noi non sappiamo chi guarda cosa su Netflix, ma Netflix sa tutto su di noi, e non ha paura di usarlo: l’esempio più recente in ordine di tempo è Maniac, disponibile sulla piattaforma da fine settembre. Una delle serie più attese dell’anno, per i nomi coinvolti: i co-protagonisti sono Jonah Hill – due volte candidato all’Oscar, con L’arte di vincere e The Wolf of Wall Street – e Emma Stone – che l’Oscar l’ha vinto con La La Land; nel cast c’è anche la grande attrice hollywoodiana Sally Field; il regista è Cary Fukunaga, diventato celebre per aver diretto l’intera prima stagione di True Detective e che è appena stato scelto come regista del prossimo film di James Bond.

La premessa narrativa di Maniac è volutamente bizzarra: l’ambientazione è una New York appena futuribile ma dall’estetica molto vintage, Owen è un giovane uomo schizofrenico vessato dalla famiglia e incapace di distinguere tra realtà e finzione, Annie è una ragazza tosta ma devastata da un lutto terribile e dipendente da una nuova droga.

Owen e Annie decidono – per ragioni diverse – di partecipare a una sperimentazione farmaceutica che promette di trovare la cura per le malattie mentali e per il male di vivere: una puntata dopo l’altra, viaggiano nella propria mente, dentro sogni che assomigliano ad altrettanti piccoli e diversissimi film. Guardare Maniac dà la sensazione di fare una specie di zapping tra generi cinematografici differenti, quindi anche un po’ di sfogliare un catalogo di Netflix, ma c’è di più: Fukunaga ha raccontato che i dati sulle abitudini di visione degli spettatori raccolti dalla piattaforma negli ultimi anni hanno influenzato direttamente le sue scelte creative.

«L’algoritmo vince sempre» sono le sue parole, ammettendo di aver modificato sceneggiatura o montaggio per minimizzare il rischio di perdere pubblico in un punto o in un altro degli otto episodi che compongono la miniserie.

Il risultato dipende certo dai gusti, Fukunaga è un regista talentuoso, le scenografie e l’estetica di Maniac sono curatissime, e Emma Stone è un’attrice straordinaria che non volete perdervi; ma non sarà un caso se, a uno spettatore almeno un po’ cinefilo, tutta l’operazione suoni povera d’originalità, piena di citazioni che vanno da Terry Gilliam a Wes Anderson a Michel Gondry, forzatamente eccentrica ma sotto sotto abbastanza semplificata. Perché forse gli algoritmi sognano pecore elettriche, ma non hanno ancora sviluppato una vera fantasia.

Maniac Netflix
Foto dalla pagina FB di Maniac https://www.facebook.com/maniacnetflix
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    Alice Cucchetti
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Emmy 2018, storico pareggio tra Netflix e HBO

The Marvelous Mrs. Maisel

Il 17 settembre a Los Angeles – la cerimonia è stata trasmessa anche in Italia, in diretta durante la notte da Rai4 – sono stati assegnati gli Emmy Awards, ovvero gli Oscar della tv, i premi più importanti destinati al piccolo schermo americano.

Il bilancio più interessante, a giochi fatti, è lo storico pareggio tra Netflix e HBO: la piattaforma streaming ha portato a casa in totale, contando anche tutte le categorie tecniche, 23 statuette, proprio come il prestigioso canale via cavo che da circa 20 anni dominava la gara della tv di qualità. È un dato importante perché testimonia un notevole cambiamento nelle abitudini di visione degli spettatori che si allontanano dalla tv tradizionale e dal palinsesto fisso per scegliere cosa guardare e quando dentro un’offerta vasta: una trasformazione che si ripercuote su tutta l’industria, sul modo in cui le serie vengono realizzate, scritte, prodotte.

Se dobbiamo nominare un solo titolo da incoronare trionfatore, però, non è Netflix ma Amazon Prime Video la vincitrice: la strepitosa commedia La fantastica signora Maisel ha agguantato otto trofei, due dei quali per la sua autrice Amy Sherman-Palladino, la prima persona a vincere sia per la scrittura sia per la regia. Miglior serie drammatica Il trono di spade, scelta sorprendente soprattutto perché la serie è andata in onda l’ultima volta l’estate scorsa, e la nuova stagione – che poi sarà anche l’ultima – non arriverà sui piccoli schermi prima della primavera 2019.

Tra le miniserie e tv movie (una categoria interessante da analizzare perché raccoglie opere diversissime tra loro e dimostra come anche le forme televisive siano sempre più fluide) domina American Crime Story: L’assassinio di Gianni Versace, con il suo protagonista rivelazione Darren Criss. Altri attori meritatamente premiati: Henry Winkler, l’ex Fonzie di Happy Days, per la comedy Barry, Thandie Newton che ha imparato il giapponese antico per Westworld, Claire Foy che ha incarnato la regina Elisabetta in The Crown, lo straordinario Matthew Rhys protagonista di The Americans.

Snobbati ingiustificati: la seconda stagione di Atlanta e la terza di Twin Peaks, forse troppo sperimentali entrambe. Per anni Netflix ha cercato una legittimazione nei premi oltre che nel numero sempre crescente di abbonati, e in questo 2018, contando anche il Leone d’oro vinto a Venezia per il film di Alfonso Cuarón Roma, pare aver raggiunto il suo obiettivo, certificando nel frattempo il suo metodo “produrre tanto, produrre tutto, produrre vario”: non ha una sola serie forte – com’è Il trono di spade per HBO – ma tante serie per tutti, da The Crown a Stranger Things a Godless a Black Mirror.

Per sapere come andrà davvero a finire, e quanto alla lunga modificherà il panorama mediale, la risposta è sempre la stessa: aspettare la prossima puntata.

The Marvelous Mrs. Maisel
Foto dalla pagina FB di The Marvelous Mrs. Maisel https://www.facebook.com/MaiselTV
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    Alice Cucchetti
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Sharp Objects al via su Sky Atlantic

Sharp Objects

Gli appassionati di cinema conoscono Amy Adams come una delle migliori attrici contemporanee: con una formazione nel teatro e nel musical e un pugno di ruoli leggeri alle spalle (come quelli in Come d’incanto e Julie & Julia), negli ultimi cinque anni o giù di lì si è rivelata un’interprete drammatica straordinaria, risplendendo in Big Eyes, American Hustle, Animali notturni, Arrival.

Per il piccolo schermo aveva recitato solo particine a inizio carriera, e ora ritorna in grande stile, come protagonista assoluta di Sharp Objects: prodotta dalla prestigiosa rete via cavo HBO e coordinata da Marti Noxon (un’autrice tv dal curriculum vario, che va da Buffy a Mad Men), la serie è tratta dal romanzo omonimo di Gillian Flynn, appena ripubblicato da Rizzoli.

Flynn è una scrittrice potente, e anche lei negli ultimi anni ha fatto molto parlare di sé: il suo romanzo più famoso è L’amore bugiardo, che David Fincher ha trasformato qualche anno fa in un lungometraggio molto celebrato. L’incontro tra la scrittura di Flynn e la recitazione di Adams si incarna sullo schermo in un personaggio unico, quello di Camille Preaker: giornalista di Saint Louis, perennemente vestita di nero da capo a piedi, aria da dura, occhiaie e gravi problemi d’alcolismo e autolesionismo, viene obbligata a tornare nella propria città natale, la comunità rurale di Wind Gap, Missouri, dove una ragazzina è stata appena uccisa, e un’altra è scomparsa.

A Wind Gap ritrova la madre, Adora Crellin (l’altrettanto brava Patricia Clarkson), con cui ha un rapporto complicato e doloroso, complice un lutto mai elaborato: Camille aveva una sorellina sempre malata, morta davanti ai suoi occhi nella prima adolescenza.

Sharp Objects è diretta dal regista canadese Jean-Marc Vallèe, che due anni fa ha firmato il grande successo seriale Big Little Lies, e ha uno stile evocativo e inconfondibile, particolarmente appropriato per una storia di traumi rimossi, costruita su cose mai dette, violenze ignorate, dolori taciuti, fantasmi del passato che informano il presente: tutti quanti – Camille, Adora, la cittadina di Wind Gap e i suoi abitanti – sono bloccati in una sorta di circolo chiuso e infinito, fatto di cicatrici continuamente riaperte, private e collettive, di ferite profonde mai affrontate.

Non è una visione leggera, Sharp Objects, e da subito è necessario mettersi nell’ottica che non è scovare l’assassino il suo obiettivo, quanto restituire la psicologia di una donna profondamente danneggiata, e del contesto sociale e familiare che l’ha generata: ma, se si accetta di condividere il suo viaggio al termine della notte, si avrà l’occasione di sprofondare nell’atmosfera ipnotica del sud degli States, oltre che di assistere a un’incredibile prova d’attrice. Un modo intenso di cominciare questa nuova stagione televisiva.

Sharp Objects
Foto dalla pagina ufficiale FB di Sharp Objects https://www.facebook.com/sharpobjectshbo/
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    Alice Cucchetti
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Consigli Tv per l’estate

Glow

Le stagioni televisive, come quelle dei vini, non sono tutte uguali, e di norma sono abbastanza imprevedibili. Il 2017 è stato impressionante, sia in termini di quantità che di qualità, dominato da tendenze precise e proficue, come la valorizzazione delle voci femminili e una vena di creatività sperimentale. Il 2018, per ora, appare molto più incerto, meno solido, privo di hit travolgenti, anche se una produzione che si aggira sulle 500 serie l’anno offre sempre almeno qualche titolo buono, se non ottimo.

D’estate, a differenza di un tempo, la programmazione statunitense non va davvero in vacanza, e infatti partirà a luglio in Usa una delle serie tv più attese, e cioè Castle Rock: prodotta da J.J. Abrams e ambientata nel Maine, fa intrecciare tra loro diverse storie di Stephen King, e nel cast ha Bill Skarsgard che al cinema è stato recentemente il terrificante Pennywise protagonista di It. Ma Castle Rock non ha ancora una data di messa in onda italiana, e non l’hanno nemmeno le promettenti Sharp Objects con Amy Adams e Maniac con Emma Stone.

https://www.youtube.com/watch?v=H14tqKZYhgg

Allora perché non approfittare delle vacanze per recuperare qualcosa che si è lasciato indietro? Per esempio, un antidoto al caldo torrido lo trovate già tutto su Amazon Prime Video: The Terror, prodotta da Ridley Scott, racconta di una spedizione ottocentesca tra i ghiacci del Circolo polare artico, alla ricerca dell’inafferrabile passaggio a nord ovest, e restituisce in modo splendido il senso d’avventura, di eccitazione e di spavento davanti all’ignoto della migliore letteratura d’esplorazione.

Per chi vuole contrastare con intelligenza le sparate del ministro dell’interno, c’è invece, su Netflix, Collateral: miniserie di produzione britannica, con protagonista un’ottima Carey Mulligan, scritta dal celebre commediografo David Hare, in quattro puntate fa un ritratto complesso dell’Inghilterra post Brexit, con un mistero giallo in cui si intreccia un gioco di responsabilità e conseguenze che ci riguarda da vicino.

A chi d’estate torna invariabilmente bambino proponiamo addirittura una webserie (di alto livello), interamente disponibile gratis su YouTube: Cobra Kai ci spiega cos’è successo dopo 34 anni ai protagonisti di Karate Kid, con l’ex cattivo Lawrence che decide di riaprire un dojo e torna a contrastare l’ex protagonista Daniel LaRusso, sempre interpretato da Ralph Macchio. Sempre a proposito di combattimenti e anni 80, su Netflix c’è GLOW, prima e – dal 29 giugno – seconda stagione: le vicissitudini di un gruppo di attrici fallite che, con l’aiuto di un regista altrettanto malmesso, si inventano uno show di wrestling al femminile in cui trovare una divertente forma di riscatto.

Se non temete nulla e volete mettervi alla prova con qualcosa di completamente folle, su Amazon Prime Video c’è Tokyo Vampire Hotel, nove episodi scritti e diretti dal prolifico, surreale e sanguinolento regista giapponese Sion Sono: una lotta senza quartiere tra due clan di vampiri chiuso in un albergo con un selezionato gruppo di umani, in cui nel frattempo bisogna anche sopravvivere alla fine del mondo.

Troppo? Allora, tornando in Italia, se non l’avete già fatto date una chance a Il miracolo, creata e scritta da Niccolò Ammaniti, ambientata nel nostro Belpaese alla deriva: visionaria e ipnotica, è l’ultima produzione originale Sky che certifica finalmente un’evoluzione e una rivoluzione nella televisione italiana. Qualcosa di cui abbiamo enormemente bisogno? Buona estate a tutti!

Glow
Foto dalla pagina FB di Glow
https://www.facebook.com/GlowNetflix/
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    Alice Cucchetti
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Pose, la New York queer degli anni 80

Pose FX

Siamo a New York, nel 1987. C’è già Donald Trump – ricordate? – anche se non sta alla Casa Bianca ma in cima a un grattacielo dorato sulla Fifth Avenue. E l’immaginario che incarna, la ricchezza arrogante e ostentata, un successo che corrisponde al lusso senza freni, sono il Sogno americano degli anni 80, quello cui aspirano tutti, poveri o ricchi, fatto di rampantismo yuppies e consumismo sfrenato, e perfetta aderenza alle rassicuranti regole del conformismo borghese.

Nel 1987 c’è anche un’altra New York, però, ed è quella che racconta Pose, la nuova serie creata da Ryan Murphy e che negli Stati Uniti ha debuttato all’inizio di giugno, il mese dell’orgoglio LGBTQ: è la Manhattan queer, che scorre parallela alle strade dell’edonismo mainstream, esiste nei sotterranei dei grattacieli o lungo i moli dell’Hudson, esplode nei locali semi-clandestini dove si organizzano i Ball, cioè gioiose sfilate in cui ci si sfida a essere il più possibile regali, alteri e favolosi, nelle discoteche e nelle strade dove si può immaginare il futuro inventando nuovi stili di danza, come il voguing (che sarà poi portato alla notorietà da Madonna).

Una comunità composta in gran parte di giovanissimi ragazzi cacciati di casa dai genitori perché omosessuali, di sex worker, senzatetto e piccoli spacciatori di droga, di persone transgender che il costo di «essere autentiche» lo pagano, altissimo, in ogni istante quotidiano; una comunità in cui ognuno si sceglie la propria famiglia, e con essa prova ad agguantare una felicità luminosa, costantemente negata da tutto e da tutti, dalle discriminazioni costanti alla tragica epidemia HIV.

Pose è, a oggi, la serie con il maggior numero di attori trans della storia della tv: Murphy e i suoi collaboratori hanno proceduto a un attento processo di casting, decisi a offrire i ruoli di personaggi transgender solo a interpreti transgender, e scovando così attrici rivelazione come la bellissima ex modella Indya Moore o l’energica MJ Rodriguez. C’è anche qualche nome più noto, nel cast (come James Van Der Beek, che vent’anni fa fu Dawson in Dawson’s Creek), ma la maggior parte dell’azione, rutilante e colorata, che a tratti sfiora i toni della favola ma è sempre di una sincerità commovente, è affidata a un gruppo entusiasta di facce nuove. Che mette in scena, nel dettaglio e con empatia, un preciso periodo storico e un universo affascinante a molti sconosciuto, di straordinaria e contagiosa vitalità.

«Ognuno ha bisogno di sentirsi superiore a qualcun altro, ma è una linea che finisce con noi» si sente dire la protagonista Blanca da un’amica, che con “noi” intende “donne transgender di colore”. «Perché mai t’infili sempre nelle battaglie che non puoi vincere?» «Perché sono quelle per cui vale la pena combattere», è la risposta, retorica ma efficace, di Blanca. E a giudicare da chi oggi s’è trasferito dalla sua torre in Fifth Avenue alla Casa Bianca (o da chi s’è accaparrato, qui da noi, il ministero della famiglia) è una lotta ancora lunga. Ma di quelle per cui vale la pena combattere sempre, riuscendo pure nel frattempo a essere se stessi: felice Pride a tutti!

Pose FX
Foto dalla pagina FB di Pose https://www.facebook.com/PoseOnFX/
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    Alice Cucchetti
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Pappa e Ciccia cancellato dopo un tweet razzista

Pappa e Ciccia

Lunedì scorso avevamo parlato del revival di Roseanne, quella che in italiano si chiamava Pappa e ciccia: la sitcom, di grandissimo successo tra anni ’80 e ’90, riportata in vita per una nuova stagione con l’intero cast originale, tra mille polemiche perché nel frattempo l’attrice protagonista, Roseanne Barr, si è trasformata in un’agguerrita sostenitrice di Trump, e così il suo personaggio, Roseanne Conner.

Ecco, martedì scorso è successo l’incredibile: Roseanne Barr ha scritto un tweet razzista che paragonava l’avvocata afroamericana Valerie Jarrett, consulente di Barack Obama, a una scimmia (per la precisione, a un incrocio tra la fratellanza musulmana e il pianeta delle scimmie) e, poche ore dopo, la serie è stata cancellata in tronco dal canale che la manda in onda, la ABC.

«La dichiarazione di Barr è abominevole, disgustosa ed estranea ai nostri valori, e abbiamo deciso di cancellare il suo show» ha dichiarato Channing Dungey, la presidente di ABC Entertainment; «C’era una sola cosa giusta da fare, ed era questa» l’ha sostenuta Bob Iger, il presidente della Disney, cui ABC appartiene.

Il fatto è senza precedenti per svariati motivi, primo fra tutti gli ottimi risultati d’ascolto (pur in calo nelle ultime settimane) che la serie aveva riscontrato fin qui, e che ne avevano fatto uno dei successi della tv generalista non solo di questa stagione, ma degli ultimi anni. Inoltre, in casi più o meno simili, si opta di solito per il licenziamento del singolo attore, e non per la soppressione dell’intera serie – e infatti pare che ABC stia pensando a uno spinoff senza Roseanne Barr, incentrato sulla vita della figlia Darlene, interpretata da Sara Gilbert, che è poi il vero motore di questo revival.

Ma, con l’eccezione di John Goodman (che ha pronunciato un sibillino «meglio che me ne sto zitto»), il resto del cast e della crew ha appoggiato la decisione di ABC, anche pubblicamente, anche se per loro significa perdere un lavoro – e d’altronde, alcune delle scrittrici e produttrici del revival, come Whitney Cummings e Wanda Sykes, si erano già sfilate dalla produzione di prossime stagioni, a testimoniare di un ambiente sul set non proprio sereno.

Il caso Roseanne ha, com’era prevedibile, fatto discutere e diviso ferocemente il pubblico americano, tra chi ha applaudito ABC per il coraggio e chi ha gridato alla censura, con l’inevitabile intervento di Donald Trump in persona, che ha difeso Barr e urlato al doppio standard per tutte le volte in cui qualcuno insulta lui pubblicamente senza conseguenze o licenziamenti. E c’è, naturalmente, chi sottolinea come quella di ABC sia una mossa prima di tutto economica (per non allontanare investimenti pubblicitari), oltre che sostanzialmente ipocrita, perché Barr scrive tweet del genere da molti anni, è stata da subito una birther (le persone che, come anche Trump, sostenevano che Obama non fosse americano), ha diffuso teorie cospirazioniste, sostenuto che Hillary Clinton fosse pedofila, e via dicendo.

«Non sarebbe stato meglio pensarci prima, ed evitare del tutto questo revival?» si chiede qualcuno. Eppure, come già dicevamo la settimana scorsa e come hanno ribadito alcuni membri del cast in questi giorni, il tentativo principale era stato quello dell’inclusività, di cercare un terreno che potesse accogliere tutti nella cucina proletaria di Pappa e ciccia, perfino le fazioni opposte e lontane, le cosiddette “bolle” che nella quotidianità non si sfiorano mai.

Per colpa di Roseanne Barr il tentativo è fallito: quali che siano le ragioni profonde, la sacrosanta scelta di cancellare il suo show ci dice, ancora una volta, di un’America irreparabilmente spezzata.

Pappa e Ciccia
Foto dal profilo FB della serie tv Roseanne https://www.facebook.com/RoseanneABC/

*giornalista per Film TV.

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    Alice Cucchetti
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Sense8, il finale di serie voluto dai fan

Sense8 il finale

Durante i primi anni in cui iniziava a produrre e distribuire serie originali, la piattaforma Netflix sceglieva progetti ambiziosi, particolari, perfino sperimentali, e senza badare a spese. Difficilmente cancellava un suo show a metà della corsa: per attirare l’attenzione di critici e potenziali spettatori cercava serie che facessero parlare di sé, per la qualità o per il tema, o per entrambi.

Tra questi primi progetti c’era anche Sense8: la storia di otto persone, in otto diverse e lontane parti del mondo, che un giorno improvvisamente sviluppano una misteriosa connessione psichica che permette loro di vedersi e di parlarsi, ma anche di condividere sentimenti, emozioni e sensazioni, e di accedere alle abilità e conoscenze l’uno dell’altro.

Un poliziotto di Chicago, una hacker di San Francisco, una dj islandese a Londra, una businesswoman artista marziale di Seul, un autista di matatu di Nairobi, un ladro di Berlino, una ricercatrice chimica di Mumbai, un attore di Città del Messico: ognuno di loro ha una storia (che, in modo molto intelligente, corrisponde anche un genere narrativo) e tutti insieme si trovano a dover fronteggiare una misteriosa organizzazione che dà loro la caccia.

A creare la serie sono le sorelle Lana e Lilly Wachowski – cineaste transgender, già autrici, pre-transizione, della trilogia di Matrix – con J. Michael Straczynski – noto fumettista e creatore negli anni 90 della serie Babylon 5 – con l’aiuto alla regia di frequenti collaboratori (come James McTeigue che diresse per loro V per Vendetta, o Tom Tykwer, che co-firmò Cloud Atlas).

La seconda stagione di Sense8 è arrivata l’anno scorso, funestata pochi giorni dopo dall’annuncio imprevisto della cancellazione, che peraltro lasciava la trama completamente in sospeso: troppo costosa (è girata in tutto il mondo, nelle stesse location in cui è ambientata, con la necessità di continui voli intercontinentali per spostare cast e crew) e non abbastanza mainstream, con i suoi temi d’amore universale, le scene di sesso esplicito, il ritmo più concentrato sulla restituzione delle emozioni che su una narrazione canonica.

Netflix nel frattempo è cambiata, vuole spendere poco e raggiungere il pubblico più ampio possibile: dal suo punto di vista, una serie così diversa (in tutti i sensi) era sacrificabile. Non aveva previsto, però, le proteste che avrebbe scatenato in tutto il mondo: per un mese, incessantemente, i fan hanno inondato la piattaforma di preghiere, e i social network di richieste di una terza stagione, testimoniando quanto Sense8 sia riuscita a stringere, con ciascuno di loro, una connessione profonda e irrinunciabile; e Netflix ha dovuto cedere, annunciando la produzione di un finale da due ore e mezza, disponibile dall’8 giugno, che proverà almeno a dare un senso di chiusura alle tante questioni in sospeso.

Meglio di niente, si dicono i fan preparando i fazzoletti e sperando fino all’ultimo che per Sense8 non finisca qui: perché di eroi con il superpotere dell’empatia, di una filosofia che mette la comprensione totale e la condivisione con l’altro al primo posto, di una storia che teorizza come inevitabile passo evolutivo per la sopravvivenza umana la capacità di solidarizzare tra noi e di condividere le nostre conoscenze per salvarci, abbiamo bisogno più che mai.

Sense8 il finale
Foto dalla pagina FB di Sense8 https://www.facebook.com/Sense8TV/

*giornalista per Film TV.

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    Alice Cucchetti
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Il ritorno di Pappa e Ciccia

Roseanne

Ricordate Pappa e ciccia? Tra il 1990 e il 1998 è andata in onda su Canale 5, e ha continuato a essere trasmessa in replica negli anni a venire, a diversi orari e su diversi canali Mediaset: come in altri casi il doppiaggio era tutt’altro che fedele alla versione originale, a cominciare dal nome della protagonista, ribattezzata qui da noi Annarosa, ma Roseanne negli Stati Uniti. Roseanne era anche il titolo originale della sitcom, nonché il vero nome di Roseanne Barr, l’attrice protagonista.

In Italia era ed è certamente più noto John Goodman, l’interprete dell’uomo di casa Dan, ma Roseanne Barr, cui era stata proposta la serie dopo una folgorante apparizione al talk show di Johnny Carson, diventò in breve tempo tra le donne più potenti di Hollywood. E Roseanne, la serie, una delle più viste, amate e discusse: prima di tutto perché, a differenza della maggior parte della tv, metteva in scena una famiglia operaia, i cui problemi riguardavano frequentemente questioni molto vicine al pubblico, come la difficoltà di pagare le bollette o la paura di restare senza lavoro. Inoltre, Roseanne Barr e i suoi sceneggiatori non avevano paura di affrontare, in una sitcom teoricamente leggera e con le risate registrate, temi delicati come l’aborto, i diritti delle donne, l’omosessualità.

Nel 2018, insieme a tanti revival di serie più o meno storiche, è tornata anche lei, Pappa e ciccia, con l’intero cast originale, e ha acceso di nuovo un dibattito furente. Perché in vent’anni sono cambiate molte cose, ma più di tutto è cambiata lei, Roseanne Barr, che oggi è una delle più agguerrite sostenitrici di Donald Trump. Anche Roseanne Conner, il personaggio che interpreta in Pappa e ciccia, è un’elettrice di Trump, una scelta che, al di là delle convinzioni politiche di Barr, è estremamente coerente: la famiglia protagonista della serie, che vive in una cittadina dell’Illinois, appartiene a quel sottoproletariato bianco in grave difficoltà economica che spera che il presidente possa make America great again.

Il nuovo Pappa e ciccia ha segnato record d’ascolti straordinari, al punto che The Donald in persona ha telefonato a Roseanne Barr per complimentarsi e ha ribadito più volte il suo apprezzamento per lo show. Commentatori e critici si sono scatenati producendo un’enorme mole di articoli, cercando di capire se lo show sia un’irricevibile propaganda pro Trump, un tentativo di normalizzare con la buffa leggerezza della commedia un’ideologia pericolosamente razzista e discriminatoria. Ma, cercando di guardare il revival (che è scritto e prodotto in gran parte da autori liberal) da una certa distanza, ci si accorge che dipinge un quadro complesso: la famiglia Conner è vasta e variegata, raccoglie diverse opinioni politiche, ma soprattutto dà l’idea di essere sconfitta dalla vita, e internamente divisa, assomigliando davvero, ancora, a chissà quante famiglie americane, e forse all’America stessa.

Sono se mai i limiti della situation comedy – puntate brevi, risate registrate, la necessità di essere immediati e chiari – a farne un prodotto semplicistico. Ma comunque interessante, e chissà che non sia anche in grado di scalfire qualche granitica certezza.

Roseanne
Foto dal profilo FB della serie tv Roseanne https://www.facebook.com/RoseanneABC/

*giornalista per Film TV.

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    Alice Cucchetti
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Tredici, la seconda stagione su Netflix

13 Reasons Why

Se avete un figlio adolescente, se siete un insegnante, se vi occupate in qualche modo di bullismo, è molto probabile che di Tredici sappiate già tutto. Per tutti gli altri, ecco un veloce riassunto: Tredici è una serie originale Netflix, ispirata a un omonimo romanzo per giovani adulti di Jay Asher, pubblicata sulla piattaforma streaming nella primavera 2017, e diventata in breve tempo una delle produzioni televisive più viste e discusse dello scorso anno.

Il titolo originale è 13 Reasons Why, cioè “13 ragioni”, 13 persone, una a episodio: i motivi per cui la sedicenne Hannah ha deciso improvvisamente di togliersi la vita. Prima di morire la ragazza ha infatti registrato 13 audiocassette per i 13 responsabili: noi le ascoltiamo insieme al protagonista Clay, timido e bravo ragazzo segretamente innamorato di Hannah, e scopriamo, tra flashback del passato e colpi di scena nel presente, un microcosmo scolastico complicato, e difficile da attraversare illesi.

Anche solo perché, in questi anni cruciali in cui l’identità dipende così tanto dall’opinione degli altri, e ogni fatto, gesto e situazione assumono significati assoluti e definitivi, è facile che gli altri facciano branco in modo stupido e cieco, egoista, conservatore. La prima stagione di Tredici, diventata un tam tam tra gli adolescenti, ha generato un dibattito acuto, su fronti contrapposti: in alcune scuole statunitensi è stata addirittura vietata, mentre in altri casi gli insegnanti hanno inviato comunicazioni ai genitori chiedendo di guardarla insieme ai figli; alcuni psicologi hanno messo in guardia dal rischio emulazione in cui si incorre sempre quando si parla di suicidio, altri hanno invece elogiato la capacità della serie di sottolineare come ogni scelta che tutti quanti facciamo, ogni giorno, possa avere ripercussioni piccole o grandi sugli altri.

https://www.youtube.com/watch?v=iSRjDDVLnCI

Soprattutto, Tredici – e non è scontato, per un prodotto pensato prima di tutto per i teenager – ha messo in scena una rete di rapporti sociali adolescenziali ancora fortemente maschilista e machista, dove chi non corrisponde a canoni binari di eterosessualità è più fragile e marginalizzato, e in cui è quasi totalmente assente un’educazione sessuale e al consenso.

Un universo scolastico che è già anticamera dell’attuale epidemia di violenze sessuali nei campus universitari americani. Tredici, come già il titolo lascia intendere, avrebbe dovuto concludersi dopo una sola stagione di, appunto, 13 episodi: ma ha avuto un tale successo da rendere quasi scontato il rinnovo a una seconda stagione, appena approdata su Netflix.

Potrebbe essere un tentativo di allungare il brodo (alle audiocassette, questa volta, si affiancano come ricorrente figura vintage, delle foto polaroid), oppure potrebbe cogliere l’opportunità per allargare il discorso iniziato, per approfondire un tema straordinariamente complesso. Prevediamo che, in un modo o nell’altro, farà ancora parlare di sé.

13 Reasons Why
Foto dal profilo FB di 13 Reasons Why https://www.facebook.com/13ReasonsWhy/

*giornalista per Film TV.

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    Alice Cucchetti
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Atlanta, la seconda stagione arriva su Fox

La seconda stagione di Atlanta

Non è semplice raccontare Atlanta a chi non sa cosa sia, ma forse è giusto così: vale per la serie come per la città americana di cui porta il nome, e anche per le esperienze che il suo autore cerca di raccontare. L’autore in questione è Donald Glover: classe 1983, talento folgorante e poliedrico, attore, sceneggiatore, cantautore, rapper, comedian e produttore, tra le altre cose.

Qualcuno l’ha già conosciuto qualche anno fa nella comedy Community, quasi tutti stanno per scoprirlo nei panni del giovane Lando Calrissian nel prequel di Star Wars dedicato a Han Solo, in sala dal 23 maggio. Ma è Atlanta, la cui prima stagione è andata in onda negli Stati Uniti nel 2016 mentre la seconda è in arrivo su Fox Italia, il suo lavoro più strabiliante, complesso, profondo e politico, tanto quanto gli album musicali che firma con lo pseudonimo di Childish Gambino.

Se siete curiosi e volete farvi un’idea, provate appunto a cercare il suo ultimo video, appena diffuso, intitolato This Is America e diretto da Hiro Murai, frequentemente anche dietro la macchina da presa di Atlanta: in lunghi pianisequenza, Glover balla, spara, fugge terrorizzato, cita in modo obliquo ma inconfondibile la violenza sistemica della polizia sui neri, la strage di Charleston, le caricature razziste alla Jim Crow, denunciando un paese costruito contemporaneamente sul sangue e sullo spettacolo.

In Atlanta – la città dov’è nata la trap, quella originale, musica da sottofondo nelle case-trappola dove si cucina metanfetamina e spesso si muore negli scontri tra bande o con la polizia – Donald Glover interpreta Earn, un trentenne intelligente ma in crisi, con una figlia da una relazione altalenante, senza lavoro ma determinato a fare da manager a suo cugino Albert, in arte Paper Boi, che sta diventando celebre sulla scena rap della città e non solo.

Ci aspetteremmo una storia di riscatto sociale, come da retorica del Sogno americano, e invece Glover ci offre qualcosa di completamente nuovo e inaspettato: attraverso elementi surreali e con una narrazione sempre imprevedibile (al punto che ci sono intere puntate senza il protagonista Earn), prova a farci sperimentare in prima persona cosa significhi crescere e vivere nell’assurdità quotidiana del razzismo, in quartieri che assomigliano a una zona di guerra, nell’impossibilità di uscire da una gabbia sociale rigida, dove giorno dopo giorno scivolare nello stereotipo non è una scelta ma una questione di sopravvivenza.

Sperimentale per scrittura e messa in scena, soprattutto nella seconda annata ricorre a elementi horror, richiamando il successo cinematografico Scappa – Get Out, soprattutto in un inquietante e geniale episodio, già definito dalla critica tra i migliori dell’anno, dove Glover recita mascherato da bianco. Complessa come le questioni che affronta, e nello stesso tempo spesso esilarante, contemporaneamente disperata e militante: è Glover il Donald di cui l’America ha bisogno, e Atlanta, tra le 500 serie prodotte ogni anno, è l’unica che non vi potete perdere.

La seconda stagione di Atlanta
Foto dalla pagina Facebook della serie TV Atlanta https://www.facebook.com/AtlantaFX/

*giornalista per Film TV.

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Chi è Phoebe Waller-Bridge?

Phoebe Waller-Bridge

Phoebe Waller-Bridge è un nome che, con ogni probabilità, non avete mai sentito prima, eppure dovreste, soprattutto se siete sempre in cerca di qualcosa di nuovo ed entusiasmante in ambito seriale.

Londinese, classe 1985, di famiglia nobile, a poco più di 30 anni è già riconosciuta come una voce autoriale squillante e inconfondibile: attrice e drammaturga, nel 2016 ha creato e interpretato non una ma due serie tv, di cui è anche protagonista. Si tratta di Crashing, che potete recuperare su Netflix, e Fleabag, che invece trovate su Amazon Prime Video: entrambe sono produzioni brevi, nel tipico formato britannico da sei episodi di poco più di 20 minuti l’uno, ed entrambe si muovono sul filo sottile che unisce la commedia al dramma.

Soprattutto Fleabag – che prima di diventare una serie è stata un fortunato monologo teatrale, apprezzato al Fringe Festival di Edimburgo – riesce a essere contemporaneamente esilarante e dolorosa: la protagonista, la stessa Waller-Bridge, non ha un nome ma un soprannome, “sacco di pulci”, una sfrontatezza invidiabile e la capacità di dire e fare spesso la scelta peggiore, un grumo di traumi sepolti che non sembra in grado di affrontare e, soprattutto, l’abilità di dialogare direttamente con lo spettatore, rompendo di continuo la quarta parete, anche solo per un’occhiata sarcastica o una battuta al vetriolo, in un one woman show dal ritmo vertiginoso.

L’umorismo nero di Waller-Bridge non è passato inosservato, per fortuna, ed è stata immediatamente reclutata oltreoceano: innanzitutto, dai responsabili del nuovo spinoff di Star Wars, Solo: A Star Wars Story, il film sul giovane Han Solo in uscita in tutto il mondo il 23 maggio, dove interpreterà, con la tecnica del motion capture, il primo androide femmina della storia di Guerre Stellari (e purtroppo, in Italia la sua voce andrà persa col doppiaggio). Ma, soprattutto, l’autrice è stata arruolata dalla produzione angloamericana Killing Eve, in onda negli Stati Uniti su BBC America dove sta segnando interessanti record di ascolti, vedendo crescere i suoi spettatori un episodio dopo l’altro.

In questa serie tratta dai romanzi di Luke Jennings, Phobe Waller-Bridge resta dietro la macchina da presa, è sceneggiatrice e showrunner, ma lascia la recitazione a due straordinarie protagoniste: Sandra Oh, l’ex Cristina Yang di Grey’s Anatomy, è un’annoiata agente dell’MI6, stanca di un lavoro d’ufficio routinario che nulla ha a che fare con James Bond; la giovanissima Jodie Comer è invece Villanelle, strepitosa killer a pagamento, priva di ogni senso d’empatia o di morale, e piena di criminale inventiva.

Il loro è un gioco del gatto col topo in cui le parti s’invertono incessantemente, mentre le due si scoprono ossessionate l’una dall’altra, e la scrittura di Waller-Bridge conferma la sua cifra di black humour e la sua imprevedibilità, rompendo e ribaltando ogni stereotipo del thriller di spionaggio. Purtroppo, in Italia Killing Eve non ha, al momento, ancora una data di messa in onda, nonostante il plauso della critica e il rinnovo già confermato per una seconda stagione: speriamo di vederla presto, almeno prima del 2019, quando a calmare la nostra astinenza da Phoebe Waller-Bridge arriverà la seconda annata di Fleabag.

Phoebe Waller-Bridge
Phoebe Waller-Bridge dal profilo FB della serie TV Fleabag https://www.facebook.com/fleabag/
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La serie tv Westworld è tornata

La seconda stagione di Westworld

C’è qualcosa che alla serialità televisiva può riuscire meglio che ad altri linguaggi e ad altri medium: costruire mondi, prima ancora che storie e personaggi; edificare universi alternativi densi di dettagli che si approfondiscono e diventano più tangibili una puntata dopo l’altra, e qualche volta perfino s’intrecciano con la nostra realtà.

Da Twin Peaks in poi, passando per l’emblematico caso di Lost, sono spesso queste le serie che generano negli spettatori una passione smodata, un’adorazione vagamente ossessiva, quella che gli accademici chiamano “fruizione di culto”: succede perché, oltre ad apparecchiare sullo schermo dei mondi paralleli, questi show chiedono agli spettatori di indagarli con attenzione, di esplorarli, di decifrarli, di giocarci.

I due prodotti che, oggi, più rappresentano questa tipologia seriale, entrambi della prestigiosa rete americana HBO ed entrambi con un grande seguito globale di appassionati, sono Il trono di spade e Westworld: il primo ha il “gioco” direttamente nel titolo originale (Game of Thrones), il secondo si svolge letteralmente in un parco giochi che però è anche un mondo artificiale tanto ben fatto da sembrare vero. Per l’ottava e ultima annata di Il trono di spade dovremo aspettare l’anno prossimo, ma la seconda stagione di Westworld è finalmente cominciata: i creatori Lisa Joy e Jonathan Nolan (che è il fratello del regista di Inception e Dunkirk Christopher Nolan, nonché sceneggiatore di gran parte dei suoi film) promettono di alzare la posta e di moltiplicare i colpi di scena.

La prima stagione ci aveva portati a Westworld, un parco giochi del futuro per adulti facoltosi, in cui veniva ricostruito alla perfezione il Far West, soprattutto come ce lo immaginiamo grazie al cinema. I clienti potevano andare a caccia di banditi o di indiani, assaltare treni, rilassarsi nel saloon, interagendo con robot identici a esseri umani e sfogando, a volontà, i propri istinti più profondi e bestiali, quelli che nel mondo reale vengono repressi per garantire una normale convivenza civile. Ma come sa chi frequenta le storie di fantascienza, una volta creato un androide identico all’uomo e fornitolo di intelligenza artificiale, non ci vorrà molto perché prenda coscienza di sé e decida di ribellarsi a un destino di schiavitù: ed è esattamente qui che la prima stagione di Westworld ci ha lasciati, sull’orlo di una guerra dalle conseguenze inimmaginabili.

Nei nuovi episodi, oltre a numerose new entry nel cast (tra cui l’attore scozzese Peter Mullan e l’attrice giapponese Rinko Kikuchi), scopriremo che il vecchio West non è l’unico parco giochi di quest’universo futuribile: ce n’è almeno un altro, Shogun World, ricostruzione del Giappone del periodo Edo (per i cinefili, anche un richiamo al legame che unisce i western ai film di samurai).

Il bello di questo tipo di serie – e Westworld in questo è perfetta – è che funzionano a strati, come superfici da sfogliare andando sempre più in profondità: un’appassionante serie d’intrighi e di colpi di scena da seguire, una trama densa di misteri da sciogliere attraverso una caccia d’indizi, un’indagine filosofica su cosa significhi essere “umani” e “coscienti”, una metafora politica sullo sfruttamento (coloniale? Classista? Razziale? Di genere?), un discorso meta-televisivo, cioè una riflessione su cosa voglia dire scrivere e realizzare una serie tv, e di conseguenza guardarla. A quale livello volete giocare, dipende da voi.

La seconda stagione di Westworld
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*giornalista per Film TV.

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    Alice Cucchetti
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Su Netflix la docu-serie sui seguaci di Osho

Tratto da una storia vera” è una dicitura che al cinema si usa pressoché da sempre, e che va a braccetto con il filone del cinema biografico. La serialità televisiva la sta scoprendo e sfruttando intensamente negli ultimi anni, con il moltiplicarsi di miniserie o serie antologiche che concludono la propria narrazione nel giro di pochi episodi.

Tratto da una storia vera” è qualcosa che di solito si dice per dare una patente di legittimità, un alone d’importanza e pure un sigillo di credibilità a quel che si sceglie di mettere in scena, ma ogni tanto capita di incappare in una vicenda talmente incredibile da resistere a ogni rassicurazione: meglio farci un documentario, allora, piuttosto che una fiction, meglio agganciarsi alle testimonianze dirette, ai materiali di repertorio, ai telegiornali dell’epoca, così che nessuno metta in dubbio l’autenticità dei fatti.

Questo è il caso di Wild Wild Country, docu-serie in sei episodi disponibile da qualche settimana su Netflix e che ha immediatamente generato un passaparola irresistibile tra gli spettatori. Realizzata dai fratelli Chapman e Maclain Way, e prodotta da altri due fratelli, la coppia d’oro del cinema iper-indipendente americano Jay e Mark Duplass, presentata al Sundance Festival 2018, Wild Wild Country ritorna all’inizio degli anni 80 per raccontare di quando un folto gruppo di adepti del guru indiano Baghwan Shree Rajneesh – oggi noto come Osho – decise di stabilirsi in massa negli Stati Uniti, per la precisione in una minuscola cittadina dell’Oregon, fino a quel momento abitata da sole 40 persone.

Vestiti di sfumature di rosso, i sannyasin (come si fanno chiamare) acquistano legalmente un ranch e il circostante terreno, e costruiscono letteralmente dal niente un’intera e florida città: per gli abitanti locali e per i media statunitensi sono un’inquietante “setta del sesso”, mentre loro si definiscono avanguardia di una rivoluzione esistenziale e spirituale, una comunità utopica dove chiunque possa vivere in pace, armonia e serenità. Il trailer di Wild Wild Country promette “colpi di scena incredibili” e una carica di assuefazione molto alta, e non mente: la storia – in cui presto assume un ruolo prominente la segretaria del guru, Ma Anand Sheela, personaggio insieme affascinante e inquietante, che i documentaristi sono riusciti a intervistare in esclusiva – diventa presto un thriller ad alta tensione, che prevede largo uso di armi, tentati omicidi, avvelenamenti, svariati atti illegali, in un’escalation di assurdità da lasciare senza fiato.

Se non fosse un documentario, difficilmente potremmo credere a Wild Wild Country quando ci dice di essere “una storia vera”, un po’ come era successo con un altro simile prodotto Netflix di qualche anno fa, Making a Murderer. Naturalmente, soprattutto in casi come questi, bisogna ricordarsi che il modo di raccontarci una storia conta quanto la storia stessa: ma, a differenza di Making a Murderer, Wild Wild Country rifiuta di prendere una posizione univoca, lasciandoci sempre il compito di decidere da che parte stare.

D’altronde, entrambe le fazioni vogliono il proprio personale paradiso nel Nuovo mondo, sventolando il diritto alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità, da difendere con ogni mezzo necessario: non è forse la definizione stessa di “sogno americano”?

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Il festival delle serie tv a Cannes, fino all’11 aprile

Organizzare un festival di serie tv è molto più semplice a dirsi che a farsi.

È vero che, negli ultimi anni, la qualità di molte produzioni tv si è avvicinata a quella cinematografica, con un costante via vai tra piccolo e grande schermo di autori, attori e registi. E infatti, i principali festival cinematografici – da Cannes a Venezia, da Berlino a Toronto – hanno preso l’abitudine di inserire serie tv nei propri cartelloni, soprattutto se alla regia c’è un cineasta acclamato: ricordiamo Top of the Lake di Jane Campion a Cannes o The Young Pope di Paolo Sorrentino al Lido. Ma fare un intero festival di serie tv è tutto un altro discorso: in Italia ci hanno provato il Roma Fiction Fest o il Telefilm Festival di Milano, ma a funzionare di solito sono gli eventi di promozione e marketing per addetti ai lavori (come il longevo Festival de television de Montecarlo, che esiste dal 1961, ma è celebre solo tra i super-esperti).

In questi giorni, però, Cannes prova a ribaltare le carte: è cominciato il 7 aprile e si concluderà l’11 Canneseries, che ha steso un tappeto rosa (anziché rosso) sulla Croisette, e al Palais de Festivals sta proiettando gli episodi pilota di dieci serie provenienti da tutto il mondo, e accogliendo star, autori e interpreti con lo stesso prestigio riservato al festival-cugino cinematografico di fine maggio.

I pilot gareggiano davanti a una giuria (presieduta dallo scrittore Harlan Coben, e che vanta anche l’attore di The Wire Michael Kenneth Williams) e infine riceveranno premi: per l’Italia è in concorso Il cacciatore, che già da qualche settimana sta andando in onda, con successo critico, su Rai2; gli altri titoli provengono da Stati Uniti, Messico, Corea del sud, Germania, Spagna, Israele, Norvegia e Belgio.

Foto da Facebook
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Presenti anche anteprime fuori concorso (come l’adattamento del romanzo La verità sul caso Harry Quebert con il Patrick Demspey di Grey’s Anatomy), un premio alla carriera consegnato a Michelle Dockery di Downton Abbey, eventi collaterali su webserie e mondo digitale, e molto altro.

L’ingresso alle proiezioni è gratuito e aperto a tutti: il direttore artistico Albin Lewi ci ha tenuto a sottolineare che la televisione, per sua stessa natura, si rivolge al grande pubblico e la sua forza principale sta nel parlare una grande lingua comune. La selezione dei titoli in concorso, infatti, punta alla diffusione internazionale di produzioni di alto livello che – a parte quelle americane – rimarrebbero altrimenti, con ogni probabilità, confinate al territorio d’origine (e infatti in questi giorni Il cacciatore è stata acquistata da Amazon Prime Video per essere pubblicata sulla piattaforma in tutto il mondo).

Qualcuno si chiede se abbia senso, però, giudicare una serie solo dall’episodio pilota: parte inscindibile della fruizione televisiva è anche l’esperienza di visione continuata nel tempo, l’appuntamento settimanale, l’evoluzione sul lungo periodo dei personaggi, la particolarità di alcuni singoli episodi. Basta non dimenticarselo: nel frattempo, auguriamo a Canneseries lunga vita, e che ci faccia scoprire perle nascoste.

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Trust, la serie sul rapimento Getty

Trust arriva su Sky Atlantic

A inizio gennaio è uscito nelle sale cinematografiche Tutti i soldi del mondo di Ridley Scott: se n’è parlato così tanto per motivi estranei al contenuto del film – e cioè per la dispendiosa decisione di sostituire Kevin Spacey con Christopher Plummer, rigirando in fretta tutte le sequenze necessarie – che potrebbe passare in secondo piano una notevole coincidenza. E cioè che, a distanza di pochi mesi, la produzione audiovisiva statunitense torna a raccontare un’altra volta la stessa storia: arriva infatti su Sky Atlantic la serie televisiva Trust che, proprio come Tutti i soldi del mondo, rimette in scena il rapimento, avvenuto in Italia negli anni 70 a opera della ‘ndrangheta, di John Paul Getty III, rampollo e possibile erede del petroliere J. Paul Getty, ovvero l’uomo più ricco della terra, almeno all’epoca.

Per molti aspetti, film e serie sembrano rincorrersi e specchiarsi l’uno nell’altra: anche dietro la macchina da presa di Trust c’è un noto regista cinematografico inglese, il Danny Boyle di Trainspotting e The Millionaire. E anche la serie sfoggia un cast hollywoodiano: con la due volte premio Oscar Hilary Swank, un redivivo Brendan Fraser nella prova migliore della sua carriera e soprattutto con il patriarca, il magnate del petrolio apparentemente senza cuore, qui interpretato dal grande Donald Sutherland. E pure la serie Trust ha ampie porzioni girate in Italia, con la regia di un intero episodio affidata a un bravo autore del nostro cinema, Emanuele Crialese (la firma di Respiro, Nuovomondo e Terraferma), e la presenza tra gli attori dell’ottimo Luca Marinelli, di Giuseppe Battiston e di Andrea Arcangeli.

La sceneggiatura – scritta da Simon Beaufoy, che con Boyle ha già collaborato in The Millionaire e 127 ore – ha fatto imbufalire gli eredi Getty, perché si prenderebbe eccessive licenze poetiche e, per di più, ipotizzerebbe una complicità della famiglia nel rapimento. Vero è che il cuore pulsante della narrazione è il vecchio, spietato e gretto Getty, emblema di un capitalismo feroce e crudele, come uno Scrooge non redento di Racconto di Natale, come una versione ancor più meschina del Charles Foster Kane di Quarto potere e ancor più bizzarra del vero Howard Hughes: vive immerso nel lusso più sfrenato e oltraggioso, ma è tirchio fino all’ultimo penny, inquina ogni rapporto umano circostante, e d’altronde non c’è chi non si accosti a lui perché interessato al suo denaro.

Danny Boyle e il suo gruppo di sceneggiatori pensano a una serie di almeno cinque stagioni che ripercorra attraverso la saga dei Getty oltre un secolo di storia a stelle e strisce. E d’altra parte quella del titano d’industria è una figura centrale dell’immaginario statunitense: se glorificarla come incarnazione dei valori imprenditoriali su cui si è costruita l’America o detestarla come simbolo di un’avidità irrefrenabile che tutto logora e consuma dipende dallo spirito dei tempi. E considerato chi siede oggi alla Casa bianca, forse questo continuo tornare sulle vicende dei Getty non suona più così casuale.

Trust arriva su Sky Atlantic
Foto da Facebook (Sky Atlantic)
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The looming tower, tutti gli errori dell’11 settembre

Quanto tempo è stato necessario, agli Stati Uniti, per elaborare il trauma dell’11 settembre 2001? E adesso, oltre 15 anni dopo, possono davvero dire di esserci riusciti?

Per almeno un decennio, in seguito all’attentato al World Trade Center, i prodotti culturali americani – televisione e cinema, soprattutto – sembravano abitati dai fantasmi delle Torri gemelle, anche se i titoli che affrontavano direttamente l’argomento si contavano sulle dita di una mano. Qualcuno ha detto che il pianto ambiguo di Jessica Chastain su cui si chiude Zero Dark Thirty di Kathryn Bigelow, il film sull’uccisione di Bin Laden, è stato un punto di svolta, che ha chiuso un capitolo e lasciato spazio a narrazioni più frammentate e ancor più confuse, specchio dei tempi che corrono, come Homeland o Mr. Robot.

Dal 9 marzo, con un episodio a settimana, sulla piattaforma Amazon Prime Video si può tornare allora, con una certa freddezza, sul luogo del delitto: The Looming Tower è una miniserie in dieci episodi, co-prodotta e in parte diretta da uno dei grandi nomi del documentarismo contemporaneo, Alex Gibney, e creata da Lawrence Wright a partire da un suo bestseller del 2006, The Looming Tower: Al-Qaeda and the Road to 9/11. Wright, oltre che uno sceneggiatore, è un giornalista, e con Gibney aveva già collaborato qualche anno fa al film documentario su Scientology Going Clear. La miniserie, però, è di fiction, e con un grande cast: Jeff Daniels è il capo dell’ufficio controterrorismo dell’FBI, Peter Sarsgaard il suo omologo alla CIA, l’attore franco-algerino Tahar Rahim è un agente FBI di religione musulmana e origine libanese, Michael Sthulbarg (al cinema con Chiamami col tuo nome e La forma dell’acqua) è un alto consigliere del presidente per la sicurezza. C’è anche Alec Baldwin, in un piccolo ruolo.

La vicenda prende le mosse nel 1998, con l’opinione pubblica distratta dal caso Lewinsky, e con i devastanti attentati, quasi simultanei, alle ambasciate americane in Kenya e in Tanzania, poi rivendicati da Osama Bin Laden. La drammatica e (secondo l’ipotesi della serie) del tutto evitabile strada verso l’11 settembre 2001 è costellata di piccoli e grandi errori di valutazione e comunicazione, di deprecabili lotte di potere nei corridoi della Casa Bianca, e soprattutto radicata nei modi opposti di agire di CIA e FBI, votata alla raccolta d’informazioni, all’infiltrazione e al doppio gioco la prima, concentrata sull’investigazione e gli arresti, anche fuori dai territori Usa, la seconda.

Girata in svariate location in giro per il mondo e scritta con un’accurata attenzione alle fonti, e intervistando i protagonisti degli eventi, mantiene il ritmo di un thriller spionistico e, allo stesso tempo, rimette in scena in modo accessibile un capitolo complesso della storia recente. Lasciando sempre aleggiare la più importante delle domande: quale terribile domani può celarsi dietro ogni scelta di oggi?

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    Alice Cucchetti
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“Annientamento”, un film che non va al cinema

Oggi non parliamo di una serie tv, ma di un film, anzi di cinema con la C maiuscola, a tutti gli effetti, tranne uno: Annientamento non vedrà mai il buio di una sala cinematografica, perché arriva direttamente sui televisori o i computer di casa tramite Netflix. Non è la prima volta che succede (anzi), ma è la prima volta che succede a un’opera così. Spesso Netflix acquista ai mercati dei festival cinematografici piccoli film indipendenti cui apporre il proprio marchio, mentre altre volte investe direttamente in alcuni progetti. Ma il caso di Annientamento è ancora diverso.

L’omonimo romanzo da cui è tratto, il primo della Trilogia dell’area X di Jeff VanderMeer (in italiano pubblicata da Einaudi), ha rilanciato qualche anno fa un particolare tipo di fantascienza, chiamata new weird, e raccolto successo di pubblico e critica; il regista, Alex Garland, a sua volta romanziere, si era imposto all’attenzione generale nel 2015 con Ex Machina, suo esordio dietro la macchina da presa, subito candidato agli Oscar; la produzione, ricca di effetti speciali e forte del premio Oscar Natalie Portman e di Jennifer Jason Leigh come attrici principali, ne faceva uno dei film più attesi del 2018.

La trama – una spedizione di scienziate si addentra in un territorio lussureggiante e misterioso da cui quasi nessuno è riuscito a tornare – promette avventure alla Lost, Alien, Il pianeta proibito. Purtroppo, uno dei produttori ha trovato il film “troppo lento, troppo difficile, troppo intellettuale”, con una protagonista non abbastanza “simpatica” e un finale “troppo ambiguo”; ha chiesto cambiamenti consistenti o non avrebbe distribuito il film, ma un altro produttore e il regista, che fortunatamente avevano legalmente l’ultima parola sul montaggio finale, si sono rifiutati di obbedire. Ed è a questo punto che è intervenuta Netflix, acquisendone i diritti di diffusione internazionale: poteva andare peggio, poteva succedere che questo film non arrivasse mai al pubblico.

Ma, se deciderete di dargli una chance, accettando il rischio di guardare qualcosa che esce dagli standard di blockbuster tutti uguali, che cerca e trova un’atmosfera in cui meraviglia e inquietudine sono indissolubilmente legate, che si fida dello spettatore e della sua intelligenza, che può mettere a disagio ma anche rimanere impresso a lungo nella memoria, provate a immaginare come sarebbe stata, un’esperienza così, vista su un grande schermo. E se poi Annientamento vi piace, passate parola: perché se è vero che Netflix e altre piattaforme offrono possibilità distributive a chi non ne ha, il rischio è che le creature artistiche più belle e strane spariscano nella sterminata offerta dei cataloghi streaming. Annientamento è un bel film di fantascienza, visionario e unico, come non se ne vedevano da un po’: prendetevene cura.

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    Alice Cucchetti
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Jessica Jones, la supereroina dalla parte dei più deboli

Il genere supereroico, detto anche “cinecomix”, è da un decennio il prediletto dal cinema blockbuster: segna incassi stratosferici, attira star di grosso calibro, porta in sala tutta la famiglia. Fare una serie supereroica, però, è un po’ più complicato, soprattutto perché il budget televisivo è inferiore a quello del grande schermo e deve reggere per molte più ore di racconto: i risultati sono altalenanti.

Uno dei migliori esempi recenti è sicuramente Jessica Jones, co-produzione Marvel-Netflix inserita nel macro-progetto sui Difensori (che comprende anche Daredevil, Luke Cage, Iron Fist e il Punitore). Nell’intero universo cinetelevisivo Marvel, per ora, Jessica Jones è l’unica supereroina con un titolo a proprio nome, ed è probabilmente per questo che la seconda stagione approda su Netflix proprio l’8 marzo, in occasione della Giornata internazionale della donna.

Che i responsabili marketing se ne siano accorti o meno, la scelta è sensata non solo per una questione di rappresentazione femminile, ma anche per i temi che la serie tratta, almeno a giudicare dalla prima stagione: Jessica, interpretata dalla brava Krysten Ritter, è un’investigatrice privata nel quartiere newyorkese di Hell’s Kitchen; dotata di forza sovrumana, ma anche d’intelligenza e ironia sarcastica, ha un caratteraccio che deriva da un trauma affondato nel suo passato: per molto tempo è stata prigioniera di Kilgrave, un supercattivo dotato anche lui di un superpotere, quello di obbligare chiunque a fare qualunque cosa, semplicemente pronunciando ordini ad alta voce.

Ricalcando tutte le caratteristiche del noir – la detective disillusa, l’uso della voce fuori campo, il tentativo di dare un senso a un universo urbano spezzato e indecifrabile – Jessica Jones è un buon esempio di cinecomix adulto (molto più adulto di quelli che vediamo al cinema: ha anche momenti inevitabilmente violenti) che riesce a utilizzare il genere supereroico come efficace metafora di questioni vere e tangibili, che toccano molti spettatori da vicino.

La prima stagione di Jessica Jones è stata una disamina, anche dolorosa, su cosa significhi essere vittime di un abuso, di una prigione psicologica, di una situazione che non permette l’esercizio del consenso; oltre a Jessica, la serie ha messo in campo altri personaggi femminili sfaccettati, come la migliore amica della protagonista, Trish, o la sua datrice di lavoro, l’ambigua Jeri interpretata da Carrie Ann Moss. E se il momento di svolta della prima annata era il piccolo ma significativo istante in cui Jessica riusciva a liberarsi del potere di Kilgrave, la seconda stagione promette di raccontare in che modo la supereroina riuscirà a re-impossessarsi del proprio, di potere, e a metterlo a servizio del mondo, del bene comune, della cosa giusta, della difesa dei più deboli. Per questo 8 marzo, probabilmente, non c’è speranza migliore.

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    Alice Cucchetti
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This Is Us: la serie fenomeno della tv USA

La vetta, mai più raggiungibile, resta il finale di M*A*S*H, la serie tratta dall’omonimofilm di Robert Altman: quando andò in onda negli Stati Uniti, nel 1983, contò 105 milionidi telespettatori, più del Super Bowl di quell’anno. E sono lontani anche gli anni 90 di Seinfeld, la cui ultima puntata fu vista da oltre 76 milioni, o i primi Duemila di Friends, che chiuse con oltre 50 milioni.

Oggi la tv si guarda in un altro modo, su molteplici supporti e piattaforme, quando si può e quando si vuole, liberi dalla dittatura della diretta; e fenomeni globali come Il trono di spade o The Walking Dead si misurano più in chiacchiericcio social e in download illegali che in effettivi dati d’ascolto.

Per questo, i quasi 27 milioni di telespettatori segnati negli Stati Uniti da This Is Us con l’episodio trasmesso subito dopo il Super Bowl dello scorso 4 febbraio suonano strabilianti, e confermano uno dei pochi exploit della serialità generalista recente. Se infatti in Italia la serie va in onda sul canale a pagamento FoxLife (dove è ripartita proprio in questi giorni con nuovi episodi inediti), negli Stati Uniti è programmata dalla rete free NBC e, fin dall’episodio pilota, non ha fatto che crescere, fino a entrare nell’immaginario collettivo come serie dall’alto potenziale lacrimevole e, nello stesso tempo, capace invariabilmente di scaldare il cuore.

La storia della vasta famiglia Pearson (di origini middle class, se non proprio proletarie) è raccontata attraverso piani temporali diversi, spesso accostati con grande efficacia drammatica: da un lato la love story tra i giovani Jake e Rebecca, il loro matrimonio, la fatica e la gioia di crescere tre bambini fra anni 80 e 90; dall’altro, le vicissitudini di Randall, Justin e Kate, i tre figli ormai adulti, ambientate nella nostra contemporaneità.

This Is Us è un prodotto da grande pubblico, nel miglior senso del termine, che cattura a partire dal cast (inter-generazionale, ma anche inter-etnico: i Pearson sono bianchi, ma hanno adottato un bambino nero) e riesce in un’impresa, oggi, sempre più difficile: lavorare emotivamente su quel che accomuna gli americani, non su ciò che li divide; sulla famiglia come nucleo fondativo e, insieme, come spazio di progresso, di risoluzione dei conflitti. Non a caso il suo autore, Dan Fogelman, viene da Disney e Pixar: This Is Us piace a un pubblico trasversale di liberal e conservatori, è indubbiamente manipolatorio ma spesso infallibile, in molti l’hanno definito una sorta di “balsamo” per questi tempi così polarizzati. Come a dire che, oggi, riuscire a far specchiare tutti quanti, per un’ora a settimana, dentro lo stesso schermo è il superpotere più importante che ancora detiene la televisione.

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    Alice Cucchetti
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Da Radici a Seven Seconds: storie afroamericane in tv

Febbraio, negli Stati Uniti, è il Black History Month, “il mese della storia nera”: ideato già negli anni 20 per promuovere l’insegnamento nelle scuole di una prospettiva storica che quasi sempre viene totalmente ignorata a favore di quella bianca, ogni anno è oggetto di dibattito, e occasione per eventi a tema.

Mentre su grande schermo, in questi giorni, il blockbuster Marvel sul supereroe Black Panther fa sfracelli al botteghino, a ripercorrere la storia del piccolo schermo si possono rintracciare grandi e piccoli momenti epocali: come la messa in onda, negli anni 70, della miniserie Radici, o il sottile lavoro di “normalizzazione” svolto da una sitcom rassicurante come I Robinson tra gli anni 80 e 90.

Ma è negli ultimi anni che la tv americana – producendo sempre più serie – ha allargato lo spettro della rappresentazione della cultura nera e afroamericana, lavorando su due linee opposte e intrecciate. Con serie dal grande pubblico come Grey’s Anatomy, Scandal, Le regole del delitto perfetto, Empire ha imposto protagonisti neri in ruoli che fino a pochi anni fa erano in