Approfondimenti

La strage all’ospedale di Gaza, la crescente tensione in Medio Oriente, il rinvio del salario minimo e le altre notizie della giornata

ospedale Gaza ANSA

Il racconto della giornata di mercoledì 18 ottobre 2023 con le notizie principali del giornale radio delle 19.30. A quasi 24 ore dalla strage dell’ospedale battista di Al Ahli di Gaza l’unica certezza sono i morti, famiglie in fuga dai bombardamenti incessanti che avevano cercato rifugio in quello che speravano essere un luogo sicuro. Il salario minimo si avvia verso un binario morto: giustificando la necessità di approfondire parere negativo del Cnel, la maggioranza ha votato il rinvio in Commissione Lavoro. I dati dell’Istat pubblicati oggi fotografano la crisi dei consumi e l’impoverimento dei salari.

Cosa sappiamo sulla strage all’ospedale di Gaza

Joe Biden è ripartito poco fa da Tel Aviv con il suo segretario di stato Antony Blinken. In questi giorni gli Stati Uniti hanno messo in campo un notevole sforzo diplomatico, i cui risultati sono però ancora poco chiari. Di sicuro Biden è arrivato nella Regione in un momento molto delicato, forse il più delicato, di questa guerra: poche ore dopo l’attacco contro l’ospedale Al-Ahli di Gaza City che ha fatto centinaia di morti.

(di Diana Santini)

A quasi 24 ore dalla strage dell’ospedale battista di Al Ahli di Gaza l’unica certezza sono i morti, famiglie in fuga dai bombardamenti incessanti che avevano cercato rifugio in quello che speravano essere un luogo sicuro. Del momento dell’esplosione non esistono immagini ravvicinate. Solo un video, girato da molto lontano, postato in rete, rilanciato nella notte da Al Jazeera, e poi geolocalizzato da CNN: si vedono una decina di razzi solcare il cielo, nel buio di Gaza sotto assedio, poi dopo un paio di secondi un lampo, infine la deflagrazione al livello del terreno. E poi ancora una esplosione più piccola, nel punto in cui presumibilmente è partita la salva dei razzi.
Le versioni ufficiali e contrapposte sulla paternità della strage sono due: quella israeliana, che attribuisce l’esplosione alla caduta per malfunzionamento di un razzo sparato dalla Jihad islamica. A sostegno di questa tesi Tel Aviv cita: il fatto che è già accaduto, almeno 450 volte dall’inizio delle ostilità, che razzi sparati da Gaza sbagliassero bersaglio. Il fatto che l’esplosione non abbia prodotto cratere, il che escluderebbe gli ordigni più comunemente usati da israele, che scoppiano al suolo. L’assenza di danni agli edifici dell’ospedale. Infine oggi il ministero della difesa israeliano ha diffuso l’audio di una conversazione tra due persone, definite membri della Jihad, che ammettono l’errore di lancio. Verificare l’autenticità di quest’ultimo documento è al momento impossibile.
Jihad islamica e Hamas sostengono invece si sia trattato di un missile sparato da Israele e sottolineano: il fatto che lo stesso ospedale sia già stato colpito due volte nell’ultima settimana, per indurre la dirigenza dell’ospedale ad evacuare la struttura, come ha confermato il Vescovo anglicano di Gaza. Il fatto che il portavoce dell’esercito, l’ammiraglio Daniel Hagari, abbia confermato che nell’area era in corso, al momento dell’esplosione, un’operazione dell’esercito di Telaviv. Infine, il fatto che a pochi minuti dalla strage un portavoce di Netanyahu, Hananya Naftali, abbia di fatto ammesso la responsabilità dell’attacco, dicendo che “Israele ha attaccato una base di Hamas dentro a un ospedale e che molti terroristi sono morti”. Il tweet è stato poi rimosso. C’è, infine, una terza possibilità: che il razzo sia stato sparato da miliziani palestinesi, intercettato dall’aviazione israeliana e poi caduto nel parcheggio dell’ospedale. E’ una possibilità, ma finché non saranno rinvenuti i detriti dell’ordigno più che ipotesi è impossibile fare.
“Le circostanze di questa catastrofe e le responsabilità rimangono oscure e dovranno essere indagate a fondo”, ha dichiarato al termine di una giornata di accuse incrociate l’inviato dell’Onu in Medioriente. Indagini difficili, in una striscia di terra in cui, in dieci giorni, sono stati ammazzati 17 giornalisti almeno. Quanto alla verità, in tempo di guerra, è stata ammazzata da un pezzo.

Un’altra giornata di raid israeliani nonostante l’arrivo di Biden a Tel Aviv

Anche oggi sono continuati i raid israeliani. Secondo le autorità locali nella Striscia dall’inizio della guerra i morti sono 3478. Oltre 12mila i feriti. Dopo la richiesta di Biden, il governo Netanyahu ha accettato di far entrare aiuti umanitari dall’Egitto. Ma le tempistiche non sono ancora chiare. In Consiglio di Sicurezza gli Stati Uniti hanno messo il veto a una risoluzione che chiedeva una tregua umanitaria. Decisione criticata da più parti. Mohammad è un cittadino palestinese di Gaza:


 

Aumentano le proteste dei cittadini del Medio Oriente in solidarietà coi palestinesi

In diversi paesi della regione ci sono state manifestazioni in solidarietà con i palestinesi e contro Israele e Stati Uniti. È successo per esempio in Giordania, Turchia, Tunisia, Iran e Libano. Il Libano – per la presenza di Hezbollah, alleato dell’Iran – potrebbe essere il primo paese coinvolto nel caso di un allargamento del conflitto. Marco Magnano è un giornalista freelance che lavora a Beirut:


 

La ritirata della maggioranza sul salario minimo

(di Anna Bredice)

Il salario minimo si avvia verso un binario morto. Questo è ciò che è accaduto oggi, ma la maggioranza che non ha il coraggio di dire che non vuole il salario minimo di 9 euro l’ora ha cercato un espediente, aggrappandosi al parere negativo del Cnel. Quindi, giustificando la necessità di approfondire quel parere, ha votato il rinvio in Commissione Lavoro. Questo vuol dire mesi e mesi ancora di buio e nessuna legge, nonostante la raccolta di firme di queste settimane abbia portato a circa mezzo milione di persone favorevoli alla legge proposta dalle opposizioni. Il rinvio in Commissione è stato votato questa mattina con 21 voti di scarto, vuol dire che anche nella maggioranza c’è un imbarazzo rispetto a quella che appare una ritirata, una fuga ma senza metterci la faccia. Anche perché tra i favorevoli al salario minimo ci sono moltissimi elettori del centrodestra, che percepiscono 4-5 euro l’ora e che avevano creduto alla promessa di Giorgia Meloni di arrivare ad una legge. Se legge ci sarà non sarà quella voluta dalle opposizioni, mai così unite negli ultimi anni su una battaglia come quella del salario minimo, dal governo forse un contentino che non spaventi gli imprenditori. “Quando si tratta di scegliere, ha detto Antonio Misiani del Pd, la destra sta sempre da una sola parte, con i più ricchi”. Le opposizioni hanno abbandonato i lavori in Commissione: avevano chiesto che fosse subito calendarizzata la proposta di legge, ma non c’è stata nessuna risposta. Per la maggioranza è meglio il silenzio e far scivolare il salario minimo in un cassetto, ma come ha ricordato Giuseppe Conte ci stanno già pensando le sentenze dei magistrati a stabilire il diritto dei lavoratori ad un giusto salario.

L’inflazione colpisce tutti. ma pesa di più su chi ha meno

(di Alessandro Principe)

La spesa delle famiglie italiane è ferma. I dati dell’Istat pubblicati oggi fotografano la crisi dei consumi e l’impoverimento dei salari. L’inflazione ha abbattuto il potere di acquisto degli italiani. Si spende di più per acquistare di meno. Un dato mostra meglio di altri la perdita di valore dei salari nell’ultimo anno. La spesa delle famiglie – dice l’Istat – è aumentata dal 2022 del 8,7%. Ma con quella spesa le famiglie stesse sono riuscite ad acquistare meno, tanto che, in termini reali, il dato è fermo, o, addirittura, è diminuito. Ed è diminuito soprattutto per i redditi più bassi. L’inflazione colpisce tutti ma pesa di più su chi ha meno. Tanto che in un anno sono cambiate anche le abitudini di acquisto: ora si risparmia anche sul cibo. Poco meno del 30% dichiara di aver limitato negli ultimi mesi la quantità o la qualità degli alimentari acquistati per risparmiare. Sopra il 30 chi spende di meno per la cura e l’igiene personale. In pratica, quasi un italiano su tre ha tagliato spese basilari, che hanno direttamente a che fare con la qualità della vita quotidiana. Questo dicono i dati Istat, mentre le stime per i prossimi mesi, come quella di Coldiretti, non prevedono cambi di scenario. Oltre al peggioramento della vita concreta delle persone, l’altra faccia di questa situazione è che i consumi restano al palo e questo influisce sull’economia del Paese: la domanda interna non traina, questo blocca la crescita e la stagnazione economica rischia di avvitarsi su se stessa.

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    Come possiamo pensare di uscire da un lungo periodo di stagnazione dell’economia italiana, quando lo zero-virgola regna ancora incontrastato in alcune importanti statistiche italiane? Mi riferisco al dato pubblicato ieri dall’Istat nella “Nota sull’andamento dell’economia italiana”. A questo proposito l’Istat ci ha detto che nel terzo trimestre dell’anno scorso (tra luglio e settembre 2025) l’aumento del Pil italiano è stato dello….0,1% rispetto ai tre mesi precedenti (aprile-giugno 2025). Se guardiamo agli scambi commerciali con l’estero (import ed export) la crescita tra agosto e ottobre scorsi è stata dello 0,3% per le esportazioni e dello 0,2% per le importazioni. Nelle stesse ore in cui ieri l’Istat diffondeva i suoi dati nella nota congiunturale veniva pubblicato un altro documento – importante - di analisi della congiuntura: un report su lavoro e demografia redatto dal centro ricerche REF, autorevole centro di ricerche economiche milanese, diretto da Fedele de Novellis, ospite oggi a Pubblica.

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    “Justice for Palestine” ovvero un milione di firme in un anno per dire non vogliamo più l’accordo di Associazione con Israele, almeno finché non ci sarà il pieno rispetto dei diritti dei palestinesi. L’iniziativa è promossa da European Left Alliance, all’interno della piattaforma per le petizioni di “iniziativa dei cittadini europei” che rendono poi obbligatoria la risposta della Commissione a una richiesta che raggiunga le firme. Perché l’Europa non ha preso alcuna posizione significativa nei confronti del governo israeliano, anzi, pur essendo con 42 miliardi anno il principale partner commerciale di Tel Aviv. “Siamo sia il più grande importatore che esportatore verso Israele, abbiamo una grande leva, la politica commerciale: dovremmo condizionarla al rispetto dei diritti umani come in realtà prevederebbe proprio l’accordo di associazione”, sottolinea Giorgio Marasà Responsabile Esteri di Sinistra Italiana che aderisce.

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