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Senegal, se l’islam diventa radicale

Sul crinale tra la paura di poter finire nel caos regionale e la certezza di avere una storia unica in tutta l’Africa occidentale. Il Senegal, uno dei Paesi più stabili e pacifici del continente, è sotto tiro del terrorismo islamico dell’Africa occidentale, soprattutto sia di matrice qaedista, che da cellule legate allo Stato islamico. Almeno stando a dichiarazioni ad inizio 2016 di fonti di intelligence di Stati Uniti e Francia, le due potenze occidentali più influenti a Dakar. Esclusi ricercatori finanziati da centri studio e fondazioni internazionali, nel Paese nessuno crede davvero che una delle culle dell’islam sufi, la visione più filosofica e distaccata dalla politica della religione, possa mai trasformarsi in un covo di jihadisti.

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Segnali inquietanti, però, sono innegabili: a metà febbraio quattro senegalesi sono stati arrestati in Mauritania con l’accusa di terrorismo. Pare fossero in partenza verso la Nigeria. Inquietante, però, è anche il fatto che a novembre un imam sia finito in carcere per “apologia del terrismo” e che in cella gli sia stato negato il diritto a leggere il Corano e non si sappia nemmeno quando andrà a processo, come ricorda l’ultimo rapporto di Amnesty International. In tutto si stima che da ottobre siano finite in carcere per sospetti legami terroristici una quindicina di persone.

Confini porosi, vicini infettatati dal virus del terrorismo (leggi Burkina Faso e Mali), marabout (le guide spirituali locali, ndr) che rischiano di perdere il loro predominio culturale. Queste le cause di fondo della permeabilità del Senegal al rischio terrorismo. Come sempre, però, il suo contrasto diventa giustificazione per intensificare la sorveglianza e, per le potenze straniere, per poter continuare a stare sul Paese con le forze d’intelligence.

Una scuola islamica senegalese
Una scuola islamica senegalese

Dakar è una città che cresce a vista d’occhio, che richiama investitori da ogni parte del mondo. Può il presidente di un Paese del genere lasciarsi andare a esternazioni sul pericolo terrorismo con il rischio di spingere i flussi di denaro fuori da Dakar? Se ne parla, il pericolo deve essere reale, ragiona Bakary Samba, fondatore del Timbuktu Institute, think thank di Dakar che studia il radicalismo islamico. E Macky Sall più volte ha fatto riferimento a minacce jihadiste in Senegal.

Se il dato a livello regionale non ha precedenti, la presenza di movimenti che promuovono un islam politico invece ce ne sono diversi, ricorda Bamba. “Sono finanziati dai Paesi del Golfo e dicono ai sufi, il 95 per cento dei musulmani del Paese, che credono nell’islam sbagliato”, spiega il ricercatore. Nessuno di questi gruppi si comporta come una loggia segreta, anzi. Hanno tutti siti online nei quali diffondono quali sono le loro principali attività. Il primo gruppo orbita attorno alla Fratellanza musulmana e alla sua visione di islam salafita. A questa galassia fanno riferimento Ibadou Rahmane, movimento nato intorno agli anni Ottanta. Qui è soprattutto il Qatar mettere mano al portafoglio perché il movimento continui a esistere. I sauditi sostengono invece due movimenti wahabiti: Al Falah e Istikhama, che si riconoscono nei principi di da’wa (proselitismo) e ighatha (aiuto umanitario). Due concetti che per il ricercatore sono un’arma di propaganda per accogliere nuovi adepti.

Oustaz Ousmane Guéladio Ka Ami, imam di Al Falah
Oustaz Ousmane Guéladio Ka Ami, imam di Al Falah

Le cause del successo dei movimenti dell’islam radicale in Senegal sono tre secondo il ricercatore dell’Università di Pechino Mohamadou Kane. Anche in Cina, tra i principali parten commerciali del Paese africano, si finanziano borse di studio di ricerca sull’argomento, ovviemente. “Prima causa è l’accesso libero alla propaganda jihadista su internet “, ragiona il ricercatore. “Seconda: la presenza di giovani seguaci di Ibadou Rahman in moschee salafite che si trovano quasi in ogni regione del Senegal. Terza: la povertà e l’esclusione sociale”. La situazione a livello regionale ha spinto i diversi Paesi a una maggiore collaborazione sul piano della sicurezza, continua il ricercatore. Testimonianza ne è l’arresto del terrorista mauritano Saleck Ould Cheikh in Guinea Conakry, con la complicità degli altri Paesi della regione. “Ma questi sforzi da soli non sono sufficienti”, continua il ricercatore. “Lo Stato senegalese deve coinvolgere la popolazione per la raccolta di informazioni su ciò che succede”. Il pericolo è che l’allerta diventi paranoia.

Le condizioni di marginalità in cui continuano a vivere migliaia di giovani senegalesi, spingono i più temerari tra loro a bruciare le frontiere, diretti in Libia o addirittura in Siria. Se tornassero in Senegal, potrebbero esserci un’escalation, dicono i ricercatori. “Non penso che il Senegal possa mai essere a rischio terrorismo”, commenta l’imam Ismail Ndiaye, una delle giovani voci più influenti nel Paese. A suo parere, c’è una cospirazioni per accusare l’islam di essere la causa di problemi venuti dalla colonizzazione e dallo sfruttamento dell’Africa.”Non è l’Islam la causa del terrorismo, ma il fallimento dei nostri politici”, commenta.

E la fede è solo un’etichetta che unisce gli alleati a combattere un nemico comune: “Parlerei di islamizzazione del radicalismo e non di radicalizzazione dell’Islam”, prosegue la guida religiosa. Una distinzione che si fonda sul ruolo che ha l’Islam per chi sposa la causa terroristica: è la distorta fonte ideologica, la strada per cercare il riscatto personale. “Perché l’Islam dà risposte”, dice Ndiaye. In tutte le famiglie si sente di qualche figlio che si è sempre sentito diverso, meno amato degli altri e che ha lasciato il Paese per diventare un “barbuto”, come sono definiti i radicali.

Una  dottoressa che vive da tempo a Dakar, ricostruisce gli anni immediatamente successivi agli attentati dell’11 settembre 2001. Si trovava nel Sud del Paese, in una delle regioni più difficili del Senegal, per conto di una missione della cooperazione internazionale. Doveva finanziare le nuove associazioni dell’area: “Ricordo un gruppo di liceali che si presentò con un’associazione dal nome ‘Cellula islamica di al Qaeda‘. Poi i loro scopi erano la giustizia sociale, la lotta per il riscatto dei giovani. Ma erano arrabbiati, arrabbiati soprattutto contro gli europei e gli americani. Così trovavano nella violenza dell’organizzazione terroristica che era riuscita a colpire gli americani a casa loro una causa in cui credere, un simbolo”. Ironia della sorte: la via dove si trovava era soprannominata dai giovani liceali Avenue Bin Laden, in onore del fondatore di Al Qaeda.

  • Autore articolo
    Lorenzo Bagnoli
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    Il disco di debutto dei The Sophs è previsto per il prossimo 13 marzo ma la giovane formazione di Los Angeles sta già catturando l’attenzione di molti. Poco prima di partire per un tour che lì vedrà suonare in molti dei più grandi festival del 2026, due dei sei componenti della band sono passati ai microfoni di Volume per presentare l’album in uscita e suonare alcuni brani. Dalla nascita del progetto fino all’esperienza con la storica etichetta Rough Trade - “un sogno che si avvera”, spiega la band - abbiamo chiesto ai The Sophs anche il loro punto di vista, da statunitensi, sulla difficile situazione che il loro paese sta attraversando in questi giorni. “Ci vergogniamo del nostro governo, le persone in carica oggi non rappresentano in alcun modo i cittadini americani - spiega Ethan Ramon, prima di ricordare l’importanza del voto per supportare la propria comunità - “siamo tutti figli di immigrati, la cultura della diversità è la vera spina dorsale del nostro paese”. L'intervista di Elisa Graci e Dario Grande e il MiniLive dei The Sophs.

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